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Da tempo volevamo pubblicare il testo di Paolo Mencacci ma si trattava di un lavoro impegnativo, infatti abbiamo impiegato i ritagli di tempo degli ultimi due mesi per digitalizzarlo (ovviamente, come per tutte le opere che mettiamo online, vi invitiamo sempre a consultare gli originali cartacei se dovete fare delle citazioni nella preparazione di tesi universitarie o nel caso di altre pubblicazioni).

Leggendo lo scritto di Mencacci viene in mente l'opera di Giacomo Margotti. Si tratta di due menti brillanti entrambe ma differenti. Margotti spazia in vari campi dello scibile, non disdegna i temi economici e fa le pulci ai bilanci del neonato regno d'Italia. Mencacci si addentra soprattutto nella storia politico-diplomatica sviscerando i funambolismi cavourristi che portarono il piccolo Piemonte alla guida del processo di unificazione e alla caduta del Regno delle due Sicilie.

Caduta che fu dovuta per la più parte agli interessi geopolitici delle due superpotenze del tempo: Francia ed Inghilterra.

Ricordo che alcuni anni fa, durante una chiacchierata con la Pellicciari che presentava “I panni sporchi dei mille”, si diceva che il grande interrogativo degli storici riguardava il tradimento diffuso nelle alte gerarchie dell'esercito napolitano. Se leggiamo cosa scriveva il Carafa in un suo dispaccio dell'8 novembre 1956 – scritto che viene riportato da pochissimi autori fra cui il Mencacci – diventa più agevole trovare una risposta:

«Con una tale condotta si pretende ottener grazie, e per sopra sello, concedere una manifesta protezione per i principali agitatori nazionali! e perché? perché furono l'istrumento delle vedute dei due Gabinetti esteri.

«Col proteggere siffatta gente, le due Potenze non vogliono il bene generale, ma bensì accrescere il numero degl'individui al partito della rivoluzione e che sconvolgano il paese.

«É gran tempo che si lavora, massime per parte d'individui francesi, a corrompere col danaro le regie milizie.

«Ciò è inammissibile, e sorpassa i limiti di qualunque tolleranza!

«Ve n'ha più di quello che occorra perché il Governo del Re non faccia più alcuna concessione: ne avvenga quel che può.

Dispaccio Circolare degli 8 Novembre 1856

Il regno nel decennio che precedette il crollo rimase sotto l'attacco concentrico delle diplomazie inglesi e francesi (quest'ultimi un po' più doppiogiochisti essendo una nazione cattolica) che non persero occasione per indebolirne l'immagine di fronte alla opinione pubblica internazionale, costringendolo ad un isolamento che si sarebbe rivelato un vero disastro.


MEMORIE DOCUMENTATE

PER

LA STORIA DELLA RIVOLUZIONE ITALIANA

RACCOLTE

DA PAOLO MENCACCI

VOLUME I - PARTE I

ROMA

TIPOGRAFIA DI MARIO ARMANNI

nell'ospizio degli orfani alle Terme

1879.

(se vuoi, puoi scaricare il testo in formato ODT o PDF)

AL LETTORE

Cattolico e monarchico, per convinzione e per affetto, scrivo per dar gloria a Dio e per rendere testimonianza alla verità in mezzo al presente trionfo della menzogna. Romano, gemo per la ruina di Roma cristiana, scopo supremo della rivoluzione. Italiano, arrossisco che l'unità d'Italia sia il frutto di tanti delitti. Raccolgo memorie, non detto la storia; sarebbe impossibile cosa, mentre ardono tuttora le politiche passioni. Raccolgo memorie e lo faccio, per quanto è possibile, colla calma del filosofo cristiano, che con documenti alla mano presenta ai posteri il mostro più orrendo, che uscisse dalle mani dei figli degli uomini a' danni dei figliuoli di Dio.


Nei sette anni di assiduo lavoro che v'impiegai spesse volte credetti sognare, tanto sembravanmi incredibili le cose ch'ero costretto a registrare! L'uomo onesto, che mi leggerà, qualunque sia il culto che professi, qualunque lo spirito che lo animi, renderà omaggio alla palpabile verità dei fatti che gli pongo dinnanzi, e forse benedirà l'opera mia, dando così un compenso in questo misero mondo a chi consacrò intera la sua esistenza, in difesa della causa dell'Altare e del Trono.

INDICE DELLA PARTE PRIMA

AL LETTORE.
UNO SGUARDO ALLA RIVOLUZIONE ITALIANA.

I. — Ragione dell'Opera

Pag.

7

II — L'opinione pubblica

»

10

III.— I Congressi degli scienziati

»

15

IV.— Le Società Segrete

»

27

V.— Lettera dommatica di Mazzini

»

36

VI.— Mezzi proposti da Mazzini e attuati dalla sua setta

»

40

VII.— Un'occhiata ai fatti

»

47

VIII. — Le riforme, pretesto, non ragione della rivoluzione

»

57

IX. — Ipocrisia ed empietà della rivoluzione Italiana.

»

63

LIBRO I.



Capo I. — Tre quistioni

»

73

II. —Il Congresso di Parigi

»

95

III. — Qualche commento

»

112

IV.— Intrighi

»

126

V.— Rivelazioni

»

137

VI.— Dopo il Congresso

»

146

VII.— II principio del non intervento

»

157

VIII. — Re di Napoli e i governi inglese e francese

»

165

IX.— Baldanza di settari e timori di governi.

»

191

X.— I Rappresentanti inglese e francese lasciano Napoli

»

202

XI. — Stato del Regno di Napoli all'epoca del Congresso di Parigi

»

217

XII. — Il governo di Napoli e quello dei restauratori dell'Ordine morale

»

230

XIII. — I protettori disinteressati

»

244

XIV. — Attentato contro il Re Ferdinando II

»

250

Appendice al libro primo

»

265

LIBRO II.



Capo I. — La Società Nazionale

»

277

II. — Agitazioni e attentati

»

288

III. — Scorreria di Massa e Carrara incursione di Bentivegna,

scoppio della polveriera e del Carlo III a Napoli


»


300

IV. — Scorreria di Pisacane

»

307

V. — La questione del Cagliari

»

321

VI. — Mene Murattiste

»

329

VII. — Testimonianze non sospette circa il governo Napolitano

»

338

VIII. — Due Memorandum

»

345

IX. — La Costituzione di Napoli e una pagina del De Sivo

»

364

X. — Dopo la partenza dei plenipotenziari inglese e francese, e come si fa la storia ai nostri giorni

»

369

PAOLO MENCACCI.

UNO SGUARDO

ALLA RIVOLUZIONE ITALIANA

I.

Ragione dell'Opera.

Ora che i fattori del presente stato d'Italia stanno raccogliendo il frutto dell'opera delle loro mani, giova riandare coi documenti alla mano i fatti che produssero codesto grande rivolgimento, ad universale lezione dei buoni, perché, giunta l'ora, non ricadano nei passati errori, e dei tristi, perché veggano che la promessa di Dio non viene meno; che la Chiesa militante con ogni suo attributo e dritto non può non risorgere più bella e gloriosa dalle ruine accumulate per distruggerla, se la umana società non è giunta al suo fine.

Per arrivare a Roma e ferire al cuore il Cristianesimo, si vollero distrutti i Principati italiani, provvidenziali propugnacoli del temporale principato della Chiesa, la quale in mezzo al secolare lavorio delle sètte anticristiane apparisce fin d'ora unico palladio di verità e di 'giustizia, unica ancora di salvezza per la società che perisce, pei governi stessi che l'osteggiano. Ma poiché nostro scopo non è di narrare nudi fatti, ma si di recarne i documenti, fa d'uopo fin da principio d'impugnare la misteriosa chiave che sola può aprirci, se non tutti, almeno i principali segreti del mostruoso rivolgimento sociale, di cui siamo ora afflitti testimonii e vittime.

Quando una crisi politica sia il risultamento di diuturni gravami, e conseguenza di una lotta di partiti politici, ed anche di intellettuali travagli, subordinati agli eterni principii del vero e del retto, allora le perturbazioni di uno Stato legittimamente costituito, avvegnaché dolorose e cruente, non vanno senza compensazione. Non fu così della crisi, o, a dir meglio, della catastrofe insidiosamente provocata ai nostri giorni a danno dei pacifici


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Stati italiani con trame faziose, fomentate e sostenute da straniere ambizioni, da cittadine codardie, da prezzolati tradimenti.

Certamente uno dei più tristi spettacoli che possa offrire la storia delle nazioni, è il vedere Reami prosperosi e tranquilli per savii e cristiani ordinamenti, con secoli di politica e monarchica autonomia, e provvisti di sufficienti mezzi di difesa, e, se vuoi, anche di offesa, come quello di Napoli, specialmente preso di mira, per popolazione e territorio grande più della terza parte d'Italia, divenire preda miseranda di un minore Stato vicino, e di un partito malvagio, che freddamente, calcolatamente, giorno per giorno, apparecchia loro l'abisso destinato ad inghiottirli.

Ma di fronte a tale fatto inconcepibile, svariati ed opposti giudizi in innumerevoli stampe, giornali e libri, essendosi pubblicati, in onta al vero ed al quieto giudizio dell'uomo che pensa, il ricorrere ai documenti per ismentirli è opera di vero patriottismo, e assolutamente necessaria. «Quando fervono le rivoluzioni, non si scrive né legge bene posatamente e con la ragione; ma si scrive e legge con le passioni del momento: meglio è non scrivere e non leggere!» E dice vero il Balbo (1). Ora però che la rivoluzione, insediatasi al posto dei rovesciati troni, raccoglie il frutto miserando di cento anni di congiure, e che l'ardore della lotta sembra spento, è necessità, è dovere per chi ama i proprii simili e può come che sia prendere in mano una penna, di rispondere al bisogno, al diritto della società tradita, e raccogliere fatti e documenti perché possa la storia essere veramente la maestra della vita, e, divenuta ristoratrice e interprete fedele del senso morale, essere la espressione veridica della coscienza dei popoli.

Quale che sia per essere lo storico delle ultime vicende dell'Italia nostra, gli sarà cosi più difficile di essere inesatto. I contemporanei poi trarranno un gran profitto nel vedere messe sotto i loro occhi le cause e gli effetti delle medesime vicende, e ne avranno una lezione salutare che li premunisca contro i futuri inganni di coloro che attentano alla quiete degli Stati, e col pretesto di far liberi e rigenerati i popoli, li soggiogano alla più dura schiavitù e miseria, onde milioni d'innocenti espiano la scelleratezza di pochi e la codardia di molti.

A tale laborioso, non meno che importante scopo, abbiamo noi dato opera a raccogliere con pazienza e verità le presenti Memorie Documentate da servire alla storia della Rivoluzione italiana pel periodo di tempo che trascorse dal 1856 fino ai nostri giorni.

(1) Balbo. Politica cap. II

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Questo periodo comprende il trionfo della rivoluzione, e lo svolgimento, ormai ultimo, del pensiero settario. Degli anni che precedettero abbastanza fu detto da valorosi scrittori; e noi ci studieremo di averli presenti, e con isguardi retrospettivi ne diremo quanto sia necessario a migliore intelligenza di quel che narriamo, corroborando ogni cosa con documenti e note autorevoli.

Quindi il presente lavoro non è altro, che una raccolta ragionata e fedele di documenti, tra i quali molti inediti o poco conosciuti finora, con una semplice esposizione di fatti che parleranno da per loro, risparmiandoci, per quanto è possibile, gli apprezamenti, che farà da sé il lettore.

Le cose contemporanee sono d'ordinario, se non le più ignorate, certo le più guaste da passioni; metterle in luce nel loro vero aspetto, ravvicinandole a quelle che le precedettero, le accompagnarono, le seguirono, è opera sommamente buona e salutare, quando non s'indietreggi dinanzi al malgenio dell'epoca nostra, nella quale, libero, anzi voluto, è il mentire, il calunniare, e vietato il difendere. Nel delineare le condizioni generali dei principali Stati italiani, offriamo al lettore il destro di considerare, (poiché il male è avvenuto), non meno il danno prodotto da una invasione settaria e straniera, che il vantaggio delle lezioni di una terribile esperienza, a bene di tanti popoli conculcati e traditi, e a riabilitazione, forse non lontana, di secolari diritti ora vilipesi e calpestati.

I fatti e i documenti essendo le fonti più sicure della storia, poco o nulla vi aggiungeremo del nostro; i contemporanei, egualmente che i posteri, li peseranno formandone loro giudizio. Senza questi fatti, e senza questi documenti, le generazioni a venire non crederebbero le inaudite cose commesse ai nostri giorni, nel nome abusato di Civiltà: direbbero che abbiamo calunniato questo buio secolo dei lumi e i suoi principii, per ironia detti grandi.

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II.

L'Opinione Pubblica.

In questa epoca tristissima, che ben potrebbe dirsi il regno della menzogna, fa d'uopo contare per qualche cosa quel che suoi chiamarsi pubblica opinione: opinione fabbricata a furia di arti malvage, d'idee false e travolte da mestatori politici, ai quali, per castigo dell'uman genere, la Provvidenza concesse un ingegno vivace e ardito, una voce seducente e una facile loquela: opinione di cui sventuratissimamente abusò flnanco chi talvolta si credè chiamato a difendere la causa della verità e della giustizia, pur non seguendo gli eterni immutabili principii del retto e del vero, e ciò con privati intendimenti, e con iscopo che solo conosce Iddio. Noi affrontiamo codesta capricciosa e cieca regina dei nostri giorni, armati della spada della verità, sostenuti da fatti irrefragabili e da documenti, che non possono sconoscere gli stessi avversarii!

Le due opinioni

Per buona sorte di chi scrive, v'è ancora fra gli uomini chi distingue due specie di opinioni, come già nell'anno 1863, nella seduta del Senato francese, del 29 gennaio, si faceva distinzione di due Italie perfettamente distinte ed opposte: onesta l'una, gloriosa, devota alla religione e alla monarchia; l'altra disonesta, avida, fedifraga, nemica di ogni cosa sacra e santa. Così v'è una opinione pubblica retta e vera, che obbedisce alla legge morale, rende omaggio alla verità e alla giustizia, osserva le azioni degli uomini e dei governi, e accorda loro la meritata fiducia, quando agiscono conformemente a quegli eterni principii. All'opposto vi è un'altra opinione, idolo bugiardo dei nostri giorni, sostenuto e portato a cielo da quella cospirazione contro la verità (come chiamavala il de Maistre) che è il giornalismo prezzolato e settario, il quale ricuopre come morbosa crittogama tutta la faccia del mondo, appassendo e annientando i frutti salutari degli insegnamenti cristiani e civili, scambiandoli con frutti amari di perdizione. Un istrione, che pur non era vile, su i nostri teatri, nell'effimero regno della repubblica di Mazzini (nel 1849) ebbe il coraggio di stimmatizzare codesta opinione pubblica, paragonandola a una mandra imbelle di pecore che va dietro allo sguaiato belare di un fetente becco. Fu applaudito, e a ragione; perché tale appunto è la opinione pubblica dei nostri tempi.

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Per codesta sciagurata mezzana delle Società segrete, imbavagliata la Chiesa, sconosciuta la sua santa missione, vilipesi i suoi ministri, screditata la sua parola, che è parola di verità, ogni ardito malvagio che porti ancora ai piedi i segni della catena, o al collo la traccia del capestro, da cui lo tolse la pietà dei Monarchi, si crede in diritto di arrogarsi l'impero del mondo. Costui, disprezzato ogni sano principio, alla virtù da nome di vizio, al vizio quello di virtù, questa bistrattando e conculcando a suo talento; fabbrica cose meravigliose, improvvisa grandi uomini ed eroi, e, novello Satanasso sul culmine dell'altissimo monte, dice agli uomini istupiditi per la sorpresa o per la paura, indicando loro il mondo: - Vi darò tutte queste cose, se proni mi adorerete! -

L'uomo onesto e cristiano rimarrà estraneo ad una opinione formata in questa guisa, e malgrado dell'avversità dei tempi e delle cose, chiamerà sempre menzogna la menzogna, vitupero il vitupero, empietà la empietà, e miseri quei tempi, quei governi, quegli uomini che loro ardono incensi; chiamando verità la sola vera santa verità, emanazione di Dio. Ma i figli degli uomini, i novelli giganti del Massonismo, colle bugiarde parole di libertà, di civiltà, di redenzione, pretesero annientare la libertà dei figli di Dio, distruggere la civiltà cristiana, inutilizzare la redenzione compita in virtù della Croce. Però questa libertà, questa civiltà, questa redenzione hanno riempita la terra di uomini magnanimi, sapienti e grandi, di opere gigantesche e stupende a bene temporale ed eterno degli individui; in quello che la libertà, la civiltà e la redenzione di coloro hanno riempito l'umano consorzio di miserie, il mondo di ruine, tanto più smisurate, quanto più mostruosi sono i moderni edificii innalzati al vitello d'oro, col saccheggio delle pubbliche e private sostanze, colle lagrime e col sangue dei popoli.

Quali siano i vantaggi arrecati all'Italia in generale, e alle Due Sicilie e agli Stati della Chiesa in particolare, dai moderni banditori di libertà, fatti vincitori in virtù di armi straniere, lo hanno già reso manifesto infiniti danni materiali e morali di che sono tuttogiomo saturate codeste infelici contrade, e sarà registrato nella storia con caratteri indelebili di fuoco e di sangue. La storia dirà il contegno sprezzante delle consorterie dominanti, avvezze a calpestar tutto con proposito deliberato; le mostrerà insaziabili di ricchezze, di vendette, di prepotenze; riboccanti di pretensioni, vuote di merito e di dignità; dirà la moltitudine dei popoli gemente otto il più dispotico dominio, le intelligenze isterilite, le forze vigorose inutilizzate; e in loro vece pazze invidie, odii feroci, selvaggi appetiti,

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ignoranza, miseria, disperazione. Chi il negherebbe ora che, compita l'opera satanesca, dopo 18 anni di libertà e di redenzione, i giornali noverano a centinaia come i suicidi e le morti infelicissime di miseri disperati, così i disastri, le ruine, i fallimenti delle più rinomate case commerciali, e d'intere città, una volta doviziose e fiorenti?

La storia mostrerà nuove innumerevoli piaghe sociali, le quali non saprebbesi di qual nome appellare; mentre invano un'atea filosofia, una legislazione senza giustizia, un'amministrazione senza probità, un governo di proconsoli senza fede, di tribuni militari senza pietà, non hanno altro farmaco da apprestare ai popoli famelici di verità, di quiete, di pane, che metter loro un fucile in ispalla, perché versino pur anco il loro sangue, contro le proprie convinzioni, in quello che se ne espongono all'asta pubblica le povere masserizie da saziarne le ingorde fauci dell'esattore del fisco.

Questo diranno i fatti e proveranno i documenti; non ostante che l'opinione pubblica (formata dalle sètte) negherà codesto smisurato abisso, cinicamente gloriando il suo trionfo; e mentre che ardono Pontelandolfo e Casalduni, e cento altri villaggi; mentre infieriscono le fucilazioni in massa dei Pinelli e dei Fumel; mentre spariscono in un baleno i tesori e le risorse di governi e di Stati i più ricchi e fiorenti d'Italia (e forse anco del mondo), dirà, lavandosi le mani, come la prostituta delle sacre Carte, che la felicità è fra noi; e, chiesto per ischerno un popolare plebiscito, griderà che l'Italia è fatta, ora che gli antichi cospiratori gavazzano nell'abbondanza, avendo rubato ogni cosa. Né a quella bugiarda opinione pubblica verrà in mente, che quando nei precedenti anni così alto essa declamava contro i governi della Penisola, e in particolare contro Napoli e contro Roma, e tanti torti loro attribuiva, nulla, affatto nulla, accadeva delle attuali enormità e nefandezze. Ma per una cosiffatta opinione è inutile ogni ragionamento, ogni prova, ogni testimonianza: essa tiene luogo di ragionamento, di prova, di testimonianza, tiene luogo di tutto, per servire vilmente, ciecamente all'altrui ambizione e cupidigia, e rendere odioso distruggendolo un ordine di cose che mirava al benessere e alla indipendenza della patria e della monarchia, della, società e dell'individuo; nulla curando di averli resi schiavi d'insolenti padroni stranieri, e vittime sanguinolenti, non di uno, ma di cento despoti settarii.

I documenti raccolti in queste carte provano purtroppo il trionfo di codesta sciagurata opinione; ma provano altresì, fino all'ultima evidenza, che quel trionfo non avvenne per volere

- 13 -

o desiderio delle italiane popolazioni; ma si per le arti abbominevóli di coloro, che per avidità o per odio insensato, antireligioso e antimonarchico, avevano interesse di rendere devastato e isterilito questo giardino d'Europa.

Due Confessioni

Innumerevoli sono i documenti che dimostrano la rivoluzione italiana essere «tata opera di gente straniera, e i nostri popoli averla soltanto subita. Per dir solo dei Napoletani, basti fin d'ora ricordare la confessione fattane dall'infelice Bixio in pubblica Camera di Torino, nella tornata 9 dicembre 1863, e la dichiarazione solenne di Garibaldi nel pomposo ricevimento fattogli in Inghilterra nell'aprile del 1864, dove, innanzi a 30,000 spettatori, Ministri, membri del Parlamento e Lordi, ebbe a dire: «Napoli sarebbe ancora dei Borboni senza l'aiuto di Palmerston; e senza la flotta inglese io non avrei potuto passare giammai lo stretto di Messina». Parole autorevolmente terribili, le quali provano che, se Re Francesco II poteva combattere e vincere la insurrezione suscitata da una mano di filibustieri, avrebbe poi necessariamente soccombuto, non ostante l'amore del popolo e il valore dell'esercito, dovendo alla perfine tener fronte alla mal velata guerra del Governo Britannico e all'aperta aggressione del Sardo, sostenuto da Napoleone III e dalla potenza della Francia, che grande era a quel tempo; doveva in una parola difendersi dai rivoluzionarii di tutto il mondo, e dagl'interni tradimenti procurati da essi.

E chi non sa, che quanto si disse e fece negli ultimi quaranta anni, ed in peculiar modo dal 1856 a questi giorni, a nome dei popoli Italiani, fu detto e fatto a insaputa di loro e anzi contro il loro volere? Chi non sa, che architetto ed artefice supremo di codesti calamitosissimi rivolgimenti fu una Setta, nemica di Dio e degli uomini, che seppe valersi della malizia dei meno, della ignoranza dei più, delle passioni di tutti, ai suoi intendimenti? Essa col pretesto di rendere Una e potente l'Italia ne afferrò la egemonia impadronendosi delle sue ricchezze; che se fa le viste di acconciarsi per ora agli ordinamenti e alle apparenze monarchiche, ciò è a patto soltanto di avere complice la monarchia per ammantare il proprio finale scopo, e preparare i popoli alla repubblica sociale senza Dio. Esaminando attentamente i fatti compiuti in quel nefasto periodo, si parrà chiaro come un così esiziale trionfo saria stato impossibile, se tutti i depositarii della legittima autorità avessero fatto il loro dovere in difesa, non meno della medesima autorità, loro commessa da Dio, che dei popoli e di sé stessi. Per somma sventura però, o piuttosto per nostro castigo, prevalse (così disponendo la setta)

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il sistema della mitezza, della clemenza, anzi della conciliazione verso uomini, che avendo giurato guerra all'Altare e al trono, lungi dalTesserne riconoscenti ai legittimi governi, osarono chiamare crudeltà, tirannia, oppressione gli stessi benefizii di che andavano ricolmi. Ma Dio e la storia faranno giustizia severa di cotanta enormezza.

Di tale Opinione pubblica però, così artificiosamente formata, fa d'uopo ricercare la origine; e noi non crediamo di andare errati se la segnaliamo in quei tali famosi Congressi, detti degli scienziati i quali, sotto le sembianze di scientifiche trattazioni, di null'altro si occupavano veramente, che di spianare le vie alla rivoluzione, seguendo l'impulso delle Società segrete, sotto la protezione de' governi, ciechi o complici della stessa Rivoluzione.

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III.

Congressi degli Scienziati.

Lo spirito degli invasori Longobardi fu soffocato, ma non estinto, colla caduta di Desiderio ultimo loro Re: e l'idea di un Regno italiano, che mai aveva esistito prima di loro, se non pur quello dei Goti a' tempi di Teodorico, si era nascosta sotto le ali di qualche Duca Alpino, disceso dal loro sangue, che colla propria ambizione fomentava quella idea da prodursi in tempi propizii. I Duchi di Savoia, divenuti poscia Re di Piemonte, incarnarono in so stessi quella idea, e la loro diplomazia, anche quando fu cattolica, spesso l'accarezzò, procurandole a mano a mano un posto più o meno importante ira le idee dei nostri tempi; cosicché all'avvenimento del già rivoluzionario Carlo Alberto, il governo Piemontese, guidato dalla mente traviata sì, ma pur vasta, dell'ex-abate Gioberti, si trovò pronto ad attuarla, quando le generose riforme date da Pio IX nel principiare del suo regno, parvero ai novatori occasione propizia all'attuazione de' loro disegni. È noto ciò che fece nel 1849 Gioberti, perché il Piemonte fosse quello che restituisse il Papa alla sua Sede, anzi che le Potenze cattoliche: era quella finissima arte diplomatica, a fine di arrogarsi fin d'allora la supremazia sugli altri Stati italiani e la egemonia della Penisola, per ridurre poi insensibilmente l'Italia tutta sotto il suo dominio, a danno dei vicini Stati indipendenti, contro dei quali appunto il Governo piemontese, dopo i noti rovesci del 1849, rivolgeva le sue arti, fomentandovi interne agitazioni e accarezzandone i nemici.

Ardua ed anche lunga cosa sarebbe il narrare la storia di quelle arti e cospirazioni contro i tranquilli Stati italiani, lustro e decoro della felice Penisola. Tra le tante insidie adoperate, anzi per le prime, prima ancora del 1848, sono da annoverare i così detti Congressi degli scienziati radunati a volta a volta nelle principali città d'Italia, sotto specie di scientifiche trattazioni, in quello che cospiravasi per abbattere i troni dei legittimi Sovrani, in special modo quello di Re Ferdinando II di Napoli, maggiormente temuto per ricchezza e potenza come per lo amore dei proprii sudditi, il quale poi per sventura era il più generoso nell'accogliere ed onorare cosifatti Congressi nel suo reame.

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L'Unità Cattolica e i Congressi

Ne fa aperta confessione l'italianissimo medico Salvatore de' Renzi, che fu membro attivissimo di tali adunanze, in un suo libro (1).

L'Unità Cattolica nell'agosto 1875 (N. 192 e 194), pubblicava su tali Congressi, importanti cenni che, come cosa del tutto connessa col presente lavoro, facciamo volentieri nostri.

Il valoroso Giornale torinese prendeva soggetto dal Congresso che adunavasi in Palermo, nel mese di settembre di quell'anno, e nel quale figuravano l'inevitabile Terenzio Mamiani, Atto Vannucci, Giorgini Michele, Lampertico, Menabrea, Aleardo Aleardi, Cannizzaro, Volpicelli, il famoso Mancini ecc. e tra gli esteri vi faceva degna mostra di sé Rénan, il bestemmiatore di Gesù Cristo!

Cosa fosse per risultare da cotale Congresso di uomini, che, in ossequio alla scienza, conculcavano la Religione, e che, trattando delle cose create, negavano il Creatore, è facile il comprenderlo; ma vi stava sotto una ragione politica, e non per nulla Palermo era scelta a sede del Congresso del 1875, in quei giorni appunto in cui uno straordinario fermento pareva tendere a staccare Sicilia dalla unità italiana. - Ecco pertanto i detti cenni dei passati Congressi scientifici, i quali, come giustamente nota l'Unità Cattolica prepararono e accompagnarono lo svolgimento della rivoluzione italiana.

I. Congresso di Pisa.

- Una circolare, a pie della quale si leggevano i nomi del principe Carlo Luciano Bonaparte (2), di Vincenzo Antinorij di Gio. Battista Amici, di Gaetano Giorgini, di Paolo 1 Savi, e di Maurizio Bufalini, veniva diretta il 28 Marzo 1839 ai più distinti cultori delle scienze naturali, e loro annunziava avere il Granduca Leopoldo II permesso che in Toscana si tenesse una riunione scientifica, alla maniera di quelle che specialmente si facevano in Inghilterra ed in Germania. Pisa fu scelta a prima sede di tale dotta riunione; colà infatti convenivano, nel mese di ottobre di quell'anno 421 Italiani cultori delle scienze. Il Congresso ebbe principio coll'invocazione dello Spirito Santo, nella celebre cattedrale di Pisa; dopodiché, adunatosi nel palazzo della Sapienza, proclamò a presidente generale il decano dei professori convenuti, Ranieri Gerbi. Il 2 ottobre dividevasi l'assemblea in sei sezioni, e a maggioranza di voti venivano nominati i presidenti delle medesime,che furono il Configliacchi, il Sismondi, il Savi, Carlo L. Bonaparte, il Tommasini ed il Ridolfi.

(1) Tre secoli di rivoluzioni napoletane. Napoli 1866, pag. 206.

(2) Uno dei principali fattori della Rivoluzione mazziniana del 1848.

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In questo furono come gettate le basi dei futuri Congressi, e datene le norme sul modo di tenerli e sui membri che li dovevano comporre.

II. Congresso di Torino.

- Dietro proposta del principe Carlo Luciano Bonaparte, dal Congresso di Pisa fu prescelta Torino a sede della seconda riunione. Il Corpo decurionale, fra i molti preparativi intrapresi, volle che fosse appositamente compilata daleh. Davide Bertolotti una descrizione di Torino, la quale venissepoi distribuita, quale omaggio della città, ai membri del Congresso.Fu aperto il 16 settembre del 1840, ed ebbe termine il 30 dello stesso mese; ne fu presidente generale il conte Alessandro Saluzzo di Monesiglio, presidente eziandio della Reale Accademia delle scienze. Carlo Alberto riceveva una deputazione del Congresso medesimo, incaricata di esprimergli la generale riconoscenza; ne accoglieva ad un regale convito i presidenti; ordinava che fosse coniata una medaglia per quella fausta occasione, e venisse distribuita ai convenuti scienziati; infine fregiava delle insegne del supremo Ordine della Santissima Annunziata il presidente generale del Congresso.

III. Congresso di Firenze.

- II 15 Settembre del 1841 si apriva il terzo Congresso degli scienziati a Firenze, nella grande aula dell'antico palazzo della Signoria, alla presenza del Granduca Leopoldo II. Non mancarono quegli illustri cultori della scienza di invocare prima il lume dello Spirito Santo, e lo fecero nel celebre tempio di Santa Croce. Molti erano i convenuti, non dall'Italia sola, ma dalla Francia, dal Belgio, dalla Germania, dalla Grecia, dalla Spagna, dall'Inghilterra e perfino dalle Americhe. Il presidente generale, marchese Cosimo Ridolfì, nell'accomiatare quegli scienziati diceva: «L'amore della scienza e l'amicizia scambievole, sincera, immutabile, ci accompagnino dappertutto, e conducano i più schivi a benedire una istituzione così pacifica, così amica dell'ordine, così santa.»

Ma i governi cominciavano ad aprire gli occhi su queste riunioni, ed a comprendere a quali fini le dirigessero nascostamente i mestatori, nemici della pace e dell'ordine.

IV Congresso di Padova.

- Nel settembre del 1842 aveva luogo la quarta riunione degli scienziati italiani nella città di Padova,e la presiedeva il conte Andrea Cittadella Vigodarzere.

V Congresso di Lucca.

- L'anno 1843 gli scienziati convennero in Lucca sotto la presidenza del Marchese Antonio Mazzarosa. - Meno numerosi questi due congressi dei precedenti, lasciano di sé minore traccia nella storia di questa istituzione.

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VI. Congresso di Milano.

- Ai 15 settembre 1844 un numero, grande di cultori delle scienze conveniva nel celebre duomo di Milano ad invocarvi il celeste patrocinio; alla sacra funzione assisteva Sua Eminenza il Cardinale Arcivescovo e vi impartiva la Eucaristica benedizione. Recatisi in seguito al palazzo di Brera, ivi nella grande aula, alla presenza del Viceré e dell'Arcivescovo il Conte Vitaliano Borromeo, presidente generale, apriva la riunione. Un grandioso spettacolo, offerto dalla città nell'Anfiteatro dell'Arena, ed altre feste rallegrarono gli animi occupati in scientifiche discipline!

VII. Congresso di Napoli.

- II settimo Congresso Italiano si tenne a Napoli nel settembre del 1845: fu presieduto dal Cavaliere Santangelo, Ministro degli affari interni; assisteva il Re di Napoli, il quale poi invitava gli scienziati a visitare le sue amene villegiature, i suoi splendidi palazzi, e li festeggiava una intera notte in quello di Napoli. La città nulla tralasciò per festeggiare il Congresso, sì che non si ebbe a desiderare altro che un pò più d'ordine e di regolarità.

VIII. Congresso di Genova.

- Era l'anno 1846 (anno in cui, morto Gregorio XVI, Pio IX aveva dato l'amnistia ai rei di Stato;) e il 12 settembre si apriva l'ottavo Congresso sotto la presidenza del Marchese Brignole Sale. Carlo Alberto diceva allora all'egregio Marchese: - «Badate, che questi pretesi scienziati sono gente da tenere a treno» (1) - Ed il Santo Padre Pio IX, la Duchessa di Parma ed il Re di Napoli, nonostante le buone accoglienze fatte agli scienziati l'anno prima, facevano. raccomandare allo stesso Marchese di impedire, che si stabilisse pel nuovo Congresso una città qualunque dei loro Stati. Il giorno della inaugurazione fu ammannito un sontuoso banchetto alle Peschiere, e tra i commensali era il La Masa, che, con tono enfatico, declamò una poesia a Pio IX, della quale basterà citare la seguente strofa:

Dei regnanti della terra

Non ti spinge il folle esempio;

Tu col popolo e col tempio

Sei del mondo imperator.

Viva Pio liberatori

IX. Congresso di Venezia.

- Le condizioni anormali del 1847 non tolsero che molti accorressero a Venezia in quell'anno pel nono Congresso. Il giorno 13 settembre, che fu quello dell'apertura,

(1) L'infelice Monarca aveva cominciato ad intendere troppo tardi quello, che fin dal 1839 gli aveva detto e predetto il suo fedele Ministro, Della Margherita.

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già erano iscritti ottocento sessanta membri effettivi. Il conte Giovannelli, presidente generale, lesse il discorso inaugurale, mostrando Futilità dei Congressi e paragonando la potenza dell'intelletto al sole, che diffonde la sua luce senza tuoni e senza lampi, e dei primi raggi veste le alture. Il Giovannelli spese un milione ad allestire a nuovo il proprio palazzo; le mense si davano nel nuovo Patriarchìo, ove una grandissima sala bastava a più di 300 convitati, oltre le minori. I divertimenti furono molti. Si decise che il decimo Congresso sarebbe tenuto a Bologna; ma il Sómmo Pontefice, che ben conosceva le tendenze di queste pretese adunanze scientifiche, non avendone accettato la scelta, ne fu designata Siena; però il 1848, gravido di tanti avvenimenti, non poté vedere quel Congresso, che, rimandato di anno in anno, non ebbe più luogo se non nel 1862.

X. Congresso di Siena.

- Nel settembre del 1862, quando in Italia erano ancor freschi i fatti di Aspromonte, adunavasi nella Sala comunale del Mappamondo di Siena il decimo Congresso degli scienziati; erano appena un duecento i convenuti, i quali, dopo aver discorso, tra i comuni sbadigli, del principio dì capillarità, della cura zuccherina del diabete, della decomposizione violenta dell'acido cianitrico, della pellagra e dell'affezione lichenosa, si esilararono con una discussione sul matrimonio civile e con un'aspirazione a Roma). Infatti nell'adunanza del 22 settembre si procedette alla votazione per la città che doveva essere sede del futuro Congresso, e rimase scelta, alla quasi unanimità, la città di Roma; dopodiché il professore Luigi del Punta, preposto del Collegio medico fiorentino, fece un evviva a Vittorio Emanuele!

L'Unità Cattolica non mancava allora di far vedere l'ingratitudine e l'empietà di questa deliberazione, la quale voleva, in nome della scienza, togliere Roma al Papa, a cui la scienza deve tutto: e notava quanto fosse stata oculata la politica dei Sommi Pontefici, che non permisero mai l'adunarsi de' Congressi scientifici in Roma. «Essi, diceva, sapevano bene dove il diavolo tiene la coda, e lo sapevano assai meglio degli altri Principi, che si sprofondavano in ossequii verso i Congressi, riscaldandosi la serpe in seno: perciò Gregorio XVI non solo non acconsenti mai di concedere la Città eterna a sede dei complotti più o meno scientifici, ma proibì perfino agli scienziati romani di intervenirvi, esempio imitato ben tosto dall'accortissimo Duca di Modena. Il sapiente Pontefice, appena seppe, che Carlo Bonaparte era stato il promotore di quelle scientifiche adunanze, non tardò ad avvedersi dove miravano. E di fatto dieci anni dopo, cioè nel 1840,

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Carlo Bonaparte non presiedeva più un Congresso scientifico, ma l'assemblea nazionale della Repubblica romana, avendo dichiarato distrutto il regno secolare dei Papi!...

XI. Congresso di Roma.

- Doveva adunarsi nel 1864, secondo i calcoli degli Italianissimi, che speravano per quell'anno (in cui le famosa Convenzione di settembre, conchiusa tra Napoleone III e il Piemonte all'insaputa del Papa, doveva far uscire da Roma l'esercito francese) di entrare in possesso della città dei Papi. Mala breccia di Porta Pia si fé aspettare fino al 1870, e fu solo nell'ottobre 1873 che si poterono convocare gli scienziati in Roma pel loro undecimo Congresso. Essi si trovarono il 20 ottobre, a mezzogiorno, nell'aula massima del palazzo dei Conservatori; non erano che centosessanta, comprese due donne, l'una Inglese e l'altra Italiana. Presiedeva Terenzio Mamiani, il quale intuonò l'inno di trionfo della rivoluzione italiana, giunta pur una volta ad assidersi nella città dei Papi, a due passi dal Vaticano. Non si parlòpiù qui d'invocazione dello Spirito Santo, lustre buone pei tempi andati, nei quali conveniva dar olio ai gonzi. Il Mamiani invece scioglieva nel suo discorso inaugurale «il gran voto di coloro che presentirono il trionfo del grande impero della ragione!» e in ossequio al grande impero della ragione il vecchio presidente del Congresso annunziava un «secondo rinascimento,», inneggiavaa Calvino ed a Rousseau, e preponeva il regno del senno e del sapere al regno dei Cieli, burlandosi così del Vangelo e del Divino Salvatore nella istessa Città capitale del Cristianesimo. Parlava poilo Scialoja, allora Ministro dell'istruzione pubblica, notando che i governi antichi spiavano e temevano i Congressi scientifici, mentre loro prodigavano cortesie; ed il Sindaco di Roma tesseva la storia dei Congressi scientifici, concludendo: «Ed è qui in Campidoglio che, in nome di Roma libera, o signori, io vi saluto.» - Sembrava che questo dovesse essere l'ultimo; ma la setta doveva far ancora qualche passo per raccogliere il frutto della presa di Roma, proclamando la Repubblica sociale. Quindi s'indisse un altro Congresso.

XII. Congresso di Palermo.

- E siamo all'ultimo Congresso,quello che si aprì in Palermo. Come la intenzione segreta dei Congressi scientifici era altre volte di fare l'unità d'Italia con Roma capitale, sembrerebbe che dopo quello di Roma non si sarebbe più dovuto parlare di Congressi; ma forsecchè agli scienziati italiani non restava altro da ottenere colle loro adunanze? Non potrebbe darsi che alle prime loro mire non siano subentrate altre intenzioni, e che qualche altro Scialoia non abbia a rivelare fra alcuni

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anni che il Governo italiano spiava e temeva il Congresso di Palermo, mentre gli prodigava cortesie e lo onorava in tutte maniere?

Al nuovo Congresso prendeva parte anche Ernesto Rénan; bisognava bene che la scienza moderna, che è tutta materialismo e bestemmia, rendesse omaggio al bestemmiatore della vita di Gesù Cristo. Anzi, per far completa l'opera, si giunse perfino ad invitare Garibaldi, «quell'uomo, osservava l'Unità Cattolica, che tutti conosciamo come versatissimo in idraulica, gran prosciugatore di pranzi e di borse, e gran bonificatore delle proprie sostanze. Egli avrebbe certamente agli scienziati di Palermo annunziato il terzo incivilimento e la religione del vero, come il Mamiani aveva agli scienziati di Roma proclamato il secondo rinascimento, e il trionfo dell'impero della ragione! Ma Garibaldi fece smentire dai giornali di Roma la sua andata a Palermo; pare che la sua missione sia finita, né mantiene speranza che una seconda gita sul Continente possa fruttargli una seconda pensione di centomila franchi.»

In si buona compagnia volevasi porre nientemeno che il P. Angelo Secchi; ma la Sicilia Cattolica del 14 agosto s'incaricava di smentire l'insensata calunnia, spiegando che il P. Secchi andava bensì a Palermo per fare col professore Tacchini degli studii astronomici, ma che non aveva nulla a dire e a fare col Congresso di Rénan e di Garibaldi; egli aveva potuto vedere in Roma coi proprii occhi come il Governo italianissimo sia amante della scienza; quel Governo che ha dissipate le biblioteche, rimestati i musei, rovinata l'Università, distrutta la pubblica istruzione in tutta l'Italia. «Non vedremo certamente i progressi della scienza nel suo duodecimo Congresso, conchiudeva il valoroso giornale; ma la storia ci dirà che cosa vi si preparasse, e quali eventi vi si maturassero.»

Il Pensiero Cattolico e il Congresso di Palermo

Come corollario alle surriferite cose rechiamo quel che scriveva nel medesimo tempo l'ottimo Pensiero Cattolico di Genova, e che dichiara meglio le nostre idee. Nel suo numero 21 del 17 Agosto 1875, in un articolo intitolato, Il Congresso dei sedicenti scienziati a Palermo, diceva: «Chiamiamo con questo nome l'adunanza che si prepara, perché, a quanto pare, di veri scienziati pochi vi si recheranno. Invece, come già annunziano con aria di compiacenza i fogli liberaleschi, interverranno al Congresso, ira gli altri eretici ed increduli, l'apostata De Sanctis e il bestemmiatore famoso della Divinità di Gesù Cristo, Ernesto Rénan. E specialmente, quanto a quest'ultimo, la Gazzetta di Palermo invita i giovani di quella Università a fargli festa» come un omaggio


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all'eminente individualità del razionalismo moderno.» In altri tempi i giovani di qualsiasi Università d'Italia avrebbero protestato contro l'invito, il quale è un vero insulto alla Religione Cattolica; ma nei tempi che corrono avverrà purtroppo il contrario. Se essi credessero almeno quanto credeva il protestante Guizot, rimanderebbero al Direttore della Gazzetta di Palermo il foglio contenente l'invito, scrivendovi sopra, insulto, come lo stesso Guizot rimandava all'empio bestemmiatore il suo, scrivendovi sopra, oltraggio» (1).

Da sua parte il Precursore di Palermo recava un'altra bella notizia, ed è, che in occasione del Congresso sarebbero spedite in quella città un buon numero di copie delle opere più empie e condannate dalla Sacra Congregazione dell'Indice, tra le quali: Straus Federico: Vita di Gesù, trad. E. Littré. Bianchi Giovini Aurelio: Critica degli Evangelii. Franchi Ausonio: La Religione del secolo XIX. Frbrel: Lettere ad Eugenia. Volnev: Le Ruine. Buchner: Forza e materia. Viardot: La science et la conscience. Morinbn A. S: Examen du Christianisme. Fenerbach: La morte e l'immortalità. Evvbrbek: Qu'est ce que la Religion. Dupuis: De l'origine de tous les cultes. Molbschot Iac: La circulation de la vie. Stepanoni: Storia della superstizione. Buchner: Scienza e natura. Morin A. S: L'esprit de l'Eglise. Franchi Ausonio: Razionalismo del popolo. - Con tali elementi si apparecchiava nel Congresso palermitano l'ultimo stadio della Rivoluzione italiana, vale a dire, la Repubblica sociale, e la distruzione del Cristianesimo.

Discorso del Sindaco di Roma, al Congresso degli scienziati del 1873

«De resto, il Congresso tenutosi a Roma nel 1873 dichiarava in modo solenne l'importanza e lo scopo di tali adunanze e la gratitudine che loro professa la rivoluzione trionfante. Il discorso del Sindaco di Roma, Luigi Pianciani, lo diceva apertamente, e noi lo rechiamo quale documento, togliendolo dagli Atti del medesimo Congresso.

Signori,

«Trovandomi al cospetto vostro in questa sala, o signori del Congresso scientifico, io aveva sentito il dovere di darvi il benvenuto; ma dopo le troppe lusinghiere parole pronunziate dal nostro presidente, io sento di più quello di farvi delle scuse: le scuse io vi faccio in nome della città di Roma, che ho l'onore di rappresentare. Roma avrebbe voluto ben altrimenti onorare coloro che qui

(1) La succitata Gazzetta chiama il Rènan l'eminente individualità del razionalismo moderno; ma un foglio razionalista francese, il Siécle, affibbiò al Rénan stesso per l'opera suddetta «mancanza di criterio ed oscurità di mente».

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rappresentano la scienza italiana; però le dubbiezze sull'epoca nella quale il Congresso si sarebbe aperto han fatto sì, che essa non abbia potuto fare quanto avrebbe desiderato; dirò di più, quanto avrebbe dovuto. Però un pensiero mi conforta; qualunque fosse stata la lieta accoglienza che noi avessimo potuto preparare, questa non avrebbe mai nulla aggiunto a quella profonda, immensa soddisfazione che ciascuno di voi deve sentire nell'animo suo trovandosi in Roma, nel Campidoglio; giacché voi, o signori, dovete riflettere che sedete oggi dove si chiuse la chiave di volta di quell'edifizio, del quale voi gettaste le prime fondamenta. Si, o signori, a me piace di riconoscerlo qui in Roma, nella città mia, grandissima parte del risorgimento italiano è dovuto a voi; giacché ha cominciato il nostro movimento col Congresso scientifico che ebbe luogo in Pisa nel 1839. Era appunto quell'epoca nella quale si diceva di noi essere l'Italia una terra di morti, e lo straniero, che non poteva fermarsi se non che all'apparenza, aveva in qualche modo ragione. L'Italia era ridotta un cimitero, gli uomini più patriottici diffidavano quasi dell'avvenire della patria, giacché i più operosi compiangevano i tempi che li avevano condannati a nulla poter operare. Ebbene, foste voi che suonaste la tromba in quel cimitero e provaste che gli Italiani non erano morti, ma erano vivi sepolti! Voi, facendo conoscere come vivesse la scienza in Italia, rivendicaste l'onore del nostro paese verso gli stranieri; voi, mostrando agli italiani come dovesse usarsi la vita, li svegliaste da quel torpore, nel quale le secolari male signorie li avevano addormentati. Gli Italiani impararono da voi che quei popoli, i quali, rispettando gli altrui diritti ed uniformandosi alle disposizioni delle leggi, non permettono che i proprii diritti siano conculcati, sono sempre i più forti, e contro qualunque autorità che, basandosi sull'arbitrio, abbia la violenza a sostegno. Gl'italiani impararono questo, e ben lo impararono. Al Congresso di Venezia del 1847 risposero le giornate di Milano del 48, e quell'eroico movimento che può chiamarsi la stupenda aurora del risorgimento italiano, nel 1848 e 49. Dopo quell'epoca, o signori, quando l'Italia ricadde sotto gli antichi padroni, quella scienza, che li aveva fatti tremare da principio, ebbe in loro così potenti nemici da non permettere neppure il parlarne. I Congressi si resero impossibili; e fu soltanto dopo che il Principe generoso, che noi abbiamo la fortuna di avere a capo della nazione, ebbe riscattato il paese dal giogo straniero, che la scienza poté ancora rivivere, e lo disse splendidamente il Congresso di Siena, del 1862, il cui primo dettato fu che il nuovo Congresso avrebbe dovuto riunirsi a Roma.

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«Questa coraggiosa risoluzione, sostenuta energicamente nel piccolo Congresso, che così potrebbe chiamarsi quello che ebbe luogo poco dopo a Firenze, fu la sanzione del sentimento popolare espresso colle fatidiche parole di un gran cittadino, nelle quali i destini della nazione venivano indissolubilmente congiunti a quelli di Roma. Quelle parole, che il popolo aveva ripetuto, e che la scienza avea consagrate, furono raccolte nell'animo generoso del Principe, che il riscatto d'Italia, incominciato a Palestro, compieva alle mura di Porta Pia. Per coseguenza, o signori, l'Italia a voi deve, e deve moltissimo; e sia permesso a chi ha l'onore di rappresentare la sua capitale di ringraziarvi in nome di tutti i suoi concittadini.

«Ed io tanto più ve ne ringrazio, in quanto che, riflettendo alle parole eloquentissime che il Ministro della pubblica Istruzione pronunciava poco anzi, ricordo che due grandezze ebbe Roma, dovute l'una alla forza, all'autorità l'altra; oggi una terza ne aspetta, che sia dovuta alla libertà. Ma questa grandezza dalla libertà non può certamente attuarsi senza il concorso della scienza.

«È la scienza che deve togliere gli ostacoli che si frappongono allo sviluppo della libertà: è la scienza che deve consolidare le sue basi, ed assicurarne i risultamenti; senza di essa, la libertà perisce o degenera in anarchia; con essa si chiama progresso, verità, giustizia (Applausi).

«Intanto voi, o signori, che avete saputo vincere gli ostacoli a cui io accennava nel principio del mio discorso, quando tutti i governi temevano di voi, quantunque in apparenza vi festeggiassero, (dacché io ben ricordo di aver visto cacciar dai poliziotti gli scienziati festeggiati poc'anzi al Congresso di Venezia), (1) voi oggi, invece, siete qui amorevolmente accolti dal governo italiano, che si applaude dell'opera vostra, perché da voi spera un sussidio a meglio governare il paese.

«Questa immensa differenza tra il passato ed il presente valga

(1) II Governo austriaco si avvide tardi di quel che si trattava in realtà nei Congressi degli scienziati, e fece condurre al confine dalla sua gendarmeria più d'uno di quei pretesi sapienti. Il famoso Luciano Bonaparte, più noto sotto il titolo di Principe di Canino, nel congedarsi dai suoi colleghi, esclamava queste testuali parole: Abbiamo fatto la novena, a quest'altro anno la festa!» e gli avvenimenti del 1848 ne giustificavano la predizione. L'istesso agitatore, giunto al confine, nel ringraziare il capo della pubblica forza, che gli aveva tenuto buona compagnia in quell'involontario viaggio, trasse dal portafogli una coccarda tricolore, gliela porse, dicendo: «la conservasse per l'anno venturo, e gli renderebbe buon servigio».

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sempre meglio ad animarvi per coadiuvare nell'avvenire allo sviluppo delle nostre istituzioni.

«La scienza riunita, direi quasi un fiume potente, ha superato gli ostacoli. E oggi si trova dinanzi ad una larga pianura che deve fertilizzare, sia procedendo unita come in passato; sia dividendosi in ruscelli, a moltiplicare la sua azione fecondatrice, di che tanto è inteso il bisogno. La scelta è a voi, e nella vostra sapienza io confido; ma qualunque sia quello che voi vorrete fare, io son certo che, grazie all'opera nostra, noi sorgeremo e non saremo fra poco secondi a nessuno in questa che, secondo me, è la prima forza del mondo.

«Ciò spero, e ringraziandovi intanto per quanto vorrete fare qui fra le nostre mura in vantaggio del paese comune, permettetemi di assicurarvi, che mai cesserà nella mente dei Romani la riconoscenza per l'onore che avete voluto accordarci, inaugurando qui FXI Congresso».

Il Conte della Mar-gherita e i Congressi

Lasciamo da parte in qual modo il Sindaco, Luigi Pianciani, tesoriere della frammassoneria italiana, e garibaldino emerito, rappresenti la città di Roma e il suo popolo cattolico; lasciamo ancora la riconoscenza, che nessuno dei veri Romani sente di certo per codesti scienziati cospiratori, il discorso dell'antico rivoluzionario è una prova luculenta dello scopo e degli intendimenti dei Congressi degli scienziati italiani. Il celebre Conte Solaro della Margherita li conobbe fin da principio; e nel suo stupendo Memorandum consacrò loro una pagina, che vale per il più grave dei documenti, e la rechiamo testualmente:

«In quest'anno (1839) ebbe pure luogo il primo Congresso degli scienziati Italiani in Pisa, ivi incominciò a ordirsi la tela, le cui trame eran di lunga mano preparate: lo svolgerla si lasciava al tempo. Io avversai fin d'allora queste congreghe, tanto applaudite, poiché non me ne occultai lo scopo; ma tutti i Sovrani d'Italia, un dopo l'altro, ad eccezione di Gregorio XVI, furono colti all'amo. Carlo Luciano Bonaparte ne era il primo promotore; lavorava pel conto suo, né s'avvedeva altro non essere che lo strumento delle sètte. Sembrava un odio al progresso delle scienze e delle arti l'antivedimento di coloro che dicevano, scienze ed arti non essere che il pretesto apparente; il vero fine, la rivoluzione italiana. Di scienze e di arti si parlò in pubblico, ma in privato si vedevano i corifei delle varie fazioni liberali della Penisola per trattar d'affari di ben altra importanza. Si conobbero personalmente, s'affratellarono, strinsero amicizia, stabilirono corrispondenze, si confermarono le speranze,

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si prepararono a travagliar concordi per essere tutti uniti dalle Alpi al Faro pel gran giorno del sospirato risorgimento: Né tanto si celavano che fosse scusabile chi spensieratamente applaudiva a quelle congreghe stupende, e i Sovrani d'Italia tutti, eccettuato Gregorio XVI, le accolsero. O coeci Reges, qui rem non cernitis istam! era il caso d'esclamare dopo la lettura d'uno scritto che si stampò in Lugano sul Congresso di Pisa, che tutta ne svelava la tendenza. Io ben sapeva che inevitabilmente Torino avrebbe la stupenda ventura di vedere gli scienziati che il volgo, ignaro di tanto nome, chiamava comunemente gl'insensati; lo sapeva, pur non tacqui, come era mio dovere. Io non doveva supporre ciò che non era più un mistero, che già si soffiava con mille mantici il fuoco; ma le stesse cose si dicevano in Napoli al Re Ferdinando, in Firenze al Gran Duca. Ognun d'essi esser doveva il futuro campione d'Italia, e io lo ripeteva fermamente al Re; mi sorrideva, e mi tollerava. Credo che in questa circostanza si offuscò l'animo suo a mio riguardo, ma non indietreggiai: togliermi poteva l'ufficio, noi fece; farmi cambiare non mai, né lo tentò.

«Vaticinavano gli uomini più assennati le conseguenze onde sarebbero fertili quelle riunioni, e io confermava i detti loro, ma indarno, e non creduto, come non fu creduta dai Troiani la figlia di Priamo nel dì che precedeva il grande eccidio:

Tunc etiam fatis aperit Cassandra futuris

Ora, Dei iussu, non unquam credita Teucris.»

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IV.

Le Società Segrete.

Ci siamo fermati alquanto distesamente sui Congressi degli Scienziati, come quelli che furono una delle espressioni più gravi e solenni dell'azione settaria, sotto l'egida del governo piemontese; ma molti altri mezzi e scaltri e potenti impiegò quel governo a raggiungere l'ambito scopo dell'egemonia d'Italia, credendo potersi valere, a solo suo vantaggio, e come semplice istrumento, delle sètte segrete, alle quali perciò l'istesso Carlo Alberto non aveva esitato di ascriversi. Ma era invece il governo piemontese quello che le sètte avevano fatto istrumento del loro disegno anticristiano, servendosi d'un governo e d'un Re, tenuti in conto di sommamente cattolici, e che, come tali, godevano di tutto il favore della S. Sede, per distruggere la S. Sede istessa. Questo diciamo di Re Carlo Alberto e del suo governo, che per verità, finché ebbe a Ministri i della Margherita, i della Torre, i Brignole Sale ed altri simiglianti personaggi, merito la buona fama di che godeva; ma, ad onta loro, v'era il Villamarina, fido sorvegliatore della frammassoneria, che mai riuscirono quegli uomini devoti alla Monarchia a distaccare dal fianco del Monarca, finché questi non fu condotto a Novara, e da Novara ad Oporto, per finire i suoi giorni in terra straniera.

Villamarina era l'anello che legava la dinastia sabauda alla rivoluzione, la quale, portandola in trionfo, anche in mezzo a sconfitte, l'ebbe quinci innanzi per sua serva, finché, sotto le ali dello astuto Cavour, si fu data anima e corpo in balia di chi aveva a supremo scopo il rovesciamento d'ogni trono, la distruzione d'ogni culto. E così per una strana fatalità, che altri chiamerebbe caso, mentre Carlo Alberto si faceva settario, per avere il trono, ne scavava con le sue mani le fondamenta, per perderlo egli stesso e lasciarlo barcollante ai suoi successori.

Gli apologisti della cospirazione piemontese, che altro non fu in sostanza la nuova invasione d'Italia, attribuiscono al famoso Conte Camillo Benso di Cavour il gran fatto dell'Unità italiana; giova però ricordare, che già molto prima di lui i gran mastri della Frammassoneria in generale, e dei Carbonari e della Giovane Italia in particolare, ad altro non miravano che alla distruzione dei varii Stati italiani, a fine di fonderli nello stampo di una Repubblica libera

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e indipendente da ogni legge cristiana; al quale scopo appunto tendevano le rivoluzioni che dal 1817 fino al 1843 si vennero a mano a mano producendo (1).

Codesti moti presero varie forme, secondo i luoghi e i governi contro i quali si facevano; finché all'epoca del 184647, divenuti europei, la rivoluzione, a meglio mascherarsi ed ingannare i semplici, spiegò il vessillo delle Nazionalità. Le aspirazioni nazionali facevano infatti grande sfoggio di sé nella guerra del 1848, e da quel momento la Nazionalità fu sempre il pretesto legalizzato d'ogni conflitto guerresco, come d'ogni insurrezione.

La Nazionalità nell'anarchia che ne seguì, chiamata èra novella, fu quindi la maschera d'ogni mena faziosa dei distruggitori dell'ordine morale e civile; la Nazionalità è il grido della rivoluzione universale contro Dio e contro il suo Cristo. Ma di tale cospirazione inaudita è d'uopo ricercare le cause, né ci è possibile di farlo senza dire qualche cosa delle sètte segrete.

Le società segrete, checché ne dicano coloro che le conoscono troppo per occultarne il vero scopo, e coloro che le conoscono poco, perché non se ne occupano per amore di vita beata e tranquilla, sono la vera chiesa di Satanasso, contrapposta alla Chiesa di Dio: essa ha i suoi apostoli, i suoi martiri, i suoi santi, il suo culto, i suoi riti, i suoi Ordini religiosi.

Per l'appunto così: mi servo di questi nomi venerandi, e chiedo venia al cristiano lettore; ma non saprei altrimenti esprimere il mio pensiero. Come la Chiesa di Dio ha varii Ordini religiosi, secondo l'indole, il genio, la capacità, la vocazione degli individui; così egualmente la chiesa di Satanasso ha la Frammassoneria, il Carbonarismo, la Giovane Italia, la Giovane Europa, il Socialismo, il Nichilismo, l'Internazionalismo, e cento altre, che sarebbe di tedio il noverare, e inutile per il nostro scopo. L'importante per noi è di sapere, come è provato da cento documenti, e dai recenti lavori della Civiltà Cattolica e di altri autorevoli scrittori contemporanei, che dalla Frammassoneria sorse il Carbonarismo e dal Carbonarismo la Giovane Italia, immediata fattrice della presente rivoluzione italiana (2).

(1) Vedi le Memorie di Mariotti sui Carbonari, e Iohn Murray: Memoirs of thèsecret societes of the South of Italy, London 1821.

(2) É inutile il dichiarare, ciò che il lettore intelligente di leggieri comprende,che noi non intendiamo fare un fascio di tutti indistintamente gli addetti alle logge massoniche: abbiamo detto che ve n'è per tutti i gusti e per tutte le indoli, e certamente pochi sono quelli che sono veramente ammessi a conoscere le segrete cose della setta diabolica; per essa anzi è cosa di supremo interesse che

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Noi, prima di procedere innanzi, a meglio comprendere le gravi cose che, coll'aiuto del Signore, avremo a narrare, diremo alquanto lungamente di questa setta, e prima del suo grande profeta e legislatore, Giuseppe Mazzini.

Giuseppe Mazzini, avvocato genovese, fondava la cosìdetta Giovine Italia; ma in far ciò non ebbe il merito della invenzione, avendo copiato il disegno dei Carbonari; e mentre ne semplificava il rito di ammissione per gli adepti, ne conservava però gelosamente le massime sovversive e sanguinarie (1). Il primo articolo del suo catechismo infatti stabilisce: «La società è costituita per distruggere completamente tutti i Governi della Penisola, e per formarne un solo Stato sotto la forma repubblicana». Con ciò non si dichiara solamente la guerra ai Governi assoluti; ma molto più a quelli ordinati a forma costituzionale, dei quali, come si afferma all'articolo 2°, i vizii sono anche maggiori che nelle monarchie temperate. Verità preziosa sfuggita al famoso agitatore. Ma di ciò diremo in seguito.

Nato in Genova nell'anno 1805 da un padre repubblicano, Giuseppe Mazzini, ispiratosi sin dai suoi primi anni a' sentimenti paterni ed all'entusiasmo folle de' periodici libertini, non che alla cupa ira desolatrice disperata delle ultime lettere di Iacopo Ortis, addivenne il vero misantropo; la madre più volte temette pel suicidio del figlio. Strinse amicizia coi fratelli Ruffini, e con essi cominciò, giovane ancora, a cospirare. Ambizioso dominava quei pochi giovani che insieme coi Ruffini aveva con le sue seduzioni stretti alla sua amicizia, ed i primi suoi scritti, pubblicati nell'Indicatore Livornese, nel 1827, destarono fondato sospetto al Governo, talché fu necessario sopprimere quel giornale. Un suo compagno, di cognome Torre, gli propose di aggregarsi alla Carboneria, come egli vi era ascritto, e Mazzini vi diede il nome volentieri,

molti dabben uomini, ed anche personaggi importanti, ma non di molto senno, conoscano della setta il solo orpello. Il perché anche ai nostri giorni, in cui l'opera massonica è ormai al suo colmo, si osa dire e sostenere, che la setta è pur la più innocua cosa del mondo, e solo tendente allo svolgimento dello spirito e del ben sociale. Di fatti un personaggio cattolico, di un regno protestante dell'ultimo Nord, venuto in Roma con la sua Sovrana, qualche anno addietro, ci affermava che in quelle contrade non si sa concepire un uomo, di spirito e di talento, che non sia frammassone. Anche in Inghilterra, dove pure la setta ha forse Bua sede principale, ò pressoché generale tale opinione sul suo riguardo. Vediamo quindi pubblici frammassoni, dichiarati tali nelle pubbliche effemeridi, essere accreditati presso le più schiette Corti cattoliche, e ricevere, a preferenza di molti altri, le finezze della più scelta società di cattolicissimi paesi.

(1) Vedi l'opera inglese ltaly past and present. vol. II. pag. 18.

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iniziatovi da Raimondo Doria. Fondò quindi in Livorno una Vendita, cioè un'adunanza di Carbonari. Aveva amicizia già con Guerrazzi, e qui lo incontrò mentre scriveva L'Assedio di Firenze, e conobbe Tini e Montepulciano; deputato ad iniziare in secondo grado della Carboneria il maggior Cottin, si portò all'albergo del Lion rouge; ma, visto dalla polizia, e tradito dal medesimo iniziato, fu messo in carcere, e dal carcere passò all'esilio. Stando in Ginevra e trattenendosi nel circolo di lettura, che insieme era un clvib politico, fu invitato di recarsi al caffè della Fenice in Lione, dove si arruolavano i volontarii che dovevano scendere nel Piemonte: egli accorse, si arruolò; ma il Governo francese proibì la spedizione, la quale perciò non ebbe luogo.

Sul principio dell'anno 1832, in Marsiglia, unito ai suoi amici esuli, fondò la setta della Giovane Italia. Il suo motto e l'impronta del suo suggello era il seguente,-ora e sempre - Concorsero a questa setta tutti i Carbonari d'Italia; dopo un anno di vita già aveva stabiliti comitati in Genova, in Livorno, in Milano, in Toscana e nelle Romagne. La Giovane Italia aveva per suo organo un giornale che portava lo stesso titolo; formavano la classe letterata e manuale del periodico, Mazzini, la Cecilia, Ausiglio, G. B. Rufflni ed altri pochi. Si mettevano i fascicoli in barili di pietra pomice o nel centro di botti di pece, e si dirigevano ad un negoziante, al quale doveano presentarsi gli affiliati ed associati. Garibaldi, all'età di ventisei anni, tornando dall'Oriente, sbarcò a Marsiglia; e, mediante un certo Cavi, conobbe Mazzini, e fu affiliato alla setta col soprannome di Borel.

La Giovane Italia, la Giovane Europa e l'Unità italiana

La Giovane Italia ebbe per affiliata nel 1850 la Società dell'Unità italiana. Essa nell'articolo 1° delle sue istruzioni dichiara essere la medesima che la Carboneria e la Giovane Italia. Il 15 Aprile dell'anno 1834, a Berna, per opera di Mazzini, Louis Blanc, Ledru Rollin ed altri s'istituì la Giovane Europa, divisa in tanti rami quante sono le principali nazioni europee. Noi in un solo aspetto ed in una medesima categoria riguardiamo i fatti d'ambo le sètte aventi a scopo la così detta libertà.

Negli Statuti massonici però non vi è nemmen per ombra questa libertà; il Grande-Oriente è despota: «Le Logge debbono dipendere dal Grande-Oriente, per tutto ciò che è prescritto dai particolari Statuti di questo e da quelli dell'Oriente in generale» (Art. 12 degli statuti) - «Ogni loggia di liberi muratori ed ogni Capitolo di qualunque rito, dee dimandare gli analoghi rituali (cahiers) e le particolari discipline al Grande-Oriente, che dee provvedere ai bisogni di tutte le officine simboliche o capitolari (Art. 13). - Anzi vi sono in ogni loggia alcuni socii che si distinguono

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dagli altri col titolo di sodi liberi, il che mostra esservi altri socii non liberi, che stanno continuamente, e nella loggia e fuori di essa, sotto la sorveglianza del Sopravigilante. Il giuramento che danno gli alti dignitarii di ciascuna loggia al Venerabile, la cui persona, secondo gli Statuti, è sacra e inviolabile, ed è proibito censurarne gli atti, è il seguente: - giuro sommessione, ubbidienza e fedeltà al Venerabile. - Quello del Massone suona così: giuro di non mancare al mio dovere verso la rispettabile Loggia, giuro sommessione, fedeltà ed ubbedienza al Venerabile ed ai Sorveglianti. (Art. 301 e 302) (1).

Il giuramento poi che si presta dagli adepti della Giovane Italia è questo: «Io N. N., credente nella missione commessa da Dio all'Italia, e nel dovere che ogni uomo nato italiano ha di contribuire al suo adempimento, convinto che dove Dio ha voluto fosse nazione esistono forze necessarie a crearla - che il popolo è depositario di quelle forze, - che nel dirigerle pel popolo e col popolo sta il segreto della vittoria; convinto che la virtù sta nell'azione e nel sacrifizio, che la potenza sta nell'unione e nella costanza della volontà; dò il mio nome alla Giovane Italia: e credente nella stessa fede, giuro di consacrarmi tutto e per sempre a costituire l'Italia in nazione Una, Indipendente, Libera, Repubblicana di uniformarmi alle istruzioni che mi verranno trasmesse nello spirito della Giovane Italia da chi rappresenta con me l'unione dei fratelli, e di conservarne, anche a prezzo della vita, inviolabili i segreti, di soccorrere coll'opera e col consiglio a' miei fratelli nell'associazione, ora e sempre: così giuro, invocando sulla mia testa l'ira di Dio e l'abominio degli uomini e l'infamia dello spergiuro, se tradissi».

Il Venerabile

Ora cade qui a proposito mostrare la rassomiglianza, ossia identità del dispotismo settario tra la Massoneria e la Giovane Italia. Citiamone a verbo alcuni Statuti per andare sicuri del fatto nostro. Eccoli:

Art. 57 e 58. «La persona del Venerabile è inviolabile, e sacra ne è l'autorità. Niuno può mai censurarlo, senza esporsi alla disapprovazione di tutto l'ordine. Un Fratello che non concorra nel di lui sentimento, dee far le sue osservazioni con la maggior decenza e saviezza possibile. Il Venerabile ha facoltà di far coprire il Tempio a qualsivoglia Fratello della Loggia, ed anche ad un visitatore, quando ne abbia ragionevole motivo.

Art. 526. Il Supremo Tribunale impedisce tutte le Logge

Attribuzioni

(1) Vedi Memoria storica sulla società de FF. Liberi Muratori, pubblicata dal Ven. Angherà nel 1864 pag. 187.

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speciali del Supremo Tribunale dei 51

bastarde e irregolari, dalla tolleranza delle quali derivano tutti i disordini e le corruzioni del grande Istituto; ma un grande Ispettore del ' inquisitore non può di sua propria autorità far altro, che richieder la sospensione de' lavori del giorno in una Officina, ch'egli ritrovi irregolare, o in preda a grandi disordini, al che non si può fare ostacolo. Egli è però nel dovere di renderne sollecitamente informato il Supremo Tribunale. - Art. 528. Può esservi in ciascun capoluogo di Provincia un Supremo Tribunale del 31° in corrispondenza col Grande-Oriente, e sotto la dipendenza del sublime Concistoro del 32°.

Legislazione e governo dell'ordine

Art. 529. L'Ordine dei Liberi Muratori è indistruttibile, perché forte; è forte perché unito; è unito perché la patria dei liberi muratori è il mondo; i loro compatrioti sono tutti gli uomini virtuosi) ed i loro principii sono le voci della natura. Ciò fu, è e sarà il felice risultato di una perfetta uniformità di legislazione e di governo. Quindi ogni variazione, a cui non concorra il voto legalmente espresso di tutta intera la grande famiglia massonica sparsa sulla superficie della terra, é un attentato alla stabilità, alla sicurezza, ed alla prosperità di tutto l'Ordine.

Art. 530. La legislazione massonica scozzese emana dalla gran dieta generale dell'Ordine, la di cui sede originaria è fissata a perpetuità nell'Oriente di Edimburg. Quivi hanno voce i legittimi rappresentanti della Massoneria scozzese di ciascuna nazione del mondo politico.

Costituzione dei Grandi Orienti

Art. 535. Per la osservanza degli Statuti generali dell'Ordine orienti. può e deve esistere presso ciascuna nazione, ov'è Massoneria regolare, un Corpo direttore investito di alti poteri. Desso assume il titolo generalmente adottato di Grande-Oriente, il quale consiste nell'aggregato dei legittimi rappresentanti delle Officine nazionali, giusta gli articoli 244 e 250.

Art. 536. I Grandi Orienti, per l'uso legale delle loro attribuizioni statutarie, e pel di loro interno regime, adottano quei regolamenti che meglio loro convengono, ed i quali si denominano Costituzioni.

Art. 537. Le attribuzioni statutarie di un Grande Oriente sono legislative o esecutive. Le prime si esercitano in grande Assemblea, le altre in Sezioni appositamente destinate.

Art. 538. Le attribuzioni legislative si limitano a supplire a tutte le oscurità o mancanze che s'incontrano negli Statuti generali dell'Ordine, purché tanto le interpretazioni, quanto le disposizioni supplementarie di legge, nei casi imprevisti, siano conformi ai principii della Massoneria scozzese, ed allo spirito degli Statuti generali della medesima.

Art. 539. Le attribuzioni esecutive riguardano la esatta osservanza degli Statuti generali, sotto i rapporti scientifici, liturgici, disciplinari ed amministrativi dei gradi.

Art. 540. Un Grande Oriente scozzese si divide in quattro Sezioni principali; le prime tre riguardano propriamente la parte scientifica, liturgica e disciplinare dei gradi, e sono: la Grande Loggia simbolica,

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il Sovrano Capitolo generale, ed il Supremo Consiglio dei 33, così unito, che distinto in altro Consiglio: la quarta col titolo di Gran Loggia di amministrazione, è incaricata esclusivamente del ramo finanziario del Grande Oriente e della corrispondenza con tutta la Massoneria nazionale e straniera.

Art. 541. Le costituzioni del Grande Oriente, essendo non leggi, ma regolamenti per la esecuzione delle leggi, si limitano ad abbracciare i seguenti oggetti, cioè: la composizione personale dell'Assemblea generale, e di ciascuna delle sue quattro Sezioni; la tenuta degli archivi, dei bolli e sugelli, e dei registri; la inaugurazione formale delle madri-Logge provinciali, e delle Logge e dei Capitoli, così nell'interno dello Stato che presso l'estero, ove non esistono Grandi Orienti riconosciuti; l'aggregazione di Logge e di Capitoli nazionali già costituiti da Grandi Orienti stranieri, le dimissioni e i certificati di servizio, i certificati e brevi o diplomi di ogni grado; gli atti di beneficenza; le misure per obbligare i Dignitarii ed Ufficiali ad intervenire assiduamente ai lavori delle rispettive Sezioni; l'approvazione o il rifiuto dei rappresentanti delle Officine simboliche o capitolari; il locale ed i giorni di unione del Grande Oriente, così in Assemblea generale che in ciascuna delle sue Sezioni, il corso ordinario dei suoi diversi lavori, le occorrenti deputazioni e commissioni; la parola di semestre; l'ammissione dei visitatori nazionali o esteri; le quote annuali delle Officine in corrispondenza; il prezzo delle patenti costituzionali, dei rituali approvati, delle lettere capitolari e dei certificati e brevi o diplomi; la polizia del locale; la facoltà punitiva, così in prima istanza che in grado di appello, giusta gli Statuti generali; la fissazione delle pene di sua esclusiva competenza, giusta gli art. 458, 459; la comunione tra i Massoni professanti diverso rito; le misure per impedire o abbattere lo scisma; le sue corrispondenze periodiche e straordinarie; e la buona amministrazione dei suoi fondi, ecc.

Art. 542. Per questi ultimi oggetti di amministrazione e di corrispondenza, la Gran Loggia di Amministrazione è particolarmente incaricata di ricevere tutte le lettere e memorie dirette.al Grande Oriente riunito, o alle sue diverse Sezioni, con farne le rispettive trasmissioni; di spedire, previo incasso dei prezzi, le patenti costituzionali, le lettere capitolari, i rituali, i certificati e brevi o diplomi sottoscritti e sugellati dalla Sezione cui spetti; trasmettere le proprie deliberazioni regolarmente, in materie esecutive di finanza, alle officine simboliche o capitolari in corrispondenza; regolare la tenuta del tesoro, i modi ai percezione, la giustificazione degli esiti, il libero impiego dei fondi, sino ad una determinata somma, non che i conti da rendersi dal Tesoriere e dall'Economo; conservare il gran libro d'oro, (nel senso del libro della sapienza di cui si è fatto motto nell'articolo 124) ed il gran libro rosso e del registro di disciplina per gli usi e con le norme indicate negli articoli 483 e 486; preparare tutti gli affari di finanza,

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di corrispondenza o altri che interessino tutto l'Ordine, ovvero tutta la Massoneria nazionale, ed i quali debbonsi perciò sottoporre all'esame del Grande Oriente in Assemblea generale; far la spedizione dei plichi che il Grande Oriente dirigga ai Grandi Orienti ed alle Logge regolari all'estero; mantenere, anche direttamente, ogni altra corrispondenza necessaria o utile alla sicurezza, ed alla prosperità dell'Ordine, ecc.

Art. 543. Il Grande Oriente, così riunito in Assemblea generale, che figurato in ciascuna delle sue Sezioni, eseguisce i suoi lavori sotto gli auspicii del santo protettore dell'Ordine.

Art. 544. Il Supremo Consiglio dei 33, quantunque formi parte integrante del Grande Oriente scozzese, e tutti i membri dei suoi varii consigli, tribunali e concistori, vi abbiano di diritto voci deliberative; pure in ciò che è relativo ad iniziazioni, a gradi superiori al 18°, al regime di tali gradi, ed alle funzioni dei suoi consigli, tribunali e concistori, sotto i varii rapporti scientifici, liturgici, disciplinari ed amministrativi, si regola coi suoi proprii rituali e regolamenti interni.

Art. 545. Tutti gli altri dignitarii e grandi ufficiali del Grande Oriente riuniti, e di ciascuna delle sue Sezioni, sono triennali.

Art. 546. Il Gran Commendatore ad vitam è il presidente nato e perpetuo cosi del Supremo Consiglio del 33°, che di tutto il Grande Oriente. Egli può farsi rappresentare da un Luogotenente o aggiunto».

Ordinamento della Giovane Italia

Non dissimile è la Setta della Giovine Italia, come appare dal suo ordinamento, che qui riportiamo.

«La Giovane Italia ha una Congrega centrale;

«Una Congrega provinciale per ogni Provincia italiana composta di tre membri;

«Un Ordinatore per ogni città;

«Federati propagatori;

«Federati semplici.

«La Congrega centrale elegge le Congreghe provinciali, trasmette le istruzioni generali, crea e mantiene l'accordo fra le Congreghe provinciali, comunica i segnali di riconoscimento necessarii alle Congreghe, provvede alla stampa e alla sua diffusione, forma un disegno generale d'operazioni, riassume i lavori dell'associazione, accentra, non tiranneggia.

«Ogni Congrega provinciale tiene la somma delle cose della provincia che le è affidata e dirige i lavori; crea i segnali per gli affratellati della provincia; trasmette le istruzioni della centrale, inviando ad essa di mese in mese relazione dei progressi dell'associazione nella Provincia, dei mezzi materiali raccolti, delle condizioni dell'opinione nelle diverse località; osserva i bisogni e ne trasmette l'espressione alla centrale.

«L'Ordinatore in ogni città, scelto dalla Congregazione provinciale, riassume i lavori della città e ne trasmette il quadro di mese in mese alla Congregazione provinciale. Gli elementi della sua corrispondenza con quella sono a un dipresso gli stessi, dei


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quali si compone la corrispondenza della Congrega provinciale colla centrale.

«I Propagatori vengono eletti dall'Ordinatore e dalla provinciale fra gli uomini che hanno cuore e mente: iniziano i semplici affratellati, e li dirigono secondo le loro istruzioni. Corrispondono ciascuno coll'Ordinatore delle loro città, e gli elementi della loro corrispondenza sono a un dipresso gli stessi che formano corrispondenza dell'Ordinatore colla provinciale. Trasmettono di mese in mese all'Ordinatore il quadro del loro lavoro e comunicano ai loro subalterni le istruzioni che da lui ricevono.

«I semplici affratellati scelti dai Propagatori fra gli uomini che hanno cuore, ma non mente bastevole a scegliere gl'individui idonei, dipendono dal loro Propagatore, a lui comunicano informazioni, osservazioni, conoscenze, diffondono i principii della Giovane Italia, e aspettano la chiamata.

«Ogni affratellato ha un nome di guerra.

«L'Associazione deve diffondersi, per ciò segnatamente che riguarda le classi popolari, nella gioventù, negli uomini che hanno succhiato le aspirazioni del secolo.

«Gli affratellati devono, possibilmente, provvedersi di un fucile e di cinquanta cartucce. A quei che non possono provvederanno le Congreghe provinciali.

«Gli affratellati versano all'atto dell'iniziazione una contribuzione che continuerà mensilmente, quando noi vieti la loro condizione. L'ammontare delle contribuzioni, trasmesso di mano in mano, sino alla Congrega provinciale, sarà consecrato ai bisogni dell'Associazione nella Provincia, salva una quota serbata alla centrale per viaggiatori, stampe, compra d'armi ecc.

«Determinazione di contribuzione e di riparto, esenzioni, forme d'iniziazione, e tutte disposizioni d'ordine secondario, si lasciano alle Congreghe provinciali. La centrale abborre da ogni tendenza soverchiamente dominatrice, e non impone se non quel tanto che è strettamente necessario all'unita del moto e dell'accordo comune.

«L'Associazione ha due ordini di segnali: gli uni, che non giovano se non alle Congreghe provinciali, e ai viaggiatori che vanno dall'una all'altra e da esse alla centrale, e reciprocamente; e sono ideati e trasmessi dalla centrale: gli altri, che servono per gli affratellati delle Provincie, sono scelti da ciascuna Congrega provinciale, comunicati alla centrale e variati ad ogni tre mesi, più frequentemente se il bisogno lo esigga. S'anche quindi i segni di una Provincia fossero scoperti dalle polizie, le altre Provincie, avendoli diversi, rimarrebbero fuori di rischio».

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V.

Lettera Dommatica di Mazzini.

La Giovane Italia non si scompagna dalla Frammassoneria, ne ha ereditata la dottrina, che, come per i frammassoni così per i mazziniani, è domma, è morale, è culto. E qui giova recare la Lettera dommatica di Mazzini:

«Noi crediamo in Dio, Intelletto e Amore, Signore ed Educatore.

«Crediamo quindi in una legge morale sovrana, espressione del di lui Intelletto e del di lui Amore.

«Crediamo in una legge di dovere per tutti noi chiamati a intenderla e amarla, ossia incarnarla possibilmente negli atti nostri.

«Crediamo unica manifestazione di Dio visibile a noi la vita, e in essa cerchiamo gl'indizii della Legge Divina.

«Crediamo che come uno è Dio, cosi è una la Vita, una la Legge della vita a traverso la sua duplice manifestazione nell'individuo e nell'umanità collettiva.

«Crediamo nella coscienza, rivelazione della Vita, nell'individuo e nella tradizione, rivelazione della vita nella Umanità, come nei soli due mezzi che Dio ci ha dati per intendere il di lui disegno, e che quando la voce della coscienza e quella della tradizione armonizzano in una affermazione, quell'affermazione è il vero o una parte del vero.

«Crediamo che l'una e l'altra religiosamente interrogate ci rivelino che la legge della vita è Progresso; progresso indefinito in tutte le manifestazioni dell'Essere, i cui germi, inerenti alla Vita stessa, si sviluppano successivamente a traverso tutte le sue fasi.. «Crediamo che una essendo la Vita, una la sua legge, lo stesso progresso «che si compie nell'umanità collettiva, e ci è rivelato via via dalla tradizione, deve egualmente compirsi nell'individuo; e siccome il progresso indefinito, intravveduto, concepito dalla coscienza e pronunziato dalla tradizione non può verificarsi tutto nella breve esistenza terrestre dell'individuo; crediamo che si compirà altrove, e crediamo nella continuità della vita manifestata in ciascuno di noi, e della quale l'esistenza terrestre non è che un periodo.

«Crediamo che? come nell'Umanità collettiva ogni concetto di miglioramento, ogni presentimento di un più vasto e puro ideale, ogni aspirazione potente al bene, si traduce, talora dopo secoli, in realtà; così nell'individuo ogni intuizione di vero, ogni assicurazione oggi inefficace all'Ideale e al Bene, è promessa di futuro «viluppo, germe che deve svolgersi nella serie delle esistenze che

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costituiscono la vita. Crediamo che come l'umanità collettiva conquista, inoltrando e successivamente, l'intelletto del proprio passato; così l'indivìduo conquisterà, inoltrando sulla via del progresso e in proporzione all'educazione morale raggiunta, la coscienza, la memoria delle sue passate esistenze.

«Crediamo non solamente nel progresso, ma nella solidarietà degli uomini in esso; crediamo che come nell'Umanità collettiva le generazioni s'inanellano alle generazioni, e la vita dell'una promove, aiuta, fortifica quella dell'altra; cosi gl'individui s'inanellano agli individui, e la vita degli uni giova, qui e altrove, alla vita degli altri; crediamo gli affetti puri, virtuosi e costanti, promessa di comunione nell'avvenire, e vincolo invisibile e fecondo d'azione fra trapassati e viventi.

«Crediamo che il Progresso, legge di Dio, deve infallibilmente compirsi per tutti; ma crediamo che, dovendo noi conquistarne coscienza e meritarlo coll'opera nostra, il tempo e lo spazio ci sono lasciati da Dio come sfera di libertà nella quale noi possiamo, accelerandolo o indugiandolo, meritare o demeritare.

«Crediamo quindi nella libertà umana, condizione dell'umana responsabilità.

«Crediamo nell'eguaglianza umana, cioè, che a tutti son date da Dio le facoltà e le forze necessario a un eguale progresso: crediamo tutti chiamati ed eletti a compirlo in tempo diverso, a seconda dell'opera di ciascuno.

«Crediamo che quanto è contrario al Progresso, alla Libertà, all'Eguaglianza, alla Solidarietà umana è MALE, e quanto giova al loro sviluppo è BENE.

«Crediamo al dovere, per noi tutti e per ciascuno di noi, di combattere senza posa col pensiero e coll'azione il male, e di promuovere il bene: crediamo che a vincere il male e promuovere il bene in ciascun di noi, è necessario impedire il male e promuovere il bene negli altri e per gli altri; crediamo che nessuno può conquistarsi salute se non lavorando a salvare i proprii fratelli; crediamo che l'egoismo è il segno del male, il sagrificio quello della virtù.

«Crediamo l'esistenza attuale gradino alla futura, la terra il luogo di prova dove cwnbattendo il Male e promuovendo il Bene, dobbiamo meritare di salire (sic); crediamo dovere di tutti e ciascuno di lavorare a santificarla, verificando in essa quanto è possibile della legge di Dio, e desumiamo da questa fede la nostra morale.

«Crediamo che l'istinto del progresso, insito in noi fin dal cominciamento dell'umanità e fatto oggi tendenza dell'intelletto, è la sola rivelazione di Dio sugli uomini, rivelazione continua e per tutti: crediamo che in virtù di questa rivelazione, l'Umanità inoltra, d'epoca in epoca, di religione in religione, sulla via di miglioramento assegnatale; crediamo che qualunque s'arroga in oggi di concentrare in sé la rivelazione e piantarsi intermediario privilegiato fra Dio e gli uomini, bestemmia;

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crediamo santa l'autorità quando consecrata dal genio e dalla virtù, soli sacerdoti dell'avvenire, e manifestata dalla più vasta potenza di sacrificio predica il bene e, liberamente accettata guida visibilmente ad esso; ma crediamo dovere il combattere e scacciar dal mondo, come figlia della menzogna e madre di tirannidi, ogni autorità non rivestita di quei caratteri. Crediamo che Dio è Dio, e 1 Umanità è il suo Profeta.

«E questa nei sommi suoi capi la nostra fede; in essa abbracciamo rispettosi come stadii di progresso compito, tutte le manifestazioni religiose passate, e come sintomi e presentimenti del progresso futuro, tutte le severe e virtuose manifestazioni del pensiero; in essa sentiamo Dio padre di tutti, l'Umanità collegata tutta in comunione di origine, di legge e di fine, la terra santificata di gradi in gradi dall'adempimento in essa del disegno divino, l'individuo benedetto d'immortalità, di libertà, di potenza, e artefice responsabile del proprio progresso; in essa viviamo, in essa morremo; in essa amiamo e operiamo, preghiamo e speriamo. In nome di essa vi diciamo: scendete dal seggio ch'oggi usurpate; e in verità, prima che il secolo si compia, voi scenderete».

Una parola di commento

Quanta ipocrisia e quanta empietà non è racchiusa in questa lettera, detta dommatica, del famoso cospiratore! É veramente il caso di dire: in cauda venenum. Chi non prevenuto leggesse i primi periodi della medesima, la crederebbe certo il dettato di un buon cristiano, di un fior di galantuomo, né saprebbe dire a prima giunta se quella umanità e quel progresso fossero per avventura per celare alcuna cosa che fosse tutt'altro, che religiosa ed onesta. Non si tratta qui del regno di Dio e dei mezzi per ottenerlo, e molto meno della salute eterna degli individui da raggiungere; ma solo dell'umanità collettiva, parola elastica, che mal ricopre quella positiva, vale a dire il socialismo e il materialismo; si tratta del progresso e della solidarietà degli uomini in esso, nel quale progresso, secondo la setta, si racchiude la legge tutta di Dio, e il quale infallibilmente deve compirsi per tutti. Quindi scuopre un lembo di codesto progresso, e fa intendere essere desso il socialismo, cui chiama uguaglianza umana, con evidente assurdo affermando: a tutti essere date da Dio «le facoltà e «le forze necessario a un eguale progresso.»

Scambiando poi il significato naturale delle parole, chiama male soltanto ciò che si oppone al progresso, alla libertà, all'uguaglianza, alla solidarietà umana, e bene tutto quanto giova a codeste belle cose. £ poiché ad esse, intese nel senso materialista e socialista, si oppone naturalmente il vero Cristianesimo, che è il Cattolicismo, così questo è pei Settarii il male, ed essi credono al dovere, per tutti e per ciascuno di loro, «combatterlo senza posa col pensiero e coll'azione», in quello che intendono promuovere il bene negli altri e per gli altri;

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e, appropriandosi la missione divina della Chiesa di Gesù Cristo, credono che nessuno può conquistarsi salute se non lavorando a salvare i proprii fratelli dall'influenza salutare della Chiesa e del Cristianesimo, da essi dichiarato Male. E così, rovesciando da capo a fondo le basi del vero, chiamando Bene il male, e Male il bene, fulminati dallo Spirito Santo, che disse: «Maledetto sia colui che dice, bene il male, e male il bene» (Isaia 5. 20) seguono a svolgere la loro morale in un completo rovesciamento d'idee, che a udirli parrebbero altrettanti asceti o santi da altare.

Ma poiché impossibile è mascherare il Diavolo senza che ne appariscano i segni, così Mazzini esce subito in una bestemmia, soggiungendo nella sua lettera: «credere che ristinto del progresso insito in noi nel cominciamento dell'umanità.... è la sola rivelazione di Dio sugli uomini». Per tal modo, di tutte le religioni facendo un fascio, senza curare Tunica vera, con quella cosiddetta rivelazione, afferma: «l'umanità inoltrarsi d'epoca in epoca, di religione in religione, sulla via di miglioramento assegnatale». Cancellando quindi con un tratto di penna la divina missione di San Pietro e dei suoi Successori, con solenne bestemmia dice: «bestemmiare chiunque s'arroga in oggi di concentrare in sé la rivelazione, e piantarsi intermediario privilegiato tra Dio e gli uomini». Onde, distrutta la suprema Divina autorità della Chiesa, non riconosce altra autorità che quella consacrata dal genio e dalla virtù, che chiama soli sacerdoti dell'avvenire, piantando cosi il principio di ribellione contro ogni autorità, cui vuole sia liberamente accettata. Per lo che crede, che sia dovere il combattere e scacciare dal mondo, come figlia della menzogna e madre di tirannidi, ogni autorità non rivestita di quei caratteri.

Dopo di ciò si degna di credere: che Dio è Dio e l'umanità è il suo profeta: perfezionando così il Corano che insegna, che Dio è Dio, e Maometto il suo profeta. E in nome di questa fede, dice alle autorità legittime: «scendete dal seggio che voi usurpate: e in verità, prima che il secolo si compia, voi scenderete». Non si può parlare più chiaro.

Quanto ai mezzi proposti e messi in opera dal Mazzini e dalla sua setta, per isconvolgere l'Italia ed attuare il suo disegno, si riassumono tutti nelle seguenti parole che egli scriveva fin dal 1846: «Lo sminuzzamento d'Italia presenta alla rigenerazione ostacoli che bisognerà superare, prima che si possa progredire dirottamente. Intanto non bisogna scoraggiarsi: ogni passo verso l'unità sarà un progresso, e, senza prevederlo, la rigenerazione sarà imminente, tostochè l'unità potrà essere proclamata». Suono dunque ora al punto della incarnazione del vero pensiero di Mazzini!

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VI.

Mezzi proposti da Mazzini b attuati dalla sua setta.

Ma circa i mezzi voluti dalla setta mazziniana della Giovane Italia dobbiam dire altre cose, e lo facciamo tosto, seguendo il testo mazziniano.

I principi.

«Ne' grandi paesi bisogna tendere alla rigenerazione per mezzo del popolo, nel nostro per mezzo dei Principi (e fu fatto a capello dal 1847 in poi). Bisogna assolutamente guadagnarli, e ciò è facile.

«Il Papa procederà nella via delle riforme per principii e per necessità (o piuttosto per pietà e per clemenza).

«Il Re di Piemonte per l'idea della Corona d'Italia (e disse giusto).

«Il gran Duca di Toscana per inclinazione e per imitazione (e fu cosi).

«Il Re di Napoli con la forza (e s'impiegò).

«I piccoli Principi avran ben altro da occuparsi, che delle riforme.

«Non vi affliggete delle porzioni occupate dall'Austria. E possibile che le riforme, prendendola alle spalle, la spingano più presto delle altre nella via del progresso (e fu per lo appunto così).

«Il popolo, al quale una Costituzione dia il diritto di divenire esigente, può parlare ad alta voce, e, bisognando, comandare col mezzo delle insurrezioni. Ma chi è ancora sotto il giogo, dovrà esprimere i suoi bisogni cantando, per non dispiacere troppo (e si fece).

«Profittate della menoma concessione per riunir le masse simulando riconoscenza, quando ciò convenisse. Le feste, gì' inni, gli attruppamenti, le relazioni moltiplicate ira uomini di ogni opinione, bastano per dar lo slancio alle idee, per infondere al popolo il sentimento della sua forza, e renderlo esigente. (Le dimostrazioni popolari freneticamente entusiastiche, che dall'amnistia del 1846 fino alla guerra di Lombardia del 1848 non interrottamente si seguirono, mostrano l'efficacia dell'insegnamento mazziniano).

I Grandi

«il concorso de' Grandi è indispensabile per la riforma di un paese. Se non avete che il popolo, nascerà tosto la diffidenza, e sarà schiacciato. Ma se sarà condotto da qualche gran Signore, questi gli servirà di passaporto. L'Italia è ancora ciò che la Francia era prima della rivoluzione: le abbisognano i suoi Mirabeau, i suoi Lafayette, e simili. Un gran Signore può essere intrattenuto da interessi materiali; ma può esser sedotto dalla vanità: lasciategli il primo posto finché vorrà marciar con vol. Ve ne son pochi i quali vogliono percorrere la via tutta intera.

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L'ESSENZIALE È, CHE IL TERMINE DELLA GRAN RIVOLUZIONE RIMANGA INCOGNITO. NON LASCIAMO VEDER GIAMMAI CHE IL SOLO PRIMO PASSO DA SPINGERE.

Il Clero

«In Italia il Clero è ricco del denaro e della fede del popolo. Bisogna destreggiarlo su questi due interessi, e trar profitto per quanto si possa dalla sua influenza. Se in ogni Capitale si potesse avere un Savonarola noi potremmo far passi da gigante. Il Clero non è nemico delle istituzioni liberali. Ingegnatevi dunque ad associarlo al primo lavoro, che deve considerarsi come il vestibolo necessario del tempio dell'uguaglianza: senza il vestibolo il santuario sarà chiuso. Non offendete il Clero né nella sua fortuna, né nella sua ortodossia: promettetegli la libertà, e marcerà con vol.

Il Popolo

«In Italia il popolo non è ancora creato, ma è prossimo a n rompere il guscio. Parlategli spesso; parlategli molto e dappertutto della sua miseria e dei suoi bisogni. Il popolo non conosce sé stesso; ma la parte attiva della società s'imbeve di sentimenti di compassione pel popolo, e presto o tardi incomincia ad operare. Le discussioni dotte non sono né necessaire né opportune: vi hanno delle parole generatrici che dicono tutto e che bisogna ripetere al popolo: libertà, diritti dell'uomo, progresso, eguaglianza e fraternità; queste parole saranno ben comprese, e soprattutto se vi si contrappongono quelle di despotismo, di privilegii, di tirannia, di schiavitù, ecc. Il difficile non è di convincere il popolo, ma di riunirlo; il giorno in cui sarà riunito, sarà il primo dell'era novella, (e lo fu).

Tutti

«La scala del progresso è lunga: fan d'uopo e tempo e pazienza per giungere alla cima. Il mezzo di andarvi più presto è quello di superare un grado alla volta; prendere il volo verso l'ultimo espone la, impresa a molti pericoli. Son presso a 2,000 anni che un gran Filosofo, chiamato Cristo, predicava quella fraternità della quale il mondo va ancora in traccia (ed ecco il settario Napoleone III col suo Rénan e la sua vita blasfema di Gesù Cristo). Accettate adunque qualunque soccorso vi si offra senza mai crederlo poco importante. Il globo terrestre è formato di grani di sabbia: chiunque vorrà spingere innanzi un sol passo con voi dovrà esser dei vostri, fin quando non vi abbandoni. UN RE CONCEDE UNA LEGGE PIÙ' LIBERALE? APPLAUDITELO, E DOMANDATENE UN'ALTRA. UN MINISTRO SI MOSTRA PROGRESSIVO? PROPONETELO PER MODELLO. Un gran Signore disprezza i suoi privilegii? ponetevi sotto la sua direzione: se egli vorrà fermarsi sarete sempre a tempo di lasciarlo: resterà solo e senza forza contro di voi: voi avrete mille mezzi per rendere impopolari quelli che si opponessero a' vostri disegni: ogni disgusto personale, ogni speranza delusa, ogni ambizione contrariato può

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servire alla causa del progresso dando loro una buona direzione (cose tutte che si fecero e si fanno tuttora).

Ostacoli

«L'ESERCITO È IL PIÙ' GRANDE OSTACOLO A' PROGRESSI DEL SOCIALISMO. 

Sempre rassegnato per educazione, per disciplina e per dipendenza, è una molla del despotismo. Bisogna renderlo inabile con la educazione morale del popolo. Quando s'imprimerà nella opinione generale che l'esercito, fatto per difendere il paese, non debba in verun caso ingerirsi della politica interna, ed abbia a rispettare il popolo, si potrà andare innanzi senza di lui, ed anche a suo dispetto, senza pericolo. (Non si avrebbe potuto scriver meglio nel 1846 la storia di quanto è accaduto fino ad oggi che scriviamo. In Francia già si parla apertamente di sciogliere l'esercito, l'Italia farà altrettanto, quando potrà, senza pericolo) (1). Il Clero possiede la metà della dottrina sociale. Egli vuole la fraternità che chiama carità.

(1) A questo proposito giunge opportuna una delle ultime lettere del famoso romito di Caprera diretta a' suoi elettori del Collegio di Roma.

(2) «Caprera, 14 9bre 78.

MIEI CARI AMICI,

Io vi manifesterò soltanto il desiderio che gli onorevoli miei colleghi del Parlamento, in virtù del sommo patriottismo che li onora, credano bene di attaccare alla radice i mali che travagliano il nostro povero paese

» Combattere gli uomini che sono oggi al timone dello Stato - perché? Per surrogarli con altri? E gli altri faranno meglio? Ove un paese spinga a dirigerlo degli uomini come Cairoti, Zanardelii e compagni, io lo credo un bene comune. Essi sono accusati di difettare d'energia, ed io ch'ebbi la fortuna in mia vita di essere onorato da un popolo di un mandato senza restrizioni, trovo soltanto che il bene che essi certamente hanno intenzione di fare potrebbesi eseguire più presto Per esempio:

«1. lo manderei subito a casa tutti i giovani soldati contadini a seminare del grano, acciocché l'Italia non dovesse pagare alla straniero il tributo di molti milioni per supplire al pane che ci manca. Ed in caso che fossimo minacciati da certi vicini poco fortunati, ma che vivono per la sventura degli altri! allora i tre milioni d'Italiani, a cui accenna il colonnello Amadei, potrebbero lasciar la vanga ed il martello, per insegnare a chi finge di non saperlo, che questa terra 6 nostra.

«2. Il bordello di tasse che mantengono in disagio la nazione italiana, la sorrogherei con la tassa unica pagata dai ricchi in proporzione dei loro averi.

«3. Ai preti per il bene di loro e di tutti vorrei dare un'occupazione utile, e toglierli da un mestiere che li costringe a vender delle menzogne alla povera gente.

«Tutti codesti miglioramenti mi sembrano facili nella tranquilla mia solitudine. Cosi non sembrerà ai nostri amici del ministero, travolti nelle bufere della Corte e del Parlamento. Comunque, essi sicuramente ne hanno l'intenzione e finiranno per attuarli con tante altre utili riforme.

«Avendo poi pazienza di tollerare una nullità di deputato quale io sono, l'aggiungo all'affetto che vi porterò per tutta la vita.

Vostro

G. GARIBALDI

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Ma le sue gerarchie ed abitudini ne fanno un sostegno dell'autorità) vai dire del dispotismo: prendetevene il buono, e tagliatene il fradicio. Introducete l'eguaglianza nella Chiesa e tutto progredirà (ed ecco gli eccitamenti del basso contro Volto Clero, e le leggi scismatiche del Governo italiano l'e le recentissime del Mancini). La potenza clericale è personificata nei Gesuiti. Ma l'odio che si ha per questo nome, è già una potenza per i socialisti. Profittatene».

Associazioni

«Associare, associare, associare. In questa parola si riassume tutto. Le Società segrete infondono una forza irresistibile al partito che può invocarle. Non temete nel vederle suddivise, anzi tanto meglio. Tutte corrono al medesimo scopo per vie diverse. Il segreto sarà spesso violato, e tanto meglio. Bisogna il segreto per inspirar sicurezza a' membri: ma bisogna altresì una certa trasparenza per incutere timore agli stazionarii.

«Quando un gran numero di associati, ricevendone il motto per diffondere un'idea nella pubblica opinione, potranno imprendere un movimento, essi troveranno il vecchio edilìzio screpolato dappertutto, il quale crollerà quasi per miracolo al primo soffio del progresso. Rimarranno attoniti, vedendo fuggire, innanzi la sola potenza dell'opinione pubblica, i Re, i signori, i ricchi ed i preti che formavano l'ossatura dell'antica macchina sociale. Coraggio e perseveranza».

Quale terribile monumento di perversa sapienza: pare impossibile in uomo così profonda e sottile malizia! Noi abbiam creduto sempre che la Frammassoneria e le Società segrete, sue emanazioni, fossero guidate da uno spirito soprannaturalmente maligno, vale a dire dal Demonio: questo Documento ce ne è novella prova. - Intanto dal complesso dei surriferiti mezzi si fa chiaro, che l'Italia fu vinta da una fazione occulta, che operava a norma del catechismo mazziniano, con incredibile uniformità in tutti i paesi. La concordanza perfetta dei fatti coi precetti del famoso Agitatore rende pur evidente, che quella fazione, divenuta padrona d'Italia in virtù delle armi straniere di Francia, è prettamente comunista e socialista, prendendo, giusta i luoghi, i tempi e le circostanze, or la maschera vaga di liberale, or di costituzionale, or di repubblicana; e che, con la medesima fazione non v'è transazione possibile, suo fine ultimo essendo quello di distruggere l'attuale società cristiana, e rifarla pagana col sostituire al Cristianesimo il satanismo. Sembrò per un momento che il precetto di proceder per gradi, e di non lasciar mai indovinare l'ultimo segreto, fosse violato dall'impazienza, dall'ambizione o dall'avidità dei cospiratori; ma pur questo servi alla setta per intimorire i buoni e renderli meno avversi ai moderati, che, con più lentezza, ma con più solidità, proseguono il pensiero di Mazzini.

Mazzini non fu il primo autore di disegno settario.

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Costui però, siccome dicemmo, non fu il primo autore del gran disegno settario: egli non fece che riformarlo, accarezzarlo, e, cosi nforbito alla moderna da ingannar meglio 1 popoli, presentarlo al mondo, quale albero fecondo di patria grandezza e di libertà.

Delle ragioni intime infatti della Frammassoneria e degli intimi suoi intendimenti abbiamo, fra gli altri, un Documento dello scorso secolo, e precisamente del 1759, contenente la spontanea confessione di un Iniziatore convertito. E di simili Documenti sempre giunsero molti a' Roma per molte vie, in ogni tempo, e specialmente in tempi di Missioni e di solenni Giubilei, contro dei quali perciò i settarii infuriano più specialmente. Anzi abbiamo, a questo proposito, ancor fresca la memoria di quanto mai fecero e dissero e minacciarono nel settembre del 1863, affine di impedire che i romani andassero alla memoranda processione dell'immagine Acherotipa del SSmo Salvatore ad Sancta Sanctorum, che, in riparazione degli oltraggi dell'empio Rénan alla divinità di Gesù Cristo, veniva solennemente trasportata a Santa Maria Maggiore, per rimanervi esposta alla pietà dei fedeli.

E sì! che il demonio presentiva il malanno che glie ne incoglierebbe, conciossiachè le più stupende conversioni ebbero luogo ai piedi di quella Sacrosanta Immagine, e l'istesso Capo settario, inviato plenipotenziario dell'infelice Cavour, che era in Roma a preparare la rivoluzione da compiersi quando i francesi avrebbero lasciata l'eterna città nell'anno seguente, in virtù della famosa Convenzione del 15 settembre, si convertì nel modo meraviglioso che ormai tutti sanno, essendosene per la sesta volta pubblicato l'autentico racconto, sotto il pseudonimo di Ricardo (1).

Rivelazioni

«Noi, dice il Barberi, nel compendio del famosissimo processo del Cagliostro, (pag. 7. e 8.) noi parleremo del puro fatto e senza mistero. Da molte spontanee denunzie, deposizioni di testimonii ed altre appurate notizie, che coi rispettivi monumenti si conservano nei nostri Archivii, risulta che le adunanze dei frammassoni, sotto mentite divise, alcune professano una sfrontata irreligione ed un abominevole libertinaggio, altre mirano ecc.». E poco dopo (pag. 81) «Benedetto XIV, nella ricorrenza dell'universal Giubileo, cioè nell'anno 1760, ebbe occasione di comprendere quanto grave e propagato fosse il disordine e il danno prodotto dai Liberi Muratori: e poté comprenderlo con quella certezza che gli somministrarono le sincere rivelazioni di molti esteri i quali, trasferitisi a Roma per l'acquisto delle indulgenze,

(1) Ricardo, ossia il miracolo del SS. Salvatore, 6 edizione, Roma.

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ricorsero a lui per l'assoluzione della scomunica, fulminata nella Bolla del suo predecessore Clemente XII -». £ questa egli anche confermò e pubblicò di bel nuovo. Il che fece tanta rabbia e tanto danno ai frammassoni, che per vendicarsene sparsero da per tutto la sciocca calunnia, che fosse frammassone lo stesso Benedetto XIV; secondo che poi osarono goffamente ripetere di altri sommi Pontefici e perfino dell'immortale Pio IX, per lo stesso motivo di esserne stati di nuovo solennemente condannati. Ma chi ardirà mai di credere ai figli del padre della menzogna?.

Perché si vegga però quale specie di morale s'insegnasse fin dal secolo scorso nella Massoneria più segreta, copieremo qui a verbo uno dei succennati autentici Documenti dell'anno 1759, e ciò nella sola parte che è decente di pubblicare. È un frammassone convertito che scrive, e dice appunto così:

«Finalmente chiamato da Dio a convertirmi, e veramente pentito del male che ho fatto, io N. N. dichiaro di aver giurati, osservati e fatti giurare ed osservare a 200 persone circa i seguenti articoli, avendo rinunziato alla Religione Cattolica da 25 anni fa.

«1. Nos per nos. Cioè, noi frammassoni viviamo esclusivamente per l'interesse ed il bene nostro.

«2. Nullus super nos. Cioè nessuno ci deve comandare.

«3. Quaecumque, ubicumque, quandocumque comede, bibe, laetare. Cioè, di tutto, dappertutto ed in qualsiasi tempo mangia, bevi e divertiti, senza badare né a cibi, né a tempi, né a cose proibite. (Ecco gli scellerati banchetti di grasso in Venerdì Santo!).

«4. Cura quocumque et quacumque coniunge et disiunge dummodo convenias simul. Cioè, con chicchesia fa e rompi le nozze, purché di comune accordo. (Ed ecco i progetti di legge sul divorzio e sull'emancipazione della donna).

» 5. Da necessaria ad victum, vestitum et voluptates signatis nostris indigenis. Cioè, somministra il necessario pel vitto, pel vestito, e pel libertinaggio ai nostri fratelli, provati tali coi se#ni convenuti.

«6. Uxorem, filios, filias, servos, ancillas cum aliis convenientes non impedias. Cioè, non impedire il libertinaggio della moglie, dei figliuoli, delle figliuole, dei servitori, e delle serve. (Ed ecco il comunismo nella sua più schietta e lurida espressione).

«7. Neque aliorum libertati, etsi contraria volentium, resiste. Cioè non resistere alla libertà degli altri, ancorché vogliano cose contrarie.

» 8. Nil est quod sit malum, et occasio voluntaria imo. Cioè, nulla vi è che sia male, e molto meno l'occasione volontaria. (Dove sembra, che quell'occasi si debba invece leggere occisio, cioè omicidio, secondo che apparisce dal dogma seguente).

«9. Bonum necare qui volunt praeesse nobis. Cioè, è cosa buona l'uccidere quelli che vogliono comandare a noi. (Ed ecco l'assassinio politico e il regicidio).

«10. Morimur et vivimus et iterum semper. Cioè, noi andiam

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sempre morendo e vivendo per mezzo della metempsicosi. (Ed ecco le società a favore delle bestie).

«11. Possumus omnia facere quae volumus absque levi etiam culpa. Cioè, noi possiamo sempre fare quello che ci pare, senza pericolo di peccato, neanche leggiero.

«12. Ergo semper liberi sumus. Cioè, dunque noi siamo sempre liberi. (Ecco distrutta fin dalle fondamenta ogni legge naturale e divina, ed ecco distrutta la umana società).

«Li detesto tutti e ritorno a Dio; onde ecc. e prego... di far pregare per quelli che ho sedotti, non potendo più parlare con loro senza grave pericolo -».

Dal che si vede, che fin dal 1759, il frammassone capo e maestro iniziatore nei veri dommi della setta, era minacciato di morte se li rivelava o si convertiva; perché non si può dare in tali individui vera conversione senza la rivelazione di queste nefandezze clandestine, come è espressamente comandato dalle legittime autorità e dalle leggi ecclesiastiche, per lo bene pubblico, e perché ne resti utile documento ai cattolici.

Intanto ognun vede come questo autorevole Documento non sia che il sunto, e, come dire, il catechismo degli alti gradi massonici, quale anche adesso si trova nei rituali segreti e nelle aperte confessioni e teorie massoniche, professate ormai senza più mistero dalle sètte filiali e più apertamente feroci, empie e immorali, dei comunisti e degli internazionalisti, meno ipocriti e più fieri.

E qui, a prova ulteriore dello scopo infernale delle Società segrete, il quale è lo scristianamento e la distruzione della società, ci torna alla mente quello che, in gravissimi colloquii avuti durante il Concilio Vaticano con un illustre Vescovo delle Americhe (1), ci veniva da esso rivelato. Dicevaci egli infatti, come negli stessi Stati Uniti di America, dove pur la libertà della stampa non ha limite, siavi ciò non ostante un periodico clandestino, che nemmeno vede la luce in giorni ed epoche regolari, il quale ha per titolo - L'Antigénérateur -, ciò che vuoi dire, avere a scopo la distruzione della razza umana, e con ciò la inutilizzazione della Redenzione....

(1) Monsìg. Martin, Vescovo di Natehitochea.

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VII.

UNA OCCHIATA AI FATTI.

Ora che la conoscenza dei recati Documenti ci ha dato la chiave di tutto quanto accadde nella Penisola, specialmente dall'avvenimento di Pio IX al trono pontificale fino ai nostri giorni, giova scorrere di volo la nostra dolorosissima istoria, nei cui particolari si ravvisano altrettante applicazioni degli insegnamenti del Mazzini, e per lui della setta anticristiana divenuta (per colpa non diremo di chi, che doloroso è il dirlo) padrona e despota di tutti, senza eccezione, gli Stati d'Europa.

Vincenzo Gioberti col suo primato d'Italia e con le sue virulente invettive contro i Gesuiti, largamente diffuse in tutta la Penisola nel momento in cui trovavasi maggiormente entusiasmata per la clemenza e per le paterne concessioni di Pio IX, apri il passo alla grande rivoluzione che lamentiamo. Si vide in quel momento fedelmente eseguito il settario precetto: «Un Re promulga una legge più libererei applauditelo..... Pio IX divenne l'amore, l'idolo, il prodigio dei liberali, finché parve a cotestoro che camminasse con essi; ma quando la dignità e la sapienza del Pontefice ebbero segnato il limite al cammino, fu lasciato solo, come aveva insegnato Mazzini. Quindi furono sconosciuti i suoi benefizii, abusate le sue concessioni, calpestati i suoi diritti, sconvolti i suoi ordinamenti, assassinati i suoi ministri, assalito mano armata il suo stesso palazzo, uccisi i suoi famigliari. Uno dei suoi stessi ministri, Mamiani, nuovo Achitpfello, ardì perfino insultarlo in pubblico Parlamento, dicendo di lui «doversi rilegare nelle celesti regioni a pregare e benedirei».

Era più che paterno il reggime del Gran Duca di Toscana, e ne viveva contento quel popolo gentile; ma non erano contenti i faziosi della Giovane Italia. Quel Principe era, siccome aveva detto Mazzini, liberale per inclinazione e per imitazione, (o piuttosto soverchiamente buono e benigno), pure anche da lui si vollero riforme, per poi chiedere il resto: si progredì fino al punto di balzarlo dal trono.

Carlo Alberto fin dal 1846 sognava la Corona d'Italia promessagli da Mazzini e dai suoi settarii, come l'avevano promessa a Ferdinando II, che la rigettò. Lo dice nel suo catechismo Mazzini, lo conferma il celebre della Margherita nel suo Memorandum, lo provano

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gli atti diplomatici del Ministero Gioberti; anch'egli adunque concedette, avvegnaché ripugnante, le volute riforme, né il fece senza perché. In quel primo stadio della rivoluzione del 1847, che chiameremo delle Riforme i settarii eransi messi alla testa dei popoli, i quali, eccitati da loro, vagamente chiedevano una maggiore libertà civile - e ne avevano pur tanta! -ed una amministrazione migliore, che in alcun luogo era purtroppo desiderata. Il perché seguivansi i gerofanti demagoghi senza sospetto, anzi con fiducia posciaché udivansi parlare del bene del pppolo, di libertà, di diritti dell'uomo, di eguaglianza, di fraternità, contrapponendovi le parole di privilegii, di tirannia, di schiavitù, eco. ecc. tutto come aveva insegnato Mazzini.

Ferdinando II e la Costi-tuzione

Il Re di Napoli Ferdinando II fu degli altri più ritroso a concedere riforme, che considerava quale proemio dello sconvolgimento sociale; e quando vi si indusse spinto dal soffio rivoluzionario di tutta Europa, si disse: - è troppo tardi! -

Il 29 Gennaio del 1848 segnò il secondo stadio della rivoluzione Italiana, quello delle Costituzioni. Ferdinando II la inaugurò nei suoi Stati; ma si sa, che da taluni fugli gridata la croce addosso, dicendosi che la sua ritrosìa in concedere le riforme, lo aveva poi costretto a dare lo Statuto, cosi che mettesse gli altri Principi italiani nella impossibilità di negarlo ai loro popoli. I fatti posteriori però provarono che, se non vedeva più lungi degli altri, ben presentiva, che qualunque via avesse egli battuto, sarebbesi trovato alla fine al termine medesimo. Era scritto nel catechismo Mazziniano, che il Re di Napoli progredirebbe costretto dalla forza.

Il Duca di Ventignano nel suo libro pubblicato nel 1848 col titolo «delle presenti condizioni d'Italia» osserva, che:

«Il Re Ferdinando in tutti i suoi atti relativi alla conceduta Costituzione, si é sforzato di dire e di ripetere, fino alla sazietà, che avevala conceduta e giurata spontaneamente. Una tale dichiarazione era ad un tempo dignitosa e leale: dignitosa, togliendo di mezzo ogni idea d'umiliazione nella persona del Principe; leale, perché, ciò dichiarando, il Re convalidava il dato giuramento».

Infatti non isfuggiva alla sapiente avvedutezza di Ferdinando, che alla concessione di uno Statuto costituzionale tendeva irresistibilmente la corrente rivoluzionaria, spinta ad un tempo dalle sètte occulte; e da presso che tutti gli Stati europei con a capo Francia e Inghilterra, retti a Costituzione, i quali coprivansi del nome augusto di Pio IX, che aveva iniziato le riforme, risoluto di condurle fino all'ultimo limite consentito dall'Apostolica dignità e libertà. Re Ferdinando adunque,


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contro del quale era condensato il maggiore odio settario, piuttostochè esservi trascinato per ultimo e per forza, a smascherare rivoluzione e rivoluzionarii, preferì dare la Costituzione pel primo e spontaneamente. I faziosi però che avrebbero voluto indurvelo per forza, a fine di sbalzarlo più agevolmente dal trono, si fecero ostinatamente a sostenere, che per forza appunto vi fosse stato indotto. Né vi fu ragione che valesse a convincerli in contrario. «Le discussioni dotte, aveva detto Mazzini, non sono né necessario, né opportune, avendosi a fare con le masse; la scienza e la logica, sono istrumenti senza punta; non son pugnali! Quindi mentire, affermare e tirare innanzi, senza curare chi smentisce, disprezzando chi afferma il contrario.

Pio IX e l'Austria

Altrettanto dicevasi e facevasi contro il magnanimo Pio IX. Quanto non si disse contro di lui, poiché se ne ebbe ottenuto tutto ciò che aveva potuto concedere, mentre con intendimenti affatto opposti gli si scatenavano contro settarii e monarchici insipienti (sebbene la fede di questi ultimi ci sembra assai dubbia, quando si vien meno al dovuto rispetto verso il Papa). E qui non vogliamo omettere di manifestare un pensiero che non abbiam mai espresso colla penna, e non senza ragione.

Pio IX, più che uomo politico, fu sempre uomo apostolico. Vescovo di contrade e di popoli dalla mente svegliata e ardente, scelti appositamente dalla Frammassoneria, nell'istesso modo che i Siciliani, a punto di leva da rovesciare il Papa, e con esso tutti i troni della Penisola, compiangeva quelle provincie così agitate dalle Società segrete. I popoli delle Romagne, travagliati incessantemente, dal 1797 fin qui, da emissarii stranieri principalmente, repressi a buon diritto dal Governo legittimo, erano quelli che più d'ogni altro soffrivano di tale repressione, vuoi col carcere, vuoi coll'esilio, vuoi puranche coll'ultimo supplizio. I lamenti, i dolori, le miserie del popolo ricadevano sul loro Vescovo, e l'animo pietoso di Pio IX profondamente risentiva quei dolori, avvegnaché meritati; il desiderio di vederli una volta cessare, senza scapito della giustizia e dell'autorità del Governo, cresceva naturalmente ogni giorno più nel compassionevole suo cuore. Dall'altro canto la presenza delle milizie austriache non riusciva sempre salutare. A tutti è noto come dal 1815 in poi, l'Austria, al pari delle altre potenze cattoliche e conservatici, fosse fatta segno a tutti gli sforzi e a tutte le arti più subdole delle Società segrete per renderla, di cattolica e monarchica, empia e rivoluzionaria; e già la corruzione e la immoralità

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Il Gabinetto austriaco e la Frammassoneria

con l'azione dissolvente del Giuseppismo e del Giansenismo avevano guasto in parte il Clero e l'esercitito, non meno che l'amministrazione. Questa, mettendo ostacolo all'azione benefica della Chiesa, faceva sì, che più d'uno del Clero si mostrasse poco ossequente e meno sottomesso al Papa e ai legittimi superiori, e che l'esercito, cioè a dire i capi del medesimo, affettassero talvolta uno spirito volterriano e immorale (1). La setta adunque, che è cosmopolita, dell'Austria istessa e delle sue milizie valevasi per corrompere, insieme coi proprii Stati italiani, quelli dei Principi vicini e delle Legazioni Pontificie in particolare, e per rendere abborrita ad un tempo l'autorità dei Principi e l'amicizia della Casa d'Austria. I Vescovi più di ogni altro vedevano la malefica influenza e le tristi conseguenze di quel soffio d'irreligione e di malcostume che si rivelava nell'esercito austriaco, come in ogni altro esercito del mondo. Anche Pio IX, o per dir meglio il Cardinal Mastai, Vescovo d'Imola, sentiva dolorosamente assai più d'ogni altro, per il suo spirito sommamente Apostolico, il pericolo che correva la sua Diocesi per la presenza di codesti ausiliari!. - Badi il lettore, che chi scrive questi pensieri non è già un antiaustriaco o un poco rispettoso monarchico; ma egli, cattolico e legittimista, col cuore trafitto da una crudele verità, scrive là storia per istruire, non per ingannare. - Pio IX adunque non era avverso alla casa d'Austria; ma nel suo lungo episcopato aveva appreso 'ad abbonire chi male la serviva o tradiva.

Avveniva or fa molti anni, che un Principe, altrettanto infelice quanto eroicamente cattolico, era sbalzato dal trono dei suoi avi dalia rivoluzione, sostenuta al solito dall'Inghilterra e dalla Francia. Questo Principe che magnanimamente, ad onta dei più fieri ostacoli, aveva del tutto sciolto le catene, onde la Frammassoneria teneva stretta la Chiesa nei proprii Stati, vinto da armi fratricide e di sleali stranieri, ricoverò nelle braccia del Vicario di Gesù Cristo, che, finché poté, il riconobbe quale Re legittimo e figlio carissimo della Chiesa. I settarii però, padroni. dei Gabinetti europei, volevano ad ogni costo legittimata la rivoluzione di quegli Stati con una libera rinunzia dell'eroico Principe. Ad ottenere ciò (il lettore stenterà a crederlo,) si valsero del mezzo, apparentemente il meno adatto, cioè a dire del Gabinetto austriaco.

(1) È noto, e noi lo abbiamo dalla voce istessa di autorevolissimi personaggi, testimonii dei fatti, che non uno, ma più degli uomini, destinati dal Governo austriaco a reggere le cose civili e militari della Lombardia e della Venezia, non credevano a nulla; però sembra che Iddio, tenendo conto dello spirito retto di taluno di loro, usassegli misericordia in fine di vita. Sappiamo di fatti come un illustre Generale, che molta parte aveva avuto nella difesa della Venezia, sebbene nato cattolico, non essendosi mai confessato in vita sua, si confessasse per la prima Tolta da un degnissimo Vescovo, che dal canto suo, per strana combinazione, esercitava con lui per la prima volta le parti di Confessore, a cosi moriva da baca cristiano.

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Metternich, il famoso Metternich, incaricava confidenzialmente della difficile bisogna il piissimo Ambasciatore austriaco presso la Santa Sede, conte di Liitzoff, di cara memoria in Roma. Questi si rivolse ad un uomo fedele, amico dell'esule Monarca. Veniva promesso larghissimo premio a chi avesse ottenuto la desiderata rinunzia. Quell'uomo rigettò la proposta, e non sapendo celare la propria meraviglia, per non dire indegnazione, come un Metternich potesse soltanto immaginare simil cosa, si espresse con parole vivaci col nobile Ambasciatore. Informato di ciò il gran Ministro di Stato della Casa d'Austria, con nuovo ufficio espresse il suo malcontento, tacciando di esagerato e di testa calda quell'uomo, il quale si contentò di chiudere tale relazione, dicendo al conte Lùzoff queste precise parole: «Può essere che io sia esagerato e testa calda; ma il Principe di Metternich colla sua sapienza politica e colla sua freddezza, forse arra un giorno a piangere di aver cooperato alla ruina della Casa d'Austria e dell'Impero» - Fu profezia! - Ed ecco l'Austria divenuta anch'essa liberale, e lo sarebbe anche di più, senza la cattolica fermezza del suo Monarca e. della Imperiale Famiglia che la setta non riusci a corrompere. Ciononostante il glorioso Impero degli Asburgo è sull'orlo dell'abisso, e vi cadrà dentro, se Dio non lo salva! Imperocché Metternich, senza pure volerlo, tradiva la Casa d'Austria: l'intimo di lui segretario, che tutta godeva la sua fiducia, e al quale niuna cosa poteva essere occulta del Governo austriaco, era frammassone e capo di frammassoni!

La Civiltà Cattolica, quel sapiente periodico, vero baluardo contro l'infuriare della setta anticristiana, recava non ha guari nella sua importantissima trattazione sulle Società segrete un Documento che citeremo a verbo, a giustificazione di quel che diciamo.

«Nubbio (1), scrive la Civiltà Cattolica, si trovava nel 1844 in sui primi principii di quel suo malessere fisico, che doveva poi andargli lentamente affievolendo il vigor della mente non meno che le forze del corpo, quando ricevette in Roma dal suo complice Gaetano una lettera, data da Vienna il 23 gennaio 1844, atta per sé sola ad ispirargli un grande scoraggiamene,

«Gaetano era il nome di guerra di un nobile Lombardo V...... che aveva un alto impiego nella Cancelleria aulica di Vienna e godeva della fiducia particolare del Principe di Metternich,

(1) Era il nome di guerra nella setta di un Diplomatico di conto, accreditato presso la Santa Sede, stimatissimo in. Roma quale uomo pio ed illuminato, che più tardi, avendo dispiaciuto alla setta, fu da essa ucciso di veleno.

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a cui serviva anche di segretario particolare in affari di rilievo. Per vedere quanto costui fosse bene informato delle cose di Vienna, basta leggere la lettera che si ha di lui al Neuhaus, uno dei principali capi ed autori della rivoluzione Svizzera, che nel 1840 aveva cominciato a far le sue prove contro i Conventi e contro i cattolici.

Una lettera del segretario di Metternich

«Quando voi avrete nelle mani le redini del Direttorio federale (scriveva da Vienna Gaetano al Neuhaus, verso la fine del 1840) non abbiate nessuna paura delle Potenze, e non credete niente al coraggio che queste mostreranno contro di voi sulla carta. Il lavoro sordo e appropriato al genio di questi popoli ed alle circostanze presenti, che le Società segrete stanno qui adoperando, porterà un giorno i suoi frutti. Noi andiamo tagliando ad una ad una ed in silenzio tutte le radici della vecchia quercia Austriaca: essa cascherà sopra sé medesima; e tutto sarà finito. Intanto badate bene a questo che vi dico: Esiste tra il Principe Metternich e il Conte K un'ostilità che non si mostra mai, ma che va sempre minando. Se il Principe risolve una cosa, state pur certo che domani il Conte farà mutare la risoluzione, ora per mezzo di.... ora per mezzo di..... dei quali noi popolarizziamo, per quanto ci è possibile, le arie liberali e la voglietta di governare che li tormentano. Questi elementi di discordia sono per noi elementi di buon successo. Voi avrete ora due anni di potere dinnanzi a voi; servitevene nell'interesse dei principii, e per la salute dei popoli. Voi potete fare grandi cose; giacché i vecchi Ministri della vecchia Europa dormono ai piedi dei troni tarlati, e non sentono lo scricchiolare della loro caduta. Non ispaventateli troppo con passi precipitati: andate piano, senza badare né alle loro proteste,né alle loro note intimidatrici. Essi cercheranno di spaventarle vi; ma sono essi quelli che tremano di paura.... Prudenza e misura. Noi abbiamo tra noi delle teste calde che non capiscono questo linguaggio: essi vogliono rompere tutto, per arrivare più presto; e questo è il vero modo di non arrivare mai. Io vedo di qui il movimento degli spiriti. La gente è calma e non cerca che di divertirsi. Se noi non turbiamo questa loro beata sicurezza, noi li avvolgeremo un bel giorno nelle nostre reti e saranno tutti presi, quando non potranno più difendersi. I beni dei vostri Conventi sono immensi: è una bella cosa, un tesoro; ma bisogna sapersene servire. Avanti dunque, e soprattutto persuadetevi bene, che dopo tutte le note e contronote diplomatiche voi sarete lasciati liberi di fare come vorrete».

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«Apparisce dunque da questa lettera, conchiude la Civiltà Cattolica, che Gaetano era in Vienna al corrente di tutti gli affari diplomatici e sapeva, che le note e le contronote non sarebbero, come di fatto non furono, seguite dai fatti. Ed è ben naturale che i settarii e i rivoluzionarii, sì di Svizzera e sì di altri paesi, conoscendo che ad ogni modo ed infine dei conti sarebbero stati lasciati fare quello che volevano, approfittassero di questa notizia, facendo gli eroi ed i bravi a buon mercato, senza nessun rischio ed anzi col frutto d'apparire audaci, valorosi, prudenti, fortunati, quasi guidati da un astro, da una stella e da uno stellone, quando in realtà camminavano sicuri di sé e degli altri, senz'altra stella che l'altrui o spensierata ignavia, o complicità traditrice. Così infatti si sa ora, che procedettero anche le grandi vittorie da Novara a Roma, non che le precedenti dei repubblicani francesi del secolo scorso sul Reno (1), e poi in Belgio, in Piemonte ed in tutta l'Italia, dove le logge massoniche avevano già preparati prima i facili trionfi di quegli eroi da commedia, per non dire da galera. Ed è ben giusto, che ora se ne celebrino i centenarii dai loro discepoli, fedeli costellati anche loro di simili stelle nubilose».

Ma è da riprendere il filo della nostra narrazione.

L'anno 1848

«Dal 29 Gennaio al 10 Marzo 1848, in Napoli fu un tripudio non interrotto, scrive il citato Duca di Ventignano, feste, inni, acclamazioni, attruppamenti festivi, (secondo aveva insegnato Mazzini), rappresentazioni allusive ed allegoriche in tutti i teatri, il Re insomma divenuto a guisa di Pio IX, il padre, il benefattore, il Solone, il Tito, e che so io, delle rigenerate Sicilie. Il trionfo del comunismo parigino, larvato di repubblica, ruppe il guscio che l'occultava in Italia. In Napoli l'ottenuta Costituzione dava al popolo il diritto di parlare in tuono alto e comandare per mezzo degli attruppamenti, appunto siccome aveva voluto Mazzini.

«Il primo sperimento fu applicato, al solito, ai Gesuiti, nei quali, secondo che il maestro aveva insegnato, trovatasi personificata la clericale potenza.

«Il 10 Marzo fu la sanguigna aurora del terzo stadio delle nostre vicende: periodo di guerre, di sconvolgimenti e di anarchia. Mentre Roma, Firenze e Torino imponevano a' loro Principi d'imitare il Re di Napoli, concedendo Statuti sul tamburo, gl'insorgenti

(1) È ormai cosa nota a tutti, che il Duca di Brunsvick generale in capo dell'esercito Àustroprussiano e degli emigrati francesi sul Reno, era frammassone e capo di frammassoni, per messo dei quali trattava cogli assassini di Luigi XVI, mentre teneva a bada nelle file del suo esercito i più fidi servitori di quell'infelicissimo Monarca.

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di Parigi e di Vienna, preceduti da quelli di Palermo e dagli altri di Milano, complicavano in modo inestricabile le condizioni politiche di Europa tutta, ed in specie d'Italia e di Germania, ridestando in questi due paesi quel sentimento di nazionalità, che in essi più che altrove, erasi compresso dagli ultimi accordi fra le grandi Potenze».

Intanto le tendenze e il movimento dei popoli e dei Governi della Penisola erano quei medesimi, che i demagoghi vi imprimevano per mezzo delle Società segrete, ed erano diverse ed anche contrarie fra di loro, a seconda dell'indole e della disposizione naturale di ciascun popolo. Così il sentimento di nazionalità, molla principalissima usata dalla setta per disgregare e poi ricomporre secondo i suoi intendimenti i popoli e i governi, si sviluppava presso ciascun popolo, prendendolo dal lato più suscettibile. Lombardia insorgeva per riunirsi, Sicilia per separarsi dalla comune madre italiana; combattevano ambedue per iscuotere da sé il legittimo governo, ma ciascuna con opposto fine. Il Lombardo-Veneto [sentiva di non poter durare senza l'aiuto degli Stati vicini; Sicilia, se non col segregarsene affatto; i popoli del centro d'Italia più vicini all'incendio venivano riscaldati ancor essi, gli uni per pietà, gli altri quasi a dire per contagio, e tutta Italia era in un indicibile fermento. Il che precipitò incredibilmente le cose, non avendo potuto i gerofanti dell'alta setta frenare le plebi scatenate, le quali violarono allora i due precetti essenziali dati da Mazzini, quando insegnava: date un passo alla volta; se vorrete prendere il volo verso la fine correrete gravi pericoli.... non lasciate veder mai che il solo primo passo da spingere.

Le inattese esplosioni di Parigi e di Vienna, gl'insorgimenti di Palermo e di Milano, la espulsione di De Sauget dall'una e di Radetzky dall'altra città, i controcolpi di Francia, di Germania, di Svizzera e di Ungheria, fecero credere ai demagoghi essere venuto il tempo di gettar via la maschera, e d'innalzare senz'altro la propria bandiera, quasi fosser certi di correre a sicura vittoria. Laonde un crescente tempestare di giornali e di libelli precursori del meditato rivolgimento, informati tutti ad una istessa idea; gli agitatori avendo interesse a far monopolio della stampa, perché apparisse una sola la opinione pubblica, quella cioè voluta ad ogni costo da essi. Quindi il progressivo sistema di attruppamenti minacciosi ed esigenti; quindi un dar di scure alle radici di ogni autorità e d'ogni riputazione; quindi le Costituzioni violate non appena ottenute, e uno slargarle, interpretarle, falsarle sempre in onta dei Principi che le concedettero, e a danno dell'ordine pubblico. Ciò per verità era tanto più naturale,

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quanto è più vero che i rivoluzionarii frammassoni in loro coscienza non ebbero mai alcuna fede né nelle riforme, né negli statuti, né nei loro progressivi svolgimenti, né nell'istessa repubblica: loro ultima parola ed ultimo intendimento essendo la decomposizione totale della società, per prima saccheggiarla, e ricomporla poscia senza Dio.

Ma ostacolo gravissimo al compimento dei loro disegni erano gli eserciti, da Mazzini designati quale molla di despotismo; bisognava o guadagnarli o distruggerli: e la guerra di Lombardia ne offriva occasione opportuna. Le disfatte di Vicenza e di Novara distrussero infatti l'esercito di Carlo Alberto e degli ausiliari italiani, ed allora il torrente rivoluzionario non ebbe più freno, travolgendo nei suoi gorghi i quattro maggiori Stati italiani, che non si riebbero se non colla ristaurazione del Governo della Santa Sede, e colla vittoria dei Regii in Sicilia, e degli Austriaci in Lombardia e in Venezia. Or chi non vede in questi fatti l'opera della Frammassoneria?

Circa però l'azione particolare delle Società segrete contro il Regno delle Due Sicilie, il Montanelli ci fa qualche rivelazione di più, che giova raccogliere.

«Quando le sètte erano in fiore nello Stato napolitano, dice egli, due di esse sovrastavano alle altre, l'una dei Carbonari, l'altra della Giovane Italia. Il fine di questa intendeva a repubblica unitaria italiana: in essa si iniziarono all'idea nazionale alcuni degli uomini che più figurarono nella rivoluzione del 1848, fra gli altri Giuseppe Massari, fatto nel 1838 corriere della setta, dal costui capo e fondatore Benedetto Mussolino, studente del Pizzo di Calabria (1)» - Da corriere della setta il Massari divenne in seguito Deputato ministerialissimo nella Camera di Torino, cavaliere dei SS. Maurizio e Lazzaro, direttore della Gazzetta Ufficiale piemontese. Tale era la gratitudine di costui verso il Governo dei Borboni, conciossiachè i primi mezzi per la sua educazione letteraria gli vennero appunto da loro, servendo il padre di lui, Marino Massari, quegli Augusti Principi, in qualità d'Ispettore architetto nell'Amministrazione di ponti e strade, con vistoso onorario.

Intanto le riforme che i capi del movimento, cosiddetto italiano, reclamavano ad alte grida, mascheravano il fine occulto della massoneria, di trasformare cioè i Parlamenti dei varii Stati d'Italia in assemblee costituenti da proclamarvi la decadenza dei Principi

(1) Giuseppe Montanelli, Memoria sull'Italia dal 1814 al 1850. - Torino 1853 vol. I. cap. XVI. Il riformismo a Napoli, pag. 122.

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legittimi che avevano concesse quelle Costituzioni. Nella Camera di Torino se ne avevano aperte confessioni, tra le quali le seguenti:

«Fin dalle prime sedute del Parlamento di Napoli del 1848 s'intendeva detronizzare Re Ferdinando II, il quale, comunque poi vincitore, non faceva arrestare nessuno dei Deputati suoi nemici, anzi generosamente li tutelava (1)».

Ma poiché colla vaga parola di riforme intendevasi dai faziosi coprire il loro intendimento più prossimo, vale a dire la unificazione italiana, immaginata per isconvolgere la Penisola a loro profitto, e per istrapparla alla fede religiosa e politica dei suoi padri, giova arrecare qui un Documento che, sebbene di non recente data, con savio accorgimento dichiara le ragioni istoriche e politiche della incompatibilità di tale unificazione; mentre con franca parola espone gli abusi e i difetti esistenti nei Governi Italiani, a far cessare i quali si richiedevano bensì riforme e provvedimenti, ma in senso ben diverso da quello vagheggiato dai settarii.

(1) Tornate dei 25 novembre e 15 decembre 1882, e lettera del deputato Ricciardi del 23 settembre del detto anno, pubblicata nel Diario genovese Il Movimento della stessa epoca; dei quali documenti avremo a dire più distesamente.

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VIII.

Le riforme pretesto, non Ragione, della Rivoluzione.

Ecco dunque il documento ossia la Memoria presentata dal Duca di Modena Francesco IV al Congresso di Verona nell'ottobre 1822:

Memoria del Duca di Modena

«Se si considera lo stato precedente in cui si trovava Memoria dell'Italia prima della rivoluzione di Francia, il carattere e i costumi differenti dei differenti popoli d'Italia, se si considerano bene tutti i mezzi suindicati, di cui si è fatto uso per guastare l'Italia e prepararla alla rivoluzione, non è difficile il vedere che essa ebbe tutti i difetti principali che presto o tardi debbono cagionare rivoluzioni in Italia, se non vi si mette rimedio pronto ed efficace, e quali sarebbero i rimedii principali che bisognerebbe avere in vista per assicurare la felicita di questi popoli e ottenervi una durevole tranquillità. I principali difetti adunque possono ridursi ai seguenti:

1. La mancanza di religione e l'avvilimento nel quale si evoluto gettarla, come la guerra costante che si è fatta ai suoi principii, alle sue prattiche e ai suoi ministri.

2. La diminuzione del Clero e l'avvilimento nel quale si è voluto gettarlo, come la sua indipendenza dal Capo della Chiesa,che si è voluto introdurvi.

3. L'annientamento della Nobiltà, privandola di tutte le sue prerogative, volendola impoverire, avvilire ed eguagliare alle classi inferiori.

4. La limitazione dell'autorità paterna, di quell'autorità stabilita da Dio stesso, ed è voluta dalla natura.

5. La suddivisione delle fortune per mezzo di leggi e concessioni fatali, che dissolvono le famiglie e tutti i loro beni, e tendonoa ridurre a poco a poco gl'individui egualmente infelici.

6. La milizia troppo mercenaria, guasta nei principii, e indifferente a servire chicchessia, se la paga bene, ed a cambiare padrone se spera migliorare la sua sorte.

7. La corruzione dei costumi voluta e stabilita come principio a meglio sradicare la religione, i buoni sentimenti, l'onore, e rendere gli uomini brutali, a fine di poter meglio servirsene come istrumenti nell'esecuzione di tutti i più perfidi disegni; poiché l'uomo che si lascia prendere la mano dalle passioni brutali, perde ogni energia, ogni capacità, diviene una specie di bestia o di macchina.

8. La corruzione della dottrina e dei principii, ciò che si effettuò colla libertà della stampa, e con la grande premura di spargere cattivi libri, di allontanare i buoni, e di far sì che tutte le classi imparino a leggere e scrivere, ed abbiano qualche idea di studii per avere il mezzo di influenzarle.

9. La buona educazione della gioventù impedita, e la cattiva facilitata, incoraggiata, ecc.

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10. L'abolizione delle Corporazioni religiose e delle Corporazioni secolari, come quelle delle arti e mestieri, che distinguono le classi degli uomini, le tengono in una necessaria e salutare disciplina, e che servono ad occuparli.

11. La pericolosa e viziosa moltiplicazione degli impiegati, eil male che ciascuno possa aspirare a qualunque carica, senza differenza di stato e di condizione.

12. I troppi riguardi e la considerazione che si da, senza distinzione di merito, ad ogni uomo letterato, e la soverchia moltiplicazione di professori d'ogni sorta, il troppo potere e diritto che loro si concede, la troppo grande facilita stabilita ovunque per la gioventù di studiare, ciò che rende tanta gente infelice e scontenta; poiché non tutta trova ad occuparsi, e i soverchii studii che si sono fatti fare a ciascuno, fanno si che in fondo non imparino niente, e divengano presontuosi.

«E d'uopo qui aggiungere alcune altre cause di rivoluzioni, alle quali é necessario cercare di rimediare, e sono:

I. L'ozio, che è molto amato in Italia e che bisogna vincerlo e combatterlo, giacché trascina a tutti i vizii ed è una grande sorgente di rivoluzioni.

II. Il grande amalgamamene continuo con tanti forastieri che sono incessantemente in moto per tutta Italia, e che portano dappertutto la corruzione dei costumi, e guastano lo spirito nazionale e i buoni principii.

III. La soverchia lungaggine nell'amministrazione della giustizia,vuoi nei processi civili, vuoi nei criminali.

IV. La instabilità delle imposte, che è talvolta più sensibile e dispiace più della gravezza delle medesime.

V. Certe imposte vessatorie nel modo di percezione, o che non sono ben proporzionate e divise; come ancora, allorché per uno squilibrio delle finanze si è obbligati a sopraccaricare il popolo di tasse.

VI. Le leggi che inceppano il libero commercio delle derrate,principalmente quelle di prima necessità, dei commestibili, ecc;giacché la mancanza o la penuria dei medesimi suscitano egualmente lagnanze e mormorazioni, come la loro troppa grande abbondanza che ne avvilisce il prezzo e avvezza troppo la plebe a una felicità, che, non potendo durare, la rende infelice, allorché finisce; invece che il libero commercio di quelle derrate la tiene sempre in certo equilibrio» (1).

Questo Documento degno della sapienza del Duca Francesco IV di Modena, racchiude in un sol quadro gli elementi della rivoluzione del 1848, la quale tolse occasione di sviluppare dalle riforme di Pio IX, ma non fu da esse cagionata, come da taluno si credette.

La storia del 1848 mostra ad evidenza che la rivoluziono era preparata da lunga mano, e se le riforme d'Italia e i Sovrani riformatori, acclamati nei primi giorni, vennero disprezzati

(1) Vedi storia documentata della Diplomazia europea in Italia dal 1814 al 1861 per Nicomede Bianchi. - Torino 1865, vol. 2 pag. 357.

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e precipitati poco dopo, non fu caso, ma calcolo lungamente maturato e apparecchiato dai settarii. I quali, adunati in consiglio col Mazzini, a fine di giudicare se dovessero approfittarsi delle concessioni di Pio IX, molti opinarono per il no, solo perché non sembrava loro abbastanza preparato il terreno colla perversione e la corruzione dei popoli e dei Governi italiani. Solo il timore di perdere quella apparentemente troppo buona occasione, fece risolvere i corifei della setta d'impadronirsi dell'entusiasmo, destatosi in quel momento, e di usufruttarlo a prò dei loro perversi disegni.

E appunto in quell'anno, convinti i faziosi di non potere altrimenti raggiungere il loro scopo, ad onta della opportunità delle circostanze, senza la spada di un Principe, che, postosi a capo del movimento Italiano, rendesse possibile il disfarsi della potenza Austriaca che tanto temevano, si rivolsero a lunsingare le tradizionali mire di casa Savoia, facendole balenare la speranza della Corona d'Italia; la quale lo stesso Mazzini, avvegnaché repubblicano, con sua lettera offriva al Re Carlo Alberto, nell'istesso modo che aveva fatto nel 1831 (1). E Gioberti si accordava su tale disegno, sebbene coi suoi scritti si fosse travagliato per fare adottare piuttosto il sistema federativo in Italia; il quale sistema, come meno difforme alla natura e alle tradizioni dei nostri popoli, meno ripugnava ai varii Stati. Il re Ferdinando II anzi nella sua saviezza aveva ideata e proposta fin dal 1833 una Lega federale dei varii Stati d'Italia per la libertà e la indipendenza della Penisola. Sagge idee trovansi esposte su tale proposito nei suoi dispacci diplomatici alla Corte di Roma, riportati testualmente nella citata Storia documentata della Diplomazia europea in Italia di Nicomede Bianchi (2).

Non la lega ma l'unità voluta dal governo piemontese

Quella Lega però non si voleva dal Governo piemontese, del che erasi accorto lo stesso Abate Rosmini inviato da Re Carlo Alberto per conchiuderla in Roma, quando rinunziava al suo man Contese?1" dato: ciò non ostante il Governo stesso «se ne serviva di pretesto per ingannare il Re di Napoli, pretendendo da costui efficace aiuto in Lombardia, nell'atto stesso che gli toglieva la Sicilia (3)».

Codesta idea monarchica unitaria incominciava pertanto dopo il 1849 a diffondersi e ad acquistare partigiani e influenza. Coll'appoggio delle Società segrete che avevano preso per punto di leva il Governo subalpino, questo usurpava ed usufruttuava

(1) Times, 23 Gennaio 1861.- Corrispondenza dell'Italia settentrionale in ordine agli avvenimenti del 184849.

(2) Loc. cit. tom. Ili, pagg. 257 e 448.

(3) Parole testuali del deputato Ferrari al parlamento di Torino (tornate del 29 novembre 1862). - Vedi pare Pellegrino Rossi, ultimi scritti.

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a suo vantaggio la opinione di liberalissimo e di governo modello in Italia, servendosi della stampa, come artiglieria, la quale tutto giorno scaricava ogni maniera di calunnie contro i Governi vicini, principalmente contro l'Austriaco e il Napolitano. Intanto le male arti usate dall'ambizione sabauda e che procacciavano l'altrui rovina, riuscivano anche fatali all'istesso Piemonte, cui la Divina Giustizia apparecchiava fin dal primo momento un'era di debiti e di miserie, congiunte alle più inaudite vergogne. - Ma di ciò avremo a dire a suo luogo. Qui cade acconcio notare, che il partito dei cosiddetti unitarii dividevasi in due maggiori frazioni; la prima partiggiana della Monarchia Costituzionale sotto il Re Sardo, aveva a capo il famoso Cavour; la seconda era composta degli aspiranti ad una repubblica italiana con Mazzini alla testa. Or, suscitando costui imbarazzi e difficoltà al partito piemontese, Cavour non risparmiava mezzo per conciliarselo: favoriva le mene repubblicane a Genova e a Livorno, e, mercé gli sbarchi di Pisacane nella provincia di Salerno, e di Bentivegna in Sicilia, promuoveva agitazioni nell'invidiato Reame delle Due Sicilie, ricorrendo finalmente a Garibaldi, per averlo conciliatore tra le due frazioni suddette. Parleremo poi di proposito di questa fusione; intanto giova dire di altre arti impiegate da Cavour per raggiungere il suo intendimento, ora tanto più note, che gli apologisti di lui ne forniscono copiosi elementi (1).

Cavour vitupera i Sovrani d'Italia

Nello scopo sempre di vituperare gli altri Sovrani d'Italia e di eccitarne i popoli a rivoltura, il Conte di Cavour, come capo del ministero, si spinge a formulare la protesta diplomatica del marzo 1853, quando si apparecchiava la funesta guerra di Crimea. In essa, credendo di accrescere il malcontento contro l'Austria pei rigori adottati dopo i tentativi di ribellione in Lombardia del 13 febbraio di quel medesimo anno, condanna implicitamente, se non per ipocrisia, i futuri eccessi del suo partito, allorché sarebbe riuscito ad invadere le due Sicilie. Leggesi infatti tra le altre cose, in quella protesta: «Non mai l'interesse della sicurezza interna dello Stato poteva autorizzare l'uso di provvedimenti legali; non mai poteva dar facoltà all'Austria di attentare al diritto delle genti, di strappare una pagina dal proprio codice civile, di sconfessare le più solenni promesse, di misconoscere i diritti acquistati, di pratticare quei principii rivoluzionarii, che qualsiasi Governo regolare aveva il diritto di ammortire, essendo che essi minavano

(1) Vedi de la Rive; Recita, et souvenir de Cavour. Paris 1862. - De la Varenne: Lettres inédites de Cavour. Paria. 1862. - Nicomede Bianchi: Documenti editi ed inediti di Cavour. Torino 1863.


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le fondamenta di tutta quanta la civile società..........» (1)

Or confrontando le epoche del 1853 e del 1863, agevol cosa sarebbe lo sfolgorare con le parole istesse della surriferita protesta le crudeltà incredibili, le inaudite scelleratezze che nelle Due Sicilie commise a sangue freddo il Governo piemontese, senza che un suo ammiratore qualunque avesse a ripetere con orrore: «che il numero delle sentenze capitali nel Lombardo-Veneto, dopo la restaurazione degli imperiali succeduta alla insurrezione del 1848, ascendeva a 961 (2); laddove è a tutti noto che le fucilazioni eseguite barbaramente dai Piemontesi nel Napoletano oltrepassano le diecine di migliaia. Ed è da notare che codesto autore, apertamente ostile ai Governi legittimi, nel riportare la detta cifra delle sentenze capitali, che fa credere pronunziate nel Lombardo-Veneto, non ha la buona fede di dire se quelle sentenze fossero state poi eseguite. È noto però, che nelle statistiche penali tutt'altro è il numero delle sentenze pronunziate da quello delle eseguite; invece che le fucilazioni in massa e gli eccidii commessi dai Piemontesi è cosa che non ammette eccezioni, trovandosi con crudele cinismo affermate da atti ufficiali e solenni. Il contegno del Governo sardo intanto fin dal 1853 faceva impensierire la Diplomazia, e un Plenipotenziario accreditato presso quel Governo, ecco come narra le prattiche contemporanee, in un dispaccio del 26 di Ottobre di quell'anno.

Il Ministro austriaco esplora gli intendimenti del governo Napoleonico

«Il Ministro austriaco a Parigi, d'ordine del suo Governo, ha procurato di esaminare le intenzioni del gabinetto francese riguardo al Piemonte. Egli ha esposto le tendenze democratiche di questo paese, ed ha chiesto che cosa la Francia intenderebbe fare d'accordo colle altre Potenze per imporre un argine. Drouyn de Lhuys ha accettata la discussione; ma ha tacciato di esagerazione i ragguagli dati dal rappresentante dell'Austria; soggiungendo però esser decisa politica della Francia di assicurare al Piemonte una posizione indipendente; ma sorvegliare in pari tempo strettamente, affinché il Governo di Torino non oblii alcuno dei riguardi dovuti ai suoi vicini. Di queste prattiche, che per altro erano rimaste senza alcun decisivo risultamento, l'Inghilterra ha avuto notizia.

«Lord Clarendon ha chiesto sul proposito un rapporto a questo signor Hudson, il quale, amico di tutte le notabilità liberali di Torino, e di tutti i capi della emigrazione lombarda e delle Due Sicilie, ha risposto: che il sistema rappresentativo era qui appoggiato su basi di ordine e di moderazione, e che gli arresti, le espulsioni e i giudizii sull'ultimo complotto Mazziniano, fanno fede della buona volontà e della forza del Governo (3).

(1) Nicomede Bianchi - loc. cit.

(2) De la Varenne, loc. cit.

(3) Dispaccio del Regio Rappresentante napolitano a Torino, Cav. Canofari. -Vs di Nicomede Bianchi, loc cit, pag. 28.

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Quanto le apprezzazioni delle Potenze vicine fossero giuste non v'ha ora chi ne dubiti dopo i luttuosi fatti compiuti dal 1860 al 1870.

La guerra di Crimea e la rivoluzione italiana

Giungeva intanto il 1855, mentre compievasi la guerra di Crimea, rivoluzione i e seguendo i disegni di Cavour, il Re Vittorio Emanuele veniva fatto viaggiare in Francia e in Inghilterra, e i giornali della setta dicevano mirabilia di quel viaggio, e strombazzavano dappertutto la famosa apostrofe direttagli dalla Sfinge delle Tuilleries: «Que peut-on faire pour l'Italie?». E ciò avveniva in quel medesimo tempo in cui, ad acquistare importanza, e ad ingraziarsi le Grandi Potenze alleate nella guerra di Crimea, il Governo sabaudo già designato campione della Frammassoneria contro il Papa e contro i Governi cattolici d'Italia, veniva chiamato a spedire colà una divisione delle sue milizie, aumentando così il non tenue suo debito pubblico di altri 100 milioni. Che la guerra di Crimea poi a favore dei Turchi, avesse per le Potenze cristiane di Europa altro scopo da quello di sostenere gì' interessi cristiani in Oriente, ben lo provarono e il Congresso di Parigi, e gli attacchi contro la S. Sede e il Regno di Napoli, come gli eccidii impuniti del Libano. Cesare Cantù stimmatizzava quella guerra con queste parole: «Nel 1854 è dato all'Europa l'osceno spettacolo della Cristianità parteggiante per i Turchi (barbari ed eterni nemici di ogni civiltà) coltro i Greci: e non solo è dato questo spettacolo dai Re, ma anche da quei che pretendonsi liberali e direttori della opinione. La più assurda delle guerre moderne è quella di Crimea, e non vi è oggidì chi non ne valuti le conseguenze (1).

Ciò che costasse allora quella fatalissima guerra ben si raccoglie da quanto il dottore Chenu nel 1865 pubblicava in un suo libro, frutto di 18 mesi di fatiche e studii continui. - Nei 22 mesi che durò quella guerra perirono 95,615 Francesi, 22,182 Inglesi, 2,294 Piemontesi, 35,000 Turchi, e 630,000 Russi; perirono in tutto 784,991 uomini per servire la rivoluzione. Questa sanguinosissima guerra, comprese le spese anche del Governo austriaco per tenersi in quella sua sconsigliata neutralità armata, costò più di sette miliardi. Ma dalla guerra di Crimea venne la intrusione del Conte di Cavour nel Congresso di Parigi nel 1856, che, col delirio della gioia, egli vedeva riunirsi per pratticarvi quegli intrighi, dei quali stupiranno i posteri, e noi ne sentiamo i miserandi effetti.

(1) Cantù. Risorgimento della Grecia, vol. 3. Nella collana di storie e memorie contemporanee.

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IX.

Ipocrisia e empietà della Rivoluzione italiana

La Frammassoneria frattanto, risoluta di abbattere il Papato, e nel suo finale scopo, distruggere il Cristianesimo, coi mezzi che ormai ognuno conosce, aveva disfatto tutte le grandi Potenze cattoliche, dominando sovrana in Portogallo, in Spagna, in Francia, e, dopo un lungo e perseverante sotterraneo lavorio, avendo scosso anche l'Impero austriaco, credette giunto il momento di dare un gagliardo crollo a quel grande e secolare Impero cattolico, discacciandolo dall'Italia, onde aver poi buon giuoco coi minori Potentati italiani, provvidenziali antemurali degli Stati della Chiesa. Ma quali furono le cause immediate di questo funestissimo avvenimento? Eccone un rapidissimo cenno.

Campione della rivoluzione in Italia, apparecchiato da lunga mano, fu il Re di Sardegna, Vittorio Emanuele II, a tal uopo educato dagli antichi amici di Re Carlo Alberto, troppo tardi da esso ripudiati, cui veniva dato a potente sostegno ed alleato Luigi Napoleone Bonaparte, divenuto Imperatore dei Francesi. Costui, disposta a tempo ogni cosa, dava il primo squillo di guerra con le famose parole rivolte all'Ambasciatore d'Austria presso le Tuileries, il primo giorno dell'anno 1859: «Sono dolente, diceva, che le nostre relazioni col vostro Governo non siano più così buone come per lo addietro; ma vi prego di dire al vostro Imperatore che i miei sentimenti personali non sono cambiati» (1).

Vero carattere della guerra di Lombardia

Ogni uomo di mente scorse in quelle parole una mal velata dichiarazione di guerra, che scoppiò infatti non guari dopo tra il Piemonte e l'Austria. E questa volta, credendo maturi ì tempi, la guerra vestiva il suo vero carattere anticristiano, dicendosi apertamente di voler liberare i popoli del Regno Lombardo-Veneto dalla tirannia degli Asburgo, giunta al colmo per il Concordato conchiuso colla Santa Sede... Strana contraddizione! nel 1848 si assaliva l'Austria, perché a danno dei popoli del Lombardo-Veneto minacciava la libertà della Chiesa; dieci anni dopo le si dichiarava la guerra, perché, affrancando la Chiesa, offendeva gli stessi popoli!

(1) Costitutionnel, 4 Gennaio 1859.

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Ma perché non sembri a taluno che da noi si esageri, rechiamo qui due brani di due importanti Documenti, che confermano le nostre asserzioni.

«Si tratta di difendere, scriveva il Ministro Plezza nella sua circolare del 1 agosto 1848, si tratta di difendere le nostre istituzioni, e in particolare la nostra Monarchia della Casa Savoia dallo straniero che la minaccia; imperciocché, se l'Austria prevalesse in Italia, il suo dominio nuocerebbe non solo alle libertà nostre, ma ai diritti dei nostri Principi. Inoltre la Religione Cattolica ne soffrirebbe non poco, essendo noto che l'Austria fu sempre nemica delle prerogative della Santa Sede, e intende a diffondere nei suoi Stati, e in quelli su i quali ha qualche influenza, principii, e massime, e regole di disciplina e di culto poco ortodosse e contrarie alla sovrana autorità della Chiesa. Oltrecchè, se l'Imperatore vincesse in Lombardia, egli non si contenterebbe più degli antichi dominii, torrebbe al Papa le Legazioni, distruggerebbe la sua indipendenza politica con grave danno della libertà ecclesiastica.

Tali sono le considerazioni che debbono indurre tutti i buoni cittadini ed i buoni Cattolici ad aiutare la guerra Lombarda con ogni loro sforzo.

Il Ministro Conte Camillo Benso di Cavour al contrario, trattandosi sempre dello istessissimo scopo di togliere il Lombardo-Veneto all'Austria, nel suo famoso Memorandum del primo Marzo dell'anno 1859 diceva precisamente così: «Per un certo lasso di tempo la condotta ferma e indipendente del Governo austriaco verso la Corte di Roma temperava i sinistri effetti della dominazione straniera. I Lombardo-Veneti si sentivano emancipati dall'impero che la Chiesa esercitava nelle altre parti della Penisola sugli atti della vita civile, del santuario medesimo della famiglia; e questo era per loro un compenso a cui attribuivano una grande importanza. Questo compenso venne loro tolto in forza dell'ultimo Concordato, il quale, come è notorio, assicura al Clero una maggiore influenza e più ampii privilegii che in qualunque altro paese, anche in Italia, eccettuati gli Stati del Papa. La distruzione dei savii principii introdotti nelle relazioni dello Stato colla Chiesa da Maria Teresa e da Giuseppe II fini per far perdere ogni forza morale al Governo austriaco nello spirito degli Italiani.

La valorosa Armonia di Torino notava, che Plezza e Cavour «sono ora perfettamente uniti, e le opinioni dell'uno possono considerarsi come opinioni dell'altro».

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Sicché nel 1848 si doveva far la guerra all'Austria, perché era poco ortodossa, e nel 1859 doveva farlesi egualmente la guerra, perché troppo ortodossa) nel 1848 si doveva combatterla, perché si opponeva alla sovrana autorità della Chiesa, e si doveva egualmente combatterla nel 1859, perché aveva riconosciuto alla Chiesa una sovranità maggiore che nelle altre parti della Penisola. L'Austria nel 1848 era rea, perché professava i principii di Giuseppe II, ed era rea egualmente nel 1859, perché ha distrutto quei principii!...

Tuttavia la diversità tra il linguaggio che il ministro Plezza teneva nel 1848 e quello tenuto dal Conte di Cavour nel 1859 si spiega facilmente, avvertendo, che il primo scriveva ai molto reverendi Parrochi del Regno, e l'altro a due Governi protestanti, il prussiano e il britannico. Scrivendo ai Parrochi, bisognava manifestare un grande affetto ai diritti e alle prerogative della Chiesa Cattolica, e scrivendo ai Protestanti era necessario dichiarare schietto, che si voleva fare la guerra al Papa e a chi ne sosteneva il dominio. E così nel gergo settario, con alternative dialettiche alla Gioberti, si gabbavano i Cattolici, quando nel 1848 si aveva bisogno di loro, e si accarezzavano i Protestanti, quando si sperava tutto da essi: salvo il distruggere anche questi, quando la Frammassoneria crederà giunto il momento d'innalzare monumenti, come ai tempi di Diocleziano, al nome dei Cristiani distrutto, e di proclamare apertamente il regno sociale del Demonio. - II Congresso dei Socialisti del settembre 1877 tenuto nel Belgio ci è sicuro garante di quanto affermiamo -.

Napoleone III e la setta

Con siffatti auspicii, Napoleone III, il campione di ogni causa giusta, colui che non combatteva che per una idea, scendeva m campo per sostenere il leale e fedele Alleato piemontese, divenendo in uno stesso punto condottiero e arbitro della guerra, che fu incominciata e finita a sua piena balia. E doveva essere così, finché si manteneva fedele alla Setta!

Egli intanto, sollevato all'apogeo del potere dalle scaltrite mene della rivoluzione cosmopolita, coll'aiuto, validissimo, dei troppo creduli Cattolici francesi, era il perno nel quale incentravasi la guerra alla Chiesa e le speranze delle Società segrete in generale, e della Giovane Italia in particolare. A corroborare la quale asserzione, che altri potrebbe dire esagerata e non conforme al vero, venne in buon punto una pubblicazione del signor Leone Pagés, comparsa non ha molto in Francia, nella quale é riportata una Memoria, sottoposta nel 1860 all'Imperatore Napoleone dal suo Ministro dei Culti, signor Rouland, che tracciava lo sciagurato disegno di guerra alla Chiosa Cattolica.

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Il quale disegno, seguito poscia pie o meno fedelmente, a seconda delle circostanze, dal Governo bonapartesco, e assunto oggi dagli uomini di Berlino e dai loro servi italiani, distruggerebbe ogni cosa cristiana, se Iddio, come vorrebbero credere i settarii, non ci fosse. E qui, a edificazione di ohi ci legge, citiamo il seguente brano dell'importante opuscolo del Pgès.

Il cesarismo pagano e il governo napoleonico

«Fino dai primodii dell'Impero, così egli, fu concepito

nelle alte sfere di Corte il progetto di riabilitare il Cesarismo pagano, screditato da Tacito e fatto crollare dalla tradizione cristiana. Si vagheggiò l'idea di farlo risorgere in Francia, e siccome il principale ostacolo sarebbe sorto nel Cristianesimo, ij quale aveva già rovesciato il Cesarismo antico, così non si ebbe ritegno di mirare alla distruzione della Religione cristiana. La guerra d'Italia e l'abbassamento della S. Sede furono parte di questa impresa singolare; ma non si tardò a riconoscere, che l'assunto era inanitàmente superiore a tutti i possibili sforzi. Ciò non ostante si persistè; al quale intendimento si risolvette di corrompere la pubblica opinione. Mezzo principale di azione prescelto fu la pubblicazione di una nuova Enciclopedia, che avrebbe dovuto diffondersi profusamente in Francia e in Europa. I signori Perèire ne avrebbero fatte le spese, il signor Duvevrier ne avrebbe sorvegliata la stampa, mentre un comitato direttore, di cui si sarebbero chiamati a far parte i membri di ciascuna sezione dell'Istituto di Francia, ne avrebbe fornito il materiale. Il comitato fu costituito, e deliberò: in una delle sue deliberazioni fu anzi risoluto, dietro proposta del signor di Sainte-Beuve (il famoso mangiatore di cibi di grasso in Venerdì Santo!) che la parola DIO non figurerebbe nell'Enciclopedia progettata; ma poi, essendo surti gravi dissidii, il Governo imperiale ebbe paura degli inconvenienti che avrebbero potuto nascere. Per conseguenza si rinunciò al progetto di pubblicare un'Enciclopedia; ma fu rispluto invece che ciascuno di coloro, i quali dovevano concorrere alla impresa, dovesse adoperarsi colle pubblicazioni, che riputasse più opportune, a raggiungere il ribaldo intento».

Così sono spiegate le immonde ed empie opere, venute in luce poco di poi, del Rénan, dell'About e di altri scrittori di simile risma: essi non furono se non se gli apostoli salariati dell'empietà e del pravo orgoglio imperiale, tva continuiamo a citare: «La maggior parte dei lettori non avrà certamente perduto la memoria di una circolare, che il Ministro dei Culti dell'Imperatore Napoleone, sig. Rouland, diramava ai Vescovi della Francia

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in occasione detta guerra d'Italia, che allora si andava ad imprendere. In questo suo Documento, affine di rendere favorevole alle imprese imperiali il Clero e le popolazioni francesi, quel Ministro faceva, a nome del suo Sovrano, larghissime promesse all'Episcopato, protestando l'assoluta devozione dell'Impero verso la Chiesa, e pigliando formale impegno, che la libertà, l'incremento e gl'interessi del Cattolicismo sarebbero con ogni zelo promòssi e rispettati. «Il Principe, scriveva tra le altre cose il Rouland, che diede alla Religione cotanti attestati di affetto e di devozione, che dopo i tristi giorni del 1848 ricondusse il S. Padre al Vaticano.... vuole, ohe il Capo Supremo della Chiesa venga rispettato in tatti i suoi diritti di Sovrano temporale.» (1)

Ad attenere le fatte promesse ed a mostrare quanta fosse la lealtà nelle sfere imperiali, lo stesso Ministro sottoponeva, pochi mesi dopo, cioè attuata la famosa Idea Napoleonica colla guerra d'Italia, un Memoriale al suo Sovrano, ohe ne approvò le proposte, e le volle, come in realtà furono, adottate a norma della futura condotta politica dell'Imparo.

A nulla gioverebbe di riportare per intero la prima parte di questo Documento, nella quale il degno Ministro espone le sue vedute ed opinioni intorno all'indole e alle tendenze del Cattolicismo e del Papato. Basterà dire, che sono accumulati nella medesima tutti quegli spropositi, tutte quelle empietà e nefandezze, che formano il fondò del sistema liberalesco il fatto di religione. Si faccia conto di avere sott'occhi un articolo degli odierni organi dell'ateismo, e si avrà una giusta idea del linguaggio adoperato e del criterio, onde fu mosso il Ministro dì Napoleone III nel giudicare e nel riassumere il carattere, la natura e lo scopo di una istituzione divina. Le menzogne e le calunnie non vi fanno difetto, né inferiore a quella dei peggiori nostri liberali si scorge l'invidia, suscitata dall'odio che covava nell'animo del fedelìssimo funzionario dell'Impero, nel vedere, come'egli stesso era costretto a confessare, che sul terreno della pubblica istruzione «all'elemento laicale era impossibile di lottare contro l'elemento religioso, per la ragione che quest'ultimo, in apparenza o in realtà, offre alla famiglia una maggior guarentigia di moralità e di spirito di sagrificio.» Questa semplice confessione, e il molto di più che essa rivelava, sarebbe bastato per mettere sulla buona via un Governo, al quale fosse stato realmente a cuore di vegliare al buon costume ed al vero bene del popolò ad esso affidato.

(1) Circolare ai Vescovi, del 4 Maggio 1859.

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Ma tale non era lo scopo dell'Impero rivoluzionario,e,piuttostochè la verità, strappata al Ministro dal disinganno, servirono ad esso di guida gli empii progetti che quest'ultimo faceva scaturire dalla calunnia, dalla menzogna e dal satanico odio contro la Religione.

Ecco pertanto, senza commenti, che non ne hanno bisogno, codeste proposte, accolte e sancite dall'Imperatore Napoleone, proposte che informarono tutta la condotta avvenire del Governo imperiale, e che ebbero a mano a mano la piena loro applicazione a quel modo che il carattere e le abitudini di quell'infelice Monarca comportavano, e, come il degno suo Ministro suggeriva, non già «apertamente e all'improvviso, perché ciò avrebbe avuto aspetto di persecuzione ed avrebbe suscitato una reazione» ma coll'ipocrisia e colla frode!

«Le misure da adottarsi, scriveva il Rouland, sono le seguenti: «1. Non tollerar più, a meno di bisogni locali perfettamente constatati, nessuna istallazione di Corporazioni religiose d'uomini, sia che si tratti di case conventuali, chiese, cappelle, sia d'istruzione pubblica ed opere di carità generale.

«2. Adoperare, d'ora in poi, la più grande severità nelle autorizzazioni delle Congregazioni di donne, le quali non dovrebbero essere accordate se non a fronte di irrecusabile necessità di carità pubblica e d'insegnamento primario.

«3. Per ciò che riguarda le Congregazioni autorizzate di uomini e di donne, ricondurre il Consiglio di Stato a una grande severità nel giudicare intorno ai doni, ai legati e alle liberalità che abbisognano d'autorizzazione.

«4. Mantenere il più che è possibile, senza violare la libertà di scelta dei Consigli Municipali, l'insegnamento laico primario». - A questo proposito il bravo Ministro fa osservare, che nelle scuole cattoliche non si fa quel conto che si dovrebbe dei famosi principj dell'89, e che nelle scuole laiche e governative soltanto si ode il grido di Viva l'Imperatore -

«5. Sostenere energicamente l'insegnamento dello Stato, e sussidiarlo in modo che possa estendersi e consolidarsi. -

«6. Tornare, per quanto si può, e senza spingere le cose all'estremo, all'esecuzione delle disposizioni organiche, le quali frappongono ostacolo allo sviluppo del potere del Papa sul Clero e sullo Stato; a tale uopo gioveranno le seguenti norme:

«Regolare le funzioni del Nunzio Pontificio in Francia come quelle di qualunque altro Ambasciatore, e non soffrire per nulla che esso corrisponda in nome del Papa coi Vescovi francesi, né

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che faccia verun atto di giurisdizione, né che abbia la minima influenza sulla scelta dei Vescovi.

«Dar prova della maggiore energia, affinché nessun atto della Corte di Roma possa essere pubblicato, ricevuto e distribuito in Francia, senza l'autorizzazione del Governo.

«Sopprimere a poco a poco la facoltà lasciata, da dieci anni, ai Vescovi di adunare periodicamente Concilii provinciali, senza la speciale autorizzazione del Governo.

«Scegliere risolutamente i Vescovi tra Ecclesiastici pii ed onorevoli bensì, ma conosciuti pel sincero loro attaccamento all'Imperatore ed alle istituzioni della Francia.

«Sopprimere i giornali religiosi».

Finalmente l'egregio Ministro napoleonico richiama la diffidenza del suo Sovrano sulle Associazioni religiose dei laici, come quella di S. Vincenzo di Paoli, (che fu soppressa effettivamente due anni dopo) quella di S. Francesco Saverio, ed altre, lamentando che esse si trovino nelle mani del Clero e del partito legittimista.

Questo Documento, del quale è indiscutibile l'autenticità, basta a porre in chiaro la scienza perversa dei Consiglieri dell'Impero, e la servile docilità del Sovrano nell'iniqua guerra contro la Chiesa, che cominciò in Francia nel 1860, e che non cessò se non quando ai ribaldi suoi iniziatori mancarono i mezzi di proseguirla.

Dichiarazioni settarie

Tali abbominevoli disegni, maneggiati nel mistero della Setta anticristiana, altro non erano se non che una più o meno pedantesca ripetizione delle sataniche trame dall'Apostata Giuliano alla vigilia della guerra Persiana. Ma quella fu la fine, mentre la guerra d'Italia è stata invece il principio della presente generale persecuzione della Chiesa. Gli arrecati Documenti lo dicono abbastanza; ma i fatti che narreremo lo proveranno fino alla evidenza. Il vero è che, in Francia come in Italia, la guerra alla Chiesa procedeva di pari passo con l'opera dello spodestamento dei Principi italiani, per detronizzare il Papa, e distruggere la divina istituzione del Papato; e si stringevano i nodi dell'alleanza Franco-Italiana, a mano a mano che si sviluppava l'azione settaria contro Roma. In Francia si procedeva posatamente, in Piemonte scapigliatamente; ma da per tutto con calcolo al grande scopo settario. Ora a mò di corollario raccogliamo alcune dichiarazioni autorevoli di autorevolissimi Settari, che serviranno di convincente chiusa a questo nostro sguardo alla rivoluzione italiana.

Mentre scrivevamo queste pagine (Decembre 1873) giungeva da Roma il deputato Cairoli, festeggiato dentro e fuori del Parlamento.

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Costui, il 19 di Giugno 1867, poco prima del furioso attentato contro Roma, dal quale Iddio benedetto ci ha prodigiosamente liberati, nell'Ottobre di quell'anno, doppiamente memorando e pel Centenario di S. Pietro e per la invasione garibaldina, in piena Camera dei Deputati, diceva: «Noi consideriamo il Papato come un pericolo; sì, lo consideriamo come un permanente attentato contro l'Italia.... Ma il Papato è una istituzione che ha profonde radici, e che non si abbatte coi colpi di fucile; lo so, ci vogliono anche i colpi delle idee.... Imperocché crediamo che il Papato, anche profugo da Roma, finché dominerà la superstizione fanatica delle masse, non rinunoierà all'audacia delle solite cospirazioni, esse ci sono provate dalle sue dichiarazioni di guerra, e da recenti anatemi contro la civiltà (1)». (Poteva dir chiaro contro la Frammassoneria; poiché il Papa non ha mai anatematizzato la vera civiltà, cui invece ha sempre promosso e benedetto). Ma si era già parlato chiaramente, molto prima di quest'epoca.

Il 5 Febbraio 1858, il patrono delle generose, Deputato Salvatore Morelli, diceva schietto così: «Io non m'illudo, io credo che chi é con la fede non è con la scienza, e chi é col Papa non é con la libertà.... Lo sappia il paese, lo sappiano le madri, lo sappia il mondo: il Catechismo cattolico, dato alla prima età, infatua e non illumina i loro figliuoli (2)».

Più schietto ancora era il famoso Petruccelli della Gattina, e l'istesso mese, in cui si proclamava Roma Capitale del così detto Regno d Italia, gridava nella Camera: «Il principio generale della rivoluzione Italiana é stato l'abolizione del Papato» (3). E il 20 di Luglio 1862 aveva svolto meglio il suo pensiero in questi termini: «A Roma non v'è la nazione, v'é una idea: questa idea si combatte con una idea opposta, della quale l'incarnagione è Garibaldi!... Questo pontefice del popolo, scaccerà il Pontefice di Cristo... Noi dobbiamo combattere la preponderanza cattolica nel mondo, comunque, con tutti i modi. Noi vediamo, che questo Cattolicismo é uno strumento di dissidio, di sventura, e dobbiamo distruggerlo.... La base granitica della fortuna politica d'Italia deve essere la guerra contro il Cattolicismo su tutta la superficie del mondo (4).

(1) Atti Uff. della Camera N. 209 pag. 818.

(2) Atti Uff. della Camera N. 624. pag. 246

(3) Atti Uff. della Camera N. 1076 pag. 4187.

(4) Atti Uff. della Camera N. 772. pag. 2094.

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E Giuseppe Ferrari: «Le raccomandazioni, diceva, che erano fatte dal Presidente del Consiglio Conte di Cavour di attenerci alla Religione cattolica, di essere sempre più religiosi nell'atto stesso che è da noi spogliato il Pontefice.... non sono conformi alle tradizioni della moderna civiltà Non con eccessi di devozione, non con dottrine teologiche; ma colle idee proclamate dalla Rivoluzione francese si può vincere la causa che diciamo di Roma. Questi principii sono quelli degli Enciclopedisti, di Rousseau, di Voltaire, dei liberi pensatori, e ci possono redimere dal Pontefice, perché riscattano la ragione (1)».

Gli Atti ufficiali della Camera subalpina su ciò ne offrono la più copiosa materia, e le affermazioni le più esplicite e chiare si confondono insieme con le più esecrande bestemmie: un'Assemblea di demonii non saprebbe dire niente di più infernale ed abbominevoìe. Di fatto il Miceli diceva: «L'abolizione dei Conventi e la soppressione del Clero, a noi nemico, è la rivoluzione grande, la rivoluzione italiana, la rivoluzione politica, che dobbiamo tutti volere, per abbattere il Papato, che circonda ed allaccia colle sue reti il mondo» (2).

E il Deputato Andreotti dichiarava: «Noi abbiamo bisogno di e una rivoluzione fatta a nome di tutti i culti contro il Culto Cattolico (3)» II deputato Macchi, trovando contraddizione tra il principio di Nazionalità e la Chiesa Cattolica Apostolica Romana (4), ne trae la conseguenza doversi abbattere il cattolicismo pel trionfo della Nazionalità! E il deputato Castiglia, protestava: «Il Cattolicismo, come sta, è il nostro nemico»....... «L'Italia preferisce al Cattolicismo il principio di camminare sempre innanzi (5)».

Si Deputato Crispi, il famoso Crispi, che ha fatto tanto parlare di sé in questi giorni col suo viaggio in Germania e col suo triplice matrimonio, affermava: «Il Cattolicismo, come ogni opera umana, ha fatto il suo tempo (6)». Giuseppe Ferrari nella sua Federazione Repubblicana, pag. 3. scriveva: «L'Europa ha dichiarato e intimato a Roma una guerra di religione né potremo avanzare di un passo senza rovesciare la croce». Il Diritto finalmente (giornale democratico, al giorno delle segrete cose della Frammassoneria, e per conseguenza del Governo italiano)

(1) Atti Uff. della Camera N 41. pag: 144 145.

(2) Atti Uff. della Camera N. 154. torn: 17 Febbr. 1866.

(3) Atti Uff. N. 300 tornata 3. Luglio 1867.

(4) Atti Uff. 12 Marzo 1863.

(5) Atti Uff. 12 Luglio 1867.

(6) Atti Uff. N. 518. anno 1867.

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con orribile bestemmia dichiarava francamente scopo finale della rivoluzione essere, il far prevalere le porte d'inferno!».

Dedichiamo queste satanesche dichiarazioni a quei dabben uomini, che insistono a dire, che la Rivoluzione Italiana non è poi la così malvagia cosa, e che a torto la Chiesa la condanna, e le persone timorate se ne allarmano.

A dir breve, con siffatti intendimenti, che sono appunto il programma ormai chiaramente confessato dal Governo italiano, che mai disdisse, né protestò contro alcuna delle succitate e mille altre simili proposizioni, s'intraprendeva, con l'aiuto potente di una Nazione vicina, e con le più scellerate arti di una setta cosmopolita, la guerra d'Italia, che non fu e non è altro, che guerra a Gesù Cristo e alla sua Chiesa.

Ora, guidati da tale sicuro criterio, noi entreremo risolutamente nel non facile arringo, narrando i fatti di questa empia lotta, i quali, principiati con la guerra di Lombardia, continuarono con la invasione del Regno delle Due Sicilie e con la presa di Gaeta. Finché tolto al Papa l'ultimo baluardo e l'ultimo sincero Alleato, calpestato in piena pace ogni diritto e ogni legge, mascherando attentati i più mostruosamente violenti sotto lo specioso e ribaldo titolo di questione Romana, la Santa Sede si trovò in balia de' suoi più fieri nemici: e, dopo dieci anni di penosa agonia, Roma soccombeva sotto le bombe parricide del Governo Piemontese; ma per risorgere a nuova e più rigogliosa vita, quando la società moderna, prostrata e umiliata sotto il peso delle sue iniquità, delle sue aberrazioni, ma più ancora dei meritati castighi, confesserà finalmente di aver peccato.

LIBRO I.

CAPO I.

TRE QUESTIONI.

La setta anticristiana, con diabolica sapienza, avendo preso le sue mosse dall'alto, nello scorso secolo XVIII era già estesa e potente nelle sfere elevate della società. Voltaire coll'ironia sul labbro volgeva in ridicolo ogni cosa più santa insieme coi dommi, colle tradizioni e coi costumi del Cristianesimo, e trescava antipatriotticamente col Prussiano Federico, nemico implacabile della Francia e dell'Austria, le due più grandi Potenze cattoliche di Europa. Intanto gli altri Stati erano ad un tempo invasi dallo spirito di rivolta contro la Chiesa di Gesù Cristo, per mezzo di ministri altrettanto scaltri, quanto increduli e devoti alla frammassoneria; prova ne sia la guerra implacabile contro la Compagnia di Gesù, che dovè finalmente soccombere all'incredibile concordia, con cui tutti i medesimi Stati assalivano l'inclita Compagni», e minacciavano la Santa Sede.

Solo la infelice Polonia e l'Austria di Maria Teresa aveano resistito da principio alla parricida impresa. Ma, morta la grande Imperatrice, anche l'Austria se ne rese complice, avvegnaché avesse resistito più a lungo, come resiste anche adesso l'Augusto Francesco Giuseppe II alle insidie anticristiane dei settarii moderni. La Russia scismatica che, per contraddizione o per calcolo, aveva ospitato la proscritta Compagnia, non appena si fu impossessata della Polonia, scese anch'essa in campo; e, mentre l'Inghilterra dava la libertà alla Chiesa, essa non cessava più di combatterla.

Finalmente tre questioni, messe fuori dalla Frammassoneria nella prima metà di questo secolo, ponevano in forse tre secolari diritti, sconvolgendo da capo a fondo l'Italia, e con essa il mondo cristiano e civile: Questione italiana, questione napolitana, questione romana,

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Principio della guerra contro il Potere temporale del Papa.

le quali poi, nel pensiero della setta, si riducevano a una sola, la romana; vale a dire allo spodestamelo temporale dei Papi, per via del quale s'intendeva distruggere la spirituale podestà del Vicario di Gesù Cristo e ogni culto divino.

L'idea di rovinare il Governo temporale del Papa, data per verità da assai più lungi. Per non dire di Arnaldo da Brescia, dei Conti Tusculani, di Cola di Rienzo ecc, la guerra al Papa, divenuta opera delle società segrete e della setta anticristiana per eccellenza, nel decorso secolo prese per lappunto di mira quel venerando potere nelle lotte della Repubblica francese del 1793 contro Pio VI, che ebbero tregua col trattato di Tolentino nel 1797, e si riaccesero più ostinate e terribili, per opera di Napoleone I contro Pio VII, dal 1805 al 1814, in cui finalmente cadde quell'infelice despota. Dopo la pace del 1815 la guerra ricominciò più subdola, non però meno fiera: con la sola differenza, che prese a conseguire lo scopo col lusinghiero pretesto della Unità d'Italia, siccome appunto nel 1815 fu stabilito nell'alta Vendita de' Carbonari (1).

Questione Italiana.

La prima delle accennate questioni, sebbene gravissima, perché si aveva da fare con la potenza dell'Austria, era questione preliminare e, avvegnaché principale come mezzo, era secondaria quanto allo scopo. Si trattava soltanto di legare e ridurre alla impotenza il cane da guardia affine di assalire con più sicurezza la greggia. Vinta l'Austria, i minori Potentati italiani, isolati, erano facile preda del vincitore; seppure non si fossero a tempo appoggiati su Napoli, solo Stato capace di tenergli testa con opportune alleanze, e stringendosi tutti uniti alla S. Sede, vero cuore e capo della Italia, come lo é del mondo. Era evidente la necessità di una Lega della Italia cispadana, e di un perfetto accordo dei Ducati con Napoli e con Roma, cosa di cui avremo a dire in appresso.

Questione napoletana.

La questione napolitana, era pertanto l'ultimo nodo, sciolto il quale, umanamente parlando, era sciolta la questione romana; rimanendo la S. Sede e il suo Stato in piena balia di chi, a servizio delle società segrete, pel primo aveva messa fuori tale questione.

Questione romana.

È inutile di notare, che la questione romana non aveva mai esistito se non se nei disegni della frammassoneria; e quindi, a parlare propriamente, allora appunto prese forma, quando Luigi Napoleone Bonaparte ebbe messo le mani nella restaurazione

(1) È da vedere su di ciò l'Eglise romame en face de la révolution di Cretinetti lolv.


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del Governo pontificio, l'anno 1849. Il che si fé chiaro anche ai più ciechi per la lettera scritta da esso Napoleone al suo amico Colonnello Edgardo Nev, non appena fu espugnata Roma, e distrutta la Repubblica di Mazzini. In questa lettera il Bonaparte a chiarissime note spiegava e affermava quali fossero i suoi intendimenti nel restaurare il sacro dominio dei Papi coll'opera e colle armi della Francia.

La spedizione francese del 1849

Ma, a dare una base vie più sicura alle cose che siamo per narrare, non sarà inutile di recare un importante brano di storia contemporanea, che troppo presto si è dimenticata da chi maggiormente avrebbesi dovuto ricordare, onde venne quel mostruoso rovesciamento d'ogni cosa divina e umana, che tutti gli onesti deplorano in Italia, in Francia e in pressoché tutta Europa, e che ora, se Dio benedetto non intervenga, ci trascina tutti nell'abisso.

Il brano di storia insieme con la lettera suaccennata, che tanto profondamente ci colpì all'epoca in cui fu scritta, lo togliamo da un egregio lavoro, pubblicato vari anni fa in Bologna, sulla vita del compianto generale Carlo Vittorio Oudinot, Duca di Reggio, liberatore di Roma nel 1849. In esso, dettosi a lungo delle incredibili difficoltà che quell'uomo, dalla pazienza eroica, ebbe a sormontare, perché la spedizione francese non degenerasse, per le incredibili mene della setta, in spedizione favorevole a Mazzini e alla sua Repubblica, è narrato come si fosse a un pelo, perché le due Repubbliche, già nate a un parto, fraternizzassero caramente insieme, con grande iattura della causa cattolica, e con eterna vergogna della povera Francia. A corroborare la quale asserzione rechiamo alcuni documenti.

La mattina del 24 Aprile 1849 gittò l'ancora dinnanzi a Civitavecchia una fregata francese, e mise a terra tre Parlamentarii, i signori d'Espivent, Capo squadrone aiutante di Campo del generale Oudinot, il Principe de la Tour d'Auvergne e un Colonnello, latori del seguente dispaccio al Commandante di quella piazza:

«Il Governo della Repubblica francese, animato da spirito liberale, desiderando nella sua sincera benevolenza per le popolazioni romane, mettere un termine alla situazione in cui gemono da parecchi mesi, e facilitare lo stabilimento di uno stato di cose egualmente lontano dall'anarchia di questi ultimi tempi, e dagli abusi inveterati che avanti l'avvenimento di Pio IX desolavano gli Stati della Chiesa, ha risoluto d'inviare a quest'effetto a Civitavecchia un corpo di esercito, di cui mi ha affidato il comando. - Vi prego di dare gli ordini opportuni,

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perché queste milizie mettano piedi a terra al momento del loro arrivo, come mi è stato prescritto, e sieno ricevute e istallate come conviensi ad alleati chiamati nel vostro paese da tre nazioni amiche.

Il Generale Comandante in Capo

Rappresentante del popolo.

Oudinot di Reggio

Sbarcata la piccola divisione francese marciò su Roma, sotto le mura della quale toccò il noto insuccesso del 30 di Aprile, al quale si dovette, due mesi dopo, la presa della Città per le armi di Francia. Quel fatto cagionò il più grande commovimento nell'Assemblea, come in ogni Francese geloso dell'onore del proprio paese; quindi vennero ordinati rinforzi per la spedizione di Roma, e Luigi Napoleone Bonaparte, Presidente di quella Repubblica, scriveva al Generale Oudinot, sotto la data degli 8 di Maggio, questa lettera:

Mio Caro Generale

«Sono vivamente afflitto della notizia telegrafica, che annunzia la inaspettata resistenza fattavi sotto le mura di Roma. Io sperava, come sapete, che gli abitanti di Roma, aprendo gli occhi» alla evidenza, accogliessero amichevolmente un esercito che veniva a compiere presso di loro un atto di benevolenza senza interesse: la cosa andò ben diversamente. I nostri soldati sono stati ricevuti come nemici; vi va dell'onor militare, e io non soffrirò che gli venga fatto oltraggio. Non vi mancheranno rinforzi. Dite ai vostri soldati, che io ammiro il loro valore, divido» le loro fatiche, e potranno essi fare assegnamento sul mio appoggio e sulla mia riconoscenza.

» Abbiatevi, mio caro Generale, la certezza che io altamente» vi stimo.

Luigi Napoleone Bonaparte.»

Intanto volendo i Repubblicani cosmopoliti padroni di Roma, nell'istesso modo che il Governo francese, venire a una possibile composizione, erano stati eletti dall'Assemblea tre Commissarii per trattare col Sig. di Lesseps, Inviato straordinario del Governo francese, i quali nella seduta del 19 di Maggio riferirono il seguente disegno di Convenzione proposto dal Lesseps:

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» 1°. Gli Stati romani reclamano la protezione fraterna della» Repubblica francese.

» 2°. Le popolazioni romane (1) hanno il diritto di pronunciarsi liberamente sulla forma del loro governo,

» 3,° Roma accoglierà l'esercito francese come un esercito di fratelli. Il servizio della città si farà unitamente colle milizie romane, e le autorità civili e militari romane funzioneranno a seconda delle loro attribuzioni legali».

Queste proposizioni recate all'Assemblea ebbero, dopo breve discussione, la seguente risposta adottata all'unanimità.

(1) Sarebbe ridicolo, osserva lo Spada nella sua storia, di parlar seria mente della volontà dei Romani. Roma, come abbiamo replicate volte esposto, era caduta sotto l'impero della più esclusiva tirannia. Mazzi ai era tutto, regolava tutto. Egli era in trono; papa, re, negoziatore, legislatore, cospiratore supremo, e tutto e tutti ai suoi ordini obbedivano.

Nel Triumvirato era incarnato tutto il governo, e del Triumvirato era corpo, anima e vita completa il Mazzi ni, genovese.

Inoltre l'Assemblea constava tutta intiera di Romagnoli, Marchegiani, Umbri, ecc. I Romani eran quattro o cinque soltanto.

Il comando militare si componeva quasi tutto di forestieri di tutte le nazioni d'Europa.

Genovese era il Ministro della guerra, Àvezzana, e genovese pure o nizzardo il Generai Garibaldi, ch'era il nerbo principale dell'armata, l'impulso e il sostegno dello spirito militare.

Le finanze, sia che si riguardi al Manzoni Ministro, eh' era di Lugo, o al comitato di finanza trasfuso in Costabili, Brambilla e Valentini, non eran certamente sotto l'impero dei Romani.

Il Ministero di grazia e giustizia avea Giovita Lazzarini, di Forll, alla testa.

Quello dell'interno, Berti Pichat, bolognese.

Bolognese pure il Rusconi, Ministro degli esteri

Di Romagnoli, Marchegiani e Lombardi era la commissione delle barricate.

Formicolavan di Romagnoli, Lombardi e Napolitani i circoli e le congreghe.

Un Romagnolo era alla testa del giornale l'Indicatore (il Rebeggiani), un Parmegiano (il Gazola) ed un Calabrese (il Miraglia) conduce vano il Positivo.

Genovesi e Lombardi gli scrittori dell'Italia del Popolo. Il Friulano (dall'Ongaro) dirigeva la compilazione del giornale officiale, il Monitore Romano. Un Anconitano (il Borioni) era allora lo scrittore del Don Pirlone. Si leggano i nomi degli scrittori del Contemporaneo, ch'eran molti, e non vi si rinverrà un sol nome romano. Il Mamiani (di Pesaro), il Farini (di Russi) ed il Gennarelli (delle Marche) dirigevano la Speranza dell'epoca.

Delegavasi perfino ad un Napolitano, il Saliceti, di dettare la Costituzione della romana repubblica! (Vedi Spada, Scoria della Rivoluzione di Roma, Tom. III.)

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REPUBBLICA ROMANA

IN NOME DI DIO E DEL POPOLO.

«L'Assemblea, col rincrescimento di non poter ammettere il progetto dell'Inviato straordinario del Governo francese, affida al Triumvirato di esprimere i motivi, e di proseguire quelli ufficii che riescano a stabilire i migliori rapporti fra le due Repubbliche.

Roma, li 19 Maggio 1849.

Il Presidente

Carlo Luciano Bonaparte

I Segretarii

Fabrbtti - Zambianohi

Pennacchi - Cocchi.

In una nota del 24 di Maggio, il Signor di Lesseps dichiara meglio gli articoli della Convenzione da lui proposta, e dice cosi:

«Credo utile di dirvi in proposito dell'Articolo secondo, che se noi non abbiamo punto parlato del Santo Padre, egli è che noi non abbiamo per missione di agitare questa questione, e che dichiarando nell'Articolo terzo che non vogliamo entrare nell'amministrazione del paese, noi abbiamo la ferma intenzione di non contestare alla popolazione romana la libera discussione e la libera decisione di tutti gl'interessi, che si riferiscono al governo del paese.

» In una parola il nostro fine non è quello di farvi la guerra, ma di preservarvi da sventure di ogni maniera che potessero minacciarvi. Voi conserverete le vostre leggi e la vostra libertà.

» Egli è falso del pari, che noi abbiamo mai avuto il pensiero» d'inquietare presso voi gli stranieri e i Francesi che hanno combattuto contro di noi. Noi li consideriamo tutti come soldati al vostro servizio, e se vi fossero in questa categoria di tali che non rispettassero le vostre leggi, sta a voi il punirli, perché noi non abbiamo mai immaginato di distruggere colle nostre armi il vostro governo.

Più tardi però, messi alle strette dall'attitudine minacciosa dell'esercito francese i Mazziniani accettarono una nuova redazione, che fu sottoscritta dai Triunviri e dal Lesseps. Eccola testualmente:

«Art. 1. L'appoggio della Francia è assicurato alle popolazioni degli Stati romani, queste considerano l'esercito francese come un esercito amico, che viene per concorrere alla difesa del loro territorio.

Art. 2. D'accordo col Governo romano, e senza immischiarsi per nulla nell'amministrazione del paese, l'esercito francese prenderà gli accampamenti esterni, tanto per la difesa del paese,

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che per la salubrità, (sic) delle sue milizie. Le comunicazioni saranno libere.

» Art. 3. La Repubblica francese assicura, da qualunque invasione straniera i territorii occupati dalle sue milizie.

» Art. 4. S'intende che la presente Convenzione dovrà essere sottomessa alla ratificazione della Repubblica francese.

» Art. 5. In nessun caso gli effetti della presente Convenzione don potranno cessare che quindici giorni dopo la comunicazione officiale della non ratificazione.

» Fatto a Roma e al Quartier generale dell'armata francese, in tre originali.

» Li 31 Maggio 1849, otto ore di sera.

CARLO ARMELLINI

GIUSEPPE MAZZINI

AURELIO SAFFI

Ministro della Repubblica francese in missione

FERDINANDO LESSEPS

Imbarazzi dell'Oudinot

Richiamato però appunto in quel momento il Lesseps dal suo Governo, il Generale Oudinot ricusò di approvare la Convenzione; le trattative furono rotte, venne incominciato l'assedio, e Roma fu presa; ma fu appunto con la presa di Roma che gli ostacoli, fui per dire più gravi, si frapposero al coronamento dell'opera, al ristabilimento cioè del Governo pontificio, e al ritorno del Papa a Roma. Tutte le arti più inique e subdole sorsero in una volta, a fine di paralizzare la missione riparatrice dell'Oudinot e a guastare da capo a fondo, anzi annientare, quanto si era tatto. Menzogne, ipocrisie, calunnie le più incredibilmente maligne ed assurde si posero in opera contro il Generale e contro la Commissione dei tre Cardinali (1) mandati dal Pontefice Pio Nono ad assumere il Governo degli Stati della Chiesa. Dell'opera loro benigna, e al di là d'ogni credere misericordiosa verso i vinti settarii, si fece un mostro di crudeltà e di tirannide; il ristabilimento della S. Inquisizione, (2) e il tribunale del Vicariato di Roma, sommamente infesto al Bonaparte mentre giovinetto viveva tra noi, furono il bersaglio più specioso e principale, contro del quale avventarono i colpi più fieramente sentimentali: e il Bonaparte tutto credeva, tutto prendeva per oro di coppella, punto non curando le relazioni e le schiette rimostranze della S. Sede,

(1) Come è noto, furono i Cardinali Vannicelli, Casoni, Altieri e della Genga Sermattei.

(2) Nelle carceri della quale i Mazziniani non avevano trovato se non se uno o due detenuti, che rifiutarono la libertà offerta loro da quei sanguinarii liberatori.

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del de Ravneval e del de Corcelles, Plenipotenziarii francesi, e dell'Oudinot. Quest'ultimo, nella speranza d'imporre alla falsata opinione in Francia e altrove col definitivo ristabilimento del Governo Pontificio, non appena assestate alquanto le cose, corse a Gaeta per indurre il Papa a ritornare a Roma. Ma Pio IX saggiamente vi si oppose, risoluto di differire il suo ritorno fino a tanto che il Governo bonapartesco non lo avesse reso possibile con una politica leale e cristiana. Questo invece si mostrava sempre più mal disposto e ostile, e la situazione si faceva ogni giorno più malagevole ed aspra.

Non andò guari, scrive il biografo dell'Oudinot, e il Duca di Reggio ebbe nuovi argomenti per meglio persuadersi del quanto fossero ragionevoli i timori di Pio IX; ebbe anzi a gustare largo saggio di così amara verità. Conciossiachè le persone della fazione repubblicana e quelle altre, che, per qualsivoglia cagione, nudrivano cuore avverso alla signoria del Pontefice, nel modo che fino allora si erano sempre sforzate di crear odio all'Oudinot e al suo esercito dopo che questi avevano distrutta in Roma l'anarchia cosmopolita, similmente non avevano cessato mai dal levare dolorosi schiamazzi contro il potere e i fatti dei tre Cardinali Commissarii del S. Padre.

Nota di Tocqueville all'Oudinot

Tornato appena il Generale da Gaeta, ecco giungergli una lunga scrittura del Tocqueville, Ministro di Francia per le cose straniere, nella quale, sotto forma di moderato linguaggio, traspariva una stizza bene acuta di rimproveri verso di lui, quasi che egli non avesse saputo sino a quel tempo qual cosa importasse l'officio suo in Roma, dopo di averla conquistata colle armi. E qui, date delle oscure pennellate per delineare appena i fatti, che si dicevano affliggere la santa Città, eccitava l'animo dell'Oudinot, perché non si dovesse rimanere inoperoso spettatore di quanto colà interveniva; ma dovesse metter mano ai diritti che in lui eransi derivati dall'aver sottratto la Città ai faziosi e restituitala al Pontefice. - Sapersi da lui Ministro, per mezzo delle pubbliche effemeridi, e per via di lettere private, come il Generale non si fosse trattenuto dal concorrere, o, per lo meno, non si fosse opposto al rinnovamento di due istituzioni, che avevano per orrore rimescolato tutta Europa, ed erano la Inquisizione, e il detestabile Tribunale del Vicariato. Dopo ciò non poteva recar meraviglia, se dalle cime dei sette colli non si partissero altre querele che di imprigionamenti e di esilii. Badasse dunque il Generale di non più tollerare quindi innanzi simiglianti enormezze, e ricordasse, che se in Roma i Francesi vi erano quasi consiglieri,

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non però cessavano di essere consiglieri colla spada al fianco. Si dovesse pure concordare in ogni cosa col de Corcelles; ma, ove la bisogna fosse gravissima e impaziente di dimora, egli da sé provvedesse, secondo che avvisasse opportuno (1).

Maneggi dei settari in Francia; nobile attitudine dell'Oudinot

È più facil cosa immaginare che descrivere, il rammarico del Maneggi l'Oudinot a leggere codesti ingiusti ed altezzosi richiami. Laonde in plancia; deplorava con tutto lo spirito il dileguarsi di quell'accordo, che essenzialmente doveva regnare tra il potere di Parigi e quello del Pontefice. Avvegnaché poi a tutti fosse palese quale sopravvento godessero allora nella Capitale della Francia coloro che in Roma poco prima avevano patita quella memorabile disfatta; nondimeno l'Oudinot non volle trasandare l'ufficio suo gravissimo e molto delicato, di rispondere cioè al Gabinetto secondo la verità e la giustizia, essendosi studiato di metterlo in guardia contro il maltalento e i ragionamenti dei faziosi. Con animo franco e nobile, rigetta la calunnia dell'Inquisizione e del Tribunale del Vicariato; ne determina prima la natura e l'indole, e poscia conchiude, netto e deciso,.che l'esercito in nessun caso potrebbe assumere il compito di atteggiarsi a Tribunale ecclesiastico. Ribadisce infine il suo proposito, che, ove occorra operare, non tralascerà di giovarsi del consiglio e del conforto del de Corcelles e del de Ravneval.

Da parole così franche e piene di verità non era da promettersi gran frutto: tanto le cose in Parigi erano rimescolate dai clamori e dalle infestazioni dei demagoghi e degli avversar! del Papato. Laonde non più mancarono uomini di giusto avvedimento, i quali, confrontando la condizione delle cose presenti con quella passata nell'Aprile, dopo che le milizie Francesi furono ostilmente ricevute dai Mazziniani, prognosticavano che alcuna cosa di simile sarebbe ora accaduta

Infatti valevano assai più nell'animo del Bonaparte gli stridori e le artificiali querele dei vinti demagoghi, che non la giusta difesa dei cittadini, il debito esercizio di un diritto,

(1) Una testimonianza di gran peso, chi ne fosse vago, troverebbe nello stesso signor de Corcelles, il quale, essendo in Roma ai tempi onde scriviamo, dovea non solo ascoltare, ma vedere altresì co propri occhi tutto quell'infortunio di esiliati e d'imprigionati. Ora quest'uomo diplomatico,, nei suoi studii sul Governo Pontificio (Milano: Ditta Bomardi Pogliani, 1857) ci dice chiarissimo quanto fosse irragionevole questo gridare, e ci da persi do il numero, assai scarso, dei passaporti accordati in Roma a ogni fatta di persone nostrane e straniere, le quali vollero, o dovettero, uscire dalla città, dal giorno 3 di luglio sino al 18 di settembre 1849, in che venne pubblicato il decreto della nuova amnistia. Infatti non tace che molti faziosi italiani e stranieri, rimasti in Roma, non ebbero molestie di sorta.

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e la necessaria satisfazione di un dovere, che debbono essere sacri ed inviolabili in ogni legittima podestà. - Fin qui il citato biografo.

Ciò non pertanto il Bonaparte risoluto di vincerla nella deplorevole lotta contro il reale ristabilimento dell'Autorità pontificia, volle rjjnosso ogni ostacolo, e pel primo tolse di mezzo l'Oudinot, cui volle richiamato, dandogli a successore il Generale Rostolan, uomo per altro anch'esso leale e retto, forse non abbastanza conosciuto da lui. E, mentre tuttora lo stesso Oudinot si tratteneva in Roma, Luigi Napoleone, a ben chiarire i suoi intendimenti in quel momento d'incertezza che suole seguire un cambiamento importante nella pubblica cosa, scrisse la famosa lettera al suo fido amico Edgardo Nev, con la quale lo mandava al nuovo Generale Comandante, cui ingiungeva di divulgarla col maggiore apparato e rumore.

Lettera di Luigi Napoleone ad Edgardo Ney

Trascriviamo codesto documento, come quello che a colpo d'occhio spiega molte cose passate, e racchiude, come in fecondo germe, tutti i fatti dei rivolgimenti settarii dal 1850 al 1870. - La lettera dice pertanto cosi:

«Mio caro Edgardo,

La Repubblica Francese non ha mai pensato di spedire in» Roma un esercito affine di soffocare la libertà Italiana; ma solo» per moderarla, e, preservandola dai proprii sviamenti, darle» una solida base col riporre sul trono pontificale quel Sovrano, che pel primo aveva caldeggiato tutte le utili riforme. Con dolore però» ho appreso che tanto i propositi benevoli del S. Padre, quanto le» nostre fatiche rimangono senza frutto, colpa delle passioni e delle brighe più avverse. Si vorrebbe, come a fondamento del ritorno del Papa, la proscrizione e la tirannia; ma sappia il Generale Rostolan, che egli non deve in verun conto soffrire che, all'ombra del nostro tricolore vessillo, si commetta qualche novità che possa snaturare l'indole del nostro soccorso. Io compendio il Principato del Papa in questa formola: Amnistia generale, secolarizzamento dell'amministrazione, codice napoleonico e governo liberale. È stata poi una ferita al mio cuore il leggere il bando dei Cardinali, e il non vedervi fatta menzione né della Francia, né degli stenti dei nostri valorosi soldati. Qualsivoglia ingiuria recata al nostro vessillo o alla nostra divisa mi trapassa l'anima: onde fate che si sappia da ognuno, che se la Francia non mercanteggia i suoi servigi, vuole però almeno le si sappia grado e grazia sacrifizii e della sua annegazione. Allorquando i nostri eserciti andarono attorno per l'Europa, dapertutto lasciarono, quali orme del cammino, la distruzione degli abusi feudali, e i germi della libertà. Nessuno pertanto avrà a dire, che nel 1849 un esercito francese

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abbia operato a rovescio e ottenuto contrarii effetti. Ingiungete al Generale di ringraziare a mio nome i soldati del loro nobile portamento. Ho saputo ancora con dispiacere, che essi non siano fisicamente trattati, come pure si meriterebbero. Fate che tutto sia messo in opera per alloggiare le nostre milizie nel modo più acconcio che si possa. Voi poi, mio caro Edgardo, tenetevi certo della mia sincera amicizia».

«Luigi Napoleone Bonaparte» (1).

Non diciamo nulla di questo Documento in ordine alla disciplina militare che sconosceva, quando a un semplice Colonnello ingiungeva di dare ordini a un Generale d'armata; ma era questo un atto di accusa in piena regola, gettato a pascolo di tutti i rivoluzionarii d'Italia e del mondo contro quel Pontefice, al quale pochi giorni prima era stato reso alla meglio il Trono più antico e venerando di Europa, che destava il rispetto e l'ammirazione perfino negli uomini più avversi alla Chiesa Romana, e agli stessi fogli protestanti e liberali (2).

(1) Non scriveva cosi pochi mesi prima il Bonaparte. Quando egli aspirava alla presidenza della Repubblica francese, diresse al Nunzio Pontificio in Parigi la seguente lettera, che venne riportata nel Journal des Dèbats del giorno 9 Dicembre 1848.

» Monsignore!t

» Non voglio lasciare accreditare presso di voi le voci, che tendono a rendermi m complico della condotta che tiene in Roma il Principe di Canino (Carlo Luciano Bonaparte).

» Da molto tempo io non ho alcuna specie di relazione col figlio primogenito di Luciano Bonaparte, ed io deploro con tutta l'anima mia ch'egli non abbia sentito che il mantenimento della sovranità temporale del Capo venerabile della Chiesa sia intimamente legato allo splendore del cattolicismo, come alla libertà e alla indipendenza della Italia.

» Ricevete, Monsignore, rassicurazione de' miei sentimenti di alta stima.

Luigi Bonaparte

Se ben ai considera la detta lettera (la quale quantunque breve, accoglie una professione di fede politica e religiosa), si deve convenire ch'essa non poco contribuir dovesse a conciliare al Bonaparte il favore dei cattolici di Francia, e del clero massimamente, e quindi a spianargli la via per la sua elezione alla presidenza della Repubblica. E difatti il 20 dicembre n'era proclamato Presidente.

(2) Per non dire di altri, la Gazzetta Universale di Augusta rendeva, parecchi anni dopo, la seguente non sospetta autorevolissima testimonianza al Governo della Santa Sede.

» Quando si è vissuto lungo tempo in questo Stato, e quando si sono compre sa le difficoltà che si presentano per rattamente giudicare del paese, e della sua forma di governo, allora si può apprezzare quanto sia difficile agli stranieri il formarsene una giusta idea, anche solo in genere, ed allora si può conoscere ohe non è si agevole l'intendere come si conviene la natura intima del Governo patriarcale del Papato, in cui si riunisce un doppio principio, politico e religioso.

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Preludio di una nuova rivoluzione,

Preludio ai Letta quella lettera, (la quale non era altro che un vero programma per una nuova più sena rivoluzione) un uomo di mente, gran conoscitore delle sette e delle loro arti, esclamava: «Tra dieci anni avremo un'altra rivoluzione, peggiore della passata!» Parole che più volte ascoltammo colle nostre orecchie, e che ebbero autorevole conferma dal famoso Garibaldi, allorché, passando per Tivoli nella sua uscita da Roma nel Luglio 1849, stringeva la mano d'una rispettabile persona che aveva dovuto ospitarlo, dicendo: «Grazie della ospitalità, a rivederci fra dieci anni!»

E questa sentenza veniva avvalorata dal Mazzini, allorché,

Se le leggi e le instituzioni non sono ottime, esse sono pur tuttavia di molto superiori a quelle degli altri paesi, in quanto alla filosofia e sapienza della legislazione. Nel considerarle attentamente si è bene spesso tentati a credere, che le presenti istituzioni sieno state fette per gente al tutto dotta, e se noi, col settentrionale nostro modo di pensare, vogliamo indagare come sieno state create simili istituzioni, arriveremo al punto di dire, che i Papi avevano sotto gli occhi un tipo perfettissimo di ordine sociale e politico. Vi sono senza dubbio mancanze e difetti nel sistema presenta del Governo pontificio; ma né questi né quelle possono essere tolte da un estraneo o da un Congresso. E noi confessiamo sinceramente e francamente non esser tale da richiedere un violento e precipitato rimedio. Il Papato nella sua legislazione si ò bensì avanzato lentamente, ma ò giunto però ad una sommità, a cui niun altro Stato del mondo ò giunto ancora. Non v'ha legislazione al mondo che abbia più rispettata la libertà dell'uomo, quanto quella che vige negli Stati della Chiesa. Colui che non trami congiure, o non susciti novità religiose, ò sicuro di vivere tranquillamente. La parola in ispecial modo è più libera che in qualunque altro luogo, ed appunto questa larga libertà è la cagione principale delle tante ingiurie ed accuse che tuttodì si scagliano contro il Governo pontificio. À questo si convengono veramente quelle parole «Il suo Stato è migliore della sua fama» - (Cosi la Gazzetta Universale di Augusta: Marzo 1859); la quale poteva anche aggiungere, che se il diritto avesse quella forza che molte volte la forza si arroga, molti di quelli che pretendono riformare lo Stato pontificio verrebbero in esso ad imparar il come riformare so medesimi. Ma ò a sperare, che il diritto avrà la sua forzai essendoché ò cosa ormai nota quella che eloquentemente espresse il P. Félix nella sua Conferenza tenuta in Nostra Donna di Parigi, colle seguenti parole, riportate anche dal Giornale di Rema del 6 Aprile 1859. «Ogni Potentato, qualunque sia, Console, Re, o Imperatore, che oserà abbassare, per ingrandire so stesso, questa alta Maestà del Papato, sentirà le rappresaglie dell'ira divina e dell'umano di sprezzo ricadere sulla sua fronte. Al contrario, ogni Potente che a questa autorità darà collo scudo della sua forza e col l'affetto del suo cuore l'onore del suo rispetto e della sua obbedienza, sentirà scendere sopra di so col prestigio della più grande autorità, le benedizioni insieme unite della terra e del Cielo.» Ma non la pensava così Luigi Napoleone il quale si contentava di accusare e calunniare, sicuro, come insegna Voltaire, che ne rimarrebbe pur sempre qualche cosa.

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affermava, appunto in quell'epoca abbisognargli ancora dieci anni per distruggere l'Austria!....

Gittato intanto il mal seme con la lettera del Bonaparte, all'ombra della devozione dei Cattolici francesi, l'occupazione di Roma diveniva arma principalissima in mano della setta a più efficacemente minare quel Potere temporale dei Papi, che Mazzini aveva potuto abbattere per un momento, ma non distruggere. E così, cambiata in meglio la scaltrita tattica, in quella che si suscitavano al Pontificio Governo continui imbarazzi nella diplomazia, e tumulti nella piazza dagli agitatori, e dallo stesso Bonaparte, si provocava la guerra di Oriente, scopo della quale, coll'umiliazione della Russia, era l'isolamento dell'Austria, per la nuova politica verso la sua antica alleata (1). Quindi l'insolentire del Piemonte contro di essa, la guerra di Lombardia, la distruzione degli Stati italiani, la invasione di Napoli e di Roma, e il nuovo spodestamento del Papa. Infatti, mentre il malvagio frutto maturava circa la questione romana, al Congresso di Parigi si riaccendeva la questione italiana e, con essa la napolitana.

Ma quel Congresso fu premeditata occasione allo svolgersi, non già principio, delle accennate questioni: e, come la questione italiana si affermò nel 1848 sui campi di Lombardia, allorché si pretese far complice il Papa dello spodestamento di legittimi Principi e della stessa S. Sede, la questione napolitana si accendeva ai piedi delle mura di Velletri, quando il magnanimo Ferdinando II,

(1) Il giorno 12 marzo 1849 apparve per Roma una singolare vignetta, pubblicata dal Don Pirlone, giornale di caricature politiche.

Quella vignetta rappresentava la caccia che davan tre guerrieri ad un orso. I tre guerrieri, uno col turbante turco, l'altro colla testa di gallo, il terzo col capo di cavallo, rappresentavano la Turchia, la Francia e l'Inghilterra. L'orso era la Russia, e per renderla riconoscibile se gli era apposta in petto la decorazione di sant'Alessandro Newskv.

Niuno ignora che se la rivoluzione era nemica dell'Austria, non era men nemica della Russia, la quale erasi mostrata avversa chiarissimamente alla rivoluzione dell'occidente di Europa. E questa rammentava assai bene il famoso proclama dell'Autocrate russo del 29 marzo 1848, le cui minaccio trovarono un facile esplicamento nella spedizione di un esercito russo contro gli Ungheresi, ed in sostegno dell'Austria.

La detta vignetta pertanto era assai significativa, perché rivelava un voto e un desiderio che si avverò completamente pochi anni dopo.

La guerra alla Russia pertanto fu stabilita fin dal 1849 ne' segreti conciliaboli della rivoluzione. Il Don Pirlone ne espresse il voto, e questo voto fu sciolto, come tutti sanno, nel 1855. Preghiamo i nostri lettori di non lasciare inosservato questo episodio della nostra storia, poiché esso ci rivela un mistero assai importante. (Vedi il Don Pirlone del 12 marzo 1849, n ° 155).

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Una mostruosa tregua

essendo accorso in difesa delle sacre ragioni della Chiesa, abbandonato dal Bonaparte (1) trovossi costretto a sostenere l'onore delle sue armi colla gloriosa difesa di quella città E qui pure tornerà utile il riandare un importante tratto di storia della quale fummo, come dire, testimonii oculari.

L'esercito Francese, spinto ad un tempo, ma con assai diverso scopo, dai Cattolici e dai liberali (2) di Francia, contro la Repubblica di Mazzini, dopo il rovescio patito il 30 di Aprile 1849, da varii giorni rimaneva impietrito innanzi la santa Città, perdendo il tempo in inutili indegne trattative, e paralizzando lo slancio generosamente devoto di Re Ferdinando e del suo esercito.

Campeggiava questi infatti, fin dai primi di Maggio, sui colli laziali, né attendeva se non se di potere infliggere il meritato

castigo agli usurpatoli del trono di S. Pietro. Or chi il crederebbe? La Diplomazia francese, (che per ordine del Bonaparte stava manipolando una vergognosissima resa della Città, tutta a vantaggio della setta) senza punto curarsi dell'Augusto Monarca

(1) Il Ministro di stato Drouyn de Lhuys, in data del 10 Maggio, inviava al Generale Oudinot il seguente dispaccio:

«Fate dire ai Romani, che non et vogliamo congiungere coi Napoletani contro di loro. Andate negoziando nel senso delle vostre dichiarazioni. Vi s'inviano rinforzi, attendeteli. Cercate di entrare in Roma d'accordo cogli abitanti, o, se aie te forzato ad attaccare, che ciò sia con la probabilità di successi i più positivi». (Vedi Lesseps: Ma mission ecc. pag. 25.)

Fu pertanto conchiuso il 15 Maggio un armistizio, circa il quale lo Spada si esprime cosi:

«Egli è a sapersi, che quantunque il 16 Maggio l'armistizio fra Roma e Francia non fosse pubblicato, era però convenuto, quindi nella certezza in cui era il Governo romano di non venir molestato dai Francesi, divisò di effettuare una quanto celere, altrettanto segreta spedizione contro i Napolitani. A tale effetto si vide nella sera partire la più gran parte dell'armata romana per la porta San Giovanni. Questa spedizione non poté non effettuarsi se non col consenso del Lesseps, è questo consentimento ci sembra che possa qualificarsi come una specie di tradimento, o, per lo meno, come un tratto di una non giustificabile indelicatezza, in quanto che Francia non solo non era in guerra Col regno di Napoli, ma luna e l'altro facevan parte della lega cattolica, la quale aveva assunto di ricondurre il Papa a Roma colle forze unite delle quattro potenze segnatarie della Lega stessa,

(2) La romana repubblica che, ad onta della riprovazione di tutto il mondo civile, proseguiva animosa nell'intrapreso cammino, entrava nel mese di marzo, mese per lei infausto: perocché fu in esso che la seconda guerra si ruppe fra Piemonte ed Austriaci; la vittoria di questi ultimi, collo avere ingelosito il Governo francese, determinò la spedizione di Roma, la quale oltre l'interesse cattolico, ebbe pur quello di paralizzare l'influenza austriaca in Italia» Almeno cosi si disse, e buon nerbo di ragioni si associa per farci credere che cosi fosse - (Vedi Spada loc. cit.)

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di Napoli, col quale era pure in obbligo l'intendersi, in forza dello espresso volere del S. Padre, consegnato nella lettera ai Potentati cattolici, conchiuse da se sola una tregua mostruosa coi Mazziniani, perché questi cosi liberi rivolgessero tutte le loro forze contro l'esercito napolitano; il quale, impossibili tato quasi a muoversi in quelle difficili posture, atteso il soverchio materiale di artiglieria che recava anche per l'alleato esercito spagnuolo, ne sarebbe forse rimasto schiacciato e distrutto.

Era intanto il giorno della SS. Ascensione del Signore, allorché, trovandoci noi in Àlbano, vedemmo ritornare assai mesto ed afflitto Monsignor de Falloux du Coudrav, il quale si era unito al Tenente Colonnello di Artiglieria Francesco d'Agostino, del regio esercito, mandato al campo francese, affine di intendersi per parte di S. M. il Re delle Due Sicilie col Generale Oudinot circa le imminenti guerresche operazioni: essi recavano invece al quartiere Reale di Albano l'annunzio della conchiusa tregua!!. Al Re Ferdinando adunque altro non rimaneva da fare, per non perdere sé stesso e l'esercito tra quei monti selvosi, se non di prevenire le mosse dei Repubblicani con una pronta ritirata nei suoi Stati (1).

Fatto di Velletri

Infatti sul mezzodì di quel medesimo giorno solenne suonò la generale per tutti gli accampamenti, e, prima di sera le artiglierie d'assedio insieme col grosso dell'esercito, erano in cammino verso il confine.

Si marciò tutta la notte e il dì seguente, e, mentre l'avanguardia toccava Terracina, Re Ferdinando con la retroguardia, composta di alcuni battaglioni di fanteria, di alquanti squadroni di cavalleria, e di poca artiglieria, occupava Velletri e le sue forti posizioni. La mattina del 19 Maggio, le bande del Garibaldi e del Roselli furono innanzi la città, e, senza perder tempo, ne principiarono l'assalimento, come se tenessero in pugno la vittoria.

(1)

Un colloquio fra il Generale Oudinot ed il Colonnello Napolitano d'Agostino, inviato dal Re di Napoli a conferire col generale Francese, spiegherà tutto. Stabilivasi dall'Oudinot, che, in seguito del fatto del 30 di aprile, della discussione è susseguente risoluzione della francese assemblea ch'ebbe luogo a Parigi, l'esercito di Francia non poteva più agire congiuntamente a quello di Napoli per la presa di Roma. L'onor militare francese trovandosi compromesso, i francesi dovevano esser soli a conquistarlo. Il Colonnello d'Agostino rientrava in Albano la mattina del 17 e riferiva il tutto al re. Il re di Napoli allora, informato di questa determinazione importante del generai francese, e fatto certo, per una lettera intercettata, che i Romani meditavano una spedizione contro il suo esercito, credette prudente di ritirarsi, e dette gli ordini a tal effetto. (Vedi d'Ambrosio, Reazione della campagna militare ecc. nel vol. XXI delle Miscellanee, n. 6, pag. 36 e 37).


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Il fatto però si fu, che, dopo varii assalti inutili contro le posizioni dei Cappuccini e del palazzo Lancellotti, decimate dalla mitraglia e dalle incessanti cariche della regia cavalleria, sul cadere del giorno, i Mazziniani si ritrassero, lasciando che il Re proseguisse tranquillamente la sua via, e, senz'altra molestia, rientrasse nei suoi Stati. La mattina seguente, in sull'albeggiare, furono spinti avanti i poveri ragazzi del Battaglione della Speranza, i quali trovata la Città indifesa vi entrarono trionfanti e dopo di loro le soldatesche repubblicane, che si dissero così vittoriose!

Gravi furono le perdite delle bande assalitrici, che, di cadaveri avendo seminata la campagna, ritornarono poi a Roma assai malconce, mascherando il meglio che per loro si potò il sofferto rovescio. E Garibaldi stesso andò debitore a un vero caso di non esser fatto prigioniero dai Napoletani. (1).

Questo fatto, per so stesso poco importante, fu per la setta una nuova rivelazione di quel che avesse a temere dalla fedele

(1) II Generale Francese Vaillant parla del fatto di Velletri, e poiché ne da qualche peculiare notizia aggiungiamo in nota le sue parole:

«Il 19 Maggio, il generale di divisione Vaillant, del genio, e il generale di brigata Thirv, dell'artiglieria, giunsero al quartiere generale; erano inviati ambidue in previsione dell'assedio che si era risoluto di fare se le negoziazioni abortivano.

«Quanto a queste negoziazioni, esse non avevano ancora prodotto che l'armistizio di coi si è parlato di sopra, e delle quali i Romani seppero profittare per iscongiurare il pericolo che li minacciava da un altro lato.

Infatti l'esercito napolitano forte di 9000 uomini di fanteria! 2000 di cavalleria e 54 cannoni, sotto gli ordini del Re di Napoli in persona, aveva occupato, nei primi giorni di maggio, le posizioni contigue ad Àlbano. In seguitò del rifiuto di cooperazione del generale Oudinot, che aveva a questo proposito istruzioni formali, quest'esercito aveva cominciato il suo movimento di ritirata» sin dal 17 di maggio, ed era arrivato ai 13 a Velletri. Esso si disponeva a» continuare la sua marcia retrograda su Terracina, allorché nel mattino del 19 fu attaccato da Garibaldi. Questo capo di partigiani, rassicurato dalla parte dei Francesi pel fatto dell'armistizio, era sortito da Roma alla testa 12 o 13 mila uomini, e, girando la montagna di Albano per la strada detta di Frosinone, si era avanzato su Velletri per Palestrina e Valmontone. Dopo un combattimento nel quale le truppe romane conservarono il vantaggio dell'attacco (quello cioè di rimanere di fuori senza poter penetrare nella città); il Re di Napoli abbandonò le sue posizioni, e riprese il 20 di Maggio il suo movimento di ritirata che effettuò fino a Terracina, senza essere altrimenti inquietato. Garibaldi rientrò in Roma. I risultati del combattimento del 19 maggio, furono esagerati, come lo erano stati quelli della ricognizione fatta dai Francesi il 30 di Aprile. Gli spiriti si esaltarono maggiormente nella città, e vi si prepararono ad una difesa vigorosa». (Vedi Vaillant, le Siège de Rome pag. 14).

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devozione del Re delle Due Sicilie verso la S. Sede, e come fosse opera vana di assalire questa, senza prima aver distrutto quello.

Dicemmo una nuova rivelazione, conciossiachè i gerofanti rivoluzionarii che governavano a Torino si erano accorti da pezza di quel che potevano aspettarsi dai Reali di Napoli, e in seguito dei fatti del 15 di Maggio 1848, e mentre a Gaeta pendevano tuttora gli accordi delle potenze europee per il ristauramento del Trono Pontificio. Infatti poco mancò che fin d'allora il Governo Subalpino non si arrogasse la egemonia d'Italia, insistentemente offerendosi l'istauratore del Potere temporale del Papa. Ed anche qui giova ricorrere alla storia.

Mene del governo piemontese circa la ristaurazione del trono pontificio

«In sul cominciare del 1849, (scriveva L'Armonia (1), n. 121 del 27 Maggio 1856), governando in Piemonte il Ministero Democratico, con Buffa, Rattazzi, e Vincenzo Gioberti Presidente, gli Italianissimi subalpini offrivano al Papa, esule in Gaeta, aiuto, mediazioni, soldati e cose simili. A tale uopo spedivano presso Pio IX il Conte Enrico Martini, che oggidì è uscito dalla Diplomazia e dalla politica, e si è molto sensatamente riabbracciato coll'Austria. In quel tempo, taluno dei Rappresentanti delle Potenze cattoliche presso il Papa ebbe a ricordare il timeo Danaos et dona ferentes di Virgilio, e pare che il Principe di Cariati, che stava in Francia, giungesse perfino ad accusare i democratici del Piemonte di voler togliere al Papa, le Legazioni, mentre facevano vista di portargli soccorso».

Ecco come racconta la cosa Carlo Luigi Farini: «La Corte di Napoli poneva opera solerte in risvegliare i sospetti ed accrescere i timori nell'animo suo (del Papa), e faceva diligenza per dare ad intendere che tutte le profferte del Piemonte velavano il disegno d'impadronirsi di gran parte dello Stato della Chiesa. I Ministri napolitani affermavano avere le prove, e lo stesso Principe di Cariati ne spargeva la notizia, e ne faceva testimonianza non pure in Napoli ed in Gaeta, ma in Francia». A quei dì, continua il citato autorevole giornale, trovavasi in Napoli, Ministro pel Piemonte, il Senatore Plezza, più tardi Console dei Carabinieri Italiani; e il Governo Partenopeo lo teneva a bada, e non ne aveva ancora voluto riconoscere il grado e la qualità. Quando venne agli orecchi del Ministero democratico di Torino l'accusa del Principe di Cariati, volle tosto richiamato da Napoli il Senatore Plezza e spedì i passaporti all'Inviato napolitano, che risiedeva in Torino,

(1) Diretta allora dal Teologo Giacomo Margotti, divenuta quindi l'Unità Cattolica.

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interrompendo ogni offizio diplomatico.

«Questa nostra deliberazione, scriveva il Gioberti, Ministro» degli affari esteri, fu cagionata non solo dal rifiuto arbitrario, che il Gabinetto di Napoli fece di accettare il sig. Plezza, non allegandone alcuna ragione valevole, (essendo state smentite (?!) quelle di cui aveva fatto menzione) e i poco garbati trattamenti recati al medesimo; ma più ancora l'indegna calunnia spacciata in Francia dal Principe di Cariati, colla quale ci attribuiva l'offerta di togliere al Papa le Legazione....

Spero, continuava scrivendo il Gioberti, che il sospetto di tanta infamia non anniderà per un solo istante nell'animo del Pontefice. Essa dovrebbe bensì giovare a mostrargli qual sia il carattere del Gabinetto che l'ha inventata. L'animo candido e leale di Pio IX può essere illuso dalle moine di certi personaggi, i quali fanno i mistici in Gaeta, e si burlano in Napoli della Religione e del Capo Augusto che la rappresenta. Ella procuri di mettere nel Papa la fiducia nel Piemonte (1).

Nel medesimo tempo il Piemonte, il 28 Gennaio 1849, faceva proporre al governo rivoluzionario di Roma, per mezzo del ministro Gioberti, d'inviare un corpo di 20 mila uomini negli Stati della Chiesa per facilitare al Pontefice il ritorno in Roma, escludendo così ed Austriaci, e Francesi, e Spagnoli. Assestate per tal modo le cose romane dai Piemontesi, è indubitato che veniva loro assicurata la tanto desiderata egemonia sulle cose italiane.

La proposta venne fatta dal Gioberti istesso al Muzzarelli, Presidente del ministero del Governo usurpatore a Roma, con la seguente lettera:

»Ricevo da Gaeta la lieta notizia, che il conte Martini fu accolto amichevolmente dal Santo Padre in qualità di nostro ambasciatore. Tra le molte cose che gli disse il Santo Padre sul conto degli affari correnti, questi mostrò di vedere di buon occhio che il governo piemontese s'interponesse amichevolmente presso i rettori ed il popolo di Roma per venire ad una conciliazione. Io mi credo in debito di ragguagliarla di questa entratura, affinché ella ne faccia quell'uso che le parrà più opportuno.

(1) Lo Stato Romano dal 1815 al 1840, per Carlo Luigi Farini. - Firenze, Felice Le Monnier, 1851, vol. 3 cap. X: Accuse contro il Piemonte, pag. 190 e 191.

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» Se ella mi permette di aprirle il mio pensiero in questo» proposito, crederei che il governo romano dovesse prima di» tutto usare influenza, acciocché la costituente che sta per aprirsi» riconosca per primo suo atto i diritti costituzionali del Santo Padre. Fatto questo preambolo, la Costituente dovrebbe dichiarare che, per determinare i diritti costituzionali del Pontefice, uopo è che questi abbia i suoi delegati e rappresentanti nell'assemblea medesima, ovvero in una commissione nominata e autorizzata da essa Costituente. Senza questa condizione, il Papa non accetterà mai le conclusioni della Costituente, ancorché» fossero moderatissime, non potendo ricevere la legge dai propri sudditi senza lesione manifesta, non solo dei diritti antichi, ma della medesima Costituzione.

» Se si ottengono questi due punti, l'accordo non sarà impossibile. Il nostro Governo farà ogni suo potere presso il Pontefice affinché egli accetti di farsi rappresentare, come principe costituzionale dinanzi alla commissione, o per via diretta, od almeno indirettamente; e, io adoprerò al medesimo effetto eziandio la diplomazia estera, per quanto posso disporre.

» Questo spediente sarà ben veduto dalla Francia e dall'Inghilterra, perché conciliativo, perché necessario ad evitare il pericolo d'una guerra generale.

» Nello stabilire l'accordo tra il popolo romano ed il Pontefice» bisognerebbe aver riguardo agli scrupoli religiosi di questo.

» Pio IX non farà mai alcuna concessione contro ciò che crede debito di coscienza. Sarebbe dunque mestieri procedere con molta delicatezza, non urtare l'animo timorato del Pontefice, lasciar da parte certi tasti più delicati, e riservarne la decisione a pratiche posteriori, quando gli animi saranno più tranquilli dalle due parti. Io spererei in tal caso di potere ottenere un modo»di composizione che accordasse la pia delicatezza del Pontefice coi diritti e coi desiderii degli Italiani nell'universale.

» Stabilito cosi l'accordo del Papa e dei sudditi agli ordini» costituzionali, sarebbe d'uopo provvedere alla sicurezza personale del Santo Padre, il quale, dopo i casi occorsi, non potrebbe sicuramente né dignitosamente rientrare in Roma senza esservi protetto contro i tentativi possibili di pochi faziosi, (importante confessione). Per sortire questo intento senza gelosia del popolo e pregiudizio della dignità romana, il nostro governo offrirebbe al Santo Padre un presidio di buoni soldati piemontesi, che lo accompagnerebbe in Roma ed avrebbe per ufficio di tutelare non meno la legittima podestà del Pontefice contro pochi tumultuanti,

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che i diritti costituzionali del popolo e del parlamento contro le trame e i conati di pochi retrogradi. Sono più settimane che io vó pensando essere questa la via più acconcia e decorosa per terminare le differenze. Ho incominciato a questo effetto delle pratiche, verso le quali il Pontefice pare ora inclinato. Se non si adopera questo partito, l'intervento straniero è inevitabile; e benché io metta in opera» tutti i mezzi per impedire questo intervento, ella vede che durante l'attuale sospensione delle cose, la voce del Piemonte non può prevalere contro il consenso di Europa. Io la prego illustrissimo signor presidente, a pigliare in considerazione questi miei cenni che muovono unicamente dall'amore che porto all'Italia e dal desiderio che tengo di antivenire ai mali imminenti.

Torino, 28 Gennaio 1849.

«Gioberti» (1).

Intanto, nel 1849, secondo il Ministero Gioberti, Rattazzi, Buffa e compagni, era infamia il togliere al Papa le Legazioni; non era più infamia nel 1870 il togliergli tatti gli Stati, e insignorirsi dell'istessa Roma con bombe parricide!

Il Conte di Cavour combatteva allora il Ministero democratico, come empio e demagogo, e il pensiero di togliere al Papa, fosse pur solo le Legazioni, era tacciato d'indegna calunnia! Il Governo piemontese prendevasi tanto a cuore siffatta accusa, che spediva i suoi passaporti all'Inviato di Napoli. Ma quanto il Governo di Napoli fosse nel vero, e quanto giuste le rimostranze dei suoi Diplomatici, fu presto palese qualche anno dopo, quando il Governo piemontese, all'epoca del Congresso di Parigi, dopo la guerra di Oriente, con una sua Nota verbale del 27 di Aprile 1856

(1) Su questo proposito il Padre Ventura, nel suo Essai sur le pouvoir pubblique, stampato a Parigi nel 1859, ci fa delle rivelazioni, ohe è istruttivo di raccogliere. Dice egli infatti che, allorquando il Gioberti si recò a Roma come ammiratore di Pio IX e difensore del Papato e del potere temporale del Pontefice, egli professava dottrine a questo favorevoli in pubblico; ma al Ventura stesso ed ai caporioni del movimento con esso lui congregati, teneva tutt'altro linguaggio e non dissimulava, ohe intendimento del Piemonte era quello d'insignorirsi d'Italia tutta, non esclusi gli Stati della Chiesa. (Vedi opera succitata pag. 607.)

Il Ventura dette la risposta che convenivasi ali esorbitante proposta del Gioberti. (V. Spada, Storia della rivoluzione di Roma, vol. 1. pag. 184).

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indirizzata ai Rappresentanti d'Inghilterra e di Francia, lungi dal riprovare quella infamia, la patrocinava invece caldamente, proponendo, senza un riguardo al mondo, di togliere al Papa per allora le Legazioni. Fu questa una splendida vittoria pel Governo di Ferdinando II, e ben 1 intese il Governo Sardo, quando inveiva a Gaeta contro il Principe di Cariati. La setta, che dominava fin d'allora padrona in Torino, giurò dunque la perdita del Re di Napoli.

Vinta appena, sul cadere del Giugno 1849, la Giovane Italia in Róma, fomentata dal Piemonte e sostenuta dalle subdole arti del Bonaparte, si accinse tosto ad incominciar da capo per far meglio, secondo il motto d'ordine mazziniano, dirigendo ogni sua azione a rovina dell'Austria e del Regno delle Due Sicilie, cosa che, quantunque malagevole, attesa la potenza temuta austriaca, e il noto attaccamento delle popolazioni napolitano alla Dinastia, non disperò punto di ottenere, sollevato che fosse Luigi Napoleone sul trono di Francia ed esigendo da lui, fatto Monarca di quella grande nazione, il compimento dei disegni settarii, e l'adempimento esatto dei giuramenti da lui prestati alle Logge, quando, ancor giovinetto, faceva guerra al Papa, che, generoso, avea ospitato la bandita sua famiglia.

Così, caduta la Repubblica di Mazzini, dopo il pegno dato dal Bonaparte alla setta nella surriferita lettera al Nev (sepolta questa prestamente in un poco naturale oblìo) ad altro non si pensò che al futuro scioglimento delle tre grandi Questioni. Difatti si diede il primo passo con la esaltazione del medesimo Bonaparte, portato, fui per dire, sulle braccia dei cattolici liberali, e di molti veri cattolici che, con inesplicabile leggerezza, dimenticarono e la lettera, e gl'intrighi della spedizione di Roma, e tutta intera la vita di lui; ma ciò fu, perché si avesse in sul momento chi li liberasse dalle mani dei socialisti, fosse pure per cadérvi più tardi peggio che mai, con la Comune e con la ruina di quella grande e cattolica Nazione.

Poste così le Tre Questioni, quali erano negli intendimenti della frammassoneria, faceva d'uopo preparare il terreno al loro svolgimento, e fu fatto con inaudita perseveranza nei cinque anni che succedettero alla presa di Roma, duranti i quali, fedeli al motto d'ordine «AGITATEVI ED AGITATE», non si fece altro che apparecchiare la futura riscossa, con incessanti agitazioni mantenendo e fomentando il fuoco della rivolta contro la S. Sede, contro l'Austria e contro gli altri Stati italiani. Per quel che riguarda poi il Regno delle Due Sicilie, la cui eccezionale prosperità e la fermezza del Re Ferdinando rendevano difficile e pericoloso il lavoro dei settarii, essi abbisognarono di tutto l'appoggio

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di Francia e d'Inghilterra, di Luigi Napoleone e di Lord Palmerston per abbatterlo, nonostante che fin dal 1848, con fine ipocrisia, avessero i mestatori rivolto contro di quello i prematuri sforzi del Governo Piemontese, già venduto anima e corpo alla setta.

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CAPO II.

Il Congresso di Parigi.

La Guerra d'Oriente

Esposte, siccome abbiamo fatto, le Tre Questioni, inventate dalla setta anticristiana a danni della Chiesa di Gesù Cristo, faceva mestieri ai segreti agitatori della moderna società di procedere pazientemente e con ordine nel satanesco intendimento.

La guerra d'Oriente suscitata nemmeno un lustro dopo gli accennati fatti, non vogliamo dire appositamente, ma certo per un fine indefinito e tutto settario, ed anche per compro mettere l'Austria, mentre si combatteva la sua potente alleata la Russia (1), offrì eccellente occasione ai Frammassoni di Francia e d'Inghilterra per sollevare, come accennammo, il piccolo Piemonte trascinandolo seco loro alla spedizione di Crimea. Per tal modo infatti venivagli dato voce e ardire nel futuro Congresso, che necessariamente era per adunarsi, tosto che le due Grandi Potenze occidentali, insieme coi due accoliti, la Turchia e il Piemonte (delizioso connubio!) avessero vinto il colosso del Nord, lasciato solo dall'Austria, la quale, senza punto contentare i collegati di Occidente, perdeva così nel più grave momento, forse per sempre, l'appoggio di Pietroburgo.

Ed in vero, finita la guerra per l'immatura morte dell'Imperatore Niccolao, con la presa di Sebastopoli, dopo il famoso assedio che diede l'istruttivo spettacolo di una resistenza durata pressoché un anno, in un' epoca in cui le fortezze più munite reggono appena qualche giorno, subito s'intimò un Congresso a Parigi, che si tenne per lo appunto, con iscarso vantaggio degli interessi cristiani di Oriente, con incredibile danno di quelli

(1) La Russia era infatti la naturale alleata dell'Austria in quel momento, avregnachè, se non andiamo errati, una delle mire principali della politica Moscovita da oltre un secolo, sembri essere l'umiliazione dell'Austria, come lo fu dell'infelice Polonia, nazioni cattoliche ambedue. La rettitudine e bontà personale di Paolo a di Alessandro I. arrestarono per qualche tempo quella politica per combattere il comune nemico, siccome avvenne egualmente sotto Nicolò I, nel 1848 e 1840, epoca di universale rivoluzione che minacciava la Russia, siccome scuoteva tutti gli altri Potentati; ma prima e dopo delle indicate epoche, la Russia lavorò e lavora ancora coi Ruteni, Caechi ed altri Slavi, come già fece colla misera Polonia, a danno dell'Austria.

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di Occidente, e con uno spostamento di cose e una confusione di idee, che ben si parve essere stata quella guerra effetto di una occulta causa mossa dalle società segrete.

La Guerra d'Oriente effetto dello stato d'Europa

La Guerra Tutti convengono, scriveva su questo proposito l'Armonia effetto dei (23 Febbr. 1856), che la questione d'Oriente fu il pretesto della gran lotta, non la causa. Le ire bollivano, le idee cozzavano da lunga data fra di loro. La Russia e la Turchia somministrarono la occasione di prendere le armi e venire alle mani. Ma le file dei combattenti restarono confuse, e si videro amici e nemici pugnare ai fianchi. Si combatteva e non se ne sapeva dire la causa. Ora era pei Luoghi Santi, ora per la libertà religiosa, ora per l'indipendenza della Turchia, ora contro la preponderanza Russa. Ad ogni fatto d'arme la guerra mutava nome. Cattolici e Protestanti uscivano congiunti in campo; i primi volevano proteggere i Franchi, i secondi colla diffusione delle bibbie tentavano di pervertire i soldati; si cercava di sostenere l'Impero Musulmano e se ne minavano le sozze fondamenta; oggi si accarezzava la nazionalità polacca, domani regalavasi un manrovescio alla nazionalità greca; rivoluzionarii e conservatori si univano, si abbracciavano, combattevano, e ciascuno credeva di fare il suo vantaggio. Volevasi fiaccare il Russo invasore, e s'invadeva il suo territorio; volevasi impedire la preponderanza russa, e favorivasi la preponderanza britannica; volevasi mantenere l'equilibrio europeo, e pretendevasi distruggere la marina russa che ne era uno dei principali elementi. L'Inghilterra, rea di cento usurpazioni, combatteva le usurpazioni altrui; e il Piemonte, che incatenava i Cattolici in casa propria, muoveva per liberare i Cristiani d'Oriente! Fu una serie di contraddizioni non mai più udite, che in certuni destarono il riso, in molti il pianto; perché gettavasi l'oro, il sangue scorreva, e il perché s'ignorava. Quella guerra fu veramente effetto dell'Europa disordinata per le continue transazioni, per i principii accettati a metà, per le soverchie condiscendenze, per le mezze convinzioni, le mezze religioni, le mezze empietà, le mezze misure! -

Il Congresso di Parigi

Non poteasi meglio caratterizzare, nè meglio definire la fatalissima guerra di Oriente, causa premeditata del famoso Congresso di Occidente, apertosi a Parigi il 25 Febbr. 1856, a danni della Chiesa cattolica, e dei legittimi governi italiani.

Dodici poltrone, nella sala degli Ambasciatori delle Tuilleries, accoglievano altrettanti Plenipotenziarii, incaricati in apparenza di riordinare il mondo,

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ma in sostanza per disordinarlo più che mai (1). Il 30 Marzo 1856 si sottoscriveva il trattato di pace e si poneva fine al Congresso. I nuovi Areopagiti stropicciandosi le mani digerivano un lauto banchetto alla salute dei rispettivi Governi, lasciando ai popoli le conseguenze delle loro insipienti deliberazioni e dei loro accordi settarii (parliamo dei maneggiatori di quel convegno, non di chi v'intervenne con sincerità e lealtà). In quel Congresso, fatto per derisione m nome della Triade Sacrosanta, fu pronunziata la parola pace; ma non est pax impiis, sta scritto; quel trattato di pace non fu che una dichiarazione di guerra più terribile della passata, perché guerra di principii; e dalla sala degli Ambasciatori non uscirono se non carnefici e vittime, destinate a saziare le scellerate brame della setta, nemica a Dio, e condannata le tante volte dalla Chiesa. Ma quali i carnefici, quali le vittime? Uno sguardo ai fatti del Congresso basterà per riconoscerli.

Non appena finita la illustre adunanza, le Segreterie di Stato delle alte parti contraenti davano fuori un volume officiale, intitolato: Traité de paix signé à Paris le 30 Mars 1856 entre la Sardaigne, l'Autriche, la France, le Royaume uni de la Grande Brettagne et d'Irlande, la Prusse, la Russie et la Turquie, avec les conventions qui en font partie, les protocoles de la Conférence, et la déclaration sur les droits maritimes en temps de guerre.

Nelle 168 pagine, delle quali si componeva il volume, non una parola era fatta del famoso Memorandum del Conte di Cavour; anzi non una parola sola che lasciasse sospettare dello scopo ultimo e vero di quel Congresso.......... Durante le trattative della pace, dal 25 Febbraio al 30 Marzo, dell'Italia sembrò parlarsi solo per incidens, sebbene la presenza stessa dei Plenipotenziarii del piccolo Piemonte in quell'adunanza delle grandi Potenze europee valesse meglio che un protocollo,nelle circostanze in cui avveniva.

Al Gerofante francese della massonica politica importava

(1) I Plenipotenziarii che presero parte al Congresso di Parigi furono; per l'Austria, Conte di Buoi di Schawenstein e Barone di Hubner; per la Francia, Conte Colonna Walewski e Barone di Bourquenev; per l'Inghilterra, Conte di Clarendon e Barone Cowley; per la Russia, Conte Alessio Orloff e Barone Filippo di Brunow; per la Sardegna, Conte Carni Ilo Benso di Cavour e Marchese Salvatore di Villamarina; per la Turchia, Moahamed Emid Aull pascià e Mehemmed Diamil Bey, - Posteriormente, ai 10 di Marzo, furono introdotti anche Plenipotenziarii prussiani, e furono: il Barone di Manteuffel e il Conte di Startzfoldt, di guisa che, dal 10 Marzo in poi, sette furono le Potenze rappresentate al Congresso.

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dissimulare il significato vero di tale presenza, bastando il fatto che, escluso ogni altro Governo della Penisola, solo il Piemonte, come quello che preso aveva parte alla guerra, figurasse tra le Grandi Potenze come tra eguali: cosa che da per sé cagionava un abbassamento degli altri Stati italiani, a vantaggio del Piemonte, sul quale venivano da quel momento attratti gli sguardi di tutti quanti i malcontenti, come di tutti i vagheggiatori di novità, e de' rivoluzionarii d'Italia

Il XXII protocollo del Congresso di Parigi

Conchiuso il trattato, insieme con le convenzioni accessorie, nelle tornate ulteriori che seguirono, più chiari apparivano gl'intendimenti dei settarii occidentali. In quella degli 8 di Aprile, quando tutto sembrava finito, il Conte Walewski parlò dell'Italia; ma, a velar meglio i suoi intendimenti, ne parlò in guisa che sembrasse non volerne parlare, involgendo le cose d'Italia insieme con quelle della Grecia e del Belgio. Infatti nel protocollo XXII il risultato di quella discussione è così riassunto dal Conte Walewski.

«1. Nessuno ha negato la necessità di attendere seriamente al miglioramento delle condizioni della Grecia, e le tre Corti prodi tettrici riconobbero la importanza di accordarsi su questo punto.

«2. I Plenipotenziarii dell'Austria si associarono al voto espresso dai Plenipotenziarii della Francia, di vedere gli Stati Pontificii evacuati dalle milizie francesi ed austriache appena si potrà fare senza inconvenienti per la tranquillità del paese, e il consolidamento dell'autorità della S. Sede.

«3. La maggior parte dei Plenipotenziarii non negarono fa efficacia che avrebbero misure di clemenza, abbracciate in una maniera opportuna dai Governi della Penisola italica, e soprattutto da quello delle Due Sicilie.

«4. Tutti i Plenipotenziarii, ed anche quelli che credettero di fare riserve sul principio della libertà della stampa, non esitarono a condannare altamente gli eccessi, che i giornali del Belgio immunemente commettono, riconoscendo la necessità di rimediare agli inconvenienti reali che risultano dalla libertà sfrenata, di cui si fa tanto abuso nel Belgio».

Due lezioni al Conte di Cavour

Due incidenti però, abbastanza gravi, sebbene soffocati subito in sul nascere, sorsero a fare accorti ì meno di buona fede, dell'agguato che celavasi nell'adunamento stesso del Congresso. Prima di venire infatti alle conclusioni, fuvvi un battibecco tra il Conte di Cavour e i Plenipotenziarii austriaci. Il Ministro sardo volle dire della occupazione degli Stati Pontificii da parte delle milizie austriache,

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come di uno scandalo in mezzo alla civile Europa, che durava già da sette anni, e che non pareva avvicinarsi al termine. Il Barone di Hubner rispose, facendo notare che il Plenipotenziario sardo parlava soltanto della occupazione austriaca, e taceva della francese; pure le due occupazioni erano incominciate alla medesima epoca e col medesimo scopo. Rammentò poi come gli Stati della S. Sede, non fossero i soli occupati da milizie straniere, mentre i Comuni di Montone e Roccabruna, e parte del Principato di Monaco, da otto anni erano occupati dal Piemonte! la sola differenza che passava tra le due occupazioni essendo, che gli Austriaci e i Francesi vennero chiamati dal legittimo Sovrano del Paese, mentre che le milizie sarde erano entrate nel territorio del Principe di Monaco contro il suo voto, e vi restavano ad onta dei suoi reclami. Fu questa una buona lenone; il Cavour soggiunse poche parole, e tacque.

Nella tornata del 14, di nuovo si trattò dell'Italia, e di nuovo Cavour ne andò colla peggio. Il Conte Clarendon propose che, ad evitare quinci innanzi la guerra, dovessero gli Stati ricorrere alla mediazione delle Potenze amiche per finire i loro litigi, come già si era fatto per riguardo alla Sublime Porta nell'articolo VII del trattato di pace. Cavour, prima di dire il suo avviso, chiese se nella intenzione dell'illustre proponente, il voto che fosse per emettere il Congresso dovesse stendersi agli interventi armati contro i Governi di fatto, citando ad esempio l'intervento dell'Austria nel Regno di Napoli nel 1821. Lord Clarendon e il Conte Walewski risposero, più o meno seriamente, alla dimanda del Ministro sardo; ma il Conte di Buoi, Plenipotenziario austriaco, chiuse la bocca al Cavour dicendo, che il Conte di Cavour, nel parlare in altra tornata della presenza delle milizie austriache nelle Legazioni pontificie, aveva dimenticato altre milizie straniere chiamate egualmente negli Stati della Chiesa; e parlando della occupazione austriaca del Regno di Napoli nel 1821, dimenticava essere stata quella il risultato di un accordo tra le cinque Grandi Potenze riunite nel Congresso di Laybach. Simili casi potersi nuovamente presentare; ed il Conte di Buoi non ammetteva che un' intervento effettuato in seguito di un' accordo stabilito tra le cinque grandi Potenze potesse divenire argomento di richiamo per parte di uno Stato di second'ordine; conchiuse, esprimendo il desiderio, che il Congresso, sul punto di chiudersi, non fosse obbligato a trattare questioni irritanti capaci di turbare il buon accordo, che non aveva mai cessato di regnare fino allora, tra i Plenipotenziarii. E il Conte di Cavour dichiarava essere pienamente soddisfatto

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delle spiegazioni che aveva provocato, qu'il est pleinement satisfait des explications qu'il a provoquées!...

Attitudine dei plenipotenziari Russo e Prussiano

E qui è da notare che Conte Orloff, Rappresentante della Russia, si astenne dal prendere alcuna parte nella disputa, dichiarando che il suo mandato aveva per unico oggetto il ristabilimento della pace. Quanto al Rappresentante della Prussia, Barone di Manteuffel, a proposito degli ammonimenti che intendevansi dare ai Governo delle Due Sicilie, non rappresentato al Congresso, e quindi non ascoltato, si contentò di osservare «che sarebbe stato conveniente esaminare, se ammonimenti di tale natura non fossero per suscitare in quel Reame uno spirito di opposizione e conati rivoluzionarii, piuttosto che rispondere alle idee che si volevano vedere realizzate, certamente con benevole intenzioni». Così chiudevasi il Congresso di Parigi, dal quale doveva uscire quella sconcia e disgraziata cosa, che si chiama l'Europa liberale, che tutti vediamo e che ogni onesto deplora ed abbomina.

Abbiamo detto, che da quel Consesso uscirono dei carnefici e delle vittime; e il lettore è ormai al caso di scorgerle a colpo d'occhio, dopo le cose narrate. L'Austria, gli Stati italiani, la Santa Sede, furono le vittime coronate sacre all'esterminio; la Francia di Napoleone, l'Inghilterra di Palmerston, il Piemonte di Cavour, i carnefici.

Del resto, il Congresso parve compito in piena armonia, presto e bene! e il Bonaparte sei sapeva a priori] quando a chi poco prima metteva innanzi dubbii sulla buona riuscita e sulla utilità di quel Congresso, diceva con affettata sicurezza «On se préoccupe de la manière de procéder qu'adopteront les plénipotentiaires; on a tort. Les choses iront vite et bien. On abordera les questions franchement. le ne souffrirai pas que l'on avocasse, et que l'on s'amuse dans des difficultés puériles. Infatti non si avvocato, si fece presto, e bene in apparenza; il trattato si sottoscrisse per non parlarsene più, se non quando la Russia poi lo annullò, almeno nella parte più importante, con una semplice Nota, nel 1871, approfittandosi della guerra franco-prussiana. Ma se i protocolli ufficiali erano destinati a passare subito nel dimenticatoio, altri atti meno ufficiali ma più reali, rimanevano frutto del famoso Congresso.

Napoleone III e il Congresso

Le Note dei Plenipotenziarii sardi, appoggiate dai Plenipotenziarii inglesi e francesi, dal Clarendon e dal Walewski, ne rimanevano imperituro monumento, come programma della rivoluzione italiana e della nuova guerra, che stava per intraprendersi contro la Santa Sede.

Ecco pertanto codesti Atti, che rechiamo qui raccolti insieme, a meglio fissare l'attenzione del lettore e chiarire bene il nostro assunto.

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E sia pel primo la Nota verbale diretta dal Conte Camillo Benso di Cavour e dal suo Collega Marchese di Villamarina ai Governi francese ed inglese (coi quali tutto era stato disposto precedentemente in perfetto fratellevole accordo), non appena conchiuso il trattato di pace con la Russia. Questa Nota dalla prima all'ultima parola non è altro che un libello contro la S. Sede e contro il Papa, cui si fa comparire in faccia al Congresso quale uno stupido e testardo tiranno, incapace di reggere i suoi popoli, i quali pur nondimeno da mille anni sapientemente sono da Esso governati, in mezzo alle più svariate e difficili vicende. Con insigne malafede, passa poi sotto silenzio Tunica e vera causa dell'agitazione degli Stati della Chiesa, quale fu appunto la influenza straniera, e dissimula pur come allora soltanto vi si manifestassero segni di malcontento e di ribellione, quando i sanguinarii repubblicani di Francia, nel 1797, invasero armata mano quelle tranquille provincie, inoculando loro, con la violenza, le proprie utopie e la più sozza empietà. - Ma ecco questo famoso incredibile Documento:

Memorandum ossia Nota verbale dei Plenipotenziarii sardi.

Accuse contro la Santa Santa

«In un momento in cui i gloriosi sforzi delle Potenze occidentali tendono ad assicurare all'Europa i benefici della pace, lo stato deplorabile delle provincie sottoposte al Governo della S. Sede, e soprattutto delle Legazioni, richiama tutta l'attenzione di S. M. Britannica, e di S. M. l'Imperatore de' Francesi. Le Legazioni sono occupate da milizie austriache dal 1849. Lo stato d' assedio e la legge marziale vi sono in vigore da quell'epoca, senza interruzione. Il Governo Pontificio non vi esiste che di nome, poiché al disopra de' suoi Legati un Generale austriaco prende il titolo ed esercita le funzioni di Governatore civile e militare.

«Nulla fa presagire che questo stato di cose possa terminare: poiché il Governo Pontificio, tal quale vi si trova, è convinto della sua impotenza a conservare l'ordine pubblico, come nel primo giorno della sua restaurazione; e l'Austria non chiede niente di meglio che di rendere la sua occupazione permanente. Ecco dunque i fatti tali quali si presentano; situazione deplorabile, e che sussiste sempre, di un paese nobilmente fornito, e nel quale abbondano gli elementi conservatori; impotenza del Sovrano legittimo a governarlo; pericolo permanente di disordine e di anarchia nel centro d'Italia; estensione del dominio austriaco nella Penisola al di là di ciò che i trattati del 1815 gli hanno accordato.

«Le Legazioni prima della rivoluzione francese erano sotto l'alta Sovranità del Papa; ma esse godevano dei privilegi e delle


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franchigie che le rendevano, almeno nell'amministrazione interna, quasi indipendenti. Frattanto il dominio clericale vi era fin d'allora talmente antipatico, che gli eserciti francesi vi furono ricevuti nel 1796 con entusiasmo.

«Distaccate dalla S. Sede, per effetto del trattato di Tolentino, quelle provincie formarono parte della Repubblica, poscia del Regno italico, sino al 1814. Il genio organizzatore di Napoleone mutò come per incanto il loro aspetto. Le leggi, le istituzioni, l'amministrazione francese vi svilupparono, in brevi anni, il benessere e rincivilimento.

«Per la qual cosa, in queste provincie tutte le tradizioni e le simpatie si riattaccarono a questo periodo. 11 Governo di Napoleone è il solo che abbia sopravvissuto nella memoria, non solo delle classi illuminate, ma del popolo. La sua memoria richiama una giustizia imparziale, un'amministrazione forte, uno stato insomma di prosperità, di ricchezza e di grandezza militare.

«Al Congresso di Vienna si esitò lungamente a riporre le Legazioni sotto il Governo del Papa. Gli uomini di Stato che vi sedevano, quantunque preoccupati di ristabilire dappertutto l'antico ordine di cose, sentivano tuttavia che si lascerebbe in questa guisa un focolare di disordini nel bel mezzo d'Italia. La difficoltà nella scelta del Sovrano a cui si dovessero dare queste provincie, e le rivalità, che nascerebbero per il loro possedimento, fecero propendere la bilancia in favore del Papa, ed il Cardinale Consalvi ottenne, ma solamente dopo la battaglia di Waterloo, questa concessione insperata.

«Il Governo Pontificio, alla sua restaurazione, non tenne verun conto del progresso delle idee e dei profondi cangiamenti che il regime francese aveva introdotto in questa parte de' suoi Stati. Da ciò una lotta tra il Governo e il popolo era inevitabile. Le Legazioni sono state in preda ad una agitazione più o meno celata, ma che ad ogni opportunità prorompeva in rivoluzioni. Tre volte l'Austria intervenne co' suoi armati per ristabilire l'autorità del Papa, costantemente disconosciuta da' suoi sudditi.

«La Francia risponde al secondo intervento austriaco colla occupazione di Ancona; al terzo colla presa di Roma. Tutte le volte che la Francia si è trovata in presenza di tali avvenimenti ha sentito la necessità di por fine a questo stato di cose, che è come uno scandalo per l'Europa, ed un immenso ostacolo alla pacificazione d'Italia.

«Il Memorandum del 1831 constatava lo stato deplorabile del paese, la necessità e l'urgenza di riforme amministrative. Le corrispondenze diplomatiche di Gaeta e di Portici portano l'impronta dello stesso sentimento. Le riforme che Pio IX da sé medesimo aveva iniziate nel 1846, erano il frutto del suo lungo soggiorno in Imola, dove aveva potuto giudicare co' propri occhii intorno agli effetti del regime deplorabile imposto a queste provincie.

«Disgraziatamente, i consigli delle Potenze, ed il buon volere del Papa sono venuti ad infrangersi contro gli ostacoli che l'organizzazione clericale oppone a qualunque specie di rinnovamento.

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Se vi ha un fatto che risulta chiaramente dalla storia di questi ultimi anni, è la difficoltà, diciamolo meglio, l'impossibilità di una riforma compiuta del Governo Pontificio, che risponda ai bisogni del tempo e ai voti ragionevoli delle popolazioni.

«L'Imperatore Napoleone III, con quel colpo d'occhio giusto e fermo che lo caratterizza, aveva perfettamente affermato e rottamente indicato, nella sua lettera al Colonnello Nev, la risoluzione del problema, Secolarizzazione, Codice napoleonico.

«Ma chiaro è, che la Corte di Roma combatterà sino all'estremo, e con tutti i mezzi che ha, l'esecuzione di questi due disegni. Ben si capisce che possa adagiarsi in apparenza ad accettare riforme civili ed eziandio politiche, salvo a renderle illusione in prattica; ma essa anche troppo si avvede, che la Secolarizzazione ed il Codice napoleonico introdotti in Roma stessa, là ove l'edificio di sua possanza temporale tien le fondamenta, la scalzerebbero dalle radici e la farebbero cadere togliendone i principali sostegni: privilegi clericali e diritto canonico. Tuttavia se non puossi sperare d'introdurre una vera riforma per l'appunto in quel centro, ove i congegni dell'autorità temporale sono di tal guisa intrecciati con quelli del potere spirituale, che non sarebbe dato di disgiungerli compiutamente senza correr pericolo di spezzarli, non potrebbesi almeno pervenirvi in una parte che si mostra meno rassegnata al giogo clericale, che è fomite permanente di turbolenze e di anarchia, che fornisce pretesto all'occupazione permanente degli Austriaci, suscita complicazioni diplomatiche, e perturba l'equilibrio europeo?

«Noi siamo d'avviso che lo si possa, ma a condizione di separare, almeno amministrativamente, questa parte dello Stato di Roma. Di tal guisa formerebbesi delle Legazioni un Principato Apostolico sotto l'alto dominio del Papa, ma retto da proprie leggi, avendo suoi tribunali, sue finanze, suo esercito. Stimiamo che, rannodando, per quanto fosse possibile, cotesto ordinamento alle tradizioni del Regno napoleonico, si sarebbe sicuri di ottener subitamente un effetto morale considerevolissimo, e si sarebbe fatto un gran passo per ricondurre la calma frammezzo a coteste popolazioni.

«Senza lusingarci, che combinazioni di cotesto genere possano eternamente durare, nonpertanto stimiamo che per lungo tempo bastar potrebbe al fine proposto: pacificare coteste provincie e dare una soddisfazione ai bisogni dei popoli, e appunto con ciò assicurare il Governo temporale della S. Sede, senza uopo di una permanente occupazione straniera.

«Indicheremo sommariamente i punti essenziali del progetto e i modi di metterlo ad effetto.

Primitivo disegno piemontese circa gli Stati della Chiesa.

«1. Le provincie dello Stato Romano situate tra il Po e l'Adriatico e gli Appennini (dalla provincia di Ancona fino a quella di Ferrara), pur rimanendo soggette all'alto dominio della S. Sede, saranno completamente secolarizzate, e organizzate sotto il rapporto amministrativo, giudiziario, militare e finanziario, in guisa affatto separata, indipendente dal rimanente dello Stato.

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Tuttavia le relazioni diplomatiche e religiose resterebbero esclusivamente di spettanza della Corte Romana.

«2. L'organamento territoriale ed amministrativo di questo Principato sarebbe stabilito nella forma in cui era sotto il Regno di Napoleone I, fino al 1814. Il Codice napoleonico vi sarebbe promulgato, salvo le modificazioni necessarie ne' titoli riguardanti le relazioni tra la Chiesa e lo Stato.

«3. Un Vicario Pontificio laico governerebbe coteste provincie, con de' Ministri ed un Consiglio di Stato. La posizione del Vicario, nominato dal Papa, sarebbe garantita dalla durata dell'ufficio, che continuerebbe almeno per dieci anni. I Ministri, i Consiglieri di Stato e tutti gl'impiegati indistintamente sarebbero nominati dal Vicario Pontificio. Il loro potere legislativo ed esecutivo non potrebbe estendersi mai alle materie religiose né alle materie miste, che sarebbero preventivamente determinate, né infine a checchessia di ciò che tocca alle relazioni politiche internazionali.

«4. Queste provincie dovrebbero concorrere, in giusta proporzione, al mantenimento della Corte di Roma ed al servizio del debito pubblico attualmente esistente.

«5. Un esercito indigeno verrebbe organizzato immediatamente, per mezzo della coscrizione militare.

«6. Oltre i Consigli comunali e provinciali, sarebbevi un Consiglio generale per l'esame e la compilazione del bilancio.

«Ora, se considerar si vogliono i mezzi di esecuzione, si vedrà che non presentano tante difficoltà, come a prima vista si potrebbe supporre. Anzitutto codesta idea di una separazione amministrativa delle Legazioni non è cosa nuova per Roma. Fu messa innanzi parecchie volte dalla Diplomazia ed eziandio propugnata da qualche membro del S. Collegio, sebbene in termini più ristretti di quelli che occorrono per farne un'opera seria e durevole.

«Il volere irrevocabile delle Potenze e la loro deliberazione di por termine, e senza indugio all'occupazione straniera, sarebbero due motivi che determinerebbero la Corte di Roma ad accettare cotesto disegno, che in fondo rispetta il suo potere temporale, e lascia intatta la organizzazione attuale al centro e nella massima parte de suoi Stati. Ma, ammesso una volta il principio, conviene che la esecuzione del progetto sia confidata ad un alto Commissario nominato dalle Potenze. É dunque evidentissimo che, se questo compito fosse lasciato alla S. Sede, troverebbe nel suo governo tradizionale i mezzi di non venirne a capo, e di falsare interamente lo spirito delle nuove istituzioni.

«Ora non si può dissimulare, che se l'occupazione straniera cessar dovesse, senza codeste riforme francamente eseguite, e senza che una forza pubblica fosse stabilita, vi sarebbe ogni argomento di temere il prossimo rinnovellamento di sedizioni, susseguite ben tosto dal ritorno degli eserciti austriaci. Un tale avvenimento sarebbe tanto più deplorevole, in quanto che gli effetti parrebbero condannare preventivamente ogni prova di miglioramento.

«Egli è dunque solo alle condizioni sopra enunciate che noi

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stimiamo possibile la cessazione della occupazione straniera che potrebbe farsi in questa guisa.

«Il Governo Pontificio ha attualmente due reggimenti di Svizzeri e due altri indigeni, insomma otto mila uomini all'incirca. Cotesta soldatesca è bastevole pel mantenimento dell'ordine a Roma e nelle provincie che non sono comprese nella divisione amministrativa, di cui si è testé parlato. La nuova milizia indigena, che si organizzerebbe per mezzo della coscrizione nelle provincie secolarizzate, ne assicurerebbe la tranquillità. I Francesi potrebbero lasciar Roma, gli Austriaci le Legazioni. Tuttavia le milizie francesi, ritornando nel proprio paese per la via di terra, dovrebbero, nel passaggio, soffermarsi temporaneamente nelle provincie staccate. Esse vi rimarrebbero per un tempo prestabilito, strettamente necessario alla formazione della nuova milizia indigena, che si organizzerebbe col loro concorso». - Fin qui la Nota sarda.

L'Inghilterra aderì pienamente alla Nota; la Francia fece riserve nelle applicazioni della medesima, per riguardi verso la 8. Sede) l'Austria oppose la questione pregiudiziale, non essendo stata prevenuta che nel Congresso si sarebbe trattato anche delle cose d'Italia. Intanto si andò innanzi nell'intrigo estra-legale combinato tra i Plenipotenzarii sardo-anglo-franchi.

Dopo sottoscritto il trattato, siccome dicemmo, continuarono per alcuni giorni le conferenze, e il di 8 di Aprile venne registrato nel protocollo il seguente gravissimo Atto, già da noi accennato:

Dichiarazione del Conte Walewsky.

Accuse del Governo Francese contro la S. Sede e contro Napoli

«Il primo Plenipotenziario della Francia rammenta che gli Stati Pontifici sono in una situazione anormale, che la necessità di non abbandonare il paese in preda all'anarchia ha determinato la Francia, nonché l'Austria, ad acconsentire alla domanda della S. Sede, facendo occupare Roma dalle sue milizie, nell'atto che le austriache occupavano le Legazioni. Egli espone, che la Francia aveva un doppio motivo di deferire senza esitazione alla domanda della S. Sede, come Potenza cattolica, e come Potenza europea. Il titolo di Figlio primogenito della Chiesa, di cui il Sovrano di Francia si gloria, fa un dovere all'Imperatore di prestare aiuto e sostegno al Sovrano Pontefice. La tranquillità degli Stati Pontificii e quella di tutta Italia tocca troppo da vicino il mantenimento dell'ordine in Europa, perché la Francia abbia un interesse maggiore a concorrervi con tutti i mezzi che ha in suo potere. Ma, dall'altro canto, non si potrebbe disconoscere ciò che v'ha di poco onorevole nella situazione di una Potenza, che per mantenersi ha bisogno di essere sostenuta da milizie straniere,

«Il Conte Walewski non esita punto di dichiarare, e spera che il Conte Buoi si assoderà per quel che concerne l'Austria a tale dichiarazione,

che non solamente la Francia è pronta a ritirare le. sue milizie, ma che affretta con tutti i suoi voti il momento in cui essa lo possa fare senza compromettere la tranquillità interna del paese e l'autorità del Governo Pontificio, alla prosperità del quale l'Imperatore, suo augusto Sovrano, non cesserà mai di prendere il più vivo interessamento.

«Il primo Plenipotenziario della Francia rappresenta come egli è a desiderare, nell'interesse dell'equilibrio europeo, che il Governo Romano si consolidi abbastanza fortemente, perché le milizie francesi ed austriache possano sgombrare senza inconvenienti gli Stati Pontificii: ed egli crede che un voto espresso in questo senso potrebbe non essere senza utilità. Egli non dubita in ogni caso, che le assicurazioni che sarebbero date dalla Francia, e dall'Austria circa le loro intenzioni a questo riguardo non producano da per tutto una impressione favorevole.

«Proseguendo lo stesso ordine d'idee, il Conte Walewski dimanda a sé stesso, se non è da augurare che certi Governi della Penisola italiana, richiamando a sé con atti di clemenza bene intesi, gli spiriti traviati e non pervertiti, mettano termine a un sistema che va direttamente contro il suo scopo, e che, invece di estinguere i nemici dell'ordine, ha per effetto di indebolire, i Governi e di accrescere partigiani alla demagogia.

«Nella sua opinione, sarebbe rendere un segnalato servigio al Governo delle Due Sicilie, nonché alla causa dell'ordine nella Penisola italiana, con illuminare quel Governo sulla falsa via nella quale si è posto. Egli pensa, che avvertimenti concepiti in questo senso, e provenienti dalle Potenze rappresentate al Congresso, sarebbero tanto meglio accolti, in quanto che il Gabinetto napolitano, non potrebbe mettere in dubbio i motivi che li avrebbero dettati».

Alla dichiarazione del Francese, nella quale la causa del Re delle Due Sicilie veniva una volta di più congiunta a quella della S. Sede, Lord Clarendon rispondeva in questi termini:

Dichiarazione di Lord Clarendon

Accuse del Governo Inglese

«Noi abbiamo provvedute allo sgombro dei vari territori occupati dalle milizie straniere durante la guerra; abbiamo fatto premura solenne di effettuare questo sgombro nel più breve termine} come potremmo non preoccuparci delle occupazioni che ebbero luogo prima della guerra, e d'astenerci dal cercare modo di porvi fine?

«La Gran Bretagna non crede utile lo investigare le cause che condussero eserciti stranieri in molti punti d'Italia; ma è d'avviso che, ammesse pure queste cause legittime, non è men vero, che ne conseguita uno stato anormale irregolare che non può essere giustificato se non se da una estrema necessità, e che debba cessare appena tale necessità non si faccia più sentire imperiosamente;

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che tuttavia se non si cerca a por fine a tali bisogni, essi continueranno ad esistere. Che se si sta paghi ad appoggiarsi alla forza armata, in luogo di cercar rimedio ai giusti motivi di mal contento, è certo che si renderà permanente un sistema poco onorevole pei Governi e disgustoso pei popoli. Pensa che l'amministrazione degli Stati romani offre inconvenienti, donde possono sorgere pericoli, che il Congresso ha diritto di cercar modo di prevenire; che non porvi mente sarebbe esborsi a lavorare a profitto della rivoluzione, che tutti i Governi biasimano e vogliono evitare. Il problema che è urgente risolvere, consiste nel combinare il ritiro delle milizie straniere col mantenimento della tranquillità: e questa soluzione sta nell'organare un' amministrazione che, facendo rinascere la fiducia, rendesse il Governo indipendente dall'aiuto straniero. Quest'appoggio non essendo giammài capace a sostenere un Governo al quale l'opinione pubblica è contraria, ne conseguirebbe, secondo la sua opinione, una posizione che la Francia e l'Austria non vorranno accettare per i loro eserciti. Pel benessere degli Stati Pontificii, come nell'interesse dell'autorità sovrana del Papa, sarebbe dunque utile, secondo il suo parere, di raccomandare la secolarizzazione del Governo e l'organizzazione di un sistema amministrativo in armonia colle tendenze del secolo, ed avente per iscopo la felicità del popolo. Ammette che questa riforma può presentare forse a Roma, in questo momento, alcune difficoltà; ma crede che potrà facilmente effettuarsi nelle Legazioni.

«La Gran Bretagna fa notare, che da otto anni a questa parte Bologna è in istato d'assedio, e che le campagne sono invase dai briganti; puossi sperare, ei crede, che collo stabilirsi in questa parte degli Stati Romani un regime amministrativo e giudiziario laico e separato, e coll'organizzarsi una forza armata nazionale, la sicurezza e la confidenza si ristabilirebbero rapidamente, e che le milizie austriache potrebbero ritirarsi fra poco, senza che abbiansi a temere novelle agitazioni; se non altro, a suo parere, è una esperienza che si potrebbe tentare: e questo rimedio offerto a mali incontestabili dovrebbe essere sottoposto alla seria considerazione del Papa.

«Per quanto concerne il Governo di Napoli, la Gran Bretagna desidera imitare l'esempio del Conte Walewski, tacendo atti che ebbero una sì spiacevole eco. Essa pensa che dee senza dubbio riconoscersi in massima, che niun Governo ha diritto ingerirsi negli affari interni degli altri Stati; ma crede esservi casi, nei quali la eccezione a questa regola diventa un diritto e un dovere. Il Governo napolitano pare che abbia conferito questo diritto e imposto questo dovere all'Europa; e poiché i Governi rappresentati al Congresso vogliono tutti, collo stesso impegno, sostenere il principio monarchico e respingere la rivoluzione, deesi alzar la voce contro di un sistema, che tiene accesa fra le masse l'effervescenza rivoluzionaria, invece di spegnerla.

«Noi non vogliamo che la pace sia turbata, e non vi ha pace senza giustizia; noi dobbiamo dunque far giungere al Re di Napoli il voto del Congresso,

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perché migliori il suo sistema di Governo, voto che certo non può rimanere sterile; noi dobbiamo inoltre chiedergli una amnistìa per le persone che furono condannate, o che sono in carcere senza giudizio per colpe politiche». - Così la Nota inglese.

Ai 16 di Aprile, chiusosi il Congresso, il Conte di Cavour e il Marchese di Villamarina emisero una nuova Nota più grave della prima, benevolmente accolta dalla Francia e dall'Inghilterra. Eccola:

Nota comunicata dai Plenipotenziari sardi a quelli

di Francia e d'Inghilterra nell'atto di lasciare il Congresso.

«I sottoscritti Plenipotenziarii, pieni di fiducia nei sentimenti di giustizia dei Governi di Francia e d'Inghilterra, e nell'amicizia che professano pel Piemonte, non hanno cessato di sperare, dopo l'apertura delle conferenze, che il Congresso di Parigi non si separerebbe senza aver preso in seria considerazione lo stato dell'Italia, ed avvertito ai mezzi di recarvi rimedio, ripristinando l'equilibrio politico, turbato dalla occupazione di gran parte delle provincie della Penisola dalle milizie straniere. Sicuri del concorso dei loro alleati, essi ripugnavano a credere, che niuna altra Potenza, dopo avere attestato un interessamento sì vivo e sì generoso per la sorte de' Cristiani di Oriente appartenenti alla razza slava ed alla greca, rifiuterebbe di occuparsi dei popoli di razza latina ancor più infelici, poiché, a ragione del grado di civiltà avanzata che hanno raggiunto, essi sentono più vivamente le conseguenze di un cattivo governo.

Atto d'accusa del Piemonte contro l'Austria

«Questa speranza è venuta meno. Malgrado del buon volere della Francia e dell'Inghilterra, malgrado dei loro benevoli sforzi, la persistenza dell'Austria a chiedere che le discussioni del Congresso rimanessero strettamente circoscritte nella sfera delle questioni che era stata tracciata prima della sua riunione, è cagione che questa assemblea, sulla quale sono rivolti gli occhi di tutta Europa, sta per isciogliersi non solo senza che sia stato arrecato il menomo alleviamento ai mali dell'Italia, ma senza aver fatto splendere al di là delle Alpi un bagliore di speranza nell'avvenire, atto a calmare gli animi, ed a far loro sopportare con rassegnazione il presente.

«La posizione speciale occupata dall'Austria nel seno del Congresso rendeva forse inevitabile questo deplorevole risultato. I sottoscritti sono costretti a riconoscerlo. Quindi, senza rivolgere il menomo rimprovero ai loro alleati, credono debito loro di richiamare la seria attenzione dei medesimi sulle conseguenze spiacevoli che esso può avere per l'Europa, per l'Italia, e specialmente per la Sardegna.

«Egli sarebbe superfluo di tracciare qui un quadro preciso dell'Italia. Troppo notorio è ciò che avviene da molti anni in quelle contrade. Il sistema di compressione e di reazione violenta,

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inaugurato nel 1848 e 1849, che forse giustificavano alla sua origine le turbolenze rivoluzionarie che erano state in allora compresse, dura senza il menomo alleviamento. Si può anche dire che. tranne alcune eccezioni, esso è seguito con raddoppiamento di rigore. Giammai le prigioni ed i bagni non sono stati più pieni di condannati per cause politiche; giammai il numero dei proscritti non è stato più considerevole; giammai la polizia non è stata più duramente applicata. Ciò che succede a Parma lo prova anche troppo.

«Tali mezzi di Governo debbono necessariamente mantenere le popolazioni in uno stato di costante irritazione e di fermento rivoluzionario.

«Tale è lo stato dell'Italia da sette anni in poi.

«Tuttavia in questi ultimi tempi l'agitazione popolare sembrava essersi calmata Gli Italiani vedendo uno de' Principi nazionali coalizzato colle grandi Potenze occidentali per far trionfare i principii del diritto e della giustizia, e per migliorare la sorte dei loro correligionarii in Oriente, concepirono la speranza che la pace non si sarebbe fatta senza che un sollievo fosse recato ai loro mali. Questa speranza li rese calmi e rassegnati. Ma quando conosceranno i risultati negativi del Congresso di Parigi, quando sapranno che l'Austria, non ostante i buoni offici e l'intervento benevolo della Francia e dell'Inghilterra, si è rifiutata a qualsiasi discussione, che essa non ha voluto nemmeno prestarsi all'esame dei mezzi opportuni a portar rimedio a un sì triste stato di cose, non v'ha alcun dubbio che l'irritazione assopita si sveglierà fra essi in modo più violento che mai. Convinti di non aver più nulla ad attendere dalla diplomazia e dagli sforzi delle Potenze che s'interessano alla loro sorte, ricadranno con un ardore meridionale nelle file del partito rivoluzionario e sovversivo; l'Italia sarà di nuovo un focolare ardente di cospirazioni e di disordini, che forse saranno compressi con raddoppiamento di rigore; ma che la minima commozione europea farà scoppiare nella maniera la più violenta. Uno stato di cose cosi spiacevole, se merita di fissare l'attenzione dei Governi della Francia e dell'Inghilterra, interessati ugualmente al mantenimento dell'ordine e allo sviluppo regolare della civiltà, deve naturalmente preoccupare nel più alto grado il Governo del re di Sardegna.

«Lo svegliarsi delle passioni rivoluzionarie in tutti i paesi che circondano il Piemonte, per effetto di una causa di tale natura che eccita le più vive simpatie popolari, lo espone a pericoli di una eccessiva gravita, che possono compromettere quella politica ferma e moderata che ha avuto sì felici risultati e gli ha valso la simpatia e la stima dell'Europa illuminata.

«Ma questo non è il solo pericolo che minaccia la Sardegna. Un pericolo più grande ancora è la conseguenza dei mezzi che l'Austria impiega per comprimere il fermento rivoluzionario in Italia, chiamata dai Sovrani dei piccoli Stati italiani impotenti a contenere il malcontento dei loro sudditi. Questa Potenza occupa militarmente la maggior parte della valle del Po e dell'Italia centrale, e la sua influenza si fa sentire in una maniera irresistibile nei paesi stessi in cui essa non ha soldati. Appoggiata da un lato a Ferrara e a Bologna, le sue truppe si stendono sino ad Ancona,

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lungo l'Adriatico, divenuto in certo modo un lago austriaco; dall'altro, padrona di Piacenza, che, contrariamente allo spirito, se non alla lettera dei trattati di Vienna, lavora a trasformare in piazza forte di prim'ordine; essa ha guarnigione a Parma e si dispone a spiegare le sue forze in tutta la estensione della frontiera sarda, dal Po sino alla cima degli Appennini.

«Queste occupazioni permanenti per parte dell'Austria di territorii che non le appartengono, la rendono padrona assoluta di quasi tutta Italia, distruggono l'equilibrio stabilito dal Trattato di Vienna, e sono una minaccia continua per il Piemonte.

«Circondato in qualche modo da ogni parte dagli Austriaci, vedendo svilupparsi nel suo confine orientale completamente aperto le forze di una Potenza, che sa non essere animata da sentimenti benevoli a suo riguardo, questo paese è tenuto in uno stato costante di apprensione, che l'obbliga a rimanere armato e a misure difensive eccessivamente onerose per le sue finanze, oberate già in seguito degli avvenimenti del 1848 e 1849, e dalla guerra a cui ora ha preso parte.

«I fatti che i sottoscritti hanno esposto bastano per far apprezzare i pericoli della posizione, nella quale il Governo del Re di Sardegna si trova collocato.

«Perturbato all'interno dalle passioni rivoluzionarie, suscitate tutto intorno a lui da un sistema di compressione violenta e dal l'occupazione straniera, minacciato dall'estensione della potenza dell'Austria, egli può da un momento all'altro essere costretto da una necessità inevitabile ad adottare misure estreme, di cui è impossibile calcolare le conseguenze.

«I sottoscritti non dubitano, che un tale stato di cose non ecciti la sollecitudine dei Governi di Francia e d'Inghilterra, non solo a cagione dell'amicizia sincera e della simpatia reale che queste Potenze professano per il Sovrano, che solo fra tutti, nel momento in cui il successo era il più incerto, si è dichiarato apertamente in loro favore; ma soprattutto perché costituisce un vero pericolo per l'Europa.

«La Sardegna è il solo Stato dell'Italia che abbia potuto elevare una barriera insormontabile allo spirito rivoluzionario (!?) e rimanere nello stesso tempo indipendente dall'Austria; è il solo contrappeso alla sua influenza, che tutto invade.

«Se la Sardegna avesse a soccombere spossata di forze, abbandonata dai suoi. alleati; se fosse costretta essa medesima a subire la dominazione austriaca, allora la conquista dell'Italia per parte di questa Potenza sarebbe compiuta.

«E l'Austria, dopo aver ottenuto, senza che le costasse il minimo sacrifizio, l'immenso beneficio della libertà della navigazione del Danubio» e della neutralizzazione del Mar Nero, acquisterebbe una influenza preponderante in Occidente.

«Questo è quello che la Francia e l'Inghilterra non potrebbero volere: questo è quello che esse non permetteranno mai.

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«Però i Plenipotenziari Sardi sono convinti che i Gabinetti di Parigi e di Londra, prendendo in seria considerazione la situazione dell'Italia, avviseranno, d'accordo colla Sardegna, ai mezzi di recarvi un efficace rimedio. (1)»

Con questa nota ebbe termine il pur troppo famoso Congresso di Parigi, che fu, come a dire, la introduzione della sanguinosa commedia, in cui i gerofanti della setta anticristiana prelusero a tutto il tema dell'opera scellerata, che era per rappresentarsi sul teatro della civile Europa, in presenza di Governi e di popoli indegnamente traditi. Una cosa sola rimase chiaramente constatata in quel Congresso, cioè il totale isolamento dell'Austria, il perfetto accordo delle tre Potenze Occidentali e la insipiente indifferenza dei Potentati del Nord, che nella ruina dell'Austria e nella proclamazione dei nuovi principii d'un inaudito diritto, non seppero o non vollero scorgere l'elemento di distruzione di tutti i troni. Era la solita guerra delle Potenze massoniche contro gli Stati cattolici, mentre la Russia e la Prussia spingevano da pezza l'Austria verso la sua mina: testimonio il trattato di divisione della Polonia del 1772, opera dell'empia Caterina e dell'incredulo Federigo, siccome fu anche poi quello del 1795.

Ma gli Atti officiali da noi arrecati sono tali da non poter essere consegnati alla storia senza commenti; dessi sono improntati di tale una perfidia, di tale una malizia, che più d'un lettore potrebbe rimanerne se non ingannato, almeno incerto della verità: aggiungiamo adunque qualche parola di commento.

(1) Tratte de paix, signè a Paria le 30 Maro 1856. Turin imprimerie royale, 1856.

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CAPO III.

Qualche Commento.

Al memorandum del Conte di Cavour

Secondo la Nota verbale, ossia Memorandum di Cavour, le Legazioni, vale a dire la parte più ragguardevole, più industriosa e attiva degli Stati della Chiesa, erano, come si vede, prese di mira dalla rivoluzione, perché meglio si prestavano agli intendimenti settarii; tolte le quali alla S. Sede rimaneva appena politicamente di che sussistere.

I Plenipotenziarii sardi, arrogandosi la parte di tutori degli Stati italiani, si scandalizzano della presenza dell'esercito austriaco; questa però era resa necessaria, non dall'indole delle medesime provincie, ma sì dalle maligne influenze delle società segrete e dall'azione perseverantemente rivoluzionaria del vicino Piemonte, e degli emissarii e congiunti del Bonaparte. Era quindi naturale, che nulla facesse presagire che tale stato di cose potesse terminare, perché così appunto si voleva dalla setta. Dal che veniva la impotenza del Sovrano legittimo a governarle senza un appoggio straniero, a fronte di malvagio influenze straniere. Il Memorandum, senza tener conto della storia, non dubita d'affermare che, anche prima della rivoluzione francese, il dominio clericale era antipatico a quelle provincie, e che gli eserciti francesi vi furono accolti nel 1796 con entusiasmo; e dimentica che la S. Sede perfettamente disarmata, perché fino allora in perfetta pace con tutti, in un momento, per mezzo dei medesimi suoi sudditi, poté improvvisare un esercito di ben quaranta mila uomini, tutti volontarii, e volontariamente mantenuti ed equipaggiati. Quell'esercito, così improvvisato, purtroppo non riuscì ad arrestare le schiere della Francia repubblicana, ma rimarrà sempre pel dominio clericale una prova irrefragabile della simpatia non solo, ma dell'amore e della devozione de' suoi popoli.

Quindi è, che tutte le tradizioni e le simpatie di quelle provincie erano pel Governo della S. Sede e non per quello del Despota francese, che vi passò sopra quale paurosa meteora di desolazione e di: empietà, di cui parlano tuttora raccapricciati coloro che ne serbano memoria.

Commettevano poi un vergognoso errore storico i Plenipotenziarii sardi, quando affermavano, che le usurpate Legazioni furono restituite

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alla S. Sede solamente dopo la battaglia di Waterloo, avvenuta il 18 di Giugno 1815, in cui il famoso Napoleone pagava con una irreparabile sconfitta i torti fatti a Dio e alla S. Sede; mentre è noto a tutti, che Tatto del Congresso di Vienna, che restituiva al Papa le Legazioni, fu segnato nove giorni prima che accadesse quella memorabile battaglia, cioè ai 9 di Giugno 1815.

Che la Francia in seguito, nel 1831, rispondesse colla occupazione di Ancona all'intervento austriaco, non prova altro se nonché la prepotenza dei rivoluzionarii Orleanesi che pretesero paralizzare, a profitto della setta, l'esercizio di un diritto della Santa Sede, e del suo alleato d'Austria. E la presa di Roma, come venne eseguita nel 1849, fu una nuova soverchieria del Governo liberalesco di Francia, in onta dei legittimi accordi ed impegni presi a Gaeta tra le Potenze cattoliche.

Quanto al Memorandum del 1831, lungi dal constatare lo stato deplorabile del paese, il quale non aveva mai cessato di essere devoto ai Papi, non prova se non che l'azione sempre più crescente delle società segrete nei Gabinetti europei, i quali fin d'allora, invece di unirsi alla Chiesa per combattere la Frammassoneria, si univano a questa ai danni della Chiesa.

Le riforme poi di Pio IX furono solo un atto del suo magnanimo cuore per Smascherare e vincere, se fosse stato possibile, la protervia dei settarii: e se gli effetti di quegli atti per sempre memorandi non furono quali Egli se li prometteva, non è punto da addebitarne le saggie istituzioni del Governo pontificale, ma sì la perversità dei tempi che rendevano e rendono tuttora impossibile ogni cosa veramente utile e buona. Luigi Napoleone, con quel colpo d? occhio giusto e fermo che lo caratterizzala, nel voler imporre, colla famosa lettera al Colonnello Nev, al Governo pontificio la secolarizzazione dello Stato e il Codice napoleonico, mirava con quelle proposte alla distruzione dello stesso Governo, i cui sacri diritti e inconcussi principii intrinsecamente ripugnavano a quella così detta secolarizzazione e al Codice bonapartesco: e la Corte di Roma saggissimamente combatterà sino all'estremo l'esecuzione di codesti due disegni. È quindi verissimo,e ben sei sapeva il Bonaparte, che le riforme da lui proposte scalzerebbero dalle radici e farebbero cadere il sacro edificio del Potere temporale dei Papi, togliendogli i principali sostegni, i cosi detti privilegi, cioè la libertà del Clero e il Diritto canonico', che è quanto dire le sacre ragioni della Chiesa, le quali sono veramente di tal guisa intrecciate con quelle del potere spirituale,

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come chiaramente dice il Memorandum, che non sarebbe dato di disgiungerli compiutamente senza correre pericolo di spezzarle. Dopo tali cose, il proporre alla S. Sede di fare delle Legazioni un Principato apostolico sotto l'alto dominio del Papa, è più che un assurdo, una insolenza; è l'anteporre le pagane pretensioni del regno napoleonico alle venerande tradizioni della S. Sede; è una empietà, una scelleratezza evidente che riducono la proposta piemontese a un inganno, a un agguato; cosicché i i Plenipotenziarii sardi, senza lusingarsi che combinazioni di questo genere possano eternamente durare, la proponevano appunto quale una via meno diretta, ma secondo loro più sicura, di giungere all'intero spodestamene della S. Sede e alla presa dell'istessa Roma. Dopo le quali cose ci passiamo dal toccare dei punti essenziali di esecuzione del progetto piemontese, siccome quelli che appariscono affatto insensati e ridicoli.

Il volere irrevocabile poi delle Potenze, di por termine e senza indugio, per siffatti inauditi modi, alla occupazione degli Stati pontificii e pretendere di obbligare la Corte di Roma ad accettare codesto piano, è un vero insulto alla maestà della S. Sede, una vera sfida al mondo cattolico.

È dunque evidentissimo, e noi aggiungeremo naturale e giusto, che il compito di spodestare sé stessa non si potrebbe mai in nessun modo imporre alla S. Sede, la quale per lo appunto troverebbe nel suo Governo tradizionale, non già i mezzi di non venirne a capo e di falsare interamente lo spirito delle nuove istituzioni, come dice il Memorandum, ma sì il dovere e la forza di fulminarle.

Che l'Inghilterra poi, Governo protestante, applaudisse alle enormezze diplomatiche del Piemonte, non fa meraviglia, avendo l'Anglicanismo per principio la distruzione della Chiesa cattolica; ma che il Walewski, ministro di un Governo che ardiva dirsi Cristianissimo, unisse la sua voce a quella del Governo sardo apostata, e dell'Inglese eretico e scismatico, è cosa senza nome.

n Piemonte con la sua Nota aveva fedelmente recitato la sua parte. Trovandosi già in aperta guerra con la S. Sede, non gli aveva ripugnato nei segreti accordi di iniziare, sebbene Governo cattolico, l'empia guerra stabilita; ripugnava invece ai Plenipotenziarii di Vittorio Emanuele di assalire nel Congresso il Re di Napoli, suo stretto congiunto. Tale parte era riservata al Walewski, e quell'antico cospiratore straniero lo fece senza scrupolo nella sua Dichiarazione.


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Alla dichiarazione del conte Valewski

Al Rappresentante del figlio primogenito dalla Chiesa non era conveniente assalire la Chiesa; per il che velava la sua approvatone alla Nota cavourresca con una sequela di quelle frasi elastiche, che dicono e non dicono, e conchiudono coll'approvare ogni malvagio intendimento. Quindi ei dice, che il titolo di figlio primogenito della Chiesa, di cui il Sovrano di Francia si gloria, gli fa un dovere di prestare aiuto al Pontefice; poi fa una colpa all'istesso Pontefice della poco onorevole situazione in che versa, che, per mantenersi, ha bisogno di essere sostenuto da milizie straniere: e non esita punto di chiamare il Conte Buoi a partecipare alle risoluzioni della Francia per ritirare le milizie dagli Stati della Chiesa, sebbene il farlo in quelle condizioni era un fare ciò cfee si diceva non voler fare, cioè di compromettere la tranquillità interna del paese e l'autorità del Governo pontificio. Il quale senza avere un esercito sufficiente, che il Bonaparte aveva sempre impedito che si formasse in modo proporzionato al bisogno, si trovava più che mai esposto alle influenze e alle agitazioni delle società segrete, imbaldanzite sempre più dal palese appoggio dei tre collegati di Occidente. Laonde il credere che il Governo romano si consolidasse abbastanza fortemente, nell'interesse dell'equilibrio europeo, era cosa affatto derisoria e impossibile.

Volendo poi il Walewski scagliare il dardo prestabilito contro il Re delle Due Sicilie, domanda a sé stesso, se non è da augurare che certi Governi della Penisola, richiamando a sé con atti di clemenza gli spiriti traviati e non pervertiti, mettano termine a un sistema che va direttamente contro il suo scopo. Quindi non già per alcun secondo fine, ma per rendere un segnalato servigio al Governo napolitano, nonché alla causa dell'ordine, vuole illuminare quel Governo sulla falsa via sulla quale si è posto, ciò che è quanto dire, che quel Governo governa male e che bisogna farlo governar bene, ossia a modo e secondo gli interessi della setta, con lo spodestarsi da sé medesimo.

Alla dichiarazione inglese

Alla Dichiarazione francese teneva dietro quella del Plenipotenziario inglese, e, all'unisono coi due colleghi di Francia e di Sardegna, Lord Clarendon affermava la necessità del ritiro delle milizie francesi-austriache dagli Stati romani; e non trovando nulla a ridire, come nulla aveva trovato a ridire dell'anormale stato di cose e dell'agitazione rivoluzionaria e provocante del Piemonte verso gli altri Stati d'Italia, non trova altro cui deve apporre rimedio, che i giusti motivi di malcontento, fomentato dallo stesso Piemonte, negli altri Stati italiani. Il nobile Lord poi, non scorgendo alcun inconveniente nell'attitudine provocante dell'amico Piemonte,

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donde ben potevano sorgere pericoli che il Congresso ha diritto di cercar modo di prevenire, ne scorge invece nei pacifici Stati della Chiesa. Al solito poi, come panacea sovrana a guarire tutti i supposti mali d'Italia, ribadisce il progetto della cosi detta secolarizzazione del Governo pontificio, e l'organamento di un sistema amministrativo in armonia colle così dette tendenze del secolo, quelle cioè di scristianeggiare il mondo; e su di ciò ripete pedantescamente le stesse frasi e cose espresse nella Nota piemontese circa la ritirata delle milizie austriache dalle Legazioni.

Sulle cose delle Due Sicilie però il Plenipotenziario inglese si ferma maggiormente, quasi ne avesse speciale incarico; e con premura desidera imitare l'esempio del Conte Walewski, tacendo atti, che si guarda bene dal citare e che, secondo lui, ebbero (non si sa dove) una molto spiacevole eco. Quindi mentre riconosce ciò che è impossibile sconoscere, che cioè niun Governo ha diritto d'ingerirsi degli affari interni degli altri Stati, formola un'accusa solenne contro il Governo di Napoli, che dice pare abbia conferito questo diritto e imposto questo dovere all'Europa, di alzar la voce contro di un sistema che tiene accesa fra le masse l'effervescenza rivoluzionaria, (importata però dall'estero e dal Governo inglese in particolare per i noti fini, come vedremo). Profferendo poi una grande verità, vale a dire, che non vi ha pace senza giustizia, suggerisce al Congresso una insigne ingiustizia, dicendo come esso debba far giungere al Re di Napoli il voto perché migliori il suo sistema di governo, (senza punto dirci in che fosse cattivo), voto che certo non può rimanere sterile, ciò che è quanto dire, che si pretende obbligare il Re di Napoli a sottomettervisi.

All'ultimatum sardo

Formulate cosi le accuse contro Napoli e contro Roma, e designati così ambedue agli assalti rivoluzionarii, rimaneva la parte materialmente più grave, quella cioè di chiamare in giudizio l'Austria e di obbligarla alla guerra: e i Plenipotenziarii sardi, sicuri dell'appoggio dell'Inghilterra e della Francia, non esitarono ad assumerne il facile compito, scorgendo ormai affatto isolata l'abborrita e potente rivale. Perciò nell'atto di lasciare il Congresso, quando i Plenipotenziarii austriaci non erano più presenti, quelli lasciarono la seconda Nota diretta alla Francia e all'Inghilterra, che fu un vero Ultimatum, una vera dichiarazione della nuova guerra, che infallantemente doveva ben presto scoppiare.

Sicuri pertanto del concorso dei loro alleati, i Plenipotenziarii sardi, visto l'interessamento sì vivo e generoso per la sorte dei Cristiani di Oriente mostrato dai congregati di Parigi, credettero di certo

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non si rifiuterebbero di occuparsi non già dei Cristiani di Occidente veramente infelici per l'azione delle sette, ma solo di quelli di razza latina, soggetti a Sovrani legittimi e cattolici, ai quali intendeva strapparli la rivoluzione. Laonde, malgrado del buon volere della Francia e dell'Inghilterra poiché il Congresso erasi dichiarato officialmente avverso a prendere ad esame soggetti estranei al presente trattato di pace, vedevano la loro speranza venuta meno a cagione dell'Austria, di far splendere al di là delle Alpi un bagliore qualunque atto a calmare gli animi ed a far loro sopportare con rassegnazione il presente.

Quindi senza rivolgere il menomo rimprovero ai loro alleati, i Plenipotenziarii sardi credono debito loro di richiamare la seria attenzione dei medesimi sulle conseguenze spiacevoli che erano per provenirne, o per dir meglio, che essi erano per farne provenire. Così tra le altre cose ci fanno sapere, che giammai le prigioni ed i bagni non sono stati più pieni di condannati, giammai maggiore il numero dei proscritti, giammai la polizia più duramente applicata', asserzioni tutte gratuite, recate senza alcuna prova e smentite dai fatti, come vedremo ampiamente tra poco. Dippiù essi ci raccontano, che tuttavia in questi ultimi tempi l'agitazione sembrava essersi calmata gl'Italiani (cioè i rivoluzionarii italiani) vedendo uno dei PRINCIPI NAZIONALI COALIZZATO COLLE GRANDI POTENZE OCCIDENTALI per far trionfare i principi del diritto e della giustizia (della Frammassoneria); per il che appunto era stato chiamato il Piemonte alla guerra d'Oriente. I mastini della setta erano stati ipocritamente raffrenati dai banderai franco-anglosardi durante la guerra; ma, conosciutisi i risultati negativi del Congresso di Parigi, dai Plenipotenziarii sardi si fa sapere, che l'irritazione assopita si sveglierà fra di essi in modo più violento che mai; vale a dire saranno in modo più violento che mai sguinzagliati dagli emissarii del Piemonte, come per lo appunto avvenne. Spinta perciò più che mai l'Italia nelle file del partito rivoluzionario e sovversivo secondo essi affermano, (ed erano al caso di farlo) sarà di nuovo un focolare ardente di cospirazioni e di disordini.

Dopo di ciò, sentendosi forti abbastanza i Plenipotenziarii sardi, per l'appoggio di Francia e d'Inghilterra, rinnovano la favola del lupo e dell'agnello, e, mascherandosi da vittime, fanno notare, che lo svegliarsi delle passioni rivoluzionarie in tutti i paesi che circondano il Piemonte.... lo espone a pericoli di una eccessiva gravita, che possono compromettere quella politica moderata che gli ha valso

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la simpatia dell'Europa illuminata. Né omettono di designare l'Austria quale supremo pericolo per l'Italia, e quale una minaccia continua pel Piemonte, che, lungi dall'essere esso stesso, il Governo piemontese, un vero pericolo per l'Austria, è invece da questa tenuto in uno stato costante di apprensione, che l'obbliga a rimanere armato e a misure difensive; dissimulando poi la vera causa del dissesto delle finanze piemontesi, cioè le dilapidazioni dei suoi rivoluzionarii governanti e le spese segrete per fomentare dovunque la rivoluzione, ne accusano l'Austria e ne la chiamano responsabile. Confessando finalmente, che il loro Governo era turbato all'interno dalle passioni rivoluzionarie (già s'intende per causa dell'Austria), dichiarano, poter esso da un momento all'altro essere costretto.... ad adottare misure estreme, di cui è impossibile calcolare le conseguenze (sola verità contenuta nella Nota). Fanno perciò caloroso appello all'amicizia sincera e alla simpatia reale di Francia e d'Inghilterra verso il Sovrano, che solo fra tutti si era dichiarato apertamente in loro favore, concludendo, che se la così detta Italia venisse abbandonata dai suoi cari amici ed alleati, l'Austria, dopo i beneficii ottenuti nel Danubio e nel mar Nero dal trattato di pace, acquisterebbe una influenza preponderante in Occidente: ciò che la Francia e l'Inghilterra non potrebbero volere e non permetteranno mai. In seguito di che i Plenipotenziarii sardi (sicuri a priori del fatto loro) erano convinti che i Gabinetti di Parigi e di Londra avviseranno d accordo colla Sardegna ai mezzi di recarne un efficace rimedio.

Ma le segrete mene dei maneggiatori del Congresso venivano meglio svelate varii anni dopo (1862) dall'illustre Lord Clarendon in pieno Parlamento inglese, allorché venne interpellato circa le rivelazioni fatte dalle lettere del Conte di Cavour, pubblicate dopo la costui morte, e che non poco ebbero ad imbarazzare i Diplomatici inglesi in faccia a tutta Europa. Infatti per ismentire queste rivelazioni, o almeno per menomarne la importanza e la troppa gravita, Lord Clarendon prese a dire così:

Discorso di Lord Clarendon sulle sue relazioni col Conte di Cavour

«Signori, io spero che le W. SS. mi permetteranno di abusare della nostra indulgenza per qualche minuto, finché io v'intrattenga circa una materia che, sebbene personale a me stesso, pure è di una grande importanza pubblica, e che la mia inevitabile assenza dalla città solo m'impedì di subito segnalarvi.

«Le W. SS. probabilmente avranno letto alcune lettere del Conte di Cavour recentemente pubblicate nei giornali, ed io posso assicurarvi che,

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se nel leggerle voi avete provato qualche sorpresa, questa non può eguagliare la mia. Io non sa se quelle lettere siano genuine o in mani di chi siano cadute, oppure da chi e con quale scopo siano esse state pubblicate. Io non entro per nulla in tutto ciò; ma in quelle lettere veggo certi detti attribuiti a me, rispetto ai quali io credo che le VV. SS. e il pubblico hanno diritto di aspettarsi una qualche spiegazione;perché, all'epoca in cui le medesime lettere sembrano essere state scritte, e in cui le conversazioni alle quali fa allusione il Conte di Cavour ebbero luogo, io aveva l'onore di essere Segretario di S. M. per gli affari esteri, e di compiere le funzioni di Plenipotenziario inglese in Francia. In tale qualità era mio dovere di non esprimere alcuna opinione, o di dare alcun consiglio senza la sanzione del Governo di cui io faceva parte, o che io non fossi sicuro che sarebbe in armonia coi sentimenti, ed incontrerebbe l'approvazione di tutti i miei colleghi. Io sono pronto a prendere su di me la intiera responsabilità di ogni cosa che ebbi detto in quella occasione; ma non posso tenermi per responsabile di cose che sono attribuite a me, e che io non ho detto. (Ascoltate, ascoltate.)

«Nell'offerjre però ora alle VV. SS. la spiegazione, che io credo siate in diritto di attendere, mi trovo posto in una doppia difficoltà: primieramente, quella di sceverare ciò che è vero e ciò che è inesatto nelle lettere del Conte di Cavour; e secondariamente la difficoltà che sorge dal dispiacere e dalla repugnanza che provo di contraddire il defunto. Se il Conte di Cavour fosse tuttora in vita sarebbe per me comparativamente facile il correggere qualche inesattezza della sua corrispondenza e di accompagnare le spiegazioni che potrei fare con qualche commento, che, secondo io penso, giustificherebbe la pubblicazione di quelle lettere. Ma poiché il Conte di Cavour ora none più, io non dirò nulla all'infuori di ciò che credo strettamente necessario,allo scopo di giustificare me stesso delle assurdità, credo potrei dire palpabili, delle quali io sono fatto responsabile, forse non direttamente, ma implicitamente.

«L'asserzione si riduce a questo: che io impegnai il Piemonte ad accattar briga, ed in fatto a dichiarar guerra, contro l'Austria col dare assicurazione al Conte di Cavour, che «in tale ordine di politica il Piemonte avrebbe il materiale appoggio dell'Inghilterra». Io dico che vi è molto di vero nelle lettere del Conte di Cavour, e ciò si riferisce al suo racconto di quel che avvenne dal canto mio in una seduta del Congresso di Parigi, in cui gli affari d'Italia furono discussi - Fin dalla prima riunione

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del Congresso il Conte di Cavour costantemente insistette presso i Plenipotenziarii inglesi e francesi circa la necessità di metter fuori quella questione. Io gli feci osservare, che il Congresso era stato adunato nello scopo di negoziare un trattato di pace colla Russia, e che l'introdurvi un altro soggetto sarebbe cosa estranea e del tutto impossibile; e in fatti anche dopo la sottoscrizione del trattato di pace tale procedimento avrebbe incontrato serii ostacoli, perché gli altri Plenitenziarii avrebbero potuto protestare contro la introduzione di soggetti estranei, e dichiarare che i loro poteri erano limitati alle materie per le quali il Congresso era stato convocato. Ciò nonostante dopo che il trattato fu sottoscritto, i Plenipotenziarii di Francia e d'Inghilterra misero sul tappeto una discussione circa gli affari italiani, e la narrazione del Conte di Cavour di ciò che io dissi relativamente ai Governi napolitano e pontificio è vera; e io non ho né rincrescimento, ne voglia di ritrattare ciò che dicevo in quella occasione. (Udite udite) perché sento, come credo che ogni altro Inglese senta, il più profondo interessamento per i mal governati Italiani e un ardentissimo desiderio di vedere un alleviamento di quel sistema di oppressione e tirannia che prevale da una estremità all'altra dell'Italia; e pensai che un Congresso, in cui le principali Potenze d'Europa fossero rappresentate, sarebbe luogo veramente adatto per esprimere quelle opinioni. Il risultato di una lunga e viva discussione sopra tale soggetto fu, che il Plenipotenziario austriaco convenne col francese che gli Stati pontificii fossero evacuati dalle milizie francesi ed austriache, subito che si potesse effettuare l'evacuazione senza pericolo per la tranquillità del paese, e per il consolidamento della S. Sede romana; ed inoltre, ciò che i più dei Plenipotenziarii non mettevano in questione, era il buon effetto che poteva sorgere da misure di clemenza prese da parte del Governo di Napoli,

«Questa magra risoluzione non soddisfece il Conte di Cavour, ma grandemente lo sconcertò in riguardo alle sue vedute circa la cosa; egualmente come Italiano e come Piemontese la sua irritazione non fu innaturale, giacché tutto il suo cuore e la sua anima aveva posti nel liberare il Nord dell'Italia dalla dominazione austriaca. Mostrava egli una grande irritazione, e costantemente diceva che non sarebbesi potuto presentare al Parlamento di Torino, a meno che non potesse provare aver egli ottenuto qualche bene per l'Italia.

«Io era solito vedere il Conte di Cavour quasi ogni giorno durante quel periodo di tempo, e frequentemente l'udiva parlare su tale proposito,

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il quale per verità, era l'unico soggetto che volesse discutere e sul quale voleva sempre ritornare sopra; ma quelle conversazioni non mi sembrarono mai di un carattere abbastanza prattico cosi che per me fosse necessario di comunicarle al Governo di S. M; in conseguenza di che, per quanto io abbia cercato, non ho trovato ricordo di quelle ripetute assicurazioni che io avrei date al Conte di Cavour; poiché la nostra invariabile prattica era di mantenere i nostri obblighi del trattato, e di aderire ai principii della legge internazionale. Nel medesimo tempo non dissimulai al Conte di Cavour, ciò che egli sapeva, e ognuno sapeva egualmente, che nostro scopo in quel tempo era di affrancare l'Italia dalla occupazione straniera, e di riformare i Governi di Roma e di Napoli, che circa quest'oggetto l'appoggio morale dell'Inghilterra mai non sarebbe mancato. Ma all'infuori delle numerose conversazioni che io ebbi col Conte di Cavour, runica frase che io posso ricordare (la quale potrebbe non giustificare, ma far sorgere quello stato di cose che io diceva) - se voi siete in bisogno, noi verremo in vostro soccorso - si riferisce non a una guerra dichiarata dal Piemonte contro l'Austria, ma a una invasione del Piemonte da parte dell'Austria: e questa era un'idea fissa nell'animo di Cavour. Egli sempre pensava che le libere istituzioni del Piemonte, le sue libertà della stampa e delle discussioni, e perfino la stessa sua prosperiti sotto il suo sistema di Governo, l'avrebbero sempre reso un intollerabile vicino per l'Austria.

«Io lo assicurava, che le mie conversazioni col Conte Buoi (certamente in generale non molto soddisfacenti per quanto si riferivano agli affari italiani) confermavano la mia credenza, che di tale apprensione non era bisogno che si preoccupasse il Piemonte in quel tempo; e chiedendomi il Conte di Cavour quali misure noi prenderemmo in tal caso, io ricordo di avergli detto: - Se voi mi chiedete la mia opinione, io vi dirò, che, se l'Austria invadesse il Piemonte allo scopo di sopprimere la sua indipendenza, voi avreste una prattica pruova dei sentimenti del Parlamento e del popolo britannico. -

«Senza dubbio io non posso rispondere, che tali fossero esattamente le mie parole; ma credo intieramente sicuro, che esse esprimano nettamente lo spirito del linguaggio che io tenni: questa fu naturalmente una opinione personale, non una officiale opinione. Ciò fu espresso in un caso ipotetico, al quale io non annetteva alcuna importanza particolare, né io seppi che il Conte di Cavour ve l'annettesse finché non ebbi lette quelle lettere, in cui egli dice,

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che «l'Inghilterra, libera da impegni in virtù della con chiusa pace, vedrebbe, ne son certo, con piacere sorgere una opportunità per una nuova guerra, e una guerra che sarebbe» popolare, perché avrebbe per suo scopo la liberazione dell'Italia».

«Vi era un'altra lettera del Conte di Cavour, in cui diceva che o era preparato a mandare milizie inglesi alla Spezia. Ora, quanto a questo, dico sul mio onore che io non ho il minimo ricordo di tale conversazione; ma siccome non ho ricordo, così non posso nemmeno negarlo; posso solamente dire, che se avessi avuto tale stravagante idea, non mai avrebbe potuto essere seriamente nudrita dal Conte di Cavour. Ora, richiamando alla mente l'entusiasmo del Conte di Cavour per il suo paese nelle discussioni del Congresso, insieme col suo ardente desiderio di rendere visibile la sua attività a Parigi affine di sostenere lo spirito dei suoi amici a Torino, io (sebbene forse sia la persona per molte ragioni degna di compatimento) posso da una parte ammettere i suoi imaginarii rapporti di private conversazioni, contenute in lettere dirette ai suoi amici e colleghi; ma evidentemente non erano quelle tenute degne di pubblicarsi da me, Segretario di Stato per gli affari esteri, senza communicarle ai miei colleghi in questo paese. I dettami del senso commune avrebbero ciò mostrato, conoscendo che l'Imperatore in quel tempo non aveva il più leggero pensiero di far guerra all'Austria; quando egli non poteva nemmeno chiedere all'Austria di ritirare le sue milizie dalle Legazioni, finché non avesse egli ritirato la sue da Roma. Io dico in vista di tali circostanze, che, anche nella più indiretta maniera, io avrei raccomandato al Piemonte (paese al quale desideriamo cordialmente ogni bene) di non commettere l'atto suicida di dichiarare guerra all'Austria, la quale aveva 120 o 150 mila uomini sotto il Maresciallo Radetski, e poteva fare certo assegnamento sull'appoggio di Parma, Modena e Napoli; oltre, di che io, senza l'ombra di autorità per questo, avrei avuto la presunzione di guarentire l'appoggio dell'Inghilterra in una guerra così proposta dal Piemonte con l'Austria, la quale avrebbe potuto involgerci in una guerra con mezzo Europa; ciò sembra a me essere un'assurdità così palpabile, che io spero, che le VV. SS. vedranno che porta con sé la propria confutazione, anche senza che io faccia appello a quella estrema discrezione, che il Conte di Cavour, alquanto paradossasticamente, scriveva ai suoi corrispondenti, che io possedeva. (Udite) A. P.»

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Commento al discorso di Clarendon

Non bisogna lasciare questo discorso senza un breve commento. Dopo un inutile esordio, il nobile Lord comincia col dare una mentita alla cara memoria del degno suo amico il Conte di Cavour: dichiara infatti di trovarsi posto in una doppia difficoltà, primieramente quella di sceverare ciò che è vero da ciò che è inesatto (ossia falso) nelle lettere del Conte; secondariamente il dispiacere che prova di contraddire il defunto.

In quelle lettere era detto che il Clarendon impegnò il Piemonte ad accattar briga e a dichiarare guerra contro l'Austria, col dare assicurazione al Cavour che «in tale ordine di politica il Piemonte avrebbe il materiale appoggio dell'Inghilterra». Forse il Cavour non diceva bugia. Difatto Milord si affretta di dichiarare, che vi è molto di vero nelle lettere; poi narra che fin dalla prima riunione del Congresso, il Conte di Cavour costantemente insistette presso i Plenipotenziarii inglesi e francesi circa la necessità di metter fuori la questione italiana. Il nobile Lord dice di aver fatto osservare al Cavour, che il Congresso, adunato per trattare della pace colla Russia, vi si sarebbe opposto, che l'introdurvi un altro soggetto sarebbe stata cosa estranea e del tutto impossibile, e che gli altri Plenipotenziarii avrebbero potuto protestare contro la introduzione di soggetti estranei. Ciò peraltro non impedì punto che, sottoscritto il trattato, i Plenipotenziarii di Francia e d'Inghilterra mettessero sul tappeto una discussione circa gli affari italiani, ed afferma che la narrazione del Conte di Cavour di ciò che egli disse relativamente ai Governi napolitano e pontificio è vera; e che non ha né rincrescimento né voglia di ritrattare ciò che egli diceva, perché sentiva come ogni altro Inglese (secondo lui) il più profondo interessamento per i malgovernati Italiani, e un ardentissimo desiderio di veder alleviato quel sistema di oppressione e tirannia, che prevaleva da una estremità all'altra dell'Italia.

Per verità pare incredibile, che in pieno secolo decimonono tutti i Sovrani d'Italia, ad eccezione già s'intende del Piemonte, si fossero messi d'accordo nel tiranneggiare i proprii, popoli per procacciarsi il bel gusto di far parlare gli alleati franco-anglosardi, e di vederne portate ai quattro venti le pietose e disinteressatissime querimonie. Il fatto intanto si fu, che si riuscì a trarre il Plenipotenziario austriaco nel campo dei furbi alleati; il quale, senza esitare, convenne col francese, che gli Stati pontificii fossero evacuati dalle milizie francesi ed austriache, ed inoltre, ciò che il più dei Plenipotenziarii non misero in questione,

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il buon effetto che poteva sorgere da misure di clemenza prese da parte del Governo di Napoli; che, non essendo rappresentato al Congresso, non poteva dire se quelle misure di clemenza potessero o no ragionevolmente essere applicate, ed anche se non fossero già state forse troppo largamente applicate, come presto vedremo.

Questo passo già abbastanza grave, fatto dai Plenipotenziarii alleati nel sènso del Piemonte, non soddisfece il Cavour, il quale mostrava, ci assicura il nobile Lord, una grande irritazione, e costantemente diceva, che non sarebbesi potuto presentare al Parlamento di Torino, a meno che non potesse provare aver egli ottenuto qualche bene per l'Italia (già si intende l'Italia della rivoluzione, poiché la vera Italia di bene n' aveva d'avanzo). Strana pretensione del Plenipotenziario sardo! Non ti par egli vedere il ladroncello di strada attentare ad ogni costo alla roba altrui,per timore delle busse che riceverebbe, se tornasse a casa colle mani vuote? Dunque perché il Parlamento rivoluzionario di Torino voleva ottenere qualche cosa per la rivoluzione, doveva turbarsi la pace degli altri Stati d'Italia che l'abborrivano?...

Il nobile Lord seguita a dire, che egli era solito di vedere il Conte di Cavour quasi ogni giorno durante il Congresso, il quale Conte di Cavour per verità frequentemente parlava delle cose d'Italia; anzi era l'unico soggetto ch'egli volesse discutere e sul quale voleva sempre ritornare. Né poteva essere altrimenti, dovendosi attuare il disegno dello spodestamene di tutti i Sovrani d'Italia e del Papa, ordito nelle logge della Framassoneria.

Egli aggiunge di non aver trovato ricordo di quelle ripetute assicurazioni, che egli avrebbe date al Conte di Cavour, poiché la invariabile prattica dei Plenipotenziarii inglesi era di aderire ai principii della legge internazionale (supponiamo volesse dire del diritto delle genti). Nel medesimo tempo però il nobile Lord non dissimulava al Conte di Cavour ciò che egli sapeva, ed ognuno sapeva egualmente, che scopo dell'Inghilterra era di affrancare l'Italia dalla occupazione straniera e di riformare i Governi di Roma e di Napoli, e che circa quest'oggetto l'appoggio morale dell'Inghilterra mai non sarebbe mancato. Del resto egli dice che l'unica frase che possa ricordare delle numerose conversazioni avute col Cavour, cioè «se voi siete in bisogno, noi verremo in vostro soccorso» si riferiva non a una guerra dichiarata dal Piemonte all'Austria, ma a una invasione del Piemonte da parte dell'Austria, in diverso caso sarebbe stato conveniente e giusto d'imporre al Piemonte di cessare

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dalle sue continue provocazioni contro l'Austria. Ma il contrario si voleva dagli alleati Plenipotenziarii di Occidente, i quali lasciavano appunto ogni libito al Piemonte di offendere l'Austria, pronti a difenderlo se l'Austria si fosse levata ad infliggergli il meritato castigo. Quindi, mentre il Piemonte faceva Note e pronunciava discorsi incendarii, che erano altrettante sanguinose dichiarazioni di guerra contro l'Austria, l'illustre Lord dichiara in pubblico Parlamento di aver detto al Conte di Cavour: «se voi mi chiedete la mia opinione, io vi dirò che se l'Austria invadesse il Piemonte, voi avreste una prattica prova dei sentimenti del Parlamento e del popolo brittannico». Il nobile Lord si affretta ad aggiungere per ogni buon fine, che questa fu una opinione personale, non una osciale opinione; ciò che peraltro permise al Conte di Cavour di affermare nelle accennate lettere, che «l'Inghilterra, libera da impegni e in virtù della conchiusa pace, vedrebbe con piacere sorgere una opportunità per una nuova guerra che sarebbe popolare; perché avrebbe per iscopo la liberazione dell'Italia.»

Il nobile Lord, conchiude avviluppando queste frasi, anche troppo incoraggianti pel Piemonte, in molte parole inutili, per provare che il Piemonte non poteva suicidarsi col dichiarare guerra all'Austria; né vi era alcun bisogno di ciò, essendosi stabilito tra i cospiratori franco-anglosardi di obbligare l'Austria a dichiarare essa la guerra, ed in tale caso il Piemonte avrebbe una prattica prova dei sentimenti dell'Inghilterra. Quanto ai sentimenti della Francia non era punto a dubitarne.

Gli effetti di tali inqualificabili atti di una Diplomazia di nuovo genere non potevano tardare a manifestarsi, e si manifestarono infatti disastrosissimi per la povera Italia, che per opera della Massoneria, da ridente giardino d' Europa, dovea ben presto divenire una spaventevole selva di belve feroci, come è purtroppo divenuta.

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CAPO IV.

Intrighi.

Abbiamo detto del Congresso di Parigi, ne abbiamo recati i documenti più importanti, ne abbiamo fatti opportuni commenti; però non abbiam detto tutto circa l'azione della diplomazia piemontese, prima, durante, e dopo il Congresso. - Lo facciamo ora a ulteriore edificazione di chi ci legge.

Lamartine e il Congresso di Parigi

Il Lamartine nel suo periodico mensile intitolato: Cours familier de littèrature - un entretien par mois, fascicolo del mese di Agosto 1860, trattando delle tristizie politiche dei libri di Niccolo Macchiavelli, giudica nel seguente modo il Congresso di Parigi:

«Alla voce di un Ministro piemontese il Congresso del 1856, tutti i principii di diritto pubblico internazionale, s'arrogò illegalmente un diritto d'intervento arbitrario nel regime interno delle sovranità straniere. Napoli, Roma, Parma, la Toscana, l'Austria, furono denunziate siccome volgari colpevoli davanti al tribunale del Piemonte, della Francia e dell'Inghilterra. Un simile sbaglio contro il diritto non poteva fare a meno di generare il disordine al di fuori; era questo il principio del caos europeo.

«L'indipendenza e la responsabilità dei Sovrani in faccia ai loro popoli essendo distrutte, ognuno aveva diritto di comandare in casa altrui, ma non in casa propria. Il diritto di consiglio creava il diritto di reciproco intervento militare, da questo diritto d'intervento reciproco derivava e deriva tuttavia il timore di continua guerra tra i vicini; all'opposto del diritto di civiltà, che è l'indipendenza dei popoli in casa loro.

«Il Piemonte, che dalla compiacenza o dalla sorpresa, nel Congresso del 1856 aveva ottenuto un simile principio non tardò a servirsene. La guerra detta dell'indipendenza scoppiò perciò in Italia. Questa guerra per contiguità si estese dal Piemonte a Parma, a Modena, alla Toscana, agli Stati del Papa, ed ora si sta deliberando a Parigi ed a Londra nei consigli della Gallia e della Gran Brettagna su ciò che sarà tolto o conservato del Principato temporale del Papa e degli altri Stati in Italia! Questa sola deliberazione è un intervento chiarissimo, distruggitore d'ogni diritto pubblico e d'ogni indipendenza italiana; quindi qualunque cosa

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voi pronunzierete, pronunzierete male. Perché voi, o Europa, al Congresso del 1856 a Parigi, vi siete arrogata, alla voce di un Ministro piemontese, il diritto di deliberare sull'interno regime dei popoli! Questa sola deliberazione sull'ultimo villaggio italiano è una usurpazione o sulla sovranità dei governi, o sopra la libera volontà dei sudditi.

«Non c'ingannammo nel 1856 leggendo questo irregolare intervento concesso al Piemonte negli affari interni del Papa, del Re di Napoli e delle altre Potenze italiane; lo dissi a me stesso: è una dichiarazione di guerra sotto la forma di una sottoscrizione di pace. Noi discutiamo oggidì sulle conseguenze di questa linea inserita nel protocollo del Congresso del 1856. Che diverrà il Potere temporale del Papato se l'Europa è conseguente? Che diverrà l'Italia se l'Europa si ritratta? Questo diritto d'intervento reciproco, emanato dal Congresso di Parigi nel 1856, è la fine del diritto pubblico europeo. Il Diplomatico piemontese ha teso un tranello al Congresso, e il Congresso vi è caduto dentro. Non ne uscirà se non riconoscendo il diritto contrario».

E il Lamartine giudicava rottamente: ma a comprovare quali e quanti intrighi adoperasse il famoso Conte di Cavour in quella circostanza, a fine di ottenere l'ingrandimento del Piemonte a danno degli altri Stati italiani, giova riportare una serie di documenti, prolissa se vuoi, ma efficace mezzo di convinzione.

Prime mosse del Cavour per suscitare la Questione italiana al Congresso

I. Ai 28 decembre 1855 Cavour indirizzava una nota verbale ai Rappresentanti di Francia e Inghilterra a Torino ai quali diceva che: «dopo timer divisi pericoli e gloria nella guerra di Crimea, la Sardegna spera di avere la sorte che nelle prossime conferenze si rivolga l'attenzione dei grandi Potentati sul lagrimevole stato d'Italia, dove in alcuni luoghi si è perduta ogni idea di giustizia e di equità» (1).

II. Nel gennaio 1856 l'istesso Cavour dirigeva all'Imperatore dei Francesi un memorandum sulla situazione d'Italia, nel quale tra le altre cose diceva: «esser necessario di forzare il Re di Napoli a non più scandalezzare l'Europa civile con un contegno contrario a tutti i principii di giustizia (2).

(1)

Nicomede Bianchi. Documenti editi ed inediti di Cavour. Torino 1863.

(2) É da ricordare in questo luogo che il Card. Wiseman, di venerata memoria, Arciv., di Westminster, prese in Inghilterra le difese del Re di Napoli, tanto calunniato da Palmerston e da giornali del suo colore, affermando che la vita del povero ma parco Napoletano, contento del suo governo, era preferibile le mille volte alla miseria delle classi industriali inglesi ed irlandesi.

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III.

Nello stesso mese di gennaio, avviate le prime prattichediplomatiche a Parigi, Cavour scrive a Rattazzi in Torino: «ho avuto lunga conversazione con Lord Cowley, e ne son rimasto soddisfatto. Egli si è mostrato disposto a secondare i quattro punti della mia lettera: 1° indurre l'Austria a far giustizia al Piemonte; 2° a concedere riforme alla Lombardia e Venezia; 3° a sgombrare dalle Romagne e Legazioni, per le quali è da destinarsi un Principe secolare, e ristabilire così l'equilibrio in Italia; 4° forzare il Re di Napoli a mutare regime governativo, che egli crede andare a genio anche all'Imperatore Napoleone.»

Accordo tra Napoleone III e Cavour

IV.

Ai 29 febbraio del medesimo anno altra lettera del Cavour a Rattazzi: «Ho reso conto, dicevagli, in un dispaccio riservato, della conversazione che ho avuta ieri coll'Imperatore. - Non ho molto da aggiungere a quanto in essa ho detto. Solo posso assicurarla, che realmente l'Imperatore avrebbe volontà di fare qualche cosa per noi. Se possiamo assicurare l'appoggio della Russia otterremo qualche cosa di reale.»

Accordo In questo mentre si stabiliva su di alcuni punti principali una piena ed intera intelligenza tra Napoleone III e Cavour. Da un dispaccio riservatissimo di costui al Conte Cibrario, Ministro degli affari esteri a Torino (24 marzo 1856), risulta aver egli convenuto coll'Imperatore dei Francesi, che la questione italiana sarebbe posta in campo nelle conferenze, sotto l'aspetto restrittivo di riferimento a due questioni speciali: questione delle Romagne e questione napolitano; che la prima di queste sarebbe più specialmente mossa dal Piemonte, la seconda dalla Francia. Ciò quanto all'attualità; riguardo all'avvenire poi, il Governo di Torino promette favoreggiare con ogni suo mezzo i maneggi di Murat, cui passerebbe a suo tempo il regno di Napoli. Napoleone assicura in massima la formazione, a tempo opportuno, di un gran regno al settentrione d'Italia a favore di Casa Savoia verso compensi territoriali alla Francia. Il Piemonte era disposto a cedere le due Sicilie a Murat, posto che ottenesse per se il Lombardo-veneto (1).

(1) È strano il vedere come da scrittori piemontesi venga affermato essersi promossa per insinuazione di Napoleone la questione italiana da presentarsi al Congresso di Parigi. Cavour, scrive Brofferio, al Congresso di Parigi, pensava tanto a fare l'avvocato d'Italia, come a cantar vespero col Patriarca di Costantinopoli. Fu l'Imperatore Napoleone che gli rivelò primiero i suoi progetti a favore d'Italia, e lo eccitò a presentare il famoso Memorandum che era tutto opera dell'istesso Napoleone. (Brofferio miei tempi Torino 1860, vol. XIV. pag. 77). E in conferma di ciò un altro scrittore piemontese aggiungeva: Non fu il Conte di Cavour a suscitare la questione Italiana al Congresso di Parigi, dove nulla si disse che l'Imperatore di Francia non avesse prima voluto; e le parole dello Inviato piemontese

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Al quale dispaccio il ministro Cibrario risponde ai 24 marzo al Cavour, dicendo: «Accuso ricevimento dei vostri dispacci n. 22 e 23 e della vostra tetterà confidenziale de' 24. Apprendo da questa ultima tutte le difficoltà che avete dovuto superare per ottenere che il Congresso s'intrattenesse della questione degli Stati romani, questo minimum, ove ostacoli insormontabili hanno forzato di ridurre per ora l'opera di rigenerazione in Italia. Se le Grandi Potenze potessero determinarsi a portare le loro vedute al di là degli interessi e dei timori del momento, noi non avremmo a dubitare del felice esito di queste proposte. Ma, con la premura che si è manifestata per la pace, vi ha luogo a temere che il desiderio di riposo, la tendenza ad evitare ogni soggetto di discussione coll'Austria, non facciano soprassedere a questi proggetti pure come agli altri. Lodo che siate riuscito a fare penetrare l'Imperatore del pericolo che vi sarebbe, abbandonando l'Italia al suo stato attuale, come de' motivi sì possenti per lo equilibrio di Europa e gli interessi medesimi della Francia, i quali consigliano di fare al Piemonte una posizione abbastanza forte da potere conservare un'attitudine indipendente rispetto all'Austria e contrabilanciare la sua influenza. Si può sperare che l'Imperatore, di cui la saggezza e la tenacità sono conosciute, saprà preparare le vie per la realizzazione dei disegni che egli si sarebbe in qualche modo appropriati (1).» (Delle recenti avventure dv Italia del Conte Ernesto Ravvitti Venezia 1865 Tom. I. pag. 144.)

V. Al Congresso di Parigi, ai 27 marzo 1856, i Plenipotenziarii sardi, Cavour e Villamarina, cominciano col presentare una Nota

non furono che l'eco di ciò che a Napoleone piacque per le sue mire future, e giovava che si dicesse fin d'allora (Opuscolo pubblicato a Torino nel 1860 dalla Unione tipografica da O. S., col titolo: Cavour e la Opposizione). - Napoleone III mentre sentiva la necessità di obbedire alla frammassoneria, cui aveva giurato fedeltà, voleva consolidare sul Trono la propria dinastia facendo cogl'intrighi diplomatici quello che Napoleone 1, aveva fatto colle armi. Ad ogni modo, per imparzialità di storici, notiamo la contraddizione tra cotesti autorevoli scrittori piemontesi e i documenti che stiamo recando.

(1) Noi abbiamo arrecato più sopra l'autorità di due importanti scrittori piemontesi, che attribuiscono a Napoleone l'iniziativa della questione italiana. Questo dispaccio del Cibrario sembra però infermare quella opinione quando dice che egli (Napoleone) si sarebbe in qualche modo appropriati i disegni di Cavour; ma par troppo Napoleone era il vero depositario del segreto della Frammassoneria fio da quando, in contraccambio dei suoi giuramenti contro la Chiesa, ne aveva formale promessa del ristauramento dell'Impero dello Zio, con lui alla testa.


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verbale ai Rappresentanti di Francia e d'Inghilterra (i soli che davano loro ascolto, mentre quelli di Russia, di Austria e di Prussia non li curavano) «per chiamare la loro speciale attenzione sullo stato d'Italia». (Atti uff. della Camera n. 257 pag. 964.)

Abbiamo detto che l'Austria, la Prussia e la Russia non curavano i Plenipotenzarii sardi; ma quanto a quest'ultima avremo a dire in seguito alcuna cosa, come quella che favorì la Francianella finalissima guerra d'Italia (A. P. cap. 2. e not. Pag. 292.)

Corrispondenza tra Cavour e Rattazzi durante in Congresso

VI.

Ai 9 di Aprile 1856, da Parigi Cavour da conto a Rattazzi della tempestosa tornata del giorno precedente, quando essendosi firmato il trattato di pace con la Russia,, egli principia le sue mene contro i Principi italiani, e dice: «Walewski è stato esplicito in quanto a Napoli, parlandone con biasimo severo. Clarendon ha mostrato grande energia sullo stesso proposito contro il Papa, il cui Governo ha definito essere une honte pour l'Europe, e contro il Re di Napoli ha usato parole che solo Massari avrebbe saputo pronunziare; egli ha creduto far uso di un linguaggio estraparlamentare, convinto di non poter altrimenti arrivare ad un risultato pratico. Uscendo dalla seduta, ho detto a Clarendon: -Milord, voi vedete che nulla vi è a sperare dalla Diplomazia; sarebbe tempo di ricorrere ad altri mezzi, almeno per ciò che riguarda il Re di Napoli. - Clarendon mi ha risposto: - Certamente bisogna tosto occuparsi di Napoli. (1) - Nel lasciarlo ho detto che sarei andato a parlargliene in casa. Penso proporgli di gettare per aria il Bomba; bisogna fare qualche cosa; l'Italia non può restare come è: Napoleone ne è convinto, e se la diplomazia è impotente, dobbiamo ricorrere a mezzi estralegali. Io sono propenso alle misure estreme e temerarie: oggi l'audacia è la miglior politica» (A. P. p. 281.) Rattazzi gli risponde: - «Avete ragione; talvolta i mezzi estremi

VII.

(1) I posteriori commenti a questa laconica espressione del Plenipotenziario brittannico sono stati dati da più autorevoli rappresentanti nel Parlamento d'Inghilterra in varie occasioni, come si vedrà nel corso di questo lavoro. È memoranda soprattutto la discussione nella Camera de' Comuni, 8 maggio 1863, onde emerge, che tutte le cure del Piemonte per impossessarsi del Reame di Napoli sono riuscite a recare tra quelle popolazioni il più feroce dispotismo delle sètte, il permanente stato d'assedio, gli arresti arbitrarii, e le fucilazioni di migliaia e migliaia di cittadini, gl'incendii di 28 paesi, il saccheggio del pubblico tesoro, la enormità delle imposte, un ingente debito pubblico con progressione spaventevole, l'immoralità, l'ateismo, il tradimento elevati a sistema, il saccheggio dei beni della Chiesa eco. - Potranno essere scusate ed anche encomiate tutte codeste esorbitanze dal fanatismo di alcuni Membri del Gabinetto di Londra; ma non da addebitarsi alla generosa nazione inglese ed a molti dei suoi legali Rappresentanti.

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sono necessarii. Ma non temete voi, che l'Inghilterra non vi abbandoni quando si tratterà di marciare contro l'Austria? In quanto a Napoli, quale che sia la soluzione, sarà sempre un gran passo fatto se si cacciano i Borboni». (Nicomede Bianchi p. 39)

VII. Il giorno 11 dell'istesso mese, cosi scriveva di nuovo a Rattazzi: «Ieri ho avuta la seguente conversazione con Clarendon: - Milord, da ciò che si è trattato nel Congresso emergono due cose: 1°. Che l'Austria è decisa a persistere nel sistema di oppressione e di violenza verso l'Italia; 2°. che gli sforzi della Diplomazia sono impotenti a modificare il suo sistema. Conseguenze rincrescevoli ne risultano pel Piemonte, il quale ha due soli partiti a prendere: o riconciliarsi col Papa e con l'Austria o prepararsi a dichiarare la guerra a questa; la quale ipotesi è la migliore. Io ed i miei amici non temeremo di prepararci ad una guerra terribile, una guerra a coltello, thè war to thè Knife, e mi arrestai in questo punto. - Clarendon, mi rispose: - Credo che abbiate ragione; la vostra posizione è difficile; capisco che uno scoppio è inevitabile; non è però giunto ancora il momento per parlarne a voce alta. - E io replicai: - Vi ho dato pruove della mia moderazione e della mia prudenza; credo che in politica bisogna esser molto riservato in parole, ed eccessivamente deciso nello agire; vison posizioni nelle quali vi è men pericolo in una mossa di audacia, che in un eccesso di prudenza: io son persuaso, con Lamarmora, esser noi in istato di cominciare questa guerra, e per poco che duri voi sarete costretti ad aiutarci. - Al che Clarendon ripigliò con vivacità: - Oh! certamente, se vi troverete in imbarazzo, potrete contare su noi e vedrete con quale energia correremo ad aiutarvi. (1) - Non mi spinsi oltre, e mi limitai a poche espressioni di simpatia per lui e per l'Inghilterra. Potrete giudicare da voi stesso

(1) Tardiva, ma sempre autorevole rivelazione è quella del giornale inglese il Times dei 24 marzo 1864, quando dice: «La sorte che toccò ai Borboni di Napoli ed al Papa nella perdita de' loro domimi fu in non lieve grado promossa dalle denuncie di Lord Palmerston e dal signor Gladstone». Tra i frenetici applausi con che nell'aprile 1864 è stato accolto nella Inghilterra Garibaldi, questi francamente ha proclamato nei ricevimenti officiali: 1° «Nel 1860 senza l'aiuto della Inghilterra sarebbe stato impossibile compiere ciò che facemmo nelle Sicilie «. (4 aprile 1864, risposta allo indirizzo del Mavor di Southampton). II Senza l'aiuto di Palmerston, Napoli sarebbe ancora Borbonica, e senza l'Ammiraglio Mondv non avrei potuto giammai passare lo stretto di Messina (ai 16 detto, nel palazzo di cristallo a Londra). Nel corso di queste Memorie saranno riportati i documenti sull'efficace concorso della flotta e degli arruolati inglesi in servizio della invasione prima garibaldina e poi piemontese delle Due Sicilie.

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della importanza delle parole pronunziate da un Ministro che è riputato prudente e circospetto.

«L'Inghilterra, che vede di mal occhio la pace, son certo che coglierebbe con piacere la opportunità di una guerra, e di una guerra così popolare come quella della liberazione d'Italia (1). Perché dunque non profittiamo di questa sua disposizione, e tentare uno sforzo per compiere i destini di Casa Savoia e del nostro paese? Trattandosi intanto di una questione di vita o di morte, bisogna procedere con circospezione; ond'è che credo conveniente recarmi a Londra per conferire con Palmerston e con gli altri capi del Governo. Se costoro partecipano al modo di vedere di Clarendon, bisogna prepararsi segretamente; fare un prestito di 30 milioni, ed al ritorno dirigere un ultimatum all'Austria, tale che non possa accettarlo e sia costretta a cominciare la GUERRA; alla quale l'Imperatore non saprebbe opporsi, anzi in cuor suo la desidera: egli certamente ci» aiuterà se vedrà l'Inghilterra disposta ad entrare in lizza. D'altronde io prima di partire gli terrò un discorso analogo a quello che ho già tenuto a Clarendon. Le ultime conversazioni, che ho avute con lui e con i suoi Ministri, erano di natura a preparare la via ad una dichiarazione di guerra. - L'unico ostacolo è il Papa: che fare di esso in caso di una guerra italiana? Spero che, leggendo questa lettera, non mi crederete colpito da una febbre cerebrale: al contrario la mia intellettuale sanità è eccellente e non mi son mai sentito così calmo da acquistarmi la riputazione di moderato (2). Spesso me lo dice Clarendon; il Principe Napoleone mi rimprovera di mollezza ed anche Walewski mi accusa di riservatezza. In verità son persuaso potersi azzardare un passo audace con gran probabilità di successo ecc» (3) (De la Rive pag. 354).

(1) La pace infatti fu conchiusa in modo inatteso e malgrado dell'Inghilterra,che fin d'allora voleva andare al fondo della questione d'Oriente e finirla con la Russia. Ma Napoleone, che faceva assegnamento su di questa pel compimento dei suoi disegni sull'Italia, e dei suoi progetti muratteschi sulle Due Sicilie; isolata l'Austria, stese la mano, come a dire al di sopra dei tetti, al mezzo vinto di Pietroburgo, obligando gli alleati, di buona o cattiva voglia non importa, a far la pace con lui.

(2) Invano s illude il cospiratore! Meditando a spogliare il Vicario di Gesù Cristo ed i legittimi Principi d'Italia, la Divina Giustizia gli apparecchiava quell'accidente cerebrale appunto che lo privò improvvisamente di vita a 6 giugno 1861.

(3) I fatti posteriori han confermato queste espressioni di Cavour. Nel famoso discorso del Principe Napoleone, alla seduta del Senato francese 1 marzo 1861, si dice:

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In seguito, come abbiam veduto, Lord Clarendon smentì in parte la iattanza di questa lettera; ma il fece quando Cavour era morto, né poteva più rispondere.

VIII. Ai 14 di aprile 1856 altra lettera di Cavour a Rattazzi. Ieri, scrive egli, lunga conversazione al pranzo del Principe Napoleone. Costui e Clarendon mi han detto di aver parlato a pieno coll'Imperatore Napoleone sugli affari d'Italia, dichiarane dogli che l'Austria metteva il Piemonte in una difficile posizione, e bisognava ritrarnelo. Clarendon affermava apertamente che il Piemonte potrebbe essere spinto a dichiarare la guerra all'Austria, nel qual caso bisognerebbe necessariamente prender parte per lui. L'Imperatore si è mostrato colpito da questa osservazione, rimanendone impensierito; dopo di che ha espresso il desiderio di conferir meco. Spero convincerlo di essere impossibile rimanere nella posizione in cui siamo, per la condotta ostinata ed irritante dell'Austria. - Io son prevenuto delle sue simpatie per l'Italia e per noi, e penso che darà pruove della risoluzione e della fermezza, che lo distinguono. Se il Governo inglese divide la opinione di Clarendon, non ci mancherà anche l'aiuto dell'Inghilterra. Il principe Napoleone fa il meglio che può per noi, e manifesta apertamente il suo odio per l'Austria ecc.» (De la Varenne, pag. 255,)

IX. In altra lettera del dì seguente lo stesso Conte dice così:

«Ho visto l'Imperatore e gli ho parlato, come feci con Clarendon, ma con minor veemenza. Mi ha udito in modo benevolo; ma mi ha risposto che sperava persuadere l'Austria ad accettar consigli più concilianti. Egli mi ha narrato che nel pranzo ultimo aveva detto al Conte Buoi, rincrescergli di doversi trovare in opposizione diretta con l'Imperatore d'Austria sulla questione italiana; per lo che Buoi erasi recato da Walewski per esprimergli la premura dell'Austria di render contento Napo» leone in tutto, aggiungendo di non avere l'Austria altra alleata che la Francia, alla cui politica intendeva uniformarsi.

Io non farò che un rimprovero al mio onorevole amico il Conte. Cavour, ed è di non essere stato abbastanza franco a fronte delle Due Sicilie: egli avrebbe dovuto forse gridare pubblicamente, e lealmente ripetere ciò che diceva in segreto; cioè non posso oppormi al movimento delle Due Sicilie, non posso impedire la partenza di Garibaldi, egli avrebbe dovuto confessarlo apertamente e non l'ha osato. - L'oratore non può d'altronde fare a meno in questo discorso, comunque favorevolissimo al Piemonte, di convenire che la condotta politica del Governo di Torino verso quello di Napoli non ha evidentemente rispettato il diritto.»

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Io mi son mostrato incredulo, ed ho insistito sulla necessità di prendere una decisiva attitudine, e per intavolare la questione nel domani, avrei consegnata una protesta a Walewski. L'Imperatore si mostrò perplesso, e mi consigliò recarmi a Londra, spiegarmi nettamente con Palmerston, e riveder lui al ritorno. Sembra vero che l'Imperatore avesse parlato a Buoi (tanta era la fede che si aveva alle parole di Napoleone); perché costui dopo l'ultima sessione mi si è avvicinato facendomi infinite proteste su le buone intenzioni dell'Austria verso di noi, sul desiderio di conservare la pace, ed altre corbellerie. Io gli ho risposto, non aver egli dato prove di questo suo desiderio e durante il suo soggiorno a Parigi, ed esser io convinto che le nostre relazioni fossero peggiori di prima, conchiudendo rincrescermi che nell'atto di separarci divenissero non buoni i nostri rapporti; ma che avrei conservata memoria del nostro personale incontro. Buoi mi strinse affettuosamente la mano dicendo: - Spero che anche politicamente non saremo sempre nemici. - Da queste parole ho capito che Buoi è spaventato dalle manifestazioni della pubblica opinione a nostro favore. Il russo Orlon mi ha fatto mille proteste di amicizia: ha riconosciuto essere intollerabile la posizione, e mi permette quasi di sperare che il suo Governo si presterebbe volentieri a mettervi un termine. Il Prussiano ha dei pari imprecato contro l'Austria. In breve ancor quando nulla avessimo guadagnato in pratica, la nostra vittoria, in quanto alla opinione pubblica, è sicura (De la Varenne. Lettres inèdites de Cavour. Paris 1862. p. 258.).

X. Cavour scriveva di nuovo a Rattazzi, giovedì alte ore 6 di sera: - «In punto di partire per Londra vi scrivo per informarvi di una mia lunga conversazione con Clarendon, stato due ore prima presso l'Imperatore, che al suo rammarico sugli infruttuosi "tentativi a favore d'Italia, aveva risposto; Vi autorizzo di dichiarare al Parlamento di aver io la intenzione di richiamare le mie milizie da Roma, ed obbligare l'Austria a richiamare le sue dalle Legazioni; e che io ne parlerò in tuo«no alto quando occorrerà. - L'Imperatore aveva aggiunto: esserglisi fatte da Buoi le più solenni promesse; e che egli s'impegnava ad unirsi all'Inghilterra per chiedere un'amnistia al Re di Napoli in tale tono da non ammettere rifiuto, vale a dire con la minaccia di far partire una squadra. Clarendon mi ha soggiunto esser egli sicuro che, se l'Austria non ismettesse, o che almeno non modificasse il suo sistema in Italia, la Francia e l'Inghilterra ve la costringerebbero fra un anno, ed occorrendo, anche colle armi».

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XI. In altra lettera al Rattazzi Cavour diceva: «Sono a Londra da tre giorni senza nulla conchiudere (1). Ho trovato Palmerston molto addolorato per la morte di Lord Cooper suo figliastro. Tutte le combinazioni di d'Azeglio son dunque fallite. Ho visitato Palmerston, ma in verità non potevo troppo avanzarmi sul soggetto pel quale dovevo intrattenerlo. Mi ha detto di aver ricevuto lettere recenti di Clarendon con migliori notizie, e che egli non trovava ragione per disperare. Veggo non potersi azzardare una seria conversazione fino al ritorno«di Clarendon. Ho veduto varii uomini politici che si pronunziano tutti a favore della nostra causa. I Tories non sembrano meno benevoli dei Wighs, ed i protestanti effervescenti col loro capo Lord Shaftesburv sono i più entusiasti; a sentire i quali, voi direste che l'Inghitterra è pronta ad una crociata contro l'Austria». (De la Varenne p. 264.)

XII. A 24 di Aprile altra lettera di Cavour a Rattazzi: «Vi scrivo due righe per dirvi che domani parto per Parigi. Se posso ottenere una udienza dall'Imperatore per sabato, partirò nel domani per Torino. Non ho riveduto Palmerston, ed oggi soltanto vedrò Clarendon; ma ho parlato a' membri più influenti della opposizione, tanto Tories che radicali. Ho trovato che so no ben disposti a nostro riguardo». (De la Verenne pag. 261.)

Il giornalismo sardo e il Congresso

XIII. Ai 16 di Aprile veniva emessa la seconda Nota diplomatica di Cavour e di Villamarina, da noi arrecata, onde, in continuazione della precedente dei 27 marzo, ricorrono a più pressanti argomenti per ispingere il Congresso ad intervenire nelle cose interne d'Italia. Intanto la favilla accesa dall'astuzia bonapartesco cavourriana era causa immediata di nuove e più violenti agitazioni in Italia. Basta consultare il giornalismo torinese di quell'epoca per convincersene.

Il Risorgimento, giornale di Cavour, diceva: «Il protocollo del Congresso sarà la scintilla d'irresistibile incendio».

L'Opinione di Torino esclamava: «Per la prima volta un Congresso diplomatico ha riconosciuto i torti dei Governi, e giustificati i fremiti delle popolazioni.»

Il Cittadino d'Asti soggiungeva: «Marciamo di nuovo avanti la rivoluzione. Il Conte di Cavour nel Congresso ha dato un impulso vigoroso all'agitazione in Italia, ed ora non ci rimane altro che a mettere in opera tutti i mezzi possibili, perché la si mantenga e duri.... fino a che giunga il giorno decisivo».

(1) Ritornato Cavour a Torino si ritenne come abbandonato dall'Inghilterra. Questa non poterà non essersi avveduta delle mene murattiste di Napoleone III col Piemonte.

ì

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Il Diritto, N. 98, diceva: «Se gl'Italiani pensano potersi riconciliare, che lo facciano, altrimenti che si rivoltino.»

L'Italia e Popolo, N.° 113, aggiungeva: «Che gl'Italiani si sollevino, e sappiano di non transiger mai coi Governi contro i quali si rivoltano».

Da quel momento l'odio rivoluzionario scatenava i suoi furori per le istruzioni venute da Torino e da Genova contro la Dinastia di Napoli. Tutti gli organi di pubblicità venduti alla setta incominciavano a vomitare, con inaudito cinismo, le maggiori calunnie contro quel Governo, convertendone in altrettanti torti gli stessi meriti; e la Diplomazia vi dava alimento coll'autorità dei suoi atti. Altrettanto facevasi, nelle stabilite proporzioni, contro i minori Stati italiani.

Ai 19 di maggio 1856 il Ministro degli affari esteri della Gran Brettagna esponeva in faccia al mondo stupefatto i motivi sui quali il Governo inglese si fondava per raccomandare a quello delle Due Sicilie di accordare un'amnistia generale, e di operare talune riforme e miglioramenti: affermando tali sue premure derivare dal profondo convincimento del pericolo imminente che corre 11talia, a causa del minaccioso aspetto degli affari di Napoli. Protestava i suoi sentimenti di amicizia pel Re, al quale intendeva dare avvisi amichevoli, per provare la sincerità di quei sentimenti, per disporre il Re ad accogliere favorevolmente quei consigli, e per comprovargli «che nessuna potenza straniera ha diritto d'intervenire negli affari interni di un altro regno». - Il Ministro suddetto parla del regime interno delle Due Sicilie, e senza esitare, prende il tono di rimprovero e la parte di accusatore; ne censura l'amministrazione interna come sistema di rigore e di ingiuste persecuzioni, condannato da tutte le nazioni civilizzate, ed insiste sulla necessità di dare garanzie per la debita amministrazione della giustizia, e per far rispettare le libertà personali e le proprietà. Insomma il Ministro esige, che si adotti una politica più in armonia allo spirito del secolo (1).

Il Valewski ministro di Napoleone III faceva altrettanto, e anche in modo più impudente, in una sua Nota del 21 maggio; ma di queste cose diremo distesamente in altro capo.

(1) Altrettanto si chiederà non ha guarì, e con ben altra ragione, dalla Russia contro la Turchia; ma l'Inghilterra, quella che venti anni or sono chiedeva garanzie al Re di Napoli per torti immaginarii, le negava ora per favorire il Turco, che sgozza impunemente i Cristiani nei proprii paesi, e ammazza in una pubblica Moschea di Salonicco i Rappresentanti stessi di due delle principali Potenze europee.

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CAPO V.

Rivelazioni.

Parea, scrive l'Unità Cattolica del 15 febbraio 1874, che ornai non ci potessero più rivelare nulla di nuovo sul conte di Cavour, dopo ciò che ce ne dissero Domenico Berti, Nicomede Bianchi e Carlo Persano. Eppure la Lombardia ha saputo ancora scoprire una lettera, da cui risulta che Adelaide Ristori fu riguardata dal conte di Cavour come l'Apostolo del Regno d'Italia, perché si adoperò molto alla conversione dei diplomatici a Pietroburgo e a Parigi. Più innanzi riferiamo la lettera; ma poiché, non tutti i nostri lettori hanno usato od usano a' teatri, parecchi ignorano chi sia la Ristori, così ne daremo un breve cenno biografico.

Un'attrice drammatica apostola del regno d'Italia

Nacque nel 1821 a Cividale del Friuli, e i suoi genitori, che comparivano sulle scene, vi posero pure la figlia, ancora bambina di due mesi, nella commedia di Giraud, L'Aio nell'Imbarazzo. Fatta grandicella proseguì in quella carriera, e fu allieva ed emula della Marchionni e della Robotti. Nel 1844 era già uno degl'idoli sollevati dalla Rivoluzione per raccogliere ed entusiasmare le masse popolari, come la ballerina Cerrito ed altrettali. Finché nel 1847 Giuliano Capranica, marchese del Grillo, se la tolse in moglie, e la Ristori allora abbandonò, per poco, il teatro.

Vi tornò più tardi, consacrandosi principalmente alla tragedia, e studiando i capolavori dell'Alfieri, che rappresentò la prima volta in Roma nel 1849, quando i Francesi assediavano l'eterna Città. Poi andò in Torino, e girò la Penisola riscuotendo frenetici applausi nella. Mirra, nella Francesca da Rimini e nella Maria Stuarda. Nel 1855, poco prima del celebre Congresso, andò a Parigi, e riportava su que' teatri i più splendidi trionfi, oscurando la famosa Rachel. Il nome della Ristori era sulle bocche di tutti, si dava alle diverse foggie dei mantelli, leggevasi su tutti i negozi ed in ogni giornale. Lamartine le dedicò i suoi versi, e il Governo del Bonaparte la voleva incorporata alla Comèdie Francaise.

Ma essa amò meglio di mostrasi nelle maggiori capitali d'Europa. Alla fine del 1857 era in Ispagna, applaudita col solito entusiasmo;

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durante la guerra d'Italia tornava a Parigi; nel 1860 fu in Olanda, e sul cominciare del 1861 a Pietroburgo. Dalla lettera che le scrisse il conte di Cavour impariamo, che la Ristori a Pietroburgo cercò di convertire il principe di Gorschakoff, il quale avea trovato nell'ingresso de Piemontesi nelle Marche, nell'Umbria e nel Regno di Napoli, una solenne infrazione del diritto delle genti, richiamando perciò da Torino il Rappresentante della Russia.

Ai 20 di aprile del 1861 il principe di Gorschakoff non s'era ancora convertito, e il conte di Cavour scriveva alla Ristori: «Conviene che esso sia un peccatore impenitente, giacché gli argomenti che ella seppe con tanta abilità adoperare per sostegno della nostra causa mi paiono irresistibili. Confidava tuttavia che le parole della Ristori avessero lasciato nell'animo del Gortschakoff un germe, che si svilupperà e darà buoni frutti.» Diffatto, il 12 di luglio del 1862, la Russia riconosceva il Regno d'Italia, come appare dalla Gazzetta Ufficiale, numero 164.

Seguendo l'avviso del conte di Cavour, che eccitava la Ristori «a continuare il suo patriottico apostolato», nel 1862 essa andava a Berlino, dove erano altri increduli da convertire, e, in capo a tutti, il Sovrano. E la missione della tragica italiana ottenne anche là frutti copiosi, giacché Guglielmo 1 le decretava la medaglia destinata ai benemeriti delle scienze e delle arti; ed ai 21 di luglio dello stesso anno riconosceva il Regno d'Italia. (Gazzetta Ufficiale, 28 luglio 1862.)

Noi veggiamo sempre Adelaide Ristori là dove si agita la Rivoluzione e, con essa, le sorti italiane. Andata a Costantinopoli nel 1864, torna presto a Parigi, e vi si trova nel 1866 durante la guerra della Prussia e dell'Italia contro l'Austria. Il libro del generale la Marmora, Un pò più di luce ecc, ci racconta quanto importasse a que' di aver amici a Parigi, e noi siamo certi che Adelaide Ristori si sarà adoperata per l'acquisto della Venezia. Dopo viaggiò agli Stati Uniti d'America, dove dicono che in una sola serata guadagnasse meglio di ottanta mila lire; quindi percorse l'America del Sud, il Brasile, la Piata, la Confederazione Argentina. Ma sul cominciare del 1870 trovavasi di bel nuovo a Parigi pel suo apostolato, che fini colla catastrofe del Governo Napoleonico e colla presa di Roma, dove la Ristori corse subito a rappresentare commedie nel profanato palazzo apostolico del Quirinale.

Noi speriamo, conchiude l'articolo dell'Unità Cattolica, che riassumiamo, che più tardi essa vorrà stendere le sue memorie politiche e diplomatiche, da cui risulterà quanti diplomatici,

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che non credevano al Papa, si arrendessero poi alla autorità irresistibile di Adelaide Ristori. In attesa di queste memorie, noi rechiamo per ora la lettera del conte di Cavour, che è la seguente:

Torino, 20 aprile 1861.

Cara signora marchesa,

Lettera di Cavour alla Ristori

Le sono gratissimo dell'interessante lettera che ella mi scrisse ritornando da Pietroburgo. Se ella non ha convertito il principe Ristori di Gorschakoff, conviene che esso sia un peccatore impenitente, giacché gli argomenti, che ella seppe con tanta abilità adoperare per sostegno della nostra causa, mi paiono irresistibili. Ma mi lusingo che, se il Principe non volle in sua presenza mostrarsi ricreduto, le sue parole avranno lasciato nell'animo suo un germe, che si svilupperà e darà buoni frutti.

Continui a Parigi il patriottico suo apostolato. Ella deve trovarsi in mezzo ad eretici da convertire, giacché mi si assicura essere la plebe dei saloni a noi molto ostile. È di moda ora in Francia l'essere papista, e l'esserlo tanto più che si crede meno ai principii che il Papato rappresenta. Ma, come tutto ciò che è moda e non riposa sul vero (?!), questi pregiudizi non dureranno, massime se le persone, le quali, come lei, posseggono in grado eminente il dono di commuovere e persuadere, predicheranno la verità in mezzo a quella società, che, ad onta di molti difetti, più d'ogni altra sa apprezzare il genio e la virtù.

Mi congratulo dello splendido successo, che ella ha ottenuto sulle scene francesi. Questo nuovo trionfo (il trionfo di una commediante!) le da un'autorità irresistibile sul pubblico di Parigi, che deve esserle gratissimo del servizio che ella rende all'arte francese. Se ne serva di questa autorità a prò della nostra patria, e io applaudirò in lei non solo la prima artista d'Europa, ma il più efficace cooperatore dei negozii diplomatici.

Mi voglia bene e mi creda

Suo devotissimo,

C. Cavour.

Ma la Ristori non era il solo istrumento di tal genere al servizio della Rivoluzione. In un raro libro, stampato in poche copie a Firenze nel 1872 dallo stabilimento di Giuseppe Civelli, intitolato: Il Conte Luigi Cibrario e i tempi suoi; memorie storielle di Federico Odorici, dedicato alla Repubblica di S. Marino, citato anche dalla Unità Cattolica e dal Diritto Cattolico e che abbiamo sott'occhio, troviamo alcuni documenti, dai quali stralciamo i più interessanti, perché i nostri lettori sì convincano

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Un'altra apostola

sempre meglio di quali mezzi gli uomini della rivoluzione si siano serviti per innalzare questo mostruoso edificio che si chiama Regno d'Italia.

Uno dei primi documenti raccolti riguarda il famoso Congresso di Parigi, del quale abbiamo fin qui ragionato, e nel quale ebbe principio l'ultima guerra mossa al Papa ed ai Principi legittimi d'Italia. La importantissima lettera del Cavour al Caro Cibrario, che segue, dice abbastanza chiaramente, come s'incominciasse l'opera d'instaurazione dell'ordine morale negli Stati del Papa, e in quelli degli altri Principi italiani. Dice abbastanza, come si combattesse Pio IX, e, prima di ottenere l'intervento francese in Lombardia, quale sozzo intervento si usasse in Francia. Svela ancora altre ciurmerie della diplomazia piemontese di quei tempi. Il conte di Cavour partiva da Torino il 20 di febbraio, e sui primi di marzo scriveva a Luigi Cibrario la lettera, che trovasi nel citato libro di Federico Odorici, p. 116, e dice così:

«Caro Cibrario,

«Sono nove giorni che ho lasciata Torino, e vi ho già scritto tre volte, spediti dispacci senza fine, ecc. Spero che sarete soddisfatto della mia corrispondenza. Credo bene, a discarico della vostra e mia responsabilità, di consegnare ne' miei dispacci tutti i fatti interessanti, che mi vien fatto di constatare. Ho scritto al Re, riferendogli la conversazione, che m'ebbi ieri sera coll'Imperatore. Onde mostrargli la necessità del segreto, lo pregai di non farne parola al Consiglio. Potete però parlargliene in particolare. Rimandatemi al più presto Armillàd coi documenti che ho chiesti a voi e a Rattazzi. Lunedì andiamo in iscena: se non piacevole, la cosa sarà curiosa. Intanto sono cominciati i pranzi ufficiali, e, se non le intelligenze, gli stomachi sono posti a dura prova. Vi avverto che ho arruolata nelle file della diplomazia la bellissima contessa di........ invitandola a coqueter (civettare) ed a sedurre, se fosse d'uopo, l'Imperatore. Le ho promesso, che, ove riesca, avrei richiesto per suo padre il posto di segretario a Pietroburgo. Essa ha cominciato discretamente la sua parte nel concerto delle Tuileries di ieri.

«Vostro aff.mo

Cavour»

Proseguiamo nella preziosa raccolta, a edificazione del lettore.

L'8 di settembre del 1855 cadeva Sebastopoli. Allora il conte di Cavour, non era più Ministro degli affari esteri, ma solo presidente del Ministero, giacché ai 31 di maggio del 1855 il portafogli degli affari esteri era stato affidato a Luigi Cibrario, che lo tenne fino ai 29 di aprile 1856. Cavour scriveva dopo la caduta di Sebastopoli il seguente biglietto al ministro Cibrario.

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Torino, 15 Settembre 1865.

«Penso che avrete diretto felicitazioni ad Hudson ed a Grammont per la presa di Sebastopoli. Vedete coi colleghi se non sia il caso di far cantare un Te Deum. Quando non fosse altro, avrebbe il risultato di fare arrabbiare i clericali ecc.

C. Cavour.

Vittorio Emanuele a Londra

Fu allora pensato ad un viaggio di re Vittorio Emanuele in Francia ed in Inghilterra, e ve lo accompagnò il conte di Cavour, essendo Rappresentante sardo presso la Corte inglese il marchese Emanuele D'Azeglio. Vittorio Emanuele giunse in Londra il 5 dicembre del 1855, e fu accolto dalla Regina nel castello di Windsor. Il conte di Cavour scriveva al Cibrario la seguente lettera:

«dal castello di Windsor, 6 dicembre 1855,

«La cerimonia d'oggi superò la mia aspettativa. Il Re fu ricevuto in Londra nel modo il più soddisfacente. Lesse mirabilmente il discorso, che Azeglio aveva preparato, e si comportò quale perfetto gentiluomo. Io mi lusingo che l'impressione, che la condotta e le parole del Re hanno prodotta sul popolo inglese, non si cancellerà così presto e sarà produttrice di buoni risultati per il nostro paese. Non ho perduto il mio tempo avendo avuto cura di parlare ai capi di tutti i partiti. Li ho trovati tutti unanimi per l'Italia. Ma.... ed è il ma che vi spiegherò. Il Re aderisce alle vive istanze dell'Imperatore, e rimarrà un giorno di più a Parigi: non saremo quindi a Torino che mercoledì venturo, ecc.

C. Cavour.»

Frattanto si facevano gli apparecchi per il Congresso di Parigi, dove il Regno di Sardegna veniva rappresentato dal conte di Cavour e dal marchese Salvatore di Villamarina. Il ministro Cibrario desiderava che il Piemonte guadagnasse qualche cosa in quel Congresso, e quindi aveva ideato di trasferire il Duca di Modena Francesco l'nei Principati Danubiani.

Il 21 febbraio 1856 giungeva in Parigi il conte di Cavour, e per prima cosa arruolava nelle file della diplomazia la bellissima contessa, di cui abbiamo parlato. Abbiamo riprodotto più sopra la lettera che lo stesso conte di Cavour scriveva al ministro Cibrario su questo brutto argomento. Federico Odorici, a pagina 116 del citato suo libro, scrive: «Le attrattive della contessa di.... pare non riportassero sulle prime gli sperati trionfi; poiché, avendo Cavour posto dinanzi lo scambio del territorio dal Cibrario suggerito, aggregando alla Sardegna i ducati di Parma e di Piacenza, fu dagli austriaci Legati, duramente respinto.

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Allora il conte di Cavour inventò un'altra proposta, e fu di dare al principe, di Carignano in moglie la Duchessa di Parma, e mandarli ambedue a comandare nella Moldavia e nella Valachia. Ecco la lettera su questo argomento, che il conte di Cavour scriveva al ministro Cibrario:

Disegni di Cavour contro il Duca di Modena

«Parigi, marzo 1856.

«Faccio partire il corriere Armillad, per poter informare il Re e voi delle fasi della nostra negoziazione. Vedrete che, spadi Modena. ventato dalle difficoltà che il traslocamento del Duca di Modena ne' Principati può sollevare, ho messo avanti un nuovo progetto, nel quale figura il Principe di Carignano. Ne scrivo direttamente al Re, e spero che S. M. non lo biasimerà. Non si tratta di esaminare quale dei due progetti sia da preferire, ma di vedere qual sia di meno impossibile esecuzione. Non conviene però tacere, che sì l'uno che l'altro incontrano gravissimo ostacolo nell'opposizione recisa della Turchia, e nella ripugnanza dell'Inghilterra ad esercitare la coazione necessaria per farla cedere. Avrei bisogno di essere ben chiarito sulla questione della riversibilità del Ducato di Modena. Non saprei ritrovare le regole che stabiliscono i diritti reciproci degli Arciduchi d'Austria. Discendenti da Beatrice, che portò alla Gasa di Lorena i diritti di Gasa d'Este e della Gasa Cibo Malaspina, sovrana dei Ducati di Modena e di Carrara, non vi sono che il Duca regnante ed il suo prozio, entrambi senza prole. Morendo questi, chi eredita? Carutti ha, credo, esaminata la questione. Fate d'illuminarmi su d'essa al più presto possibile.

«C. Cavour.»

Dalla risposta, che il ministro Cibrario mandò da Torino al conte di Cavour, il IO marzo 1856, risulta che l'Imperatore Napoleone III avea fatto realmente la proposta di mandare il Duca di Modena nei Principati danubiani; ma che vennero sollevate tre difficoltà, la terza delle quali non ammetteva replica. Quali fossero non dice il Cibrario.

Il conte di Cavour rispondeva al ministro Cibrario con una lettera del 12 marzo del 1856, la quale fa cenno di altra lettera, che non conosciamo, ed anche di una, scritta allo stesso Cavour, tolta dall'Archivio Cibrario e riferita dall'Odorici a pag. 118, che è la seguente.

«Parigi, 12 marzo 1856.

Disegni Ho ricevuta una vostra particolare, come pure una lettera del Re sulla questione parmense. Capisco quanto difficile sarebbe l'indurre il principe di Carignano ad andare in Valachia, conducendo prima all'altare quella tenera zitella della Duchessa di Parma. Nullameno panni l'ostacolo non del tutto insuperabile; ma temo purtroppo che non avremo ad occuparcene, giacché i turchi si dimostrano feroci nella questione dei Principati.


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Non solo ricusano di abbandonare il supremo dominio, ma insistono per avere in mano le fortezze, che la Russia cede sulla sinistra sponda del Danubio. L'Inghilterra dice di non poter dispogliare i Turchi violentemente. La Francia quindi si trova sola, ad onta del suo buon volere. L'Imperatore non sa che cosa fare. Pure, essendo uomo di Dropositi tenacissimi, non ha dimesso il pensiero di far trionfare il primitivo progetto.

«Per non perdere tempo, metto in campo la questione delle Romagne. Per questa avremo caldi ausiliarii negl'Inglesi, i quali sarebbero assai lieti di mandare il Papa al diavolo', ma troveremo un ostacolo nel desiderio dell'Imperatore di non mettersi male col Sovrano Pontefice. (Era atteso dall'Imperatore il suo primogenito che il Papa doveva tenergli al sacro Fonte.) Intanto sarà già un passo se otteniamo si parli dell'Italia, e che le Potenze occidentali reclamino la necessità di riformare lo stato delle cose in essa esistente. - Basta, se non raccoglieremo gran che, avremo seminato per l'avvenire.

«C. Cavour».

Lo stesso conte di Cavour, sotto la data del 4 di marzo, aveva già scritto un'altra lettera al ministro Cibrario, ed anche questa merita di essere riferita:

«Parigi, 4 marzo 1856.

«La pace, come ve lo scrissi, è fatta a metà. Delle cose nostre non si è ancora parlato: spero se ne parlerà tosto, ma con quale esito noi so. La mania di conciliare il Papa e di averlo a padrino ha tutto guastato. Le difficoltà che incontra la combinazione del Duca di Modena sono immense, onde in definitiva non ho grandi speranze. Non ho finora voluto trattare la questione dei sequestri, per non impicciare le grosse colle piccole questioni: solo ne dissi alcune parole al segretario di Bourquenev; ma lo trovai più austriaco di Buoi. Quest'ultimo, col quale mantenni sempre le più cortesi riserve, mi pregò ieri d'assegnargli un'ora per conferire insieme. Vedrò cosa mi dirà. Scriverò al Re relativa mente al battesimo del nascituro Cesare. L'Imperatrice vuole assolutamente farlo benedire (vedi ignoranza d'un diplomatico: benedire per battezzare) dal Papa. Spero che il Re sarà rimasto soddisfatto dal paragrafo del discorso dell'Imperatore, che lo riflette. Fu molto bene accolto. Arese mi ha scritto per lagnarsi che gli fosse stata aperta una lettera col suggello imperiale.' La cosa mi pare impossibile: vi prego di verificarla. Il Governo non può certamente volere sorprendere i secreti di Arese, col quale io sono in intima relazione. Monale, col suo colorito di polizia, ci troverebbe un gran gusto nello stabilire un cabinet noir ma assolutamente non lo dovete permettere.

«C. Cavour».

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Ora alle rivelazioni di fatti, che mostrano la somma degradazione in che era caduta la diplomazia piemontese, e le arti incredibilmente maligne onde si è servito quel Governo a danno del Papa e degli altri Principi italiani, chi non vede che la giustizia di Dio ha voluto dare la pena meritata permettendo che delle stesse arti si serva oggi la Internazionale per distruggere con la monarchia di Savoia il presente Governo?

Curiosa è pure la lettera che il Conte di Cavour, da Parigi, scriveva a Cibrario per ricusare un Legato a latere. Eccola come la riferisce l'Odorici a pagina 122:

«Parigi, aprile 1856.

«Vi ho scritto per telegrafo per pregarvi di affidare ad Arese l'incarico di portare la sua lettera di felicitazione all'Imperatore. Ne scrivo pure direttamente a Sua Maestà. Aggiungo poi che a niun patto mandi il..... Non lo potrei tollerare. Ditelo pure a Sua Maestà. Un inviato del Re sarebbe in certo modo mio collega, e non voglio a nessun conto il.......Ne faccio questione ministeriale.

Non posso avere accanto a me nelle riunioni diplomatiche in questo momento un retrogrado, un nemico del Governo. Lavoro notte e giorno in mezzo ad inaudite difficoltà; ma se queste crescessero pel fatto di S.M.,non potrei reggere più oltre. Ve lo ripeto. Dichiarate al Re nel modo più rispettoso, ma il più positivo, che se il..... si presenta all'Imperatore in nome suo, io parto da Parigi.

Il........ non può venire: sarebbe in questo momento un vero scandalo. Spero che i miei colleghi approveranno la mia risoluzione;ma, comunque, ella è irremovibile.

«Vostro affino Cavour.»

Cavour soppianta Cibrario

Frattanto tornato Cavour da Parigi, o per amore o per forza, Erario. Luigi Cibrario dovette cedergli il portafoglio degli affari esteri, e l'Odorici a pag. 125 riferisce i seguenti appunti particolari, che si trovarono tra le carte di Luigi Cibrario:

«1855, 27 aprile. - In seguito alla proposta fatta dai Vescovi in Senato sopra la legge della soppressione di alcune comunità religiose, il Ministero si ritira. Richiesto di continuare nel nuovo Ministero, ricuso, essendo stanchissimo, per non dir peggio, della vita ministeriale.»

Nota autobiografica, cui vengono appresso le consecutive:

«1855, 31 maggio. - Sua Maestà, ricomponendo il Gabinetto, mi nomina Ministro degli affari esteri.»

«1856, 9 aprile. - Supplico il Re perché mi dia la dispensa dalla carica di Ministro degli affari esteri. Dissimulo al Re le vere cause, che sono i mali tratti del Cavour, cause per altro occasionali, essendo io di mala voglia Ministro. -

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Il Re promette di contentarmi. Cavour manda Gasati con lettere di scuse. Accetto le scuse, ma sono stanco del Ministero.

«29 aprile. - Torna Cavour, e io insisto pel mio ritiro immediato».

«9 maggio. - Ultima udienza ministeriale del Re, il quale mi da titolo, grado ed onorificazione di primo Presidente della Corte d'appello. Sarebbe inoltre disposto a darmi il titolo di barone o conte, grazia che non accetto. Mi stringe a visitarlo spesso, e ad andare in villa con lui. Vuoi porre a disposizione della mia famiglia il Castello di Verduno, ecc. Abbonda insomma di tratti di squisita bontà e particolare benevolenza. Il cuore mi brilla d'essere evaso dalla galera ministeriale!»

Il libro dell'Odorici contiene altri importanti documenti, che provano una volta di più l'odio implacabile della rivoluzione italiana, mossa dalla frammassoneria, contro il Papato: ne faremo tesoro nel seguito del nostro lavoro.

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CAPO VI.

Dopo il Congresso.

Cavour da conto alle camere della sua missione al congresso

Ritornato a Torino il Conte di Cavour, ai 5 di Maggio, fu nominato Ministro degli Affari esteri. Quindi nei due giorni seguenti rese conto alla Camera dei Deputati di quanto avevano operato i Plenipotenziari sardi nel trattato di Parigi, e fra le altre cose disse:

«La missione dei Plenipotenziari sardi aveva un doppio scopo. In primo luogo dovevano concorrere coi loro alleati all'opera congresso della pace colla Russia, e alla consolidazione dell'Impero Ottomano; in secondo luogo era debito loro di fare ogni sforzo onde attirare l'attenzione dei loro alleati e dell'Europa sulle condizioni d'Italia, e cercar modo di alleviare i mali che affliggono questa Nazione». Disse delle conseguenze possibili del Trattato e dei vantaggi materiali, che erano per derivarne allo Stato; quindi aggiunse: «Ma più che ai vantaggi materiali stimo che dobbiamo badare a quelli morali, che dalle conferenze abbiamo ricavato. Io ritengo che non sia poca cosa per noi Tessere stati chiamati a partecipare a' negoziati, e prendere parte alla soluzione di problemi, i quali interessano non tanto, questa o quell'altra Potenza, ma sono questioni di un'ordine europeo, È la prima volta, dopo molti e molti anni, dopo forse il trattato di Utrecht, che una Potenza di second'ordine sia stata chiamata a concorrere con quelle di primo ordine alla soluzione di questioni europee. Così venne meno la massima stabilita dal Congresso di Vienna a danno delle Potenze minori. Questo fatto è tale da giovare non solo al Piemonte, ma a tutte le nazioni che si trovano in identiche condizioni. Certamente esso ha di molto innalzato il nostro paese nella stima degli altri popoli, e gli ha procacciato una riputazione, che il senno del Governo, la virtù del popolo, non dubito, saprà mantenergli.

«Vengo ora alla Questione italiana.

«Lo stato attuale d'Italia non è conforme alle prescrizioni dei Trattati vigenti. I principii stabiliti a Vienna e nei susseguenti Trattati sono apertamente violati; l'equilibrio politico, quale fu stabilito, trovasi rotto da molti anni.

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«Quindi i Plenipotenziarii della Sardegna credettero dovere specialmente rivolgere l'opera loro a rappresentare questo stato di cose, a chiamare sopra di esso l'attenzione della Francia e dell'Inghilterra, invitandole a prenderlo in seria considerazione.

Qui non incontrarono serie difficoltà; giacché i loro alleati, sin dai primordi delle loro istanze, si dimostrarono altamente ad esse favorevoli, e manifestarono un sincero interessamento per le cose d'Italia. La Francia e l'Inghilterra, riconoscendo lo stato anormale in cui si trovava l'Italia in forza dell'occupazione di una gran parte delle sue contrade per parte di una Potenza estera, (e la Francia non era estera!) manifestarono, lo ripeto, il desiderio di veder cessata questa occupazione e ritornate le cose atto staio normale.

«Ma un'obiezione veniva mossa alle nostre istanze. Quali saranno le conseguenze dello sgombro delle truppe estere, se le cose rimangono nelle attuali condizioni? I Plenipotenziarii della Sardegna non esitarono a dichiarare che le conseguenze di tale sgombro, senza preventivi provvedimenti, sarebbero state di un carattere il più grave, il più pericoloso, e che perciò non sarebbero stati giammai per consigliarlo; ma soggiunsero che essi ritener vano, come, mercé l'adozione di alcuni acconci provvedimenti, quello sgombro si sarebbe reso effettuabile.

«Invitati a far conoscere la loro opinione, essi pensarono di dover formulare, non già un memorandum, ma una memoria, ohe, sotto forma di nota verbale, venne consegnata alla Francia e all'Inghilterra.

«L'accoglienza fatta a questa nota fu molto favorevole. L'Inghilterra non esitò a darvi la più intera adesione; la Francia, ammettendo la proposta in principio, stimò di dover fare un'ampia riserva all'applicazione che per noi si chiedeva.

«Fu deciso dal Governo Francese con quello dell'Inghilterra, che la questione sarebbe sottoposta al Congresso di Parigi; e ciò fu nella tornata degli otto Aprile.

«I Plenipotenziarii dell'Austria opposero alla proposta della Francia e dell'Inghilterra una questione pregiudiziale, affinché non fosse ricevuta. Essi dissero, e, diplomaticamente parlando, con ragione, che il loro Governo non essendo stato prevenuto prima della riunione del Congresso che si avrebbe a trattare delle cose d'Italia, essi non avevano né istruzioni, né poteri all'uopo.

«Nessun risultato positivo si può dire essersi ottenuto. Tuttavia io tengo essere un gran fatto questa proclamazione che si fece, per parte della Francia e dell'Inghilterra, della necessità di far cessare

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l'occupazione dell'Italia centrale, e dell'intendimento per parte della Francia, di prendere tutti i provvedimenti a quest'uopo necessarii.

«Io vi ho esposto, o Signori, il risultato delle negoziazioni alle quali abbiamo partecipato.

«Rispetto alla questione italiana non si è, per dir vero, arrivati a grandi risultati positivi. Tuttavia si sono guadagnate, a mio parere, due cose: la prima, che la condizione anormale ed infelice dell'Italia è stata denunziata all'Europa, non già da demagoghi, da rivoluzionarii esiliati, da giornalisti appassionati, da uomini di partito; ma bensì da Rappresentanti delle primarie Potenze di Europa, da statisti che seggono a capo dei loro Governi, da uomini insigni, avvezzi a consultare assai più la voce della ragione, che a seguire gl'impulsi del cuore.

«Ecco il primo fatto che io considero come di una grandissima utilità.

«Il secondo si è, che quelle stesse Potenze hanno dichiarato essere necessario, non solo nell'interesse dell'Italia, ma in un interesse Europeo, di arrecare ai mali d'Italia un qualche rimedio. Non posso credere che le sentenze profferite, che i consigli predicati da nazioni, quali sono la Francia e l'Inghilterra, siano per rimanere lungamente sterili.

«Sicuramente, se da un lato abbiamo da applaudirci di questo risultato, dall'altro debbo riconoscere che esso non è scevro d'inconvenienti e di pericoli. Egli è sicuro che le negoziazioni di Parigi non hanno migliorato le nostre relazioni coll'Austria. Noi dobbiamo confessare, che i Plenipotenziarii della Sardegna e quelli dell'Austria, dopo di aver seduto due mesi a fianco, dopo di aver cooperato insieme alla più grande opera politica che siasi compiuta in questi ultimi quarant'anni, si sono separati senza ire personali, ma coll'intima convinzione esser la politica dei due paesi più lontano che mai dal mettersi d'accordo, essere inconciliabili i principii dalVuno e dalValtro paese propugnati.

«Questo fatto è grave, non conviene nasconderlo; questo fatto può dar luogo a difficoltà, può suscitare pericoli; ma è una conseguenza inevitabile, fatale, di quel sistema leale, liberale, che il Re Vittorio Emanuele inaugurava salendo sul trono, di cui il Governo del Re ha sempre cercato di farsi l'interprete, al quale avete voi sempre prestato fermo e valido appoggio. Né io credo che la considerazione di queste difficoltà, di questi pericoli, sia per farvi consigliare al Governo del Re di mutar politica.

«La via che abbiamo seguita di questi ultimi anni ci ha condotto ad un gran passo.

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Per la prima volta nella storia nostra la Questione italiana è stata portata e discussa avanti ad un Congresso europeo, non come le altre volte, non come al Congresso di Lubiana e al Congresso di Verona, coll'animo di aggravare i mali d'Italia e di ribadire le sue catene; ma coll'intenzione altamente manifestata, di arrecare alle sue piaghe un qualche rimedio, col dichiarare altamente la simpatia che sentivano per essa le grandi Nazioni.

«Terminato il Congresso, la causa d'Italia è portata ora al tribunale della pubblica opinione; a quel tribunale, a cui, a seconda del detto memorabile dell'Imperatore de' Francesi, spetta l'ultima sentenza, la vittoria definitiva.

«La lite potrà essere lunga, le peripezie saranno forse molte; ma noi, fidenti nella giustizia della nostra causa, aspettiamo con fiducia l'esito finale. (1)

Discorsero in vario modo varii deputati, in favore o contro il Trattato; Cavour diede alcune spiegazioni; Cadorna propose, e la Camera, «udite le spiegazioni date dal presidente del Consiglio dei ministri, approva la politica nazionale del Governo del Re, e la condotta dei Plenipotenziarii sardi nel Congresso di Parigi; e, confidando che il Governo persevererà fermamente nella stessa politica, passa all'ordine del giorno». (2)

Il 10 di Maggio, il trattato di Parigi veniva presentato al Senato, al quale Massimo d'Azeglio faceva la seguente proposta:

«Il Senato, convinto delle felici conseguenze che dovrà arrecare il Trattato di Parigi, sì per promuovere la civiltà universale, come per stabilire sulle sue vere basi l'ordine e la tranquillità della Penisola italiana; riconoscendo altresì l'onorevole parte che ebbe ad ottenere questo desiderato effetto la politica del Governo del Re, unita all'opera dei suoi Plenipotenziari al Congresso, esprime un voto di piena soddisfazione.

Il Senato approvò ad unanimità là proposta, e le tribune applaudirono (3).

Conosciute tali cose a Vienna, per mezzo degli atti del parlamento di Torino, il Conte Buoi, Ministro austriaco, senza perder tempo, indirizzava ai Rappresentanti austriaci a Roma, a Napoli e agli altri Stati italiani la seguente Nota:

(1) Atti della Camera dei deputati. Tornata 6 Maggio 1856, fog. 254.

(2) Atti della Camera, 6 e 7 Maggio 1856. fog. 254257.

(3) Atti del Senato, 1856, fol. 56.

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Nota dell'Austria ai governi italiani

«Il Conte di Cavour dichiarò, che i Plenipotenziari dell'Austria e della Sardegna al Congresso di Parigi si erano divisi coll'interna persuasione, che i due paesi erano più lungi che mai dall'accordate la loro politica, e che i principii rappresentati dai due Governi erano inconciliabili. Dopo presa cognizione delle spiegazioni date dal Conte di Cavour al parlamento piemontese, non possiamo, io lo confesso apertamente, che soscrivere a tale dichiarazione da esso fatta sulla immensa distanza che ci divide da lui sul terreno dei principii politici.

«Fra gli allegati del Presidente del Consiglio dei Ministri, assoggettati all'esame della Camera, ci sembrò degna di particolare attenzione la nota portante la data del 16 Aprile, presentata dai Plenipotenziari piemontesi ai capi dei Gabinetti di Londra e di Parigi. Ridotto alle più semplici, espressioni, quest'atto non è altro che un appassionato libello contro l'Austria. Il sistema di compressione e reazione violenta, inaugurato nel 1848 e 1849, asserisce il Conte di Cavour, deve necessariamente mantenere le popolazioni in uno stato d'irritazione costante e di fermento rivoluzionario; e i mezzi dall'Austria impiegati onde comprimere un tale fermento, l'occupazione permanente di territorii che non le appartengono, annullano, secondo il Presidente del Consiglio dei Ministri, l'equilibrio ristabilito dal Trattato di Vienna, e sono una incessante minaccia pel Piemonte. I pericoli che sorgono pel Piemonte dall'estensione delle forze dell'Austria, sono, agli occhi del Conte di Cavour, sì grandi, che essi potrebbero costringere da un'ora all'altra il Piemonte ad appigliarsi a partiti estremi, le cui conseguenze è impossibile valutare. In tal guisa i timori, che il contegno dell'Austria in Italia inspira al capo del Gabinetto sardo, servono di pretesto per lanciare contro di noi una minaccia, a mala pena velata, da nulla certamente provocata.

«L'Austria dal suo canto non può in verun modo aderire alla missione assunta dal Conte di Cavour, a nome della Corte di Sardegna, di alzare la sua voce a nome d'Italia. V'hanno su questa Penisola diversi Governi, pienamente l'uno dall'altro indipendenti, e come tali riconosciuti dal diritto pubblico di Europa. Questo diritto pubblico d'Europa, d'altro canto, nulla sa della specie di protettorato che il Gabinetto di Torino sembra voler assumersi in suo confronto. Per quanto riguarda noi, sappiamo apprezzare l'indipendenza dei diversi Governi esistenti nella Penisola, e crediamo dar loro nuova pruova di questo apprezzamento, appellandoci in questo affare al loro imparziale giudizio. Voi non ci taccerete di menzogneri, ne siamo altamente persuasi, ove asseriamo che il Conte di Cavour si sarebbe molto più avvicinato alla verità, qualora avesse invertito il suo ragionamento e avesse asserito tutto il contrario di quello che fece.

«Giudicando dalle sue parole, soltanto il prolungato soggiorno delle milizie ausiliarie in alcuni Stati italiani mantiene il malcontento e il fermento degli animi, Non sarebbe stato infinitamente più giusto il dire: la continuazione dell'occupazione non è soltanto resa necessaria dalle incessanti manovre del partito dello sconvolgimento,

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e nulla è più adatto a incoraggiare le sue colpevoli speranze ed eccitare le sue ardenti passioni, dei discorsi incendiarii che tuonarono, non ha molto, sotto le volte del Parlamento piemontese? Il Conte di Cavour asserì: la Sardegna, gelosa della indipendenza degli altri Governi, non permette che una Potenza qualsia» possa avere il diritto d'intervento in altro Stato, quando anche questo l'abbia formalmente invitata. Spingere tanto oltre il rispetto per l'indipendenza di altri Governi, da loro contestare il diritto di chiamare in soccorso una Potenza amica, nell'interesse della loro conservazione, ella è una teoria, alla quale l'Austria rifiutò costantemente la sua approvazione. I principii che l'Austria professa in proposito sono troppo conosciuti per indurci qui ad esporli di nuovo.

«L'Imperatore e i suoi augusti antecessori, nell'esercizio del loro incontestabile diritto di sovranità, prestarono più di una volta soccorso armato ai vicini, che lo avevano chiesto contro interni o esterni nemici. Questo diritto l'Austria vuoi mantenerlo inalterato, e riservarsi la facoltà di farne uso all'uopo. Del resto, é egli permesso a chiunque siasi di nutrire dubbii sulle intenzioni predominanti nelle intervenzioni dell'Austria in diversi tempi, quando sta dinanzi aperto il libro della storia per mostrare che noi, in tal modo agendo, mai non seguimmo secondi fini o mire d'interesse, e che le nostre milizie si ritirarono immediatamente, allorché le competenti autorità dichiararono essere esse in istato di mantenere la tranquillità senza aiuto straniero? E sempre si confermerà un tal fatto.

«Appunto come le nostre milizie abbandonarono la Toscana, appena fu sufficientemente consolidato l'ordine legale, elleno saranno pronte a sgombrare gli Stati Pontifici, appena il Governo non avrà più bisogno di loro per difendersi contro gli attacchi del partito rivoluzionario. Del resto, non è nostra intenzione di escludere dal novero dei mezzi addotti al più facile raggiungimento di questo risultato sagge riforme interne, che noi abbiamo incessantemente raccomandate ai Governi della Penisola, nei limiti di una sana prattica e con tutti i riguardi dovuti alla dignità ed alla indipendenza degli Stati; in riguardo alle quali non riconosciamo nel Gabinetto di Torino il diritto di erigersi a censore privilegiato. D'altro canto noi siamo persuasi che gli uomini dello sconvolgimento non cesseranno dal dirigere le loro macchine di guerra contro l'esistenza dei legali Governi d'Italia, sino a tanto che vi saranno paesi che loro accordano appoggio e protezione e vi avranno uomini di Stato che non rifuggano di diriggere un appello alle passioni ed agli sforzi tendenti allo sconvolgimento.

«In breve, lungi dal lasciarci deviare dalla direzione del nostro procedere da un inqualificabile attacco, che vogliamo ammettere sia stato provocato dal bisogno di una vittoria parlamentare, attendiamo di pie fermo gli avvenimenti, convinti che il contegno dei Governi italiani, che furono, come noi, oggetto degli attacchi del Conte di Cavour, non differirà dal nostro.

«Pronti ad applaudire ogni ben intesa riforma, pronti ad incoraggiare

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ogni utile miglioramento, che parta dal libero e spregiudicato volere dei Governi italiani, pronti ad offrire loro la nostra morale e zelante cooperazione per lo sviluppo delle loro fonti di prosperità e del loro benessere, l'Austria è pur anco fermamente risoluta di mettere in opera tutta la sua forza per respingere qualsiasi ingiusto attacco, da qualunque parte esso provenga, e di cooperare dovunque si estende la sfera della sua attività, perché vadano ad arenarsi i tentativi dei fomentatori di disordini e dei fautori dell'anarchia». (1)

Nota dignitosa ed eccellente, se ne eccettui le frasi un pò elastiche risguardanti le così dette riforme, le quali pur troppo potevano essere interpretate a senso dei mestatori, mentre che le uniche e vere riforme da farsi in alcuni dei Governi della Penisola erano quelle soltanto di una più saggia e ferma repressione dei settarii e delle loro dottrine, e una più leale e franca protezione della Chiesa e dei salutari suoi insegnamenti.

Tale nota, mentre provava a maraviglia la perfidia del Piemonte e dei suoi fautori ed amici, provava ancora la impotenza dell'Austria, che il giorno dopo del Congresso sentiva già gli effetti disastrasi della sua politica durante la guerra. Abbandonata dalla Russia, trovavasi alla sua volta sola in faccia alla coalizione delle tre Potenze massoniche occidentali, succeduta a quella delle tre Potenze del Nord, e distrutta dalla guerra d'Oriente. Disprezzata fin d'allora dai settarii, l'Austria non si sentiva più forte abbastanza da chiedere conto dell'inqualificabile operato dei Plenipotenziarii gallo-anglosardi: trovavasi quindi costretta a difendere la propria dignità in una nota diplomatica. Altra volta il glorioso Impero degli Absburghi avrebbe inflitta una giusta lezione agli impudenti attentati della Sardegna e dei suoi alleati; oggi accontentavasi di confutarli! E questo fu il primo immediato effetto del Congresso di Parigi, che doveva trame seco infiniti altri, fino al discacciamento dell'Austria dall'Italia, alla distruzione di tutti gli Stati della Penisola, e all'imprigionamento del Sommo Pontefice in Vaticano. Dichiara A corroborare le quali asserzioni servono mirabilmente le lettere del La Farina, uno dei più importanti uomini della rivoluzione dopo Cavour,dal quale era stato messo a parte delle segrete cose della sua politica. Rechiamo alcune di queste lettere, e per la prima la seguente diretta a Giuseppe Oddo, a Malta:

Dichiarazioni di La Farina

(1) Gazzetta di Vienna, 11 Giugno 1856.

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Torino, 29 Aprile 1856.

Carissimo Oddo,

Agitazione rivoluzionaria da chi promossa

«...Il Congresso di Parigi ha, secondo me, dato un colpo terribile ai governi italiani. E la prima volta che un'assemblea di diplomatici, gente senza cuore e senza coscienza, riconoscono che han torto i governi e ragione i popoli. Né io mi dolgo di non avere essi adoperate le armi in nostro favore: se così avessero fatto, certo ne avrebbero voluto profittare; ed in questo caso Napoli sarebbe stata serva dei Francesi e Sicilia degli Inglesi. Ciò che noi abbiamo acquistato è la certezza, che questi governi non ci saranno contrarii, e che l'Austria esce dal Congresso umiliata, dirimpetto al Piemonte, dispettata dalla Russia, e in odio alla Francia ed all'Inghilterra. Pare quindi a me cheil tempo sia propizio a farci vivi. Questo è anche il parere dei nostri migliori, come Michele Amari ed altri. E quindi necessario promuovere un agitazione gagliarda in Sicilia; e posso assicurarvi che il medesimo va a farsi per le Legazioni, per la Toscana e pei Ducati.

» Avete voi mezzi con Palermo? Nel caso affermativo avvisatemi. La parola d'ordine sarà: Indipendenza ed unità d Italia; fuori l'Austria ed il Papa: al resto ci penserà Dio (!?). lo sono stato finora contrario ad ogni movimento, nella convinzione che i tempi non erano opportuni. Ora però sono persuaso, che se noi lasceremo passare quest'anno, faremo un grande errore; perché, da qui ad un anno, chi sa quali mutamenti potranno seguire nella politica Europea. Animo adunque, e rimettiamoci all'opera con fede e con zelo.»

Così a Giuseppe Oddo emigrato a Malta scriveva La Farina, il quale a Vincenzo Natoli, luogotenente nel 3° reggimento della legione anglo-italiana, egualmente a Malta, ripeteva le medesime cose, dichiarando meglio il pensiero della rivoluzione:

«Mio carissimo Natoli.

Torino, 29 Aprile 1856.

» Vi ringrazio del gentile pensiero che avete avuto per me, e vi son grato delle notizie che mi avete dato della Legione, la quale, a quanto sento da ogni parte, si fa veramente onore. Qui non vi è nessuno avviso ufficiale di scioglimento, e mi persuado che anche se fosse sciolta, ciò non avverrà che da qui a qualche tempo. Cercate frattanto d'istruirvi nelle armi il più che potete, perché grandi avvenimenti potrebbero essere non lontani.

» II Congresso di Parigi ha dato un colpo morale fatalissimo ai governi italiani: é la prima volta che una riunione di diplomatici

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dice, che i governi han torto ed i popoli han ragione. Questo fatto è per me di grande importanza, e racchiude in sé il seme di una rivoluzione (1). Bisogna quindi tenerci apparecchiati e pronti a profittare d'ogni evento e di ogni opportunità, favorevole. La dimora della Legione in Malta toglie i sonni al re di Napoli. Mi dicono che in Sicilia abbia prodotto una qualche agitazione.»

La politica dell'Inghilterra apparisce a mano a mano più chiara nelle lettere del La Farina. "E mentre le armi quietavano per la pace conchiusa, gli armati anglo-italiani, come le altre legioni straniere assoldate dall'Inghilterra per la guerra di Crimea, erano mantenuti in attesa di nuove imprese contro amici governi. Poco dopo la surriferita lettera al Natoli, La Farina scriveva la seguente ad Ernesta "FumagalliTorti, altra apostola della rivoluzione, con la quale era in continue relazioni:

«Carissima Sig. Ernesta,

«Torino 8 Maggio.

«Si diceva che la Legione sarebbe ben presto sciolta, in effetto del trattato di pace; ma posso assicurarvi che fin ora non v'è alcuna disposizione in proposito, e che anzi pare che l7 Inghilterra voglia continuare a tenere al suo servizio tutte le legioni straniere, finché non sieno accomodate le cose d'Italia. Qui ha destato una forte commozione la discussione del trattato e dei protocolli delle conferenze di Parigi; ma più di tutto le parole dette da Cavour ieri l'altro nella Camera dei Deputati. La discussione ha finito con un ordine del giorno lodativo del Ministero, al quale ordine del giorno si associò anche la sinistra e gran parte della destra fra gli applausi universali. Il solo Della Margherita ed altri cinque o sei con lui votaron contro; ma Revel votò a favore. Qui tutti sono convinti che ci apparecchiamo ad ima guerra, e che questa guerra

(1) Giova recare qui in nota la seguente lettera-indirizzo al Conte di Cavour, scritta da La Farina a nome di molti emigrati italiani rifugiati a Torino, che con lui la sottoscrissero:

Sig. Conte,

«Nel Congresso di Parigi voi levaste la voce in prò dell'Italia, nella coscienza del diritto e dovere (!?) ch'era in voi di rappresentarla.

Fruttino o non fruttino quelle parale alcun bene alla patria nostra comune, noi sottoscritti emigrati di varie provincie italiane ne rendiamo grazie a voi ed al governo del quale voi fate parte. L'avvenire dimostrerà ohe voi faceste ogni atono per tettare i mali di una rivoluzione e ohe, se i vostri detti erano liberi e generosi, erano anche savii e prudenti.

«Gradite, sig. Conte, gli attestati della nostra stima e riconoscenza. «

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possa essere non lontana. Si vuole che l'Inghilterra abbia promesso al Piemonte, in caso di guerra, un soccorso di 30,000 uomini e di una flotta.»

Fra le lettere del La Farina havvene altre di altri cospiratori di conto, a lui dirette, che non vogliono essere trascurate: tutte collimano all'istesso intendimento e tutte aggiungono lume a rischiarare le vie tenebrose della grande congiura contro la S. Sede e contro gli. Stati italiani. La seguente è di Ruggero Settimo, famoso agitatore siciliano:

«Pregiatissimo Amico

» Malta, 21 Maggio 1856.

«..... Relativamente al disegno dell'avvenire per la Sicilia, non potendosi sperare di meglio, applaudisco a quanto me ne avete scritto, essendovi molto da guadagnare sotto tutti gli aspetti, e coincide per altro nella sostanza a quanto noi ci saremmo contentati dietro le trattative con lord Minto. Epperò non siamo d'accordo in quanto al principio di promuovere la rivoluzione in Sicilia sulle promesse d'aiuti segreti, mentre questi, a mio credere, dovrebbero essere reali, positivi e palesi; senza di che non si farebbe che provocare la tanto abbommevole anarchia, e con essa il trionfo dei malvagi e l'avvilimento di tutti i buoni.»

» Dev. Affez. servo ed amico

Ruggero Settimo.»

Più tardi, nel mese di luglio, il La Farina scriveva ad un altro cospiratore, Vincenzo Cianciolo, residente a Genova, e gli diceva così:

«Carissimo Amico

» Torino, 19 Luglio 1856.

Mene unitarie in Romagna, in Toscana e a Napoli

«Vi scrivo per sollecitare, quanto è possibile, la partenza dell'amico. La ragione è, che ho da notizie positive che in Napoli si farà un tentativo importante da qui a poco. La cosa è cosi segreta, e mi è stata confidata con tante esortazioni e promesse da mia parte di silenzio, che non ne ho fatto parola neppure con Gemelli. Vi confido anche, che in Toscana il lavoro va bene, ed in Romagna benissimo. In nome di Dio adunque, mettiamo mano all'opera. Assicurate l'amico, che, se nella città dove egli va l'affare riesce, da Malta si farà un tentativo in altro luogo.

«Domani riceverete una lettera per l'amico di Messina; vi raccomando spedirla al più presto.»

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E il 3 Agosto, egualmente da Torino, scriveva allo stesso:

«........ Le notizie che ricevo direttamente da Napoli confrontano con quelle che voi mi date, e ci farebbero sperar bene anche dalla parte dell'esercito. In Massa e Carrara Mazzini, al solito, non potendo fare, ha tentato disfare l'opera nostra. Che razza di patriottismo sia questo, io davvero noi so.»

Come si vede, Mazzini, che lavorava sempre per fare dell'Italia una repubblica, sembrava in quel momento in contraddizione con Cavour e La Farina, monarchici unitari. Si accordavano però sempre nel voler distrutti i Principati italiani onde distruggere quello della Chiesa. - Ma abbiamo ancora da dire qualche cosa circa il Congresso di Parigi.

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CAPO VII.

IL PRINCIPIO DEL NON INTERVENTO.

Ingratitudine verso Ferdinando II. 

Composte alla meglio e in fretta, siccome narrammo, le cose con la Russia, il Congresso di Parigi, che al di fuori si era mostrato più o meno scrupoloso osservatore degli altrui diritti, di dentro e, come suoi dirsi, dietro le scene, per taluni di quei Plenipotenziari, specialmente pei francesi, per gl'inglesi e pei sardi, fu un vero Club rivoluzionario, nel quale ad altro non si attese, che a diplomaticamente cospirare contro la S. Sede, e contro i governi che ne erano principali sostegni, in ispecial modo contro l'Austria e contro il Re delle Due Sicilie, Ferdinando II. - Egli, che solo nella cessata guerra si era condotto con cavalleresca lealtà verso l'amica Russia, ne veniva da lei rimeritato, dopo qualche inutile atto diplomatico, abbandonando il giovane figliuol suo Francesco II, in balia della rivoluzione, allorché si trovò oppresso dagli alleati cospiratori d'Occidente. Quale mostruoso spettacolo di egoismo e di ingratitudine! - Saremmo tentati a dire, che nel Congresso di Parigi vi furono uomini d'una arcaica buonafede, che non si accorsero di quel che si faceva sotto tavolo, se non fosse noto che i più scaltriti settari di Europa, i più famosi cospiratori sedevano in quel consesso. Quindi è, che mentre si stabiliva nell'illustre Areopago, riservandolo in petto, il principio sommamente immorale e contro natura del Non intervento (contro del quale solennemente protestava Calderon Colantes nelle Cortes Spagnuole, confessando come Napoleone III minacciasse guerra alla Spagna, se fosse intervenuta a favore del Papa), si iniziava un triplice intervento diplomatico, rivoluzionario, armato contro i pacifici Stati d'Italia e i loro governi a profitto del Piemonte; di guisa che agli amici fosse inibito d'intervenire, ai nemici lasciato pieno libito d'invadere e soggiogare a man salva.

Buon senso inglese circa il non intervento

Dicemmo cospiratori rivoluzionar! i maneggiatori del famoso Congresso; imperocché lo scopo apparentemente principale di esso fu di riconoscere ed assicurare la piena indipendenza e autorità del Turco nei propri Stati, e si combatteva intanto quella della S. Sede. Il Conte Walewski, degno ministro e plenipotenziario del Sire francese, dichiarava pomposamente in seno al Congresso che «il titolo di Figlio primogenito della Chiesa, onde si gloria» il Sovrano di Francia, fa un dovere all'Imperatore di prestare


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» aiuto e sostegno al Sovrano Pontefice»; ma ne accusava nel medesimo tempo la condizione anormale, la situation anormale,del Governo; e perché non rimanesse solo il Pontefice nell'accusa, gli veniva associato (assai onorevolmente) il Re di Napoli,al Governo del quale quei sapienti davano i soliti disinteressati avvertimenti! L'ingerenza dei proclamatori del nuovo principio di non intervento in casa altrui apparve sì impudente, che non potò fare a meno di altamente indignare ógni uomo onesto; di guisa che, nel maggio del medesimo anno 1856, discutendosi nel Parlamento inglese di ciò che si era fatto nel Congresso parigino, il Signor Sidney Herbert energicamente inveiva contro «la passione d'intromettersi negli affari degli altri paesi». E il sig. Gibson esclamava: «È veramente strano il vedere i protocolli che invitano ad intervenire negli affari di Napoli e di Roma, in quella che tali documenti si studiano di far apparire che in Turchia (dove pur si potrebbe credere aver noi qualche dritto d'intervento) ogni cosa deve emanare dalla volontà spontanea del Sultano.» E Gladstone, l'istesso Gladstone,il celebre scrittore delle Lettere Napolitane così maligne verso il Governo del Re Ferdinando, accennando al protocollo dell'8 Aprile, in uno di quei lucidi intervalli, che non mancano mai anche alle menti più pervertite, dichiarava: «Dubito grandemente della prudenza di ciò che si è fatto... È ella questione molto grave ed anzi credo sia una totale innovazione nella storia dei Congressi di pacificazione: 1. di occuparsi di simili argomenti in conferenze ufficiali; 2. di rendere di pubblica ragione le risoluzioni prese.» Quindi è che giustamente il Lamartine caratterizzava il Congresso parigino: Une déclaration de guerre sous une signature de paix, la pierre d'attente du Chaos européen; la fin du droit public en Europe!

Il non intervento intervento rivoluzionario

Il peggio si fu la ceffata data da Napoleone III a tutte indistintamente le Potenze europee, arrogandosi ei solo fra tutti il dritto d'intervenire. Il quale intervento per soprassello veniva tacitamente o espressamente consentito dai Plenipotenziarii europei, ed era tanto più poderoso e temibile in quanto che veniva ammesso dalla parte più alta, e da molti creduta più sapiente, dei vari Stati. Ma gran parte di essi, piuttosto che dei propri Governi, erano i plenipotenziari della Frammassoneria, la

quale appunto aspettava l'iniziativa dell'intervento diplomatico, per metter mano all'intervento rivoluzionario, mentre apparecchiava quello delle armi.

E l'intervento rivoluzionario scoppiò subito, e si palesò trionfante

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nelle aule dei cosidetti rappresentanti del popolo della camera di Torino, allora appunto che in quella meno corrotta dell'Inghilterra, si protestava contro la strana ingerenza consegnata nei protocolli del Congresso. Infatti, fin dal 7 di Maggio 1856, il Deputato Lorenzo Valerio diceva: «Le nostre parole, le parole del sig. Presidente del Consiglio, di tanto più importanti delle nostre, non istaranuo sicuramente chiuse in questo recinto, o serrate nei confini che segna il Ticino..» Queste varranno a ridonare coraggio agli animi abbattuti, e faranno audaci gli animi coraggiosi; e l'audacia e il coraggio, che ne verrà ai nostri fratelli del rimanente d'Italia, non istarà lungo tempo senza farsi sentire. (Atti uff. N. 257).

Ciò fu cosi vero, ohe non andò guari e nel Luglio del medesimo anno 1856 si scuoprivano a Novara e altrove casse di filetti, di stili e di cartuccie; e la notte del 25 dello stesso mese si tentava una invasione rivoluzionaria in Massa e Carrara, mentre si mandavano emissarii a Firenze, a Napoli e a Roma. Nella nota indirizzata dai Plenipotenziarii sardi a Lord Clarendon e al Conte Walewski, il 16 Aprile 1856, non appena terminato il Congresso di Parigi, essi scrivevano: «La Sardaigne est le seul État de l'Italie qui ait pu élever une barrière infranchissable d l'esprit révolutionnaire.» Vale a dire, la rivoluzione è da pertutto in Italia, fuorché in Sardegna! - Ed era vero; conciossiachè, essendo il Governo sardo l'istessa rivoluzione personificata, gli altri Stati italiani, non rivoluzionarii, erano una permanente rivoluzione contro la rivoluzione, in quell'istesso modo che la proprietà pel ladro è un furto!.... Quindi è che il deputato Buffa, facendo eco alla citata nota, affermava: «Le condizioni dei varii popoli italiani sono più o meno intollerabili, ma tutte infelici. Ad essi è negata non solo ogni libertà, ma anche quella stessa larghezza, che gli stessi Governi assoluti oggidì, purché civili, non sogliono negare...... Tutto questo non fa che alimentare lo spirito di rivoluzione, che, sorgendo la occasione, può diventare un gran pericolo, come per l'Europa intera, così più specialmente per noi... Lo spirito rivoluzionario si manifesta e si svolge in tutti i paesi dove sono stanziate le milizie austriache.» Né si dica che il Governo sardo dissentisse dai suoi Deputati; che anzi ne approvava altamente le parole, alle quali era sollecito di dare la maggiore diffusione.

«Tutti ricordano, scriveva a quei giorni l'Italia e Popolo (30 Luglio 1856 ) come, all'epoca della memoranda discussione parlamentare, il Governo sardo, a far divampare il fuoco latente

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Dichiarazioni della Gazzetta austriaca e del Dritto.

nelle altre provincie d'Italia, facesse stampare i discorsi di Cavour e di Buffa, e li diffondesse a migliaia di copie nei Ducati, nelle Romagne, nel Lombardo-Veneto, a Napoli e in Sicilia.»

È inutile di notare dopo di ciò quanto a ragione la Gazzetta austriaca, parlando della succitata Nota, scrivesse: «La nota del 16 di Aprile, sottoscritta dal Conte di Cavour e dal Marchese di Villamarina, è un appello alla rivolta!» Il Diritto,giornale non punto sospetto, conveniva perfettamente colla Gazzetta austriaca, e nel suo numero 126, dei 28 Maggio, diceva: «La conseguenza è quella che ne trae la Gazzetta austriaca; perocché dire ad un popolo, come l'italiano, ancora di vita gagliarda e indomita:» - i tuoi patimenti sono senza nome, i tuoi oppressori senza umanità, né v'ha chi possa toglierti di dosso il giogo, colpa la perfidia. dell'Austria, - vuoi significare che lo si incita a disperati tentativi, che la legge della propria conservazione consiglia e suggerisce un tenace amore alle proprie tradizioni; vuoi significare in fine, che gli si addita qual' è l'antico, l'inconciliabile avversario di ogni suo bene - l'Austria - e gli si dice: - insorgi contro essa! - Parliamo francamente, è un VERO APPELLO ALLA RIVOLTA.»

I cento cannoni per Alessandria

Apprensioni dei conservatori inglesi.

Intanto vennero fuori le offerte per i cento cannoni di Alessandria, ideate, diceva l'Armonia di quel tempo, apparentemente dalla Gazzetta del Popolo di Torino; ma favorite dalla Gazzetta piemontese, per mettere in rivoluzione l'Italia. Quindi le spedizioni di filibustieri partite dagli Stati di Sardegna per gli altri Stati d'Italia; quindi il Barone Bentivegna, che, presa la imbeccata a Torino, sbarca in Sicilia; e Pisacane, che da Genova va a Salerno; e il regicida Agesilao Milano, che trova protettori e panegiristi in Piemonte; e i Diplomatici sardi, che abusano a Firenze, a Napoli, a Roma e negli altri Stati italiani della propria inviolabilità, per cospirare e proteggere i cospiratori, e si servono della salvaguardia del diritto sacro delle genti per trascinarlo con le loro persone e il loro governo nel fango.

Aggiungi a questo l'epistolario del famoso Daniele Manin che impunemente dice in Piemonte agli Italiani: «Agitatevi ed agitate; l'agitazione non è propriamente l'insurrezione, ma la precede e la prepara.» Sommate queste ed altre molte simili circostanze, che sarebbe soverchio di qui arrecare, e di leggieri potevasi prevedere quali sarebbero per essere le conseguenze del famoso Congresso. E desse in fatti apparvero fin da principio così palesi, che gli stessi fautori più caldi della rivoluzione italiana non tardarono ad esserne impensieriti e spaventati. Di fatti avendo chiesto il Piemonte all'Inghilterra,

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Apprensioni di Napoleone III

poco dopo il Congresso, vari milioni, e i conservatori inglesi, forte temendo che il Piemonte se ne servisse per mettere a soqquadro l'Italia, Lord Palmerston, a tranquillizzare gli animi in Parlamento, ebbe a pronunziare importanti parole che il Daily News, nel Giugno 1856, compendiava cosi: «Lunedì scorso Lord Palmerston dichiarò cortesemente al Rappresentante di Pio IX e del Re di Napoli, nella Camera dei Comuni, che il progetto di legge sull'imprestito sardo non era introdotto per dare a quel Governo i mezzi di rivoluzionare l'Italia. Lord Palmerston accompagnò tale dichiarazione con una avvertenza, sulla quale i liberali inglesi hanno diritto di chiedere, alla loro volta, qualche schiarimento. Disse Lord Palmerston, che il Governo di Sua Maestà era bensì desideroso di sostenere il Governo sardo in quel procedimento illuminato e liberale, che ha tenuto finora in modo così onorevole: ma che se avesse da accadere, ciò che per ora non è, che il Governo sardo fosse animato da progetti di aggressione, il Governo inglese farebbe uso di tutta la sua influenza per distoglierlo da una tale condotta.

Furono queste parole, non v' ha dubbio, come acqua gettata sul fuoco; ma in così scarsa quantità, che quello ebbe a divampare viemmaggiormente. Ciò si vide in fatti nello imperversare che fece più che mai l'agitamento settario in tutta la Penisola, non solo, ma benanco in Francia. Di che scosso Bonaparte, volle dare indietro dal fatale cammino, a propria salvezza; ma non fu più in tempo, o, per dir meglio, non gli bastò il coraggio, tosto che si vide fatto segno al pugnale della setta alla quale lo legavano antichi giuramenti.

Entra in scena Garibaldi

Il Governo subalpino intanto, mentre chiedeva danaro all'Inghilterra, e Palmerston rassicurava alla meglio i conservatori inglesi perché glie ne dessero, col solito giuoco scatenava il suo can da leva, Garibaldi, ad agitare le tranquille contrade della Lombardia e dei Ducati, destinati pei primi a saziare le ingorde brame della Frammassoneria. Quindi è, che il famoso eroe, che già aveva posta sua stanza nell'Isola di Caprera, ad un tratto si disse malato, e il 9 di Luglio del medesimo anno 1856 recavasi a Voltaggio, per una sua cura idropatica, che però non durava se non cinque giorni. E qui applausi, ovazioni, serenate, con tutto quel corredo di clamorose dimostrazioni che segnano un punto di partenza a settari intendimenti. L'animo dell'agitatore, già s'intende, non fu insensibile a quelle spontanee e cordiali manifestazioni, e con un suo pistolotto, dal quale traspariva tutto un programma, ringraziava

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subito i cittadini di Voltaggio, mentre eccitava quelli delle contrade più direttamente prese di mira dai gerofanti della setta.

Lettera di quei di Voltaggio

«Accenti di musica deliziosa, scriveva il Garibaldi, bearono ia questa notte gli abitatori di questo Stabilimento, e mi venne detto che i cittadini di Voltaggio vollero in me onorare il principio italiano.

«Io accetto, intenerito e riconoscente, quest'omaggio d'un popolo benemerito, ed auguro da queste e da altre non equivoche manifestazioni la prossima liberazione del nostro paese. Sì ì giovani della crescente generazione, voi siete chiamati a compire il sublime concetto di Dio, emanato nell'anima dei nostri grandi di tutte le epoche, l'unificazione del gran popolo, che diede al mondo gli Archimedi, i Scipioni, i Filiberti. - A voi guardiani delle Alpi viene commessa oggi la sacra missione; non vi è popolo della Penisola che non vi guardi e che non palpiti alla vostra guerriera tenuta, alle vostre prodezze sui campi di battaglia,

- Campioni della redenzione italiana, il mondo vi contempla con ammirazione, e lo straniero, che infesta l'abituro dei vostri fratelli, ha la paura e la morte nell'anima.

«Gl'Italiani di tutte le contrade sono pronti a rannodarsi al glorioso vessillo che vi regge, e io, giubilante di compiere il mio voto all'Italia, potrò, Dio ne sia benedetto, darle questo resto di vita.

«Dallo Stabilimento idroterapico dei Sigg. Alsaldo e Romanengo,

«Giuseppe Garibaldi.»

Come il lettore vede, il Nizzardo si ricordava tuttora di Dio: l'ipocrisia era ancora utile in quel tempo agli scaltriti intendimenti di chi il mandava.

Tentativo di Massa e Carrara.

Arrivato il 9, Garibaldi partiva il 15 da Voltaggio: in cinque giorni era bello e guarito, e pronto a nuove prodezze! La malattia non era stata seria.... Per via, nuove ovazioni, nuove dimostrazioni, nuovi applausi; fu un'andata e un ritorno trionfale! Il fuoco della ribellione ne aveva nuova esca, l'agitazione cresceva nei bassi fondi del popolo e, con essa, il malessere e il sospetto tra gli Stati vicini.

Cosa là si facesse in segreto dal Garibaldi non ci è noto; ma noti sono pur troppo i proclami incendiarii messi fuori a Napoli e a Roma, e il fallito tentativo di rivolta a Massa e Carrara, nel l'istesso mese di Luglio: circa il quale il Risorgimento dichiarò: - le popolazioni non aver punto aderito alla insurrezione. - Ma non monta; se fosse riuscito il tentativo si sarebbe usufruttato; fallito, se ne riversò la colpa sull'Austria: fu detto opera di agenti austriaci, per attaccar briga coll'innocente Governo sardo!

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Il citato Risorgimento però questa Tolta era sincero, e confessava essere quel tentativo conseguenza legittima della politica piemontese. «L'Italia 8'ha da liberare, diceva quel diario repubblicano; solo modo una buona rivoluzione interna aiutata dal Piemonte.» Ma La Farina ci ha già detto di chi fosse opera quel tentativo.

E L'Armonia (sebbene volesse tenere scevra da colpa la diplomazia europea) raccoglieva accortamente le fila, e notava: 1° L'attentato di Carrara e Massa fu una conseguenza della politica e delle esortazioni del Ministero piemontese. 2!° Mazzini e Cavour non si possono ornai distinguere nel volere una rivoluzione in Italia, perché svanite le speranze nella Diplomazia, debbono convenire amendue nella necessità d'una rivolta. 3° I giornali ministeriali sono necessariamente infinti nel disapprovare l'ultimo tentativo. 4° La sede della rivoluzione non è che in Piemonte, e solo dal Piemonte partono gli eccitamenti alla rivolta. 5° Le popolazioni anche più guaste della Penisola (come appunto quelle di Massa e Carrara) guardano i mestatori che cercano di levarle a tumulto, e non corrispondono ai tentativi. 6° Quanto i Plenipotenziari sardi hanno asserito nel Congresso di Parigi è solennemente smentito dai fatti.

Significato dei cento cannoni di Alessandria

Ma abbiamo accennato ai cento cannoni per la fortezza di Alessandria: parve questa una proposta patriottica e nulla più; i pure è un fatto dei più scaltriti immaginato dalla setta. «Alessandria, gridava la Gazzetta del Popolo, per ora, è come la parola d'ordine per gl'Italiani, è il simbolo dell'unione.» Ma era assai di più. Il 26 di Luglio 1856 quel giornale recava la seguente lettera:

«Amico.

» Susa, 23 Luglio 1856.

«Un'idea mi è venuta per la testa, mio caro Govean; locchè prova due cose: e che ho una testa, e che ho delle idee! Dite un pò: a quel modo che si è aperta una sottoscrizione per un ricordo alle nostre truppe in Crimea, non si potrebbe egli aprirne un'altra per sussidiare il Governo nella santa opera di fortificare Alessandria? Come vedete, lo scopo è lo stesso, trattandosi anche qui? non tanto di spremere ingenti somme dalle tasche degli oblatori, quanto di dimostrare a chi di ragione che l'idea del Generale Lamarmora ha un'eco nella Nazione tutta quanta, e in altri siti. Trattasi insomma di far cicare l'Austria. Ora figuratevi quanto non cicherà essa, quando veda che non solo il Piemonte, ma l'Italia tutta, ma le lontane Americhe, ed ogni popolo incivilito portino la loro pietra a questo sacrosanto edificio? Oh! provate vi dico, che sarà un bel ridere.

«Tutto vostro,

«N. Rosa.»

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Questa lettera, passata per molti inosservata in quel momento, è una preziosa rivelazione: uno dei più importanti uomini di Stato e di guerra, il Lamarmora, era il proponente di quell'idea, non già per aiutare il Governo, ma per dimostrare a chi di ragione, vale a dire ai Potentati europei, che quella proposta aveva eco non solo nella Nazione, ma ancora in altri siti; vale a dire, che si voleva ottenere una dimostrazione universale a favore dell'Unità italiana, voluta dalle società segrete, e ciò per impegnare contro l'Austria non solo l'Italia e l'Europa, ma le lontane Americhe e ogni popolo civile.

La Rivoluzione italiana cessava a mano a mano di essere cosa locale; diveniva invece cosa cosmopolita e universale, in ordine allo scopo della Frammassoneria, la distruzione cioè del Papato.

Insomma il Congresso di Parigi e la pace che vi si era conclusa non erano che una crudele menzogna. I giornali tutti della rivoluzione, mentre da principio si mostrarono scontenti di quella pace, che ai meno addentro delle segrete cose parve troncare a mezzo il filo delle loro speranze di una totale disfatta della Russia, Potenza fino allora sommamente avversa alla rivoluzione europea, presto si consolarono come videro rotto il ghiaccio della Questione italiana, secondo affermava lo stesso Eco della Borsa; e l'Austria, non meno che gli Stati italiani e Roma, fatti segno palesemente agli attacchi della Diplomazia europea. Perciò gli atti e i discorsi del Parlamento e del Senato di Torino, nei quali si erano pienamente svolte queste cose, erano stampati e sparsi a miriadi di copie per ogni dove, e, come aveva dichiarato Massimo d'Azeglio in pubblico Parlamento, attraversavano tutti i confini, deludevano tutte le Polizie, erano letti in tutti i paesi. La rivoluzione italiana, protetta ormai dai Governi europei, diveniva torrente irresistibile e desolatore, cui non poteva più far argine che il braccio onnipotente di Dio.

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CAPO VIII.

IL RE DI NAPOLI E I GOVERNI INGLESE E FRANCESE.

Per riparare gli scandali sollevati dal Governo piemontese, tutti gli Stati italiani, minacciati dalla rapacità di quel Governo, rivolsero note diplomatiche ai Gabinetti di Parigi, di Londra, di Pietroburgo e di Vienna, accusando il Piemonte di mire ambiziose, e designandolo (come era) quale torbido vicino, in istato di perpetua cospirazione a danno della quiete interna degli Stati italiani.

Ma per inesplicabile cecità, o piuttosto per stabilito disegno, i Governi delle due prime Potenze, anziché infrenare l'insidiatore Sardo, si compiacevano ad unire le loro vessazioni contro gli Stati insidiati, aggiungendo imperiose sollecitazioni, con flagrante sconoscimento del gius pubblico e delle genti, intervenendo nell'interno regime di Stati indipendenti; e ciò con tanta minore buona fede, che l'istesso Congresso niuna cosa aveva stabilito su questo punto. Ma le cosiddette riforme consigliate, o a dir meglio imposte, al Re di Napoli, erano in relazione diretta collo scaltrito disegno del Mazzini da noi riferito.

Ridicolo incidente

Così effetto del trattato di Parigi si fu, che gli Stati di poca estensione territoriale, di fronte al pensiero mazziniano, non ebbero più diritti, rimanendo abbandonati in balia del più forte, fattosi esecutore del malvagio disegno. Fu questa l'epoca in cui maggiormente il ministro Cavour coglieva ogni destro per imbarazzare i Governi italiani, e, in modo speciale, il napolitano; e qui non sarà inutile di ricordare un ridicolo episodio, avvenuto in quell'epoca. - Il marchese Andrea Tagliacarne, incaricato d'affari di Sardegna, spedito da poco in Napoli, aggiravasi la sera del 6 Maggio 1856 per una strada solitaria, lungo la riviera di Chiaia, quando si lascia circondare da tre giovinastri, che gli tolgono l'orologio e due lire in moneta napolitana. Costui coglie subito da questo fatto la opportunità per infamare il Governo napolitano, quasiché in Piemonte non si rubasse; e, indossata la divisa ufficiale (incredibile ma vero), corre a querelarsi del fatto presso il Corpo diplomatico, menandone grande strepito e facendone quasi un casus belli a nome del Conte di Cavour. L' autorità preposta alla pubblica sicurezza

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tranquillamente prende in mano la cosa, arresta i tre malfattori, (erano cocchieri da nolo) ricupera gli oggetti, che vengono legalmente giudicati di poco valore, e il 10 di maggio, quattro giorni dopo il fatto, li ha restituiti al Tagliacarne, che ne rimane soddisfatto. Non era però soddisfatto il Cavour, il quale trovando ridicolo quell'incidente, e riputando il suo Agente non all'altezza delle sue vedute, lo trasloca altrove. I tre colpevoli riconosciuti anche rei di altri furti, sono condannati ai ferri. - Nell'istesso sito, nel 1863, sotto il Governo restauratore dell'ordine morale, veniva derubato di cose di maggior valore il senatore Vacca supremo magistrato di cassazione, e molti alici dopo di lui; ma la solerte questura piemontese non si commuove per così poca cosa, e, lungi dal correr dietro ai ladri, ne coglie invece occasione per inveire contro i più onesti cittadini, arrestandone a migliaia, per vani sospetti politici. - Ma ciò detto di passaggio, è da tornare agli effetti del Congresso.

Non andò guari, trascorso appena un mese dal termine del Congresso, e le più insistenti Note diplomatiche venivano dirette oon 5Sìi.edlNa' indegno sfregio della Maestà Reale dai governi inglese e francese al governo napolitano.

Pressioni di Francia e Inghilterra sul Re di Napoli

Il 19 di Maggio 1856 il ministro degli affari esteri della Gran Brettagna, in un suo dispaccio al Rappresentante inglese a Napoli espone i motivi su i quali il Governo inglese si fonda per raccomandare al governo delle Due Sicilie di concedere un'amnistia generale e di eseguire talune riforme e miglioramenti: queste premure derivare dal profondo convincimento del pericolo imminente, che corre l'Italia a causa del minaccioso aspetto degli affari di Napoli. Protesta d'altronde i sentimenti di amicizia pel Re al quale intende dare avvisi amichevoli; e per giustificare la sincerità di questi sentimenti, per disporre il Re ad accogliere favorevolmente questi consigli e per comprovargli «che nessuna» Potenza straniera ha diritto d'intervenire negli affari interni di» un altro regno» il Ministro sudetto parla del regime ulteriore delle Due Sicilie, prendendo il tono di rimprovero e la parte d'accusatore; ne censura l'amministrazione interna che taccia quale sistema di rigore e le ingiuste persecuzioni, condannato da tutte le nazioni civilizzate: ed insiste sulla necessità di dare garanzie per la debita amministrazione della giustizia e per fare rispettare le libertà personali e le proprietà. Ingomma il Ministro esige ohe si adotti una politica più in armonia collo spirito del secolo.

Ai 21 dello stesso mese di Maggio il Conte Walewski, da parte del governo ili Napoleone III,

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inviava una nota al Rappresentante francese a Napoli per intimare anch'egli al Re Ferdinando II i voleri dei collegati franco-anglo-sardi, quale espressione del Congresso parigino, con evidente inesattezza, o, diciam meglio, menzogna, significandogli le riformerà eseguire negli Stati napolitani.

Ai 2 di Giugno, il Rappresentante inglese a Napoli riferiva al Foreign Office ha Londra di aver dato corso al dispaccio del 19 di Maggio, e dal ministero degli Affari Esteri di Napoli esserglisi risposto: «la dignità e la indipendenza del suo Sovrano non permettergli che Potenze straniere abbiano ad immischiarsi nel regime interno del paese, assicurando peraltro di essere già pronta una larga amnistia, della quale erasi dovuto prorogare la esecuzione a cagione della effervescenza suscitata dagli atti del Congresso di Parigi, e delle speranze che questi avevano fatto nascere.» - Ragione giustissima agli occhi di. ogni uomo onesto e leale.

Non contento di ciò, ai 12 dell'istesso mese, il medesimo Rappresentante inglese informava il suo governo di aver fatto premure presso il ministero napolitano perché rispondesse alle rimostranze fattegli dalla Francia e dall'Inghilterra, per conoscere le intenzioni del Re, ed essergli state ripetute dal Ministero le precedenti risposte, avvegnaché a nome del Governo inglese, gli avesse intimato: «che, se sventuratamente nulla si facesse per cambiare la forma governativa in Napoli (nota bene) ne sarebbero derivate complicazioni serissime.» Termina questo dispaccio col censurare il Re Ferdinando II, che si tratteneva a Gatta, mentre la sua persona era desiderabile nella Capitale.

Ma le insistenze diplomatiche crescevano di giorno in giorno.

Il Rappresentante inglese, che ormai non dubitava di parlare anche a nome della Francia, della cui politica il suo Governo erasi fatto solidale, quanto al rovesciare i legittimi Sovrani d'Italia, ad 22 del detto mese informava il suo governo, scrivendo: essersi dato ordine dal Re di Napoli, di rispondere ai gabinetti di Francia e d'Inghilterra per mezzo dei propri suoi rappresentanti a Londra e a Parigi; e conchiudeva col dire, di aver fatto osservare al Governo napolitano «di essere profondamente dispiacente per la decisione presa dal Re, la quale sarebbe ritenuta come evasiva e poco soddisfacente; d'altronde esso Governo napolitano, nulla avrebbe avuto a temere dal partito rivoluzionario, il quale è poco» numeroso, sena a capi, e senza disegno generale di azione.»

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Plenipotenziari napoletani a Londra

I

nfrattanto ai 30 di Giugno il Governo napolitano per mezzo dei suoi rappresentanti, Principe di Carini a Londra, e Marchese Antonini a Parigi, rispondeva ai due Governi con Note uniformi, che possono riassumersi nei seguenti pensieri: - niun Governo aver diritto d'immischiarsi nell'amministrazione interna di altro Stato, e sopratutto in quella della giustizia. - In altri termini era la storica risposta data già da Papa Pio VII, di s. m., a Napoleone I: «Grandes ou petites les souverainetés conservent toujours entre elles les mêmes rapports d'indépendance, autrement on met la force à la place de la raison.» - Noi rechiamo qui le accennate Note del Governo di Napoli, come documenti importanti ed utili, e li togliamo dalla fonte meno sospetta, vale a dire da Nicomede Bianchi; ma per procedere con la maggiore possibile precisione ci rifacciamo alquanto indietro.

a Parigi

Fermezza di Ferdinando II

«Il Marchese Emmidio Antonini, scrive egli il Bianchi al capo VIII del volume VII della sua Storia documentata della Diplomazia europea in Italia, il Marchese Emmidio Antonini, Legato napolitano in Parigi, come seppe che al Congresso si era favellato delle cose del regno delle Due Sicilie, si portò da Walewski per lagnarsi che ai Plenipotenziari sardi fosse stato permesso d'assalire con aspri modi il governo di Ferdinando II, senza che vi fosse presente un suo Plenipotenziario. - La cosa, soggiunse, è tanto più deplorabile in quanto che la fonte vera dell'agitazione rivoluzionaria, onde l'Italia è di nuovo tormentata, è la politica del Piemonte. - Walewski lo interruppe con dirgli - Badate, marchese, che non è stato Cavour; non vi posso dire di più, perché tutti i Plenipotenziari si sono impegnati a serbare il silenzio intorno alle cose dette. Ma il vostro Governo ha una via aperta per trarsi d'impaccio, si ponga subito d'accordo con noi sulle riforme che vuole adottare (1). - Antonini rimase silenzioso. Ferdinando II ordinò al suo Legato in Parigi di rinnovare i lamenti, dando loro la forma di protestazione verbale, e d'aggiungere che il Re di Napoli avea la coscienza di governare i suoi popoli conforme i dettami della giustizia e del dovere; che né gli assalti sfrenati della stampa quotidiana, né le dichiarazioni del Congresso lo indurrebbero a far mutazione di governo, disposto com'era a sopportare con rassegnazione qualunque abuso di forza, anziché scendere a patti colla rivoluzione. (Parole veramente degne d'un Monarca cristiano.) Queste deliberazioni del Re, per ordine suo,

(1) Dispaccio riservatissimo Antonini, Parigi 17 Aprile 1856. - Dispaccio in cifra dello stesso, Parigi 18 Aprile 1856.

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Walewski e Antonini

furono comunicate alle Legazioni napolitano all'estero, coll'aggiunta dell'incarico di maneggiarsi a render palesi gì' intendimenti rivoluzionari del conte di Cavour (1).

Portatosi da Walewski, Antonini gli favellò in conformità degli ordini del suo Re. Il Ministro francese, con piglio risentito, gli rispose: - Ma non si tratta per nulla d'esigenze, di pressioni. Il Governo napolitano deve capacitarsi che tutti i Potentati sono nell'obbligo di mettersi d'accordo per garantire all'Europa una pace durevole. Tutti gli Stati, e massime i minori, debbono aver conti i lati più deboli della propria politica a volteggiare le difficoltà che ne conseguono. Ora il vostro Governo deve ben comprendere che la Francia e l'Inghilterra sempre si studieranno di spiegare i propri influssi sul regno delle Due Sicilie. Conseguentemente tutte le vostre cure debbono esser dirette ad impedire che le due influenze operino concordi. Credo, che nelle circostanze presenti non vi debba riuscir difficile di conseguire questo intento. Scrivete tosto al vostro Re per dirgli, che la Francia lo consiglia ad appigliarsi spontaneo a più miti modi di governo. Egli farebbe prova di grande abilità ove si ponesse in pieno accordo con noi, prima che all'Ambasciatore inglese in Napoli giunga l'ordine di mettersi d'accordo con Brenier. - Il Legato napolitano rispose, che ciò che il Re suo signore aspettava, era di vedersi presto sollevato dalle pressure della Francia e dell'Inghilterra, alle quali chiedeva una cosa sola, di esser lasciato tranquillo (2).

A questo procedere del Legato napolitano in Parigi, osserva con malvelato dispetto Nicomede Bianchi, tenne bordone quello dell'Ambasciatore di Ferdinando in Londra. Egli era Antonio La Grua, principe di Carini, il quale scrisse al Carafa in questi termini:

«Non scuserò Walewski, ma è il men cattivo della canaglia (abbiamo i nostri dubbi sulla esattezza di questa frase; ma sia.) (3)

(1) Lettere del Cavaliere Sederino, segretario privato del re Ferdinando II,Caserta 3 e 10 Maggio 1856, Castellamare 8 Maggio 1856. - Dispaccio riservatissimo Carafa al marchese Antonini in Parigi, Napoli 5 Maggio 1856.

(2) Dispaccio riservatissimo Antonini al commendatore Carafa in Napoli, Parigi, 9 Maggio 1856.

(3)

Nicomede Bianchi designa alla indignazione della storia talune frasi giustamente risentite del Re di Napoli e de' suoi ministri; non ha però una sola parola di biasimo pei Cavour e compagnia bella, quando diplomaticamente dichiaravano nei loro atti di voler mandare al diavolo il Papa e l'Austria.

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innumerevole e imprudente che compone la Corte e il governo dell'Imperatore, dalla cui cupa mente solo dipende la politica e ogni dettaglio della Francia. Pare egli abbia due pensieri, dominare nel nostro paese per contrabbilanciare l'influenza inglese nel Piemonte, e concedere a lord Palmerston una soddisfazione per salvarlo dal risentimento del popolaccio inglese fremente per la pace. Secondo molte notizie da me raccolte, con molte parolone di moda, con un irremovibile comportamento nel ricusare, con molte cerimonie e qualche minima concessione, si farà passare questa tempesta.»

Palmerston e Carini

Alquanti giorni dopo il Principe Carini scriveva al suo Governo quest'altro dispaccio:

«Mi sono trovato a Corte. Lord Palmerston mi domandò: - E come sta Poerio? - Meglio di voi e di me, risposi, perché sta sotto un bel cielo e può vivere senza pensieri. - E il suo compagno di catene è sempre un galantuomo? - soggiunse egli. Io replicai: - Non credo che ne abbia alcuno collegato; ma se mai, certamente non sarebbe men pertinace e men vendicativo di quell'antico rivoluzionario. -

«Palmerston. -Badate, questo affare non è uno scherzo, ma un affare serto e grave, (quello di Poerio!) di cui il vostro Governo conoscerà fra breve l'importanza.

«Carini: - Ma lo scherzo l'avete cominciato voi, e io l'ho seguito: voi ben sapete che mi piacciono gli scherzi, senza temere le serie e più gravi conversazioni. Così spero che, senza andare a sturbare a Napoli il mio Governo, potete averle in Londra a vostro piacere e ad ogni vostro comando, sempre per me gratissimo.» - Con questo linguaggio garbato ed energico sto dissipando le moltissime dicerie fatte sul mio ritorno. Il mio linguaggio si limita a far intendere che, né il mio Governo né io sappiamo capire perché il magistrato europeo ò occupato delle nostre faccende, e si è dato la pena di studiare una farmaceutica ricetta di cataplasmi, senza bisogno di tastar il polso, di guardare la lingua e ricercar i sintomi dell'ottima salute nostra. È poi strano il pensiero di voler scrivere a uno per uno tutti i capitoli di medicina, che si supponessero opportuni per perfezionare il regno delle Due Sicilie, la Santa Sede e quegli altri Stati, i quali, secondo le opinioni della canaglia, non vanno bene e fanno onta alla civilizzazione. Queste, or facete or più gravi risposte mi hanno servito a schermirmi tutta la serata di ieri, nella grande unione del concerto della Regina. Nello stesso modo conto condurmi quest'oggi

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da lord Clarendon nel solito pranzo officiale per celebrare la nascita di quest'augusta Sovrana (1).

Memorandum rivoluzionari e l'Inghilterra

Ma l'Inghilterra procedeva risoluta nei disegni ostili di guerra contro il Re delle Due Sicilie, e il suo Rappresentante strenuamente la coadiuvava. Questi, ai 10 di Agosto 1856, inviava officialmente al suo governo in Londra un Memorandum, dettato dai cospiratori, circa la situazione e i bisogni del Reame di Napoli, nel quale riassumevansi tutti gli attacchi diretti contro il Governo napolitano, tutte le calunnie e le accuse spacciate ai suoi danni dalla stampa settaria dal 1849 in poi; e, appoggiandosi sulle parole pronunziate dal plenipotenziario inglese nel Congresso di Parigi, si conchiudeva per lo ristabilimento della Costituzione del 1848, e si esprimeva la speranza che Francia e Inghilterra «non abbiano ad arrestarsi a fronte del preteso diritto di non intervento.» - In questo Memorandum, del quale non dubita di farsi editore ed organo il Diplomatico inglese accreditato presso il Governo di Napoli, e a cui davano ampia pubblicità i diari inglesi e sardi, è notevole il seguente stranissimo sillogismo: - La potenza di Francia e d'Inghilterra è predominante in Europa; la potenza navale della seconda la rende più specialmente predominante nel Reame di Napoli; la potenza porta seco la responsabilità, e la responsabilità da diritto ad agire.» - Stranissimo paralogismo, che significa in sostanza, che ogni corsaro di mare ed ogni brigante di terra, ha diritto ad agire secondo che gli aggrada, non appena ne abbia la potenza!

Ma in fatto di Memorandum non erano sterili i cospiratori settari ufficiali e non ufficiali. Ne abbiamo letto uno elaborato in Torino e quivi stesso ristampato nel 1857 dalla tipografia dell'unione tipografico editrice; nell'istesso tempo ve ne era anche un altro in lingua francese, che circolava da per tutto, senza che i popoli delle Due Sicilie, a nome dei quali parlavasi in siffatti documenti, punto nulla sapessero o sospettassero di quanto in essi era affermato con tanta sicumera a nome loro.

E la stampa periodica contemporanea faceva balenare che una spinta si fosse anche data, e qualche cosa di più, a tali memorandum per conto di Murat, destramente coadiuvato dall'Imperatore cugino (2).

In mezzo a queste cose l'istesso Rappresentante inglese, con suo

(1) Dispaccio Cariai al ministro degli affari esteri in Napoli, Londra 13, e 31 Maggio 1856.

(2) Vedi A. P. pag. 34-749.


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dispaccio degli 11 di Agosto dell'istesso anno 1856, era costretto d'informare il suo governo essere stati aggraziati dalla sovrana clemenza di re Ferdinando varii condannati politici; affrettandosi però di definire codesto atto come insufficiente e immeritevole di attenzione.

Poerio e Petruccelli.

È inutile dire, che nella presente rassegna trasandiamo altri dispacci di minor conto, coi quali il Rappresentante inglese aveva cura di dare minuto ragguaglio circa l'andamento della causa politica Mignona ed altri, e ì più minuti particolari circa la salute del famoso condannato politico Carlo Poerio, cui faceva credere maltrattato, e vittima di crudeli sevizie dal Governo napolitano, delle quali sevizie e maltrattamenti ebbe a ridere l'istesso Poerio. Ma la esatta apprezzazione di codesti dispacci di questa strana diplomazia è stata data dalle celebri rivelazioni del deputato Petruccelli, il quale assicura, che «Carlo Poerio, protagonista del romanzo epistolario di Gladstone, (il quale nel 1851 tanto fece parlare circa le prigioni e i carcerati di Napoli) (1) era una invenzione convenzionale della stampa rivoluzionaria, la quale aveva bisogno di presentare ogni mattina ai creduli leggitori della libera Europa una vittima vivente, palpitante, visibile: d'onde l'ideale mito di Poerio, trascelto all'uopo perché Barone, uomo d'ingegno, già deputato e ministro di Re Ferdinando, cui bisognava far credere un orco divoratore. Insomma Poerio doveva essere l'antitesi di questo Re.» - Così il Petruccelli, il quale, dopo altre rivelazioni, conchiude maravigliandosi: «che Poerio reale, abbia poi preso sul serio il Poerio fabbricato dalla rivoluzione pel corso di 12 anni, in articoli di giornali a 15 centesimi la linea, e che lo abbiano anche preso sul serio coloro che lesserò di lui senza conoscerlo da presso, e quella parte della stampa che si era fatta complico della rivoluzione (2). - E il gran Palmerston, ministro di Stato d'Inghilterra, ardiva chiedere sul serio notizie di questa bella figura di mito rivoluzionario al Rappresentante napolitano presso il suo Governo! Che ne diranno i posteri?

Dalle quali cose apparisce quanto giusto fosse il contegno del Governo napolitano, il quale ciò non ostante per amore di pace, ai 26 di agosto, protestava che, avendo saputo per relazioni pervenutegli

(1) Lettere degli 11 e 12 loglio 1851, a Lord Aberdeen, il quale, conosciate in seguito le calunnie, ne rigettò la dedica .

(2) I moribondi al palazzo Carignano, del deputato F. Petruccelli della Gattina, pag. 183-184.

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da Vienna e da Parigi, come il Governo francese si tenesse offeso pel contenuto della sua prima risposta dei 30 giugno, dichiarava di non aver avuta intenzione di offendere alcuno, e conchiudeva, «essere il Re di Napoli il giudice più indipendente e più illuminato delle condizioni di governo che si addicono al suo Reame, dove la quiete che si gode depone a favore del presente organamento dello Stato, e contro i pericolosi consigli dell'estera diplomazia, diretti a suscitare quei torbidi che al presente non vi sono.

Pressioni inglesi

La fermezza del Re Ferdinando II e del suo Governo mettevano la disperazione in cuore ai settarii e ai Governi che li proteggevano. Ai 14 settembre 1856 il Rappresentante inglese scriveva di nuovo al suo Governo, e gli diceva: «essere inutile di parlare della questione pendente con Napoli, ed avere il convincimento, che una modificazione superficiale nel suo governo non potrebbe assicurare la futura tranquillità; crede essere necessario di riformare in una maniera sensibile tutto lo spirito del governo, concedersi almeno qualche porzione di libertà politica, e di amministrarsi la giustizia con mani pure ed imparziali; senza di che l'Italia meridionale continuerà ad essere ciò che è ora, una piaga schifosa agli occhi dell'Europa.» - Era veramente il caso del proverbio della festuca e della trave, che l'Inghilterra non vedeva nel proprio occhio, avvegnaché grossissima, mentre che piacevasi scorgere la festuca nell'occhio altrui. - Codesta ingerenza nella interna gestione di un Reame indipendente meriterebbe il riso, se non cagionassero il pianto i fatti consumatisi da quell'epoca sciagurata fino ai nostri giorni.

Nei precitati dispacci, che a gran fatica chiameremo diplomatici, scompariscono affatto le relazioni amichevoli tra Governo e Governo; e non vi si scorge altro che le declamazioni dell'accusatore contro l'accusato, del giudice contro il delinquente. Il Rappresentante inglese dimentica l'antica lealtà e dignità del Governo britannico, e scrive come se la sua missione a Napoli consistesse solo a farsi l'eco e il sostegno del partito avverso al Governo legittimo, contro del quale procura suscitare quel malcontento che non esisteva, fomentando solo nelle alte classi e nel governo quel malessere ispirato dal contegno insolente del Piemonte, e da quello ormai palesemente ostile d'Inghilterra e Francia.

Gladstone nelle sue sciagurate lettere a Lord Aberdeen, quando nel 1851 visitava le prigioni napolitano, aveva parlato nel suo privato nome. Il Rappresentante britannico al contrario parlava a nome del suo Governo, dando così officiale sanzione agli indiretti eccitamenti di voluti disordini.

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Non vi è proclama sedizioso clandestino che da lui non venga inviato al Foreign office e che contemporaneamente non sia pubblicato nei giornali di Torino; non vi è dibattimento nei tribunali di Napoli per qualche rara causa di reato politico, in cui egli non intervenga per farne poi relazione a Londra: non è dunque il bene di un paese, ma sì la ruina di un Regno, il rovesciamento di una dinastia, la vittoria di un partito, il trionfo della rivoluzione che si voleva con tale inqualificabile contegno conseguire.

Intanto, ai 10 di ottobre, il ministro Walewski richiamava da Napoli l'ambasciatore Brenier, e minacciava che una flotta francese starebbe a Tolone ad attendere gli avvenimenti, mentre la flotta inglese si terrebbe pronta a Malta per l'istesso scopo. Il medesimo giorno il ministro degli Affari Esteri d'Inghilterra annunziava al Rappresentante inglese a Napoli la rottura delle relazioni diplomatiche col Governo delle Due Sicilie, e gli ordinava di lasciare Napoli. Tale risoluzione era motivata «da che il Governo delle Due Sicilie non intende modificare il sistema che prevale nei suoi dominii, onde è che il Governo inglese, d'accordo col francese, ha pensato che non si potevano più a lungo mantenere le relazioni diplomatiche con un Governo che rigetta ogni amichevole avviso, e che è determinato a perseverare in un sistema condannato da tutte le nazioni civilizzate.» Strana cosa! il Rappresentante inglese, il giorno 16 dell'istesso mese di Ottobre, scrive al suo governo a Londra: «nulla sembra appoggiare la supposizione che la effervescenza del sentimento pubblico facesse scoppiare una collisione o turbasse la pace di Napoli.» Dal che trae la conseguenza che, «non essendovi a temere rivoluzione, il Governo napolitano avrebbe potuto secondare i desiderii della Francia e dell'Inghilterra.» - Vedi potenza di logica! Si teme violenta una medicina; ma, poiché è evidente che il creduto malato cui vuolsi amministrare gode ottima salute, s'insiste ciò non ostante a fargliela ingoiare. Tale era la logica del Rappresentante inglese nel mese di ottobre dell'anno di grazia 1856, nel cosiddetto secolo dei lumi!

Ma, prima di chiudere questa brutta rassegna, giova recare testualmente alcuni dei dispacci più importanti da noi accennati, e che scambiaronsi in quella circostanza. E sia per il primo quello del Walewski al Brenier, rappresentante francese presso il Re di Napoli:

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Il Conte Valewski al Barone Brenier a Napoli.

«Parigi, 21 Maggio 1856.

«Signor Barone,

«Ebbi l'onore di mettervi a parte delle legittime preoccupazioni che sonosi manifestate in seno del Congresso di Parigi. Credo dover ritornare quest'oggi su quest'oggetto, per determinare in un modo esatto il senso e la portata di questo incidente in ciò che concerne il Regno delle Due Sicilie.

«Come lo avrete rilevato, i Plenipotenziari riuniti a Parigi sonosi mostrati tutti egualmente penetrati dal sentimento di rispetto che anima i loro Governi per l'indipendenza degli altri Stati, e nessuno fra essi ebbe il pensiero (?!) di provocare un'ingerenza od una manifestazione, di natura tale che potesse recarvi offesa. Il Governo delle Due Sicilie non potrebbe prendere abbaglio sulle nostre vere intenzioni; ma vogliamo credere che riconoscerà con noi, che i rappresentanti delle grandi Potenze europee non potevano, conchiudendo la pace, restare indifferenti al cospetto di alcune situazioni, le quali sembrarono capaci di compromettere l'opera loro in un'epoca più o meno vicina. Egli è unicamente ponendosi su questo terreno che il Congresso fu naturalmente condotto ad investigare le cagioni che mantengono in Italia uno stato di cose, la cui gravezza non poteva a lui sfuggire.

» Il mantenimento dell'ordine nella Penisola italiana è una delle condizioni essenziali per la stabilità della pace; egli è dunque nell'interesse, e benanco nel dovere di tutte le Potenze, di non omettere alcuna cura, né alcuno sforzo, onde prevenire il ritorno di qualunque agitazione in questa parte di Europa. A questo riguardo i Plenipotenziari furono unanimi: ma come raggiungere questo risultato? Ciò non può farsi evidentemente con dei mezzi, di cui i fatti dimostrano ogni giorno l'insufficienza. La compressione mena con sé dei rigori, cui non è opportuno ricorrere, sa non quando sono imperiosamente comandati da urgenti necessità; altrimenti, lungi dal ricondurre la pace e la confidenza, si provocano dei nuovi pericoli col porgere alla propaganda rivoluzionaria nuovi elementi di successo. Egli è di tal sorta che il Governo di Napoli va errato, secondo noi, nella scelta dei mezzi destinati a mantenere la tranquillità ne' suoi Stati, e ci sembra urgente, che esso si arresti nella falsa via su cui si è impegnato.

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Noi crediamo superfluo d'indicargli le misure adattate a raggiungere lo scopo che senza dubbio ha di mira; esso troverà, sia in un'amnistia saggiamente ideata e lealmente applicata, sia nella riforma dell'amministrazione della giustizia, le disposizioni appropriate alla necessità che noi ci limitiamo a fargli notare.

» Noi abbiamo la convinzione, che la situazione attuale a Napoli come in Sicilia, costituisce un grave pericolo per il riposo dell'Italia; e questo pericolo minacciando l'Europa doveva necessariamente fissare l'attenzione del Governo dell'Imperatore; esso c'imponeva in ogni caso un dovere, quello di svegliare le sollecitudini dell'Europa, e la previdenza degli Stati più direttamente interessati a scongiurare deplorabili eventualità. Noi abbiamo adempiuto a questo dovere prendendo l'iniziativa nel seno del Congresso; lo adempiamo egualmente facendo appello allo spirito conservativo del Governo stesso delle Due Sicilie, il quale darà prova delle sue buone intenzioni, partecipandoci le disposizioni che giudicherà conveniente di adottare.

» Come voi vedete, i motivi che e' impongono l'ufficio, che a voi è dimandato, e del quale avrete a sdebitarvi di concerto col ministro di S. M. Britannica, sono perfettamente legittimi: essi sono attinti nell'interesse collettivo di tutti gli Stati europei, e siamo autorizzati a credere d'altra parte, che a Napoli si risolveranno a prenderli in seria considerazione. Astenendosi dal tener conto dei nostri avvertimenti esporrebbesi a nuocere ai sentimenti di cui il Governo dell'Imperatore non cessò di mostrarsi animato verso la Corte delle Due Sicilie, ed a provocare in conseguenza. un raffreddamento deplorevole.

» Voi vi compiacerete di dar lettura e lasciar copia di questo dispaccio al ministro degli Affari Esteri di S. M. Siciliana.

» Ricevete.

Firmato Walewski (1).

(1) Sarà bene che ormai il lettore faccia un poco conoscenza di questo personaggio importante della tragicommedia rivoluzionaria. Il Coppi nei suoi Annali d'Italia, anno 1832, § 35, dice cosi: «Anche nella tranquilla Toscana incominciossi in quest'anno a manifestare spirito rivoltoso. Alcuni giovani (fra i quali un Mandolfi, e Fermo figlio di un ricco banchiere Ebreo) vagheggiarono la idea di adoprarsi per unire l'Italia in un Governo costituzionale, del quale fosse capo il Walewski, figlio di Napoleone. Incominciarono per tale effetto dallo spargere diffusamente, nella vigilia del Protettore S. Giovanni Battista, una proclamazione, in cui, rammentata la libertà, la indipendenza e la prosperità dell'antica Repubblica Fiorentina, della quale S. Giovanni Battista era Patrono, declamarono contro l'attuale despotismo (!!), avvilimento e dipendenza dall'Austria. Invitarono quindi tutti gl'Italiani ad imitare gli Alemanni loro oppressori, che agivano per unirsi in un sol corpo.

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A questo documento il Governo napolitano rispondeva dignitosamente così:

Il Comm. Carafa al Marchese Antonini regio Rappresentante a Parigi, e agli altri regi Rappresentanti all'estero.

» Signor Marchese,

Il mio dispaccio del 7 corrente mese, N. 278, vi ha già fatto conoscere il sunto della comunicazione fattamisi dagli inviati di Francia e di Inghilterra, i quali mi rimisero nello stesso tempo, dopo avermene data lettura, la copia di un dispaccio ad essi indirizzato a quest'uopo dal loro Governo.

» Dalla copia del documento francese, che credo utile rimandarvi qui inclusa, vedrete che questi Governi intesero determinare, facendone l'applicazione agli Stati del Re, il senso e la portata delle preoccupazioni che dicono essersi manifestate in seno delle conferenze che ebbero luogo per la pace, e nella quale i Plenipotenziari si mostrarono tutti egualmente compresi dei sentimenti di rispetto che son propri dei loro Governi per l'indipendenza degli altri Stati.

» Protestando i loro sentimenti amichevoli, i suddetti governi di Francia e d'Inghilterra hanno creduto nell'interesse della conservazione della pace, dover avvertire alla necessità di prevenire il rinnovarsi ai qualunque agitazione in Italia; ciò che, secondo essi, non potrebbesi ottenere che adottandosi provvedimenti di amministrazione interna giudicati convenienti ad allontanare i pericoli cui l'esponeva un sistema di rigore, il quale fornirebbe nuovi elementi di successo alla propaganda rivoluzionaria, aumentando il malcontento.

» Operando in un senso contrario al principio rispettato da tutte le Potenze, i governi di Francia e d'Inghilterra credono suggerire che la nostra amministrazione interna dovrebbe subire tali cambiamenti, che essi dicono essere superfluo indicare, pur non tralasciando di precisare di qual carattere debbano essere i cambiamenti stessi, che si appartiene poi al Governo del Re il considerare come propri ad assicurare la conservazione della pace.

Si ricordassero perciò dell'antica gloria, e ripigliassero l'avito coraggio per ricuperare la libertà. I Toscani poi riconoscessero nel S. Precursore un amico del popolo, ed un martire della tirannia.- Il Governo, dispreizando tali leggerezze, ammoni alcuni di quelli ardenti ed inesperti liberali, scacciò dalla Toscana vari forestieri complici e fautori di quelle idee e la cosa svanì.

Questo fatto, osserva L'Armonia, ricorse alla memoria di molti, quando il Conte Walewski, ministro degli Affari Esteri del Governo imperiale di Francia prese nel Congresso di Parigi l'iniziativa sulle cose d'Italia, e pensarono che,, non ostante il 2 Decembre, il Walewski del 1856 fosse quello stesso del 1832, patrono dei rivoltosi un pò più di S. Giovanni Battista.

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«Non si può capire come gli anzidetti due Governi, che si dicono bene informati delle condizioni degli Stati del Re, possano giustificare l'inammissibile ingerenza che essi pigliano nei nostri affari, con la urgente necessità di riforme; in mancanza delle quali essi dicono essere convinti che lo stato presente di cose a Napoli ed in Sicilia costituirebbe un grave pericolo pel riposo dell'Italia.

«Nessun Governo ha il diritto d'ingerirsi nell'amministrazione interna di un altro Stato, e soprattutto in quella della giustizia.

«Il mezzo immaginato per mantenere la pace, per reprimere e prevenire i moti rivoluzionari é tale, che esso stesso conduce alle rivoluzioni. E se avesse a succedere qualche disordine pubblico, sia qui, sia in Sicilia, sarebbe precisamente suscitato da un tal mezzo, il quale lo provocherebbe, eccitando tutti i sentimenti rivoluzionari, non solo in tutti gli Stati del Re, ma anche in tutta l'Italia, con quella inopportuna protezione accordata ai principali agitatori. Il Re nostro Signore ha in ogni tempo esercitata la sua sovrana clemenza verso un gran numero dei suoi sudditi colpevoli o traviati, commutando loro la pena o richiamandoli dall'esilio, e il suo cuore benefico prova il più gran dispiacere nel vedere come la più parte degli uomini di questa specie siano incorreggibili; di maniera, che, se il nostro augusto Signore potè nel passato usare la sua clemenza, egli è ora ben suo malgrado costretto, nell'interesse del bene pubblico, a non più esercitarla in seguito all'agitazione prodotta in Italia dalle suggestioni mal calcolate dai Governi, dai quali i nemici dell'ordine si sentono protetti.

«Se la più perfetta calma regna ora negli Stati del Re, in cui la rivoluzione ha sempre trovato, nella devozione del popolo verso il suo Sovrano e nella fermezza del Governo, il più potente ostacolo ai suoi tentativi di disordine, egli è egualmente certo che i malcontenti non mancherebbero di riuscire nelle loro audaci mene, per dar corso alle pazze speranze concepite allo scopo d'immergere di nuovo il paese nel disordine e nella costernazione.

«Il Governo del Re, che evita scrupolosamente di ingerirsi negli affari degli altri Stati, intende esser il solo giudice dei bisogni del suo Regno al fine di assicurare la pace, la quale non sarà turbata, se i male intenzionati, privi di ogni appoggio, saranno infrenati dalle leggi e dalla forza del Governo. Così soltanto si allontanerà per sempre il pericolo di nuovi sconvolgimenti, che potessero compromettere la pace d'Italia; e così il benefico cuore del Re nostro Signore potrà trovare l'opportunità e la convenienza di esercitare ancora la sua abituale clemenza.

«Siete autorizzato, signor Marchese, a dar lettura di questo dispaccio, ed a lasciarne copia ecc.

Firmato «Carafa.

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Questo dispaccio, improntato di una dignità e di una fermezza, non conosciuta prima di allora ai Gabinetti suaccennati, ferì profondamente il loro orgoglio; e per mezzo della Corte di Vienna, colla quale passavano in quel momento amichevoli relazioni, il Governo francese fece sentire tutta la sua amarezza con la necessità di ottenere dal Governo napolitano un atto qualunque, che potesse sembrare una scusa e un addolcimento alle forti parole di quel dispaccio. Re Ferdinando, a compiacere il Governo austriaco, per mezzo del medesimo Commendatore Carafa faceva scrivere al Brenier in questi termini:

Il Commendatore Caraffe al Barone Brenier, plenipotenziario francese a Napoli

Napoli, 26 Agosto 1856.

«Rapporti venuti da Parigi e da Vienna hanno informato S. M. il Re augusto Sovrano del sottoscritto, della spiacevole impressione prodotta sul governo imperiale e sopra S. M. l'imperatore dei Francesi dalla risposta data dal Governo delle Due Sicilie alle comunicazioni fatte a Napoli da parte dei Governi francese e inglese.

«Non si è mai potuto avere intenzione nel dispaccio del 30 giugno d'imputare al Governo francese tendenze, che non fossero conformi alle garanzie che esso ha dato in tante circostanze all'Europa, e se il Governo imperiale ha potuto vedere una simile imputazione nell'anzidetto dispaccio, se ne prova il più vivo rammarico. Il Governo della Francia al pari di quello di Napoli e di ogni altro, non ama le rivoluzioni: e su questo punto l'accordo è perfetto, ancorché.si possa discordare circa i mezzi da prevenirle. Il reale governo ha veduto dai consigli dati dalla Francia, e dettati dalla sua sollecitudine per la tranquillità dell'Europa, che potrebbe essere compromessa da turbolenze in Italia, una prova novella dell'interessamento che l'imperatore Napoleone ha certamente voluto mostrare al re di Napoli; ma in quanto alla efficacia delle misure applicabili ed alla loro opportunità per ottenere la tranquillità del paese, non sarebbe al certo un pretendere troppo, se si voglia riserbarne la scelta e l'applicazione al Re, giudice il più indipendente e il più illuminato sulle condizioni del governo che convengono al suo Reame: non può esistere dissenso d'opinione sol proposito, perocché le Potenze hanno esse medesime proclamato questo principio. È inutile di ricordare in tale circostanza che il regno di Napoli è stato il primo a ripigliare la sua tranquillità dopo le trascorse tristi vicende, senza soccorso esterno, e con la sola azione del suo reale governo.

«E giusto essere sempre riconoscenti agli amici pei loro consigli; ma gli stessi amici devono comprendere che non si può indifferentemente

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applicare ad un paese ciò che conviene ad un altro; si. può confidare nella saggezza del Re, il quale è in posizione di conoscere meglio di qualunque altro il tempo, le circostanze e le opportunità.

«Ed al certo i governi amici non hanno potuto mai mancare di valutare questa indispensabile libertà di azione. Il governo delle Due Sicillie desidera vivamente di cancellare ogni dispiacevole impressione prodotta nello spirito di governi amici dalla risposta comunicata per l'organo dei suoi inviati a Parigi e a Londra. Egli ha la più grande premura non solo di conservare con questi governi la più cordiale e sincera intelligenza; ma ancora di stringere sempre più i legami di amicizia esistenti fortunatamente fra i rispettivi Sovrani, i quali non possono non essere perfettamente d'accordo con lui a fine di procedere uniti verso lo scopo dell'ordine e della tranquillità dei loro paesi, mantenendo sempre più le amichevoli relazioni per ciò che può interessare questo comune oggetto. - Il sottoscritto profitta ecc.

«Firmato» Carafa.

Siffatta dichiarazione, lungi dal contentare le pretensioni del Walewski e del suo Governo, fece si che il Ministro imperiale fieramente replicasse colla seguente Nota:

«Parigi, 10 Ottobre 1856.

«Il Governo dell'Imperatore vede con dolore che il Governo delle Due Sicilie non sembra disposto a modificare la sua attitudine ad appagare i voti che noi gli avevamo espressi.

«Noi non ritorniamo sulle considerazioni che avevano ispirato al governo di S. M. Imperiale gli andamenti, dei quali i termini trovansi espressi nel mio dispaccio del 21 maggio ultimo. Credo poter dire non esservi un solo gabinetto in Europa, che non abbia reso giustizia alla lealtà e alla preveggenza dei consigli, che noi abbiamo fatto intendere a Napoli. Non ne ha un solo che non sappia, non essere stati noi guidati in questa circostanza da alcun sentimento ostile; ma che noi abbiamo agito unicamente con un'alta idea conservatrice e d'integrità generale, la cui espressione nulla aveva di biasimevole pel governo cui ci dirigemmo. Il governo dell'Imperatore soffre che le sue intenzioni siano state disconosciute, e che la risposta del gabinetto di Napoli sia stata improntata, sia nella forma, sia nella sostanza, da un sentimento che io mi astengo di qualificare; ma che è molto poco in armonia colle disposizioni che hanno ispirato il nostro proprio sentimento; noi ci eravamo lusingati, che il tempo decorso dalla data della nostra partecipazione avesse potuto modificare le prime intenzioni del governo delle Due Sicilie, e che ricondotto dalla riflessione a più equi giudizii avesse sentito da sé stesso la opportunità di entrare in una via, che il suo proprio interesse e il bene del suo popolo avrebbero dovuto invitarlo a seguire, più ancora dei nostri consigli. - La nostra aspettativa è rimasta delusa.

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Il comm. Carafa, egli è vero, m'ha diretto ai 26 d'agosto ultimo una nuova partecipazione concepita in termini più concilianti; ma, in sostanza, le cose non sono più soddisfacenti di prima.

«In presenza di un tale stato di cose, che sinceramente ci starebbe a cuore di evitare, il Governo dell'Imperatore, d'accordo con quello di S. M. Britannica, giudicò che non gli era permesso, sin tanto che questa situazione non venisse modificata, di mantenere nello stesso piede come pel passato le sue relazioni col Governo delle Due Sicilie.

«Voi vi compiacerete adunque, nel ricevere il presente dispaccio, di disporvi ad abbandonare Napoli, con tutto il personale della vostra Legazione. Il rappresentante d'Inghilterra riceve le identiche istruzioni. Voi rimetterete al Console di S. M. Imperiale gli archivi della Legazione.

«Per assicurare eventualmente una protezione efficace ai sudditi francesi residenti nel Regno delle Due Sicilie, una squadra francese si terrà a Tolone, dove sarà pronta a ricevere gli ordini che vi sarebbe luogo di trasmetterle, in caso di bisogno, nell'interesse dei nostri connazionali; e tra le istruzioni al Comandante di tale squadra vi è quella di incaricare di tempo in tempo uno dei legni posti sotto i suoi ordini di visitare i porti di Napoli e di Sicilia, ove il Capitano del bastimento si metterà in comunicazione coi nostri Consoli. In un analogo scopo il Governo di S. M. Britannica farà stanziare una squadra nel porto di Malta.

«Darete lettura di questo dispaccio al commendatore Carafa e glie ne lascerete copia.»

Firmato «Walewski.

Così il Governo bonapartesco, dopo d'aver tentato, con la solita lealtà, di farsi del Re di Napoli un alleato contro l'Inghilterra, invitandolo ad intendersi con lui, prima che all'Ambasciatore inglese in Napoli giunga l'ordine di mettersi d'accordo con Brenier; deluso in quel tentativo, si unisce risolutamente coll'Inghilterra per opprimere col peso delle due più grandi Potenze marittime di Europa il piccolo Reame di Napoli. - La giustizia di Dio sembra talvolta lenta; ma dopo la favolosa catastrofe di Sédan, è utile ed istruttivo di rileggere i dispacci del Ministro di Napoleone III! -

Il Governo inglese dal canto suo communicava istruzioni di eguale tenore al suo Ministro residente in Napoli; cosicché ambedue i Ministri di Francia e d'Inghilterra, sul finire di Ottobre dell'istesso anno, chiesero i passaporti e partirono, rimanendo i rispettivi Consoli per gli affari commerciali.

Come se poi il Governo francese avesse ogni ragione per so, rese conto del suo procedere all'Europa, pubblicando nel Momteur, suo giornale officiale, la seguente Nota:

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«20 Ottobre 1856.

«Conchiusa la pace, fu prima sollecitudine del Congresso di Parigi di assicurarne la durata. A quest'uopo i Plenipotenziarii hanno esaminato gli elementi di perturbazione che esistevano ancora in Europa, ed hanno particolarmente rivolta la loro attenzione sullo stato dell'Italia, della Grecia e del Belgio. Le osservazioni fatte in questa occasione furono accolte da per tutto in uno spirito di cordiale accordo, perché erano ispirate da sincera sollecitudine pel riposo dell'Europa, e perché nello stesso tempo facevano testimonianza del rispetto dovuto alla indipendenza di tutti gli Stati Sovrani.

«Cosi nel Belgio, il governo d'accordo coll'opinione, sugli eccessi di certi organi della stampa, si mostrò disposto ad arrestarli con tutti i mezzi che aveva in suo potere. In Grecia, il disegno di riordinamento finanziario, sottomesso al giudizio delle Corti protettrici, attesta la premura del Governo ellenico a tener conto degli avvisi del Congresso. In Italia, la Santa Sede e gli altri Stati ammettono l'opportunità della clemenza e quella degli interni miglioramenti. La Corte di Napoli sola respinse con alterigia (hauteur) i consigli della Francia e dell'Inghilterra, benché presentati nella forma più amichevole. Le misure di rigore e di compressione, convertite da lungo tempo in mezzi di amministrazione dal Governo delle Due Sicilie, agitano l'Italia e mettono a pericolo l'ordine in Europa. Convinte dei pericoli di una simile condizione di cose, la Francia e l'Inghilterra avevano sperato di scongiurarli con savii avvertimenti dati in tempo opportuno. Questi avvertimenti furono avuti in non cale. Il Governo delle Due Sicilie, chiudendo gli occhi alla evidenza, volle perseverare in una via fatale. La cattiva accoglienza fatta a leggittime osservazioni, un dubbio ingiurioso gettato sulla purezza delle intenzioni, un linguaggio offensivo opposto a consigli salutari, ed in fine ostinati rifiuti, non permettevano di mantenere più a lungo le relazioni amichevoli.

«Cedendo alle suggestioni di una grande Potenza, il Gabinetto di Napoli tentò di attenuare l'effetto prodotto da una prima risposta; ma tale mostra di condiscenza non fu che una prova di più della sua risoluzione di non tenere alcun conto della sollecitudine della Francia e dell'Inghilterra per gl'interessi generali dell'Europa.

«L'esitazione non era più permessa, fu d'uopo rompere le relazioni diplomatiche con una Corte, che ne aveva essa stessa alterato così profondamente il carattere. Questa sospensione dei rapporti officiali non costituisce punto un intervento negli affari interni, molto meno un atto di ostilità. Tuttavia potendo la sicurezza dei nazionali dei due Governi essere compromessa, essi hanno, per provvedersi, riunite le squadre; ma non hanno voluto mandare i loro bastimenti nelle acque di Napoli per non dare appigli ad interpretazioni erronee. Questa semplice misura di protezione eventuale, che non fra nulla di comminatorio, non potrebbe nemmeno

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essere considerata come un appoggio od un' incoraggiamento a quelli che cercano di smovere il trono delle Due Sicilie. (Excusatio non petita accusatio manifesta!) Se il Gabinetto napolitano, tornando ad un sano giudizio del sentimento che guida i Governi di Francia e d'Inghilterra, comprenderà infine il suo vero interesse, le due Potenze si faranno premura di riannodare con esso le stesse relazioni di prima, e saranno liete di dare con questo ravvicinamento un nuovo pegno al riposo dell'Europa.» - Così il Moniteur.

Nota russa sulle cose d'Italia

Il Governo Russo però, che fino allora non aveva transatto Nota Rossa colla rivoluzione, né coi rivoluzionari di Occidente, e che perciò conservava integre le tradizioni della vera politica e della dignità dei legittimi governi, non sembrava dividere gli avvisi dei settari anglo-franchi, e nullamente abbattuta dai rovesci della testé cessata guerra di Oriente, ad onore della onesta diplomazia e della verità, dettava una Nota diretta dal ministro di Stato, Principe di Gorschakoff, a tutti gli Ambasciatori e rappresentanti Russi presso le Potenze europee, che a noi piace arrecare nella sua interezza.

«Mosca, 21 Agosto (2 Settembre) 1856.

«Il trattato sottoscritto in Parigi il 30 Marzo, da un lato pose termine ad una guerra che minacciava di crescere a dismisura, senza che alcuno potesse prevederne l'esito, e dall'altro ritornò l'Europa allo stato ordinario delle relazioni internazionali. Le Potenze unitesi contro di noi levarono per divisa il rispetto del diritto e l'indipendenza dei Governi. Né pretendiamo già noi di rientrare nell'esame storico della questione, cercando sino a qual ponto la Russia avesse posto in pericolo l'uno e l'altro dei due principii. Giacché non é nostra intenzione di provocare una inutile discussione, ma solo di giungere ad applicare in effetto queste stesse massime, cui tolsero pubblicamente a difendere le grandi Potenze d'Europa, facendoci direttamente o indirettamente la guerra; le quali massime torniam ora loro in memoria, tanto più volentieri, quanto che crediamo di non averle mai abbandonate. Noi non sarem già sì ingiusti verso alcuna delle grandi Potenze europee da osare di supporre, che non si trattasse allora se non che di una parola detta d'accordo, perché utile in quelle congiunture, e che poi, essendo ora finita la guerra, ciascuna si creda lecito di operare secondo il suo utile particolare. Non accusiamo alcuno di essersi servito di quelle belle parole, come di un'arma che giova per un momento ad ampliare il teatro della lotta, e che poi si ripone tra la polvere dell'arsenale: che anzi, piace a noi di rimanere convinti che tutte le Potenze che allegarono ideati principii, li allegarono con piena lealtà e buona fede, e colla sincera intenzione di applicarli poi in tutte le congiunture. Ciò supposto, noi dobbiam credere essere intenzione di tutte le Potenze alleate nell'ultima guerra, siccome è del nostro augusto Signore


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l'Imperatore, che la pace generale sia un principio di ano stabile ripristinamento di relazioni vicendevoli, fondate sopra il rispetto del diritto e dell'indipendenza dei Governi. Or questa speranza è ella stata compiuta? Lo stato delle relazioni internazionali è esso ristabilito?

«Non volendo parlare di alcune questioni minute e secondarie, noi dobbiam dire a malincuore che vi sono due paesi, che fanno parte della famiglia europea, nell'uno dei quali lo stato regolare non esiste ancora, mentre nell'altro vi è minacciato. Questi sono la Grecia e il Regno di Napoli.

«L'occupazione del territorio Greco, per parte di una forza straniera contro il volere del Re e contro il desiderio del popolo, ora più non può essere appoggiata sopra alcun motivo. Ragioni politiche poterono in qualche modo spiegare la violenza fatta al Sovrano di quel Regno (1). Necessità di guerra, più o meno dimostrate, poterono essere addotte per colorare questa violazione del diritto; ma ora, che tutti questi motivi non possono più essere addotti, ci pare impossibile il dar buona ragione dinanzi ad un equo tribunale del continuarsi che si fa ad occupare con milizie forastiere il territorio greco, Perciò chiare e precise furono a questo proposito le prime parole del nostro augusto Signore, non prima il ristabilimento della pace gli ebbe fornita l'occasione propizia di pronunziarle. E non avendo noi dissimulata fin ora la nostra opinione nei consigli dei gabinetti, non cesseremo di farla udire anche adesso. Dobbiamo però aggiungere che, quantunque l'esito non abbia ancora pienamente secondata la nostra aspettazione, noi conserviamo la speranza di non dover rimaner soli in una questione, in cui il diritto e la giustizia sono evidentemente in favore della causa che sosteniamo.

» Quanto al Regno di Napoli, se non si tratta ancora di porre rimedio, pare a noi doversi molto temere che ormai non sia giunto il tempo di prevenirne il bisogno. Il Re di Napoli è ora soggetto ad una pressione, non perché egli abbia violato alcuno dei trattati fatti colle Corti straniere; ma perché egli governa i suoi sudditi, come crede meglio, usando dei suoi diritti innegabili di sovranità.

Noi intendiamo, che per amichevoli previsioni un Governo presenti ad un altro consigli benevoli? ed anche esortazioni; ma crediamo, che non si possa andar più innanzi. Meno che mai è ora permesso in Europa di dimenticare, che i Re sono eguali tra loro, e che non dall'estensione del territorio, ma dalla santità dei diritti di ciascuno, dee prendersi la regola delle loro relazioni. Voler ottenere dal Re di Napoli concessioni quanto al modo di governare internamente i suoi Stati, col mezzo di minacce e di fatti minacciosi, è un arrogarsi la sua autorità, è un voler governare invece sua, è un dir altamente, che il più forte ha diritto sopra il più debole.

(1) A quel tempo gli alleati anglo-franchi occupavano ancora la Grecia, sai col territorio si erano stabiliti per impedirle di unirsi, come che sia, alla Russia contro di loro.

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» Noi non abbiamo bisogno di dirvi qual sia il giudizio che porta il nostro augusto Signore sopra tali pretensioni. Egli spera, che non saranno mai poste in pratica: e tanto più lo spera, quanto che questa è pure la dottrina, la quale quegli Stati che si pongono a capo della civiltà, e nei quali i principii di libertà politica ebbero il loro maggiore svolgimento, non cessarono mai di porre innanzi, come loro professione di fede, fino ad aver tentato di applicarla, anche colà dove le circostanze non permettevano di applicarla, che forzatamente.

» Ogni qualvolta queste due questioni saranno trattate nei luoghi di vostra residenza, voi avrete cura di non lasciare alcun dubbio sopra il giudizio che ora ne reca il nostro augusto Signore. Questa franchezza discende naturalmente da quel sistema, che l'Imperatore professò fin dal primo giorno eh' ei salì sul trono de' suoi antenati. Voi non l'ignorate.

» L'Imperatore vuoi vivere in pace con tutti i governi; S. M. crede, che il miglior mezzo a ciò ottenere sia il non dissimulare il suo avviso sopra alcuna delle questioni, che toccano il diritto pubblico europeo. L'alleanza di coloro che per lunghi anni sostennero con noi i principii, ai quali l'Europa dee la pace di più di un quarto di secolo, non esiste più nella sua antica interezza. La volontà del nostro augusto Signore non ebbe alcuna parte in questo risultato. Ora le congiunture ci resero la piena libertà di nostre azioni, e l'Imperatore è risoluto di consagrare le sue cure principalmente alla prosperità de' suoi sudditi, ed a volgere a migliorare l'interno del paese, attività che non dovrà più essere spinta di fuori, se non che quando lo richiedano assolutamente i veri interessi della Russia.

» Si rimprovera la Russia di voler rimaner sola, e di tacere quando vede fatti che non si accordano né col diritto, né coll'equità. La Russia tiene il broncio, dicono. - La Russia non tiene il broncio: essa riflette.

» Quanto al silenzio di cui siamo accusati, noi potremmo ricordare, che, non ha molto, si era mossa contro di noi un' agitazione artificiale, appunto perché la nostra voce si era fatta udire ogni qualvolta avevamo creduto necessario di parlare in difesa del diritto. Quest'azione tutelatrice bensì di molti governi, ma inutile alla Russia, è stata riguardata come un pretesto di accusarla di voler tendere a non sappiam quale dominazione universale. Noi potremmo bene scusare il nostro silenzio con queste memorie. Ma non crediamo, che tale sia l'atteggiamento che si appartiene ad un Potentato, a cui la Provvidenza assegnò il posto che occupa la Russia in Europa.

» Questo dispaccio vi dimostra, che il nostro augusto Signore non dissimula quando crede dover manifestare la sua opinione. Egli farà Jo stesso ogni qualvolta la voce della Russia, potrà essere utile alla causa del diritto, e quando apparterrà alla dignità dell'Imperatore il non lasciare ignorare ciò che egli pensa. Quanto all'uso delle nostre forze materiali, l'Imperatore riserva a sé il giudicarne liberamente.

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» La politica del nostro augusto Signore è nazionale, non egoista: e se S. M. pone innanzi a tutto l'utile del suo popolo, essa non ammette però che quest'utile medesimo possa scusare la violazione del diritto altrui

>

Voi avete la facoltà eco. ecc.

» Firmato «Gorschakoff.

Contraddizioni dei governi di Francia e Inghilterra

La Russia adunque si condusse come doveva in quell'incontro verso il Re di Napoli e il suo governo, appoggiandosi sulla vera politica conservatrice. Così non l'avesse ella postergata e dimenticata per un apparente interesse (che non è vero interesse ciò che è ingiusto) in Polonia, in Turchia, in Grecia e nella Giorgia! - Ma nemmeno verso Napoli e verso gli altri Stati italiani si mostrò poi coerente coi principii proclamati in questa Nota. Intanto ai 21 Ottobre, il Rappresentante inglese rende conto al suo governo della visita di congedo fatta al ministro degli Affari Esteri di Napoli, il quale, dice egli, «ha esternato il suo rammarico per l'andamento preso dagli affari; ma che il Re non avrebbe potuto modificare né i suoi sentimenti, né la sua linea di condotta. - Conchiude col dire, che lo stesso Ministro lo ha pregato di assicurare il suo Governo (ciò che ha già pratticato col barone Brénier ministro di Francia) che i sudditi inglesi e francesi continuerebbero a godere nelle Due Sicilie la più perfetta sicurezza. Notiamo una coincidenza: il 21 Ottobre 1856 il Ministro inglese scriveva tali cose al suo governo, e quattro anni dopo, il 21 Ottobre del 1860, quando Francesco II aveva accettati e seguiti i consigli dell'Inghilterra e della Francia, la sicurezza che la Lealtà del Governo napolitano aveva garantita ai sudditi di quei due Governi, veniva negata al giovane Re e ai suoi più fedeli servi nel proprio Stato. - I faziosi, con tanta deferenza sostenuti dall'autore del riferito dispaccio e dal suo Governo, il 21 Ottobre appunto del 1860, facevano il famoso plebiscito, in virtù, del quale le Due Sicilie, libere, autonome, indipendenti, divenivano meschine provincie del piccolo Stato a pie delle Alpi. Essi, dopo aver chiamato lo Straniero in Italia, all'ombra delle sue bandiere, prima colle bande del filibustiere nizzardo, poscia coll'esercito di Vittorio Emanuele, si trovano padroni di quel prosperoso Reame, destinato a passare ben presto per le più dolorose prove, senza ohe il cuore sensibile del Governo britannico, che tanto commovevasi a prò dei ribelli del 1856 punto nulla si risentisse nel 1860 e negli anni luttuosissimi che lo seguirono. Del resto, mentre, nel 1856 i rivoluzionarii cospiratori supplicavano per l' intervento, che loro giovava;

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dopo il facile trionfo del 1860 imprecavano contro l'intervento che avrebbe rovinata la loro torre di Babele. Ignobile contraddizione! e pure ammirata dalla corrotta Europa, quale capolavoro di politica sapienza. - Così l'istesso capo del Gabinetto britannico, dopo di essere intervenuto in tanti modi nelle Due Sicilie a prò della rivoluzione, osava di proclamare in pieno Parlamento, poiché la rivoluzione, sua mercé, ebbe vinto: «bisogna lasciar liberi gl'Italiani nei loro proprii affari senza alcun intervento straniero... rimane alla loro discrezione di adottare le riforme di governo, gli accomodamenti di Stato che crederanno essere di loro utile: nessuna Potenza straniera deve prendervi ingerenza, né impedir loro di giungere ai risultati più conformi ai loro sentimenti ed interessi.» (Palmerston, seduta della Camera dei Comuni. Febbr. 1861). -

Egualmente, nel discutere la petizione fatta a pro del Reame delle Due Sicilie contro le enormezze degli invasori piemontesi, il Senato francese, nella seduta dell'8 Aprile 1864, si dichiarava incompetente a pronunziarsi intorno ad essa, avvegnaché avvalorata dal nome di cospicui Francesi, come De Lestre, De Roux, De Mirabel, De Margerie, e consecrava, a titolo di precedente, il principio di non ingerenza negli affari interni di un Governo straniero, facendo pompa della teoria di Vattel: «ciascuno in casa sua, ciascuno nel suo diritto.» La quale dottrina veniva svolta dal Delangle relatore al Senato sulla stessa petizione, notando, che «riconoscere in uno Stato straniero la facoltà di occuparsi negli affari interni di altro Stato vicino, è un condannare questo a una servitù intollerabile, e creare cause di collisione da comprometterne la pace pubblica.»

Ed ecco dopo soli 8 anni (1856-1864) giorno per giorno, una splendida difesa, sventuratamente troppo tardiva, del Re Ferdinando II e del suo governo! Ma ora la rivoluzione aveva ottenuto il suo intento, e i Governi rivoluzionari non temevano dì trovarsi in contraddizione con sé stessi.

E qui, per una provvidenziale coincidenza, abbiamo Una maravigliosa identità di date, di luoghi, e diremmo quasi di persone, per rendere la contraddizione ancora più notevole. - Agli 8 di Acrile 1856 seduta tempestosa a Parigi, dove, per gl'intrighi del Plenipotenziario sardo, i Governi di Francia e d'Inghilterra adottano quell'ingerenza contro l'interno regime delle Due Sicilie; agli 8 di Aprile 1864, egualmente a Parigi, il Senato del Bonaparte riprova l'identica ingerenza nell'interno regime delle Due Sicilie abbandonate in balia del Sardo invasore. Il principio del non intervento,

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mentre vietava alle Potenze amiche di correre in difesa degli oppressi, permetteva ai nemici di invadere liberamente. Ma di ciò trattiamo distesamente a suo luogo. Ora ci preme di fare spiccare in tutta l'atrocità del suo vero la incredibile pressione, forse nuova nella storia della diplomazia, esercitata dalla Francia e dall'Inghilterra sul Regno dette Due Sicilie. E ci avviene di notare un fatto, che addolora lo storico veritiero, come quello che rivela lo scristianamento delle idee nelle menti, siano pure le più serie. Abbiamo tra le mani Opere e Memorie le più importanti e gravi, e, se ne eccettui quelle utilissime redatte dal teologo Margotti, neppure una ci è dato rinvenirne che esamini e giudichi la rivoluzione italiana con quel solo criterio, in virtù del quale è dato giudicarla; vale a dire, il pensiero anticristiano e la guerra di distruzione indetta alla Chiesa, per ferire la quale si distruggevano i cattolici Principati della Penisola. Abbiamo qui mentre scriviamo, una importante raccolta fatta con grande cura e studio per ordine di un cattolico personaggio; in questo lavoro, almeno nella parte non piccola che abbiamo percorsa, nemmeno una volta ci fu dato d'imbatterci in quel pensiero, che pure è il solo vero, e che noi non abbiamo esitato un istante di prenderlo a nostra stella polare nel difficile cammino, che facciamo nel tempestoso pelago della rivoluzione italiana.

- Lunga e laboriosa cosa (citiamo presso che a verbo l'accennata raccolta) sarebbe se tutte volessero qui enumerarsi le cagioni,per le quali la legittima Monarchia napolitana vide tramutarsi l'antica benevolenza del Governo britannico verso di lei (1). Ci limitiamo a notare, in ordine a quella pressione, che, conseguenza del Congresso di Parigi, prese una straordinaria intensità nel 1856; e secondo ciò che abbiamo già esposto, può ritenersi quale una verità storica che, per aver saputo infrenare la più sovversiva insurrezione e reintegrare la regia autorità nella Sicilia nel 1849, malgrado degli sforzi della politica inglese, Re Ferdinando II divenne il bersaglio di quel Governo e delle consorterie faziose. -

L'autorevole raccoglitore non ricorda punto come in quel tempo avvenisse l'ospitalità del Papa in Gaeta, l'accorrere di Re Ferdinando contro Roma repubblicana, e la severa lezione da esso inflitta ai mazziniani e ai loro fautori sotto Velletri.

- Né altrimenti, infatti possono spiegarsi gli attacchi della stampa ultra rivoluzionaria dal 1848 in poi, e gl'imbarazzi

(1) Vedi lettere dell'Ulloa ministro e generale napolitano ai Lordi Palmerston, e Russel. A. pag. 1266-1267.

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che il Gabinetto di Saint-Iames ha spesso suscitati contro il Governo di Napoli, fino al punto di prendere poi apertamente per suo conto la difesa dei sommovitori della Sicilia, con una filantropia che non era punto nelle sue abitudini; quando si consideri il trattamento inflitto nel 1849 agli insorti delle Isole Ionie dal Lord alto Commissario; oppure si rifletta al modo con cui represse il movimento nazionale nelle Indie, e quella che sempre più fermentava in Irlanda e nella Giammaica nel 1865. -

Intanto il Re Ferdinando, avvegnaché scorgesse a colpo d'occhio dove andassero a parare le mene diplomatiche del Congresso di Parigi, a meglio disarmare il malvolere degli alleati occidentali, si mostrò pronto ad aderire alle uose utili proposte da quel Consesso. Consentiva infatti ai quattro punti destinati a risolvere rilevanti problemi di diritto internazionale, ciò che risulta dal rapporto ufficiale del ministro degli Affari Esteri d i Francia, Conte Walewski, all'Imperatore Napoleone, e che fedelmente rechiamo: Eccolo:

Rapporto di Walewski circa l'adesione dei vari Stati alle risoluzioni del Congresso di Parigi.

«Sire,

«Vostra Maestà si degnerà ricordare, che le Potenze segnatane della Dichiarazione del 16 Aprile 1856 si erano impegnate a far prattiche per generalizzarne l'adottamento. Perciò mi sono affrettato a comunicare questa Dichiarazione a tutti i Governi che non erano rappresentati nel Congresso di Parigi, invitandoli ad accedervi, e vengo ora a rendere conto a Vostra Maestà della favorevole accoglienza fatta a questa comunicazione. Adottata e sanzionata da' Plenipotenziarii dell'Austria, della Francia, della Gran Brettagna, della Russia, della Sardegna e della Turchia, la dichiarazione dei 16 aprile ha avuto la piena adesione dai seguenti Stati:

«Baden, Baviera, Belgio, Brema, Brasile, Brunswik, Chili, Confederazione Argentina, Confederazione Germanica, Danimarca, due Sicilie, Repubblica dell'Equatore, stati romani, Grecia, Guatimala, Haiti, Amburgo, Annover, le due Assie, Lubecca, Meklemburgo, Schwerin, Nassau, Oldemburgo, Parma, Paesi Bassi, Perù, Portogallo, Sassonia-Altenburgo, Sassonia-Coburgo-Gotha, Sassonia-Meiningen, Sassonia-Weimar, Svezia, Svizzera, Toscana, e Wurtemberg.

«Questi Stati adunque riconoscono, con la Francia e con le altre Potenze segnatane del trattato di Parigi: 1. Che la Corsa rimane abolita; 2. Che la bandiera neutra cuopre la mercanzia nemica, eccettuata quella di contrabando di guerra; 3. Che la mercanzia neutra, eccettuato il contrabbando di guerra, non è sequestrabile sotto bandiera nemica; 4. Finalmente, che i blocchi per essere obligatorii, devono essere effettivi, cioè mantenuti da forza bastante ad interdire realmente l'accesso al litorale nemico.

«La Spagna, senza accedere alla Dichiarazione del 16 Aprile, a cagione del primo punto, ha risposto che si appropriava gli altri tre. Il Messico ha fatto Pie tessa risposta." Gli Stati Uniti sarebbero pronti a dare la loro adesione, se all'articolo dell'abolizione della Corsa si fosse aggiunto, che la proprietà privata dei sudditi o cittadini delle nazioni belligeranti fosse esente da sequestro sul mare da parte delle marine militari rispettive. - Tranne queste eccezioni, tutti i Gabinetti hanno aderito senza riserva ai quattro principii stabiliti dal Congresso di Parigi. E cosi trovasi consacrato nel diritto internazionale di quasi tutti gli Stati d'Europa e di America un progresso, a cui il Governo di Vostra Maestà, continuando una delle più onorevoli tradizioni della politica francese, può esser lieto di aver potentemente contribuito; Onde constatare queste adesioni propongo a Vostra Maestà di autorizzarmi per la inserzione nel bollettino delle leggi; ecc.

(Approvato dall'Imperatore).

firmato. Walewski.

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CAPO IX.

BALDANZA DI SETTARI E TIMORI DI GOVERNI.

Mentre però il Governo di Napoleone felicitava del favorevole accoglimento incontrato dalle idee dei Congresso di Parigi nella parte meno lesiva di diritti altrui, i demagogia non ipocriti proclamavano ad alta voce il loro scontento, ed eccitavano i popoli a rigettare le elucubrazioni interessate del medesimo.

Lettera di Vittor Hugo

Basti su di ciò recare una lettera del famoso Vittor Hugo, il quale gridando miserie col ventre pieno, in mezzo a un fiume di vaporose parole, eccitava gl'Italiani alla rivolta; ed ecco questo bizzarro documento.

Guarnesey, 26 Maggio 1865. Agl'Italiani.

«Italiani! Vi parla un fratello oscuro, ma devoto alla vostra causa. - Diffidate di quanto i Congressi, i Gabinetti e le Diplomazie sembrano preparare in oggi per voi. L'Italia si agita: essa accenna a svegliarsi, e turba ed affaccenda la mente de Re; essi studiano il come riaddormentarla. - Badate; vegliate. - Non è il vostro rappacificamento che cercano; unico fondamento alla pace è la vittoria del diritto. Vogliono il vostro letargo, la vostra morte. Quindi l'insidia. Diffidate. Non sacrificate alle apparenze, quali che siano, la realtà delle cose. - La Diplomazia è tenebrosa; quando essa dice di fare per voi, essa trama contro di vol.

«Che! Riforme, miglioramenti amministrativi, amnistia, perdono al vostro eroismo, una dose di secolarizzazione, un atomo di liberalismo, il codice napoleonico, la democrazia bonapartesca, la vecchia lettera ad Edgardo Nev riscritta col sangue, dalla mano che uccise Roma! Questo è ciò che vi offrono i Principi! E porgereste voi l'orecchio, e direste sia in paghi? Ed accettereste, e porreste giù le armi? E rinunziereste a quella cupa e splendida rivoluzione latente che cova ne' vostri cuori, che vi fiammeggia negli occhi? E possibile?

«Voi non avreste dunque fede alcuna nello avvenire? non intendereste che l'Impero cadrà domani; che la caduta dello Impero è la Francia risorta; che la Francia risorta è l'Europa libera? Voi, Italiani, eletta di uomini, nazione madre, una delle più raggianti famiglie umane che la terra sostenti; voi, a' quali niuno può dirsi superiore, non sentireste che noi vi siamo fratelli; fratelli nella idea, fratelli nella lunga prova che l'ecclissi attuale finirà subitamente

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per tutti ad un tempo; che se il domani è nostro, è vostro pure; e che il giorno in cui la Francia sarà, l'Italia anch'essa sarà? - Sì, il primo che sorgerà fra i due popoli, farà sorgere l'altro. Noi siamo uno stesso popolo, siamo una sola umanità. - Voi repubblica romana - noi repubblica francese - viviamo ambo agitati dal soffio di una stessa vita; né possiamo sottrarci noi francesi all'irraggiamento dell'Italia, come non potreste sottrarvi voi italiani all'irraggiamento della Francia. Sta fra voi e noi una profonda comunione umana, che fonderà l'accordo ne' giorni della battaglia, e l'armonia dopo la comune vittoria. - Italiani! federazione delle nazioni continentali, sorelle e regine, ed incoronata ciascuna della libertà di tutte; fratellanza delle patrie nella unità suprema repubblicana; i popoli uniti di Europa. Ecco il futuro!

«Non disviate un solo istante lo sguardo da quel vasto avvenire. - La grande soluzione è vicina: non tollerate che vi si appresti una soluzione speciale isolata. A voi non si addice muovere innanzi a passi da pigmei, agguinzagliati da' Principi. I nostri son tempi per quei balzi tremendi, che han nome rivoluzione. I popoli perdono e riconquistano secoli in un'ora di libertà, come il Nilo feconda sommergendo.

«Viva in noi la fede. Bando a' mezzi termini, alle transazioni, a' partiti incerti, alle semiconquiste. Come? accettereste condizioni, quando avete per voi il diritto? Accettereste l'appoggio de' Principi quando avete l'appoggio de' popoli? Un progresso cosiffatto è un'abdicazione!

«No, miriamo in alto, pensiamo il vero, camminiamo sulla via dritta. I lenti avvicinamenti non bastano. Tutto verrà, e verrà di un passo, in un giorno, in un lampo solo, in un solo colpo di tuono. Viva in noi perenne la fede.

«Quando suonerà l'ora della caduta, la rivoluzione subitamente a piombo, in virtù del suo diritto divino, senza preparazione, senza transazione, senza crepuscolo, cadrà su l'Europa come una vampa di libertà, di entusiasmo e di luce, e non lascerà altro tempo al vecchio mondo, che quello di morire. Non accettate dunque cosa alcuna dal vecchio mondo: esso è morto. - La mano de' cadaveri è fredda e nulla può dare.

«Fratelli! Quando si è la vecchia razza d'Italia, quando si hanno nelle vene tutti i bei secoli della storia e il sangue stesso dello incivilimento; quando non si è imbastarditi né degeneri; quando si è provato che possono riconquistarsi in un giorno tutte le glorie del passato; quando si è fatto lo sforzo memorando della Costituente e del Triunvirato; quando ieri soltanto (perocché il 1849 è di ieri) si è detto al mondo: Siamo Roma!... quando in una parola si é ciò che siete allora si è dovuto capire che si ha tutto in sé. - Dite a voi stessi che la vostra libertà sta nelle vostre mani; che i vostri fati pendono dalla vostra volontà: sprezzate le seduzioni e le offerte de' Principi, e non vi conceda parte chi deve darvi tutto.

«Ricordate inoltre quante macchie di sangue e di fango stanno rapprese su le mani di....

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«Ricordate i supplizii, gli assassinii, i delitti, le forme tutte del martirologio, le battiture pubbliche, le battiture in prigione, i tribunali di Caporali, i tribunali di Vescovi, la Sacra Consulta di Roma, la Gran Corte di Napoli, i patiboli di Milano, di Ancona, di Lugo, di Sinigaglia, d'Imola, di Faenza, di Ferrara; la mannaia, lo strangolamento, la forca; 178 fucilazioni in 3 anni (!?), nel nome del Papa, in una sola città, Bologna; il forte Urbano, Castel Sant'Angelo, ed Ischia. Poerio senza sollievo, fuorché quello di mutare su le proprie membra il luogo delle catene; i proscrittori immemori del numero di proscritti, le galere, le segrete, i trabocchetti gl'in Pace, le tombe! (1).

«Poi ricordate il vostro altero e grave programma romano. Siategli fedeli. Soltanto in esso troverete emancipazione e salute.

«Abbiate sempre davanti la mente la esosa parola della Diplomazia: l'Italia non è nazione, essa è una espressione geografica. Non abbiate che un pensiero: vivere della vostra vita nella patria che è vostra: essere l'Italia. E ripetetevi continuamente nell'anima quella tremenda verità: finché l'Italia non sarà un popolo, l'Italiano non sarà un uomo.

«Italiani! l'ora sovrasta, io lo dico onorandovi, sovrasta per opera vostra. Voi siete in oggi la grande cagione d'inquietudine pei Troni continentali. Il punto più minaccioso della vasta solfatara (Etna) europea è oggi l'Italia. Sì, i despoti grandi e piccoli debbono capire, che il loro regno sta per finire; siamo presso all'ora finale. Non lo dimenticate. Voi siete figli di quella terra, predestinata pel bene e fatale pel male, su la quale protendono l'ombra loro due giganti del pensiero umano, Michelangelo e Dante.

«Serbate intera e vergine la vostra sublime missione. Non lasciate che altri vi addormenti, o v'impicciolisca. - Non sonno, non torpore, non tregua mai. Scuotetevi,scuotetevi, scuotetevi! Il dovere per tutti, per voi, come per noi, è oggi l'agitazione risoluta, la insurrezione domani. La vostra è missione di distruzione e d'incivilimento ad un tempo. Essa si compirà, non ne dubitate. Da tutta questa ombra la Provvidenza farà emergere una Italia grande, forte, felice e libera. Voi portate in seno la rivoluzione che divorerà il passato, e la rigenerazione che fonderà l'avvenire. Splendono ad un'ora su l'augusta fronte di questa Italia, che noi intravediamo fra le tenebre, i primi tetri fulgori dello incendio di quella, e i primi candidi fulgori di questa.

«Sdegnate dunque ciò che sembrano pronti ad offrirvi. Vigilanza e fede. Diffidate dei Re, fidate in Dio e in voi stessi.

«Vittore Hugo.»

Pare incredibile che documenti di tale natura, che si confutano da per sé stessi, fossero presi da più d'uno sul serio!

(1) È impossibile che Vittore Hugo non rìdesse egli stesso della balordaggine di chi fosse per credere a simili enormezze.

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La Bilancia di Milano e il Débats di Parigi circa le cose di Napoli

Dopo questa incendiaria lettera dell'agitatore parigino non èsenza interesse il seguente articolo della Bilancia di Milano, del 5 febbraio 1857, a proposito di un articolo del giornale francese Les Débats sulle cose di Napoli.

«Il Journal des Débats, o piuttosto il signor Prévost Paradol, che da qualche tempo schicchera i primi articoli di quel giornale, parla della questione di Napoli. Ei premette, che il Piemonte si associò colla Francia e coll'Inghilterra contro la Russia, facendo assegnamento sulla riconoscenza di quelle due Potenze per acquistare terreno in Italia a spese altrui. Se non che, non potendo ottenere tutto ciò che bramava, il valoroso Piemonte si limitò a voler estendere sull'Italia almeno la sua influenza. Quindi le accuse contro i Governi di Roma e di Napoli nelle Conferenze di Parigi, Governi che l'abilissimo signor Paradol si degna di qualificare siccome i meno abili in Italia, i meno moderati, e i più atti a far nascere rivoluzioni politiche pel Umore esagerato delle riforme.

«Ma queste accuse, che fecero nascere i consigli delle Potenze occidentali, come tutti sanno, non potevano essere sostenute da esse a mano armata, segnatamente, dice l'acutissimo signor Paradol, perché l'Inghilterra, benché fedelissima alleata della Francia, si era accostata all'Austria!

«La resistenza de' Principi italiani ai ricevuti consigli poteva nascere, e mettere in imbarazzo i consiglieri, e nacque segnatamente da parte del Re di Napoli. Invece d'imitare la Corte di Roma, che il signor Paradol ha l'ingenuità di chiamare piena di discernimento negli affari temporali, e liberale in promesse opportune, (confessione ben singolare nel filosofico giornale dei dibattimenti!) il Re di Napoli rispose ai consiglieri dell'Occidente come tutti sanno, e allora furono tronche le relazioni diplomatiche tra Napoli da una parte, e Francia e Inghilterra dall'altra.

«Il signor Paradol, giudicando alla sua maniera i fatti di Napoli, ci assicura che quella Corte manca assolutamente di saggezza e di buoni consigli] e perciò appunto egli si degna di darlene.

«Egli dice, che la Francia e l'Inghilterra non possono sacrificare la loro dignità; e che non possono essere responsabili del caso, e che la cura della loro dignità, e il caso possono ridurre imprevedutamente in condizioni ben difficili il Re di Napoli!

«Come mai, esclama il signor Paradol, due grandi Nazioni possono limitarsi a discorrere filosoficamente dei loro vicini, o a dar loro consigli che non gioverebbero che a edificazione dei popoli. Esse non possono rimandare a Napoli i loro

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Ambasciatori come ne sono partiti, né far partire le loro navi come vi sono venute) Possono esse non esigere $u$q ciò davano sulle prime, ma non possono ritirarsi colle mani vuote; e le loro risoluzioni più saggie e più determinate cederebbero forse, se fossero spinte agli estremi, alla necessiti di fare almeno qualche cosa, dopo di avere annunciato cose si grandi!

«Queste ragioni formidabili persuadono il signor Paradol, essere un vero miracolo giornaliero, se il Re di Napoli non si è rotto sinora il capo nel cozzo colla Francia e coll'Inghilterra, senza avere con esse relazioni continuate e regolari, senza avere un Ambasciatore che possa scrivere e guadagnar tempo in caso di bisogno, vedendo incrociare lungo le coste del Regno i marinai più impazienti dell'Europa!

«Ed è in forza di questi giornalieri miracoli che il signor Parradol confessa, che S. M. il Re di Napoli ha saputo reprimere l'insurrezione delle Due Sicilie, e che ha mostrato un invitto coraggio quando fu attentato alla sua vita. Il perché la mostrato essere foltissimo, ed è appunto perciò che il signor Paradol si appella alla sua magnanimità, e propone a Ferdinando II l'esempio dell'augusto Francesco Giuseppe I.

«Bisogna confessare, che dalle premesse il signor Paradol trae conseguenze alquanto strane; ma bisogna perdonar tutto alle sue tendenze umanitarie. Egli si crede più forte delle due Potenze occidentali, ed è probabile ch'ei riesca nei suoi pareri, ora che S. M. il Re di Napoli ha pensato di mandare col loro consenso i condannati politici nella Repubblica Argentina.

«Solo dubitiamo che il signor Poerio, che è trattato benissimo come prigioniero politico, voglia accettare il partito di andarsene. Il signor Paradol, che è uno di quelli che non si piccano d'essere inflessibili, chiama uomo onorevole il signor Poerio, che probabilmente non conosce, e lo considera come una vittima illustre e interessante!! Egli crede Poerio carico di catene!!, e sostiene, che in Inghilterra e in Francia v'è qualche simpatia per lui, che è uno di coloro che nel mezzodì di Europa hanno tentato di fondare Governi liberi, e sono stati vinti dall'accordio del Sovrano colla moltitudine!! A queste ragioni, che al signor Paradol paiono capitali in favore di Poerio, egli ne aggiunge un'altra molto calzante, ed è che generalmente non si ama di vedere siffatti uomini messi alle galere.

«Dopo tutto questo sforzo di logica e di politica del signor Paradol, egli conchiude benissimo il suo articolo raccomandandosi alla clemenza del Re. Il signor Paradol avrebbe potuto limitare

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il suo vuotò e meschino articolo alle sue ultime parole, cioè a supplicare la reale clemenza.

«Ma sembra che raccomandare a S. M. il Re di Napoli la clemenza sia superfluo, essendo positivo che dal principio di decembre egli abbia fatto 74 nuove grazie a condannati politici. La Gazzetta del Mezzodì ne ha pubblicato i nomi desumendoli da documenti officiali. In breve le prigioni di Napoli non avranno più detenuti politici, se i rivoluzionar! non turberanno di nuovo le parifiche condizioni di quel Reame.»

La cuffia del silenzio e le supposte torture di Napoli

A proposito però delle supposte torture del Governo di Napoli, troviamo un recente articolo dell'Unità Cattolica che, deplorando il silenzio imposto ai Cattolici dal Ministro Mancini circa gli atti del Papa, reca un fatto che ben si connette col nostro assunto.

L'articolo è il seguente:

«Vent'anni fa, in questo stesso mese di Marzo, era un gran parlare su tutti i giornali, principalmente degli Stati sardi ed inglesi per la scoperta, che dicevasi fatta, di uno strumento di tortura adoperato in Sicilia dalla polizia di Ferdinando II, e lo chiamavano la Cuffia del silenzio, come quello che al paziente impediva l'uso della parola. Il Corriere Mercantile del 19 di marzo 1857 fu il primo che prese a parlare di questo nuovo genere di tortura, e gli fé' eco l'Italia e Popolo del Mazzini e La Libera parola, giornale liberale unitario (Italia, Aprile 1857, anno II n. 3.). E poco dopo il Morning Post, giornale di Lord Palmerston, il Siede ed il Charivari in Francia mostravansi tutti inorriditi per questa Cuffia del silenzio, e piangevano sugli strazii di un De Medici e di un Lo Re, ambedue tormentati con questa tortura, «r Ma era una favola destramente inventata e mandata attorno dai fautori della rivoluzione. Il Nord, giornale Russo, non tardava a riconoscere la calunnia; e apertamente la smentiva il Giornale Officiale di Sicilia, che, oltre al negare che esistesse la Cuffia del silenzio, notava che quel De Medici «non era arrestato né profugo, anzi non esisteva: e Lo Re, interrogato da tre stranieri (tra quali un Prussiano, il cavaliere Subiti) non ebbe che a lodarsi del modo come fu trattato nelle prigioni». Gli stessi arrestati, diceva il Giornale officiale di Sicilia, smentiscono a quanti vogliono interrogarli tutta la falsità delle imputazioni addebitate al governo di Sicilia dal Corriere Mercantile di Genova, che scriveva sulla fede di notizie pervenutegli da sicura fonte, e dal Morning Posi che riproduceva frase per frase quell'articolo, mentendo bassamente


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col dargli le apparenze di una lettera pervenutagli da Palermo».

«Però a que' giorni noi notavamo che, se la Cuffia del silenzio non esisteva nel Regno delle Due Sicilie, un simile istrumento di tortura conservavasi in altre parti di Europa, cioè in Inghilterra; e citavamo in prova il Rapport sur les prisons de l'Angleterre, de l'Ecosse ecc. di M. Moreau Christophe, fatto al Ministro di Francia, per cui ordine aveva visitato le carceri inglesi. Il signor Moreau a pag. 53 della sua relazione, parlando delle carceri di Manchester, diceva cosi:

«Una delle cose che più mi colpirono nel corso della mia visita si è la quantità prodigiosa di manette, manichini, catene d'ogni foggia, che stanno appese e minacciose in una delle camere della segreteria. L'ordigno più curioso e significante, che vede si in questo arsenale disciplinare, è uno strumento di silenzio composto di varie bande di ferro circolari che serrano la testa del colpevole dalla nuca alla fronte, riunite fra di loro da un'altra banda di ferro, che si parte in due per dar passaggio al naso, ed è terminata al di sotto da una lingua di ferro curva che entra nella bocca fino al palato».

«Quel che dicemmo della cuffia del silenzio è da dire egualmente delle verghe, delle unghie strappate, dell'olio bollente versato sui pazienti, e di tutte le altre torture inventate dalla immaginazione barbaramente ferace dei settarii, che nella loro impazienza se la prendevano con tutti, si scagliavano contro tutti, perfino contro i loro più fedeli alleati.»

Esitanze dei governi agitatori

Infrattanto gli stessi Governi favoreggiatori del movimento italiano, principiavano ad allarmarsi e ad esitare e a ragione, latori. Curioso è il vedere, tra altri giornali del movimento, La libera parola assalire il Cavour, non sai se per spingerlo ad agire più energicamente, o se non forse per velarne la politica, e dire come dopo il Congresso di Parigi Cavour fosse creduto propugnatore della causa italiana;» nelle nostre interpellanze però di quell'anno, (sono parole del foglio mazzziniano) le illusioni cadono, egli si protesta contrario ad ogni moto rivoluzionario, e contento che la polizia del Piemonte avesse modificato l'opinione degli stranieri sul conto nostro, afferma eziandio la cordiale amicizia della Francia. Il dispaccio di Ravneval lo smentisce immediatamente; gli Italiani sono calunniati, come mai non lo furono; le istituzioni del Piemonte disapprovate. Sopravviene la Nota del Buoi, in cui si muovono lagnanze contro la stampa piemontese e le manifestazioni del Cavour. Ognuno avrebbe creduto che i sacrifici, che avea costato la guerra d'Oriente,

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avessero dato diritto al Ministro piemontese, non già di essere italiano, ma almeno di seguire una politica piemontese, rispettando i trattati, ma dignitosa e ferma; quindi a quella Nota bastava rispondere, che in' Piemonte la manifestazione del pensiero è libera; ma bene altrimenti andarono le cose. Cavour risponde come il reo potrebbe discolparsi dinanzi ad un giudice, come un dipendente dal superiore, e contuttoció la vantata benevolenza di Francia e d'Inghilterra non si manifesta punto: queste due Potenze t»i limatane» a dire alteramente: finitela, non vogliamo pettegolezzi, la pace d'Europa non può essere turbata. - Come finirà? con una restrizione delle libertà costituzionali, ciò è indubitato. - Ecco i vantaggi della politica di Cavour».

Ma nella parte che intitola nostre corrispondenze, il citato giornale sembra inveire viemmaggiormente contro gli alleati occidentali, quando scrive: «Ora, a rappresentare sotto il vero loro aspetto, non solo il Governo borbonico, ma più ancora i governi di Francia e d'Inghilterra, banditori di civiltà, alleati del nostro Piemonte, che i partigiani d'ella Monarchia andavano magnificando come i restauratori della libertà, coloro dai quali le popolazioni delle Due Sicilie dovessero aspettarsi una valida protezione contro il loro governo, trascriviamo la lettera di un profugo Siciliano, che dalla terra d'esilio impreca alla sua fiducia, e ci raccomanda di render nota la condotta del Governo francese a riguardo suo e dei suoi compagni di sventura».

La lettera per verità non manca né di curiosità, né d'interesse, e perciò anche noi la trascriviamo.

«Malta, 12 Marzo.

Lettera di un Profugo Siciliano

«Dopo tanti e strani rivolgimenti di sorte, eccoci in esilio, e per maggior dolore divisi.

«Non vò tacerti due circostanze della mia fuga. Il battelliere che mi trasportava, preso da vigliacca paura, o indotto in errore dalle tenebre della notte, invece di depormi sulla costa, mi abbandonò sull'arido scoglio di S. Paolo. Fatto giorno, tolto il mio piccolo baule sulle spalle, muoveva per la Valletta, quando mi vidi d'ogni intorno circuito dalle acque, in luogo dove non verdeggia un filo di erba, né sconto un sorso di acqua dolce.

«Passò tutto quel giorno; in sulla sera vinto dalla disperazione e dalla fame, stava volgendo truce risoluzione, incerto fra il fracassanti la testa, o l'annegarmi;, quando, creduto dai doganieri un contrabbandiere, messo sopra una piccola barca e tratto in arresto, fui condannato ad una multa di dieci lire. Così volle la mia bizzarra fortuito.

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«Stordito ancora ed inabile, nonché alla meditazione, alla materiale espressione dei miei pensieri, non ho potuto consacrare alla debita infamia la fregata francese, che, trovandosi in Palermo negli ultimi dello scorso mese di decembre, ci respinse barbaramente, atteso gli ordini precisi dell'Imperatore di non ricevere a bordo alcun emigrato Siciliano.

«La pubblicazione di un tal fatto disingannerà i nostri amici, e i Siciliani tutti, della mal collocata fiducia nell'Inghilterra e nella Francia. E come no? Si richiamano gli Ambasciatori, e si abbandonano alla polizia ed al carnefice gli sventurati che implorano aiuto! Così flagrante contraddizione tra il pomposo far diplomatico, e quello che io chiamerei tendenza e vita abituale della politica, debbono sempre più convincerci, che gli alleati accorrono dopo della vittoria per raccoglierne il frutto, e che è follia sperare nello straniero, e che dai signori alleati si volle rappresentare una commedia colla ipocrita maschera della morale e della virtù.

«Appena qui giunsi, gli amici si rallegrarono meco che fosse così e non altrimenti andata la faccenda; convinti che i funzionarii del Governo francese avessero l'ordine di avvertirne la polizia».

Il Daily News e le società segrete in Francia

«Avv. Antinori.»

Cosi reclamava imperiosamente allora l'interesse di Napoleone, il quale, vedendo lo scapestrare delle società segrete sbrigliato in seguito del Congresso di Parigi, incominciava ad esserne allarmato, e quindi volle più che mai attiva la sua polizia ad allontanare od arrestare gli uomini più pericolosi. Nello stesso mese di aprile 1857, l'autorevole Daily News recava una sua corrispondenza da Parigi, abbastanza importante, come quella che rivela l'attitudine delle società segrete in Francia, e il perché dell'esitanza di Napoleone III in quel momento, esitanza che nel seguente gennaio 1858 gli valse il famoso attentato di Orsini. - Rechiamo a verbo que sta corrispondenza:

«Fra le persone arrestate a Parigi nella settimana scorsa, come membri di società segrete, furono i signori Morin e Ancaigne, scrittori della Revue de Paris. Il Morin fu già uno dei direttori àell'Avenir. Fu emesso un mandato d'arresto contro Lefort, lo studente che scrisse i Chants de haine, e fu poco dopo condannato a sei mesi di prigionia per la parte che ebbe nelle dimostrazioni contro il professor Nisard all'Università. Ma Lefort ha avuto sentore di ciò che lo minacciava, e quando fu perquisita la sua abitazione, l'uccello se ne era fuggito.

«Parrebbe che l'alta vendita (per adoperare stile carbonaresco) sia diretta da alcuno degli esuli più autorevoli rifugiati in Inghilterra. Fra loro e i direttori all'interno sono spesso dissensioni;

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perché questi accettano volentieri la cooperazione di quelli, ma non vogliono farsi dettar la legge. In Francia l'ordinamento è ristretto quasi del tutto fra le basse classi, le quali sono come impazienti e gelose della specie di suzerainetè, cui pretendono per condizione sociale e per educazione i loro capi. - Sappiam noi che cosa possiamo aspettarci dai vestiti in falde, dress cooats e dagli uomini di pretesa capacità; li vedemmo all'opera (dicono essi con disprezzo) e non li vogliamo più che come ausiliarii. - Varie modificazioni sono Étate introdotte di recente nell'ordinamento delle associazioni. Non sono più divise in decurie o centurie. Nessun membro può avere relazione con più di tre altri membri; e, ad imitazione delle società segrete sotto la restaurazione, essi occupano respettivamente gli estremi di un triangolo immaginario, che coi lati tocca un altro triangolo, e così di seguito diffondendosi per tutti i dipartimenti.

«Il linguaggio politico commerciale adoperato per trasmettere gli ordini da un luogo ad un altro, per la posta e per telegrafo elettrico, é stato mutato del tutto. Le parole mercanzia, viaggiatori commercianti, azioni, che significano armi, emissarii, sottoscrizioni ecc. eran note da un pezzo alla polizia, e in conseguenza detter luogo ad altre espressioni. Ora le comunicazioni sono diffuse per quanto è possibile per mezzo di affiliati che appartengono alle società detta Bureau du tour de France. É noto, che numero considerevole di operaii fanno ogni anno il viaggio dei Dipartimenti collo scopo di perfezionarsi nei loro mestieri. Quelli che sono affigliati, e che godono grande fiducia, sono adoperati come messi per far giungere le istruzioni al comitati. Quando questi ordini sono pressanti, gli emissarii viaggiano per la strada ferrata, essendo loro pagate le spese. Con questi mezzi il caso di essere scoperti dalla polizia é assai più difficile. La nuova società, che dicesi scoperta testò e che diede causa a tutti gli ultimi arresti, era forse un ramo della grande associazione, secondo il nuovo ordinamento.

«In una corrispondenza di Parigi al Times si leggevano giorni sono i seguenti particolari a proposito delle società segrete chiamate credo dei Bons hommes, bons enfants o alcun che di simile. Molti arresti furono fatti ultimamente; metà degli arrestati appartengono probabilmente alla polizia stessa.

«L'Imperatore si è molto adoperato a sradicare il male dal paese; fu restituita la quiete, ma vi è chi afferma, che ciò è solo apparentemente, e che il male, sebbene non si vegga, non fa minore progresso.»

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Il Governo francese aveva ragione di allacciarsi. Oltre questa corrispondenza del Times, da altri giornali e da corrispondenze particolari del foglietto succitato si hanno queste ulteriori notizie:

«la Parigi la polizia ha scoperte le file di una congiura diretta contro la persona dell'Imperatore; gli arresti sino ad ora giungono a 200, e tra questi persone colte e già note nei passati avvenimenti.

«Luigi Napoleone e Ferdinando II, conchiude il foglietto Mazziniano, si trovano al presente nelle medesime condizioni» - Vale a dire, egualmente esposti al pugnale della setta, sebbene per ragioni del tutto opposte. Ed era infatti così, come siamo per vedere.

CAPO X.

I RAPPRESENTANTI INGLESE E FRANCESE: LASCIANO NAPOLI.

Il vero stato del reame delle Due Sicilie, e i fatti che seguirono togliendoci il fastidio di raccogliere ed esaminare i sofismi accumulati nella surriferita Nota dell'ufficiale Moniteur, osserviamo soltanto che non da alterigia, ma dalla propria dignità il Governo napolitano, conscio delle trame tesegli dalla frammassoneria, dovette rispondere come si conveniva alle esigenze di stranieri Governi che, proclamato il principio del non intervento, lo violavano intanto diplomaticamente. Che la pace di Europa fosse compromessa, non dall'attitudine dignitosa del Re di Napoli, ma sì dalle mene dei settari, non v'ha più ora uomo leale che noi vegga. Anche i fatti hanno mostrato se i gabinetti di Londra e di Parigi si fossero bene apposti, quando strepitavano affermando che, senza la vieta panacea dell'amnistia e delle pronte riforme, era inevitabile e imminente la rivoluzione; ovvero se non piuttosto avesse avuto ragione il regio Governo di Napoli quando rispondeva, che la rivoluzione sarebbe stata allora imminente e inevitabile, quando il Re avesse accordato e l'amnistia e le pronte riforme. Alle quali concessioni avendo finalmente condisceso, nel 1860, il Re Francesco II, riconciliatosi coll'Inghilterra e colla Francia, seguendo gl'interessati consigli del Ministro francese, si trovò tosto obbligato di chiedere l'appoggio di quei Potentati, che lo garantissero dalle tristi conseguenze che ne vennero. - Ma una prova assai splendida del vero spirito dei popoli napolitani si ebbe nel medesimo tempo appunto, che Inghilterra e Francia maggiormente si affannavano per liberarli dalla supposta tirannia del Re Ferdinando; e l'istesso conte di Cavour ebbe a rendere testimonianza in qualche lucido intervallo della sua malvagia politica, delle felici condizioni del Reame napolitano e dei veri sentimenti delle sue popolazioni

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Attitudine del popolo napolitano

Se fosse stato vero, che i sudditi di quel Re fossero malcontenti del suo governo, ed amanti di un nuovo ordine di cose, spinti napolitano, come erano a ribellione dalle subdole mene e da tutti i mezzi di corruzione delle società segrete, si sarebbero approfittati certamente della rottura diplomatica, seguita tra Napoli e gli alleati occidentali, per muoversi a ribellione e disfarsi di un Sovrano cui, secondo le cento trombe della rivoluzione, abbonivano. Ma i Napolitani invece rimanevano incrollabili nella loro antica devozione alla dinastia, e senza gli eccitamenti e le insidie di cospiratori stranieri, nessun paese m Italia sarebbe rimasto più tranquillo, come era il più prospero, quanto il regno delle Due Sicilie. Il Napolitano è un popolo cristianamente docile a chi lo governa a nome di Dio; è sottomesso senza bassezza, ama e rispetta gli uomini e le istituzioni, amate e rispettate da suoi padri. Questo popolo però, come ogni altro popolo che sente la propria dignità e che vuole la libertà dei figli di Dio, ama l'energia e la fermezza in chi lo governa, maggiormente quando sia per opporsi a perturbatori stranieri. Il popolo napolitano, come per verità ogni altro popolo d'Italia, prima del presente caos europeo, accoglieva con istintiva diffidenza gli avventurieri, commessi viaggiatori della frammassoneria, i quali malgrado di tutte le loro arti e di tutta la loro eloquenza, mai non riuscirono a' farlo persuaso di esser governato da un tiranno, finché un'invasore filibustiere, sostenuto da flotte straniere, non glie l'ebbe persuaso col fuoco dei cannoni e coll'oro dei tradimenti.

L'Austria erasi destramente intromessa, affine di distogliere la Francia e l'Inghilterra dal recare in atto le loro minacce contro il Re di Napoli, in quello che la Russia, che aveva mantenuto dignitoso contegno nel Congresso di Parigi, sembrò arrestarne le flotte nell'atto di spiegare le vele, colla Nota da noi arrecata; sebbene le gelosie tra Francia e Inghilterra le tenessero già paralizzate.

Ma se nobile e dignitosa fu l'attitudine del Re Ferdinando e del suo governo, in quella altrettanto critica quanto nuova circostanza; non meno dignitosa fu la condotta dei suoi popoli, i quali ben mostrarono allora, salvo qualche spregevole eccezione, di nutrire sentimenti veramente nazionali, sacrificando qualunque interno dissidio alla dignità offesa del loro Re e della patria, lasciando al Governo tutta la sua forza e la sua piena libertà di azione. Un sollevamento in quel tempo era scelleratezza da tutti riconosciuta; se vi fu epoca in cui lo spirito di ribellione sembrasse scomparso e spento, fu appunto quello in cui

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la minacciosa attitudine delle Potenze occidentali sembrava maggiormente eccitarlo ed assicurarlo.

Il popolo napolitano infatti sembrò non avvedersi nemmeno della partenza dei Rappresentanti di Francia e d'Inghilterra, quando lasciarono Napoli nell'ottobre 1856; avvegnaché con artificioso apparato si fossero argomentati quegli strani diplomatici di richiamare la pubblica attenzione, percorrendo il Regno con un lungo itinerario terrestre, piuttostochè approfittarsi delle navi pronte in porto delle proprie nazioni. E qui giova segnalare al giudizio della storia alcune rivelazioni, pregio principale delle quali è l'odio implacabile contro il proprio governo di chi le faceva, il quale anzi prendeva diletto a raccogliere ogni sorta di vituperi e calunnie a. suo danno, gloriandosi poscia di aver cospirato lunghi anni per ridurlo al nulla. Costui narra i particolari dell'incidente diplomatico di nuovo genere, di cui è parola, nei seguenti termini:

Confessioni per la partenza dei Ministri

Già da parecchi giorni per la città erasi diffusa la voce, che gli Ambasciatori d'Inghilterra e di Francia avrebbero abbassate le armi. Ogni giorno si andava ai loro palazzi per verificare il fatto, ed ogni giorno si ritornava disingannati e dolenti, perché le armi si vedevano ancora sulle loro case. Finalmente il fatto fu veramente incontrastabile: le armi di Francia e d'Inghilterra più non vi erano, quindi era già cominciato un intervento più serio, erasi dato un passo più ardito, e quindi maggiori le speranze dei liberali. Tra questi erasi pensato fare una dimostrazione di simpatia ai due Ministri nel giorno che sarebbero partiti, e non si lasciò mezzo alcuno intentato per eseguirla. Anzi io so, che qualcuno di essi, ripromettendosi più di quel che la conoscenza del paese avrebbe potuto autorizzare a credere, pervenne ad assicurare il Brenier che una dimostrazione gli si sarebbe fatta. Il Brenier, invece d'imbarcarsi per Civitavecchia, prese la via di terra, appunto per aver modo di passare tra la popolazione. - Nulla vi fu, nessuno osò non solo emettere un grido, ma togliersi il cappello: lo spettacolo, che diede allora la popolazione napolitana, fu desolante. Vedere una città intera che quasi tutta (sic) abborriva il Borbone, e sperava nella Francia e nell'Inghilterra, non osare mostrarsi neanche per un saluto a' Rappresentanti di quelle Potenze, era ciò il massimo punto della degradazione morale, a cui potesse arrivare ed era arrivato il popolo; (massima degradazione la fedeltà al suo Re?!) il quale naturalmente, per quanto meno osasse far esso, tanto più desiderava e sperava che facessero gli altri.

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Quindi, partiti gli Ambasciatori, ogni giorno si aspettava la squadra riunita delle due Potenze.... Ed in realtà erano esse venute un momento sulla eventualità di agire sopra Napoli; ma dopo quel primo momento sursero gravi dissidenze, e le gelosie antiche ed i fini diversi, da cui entrambe erano mosse per le cose di Napoli, si manifestarono, sicché lo invio delle squadre navali rimase speranza. Né peraltro poteva avvenire diversamente; imperocché se il Re di Napoli anche dopo lo invio de' vascelli si fosse ostinato a resistere, era il caso di accendere una guerra che avrebbe potuto diventare europea. E gl'interessi di Francia erano diversi da quelli d'Inghilterra nelle cose di Napoli, anzi opposti ed escludentisi l'un l'altro. La squadra alleata dunque non venne, non apparve e non parti neanche allora dai porti di Malta e di Tolone. E la diversità degli interessi anglo-francesi col volgere del tempo più si manifestò, tanto che, resistendo sempre il Re di Napoli, le due Potenze si sentirono umiliate agli occhi del mondo, e subirono anche esse le conseguenze di quella politica incerta, irresoluta e poco veggente, la quale si spinge oggi ma non prevede il domani, ed é costretta a mostrare al mondo la sua impotenza. Insomma la storia (quale!), se da una parte lancia un anatema sulla politica di Re Ferdinando, e sullo scopo che lo spingeva alla resistenza, dall'altra non può non apprezzarne il carattere» e disprezzare quello di Francia e d'Inghilterra, che rimasero umiliate agli occhi del mondo. E la umiliazione non si arrestò, perché accortesi del passo falso, e temendo che dalla situazione da loro creata, potesse l'una vantaggiarsi a danno dell'altra, si affrettarono a rimandare a Napoli i loro Rappresentanti non appena un'occasione si presentò; e questa fu la morte del Re Ferdinando. Con tal fatto due anni dopo esse assistettero agli atti di quell'istessa politica, contro la quale avevano protestato due anni prima. Era la perdita di ogni coscienza morale, di ogni sentimento di decoro che si manifestava in quel tempo nei governi dell'Europa civile (1)».

Sono queste parole preziose; e chi ha occhi per leggere e mente per intendere comprenderà di leggieri il significato delle doglianze del rivoluzionario scrittore.

Re Ferdinando intanto nobilmente ordinava, che si usassero

(1) Cosi si disfoga nelle sue Memorie della rivoluzione dell'Italia meridionale del 1860, pag. 290. 291, (fascicolo 16 e 17, 15 aprile 1863 della rivista napoletana Il Progresso, di L. Aponte) il napolitano Giuseppe Lazzaro, che, in premio di aver cospirato contro il governo delle Due Sicilie, fu fatto deputato al parlamento di Torino.

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ovunque i più cortesi riguardi verso i sudditi inglesi e francesi in tutto il Reame, del che rechiamo più sotto un documento. Questo Sovrano forte della rettitudine e lealtà del suo agire, intende prevenire ogni benché menomo pretesto di risentimento da parte de due Governi, che, con inqualificabile misura ritiravano i loro Rappresentanti da Napoli e rompevano ogni relazione diplomatica con lui. Un reale rescritto veniva comunicato alle diverse gerarchie de' pubblici impiegati, affinchè avessero, ne' limiti di giustizia e di equità, usati tutti i possibili riguardi a' naturali francesi ed inglesi sul territorio del Reame. U testo originale di codesto provvido ordinamento è passato più volte sotto i nostri occhi, ma a noi piace di riprodurlo come viene riferito nella collezione dei documenti diplomatici dei Parlamenti inglese e francese:

Rescritto reale per la protezione dei sudditi inglesi e francesi.

«Naples le 21 Octobre 1856 = Le Président des Ministres ete. ete.

«Je dois vous recommander la plus extrème vigilance dans les affaires de votre administration, à fin d'empécher l'origine de la plus légère discussion avec les sujets anglais et francais, et dans le cas ou des differendo de cette nature s'èlèveraient, il est à désirer que vous emplovez tous vos efforts pour les apaiserv et que vous fissiez tout votre possible pour défendre et protèger activement les droits, les personnes, les bien» et les intèrèts des Francais et des Anglais. Enfin vous étes positvoement chargè d'empécher tout inddent fdeheux: vous pourrez pour le prevenir emplover tous les movens qui sont à la disposition des Autorités, et s' ils se produisaient vous lesferiez cesser aussitót Vous étes trop pmdent pour ne pas comprendre combien il vous faudra de soin et de vigilance pour bien éxécuter ces instructions, et la lourde responsabilità qui peserait sur les Autorités, qui par négligence, ou autrement,permetteraient d des diffèrends de cette nature de se produire; ou qui étant informées de leur èxistenceì ne les feraientpas cesser immèdiatement. Vous accuserez reception de cet ordre, ete.

Fin qui il documento. Non fu però mestieri né di aumentare cure, né di accrescere sollecitudini per raggiungere quello scopo di civiltà internazionale e di delicatezza politica. Gl'Inglesi e i Francesi, residenti nel reame di Napoli o di passaggio sul suo territorio, espressero in più di un incontro la loro piena soddisfazione per i riguardi e le cortesie ricevute dal governo di Ferdinando II; vi fu anzi chi dichiarò apertamente trovarsi assai più contento e meglio tutelato nei propri interessi, senza la officiale protezione diplomatica del Rappresentante del proprio paese.

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- Ora è venuto il tempo che un Inglese, o qualunque altro viaggiatore, sia pure estero o regnicolo, non può dare un passo senza incontrare pericoli e violenze su quel medesimo territorio, divenuto provincia del neoregno d'Italia, alla cui malaugurata costituzione influirono tanto, e con tanto abbominevoli modi, i governi di Francia e d'Inghilterra. Oggi non vi sono più i sovrani rescritti di Ferdinando n, né gli speciali riguardi del dignitoso Governo napolitano e delle ospitali popolazioni a prò ed a tutela dei sudditi di quei Governi, e le famiglie costernate di cittadini britannici sequestrati da' malviventi, non vengono più baldanzose a minacciare il Governo napolitano; ma supplichevoli corrono a pagare le migliaia di sterline per ottenerne umilmente la liberazione, mentre gli agenti officiali della potente Inghilterra intervengono in tali umilianti trattative, anzi taluno di essi sarà anche catturato egli stesso, come avvenne appunto di questi giorni nell'agro palermitano. Eppure di presente l'abborrito governo del Re Ferdinando è cessato da un pezzo; e gli antichi cospiratori, tanto protetti e difesi dalle Note diplomaliche anglo-francesi nell'anno 1856, dominano da assoluti padroni nella rigenerata Italia! - Ma rimettiamoci in via.

Giudizi di personaggi inglesi

Lungi adunque dal destarsi ribellioni per la partenza dei due Plenipotenziari di Francia è d'Inghilterra, la quiete e la pace si consolidavano n,elle Due Sicilie, e il Re di Napoli otteneva encomi perfino nell'ìstesso Parlamento britannico. Infatti nella Camera dei Lords, seduta del 3 febbraio 1857, si udirono risuonare le seguenti parole:

«Noi avevamo fatto al Piemonte promesse impossibili a mantenersi, e per uscire da queste difficoltà ci siamo impigliati in una politica d'intervento, e sotto pretesto di conservare la pace d'Europa, abbiamo elevato la pretensione d'immischiarci nell'interno regime del regno delle Due Sicilie. Voi dite che la sua condizione era un pericolo, una minaccia per la tranquillità generale novellamente stabilita. Ma saremmo curiosi di vedere sorgere qui i Ministri inglesi, e dire sul serio a quest'assemblea, che la condotta seguita dal Re di Napoli verso i suoi sudditi potesse arrecare il benché menomo disturbo alla pace di Europa. Questo non era che un pretesto, e un pretesto senza alcun fondamento.... Voi siete intervenuti negli affari di Napoli per obbedire alla necessità di rimanere fedeli a certe dichiarazioni che avevate fatte anteriormente, e sospinti nel medesimo tempo da quella disgraziata mania d'intervento, da cui il nobile Visconte (Palmerston) che sta alla testa del governo, trovasi così potentemente invasato. -

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Se taluno del sudditi inglesi avesse avuto a lagnarsi degli atti del Governo di Napoli, o di qualche altro Governo d'Italia, il vostro dovere era d'intervenire e difenderlo; ma quanto a ciò che avviene tra un Sovrano e i proprì sudditi, diciamo che, secondo le regole del diritto internazionale, non ci è permesso altro che qualche rimostranza. E rompere ogni relazione amichevole con un Sovrano, per la sola ragione che egli rifiuta di accettare i vostri consigli relativi all'amministrazione del suo Regno, è una condotta che non può esser difesa da chiunque abbia la menoma conoscenza dei principi di diritto internazionale. Ci duole sinceramente, che la politica seguita in questi ultimi tempi abbia tolto al nostro paese ogni amicizia. E pensiamo, che l'intervento dei Ministri della Gran Brettagna in Napoli fu indegna della politica del nostro paese, e crediamo che quest'affare incominciato con un assalto ingiusto, si terminerà con una conclusione senza onore (1).»

Né in modo diverso ragionavasi nella Camera dei Comuni l'istesso giorno 3 febbraio 1857, e il famoso Gladstone diceva: «Negli ultimi sei mesi siamo stati in continue liti. È strano che, quando Lord Palmerston trovasi alla testa degli affari, abbiamo dieci volte più liti che negli altri tempi. Cominciamo sempre col menare molto rumore e mettere innanzi grandissime pretensioni, e terminiamo in ultimo col cadere a un dipresso di accordo coi nostri avversar!. Io non so comprendere con quale diritto i Plenipotenziari si siano occupati nelle conferenze di Parigi della condizione intèrna del regno di Napoli che non vi era rappresentato. Ella è questa una questione assai grave, e credo io una totale innovazione nella storia dei Congressi di pacificazione quella d'ingerirsi in simiglianti materie: i Plenipotenziari non avrebbero dovuto occuparsi in modo officiale di argomenti estranei al Congresso, né rendere di pubblica ragione le risoluzioni prese. - Qual è la posizione delle Potenze non rappresentate nel Congresso di Parigi? Quale posizione si è loro fatta, quando gli affari di loro interesse, le relazioni del Sovrano coi sudditi, lo stato delle loro legislazioni vengono discussi in assenza dei loro Rappresentanti come si è ora praticato? E ciò per opera di uomini che si sono riuniti per un oggetto del tutto differente, e che sono nella impossibilità di avere le informazioni necessario per rendere giustizia a coloro di cui si vogliono incaricare!»

Il deputato Milner Gibson alla sua volta osservava, che, sulle rimostranze indirizzate dall'Inghilterra, il Re di Napoli aveva

(1) Discorso di Lord Deroy.

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data quella risposta che aveva il diritto di fare. La causa della umanità e della libertà sarebbe meglio servita, astenendosi interamente dallo spedire reclami simili a quelli che testé venivano presentati. Noi non interveniamo che per tradire; non facciamo promesse, che per mancare alla data parola.»

E Lord John Russel ripigliava: «Il Re di Napoli ha creduto che fra due pericoli fosse meglio rigettare le fattegli proposte; e io debbo soggiungere, che molte persone le quali non lo avevano in considerazione, lo stimarono poi per la fermezza da lui mostrata in simili circostanze.» II nobile Lord concludeva, tributando elogi all'animo conciliatore del Re Ferdinando, verso del quale, se le grandi Potenze avessero presa altra via, [e al quale dato avessero consigli veramente amichevoli, «egli avrebbe sicuramente acconsentito, perché il suo onore era salvo.» Invece col metodo che tennero, col mezzo termine che adottarono, lasciarono al Re di Napoli ogni possibilità di rifiuto, e per soprappiù gli offrirono il destro di farne un argomento di onore e di orgoglio.

La Gazzetta Piemontese riferiva un brano di questo discorso di Lord Russel; ma si guardava bene dal riferire ai Piemontesi intere le sue parole; come ancora le precedenti con cui l'istesso Lord dichiarava:» Se Francia ed Inghilterra non avessero voluto fare un solennissimo fiasco verso la Corte di Napoli, avrebbero dovuto mettersi d'accordo con l'Austria.»

Esitanze del governo inglese

Sembra che siffatte dichiarazioni nel Parlamento inglese, insieme con l'ascendente che sembrava acquistare ogni giorno più la politica egoista di Napoleone III, il quale alla fin dei conti voleva rassodata la sua dinastia sul trono di Francia, e conquistarne uno comunque ai suoi torbidi parenti, scuotessero il Governo inglese e lo facessero esitare.

Così ai 21 febbraio 1857 il regio Rappresentante napolitano presso il governo di S. M. britannica scriveva al suo Governo: «Il Gabinetto inglese stretto come é ora all'Austria, non ammette cambiamento di dinastia nelle Due Sicilie; ha abbandonato la protezione della rivoluzione italiana, e rinunzia alle sue idee sulla indipendenza della Sicilia. Lord Clarendon me ne ha fatto assicurare sulla parola di gentiluomo.» L'accordo dell'Austria coll'Inghilterra e colla Francia avrebbe infatti contrariati i subdoli maneggi del Piemonte. Ma fu un lucido intervallo, fu un istante di sosta per la società che correva al precipizio; quindi l'esitare di Napoleone III, quindi l'attentato di Orsini dell'anno seguente 1858.

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Ma la setta tirava innanzi arditamente, sicura, come era, che la setta tirava innanzi arditamente, sicura, come era, che i Fratelli delle Tuilleries e di S. James avrebbero ubbidito. Il Piemonte perciò coi soliti mezzi faceva assalire più che mai e per ogni via i governi di Napoli e di Roma, avvegnaché regolare e tranquillo ne fosse l'andamento, e progressivi i miglioramenti attuati e da attuarsi a pro dei loro popoli.

Seduzioni di Cavour

Nell'istesso tempo Cavour alla più raffinata simulazione aggiungeva la seduzione. - «Il vostro Sovrano, diceva egli allo Inviato napolitano, il vostro Sovrano ha fatto un' assai brillante figura, ha approfittato bene delle circostanze, ha sciolto a suo vantaggio un nodo assai intricato. Ora dovrebbe vendicarsi delle Potenze che lo hanno molestato, e di quelle che lo hanno mollemente sostenuto; ravvicinandosi al Piemonte, Napoli e Piemonte bene uniti avrebbero dato legge all'Italia.» Il Rappresentante regio rispose, come aveva fatto altra volta a D'Azeglio e a Dabormida: non essere il Re delle Due Sicilie quello che si tenera lontano dal Piemonte, ma sì questo da lui. I reali domini non servire di residenza ad alcun nemico del Re di Sardegna. In Napoli non esservi officine occulte e notorie di calunnie sistematiche e di macchinazioni di rivolture contro gli Stati di S. M. Sarda (ed accentuava bene queste parole). La longanimità del Re delle Due Sicilie, il suo dignitoso e costante silenzio, la maniera con che sono serbate nei suoi Stati le relazioni internazionali e commerciali colla Sardegna, fanno ben palesi i suoi sentimenti amichevoli. - Cavour si limitò a replicare poche parole inconcludenti, e il relatore faceva notare: «Il Piemonte pel momento è troppo dilaniato dai partiti, dalle pretensioni de' Potentati, dalle influenze di ogni genere, dall'odio contro l'Austria, dai debiti, dalle tasse esorbitanti. Il suo contatto è troppo pericoloso per principi cattivi in religione e in politica; cosicché da più stretti vincoli col Piemonte nulla vi è da guadagnare e molto da perdere.» (1) Savissime riflessioni!

Due giorni dopo il medesimo Rappresentante regio aggiungeva un altro dispaccio, e diceva:» II generale Lamarmora incontrandomi mi ha tenuto un discorso quasi simile a quello tenutomi da Cavour, e io mi sono trincerato nel maggiore riserbo di parole.»

Il Governo di S. M. il Re di Napoli, approvando la condotta del suo Rappresentante, ai 9 di decembre del 1856 gli scriveva: «il Governo di Sua Maestà non domanda di avvicinarsi ad alcuna Potenza, e mette ogni studio per star bene con tutti; a condizione però, che niuno s'ingerisca negli affari della sua interna amministrazione.»

(1) Dispaccio del Rappresentante napolitano a Torino 24 Novembre 1856.


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La cavalleresca lealtà del Re di Napoli nel rispetto pei trattati internazionali e nei riguardi verso le Potenze estere, a fronte di queste e di altre tentazioni per rimuoverlo dal retto sentiero, avrebbe meritato ben altra mercede e ben altra considerazione da parte della politica europea!

Però gli apologisti del Cavour vorrebbero dare ad intendere, che quel tentativo da lui fatto col Rappresentante napolitano avesse in mira di eludere le mene dei partigiani di Mazzini e di Murat. Ma fra i tanti argomenti, che smentiscono codesta opinione, avremo in seguito a recarne più d'uno. Si vedrà che con Mazzini si andava in fondo d'accordo, essendo allora istrumento opportuno ai disegni del Cavour. Quanto a Murat si era espliciti e nello stesso Parlamento di Torino si proclamava:

Dichiarazioni della Libera parola e del Morning Star.

«L'Europa rimarrebbe scandolezzata dei tentativi fatti dal partito murattiano; ma l'Imperatore Napoleone dovrebbe sapere che, se i Napolitani avessero a scegliere tra un Borbone o un Bonaparte, non esiterebbero a scegliere un Borbone (1).»

Cavour, pensiamo noi, era perla prima volta se non leale, almeno sincero, quando tentava la lega col Re di Napoli. Nei suoi disegni forse non era l'unità italiana, conquistata col denaro che non aveva e con armi che non bastavano; chiamare nella propria orbita di azione Napoli, per assorbire i Ducati e sbarazzarsi dell'Austria coll'appoggio e non coll'intervento di Napoleone III, di cui diffidava, era il suo sogno dorato di quel momento. Spacciatosi dell'Austria, il Re di Napoli era troppo leale per fargli paura; il tempo e le società segrete avrebbero fatto il resto senza sparare un fucile.

E qui è da aggiungere quanto scriveva il foglietto clandestino La Libera Parola (Italia - aprile 1857 - n. 5.) inserito in una delle raccolte di documenti che abbiamo avute tra le mani:

«Siamo finalmente, si legge in esso, allo sviluppo di quella famosa commedia, rappresentata dai Potentati d'Europa a danno dei popoli, la quale ebbe principio colla colleganza anglo-francese che doveva condurre, secondo gli ottimisti, alla rigenerazione d'Italia. E, passando a rassegna gli ultimi avvenimenti del giorno, segue a dire:» Dopo le interpellanze del Parlamento piemontese e le esplicite dichiarazioni di Cavour, già note a' nostri lettori, vennero quelle del Parlamento inglese relative alla questione italiana,

(1) Tornata del 28 Nov. 1862.

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le quali costrinsero il primo Ministro a confessare di aver tollerato durante la guerra d'Oriente, che Francia ed Austria conchiudessero un trattato volto a reprimere qualunque movimento rivoluzionario in Italia. Questi fatti scossero la sua autorità; le ostilità contro la Cina gli diedero il crollo: mentre una parte del Parlamento era rimasta scontenta della condotta obliqua e poco dignitosa, che il Governo inglese aveva tenuto nella questione italiana, e l'altra parte, quelli che vogliono la pace ad ogni costo, riprovava completamente la guerra intrapresa in Persia e nella Cina; Palmerston fu costretto a sciogliere il Parlamento. Intanto i varii partiti accordavansi nel disapprovare il primo Ministro; ma non già nella politica da tenersi in avvenire: i liberali, dovendo scegliere fra il partito Tory e la scuola di Manchester, ovvero la pace ad ogni costo e Palmerston, preferivano quest'ultimo, e però si diedero a difenderlo ed a giustificare la sua condotta nella questione italiana che era la più importante, come che paresse occupare un secondo luogo. Tra i giornali che assalirono apertamente Palmerston eravi il Morning Star. Scrivevasi in questo giornale: «Il naviglio anglo-francese era pronto a sciogliere alla volta di Napoli, quando Palmerston comunicò alla Francia, che l'Inghilterra non era punto disposta a riconoscere Murat re di quel Regno, e sperava che il Bonaparte avesse palesato le sue opinioni. La Francia rispose, non inclinare né ad una parte né all'altra: «non cerchiamo né incoraggiare né rigettare Murat; il solo governo che non riconosceremo a Napoli é la repubblica.»

«Venne la fatale risposta dell'Inghilterra, che obbligavasi a non riconoscere la repubblica, se la Francia promettesse di non riconoscere Murat. «No» rispose la Francia; e cosi la dimostrazione nella baia di Napoli non ebbe luogo. Quindi il Morning Star accusa Palmerston di avere offerto alla Francia il suo concorso, per abbattere le istituzioni repubblicane, se fossero surte.

«Sotto il peso di una simile accusa Palmerston difficilmente sarebbesi rilevato; quindi il Leader ne assume le difese. Egli conferma quanto dice il Morning Star, che la dimostrazione non ebbe luogo per non dar campo a Bonaparte di porre a Napoli un suo delegato; nega poi recisamente che Palmerston sarebbesi mostrato ostile alla repubblica; anzi conchiude: - noi dubitiamo persino, che Palmerston sarebbe per tollerare l'intervento francese. -

«Ora le elezioni sono compiute, Palmerston ha quasi trionfato, e la pubblica opinione si é chiaramente manifestata avversa ad ogni costo a Murat, da preferire piuttosto la parte poco dignitosa che l'Inghilterra ha avuto nella vertenza col Borbone,

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al dubbio che Murat potesse succedere a quel tiranno, avversa eziandio a qualunque intervento armato contro la volontà del popolo, e con manifesta tendenza d'imporre alle altre Potenze il medesimo principio; imperocché Cobden, Bright, Gibson non essendo stati ancora rieletti, è un indizio che la pubblica opinione riprova il non intervento passivo dell'Inghilterra propugnato dalla scuola di Manchester. Quindi se il mezzogiorno della nostra patria, come è suo dovere, come richiede l'onore e l'utile di un popolo così operoso, darà il segnale della rivolta, il primo fatto che ne sarà conseguenza è la rottura della colleganza anglo-francese; e mentre l'eco della rivoluzione italiana risuonerà potente in Francia, l'Inghilterra dovrà immediatamente porsi all'opera, onde sbarazzarsi di L. Bonaparte, come seppe sbarazzarsi, fomentando le passioni interne degli altri despoti di Francia che l'osteggiarono.

«Staccato dalla Francia, staccato dall'Austria che interverrebbe ovunque in favore della tirannide, il governo inglese trascinato dalla forza degli avvenimenti (e dalla serpe della frammassoneria, che da più di un secolo si sta covando in seno) dovrà necessariamente, costretto dalla pubblica opinione, abbracciare la causa dei popoli. Palmerston e Bonaparte riconoscono chiaramente, che tale è la inesorabile logica dei fatti, (o piuttosto dei principii perversi accettati) e si adoperano a tutt'uomo a rimuovere ogni causa di discordia in Europa; eglino sanno benissimo, che la loro colleganza non può durare che quanto dura la pace; di quivi l'interesse di spegnere l'incendio che minaccia divampare dalla questione di Neuchàtel; di quivi Note or ora comunicate all'Austria e al Piemonte, onde fare che cessino dal loro importuno e puerile litigio. - Mentre questi fatti di alta politica si compiono in Inghilterra, una giovane gentile signorina Miss I. Meriton White (famosa agitatrice della setta) percorre la Scozia dando letture in favore della causa italiana col doppio scopo, di raccogliere danaro e di guadagnare sempre più agl'Italiani le simpatie del popolo inglese; lo spazio per rimprodurre le sue generose parole ci manca, ne citeremo alcune del suo esordio: «I popoli liberi denno prendere il loro luogo, dice la virile donzella, le nazioni oppresse con ogni nuovo sforzo si avvicinano sempre più allo scopo: preferiamo alzarci coi popoli, o cadere coi tiranni? L'Italia è oggi l'antesignana delle nazioni che combattono, e noi dobbiamo occuparci di essa» - Ed ora l'Italia fatta (diciam noi) per opera di quei Governi che si occuparono di essa, è divenuta il loro castigo e il fomite della ruina universale. Quanto alla Francia è strano il rileggere le parole del citato foglietto clandestino, ispirazione purissima del Mazzini,

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il quale, tutt'altro che soddisfatto del contegno del Bonaparte, imprecava contro la poca libertà accordata da esso alla stampa. Egli è che non si può servire ad un tempo a due padroni: e Napoleone III, licenziando i settari a malfare, e frenandone poi i conati molesti per lui, offendeva ad un tempo i Cattolici e i frammassoni, e scontentava tutti.

Ma continuiamo a citare la Libera Parola, nella quale sono ancora altre cose degne di essere consegnate alla storia.

«Se gli avvenimenti, prosegue a scrivere, hanno chiaramente manifestato quale sia la pubblica opinione in Inghilterra, in Francia ov'è interdetta la manifestazione del pensiero, ove regna l'arbitrio il pia sfrenato, mascherato della più grande ipocrisia, altro non si conoscono che gli atti ufficiali, e questi bastano per manifestare quali siano le tendenze della politica del Bonaparte.

«Quando al Congresso di Parigi il conte Walewski fece plauso al Memorandum di Cavour; quando questo Ministro assicurava il Parlamento del buon volere del Governo imperiale verso l'Italia; quando finalmente si videro rotte le relazioni diplomatiche con Ferdinando II, il volgo credette che Bonaparte sinceramente mirava a migliorare le condizioni dei popoli d'Italia. Ma ora la maschera è caduta. Quello che la tirannide non permetteva che si sapesse in Francia, si è saputo in Inghilterra: se Bonaparte fosse stato indotto a questa dimostrazione ostile contro il Re di Napoli dalla sola idea di temperare la tirannide, e rimuovere così una cagione di torbidi in Europa, gli sarebbe stato facile accordarsi coll'Inghilterra; avrebbe dovuto bastargli la promessa di Palmerston di non riconoscere la repubblica. Mai no; Bonaparte non volle promettere di non riconoscere Murat, quindi le sue mire erano di profittare degli avvenimenti, e far di quel Regno una provincia francese; ma, vedendo decisamente ostile a questa idea la sua alleata, che avrebbe avuto l'Austria con so, conobbe che tale impresa non era da compiersi senza una guerra europea; quindi si ritirò, e, come ora corre fama, sarà il primo a ristabilire col Borbone le relazioni diplomatiche, ed a poco a poco ne diverrà sviscerato protettore. Quali poi sarebbero stati i miglioramenti che avrebbe ottenuto quella provincia d'Italia col regno di Murat, la Francia lo ha già detto. Il dispaccio del conte di Rayneval mostra chiaramente quali siano le opinioni del Governo imperiale relativamente alle condizioni dei popoli italiani. In questo importante documento si laudano contro gl'Italiani le accuse le più assurde e villane; si tesse l'apologia del Governo papale; si condanna apertamente la libertà in Piemonte;

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si asserisce stoltamente, che se in Piemonte reggono appena le forme costituzionali, ciò ha luogo perché i Piemontesi non sono Italiani, ma una razza mista fra Svizzeri e Francesi; mentre qualunque forma in Italia condurrebbe al sistema costituzionale, e questo a sua volta darebbe luogo alla repubblica. - Crediamo che tali prove, aggiunge il foglio clandestino, basteranno agli ottimisti, se le loro opinioni sono coscienziose, per convincersi che Luigi Bonaparte, non solo non permetterebbe mai a Murat di essere un Re costituzionale; imperocché, riprovando un tale sistema nel Piemonte, non lo permetterebbe certamente in Napoli ove egli comanderebbe da padrone; ma non permetterebbe neppure le riforme per tema che queste, atteso il carattere turbolento degli Italiani, menassero alla costituzione, donde poi si andrebbe alla repubblica. Noi non solo ci compiacciamo di porre a nudo la perfidia del Lue Dicembre, ma ci compiacciamo eziandio dell'opinione da lui manifestata, dichiarandoci un popolo presso cui non può reggere che la tirannide con la forza, o la completa libertà; è questo il più grande elogio che possano farci gli stranieri, affermando che noi o sottostiamo nostro malgrado alla forza, o, se abbiamo campo di ragionare, la corruzione dei governi semiliberi non è capace di trarci di passo, non gitta radice fra noi, e che naturalmente la nostra logica e il nostro istinto ci conduce alla repubblica.»

Era questo un parlar chiaro, e pure basato sopra un falso supposto, o almeno sopra disposizioni d'animo che ben potevano essere quelle del Bonaparte in quel momento; ma che furono tosto rigettate, e rigettato con esse il celebre dispaccio del conte di Rayneval che valse al cattolico diplomatico Tessere rimosso dall'ambasceria di Roma e mandato nel cuore dell'inverno in Russia, dove la malferma salute presto lo condusse alla tomba. Ma i Cattolici, come gli uomini onesti di ogni paese, rendono un omaggio di gratitudine al magnanimo Conte, e il suo dispaccio rimarrà in onore nella memoria dei popoli non pervertiti. - II foglio mazziniano conchiudeva con una ultima considerazione che rivolge a quel partito, che in Napoli aveva riposto ogni speranza nell'intervento straniero: «Se Saliceti e i suoi seguaci, esso scrive, non avessero gettato in campo la stupida e vergognosa idea del murattismo, la Francia e l'Inghilterra avrebbero potuto facilmente accordarsi nella questione napolitana, e il desiderato intervento avrebbe avuto luogo;

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e se esso è andato in dileguo, è d'uopo ringraziarne i Murattini, e noi repubblicani per questa parte li ringraziamo di cuore; ma non dovrebbero fare lo stesso i Costituzionali.»

Fin qui la Libera Parola, la quale non immaginava allora che Napoleone III fosse, come difatti era, quell'obbediente servo della setta che, inveendo contro di lui insieme con tutti gli organi del mazzinismo, produceva il famoso attentato di Orsini, che sciaguratamente converti senza riserva il Bonaparte ai disegni della rivoluzione, come vedremo.

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CAPO XI.

STATO DEL REGNO DI NAPOLI ALL'EPOCA DEL CONGRESSO DI PARIGI.

Il trentennio 1830 1860

Del Congresso di Parigi abbiamo ormai detto abbastanza; uopo è ora occuparci dello stato del Regno delle Due Sicilie, preso a pretesto di censura nel Congresso parigino, e vedere con occhio imparziale, se le condizioni governative di quel Reame giustificassero le allarmanti querimonie della diplomazia occidentale e le insistenti accuse degli uomini di Torino, di Parigi e di Londra. I fatti che seguirono giustificarono più che non abbisognasse il Re Ferdinando II e il suo governo: ma le condizioni stesse del Reame di Napoli in quell'epoca, ne erano luculenta giustificazione per chi l'osservava senza secondi fini. Un rapido sguardo allo svolgimento dell'ultimo trentennio 18301860 farà scorgere una strana antitesi fra codesti due estremi.

Nel 1831 le Corti di Europa si allarmavano di quel che esse chiamavano liberalismo del Re Ferdinando. Salendo il Trono dei suoi Padri, il giovane Re accordava amnistie, richiamava esiliati, riabilitava i suoi awersari politici, alcuni ne collocava perfino nei posti più importanti dello Stato, ricolmandoli anche di onori. Il fatto è cosi vero, che nel 1867, quando nelle Due Sicilie imperversava vie maggiormente l'invasore subalpino, uno scrittore devotissimo a lui non meno che alla rivoluzione, non dubitava di pubblicare per le stampe le seguenti parole riguardo al Re Ferdinando II:

Giudizio di Nicomede Bianchi su Ferdinando II.

«Era egli Re di potente Stato italiano, venuto nelle grazie del suo popolo per gagliardi rimedii apportati ai gravissimi danni accagionati dal governo del suo antecessore in tutti gli ordini pubblici; che dedicò le sue cure per aver un florido esercito; che aveva concessa un'amnistia abbastanza larga, restituendo cariche civili e militari ad uomini traviati in materie politiche; che allontanava dai consigli della Corona ministri uggiosi al popolo; che dichiarava rimosso per tutti qualunque ostacolo a battere la via dei pubblici impieghi, e che per soprassello mostravasi proclive alle idee del Governo francese, e restìo a farsi dominare dagli influssi austriaci, geloso sempre della indipendenza del suo Reame.»

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Il governo di Torino si allarma per il liberalismo di Ferdinando II.

Quegli che scrive così non è altri che Nicomede Bianchi nella sua storia documentata della diplomazia in Italia dal 1814 al 1861, vol. Ili pag. 254 e seguenti: nella quale istoria, il Bianchi, a provare quel che asserisce, reca per soprassello i segreti dispacci diplomatici, in prova delle apprensioni di alcune Corti estere, tra le quali primeggiano quella di Vienna e (incredibile a dire) quella di Torino, che si scandolezzano del liberalismo governativo del Re Ferdinando!

Nel citato libro leggonsi altri non sospetti encomii, oltre gli arrecati, del saggio governo e della prudenza politica di Ferdinando II, principalmente per la prima idea da esso proposta di una tega federale degli Stati italiani. I documenti diplomatici originali del 1833, quivi testualmente riportati, dimostrano ad evidenza la sapienza civile ed internazionale del giovane Monarca. Siffatte cose però parvero pericolose novità ai Gabinetti del Nord, che se ne preoccuparono fino al punto di spectfre a Napoli un diplomatico in missione straordinaria, affine di rassicurare il vecchio Re di Prussia più allarmato di ogni altro! Chi avrebbe mai detto allora al Re Ferdinando li, che dopo 26 anni appena di regno, in sul punto di divenire il Decano dei Sovrani d'Europa, la diplomazia di due ' liberalissime Potenze occidentali, eccitata appunto dal Governo di Torino, 26 anni prima così scrupoloso e restìo a ogni cosa che sapesse di liberalismo, sì sarebbero occupate dei fatti suoi in un solenne Congresso dì Stati europei per dargli consigli sul modo di governare i proprii Stati, e per impegnarlo a seguire una politica più liberale (1). '

Ferdinando li nel 1848.

La condotta del Re Ferdinando II nel 1848, in mezzo al parossismo rivoluzionario di quell'epoca, punto non ismentiva i suoi precedenti. Abbiamo detto come concedesse allora uno Statuto costituzionale al suo Regno, e come, dopo averlo attuato, i disordini cagionati dai nemici implacabili d'ogni leggittimo regime, che tendevano a detronizzarlo, non meno che i voti delle fedeli popolazioni, lo inducessero a sospenderlo poco dopo conceduto (2).

L'emigrato napolitano Tofano, in un suo libro pubblicato in Napoli nel 1861, spiega a lungo tutte le arti faziose adoperate nel 1848, il fatto del 15 maggio e le cose che seguirono (3). Ma i ragguagli storici precisi di quelli avvenimenti sono arrecati da noi nel seguito di queste Memorie.

(1) Vedi A. P. vol. I. profilo politico, pag. 59

(2) Vedi. A. P. vol. I pag. 58. ' '

(3) Giacomo Tofano ai duo! elettori, dalla pag. 172 a 263, appendice.

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La Sicilia aveva proclamato la decadenza del Re ed aveva organato un Governo indipendente, offerendo la Corona ad un Principe straniero di Casa Savoja; né scarso era il numero di coloro, che avevano figurato in quella rivoluzione. Re Ferdinando accordava ciononostante generale amnistìa, eccettuati solo 43 dei più colpevoli capi della insurrezione, che poi riceverono anch'essi la grazia sovrana. - Non fu dissimile la politica del Re nei domini di qua dal Faro, mostrandosi egualmente clemente verso i ribelli. - II Monarca, cui il Governo inglese raccomandava nel 1856 la dolcezza, quasi fosse virtù estranea alle sue abitudini e al suo cuore, amnistiava nello spazio che corse tra il 1849 e l'istesso anno 1856 circa 3,000 condannati politici.

Sono noti per la storia i documenti che rendono testimonianza non sospetta di quell'epoca. Ma eloquenti sono le confessioni fatte da deputati napolitani nella Camera di Torino quando si trattò delle esorbitanze commesse dal Governo subalpino, fattosi padrone delle Due Sicilie, soprattutto con lo stato d'assedio permanente ed altre simili enormezze.

Confessioni di deputati

Nicotera

«..... Nelle provincie meridionali, diceva l'ex garibaldino e deputato Nicotera ( che mentre scrivevamo queste pagine era anche Ministro dell'Interno), governanti di Torino violano lo Statuto costituzionale e la libertà dei popoli che li crearono; e con un sistema di repressioni prepotenti e con ipocrita codardia politica all'estero intendono fondare l'Italia.... per essi non esiste guarentigia di Statuto, libertà individuale e di stampa, inviolabilità di domicilio. Fanno arrestare i deputati, e spingono tant'oltre il dispregio della legge da sorpassare il governo borbonico, il quale sapeva mantenere una certa apparenza di legalità, e rispettava la magistratura; né ci è esempio che tribunali avessero ricevuto, direttamente e apertamente senza riguardo, ordini per decidere in un senso piuttostochè in un altro: quest'esempio ce lo da il governo di Torino col suo telegramma alla Corte suprema di Napoli (per far giudicare come ribelli i garibaldini di Aspromonte). Sapete voi le cose buone che Napoli riconosceva nel Governo borbonico? erano la proprietà e la vita garantite! Ma la presente amministrazione, tra i tanti mali di cui ha aggravate le provincie meridionali, non ha neppur forza a garantire la proprietà e la vita!... È doloroso dover ricordare certi fatti. Io ricordo che il 15 Maggio 1848, nella Camera napolitana, vi fu il mio amico e deputato Stefano Romeo che ebbe il coraggio di proporre, che quella Camera si fosse mutata in Costituente per dichiarare la decadenza dal Trono di Re Ferdinando II.......

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Ebbene, o signori, fino a quando non fu sospeso lo Statuto, Stefano Romeo non fu molestato!» (Dep. Nicotera, tornata 25 novem. 1862.)

Ricciardi

«Io aveva l'onore, diceva un altro, di essere deputato nel Parlamento napolitano nel 1848: noi eravamo ribelli, costituzionalmente parlando; poiché prima che il Parlamento fosse costituito secondo la lettera dello Statuto, ci costituimmo in assemblea deliberante: che anzi, dietro mia proposta, un comitato di pubblica salute fu eletto nel nostro seno: un comitato, i cui atti furono tutti rivoluzionari. Or bene, il Borbone vincitore, la sera del 15 maggio, non faceva arrestare nessuno dei deputati. Era serbato al generale Lamarmora, luogotenente di un governo costituzionale, il far quello che non aveva osato un Re assoluto! tenendo in carcere, in segreta, i tre deputati Fabrizi, Mordini e Calvino, senza permettere ad alcuno di visitarli.... Vedete dunque che ora non uno, ma due governi esistono in Italia: uno costituzionale in Torino, e l'altro dispotico in Napoli. (Dep. Ricciardi, tornata 15 dec. 1862). - Vedi nota 2. pag. 3 A. P. vol. 1. e nota 1 pag. 220 ivi.)

Magnanimità dei monarchi di Napoli

basti per ora di confessioni. Era riserbato al successore di Ferdinando II di completare nel 1859 e 1860 Tatto magnanimo del generale perdono iniziato dall'augusto Genitore; di confidare anzi eminenti cariche governative agli stessi nemici di sua dinastia, che maggiormente contribuirono ad abbatterla. Se i generosi perdoni, le larghe concessioni, le cure incessanti pel benessere dei popoli dovessero rendere sempre felice il governo di un Monarca, tale sarebbe stato quello di Napoli nell'epoca di che trattiamo; ma sventuramente questo Monarca doveva raccogliere ingratitudine dove aveva seminato benefizi.

Nei concerti della setta però era stabilita la mina del trono delle Due Sicilie, e poiché non v'erano colpe politiche da farne punto di leva, si approfittò degli abusi - e dove non ve ne sono in questo mondo? - ed esagerandoli in ogni guisa con le stampe e con la viva voce, nei gabinetti e nei Parlamenti esteri, come nei caffè e nelle bettole, si prese a giudicare all'impazzata il governo delle Due Sicilie, ed a formare quel fascino capriccioso dell'opinione pubblica della piazza. Per siffatta maniera si riuscì a distruggere un secolare reggimento ed a surrogarlo con un altro, nell'esercizio del quale impunemente si commettevano appunto e senza pudore quelle istesse onoratezze, ed anche maggiori, che lo spirito di parte, con un sistema scaltrito e perseverante di menzogne e di calunnie, per tanti anni, aveva atteso ad addebitare al legittimo governo.

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Il quale se fosse stato tirannico non avrebbe dotato il paese d'istituzioni ammirate dagli stessi nemici, né si sarebbe spinto a dare quelle istesse liberali concessioni, che produssero deplorabili eccessi, da far con ragione desiderare un regime più assoluto, dove si parlasse meno di libertà e se ne godesse alquanta di più.

Il Governo quale lo fece Iddio.

Noi non istaremo qui a giudicare quale governo convenga meglio a questo o a quel popolo. Dio fece la società umana monarchica; diede un padre alla famiglia, e fece sudditi i figli; fece i % Patriarchi capi di più famiglie, e i capi di queste loro coadiutori, ma non principi come loro; fece i Giudici e U dirigeva Egli stesso, essendo soggette tutte le altre classi del popolo; fece i Re e, untili del sacro olio, li volle suoi rappresentanti sulla terra, avendo soli giudici di loro opere i Profeti. Così, in un modo o nell'altro, ma sempre, governava Iddio. Venne l'epoca cristiana e, per mezzo dei Papi, Vicarii di Gesù Cristo sulla terra, consacrò gl'Imperatori e i Re, ordinò loro di governare i popoli in nome suo. Seguirono le celebri Repubbliche italiane e, piene come erano del sentimento cristiano, sentendo il bisogno naturale di Monarchia, fecero loro Re Cristo Salvatore e Regina Maria Santissima e, in nome loro, quelle altiere repubbliche governarono i popoli, facendo cose grandi, ammirate da tutti i secoli. - Le istesse repubbliche pagane nei maggiori bisogni chiamavano un Dittatore.

Il Governo quale lo fece la setta

L'epoca presente, distrutti gli antichi Parlamenti cristiani, naturali consiglieri dei Monarchi, ci ha apportato gli Ordini costituzionali basati sull'assurdo principio della sovranità del popolo, condannato dalla Chiesa. Se questi convengano meglio di quelli lo sentiamo noi e lo giudicherà la storia. Cosa certa è ed evidente, che i partiti sono il principale elemento di una Camera costituzionale. Sollevato il popolo e proclamatolo sovrano, agognerà giustamente il potere, come ogni altra classe. E così, se la Camera sarà la esclusiva espressione di un partito demagogico, sarà seme necessario di turbolenze contro il Governo, che dovrà, per salvare il paese, disfarsene, come sperimentossi in Napoli nel 1848, nelle sole due volte che si riunì la Camera. Che se all'opposto la stessa Camera sarà il resultato dei brogli ministeriali, il paese rimarrà in balia di un ministero, o di un ministro dispotico, e reclamerà invano il diritto di compiere il suo mandato e di governare. Prova ne siano quell'indigesto ammasso, fuso nello stampo subalpino, che chiamasi Regno d'Italia; prova ne sia la Francia, che in men di mezzo secolo si vide soggetta a 18 governi diversi; la Spagna, che non ebbe più un solo giorno di pace; il Belgio, che, ad onta di un ministero cattolico,

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ed una Camera, nella maggioranza cattolica, fa leggi anticattoliche, e vede adunarsi in pubblica assemblea i socialisti, che vogliono l'inferno per loro paradiso, e invocano ad alta voce la ghigliottina da troncarvi la testa del loro Monarca, senza che l'Autorità abbia nulla a ridire; prova ne è l'Austria, che lotta smaniosa in un dualismo contradittorio che l'uccide; e prova la Prussia, dove il Principe di Bismarck fa presso a poco quel che vuole, ed è l'onnipotente della Germania e, fummo per dire, dell'Europa.

Dopo di ciò e dopo la triste esperienza del 1848, il governo del Re Ferdinando comprendeva, che quando anche tutte si concedessero le desiderabili guarentigie e vi si aggiungessero anzi quelle che nemmeno si domandavano, il malcontento e le insistenze sarebbero pur sempre le medesime; conciossiachè le società segrete, potenza occulta che dominava a Torino, che tramava a Londra e a Parigi, e che cospirava a Napoli, aveva da pezza decretato, con l'abolizione delle legittime Monarchie italiane, l'Unità d'Italia per giungere alla distruzione del Papato.

Condizioni del governo di Napoli

Il Governo adunque di Napoli, all'epoca del Congresso di Parigi, era governo cristianamente assoluto. - Il passare a rassegna le condizioni governative delle Due Sicilie all'epoca cui si riferiscono le calunnie del Gladstone, è cosa di non lieve importanza e che noi non ometteremo di fare in questo lavoro. Non possiamo però fin d'ora lasciar di notare alcuni dati e fatti principali, che molto lume spargono su quel che narriamo. Cosi nella restaurazione della Monarchia legittima nel 1815, i Borboni, insieme con la legittima loro autorità, non ristaurarono, o non poterono ristaurare, le antiche leggi del Reame; mantennero invece in vigore le nuove istituzioni degli invasori francesi, e, salve alcune indispensabili riforme, il Codice napoleonico non cessò più di esistere nel Reame, che per tal modo covò in seno quel fuoco desolatore che doveva prepararne la rovina. (1) - Parto del redivivo Cesarismo pagano e della sapienza del secolo, noi che scriviamo abborriamo con tutta l'anima quel disgraziato Codice, che ha reso possibile la permanenza della ribellione al diritto cristiano, e che, dopo di aver distrutto la Francia, ha distrutto e distrugge tuttora tutti quegli Stati, che, di buona o cattiva voglia, lo ebbero più o meno esplicitamente accettato. In Napoli, se non c'inganniamo, quel funesto Codice fu imposto dall'alta setta

(1) A. P. Notizie e documenti intorno alla pressione anglo-francese nell'interno del regno delle Due Sicilie, mas. allegat, pag. 21.

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che maneggiò le cose nel Congresso di Vienna, e che fin d'allora, con la corruzione e l'irreligione, esercitava funestissima influenza in tutti i Gabinetti europei; i quali, scienti o inscienti, non sappiamo, insipientemente surrogarono l'incerto equilibrio della forza al sacro equilibrio del diritto. Ciò non ostante la sapienza sovrana paralizzò, per quanto era possibile, Inazione di quel veleno legislativo, e rifulse nel diminuire le imposte gravose, e nell'abolire nel Codice penale alcune pene odiose. Furono peVò conservate le pubbliche discussioni, e la difesa libera. L'istituzione del vfuri non'fd creduta adatta all'indole delle popolazioni napolitano, iiè queste ebbero a dolersi della rettitudine dei giudizi penali, nei quali il Giùdice del diritto ìò è anche del fatto, giusta il canone antico «ex facio óritur jus». La pena della confisca non esisteva nelle leggi riapólitane. Ih seguitò delle vicende politiche del 184818.49, non pochi sono stati i giudizi polìtici compitisi in quei tribunali, ma nemmeno poche sono state le liberazioni degli imputati, e le grazie dei condannati, in virtù della clemenza sovrana. Da statistiche officiali si ha, che queste sono nella proporzione di 90 su 1Ó0, a fronte delle condanne: tra le quali moltissime è da ricordare che il Duca di Serra di jFalcó, presidente del Senato rivoluzionario di Sicilia nel 1848, e capo della deputazione che andò ad offerire in quel tempo la Corona siciliana al Duca di Genova, godette ei sempre in Napoli della sua piena libertà. Ih seguito poi degli stessi avvenimenti del 18489 non vi fu neppure una esecuzione di condanna a morte.

Le condanne pronunziate dai tribunali ordinari criminali di Napoli nel famoso processo delle cospirazioni unitarie, servirono, come è noto, di pretesto alle difficoltà messe innanzi dalla diplomazia inglese. I condannati, per verità, avrebbero avuto qualche diritto di recriminazione a carico di Lord Minto, il famoso agitatore del 1848, dal quale furono spinti al mal fare; ma il rappresentante di Oxford alla Camera dei Comuni inglesi, il signor Gladstone, fu quello appunto che prese su di sé a patrocinarne la triste causa. Senza nulla aver veduto da per sé stesso, e adottando come di propria fede le maligne insinuazioni dei cospiratori, indirizzò egli le due lettere a Lord Aberdeen, per mezzo delle quali scaglia contro il Re e la Magistratura giudiziaria delle Due Sicilie tutto quello che uno spirito infermo e preoccupato può sentirsi capace d'inventare. Per verità, Lord Aberdeen non accettò, come accennammo, la responsabilità di siffatte calunnie, e lo stesso signor Gladstone pensò poi di ritrattarsi per la maggior parte delle sue asserzioni, delle quali però la stampa al servizio della rivoluzione erasi intanto impadronita,


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sforzandosi per tutti i modi di dar loro credito e pubblicità. - E pure in quell'epoca certo non pesava sugli Stati napolitani la ferrea legge Pica, né i Tribunali militari straordinari, che in soli due anni fecero fucilare 7151 individui, quando le Due Sicilie erano divenute province meridionali del neoregno Sardo-italiano! Nemmeno opprimevano a quel tempo quelle infelici popolazioni l'abituale stato di assedio, o i centuplicati gravissimi balzelli, imposti loro per ammiserirle dai rigeneratori subalpini.

Le Finanze

Non diciamo nulla delle finanze degli Stati napolitani. Le Due Sicilie erano il solo Reame, tra tutti gli europei, dove le finanze, e per la floridezza, e per la economia del reggimento, avevano destata la generale ammirazione. Basti solo di accennare che il Gran Libro del debito pubblico napolitano era solo di 140 milioni con una popolazione di circa 10 milioni d'abitanti; mentre che il Governo sardo, con la metà di abitanti, faceva pagare a quel tempo di sole annue imposizioni una uguale somma. Che dire del sistema daziario? In Francia, il cui sistema daziario passava per modello, era ragguagliato a 54 franchi annui per persona; nelle Due Sicilie non oltrepassava mai i 15 franchi. Il prezzo del pane non si elevava mai oltre i 28 centesimi a chilogramma, per la prima qualità, e di 20 per la seconda. Tanta era la cura dei Monarchi napolitani nel tenere provveduti i mercati di cereali e granaglie (1). Il numero dei bastimenti mercantili iscritti al controllo di marina nel 1850 era di 7,084; e dopo sei anni ascendeva a 8,847, con aumento di 1,790. Altra pruova incontrastabile di prosperità era l'aumento della popolazione, che, dal 1850 al 1860, era cresciuta di oltre un decimo. - Ma di questi ed altri fatti di buon regime governativo nelle Due Sicilie non dovevasi tener conto dagli irreconciliabili detrattori della Monarchia napolitana, dai diplomatici della rivoluzione, la quale, ad onta dell'evidente sentimento delle popolazioni napolitano, andava innanzi balda e sicura sull'appoggio, ormai palese, dei Potentati di Europa.

Inutile è di ripetere quello che tutti sanno del prospero corso dei suoi fondi pubblici, dell'abbondanza e del buon mercato dei generi annonarii di prima necessità, della sicurezza delle proprietà e delle persone, della inalterata tranquillità delle campagne, turbate solo, qualche volta da conati briganteschi, suscitati appositamente dalle società segrete, come fu poscia palese. Inutile dire della modicità del debito pubblico e delle pubbliche imposte, del favore e dell'efficace incoraggiamento accordato alle scienze, alle

(1) A. P. 349-504 e 510.

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arti, alle industrie, da destar gelosia in ogni altro Stato; dell'impulso generoso dato al commercio e alla marina, della disciplina e della magnifica tenuta dell'esercito, della protezione all'agricoltura e ad ogni elemento di ben'essere sociale; cose tutte che diciamo ora di volo, e delle quali ragioneremo più lungamente in queste pagine. L'insieme di tale situazione spiega l'impotenza degli sforzi settarii contro il Reame napolitano, i cui popoli aveano purtroppo imparato a proprie spese, fin dal cadere del passato secolo, quanto sappia amaro il frutto delle rivoluzioni, i fomentatori delle quali sono in promettere larghi e in tenere corti, volgendo ogni cosa a loro profitto.

La popolazione e l'esercito

Le popolazioni napolitano intanto erano tranquille, subordinato e fedele era l'esercito, quindi le trame dei cospiratori dall'estero sereno. per alterarne la devozione con iscritti e proclami sediziosi, mandati e sparsi a mezzo principalmente delle navi a vapore straniere. Uno dei più efficaci a recarne era un semplice inserviente di vapori da commercio, certo Michele Viat, oriundo francese, che spesso assumeva nomi diversi in diverse circostanze. Mezzo di comunicazione più attiva in Napoli era la moglie dell'emigrato Maziotti e il barbiere Leopoldo Vetro, che, a meglio riuscire nel diffondere eccitamenti nelle file dell'esercito, faceva arruolare volontario il degno suo allievo Luigi La Sala nell'8° battaglione dei cacciatori, dove l'accennata femmina riesce a indurre il caporale guastatore Antonio del Baglivo, suo conterraneo del Cilento di Salerno, ad attentare ai giorni del Re in una militare rivista nel 1854. Scopertasi la trama, i principali complici si mettono in salvo colla fuga. Presi il De Baglivo e il La Sala rivelano tutte le particolarità della congiura, ma mite è la pena che viene loro inflitta; il secondo la espia nell'isola di Ponza, dove tra poco lo vedremo figurare al seguito di Pisacane, e ad esaltarne la condizione gli apologisti della setta gli appiccheranno la professione di chirurgo. - Notiamo fin d'ora come fra i molti che furono pienamente amnistiati dal Re Francesco II, in occasione delle riforme governative da lui concesse, fosse appunto l'accennato individuo, avvegnaché sperimentato avesse già precedentemente la grazia sovrana, essendogli stata commutata dall'istesso Re Ferdinando in pena temporanea la condanna capitale per l'attentato di Sapri (1).

(1) Regio Decreto del 16 Agosto 1860, paragrafo XIII dell'elenco delle grazie, riportato nel Giornale officiale n. 180, e R. decreto del 1 Sett. 1860, § Vili dell'elenco delle grazie, Giornale officiale n. 195.

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I partiti liberaleschi

e a notare come generalmente - ciò che avviene di ogni altro Stato preso di mira dalla rivoluzione - si voglia considerare il Regno delle Due Sicilie diviso in due parti, come nel 1820 e come nel 1793. Una di queste parti, scarsa pel numero, ma potente per l'audacia, comprende le gradazioni tutte del liberalismo, dal realista costituzionale fino all'ultra repubblicano, come lo prova un importante articolo del giornale Là Presse, che qui appresso rechiamo. Vi si trova qualche raro individuo del partito ostile, come gli antenati feudatari, ad ogni accrescimento del potere regio. Il maggior contingente viene dato a questa fazione dal ceto dei professori, degli avvocati, dei medici, degli studenti, dei sensali ed altri bruciati dall'ambizione, o dal bisogno, o dalle due cose insieme, tutti aspiranti a far brillare i loro supposti talenti su di una bigoncia parlamentare, da averne facile passaggio ad afferrare un portafoglio qualunque di ministro, e far fortuna.

Nell'altra parte, che, a dir meglio, è la maggioranza vera della popolazione, si annoverano i nobili, i grandi possidenti, la onesta borghesia, gli artigiani, le popolazioni della campagna: tutti o quasi tutti costoro chiudono le orecchie alle seduzioni della propaganda rivoluzionaria, conscii di essere governati con equità e con fermezza dal legittimo Sovrano; paventano quindi le avventatezze di riformatori, sorti dal seno delle società segrete.

Il vero popolo

Gli scrittori, i giornalisti, gli apostoli della penna, al servizio della prima di queste parti, ci offrono in proposito un curioso esempio della elasticità che sanno dare alle parole del loro nuovo dizionario politico. Non appena una parte della popolazione che, in virtù dei loro eccitamenti si spinge a gridare - viva la riforma, viva là repubblica! - subito è da essi, con ampollose frasi, chiamata la nazione, il paese, il popolo sovrano, sia pure che quella parte rappresenti, per il numero, appena una centesima o millesima parte della popolazione; la quale poi se s'interroghi individualmente, per la maggior parte non sa dirti di che si tratti o cosa vuole. Ne abbiamo avuti molteplici esempi toccati con mano da noi Stessi. Che se poi per vero slancio di spontaneo entusiasmo, o per istinto di devozione, prorompesse il popolo, il vero polo, quello che nessun uomo al mondo può negare esser tale, prorompesse diciamo in applausi all'autorità reale, o in altri atti di riconoscenza e di devozione verso il legittimo Sovrano (come avveniva nel Regno delle Due Sicilie, ad onta della barbara ferocia del subalpino invasore, fino al punto di lasciarsi fucilare a migliaia pel loro legittimo Re) allora, nel linguaggio convenzionale degli scrittori della setta,

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quel popolo martire è detto invece feccia di popolaccio, bordaglia, briganti da fucilarsi tutti per non spendere la corda ad appiccarli! - Scellerata epoca è veramente la nostra, della quale arrossiranno i posteri! Ma ad un tale deplorevole rovesciamento di cose e d'idee contribuì soprattutto il numeroso esercito di legulei d'ogni ragione - chiamati paglietti nel dialetto napolitano - di cui aveva triste dote il troppo felice Regno delle Due Sicilie.

Aggiungiamo perciò una parola di schiarimento su tale proposito, paglietti rimontando all'anno 1806, epoca della abolizione definitiva del Feudalismo. Codesto tatto, che produsse naturalmente grande scompiglio nelle fortune delle famiglie nobili, fu sorgente d'innumerevoli litigi, continuati per più generazioni innanzi ai tribunali, dando occupazione e guadagno vistoso alla gente del foro. Ogni famiglia, ogni benestante ebbe il suo avvocato, il suo procuratore, o curiale. Da ciò la improvvisa occasione per ogni classe di gente, ma principalmente per la piccola borghesia, di darsi allo studio del diritto. Ma i processi feudali vennero a finire, e le liti e i guadagni vistosi cessarono appunta allora, o almeno assai diminuirono, quando il numero dei paglietti era smisuratamente cresciuto; quindi è che questa classe attiva, irrequieta, ciarliera, divenuta bisognosa di nuovi mezzi di sussistenza, si fece avida d'impieghi; e, poiché questi ancora non bastavano 4 supplire i cessati guadagni, divennero cospiratori, affin di pescare nel torbido una medaglia di Deputato o un portafoglio di Ministro, nel rovesciamento del Governo, o almeno nel rimescolamento degli Ordini stabiliti, nel che divennero pur troppo famosi.

Ad onta di ciò, gli straordinari fatti diplomatici del Congresso di Parigi, che soli sarebbero bastati a fare insorgere il Reame delle Due Sicilie, qualora fosservi esistiti gli elementi reali di malcontento supposti dai Plenipotenziarii del famoso Congresso, passarono invece inosservati e negletti allo sguardo delle tranquille e felici popolazioni napolitano. E qui giova riferire, tra gli svariati giudizii della stampa contemporanea, l'insieme di vari articoli pubblicati dal giornale francese La Presse, dei 3 ottobre, 10 e 27 novembre 1856, firmati I. B. Labiche, da noi poco fa accennato.

Importanti giudizi de la Presse

«Che farà il Re di Napoli, scriveva La Presse, quando avrà messo la indipendenza del suo Governo e la dignità della sua Me Corona a discrezione di tutte le questioni esteriori illegittime? Cosa farà? In ciò che concerne l'atto costituzionale, la questione è molto meno semplice, che non sembri a prima vista.

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Il Re, che poteva abrogare la Costituzione del 1848, dopo gli avvenimenti del 15 maggio, non ha fatto altro che sospenderla; ma quand'anche dovesse richiamarla in vigore, pure questa nuova concessione sarebbe molto lungi dal contentare tutti. Abbiamo già detto, che il partito della rivoluzione comprendeva tutte le gradazioni del liberalismo. È da avvertire, che i soli Costituzionali si dividono in Napoli come appresso:

«1° Costituzionali realisti puri e semplici, che reclamano un nuovo esperimento di fatto del regime parlamentare, sì infelicemente messo a pruova nel 18481849.

«2° I Costituzionali realisti federalisti, che vorrebbero, indipendentemente dal reggimento costituzionale, un sistema di Confederazione italiana, a guisa della Confederazione germanica: costoro domandano l'abdicazione del Re Ferdinando II; è questo il partito inglese, di cui Poerio (ente mitologico giusta il Petruccelli) è divenuto il capo, dopo essere passato dal campo unitario al federalista.

«3° I Costituzionali realisti unitarii, il maggior numero dei quali trovasi in Sicilia, che pretendono di fare dell'Italia un Regno unico e porlo sotto lo scettro del Re di Sardegna: gli emigrati rifugiati nel Piemonte, dove hanno il loro quartiere generale, compongono questo partito.

«4° Vengono poi le due gradazioni del partito costituzionale repubblicano, che ha pure i suoi unitari e i suoi federalisti. I mazziniani, o i repubblicani rossi, rarissimi nell'Italia meridionale, sono quasi tutti unitari, benché siano discordi in alcuni punti del loro programma.

«Relativamente alle misure di clemenza, noi abbiamo veduto che Ferdinando II ha saputo dispensarle a larga mano; ma possiamo supporre, per gli antecedenti del 1830, che egli vorrà riserbarsene la iniziativa, e che lo stato presente delle cose non è certamente opportuno a far affrettare tali indulgenze.

«L'intervento collettivo della diplomazia inglese e francese tra il Re di Napoli ed il suo popolo ha inspirato in Europa una certa sorpresa. Che l'Inghilterra, celando le sue mire ambiziose sotto la maschera umanitaria, che essa non manca mai di assumere nel proprio interesse, procuri di eccitare la Sicilia ed incoraggiare all'uopo il partito della rivoluzione, non è da maravigliarsene, perché è nel suo centro e resta fedele in ogni punto alle nobili tradizioni del Foreign Office.

«Ma che la Francia pretenda avere lo stesso interesse dell'Inghilterra in tali circostanze, e pensi a spingere una Potenza straniera in quella via,

dove essa medesima ha ravvisato esistere pericoli …..... ecco ciò che sembra impossibile a capirsi:

meno che non si supponga come scopo di questa questione complessiva qualche lato misterioso, che sfugge agli occhi del pubblico. Noi non ci occuperemo a togliere questo velo. Codesto esame ci trascinerebbe su di un terreno troppo ardente e pericoloso, che non ci è dato ora di affrontare. Siamo d' altronde pervenuti al termine della carriera che ci proponevamo percorrere: il compito dello storico cessa, ove finiscono i capitoli de' fatti compiuti». Fin qui la Presse.

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CAPO XII.

IL GOVERNO DI NAPOLI E QUELLO DEI RISTAURATORI DELL'ORDINE MORALE.

Riserbandoci di trattare in seguito dell'amministrazione interna del Regno delle Due Sicilie, e di farne un confronto più completo col Governo liberatore, ci giova fin d'ora dare un rapido sguardo a quella così detta tirannia, che per ogni uomo di senno e di cuore non fu se non saggezza di governo, usata da Re Ferdinando II verso i suoi popoli, che nuotavano perciò nella pace e nell'abbondanza di ogni bene di Dio, mentre che i popoli soggetti ai suoi censori fruivano delle tristi delizie d'interminabili agitazioni, della immoralità e della miseria.

Benessere delle popolazioni napoletane

Sicurezza pubblica.

Non pretendiamo noi rappresentare il Governo delle Due Sicilie come perfetto e scevro da ogni neo; e quale cosa, per quanto buona e santa, non ne ha in questo mondo, specialmente di questi tempi! Diciamo solo ed affermiamo, che fra tutti i Governi di Europa era l'unico, che desse prova di cristiana sapienza e di sovrana dignità. Non v'era, si può dire, Stato le cui finanze non versassero in più o meno laboriose condizioni; e in quei paesi stessi dove l'oro si vedeva sovrabbondare, il debito pubblico toccava le più favolose cifre, in quella che i balzelli colpivano poco meno che l'aria istessa respirabile. Il Regno delle Due Sicilie però non conosceva debiti, non aggravii, non ladri della cosa pubblica; le finanze napolitano erano le più prospere di tutta Europa: beati si chiamavano coloro che possedessero cartelle di Consolidato napolitano, che nelle borse principali di Europa si negoziavano a cento dodici per cento! Dir questo ai nostri giorni equivale a una mostruosità!...

La Sicilia era immune dai più comuni balzelli del sale, del tabacco, della polvere da fucile, della carta bollata ed altri.

Di grassazioni non era da parlare nel Regno di Napoli, e, se ne togli i furti parziali, di cui non vanno esenti le città anche le più ordinate,

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tu potevi andarne coll'oro in mano con tutta sicurtà (1); né la calunnia così scaltramente utilizzata contro i legittimi Governi, osò mai colpire il Governo napolitano, su tale riguardo.

Nella statistica criminale napolitano, incominciando dal 1848, an»,, no pieno d'agitazione e calamità, p§r la povera Italia, la cifra dei misfatti, come in ogni altro, luogo, fu assai grande, e nel 1849 raggiungeva la somma di l8,855f nei,1850 raggiungeva pure i 18,826)., ma ne) 1851 si aveva,già una grande diminuzione, cioè del diciottesimo sul numero dei delitti, dell'anno precedente. Ancora,, maggiore fu nel 1854, sebbene la carezza dei pane, la invasione del colera e la guerra d'Oriente turbassero quei popoli eccitandone, le passioni

L'amministrazione della giustizia

L'amministrazione della giustizia ci da i seguenti risultati: nel 1854 le querele, dei privai o dei pubblici accusatori contro i sudditi napolitani toccarono la cifra di 27,181, dei quali solo 5,767 vennero condannati, mentre, gli altri erano messi in libertà, 0 in aspettazione di prove maggiori. Le cause solennemente, discussa, nel 1854 furono 5,010, per le quali furono,, ascoltati 69,575 testimonii. Nel 1858 non fuvvi nemmeno un caso, di rimedio per ritrai tastone, mentre che appunto in quell'anno i Collegi di Francia, e d'Inghilterra, fra i più riputati di Europa, ne offrivano di strepitosi, nei quali notavasi che molti innocenti furono condannati, anche a pene gravissime, a causa di falsi testimoni e di documenti falsi.

I duelli

Il duello piaga sociale dei nostri tempi e cosa di tutti i giorni in altri paesi e presso Governi più specialmente detrattori, del napolitano, scompariva, a mano a mano, dal Regno di Popoli, dove nella prima metà di questo secolo, inseguito dell'invasione napoleonica, erasi molto generalizzato. Re Ferdinando II vi rimediò in un momento; pareggiò le offese arrecate in duello alle premeditate, le rese di competenza ordinaria, benché tra militari, e le punì col laccio. Nel 1854 non vi fu un solo duello in tutto il Regno. Vedi tirannia!....

Clemenza di Ferdinando II

Delitti politici, come quelli che ricevevano continuo fomento, da scellerate influenze straniere, non mancarono nel Regno, e non mancò nemmeno la sovrana inesauribile clemenza di Re Ferdinando. Nello spazio di 4 anni, quanti ne corsero dal 1851 al 1854, ben 2,713 furono i graziati; 42 pene capitali, risultanti da

(1) Non è qui da confondere i delitti ordinari cogli attentati nel Cilento, nella Basilicata e in alcune parti della Sicilia e della Calabria, dove le società segrete e le influenze straniere spingevano al delitto quelle calde popolazioni.

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condanne delle grandi Corti di giustizia in quello stesso spazio di tempo furono dal Re tiranno commutate, 19 all'ergastolo, 11 a 30 anni di ferri, 12 a pene minori: nessuno andò a morte! Se fosse lecito a noi giudicare quel gran Monarca, diremmo francamente che con tanta clemenza fece male assai!

Testimonianze non sospette

Per lo che, conchiude il Cav. Cantalupo, Consigliere della Suprema Corte di Giustizia, nel suo importante scritto sul progresso morale delle popolazioni napolitano, verificarsi appunto nel Regno di Napoli un fatto unico in tutta Europa, che cioè nello spazio di più anni non ebbevi alcuna esecuzione capitale.

Un Brussellese apologista della causa del Re di Napoli, del quale ci guarderemmo dall'accettare ogni detto, come quello che in più di un incontro si mostra irriverente verso il Papa, osserva su quel proposito, rivolgendo la parola a Lord Palmerston: «sapete voi che nelle Due Sicilie non è conosciuta la misura sbrigativa della deportazione? né Botany-Bay, né Lambessa, né Caienna, né altri sepolcri d'infelici viventi?»

Lo statista napolitano sopraccitato, dal quale togliamo questi appunti, fa notare, che dal 1830, da che fu Re Ferdinando II, fino al 1854, si distinsero sempre nel Regno i reati politici semplici dai misti, vale a dire da quelli che implicavano delitti comuni. Questa distinzione cotanto dibattuta nel Parlamento belga in occasione della legge di estradizione, era già in pieno vigore nel Regno di Napoli.

5 II Re, dice il medesimo Cav. Cantalupo, ha voluto decisamente, risolutamente, e a qualunque costo, che non si versasse sangue umano per motivi di lesa Maestà, quando tali reati, come nella causa di Rossaroll e complici, e in altre di simile natura, non erano misti a reati di scorrerìe armate, di omicidii o di altri attentati comuni.»

Quanto ai reati comuni, il Re Ferdinando fece 7,181 grazie dall'anno 1851 al 1854, le quali sommate insieme colle suddette 2,713 per reati politici, si ha la bella cifra di 9,894 grazie. E questo Re era un tiranno!

Gli studi nel Regno di Napoli

Le condizioni delle arti, delle scienze, e degli studii nel Reame di Napoli non la invidiavano a nessun più fiorente Stato del mondo. Su questo proposito l'Armonia di Torino ci fornisce preziosi appunti. «Noi Piemontesi, scrive quell'autorevole giornale, abbiamo una prova lampante dello stato delle scienze, e della condizione degli studii nel Regno di Napoli. Re Ferdinando ci ha mandato i migliori professori della nostra Università:

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Scialoia, Mancini, Melegari (1), Ferrari, appartengono al Re di Napoli, e furono educati sotto quel Governo, che si accusa di favorire le tenebre e l'ignoranza!...

» Chi scrive i nostri diarii? sono in massima parte gli emigrati napolitani, che hanno preso le redini del Piemonte, e vi formano l'opinione pubblica. I Piemontesi, diciamolo a nostra somma vergogna, obbediscono ed imparano, o fanno mostra d'imparare. Ma intanto chi ha formato i nostri maestri? È Re Ferdinando. Egli ha dato avvocati al nostro foro, professori alle nostre scuole, pubblicisti ai nostri giornali.» - Re Ferdinando formava i dotti licei dai quali uscivano eletti e colti ingegni: ma non era certo responsabile se coloro, insuperbiti di loro stessi, e trascinati da malvage passioni, si lasciavano poi pervertire dalla frammassoneria, e quindi volgevano la dottrina e l'ingegno a danni della società e della religione, alle quali avrebbero dovuto servire.

La diplomazia

L'apologista di Brusselles poi aggiungeva: «I primi uomini di Stato d'Italia si consacrano alla politica di Re Ferdinando. Il Principe di Satriano (figlio del celebre Gaetano Filangieri), la prima spada, la più vasta capacità amministrativa d'Italia; i Principi di Carini, di Castelcicala, il Marchese Fortunato, il Marchese Antonini, il Duca di Serracapriola, per ogni maniera di ragioni, hanno dato e danno all'Europa diplomatica lezioni di sapere e d'ardimento governativo.»

Che dire poi della beneficenza di questo crudelissimo Principe? Il terremoto desolava gl'infelici popoli della Basilicata? e il Re e la Regina davano del proprio peculio 10,000 Ducati, non già Lire, come si fece poi in altri tempi a noi più vicini; i Ministri e i loro dipendenti, seguendo il bell'esempio dei loro Monarchi, davano complessivamente la somma di 21,000 Ducati: altri seguivano l'istesso esempio, e le oblazioni ascendevano a 142,000 Ducati.

La beneficenza

La carestia affliggeva il Regno di Napoli, come molta parte di Europa? e furono tosto aperti forni di panificazione per tutto lo Stato; fu proibita l'esportazione all'estero severamente dei generi necessarii alla sussistenza, mentre si commettevano in Odessa carichi abbondanti di grano.

Veniva meno il lavoro al popolo? e il Re ordinava lavori pubblici; nel solo anno 1854 furono spesi 3 milioni 556 mila 670 Ducati in opere di utilità pubblica, militari e idrauliche. - Quale confronto desolante coi tempi in che scriviamo!

(1) Melegari, benché Modenese, aveva studiato in Napoli.

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Quanto all'esercito lasciamo parlare il citato apologista. «Il primo esercito italiano è l'esercito dalle Due Sicilie, riordinato con 20 anni di lavoro da Ferdinando II: dopo le antiche legioni romane giammai l'Italia ebbe un esercito così numeroso, e nello stesso tempo così ordinato e istruito. La prima flotta, dopo la flotta francese, che veleggi nel Mediterraneo e nell'Adriatico, venne interamente creata dallo stesso Re.»

Questi son fatti, esclama qui l'Armonia, e non parole!

Il rivoluzionario giornale II Risorgimento andava cercando chi fosse l'autore della difesa del Re di Napoli pubblicata a Bruxelles. È ricerca inutile, osservava il citato giornale, dovrebbe invece adoperarsi per ribattere tutte le cifre e tutte le verità che ci vennero accennate. «Provi, che in Napoli vi è una stampa empia e rivoluzionaria, come la nostra. Provi che non siano Napolitani coloro che presentemente illuminano il Piemonte. Provi che il governo di Napoli viva d'imprestiti come noi. Provi che ubbidisca a Francia e Inghilterra come noi; che abbia venduto il suo commercio agli Inglesi come noi; che abbia dovuto accettare gli Austriaci nelle sue fortezze come noi; che tenga in permanenza le forche come noi; che abbia tanti ladri come noi; che curi così poco il popolo come noi. Attendiamo dal Risorgimento questa importantissima dimostrazione.» - Ma il Risorgimento non rispose.

Piemonte.

Abbiam veduto qual fosse il governo del Tiranna, nel momento appunto in cui veniva accusato; ora diamo uno sguardo a quello dei liberatori. E principiando dal Piemonte, dal pessimo stato dalla cosa pubblica, dai delitti che in brevissimo spazio di tempo si verificarono, si giudichi della moralità e dell'ordine di quel Governo. Affinché possano i nostri lettori apprezzar meglio la cosa, stimiamo conveniente innanzi tratto di levare la lista e la somma delle imposte, tanto dirette quanto indirette, che si pagavano dal Regno modello, quale appariva dal bilancio pel 1857 approvato dalla Camera. Il Piemonte adunque godeva fin d'allora:

La imposta

I. La contribuzione prediale, in 16 milioni;

II. L'imposta personale e mobiliaria, in 3 milioni e mezzo;

III. La tassa delle patenti, in 3 milioni;

IV. La tassa per vendita di bevande ecc., in 700 mila lire;

V. La tassa sulle vetture, in 800 mila lire;

VI. Centesimi di sovrimposta sulle contribuzioni dirette, in un milione e mezzo;

VII. L'insinuazione, in 10 milioni e mezzo;

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VIII. Diritti d'emolumento, in un milione e 209 mila lire;

IX. Dritto d'ipoteche, in 300 mila lire;

X. Diritti di successione, in 5 milioni;

XI. Carta bollata, in 6 milioni e 200mila lire;

XII.

Carte da giuoco, 6 milioni e 200 mila lire;

XIII.

Tassa sui redditi dei Corpi morali, in 400 mila lire;

XIV. Tassa sugli stipendi e pensioni, in lire 850 mila;

XV. Sali, 10 milioni;

XVI. Tabacchi, 17 milioni;

XVII.

Gabbella sulle carni, 6 millioni e mezzo, oltre a varie altre imposte di minor momento che omettiamo per brevità. - Con tutte queste imposte si aumentarono i redditi dello Stato fino a 135 milioni e 800 mila lire. Ma non bastano ancora alle spese;imperocché queste per Tanno 1857 vennero approvate in lire 143 milioni e 700 mila: spese che poi all'opera aumentarono, mediante i crediti suppletivi nel modo istesso che aumentarono sempre quelle degli anni precedenti. Aggiungi a ciò tutte le imposte municipali, provinciali e divisionali, e si avrà la somma delle felicità finanziarie del beatissimo Regno! E ci sia lecito di ripetere quel che Massimo d'Azeglio scriveva in un suo opuscolo: «Parlando in generale, più le derrate sono cattive a questo mondo,più s'hanno a buon mercato. Ma non è così dei Governi: più sono cattivi e più costano.»

I delitti

Passiamo ai delitti. La Gazzetta Piemontese, che mai parlava degli assassini che si commettevano quotidianamente in Piemonte, in uno dei suoi numeri di Giugno 1856 usciva a dire tutto in un tratto, che le Romagne erano infestate da assassini; ma mentre ella si scandolezzava pei fatti altrui, il giorno innanzi era stato trucidato un macellaio nel bel centro di Torino con grande indegnazione di tutta la città, che ornai riconosceva di non esser più sicura nemmeno nelle proprie abitazioni; e il giorno istesso i diarii torinesi erano più che mai fecondi di notizie d' assassini commessi; il giorno dopo poi furono appesi per la gola un emigrato e un carabiniere, rei d'omicidio e di grassazione. Così negli Stati sardi nel 1854 gli omicidi furono 114, le grassazioni 607, i furti 4306, le risse e ferimenti 995, gl'incendi delittuosi 138, e nei primi 10 mesi del 1855 gli omicidi sommarono a 90, le grassazioni a 498, i furti a 3491, le risse e i ferimenti a 898 e gl'incendi delittuosi a 76. Tali sono le cifre lasciateci in testamento dal Giornale il Piemonte ora morto; che quanto a statistica criminale lo Stato a quel tempo non voleva pubblicarla, quantunque da vari anni si pagasse una buona somma per ciò!

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Le esecuzioni capitali del resto erano così numerose in Piemonte da spaventare anche i più indifferenti. In otto anni di libertà si avevano già in Torino 105 esecuzioni capitali, mentre quelle degli otto anni anteriori non arrivarono alla diecina. - Brofferio toccava di questa dolorosa statistica nella Camera dei deputati, e faceva vedere come nel 1853 si avessero avuto 28 condanne a morte, mentre che la Francia, otto volte più grande del Piemonte, non ne avea avuto che 45.

Intanto il 17 Giugno 1856 ha luogo il dibattimento contro un uxoricida; l'istesso giorno due sono appesi per la gola; il 20 e 21, condanna di sette truffatori; il 21 istesso un operaio ferisce sua moglie, poi uccide sé stesso; il 26 un padre uccide la propria moglie, cinque figli e poi sé stesso; il 29 Giugno un segretario del Ministero degli Affari Esteri si suicida; l'istesso 29 sei grassatori son condannati alla galera in vita. In meno di 15 giorni, scrive il Giornale La Maga, 28 Giugno N. 78, a Torino sono eseguite cinque sentenze di morte col laccio sulle forche!

I furti sacrileghi

Che dire dei furti sacrileghi? Il 10 Giugno viene rubato l'Ostensorio e la S. Pisside nella Chiesa parrocchiale di Mirabello, dove poco prima era stato commesso altro furto sacrilego. L'11 di Giugno altro furto sacrilego nella parrocchia di Salabue; altro furto sacrilego in Sorina. Il 10 di Giugno ladri sacrileghi penetrano notte tempo nella Chiesa parrocchiale di Pecetto, scassinano la porta del Tabernacolo, gettano via le sacrosante Particole, e rubano la Pisside. l'Unità di Casale affermava «esistere in Piemonte una banda organizzata per profanare e spogliare le Chiese.» Mentre i ladri profanavano e derubavano il Luogo santo, Deforesta e Rattazzi scagliavano dispotiche circolari contro il Clero!...

La sicurezza pubblica

Quanto alla sicurezza pubblica, procedeva essa di pari passo colla sicurezza delle Chiese e dei luoghi sacri al culto divino. Un'autorevole corrispondenza alla Civiltà Cattolica (30 Agosto 1856) recava: «I ladri continuano ad infestare le nostre contrade; e quei forestieri che capitano fra noi ci lasciano il pelo è la pelle. Così è avvenuto a un Toscano, che, giunto in Genova, fu spogliato dai malandrini, e al eh: sig. Zanelli di Roma, che dovette cedere ai medesimi quanto aveva in tasca. Essendosene lagnato alla polizia, questa, per sua consolazione, gli rispose, che l'avvenuto a lui avveniva quotidianamente a moltissimi. La medesima polizia di Genova poi dichiarava, che i furti vi sono generali...... per confessione universale, il Piemonte non si trovò mai a cosi malparato.

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Un Deputato autorevole in Parlamento ebbe ad esclamare, che i ladri in Piemonte cuoprivano il paese come una lebra! Da Castelnovo Bormida si scriveva all'Opinione: «Alcuni scapestrati, uniti in una specie di società segreta, affiggono continuamente proclami incendiar! e minaccianti le produzioni agricole, e perfino la vita di persone per ogni senso apprezzabili. Né questi sono semplici detti; poiché a molti vennero tagliate le viti cariche d'uva ancora acerba; ad altri atterrati al suolo bellissimi gelsi, e non è molto che ad un Guardaviti, esatto nel suo dovere, veniva abbruciata la casa, e lui stesso malconcio; finalmente ogni giorno abbruciate quelle capanne che si costruiscono in campagna, onde proteggere da furti i raccolti! Insomma i lamenti per la poca sicurezza delle robe e delle persone sono forti e continui, eziandio da parte dei più caldi amatori delle moderne istituzioni politiche del Piemonte.»

E il Diritto così scriveva: «Ci venne riferito, che l'arma dei Carabinieri reali abbia operato in una delle scorse sere nei dintorni della Crocetta (a qualche centinaio di passi da Torino) l'arresto di 18 malandrini. Speriamo che, stante le loro instancabili cure, poco per volta riesciranno ad operare l'arresto di ben altri ancora, che infestano con continue aggressioni e furti i dintorni della Capitale, ed anche le provincie, come quasi ogni giorno ci viene fatto di leggere nei giornali.»

Su questo medesimo proposito il Risorgimento, del 17 Settembre 1856, si esprime cosi: «L'opinione pubblica francamente espressa dalla stampa indipendente della Capitale e delle provincie, da lunga mano protesta contro la non rassodata sicurezza dai malfattori....... contribuenti sono disposti a qualunque sacrificio, perché abbiano le persone ed i beni sicuri; eppure i delitti si moltiplicano. «E minacciava il Governo, soggiungendo: «Pensino i governanti a far sì che i severi giudizi, che ormai la università dei cittadini incomincia a portare sulla indolenza loro in materia si vitale, non abbiano a tradursi in fatti più decisivi.»

La moralità

Che dire della moralità di quello Stato modello, che a modello degli altri Stati italiani si proponeva, ed era senza controllo accettato dai benevoli Potentati di Occidente? Una testimonianza sola ci basti. Il Conte di Pollone al Senato del regno, nella tornata del 24 di Aprile, diceva precisamente così: «Altra spesa che tuttodì aumenta ed aggrava enormemente il bilancio della divisione di Torino,


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si è quella riferentesi al contributo provinciale pel mantenimento degli esposti. Mentre nel 1847 e nel 1848' questa spesa era di Lire 139 mila, arriva essa pel 1856 a lire 335 mila 878, cioè assai più ohe non la metà dell'imposta normale divisionale, con un aumento progressivo di oltre il 152 per cento, e ciò nel breve giro di otto anni!» - E l'onorevole Conte avvertiva «come fossero espresse gravi opinioni intorno all'impellente necessità di sviluppare il senso morale e religioso delle nostre popolazioni, come il mezzo più efficace, per non dire unico, di frenare i tristi effetti della corruzione dei costumi, della quale abbiamo le più irrefragabili prove nel segnalato straordinario armento di tanti esseri infelici.» E la Gazzetta Piemontese, e le Note diplomatiche parlavano intanto del malgoverno di Roma e di Napoli!

I malfattori

Inghilterra.

Dal Piemonte passiamo a un altro Liberatore e Moralizzatore dell'Italia, vogliamo dire all'Inghilterra.

Rapporti officiali circa la città di Londra ci offrono all'epoca di che ragioniamo le seguenti cifre. - In Londra, sopra una popolazione di 2 milioni 362 mila 236 anime, vivono senza domicilio noto o fisso 143 mila 64 persone, delle quali 4 mila sono vagabondi di professione, e costano alla Città 50 mila lire sterline annue per il loro mantenimento. Di più vi sono 110 ladri detti di estrazione (house beatrer) i quali esercitano a man salva, sotto la vigilanza della Polizia, la loro professione! E poi 107 ladri detti del buon giorno; 40 ladri di strade maestre; 773 borsaiuoli; 3675 ladri comuni; 11 ladri di cavalli; 143 ladri di cani; 3 falsari; 28 coniatori di monete false; 317 spacciatori delle medesime monete; 141 vivono scroccando da birbo; 182 scrocconi speciali di contribuzioni filantropiche per mezzo di false dichiarazioni; 343 ricettatori di cose rubate; 50 autori di falsi certificati di mendicità, e finalmente 86 ladri detti all'americana. Insomma i pubblici malfattori, conosciuti e autorizzati dalla Polizia, che li lascia fare servendosene, come il cacciatore fa dei richiami e delle leve, per iscoprire gli altri, sono 16 mila 900, e questi rubano la modesta cifra di 42 mila lire sterline all'anno, che è quanto dire la cifra tonda di 210 mila franchi. -

Se tanti sono i ladri conosciuti e accreditati, che lavorano a man salva e a sangue freddo, quale sarà mai la cifra degli altri ladri e degli altri delittuosi, che agiscono spinti da malnate passioni, e da prepotenti bisogni della più sconsolata miseria, quale regna in una grande parte di quella sterminata città?

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Il pauperismo

Altra piaga dell'Inghilterra, è il pauperismo, scriveva l'autorevole Civiltà Cattolica, (Ottobre 1856). Il rapporto semestrale del Comitato, che sta sopra la legge dei poveri (Poorlaw Board) fa sapere che, nell'Inghilterra e nel principato di Galles, in sei mesi si spesero 2 milioni 98 mila 655 lire sterline (franchi 52 milioni 466 mila 375) a sollievo dei poveri$ e chi li ha visitati sa come siano trattati questi infelici Onde si inferisce, che più di 100 milioni di franchi vi si spendono ogni anno pel meschinissimo sostentamento dei poverelli, ' che sono ricettati negli asili, o altrimenti sovvenuti ex officio senza dire delle miriadi che si avvolgono nel lezzo e nella miseria più spaventosa, prima di buttarsi ai delitti e sprofondarsi nelle carceri!

Morti di fame

Né questo è tutto. Conviene ricordarsi che, secondo notizie certissime, perché officiali, nell'anno 1842 morirono di fame in Irlanda 187 persone; 515 nel 1845; 2,041 nell'anno appresso; 6,058 nel 1847; e 9,395 negli anni 1848 e 1849! Nel decennio dal 1841 al 1851 il numero delle persone spente dalla fame ascese all'enorme cifra di 21,770! Non diciamo degli innumerevoli cittadini inglesi emigranti in America per fuggire la miseria. Ed ecco le beatitudini procacciate dalla potenza inglese, figlia dello scisma e della irreligione! Ed ecco chi ardiva insultare al Re di Napoli e al suo Governo, dettandogli lezioni di moralità e di ordine - Ma non é tutto.

L'Economist recava le tabelle statistiche in materia di delitti per l'anno 1858, asserendo essere le più complete e le più ufficialmente constatate, di cui il pubblico inglese sia mai stato fornito dal suo governo. Le quali tabelle non appartengono che ai delitti commessi nel 1858 in Inghilterra e nel paese di Galles; debbonsi perciò escludere affatto la Scozia e l'Irlanda.

Statistica criminale

Questi risultati, dice la Perseveranza del 9 Gennaio, sono sommariamente ridotti nel modo seguente:

Popolazione dell'Inghilterra e del paese di Galles 17,927,609

Numero degli agenti di polizia 20,256

Categoria I. Numero dei delinquenti, o in prigione o fuori, conosciuti dalla polizia 160,346

Categoria II. Numero delle Case di cattiva fama da essi frequentate 25,120

Categoria III. Numero dei delitti portati a cognizione della polizia 57,888

Categoria IV. Totale delle persone venute in mano della giustizia 434,492

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I 160,346 delinquenti della prima categoria sono quindi divisi in due classi; la prima consiste di coloro che, sebbene in liberti, sono conosciuti per persone criminose, e questa classe ammonta a 134,922 persone; la seconda consiste dei delinquenti in prigione, e si eleva a 25,424.

Della prima classe di 134,922 persone, si sono fatte alcune divisioni relative alla condizione, al sesso ed all'età; eccone il quadro autentico:

Ladri e predatori conosciuti 40.032

Sotto ai 16 anni 4,773 1,608 6381

Dai 16 anni in su 26,772 6,879 33,651

Incettatori di oggetti rubati

4.315

Sotto i 16 anni 119 29 148

Dai 16 anni in su 3,410 787 4,197

Prostitute 28,760

Sotto i 16 anni 1,647 1,647

Dai 16 anni in su 27,113 27,113

Persone sospette 39,622

Sotto i 16 anni 3,912 1,512 5,424

Dai 16 anni in su 28,028 5,774 33,802

Vagabondi 22,559

Sotto i 16 anni 3,264 1,943 5,207

Dai 16 anni in su 11,390 5,962 17,352

Totale 134,922

Sotto i 16 anni 12,068 6,739 18,807

Dai 16 anni in su. 69,600 46,515 116,115

Su queste cifre sono da farsi parecchie osservazioni. Nessuno si dia a credere, che trovinsi notati sulla citata statistica tutti i ladri dell'Inghilterra, essendovi soltanto quelli conosciuti dalla polizia, e d'ordinario questi sono i meno. Di poi si avverta che le 434,492 persone venute in mano della giustizia, durante il 1858, non furono i soli colpevoli dell'Inghilterra; giacché un buon dato commette il delitto impunemente, e sfugge alle più diligenti ricerche; tanto più in Inghilterra, dove è portato all'eccesso il rispetto alla libertà individuale. Si noti ancora che le donne di mala vita non sono recate in questa statistica, se non per altri delitti che commettono, uccidendo o spogliando i mal capitati; imperocché il numero delle sgraziate, che nella sola Londra vivono di mal costume, oltrepassa le ottantamila, come risulta da una statistica del giornale The Lancet, 30 Maggio 1857.

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Si noti inoltre la quantità di ladri e scellerati giovanissimi che sono in Inghilterra. Sotto i sedici anni si contano 6381 ladri; sotto i sedici anni 1647 donne perdute; sotto i sedici anni 5424 persone sospette; sotto i sedici anni 5424 vagabondi.

Si noti finalmente che in Inghilterra i delitti aumentano sempre di anno in anno. L'Alison scrisse che tale aumento è senza esempio in Europa (England as it is. Oap. XIII). E Enrico Mavhen confessò: La nostra popolazione criminale aumenta come i funghi in una fetente atmosfera (1).

Ora noi domandiamo, se un Governo che offre all'Europa statistiche di questo genere, ha diritto di giudicare il Papa e condannare i Governi italiani! E qui cade a proposito una riflessione.

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L'autore dell'opuscolo: II Papa e il Congresso, potrebbe applicare agli Inglesi le sue nuove teorie, le quali portano di restringere gli Stati del Papa, perché non tutto vi procede a meraviglia, essendo abitati e governati da uomini, non da angioli. Imperocché,

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considerando i ladri e i malandrini dell'Inghilterra, potrebbe l'anonimo francese chiedere, che la regina Vittoria venga concentrata insieme con Lord Palmerston nel principato di Galles, provando all'una ed all'altro, che ciò sarà meglio per l'anglicanismo e per la civiltà.1

Dall'Inghilterra passando finalmente alla Francia troviamo i seguenti appunti. Dal 1851 al 1854, secondo la Statistica officiale pubblicata dal Moniteur, si moltiplicarono con progressione spaventosa gl'infanticidi, e i delitti di ogni maniera contro la proprietà. I falsari crebbero di 15 per cento, i furti qualificati di 25 per cento, gli incendi di 31 per cento. Di che vuolsi certamente accagionare in parte l'influenza della miseria, in cui vennero le migliaia di proletarii col caro dei viveri e delle derrate di prima necessità: e questo provasi dal numero di furti di biade e farine, che era di 161 nel 1851, e che giunse a 502 nel 1854. Ma quello che contrista l'animo e chiarisce lo stato cangrenoso d'una classe sociale assai importante si è, che i fallimenti frodolenti crebbero di 66 per 100; che il numero delle baratterie salì da 1652 a 2629; quello d'abuso di fiducia da 1653 a 2420; e per ultimo quello dell'ingannare sopra la natura, la qualità e la quantità delle cose vendute, da 1719 a 8946. Or egli è evidente, che tal sorta di delitti non sono effetto d'indigenza, né frutto di passioni subite e violente, ma sì conseguenze di quelle cupidigie sfrenate e calcolatrici, che agognano sempre a cumulare profitti

(1) «Our felon population increases among us as fast as fungi in a rank and fetid atmosfere.» The Great world of London, London, 1857, part. II pag. 90.

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e addoppiar guadagni, o procacciarsi piaceri. E finché un principio superiore, la legge della coscienza e della religione, non farà sentire più efficacemente la sua autorità, vano è sperare d'infrenar codeste ree tendenze col crescere di 225 nuove brigate di gendarmeria, e di 1144 nuovi Commissari di polizia, la forza così numerosa con cui l'umana giustizia tende a prevenire o punire il delitto.

La moralità

Gli Spartimenti della Senna e di Corsica, come sempre per lo passato, furono i più fertili di così trista messe. In quelli della Senna i delitti contro la proprietà sono i più numerosi, perone sono in proporzione di 82 per 100, cioè quattro quinti; in Corsica per lo contrario prevalsero sempre i reati contro le persone, e toccarono l'enorme ragione di 89 per 100! Nel 1354 v'ebbe qualche diminuzione. Dei 7556 accusati che si trovarono involti nei 5525 processi, giudicati dalle Corti d'Assise in quest'anno, ve ne ebbe 1883 (240 sopra mille) che furono prosciolti; 2813 (372 sopra mille) che furono condannati a pene afflittive ed infamanti; e finalmente 2860 (379 sopra mille) che furono condannati a pene correzionali. Il numero delle condanne a morte fu doppio di quello degli anni precedenti; inoltre il Giurì fece prova d'assai maggiore severità, non ammettendo che assai meno sovente il beneficio di circostanze attenuanti. Il numero proporzionale dei recidivi fra gli accusati era di 283 sopra mille nel 1851, di 311 nel 1852, di 328 nel 1853. Pertanto l'anno 1854, paragonato col 1851, offre un aumento di più che un ventesimo. La Moralità Una parola circa la pubblica moralità.

«Barone di Watteville, Ispettore Generale delle Istituzioni di beneficenza, scrisse un rapporto al Ministro degli Interni, intorno ai ricoveri degli esposti, gli abbandoni di bambini, gli infanticidi e i nati morti dal 1826 al 1854; ed è cosa di tanto momento, che il Ministro degl'Interni lo mandò pubblicare per le stampe. Noi ne ricaviamo le seguenti cifre: La Francia, nel 1826, contava 31,851,545 anime, e nel 1853 era cresciuta di 3,930,083. Le nascite illegittime in 28 anni furono 1,964,205; ossia, prendendo la media annua, 70,150; ovvero una nascita illegittima sopra 13 710 legittime. Il qual disordine è proporzionalmente più grande nelle grandi città. Nel 1826 esistevano in Francia 217 ospizi con ruota per ricevere i bambini esposti, e 56 senza ruota. Dal 1826 al 1853 furono abolite 165 ruote, e giova vedere quali ne siano stati gli effetti, e per rispetto agli abbandoni, e per rispetto agli infanticidi.

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Ora s'inferisce dalle varie comparazioni di cifre che «gli abbandoni di bambini diminuirono progressivamente in Francia dal 1826 al 13 nella proporzione di una metà rispetto alle nascite, e di 4|9 rispetto alla popolazione.»

Dal 1836 fino al 1853 inclusivamente visi commisero 3671 infanticidi, ossia un infanticidio sopra 7394 nascite. E ciò per tener conto solo di questi delitti noti e accertati dalla magistratura. Quanti saranno gli sconosciuti?

E basti per ora questo, a far ragione di quel che fossero i Governi censori di quello delle Due Sicilie, il cui maggiore difetto era la soverchia abbondanza di ogni bene dl' Dio, e di una vera e schietta felicità, quale umanamente è possibile su questa misera terra.

Altre dunque erano le ragioni, (prescindendo per un momento da quelle della setta anticristiana) che spingevano le Potenze occidentali ad assalire più particolarmente il Governo napolitano.

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CAPO XIII.

I Protettori disinteressati.

La guerra d' Oriente nel 1854 veniva a riaccendere il fuoco latente e ad aggiungere materia agli assalti dei settari, Re Ferdinando II mantenevasi in una dignitosa neutralità tra i belligeranti, in quello che Vittorio Emanuele, seguendo i prestabiliti disegni, spediva un contingente di milizie in Crimea, che, mentre nulla aggiungeva alle probabilità di buon successo per gli alleati occidentali, molto contribuiva, anzi era la ragione immediata delle sue pretensioni a quella egemonia su tutta Italia, sempre vagheggiata dai Sabaudi, che, per virtù straniera, ottenne pochi anni dopo. Quindi è che mentre riscaldavansi e fomentavansi le relazioni tra il Piemonte e gli Anglo-franchi, raffreddavansi quelle col Re di Napoli. Il Congresso di Parigi, di cui lungamente ragionammo in queste pagine, provò la realtà di questi apprezzamenti. Aggiungeremo però un fatto che può valere da solo al retto giudizio della questione. - II Commendatore Carafa, proministro degli Affari esteri in Napoli, allorché dopo il Congresso ebbe il primo dispaccio ostensibile dalle mani del Rappresentante inglese Sir W. Temple, non trovò che le pretensioni britanniche fosservi chiaramente definite, onde è che fu costretto domandargli: «Ma in sostanza voi che volete da noi?» e il Temple, evitando di spiegarsi in iscritto, contentassi di rispondere vagamente: «Un'amnistia generale, un cambiamento di Ministero, una riforma nella legislazione criminale, e modificazioni nei trattati di commercio in vista d'introdurvi il progresso». - La parola libero scambio non fu pronunciata; ma tutti sanno ciò che s'intenda sul Tamigi per progresso in materia commerciale: ed ecco trovato il nodo della questione per quel che riguarda l'Inghilterra circa le sue relazioni col regno di Napoli. La Frammassoneria che, a raggiungere i suoi fini, mette in giuoco le passioni degli uomini per sedurli, come gl'interessi dei Governi per aggiogarseli, si approfittava dell'egoismo finanziario del Governo inglese, per incatenare

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al suo carro la monarchia britannica, e dell'ambizione del Governo francese per spingerlo innanzi.

Poste infatti le riferite cose e l'esposto confronto, evidente appariva esservi altre ragioni occulte negli assalti contro il Governo di Napoli. Quindi è che, mentre si proseguiva con tenace perseveranza e con fine accorgimelo lo scopo ultimo della setta, di distruggere la Chiesa abbattendone a mano a mano i naturali sostegni, ciascuna poi delle tre Potenze seguiva i particolari implusi dell'ambizione e dell'interesse, sui quali non sarà troppo arrischiato il dire, che si fossero per un momento accordate, cessando tutto in un tratto fra esse gli antichi dissidi.

Assicurandosi al piccolo Piemonte l'egemonia e il possesso del Continente italiano, si accordavano senza esitare alla Francia le belle provincie di Savoia e di Nizza, e l'eventuale possesso dell'isola di Sardegna. All'Inghilterra faceva pur d'uopo accordare qualche cosa, senza di che essa non si sarebbe di certo mossa. Ma quale era in ciò il suo interesse? Alcune indiscrezioni del Times, organo autorevole della opinione inglese, lo rivelano, e spiegano lo accanimento dell'Inghilterra contro il Re di Napoli.

«Austria e Francia, scriveva quel giornale (Ottobre 1856), hanno un piede in Italia; l'Inghilterra vuole entrarvi essa pure.» E in questa frase è compresa tutta l'umanità e il liberalismo del Governo inglese: mettere un piede in Italia, vale a dire conquistare ed ottenere per sé la Sicilia.

In un suo scritto che ha per titolo: De la Sicile et de ses rapports avec l'Angleterre a pagine 103, l'Aceto nota, che «la Sicilia è il punto più strategico per tutti gli avvenimenti possibili nel Mediterraneo e nell'Oriente, e la porta d'Italia dalla parte del mare, che protegge l'indipendenza della nazione, che in mano dei forastieri può divenire per l'intera Penisola un solenne disastro. L'Inghilterra vi tenne sempre l'occhio sopra, perché generalmente essa tende all'ingrandimento, e perché la Sicilia le servirebbe a bilanciare l'influenza russa in Grecia e quella francese a Costantinopoli.»

- E di vero, osserva opportunamente l'Armonia (21 Ottobre 1856), gl'Inglesi non si lasciarono mai sfuggire veruna occasione per mettere piede nell'Isola; e talora si prevalsero delle condizioni di Europa, talora dei dissidii interni per signoreggiarla. Fin dal trattato di Utrecht tolsero la Sicilia alla Spagna per darla a Casa Savoia, alla quale avrebbero potuto più facilmente ritoglierla.

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Nel 1806 riuscirono ad occuparla militarmente fino al 1814 e, a fine di perpetuarvi la loro signoria colla discordia, furono essi i principali promotori della famosa Costituzione del 1812; la quale costituzione indeboliva oltre ogni dire la Sicilia separandola dal Regno di Napoli. A ciò appunto miravano gl'Inglesi; conciossiachè, stretti generosamente in lega coi Siculi pei trattati del 30 Marzo 1808, 13 Maggio 1800 e 12 Settembre 1812, intendevano bene che più isolata fosse resa la Sicilia, e più preponderante «vicina a signoria sarebbe stata la loro amicizia. Per chi ne dubitasse abbiamo in pronto l'espressa confessione del Marchese di Londonderv, il quale in un suo celebre discorso, detto alla Camera dei Comuni il 21 Giugno 1821, dichiarò senza ambagi: come, non per assicurare la felicità della Sicilia vi fossero stabilite le milizie inglesi dal 1805 al 1814. Quanto alla natura delle relazioni colla Sicilia (sono parole del nobile Marchese), quantunque il Governo abbia portato sempre molta stima ed affezione a questo paese, non è però del tutto per tale motivo o per assicurare la felicità della Sicilia, che milizie inglesi vi stanziarono. Questa era in realtà una occupazione militare. Il Governo, considerando lo stato di Europa, stimò necessario, tanto pel meglio della famiglia Reale, quanto per opporre un argine ai progressi sempre crescenti della Francia, di diffondere la Sicilia. La sua posizione insulare la rendeva acconcia ad approfittare della nostra potenza navale. Non solo era per noi facile di metterla al coperto di ogni esteriore violenza, ma era eziandio evidente potervisi stabilire una posizione militare, dalla quale si potrebbe fare un'utile diversione in favore della libertà di Europa, o nello scopo di riprendere l'Italia ai Francesi.

- Queste parole sono chiare abbastanza! esclamava la citata Armonia. Nei tempi andati, Francia e Inghilterra disputavano il possesso del Regno delle Due Sicilie. Gl'Inglesi erano in Sicilia, e Napoleone dava il Continente napolitano prima al fratel suo Giuseppe, e poi al cognato Gioacchino Murai Queste due Potenze lottano così ab antiquo fra di loro per il predominio sul Mediterraneo. La Francia possiede l'Algeria, l'Inghilterra l'Indostan: grande è il commercio delle due Nazioni ciascuna dalla sua parte, e ambedue hanno il medesimo interesse per la libera navigazione del Mediterraneo. Se la Francia potesse ridurre in suo potere Minorca e Portomaone, Tunisi e Tripoli, il Mediterraneo diverrebbe un lago francese. Se al contrariò l'Inghilterra potesse impossessarsi della Sicilia, padrona come è di Gibilterra e di Malta, comanderebbe su tutto il Mediterraneo. Ed ecco perché in ultima analisi l'Inghilterra e la Francia vollero sempre immischiarsi nelle cose d'Italia e di Napoli.

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Quindi è che il loro antagonismo politico commerciale marittimo si svolgeva sempre a danno dell'Italia. Ma ai nostri giorni due fatti singolari registra attonita la Storia: da una parte ì Inghilterra e la Francia che operano di conserva contro il Regno delle Due Sicilie: (e ciò in fondo si spiega facilmente, essendo uguale l'interesse nel distruggere, salvo l'accapigliarsi fra di loro giunto il momento di edificare) dall'altra, che siano riuscite ad avere complice nella malvagia impresa un Governo italiano. La necessità di fiaccare la preponderanza del Colosso del Nord spiega di leggieri la guerra di Oriente e la lega delle Potenze secondarie con le due Potenze ostili, l'Inghilterra e la Francia. La pace di Parigi non fu cessazione di guerra, ma cambiamento di terreno. Umiliata la Russia si doveva umiliare l'Austria, e distruggere il Regno delle Due Sicilie: era la ripetizione della lotta degli Orazi contro i Curiali. La Russia, l'Austria, il Re di Napoli venivano combattuti l'uno dopo l'altro alla spicciolata, e rimanevano vinti.

L'Inghilterra intanto, più scaltra, lasciandosi meno guidare dall'odio settario contro la Chiesa, che dal proprio interesse; mentre lasciava ai caldi frammassoni franco-sardi il triste compito di minare il trono dei Papi, dava alimento al fuoco rivoluzionario, fiso tenendo lo sguardo sulla Sicilia. Nel 1847 mandava perciò a Napoli Lord Minto con lo specioso pretesto di ottenere da Re Ferdinando concessioni in favore dei sudditi inglesi; ma in realtà per aizzare a ribellione i sudditi dello stesso Re. Ciò risulta da un dispaccio del medesimo nobilissimo Lord al suo degno principale Lord Palmerston, sotto la data del 18 Gennaio 1848. Così, mentre parlavasi di concessioni, la Sicilia sollevavasi e sottraevasi all'obbedienza del suo legittimo Sovrano. Ed ecco subito Lord Minto con dispaccio del 12 Febbraio successivo al signor G. Goowin, Console di S. M. Britannica a Palermo, fa conoscere al Comitato rivoluzionario palermitano, essere egli disposto ad entrare mediatore tra i ribelli siciliani 3 il loro Sovrano. Il Comitato accetta l'offerta, e con dispaccio del 14 del l'istesso mese invita Lord Minto, quale rappresentante della Gran Brettagna, a recarsi a Palermo. Scoppia però la rivoluzione di Parigi, e Lord Minto resta a Napoli, a sollecitare pronte riforme dal Re, affine di ridursi in pugno, con l'alta influenza della Gran Brettagna, le sorti dell'ambita Isola.

Ferdinando II in quelle supreme distrette pubblicava quattro Decreti, che convocavano il Parlamento siciliano a Palermo in

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giorno determinato, secondo tutte le forme adottate dal Comitato palermitano nell'atto di convocazione del 24 Febbraio, e collo scopo di applicare la Costituzione del 1812 ai tempi presenti. Il 10 di Marzo Lord Minto giunge a Palermo coi Regi decreti; ma nel presentarli ai Palermitani, chi il crederebbe? li consiglia a respingerli! (1).

Le concessioni del Sovrano venner infatti rigettate, elevandosi nuove pretensioni che preludevano allo spodestamelo del magnanimo Re. E Lord Minto, con fronte di bronzo, approvava quelle pretensioni, prendendo su di sé il compito di farle accettare alla Corte di Napoli. Cosi il famoso Inglese con doppio giuoco assumeva l'incarico di servire ad un tempo e spogliare Re Ferdinando. Ma l'uomo lealissimo sbagliò nei suoi calcoli: egli pretese che il Re si spogliasse colle proprie mani; ma questi, lungi dallo aderire all'atto codardo, rigettò risolutamente le domande siciliane. E il Gabinetto di Sl. Iames senza arrossire eccitò il Ministero siciliano a proclamare il decadimento della Dinastia dei Borboni dal trono di Sicilia, pur conservando la forma monarchica del governo più omogenea all'Inghilterra. Che se la forma repubblicana fosse prevaluta in Sicilia, la Francia, essendo governata allora a Repubblica, l'influenza francese avrebbe senza meno prevaluto nell'Isola. A mettere adunque un muro insormontabile di divisione tra i Siciliani e i Francesi, l'Inghilterra volle ed ottenne la forma monarchica di governo; e mostrandosi scaltramente disinteressata, presentava il Duca di Genova, secondo figlio di Re Carlo Alberto di Sardegna, a candidato per la corona di Sicilia. E i Siciliani, senza ombra di sospetto, il 21 Luglio 1848, mandavano una deputazione al Principe subalpino ad offrirgli la corona.

L'Inghilterra però, come non voleva una Sicilia governata a repubblica, onde non subisse la influenza francese, non la voleva nemmeno retta dal Duca di Genova, perché non divenisse suddita piemontese. L'Inghilterra voleva la Sicilia per sé: quindi un governo che continuasse ad agitarsi nel provvisorio.

Infatti Ferdinando II il 20 Luglio protestava contro la pretesa elezione del Duca di Genova, e la protesta veniva comunicata dal Conte di Loudolf, Ministro napolitano, al Ministro sardo Marchese Pareto, che ne dava immediata comunicazione a Lord Abercrombv, chiedendo consiglio. E il nobile Lord rispose, non darebbe egli mai il suo avviso su di ciò.

(1) Vedi le più volte citata Armonia.

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Tale risposta inchiudeva naturalmente il consiglio di rifiutare la corona: la Sicilia rimanendo cosi in sospeso, diveniva facile preda dello scaltrito protettore. «L'Inghilterra, lasciò scritto il Gioberti, nutriva gli spiriti municipali dei Siculi per ridurseli in grembo.» - Iddio sventò allora gl'interessati calcoli, e Re Ferdinando, destinato da Lui a divenire ospite magnanimo del Papa, riotteneva colla pace dei suoi Stati il tranquillo possesso della Sicilia.

Ma la setta non davasi per vinta, e poiché ne voleva alla Chiesa, nuova guerra indiceva ai Reali di Napoli, perché ad Essa fedeli.

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CAPO XIV.

Attentato contro il Re Ferdinando II.

Riusciti vani gli attentati diplomatici contro la fermezza del Re Ferdinando II, faceva d'uopo ai settarii ricorrere a mezzi più speditivi, risoluti come erano di liberarsi ad ogni costo della molesta presenza di quel grande Monarca; si ricorse perciò al ferro dell'assassino.

L'8 Dicembre 1866, festa dell'Immacolata Concezione, Ferdinando II Re di Napoli aveva assistito alla santa Messa insieme colla Famiglia Reale, con tutti gli alti funzionari, e 25000 uomini di ogni arma. Dopo la Messa, le milizie presenti vennero passate in rivista. Re Ferdinando presiedeva allo sfilare delle truppe, quando un giovine soldato, di nome Agesilao Milano, uno degli insorti di Calabria nel 1848, amnistiato nel 1852 ed entrato nell'esercito con carte false, usci dalle file e lanciossi sul Re avventandogli un colpo di baionetta. Il colpo fu ammortito dalla fonda delle pistole sospese alla sella del cavallo, e il Re n'ebbe lievissimo danno. Un Colonnello degli ussari, Conte Francesco de la Tour en Voivre, precipitossi sull'assassino e lo atterrò. Questo venne arrestato, e la sfilata prosegui. La sera, grandi feste in Napoli, e il popolo tripudiò perché il suo Sovrano era scampato da tanto pericolo. Agesilao Milano venne processato, condannato il 12 Dicembre, e giustiziato il mattino del giorno seguente. E qui è da notare una circostanza rilevantissima, che ci venne assicurata da persona autorevole e del tutto degna di fede, ed è la seguente. Agesilao Milano in faccia alla inevitabile sentenza di morte che era per colpirlo, caduto di animo, si mostrò pronto a tutto rivelare intorno agli istigatori e ai complici del suo delitto. Nomi e persone importanti erano per essere deposte negli atti processuali, od erano per sedere sul banco dei delinquenti. Traditori dei proprii Sovrani ve ne ha sempre dovizia in questi tempi tristissimi di pervertimento e di empietà! Ferdinando II ne aveva anch'esso intorno a sé: e si fu palese al momento della invasione delle Due Sicilie, pochi anni dopo.

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Essi adunque accortisi del pericolo che sovrastava a potenti felloni e a loro stessi, come agl'interessi più vitali della Setta, precipitarono lo svolgimento del processo, e, fatto un fascio di deposizioni e di documenti, mostrando ipocritamente zelo per la sicurezza dell'augusta persona di Re Ferdinando, adoperarono in guisa che lo sciagurato regicida fosse prestamente condannato a morte, e la sentenza più prestamente eseguita.

Attitudini del popolo napolitano

Gravi considerazioni faceva naturalmente sorgere l'attentato dell'8 Dicembre, ma noi ne registreremo una sola. - «L'assassinio contro il Re di Napoli, scriveva l'Armonia il 22 dello stesso Dicembre 1856, è la più solenne e la più incontestabile condanna di tutta quell'orda rivoluzionaria, che da parecchi anni spira fuoco e fiamme contro quel Monarca. Esso mette il suggello alla infamia di cui si cuoprirono quei plenipotenziari del Congresso di Parigi, i quali si avvilirono al segno di farai eco degli schiamazzi della piazza e del trivio. Quell'attentato da una mentita a tutte le calunnie della stampa inglese, francese e piemontese, e alle asserzioni, che tutto il popolo del Regno delle Due Sicilie odia e detesta in modo orrendo la tirannia del suo Sovrano. Come? un popolo bollente come quello del regno; un popolo che sa di essere sostenuto da tutta la stampa, che si arroga il monopolio della pubblica opinione; un popolo, che ha dalla sua le due maggiori Potenze del mondo; un popolo, che da tutti questi mezzi incendiar! è eccitato alla rivolta contro il suo Sovrano, non solo non si ribbella contro di lui, ma è preso da indignazione contro un branco di sconsigliati che alzano l'insegna della rivolta, e, nonché aiutarli nella loro sollevazione, piglia le parti del suo Sovrano; e questo popolo è oppresso dal più duro dei tiranni da non trovare riscontro che nei Neroni e nei Caligola? e coloro che spacciano queste fole trovano ancora chi loro presta fede? e fra questi credenzoni vi hanno uomini di Stato, Diplomatici, Ministri, Sovrani, Imperatori? Philosophorum credula nati, disse Seneca: noi potremmo dire dei politici ciò che quegli disse a' filosofi: politici, razza di credenzoni! e diciamo i politici da caffè e da bettola, perché i politici da gabinetto s'infingono di credere per darla a bere.

Non è a dire quanta rabbia destasse in cuore ai libertini frammassoni il vedere l'alto sdegno che mostrò la popolazione napolitana contro l'infame attentato. «Il dispaccio telegrafico, nota il citato giornale, trasmessoci ieri, dopo quelle parole la popolazione si mostrò sdegnata, recava tra parentisi un sic! il che vuoi dire che colui che fece il dispaccio, o dubita del fatto,

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Giornali settarii pronunziano lo attentato

0 lo disapprova.... Ora il dispaccio a noi viene per gli ufficiali del Governo; e il Ministero esercita la censura preventiva sopra tutti i dispacci. Dunque.... ognuno può tirarne la conseguenza. Ah! dunque potete dubitare un'istante che un popolo non sentasi sdegnato alla vista di tanta infamia? Si capisce che coloro, i quali ricettano gli assassini del proprio Sovrano, che li onorano, che li ascrivono al novero dei cavalieri, dei legislatori, dei... si capisce che rimangono impassibili alla vista di un regicidio; anzi vi facciano plauso. Ma chiunque non ha fatto il giuramento di spegnere col braccio, e d'infamare colla voce i tiranni e la tirannide politica e morale, cittadina o straniera, sente raccapricciarsi per l'orrore a sì orrendo misfatto.... Non havvi che la civiltà libertina, la quale sia indulgente verso i traditori e ai vili assassini.»

Ma v'è di più: prima ancora che a Torino giungesse la notizia del tentato regicidio davasi per sicuro, che, riuscisse o no la sollevazione siciliana, le cose del Regno dovevano in ogni modo cambiare e la Costituzione esservi ristabilita. Anzi sapevasi nella capitale subalpina che al Re di Napoli doveva incogliere la stessa sorte di Pellegrino Rossi, il cui assassinio era annunziato dalla pubblica stampa prima ancora che fosse eseguito. La Vespa di Genova, N° 7, pubblicava il giorno 9 (ed era scritto il dì 8, vale a dire l'istesso giorno dell'attentato!) uno scellerato e villano articolo, intitolato -povero Bomba, - e diceva: «Se vi saltasse mai, o lettori, di pregare ad un vostro nemico un malanno, ma di quei buoni (parlo per modo di dire) augurategli la posizione privata e politica del povero Bomba: e vi assicuro che, in quanto a me,non vorrei essere io la Regina di Napoli. Figuratevi un uomo come quello, che ha contro tutto l'universo, che è detestato da tutti i Re, da tutte le Nazioni, come può vivere tranquillo nella sua Reggia!

E dopo di avere riandato ciò che fecero contro di lui Diplomatici e Sovrani, dice: «Egli non ha tanto da temere dai suoi nemici esterni, quanto dai suoi popoli, che lo amano alla pazzia, che vorrebbero averlo un poco nelle mani per farlo ballare.» E, ricapitolando con un pò di geometria gli elementi di questa sua posizione imbarazzata, trova, che «dinnanzi, a destra, a sinistra, ha nemici da per tutto: di dietro poi ed anche tutto all'intorno il fermento dei popoli, le imprecazioni, i lamenti dei torturati, le larve delle vittime, e il pericolo imminente di una botta sul cranio} e aggiungete momentaneamente la rivoluzione in Sicilia; e giacché si dice che l'abbia fatta comprimere, avrà di più nuovi rimorsi, nuove stragi sull'anima.»


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Dal che si vede, che la compressione della rivoluzione di Sicilia e la botta sul cranio sono due cose correlative. Non riuscito il tentativo di rivoluzione si ricorreva all'assassinio. E la Vespa concludeva: «Dunque vedete, lettori carissimi, se non è un brutto impiccio quello del povero Bombai e si può dire che è Punico al mondo che si trovi cosi bersagliato. Egli è come un debitore alla vigilia della mala paga che si danna e non trova più un soldo da nessuno perché ne ha truffati abbastanza. - Ora badate un pò alla umana fortuna, come travisa le cose. Un Re cosi devoto, così santo, che si confessava tutti i giorni a Gaeta, e che ha non so quanti milioni di benedizioni addosso, doverla finire cosi malamente! Se fossi, povera Vespa, un pò più ardita vorrei andargli all'orecchio e dirgli: - Maestà, voi siete in grazia di Dio, date una volta bando alle cure del mondo, lasciatevi mettere nel calendario dei Santi!...» (1).

Il governo subalpino premia i regicidi

Dio stornò la mala paga di cui Ferdinando II era, a dire del giornale libertino, alla vigilia; e, invece di essere scritto egli nel calendario dei Santi, fuwi uno dei così detti martiri di più nel martirologio dei frammassoni.

Ma quale maraviglia che i giornali della rivoluzione italiana il facessero festa precoce allo stabilito assassinio di un Monarca, e ne parlassero in modo così ferocemente insultante, se il Governo istesso subalpino, che tollerava così inaudita infamia, prodigava onori, eleggeva a Deputati, elevava a Ministri di Stato gli assassini palesi del proprio Sovrano, di quel Sovrano che, sventuratamente, perii primo aveva messo la sua spada a servizio della Setta.

Quello che l'Armonia accennava solamente, era fondato sopra irrefragabili documenti; e noi li recheremo qui stesso, sia pure a modo di digressione, sebbene risguardino fatti ormai lontani dall'epoca di cui parliamo; a far meglio conoscere quali fossero gli accusatori del Governo napolitano e dell'augusta persona del Re Ferdinando.

Pochi mesi prima del tentato regicidio veniva pubblicata in Torino una Storia del Piemonte del sig. Antonio Gallenga, Deputato ministeriale: scritta originariamente in lingua inglese, e pubblicata a Londra nel dicembre dell'anno 1855, dall'autore medesimo era stata tradotta in italiano. Era dessa una di quelle storie ad usum Delphini, vale a dire, a servizio del Ministero; ma che

(1) L'Almanacco nazionale del 1857, anno IX, edizione a cura della Gazzetta del popolo, fa il panegirico di Bentivegna e di Milano, dando loro l'epiteto di Santi e ne riporta e medaglie, pag. 71 a 75.

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appunto perciò ha valore maggiore nel caso nostro. Mazzini e Mazziniani vengono bistrattati e messi in dileggio dal Gallenga. Chiama egli Mazzini, giovane entusiasta retto di cuore, ma obliquo di mente, esule impaziente, autore di matte congiure; e nel secondo volume ecco come parla degli eccessi della Giovane Italia, e dei tentativi di regicidio:

«Mazzini intanto, cacciato di Francia, aveva posto a Ginevra il quartier generale di quelle sue matte congiure. Aveva intorno a sé alcune migliaia tra fuorusciti italiani e polacchi, per mezzo dei quali meditava un attacco in Savoia.

L'attentato contro Carlo Alberto

«Trovavasi presso del Capo della così detta Associazione Naffiu?arI° zionale un giovane fanatico, stanco della vita d'esilio, e nudrito alla scuola classica del patriottismo d'Alfieri, avvezzo al teatro dell'Opera a vedere in Guglielmo Teli esaltato il più bel tipo di eroismo. Giunse allora in Ginevra la madre di Rufflni col rimanente della famiglia, che veniva in ricovero in Svizzera, ancor tutta trambasciata dalla ferale tragedia che aveva insanguinate le mura del carcere di Genova. Quello spettacolo di muto dolore scaldò la fantasia del giovinetto ammiratore dei Bruti e dei Timoleoni, il quale si offerse di vendicare quella desolata madre, togliendo di vita il tiranno.

«Fu fornito da Mazzini di passaporto, danaro e lettere, e venne così a Torino nell'Agosto 1833, sotto il mentito nome di Luigi Mariotti. I partigiani di Mazzini a Torino erano però tutti o presi, o fuggiti, o nascosti. Non trovò lo straniero chi gli desse consiglio o direzione a condurre ad effetto il suo intento, niuno che potesse avvantaggiarsi dell'esito; per quasi due mesi indugiò egli invano cercando opportunità di ferire. N' ebbe sospetto finalmente la polizia; ed alcuni amici che ne avevano in parte indovinato il terribile segreto, tanto gli stettero intorno che lo fecer partire. Uno scrittore poco temperato dei tempi nostri ha creduto poter portare altro giudizio di quell'attentato, di cui ha anche travisato i fatti principali; ma ha dovuto poi ricredersi dopo piò maturo esame, e confessare che il giovane regicida, per quanto sconsigliato e demente potesse dirsi, non era però, né «furfante» né «vigliacco.» Carlo Alberto non ebbe mai distinta idea delle trame ordite contro la sua persona; ma siccome fu poco dopo arrestato un'altro emissario di Mazzini, portatore di un pugnale col manico fatto di pietre preziose a mosaico, ne rimase nell'animo del Re e in quello dei più fidi suoi sudditi una impressione, che Mazzini non rifuggiva dall'uso del coltello dell'assassino; «ne vuole alla vita del Re»

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è quanto si udiva spesso, parlando di Mazzini, tra gli Ufficiali dell'esercito piemontese alla campagna del 1848.»

II Gallenga nel brano citato accenna alla madre di Ruffini ed suicidio h alla ferale tragedia che aveva insanguinate le mura del carcere di Genova. Per chi non fosse molto addentro alla storia della rivoluzione, ecco quel fatto, colle parole dello stesso Gallenga: «Iacopo Raffini, amico di Mazzini, arrestato a Genova, temendo che la straziante tortura morale, a cui lo assoggettavano, avesse a strappargli parola che compromettesse altrui, si determinò al suicidio, ed eseguì il disegno con efferata barbarie contro di sé medesimo. Strappò una ruginosa lamina di ferro, di cui era foderato l'uscio del carcere, la arrotò al macigno del davanzale della fenestra, e se ne segò la gola. (Disgraziato!)

Suicidio di Ruffini

Ecco lo spettacolo di muto dolore, che scaldò la fantasia del giovinetto ammiratore dei Bruti e dei Timoleoni! Dopo le quali cose, Antonio Gallenga passa a raccontare la spedizione dei Mazziniani contro la Savoia nel 1834; e ride di Mazzini, che «strinse la fida sua carabina, e volle accorrere al conflitto: ma cadde subito svenuto nelle braccia dei compagni, che lo trasportarono così in salvo oltre il confine.

Questo frizzo e le cose sopra narrate, ed i giudizi di Gallenga offesero i Mazziniani, uno dei quali, Federico Campanella, stimò opportuno di giudicare la nuova Storia del Piemonte per ciò che riguarda la spedizione di Savoia nel 1834, e lo fé in due notevolissime appendici stampate sull'Italia, e Popolo, N. 294 e 295, del 23 e 24 di Ottobre.

Nella prima appendice, Federico Campanella rimprovera al Gallenga ben tredici bugie, stampate nel raccontare un fatto solo, oltre un diluvio di bugie che tace; e conchiude: «Ah! Gallenga, Gallenga, che cosa avete fatto! Voi avete abbeverato di fiele la logica, flagellato il buon senso, crocifisso la storia; avete accumolato bugie sopra bugie, vi siete reso colpevole di falso in in scrittura storica.»

Nella seconda appendice, poi passa a parlare del giovane fanatico, che nell'Agosto 1832 venne in Torino, sotto il falso nome di Luigi Mariotti, per pugnalare Carlo Alberto. E qui lasciamo la parola a Federico Campanella:

Rivelazioni di Campanella

«Chi è desso? Perché cela la faccia sotto la maschera dell'anonimo? Perché non dice il suo nome? Chi, meglio di Antonio Gallenga, conosce Luigi Mariotti?

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«Costui, non si trovò a caso col capo della Giovine Italia, né ebbe bisogno della lagrima di una madre, né degli eccitamenti di Mazzini, per decidersi al regicidio. Venne dalla Corsica, ignoto a tutti, Bruto nato, Bruto cresciuto, Bruto fatto, Bruto determinato, Bruto prima di vedere Mazzini e la madre di Rufflni. Lungi dall'incitarlo, Mazzini abbietto, discusse, mise innanzi tutto ciò che poteva smoverlo. Bruto 1° rimase irremovibile... per allora. Se non commise il regicidio, non fu certo per mancanza d'indicazioni a Torino: ebbe anzi tutte le indicazioni possibili, e noi non faremo l'ingiuria al Bruto 1° di credere ad un motivo così frivolo e meschino, messo innanzi dallo storico. Noi crediamo invece, che ciò accadesse per un ritorno felice a sentimenti più sani, più umani, e - diciamolo pure - più proficui. Nell'atto di vibrare il colpo, Bruto 1° pensò a' fatti suoi; e, fatto rapidamente il calcolo dei profitti e perdite tra il mestiere di Bruto e quello di entusiasta monarchico, il nostro bravo Mariotti, uomo alquanto scettico in politica, ma eccellente in aritmetica, si decise pel mestiere dell'entusiasta. Questa savia risoluzione ebbe la sua ricompensa,e, di suddito parmense ch'egli era, divenne tosto cittadino sardo, indi Deputato al Parlamento di Torino, indi Ambasciatore in Germania, indi cavaliere di non so qual ordine, indi.... e perché no? si son veduti Ministri Bruti e Mariotti quanto il nostro Luigi. Fatto si é, che nella dolce speranza d'un portafoglio, un bel giorno, in un momento di crisi ministeriale, Bruto 1° consultando più il suo buon cuore che le sue forze, fece omaggio al Ministro periclitante dell'aiuto di tutta la sua eloquenza, si slanciò animoso alla tribuna, e, giunto proprio nel mezzo, balbettò tre o quattro parole, si confuse, fece fiasco, prese un bicchier d'acqua inzuccherata, scese dalla tribuna, e, disgustato dell'arte oratoria, diede di piglio alla penna, e finì collo scrivere tre volumi di roba, intitolata (Dio sa perché) Storia del Piemonte.

«Siccome queste cose meritano di essere messe in chiara luce, noi cederemo la parola a chi é meglio informato di noi.

«Caro Federico,

Lettera di Mazzini a Campanella sul fatto di Gallenga

«Non molto prima della spedizione di Savoja, dopo le fucilazioni dei nostri in Genova, Alessandria, Chamberv, sul finire del 1833, mi si presentò all'Albergo della Navigazione, a Ginevra, una sera, un giovane ignoto. Era portatore di un biglietto di L. A. Melegari, oggi professore, Deputato ministeriale in Torino, allora

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nostro, che mi raccomandava, con le parole più che calde, l'amico» suo, il quale era fermo di compiere un alto fatto e voleva intendersi meco. Il giovarne era Antonio Gallenga. Veniva di Corsica.» Era affratellato della Giovane Italia.

«Mi disse, che, da quando erano cominciate le proscrizioni, egli aveva deciso di vendicare il sangue dei suoi fratelli, e d'insegnare ai tiranni, una volta per sempre, che la colpa era seguita dalla espiazione: ch'ei si sentiva chiamato a spegnere in Carlo Alberto il traditore del 1821, e il carnefice de' suoi fratelli; che egli aveva nutrito l'idea, nella solitudine della Corsica, finché si era fatta gigante e più forte di lui;.... e più altro.

«Obbiettai, come ho fatto sempre in simili casi; discussi, misi innanzi tutto ciò che poteva smoverlo. Dissi che io giudicava Carlo Alberto degno di morte, ma che la sua morte non salverebbe l'Italia; che per assumersi un ministero d'espiazione, bisognava sentirsi puro d'ogni senso di povera vendetta e d'ogni altro che» non fosse missione; che bisognava sentirsi capaci di stringere le mani al petto, compito il fatto, e darsi vittima; che in ogni modo» ei morrebbe nel tentativo; che morrebbe infamato dagli uomini come assassino,......... e via così per un pezzo.

«Rispose a tutto; e gli occhi gli scintillavano mentre ei parlava. Non importargli la vita, non si arresterebbe d'un passo; compito l'atto, griderebbe: Viva l'Italia.! I tiranni osar troppo, perché si curi dell'altrui codardia; bisognava romper quel fascino. Si sentiva destinato a quello. S'era tenuto in camera un ritratto di Carlo Alberto, e il contemplarlo gli aveva fatto più sempre dominante l'idea. Finì per convincermi, che egli era uno di quegli esseri, le cui determinazioni stanno tra la propria coscienza e Dio, e che la Provvidenza caccia, da Armodio in poi, di tempo, in tempo, sulla terra per insegnare ai despoti, che sta in mano d'un uomo solo il termine della loro potenza.

«E gli chiesi che volesse da me?

«Un passaporto e un pò di danaro.

«Gli diedi mille franchi, e gli dissi che avrebbe un passaporto in Ticino.

«Fin là ei non sapeva neppure che la madre di Iacopo Ruffini fosse in Ginevra, e appunto nell'Albergo dove era io. Gallenga rimase la notte e parte del giorno dopo. Pranzò con la Ruffini e con me; non si disse verbo tra loro: lasciai la Raffini ignara delle intenzioni. Essa era generalmente ammutolita dal dolore e non mosse quasi parola.

«Nelle ore in cui egli rimase, sospettai che ei fosse condotto

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più da una sfrenata ambizione di fama, che non dal senso di una missione espiatoria da compiere; mi ricordò sovente che da Lorenzino de' Medici in poi non s'era compiuto un simile fatto; e mi raccomandò che io scrivessi, dopo la sua morte, alcune linee» sui suoi motivi. Parti.

«Valicando il S. Gottardo, mi scrisse poche parole piene d'entusiasmo; s'era prostrato sull'Alpe, e aveva tornato a giurare all'Italia di compiere il fatto.

«Ebbe in Ticino un passaporto col nome di Mariotti. Giunto in Torino, si abboccò con un membro del Comitato dell'Associazione, del quale aveva avuto il nome da me. Fu accolta l'offerta. Furono presi i concerti. Il fatto si compirebbe in un lungo andito in Corte, pel quale il Re passava ogni Domenica per andare alla Cappella regia. S'ammettevano taluni per vedere il Ré, con un biglietto privilegiato. Il Comitato poté provvedersi di uno. Gallenga andò con quello, senz'armi, a studiare il luogo; vide il Re, e fu più fermo che mai; lo diceva almeno. Fu statuito che la Domenica ventura si compirebbe.

«Allora, impaurito dal procacciarsi, in quei momenti di terrore organizzato, un'arme in Torino, mandarono un membro del Comitato, Sciandra, commerciante, oggi morto, per la via di Chambery a Ginevra a chiedermi l'arme ed avvertirmi del giorno. Un pugnaletto con manico di lapislazzoli, che m'era dono carissimo, stava sul tavolo: accennai a quello. Sciandra lo prese, e partì.

«Ma intanto, io non considerando quel fatto come parte, del lavoro insurrezionale ch'io dirigeva, e non facendone calcolo, man dava per cose nostre a Torino un Angelini, nostro, sotto altro nome. L'Angelini, ignaro del Gallenga e d'ogni cosa, prese alloggio appunto nella via dove stava in una cameretta il Gallenga. Poi, commettendo imprudenze di condotta, fu preso a sospetto: tornando a casa, la vide invasa da Carabinieri; tirò di lungo e si pose in salvo.

«Ma il Comitato, inteso che a due porte da quella del regicida, erano scesi i Carabinieri, e non sapendo cosa alcuna dell'Angelini, argomentò che il Governo avesse avuto avviso del progetto» e fosse in cerca di Gallenga.

«Perciò lo fece uscir di città, lo avviò ad una casa di campagna fuori di Torino, dicendogli, che non si poteva tentare la Domenica; ma che, se le cose si vedessero in quiete, lo richiamerebbero per un'altra delle successive.

«Una o due Domeniche dopo mandarono per lui; non lo trovarono più; era partito. Ed io lo rividi in Svizzera.

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«Rimanemmo legati; ma si sviluppò in lui un'indole più che orgogliosa, vana, una tendenza di egoismo, uno scetticismo insanabile ed uno sprezzo d'ogni fede politica, fuorché l'unica dell'indipendenza italiana.

«Lavorò meco, fu membro del Comitato centrale. Firmò un'appello stampato agli Svizzeri contro la tratta di soldati sgherri, che fanno. Poi s'astenne. Si diede a scrivere articoli di riviste e libri. Disse e misdisse degli Italiani, e degli amici, e di me.

«Prima del 1848 si riaccostò, e fece parte d'un nucleo che si organizzò sotto nome nostro. Venne il 1848. Io partiva, mi chiese di partire con me. A Milano si separò, dicendomi ch'egli era uomo di fatti e andava al campo. Invece di andare al campo, si recò a Parma, dove cominciò a congregare il popolo in piazza, e a predicare quella malaugurata fusione, che fu la rovina d'Italia. Diventò segretario d'una Società federativa, presieduta da Gioberti, del quale aveva scritto plagas nei suoi libri inglesi sull'Italia. Sottoscrisse circolari stampate in Torino, destinate a magnificare la Monarchia piemontese. Fu scelto dal Governo a non so' quale piccola Ambasciata in Germania, più tardi fu ed è Deputato.

Io lo incontrai a Ginevra dopo la caduta di Roma. Mi parlò; indifferente al biasimo e alla lode, gli parlai. Egli accusava i Lombardi di non aver secondato il Re; gli narrai quella storia di dolore che io aveva veduta svolgersi: egli no; gli provai la falsità dell'accusa; parve convinto, e insistette perché io scrivessi qualche cosa.

«Dopo un certo tempo, tornato in Londra, trovai ch'egli, giuntovi appena, aveva pubblicato un libello contro i Milanesi, dov'ei li chiamava persino codardi. Nauseato, e dolendomi di vedere così calunniato da un Italiano tra stranieri un popolo di prodi traditi, deliberai di non più vederlo, e non lo vidi più.

«Ama il tuo

«Giuseppe Mazzini.»

«Tra l'uomo sincero e lo storico libellista, tra il patriota Italiano e il detrattore degli Italiani, giudichi il lettore.

«Federico Campanella.»

Queste cose parrebbero incredibili, e farebbero esitare ad accoglierle uno storico coscenzioso; ma che dire, quando gli autori stessi di così abbominevoli cose ce le narrano per filo e per segno, scritte in lettere di proprio pugno, e sottoscritte col loro nome?

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Non resta in tal caso che di raccogliere siffatti documenti e, sebbene con orrore, consegnarli alla storia. Ecco ora una importante lettera, pubblicata nel Risorgimento, 28 Ottobre 1856, N. 1749, a corroborare le accennate cose.

«Signor Redattore

«Torino 27 Ottobre 1856

«Alcuni amici m'han posto nelle mani il Giornale Italia e Popolo, del 24 corr:

«Vi trovo in un'appendice la continuazione di un articolo su quei tre volumi, róbba intitolata da me (Dio sa perché) Storia del Piemonte. Si accenna in esso articolo un fatto da me narrato in quell'opera, ed attribuito a Luigi Mariotti. Raccontai quel fatto, e nell'edizione inglese di quel mio lavoro, e nella traduzione italiana. Molte persone in Inghilterra, e non poche in Piemonte - di quelle che mi conoscono - sanno che Luigi Mariotti ed Antonio Gallenga sono una sola persona. Di più, questa identità risulta da più luoghi dell'opera stessa. Nella traduzione italiana si cita anche un passo della Storia militare di Pinelli, nella quale vien narrato il fatto stesso, alterandone alquanto le circostanze, e facendone carico ad un certo G. G., colle quali lettere comparvero nei giornali di Torino parecchie lettere mie.

Una lettera di Gallenga

«L'autore dell'appendice dell'Italia e Popolo non rivela dunque fatto alcuno, di cui io non abbia fatta confessione pubblica da due anni, e di cui io abbia mai in privato fatto mistero agli amici miei. Di quel fatto io son pronto a dar ragione a chicchessìa, ed a subirne le conseguenze. L'appendice cita una lettera di Mazzini, uomo di cui ho sempre ammirato ed ammiro il genio sommo, di cui ho sempre amato ed amo l'anima schietta, gentile e generosa, sebbene differissi e differisca da lui quasi sempre d'opinioni politiche. Non mi pare che la lettera di Mazzini in sostanza contraddica di alcuna guisa la mia narrativa, o vi aggiunga alcun particolare di rilievo. Ad ogni modo dichiaro che Mazzini scrive, com'io scrivo, il vero.

«Solamente dalla sua lettera potrebbe forse inferirsi che l'amico mio Luigi Amedeo Melegari fosse in modo alcuno motore od istigatore del fatto ivi accennato. Ove le parole di Mazzini potessero dar luogo a tale interpretazione, credo mio dovere l'affrettarmi ad affermare solennemente, che di quell'attentato fui io solo primo autore e consigliero; che il pensiero spuntò volontario

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ed immediato nell'animo mio, e che non può e non deve appor sene ombra di biasimo né a Melegari, né ad alcun altro. «Ho l'onore di essere «Sig: Redattore.

«Dev.mo suo»

«A. Gallenga.»

Cinismo settario

- Qui ci cade di mano la penna! esclamava l'Armonia. Non sappiamo se maggiore sia il delitto del 1833, o il cinismo del 1856. Povero Piemonte! povera Casa di Savoia! nel 1833 si volle pugnalare Carlo Alberto, e si stampa oggi in Torino sotto gli occhi di suo figlio Vittorio Emanuele II! Lo volle pugnalare Antonio Gallenga; e Antonio Gallenga è oggi deputato del Regno e fa leggi, e provvede insieme cogli altri, così detti, legislatori, alla pubblica sicurezza. Amedeo Melegari, sebbene non motore ed istigatore del fatto, ne era però conscio, e diè al Gallenga il mezzo per eseguirlo. E ora anch'esso è Deputato, è professore nella nostra Università, ed ora Ministro di Stato per gli Affari Esteri, pronto ad insegnare agli Ambasciatori stranieri in che modo si facciano camminare i Monarchi. Abbiamo avuto Ministri rei dello stesso delitto del Gallenga, e lo dice Federico Campanella, e purtroppo noi veggiamo che suoi dire la verità! Che serie di orrori, Dio mio!.......... Chi non apre gli occhi, dopo documenti di questa fatta, costui, oh! sì costui è o connivente o imbecille. -

A taluno sarà parsa soverchia la fatta citazione; ma al nostro scopo di svelare al mondo i detrattori della Monarchia cristiana in generale, e di quella di Ferdinando II in particolare, era mestieri non lasciar sperduto un cosi importante brano di storia, che fa toccare con mano come l'assassinio e gli assassini non escano sempre dalle bolgie del delitto, ma possono ancora uscire dalle aule ministeriali e dalle reggie dei Monarchi.

Nuovi attentati contro il Governo napolitano

Posta su tale inaudito terreno la sorte delle Monarchie italiane, abbandonate da' loro naturali amici, e messe in balìa dei più sleali e spietati nemici, sostenuti e incoraggiati dalla frammassoneria cosmopolita, e da due dei più potenti Stati di Europa, quali erano l'Inghilterra e la Francia, non è maraviglia se dovettero finalmente soccombere, malgrado degli sforzi i più eroici, e ad onta dell'amore e della devozione dei popoli ad esse soggetti.

Ma gli attentati contro il Governo napolitano da parte del Piemonte divenivano ogni giorno più gravi e continui. Un tale Barone Bentivegna di Corleone, membro della Camera dei Deputati del 1848 e poscia dei varii comitati rivoluzionarii della Sicilia,

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ai 22 di Novembre 1856 adunava circa 300 illusi o prezzolati, ed occupato Mezzoiuso, terra a breve distanza da Palermo, quivi li armò alla meglio; sollevò la solita bandiera della rivoluzione italiana, annunziando molti aderenti nell'interno e poderosi soccorsi dall'estero. Trasse per tal modo nell'inconsulto movimento Villarate, Cimina, Ventimiglia ed altri vicini paesi, e, quel che più importa, la vicina città marittima di Cefalù. Corsero subito ad incontrarli milizie regolari e di polizia, le quali in un momento dispersero quei disgraziati, che fuggirono per le montagne. Alcuni però vennero arrestati, tra i quali il Bentivegna stesso, che, sottoposto a un consiglio di guerra, ai 18 di Decembre venne fucilato nella medesima terra di Mezzoiuso.

Questi fatti, per mezzo degli organi venduti alle società segrete, avevano somministrato larga materia a maligne declamazioni in tutta Europa; quindi, sul cadere dell'anno 1856, il Governo delle Due Sicilie diramava ai suoi agenti diplomatici una circolare, nella quale era detto:

Circolare del Governo napolitano circa gli ultimi attentati

«Mercé la divina assistenza, i dominii di S. M. il Re sono usciti salvi dalle tre ultime e terribili prove per le quali hanno dovuto passare in si poco tempo: prove, che sebbene differenti tra loro, erano tuttavia tali da gittare il Regno intero in tutte le spaventose conseguenze della costernazione e del disordine, se il coraggio e la perspicacia del Re, l'affetto e la fiducia del popolo nelle eminenti qualità del Sovrano, e l'inalterabile fedeltà delle truppe non avessero cambiato in gloria per S. M. e in gioia per tutti i suoi sudditi, le catastrofi che dovevano condurli alle più tristi calamità.

«Voi conoscete già i tre funesti avvenimenti, che, l'uno dopo l'altro, ebbero luogo. - Primieramente il tentativo d'insurrezione in alcuni Comuni della Sicilia; quindi l'orribile attentato contro la sacra Persona del Nostro amatissimo Sovrano; e finalmente l'esplosione, che riguardasi per accidentale, di una polveriera del porto militare, la quale saltò in aria senza produrre alcuna di quelle sventure, che potevano risultare, e in confronto delle quali quelle verifìcatesi sarebbero un nulla, se non si avesse a deplorare la morte di alcuni individui trovatisi sul posto per dovere di servizio.

«Le manifestazioni con cui spontaneamente i popoli hanno attestato al Re la loro gioia e la loro devozione, dissiparono sino all'ultima traccia lo spavento che il caso aveva nel primo istante prodotto; esse aumentarono la convinzione dell'amore dei sudditi verso il loro Sovrano e Padre ammirato, e danno la sicurezza

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che sarà sempre un vano tentativo quello di turbare la tranquillità negli Stati del Re, la quale riposa sulla clemenza, la saviezza e la fermezza di Sua Maestà.

«Questo è lo stato di cose che gli avvenimenti sopraccennati non hanno minimamente cambiato, che offre al Regno la più sicura garanzia dell'avvenire, e che conserva nell'animo del Re le stesse intenzioni di continuare per l'avvenire, come fece nel passato, i suoi atti di clemenza verso quelli fra i suoi sudditi, che vennero già condannati, o condonando loro le incorse pene, o richiamando dall'esilio quei, che non essendo riconosciuti dannosi alla pubblica quiete, ne facessero la domanda o si mostrassero pentiti o sottomessi.

«Troverete qui unita, o Signori, una Usta, oltre quelle che già vi trasmisi, di tali individui, affinché siate in grado di concorrere, nella parte che vi spetta, alla esecuzione delle grazie accordate dal Re, e possiate, quando se ne presenterà l'occasione, conformare ad essa il vostro linguaggio per confutare le menzognere asserzioni, che corsero sulla pretesa tirannia del nostro Governo».

firmato «Carapa»

Gli attentati rivoluzionari però, che con difficoltà facevano presa nel Regno delle Due Sicilie, a cagione dell'ordine, della pace e della ricchezza in che vivevano quei popoli, si sviluppavano in maggiori proporzioni e minacciosamente nei Governi, che gli aizzavano e fomentavano contro il Regno delle Due Sicilie. Imperocché sembrava poca cosa agli occhi della Setta quello che dal Piemonte e dalla Francia principalmente si faceva per la rivoluzione, e si voleva spingerli sempre più avanti, come presto vedremo.

APPENDICE AL LIBRO PRIMO

Prima di passare al Libro secondo del nostro lavoro crediamo conveniente di aggiungere qui, a mo' d'Appendice, alcuni documenti da noi accennati o recati solo in parte nel primo Libro: essi completeranno meglio la presente raccolta. E sia per prima la seguente lettera di Cavour a uno dei principali istrumenti della rivoluzione.

Caro Castelli

Parigi, aprile 1856.

...Non posso più entrare in molti particolari, ma l'assicuro che non ho a lagnarmi dell'Imperatore. La Francia voleva la pace, egli dovette farla, ed invocare perciò il concorso dell'Austria. Non poteva quindi trattare questa Potenza come nemica, anzi sino a un certo punto era costretto a trattarla come alleata. In una tale condizione non poteva nella questione italiana adoperare le minacce; le esortazioni erano solo possibili. Queste furono adoperate, e tornarono vane. Il Conte Buoi fu irremovibile nelle grandi, come nelle piccole cose. Questa tenacità, che torna a danno presente, risulterà a vantaggio futuro dell'Italia. L'Imperatore n'è irritatissimo, e non lo nasconde. L'altra sera mi disse: «L'Autriche ne» veut se prêter à rien; elle est prête à faire la guerre plutôt que» de consentir à la cession de Parme en votre faveur; or en ce» moment je ne puis pas lui poser un casus belli; mais tranquillisez vous, j'ai le pressentiment que la paix actuelle ne durera pas longtemps.»

L'Imperatore ha proposto all'Austria di prendere i Principati danubiani e di abbandonarci la Venezia e la Lombardia, ed in mia presenza disse a Clarendon: «C'est la seule solution raisonnable des affaires d'Italie». Ciò basti a provarle le buone disposizioni dell'Imperatore e la necessità di non irritarlo con epigrammi che a nulla giovano, e possono fare gran male (1). Mi creda

C. Cavour.

(1) «Allude, nota Nicomede Bianchi, a un diano, il quale villaneggiava e derideva di continuo l'Imperatore, Michelangelo Castelli, egregio cittadino assai benemerito all'Italia, era invitato dal Conte Cavour a persuadere amichevolmente la direzione del diario a desistere. «I nostri nemici, scriveva il Conte nel brano di questa lettera che abbiamo sospeso di pubblicare, per non venir meno a personali riguardi, mandano a Parigi tutti i numeri che contengono qualche allusione all'Imperatore, e questi cadono tutti sotto i suoi occhi. Si sfoghi il giornale sui ministri, su di me: non me ne lamento, ma lasci stare colui che, volere o non volere, ha la chiave della politica nelle mani.»

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Da questa lettera si rilevano più cose buone a sapersi. 1° Che l'imperatore Napoleone III fu costretto a far la pace, perché la Francia non voleva la guerra; 2° che per fare la pace dovette invocare il concorso dell'Austria, cui era costretto trattare come alleata; 3° che l'Imperatore, irritatissimo contro la medesima Austria, avrebbe voluto dare Parma al Piemonte, e aveva il presentimento che la pace attuale non durerebbe lungo tempo; 4° finalmente, che la sola soluzione ragionevole per evitare una nuova guerra era quella proposta da Napoleone III, cioè che l'Austria cedesse Lombardia e Venezia al Piemonte, e prendesse invece i Principati Danubiani, spogliandosi bellamente di ciò ch'era suo, per prendersi la roba degli altri (1).

A questa fa seguito un altro gruppo di lettere del Cavour al Rattazzi, che ci rivelano pure qualche cosa.

(1) Per nulla lasciare d'intentato, scrive il de Volo, o per confondere le idee, entrò (Cavour) persino a proporre le più svariate combinazioni politiche, le quali avevano, se non altro, il fine di scompaginare giusti ed antichi diritti, sostituendovene dei nuovi, basati sulla rapina. Cosi scriveva egli a Walewski fino dal 21 Gennaio 1856. «Bisogna riconoscere la necessità di riformare nelle Legazioni e nella Romagna la condizione delle cose, ed il solo durevole ed efficace rimedio sarebbe quello di porle sotto il governo di un principe laico; e siccome non si dovrebbe accrescere lo spezzamento d'Italia, bisognerebbe darle al Duca di Modena o al Granduca di Toscana: questo fatto favorevole all'Austria potrebbe causare un aggiustamento territoriale, nel quale il Piemonte potrebbe trovare giusto compenso a quanto ha fatto. Io, quantunque non ammiratore dei governi di Modena e di Toscana, devo confessare che sotto ogni riguardo sono migliori del governo papale; a Modena ed a Firenze sono più o meno bene governati; a Bologna ed Ancona non v'è governo, ed in queste terre infelici, dove si soffrono tutti i mali della signoria straniera, della tirannia e dell'arbitrio, sta anche l'anarchia popolare. Ora la sostituzione al governo papale di un Principe temporale, fosse pure della famiglia d'Austria, se non sarà per quei luoghi una intera liberazione, per loro e per l'Italia sarà almeno un benefizio immenso, che farà benedire al di qua delle Alpi jl nome dell'Imperatore.»

Lo stesso Cavour, ad onta della sua confessata avversione, doveva per altro convenire che a Modena come a Firenze i popoli erano più o meno bene governati; ciononostante in queste vaghe sue proposte ad altro non mirava che a rendere accettevole l'idea di una innovazione. Sapeva egli benissimo che Napoleone III non avrebbe mai posto mano ad un ingrandimento di potenza del Duca di Modena, che solo fra tutti i sovrani del mondo aveva avuto il coraggio di non riconoscere il secondo Impero, e non poteva nemmeno ignorare ciò che a tutti era noto, che cioè Francesco V, riguardando la sovranità come un dovere da compiere e non come un diritto da usufruirei si teneva pago di quanto gli spettava, né certamente avrebbe mai aderito ad ingrandirsi colle spoglie del dominio papale.

E tanto è vero che l'agitatore piemontese nulla annetteva di positivo e di serio alle sue avventate proposte, che di 11 a poco lo vediamo dirigerle sopra un campo assai più lontano ed affatto diverso, quello cioè di trasferire i duchi di Modena e


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Sei lettere del Conte di Cavour ad Urbano Rattazzi

durante il congresso di Parigi.

Caro Collega,

Parigi, 10 Aprile 1856.

In un lunghissimo dispaccio, diretto a Cibrario, riferisco minutamente le sedute del Congresso di ieri, in cui si trattò la questione d'Italia. Poco ho da aggiungere al mio racconto ufficiale. Valewski era evidentemente imbarazzato a parlare del Governo del Papa, fu debolissimo nelle sue repliche alle energiche proteste di Buoi. Fu molto più esplicito rispetto a Napoli, ne parlò con parole di aspra censura. Andò troppo oltre forse, poiché impedì ai Russi di unirsi alle sue proposte.

Clarendon fu energico quanto mai, sia rispetto al Papa, sia rispetto al Re di Napoli; qualificò il primo di quei governi siccome il peggiore che avesse mai esistito; ed in quanto al secondo, lo qualificò come avrebbe fatto Massari. Credo, che convinto di non potere arrivare ad un risultato pratico, giudicò dovere adoperare un linguaggio extraparlamentare. Avremo ancora una seduta animata, quando si tratterà dell'approvazione del protocollo. Clarendon mi disse riservare la sua replica per quella circostanza.

Nell'uscire gli dissi: «Mylord, lei vede che non vi è nulla da sperare dalla diplomazia; sarebbe tempo di adoperare altri mezzi, almeno per ciò che riflette il Re di Napoli. Mi rispose: «Il faut s'occuper de Naples et bientôt.» Lo lasciai dicendogli: «J'en viens causer avec vous.»

Credo potere parlargli di gettare in aria il Bomba. Che direbbe di mandare a Napoli il principe di Carignano? O, se a Napoli volessero un Murat, di mandarlo a Palermo? Qualche cosa bisogna fare. L'Italia non può rimanere nelle condizioni attuali. Napoleone ne è convinto, e se la diplomazia fu impotente, ricorriamo a mezzi extralegali. Moderato d'opinioni, sono piuttosto favorevole ai mezzi estremi ed audaci. In questo secolo ritengo essere sovente l'audacia la migliore politica. Giovò a Napoleone, (ma come finì?) potrebbe giovare a noi.

Dica al Re, che uscirei cento volte dal ministero, anziché consentire ad affidare la più delicata di tutte le missioni a X.........

di Parma nei Principati danubiani, per. allargare cosi le frontiere del Piemonte Bino verso Toscana e per mettersi a contatto del Pontificio, il cui governo era da lui definito per un cadavere, che non doveva farsi rivivere ma seppellire.

Questa espressione è nella suddetta lettera di Cavour a Walewski.

Quanto al progetto di trasferire il Duca nei Principati Danubiani, ne ò fatto cenno con oltraggiosa e sconveniente leggerezza in due lettere scritte da Cavour a Cibrario nel marzo 1856 (da noi recate) dove l'ignoranza dei diritti ò superata dal cinismo con cui non esistevaai di manometterli. - (Bayard de Volo Vita di Francesco V. Duca di Modena - 1819-1875. - Modena tipografia dell'Immacolata Concezione.

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I soli adattati al posto di Pietroburgo sarebbero Cesare Alfieri e Pralormo. Li proponga al Consiglio. Dovremo mandare un Inviato straordinario ad assistere alla coronazione dell'Imperatore. Sarà bene scegliere il principe di Carignano, se altri principi ricevono analogo mandato.

Spero poter partire martedì o mercoledì venturo. Mi creda ecc.

Suo affezionatissimo

C. Cavour.

Ed anche qui impariamo meglio qualche cosa; vale a dire, che Valewski era imbarazzato a parlare del Governo del Papa, che andò tropp oltre rispetto a Napoli, e dispiacque ai Russi; che Clarendon, ministro di S. M. Britannica, fu energico quanto mai contro il Papa e contro il Re di Napoli, giungendo fino al punto di adoperare un linguaggio extraparlamentare; che Cavour nulla aveva da sperare dalla diplomazia, e che Clarendon lo confortò dicendo: Esser necessario occuparsi di Napoli, e presto. Finalmente impariamo, che il Cavour col Clarendon disponevano di Napoli e Palermo, come di cosa loro, mandandovi o il Carignano o il Murat, secondo meglio loro convenisse; che del resto, essendo impotente la diplomazia, era da ricorrere a mezzi extralegali, come fu fatto. E l'Inghilterra era a capo dell'intrigo.

Segue la seconda lettera al Rattazzi:

Caro Collega,

Parigi, 11 Aprile 1856.

Mando un corriere a Chambery onde poterle scrivere senza reticenza.

..............................................................................................................

Vengo ora al secondo argomento della mia lettera, ed è il più importante.

Convinto che l'importanza della diplomazia e del Congresso produrrà funeste conseguenze in Italia, e collocherà il Piemonte in condizioni difficili e pericolose, ho creduto bene di vedere se non vi fosse mezzo di arrivare ad una soluzione compiuta con mezzi eroici: le armi. Epperciò ieri mattina feci con lord Clarendon la seguente conversazione:

«Mylord: Ce qui est passe au Congrès, prouve deux choses: 1° Que l'Autriche est décidée a persister dans son système d'oppression et de violence envers l'Italie; 2° Que les efforts de la diplomatie sont impuissants à modifier son système. Il en résulte pour le Piémont des conséquences excessivement faucheuses. En présence de l'irritation des partis d'un côte et de l'arrogance de l'Autriche de l'autre,

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il n'y a que deux partis a prendre: ou se réconcilier avec l'Autriche et le Pape, ou se préparer à déclarer la guerre à l'Autriche dans un avenir peu éloigné. Si le premier parti était préférable, je devrais à mon retour à Turin conseiller au Roi d'appeler au pouvoir des amis de l'Autriche et du Pape. Si au contraire la seconde hypothèse est la meilleur, nos amis et moi nous ne craindrons pas de nous préparer à une guerre terrible, à une guerre a mort: The war to the knife, la guerre jusque avec les couteaux». lei je m'arrêtai. Lord Clarendon sans montrer ni étonnement ni désapprobation, dit alors: «Je crois que vous avez raison; votre position devient bien difficile, je crois qu'un éclat devient inévitable, seulement le moment d'en parler tout haut n'est pas venu.»

Je répliquai: «Je vous ai donne des preuves de ma modération et de ma prudence, je crois qu'en politique il faut être excessivement réservé en paroles et excessivement décide quant aux actions. Il l'a des positions où il l'a moins de dangers dans les partis audacieux, que dans un excès de prudence. Avec La Marmora je suis persuade que nous sommes en état de commencer la guerre, et, pour peu qu'elle dure, vous serez bien forcé de nous aider.»

Lord Clarendon repliqua avec une grande vivacité: «Oh! certainement, si vous ètes dans rembarras vous pouvez compter sur nous, et vous verrez avec quelle energie nous viendrons à votre aide.»

Dopo ciò non spinsi più oltre l'argomento, e mi restrinsi a parole amichevoli e simpatiche per Lord Clarendon e l'Inghilterra. Ella giudicherà quale sia l'importanza delle parole dette da un ministro, che ha fama d'essere riservatissimo e prudente. (Figuriamoci i non riservati e imprudenti.)

L'Inghilterra, dolente della pace, vedrebbe, ne son certo, con piacere, sorgere l'opportunità di una nuova guerra e di una guerra cotanto popolare, come sarebbe quella che avesse per iscopo la liberazione d'Italia. Perché adunque non approfittare di quelle disposizioni, e tentare uno sforzo supremo per compiere i destini della Casa di Savoia e del nostro paese?

Come però si tratta di questione di vita o di morte, è necessario di camminare molto cauti; egli è perciò, che credo opportuno di andare a Londra a parlare con Palmerston e gli altri capi del Governo. Se questi dividono il modo di vedere di Clarendon bisogna prepararci quietamente, fare l'imprestito di 30,000,000, ed al ritorno di Lamarmora dare all'Austria un ultimatum, ch'essa non possa accettare, e cominciare la guerra.

L'Imperatore non può essere contrario a questa guerra; la desidera nell'intimo del cuore. Ci aiuterà di certo, se vede l'Inghilterra decisa a entrare nella Uzza.

D'altronde farò all'Imperatore prima di partire un discorso analogo a quello diretto a lord Clarendon. Le ultime conversazioni, che ho avuto con lui e co' suoi ministri, erano tali da preparare la via ad una dichiarazione bellicosa. Il solo ostacolo che io prevedo è il Papa. Cosa farne nel caso di una guerra italiana

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Io spero che dopo aver letto questa lettera, ella non mi crederà colpito da febbre cerebrale, o caduto in uno stato di esaltazione mentale. Tutt'altro, sono in una condizione di salute intellettuale perfetta, e non mi sono mai sentito più calmo. Che anzi mi sono acquistato una grande riputazione di moderazione. Clarendon me lo disse spesso; il principe Napoleone m'accusa di difettare di energia, e perfino Walewski si loda del mio contegno. Ma veramente sono persuaso, che si possa con grande probabilità di buon esito adoperare l'audacia.

Com'ella può essere persuasa, non assumerò nessun impegno, né prossimo, né remoto; raccoglierò i fatti, ed al mio ritorno il Re e i miei colleghi decideranno il da farsi.

Anche oggi non vi è conferenza. Il processo verbale della burrascosa tornata di martedì non è preparato. Lord Clarendon è dispostissimo a riappiccare la zuffa con Buoi; ma forse questi cercherà di evitarla col non fare osservazioni sul protocollo. Intanto Clarendon ha spedito lord Cowley da Hùbner, perché gli dicesse che l'Inghilterra tutta sarebbe sdegnata delle parole pronunciate dal ministro austriaco, quando le avrà conosciute.

Ho visto il martire (?),mi ha manifestato la più intera approvazione della mia condotta al Congresso. Mi ha dato una patente d'italianissimo, e si è dichiarato fautore della nostra politica. Il povero uomo si animò e s'intenerì al punto di spargere lacrime abbondanti.

….....................................................................................................................

La prego a tenere la parte politica di questa lettera per lei solo.

Suo affezionatissimo

C. Cavour.

Poco o nulla resta da notare in questa lettera, della quale ci siamo abbastanza occupati nei precedenti capitoli. Giova però osservare, come l'istesso Cavour riconoscesse funeste per l'Italia le conseguenze del Congresso. La ragione e la giustizia fanno capolino nel colloquio col Clarendon; ma rigettato subito il pensiero di una riconciliazione col Papa e con l'Austria, richiesta appunto dalla giustizia e dalla ragione, prevaleva il pensiero rivoluzionario di appigliarsi alla violenza. Nella quale via era incoraggito il Cavour dalla sicurrezza, che Francia e Inghilterra sarebbero costrette a seguirlo nella sciagurata impresa, spinte, di buona o cattiva voglia, dall'influenza delle società segrete, che dominava egualmente in Francia e in Inghilterra, come in Piemonte. Nel chiuder la lettera dice il Cavour di aver veduto il martire: evidentemente era costui un qualche pezzo grosso della rivoluzione; vorremmo indovinarlo, ma ci piacerebbe più esserne assicurati. Ricorriamo ai lettori per un qualche lume in proposito.

Del resto v'è una frase in questa lettera che è rilevantissimo di far ben notare.

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Cavour dice: «Il solo ostacolo che io prevedo è il Papa. Cosa farne nel caso d'una guerra italiana?» Dunque non avea Cavour un concetto chiaro circa il vero nodo della questione. Ben lo aveva Mazzini: e lo eseguirono a capello, buono o mal grado, gli alleati occidentali, specialmente l'Inghilterra!

Il lettore abbia presente le cose dette nella nostra Introduzione.

La terza lettera che siegue accentua meglio l'inimicizia coll'Austria e l'azione dell'Inghilterra.

Caro Collega,

Parigi, aprile 1866.

Ho visto l'Imperatore, gli tenni un linguaggio analogo a quello di cui m'ero servito con Clarendon, ma un po' meno vibrato. Egli lo accolse benissimo, ma soggiunse, che sperava ricondurre a più miti consigli l'Austria. Mi raccontò avere al pranzo di sabato detto al conte Buoi, ch'egli lamentava di trovarsi in diretta contraddizione coll'imperatore d'Austria sulla questione italiana; che in seguito a queste dichiarazioni, Buoi era andato da Walewski onde protestare il desiderio dell'Austria di compiacere in tutto l'Imperatore: soggiunse non avere questa altra alleata della Francia, epperciò essere per essa una necessità di conformare la sua politica ai suoi desideri.

L'Imperatore pareva soddisfatto di questa protesta d'affezione, e mi ripeté che se ne varrebbe per ottenere concessioni dall'Austria.

Mi dimostrai incredulo; insistetti sulla necessità di assumere un contegno deciso, e, per cominciare, gli dissi aver preparata una protesta che darei il domani a Walewski. L'Imperatore parve esitare molto. Finì col dire: «Andate a Londra, intendetevi bene con Palmerston, ed al vostro ritorno tornate a vedermi.»

Deve infatti l'Imperatore aver parlato a Buoi, poiché questi, al finire della seduta venne a me, e mi fece mille proteste sulle buone intenzioni dell'Austria rispetto a noi: mi disse voler vivere in pace; non osteggiare le nostre istituzioni, ed altre simili corbellerie. Gli risposi, che di questo desiderio non aveva date prove durante il suo soggiorno a Parigi; partire convinto essere i nostri rapporti peggiori di prima. La conversazione fu lunga ed assai animata; troppo lungo sarebbe il riferirla minutamente; molte verità furono scambiate, in modo però urbano e gentile. - Nel lasciarci, disse: «Parto col rincrescimento di vedere le nostre relazioni politiche peggiorate, ciò non toglie ch'io spero che conserverete grata rimembranza al pari di me delle nostre relazioni personali. Mi strinse affettuosamente la mano, dicendomi: «Lasciatemi sperare, che anche politicamente non saremo sempre nemici.»

Da queste parole conchiudo esser Buoi spaventato delle manifestazioni dell'opinione in nostro favore, (il lettore sa ormai come si formi questa opinione) e forse anche delle parole che l'Imperatore gli avrà detto.

Orloff mi fece mille proteste $ amicizia, riconobbe meco essere lo

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stato d'Italia insopportabile, e mi lasciò quasi intendere, che il suo governo avrebbe volentieri cooperato per migliorarlo. Anche il prussiano disse male dell'Austria. Insomma se non si è guadagnato nulla praticamente, rispetto all'opinione pubblica la vittoria è piena.

Buoi mi disse avere presentato una richiesta, onde fosse fatto un processo all'Espero per un vecchio articolo. Sarebbe bene che il giornale fosse condannato, il che renderebbe più efficaci le parole sull'Austria e gli altri Stati d'Italia, ch'io dovrò pronunciare nel seno del Parlamento.

Questa lettera doveva esserle portata da Sommeiller; ma, non avendo potuto terminarla, la consegno al signor Nigra, che ritorna direttamente a Torino.

Credo opportuno di fare stampare alla stamperia Reale, il trattato di pace, con tutti i protocolli, per farli distribuire alle Camere, tostochè la notizia dello scambio delle ratifiche sarà giunta in Torino. Piacciale accertarsi, che Cibrario faccia ciò eseguire.

Scrivendomi, mi diriga le sue lettere a Parigi, sotto fascia, coll'indirizzo di Villamarina.

Mi creda con affettuosi sensi.

Suo Amico

C. Cavour.

Una parola basterà per commento di questa lettera, notando di volo come Cavour contraddicesse a sé stesso, quando affermava nella precedente lettera che Napoleone III desiderava nell'intimo del cuore la guerra contro l'Austria, e qui invece sperava ricondurre a più miti consigli l'Austria. Quello che v'ha di serio in questa lettera si è lo isolamento sempre più evidente di quel cattolico Impero dopo la guerra di Crimea; salvo la Turchia, che non parlava, tutti eran contro di lui (1).

(1) La condotta dell'Austria nella guerra di Crimea viene, ci sembra, spiegata da quel che ci fa sapere Nicomede Bianchi, storico officiale della rivoluzione, quando narrando le trattative dell'Inghilterra e della Francia per avere il Piemonte e l'Austria con loro, si esprime cosi: II governo francese fece pubblicare nel suo Diario officiale la risposta della Sardegna, e Drouyn de Lhuys disse a Villamarina: - Siamo al tutto soddisfatti della risposta del vostro governo. Sta bene che» intanto il Piemonte si tenga in una prudente riserva; ma non tralasci di prepararsi in silenzio a far fronte alle eventualità che possono sorgere. Se l'Austria viene con noi francamente e definitivamente, quand'essa sarà bene impegnata e avrà date guarentigie sode, il Piemonte potrà fare i suoi calcoli per vedere se» gli conviene prestarci un concorso attivo, onde avere il suo voto e la sua parte» di compenso nell'assetto definitivo delle cose. Se l'Austria ci vien meno, tanto peggio per essa.: la Sardegna avrà un'occasione favorevole per prendersi una buona rivincita. (Dispaccio confidenziale Villamarina, Parigi 16 giugno 1854).Cosicché nell'uno o nell'altro modo il Piemonte doveva essere avvantaggiato, e l'Austria sacrificata. (Nicomede Bianchi, Storia documentata della Diplomazia in Italia dall'anno 1814 al 1861, vol. VII, Cap. V. p, 166).

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Del resto il Gabinetto inglese e Palmerston sono sempre l'anima del complotto.

Segue la quarta lettera:

Caro Collega!

Parigi, 14 Aprile 1856.

Ieri essendo a pranzo dal principe Napoleone col Conte Clarendon, ebbi con questi due personaggi una lunga conversazione. Entrambi mi dissero avere tenuto il giorno prima lunghi discorsi coll'Imperatore sulle cose d'Italia, nei quali gli avevano dichiarato, che la condotta dell'Austria collocava il Piemonte in una condizione talmente difficile, che era una necessità l'aiutarlo ad uscirne. Lord Clarendon disse schiettamente che poteva esser condotto (il Piemonte) a dichiarare la guerra alV Austria e che in questo caso sarebbe stata una necessità l'assumere le sue parti. L'Imperatore parve assai colpito, rimase sopra pensiero, e manifestò la volontà di conferire meco. Io spero di poterlo fare capace della impossibilità assoluta di rimanere nella condizione, che ci viene fatta dalla condotta ostinata e provocante dell'Austria. Conoscendo le sue simpatie per l'Italia e per noi, riconoscendo la necessità di agire, lo farà colla risoluzione e la fermezza che tanto lo distinguono.

Se il Governo inglese divide i sentimenti di lord Clarendon, l'appoggio della Gran Bretagna non «i farà difetto. Questo ministro, incontrando Buoi dall'Imperatore, gli disse: «Voi gittate il» guanto all'Europa liberale; pensate che potrà essere raccolto, e che vi sono Potenze che, quantunque abbiano fermata la pace,» sono pronte e vogliose di ricominciare la guerra.» Discorrendo meco dei mezzi di agire moralmente ed anche materialmente sull'Austria, gli dissi: «Mandate alla Spezia i vostri soldati sopra legni da guerra, e lasciate li una vostra flotta.» Mi rispose tosto: «L'idea è ottima.» II principe Napoleone fa quanto può per noi, dimostra apertamente la sua antipatia per l'Austria: al pranzo di ieri tutti i plenipotenziarii erano invitati, meno i tedeschi. Richiesto del motivo di questa esclusione, rispose:

«Parce que je ne les aime pas, et que je n'ai aucun motif de cacher mon antipathie.»

II Congresso si raduna quest'oggi, e forse ancora mercoledì. Giovedì partirò per Londra, ove mi fermerò il meno possibile. Ma dovrò forse al mio ritorno fermarmi per vedere l'Imperatore.

Avendoci pensato bene, credo che Ella possa senza inconvenienti comunicare le mie lettere a Durando, la cui freddezza, fermezza e retto senso m'inspirano molta fiducia. Mi creda

Suo aff.mo amico

C. Cavour.

E qui la cosa è chiara: l'Inghilterra era l'istigatrice e l'appoggio vero del Piemonte; e fu palese quando, senza un riguardo al mondo, cooperò con le sue navi alla invasione garibaldesca della Sicilia.

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Ed ecco la quinta lettera di Cavour a Rattazzi:

Caro Collega

Giovedì, 6 di sera.

Sul punto di partire per Londra e di affrontare la Manica, che dicono cattiva, le scrivo per parteciparle avere avuto una lunga conversazione con Clarendon, che si era trattenuto quest'oggi due ore coll'Imperatore.

Clarendon, essendosi mostrato con questi afflitto della sterilità degli sforzi tentati a favore dell'Italia, l'Imperatore gli disse: «Vi autorizzo a dichiarare al Parlamento, essere mia intenzione di ritirare le mie truppe da Roma, e di costringere l'Austria a fare altrettanto, parlando, se occorre, trèshaut Disse avergli Buoi fatte le più belle promesse, e finalmente s'impegnò ad unirsi all'Inghilterra per chiedere al re di Napoli un amnistia, in modo da non potere essere ricusata; cioè minacciandolo dell'invio di una squadra.

Clarendon mi disse, che gli parve essere l'Imperatore di buona fede; e che sicuramente se l'Austria non cambiava od almeno non modificava il suo sistema, fra un anno la Francia e l'Inghilterra l'avrebbero costretta a farlo, anche colle armi, occorrendo.

È certo che i plenipotenziari austriaci sono abbattuti e malcontenti. Anch'essi si lamentano di Walewski e si burlano della sua incapacità.

L'Imperatore mi ha regalato un vaso di porcellana di Sèvresdi un grandissimo valore. Se X lo sa, poveretto me; mi accuserà di avere venduta l'Italia.

La lascio per avviarmi verso la strada di ferro.

Mi ami e mi creda

Suo affezionatissimo amico

C. Cavour.

A questa lettera non è d'uopo che aggiungiamo alcun commento. La situazione si accentuava sempreppiù, siccome meglio rilevasi dalla lettera seguente, che è l'ultima delle sei del Conte di Cavour al Rattazzi.

Caro Collega,

Eccomi in Londra da quasi tre giorni senza aver fatto gran cosa.

Ho trovato lord Palmerston in gran tutto per la repentina morte del figlio primogenito di sua moglie, lord Couper; così che tutte le combinazioni di Azeglio andarono a monte. Vidi però lord Palmerston, ma non potei addentrarmi molto nell'argomento che avrei avuto a trattare. Dissemi che un' ultima lettera di lord Clarendon recava migliori notizie, e che non bisognava disperare.

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Vedo bene che sino all'arrivo di lord Clarendon non potrò avere conversazioni serie.

La Regina m'invitò a pranzo il giorno dopo del mio arrivo, fu meco gentilissima e mi manifestò la più calda simpatia per gli affari d'Italia. Anche il principe Alberto fu non poco esplicito, per sino rispetto all'Austria (1).

La Regina m'invitò ripetutamele a rimanere per vedere la grande rivista navale che avrà luogo mercoledì. Non potei ricusare, giacché gl'Inglesi danno un gran peso a queste dimostrazioni delle gigantesche forze da essi riunite. Partirò quindi giovedì sera o venerdì mattina, assai dispiacente di avere fatto questa corsa. Certo se la notizia della disgrazia accaduta a lord Palmerston mi giungeva a Parigi, rivolgevo i miei passi nella direzione di Torino.

Ho già visto molti uomini politici. Tutti si dichiarano favorevoli alla nostra causa. I tory paiono non meno decisi dei whig; i più animati sono i più zelanti protestanti capitanati da lord Shaflesburv. Se si desse retta a questi, l'Inghilterra farebbe una crociata contro l'Austria.

Non le scriverò più da Londra, salvo succedesse qualche cosa di straordinario.

Mi creda

Suo affezionatissimo

C. Cavour.

Il carattere anticattolico della rivoluzione italiana risulta evidente dalle ultime parole di questa lettera di Cavour, e tornano a grande onore della Casa d'Austria.

(1) Il principe Alberto, marito della regina Vittoria, era un Coburgo. Sul quale proposito, in un importante opuscolo di Leone Pagès, intitolato «Valmy, troviamo una nota assai istruttiva, che giova recare. «La frammassoneria, dic'egli, creò più di un Re. Abbiamo inteso dire il pastore Munier, presidente del concistoro di Ginevra (autorità competente) che, durante la rivoluzione, Weishaupt (capo degli Illuminati frammassoni) condannato a morte, avendo trovato asilo presso il principe di Coburgo, gli promise di ricompensamelo. E la frammassoneria ha popolato di Coburghi i troni di Europa. (Leon Pagòs, Walmv pag. 13. Parigi, Taran libraire, rue Cassette 33, 1877).

LIBRO II

CAPO I.

La Società Nazionale.

Origine della Nazionale italiana.

Approfittandosi del breve periodo di calma che succedette alla guerra di Crimea, tra l'universale desiderio di pace, imperversava Cavour viemmeglio nei suoi intrighi e nelle sue cospirazioni con gli irrequieti nemici dell'altare e del trono, per i quali il riposo, la quiete e l'ordine sono supplizio. Egli con paterna sollecitudine da tutte le parti li raccoglieva intorno a so a Torino, ed anzi, a più efficacemente cospirare, appunto in quell'epoca l'egregio Conte si ascriveva alla Società nazionale italiana, fondata in Torino nel 1856 da Daniele Manin e da Giorgio Pallavicino Trivulzio. Garibaldi vi appartenne tra i primi, e l'emigrato napolitano Francesco Carrano, a pagine 167 e 169 del suo Racconto popolare, preceduto da alcuni cenni biografici sul medesimo Garibaldi (Torino, Unione tipografico editrice 1860) non solo reca la lettera di costui, colla quale ai 5 di luglio del medesimo anno 1856 si ascrive alla Società nazionale, ma porta il testo di quattro articoli organici di codesta Società, concepiti così:

Articoli organici della società

«1° Che intende anteporre ad ogni predilezione di forma politica, e di interesse municipale e provinciale, il gran principio della indipendenza ed unificazione d'Italia;

«2° Che sarà per la Casa di Savoja, finché la Casa di Savoja sarà per l'Italia, in tutta l'estensione del ragionevole e del possibile;

«3° Che non predilige tale o tale altro Ministero sardo, ma sarà per tutti quei ministeri, che promuoveranno la causa italiana, e si terrà estranea ad ogni questione interna e piemontese;

«4° Che crede esser necessaria alla indipendenza ed unificazione d'Italia l'azione popolare italiana; utile a questa il concorso governativo piemontese.»

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Il Carrano aggiunge che il Ministro Cavour, «che andava preparando le vie agli avvenimenti, dei quali siamo testimoni e attori, prese a proteggere, e quasi a governare la Società nazionale italiana. L'uno e l'altra per vero trovarono agevole l'opera loro pel fatto egregio del Re Vittorio Emmanuele, il quale da dieci anni tenendo alta e intemerata la bandiera italiana, e con lealtà rara, anzi unica, mantenendo incolumi nel suo Regno le franchigie concedute dal padre suo, prode e infelice, forte agognava di poter di nuovo sguainare la spada...»

Il Governo Governo piemontese alla testa della società nazionale italiana

Il Governo Governo piemontese infatti con alla testa il suo primo e più influente ministro, unito alla nuova setta, congiurava ormai a viso aperto contro tutti indistintamente i Principi d'Italia. E il Conte di Cavour fu in breve il vero capo e l'anima della nuova Società, avvegnaché altri figurasse come tale; quindi non curando né diplomazia, né riguardi ad amiche Potenze, cospirava e andava innanzi. Ma poiché l'origine della Società Nazionale è un punto saliente della nostra raccolta citiamo un brano della Storia Italiana dal 1814 al 1866 del Belviglieri, storico liberale, che ci darà maggior lume in proposito:

Daniele Manin e la società nazionale

«... Le proteste di Cavour, al Congresso e nel Parlamento, scrive il Belviglieri, indicavano al popolo italiano la insegna intorno alla quale doveva rannodarsi, ed a ciò contribuirono potentemente il consiglio e l'opera d'illustri patriotti, in passato propugnatori di Repubblica, primissimo dei quali Daniele Manin. Caduta Venezia(1849), egli si era stabilito a Parigi, dove conduceva vita illibata,poveramente facendo il maestro: bellissimo esempio e solenne rimprovero a parecchi, i quali offuscarono con vanti indecorosi il merito delle cose o fatte o sofferte per la patria, e mendicando ed adunghiando indecorose mercedi........ Egli dall'ampio orizzonte politico di Parigi ben vide e comprese, come, nelle condizioni in che trovavasi, e, secondo ogni verisimiglianza, sarebbesi per gran tempo trovata l'Europa, fosse vano e pernicioso pensare a repubbliche, e come d'altro canto senza forte unità fosse impossibile all'Italia (vale a dire ai settori d'Italia) conquistare e mantenere la sospirata indipendenza; e, sebbene affranto dai dolori, si diede con alacrità giovanile a sviluppare questo concetto con varii scritti su effemeridi nazionali e straniere, sforzandosi di persuaderne le frazioni, nelle quali scindevansi i liberali d'Italia. Né egli veramente aveva atteso il Congresso di Parigi; ma ponderata tutta la importanza della spedizione piemontese nella Crimea, fino dal 6 gennaio (1856) aveva pubblicato una lettera, allo intento di concretare un grande partito nazionale.

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Lettera programma di Manin e

«Sia (diceva in quella lettera) la iscrizione della bandiera nazionale: Indipendenza, unificazione. Ho proposto questa formola, ho mostrato questa bandiera, ho invitato a schierarsi intorno tutti i sinceri patriotti italiani; ed ho motivo di credere che lo invito non sia rimasto senza frutto. Al di fuori del partito puro piemontese, e del partito puro mazziniano, v'è la grande maggioranza dei patriotti italiani. Questa per diventare grande partito nazionale, ed assorbire gli altri, aveva bisogno d'una bandiera propria, che ne esprimesse rettamente le aspirazioni. Essa ora esiste. II partito nazionale dovrebbe costituirsi sotto l'influenza d'una idea di conciliazione, d'unione, di concordia, al di fuori dei partiti che rappresentano idee di disunione e di discordia. Il partito nazionale comprenderebbe patriotti realisti e repubblicani; vincoli d'amore e di concordia fra loro sarebbero la comunione dello scopo, e la risoluzione di sagrificare le loro predilezioni di forma politica, in quanto pel conseguimento di quello scopo fosse richiesto. Bisognerebbe rendere più intima questa unione, più forte questa concordia, trovando modo di fondere le due frazioni in guisa, da costituirne un tutto compatto; perciò si esigerebbero concessioni reciproche,» dalle quali potesse risultare un accordo. Nel rinvenire i termini» di questo compromesso sta il vero nodo della quistione, ed a scioglierlo devono pensare tutti i veri amici d'Italia. Io per una» parte ho proposto una soluzione. Il Piemonte è una grande forza nazionale. Molti se ne rallegrano come d'un bene, alcuni lo deplorano come un male; nessuno può negare che sia un fatto. Ora i fatti non possono dall'uomo politico essere negletti; egli deve constatarli e trame profitto. Rendersi ostile, o ridurre inoperosa questa forza nazionale nella lotta per la emancipazione italiana, sarebbe follia. Ma è un fatto che il Piemonte è monarchico; è adunque necessario che all'idea monarchica sia fatta una concessione, la quale potrebbe avere per correspettivo una convalidazione dell'idea unificatrice... Il partito nazionale, a mio avviso, dovrebbe dire: Accetto la monarchia, purché sia unitaria; accetto la casa di Savoia, purché concorra lealmente ed efficacemente a fare l'Italia, a renderla indipendente ed una, e se no, no.... Bisogna pensare a far l'Italia, e non la repubblica; a far l'Italia non ad ingrandire il Piemonte. L'Italia col Re sardo: ecco il vessillo unificatore. Vi si rannodi, lo circondi, lo difenda chiunque vuole che l'Italia sia, e l'Italia sarà.

Così, nota il Belviglieri, nel modo più solenne e preciso, veniva alla nazione (che non se ne occupava punto) enunziato il concetto, nel quale,

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dopo i casi del 6 Febbraio, avevano intravveduto salvezza parecchi repubblicani, Saliceti, Montanelli e Lafarina, che sino d'allora accontatisi, deplorando le fraterne discordie, proponevano di secondare quel Governo, qualunque ei fosse, che prendesse a propugnare l'indipendenza e l'unione d'Italia in un sol regno (programma 9 aprile 1853). E dietro gli accennati, altri moltissimi intatta riputazione tra i democratici, e grandissima parte dei costituzionali aderirono al programma dell'antico dittatore di Venezia. Così l'avessero fatto sinceramente quanti avevano dedicato pensiero e braccio alla patria! quante forze morali e materiali non si sarebbero più tardi logorate in perniciosi ed imprecati conflitti!» (1) - Fin qui il Belviglieri.

Origine delle relazioni del La Farina con Cavour

Ma, poiché abbiamo nominato il La Farina, è da recare la seguente lettera di lui al Cavour, che stabilisce il punto di partenza delle relazioni di costui col famoso Ministro piemontese; relazioni, che tanta parte ebbero poi nella invasione di Sicilia.

Ecco la lettera:

«Riveritissimo signor Conte,

So che è grande indiscrezione usurpare il tempo d'un Ministro occupato in tante faccende, con lettere private; e io davvero che non vorrei passare per indiscreto presso la S. V., ma il caso mio parmi possa e debba fare eccezione alla regola. Dalle conversazioni che ho spesso coll'ottimo cavaliere Castelli è nata in me la convinzione, che il ministero reputi l'avvenimento di Murat al trono di Napoli come cosa utile al Piemonte ed all'Italia. Noi abbiamo opinione contraria, e lavoriamo a far sì che la futura rivoluzione delle Due Sicilie sia fatta al grido di: Viva Vittorio Emmanuele! Non è qui il caso di discutere quale delle due opinioni sia la più utile, la più onorevole, e la più agevolmente traducibile in fatto. Noi crediamo la nostra. Ora noi non chiediamo ai governo piemontese aiuti palesi, perché sappiamo che non, può darne; non chiediamo aiuti segreti, perché sappiamo che non vuoi darne; non gli chiediamo alcuna dichiarazione ne pubblica, né privata, e rispettiamo le sue determinazioni; ma ciò che chiediamo si è, che o non dia alcun favore alla parte murattiana, o che ci avverta. Ella, signor Conte, nella sua alta intelligenza comprenderà benissimo, che la nostra posizione non è più tenibile nel caso che il governo piemontese si mettesse più o meno apertamente dalla parte di Murat: essa diventerebbe per lo meno ridicola, e non può essere accettata da un uomo che si rispetta. Noi stiamo

(1) Collana dì Storie e memorie contemporanee diretta da Cesare Canta. Storia d'Italia dal 1814 al 1866 di Carlo Belviglieri. Milano, Corona e Caimi editori, 1870.

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facendo dei gravissimi sacriflzi, e stiamo compromettendo le persone che ci sono più care; non vogliamo avere il rimorso di spingere gente al patibolo, col dubbio che la loro opera sia contrariata da quelli stessi in prò de9 quali cospiriamo. Io mi rivolgo quindi alla S. V. come al Conte di Cavour, e le chiedo ch'ella lealmente voglia dirmi: - Noi non contrarieremo, e non daremo favore al Principe Murat; ovvero il contrario. - In questo caso a me personalmente non rimarrebbe che un favore da chiederle, quello di un passaporto per Parigi.

«Mi rivolgo ad un cavaliere, fo appello alla sua lealtà, e sono persuasoche riceverò risposta quale da un cavaliere si deve attendere.»

Ausonio Franchi, ossia il raccoglitore dell'Epistolario del La Farina, aggiunge in nota:

«Manca la data nella minuta; ma essa rilevasi dal biglietto seguente, che fu la risposta di Cavour, fissò il primo abboccamento segreto fra loro, e diede origine a quella nobile amicizia, che unì per il rimanente della vita le anime loro ed ebbe tanta parte nel maturare l'impresa dell'indipendenza ed unità d'Italia.»

Torino, 11 Settembre 1856.

«Il conte di Cavour prega il Signor Giuseppe La Farina di «volerlo onorare di una visita domani, 12 settembre, in casa sua, «Via dell'Arcivescovado, alle ore 6 del mattino; e gli presenta «nel tempo stesso i suoi complimenti.»

In mezzo a queste cose, a migliaia diffondevansi i manifesti e i proclami rivoluzionari dal Piemonte negli Stati vicini. Valga per tutti il seguente, che traccia il disegno delle annessioni.

«Italiani!

Proclama della società nazionale. Disegno della futura rivoluzione

«Quale sarà la nostra condotta? quali saranno i nostri atti, appena i popoli italiani si agiteranno e chiederanno un'Italia, affinché questa non rimanga, come nel 1848, una sublime aspirazione, ma diventi subito un ente politico pubblico, pieno di vita? Al primo movimento, (e lo supponiamo serio, non una magnanima follia, come ai 6 febbraio 1853) alla prima insurrezione dei popoli italiani, sorgendo per domandare il Regno d'Italia con la dinastia Sabauda e lo Statuto sardo, un solo sarà il grido, nel Piemonte del Parlamento e dell'armata: essi acclameranno l'Italia, e da quel momento essa avrà un' esistenza ed una vita politica. Come sorgerà allora un' autorità che non sia né piemontese, né lombarda, né veneta, né toscana, né siciliana; ma italiana?


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Con la trasformazione del Parlamentò piemontese in Parlamento italiano. Che farà il Parlamento italiano?

«Dopo aver poste alcune condizioni ed aver domandate e ottenute alcune garanzie, il Parlamento italiano investirà il Re della Dittatura durante la guerra dell'Indipendenza. - Che farà il Re Dittatore? Egli ci unificherà, dicendo: - Popoli italiani, unitevi intorno a me, obbedite ai Commissari che io vi spedisco per armarvi Fate che le vostre legioni accorrano da tutte le parti per ingrossare la mia Armata, che non è più l'armata piemontese, ma italiana. Io sono con vol. Oggi la opinione pubblica ci è favorevole, è dunque il momento opportuno; facciamo in modo da profittarne, recandoci insieme sul terreno dell'azione. Non ci diamo pensiero della diplomazia, più di quanto occorre. La diplomazia ci schiaccerà sotto i suoi piedi senza misericordia, se noi avessimo la sventura di non riuscire, come nel 184849. Tifa appena il Re di Sardegna si mostri sulle Alpi, alla testa di 500 mila combattenti, la diplomazia, malgrado delle sue ripugnanze, si affretterà a riconoscere il fatto compiuto. Non ci facciamo illusioni; la questione italiana è una questione di giustizia innanzi al tribunale di Dio, e una questione di forza, unicamente di forza, innanzi al tribunale degli uomini»

Questo manifesto, sparso in Italia nel 1857, è letteralmente il disegno attuato nel 1859 e 1860, è. la traccia del proclama di Vittorio Emanuele ai popoli italiani all'incominciare della guerra di Lombardia. Tutto è verificato co' fatti posteriori.

Del resto lasciamo stare la questione di giustizia innanzi al tribunale di Dio, che condanna sempre l'empietà e la perfidia; la questione di forza, unicamente di forza, innanzi al tribunale degli uomini, fu la sola esistente nella cosiddetta questione italiana, facilmente sciolta per opera delle armi di Napoleone III e delle arti delle società segrete, coadiuvate dal Governo Inglese. Il programma finge di temere di restare schiacciati dalla diplomazia e di esser posti sotto i suoi piedi senza misericordia; ma il lettore sa ormai a ohe attenersi su questo proposito, rammentando la lettera di Gaetano, segretario intimo di Metternich, e ad un tempo capo frammassone a Vienna (1). Era l'esercito austriaco vincitore a Novara, quello che si temeva, e che a vincerlo faceva d'uopo un altro esercito, se non più valoroso, almeno più forte di esso.

(1) V. le presenti Memorie; Dispetto primi «Uno sguardo alla rivoluzione italiana» pag. 51 e 42.

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Certa cosa è, e lo provano innumerevoli irrefragabili documenti, che i Governi della Penisola avrebbero avuto bisogno di un'energia sovrumana, e di precauzioni presso che impossibili, per difeuJoioi dagli insidiosi moltiformi continui attacchi della setta anticristiana, che allo spensierato popolo faceva brillare le parole speciose di indipendenza e di nazionalità, che sconciamente orpellavano quelle di prepotenza e di annessione. La Società degli Unitarii era infatti tra le sètte segrete la più numerosa, meglio protetta e meglio pagata per acclamare ed applaudire: era la clique di Lord Minto, (espressione di Lord Normanby nel suo libro: Le Cabinet anglais, l'Italie et le Congrès).

Programma della società nazionale.

Intanto i violenti conati rivoluzionar! che presero a prodursi in quest'epoca, e che gettavano il malessere e lo sgomento in ogni cuore non avvezzo a guardare in faccia alla rivoluzione, parvero nati fatti per ottenere buona accoglienza al nuovo programma di Associazione nazionale «messo fuori, dice il Coppi (Annali d'Italia), da alcuni moderati, fra i quali Giuseppe La Farina, e favorito dagli emissari piemontesi, in virtù del quale, si pretese di unire in un sol fascio tutti gli amatori di novità e tutti quei rivoluzionari dal cuore piccino, che rifuggivano da scosse violente.» Quindi nel mese di Agosto del 1857 veniva pubblicato il seguente programma:

«Indipendenza, unificazione!

«Nell'intento di propagare le dottrine politiche del partito nazionale italiano, ed usando della libertà guarentita dallo Statuto piemontese, noi v'invitiamo a far parte della Società da noi fondata. Entrando in essa, voi assumete l'obbligo morale di propagare, nei limiti della vostra possibilità, e coi modi che reputerete convenienti, le dottrine che costituiscono il nostro credito politico, e massime queste: - che ogni predilezione di forma politica ed ogni interesse municipale o provinciale deve posporsi al gran principio della indipendenza ed unificazione italiana; e che il partito nazionale deve far causa comune colla Casa di Savoja, finché la Casa di Savoja sarà per l'Italia in tutta la estensione del ragionevole e del possibile, come la nostra Società ha fiducia che sia. -

«La nostra Società è stata fondata a fine di dare legame di unità, e quindi potenza operativa, agli sforzi dei buoni, i quali si perdono ed isteriliscono nell'isolamento; e l'adesione di uomini autorevolissimi per virtù cittadine, per provato e operoso amore

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di libertà, per ingegno, riputazione e aderenze, ci da ragione di bene sperare, che l'opera nostra non sia per riuscire inefficace a pro' della patria comune, oppressa da tirannide nostrale e forestiera, ed insanguinata da tumulti impotenti.

«Come la famosa lega contro la legge sui cereali, che ebbe umili principi e partorì sì salutari effetti in Inghilterra, noi intendiamo colle parole, cogli studi, cogli scritti, con le adunanze, con le personali aderenze e con tutti gli onesti mezzi, dei quali possiamo disporre, di propagare quei principi, nei quali, secondo noi, è riposta la salute della comune patria italiana.»

Si stabilì che ogni socio pagasse una lira mensile per le spese di stampa, e si determinarono altre cose conformi agl'intendimenti dei cosiddetti moderati; al successivo svolgersi degli avvenimenti si lasciò di fare il resto.

I comitati nazionali e i rappresentanti sardi cospiratori

Comitati Nazionali, aggiunge il De Volo, avevano ad istituirsi in pressoché tutte le italiane città. Comitati centrali nelle capitali dei vari Stati d'Italia; e quindi furono essi sollecitamente istituiti prima a Parma, poi a Firenze, a Modena, a Milano, a Roma, ed a Napoli. Dovunque erano costituite Legazioni sarde, calpestando orrendamente il diritto delle genti, immedesimavansi queste coi suddetti Comitati centrali e convertivansi in ridotti di facinorosi contro la stabilità dei Governi presso i quali erano accreditate. E questo ufficio non sdegnarono di adempierlo un Migliorati a Roma, un Groppello a Napoli, un Boncompagni a Firenze, a Modena, a Parma. Le stampe sovversive, le corrispondenze sediziose, le delazioni traditrici garantite dall'inviolabilità dei suggelli officiali, penetravano dovunque e riedevano al Comitato direttore....

Francesco V alla sua volta era troppo leale per immaginare anche solo che l'ufficio di Ministro potesse in modo cotanto indegno essere abusato, né avrebbe spinto la sua sfiducia del sistema costituzionale sino a credere che potesse andarne assoluto quel capo dello stato, il quale tollerasse fra' suoi consiglieri responsabili uomini capaci di azioni così disoneste. Esso però aveva attentamente seguita la parte palese del contegno dei reggitori subalpini prima e dopo la guerra di Crimea, durante e dopo il Congresso di Parigi, ed erasi formato un criterio esatto e giusto su tutto quanto ormai preparavasi per un non lontano avvenire (1).

(1) Bayard de Volo. - Vita di Francesco V, Duca di Modena. (18191875.) Tom. II, Parte I. Modena Tipograf dell'Immacolata Concezione.

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Chiudiamo questo capitolo riassumendo una importante corrispondenza alla Civiltà Cattolica di quell'epoca.

Agitatevi ed agitate e l'epistolario di Manin

In mezzo allo agitarsi degli uomini e dei partiti, v'è detto, giunta Agitatevi la state del 1856, in Piemonte tace il Parlamento, ma continua a parlare Daniele Manin già dittatore della Venezia, il quale da Parigi scriveva lettere sopra lettere a un suo caro Valerio, e questi le pubblicava nel giornale Il Diritto. Assunto primario del Manin come abbiamo veduto, era di mettere d'accordo i libertini italiani e conciliare i repubblicani coi monarchici. Egli non voleva scegliere tra monarchia e repubblica; ma caldamente si raccomandava perché si lasciasse ora in disparte tale» questione, e il partito nazionale si unisse in un pensiero solo: l'Unificazione d'Italia; Vittorio Emanuele II re d'Italia. - Faceva grazia il Manin alla monarchia piemontese «perché essa non ha fatto concessione alcuna ai perpetui nemici d'Italia: l'Austria ed il Papa», come egli scriveva addì 11 di Maggio. Sperava che le sarebbe impossibile retrocedere, facile progredire. Laonde gridava agli italiani in altra sua lettera dei 13 Maggio: AGITATEVI ED AGITATE; parole che andarono fatalmente celebri, perché furono il motto d'ordine per la ruina d'Italia. «L'agitazione non é propriamente l'insurrezione, scriveva Manin, ma la precede e la prepara... Molesta il nemico con migliaia di punture di spillo, prima che sia trafitto con le larghe ferite della spada. (Diritto N. 125.) Il 28 di Maggio ritornava a scrivere: «La rivoluzione in Italia è possibile, forse vicina;» e diceva ai Romani: «Finché c'è guarnigione francese in Roma, Roma non deve insorgere.» E il giorno dopo scriveva un' altra lettera per raccomandare «l'unanime consentimento nella forma razionale - Indipendenza ed unificazione, - e nella presente sua pratica applicazione: - Vittorio Emanuele Re d'Italia.» -

Tutte queste lettere facevano ridere allora i Piemontesi assennati, e gli stessi giornali libertini sembravano volgere in ridicolo e Manin e il caro Valerio; ma era tema di non riuscita, se non tattica settaria. L'assassinio politico però non entrava nel programma di Manin. Una lettera sua contro quell'abbominevole ferocia gli valse la collera di tutto quanto il giornalismo libertino.

Manin riprova l'assassinio politico

Il 25 di maggio l'ex-dittatore scriveva secondo il suo costume Manin al caro Valerio, che questa volta non giudicava prudente pubblicare la sua lettera. In essa diceva: «E cosa che strazia il cuore; è vergognoso il sentir ogni giorno di fatti atroci, di pugnalate, che succedono in Italia. Sono certo che la maggior parte di queste infamie si possono imputare ai vili partigiani del despotismo austro-clericale; ma possiamo noi negare

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Commenti del Times e della Gazzetta delle Alpi

che una parte di esse è perpetrata da uomini che si chiamano patrioti, e che furono pervertiti dalla teoria del pugnale? - Questa lettera giungeva in Piemonte pubblicata dai Times, che v'appiccava i suoi commenti e scrivea: commenti «in Italia èvvi il dispotismo, ma questo è migliore di nessun governo; evvi la dominazione del prete, ma questi è più clemente che il capo d'una società segreta; èvvi il potere delle baionette, ma le baionette sono ancora da preferirsi al pugnale. Uomini di stato, funzionar!, giudici, ecclesiastici perirono per la vendetta della democrazia italiana. Una tale democrazia è dessa capace di governare?» - Immagini il lettore se lettera e commenti non movessero a sdegno i libertini! Citiamo soltanto per saggio le parole della Gazzetta delle Alpi, la quale nel suo N. 135 del 7 giugno 1856 appone al Manin di aver dichiarato in cospetto dell'Europa, che «il partito cui appartenni è una mano d'assassini.» E poi soggiunge: «Il sig. Manin ci risponderà forse ch'egli non ha accusato tutti gl'italiani; ma alcuni pochi che egli crede vili partigiani del partito austro-clericale. No; noi invece gli diciamo, che fra coloro che ferirono di coltello in Italia furono uomini amanti sinceri di libertà, incorrotti di vita e di costumi.» E dopo di avere rivendicato agli uomini sinceri, amanti di libertà la proprietà degli assassinii politici, la Gazzetta delle Alpi conchiude: «Le illusioni falliscono; stava egli al Manin, a lui già capo di una repubblica risorta per opera di quegli uomini, il gettare il fango in faccia ai fratelli, il coprirli di rimproveri, il gridare al mondo: Stranieri, l'Italia è la terra degli assassini?» In tutte queste parole, come si vede, vi sono di molte e belle confessioni delle quali gli onesti faranno tesoro, e la storia darà il giudizio severo che si meritano.

Agitazioni e feste

Intanto avendo scritto Daniele Manin: agitatevi ed agitate, tosto s'idearono tra le altre cose un mondo di feste, e nel beato regno subalpino si era sempre con qualche nuova solennità politica da celebrare.

L'8 di Giugno 1856 fu festa in Genova, e si gridò evviva all'indipendenza italiana! Ai soldati reduci dalla Crimea vennero indirizzate alcune linee, che circolavano tra le loro file, e dicevano: «Ora un santo dovere vi spinge, ci spinge tutti a combattere le battaglie della patria. Affrettiamo con indomita volontà quel giorno glorioso.» Domenica 15 di Giugno fu gran festa in Torino. Il Municipio, che aveva speso nel Maggio precedente cinquantamila lire per festeggiare lo Statuto; ne spese altre cinquantamila per la nuova festa. Gli imprestiti e le imposte poi pagavano lo scotto

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- Si compera la cirala a immenso prezzo!

- cantava l'Unità di Casale, in quello chela Gazzetta del popolo si lagnava che il pane era caro! Tali le delizie della rivoluzione: scialacqui e miseria!

Nel medesimo tempo incominciava la guerra dei giornali; quelli di Piemonte giornalmente assalivano "l'Austria e la sua preponderanza in Italia, proclamandosi poi essi gli offesi; i giornali austriaci, con dignitosa fermezza, rispondevano. Dai giornali da trivio e dai semiofficiali la discussione, divenendo sempre più viva, passò ai fogli ufficiali, e il Conte Buoi ministro degli Affari Esteri dell'Impero d'Austria, ai 10 di Febbraio 1857, per mezzo del Conte Paar, Incaricato d'Affari a Torino, faceva serie rimostranze al Governo sardo. Il Conte di Cavour, sicuro sempre dell'appoggio di Francia e d'Inghilterra, rispondeva colla usitata insolenza, come chi avesse ragione da vendere; cosicché ai 16 di marzo il Conte Buol, credendo sconveniente alla dignità del Governo austriaco di lasciare a lungo, testimonio delle dimostrazioni ostili del Governo piemontese, il suo rappresentante, lo richiamava a Vienna. Il Governo sardo faceva altrettanto del suo incaricato presso la Corte austriaca, e le relazioni diplomatiche tra i due Governi venivano rotte.

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CAPO II.

Agitazioni e Attentati.

Esitanze di Napoleone III

Bene a proposito sorse la Società nazionale a salvare l'edificio massonico, messo in pericolo dallo scapestrare delle passioni rivoluzionarie, che minacciavano di appiccare il fuoco per ogni dove, poiché il Congresso-complotto di Parigi ebbe pronunziato l'iniqua condanna contro i governi legittimi d'Italia.

Gli effetti del famoso convegno non si limitarono infatti a quelli da noi testé riferiti. E di vero; mentre una sola Nota benevola di Napoleone III, al principiare della guerra d'Oriente, assicurava l'Austria (perché non prendesse le parti della Russia) della quiete e dell'ordine che sarebbero serbati nei suoi possedimenti italiani, come in tutto il rimanente d'Italia; il Congresso e gli atti che lo accompagnarono e seguirono, produssero l'effetto del tutto opposto, con sollevare lo spirito di rivolta e di disordine, però non solo in Italia, ma sì ancora in Francia; di guisa che quello, che, secondo ogni ragione provata dalla storia, avrebbe dovuto essere pegno sicuro di una più o meno lunga pace, fu invece fiaccola ferale di più tremenda guerra. E ben sei sapeva il Sire francese, il quale, a non precipitare gli avvenimenti ed a mantenersene padrone, sembrò ristare di fronte all'agitazione dei settari, alla grave attitudine della Russia, al misterioso riserbo della Prussia, ed anche ai recenti impegni assunti comunque verso l'Austria. Quindi, mentre braveggiava in una coll'Inghilterra contro l'ambito Regno delle Due Sicilie, quasi a dare un pascolo alle impazienze rivoluzionarie, procedeva misurato e cauto per ischermirsi ad un tempo dalle scaltrite manovre degli alleati di Piemonte e d'Inghilterra, tutte intese a trascinare lui stesso dietro il carro fatale della ormai trionfante rivoluzione. Onde venne, che per nulla soddisfatti del procedere delle cose, ai loro occhi troppo lente, Mazzini e Mazziniani, un po' per proprio conto, un po' spinti dal Governo piemontese, cospiravano in Inghilterra, in Francia, in Italia, suscitando un incredibile malessere dappertutto, e minacciando ogni peggio a chi volesse opporsi all'incesso audace della rivoluzione.

Su questo proposito il Conte di Volo, nella sua stupenda Vita di Francesco V, scriveva gravi parole che giova recare.

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«Oltre che, dice egli, l'aprirsi del Congresso a Parigi era stato aspettato dai fuoriusciti italiani accolti in Piemonte, in Svizzera ed a Londra con febbrile impazienza, che ben isvelava quale risultato se ne attendessero; l'avviamento delle conferenze e le assicurazioni, che non tardarono a venirne, eccitarono talmente gli animi irrequieti, che in vari punti della Penisola se n'ebbero premature dimostrazioni.

Attentati a Parma

«Parma, già fatalmente funestata dall'assassinio del Duca (1) e fatta quindi sede di un Comitato che agitavala con frequenti sommosse (2), anche in questo incontro non ne fu risparmiata. 1 facinorosi vi proclamarono senza alcun ritegno siccome imminente il rovesciamento delle condizioni politiche attuali, per dar luogo alla riunione dei Ducati al Piemonte; e, quasi che fosse. essa compiuta, si diedero a tentare, come prima inevitabile conseguenza, la liberazione dei detenuti politici. E poiché il Conte Macauly, che aveva la direzione della pubblica sicurezza, e quindi anche delle carceri, si mise in dovere di attivare alcune misure di precauzione e di rigore tendenti a sventare un tale progetto, ne fu egli proditoriamente punito da mano ignota, che al suo rientrare in casa la sera del 4 Marzo lo colpì di pugnale. Due settimane appresso cadeva altra vittima l'auditore parmense Borgi, il quale fra le sue colpe contava quella di avere in addietro diretta una investigazione per attentato consimile alla vita del Commandante delle truppe Colonnello Anviti, il quale fortunatamente ne uscì illeso. Fin qui il de Volo.»

Attentato contro Napoleone III

Nell'istesso tempo Mazzini accontatosi a Londra con alcuni torbidi Inglesi, ne avea danaro sufficiente a recare in atto una vasta congiura. A raggiungere meglio lo scopo, ideò, pria d'ogni altra cosa, di attentare alla vita dello stesso Napoleone III, col doppio intendimento, o di proclamare la repubblica in Francia, se mai venisse ucciso; o di farlo correre più spedito e pronto nel servire la setta e compirne il programma, se mai scampasse. Coadiuvato l'agitatore da un Gaetano Massarenti calzolaio e da un Federico Campanella letterato, dispose che il cappellaio Paolo Grilli di Cesena e il calzolaio Giuseppe Bartolotti di Bologna, si portassero a Parigi, e quivi con un Paolo Tibaldi,

(1) Carlo III, Duca di Parma e di Piacenza, fu ferito a tradimento con un colpo di stile dalla mano d'un vile assassino il 26 Marzo 1854. Gli succedeva il giovinetto figlio Roberto I sotto la tutela della invitta madre, Duchessa Luisa di Borbone, sorella germana di Enrico V, legittimo Re di Francia.

(2) A Parma erasi costituito uno dei centri della Carboneria riformata, che pigliò il nome di Società Nazionale italiana. L'altro centro era a Livorno.

(Bayard de Volo. - Vita di Francesco V.)

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Attentato di Pianori.

ottico piemontese in quella città, accordassero il modo di assassinare l'Imperatore. Ebbero H però la imprudenza di valersi della posta nelle loro relazioni: Tibaldi, Grilli, Bartolotti furono arrestati e condannati, chi alla deportazione chi al carcere; Mazzini, Ledru Rollin, Campanella e Massarenti venivano condannati in contumacia. Ma non fu questo il primo attentato contro il Bonaparte. La doppiezza abituale di lui non aveva affidato mai coloro che avevano titoli acquisiti sulla sua cooperazione. Ed ognuno sa di quali mezzi costoro si valgano contro i Colleghi che ponno riuscire sospetti. Il 28 Aprile del 1855 l'imperatore dei Francesi attraversava a cavallo, seguito da due soli aiutanti, alcune strade di Parigi, quando un uomo di sinistro aspetto gli attraversava la careggiata, e,, traendo rapidamente una pistola, gli scarica addosso due colpi a bruciapelo. Una delle palle colpisce il cappello dell'imperatore; l'altra, benché diretta al polmone, ne è trattenuta dalla maglia d'acciaio, con cui egli era solito tenersi difeso.

Cosa si può fare per l'Italia?

Nel regicida arrestato scopresi un italiano, Giovanni Pianori di Faenza, condannato già per omicidi e per incendi avanti il 1848, poscia uno degli eroi di Garibaldi, infine uno dei complici dell'assassinio di Rossi e di tutti gli eccessi che inorridirono Roma nel 1849. Nelle congreghe dei fuorusciti italiani accolti a Londra aveva egli ricevuto il mandato di questa perentoria ammonizione al Bonaparte, non meno che le armi con cui darvi eseguimento, e se il colpo non era riuscito e l'ammonizione fosse rimasta inefficace, non era a dubitare che una replica ne sarebbe seguita, il cui risultato avrebbe potuto essere più sicuro, può Napoleone III ostentò grande calma e sangue freddo dopo l'attentato; ciò nonostante quando nell'autunno dell'anno stesso ricevette a Parigi la visita di Vittorio Emanuele, si lasciò come sfuggire la domanda: che si può fare per l'Italia? E con ciò dava a comprendere che al brusco avviso di Pianori non voleva restarsene sordo ed inoperoso. Cavour non aveva d'uopo di tanto per dar libero corso col maggiore entusiasmo alle concepite speranze, ed al fine di accelerarne e "quasi sforzarne la riuscita, indirizzò il 28 decembre successivo ai rappresentanti di Francia ed Inghilterra presso la Corte di Sardegna una Nota verbale, in cui delineava già la parte che egli avrebbe presa nelle conferenze che attendevansi nel caso non lontano di un trattato di pace: quella cioè di richiamare l'attenzione delle Potenze sopra le condizioni politiche d'Italia, e sopra l'impossibilità di conservarvi un ordine

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di cose, il quale ripugna in certe parti, alle più semplici nozioni della giustizia e dell'equità (1). - Ma poiché siamo a parlare di attentati, ci è d'uopo aggiungere qualche particolare circa l'attentato commesso da Agesilao Milano, sfuggitoci quando dicemmo di quell'abominevole fatto.

Una parola di più circa l'attentato di Milano

Dicemmo come quello sciagurato assassino il dì 8 Decembre 1856, in una rivista militare vibrasse un colpo di baionetta contro l'attentato il Re, che ne rimaneva prodigiosamente salvo. Unanime fu il grido di riprovazione che si alzava in tutto il Reame contro il sacrilego attentato. L'attitudine di Re Ferdinando in quella circostanza non fece che accrescergli le simpatie e la popolarità. Ma mentre che a Napoli si esultava per la prodigiosa sua salvezza, a Torino s'imprecava rabbiosamente contro di lui. La stampa estera devota alla setta faceva altrettanto, e il Morning Post ai 22 decembre 1856 giungeva allo incredibile cinismo d'invitare il Re delle Due Sicilie ad ammaestrarsi nella nobile condotta del regicida, cui porta a cielo, e conchiude col dire, che «l'accaduto era un giusto castigo profetizzato fin dal 1851 da Gladstone!...» Strano profeta invero, che colla parola e colla penna avea destato lo spirito di vertigine e di discordia in presso che tutta Europa.

Intanto si dispensavano le medaglie fatte coniare in Ginevra onori ai con l'effigie di Bentivegna e di Milano. In onore di quest'ultimo, - incredibile a dire - si dava il nome suo aduna strada di Torino!! Mentre indi a pochi giorni succedevano le esplosioni misteriose del deposito di polveri nel porto di Napoli, ai 17 Decembre 1856, e quella del vapore il Carlo III nel medesimo porto, ai 4 gennaio seguente.

Onori a Milano

È da dire però che l'assassinio di Re Ferdinando II era decretato lungo tempo prima di quest'epoca. Fin da quando egli ebbe a reprimere la rivoluzione del 1848, i cospiratori del Piemonte avevano giurato la sua morte. Abbiamo infatti sottocchio una deliberazione settaria dei 20 decembre del medesimo anno 1848, emanata dal Comitato generale d'Italia, e diffusa in tutto il Reame delle Due Sicilie che testualmente rechiamo.

Condanna settaria di Ferdinando II

«Considerando, (vi è detto) che l'omicidio politico non è un delitto; ed ancor meno quando si tratta di disfarsi di un nemico, anche dispone di mezzi potenti, e che in certo modo può rendere impossibile la emancipazione di un popolo grande e generoso;

«Considerando, che Ferdinando di Napoli è il più accanito nemico della indipendenza italiana e della libertà del suo popolo;

(1) De Volo. Vita di Francesco V. Tom. 2 pag. 268.

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«È approvata la seguente risoluzione, per essere pubblicata con tutti i mezzi possibili nel Regno delle Due Sicilie:

«Una ricompensa di 100,000 ducati è offerta a colui, o coloro, che libereranno l'Italia dal suddetto tiranno.

«Siccome nella cassa del Comitato si trovano 65,000 ducati disponibili a codesto oggetto; così gli altri 35,000 ducati saranno raccolti per soscrizione.»

Nel tempo istesso che il Comitato prendeva tale deliberazione, dirigeva pure un proclama eccitatore all'esercito napolitano, che cominciava dal chiamare quei bravi soldati sgherri della più feroce tirannide e giannizzeri del più crudele tiranno, e cercava persuaderli a ben meritare del popolo già sdegnato contro essi, con uccidere «quel mostro d'iniquità!» (1).

Rivelazioni circa l'attentato di Milano

Dopo di ciò e con tale precedente divien facile di spiegare che l'attentato del soldato del Baglivo, come quello di Agesilao Milano; a proposito del quale è da aggiungere quel che trovasi in un libro edito in Napoli nel 1865-1866 da un tale Fortunato Bracale, e che ha per titolo: Scene e quadri storici sulla rivoluzione del 1860. A pagina 63 vi è detto, a conferma di quanto abbiamo narrato, che Re Ferdinando II veramente intendeva perdonare Agesilao Milano, reo del sacrilego attentato di regicidio dell'8 decembre 1856; ma ne fu dissuaso da unanimi proteste dei Generali e Consiglieri di Stato, che insistettero per una punizione esemplare e pronta di quel truce scellerato.

Ravitti però nel suo libro intitolato: Recenti avventure d'Italia, tom. I, capo X, dice che il Generale Alessandro Nunziante (già segretamente ascritto alla setta degli Unitarii) ebbe tutta la premura di far subito morire il Milano, temendo che costui avesse fin d'allora rivelata la sua tristizia, fatta palese poco di poi. E qui, ad onore delle popolazioni napolitane e sicule, notiamo come di origine greca fosse l'assassino Milano; e greco egualmente un occulto emissario dei congiurati di Torino per nome Caridi, trapassato incognito nell'ospedale degli Incurabili di Napoli pochi giorni dopo le accennate esplosioni. Negli ultimi istanti di sua vita rivelava egli - essere complice nei due fatti, e conoscere come si trovasse già in salvo colui che aveva dato fuoco al Vapore, rimanendo però in Napoli altri conrei. -

Le indagini giuridiche offrirono poi elementi da constatare l'importanza del Milano, mostrando essere egli affiatato

(1) Albert de Dalmas Le Roi de Naples, sa vie, ses actes, sa politique. Paris 1851, Chez Amyot pag. 119.

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Chi era Agesilao Milano

coi capi della setta all'estero, ed averne avuto incarico di redigere, secondo un dato modello statistico, l'elenco degli affigliati, notandone l'esatta biografia, la possidenza, l'attitudine e la idoneità possibile in servizio della rivoluzione. - Nelle file adunque di questa era l'infelice Milano alto locato, come organatore e statistico (1).

Impudenza di Cavour

In mezzo a queste cose la politica del Conte di Cavour toccava l'apogeo della perfezione nell'arte di mescolare il più freddo cinismo con le più malvagie opere. Rispondendo nella Camera di Torino alle interpellanze, sui narrati sacrileghi attentati affermava francamente: «Noi abbiamo seguita una politica pura e leale senza linguaggio doppio, e finché saremo in pace con altri Potentati noi non impiegheremo mezzi rivoluzionarii, non mai cercheremo di eccitare tumulti e ribellioni. Rispetto a Napoli egli è con dolore che rispondo all'onorevole interpellante. Egli ha ricordato fatti dolorosissimi: scoppio di polveriere e di navi da guerra, ed un attentato orrendo.

(1) A questo punto non crediamo inutile di aggiungere la seguente nota: Molte scempiaggini, raccolte dalle più scurrili dicerie della feccia dei partiti sono state introdotte senza criterio nel libro Memorie della rivoluzione dell'Italia meridionale del deputato Giuseppe Lazzaro (vedi pag. 487 A. P, in nota. Cenni su di esso Lazzaro) (pag. 469 a 475; e pag. 560 a 563 della Rivista del Progresso anno 2°. di IVAponte.)-II Lazzaro per darsi aria di sentenziatore acerrimo, stimatizza calunniosamente, tra gli altri, il Magistrato giudiziario incaricato della processura penale sui complici di Milano. L'intera Calabria conosce con quale scrupolosità e diremo quasi fanatismo di onore esso raccolse le prove circa il gravissimo misfatto; niun individuo però fu fatto arrestare di suo ordine e bastano le semplici date per convincere di mendacio lo scrittore Lazzaro. Il Magistrato anzidetto, delegato da Napoli per tale disimpegno, parte ai 13 novembre 1856 e giunge a Cosenza ai 16, e quivi trova già incarcerati d'ordine del Ministero di polizia e dell'Autorità provinciale, i due fratelli del regicida, ed altri individui che indicavansi nella epistolare corrispondenza come indettati col Milano, e che costui enunciava nelle carte conservate e repertate nel proprio sacco militare. Niuna donna fu mai arrestata, e i fratelli stessi del Milano, Cannilo, scritturale nella Cancelleria comunale, e Ambrogio sostituito da colui nel servizio militare pel criminoso fine, furono dopo qualche mese liberati

Nel 1865, per la erostratica impresa di un Luigi Mira impiegato nel ministero di Polizia, donde alcune carte metteva in serbo e poscia tradiva ai Piemontesi, veggono la luce le cennate processure penali per l'attentato del Milano e complici. Ove si voglia esaminarle, senza preoccupazioni e senza introdurvi elementi di calunnia, si vedrà con quanta regolarità fu proceduto. - Vedi A. P. pag. 657 e 903.

E qui è da aggiungere un altro appunto che troviamo nel succitato incarto circa i fratelli del Milano. - «Camillo (di età matura e calvo), Ambrogio (giovane e minore di età ad Agesilao rozzo zappatore) rinnegavano nel decembre 1856 la fraternità col famigerato Agesilao, e di fatti ne vivevano separati e poco amici. Dopo il 1860 però hanno approfittato della corrente rivoluzionaria, e han fatto valere la stessa fraternità come merito per afferrare cariche lucrative.»

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Egli ha parlato in modo da lasciar credere, che questi fatti siano opera del partito italiano; io lo ripudio altamente, e ciò nello interesse di Italia. Sono fatti isolati di qualche disgraziato illuso, che può meritare pietà e compassione.» (Tornata 15 gennaio 1857 atti uff. n. 12 pag. 41.)

Ricompense del Governo Sardo ai colpevoli

Nello stesso tempo però che così parlava il Cavour, presidente verno sardo dei ministri in Torino, facevasi quivi l'apoteosi dell'assassino Milano, ed emanato il decreto che immortalava la costui memoria, ed assegnava vistose ricompense alla famiglia sulle finanze dello Stato del Re Vittorio Emanuele (come facevansi altri molti atti di rimunerazione ai disgraziati illusi, secondo lo stile cavourriano, onde si dichiaravano meritevoli di pietà e di compassione i regicidi e gl'incendari di navi e di città!) - Ma non la pensava più così l'onesto ministro, quando, incominciandosi a smascherare nella usurpazione del Regno delle Due Sicilie, scriveva all'ammiraglio Persano - essere arrivato il tempo delle grandi misure, e doversi fucilare senza pietà i marinai napolitani, - che, costretti a servire sulle navi sarde, ne disertassero, per non combattere contro il proprio Re; tuttoché le leggi del paese non ammettessero pena capitale per la diserzione. (Nicomede Bianchi loc. cit. pag. 104).

Movimenti in Genova

Mazzini intanto infaticabilmente animava i suoi settari in Italia; e, fosse realtà, fosse piuttosto arte per mostrarsi vittima egli stesso, il Governo piemontese aveva a reprimere alla sua volta i conati rivoluzionari. Infatti il 29 di Giugno 1857 si tentava un serio movimento in Genova, impadronendosi i cospiratori del piccolo forte del Diamante, presto preso, e più presto evacuato. De' cospiratori 29 evasero, 49 furono arrestati e tradotti in giudizio, e, cosa strana! 6 condannati a morte erano tutti contumaci; gli altri vennero condannati a varie pene, per essere liberati o per evadere dalle carceri alla prima propizia occasione.

Ne segue l'attentato di Massa e Carrara

Nel medesimo tempo Cavour fa tentare l'invasione rivoluzionaria a Massa e Carrara, nella notte del 25 Luglio dell'anno istesso 1856, e lascia che si creda sia stata opera di Mazzini, o intrigo dell'Austria. Manda contemporaneamente emissari a Parma, a Modena, a Palermo a Napoli, a Firenze, a Roma, dove già gli agenti diplomatici e consolari del Piemonte intrigavano ad eccitare disordini, procacciavano soscrizioni, e votavano indirizzi di ringraziamento e medaglie all'istesso Cavour, per l'energia da lui spiegata nel Congresso di Parigi a favore della rivoluzione italiana; mentre i suoi discorsi, si come le parole attribuite ai vari plenipotenziari del Congresso, venivano stampati e diffusi a migliaia di esemplari negli Stati italiani, a Napoli principalmente.

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Spedizioni clandestine

Venivano poscia e le offerte dei cento cannoni e dei 10 mila fucili, e le spedizioni clandestine partite dagli Stati sardi, foriere di quella dell'avventuriere Nizzardo, succeduta ai 6 di maggio 1860, cose tutte da noi raccolte in queste pagine. Riassumiamo in proposito alcune importanti corrispondenze dalla Civiltà Cattolica di quei giorni (1).

Sottoscrizioni spontanee

- Sorgeva, una nuova sottoscrizione nazionale in Genova. L'Italia e Popolo proponeva di radunare denari per l'acquisto di diecimila fucili destinati alla prima provincia italiana che insorgerà contro il comune nemico. «L'Italia deve insorgere, diceva il giornale di Mazzini: questo dovere non si discute, si sente, e tristo quell'italiano che non ne avesse coscienza.» L'Unione di Torino e il Lemme di Novi facevano adesione alla sottoscrizione mazziniana. La prima diceva che la sottoscrizione dell'Italia e Popolo merita «l'appoggio di tutti gli organi liberi della stampa ed il concorso di tutti gli Italiani dello stato sardo non solo, ma d'ogni altra provincia italiana. Il secondo ripeteva sottosopra lo stesso. Intanto la sottoscrizione della Gazzetta del Popolo pei cento cannoni andava a rilento; sottoscrivevano gli impiegati perché la Gazzetta Piemontese avendo approvato la sottoscrizione, avrebbe pericolato l'impiego se non sottoscrivessero. Si lesserò anche lettere, che si mandavano per la posta con minaccie a coloro che non sottoscrivevano. Per indurre il popolo a dare il suo nome e il suo obolo si diceva che la sottoscrizione doveva servire a bagnare la meliga; giacché in quei giorni soffriva per la siccità. Né le sottoscrizioni erano l'unico mezzo adoperato per la rivoluzione. Circolava stampato in Torino uno scritto che diceva: «Al primo rumore di popoli italiani chiedenti il regno d'Italia colla dinastia di Savoia e lo Statuto piemontese, il Parlamento e l'esercito in Piemonte leveranno il medesimo grido; ed eccoti l'Italia viva persona politica.... Il Re Sardo si mostri sulle Alpi capitano di 500 mila combattenti, e la diplomazia, benché a mal in cuore, si affretterà a riconoscere il fatto compiuto.» - Le centinaia di migliaia di combattenti vennero pur troppo sulle Alpi, ma non erano del Re Sardo!.....

Tutta la vita politica del Piemonte era pertanto nelle sottoscrizioni. Quella dei 100 Cannoni era opera dei moderati e parto della loro mente; l'altra dei 10 mila fucili veniva da Mazzini; quella nasceva in Torino figliata dalla Gazzetta del Popolo, questa in Genova sotto il patrocinio dell'Italia e Popolo Una sottoscrizione collegavasi coll'altra, come avvertivano i giornali e principalmente il Diritto. Imperocché, essi dicevano:

(1) Civiltà Cattolica, Serie III, vol. 3. e 4.


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Municipio di S. Remo e le sottoscrizioni.

«L'Italia ha da fare contro l'Austria una guerra offensiva e difensiva. Stanno per difenderci i cento cannoni, e prepariamo per offendere i diecimila fucili.» Si mise mano pertanto alla raccolta delle offerte. La sottoscrizione ministeriale ottenne tosto le firme di tutti gli impiegati, e dei Municipi, che dagli impiegati pubblici poco differiscono. Imperocché essi pure erano colti dalla paura, e se non temevano il ministero, temevano la Gazzetta del Popolo che minacciava, bene spesso ai suoi avversar! - due dita alla gola ed un coltello nel cuore. - In quei paesi però dove qualche coraggioso osò pronunziare una risoluta parola, la sottoscrizione ministeriale andò a monte. Così nel municipio di S. Remo il Sindaco proponeva di sottoscrivere pei cento cannoni; ma un consigliere avendo solennemente disapprovato la proposta per le condizioni del paese e l'indole stessa del corpo municipale, il consiglio fu tutto col valoroso Consigliere e il povero Sindaco restò solo in mezzo ai cento cannoni. Del resto i ministri e i ministeriali si mostravano disingannati: giacché si ripromettevano le sottoscrizioni non solo di tutto il Piemonte; ma anche dell'Italia intera, e invece dall'Italia nulla giungeva, e dal Piemonte si ricavava pochissimo. Basti sapere che era da un mese e più aperta codesta sottoscrizione, i municipi largheggiavano del denaro altrui, eppure fino al 5 settembre di quell'istesso anno 1856 si raccolsero appena trentamila franchi, vale a dire un quinto della somma necessaria pei cento cannoni. Ma a suo tempo il ministero suppliva a tutto coi denari dello Stato. Erano dieci giorni che la sottoscrizione pei dieci mila fucili da darsi al primo Stato italiano che insorgesse correva pel pubblico, e l'Italia e Popolo aveva di già raccolto un presso a duemila nomi, allora quando il fisco di Genova, il 30 Agosto, sequestrò il giornale e le liste. E' cosa che fa sorridere di pietà! (diceva l'Italia e Popolo dando questa notizia). E fa realmente pietà vedere un governo distruggere con una mano ciò che fabbrica coll'altra. Ma giustizia vuole che si scusi il Ministero, il quale ha ordinato il sequestro perché la Diplomazia gliene fece l'intimazione.

Mazzini e le sottoscrizioni.

Prima di lasciarsi andare a questo passo esitò per molto tempo, scrisse per telegrafo l'ordine del sequestro, poi lo ritirò, inviandolo finalmente una terza volta in modo definitivo. Giuseppe Mazzini che, giusta la voce comune, stava in Genova, scrisse su questo proposito una lettera ai ministri nell'Italia e Popolo. Voi vedeste, dice egli ai ministri il nome infausto di Novara scritto sulla parete;

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e invece di ritrarne eccitamento a magnanimi sdegni ne ritraeste impicciolimento e tremore. Ma perché non sopprimere energicamente fin dal primo giorno il virile disegno? Le autorità vostre sequestrarono in Genova spontanee, ma imperfettamente, alcuni esemplari del foglio che conteneva la proposta; poi, quasi vergognando, sostarono. E voi mandaste dapprima ordini di prosecuzione, e li ritrattaste il di dopo; e lasciaste che sette giorni corressero senza richiami e minacce; poi, quando l'assenso pubblico avea convertito in manifestazione solenne quella proposta, esciti 800 nomi di soscrittori, seguito l'esempio dato sotto gli occhi vostri dalla stessa Torino, approvato il disegno da giornali di ogni colore, spediste, ridesti a un tratto, ordini inesorabili, e cominciarono i giornalieri [sequestri. Or, ridesti da che, se non dall'esoso intervento straniero?» E continuando il Mazzini dice ai Ministri: - Io vi conosco d'antico! - Le quali parole andavano principalmente all'indirizzo di Urbano Rattazzi, che nel 1848 e 49 era venduto anima e corpo al Mazzini, lo lodava imperante in Roma e lo serviva in Genova mediante la battaglia di Novara, come scrisse Vincenzo Gioberti nel suo Rinnovamento. Intanto l'Italia e Popolo (N. 242) minacciava e scriveva: «11 valore politico del sequestro, le conseguenze che gli uomini di buona fede ne possono dedurre non vogliono essere qui neppure accennati».

Invasioni nel napoletano

Infrattanto il siciliano Bentivegna, siccome abbiamo accennato in un precedente capitolo, presa l'imbeccata a Torino, sbarca in Sicilia, mette a rumore alcuni comuni presso Palermo, ma, vinto e fatto prigioniero dai regi, viene condannato nel capo.

L'emigrato napolitano Pisacane muove da Genova sul Cagliari, accresce in passando i suoi seguaci, liberando i delinquenti rilegati nell'isola di Ponza, sbarca a Sapri sul cadere di Giugno 1857, e prima che vi accorrano le regie milizie è sconfitto ed ucciso dalle fedeli popolazioni; e nel medesimo tempo è edificante il vedere il Conte di Cavour fare al rappresentante del Re di Napoli quelle espansive dichiarazioni di ammirazione verso il Re Ferdinando e il suo Governo, da noi già accennate. Quest'ultimo attentato era dal Mazzini particolarmente prestabilito; lo confessa il famoso Crispi in una sua lettera (1).

(1) Importanti documenti storici circa le cospirazioni contro il Reame delle Due Sicilie, fomentate dall'estero, pubblicavansi in Napoli, poi che la rivoluzione ebbe trionfato, in un opuscolo col titolo: La spedizione di Carlo Pisacane ecc. per Giacomo Racioppi (Napoli 1863).

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Scoppi e incendi.

-Al finire del 1856, scrive il Belviglieri, ed al principiare del seguente anno, altri incidenti vennero a mantenere e ad alimentare l'agitazione ed i sospetti. Scaricandosi della polvere da un vascello di guerra, la polveriera prese fuoco è scoppiò con distruzione d'edifici, morte di persone e minaccia della reggia non molto discosta dall'arsenale. Fu caso od artificio? gli appassionati di ambe le parti pensarono e dissero artificio; il Governo confermò quella opinione con indagini e con inchieste, senza riuscire a nulla, se non fu forse metter voglia di rinnovare il truce spettacolo. Ai 4 Gennaio la fregata a vapore Carlo III carica di fucili stava per salpare alla volta di Palermo. A un tratto scoppia la Santa Barbara, con orribile schianto, moltissimi feriti, quaranta morti, e sarebbero stati anche più, se l'equipaggio di un legno inglese ancorato nel porto non avesse dato pronta ed efficace opera a salvare i caduti nelle onde. Questa volta fu persuasione generale che il caso non v'entrasse per nulla (1).

Il Giornalismo settario e la Gazzette de Frutice.

Ma ben altri fatti contemporanei rivelavano quanto mai fosse estesa e complicata la rete delle insidie prepotenti, a ruina della monarchia delle Due Sicilie che, ormai abbandonata a sé stessa lottava da sola contro tanti esterni implacabili nemici. - Il giornalismo piemontese, diretto dallo stesso Cavour, non era il solo che con sistematica bile scaricasse giornalmente contumelie contro il Governo napolitano; il Morning-post a Londra, il Siede a Parigi e le cento altre infernali trombe della frammassoneria, riproducevano a gara nelle loro pagine tutte le menzogne e calunnie, nelle quali l'odioso era vinto dall'assurdo. Circa le condanne capitali inflitte dopo regolari giudizi (per non dire d'altri) ai suddetti Bentivegna e Milano, convinti rei di così gravi misfatti, le menzogne del Siécle superavano in cinismo ogni altro organo della rivoluzione. Il perché uno dei più seri giornali di Francia, di fronte a tali esorbitanze, mestamente esclamava: «Où allons nous? Telle est la question que s'adressent tous les hommes sérieux; car ce vaste système des mensonges contra un Monarque, qui donne l'exemple des plus éminentes qualités royales et de toutes les vertus privées, est bien propre à inspirer une immense tristesse à tous les amis de l'ordre, en leur révélant une perversité profonde et la résolution bien arrêtée de miner sourdement la puissance d'un Souverain, qui est considéra avec raison, comme le principal obstacle à la réalisation

(1) Belviglieri, loc. cit. pag. 62.

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-des projets révolutionnaires en Italie, et qui, pendant que l'on pactise, ou que l'on n'oppose partout que d'impuissants palliatifs à la marche de la révolution, lutte seul avec la plus grande dignité et un noble courage, pour la cause de tous les trônes. (Gazzette de France, 22 février 1857).

Eccitamenti stranieri

Però, vedi strana combinazione! dall'estero vengono gli agenti misteriosi ad eccitare le popolazioni e a subornare l'esercito; nell'estero sono inventate e dall'estero principalmente sparse le più mostruose calunnie; e nell'interesse di estere ambizioni, in nome del popolo napolitano e siciliano, si preparano all'estero quei famosi Memorandum da diffondersi per tutta Europa che avrebbero bastato a fare insorgere ogn'altro paese, che non fosse stato quello delle Due Sicilie, contento e prospero sotto il governo del suo legittimo Sovrano. - Egli è vero pur troppo che, amici supposti insieme con nemici palesi, si univano in questo periodo di tempo a gridare riforme; ma essi stessi non avrebbero saputo indicare in che avessero esse a consistere; che in quest'epoca d'indipendenza sfrenata della ragione, ogni testa, sia pure la più bislacca, ogni interesse, sia pure il più nocivo al vero benessere di una nazione, immagina, vuole e propugna le sue riforme. Sotto questo nome pur troppo l'esperienza del passato ha fatto vedere, (e l'avvenire dolorosamente confermò) che si mascheravano le più turpi passioni di anarchia, l'ambizione e l'avidità d'insaziabili irrequieti demagoghi. Le riforme erano sinonimi, e il fatto lo provò abbastanza, di rivoluzione antidinastica, di rovesciamento d'ogni ordine, d'universale spogliazione, di saccheggio dello Stato e della Chiesa, di avvilimento del pubblico credito, di leggi di terrore e dispotismo.

Ma di alcuni dei fatti accennati fa d'uopo dire più minutamente: e incominciamo dalla scorreria su Massa e Carrara.

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CAPO III.

SCORRERIA DI MASSA E CARRARA, INCURSIONE DI BENTIVEGNA, SCOPPIO DELLA POLVERIERA E DEL CARLO III A NAPOLI.

Scorreria di Massa e Carrara

Nella notte dai 25 ai 26 di Luglio una banda dai 70 agli 80 individui partivasi da Sarzana (Piemonte) per mettere in rivoluzione il Ducato di Modena. Alcuni di essi vestivano l'assisa della guardia nazionale di Sarzana ed annunziavano ai paesi la rigenerazione italiana. Confidavano costoro che le popolazioni avrebbero corrisposto al loro invito insorgendo e ribellandosi contro il proprio governo. Ma s'ingannarono a partito, giacché le popolazioni medesime armaronsi per combattere i ribelli, e le milizie estensi giunte poco dopo non poterono più vederli che dietro le spalle. I rivoluzionari avevano sparso in Carrara un proclama, che finiva così: «Al grido di guerra e di vita che noi mandiamo dalle vette del nostro Appennino, grido di vita nazionale italiana, grido di guerra all'Austria e a quante tirannidi straniere e domestiche ci contendono l'avvenire, risponda concorde, rapido, audace, il grido di quanti hanno in cuore l'Italia, e l'Italia sarà.»

Il giornalismo rivoluzionario

Essendo i rivoltosi partiti dal Piemonte, il governo sardo mandò milizie ai confini, che ne arrestarono una buona parte. Ma i giornali democratici acremente lo rimbrottarono di cosiffatto procedere, perché dicevano che senza gl'impulsi uffiziali del Ministero piemontese non si sarebbero mossi gli insorti. La Maga del 29 di Luglio N. 91 osservò con un po' di ragione: «Cavour diceva alle Camere, che la nostra politica era lontana più che mai dalla politica austriaca; dicea nel Memorandum, e nelle note verbali che, se continuasse lo stato attuale di cose, il governo sardo sarebbe stato costretto a gettarsi in braccio alla rivoluzione per salvare l'Italia. Il mantenimento di queste promesse sta tutto nelle precauzioni prese in questi giorni per aiutare a comprimere i moti di Carrara, ed impedire che la gioventù di Lerici, Sarzana e S. Terenzio andasse in soccorso degli insorti.» E l'Italia e Popolo del 30 di Luglio N. 210: «Tutti, scrive, rammentano come, all'epoca della memoranda discussione parlamentare, il Governo sardo, a far divampare il fuoco latente nelle altre provincie d'Italia, facesse

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Eccitamenti stranieri

Confessioni del Risorgimento

stampare i discorsi di Cavour e di Buffa, e li diffondesse a migliaia di esemplari ne' Ducati, nelle Romagne, nel Lombardo-Veneto, a Napoli e nella Sicilia. Ma ciò non bastava: egli incoraggiò per mezzo de' suoi emissari quegli abitanti, e si sa che le parole: «Viva Vittorio Emanuele», si scrivevano dai partigiani piemontesi sui muri e sulle porte delle case a Carrara. Lusinghe ancora più esplicite vennero date ai regnicoli andati espressamente a Torino. Ora con tali eccitamenti quale è stato il contegno del nostro Governo?» E qui l'Italia e Popolo imprende a sfolgorare i Piemontesi che repressero presso a Sarzana quel moto medesimo che eglino stessi avevano provocato, «e, volendo aggiungere la codardia all'insulto, dichiararono il movimento provocato da agenti austriaci.» Difatti l'Espero, giornale che stampavasi a Torino sotto gli auspici e la protezione del Ministro degli Interni, Urbano Rattazzi, e che perciò godeva l'autorità di foglio semiufficiale, detto quanto basta per far capire che la gloriosa impresa contro il Ducato estense allestivasi in Piemonte, e che da Torino partiva gente ' con tale intento, e recitati a modo suo i gloriosi fatti di quegli italianissimi, osò stampare queste parole: «Questo è certo, che l'Austria conta tra le file degli insorti alcuni suoi emissari, i quali per calunniare il governo piemontese vanno spacciando essere sicuri dell'appoggio di questo; spediente ormai troppo conosciuto, perché gli uomini di senno e di cuore vi si lascino cogliere.» Che non solo alcuni, ma molti tra cotesti paladini dell'indipendenza dicessero a piena gola a chi voleva e a chi non voleva udirli, aver essi avuto pegno e promessa d'aiuto dai padroni del Piemonte, questo era verissimo.

Ma che costoro fossero emissari dell'Austria, questo era da provare; e i padroni dell'aspiro avrebbero fatto bene d'ingegnarsi a provarlo, sotto pena d'incorrere altrimenti la taccia di calunniatori. Se l'insurrezione sul Modenese avesse preso vita e forze, si sarebbe fatto plauso ai magnanimi figli d'Italia; riuscì ad un fiasco, e per iscuoterne da se l'onta si spacciava che era opera dell'Austria! Ora è agevole conchiudere chi fosse il calunniatore. Tanta perfidia fece stomaco al Risorgimento, che la trovò per giunta cosa sciocca ed impolitica, esclamando (N. 1659): «Ma che assegno potrebbero più fare sul Piemonte (i liberali) se dovesse esser vera la insigne corbelleria che ristampava l'Espero: essere uno spediente d'emissario austriaco il fare sperare ai popoli d'Italia l'aiuto del Governo piemontese?.... Noi arrossiamo per l'Espero che gli siano cadute dalla penna scempiaggini di questa fatta, le quali compromettono altamente la stessa Dinastia.»

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Come si vede, la cosa era lampante. Il Risorgimento si sfiatava a persuadere, che il governo Piemontese facesse sperare il suo aiuto ai popoli che avessero l'animo d'insorgere; e nel diffondere l'opinione contraria egli, da buon italiano vedeva un pericolo per la Dinastia!

Ma non solo il Risorgimento voleva ad ogni patto farne convinti che la tentata sommossa di Carrara era opera degli Italiani di Piemonte; che anzi egli manteneva che avrebbe dovuto essere opera del Governo, al quale muoveva acerbi rimbrotti per avere co' fatti suoi dato a pensare, che egli non sapesse o non volesse essere protettore ufficiale della rivoluzione, come pur avrebbe dovuto per non contraddire a sé stesso «Se la rivoluzione, scriveva, ò il solo rimedio ai mali d'Italia, è pur ovvio che non la possono osteggiare coloro che hanno essi stessi constatato il male, e stimolato popoli e governi a recarvi rimedio. Come adunque il nostro governo ha potuto reprimere invece egli stesso il primo tentativo di cotesta rivoluzione?... Il Piemonte non deve far nulla che sia una provocazione all'Austria;... ma può qualche volta ignorare... Cotesto zelo di perquisizioni a Genova, a Novara, di sequestri, di arresti, di cordone militare etc... potrà nelle altre provincie italiane parer eccessivo, e sembrerà che sieno alquanto in contraddizione col linguaggio che si tiene e dai giornali, e dai membri del Governo... In conclusione: la rivoluzione non si farà mai in Italia, finché non possano le popolazioni italiane far certo assegno sul concorso del Piemonte. Importa quindi mantenere viva in esse la persuasione, che dietro i popoli insorti, sta l'esercito piemontese» Così l'onesto Risorgimento N. 1658.

E tutto questo parendogli poco, egli si rifa da capo nel giorno appresso, e ribadisce bene il chiodo del non doversi attribuire ad artifizi di agenti austriaci la scorreria contro lo Stato estense; poi viene minutamente sponeno un suo programma per la rivoluzione, e pel modo con cui doveva promuoverla ed aiutarla il Piemonte. Importa il registrarne le precise parole: «Lo stato dei popoli d'oltre Ticino è troppo infelice, perché possa durare a lungo tal quale. Le discussioni di Parigi, di Torino e di Londra, gli eccitamenti continui dei giornali (piemontesi) che, malgrado tutta la vigilanza della polizia, riescono tuttavia più o meno a passare le frontiere, agitandogli spiriti,affrettano gli eventi. L'effetto di queste varie cause non può essere dubbio. Verrà momento in cui in una o in altra parte d'Italia scoppierà un insurrezione: quella sarà la prima favilla dell'incendio universale. L'Austria vorrà intervenire, e il Piemonte avrà diritto d'intervenire anch'esso per impedire l'eccessivo estendersi della influenza austriaca, e non interverrà egli solo.

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Questa crediamo sia la sola possibile soluzione della questione italiana. Ma affinché essa si avveri, conviene che il primo moto si manifestini paese, altro da quelli dominati dagli Austriaci. Una rivoluzione che scoppiasse nel Lombardo-Veneto non giustificherebbe il nostro intervento; ma se i Ducati siano, o la Toscana, che si levino in armi, allora il Piemonte e i suoi alleati avranno ragione d'ingerirsi. Dato questo primo segnale, si moveranno anche i popoli soggetti all'Austria, e l'Italia sarà. Ma se dee la rivoluzione cominciare negli Stati non ancora posseduti dall'Austria, che sono i più piccoli e i più deboli, importa che possano fare assegno sicuro sull'aiuto nostro, se no, certo non si muoveranno mai.

Scorreria di Bentivegna

«Prognosticate le rivoluzioni, scrive il De Sivo, detto a regnicoli in cento tuoni: ribellatevi, sta per voi il Piemonte e la civiltà, stanno i vascelli di due grandi Stati, scacciate il re bomba: nessuno si moveva. Fu necessità mandarli a muovere, da fuori. Era si lontana dalle menti nostre la rivoluzione, che udivamo con meraviglia talora [certe affisse proclamazioni stampate a Torino, e faceva le crasse risa di cotali sforzi inani d'un partito impotente. Le cose d'Italia parevano accennare a quiete; il Papa si faceva l'esercito, avea ottenuto i Tedeschi lasciassero le città romagnole, e solo guardassero Ancona e Bologna; il che avveniva sul finir d'ottobre. Eppure si mulinavano colpi mortali ed iniqui in Sicilia e in terraferma.

«A 20 Novembre appariva sulle coste sicule la Wanderer, goletta inglese venuta da Malta; e andava spargendo starsi soldati brittanni a Malta pronti ad accorrere in aita de' ribellanti; lo stesso stampavano certi giornali esteri, aggiungendo, i Francesi invaderebbero Napoli; ed ecco s'alza un vessillo a tre colori, di tal maniera. Era un barone Francesco Bentivegna di Corleone, giovine dissennato, senza istruzione, mazziniano, stato Deputato nel 48, che nel 49, presa Palermo, aveva protetto i banditi in campagna. Questi in Febbraio 53, unita gente in casa, imprese, con la coincidenza de' tumulti di Milano, a sollevarsi e tentare un colpo di mano sul presidio di Palermo; ma scoperto e sostenuto, ai 25 di quel mese, fu con altri sottoposto a giudizio lungo, dov'ei protestava innocenza. Trovò anzi protettori; e il Cassisi stesso, per discreditare il Filangeri, potendo su' giudici di Trapani, riusci a farlo assolvere; onde ebbe co' complici libertà. La Polizia per sicurezza il mandò a confine; ma v'era sì mal sorvegliato, che ei poteva starsene spesso in Palermo a rannodarvi la congiura, e anche più volte navigare a Torino, senza essere scorto.

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E si declamava contro la durezza de' Tribunali e le sevizie della Polizia!... Questo innocente, corsi appena quattro mesi che era fuori di carcere, giunta la nave inglese, dopo due di, a 22 Novembre 56, levò con gli antichi complici a rumore le terre di Mezzoiuso, Villafrate, Ciminna e Ventimiglia nel Terminese; tolse il denaro dalle casse pubbliche, scarcerò i detenuti, fugò il giudice e i sindaci, arse l'archivio circondariale; e a sommuover la gente gridacchiava già, gl'Inglesi stare a Palermo, e in altre città dell'Isola. Raggiunselo un La Porta, pur con esso giudicato innocente, pel fatto del 53. Dall'altra un Francesco Guarnieri, pur di quel processo, investiva la sera del 26 le prigioni di Cefalù e traevano uno Spinuzza, anche complico del 53, ricarcerato per nuove imputazioni. Costoro saccheggiarono certe case d'impiegati, disarmarono la Guardia Urbana, presero arme di privati a forza, e con sediziose grida cercavano popolo. Questo in nessuna parte IL segui, benché vedesse qua e là costeggiar navi francesi o brittanne; per contrario i villani, prese rusticane armi, come arrivò da Palermo una regia fregata con soldati, corsero alla spiaggia, gridando viva il re illuminarono Cefalù e cantarono il Te Deum nella Cattedrale. Soldati e Guardie Urbane dettero addosso a' rivoltosi, e li dispersero. Anche Urbani per la via di Lercàra col Sottintendente Parise assalirono il Bentivegna. Il quale, cinto da tutte parti, disciolta la banda, fu da soldati trovato in una fratta di fichi d'India, e menato a Palermo. Colà giudicato da un Consiglio di guerra, ritornò a Mezzoiuso ove aveva alzata la bandiera; e il mattino del 23 Dicembre, fatto testamento, passò per le armi. Andando al supplizio disse più volte: «Se il Re sapesse questo, mi farebbe grazia!» Tanto a' rei stessi era notissima la regia clemenza; e certo il Re seppelo dopo. I suoi complici ebbero pene minori» - Così il De Sivo (1).

Il Belviglieri racconta anch'egli questo fatto, e aggiunge: «Non avendo Bentivegna trovato appoggio nelle popolazioni tra Messina e Palermo, parte rifuggitisi in un bosco caddero in mano alle milizie, altri si ritirarono a Cefalù, e furono arrestati più tardi. A Messina nulla accadde, tranne l'affissione di scritte: «Viva il principe ereditario, Viva la libertà, Viva la costituzione del 1812!» che furono ben presto strappate dagli agenti della polizia.

(1) Giacinto De Sivo, Storia delle Due Sicilie, libro XIV. pag. 339. - Questo illustre Storico, schietto cattolico e legittimista, fu detto in questi giorni, con evidente errore, da uno dei nostri principali giornali cattolici «storico liberale» Attendavamo una rettifica; vedendola tardare, e nessuno dei suoi amici muovere lagnanza, crediamo dovere nostro di avvertire i lettori di tale errore.

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Bentivegna e parecchi dei capi, giudicati sommariamente, furono passati per le armi; altri condannati a morte dai Tribunali ordinar!, ebbero, tranne un solo, commutazione di pena da Ferdinando. In questa circostanza il governo gareggiò di sconsigliatezza cogli insorti, giacché quelli con poveri mezzi e relazioni scarsissime s'avventarono ad un'impresa superiore di troppo ed il Governo, che teneva guardata l'isola dalle migliori sue truppe nazionali e svizzere, poteva far pompa di sicurezza e di generosità, risparmiare al tutto i supplizi, e soddisfare i desideri delle Potenze occidentali.» - Cosi il Belviglieri, il quale, secondo la sua bella teoria (per nulla seguita dal fortissimo Piemonte quando fu padrone delle due Sicilie) manderebbe impuniti tutti i corsari e filibustieri che si presentassero, ed anche tutti i ladri e gli assassini, sol che questi avessero per le loro imprese poveri mezzi e relazioni scarsissime (eccellente confessione!), e il governo forze bastanti e buone.

Scoppi di una polveriera e del Carlo III

Ma due attentati più orrendi erano riservati per la stessa scoppi di Napoli. Seguitiamo ad ascoltare il De Sivo: «Sul mezzodì del 17 dicembre scoppiava la polveriera sul molo militare avanti la reggia; gittato all'aria gran parte dell'edilìzio (a gran distanza; sicché un macigno di molte cantaia sfondò la casa del caffè Pappagalli presso il Mandracchio. Spezzaronsi i vetri non della regia sola, ma di gran parte della città molto addentro. Perironvi 17 persone.

«Più spaventoso scoppio seguiva a 4 Gennaio 57 sulla bocca dello stesso porto militare. Il Carlo III, fregata a vapore con sei grossi cannoni, costruita a Castellamare, doveva alla dimane recare arredi soldateschi a Palermo. Aveva la dotazione di 27 cantaia di polvere. Tutto in pronto, già v'eran saliti alquanti pàsseggieri, mancavano gli uffiziali e il comandante Faowls. V'arrivava il Masseo capitano in secondo, a cinque minuti prima dell'ore II della sera, e ito dalla lancia sulla nave, questa poco stante per istantaneo colpo andò in pezzi, legno, ferro, uomini e cannoni, in un turbine orrendo di fuoco. Mezza nave sparve, l'altra con la prua si chinò nell'onda e affondò. Morirono 38 persone, col Masseo stesso; e i loro corpi mozzi e nudati dalle vampe, dall'acque uscir poi a galla spettacolo miserando. La città stupefatta, ignara, vide spegnersi a un botto i fanali delle strade propinque, frangersi ogni vetro, e piover pezzi di legno e arnesi a distanza che se ne trovarono in S. Marcellino. Dappoi lavorato più mesi si trasse dal fondo del mare ogni cosa, fuorché le argenterie e i denari, che mai non si poterono trovare.

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«A spiegare il caso fu supposto non forse il contestabile, tentando rubar la polvere, a udir la sentinella annunziare il capitano, sbalordito lasciasse la candela nella santa Barbara. Ma il sospetto di mena settaria serpeggiava; il rafforzavano gli argenti e i denari spariti, lo scoppiar pria che arrivassero gli uffiziali, Tessere il secondo scoppio di polvere avanti la reggia avvenuto in pochi di, che non avviene in cento anni, e Tesser seguiti al Bentivegna e al Milano, e tra quei marini che poi tradirono sì turpemente. Le indagini niente spiegarono; il capitano Faowls n'uscì con lieve punizione, ed ebbe campo da rendere altri mali servigi a suo tempo; tanto eran molli gli ordini di quel nostro governo dipinto tirannissimo! Per non tacere nulla, noto che s'eran fatti costruire a Palermo, ordinati dal Conte d'Aquila, certi fuochi artificiali, per segnali di legni a mare: e dissesi essersene posti per dolo o sciocchezza e nella polveriera, e nel Carlo III. Dopo il fatto misero il resto de'fuochi in una riservetta al Granatello, che dopo alquanti dì arsero da se. (1) -

Importante rivelazione

In un importante incarto troviamo qualche appunto, che da fedeli cronisti raccogliamo. Nel tempo di cui è parola, il partito Murattista faceva a gara col Mazziniano piemontese, per assalire il Governo di Napoli. - In codesti criminosi tentativi, vi è detto, si scuopre la mano occulta del partito Murattiano; correva anzi in quest'epoca riserbata voce che il Generale, presunto capo del partito stesso, (il nome è cancellato nell'incarto) per mezzo dei suoi agenti avesse fatto promettere vistosissimo compenso pecuniario all'Ufficiale di artiglieria, preposto alla custodia del parco di munizioni da guerra, cioè a dire di circa 16 cantaia di polvere da sparo, depositate nel reale palazzo di Napoli, affinché riponesse quivi tre piccole macchine in forma di uovo, che scoppiavano e incendiavano dopo 36 ore. L'agente istigatore spiegava di usare cautela nel collocarle, e notava, come funesta all'esecutore, la disaccortezza adoperata nel precedente attentato della esplosione nel porto. Con ciò confessa, che ancora per opera del suo partito ciò fosse accaduto. La lealtà del suddetto Uffiziale sventò l'iniquo attentato. Ma quale terribile rivelazione circa uomini, che tra poco alla testa del fedele esercito, dovranno difendere il Reame da invasori slanciati dalle sètte!....

(1) De Sìto, loo. cit, p. 348.

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CAPO IV.

SCORRERIA DI PISACANE.

Della scorreria Pisacane è da dire più particolarmente. Capi della spedizione erano Carlo Pisacane, già ufficiale del Genio, fuori del Regno da vari anni, Giovanni Nicotera avvocato, e Giovanni Battista Falcone studente, emigrati, tutti Napoletani e rifuggiti negli Stati sardi. Idearono essi di raccogliere una banda armata, invadere l'Isola di Ponza, e sbarcare quindi nella Provincia di Principato Citeriore. Calcolavano poi (non sappiamo con quanta ragione) che, all'annunzio di tanta impresa, Napoli, Roma, Firenze sarebbero insorte, come un sol uomo, per opera dei comitati rivoluzionari, e proclamerebbero la Repubblica. Con siffatto disegno e siffatte speranze s'imbarcarono circa un 40 cospiratori di varie regioni d'Italia sul Piroscafo Il Cagliari della società Rubattino di negozianti genovesi, destinato a viaggi fra Genova, Cagliari e Tunisi. Tutti eran muniti di regolari carte di polizia con la direzione per Tunisi, e, sotto specie di mercanzie, imbarcarono con esso loro varie casse piene d'armi.

Imbarcati che furono, 20 di essi formularono il seguente atto:

Dichiarazione dei congiurati

«Noi qui sottoscritti dichiariamo altamente, che, avendo tutti congiurato, sprezzando le calunnie del volgo, forti nella giustizia della causa e della gagliardia del nostro animo, ci dichiariamo gli iniziatori della rivoluzione italiana. Se il paese non risponderà al nostro appello, non senza maledirlo, sapremo morire da forti, seguendo la nobile falange de' martiri italiani. Trovi altra nazione del mondo uomini, che, come noi, s'immolano alla sua libertà, ed allora solo potrà paragonarsi all'Italia, benché sino ad oggi ancora schiava.

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Sul vapore - sul Cagliari, alle ore 9 1|2 di sera dei 25 Giugno 1857.

1. Carlo Pisacane.

2. Giovanni Nicotera.

3. Giovanni Battista Falcone.

4. Barbieri Luigi di Lerici.

5. Gaetano Poggi di Lerici.

6. Achille Perucci.

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7. Cesare Faridone.

8. Poggi Felice di Levici

9. Gagliani Giovanni di Lerici.

10. Rotta Domenico.

11. Cesare Gavini di Ancona.

12. Fuschini Federico.

13. Lodovìco Negromonti di Orvieto.

14. Metuscé Francesco di Lerici, marinaio.

15. Sala Giovanni.

16. Lorenzo Giannone.

17. Filippo Faiello.

18. Giovanni Cammillucci.

19. Domenico Massone di Ancona.

20. Ruscone Pietro.

La sera pertanto del 25 Giugno 1857 il piroscafo salpava da Genova per andare alla volta di Cagliari, quando, in altomare, i congiurati se ne impadronirono e lo costrinsero a diriggersi su Ponza. Giuntivi, sbarcarono nelle ore pomeridiane del 27,e raccolsero oltre a 300 condannati o rilegati nell'Isola. Pisacane gli ebbe prestamente ordinati in tre compagnie, gli armò di fucili, quindi s'imbarcarono tutti sul medesimo piroscafo proseguendo il viaggio. La sera del 28 giunsero a Sapri, e nelle prime ore della notte seguente misero piede a terra, al grido di «viva l'Italia, viva la Repubblica!» Il Comitato partenopeo aveva promesso, che quivi si troverebbero ad aspettarli un mille o duemila armati, che si congiungerebbero loro nell'impresa; ma non vi trovarono alcuno... Deluso, ma non scuorato, il Pisacane la mattina del 30 portossi a Torraca, villaggio poche miglia discosto, pubblicando quivi un proclama colle solite frasi: «È tempo di por termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando II. A voi basta il volerlo. L'odio contro di lui è universalmente inteso.»

Delusioni degli invasori, avverse le popolazioni

E qui delusioni sopra delusioni. Era divisamento del Pisacane di avanzarsi su Potenza ed Auletta, dove, secondo le promesse dei Comitati avrebbe dovuto trovare molte migliaia di sollevati per dirigersi poscia su Napoli; ma non vi trovò alcuno.

All'annunzio dello sbarco, il Governo napolitano spedì nel golfo di Policastro due piroscafi, i quali la mattina del 29 di Giugno incontrarono il Cagliari fra il golfo e il capo Linosa; lo catturarono e condussero a Napoli. L'Intendente di Salerno, sig. Ajossa, nel medesimo tempo adunava in Sala Guardie urbane e Gendarmi, mentre, spediti dal Comando militare, vi giungevano due battaglioni di Cacciatori.

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Il primo di Luglio queste milizie avvicinandosi a Padula, i rivoltosi le assalirono e ne seguì un conflitto, che durò due ore; finalmente alcune compagnie di regi Cacciatori comparvero alle spalle della banda assalitrice, che si disperse. Cinquantatré furono i morti dalla parte dei rivoluzionari, molti gli arrestati. Pisacane, Nicotera e Falcone con alquanti dei loro fuggirono verso Sanza; ma assaliti quivi la seguente mattina dagli abitanti di vari paesi, che non volevano saperne della loro pretesa libertà, dopo qualche ora di combattimento, ventisette di quelli caddero sul campo, mentre 29 venivano arrestati. Pisacane e Falcone furono morti; Nicotera restò prigioniero.

Molti altri individui furono arrestati susseguentemente, e la Corte criminale di Salerno ebbe a procedere contro 284 rei di lesa Maestà. Ai 19 di Luglio, 7 ne condannava a morte, 30 all'ergastolo, 2 a trentanni di ferri, 52 a venticinque anni, 137 a pene minori; 56 vennero rilasciati in libertà provvisoria. Dei sette condannati a morte nessuno vi andò, che il crudele Re Ferdinando commutò a tutti la pena (1).

Ma perché la storia sia al caso di meglio giudicare l'aggressore e l'aggredito, troviamo in una raccolta di documenti un'importante appendice, che vogliam recare presso che a verbo, anche a costo di cadere in taluna ripetizione, che, d'altronde, servirà a chiarire meglio e a ribadire le cose narrate. .

Il libro di Racioppi

«Lo spirito organatore di libertà, scrive G. Racioppi nel suo opuscolo «La spedizione di Pisacane,» non si ravvisò veramente nel Napolitano prima del 1854, quando l'Europa civile venne a cozzo in Crimea con l'autocratismo della barbarie nordica. Da quell'anno, se non prima di poco, aliava per le città una idea vaga di Murattismo, che nell'ingrato terreno non mise mai profonde radici. Di cotai spiriti di libertà, di cotale latente e povero organismo, le prime manifestazioni apparvero sul cadere del 1856 con Agesilao Milano; a mezzo il 1857 con Carlo Pisacane.

«Nel 1856 pervenne in Napoli uno scritto mazziniano, il quale (inteso a trar moto dalle speranze rideste pel Congresso a Parigi e costituire una parte politica nazionale da opporre a tentativi della mencia parte murattina nel Napolitano, che la protezione napoleonica già venia destando) portava per epigrafe [Partito nazionale, e per titolo Appello alla Nazione. In esso sfloravansi le solite frasi dottrinarie di Sovranità nazionale, Suffragio universale, Diritto alla insurrezione ecc: dividevasi l'Italia in quattro Compartimenti;

(1) Giornale ufficiale del Regno delle Due Sicilie 1857. N. 140141144. Atto di accula e decisione della Corte Criminale del Principato Citeriore.


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si creava un Commissario promotore centrale a capo di ogni Compartimento, suddiviso in Sezioni presiedute da Commissari, che sceglievano ed organizzavano gli arruolatori dei drappelli. E tutti, tra le solite formole, davano giuramento: - per l'onore di sé stessi, per dovere verso la patria, di conservare intatto e difeso il principio della nazionalità italiana, non lasciando confondere la causa della patria con quella dello straniero qualunque siasi. -

«Questo disegno, e gl'impulsi a fare pervennero per via di Malta, ove dimorava esule e capo di esuli di repubblicana fede,Nicola Fabbrizi.... (lo vedremo poi figurare maggiormente in Roma nell'attentato Garibaldino del 1867). Pochi giovani in Napolivi aderirono, e strinsero relazioni con lui e con altri esuli in Genova e, man mano, con taluni delle provincie meridionali: Salerno, Basilicata, Bari, Lecce, e più scarsamente forse con Avellino e Cosenza, giovani tutti avanzi delle carceri di Stato, o impigliati in nuova rete di processi politici, scarsi di pecunia, poco potevano; assumevano il titolo di Centro promotore del sud peninsolare. Breve nucleo; capo Giuseppe Fanelli, operoso giovane,che, lasciati gli studi d'ingegnere, trattò le armi a Roma ed a Venezia; segretario Luigi Dragone, e cooperatrice la costui moglie, sorella di Antonio Morìci, emigrato politico a Malta. Di codesto centro operosissimi raggi furono, pel Barese un Tateo di Palagiano, che poscia esule mori in Savoia; pel Salernitano i fratelli Magnone del Cilento e Vincenzo Padula, prete ardentissimo, morto poi tra i Garibaldini a Milazzo; per Basilicata Giacinto Albini (1).

«Il Congresso di Parigi adunque colla quistione di Napoli conferì a rinfocolare l'agitazione allora si maturavano in misteriosi convegni le sicule congiure del Bentivegna ed il fatto grandioso di Agesilao Milano.... che d'altronde nessun'eco ebbe nelle provincie. Il comitato di Napoli in lotta, coperta sì, ma incessante co' centri di Londra e di Genova, chiedeva a' Commissari delle provincie cifre statistiche degli arruolati e pronti, ma ne ricevevarisposte incompiute. In quel tempo (1856) Giovanni Matina di Diano in Salerno, passato dalle carceri di Stato alla breve e confinata libertà dell'Isola di Ponza, medita accozzare un partito tra que' relegati, ammontanti a circa 700, pochi de' quali erano i reduci dalla spedizione di Lombardia del 1848;

(1) Altri nomi sono indicati nelle Memorie della rivoluzione d'Italia meridionale del 1860» opera del deputato Lazzaro, pubblicata nella rassegna periodica il Progresso, per cura di L. Aponte, capo IX, maggio 1863.

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altri già, soldati dell'esercito napolitano espulsi per gesta che il lacere è bello, i più legalmente puniti per disonesti reati comuni; tutti, com'è natura de' prigionieri, frementi de' ceppi, aspiranti a mutazioni, tumulti, congiure. Il disegno del complotto con costoro si comunica dal Matina al comitato di Napoli, che ne scrive a Malta al Fabrizi, il quale nel gennaio 1857 ne parla a Carlo Pisacane (1). Questi, ai 3 febbraio, diceva con lettera a' suoi amici di Napoli:

«In punto ricevo lettera di Mazzini che mi annunzia esser risoluto ii» a giuocare l'ultima carta in questo mese, al più tardi nello entrante, per uno sbarco a Livorno.» In conclusione Pisacane dubita della riuscita, e prevede che cosi si sciuperanno le ultime loro forze e speranze. Lo sbarco progettato per Livorno si converte per un tentativo nel Continente napolitano.

Una corrispondenza epistolare viene attivata tra Mazzini e il sedicente Comitato di Napoli. Pisacane se ne rallegra e affretta il momento desiderato con impazienza; elogiato da Mazzini, come l'unico per capitanare la impresa, apparecchia i mezzi a Genova. Con lettera de' 5 Aprile spedisce a' congiurati di Napoli tre mila lire, e ne promette altre cinque mila tra pochi giorni. Ed alle costoro esitazioni risponde, a' 12 maggio (pag. 23 e 24), con larghi ragionamenti, ne' quali involontariamente confessa che nelle popolazioni non trova accoglienza l'accecamento dei rivoluzionari, e dice: «Se la Basilicata promette rivoluzione, e due mila armati senza impulso, tanto più dovrà farlo con impulso. Se questo non basta, allora è segno evidente che le presenti condizioni non si vogliono mutare, e noi finiremo la carriera dopo aver fatto il nostro dovere... Voi procurate indugiare da mese in mese, e noi siamo convinti per lunga esperienza, che da qui ad un mese» saremo in non migliori condizioni, ma peggiori.... Bastano due o tre arresti che farà il Governo, e ciò può avvenire da un momento all'altro, per ruinare il tutto.» E vorrà dirsi grande partito nazionale quello degli amici di Pisacane, quando costui confessa esser bastanti due o tre arresti per ruinar tutto; ed esservi segnie videnti, che i popoli non vogliono mutare le presenti loro condizioni? - E continua a dire nella stessa lettera: - «Se tutto quello che fa il Governo di Napoli non basta per rendere ad ognuno insopportabile il presente, e per renderli pronti a seguire un generoso impulso, siate certi che tutti i concerti ed i mezzi del mondo non produrranno alcuno effetto.

(1) Lettera di Pisacane al comitato di Napoli 28 Aprile 1857, ed altre di lui allo stesso indirizzo.

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Voi chiedete sempre direzione, danaro, armi. - Direzione come la intendete voi, è impossibile (1). Mazzini non saprebbe indicarci nessuno nello interno del Reame; danaro l'avrete subito; armi.... ma, se pieni ne fossero i magazzini, rimarrebbero inutili sempre, mancando gli aderenti. Le circostanze c'impongono di troncare ogni indugio.»

Seguono nello stesso senso eccitante altre lettere di Mazzini al Comitato napolitano, dei 7 e 13 Aprile, riassumendosi nel solito concetto: - «Noi non possiamo creare la insurrezione d'un popolo, che non ne vuoi sapere, ma possiamo crearne la occasione e la iniziativa» (pag. 25 e 26). E in una del 27 del mese stesso (riferita in altra di Pisacane de' 4 maggio, pag. 27) inviando ottomila franchi, dice:

«Il moto in Napoli non è isolato, ma si connette con altre combinazioni che fallirebbero, se si indugiasse soverchiamente. D'altra parte, il malcontento deve farsi credere esser tale tra voi, da far plausibilmente supporre, che un primo successo ponga gli animi in fermento di azione: bisogna adunque tentare (pag. 27).

Intanto la condotta riprovevole del Matina, autore del disegno di Ponza, de' fratelli Magnone e del prete Padula nel Cilento, aveva richiamata l'attenzione del Governo e fattili restringere in carcere. - Mazzini era già venuto a Genova, e comunque fallito il suo tentativo colà nel forte del Diamante, pure dispoticamente impone a suoi corrispondenti di Napoli di precipitare le mosse. Pisacane li previene che partirà a' 10 giugno dirigendosi a Sapri in Salerno, e risalito il Vallo di Diano per raccogliere insorti e far insorgere, dopo che avrà disarmate e disfatte le Autorità politiche del luogo. Invano i suoi corrispondenti gli dimostrano la falsità del suo disegno sconsigliato, e la impossibilità di muovere la provincia: egli, ostinato, risponde esser risoluto a tutto (pag. 31). Altre istruzioni spedisce il Mazzini con lettera del 24 maggio al Comitato di Napoli (pag. 33). A 13 giugno clandestinamente arriva in Napoli il Pisacane (2) (pag. 34) per contrattempo occorso al suo complice Rosolino Pilo (entrambi predisposti a cadere vittime della loro avventatezza)

(1) Per direzione i faziosi di Napoli intendevano che dall'estero dovessero altri venire ad assumere la pericolosa impresa di sconvolgere il Reame, ed essi rimanersene inerti ad aspettarne il successo e beccarsi dopo un pò di lucro. - Cavour, Garibaldi ed il Re di Sardegna hanno indovinato il loro voto e li hanno esauditi. La popolazione è stata estranea in tutto.

(2) Per debito di cronisti, notiamo che Carlo Pisacane, uffiziale nell'esercito napolitano, non emigrava per motivi politici, ma per accecamento amoroso, profugo a Genova con donna incestuosamente adultera. Un primo errore commesso dal Pisacane fu la causa che ei si trovasse poi ravvolto nelle trame politiche.

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ha così il destro d'assicurarsi ocularmente essere impossibile una iniziativa nel Reame senza suo impulso, e raduna intorno a sé, di sera, molti Capi popolani, tra i quali Gennaro Gambardella, Antonio Tizzo, Salvatore, Luigi e Vincenzo Fittipaldi (1); ma tutti invocano indugio, essendo senza direzione interna, senza danari e senza armi. - Pisacane se ne mostra convinto, e, nel convegno in casa Dragone, lascia le istruzioni all'anzidetto Fanelli: ai 15 parte da Napoli per Genova, donde ai 23 del mese stesso annunzia con lettera, essere ormai pel giovedì la sua partenza di colà; lo sbarco a Sapri pe' 28 (pag. 38). Il Comitato di Napoli ne fa correre le prevenzioni in provincia; a 27 fa partire Pateras per Basilicata, e dopo di lui il sarto Giuseppe Tosiello, che ritornano impauriti pe'provvedimenti presi dalla polizia, dalla quale son fatti retrocedere. - E qui l'autore spiega: «Mazzini non volle e non poté procrastinare altrimenti il suo disegno, che si ramificava a Genova, a Livorno e nel Napolitano. Pisacane, che aveva il coraggio di tutte le iniziative, l'attrattiva di tutte le imprese romanzesche; egli che reputava non mancare allo incendio che una favilla, e potere sulle mobili fantasie meridionali un colpo di sorpresa, più che un disegno a giorno prefisso, cede alle parole di Mazzini, affinché il disegno generale di costui non fallisse per manco di aspettate cooperazioni. E lo conferma nel suo testamento politico, riportato nel Journal des Débats di Luglio 1857, che in seguito rechiamo, e nel libro del Venosta intitolato: - Carlo Pisacane e compagni martiri a Sanza, - Milano 1863, che il Racioppi definisce, ripieno di asserzioni inesatte, non vere, ingiuriose all'onore delle persone, ed alla verità storica (pag. 35). Continua l'autore a narrare come il Pisacane ai 25 Giugno si fosse imbarcato sul vapore II Cagliavi della Società Rubattino di Genova, e con lui i napolitani Gio. Nicotera e Battistino Falcone, ed altri piemontesi; come direttosi all'Isola di Ponza, per sorpresa, vi fosse sbarcato ai 27 ed avesse composta la sua milizia di 323 di quei rilegati, che dianzi ha qualificati come rei di turpitudini, che il tacere è bello; e partitone nella notte de' 27 avesse approdato, sul vespero del 28, a Sapri nel golfo di Policastro;

(1) Con questa rivelazione del libro del sig. Racioppi rimane giustificata la misura governativa dello arresto degli accennati individui, qualche mese dopo avvenuto lo sbarco di Sapri. Si è declamato all'arbitrio ed alla ingiustizia, tuttoché presso i tre ultimi, gettate in un giardino, si fossero sorprese dieci bandiere tricolori con le epigrafi solite di Viva l'indipendenza. Dopo l'entrata dei Piemontesi in Napoli, i medesimi individui furono ricompensati con le più lucrose cariche, ma Gambardella fu ucciso da un giovanotto, cui con prepotenza quegli volea sopraffare.

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come al suo grido d'insurrezione, non solo niuno diè ascolto quivi, ed a Torraca e nella grossa borgata di Padula; ma alla voce della vendetta - all'armi! - gli uomini o fuggivano spaventati, o si nascondevano; (è costretto a confessarlo lo stesso Venosta, e l'autore a pag. 46) e le popolazioni unite alle Guardie Urbane (1) al primo impeto contro gli sbarcati rivoluzionar!, ne fanno cadere uccisi 53 ed altri 35 son fucilati di ordine del Comandante militare del 7 battaglione Cacciatori, sopraggiuntovi; mentre le palle de' terrazzani colgono altri ritraentisi a scampo per le vie di Padula (pag. 47), e ciò avveniva a dì 1. Luglio. «Un nucleo di circa 90 uomini stretto intorno a Pisacane ricalca le orme del dì innanzi per gittarsi nel Cilento; ma vanno ad essere uccisi a colpi di falci e di scuri come lupi sviati dal bosco; ai 2 del mese stesso, procedendo verso Sanza, povero paese, con a capo la bandiera tricolore, ed al grido di Italia, gli abitanti alla loro vista suonano le campane a stormo, escono a turbe d'ogni età, d'ogni sesso, con falci, ronchi ed altri arnesi da campo, si lanciano contro Pisacane e compagni; 27 di questi col Capo cadono ingloriosamente sotto le ronche di miserabili terrieri; 29 son fatti prigionieri e feriti, tra quali Nicotera (2).

(1) Il conte Groppello, Rappresentante sardo presso la Corte di Napoli, con dispaccio de' 4 luglio 1857, riferisce al Conte di Cavour. La banda insurrezionale del Pisacane è quasi distratta interamente, e dovunque passò oltre ad essere attaccata e battuta dalla Gendarmeria e dalle Guardie Urbane; trovava la più grande avversione nelle popolazioni, che ne uccidevano gli sbandati. (Documenti diplomatici comunicati al parlamento di Torino dal presidente de ministri C, Cavour, relativi alla vertenza col Governo di Napoli per la cattura del Cagliari).

(2) Nella tornata della Camera in Firenze, 21 marzo 1866, dicutendosi sulla elezione di Mazzini, nominato deputato in Messina, (respinta, questa nomina nella tornata del domani, con 191 voti contro 107, il deputato calabrese sig: Gio. Nicotera fe le seguenti rivelazioni; «Tutti coloro che qui seggono deputati furono cospiratori, e non sarebbero qui se non avessero cospirato.... La spedizione di Pisacane fu combinata e decisa da costui contro la opinione di Mazzini, il quale pensava che a Genova si sarebbe potuto organizzare una spedizione più in grande. Egli anzi ne aveva gettate le basi; ma accortosi che gli mancavano importanti elementi su i quali aveva calcolato, tentò tutti i modi per dissuadere il Pisacane dal partire con 25 o 30 persone. - Il Pisacane, tenace nei suoi propositi, volle fare da solo, persuaso che esso avrebbe formato il nucleo di una gran sollevazione. Mazzini mancava di fucili, ma si potevano avere 300 carabine depositate a Torino presso il marchese Pallavicini Trivulzio. Non si avevano danari; ma la emigrazione o li diede, od offerse cambiali, scontate poi dal nostro Platino, che poi fece parte della spedizione de' Mille.»

L'oratore si versa a raccontare gl'incidenti della spedizione di Pisacane, della quale egli fece parte, per la quale partirono in 23, e soli nove sbarcarono per accidenti successi; che combatterono eroicamente. Dovevano sbarcare a Cagliari in Sardegna, e si trovarono sulle coste del Napolitano.

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Così il Racioppi il quale aggiunge che «gli Ufficiali governativi locali non di milizia ebbero bisogno, ma di concentramento di milizie urbane (pag. 51). Ond'è che, se la devozione del popolo per la Monarchia disfece quei rivoltosi sbarcati, non è a dire con quali atrocità i costoro complici, trionfanti nel settembre del 1860, corsero a vendicarli con fatti, che di popolo generoso non furono, sì vero di plebe tratta ad immatura libertà.» (pag. 53) - Sotto le quali poche parole si comprende la tragica carneficina, commessa dai garibaldini in que' miseri paesi. Il Racioppi conchiude: «I ribelli sbarcati a Sapri, passando dalle mani di plebaglia sfrenata a quelle di giudici atterriti e di fiscali ringhiosi, furono trattati da tutti come cosa da rubello: poscia Re Ferdinando fece grazia della vita a sette sentenziati di morte (1); la storia che è severa con lui vuoi tenergliene conto.» (pag; 49) - E conto è da tenersi di codeste confessioni di uno scrittore liberale, e devoto al Piemonte; alle quali nello interesse storico è da aggiungere: 1°. Che Re Francesco II posteriormente estende la sua clemenza a' cinque sudditi sardi condannati, come correi nello affare del Cagliari; del che riceve ringraziamenti dal Governo di Torino con dispaccio dei 23 marzo 1860 al Rappresentante sardo Villamarina, come si leggerà in seguito (2) e con i regii indulti dei 25 e 30 giugno, 1. luglio e 1. 6. e 16. Agosto, e 11 Settembre 1860. Egli accorda a tutti gli altri, e specialmente agli anzidetti sette, piena amnistia. 2°. Che ben diversamente si comportò il governo dei rivoluzionari nelle provincie meridionali per inaudita ferocia nei reati politici, bastando indicare fra gl'innumerevoli casi, quello dello sventurata spagnuolo Borjes, che con pochi compagni colto sulla frontiera degli Stati pontifici, sono assoggettati alla fucilazione senza alcuna forma giudiziaria,

Fu allora che Mazzini a Genova, visto che il vapore non aveva toccato Cagliari, comprese la trista nostra posizione e la necessità di aiutarci con tutti i mezzi. Fu questa situazione che lo spinse a suscitare il movimento di Genova, (del che scolpa Mazzini). Il partito repubblicano, (dice loratore) era il solo allora unitario in Italia, essendoché lo stesso Re del Piemonte non pensava che ad ingrandire il suo Regno ecc.»

(1) Eccone i nomi come leggonsi nella decisione della gran Corte Criminale di Salerno, 13 luglio 1858; Giovanni Nicotera calabrese, un tal Santandrea, e Giovanni Gagliani milanesi, (imbarcati con Pisacane a Genova), Luigi La Sala barbiere, Francesco de Martino sartore, Niccola Valietta, e Niccola Giordano, che espiavano pena nell'isola di Ponza, dove si associarono alla banda di Pisacane, e commisero non solo atti insurrezionali politici, ma anche gravi reati comuni, pe' quali altresì riportarono capitale condanna.

(2) Vedi A. P. pag. 197.

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non ostante che dalle sue carte si desumesse uscire eglino dal Regno, abborrenti dal partecipare ad atti di brigan

Mitezza del Governo napolitano ed efferatezza del Governo piemontese

Per i correi di Pisacane che agirono in aperta ribellione alle leggi dello Stato, che furono giudicati da Tribunali ordinari e sperimentarono tutti la reale clemenza, si declamò tanto e tante ingiurie si scagliarono contro il Governo di Napoli, e si avrebbe quasi voluto che questo li avesse premiati, ringraziati e rimandati liberi. - Ma quando poi la rivoluzione comanderà da padrona nel Reame delle Due Sicilie, ridotto allo stato di provincia schiava del Piemonte, ben altro linguaggio si terrà. In un documento eminentemente ufficiale ed autentico sarà proclamato di ragion pubblica, che «le popolazioni del Napolitano sono proclive a ravvisare in ogni atto di mitezza del Governo un testimonio di debolezza; mentre al contrario la severità è reputata simbolo di forza... Se lo spagnuolo Borjes co' suoi seguaci (1), se il belga Trazigny non fossero stati subito fucilati, immensi avventurieri da tutta le parti del globo sarebbero piombati nelle provincie meridionali a farvi irruzione.» (Relazione ufficiale della Commissione parlamentare d'inchiesta sul brigantaggio nelle provincie napolitane 1863. Atti della Camera pag. 903) (2). - Inconsiderate proposizioni! che sicuramente pronunziate e scritte in un documento presentato alla Camera di Torino, tra i cui membri seggono individui che fecero parte dell'irruzione di Pisacane nei lidi di Salerno, ed altri che si aggregarono tra quegli avventurieri di tutte le parti del globo per piombare con Garibaldi sulla Sicilia, fanno ricordare ai primi, come una specie di rimprovero, ed ai secondi in aria di minaccia, che se il Governo di Napoli, anziché effondersi in atti di clemenza, avesse adottato la salutare teoria proclamata dai liberali, divenuti legislatori nell'accennata relazione, Nicotera e Compagni, lungi dal sedere nella Camera dei deputati e nei seggi ministeriali, sarebbero da un pezzo sotterrai la Sicilia non sarebbe stata rigenerata col garibaldismo, e i Borboni regnerebbero tuttora a Napoli - (Vedi A. P. pag. 570. nota 2).

Il Journal des Dèbats pubblica il testamento del Pisacane, che dice aver ricevuto da Londra. Dalla lettura di questo documento si vede di che fatta eroe fosse quel fanatico strumento dell'ambizione mazziniana, e quale sia il giudizio che gl'Italianissimi fanno di Casa Savoia, e del regime costituzionale in Piemonte. Essi abbominano l'una e l'altro, come abbominano l'Austria e il suo governo;

(1) Vedi A. P. massacro di Borjes pag. 1190 -prima stampa alligata.

(2) Vedi A. P. pag. 570, 909, 1190.

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e tutte le lodi che prodigano al Piemonte non sono che perfide ipocrisie per avere dal paese asilo, pane ed aiuto a liberamente congiurare. Ecco dunque il testamento del Pisacane:

Testamento di Pisacane

«In procinto di lanciarmi in una temeraria impresa, voglio Testamento far note al paese le mie opinioni per combattere il volgo, sempre dl Pisacane disposto ad applaudire i vincitori ed a maledire i vinti.

«I miei principi politici sono abbastanza conosciuti: io credo nel socialismo, ma nel socialismo differente dai sistemi francesi, che tutti più o meno sono fondati sull'idea monarchica, o dispotica che prevale nella nazione; è l'avvenire inevitabile e prossimo dell'Italia, e forse di tutta Europa. Il socialismo, di cui io parlo, può riassumersi con queste due parole: libertà ed associazione. Questa opinione io l'ho sviluppata nei due volumi che ho composto, che sono il frutto di quasi sei anni di studi, ed a cui, colpa del tempo, non ho potuto dare l'ultima mano, sia per lo stile, sia per la dizione. Se qualcuno dei miei amici volesse supplirmi, e pubblicare questi due volumi, glie ne sarei molto riconoscente.

«Ho la convinzione, che le strade ferrate, i telegrafi elettrici, le macchine, i miglioramenti dell'industria, tuttociò infine che tende a sviluppare e facilitare il commercio, È destinato, secondo una legge fatale, A RENDER POVERE LE MASSE, finché non si operi la ripartizione dei profitti, per mezzo della concorrenza. Tutti siffatti mezzi aumentano i prodotti; ma essili accumulano in poche mani,per cui tutto il vantato progresso non si RIDUCE CHE ALLA DECADENZA. Se si considerano questi pretesi miglioramenti come un progresso, sarà ciò in questo senso che, coll'aumentare la miseria del popolo, essi lo spingeranno infallibilmente ad una terribile rivoluzione che, mutando l'ordine sociale, metterà a disposizione di tutti, ciò che ora serve all'utile solo d'alcuni. Ho la convinzione, che i rimedi temperati, come il regime costituzionale del Piemonte e le progressive riforme accordate alla Lombardia, lungi dall'accelerare il risorgimento d'Italia, non possono fare che ritardarlo. Quanto a me non m'imporrei il più piccolo sagrifizio per cambiare un Ministero o per ottenere una Costituzione, neppure per cacciare gli Austriaci dalla Lombardia e riunire al regno della Sardegna questa provincia: io credo che la dominazione della Casa d'Austria e quella di Casa Savoja sieno la stessa cosa.

«Credo del pari, che il governo costituzionale del Piemonte sia più nocevole all'Italia, che non la tirannia di Ferdinando II. Credo fermamente che, se il Piemonte fosse stato governato nel

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la stessa maniera che gli altri Stati italiani, la rivoluzione d'Italia a quest'ora si sarebbe fatta.

«Questa decisa opinione si venne formando in me per la profonda convinzione che io ho, essere una chimera la propagazione dell'idea, e un'assurdità l'istruzione del popolo. Le idee vengono dietro ai fatti e non viceversa; e il popolo non sarà libero perché sarà istrutto, ma diverrà istrutto tostochè sarà libero. L'unica cosa che possa fare un cittadino, per essere utile alla sua patria, è l'aspettare, che sopraggiunga il tempo, in cui egli potrà cooperare a una rivoluzione materiale.

«Le cospirazioni, i complotti, i tentativi d'insurrezione, sono a mio avviso, la serie dei fatti attraverso ai quali l'Italia va alla sua meta (l'Unità). L'intervento delle baionette a Milano ha prodotto una propaganda ben più efficace, che non mille volumi di scritti di dottrinari, che sono la vera peste della nostra patria e di tutto il mondo.

«V'hanno taluni che dicono, la rivoluzione debbe essere fetta dal paese. Questo è incontrastabile. Ma il paese si compone d'individui; e se tutti aspettassero tranquillamente il giorno della rivoluzione senza prepararla col mezzo della cospirazione, giammai la rivoluzione scoppierebbe. Se invece ognuno dicesse; la rivoluzione deve effettuarsi dal paese, e siccome io sono una parte infinitesima del paese, spetta anche a me il compiere la mia infinitesima parte di dovere, e io la compio; la rivoluzione sarebbe immediatamente compiuta, e invincibile, poiché dessa sarebbe immensa. Si può dissentire intorno alla forma di una cospirazione circa il luogo e il momento in cui debba effettuarsi; ma il dissentire intorno al principio è un'assurdità, una ipocrisia; torna lo stesso che nascondere in bella maniera il più basso egoismo.

«Io stimo colui che approva la cospirazione, e che non prende parte alla cospirazione; ma io non posso che nutrire disprezzo per coloro che non solo non vogliono far nulla, ma si compiacciono dì biasimare e maledire coloro che operano. Coi miei principi io avrei creduto di mancare al mio dovere se, vedendo la possibilità di tentare un colpo di matto sopra un punto bene scelto e in favorevoli circostanze, io non avessi impiegato tutta la mia energia nell'eseguirlo e condurlo a buon fine.

«Non pretendo già, come alcuni oziosi per giustificare sé stessi mi accusano, di essere il salvatore della mia patria, no; io Bono però convinto, che nel mezzodì d'Italia la rivoluzione morale esiste; che un impulso gagliardo può spingere le popolazioni a tentare un movimento decisivo; ed è appunto per questo,

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che ho impiegato le mie forze per compiere una cospirazione che deve imprimere questo impulso. Se io giungo sul luogo dello sbarco, che sarà Sapri nel Principato Citeriore, credo che avrò con ciò ottenuto un grande successo personale, dovessi poi anche dopo morir sul patibolo. Da semplice individuo qual sono, sebbene sostenuto da un numero abbastanza grande di uomini, io non posso far che questo, e lo faccio. Il resto dipende dal paese, non da me. Io non ho che la mia vita da sacrificare per questo scopo, e non esito punto a farlo.

«Sono persuaso che, se l'impresa riesce, otterrò gli applausi di tutti; se soccombo, sarò biasimato dal pubblico. Forse mi chiameranno pazzo, ambizioso, turbolento: e tutti coloro che, non facendo mai nulla, consumano l'intera vita nel detrarre agli altri, esamineranno minutamente l'impresa; metteranno in chiaro i miei errori, e mi accuseranno di non essere riuscito per mancanza di spirito, di cuore, di energia. Sappiano tutti codesti detrattori, che io li considero non solo come affatto incapaci di fare ciò che io ho tentato, ma incapaci flnanco di concepirne l'idea.

«Rispondendo poi a coloro che chiameranno impossibile il compito, dico che, se prima di effettuare simile impresa si dovesse ottenere l'approvazione di tutti, sarebbe d'uopo rinunziarvi; dagli uomini non si approvano anticipatamente fuorché i disegni volgari: pazzo si chiamò colui che in America tentò il primo sperimento di un battello a vapore, e si è dimostrato più tardi l'impossibilità di attraversare l'Atlantico con questi battelli. Pazzo era il nostro Colombo prima ch'ei discoprisse l'America, ed il volgo avrebbe trattato da pazzi e da imbecilli Annibale e Napoleone, se avessero soccombuto l'uno alla Trebbia e l'altro a Marengo. Io non ho la presunzione di paragonare la mia impresa a quella di quei grandi uomini, però vi si rassomiglia per una parte; giacché sarà oggetto della universale disapprovazione se mi fallisce, e dell'ammirazione di tutti se mi riesce. Se Napoleone, prima di lasciare l'Isola d'Elba per isbareare a Frèjus con 50 granattieri, avesse domandato consiglio, il suo concetto sarebbe stato unitamente disapprovato. Napoleone possedeva ciò che io non posseggo, il prestigio del suo nome; ma io riannodo intorno al mio stendardo tutti gli affetti, tutte lo speranze della rivoluzione italiana. Tutti i dolori e tutte le miserie dell'Italia combattono con me.

«Non ho che una parola: se io non riesco, sprezzo altamente il volgo ignorante che mi condannerà; se riesco farò ben poco caso dei suoi applausi. Tutta la mia ricompensa la troverò nel fondo della mia coscienza, e nell'animo dei cari e generosi amici,

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che mi hanno prestato il loro concorso, e che hanno divisi i miei palpiti e le mie speranze. Che se il nostro sacrifizio non porterà alcun vantaggio all'Italia, sarà per essa almeno una gloria l'aver generato figli, che volenterosi s'immolarono pel suo avvenire.

«Genova 24 Giugno 1857.

«Carlo Pisacane

Quanto all'autenticità di questo documento, il Giornale lL'Unione, del 27 Luglio 1858, N. 207, si esprime così:

«Questa autenticità noi avremmo stentato grandemente ad ammetterla, se persone che conoscevano intrinsecamente il defunto, non solo non ce l'avessero certificata, ma anche, per maggiore convinzione, non ci avessero mostrato un frammento dell'opera inedita di Pisacane, e di cui egli parla nel suo testamento.»

Il socialismo è il vero pensiero della rivoluzione

Posto ciò, il Pisacane non dee considerarsi, notava opportunamente L'Armonia, come un uomo isolato; mentrechè le sue idee rivoluzione. erano comuni a tutti i suoi amici, poiché furono da tanto di combinare ad un tempo cinque insurrezioni in Francia, in Spagna, a Genova, a Livorno e a Napoli. E la principale idea che campeggi in quel testamento è il Socialismo, Dalla quale dottrina non esita di trarre apertamente la conseguenza, vale a dire: una terribile rivoluzione la quale, cangiando D'UN TRATTO TUTTI gli ordinamenti sodali, volgerà A PROFITTO DI TUTTI quello che ora è volto a profitto di pochi. - Parole precise del Pisacane, le quali scendono naturalmente, come da propria sorgente, dai famosi principi dell'89, i quali invocati egualmente dai demagogia, come dai rivoluzionar! parlamentari di ogni gradazione, produssero la distruzione del gran principio del diritto sociale e cristiano cioè: neminem laedere et suum cuique tribuere. Il quale principio, sconosciuto una volta a' danni delle proprietà più sacre, quali sono quelle della Chiesa, di necessità verrà sconosciuto a suo tempo a' danni di quelle meno sacre della famiglia e dell'individuo. Distrutto il principio, diviene solo questione di opportunità e di forza sufficiente, l'attuazione intera dell'idea.

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CAPO V.

LA QUESTIONE DEL CAGLIARI

Poiché non si cercava altro che pretesti per dar noia al Governo di Napoli, si fece sorgere subito una nuova questione, quella cioè dell'istesso piroscafo il Cagliari, il quale apparteneva alla marineria sarda. Il medesimo, come si è detto, catturato tra il golfo di Policastro e il Capo Linosa, vale a dire nelle acque napolitano, parve buona e legittima preda al Governo delle Due Sicilie. Al contrario il Comandante del piroscafo asseriva, la cattura essere stata fatta in alto mare, e quindi fuori della giurisdizione di alcun Governo. Il Governo sardo, già s'intende, sosteneva il Capitano, e l'Inghilterra sosteneva il Governo sardo, prendendo parte al litigio a cagione dei due macchinisti, che erano sudditi inglesi.

Molto si disse e scrisse dall'una parte e dall'altra; finché nel mese di Giugno del 1859, il battello venne rilasciato.

Il Governo sardo e la nave il Cagliari

A compimento delle notizie circa l'attentato di Sapri è d'uopo aggiungere nello interesse della storia, che, mentre i tribunali napolitani procedevano al giudizio dei colpevoli, il Governo di Torino 9 non lasciava mezzo alcuno intentato per procurare i maggiori imbarazzi al Re di Napoli, affin di ottenere la impunità dei rei, e la restituzione del piroscafo Il Cagliari; volendo far credere, che il Capitano e l'equipaggio fossero stati costretti dalla forza a deviare dal cammino, e sbarcare i congiurati sulle coste del Reame. Autorità piemontesi sostengono che la pretesa violenza sia una commedia, e che il Cagliari al momento della cattura disponevasi a far discendere in altro punto i passeggieri che aveva a bordo, altri cospiratori mascherati (1).

(1) Cavour con dispaccio del 9 luglio 1857 diretto all'anzidetto Conte Groppello incarica costui a dichiarare al Governo di Napoli che «il deplorando e criminoso fatto del Pisacane ha destato la indegnazione del Governo piemontese; indegnazione che fu divisa da ogni onesta persona. «- Osserva sa questo proposito un giornale torinese del 1864, che Re Francesco II, se non fosse stato tradito, e Garibaldi fosse finito come Pisacane, Cavour non avrebbe mancato di scrivere: - II deplorando e criminoso fatto di Garibaldi ha destato la indegnazione del Governo piemontese.

Meritano essere ricordate le dotte elucubrazioni, pubblicate su questa contestazione dal chiarissimo avvocato Sig. Antonio Storace, e il ragionamento giudiziario dell'eminente Magistrato Sig. Nicola Tocco. (A. P.)

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Attitudine dell'Inghilterra

L'Inghilterra trovasi implicata in questo affare a cagione di due meccanici del Cagliari Watt e Park inglesi, scienti e complici del reato, che invocano la protezione del loro Governo. Malgrado della rottura delle relazioni diplomatiche tra le Corti di Napoli e di Londra, il Gabinetto inglese affida una missione officiosa al signor Lyons, alle cui premure il Governo napolitano aderisce a mettere in libertà Watt (18 marzo) e far trasferire all'Ospedale inglese di Napoli il Park, colpito da alienazione mentale. I giureconsulti della Corona inglese, consultati dal loro governo, giudicano pienamente legale il sequestro del Cagliari; ond'è che il Gabinetto inglese, non credendo poter intervenire direttamente nel litigio, sotto mano incoraggia quelli di Torino ne' loro reclami. Ai 16 aprile il ministro Disraeli annunzia alla Camera dei Comuni, essersi chiesta una indennità pecuniaria, al Re di Napoli per la illegale detenzione dei due meccanici. S'inasprisce intanto la contesa tra le due Corti di Napoli e di Torino, e una rottura sembra imminente. I due Gabinetti di Parigi e di Londra concorrono a dare consigli di prudenza e di moderazione alla Sardegna, e il ministro Malmesbury nella Camera dei Lordi espone in questi termini la sua condotta:

Il ministro Malmesbury e il Cagliari

«Noi abbiamo detto al Governo sardo che, secondo l'avviso dei nostri giuristi, il Governo napolitano erasi trovato nel suo diritto, quando avea catturatoti Cagliari. Però se aveva avuto ragione sul principio dell'affare, non potea averla nel tratto successivo ritenendo la nave. Abbiamo dunque offerti i nostri buoni uffici alla Sardegna, nel fine d'indurre il Re di Napoli a restituire il Cagliari; e nel contempo abbiamo dichiarato al conte di Cavour, che riguarderemmo come deplorabilissima sventura ogni ostilità contro Napoli, a meno d'un appello preliminare allo intervento di Potenza amica, a sensi dell'ultimo Congresso di Parigi».

Nel confermare codeste dichiarazioni, Lord Derby aggiunge, che essi agiscono in questo affare in perfetto accordo col Governo francese, che prende eguale interesse al mantenimento della pace, e fa sentire gli stessi consigli. «Egli all'incontro spiega, che l'Inghilterra non ha stabilita veruna connessione tra la sua particolare domanda d'indennità per Watt e Park, ed i reclami della Sardegna: in quanto alla prima, essa esercita un diritto sul quale non può transigere; in quanto agli altri, essa, è semplicemente intermediaria, e non si crede obbligata a garantire il successo delle sue pratiche.

L'Annuaire des deux mondes (anno 1859 pag. 383) osserva opportunamente, circa la distinzione fatta da Lord Malmesbury, che il Governo napolitano avrebbe dovuto approfittarsene:


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egli non ebbe abilità da saper togliere di mezzo (désintéresser) immediatamente l'Inghilterra, e prolungò una discussione, alla quale Lord Malmesbury mise fine bruscamente colla nota dei 25 maggio, minacciando di ricorrere alla forza, se il Governo napolitano non desse pronta soddisfazione, o che almeno non accettasse la mediazione della Svezia.»

A troncare ogni vertenza, il Re di Napoli fa scrivere dal suo Nota del Ministro degli affari esteri a Lord Malmesbury, segretario del Foreign Office a Londra, il seguente dispaccio:

Nota del governo napolitano

«Napoli 8 giugno 1858.

«Milord,

«In risposta alla lettera che V. E. mi fa l'onore di scrivermi in data dei 25 maggio ultimo, mi affretto a parteciparle che il Governo del Re, mio augusto Signore, non ha mai immaginato né potea immaginare di aver mezzi per opporsi alle forze, di cui può disporre il governo di Sua Maestà britannica. E poiché emerge dal tenore della suddetta lettera, che l'affare del Cagliari, come l'E. V. chiaramente si spiega, a un altro può importar tanto, quanto alla Gran Brettagna; così non resta al Governo napolitano altra ragione ad esporre, né altra opposizione a fare. Gli è perciò, che ho l'onore di prevenire V. E. che da questo momento trovasi versata nella cassa di commercio Pook a disposizione del governo inglese la somma di tre mila lire sterline. In quanto poi agli individui componenti l'equipaggio del Cagliari, giudicabili dalla Gran Corte criminale di Salerno, e lo stesso Cagliari, sono nel caso di assicurarla, che gli uni e l'altro si trovano a disposizione del signor Lyons, essendosi già dati gli ordini alle autorità competenti per la consegna del piroscafo e de' suddetti giudicabili. Premesso ciò, il Governo di S. M. Siciliana non ha bisogno di accettare la proposta mediazione, rimettendosi esso in tutto alla volontà del Governo britannico. Ho l'onore ecc.

«Segnato, Carafa»

Chi non ammira in questa Nota il contegno veramente dignitoso e grande del Sovrano, per ordine del quale è dettata; e la riprovevole condotta del Governo, a cui è indirizzata, il quale abusa della sua forza per sostenere la più flagrante ingiustizia?

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Consegna del Cagliari

Il Console inglese, residente a Napoli, conduce il piroscafo nel porto di Genova (1). La Compagnia Rubattino proprietaria, non, contenta di riavere un legno, che è servito a commettere un atto di così scandalosa pirateria, estende le sue pretensioni per una indennità: e questa verrà pagata dalle finanze di quello stesso Regno che fu vittima dell'aggressione!.. Riportiamo per la storia i seguenti due documenti:

«Italia e Vittorio Emanuele;

«Il Dittatore dell'Italia meridionale.

Ricompense del Governo sardo

«Riconosciute e provate da solenni documenti le gravi perdite che la Società di navigazione a vapore, Raffaele Rubattino e Compagni, ebbe a soffrire per la cattura illegale del battello il Cagliari, che servì alla generosa quanto sventurata patriottica impresa di Carlo Pisacane = Decreta: = È assegnata alla Società di navigazione a vapore, Raffaele Rubattino e C. la somma di franchi 450 mila da pagarsi dalla Tesoreria di Napoli in tante cartelle del debito pubblico, corrispondenti alla effettiva somma suddetta.

«Caserta, 5 Ottobre 1860 (2).

«Garibaldi»

A questo decreto è da aggiungere il seguente:

«Italia ecc.

«Considerando che è debito di giustizia, e dovere di un Governo, interprete della gratitudine del paese, il riconoscere i grandi sacrifizi fatti a pro della patria, ed il soccorrere le vittime della tirannide: = Decreta = È accordata una pensione di ducati 60 al mese, vita durante, a Silvia Pisacane figlia dello eroico Carlo Pisacane, trucidato a Sanza nel 1857, mentre combatteva per la liberazione dei fratelli».

«Napoli, 25 Settembre 1860 (3).

«Garibaldi.»

(1) Il Console inglese dopo 7 anni rivede quella stessa provincia di Salerno, che fu teatro tragico degli aggressori provenienti dal Piemonte, quivi sbarcati sul Cagliari e non più per patrocinare la causa degli offensori, e per costringere l'offeso a pagare altresì le indennità, ma invece per venire a trattative con gli arditi montanari del Cilento, che, su l'esempio loro dato dal Governo subalpino, si credono sciolti da ogni obbligo sociale verso gl'invasori della loro patria, ed i costoro amici. Il Console inglese deve riscattare a prezzo di danaro i suoi connazionali, sequestrati dai briganti.

(2) (Giornale officiale di Napoli degli 8 Ottobre 1860).

(3) (Giornale officiale di Napoli del 27 Settembre 1860).

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I nepoti più tardi avranno a strabiliare quando, a mente fredda e scevra dalle passioni del momento, leggeranno le tante menzogne e scempiaggini, largamente propagate dal Piemonte e dai suoi affigliati settari, intorno al giudizio dei correi del Pisacane, nell'unico scopo di far onta al Governo napolitano ed attirargli contro sempre più l'odio della stolta Europa. - Eroico chiamavasi un atto di barbaresca invasione di pacifici e ben ordinati paesi; - liberazione di fratelli era detto il promuovere con modi violenti la fuga dai luoghi di pena di gente condannata per colpe nefande, delle quali, come si esprimo lo scrittore devoto alla rivoluzione, è bello il tacere; - debito di giustizia il sottrarre alla stessa vittima dell'aggressione criminosa un enorme compensò per premiarne i complici e gli eredi dei colpevoli!, mentre a magnificare la personificazione di questi ultimi, si affibbia il titolo di nobiltà a molti dei principali protagonisti, s'appicca il grado dottorale di chirurgo ad un garzone di barbiere! (1).

L'Annuaire des deux mondes, che si picca di serietà, non esita ad accogliere senza nemmeno il beneficio d'inventario, tutte codeste dicerie e gratuite invenzioni, al pari di cento altre ancora, farina dell'istesso sacco, che lungo sarebbe l'enumerare non che il confutare, tutto che notoria ed evidente ne fosse la insussistenza. Non vi è nel Reame delle Due Sicilie chi non abbia a stupire nel leggere l'altra asserzione che quel giornale spacciava, essere stato cioè promosso a primo presidente della Corte suprema di giustizia un magistrato pel solo fine di allontanarlo da Napoli «c'est qui était un avancement, mais un avancement peu désirable, car éloigne de Naples celui qui le recevait» (2).

Per legge organica giudiziaria era appunto in Napoli stabilita inamovibile quella eminente magistratura; ed è ciò cosi vero, che l'individuo di cui è parola (il Presidente Niutta) non se ne allontana, e tra poco lo si vedrà figurare pel primo nella proclamazione del famoso plebiscito contro la legittima Dinastia, che aveva colmato dei più segnalati favori lui, i suoi maggiori e la sua numerosa parentela.

Intanto ai 2 di Luglio 1864, quando il Governo piemontese Monumento era padrone del Reame delle Due Sicilie, inauguravasi in Salerno un monumento al Pisacane: promotori quegli stessi Nicotera e Matina, divenuti allora Deputati del Parlamento sardo, i quali correi dell'attentato di Sapri ebbero salva la vita per grazia di Re Ferdinando II, grazia della quale il Racioppi diceva «la storia severa dover tener conto.»

(1) Vedi le cose già dette, A. P. pag. 30.

(2) Annuaire des deux mondes 1850 pag. 829 e seg.

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In quella occasione Domenico Mauro, rivoluzionario dell'antica emigrazione, nativo della colonia albanese di S. Demetrio in Calabria, recita un discorso repubblicano in cui non mancano gli elogi ad Armodio, a Bruto, a Mazzini e al suo conterraneo ed amico Agesilao Milano; assistevano a tale inaugurazione i due figli di Garibaldi. Le iscrizioni sulla base del monumento erano queste:

1°. Lato - A Carlo Pisacane precursore di Garibaldi, i cittadini redenti, 2 Luglio 1864. -

2°. Lato - II 25 Giugno 1857 imbarcò in Genova sul Cagliari con Giambattista Falcone di Acri - Gio: Batt. Nicotera di Sambiase - Giuseppe Pezzi di Imola - Ludovico Negroni d'Orvieto - Lorenzo Giannone di Lerici - Domenico Rolli idem - Luigi Barbieri idem - Felice Poggi idem - Dom. Pozzo idem - Cesare Faridone idem - Fran. Meduni idem - Domenico Mazzoni di Ancona - Giovanni Cammillucci idem - Achille Perucci idem - Cesare Cosi idem - Giovanni Gagliani di Milano - Amilcare Bonomi idem - Pietro Rusconi di Malgrado - Carlo Rota di Monza - Giuseppe Faelci di Parma - Giuseppe Mercuri di Subloco - Luigi Foschini di Lugo - Giov. Sala idem - Clemente Corte idem - Giuseppe Daneri di Genova. -

3°. Lato. - Sbarcò a Ponza e vinse (!?) il 27 -a Sapri il 28 - Cadde eroicamente in Sanza il 2 Luglio 1857. -

4°. Lata - E con lui caddero Giambatt. Falcone, Luigi Barbieri Luigi Forchini, Lodovioo Negroni, Lorenzo Giannoni, Domenico Rolli, Gio: Sala, Clemente Corte, e più che cento altri dei suoi seguaci, imbarcatisi a Ponza. (Vedi il giornalismo napolitano e sopratutti il Popolo d'Italia, 3 Luglio 1864 n. 182.

Ipocrisia cavourresca

Qui cade opportuno di ricordare con quanta ragione nel 1857 il Governo di Napoli dignitosamente e moderatamente dicesse in una nota diplomatica a quello di Torino:

«Le necessario conseguenze dei deplorabili avvenimenti avrebbero certamente potuto evitarsi, con tenersi conto degli artificiosi e noti preparativi che li han preceduti, come conviene a Governi che vogliano mantenersi all'altezza della loro propria dignità e posizione» - Allora il Cavour, facendo l'intemerato e il suscettibile, mostravasi offeso di quelle parole, e in un dispaccio del 10 Agosto 1857, diretto al Conte di Groppello, non dubitava di dire: «Ho letta la nota del Governo napolitano, e le malevolenti insinuazioni in essa contenute,

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oltre ohe sono poco conformi al linguaggio diplomatico, non potrebbero considerarsi, se non come offensive al governo di Sua Maestà sarda» - (Vedi A. P. documenti ete).

Oggi si vede, se il Governo napolitano avesse o no ragione, se sapesse o no il vero delle trame settarie, e se il conte di Cavour e il suo governo fossero così intemerati!..

Or come corollario aggiungiamo, che nel 1861, raggiunto lo scopo agognato dal Governo torinese, ne vennero onorati e decorati perfino i più oscuri suoi fautori. Ecco infatti cosa leggevasi nel giornale La bandiera italiana, Gennaio 1861:

«Ci è grato trovare nel giornale officiale del Regno, che sulla proposizione del Presidente dei Ministri, S. M. con decreto del 13 cadente gennaio ha nominato cav. del Real Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro l'avvocato Francesco Gagliani, pei molti servigi da lui resi all'ex Consolato sardo nella città di Napoli, particolarmente nella causa del Cagliari, ed in parecchie difese di esuli napolitani naturalizzati sardi, che il sullodato sig. Gagliani ha con dottrina e disinteressato zelo sostenute presso vari tribunali del Regno, quando anche l'esercizio di tale difesa, non era senza pericolo. Siffatti speciali servigi, non che le rare doti che adornano il colto giovine avvocato, giustificheranno senza dubbio agli occhi di tutti i nostri concittadini l'onorevole distinzione sovrana, colla quale il governo ha voluto rimeritarlo.

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CAPO VI.

MENE MURATTISTE.

A prova maggiore di quanto veniamo affermando, cioè che dall'estero fossero importati nel Reame di Napoli, come in ogni altro Stato italiano, gli eccitamenti sediziosi, affin di giustificare le gratuite affermazioni fatte dai plenipotenziari occidentali al Congresso di Parigi, circa lo stato di agitazione delle Due Sicilie, rechiamo un documento nel suo originale idioma, che, come altri di simil conio, dopo volgarizzati, erano diffusi nel Regno dove peraltro non trovavano né adesione, né ascolto.

Proclama di Murat ai popoli delle Due Sicilie

«Aux peuples des Deux Siciles.

Le Roi Joachim (Murat) vous avait promis une Constitution digne du siècle et de vous mêmes, et il avait appelé à la préparer tous ceux qui avaient profondément médité sur les intérêts de leur patrie. Mais le jour qui voit naitre une idée, n'est pas celui qui la voit réaliser. Les Profètes précèdent le Messie. Le cours naturel des choses est de réserver aux générations qui succèdent l'exécution des desseins formés par les précédentes générations. Aujourd'hui les évènements sont assez changés pour que ce projet solennel soit traduit en acte. Le fils tiendra la promesse paternelle. Un parlement national élu par le suffrage universel, jettera les bases de cette constitution digne du siècle et de vous mêmes. - Vous aurez la liberté véritable, non une liberté licencieuse et hypocrite, mais une liberté aussi étendue que celle dont jouit aucun autre État.

Soldats nationaux! Les destinées de la patrie sont dans vos mains. Votre exécration pour le monstre odieux, qui se tient renfermé à Caserte, n'est plus un mystère. - Chassez-le donc de son repaire que lui et toute sa race parjure aillent chercher un coin de terre qui les supportent. - Que tardez vous? Craindriez-vous les Puissances européennes? Mais il en est venu à ce point, ce tyran sans vergogne, que pas une d'elles, si absolue qu'elle soit, n'a osé prendre ouvertement sa défense, tandis que celles qui font profession de civilisation Vont ouvertement et hautement attaqué.

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- La France et l'Angleterre n-ont-elles pas déclaré qu'elles laisseraient aux peuples des Deux Siciles le soin de régler leurs affaires comme ils l'entenderaient. Celui qui aurait la folle témérité d'intervenir, aurait à faire non seulement avec ces deux Puissances, mais encore avec le Piémont et le reste de l'Italie. - Le tyran n'a d'autre appui que ses brigands de la Suisse renégats de leur propre patrie, et reniés aussi par elle. Ces hordures, ramassées dans les cloaques de l'autre côte desAlpes ont été pavés d prix d'or, et cet or a été enlevé d vous et à vos familles. - Mais c'était peu pour le tyran d'appauvrir le plus riche pavs de la terre, il devait encore en des honorer les fils, parce que en gouvernant avec la hache, et en faisant appel à ses Suisses bourreaux (qui n'ont d'autres lois que leurs caprices, qui reçoivent doublé solde, et qui sont placés dans les postes les plus importants) il vous dégradait et vous méprisait, au point de ne plus vous laisser dans sa pensée, d'autre position sociale, que celle de valets de ses Séides.

Soldats! Au nom de Dieu, qu'une telle ignominie ait un terme! Ne laissez pas échapper l'occasion présente. - Si vous la perdiez, vous le déploreriez avec des larmes et du sang. - Songez à ce que vous avez de plus cher; au nom des mères privées de leurs fils, au nom des orphelins à qui les prisons, les tortures et l'exil ont arraché leurs pères; au nom de vos terres arrosées du sang de cents mille martyrs; au nom du votre honneur, oh! qu'une fois, soldats, vous mettiez fin à une tyrannie insensée et honteuse sur la quelle pèse l'anathème du monde! Rachetez votre pays qui vous décernera le noble titre de Pères de la patrie (Epistolario di Murat, pag. 749).

Quale ributtante ammasso di calunnie e di menzogne! Quale schifoso getto di onestà e di pudore! Non facciamo commenti su questo mostruoso proclama, solo diciamo che fa ampia testimonianza dei tempi corrotti e perversi in che viviamo. Il cumulo di fatti che stiamo raccogliendo lo confuta in ogni sua parte.

Intanto, poiché i popoli delle Due Sicilie erano italiani e non francesi, questo documento veniva tradotto con poche varianti nel nostro idioma e sparso per il Reame. Mentre poi il francese Murat si rivolgeva così ai napoletani in generale, spargeva foglietti clandestini più direttamente rivolti all'esercito. Ne abbiamo uno sotto gli occhi, del tenore seguente:

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Proclama di Murat all'esercito

«Egli è ornai tempo, o militi napolitani, di mostrare la vostra valentia, il vostro onore nazionale, il vostro cuore veramente italiano a difesa della vostra patria, che, da sì lungo tempo, giace oppressa sotto il tirannico giogo dello straniero e del Borbone. È necessario, che manifestiate alla fine i vostri sentimenti, che un panico timore tiene vilmente chiusi nei vostri petti; che deponghiate la diffidenza e coraggiosamente diate mano all'opera gloriosa. La patria, sì la patria vostra, militi nazionali, da questo crudele tiranno così manomessa, le vostre famiglie schiacciate, l'onore vilipeso, l'interesse proprio vostro venduto, i vostri diritti calpestati, tutto insomma domanda la vostra sollecita opera, la vostra mano. Voi, dando finora ascolto alle lusinghiere false promesse del Borbone, non avete mancato di esporre i vostri petti alla difesa di lui, ed assodarlo sul trono da lui iniquamente occupato. E quale è stato il frutto che dai vostri travagli, da vostri tanti sacrifici per lui, con tanta generosità fatti, dal vostro zelo avete ritirato? Voi il sapete. Egli, siccome spergiuro, discendente da un sangue spergiuro, non ha dubitato di mettersi sotto i piedi, ad esempio dei suoi avi, giuramenti solenni, ribadire le catene della patria, e venderla vilmente allo straniero. Appena assodata a prezzo del vostro sangue la sua corona, si è riso delle promesse a voi fatte; vi riguarda come un branco, un pecorame di mascalzoni; e la sua milizia favorita, che gode di tutti gli onori e di tutti i frutti, sono gli Svizzeri.

«Gli Svizzeri, presidiano i punti più importanti del Regno, non essendo voi creduti di alcuna fiducia; gli Svizzeri ritirano un. soldo più del doppio del vostro; la milizia svizzera viene aumentata di giorno in giorno, accrescendosi sempre più i pesi sulle spremute ed esauste sostanze dello Stato. E voi? Voi riguardati come gente di nessuna fiducia, siete da lui e dagli stessi Svizzeri nella medesima vostra patria vilipesi. E voi, o militi nazionali, permettete un' ingiuria sì grave, un' onta sì forte al vostro onore? L'onore delle vostre spade vi permette di soffrire più a lungo un tale obbrobrio? Che bisogno ha il Regno di una milizia straniera, di una venduta canaglia! Sprone al vostro onore militare sia la condotta della milizia piemontese, ammirata e magnificata da tutta Europa.

«Quella, associandosi alla milizia delle grandi Potenze nella campagna di Crimea, ha dimostrato col fatto, che il valore delle armi italiane non è inferiore allo straniero; ed ha operato, che il Piemonte nel Congresso di Parigi insieme colle grandi Potenze,

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con eguale diritto sedesse vincitore a giudicare sulle sorti dell'Europa (1). E voi, militi nazionali, non siete cittadini anche voi? Dovrà dirsi che il valore, la gloria, l'onore militare e cittadino, sia un privilegio de' soli soldati piemontesi in Italia, e da cui voi siete esclusi. No, la vostra gloria sarà doppia, se animosi saprete sposare la causa della patria comune, l'Italia, la quale causa è causa vostra, se quelle armi, che cingete al fianco e che ciecamente avete finora adoperate a danno della patria e a difesa del tiranno, voi le rivolgerete a cacciarlo via, a difendere non più lui, che ne ha perduto ogni diritto, ma la povera vostra patria da lui tenuta in ceppi, da lui smunta, da lui venduta, da lui ridotta ad essere da tutti dileggiata. La vostra gloria sarà doppia di quella della milizia piemontese, perché se quella milizia ha dato grandi prove di valore, le ha date sotto l'influenza e la direzione di un Re tutto italiano, che non cerca che spingerla a grandi imprese; voi al contrario opererete grandi cose, non già secondati da questo Borbone, ma contrariati da lui. La vostra gloria sarà doppia, perché diretta non a liberare un altro popolo, ma la patria vostra e le vostre famiglie. Voi darete a conoscere a tutto il mondo quale è la nobile missione del vero soldato, cioè difendere la patria, non un tiranno che la vuole coll'opera vostra oppressa. Voi smentirete (e ne avete pur troppo bisogno) la taccia finora portata al vostro onore, di essere riguardati come vili sgherri di un despota crudele ed oppressore. Darete a vedere, che voi siete cittadini prima di essere militari, e che perciò il primo vostro dovere è verso la patria, verso i vostri congiunti e le vostre famiglie.

«Deh! non vogliate più a lungo protrarre la grande opera, o figli della patria; tutti concordi, date principio e compimento; animate voi stessi, i compagni e gli altri commilitoni; comunicate a tutti i vostri camerati questi nobili sentimenti: - fuori per sempre il Borbone e tutti i Borboni, con cui non vi può essere alcuna transazione. - Stufi siamo delle loro promesse, nota pur troppo e è la loro fede, noti purtroppo ci sono i loro spergiuri. - Qualunque sia la promessa, che dal Borbone vi venga fatta (poiché in faccia alle imponenti circostanze niente più facile, che ne sarà fatta da lui qualcuna, onde le incaute menti potranno restare accalappiate) noi non ne possiamo mai essere sicuri.

(1) Quest'ultima frase rivela il disegno bonapartesco della divisione dell'Italia in tre grandi zone, con Gasa Savoia al Nord,Murat al Sud, e Girolamo Napoleone, (con una oasi pel Papa) al Centro

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Fra noi da una parte, e la sua svergognata famiglia dall'altra, non vi può essere più alcuna sicura convenzione.' Fuori dunque l'infame Borbone e tutti i Borboni! Tutto il popolo è con voi, perché popolo e milizia debbono essere la stessa cosa. E qui dovreste, o militi nazionali, ben accorgervi della frode del despota, a voi vietando di affratellarvi e di comunicare col popolo, perché teme che, comunicando col popolo, voi conoscerete la verità che egli cerca nascondere. Né vi fate a credere che, animandovi a cacciar via il tiranno, si cerca il disordine, l'anarchia, una repubblica. Ben conosciamo, che la forma repubblicana è la ruina dello Stato. Noi non vogliamo, che la dinastia murattiana, la quale ci ha dato prove non dubbie del suo buon volere; sospetta non ci è la sua buona fede; sicure ci sono le sue promesse, perché garantite dal passato, dalla Francia e dal Piemonte, e sposando voi la causa murattiana, sposerete la causa vostra. Ciascuno, secondo lo zelo che mostrerà, sarà largamente premiato da quella famiglia; le vostre cariche bene assodate. Sotto Murat non vi saranno più Svizzeri, né altre milizie straniere, siccome vi attesta il governo dell'immortale Gioacchino. Appena salito su questo trono Murat, una lega più intima sarà stretta col Piemonte ed appoggiata dalla Francia. Nessuna Potenza straniera potrà opporsi a'vostri sforzi, senza tirarsi sopra la guerra della Francia, che non vuole che alcuna Potenza s'immischi negli affari di altri Stati. Il Piemonte, sì il Piemonte, che non può stringersi in alleanza col Borbone, vi invita, vi sprona, vi sollecita all'opera grandiosa, amorevolmente porgendovi la destra.

«O militi nazionali, che altro aspettate? La patria, quella cara patria che da lungo tempo langue sotto gli artigli dell'inumano tiranno, ricorre a voi, da voi aspetta la sua redenzione; a voi è serbata la gloria di ritirarla dal vituperio, in cui la sprofondava il despota. Uniamoci tutti alacremente, popolo e milizia, per la patria comune, e coll'opera e colla voce esclamiamo: - Fuori tutti i Borboni! Viva Italia, Viva Murat!»

Cosi questo Principe straniero, appoggiato dalla potenza di stranieri parenti, insultava una veneranda monarchia e un Sovrano italiano, e gridava: fuori i Borboni per mettersi Egli al posto loro! (1)

(1) Luciano Murat, pretendente al trono delle due Sicilie per decreto d'un invasore straniero, Napoleone I, dopo quaranta anni passati in silenzio, levava la oscura sua voce per insultare da lunge la più augusta dinastia, e il più illustre reame! - Diciamo una parola di codesto strano pretendente.

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Aggiungere commenti a codesto spudorato proclama sarebbe arrecare offesa, non che all'onestà, al buon senso del lettore.

Diciamo piuttosto qualche cosa di più circa i disegni di Napoleone III per la ricostituzione d'Italia, da noi soltanto accennati.

Disegni di Napoleone III per la ricostruzione dell'Italia

- Napoleone III, scrive Clément Coste nella sua recente opera - Rome et le second Empire - sperava conciliare gl'interessi dei cattolici e degli italiani, non lasciando sussistere in Italia che tre poteri sovrani:

Gioacchino Murat, suo padre, tratto dal nulla dalla rivoluzione francese del passato secolo, e da oscuro seminarista divenuto audacissimo soldato, fu uno dei più famosi generali del Bonaparte, che lo ricolmò di ricchezze e di onori fino a dargli in moglie la propria sorella Carolina, e fino a crearlo Granduca di Berg (1806). e Re di Napoli (1803), dopo spogliatine i Borboni. Gioacchino Murat restò fedele a Napoleone primo, finché a Napoleone primo restò fedele la fortuna, poi con essa gli voltò le spalle. Ad un tempo ingrato, fellone e spergiuro, Murat più volta patteggiò coi nemici del suo signore» fino al punto di divenirne alleato.

Nel 1812 trattava già con gli alleati, quando venne a sorprenderlo la Campagna disastrosa di Russia Non seppe resistere alla voce di Napoleone, e marciò con lui. Vinto questo dal braccio vindice di Dio, più che dagli eserciti russi, Murat abbandonò l'esercito.

La campagna del 1813 lo colse patteggiante con Austria e Inghilterra, mentre cercava di consummare la sua defezione. Ciò non ostante, chiamato da Napoleone, lo seguì di nuovo sui campi di battaglia.

Dopo la perdita della battaglia di Lipsia, corse a Napoli, e PII Gennaio 1814 sottoscriveva un trattato con l'Austria, impegnandosi a fornire un esercito di 30,000 uomini agli alleati contro Napoleone suo congiunto, suo principe e suo benefattore, per tenersi in capo la corona. Allora con finte promesse deludendo Beauharnais, viceré d'Italia per Napoleone, si forni di viveri e di munizioni nei depositi dell'alta Italia, che furongli aperti come ad alleato, e marciò alle spalle dell'esercito franco-italiano, costringendo il Viceré a ripiegarsi sull'Adige, movimento che sconcertò tutti i disegni di Napoleone, Saputi poi i successi di costui nella Sciampagna, Murat mandò a Beauharnais proposte d'amicizia e di devozione: ma era il momento In cui Napoleone 1 sottoscriveva la sua addicazione a Fontaineblau, nell'istessa sala dove pochi anni prima aveva forzato Papa Pio VII ad addicare.

Al Congresso di Vienna, riclamando i Borboni pel loro trono delle due Sicilie, Murat si alleò coi frammassoni Carbonari, e saputo della fuga di Bonaparte dall'Elba ve il suo momentaneo ritorno sul trono, spergiuro un'altra volta, tradì gli alleati del Nord e marciò contro l'Austria, Vinto, fuggì lasciando la moglie sua Carolina in mano degli Inglesi. Rigettato dal tradito cognato, dopo la infelice battaglia di Waterloo, avendo tentato uno sbarco nel regno di Napoli per riconquistarlo, fa preso dal popolo, che lo condusse prigione nel castello di Pizzo in Calabria, dove condannato da una commissione militare, ai 13 di ottobre del 1815, fini miseramente fucilato.

E il figlio di costui osava ora di gittare il fango sul Re di Napoli, chiamandolo spergiuro e discendente di spergiuri!.... Tutto si può osare in questi scellerati tempi.

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un regno dell'alta Italia, con Vittorio Emanuele;il regno delle Due Sicilie, col figlio di Gioacchino Murat, e finalmente gli Stati della Chiesa, diminuiti delle Romagne.

Il murattismo contava a Napoli pochi aderenti, ma gli sforzi del Governo francese miravano da gran tempo a moltiplicarne il numero. Gli opuscoli, le lettere del pretendente e l'operosità di alcuni agenti devoti mantenevano una certa agitazione più artificiale che seria. Il principe Murat era stato eletto grande Oriente della frammassoneria francese, dietro dimanda dei massoni di Napoli, e il discorso ch'egli pronunziò quando prese possesso della sua carica conteneva un punto significante, nel quale indicava tutti i vantaggi che poteva ritrarre la massoneria dal ristabilimento dell'Impero. Dobbiamo aggiungere, ad elogio del principe Murat, che decaduto da quella dignità in seguito dei suoi voti al Senato in favore della Santa Sede, (Un frammassone favorevole alla S. Sede!?) fu surrogato dal principe Napoleone, il cui giacobinismo si era apertamente manifestato in ogni incontro.

Nelle numerose conversazioni che ebbero luogo fra l'Imperatore e il Sig. di Cavour, più d'una volta si trattò del regno murattista. Il ministro piemontese non osava urtare di fronte le combinazioni del suo potente interlocutore, ma si riserbava di attraversarne la esecuzione con l'appoggio dell'Inghilterra e con lo stesso principio del - non intervento - che avrebbe fatto proclamare dal Governo francese. «Tutto è preparato» avrebbe detto il Conte di Cavour in uno di codesti colloquii a solo a solo, come egli stesso ebbe a riferirlo. «Incominciamo colle Romagne: al primo motto d'ordine, Bologna insorgerà.» - «Né; avrebbe risposto l'Imperatore, qui non siamo preparati contro gli Stati del Papa: bisogna piuttosto incominciare da Napoli. Voi avevate per quel paese il duca di Genova; morto, non potete surrogarlo col vostro Carignano. Ma io ho Murat; con lui tutto sarà facile» (1).

Vittorio Emanuele e il suo ministro avevano su Roma e su Napoli mire che in quell'epoca la diplomazia imperiale non sospettava. Il signor di Cavour supplicò, minacciò, intrigò e lusingò a guisa dell'uomo che domanda alla vanità, alla stanchezza e alla paura, ciò che la giustizia e il buon diritto non avrebbero potuto concedergli. La logica di questo straordinario piemontese è assolutamente falsa, ma ravvolge nelle sottili e fraudolenti sue spire la meditabonda immaginazione di Napoleone III, che già soggiogato e trascinato da Lord Clarendon, finì per assicurare il signor di

(1) Le Sociétes secrètes et la Società, t. Ili, p. 125.

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Cavour della sua cooperazione in una vicina lotta contro l'Austria. c Tranquillizzatevi, gli disse egli nel lasciarlo, ho il presentimento «che la pace attuale non durerà a lungo. (1)» II Piemonte manovrerà in guisa da abbreviare gl'indugi ed affrettare la realizzazione delle speranze che sono state incoraggiate a Parigi e a Londra. La stampa rivoluzionaria accorre in suo aiuto; II Parlamento inglese esalta la politica del gabinetto sardo, e le Camere di Torino votano significanti felicitazioni agli abili plenipotenziari di Vittorio Emanuele. - Fin qui il Coste. (2).

Un nostro appunto.

Noi, nel dividere le sue idee, crediamo fare una qualche riserva circa il disegno di Napoleone sugli Stati della Chiesa. Conveniamo che, durante il pontificato di Pio IX, e forse anche per non offendere troppo bruscamente il mondo cattolico, volesse Napoleone riserbato al Papa un brano qualunque dei suoi Stati,salvo il dividerla a suo tempo nelle tre grandi zone da noi altre volte accennate, con i sabaudi al Nord, Murat al mezzoggiorno, e il famoso cugino Girolamo Napoleone, al centro. Se Napoleone ave consentisseto di gettare all'Inghilterra l'ambita offa della Sicilia, forse il Cerbero britannico avrebbe taciuto e il disegno bonapartesco sarebbesi realizzato; ma l'Inghilterra non fu appagata; con l'Inghilterra eravi l'unitarismo mazziniano, e come questo volle fu fatto. . '

Ferdinando II risponda co' fatti.

Le replicate insidie non fecero deviare di un passo il Governo di Re Ferdinando]dai suoi magnanimi provvedimenti pel benessere del popolo; e il fiero tiranno, designato dal Murat all'odio dell'esercito e del popolo, continuava l'opera benefica di civiltà vera e di vero progresso nel suo Regno. Difatti una legge dei 16 marzo dello stesso anno 1857 stabiliva nei porti del Reame, sulle più estese proporzioni, un entrepot, dogana di deposito e di esportazione: la quale misura, di alta commerciale importanza, era per arrecare un notevolissimo vantaggio al commercio marittimo, del quale erano principalmente chiamate a fruire Inghilterra e Francia. Inoltre un reale decreto, dato a Gaeta il 26 marzo 1858, aboliva nella Sicilia la soprattassa del 6 per cento sulle case, imposta nel 1853 per l'urgente bisogno di riordinare l'amministrazione economica dell'Isola, e riparare il forte squilibrio delle finanze cagionato dalla rivoluzione del 1848, e dappoi sistemato con le sagge economie introdotte dal Re. In un'epoca nella quale nei vari Stati di Europa, retti a liberalismo,

(1) Cavour a Castelli. Bianchi, VII, 622.

(2) Rome et le II Empire, Etudes et souvenirs, 18481858, par CUment Cotte. Paria - E. Dentu, Libraire éditeur, 1879.

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non si parla di altro che di accrescere le imposte e di contrarre nuovi debiti, è pur cosa sorprendente, e può dirsi esempio unico, almeno in Europa, che il Governo Borbonico di Napoli abolisse le prime, e non avesse bisogno di ricorrere ai secondi; mentre progredivano mirabilmente le opere pubbliche in tutto il Reame. Innumerevoli linee telegrafiche erano già stabilite, ed altre tutto dì si stabilivano, e per quasi 400 miglia, nella sola Sicilia, la corrente elettrica recava telegrammi dall'una all'altra città. Al cominciare del 1857 l'Isola si trovava di avere 1305 miglia di strade rotabili, e si lavorava su di altre 247, mentre erano approvati i disegni per altre 239 miglia.

Nel corso dell'istesso anno, d'ordine del Re Ferdinando II, si consacravano 300 mila ducati per soli ponti e strade in Sicilia; e per l'anno 1858 si stabiliva il fondo di un milione di ducati pel medesimo scopo. Si aprivano nuovi sbocchi ai prodotti del suolo; si assicuravano facili approdi ai navigli; si accordavano 18 nuovi fari sulle coste sicule e delle isole adiacenti; ed altri se né ordinavano, colla spesa di 170 mila ducati. (1) Cose tutte delle quali avremo a dire in seguito più diffusamente.

(1) Giornale Officiale di Sicilia, 6 Aprile 1858. n. 71.


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CAPO VII.

TESTIMONIANZE NON SOSPETTE CIRCA IL GOVERNO NAPOLITANO.

Non si creda esser solo stile di apologista benevolo il dire del buon andamento governativo degli Stati napolitani in generale, e della Sicilia in particolare, in quest'epoca. Nella stessa Camera di Torino spesso accadde si facessero onorevoli menzioni retrospettive della savia amministrazione dei Borboni, e della superiorità dei loro ordinamenti governativi, a fronte di quelli assai inferiori introdottivi colla invasione sarda. (Tornata dei 4, 15, 26, 29 e 30 aprile 1861.) Si parlò e spesso della savia economia delle finanze, onde il tesoro fioriva, avvegnaché grandiose spese si facessero (tornata dei 3 dell'istesso mese); degli eccessi anarchici del nuovo governo, che fanno rimpiangere quello antico dei Borboni (tornate 2 aprile e 20 maggio); che proteggevano le manifatture allora fiorenti ed ora decadute (tornate 13 maggio e 27 giugno); che ben reggevano gl'Istituti di beneficenza e ne facevano ammirare la retta gestione nella Sicilia (tornate 14 e 15 aprile); che provvedevano alla mitezza dei prezzi dei generi alimentari pel minuto popolo (tornata 22 novembre); che osservavano scrupolosamente la legge sull'organico degli impiegati, violata dal Piemonte (tornata del 4 aprile 1861); ed a fronte delle costui dissipazioni finanziarie, facevano saggie economie sul trattamento degli stessi impiegati, (tornata 28 giugno 1864); che istituivano un bacino di carenaggio a Palermo, e le tanto utili Compagnie di armi, che tennero la Sicilia immune da reati (tornata 4 aprile); che con munificenza promossero Ufficiali militari, benché tra questi vi fossero pecche, e li mantennero nei gradi, benché loro accordati da Governi illegittimi (tornate 18 detto e 19 giugno); che rispettarono la libertà dei municipi (tornate 29 aprile e 12 luglio); che colla legge soppressiva della feudalità diedero argomento della civiltà napolitana (tornata 7 maggio 1861);

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Testimonianza del deputato Cordova

Testimonianze circa il codice napolitano.

del deputato Crispi.

che provvidero il Reame di splendidi stabilimenti, opifici, armerie e arsenali (tornate 20 maggio 3 e 27 luglio ); che usarono

sempre sommi riguardi per la gloria dei corpi scientifici (tornata 19 giugno); che accordarono grazie e mitigazioni di pene, anche verso i più sfidati loro nemici, mentre il governo piemontese non usa clemenza (tornata 20 maggio 1861 e 15 decembre 1862); che nel 1833 il governo dei Borboni fu benigno nelle imposte fondiarie in Sicilia, liberandone i poderi minori di 4 tomoli, oggi vieppiù aggravati dai Piemontesi, e rese ai Siciliani quella giustizia che la Commissione e il Ministero di Torino ora negano (deputato Cordova tornata 27 febb. 1864); che la Sicilia sta assai peggio sotto il governo della libertà importatovi dai piemontesi, che sotto i Borboni, il cui governo nei soli anni 1858 e 1859 spese cinque milioni pei lavori pubblici in Sicilia; e al contrario in tre anni il governo di Torino, dopo averla aggravata d'imposte, non vi ha speso che soli due milioni (deputato Crispi, tornata 17 marzo 1864).

Testimonianza del deputato Brofferio.

del deputato Ara.

Il Codice del Regno delle Due Sicilie, per unanime giudizio degli stessi avversari politici di quel governo, è costantemente applaudito ed encomiato, e se ne dichiara la incontrastabile superiorità su tutte le altre legislazioni in Europa, e soprattutto sul Codice sardo «nel quale si è cercato trasfondere, ma con poco studio, quanto di meglio era nel primo, arrecando una totale confusione nell'amministrazione della giustizia» (tornate della Camerali Torino, 15 e 28 marzo, 30 aprile, 17 giugno, 4, 13, e 22, decembre 1861, e 16 giugno 1862). E soprattutto i pregi del Codice penale napolitano, cotanto favorevole alla libertà, sono lodati non solo dai deputati delle provincie meridionali, ma da quei medesimi del Piemonte, tra i quali il Brofferio (tornata 3 decembre 1861). E il deputato Ara, nella tornata della Camera del 16 maggio 1864, proponeva «che si estenda a tutta l'Italia il codice napolitano, che è uno dei migliori di Europa.»

Testimonianza dei deputati Siciliani.

Nella tornata poi del 7 giugno 1864 i deputati siciliani protestarono: «che in Sicilia non si fece nessuna opera pubblica importante dal 1860 a questo dì! Cioè a dire da che al governo tirannico dei Borboni si è sostituito quello liberale di Torino. E aggiungevano: «la Sicilia è abbandonata dal governo italiano; se le strade comuni sono pessime, le strade ferrate non esistono!» - E nella tornata dell'11 dello stesso mese si confessa «che la legge del 1817 sul contenzioso amministrativo è

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del Sandonato

assai migliore delle altre promulgate dai piemontesi.» Dippiù, nella tornata dei 4 Luglio 1864, deplorandosi la ruina delle finanze dello Stato per colpa del Governo, si fa un sensato confronto tra i bilanci del nuovo regno d'Italia coi bilanci degli antichi Governi antecedenti nella Penisola, e soprattutto del Borbonico; e si dimostra, che «questi senza aumentare ogni anno il disavanzo, come rugosamente fa oggi il governo di Torino,» promuovevano i miglioramenti con zelo, Intorno al che il deputato napolitano Sandonato nella stessa tornata rammenta, ad onore della dinastia Borbonica, che «la fondazione della lodatissima colonia industriale di S. Leucio presso Caserta, di fama europea, è dovuta al Re Ferdinando IV di Borbone, nello scorcio del passato secolo, da lui dotata di uno Statuto, che si avvicinava a repubblica; ogni individuo doveva lavorare in istupende manifatture di seta e velluto, che avevano acquistata molta celebrità; e una parte del frutto del lavoro era riserbata per gl'infermi, per la istruzione pubblica ecc. - Ora il governo di Torino l'ha distrutta, come ha distrutti tanti altri utili Stabilimenti creati sotto i Borboni, e vi ha sostituiti gli eccidi governativi della legge Pica ecc.»

Altra del Crispi

Altro omaggio al governo Borbonico è la fondazione della Stamperia reale (vedi A. P. pag. 1176).

Il deputato siciliano Crispi è costretto a deplorare i tanti abusi della nuova magistratura dei piemontesi, che è finanche accusata offlcialmente d'imperizia e d'immoralità, (tornata 10 decem. 1861. - Vedi anche opuscolo Durelli pag. 113. - e la Cronaca di Sicilia, pag. 365).

del Mirabello

del Conforti

del Pica

Il deputato napolitano Mirabello, nella tornata del 30 Aprile 1861 n. 98, encomia anch'esso l'antica magistratura napolitana, e parlando nella camera di Torino sul nuovo organico giudiziario diceva: «la magistratura napolitana, tranne pochissime eccezioni, è una magistratura, la quale per moralità e capacità non è inferiore ad alcuna delle magistrature di Europa... La legge organica giudiziaria, pubblicata ora nelle provincie meridionali, mentre stabilisce le stesse autorità, non fa che immutare i nomi, rispettando le identiche attribuzioni che aveano precedentemente.» Anche il deputato Pica sul proposito osserva: «Sta nella mia mente, che nelle provincie meridionali nuove leggi per ora non debbano introdursi, ma invece quelle che vi stanno debbano essere saldamente eseguite,» Paramenti il deputato Conforti fa gli elogi dell'antica legislazione penale napolitana,

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del Castagnola

e dice, che «nello stesso Codice penale sardo si sono introdotti molti miglioramenti che sono stati tolti dal Codice napolitano, il quale era stato opera di sommi giureconsulti. Né questo deve far meraviglia; dappoiché Napoli è la patria di Vico, di Pagano e di Filangeri.... L'antico Codice criminale del Piemonte conteneva 150 casi di pena capitale, e soltanto ultimamente (nel tempo de' pieni poteri) egli è stato riveduto, e tale pena è stata ridotta per soli 20 casi.

Un fatto che rivela nella stessa tornata il deputato Castagnola, nell'atto che torna ad elogio del Governo de' Borboni, mostra a quanta degradazione è caduto l'italiano. Facendo egli la relazione delle petizioni, osserva su quelle del calabrese Antonio Presterà di Monteleone, di essere stato destituito sotto il governo Borbonico, non come martire politico, giusta la solita frase, ma come contabile fraudolento di quelle prigioni circondariali, che, con discapito del vitto de' detenuti, percepiva dolosamente un assegno mensile: della quale colpa sorpreso e convinto da quel Sottintendente, venne non solo privato d'impiego, ma sottoposto a giudizio criminale, il cui esito fu di conservarsi gli atti in archivio. Ora il deputato Castagnola fa osservare: «In seguito, per quanto il contabile ricorresse, ciò non ostante il Borbone non ha mai creduto riammetterlo in impiego, risultando da documenti di es» sere pur troppo immeritevole di fiducia. Se non che quest'uomo, che era stato processato pel suddetto motivo dal governo Borbonico, che non aveva voluto riammetterlo, venne invece reintegrato nella carica dal governo nostro.... D'altra parte ben si osservò, che sui giornali si levano alte grida per la corruzione, che ora esiste nelle provincie napolitane...» Tutto effetto di quell'ordine morale, che il Governo di Piemonte, come ha proclamato il suo Re Vittorio Emmanuele II, venne ad instaurare nel resto d'Italia!

del Ricciardi e di nuovo di Crispi

Il deputato Ricciardi onora la magnanimità di Carlo III Borbone che, dovendo recarsi a pugnare contro l'Austria, ne libera i partigiani trattenuti in carcere, e concede ampia amnistia a tutti gli altri. E qui il deputato Crispi, nella tornata del 10 dicembre, aggiunge:

«l'unico vantaggio ottenuto dalla Sicilia con l'aver cambiato governo è quello di vedere le sue carceri riempite di disgraziati.»

del Bixio

Il deputato Bixio, alludendo all'indole della rivoluzione siciliana, diceva:

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«la Sicilia sarebbe rimasta pacifica sotto i Borboni, se la rivoluzione non fosse stata ivi portata dalle altre provincie d'Italia e dal Piemonte.» (Lo confermava pubblicamente Garibaldi a Londra siccome a tutti è noto.)

del Raffaele

Il deputato Giovanni Raffaele, ai 16 luglio 1864, rivela anch'egli le arti abbominevoli, colle quali eransi calunniati i Borboni inventando le torture; rivelazioni delle quali vuoi essere considerata ogni parola, quando nel proseguimento del lavoro avremo a porle sotto gli occhi del lettore (1).

Ma sulla vera natura della rivoluzione siciliana, e per conoscere con quali sforzi le consorterie faziose abbiano procurato di corrompere le masse popolari, dal 1825 in poi, senza alcun torto dalla parte della Dinastia napolitano sono da leggere le importanti rivelazioni fatte, rii ottobre 1866, dal sindaco di Palermo. Marchese Rudinì, primario cospiratore, rivelazioni che recheremo a suo luogo. Ma v'è di meglio a lode de' Borboni.

Le Isole di Linosa e Lampedusa. Testimonianza del Ministro Giovagnola.

Le due isole di Linosa e Lampedusa, poste a 120 miglia oltre là Sicilia, e più vicine all'Affrica che al Continente italiano, forniscono nuovo argomento di encomio pel Governo del Re Ferdinando II, e di discussione nella Camera dei deputati del neoregno d'Italia. Infatti, nella tornata dei 14 giugno 1867, quando la Capitale italiana aveva compito la sua prima tappa a Firenze, il ministro dei lavori pubblici signor Giovagnola si faceva a dire: - «Queste due Isole, presso che deserte, incapaci di ogni ordinaria coltura, furono non pertanto oggetto delle cure del passato Governo borbonico, il quale, per motivi politici, che certo non sono da biasimare, credette opportuno di prenderne possesso per impedire che altri il facesse; e, per mantenerle, provvide lodevolmente a stabilirvi una specie di colonia agricola. Per fondare codesta colonia fu costretto a portarvi gente povera e sfaccendata, ed a pensare al mantenimento di essa; dappoiché queste Isole sono aride e improduttive, e una di esse non ha neppure acqua, poiché bisogna giornalmente portarla a quelle popolazioni da altri siti, che distano di molto (2).»

Dell'Ayala.

Il Deputato Ayala avverte, che tre Ministeri si occuparono

(1) Vedi Tona. 1. Memorie dell'Armonia per servire alla storia de' nostri tempi,pag. 125128. Vedi le rivelazioni dei deputati Nicotera e Ricciardi sui progetti di cospirazione per detronizzare il Re Ferdinando II, e come Questi vincitore il 15 maggio 1848 se ne vendicasse colla clemenza, pag. 22. 56. 220. A. P. - Lettera dell'ex prefetto Cacace, pag. 56 A. P. Rivelazione di Tofano pag. 490.

(2) Atti uff. della cam. de' dep N. 184. pag 715, tornata 14 giugno 1867.

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«3 -

(durante il presente Regno italico fino a quell'anno 1867) delle dette due Isole, senza far nulla, e racconta, che un ottuagenario, Menelao Calcagno, è Sindaco di Lampedusa; ma non ne ha girato neppure il perimetro, perché vive a Girgenti. Cqnchiude dicendo, che di Lampedusa e di Linosa si sa pochissimo, né figurano nel dizionario dei Comuni italiani, e finisce con dire: «Signori, abbiamo» fatto da sei anni l'Italia, ma l'Italia è poco studiata.»

Crispi elogia il Re di Napoli

Il Deputato siciliano Crispi da importanti notizie sulla storia delle dette Isole, ed è costretto tributare encomi al Re di Napoli, u Napoli contro del quale aveva cospirato. Ecco le sue parole: «Quelle Isole fino al 1843 appartennero ad una famiglia maltese, che non seppe mai né coltivarle né colonizzarle. Siccome Lampedusa sta tra Affrica e Sicilia, e può essere utile ai nostri commerci, a Ferdinando Borbone venne in mente di colonizzarle,» e quindi cercò di attirarvi gli abitanti della vicina Sicilia. Ma la popolazione non potea facilmente raccogliersi in un luogo, dove mancavano case, alberi, acqua, tutto. - Linosa e Lampedusa hanno due porti di grandissima importanza, ed a' tempi, in cui Francia non voleva che Inghilterra rimanesse a Malta, il primo pensiero di Pitt fu di prendersi Lampedusa e Linosa, onde farne stazione di navi inglesi nel Mediterraneo. Né solo il gabinetto Britannico ebbe codesto pensiero. Pria che scoppiasse la rivoluzione francese, Caterina di Russia, che pretendeva anche essa al dominio del Mediterraneo, negoziò per avere il possesso di Lampedusa, dove voleva costruire una specie di Ordine di Malta, che sarebbe stato vigile sentinella per la potenza della Russia ne' mari che stanno tra l'Occidente e l'Oriente. Il Re di Napoli, che, con tutti i suoi difetti aveva pure qualche cosa di buono, credette necessario di colonizzare Lampedusa. Quindi per attirarvi una popolazione, siccome i ricchi non vanno ad impiantarsi in una Isola così lontana, e dove non si può avere dall'Affrica tutto quello che é necessario alla vita civile, cercò chiamarvi famiglie di contadini, pagando tutto ciò che era necessario a' bisogni della nuova popolazione» (Atti uff. N. 184 pag. 816).

Dichiarazione del deputato Amari

A compimento delle informazioni storiche sulle due Isole anzidette parla il Deputato siciliano Amari, che fu un tempo segretario d'una Commissione incaricata di studiare come Linosa e Lampedusa potessero conservarsi all'Italia. Egli così si esprime: «Non fu un tentativo solamente che si fece per toglierle alla Sicilia, ma arrivò ad impadronirsene un maltese, e diventarono così una specie di proprietà, su cui il Governo inglese, come protettore dei cittadini maltesi, non dubitò presentare delle pretensioni.

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Dunque non è cosa da prendersi per ischerzo. - Allora il Governo del Re di Napoli, vedendo il pericolo, cercò tutti i modi per far sì che quella terra restasse terra italiana, e l'ottenne. Ma se per un momento si ritira la mano del Governo, emigrano tutti gli abitanti che vivono in quelle Isole, ed esse ritorneranno in quello stato, in cui erano pria che la colonizzazione si fosse tentata; in uno stato che è incredibile, in uno stato che non dirò di natura, ma fuori di natura; stato di barbarie primitiva.... A questo stato riparò in certo modo il Governo napolitano col fondare quella colonia. Si volle pur farla in seguito colonia penitenziaria, ma siccome colui che ha l'onore di parlarvi, era il segretario, ed ho gran difficoltà ad ammettere colonie penitenziarie, proposi, che rimanesse colonia civile, e tale fu fatta; ma colonia civile che per molti anni ha di bisogno dello aiuto del Governo per esistere.» Fin qui l'Amari.

Dallo insieme della quale discussione risulta; 1. Che il Re delle due Sicilie era gelosissimo della integrità dell'Italia; 2. Che vegliava attentamente, perché né Inglesi né Francesi s'impossessassero di alcuna parte del territorio italiano; 3. Che nominava Commissioni e spendeva danari per conservare all'Italia anche i suoi scogli.

Eppure i fabbri unificatori del nuovo Regno d'Italia, per annettersi gli Stati di codesto Re, hanno incominciato dal cedere le più interessanti provincie e la chiave di entrata d'Italia alla Francia. - Quel Re di Napoli, che essi hanno tanto calunniato e contro del quale si vantano di aver sempre cospirato (1), se fece tanto per conservare all'Italia due sterili Isole, che non avrebbe egli fatto per impedire che Nizza e Savoia fossero divenute francesi!...

(1) Il deputato Crispi nella tornata del 13 Aprile 1861 diceva: «Signori, io cospirai per 16 anni, e ricordo che fin dal 1845 in certe riunioni, alle quali prendeva anche parte il nostro Barone Poerio, ci riunivamo uomini di diversa fede politica. In quelle riunioni eranvi monarchici, repubblicani, federalisti, unitarii, ma tutti nemici dei governi che esistevano in Italia, tutti patriotti che lavoravano uniti e compatti per rovesciare e distruggere questi governi. Nel 1849 due volte percorsi la Sicilia travestito, e nei comitati trovai la stessa differenza negli individui che li componevano. E bene, signori, noi siamo giunti a metterci d'accordo sopra un programma comune, e gli effetti di questa concordia li avete nella rivoluzione che si è fatta nell'Italia meridionale. (Vedi supplemento al giornale di Napoli 29 aprile 1856. pag. 3).

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CAPO VIII.

DUE MEMORANDUM

Dopo le arrecate testimonianze, non sospette davvero di parzialità verso il Governo di Napoli, e verso il tiranno Re Ferdinando II, non esitiamo un istante a recare due documenti, italiano l'uno francese l'altro, intitolati Memorandum che, a nome del popolo napolitano, che non ne sapeva nulla, vennero diretti alla diplomazia europea, e sui quali i Governi di Francia e d'Inghilterra non dubitarono di fondare il loro disegno di attacco contro il regno di Napoli. Sia per il primo il seguente:

Memorandum del popolo Napolitano

«È più di mezzo secolo che in questa bellissima contrada d'Italia la nazione sostiene una lotta coi Borboni, talché ad ogni lustro crescono le vittime da un lato e cresce dall'altro il sospetto e l'ira. Ma le enormità cui si è abbandonato il Governo napolitano dal 1849 in qua, benché solo in parte conosciute, gli han mosso contro lo sdegno di tutto il mondo civile.

«La quistione napolitana, prima di esser ravvisata nel senso politico e sociale, merita di esser valutata sotto l'aspetto morale. Ferdinando II non vuole esser principe, ma padrone degli uomini e delle cose che sono nel territorio a lui soggetto, e quindi padrone delle menti, delle volontà, delle coscienze, della vita, degli affetti, delle proprietà e di tutto. Suo unico intento è di far prevalere in tutti gli animi il suo pensiero e la sua volontà; e per operare questa violenta ed incessante usurpazione delle anime altrui, gli è indispensabile un perenne lavoro malefico di corruzione e di distruzione: questo è il suo governo. Gli uomini che il Governo di Napoli ha fatto condannare agli ergastoli, ai ferri, all'esilio, ed alla miseria, sono per animo e per ingegno degni di stima e di rispetto, ed i nomi di parecchi di essi sono onorati in Europa.

«Questo solo fatto avrebbe dovuto bastare per dimostrare l'iniquità di questo Governo; ma sventuratamente ciò non è stato sufficiente, né mai si sono conosciute appieno le misere condizioni degli abiti, delle Due Sicilie: di che ne ha profittato la malafede per confoadere le cose e proclamare giudizi ingiusti contro il paese. Quando il medesimo, stretto da' ceppi d'un governo dispotico, aiutato da baionette mercenarie e dal protettorato dell'Austria, gemeva impotente a rigettare la tirannia che l'opprimeva, veniva accusato e vilipeso come degno delle catene che sopportava. Quando poi ha tentato di spezzarle e mettersi a paro dei paesi civili, si

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è gridato alla demagogia, e, nel nome dell'ordine e della religione, si è fatto plauso ai biechi disegni ed alle nefande opere della doppia inquisizione birro-clericale.

«Se si guardi all'antico lavorìo degli agenti della Corte borbonica contro il paese, se si pensa che la probità non può esistere in Napoli se non a condizione di elevarsi ad eroismo, e che la malvagità è qui fondamento ad ogni più alta fortuna, è ben da meravigliare come il Governo, ricco di tanta potenza materiale, di armati, di oro, di soldi, di croci, trovi ancora tanti ostacoli nella pertinace virtù e nella costante annegazione di tanti napolitani

«Eppure non tacciono ancora le accuse contro i napolitani, e mentre essi non hanno che una sola voce: Vogliamo un principe ed un governo morale, corrono il pericolo d'esser giudicati ribelli, fanatici, demagoghi! Dopo una lunga storia di enormezze, che si riassunse nell'ultimo dramma del 1848; dopo un secondo spergiuro, si ode ancora porre in discussione la qualità del Governo di Napoli. Ed il re di Napoli tenta di difendersi, e con turpi pagine, pagate a carissimo prezzo, nega al di fuori i fatti più manifesti, vendicandosi delle accuse con raddoppiato furore, e schernendo in tal guisa il giudizio dell'Europa. I difensori di Ferdinando II non cessano mai di celebrare la sua pietà religiosa, studiandosi di cuoprire col manto della religione le sue opere nefande. Chiamati cotesti difensori al fondo della quistione politica, credono di salvarlo rovesciandone con la calunnia tutto il peso sul popolo. I giornali clericali, pei quali il bastone del padrone assoluto è il simbolo d'ogni civiltà, gridano a piena gola che grande maggioranza dei napolitani ama l'assolutismo, adora la mano che l'incatena, l'artiglio che la sgozza. Altri difensori poi, al certo meno stolti, ma egualmente fraudolenti, accusano il paese di aspirazioni eccessive, di aver voluto e di voler la Repubblica, e di aver perciò perduto il beneficio della Costituzione del 1848.

«Cotesta opposizione estrema nelle accuse le distrugge a vicenda. Senza che, esse concorrono insieme a far conchiudere che, se per innanzi uno Statuto costituzionale era desiderato per fine di onesta libertà politica, oramai dall'universale criterio del paese lo Statuto è riguardato come rimedio unico, sì ad infrenare l'anarchia pazza del dispotismo, e sì a prevenire i trasmodamenti demagogici, che soltanto i servitori dell'antico Governo potrebbero affettare; è riguardato come garanzia unica pel riposato vivere civile e per l'esercizio de' diritti più santi della persona, della famiglia e dell'umana coscienza. Se si lasci da canto il risguardo della necessità, della moralità e della convenienza politica, per arrestarsi alla quistione di mera giustizia, i documenti stessi del Governo napolitano, i fatti storici e gli orribili giudizi mostreranno ad evidenza se i napolitani, nelle vicende dell'ultimo periodo del 1848, possano essere meritamente tacciati di amare il dispotismo o la Repubblica, e se invece non abbia il Governo condannato, perseguitato, oppresso, ogni più moderato cittadino, sostenitore delle conseguite franchigie costituzionali.

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«I. Tra il finire del 1847 e il cominciare del 1848 tutta Sicilia e alcune provincie del Continente eransi levate in armi per conseguire uno Statuto costituzionale, a cui ambivano da lustri, pel quale avevano versato tanto sangue, ed a cui volgevano pure le condizioni generali della Penisola.

«Una dimostrazione imponentissima, il mattino del 27 gennaio, fé' manifesto quel pubblico voto. Il Re promise e poi concedette il tanto desiderato Statuto, Egli uscì dalla reggia in mezzo al pò, polo, il dì 29 gennaio. Gli atti, e le voci di entusiasmo e gratitudine dei napolitani pel loro Sovrano furono tali, che i più scettici affermarono non esser possibile che l'animo del Re non si fosse commosso in quella memorabile giornata e non si fosse innamorato de' suoi popoli. Ma il Re invece, sbalordito a tanta unanimità e forza di opinione, si recò a visitare i quartieri plebei del Mercato e Santa Lucia, che dovevano esser la fucina della reazione, e riprovò tosto l'uso dei colori italiani. L' indugio al giuramento dello Statuto, lo studiato appartamento delle milizie regolari dalle nazionali, l'abbandono del popolo a sé stesso, gl'incessanti ostacoli a qualsiasi divisamento per la guerra in Lombardia, gli occulti convegni di antichi poliziotti e agenti dell'antico Governo, i subbugli fomentati dai medesimi, i sospetti e i buccinamenti di preteso comunismo dell'avere e degli affetti intimi, e le superstizioni religiose eccitate nel volgo dei quartieri bassi della città, e cento e cento altri fatti della camarilla, suscitarono la più profonda diffidenza nel Reame. 1 popoli si credettero in pericolo: la stampa esprimeva sensi disperati, o amaramente sardonici: la gioventù esasperata, con vie strane, credeva poter trascinare il Governo a quella guerra coll'Austria che non si voleva, e la Guardia Nazionale, non mai stanca, doveva solo attendere all'ordine.

«Intanto la camarilla lavorava nelle, tenebre, attendendo i tempi opportuni. Leipzenter, da ministro d'Austria, era divenuto capo di cospiratori, e fu obbligato il nuovo ministero a dolersene e ad accomiatarlo dal Reame. Egli disponeva di grosse somme di danaro per comprar gente che fomentasse l'anarchia: e non potendo giuocare nell'opinione pubblica con la parola Repubblica, fece spacciare, da spregiato uomo, (Dardano) uno sciocco proclama per la Costituzione del 1820. Pure di questo rise il popolo, e attese solo all'effettuazione della novella Costituzione, chiedendo guarentigia, sol perché non la vedeva attuare. Indi il popolo medesimo, che dall'impresa di Lombardia sentiva dipendere insieme le sorti d'Italia e della libertà conseguita, faceva istanza perché si spedissero milizie contro l'Austria. Dopo molto barcheggiare, convenne pur mostrare di aderire, e nei giorni 25 e 27 Aprile, mossero due divisioni per terra e per mare.

«Intanto Roma non era meno avversa alla guerra, e le nostre milizie erano tenute a bada. Finalmente si conobbero con certezza le vere istruzioni segrete date dal Governo ad alcuni Capi di corpi, e specialmente a quelli di mare. Pure la finzione non poteva esser tratta a lungo, e bisognava richiamar le milizie.

«In occasione della formola del giuramento dei deputati, si provocò un dissidio.

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Uomini della casa del Re e funzionari di polizia, in apparenza abbandonati dal Governo, siccome è notorio e risulta anche da processi, eccitarono la gioventù più calda e inesperta, e parecchi Calabresi che eransi aggregati alla Guardia Nazionale, a pensare di difendersi; mentre uffiziali superiori de' reggimenti svizzeri assicuravano essi e i deputati, che le loro milizie non si sarebbero battute contro il popolo. Così questi giovani entusiasti, aiutati dai loro nemici, formarono in fretta alcune barricate a Toledo, e resistettero parecchie ore alla mitraglia e agli assalti delle milizie regolari. (Provocate dai faziosi).

«Né concerto vi era a ciò, né munizioni distribuite, né ordini dati; tal che uno scrittore militare, parzialissimo del Governo, si doleva d'una maggioranza di deputati moderati che si lasciarono stordire e dominare dalle grida di taluni forsennati e dalle guardie nazionali che si ritirarono timidamente (doveva dire inconsapevolmente) alle loro dimore, invece di opporre una falange serrata a quella debole minorità di uomini scatenati e maligni» (1).

«Quel macello orribile ed impreveduto parve a tutti la vendetta e la cancellazione del chiesto Statuto.

«Il. E tal fu. Pure le condizioni d'Europa non erano assicuranti pel Governo, né quelle in particolare della Sicilia; ed inoltre avendo il Re richiesto gl'Intendenti ed altri funzionari se le provincie minacciassero moti d'insurrezione, ebbe in risposta che si sarebbero rimase pacifiche sol che fossero assicurate del mantenimento della Costituzione: il che risulta dagli atti del processo del 15 maggio. Conveniva quindi simulare a seconda degli avvenimenti generali.

«Nel giorno 16, Napoli, fumante per gl'incendi, sembrava un campo abbandonato dal vinto.

«Il Re, in mezzo a' mucchi di cadaveri, circondato da soldati e seguito dalle orde del Mercato, si recava a ringraziare la Vergine del Carmine per l'ottenuto trionfo. Ma, per usare le frasi dello stesso citato isterico militare: le sue erano parole di pace e fedeltà alla giurata Costituzione, esortando anche ed imponendo fedeltà alla Costituzione, in udire qualche voce plebea che levavasi a contraddirla. E le grida di tutti i soldati erano echeggianti al Sovrano, difesa col proprio sangue della real persona, e della legge costituzionale del 10 febbraio: i due termini sacri del loro giuramento.»

«Il Re aveva pure fatto segnalare per telegrafo alle provincie, che la calma era ristabilita, dopo una tale collisione fra le due milizie, e che sarebbe assegnato altro giorno per l'apertura delle Camere.

(1) Avvenimenti di Napoli del 15 maggio 1848, per Gennaro Marulli, capitano del 2° reggimento Granatieri della Guardia Reale.

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«Poscia fece pure, per mezzo degli Intendenti e degli stessi deputati, assicurare le provincie del mantenimento dello Statuto, con che molti battaglioni di Guardia Nazionale, messi in marcia sopra la metropoli, si tornarono a casa.

«Pochi deputati, involatisi alla catastrofe orrenda del 15 maggio, ai 2 di giugno convocarono la riunione dei Parlamento in Cosenza pel dì 15 del mese medesimo. Essi bandirono vari proclami a' Municipi delle Calabrie per insorgere a solo fine di guarentirsi il regime costituzionale. Non mai si trova atto o parola alcuna in quella insurrezione che accennasse a Repubblica; e se l'insurrezione è per sé stessa un fatto biasimevole, il torto era del Governo che la rendeva necessaria a' popoli, i quali null'altro volevano se non l'osservanza di franchigie lor concedute, e che si vedevano rapire con mene segrete e a colpi di cannone (1),

«Medesima, titubanza e sospizione della perdita dello Statuto eccitò le altre provincie del Regno a provedere a' modi di sostenerlo. Ai 27 giugno di quell'anno, la Deputazione municipale di Bari esortava i Comuni tutti della provincia a creare deputazioni «per non far turbare l'ordine pubblico, e sgominare i nostri «diritti politici guarentiti dalle leggi anteriori agli avvenimenti «del 15 maggio prossimo scorso.»

«Ai 2 luglio seguente convenivano nella città di Bari i deputati de' Municipi suddetti, e manifestavano che, secondo un memorandum pubblicato dalle deputazioni delle 5 provincie confederate in Potenza ai 25 giugno, era generale volontà di reclamare l'osservanza del programma del 3 aprile e del conseguente decreto del 5 del mese medesimo. Onde fu risoluto aderirsi al detto memorandum, e si creò all'uopo un Comitato di cinque individui per la durata di un mese.

«Né la insurrezione calabra fu altrimenti doma, se non con la stessa parola magica della Costituzione. Il generale Busacca, con proclama del 10 giugno, diceva ai Cosentini: «Il Sovrano le cui «principali viste sono dirette al mantenimento della Costituzione, da lui volontariamente proclamata e solennemente giurata... gli aveva dato disposizioni dirette al saldo mantenimento dello Statuto costituzionale del 10 febbraio.» Ed il corpo municipale ed i notabili di Cosenza, a di 18 del medesimo luglio, pregarono quel Generale di assicurare il Re che in sostegno della Costituzione giurata, della legalità e dell'ordine avrebbero pugnato insieme alte milizie regie.

«Con altro proclama il generale Lanza diceva: «Coll'usar riguardo anche agli stessi traviati, rimetterassi l'ordine in sostegno di quella Costituzione, che il Re, i militari ed il popolo tutto, hanno dinanzi a Dio giurata, e così saremo felici.»

(1) Preghiamo il lettore di aver presenti le cose già dette in Confessioni de'. Deputati nella Camera Subalpina da noi recate a pa Altre molte avremo a recarne a edificazione di chi ci legge.

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«Il Generale Nunziànte era più persuadente col suo proclama ai cittadini delle tre Calabrie, della data 7 giugno. Assicurava egli di venire per la conservazione dello Statuto costituzionale dal Re conceduto il 29 gennaio, giurato il 10 febbraio, e con immensa gioia e gratitudine accolto dalla nazione. Statuto che ora e sempre intende nella sua piena integrità sostenere e conservare... possa la Provvidenza far rientrare in sé stessi tutti i traviati (i diffidenti), se ancor ve ne sono, ove non sia stato sufficiente a farlo il magnanimo procedere del Sovrano, che per le illegalità commesse e tentate (non la Republica) ritrar potea quanto avea concesso, nel momento in cui per la forza delle armi il buon ordine erasi ristabilito, ed invece con inaudita lealtà la giurata Costituzione riconfermava, stimando ingiusto punire tutto un popolo del delitto di pochi, che, pentiti e rimessi sul retto sentiero, sperar possono perdono dalla inesauribile sua clemenza... I soldati, credetelo, bramano mostrar«si a voi veri fratelli e uniti alla maggioranza, che è per certo de' buoni e leali, mantenere il giuramento dato al Re ed alla«Costituzione ecc. ecc.

«Ma i Calabresi risposero: Fra noi lo Statuto costituzionale 5 per conservarsi non ha d'uopo della punta delle baionette o della bocca dei cannoni... Inutile però non è che ella ed il mondo tutto sappia aver noi imbrandite, le armi a sostegno delle nostre libertà costituzionali violentemente attaccate... Ne petti calabresi non tacque, non tace, non tacerà mai il sentimento di attaccamento alle franchigie costituzionali, all'ordine pubblico... Ritorni la colonna mobile alle stanze d'onde mosse per qui: si assicuri il mantenimento della legge costituzionale del 10 febbraio sulle basi dichiarate col programma del ministro Troia: si richiami alle sue alte funzioni quella Camera de' deputati» ecc, ecc.

«Il generale Nunziànte si studiò con nuovi proclami di dissipare la diffidenza, e fece appello alla stessa Guardia Nazionale delle provincie, perché secondo la istituzione e gl'interessi della medesima, avesse prestato il suo concorso per rimettere l'ordine sostenendo la Monarchia e lo Statuto costituzionale.

«Le milizie nazionali ubbidirono, e nel seguente anno prestarono anche al Generale Statella importanti servigi. Ma guari non andò che, come era avvenuto in Napoli ed avvenne nelle provincie, furono esse disciolte e poscia perseguitate come demagogiche. Lo stesso Generale Nunziànte, il cui zelo non contentò le esigente eccessive del Governo, divenne in seguito segno alle persecuzioni di Orazio Mazza, allora Intendente di Calabria Citra, quindi elevato a Direttore di polizia. (Ne aveva ben d? onde il Mazza; lo vedremo.)

«Il ministero del 16 maggio era composto di uomini docili, i quali si proposero di conciliare l'antico col nuovo, è la potestà regia con le franchigie costituzionali. Non fu atto di compiacimento al trono, di devozione al Re a chi non si fosse arreso.


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Abolì tosto il programma del ministero Troia, e si prestò al vero scopo di quella catastrofe il richiamo delle milizie, spedite fuori. Molto numero di persone emigrò o si nascose: parecchi funzionar! pubblici stimati troppo ardenti furono rimossi: nelle provincie vennero destinati Intendenti e altri funzionar! di opinione assai temperata, e Bozzelli osò pure spedire emissari pel Regno e scrivere istruzioni agl'Intendenti per ottenere deputati ligi al Re. Era questo lo stadio di transizione: se fino al 15 maggio ogni cosa aveva avuto l'impronta dell'azione del popolo, allora tutto discendeva dall'autorità del trono. Il Re non poteva avere ministri più arrendevoli, e con popoli disarmati, intimiditi e percossi egli poteva esercitare la sua potenza con que' limiti almeno che il pudore e la publica coscienza gli avrebbero imposti. Ma egli aveva premeditato di cancellare pure la voce Costituzione, anzi di spegnerne anche la memoria nella mente de' cittadini, e farla maledire come una meteora sanguinosa, apportatrice di stragi e di ruine (quale fu sempre per ogni dove).

«Il Parlamento fu aperto nel pubblico terrore al dì 1 luglio 1848: al dì 5 settembre fu prorogato pel novembre seguente, e poscia nuovamente prorogato pel 1 febbraio 1849. Riapertosi in questo giorno, per decreto del 12 marzo da Gaeta, fu sciolto; (ed era tempo, essendo stata proclamata la repubblica di Mazzini in Roma) riservandosi ad altro decreto di stabilire l'occorrente per la convocazione de' collegi elettorali.

«Nessun indirizzo della Camera, con esempio inaudito, volle mai essere accettato dal Re. La Camera diede prova di coraggio civile, essendo che i deputati, sia in Parlamento, sia fuori, erano di continuo minacciati nella vita da' seguaci di Monzù Arena e di altri nefandi cagnotti compri nella plebe del Mercato: (a questo risposero per noi i deputati a Torino (1), ed è noto come il deputato Mazziotti una sera, nell'andare a casa, fu assalito da birri e gravemente ferito. Il medesimo era stato fatto al canonico Pellicano, direttore del Ministero dell'ecclesiastico, in atto di uscire dalla chiesa del Gesù Nuovo (2); ed il deputato Vincenzo d'Errico

(1) Il lettore rammenterà come si esprimessero i deputati Nicotera e Ricciardi in pubblico Parlamento a Torino.

(2) Il Can. Paolo Pellicano vive e vi gode in Reggio Calabria, sua patria, una ricca Abbazia Concistoriale, che si ebbe nel 1849 dal Re tiranno Ferdinando II con l'annuenza del Sommo Pontefice Pio IX. Ma chi era, e chi è il Can. Pellicano? Eccolo in breve - Nel 1847, Presidente del Governo provvisorio nella insurrezione di Reggio. Fuorbandito con taglia di mille ducati sul capo - condannato a morte dal Tribunale, ma commutata dal Re la pena, tradotto agli ergastoli. Nel 1848 per la Costituzione, amnistiato, scelto membro del Consiglio di pubblica istruzione in Napoli, e direttore del Ministero del Culto. Ritiratosi nel 1850 in patria, si vede nel 1860 Presidente, di quel Circolo popolare e della Commissione pe' Casi del Brigantaggio, decorato dell'Ordine Mauriziano, direttore di spirito nel Liceo e Convitto Nazionale ecc. ecc. - Queste notizie sono estratte da un foglietto pubblicato con la stampa dallo stesso canonico.

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era inseguito da un gendarme nel punto in cui si recava al Parlamento ed a pochi passi di distanza da quello. Lo stesso giorno 5 settembre 1848, in cui fu prorogata la Camera, avvenne la famosa dimostrazione, candida, spontanea, de' pescatori di S. Lucia. Il principe di Salerno è morto povero e fallito per le somme estortegli (da chi) onde organarla. Migliaia di coccarde borboniche furon lavorate nel suo palazzo; varie abitazioni erano state segnalate per stragi, sacco e fuoco, e i Corpi delle Guardie reali dovevano in ultimo, con le antiche bandiere, occupare Toledo e proclamare l'abolizione dello Statuto. Era una ridicola scimiotteria del gran voto nazionale espresso con la dimostrazione del 27 gennaio. Il Monzù Arena doveva cooperare con le sue orde dalla parte superiore della città. Infatti, preti, servitori di palazzo in livrea e poliziotti, dopo mezzodì, con una bandiera avente le armi borboniche e l'effigie della Vergine, tutta in oro, salirono alla testa de' Luciani, per avanti la reggia, acclamando al Re e minacciando a' liberali, e giunti appena alla piazza S. Ferdinando, assalirono con pugnali le botteghe e i gentiluomini, e obbligavano a gridare: Viva il Re, abbasso la Costituzione! Ma una mano di popolani forti e audaci, calati dal quartiere Montecalvario con bandiera tricolore, e gridando: Viva il Re costituzionale! pose in fuga quelle ciurme vilissime, ed ebbe l'onore di essere combattuta da drappelli di cavalleria e di fanteria e da' birri che traevano loro addosso co' moschetti. Il loro quartiere fu messo in istato di assedio. Ora codesti bravi cittadini che salvarono la metropoli da una scena del 1799,.gemono ne' bagni, condannati come autori di disordini e come repubblicani!

«Nel 29 gennaio 1849 grandissimo numero di popolani fecero una tranquilla e taciturna passeggiata in via Toledo, in commemorazione dello Statuto, promesso l'anno avanti in quel dì. Molti de' principali di loro, che vennero conosciuti e segnati, popolano ora le galere, anch'essi come repubblicani!

«III. La nazione pazientemente teneva lo sguardo fiso agli avvenimenti d'Italia e di Europa, per attendere la definizione dei propri destini, e così pure il Re per gittar via ogni velo e far le vendette.

«In pochi mesi tutto era risoluto a seconda de' suoi desideri: a' 23 marzo, Carlo Alberto era battuto a Novara, e gli Ungheresi dai Russi; a' 26 aprile, Palermo e altre valli dell'Isola erano sottomesse; a' 4 luglio, il colonnello Niel consegnava al Papa le chiavi di Roma; a' 26 del mese stesso, il granduca Leopoldo rientrava 'in Toscana. Sì, tutto era consumato! Il carro che Bozzelli annunziava essere in sul pendio, deplorabilmente minò. Erano già manomesse le tipografie dei giornali; percossi pubblicamente e mandati in prigione tipografi e scrittori; soppressi dalle gran Corti Criminali i giornali, tranne i governativi e i militari, come il Tempo, l'Araldo e l'Ordine, poscia anch'essi proibiti; posta a sacco la sala del Parlamento, e disfatto a furia di plebe anche il "solecchio, già costruito all'ingresso del palagio; tolta la bandiera coi colori italiani e rimessa l'antica; tolto anche al Giornale Ufficiale

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il titolo di costituzionale, e fatti ripubblicare i trattati del Congresso di Vienna del 1815; ricomposti scandalosamente in una volta i decurionati tutti dei Comuni; sostituiti da persone ignobilissime tutti i sindaci, gli eletti e i capi urbani; ritirato, tra altri uffiziali, l'eccellente e reputato generale di marina De Cosa, perdio nella spedizione navale a Venezia, di mal animo avea eseguito le simulate ingiunzioni sovrane; destituiti quasi tutti gli intendenti, e moltissimi altri funzionar? amministrativi e dell'ordine giudiziario; decorati e sollevati a cariche importanti uomini abbietti, sol perché avevano cospirato fin dallo stesso gennaio 1848 contro lo Statuto; aboliti gli uffici stessi, gli ordinamenti e i decreti emessi nel precedente anno; soggetti a revisione anche provvedimenti per casi singoli e privati, ecc.

«Ma non bastava: il nostro Luigi XI vuoi essere pregato, vuoi essere come sforzato a tornare al dispotismo ed a punire il grande avvenimento del 1848. In Sicilia non vi ha Comune che non venga obbligato ad esprimere la sua sommissione al Re, in forma tale di devozione ed attaccamento al trono, che sembra una beffa!. (Tanto veramente si fece dagli invasori subalpini). I proclami della potestà militare nell'Isola mostravano la persuasione, che la rivoluzione era stata opera di illusi, sedótti e trascinati (1)! 'Il giornale II Tempo, da quella unanimità d'indirizzi alla Corona, dalla gioia per la ripristinata dominazione, fa argomentare che la rivolta in Sicilia, tramata attesterò, eseguita da bande di stranieri, non era stata che uno sciagurato concorso dato alle più tristi passioni, concorso che la grande maggioranza del paese deplorava che la Sicilia non voleva libertà, e le disfatte sarebbero anche una lezione, che ella potrebbe all'uopo consultare se mai novelle avidità politiche cercassero di gettarla di bel nuovo nell'arena delle rivoluzioni (2).

«Un volume messo a stampa da publico funzionario (3), premiato con croci e danaro, dimostrava i benefizi di Ferdinando II alla Sicilia, e la ingratitudine de' Siciliani.

«Qui in Napoli si facevano pubblicare catechismi politici con teorie da far fremere. I giornali ed altre scritture governative non cessavano dal ripetere che il popolo non aveva mai voluto la Costituzione, la quale era stata opera di pochi faziosi, stimolati dall'ambizione. Il popolo, leggevasi nel Tempo, ama la sua patria, e questa in un governo monarchico si personifica nel Sovrano. Quando una festa popolare convoca il popolo sulla piazza pubblica, il grido di Viva il Re manifesta la sua gioia, perché il Re per esso è la nazione, il paese (4).

«Il paese ama la monarchia, dalla quale aspetta sicurezza e gloria, ma al tempo stesso comprende che il solo governo deve

(1) Giornale ufficiale del 5 maggio 1849.

(2) Giornale il Tempo del 16 e 19 maggio 1849.

(3) Florindo De Giorgio, segretario capo del primo Ripartimento del ministero degli affari interni.

(4) Giornale il Tempo, 6, 7 maggio 1849.

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dirigere lo Stato, ecc (1). Questa rivoluzione è ora maledetta da tutti così da quelli che ha trascinati in funesti e colpevoli errori, come da quelli che l'hanno respinta fino dal primo giorno ecc. ecc... Grazie al principe che ci ha salvati.....

Quanti amano il nostro bel paese si stringono al governo per aiutarlo, ecc. (2)... Due bandiere erano spiegate, e la transazione era impossibile fra i due partiti, l'uno forte del consentimento unanime delle grandi maggioranze delle popolazioni, che si stringevano intorno ai governi; l'altro, se povero di numero, arditissimo ed operoso … Che l'opera della ricomposizione so

ciale si compia adunque ora con quella stessa energia con che fu represso il disordine. I popoli per una dolorosa esperienza (purtroppo) han provato fin dove li conducono certe sconsigliate utopie, ecc., ecc.» (3).

«Nella succitata descrizione del fatto del 15 maggio 1848, l'autore aveva già attribuita la concessione dello Statuto a pochi demagoghi, e il desiderio della indipendenza ad una sfrenatezza di giovinastri,

Così gli atti, i fatti e gli uomini stessi di Ferdinando II vengono a smentire l'accusa data a' popoli del Reame, che cioè al 1848 si fosse simulato lo spirito costituzionale per rovesciare il trono e fondar la Repubblica!

«Vero è dall'altro canto, che quando gli organi di Ferdinando II parlano di maggioranza del popolo, non si deve intendere di altri che di una parte de' cenciosi abitatori della spiaggia di Santa Lucia e del Quartiere Mercato. Gli evviva di queste turbe miserabili furono incettati a grosse somme dal principe di Salerno, per mezzo di vari cagnotti della vecchia polizia, i quali si sono fatti opulenti. In detti rioni facevansi luminarie pel Re: ivi movevano le acclamazioni e le dimostrazioni pericolose, che obbligarono più volte la Piazza di Napoli a far uscire corpi militari dai quartieri per evitar sangue e saccheggio.

«Il mezzo delle petizioni fu adoperato con minacce e violenze tali, che anche sotto la pressione del terrore, la stampa se ne protestò, e fu aperta una lunga polemica col succitato giornale del Governo, il Tempo,

«Queste petizioni dovevano servire come riserva diplomatica, poiché dentro, il Governo voleva sostenere il principio di non spettare a' sudditi di muover parola sulla natura del governo e su diritti del trono. Ne' primi tempi i servitori e difensori del Re avevano celebrato la sua generosità e lealtà nel dare lo Statuto, attribuendo ai disordini del popolo se non veniva mantenuto. Ma quando tale spiegazione non poteva avere neppure l'apparenza di fondamento, perché i disordini erano cessati, allora fu usato altro linguaggio: si volle mostrare che la monarchia napolitana

(1) Id., 12 maggio 1848.

(2) Id., 20 giugno 1849.

(3) Id., 9 loglio 1849.

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era nella sua origine pura ed assoluta, e perciò il Re non potuto mai scemare i diritti del trono e della dinastia, che aveva per prudenza ceduto solo all'impero delle circostanze: aveva dovuto fingere.

«Era questa una porta aperta alla più feroce reazione contro ogni fatto, contro ogni sentimento, contro ogni sospetto di favore o semplice compiacimento per lo Statuto: il velo impenetrabile,che col medesimo aveva detto il Governo di voler gettare sul passato, venne squarciato: le amnistie furono anch'esse avute per estorte dalla circostanza: il birro, indossata la toga del magistrato»trovò colpe nelle aspirazioni ed in frasi stampate anche col permesso della polizia prima del 1848, e tenne per prove convincente le deposizioni più impudenti di poliziotti salariati. Di qui pure la risoluzione di stabilire un avvenire nel passato; di soffocare ogni senso che ricordasse le franchigie ottenute, di farle anzi odiare,di distruggere il germe di libertà cogli uomini stessi che il recassero in seno. Di qui la demoralizzazione e la corruzione nella plebe di tutte le classi; la protezione allo spionaggio, alla ignoranza ed all'egoismo; la divisione delle spoglie delle vittime, tra quelli che inauguravano il governo dell'assoluto padrone; la destinazione di preti venderecci e nefandi alle cattedre vescovili; l'organamento di un generale spionaggio; la diffidenza in ogni uomo, in ogni funzionario, in ogni corporazione, e quindi il sistema di controllazione, e specialmente nell'esercito, degli inferiori verso i superiori; l'ipocrisia che indora tante brutture e mostruosità; la ruina della pubblica amministrazione e l'aumento del debito pubblico e dei dazi; il terrore co' prevenuti politici; il bastone cogli animi indipendenti; le sevizie coi condannati per voluti reati di Stato; i tentativi per distruggere le vite più importanti tra quelli chiusi a Montefusco,a Montesarchio e negli altri bagni ed ergastoli del Reame. Di qui un odio profondo agli uomini chiari per dottrina e per probità, una persecuzione incessante contro chi avesse sperato mostrato simpatia per le gesta degli alleati, contro chi proponesse atti o imprese di progresso civile, o volesse insegnare e pubblicare opere senza aver sostenuto le difficilissime pruove della superstizione, del sanfedismo e delle arbitrarie e goffe autorità birro-clericali. Di qui, finalmente, il divisamento di ridurre il paese a un'orda di stupidi e di affamati (Il presente stato d'Italia risponde dolorosissimamente a questa asserzione). I quali non abbiano più un'idea propria o un pane che non venga per dono del divino assoluto loro padrone!

«Un proponimento siffatto, eseguito da anni, con inflessibilità ed energia che possono esser alimentate solo dalla cieca sete di dispotismo., dalla collera e dalla vendetta, una storia di continue oppressioni, di spergiuri e di guerre civili tra i Borboni edi popoli delle Sicilie, rende troppo arduo il problema di un conciliazione e di una scambievole fiducia per l'avvenire. Il che dee dar a pensare ai grandi gabinetti, che hanno messo la mano a stabilire l'Europa sopra una pace solida e duratura, la quale a} certo non può sperarsi col tollerare l'ingiustizia e l'oppressione, e quindi

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col fomento continuo di turnazioni civili, è di rivoluzioni che possono mettere tutta Europa in pericolo. Lo stato attuale delle Sicilie è come la misura del grado di civiltà e di moralità degli stessi grandi gabinetti, che han preso a tutelare l'umanità e la giustizia sempre e dovunque. Essi non comporteranno ulteriormente che la mano dell'uomo sia più distruttiva e selvaggia, appunto dove Iddio ha profuso più largamente i suoi doni su gli uomini e su le cose!

' «Certo, questo infelice paese ha gran debito a Gladstone, che, con l'autorità della sua parola, ha rese credibili le querele dei [Napolitani; ma anche oggi da pochissimi è conosciuta appieno in tristizia del Governo di Napoli. Ogni Governo si emancipa in qualche straordinaria congiuntura dalla legge.; ma l'assidua conculcazione della legge e dei diritti di tutti costituisce il sistema 'del Governo napolitano. Sono già nove anni che il Re, dopo la vittoria, vive nondimeno in uno stato dì guerra permanente contro 'il paese; ed anzi questa guerra è divenuta di giorno in giorno più ferace. Son pochi dì che un giovane calabrese, uscito da Napoli nel 1846 per affari di commercio, dimandava al console napolitano in Genova il permesso di rientrare nel regno. Quel console rispose doverne scrivere al Governo: e dopo risposta' affermativa gli Consegnò il passaporto. Giunto a Napoli insieme con la moglie"" ed un bambino, gli fu impedito di sbarcare, e fu costretto a rimanere per 28 giorni nel porto, trabalzato da una nave in un'altra; ed in ultimo gli fu imposto di andare a Tropea e di rimanere colà a domicilio forzoso, sotto la scorta di uri gendarme eh' egli deve pagare. La sola colpa di questo giovane è di essere fratello di un emigrato politico (perché non dirne il nome?). Recentemente il Governo ha permesso al Procuratore generale Scura di ripatriare. Egli era in esilio da sette anni, perché, adempiendo ai doveri del suo ufficio, avea ordinato che s istruisse il processo per l'uccisione del deputato Carducci. Sotto altri pretesti era stato Sottoposto a giudizio: da due anni là Córte criminale dì Potenza lo avea dichiarato innocente. Padre di lunga famiglia, onesto magistrato, ma affatto alieno dalle fazioni politiche, avea incessantemente dimandato di rientrare nel Regno. Gli si concede ciò dopo sette anni, ma gli si assegna un domicilio forzoso in un angolo delle Calabrie. Molti celebreranno la clemenza del Re: chi non ha smarrito il senso della giustizia fremerà al cospetto di tali atti di clemenza. (Perché dunque gli stessi deputati di Torino la proclamavano?)

«Cotesti fatti, a chi li considera superficialmente, sembreranno di "poco momento; ma un solo di essi basterà per rivelare agli occhi di ogni pensatore tutta la turpitudine del Governo napolitano; poiché ciascuno di quei fatti dimostra che quel Governo, emancipandosi da tutte le leggi, ha per sola guida un arbitrio Sospettoso è feroce. Questo è il principio che informa tutti i suoi atti, a tutta l'amministrazione dello Stato; e quindi generali, incessanti sono le violenze de' governanti e i dolori de' governati. (Non è egli questo lo Stato dell'Italia presente?).

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«Però fummo consolati leggendo il manifesto, col quale il Governo francese annunziava la rottura delle relazioni diplomatiche col Governo di Napoli, perché ci parve ritratto in esso con verità, il carattere di questo Governo, ove si dice: ch'esso ha mutato i mezzi di rigore in sistema di amministrazione. Ed una sinistra impressione per contrario hanno qui prodotta le ultime parole, pronunziate da lord Clarendon nel Parlamento, con le quali afferma che l'influenza inglese non è stata vana, essendosi già ottenute alcune amnistie ed un trattato, mercé il quale i condannati politici potranno emigrare. Queste parole sono qui riuscite tanto più dolorose, in quanto per noi non può essere sospetta la buona fede di chi le profferiva. Esse dimostrerebbero che lord Clarendon ignora che qui è reo politico, e diventa prigioniero e condannato politico a libito del Governo, chiunque ha detta viva la Costituzione, nel tempo stesso in cui il Re diceva egli il primo: viva la Costituzione, è reo politico chiunque desideri soltanto sorti migliori pel suo paese, è reo politico ogni uomo che non sia disonesto. Ora non si comprende qual giustizia si renda a tali persone condannate agli ergastoli ed ai ferri, commutando la pena nella reclusione, o inviandoli a lavorare la terra nell'America.

«Diciamo il vero: la dinastia borbonica non si è mantenuta altrimenti se non troncando incessantemente il capo alla civiltà del paese, col dannare di quando in quando al patibolo, agli ergastoli, all'esilio gli ingegni più eletti e le anime più pure. Ora. che tali supplizi hanno spaventato l'Europa, si è trovato un altro modo che ha le apparenze più miti, ma che è pure più crudele.

«Le parole di lord Clarendon mostrano ancora, che chi le profferiva non sappia che a nulla giova alleggerire le sofferenze che sopportano i rei politici, senza mutare il sistema governativo» II Re di Napoli avrà da un pezzo in qua diminuita la pena ad un centinaio di persone; ma durante questo medesimo tempo più di, mille altri sono stati imprigionati come rei politici.

c Un' amnistia generale non servirebbe ad altro che a fornirgli, il modo per rinchiudere nel carcere anche gli emigrati. Eppure, le parole profferite da Lord Clarendon nel Congresso di Parigi, ebbero un eco profonda in tutta Europa, e dimostravano che il Governo inglese conoscesse appieno la misera condizione del regno di Napoli, e quanto nobilmente comprendesse la vera missione di un popolo libero e potente.

«Quelle parole furono il principio della lotta tra le Potenze occidentali ed il Governo di Napoli. Non abbiamo noi il bisogno di ricordare, che se questa lotta si risolverà senza che sia mutato il sistema governativo di Napoli, la vittoria sarà di Ferdinando II; ne noi osiamo predire i danni che apporterà all'Europa il trionfo delle idee che ora si personificano in questo principe. Le Potenze occidentali non avranno che una sconfitta morale; ma in tempi in cui la forza dell'opinione publica è più potente di quella dei cannoni, una sconfitta morale è più amara e più pericolosa d'una disfatta campale».

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In sostanza, cambiate le parti questo memorandum potrebbe essere la espressione del vero, quando fosse non anonimo, come fu stampato, ma sottoscritto da quanti muoiono di fame nel nuovo regno d'Italia, o che, per non morir di fame, emigrano nel nuovo mondo.

A questo prezioso documento in italiano aggiungiamo il seguente in francese:

MEMORANDUM

du peuple napolitain envoyé aux cabinets de France et d'Angleterre (1857).

«La question napolitaine, depuis qu'elle a été traitée par les Plénipotentiaires assemblés à Paris pour résoudre la question d'Orient, a cesse d'être une question particulière pour devenir européenne; ce n' a pas été la philanthropie, ni l'humanité qui ont déterminé la France, et l'Angleterre à s'arrêter sur la condition présente du royaume de Naples; mais une raison plus haute et plus sérieuse.

«Les hommes d'État de ces deux pays ont vu que la réaction obstinée du gouvernement napolitain pouvait exciter une secousse qui ressusciterait les doctrines et les grands évènements de 1848, auxquels les monarchies de l'Europe n'ont échappé qu'après de longs efforts. Ils ont voulu conserver la monarchie, mais enlever aussi aux peuples, par une administration sage et libérale, tous prétextes de soulèvement. C'est cette pensée feconde qui a guide là politique des cabinets de France et d'Angleterre. Aussi ces cabinets n'ont-ils pas abandonné et ne peuvent ils pas abandonner la question napolitaine: C'est ici qu'est le nœud de la pacification de la Péninsule entière; La question napolitaine résolue, en même temps serait résolue celle de l'occupation des petits États de l'Italie centrale, et la France et l'Angleterre auraient ainsi lié à leur politique comme à leurs intérêts cette belle et importante partie de l'Europe (dalla quale politica e dai quali interessi i Principi legittimi la volevano indipendente).

«C'est pour cela qu'étant appelées à mettre un terme à notre question diplomatique, la France et l'Angleterre doivent jeter un regard sur la situation intérieure et extérieure du Royaume, sur les conditions générales dans lesquelles nous nous trouvons ainsi, en connaissance de cause, ces puissances pourront pourvoir en même temps au salut de la monarchie et du peuple, concilier et mettre en harmonie ces deux intérêts, en apparence opposés. Nous appelons sur ces considérations l'attention des grands hommes d'État de France et d'Angleterre.

Question intérieur

«Après l'abandon de Naples par les Français, les Bourbons réintégrés respectèrent le nouvel ordre de choses, savoir le nouveau code

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et la nouvelle administration, introduits par les Français; ils s'attachèrent plutôt à les améliorer (il l'avait bien de quoi!) l'un et l'autre. Néanmoins le vice de notre gouvernement ne tarda pas à se révéler. D'excellentes lois furent établies, mais dans l'exécution le gouvernement favorisa une partie de ses sujets au détriment de l'autre, et l'on vit l'une toute puissante, tandis que l'autre était réduite à la servitude. De là les mécontentements, et ensuite la révolution de 1820 qui, si on veut bien la considérer, n'eut qu'un seul but: celui d'arracher des mains de certains hommes l'administration de l'État qui devenait si injuste et si réactionnaire, pour la remettre au peuple. On voulait une garantie pour le maintien de la justice et l'efficacité des lois; et cette garantie se trouve seulement dans le régime parlementaire, dans lequel le regard du peuple, fixé sur le gouvernement, l'oblige a faire régner les lois autrement qu'en paroles.

«Mais l'Europe inclinait alors vers la monarchie absolue, et la Sainte Alliance, voyant d'un mauvais œil la constitution napolitaine, la supprima par les armes étrangères. On n' osa pas violer les lois, mais derrière le gouvernement apparent on établit un gouvernement occulte qui, dirigeant tout sous le con vert de l'administration ministérielle officielle, rendait inutiles les lois reconnues. Le pays se divisa en deux, et le parti vaincu se vit exclu de tous les emplois publics et enfin du bénéfice de la justice civile. Il sembla cependant qu'en 1830 nos affaires allaient s'améliorer: Ferdinand II réconcilia les deux partis, s'entoura et s'aida des conseils d'hommes que quelques années auparavant on avait persécutés. Avec les Muratistes il réforma l'armée, avec les Muratistes il réforma l'administration civile et judiciaire. Il n' l'avait plus de partis; il n' l'avait qu'un peuple qui bénissait le nom du Roi. Le Roi, dit on, nourrissait la pensée d'accorder une constitution libérale. Mais les secousses de la Romagne, de la Lombardie et ensuite du Piémont, le surprirent; la révolution de Pologne, éteinte dans le sang, étourdit les souverains, la crainte reprit le dessus et Naples suivit la triste politique réactionnaire. Les défiances se réveillèrent, et ensuite les conjurations, les jugements et les condamnations; le gouvernement devint ombrageux et reprit la vieille coutume de corrompre l'administration par le moyen des agents secrets qui en faussèrent l'équité et la pratique. Néanmoins les esprits restaient libres, et se portaient naturellement à considérer l'état de leur pays; ils reconnaissaient avec douleur qu'il l'existait des lois, mais qu'elles demeuraient lettre morte et que les Ministériels dominaient seuls: sorte de gouvernement arbitraire et inconstant dont on ne peut jamais prévoir ni prévenir les effets. Ainsi naquit dans les esprits le besoin impérieux d'avoir une garantie contre l'arbitraire de ce gouvernement de police, et on la trouva dans la constitution. On eut cette constitution; le 10 février 1848, le Roi la reconnut librement, la jura librement. Il l'eut des excès commis, mais ils appartenaient à une faction condamnée par les hommes les plus éclairés. Le 15 mai, éclate un complot; Tolède est barricadée, et une collision s'engage

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entre le gouvernement et le peuple. Le Gouvernement l'emporta, et le 17 mai, dans un décret émané spontanément de sa libre volonté, le Roi déclara vouloir conserver la constitution intacte, et considérer ces regrettables événements comme l'œuvre d'une faible minorité turbulente. Les journaux, organes du gouvernement parlèrent dans le même sens. Cependant la révolte recommença dans les Calabres; le gouvernement vainquit les rebelles et pacifia ces provinces en proclamant qu'il conserverai la constitution. Puis il se préparait à reconquérir, comme c'était son droit, l'ile de Sicile, et dans toutes les proclamations des généraux ne cessait de faire retentir la promesse d'un gouvernement libre. Toutefois les chambres réunies à Naples étaient suspendues et ajournées jusqu'en février 1849, et au mois de mare on assurait par la bouche du Ministre qu'il serait fait de nouvelles élections et que les nouveaux députés donneraient à la question politique la solution attendue. Les arrestations commencèrent, et les hommes les plus distingués parmi les députés furent saisis. On ordonna leur procès, et l'on fit peser sur eux tous des charges terribles. Le pays regardait consterné, mais sans bouger. Et voilà que le gouvernement, sans qu'aucun autre prétexte, sans qu'aucune autre révolte lui en fournit l'occasion, casse le statut librement accordé, et fait condamner aux fers ou à l'exil les hommes les plus remarquables du Royaume. Il parait cependant impossible d'expliquer que le gouvernement n'ait d'abord pas osé, le 15 mai, détruire l'ordre constitutionnel, et qu'il l'ait fait ensuite sans aucune raison nouvelle, par le moyen d'une réaction lente et dissimulée. De fait, le statut ne fut jamais abrogé, et on voit subsister la monstrueuse contradiction de deux gouvernements, dont l'un, écrit et juré, n'est pas mis en pratique, et dont l'autre, non écrit, mais secrètement consenti et juré par une minorité, es| exécuté d'une manière impitoyable. Les lois se sont tues, et la police secrète a eu seule et continue d'avoir pleine puissance. C'est ainsi que s'est répandue dans les esprits la terreur d'un gouvernement dont l'œil et la main se cachent dans l'ombre, et qui pèse sur toute la nation avec une police vigilante et cruelle. Maintenant le gouvernement est livré à des administrateurs qui veulent maintenir l'état actuel des choses; et tandis qu'on prêche la paix à l'étranger, on effraie le Roi par le récit de conjurations incessantes et avec de nouvelles arrestations. (Non esistevano forse le congiure incessantiì)

«Nous avons de bonnes lois, mais elles sont lettre morte, et dans toutes les branches de l'administration civile et judiciaire, c'est l'arbitraire qui gouverne.

Question intérieur

Déjà la situation du Royaume des Deux Siciles avait plusieurs fois attirer l'attention de la France et de l'Angleterre, mais la guerre d'Orient avant éclaté, toute question partielle se tut, et les deux grands peuples concentrèrent toutes leurs forces en Crimée. Ils avaient parfaitement compris que dans la victoire sur la Russie sé trouvait la solution de toutes les questions européennes. En effet, le congrès rassemblé à Paris eut deux grandes pensées,

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la première de saurer la Turquie de la Russie, l'autre de faire cesser dans l'Europe l'état réactionnaire pour la conduire à un progrès libre et modéré. Napoléon III a dit que la paix est le progrès; et nous, nous voulons cette liberté qui est une amélioration, et non le désordre révolutionnaire. La question napolitaine a occupé les Plénipotentiaires, et ils se sont principalement arrêtés à considérer l'état du Royaume de Naples. On sait que, voulant respecter la liberté de la monarchie napolitaine, la France et l'Angleterre avaient entremis leurs bons offices pour persuader au gouvernement de Naples de se départir du. système de réaction et de se réconcilier avec le peuple par le moyen d'une sage administration et d'une large amnistie. Le Gouvernement napolitain eut recours à des subterfuges (?!) et à des refus qui ne furent pas acceptés, et les Ambassadeurs de France et d'Angleterre abandonnèrent Naples. Le Gouvernement essaya de la conciliation, et adopta trois moyens pour contenter la France et l'Angleterre: le traité avec la République Argentine pour la déportation des condamnés politiques, une amnistie et l'envoi de commissaires inspecteurs de la justice. En même temps, pour montrer quel cas il faisait des bons offices de la France et de l'Angleterre, il releva l'échafaud politique, ce que jamais antérieurement il n' avait osé faire, et condamna à mort Milano et Bentivegna. Et cela, lorsqu'il promettait de l'humanité et des concessions. Il dit que ses sujets sont contenta, et pourtant on les arrête pêlemêle, aussi nombreux qu'ils se trouvent dans le,s salles de billard et dans les cafés, et on les jette en prison, (perché non citare i fatti?), et on donne a la Police de la Préfecture de Naples de nouveaux pouvoirs pour opérer des visites domiciliaires et des arrestations.

«C'est ci le lieu d'examiner une a une les trois concessions sus énoncées.

«1°. Le traité avec la République Argentine est manifestement injuste, parce que, selon les lois pénales, les condamnés à mort peuvent seuls avoir leur peine commuée en celle de la déportation. Or donc, pourquoi, par une violation manifeste de notre code penal, des condamnés aux fers et de simples accusés doivent ils être soumis à une peine qui équivaut a celle de la mort? La France et l'Angleterre, il est vrai, ont leurs condamnés à la déportation, mais sur les plages où on les dépose, les déportés français et anglais continuent à jouir du bénéfice des lois libérales de leur pays. A quelles lois seraient soumis les déportés napolitains? Cela est un mystère; la seule chose qui soit bien claire, c'est qu'ils seraient abandonnés à leur propre infortune.

«2°. La mesquine amnistie du 2 mars a seulement réduit la peine des condamnés politiques qui se trouvent dans les prisons et les maisons de réclusion. Mais de ceux qui sont condamnés aux fers et aux travaux forcés à perpétuité, on ne dit mot. Il reste, en outre, un nombre infini r exilés, dont il n'est fait aucune mention. Et puis nous savons que le bénéfice de 1'amnistie a été restreint, par les,soins de la police, aux seuls individus nominativement


vai su


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désignés sur une liste. Cette amnistie est encore une machine, et notre gouvernement n'a pas voulu qu'elle fut générale!

«3°. Les commissaires qui doivent parcourir les provinces pour vérifier l'exécution des lois sont des sujets contents du régime; hommes du gouvernement, (avrebbe dovuto scegliere rivoluzionarii!) ils ne peuvent que porter un jugement conforme à ce que le gouvernement leur a déjà prescrit de dire et d'écrire. Le Gouvernement ainsi prend ses précautions pour que ces hommes lui préparent un panégyrique, et pour prévenir l'opinion des politiques de l'Europe.

«Faisons toutefois observer a la Fronce et à l'Angleterre que la question napolitaine n'est pas tranchée, et qu' elle est de nature à devenir le premier et nouvel anneau dJ une grande complication en Europe. Et si l'histoire du passé est une lumière pour l'avenir, nous en tirerons argument pour confirmer ce que nous avançons. En effet, vers la fin de 1847, et dans les premiers jours de 1848, le Gouvernement de Naples s'obstinait seul contre les réformes, dans la voie desquelles étaient entrés le Pape d'abord, aux applaudissements universels, puis la Toscane et le Piémont. Les députés de la gauche dans le Parlement français attaquaient le gouvernement, parce qu'il n' entremettait pas ses bons offices pour faire cesser à Naples la mésintelligence entre le souverain et le peuple. En France il avait ainsi germé dans la plupart. des esprits un mécontentement qui, éclatant le 22 février, renversa le trône de Louis Philippe. Maintenant les questions politiques européennes ne marchent plus isolément; elles s'enchament au contraire par des anneaux invisibles. Il est certain qu'en France les "esprits e sont pas calmes; un soulèvement qui éclaterait à Naples, et qui ne serait pas prévenu à temps, ne pourrait-il pas avoir encore les mêmes effets en France et abattre la nouvelle monarchie? Que l'Empereur Louis Napoléon avec on génie prévoyant considéra ces causes et ces effets simultanés. '

Question complexe

«Les Napolitains ne demandent pas des choses injustes ou chimériques; ils demandent qu'on leur rende la légalité et qu'on remette en vigueur ce Statut, qui n'a jamais été abrogé par aucune loi, ce qui montre que dans l'esprit et la conviction du Roi lui même, il est toujours la loi suprême de l'État. Nous aussi nous voulons faire partie de la grande famille européenne, marchant à la civilisation et au progrès, et ne pas rester séquestrés des autres peuples voisins par un gouvernement qui persécute le talent, et qui met toutes sortes d'entraves à l'industrie et au Commerce (lo stesso Cavour smentiva quest'asserzione). Tout État progresse, non par Faction simple et exclusive du gouvernement, mais par l'action de toutes les facultés de tous les individus. De même que le libre développement du talent ouvre de nouvelles voies à la. grandeur morale et civile l'un peuple, ainsi le libre développement de toutes 'les activités fait

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progresser le commerce et l'industrie. Le gouvernement ne doit pas s'opposer à ce libre mouvement, mais il doit le guider, pour qu'il n'engendre pas le désordre et la confusion. Un gouvernement qui craint le talent et l'industrie est homicide du peuple qu'il représente et de lui même. Un gouvernement qui abandonne à elle même toute œuvre humaine, sans en prendre la direction, ouvre passage à l'anarchie et ensuite à la barbarie. De la combinaison de l'action gouvernementale avec la liberté nait le véritable et légitime progrès. Nous voulons que nos lois soient maintenues et exécutées, et l'unique remède est le gouvernement parlementaire, qui en détruisant l'arbitraire de la Police secrète, accorde l'empire aux lois seules et constitue en même temps le Roi et le peuple gardiens de leurs propres institutions.

«S'il est vrai, comme l'affirmait le Gouvernement napolitain dans son memorandum, que ses sujets soient satisfaits de l'administration actuelle, pourquoi, au lieu d'envoyer des commissaires inspecteurs, ne convoque-t-il pas un Parlement pour donner ainsi, par un vote libre de tous les citoyens, un solennel démenti aux rares libéraux qui forment un parti, une réponse publique et éclatante à la Franco et à l'Angleterre? Mais non: notre gouvernement craint une telle épreuve, parce qu'il sait que' tous ses sajets n'exprimeraient que ce seul vœu: nous voulons la Constitution. Ce vœu ne serait pas subversif, parce qu'il est juste qu'un peuple qui pense et qui écrit, qu'un peuple aussi avance que les autres nations d'Europe dans la civilisation, désire prendre part. à l'élaboration et a l'exécution des lois qui le régissent. Il n'y a qu'une solution à la crise dans la quelle nous nous trouvons: que le gouvernement abandonne noblement la réaction et remette en vigueur le Statut de février. Considérons que si tout désir de liberté constitutionnelle s'était éteint dans les cœurs, la réaction qui dure depuis neuf ans, et qui ne parait pas vouloir finir, serait inexplicable et féroce. Un gouvernement qui est en paix avec son peuple fait do l'administration, et non pas de la réaction; or nous demandons quelle est la nature de l'administration napolitaine? Si elle est réactionnaire, le gouvernement se condamne lui-même, parce qu'il avoue que la généralité de ses sujets n'est pas contente de son système. Avec la restauration du Statut, la terrible situation dans laquelle sont placées Naples et les provinces cesserait aussitôt, et la monarchie des Bourbons trouverait de nouveaux appuis. Si la maison régnante est sage, qu'elle place ses racines et ses fondements dans l'amour universel de son peuple.»

Le cose da noi narrate, e quelle che narreremo rispondono più che non bisogni a documenti basati solo sul falso e sulla contraddizione. Ma l'accusa principale risguardando il fatto della abbandonata Costituzione, crediamo conveniente rispondervi subito con le belle parole dell'autorevole De Sivo, che rechiamo, testualmente.

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CAPO IX.

LA COSTITUZIONE DI NAPOLI E UNA PAGINA DEL DE SIVO.

- Le mene settarie, l'abbiam veduto a più riprese, ad onta di tali Memorandum, e del relativo appoggio di Francia e d'Inghilterra, poco attecchivano nel paese, dove i fatti parlavano agli occhi; all'estero si credeva tutto! Sogliono gli uomini, giudicare delle cose altrui con idee proprie. Gli Inglesi tengono per vangelo che niuno possa aver libertà senza parlamenti costituzionali; e il lavorio fitto di cento anni ha divulgato tal credenza in Europa; e benché se ne sien fatti più mali sperimenti, pur non è ancora caduta tal fantasia dell'età, che pretende dare una forma di governo per tipo a tutti i popoli. Posto adunque che solo le Costituzioni dien libertà, restava di conseguenza chiarito tiranno il governo delle Sicilie, che non richiamava i parlamenti. Oggi abbiamo cento esempii di tirannidi costituzionali, riuscite oligarchie pugnaci e rapaci. I Napolitani, popolo pratico, visti i guai del 20 e del 48, e i debiti fatti, voleano piuttosto restar ricchi con Re assoluto, che impoveriti co' deputati; ma la volontà popolare strombazzata sovrana quando spingesi a rivoltura, perde ogni simpatia de' liberali quando chiede ordine e quiete.

Dimostrazioni contro la costituzione

Richiamare i parlamenti nel reame a quel tempo era abdicare; il popolo il vedeva, ne volea sentirne. Il ministero retto dal Fortunato ben sei sapeva; ma, non so bene chi consigliante, provocò o sopportò un fatto che fu grave errore. Un Doria di Cervinara (stato carbonaro nel 1820), e forse qualche altro, si vide misteriosamente per le provincie a sussurrare sull'opportunità di chiedersi l'abolizione dello Statuto. Questa scintilla bastò. La gente stracca di politica volea riposare; nauseata de' frutti costituzionali, correva volonterosissima. Dall'Agosto 49 al Marzo 50 fu sul continente uno scrivere indirizzi al Re di quasi tutti i municipi e collegi giuridici amministrativi. Sommarono a 2283, di cui molti dettati avanti Notai, con dichiarazioni d'essere voti volontari universali; solo i municipi furono 1559.

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Primo fu Abruzzo ultra in agosto, seguitò Capitanata in settembre, Terra di Lavoro e Basilicata in ottobre, e così l'altre. Pompose deputazioni presentavansi al Sovrano. I firmati furono centinaia di migliaia, sariano stati milioni se avessero fatto entrare i contadini. Era un abbonamento de' tre colori, uno stomacar di brogli elettorali, un deridere le spavalderie de Nazionali, Massime ne' paeselli quei dimenarli, quei strascici di sciabole, quei spallini d'oro di capitani posticci, quel cicaleggio e rumore inconsueto, quello star sempre sull'arme, e il doversi guardare il suo da tanti scarcerati ladri, erano incentivi all'antico. Pure è vero che molti s'astennero, e anche alquanti de' sottoscrittori facesserlo per paura o interesse. Chi mal s'era portato,.credeva con quella firma cancellare il passato, e anzi sollecitava altri; perché la malizia umana si fa arma del bene e del male. Fur di questi parecchi liberalissimi del 1860. Pur si vide qualche uffiziale pubblico, qualche Gentiluomo di camera del Re, pur di qualche municipio a ricusarsi; il che mostra non pativan forza.

Dimostrazioni contro la costituzione

Attitudine dell'arcivescovo di Napoli e del Clero

Fé' rumore il fatto dell'Arcivescovo di Napoli, Cardinal Sisto Riario Sforza. Richiesto da parrochi se avessero a firmare quelle petizioni, rispose: - no, dovere 1 sacerdoti stare intenti ai sacri uffizi. - E quando un uffiziale di Ministero glie ne tenne discorso, gli replicò: «Quando il Sovrano die lo Statuto, ebbe in consiglio militari, magistrati e amministratori, non ecclesiastici; questi ubbidirono alla nuova legge, e ubbidiranno all'abolizione; che per essi è buono ogni governo cristiano, che dia modo alla Chiesa d'operare il bene; ma non denno mescolarsi in cose estranee al loro santo ministero.» E al mattino, ito a Caserta,le stesse cose ridisse al Re, il quale benignamente le approvò. Subito su tal fatto se ne strombazzarono di grandi, e, tra le altre,che il Cardinale ordinasse con lettere pastorali a preti la ricusa. In quanto agli indirizzi fu un coro di tutti i giornali liberaleschi gridanti allo scandalo, al sopruso. Poche centinaie ragunaticce a 27 Gennaio 1848 avevano chiesto lo Statuto a Toledo, ed erano in diritto; ora quasi tutti i municipii del Regno ne chiedevano la revoca, e non avean diritto! Le provincie aveano subito una rivoluzione voluta da un cantuccio di via di una città, e ora non poteano levare la loro voce contro quella tirannia liberalesca che distruggeva la loro prosperità. Fu stampato, i voti strapparsi con baionette e guai a chi ricusasse; ed anche oggi qualcuno ha detto, quella richiesta essere stata una maniera d'imposto ,plebiscito.

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Parmi i ministri non avriano dovuto riconoscere ne' municipi e ne' privati, e meno negli impiegati, così fatto diritto di petizione. Lo Statuto dato spontaneamente dal Re, senza richiesta di costoro, ben poteva ritrarsi senza loro istanza. Scopo sociale è la prosperità umana, le costituzioni sono forme variabili e sperimenti; chi può mutarle una volta, può anche rimutarle, massime quando ne va di mezzo la pace e il sangue dei soggetti. E quando una fazione tendente a scardinare la potestà, si valea delle franchigie per farsene leva, era carità, era dovere lo abolirle. Le Costituzioni del 48 caddero tutte per questo, né solo in Napoli, ma in Francia, a Vienna, in Toscana, a Roma, perché impossibili con la pace, supremo bene. E come negarlo, se Torino sola, che la serbò, divampò tosto in tanto incendio a danno di sé e degli altri?

La costituzione è abbandonata

Ferdinando non potea tener lo Statuto senza frangere la integrità della Monarchia. Riconquistata Sicilia, non era possibile riconvocarvi i parlamenti e non fiaccare lo scettro; e riconvocarlo in Napoli soltanto era aver due regni, non quell'uno garantito da tutta Europa; era cacciarsi fuor del suo dritto quasi Re nuovo, costretto forse a pitoccare riconoscimenti da quelli appunto che il regno gl'insidiavano. Adunque l'esempio altrui, sicurezza di regno, ragion di stato e desìo di popolo, faceangli suprema necessità di tornare all'antico.

Ma il ministero, o forse il Re, non volle farne una legge. Corsero prattiche diplomatiche all'estero, che restarono segrete. Si sussurrò che Nicolò di Russia, interpellato, rispondesse disapprovare la Costituzione data, ma non consigliare a ritorla; che Austria suggerisse piuttosto abbandonarla che rivocarla. Ma Austria stessa sul principio del 52 e anche Toscana l'abolirono con legge. Credo Ferdinando non pel consiglio, ma forse per l'opposto, cioè di fare l'inverso degli altri, come era sua natura, e mostrare di essere indipendente da ogni estera pressione, non abolì ma lasciò abbandonato lo Statuto. E fu grave fallo, che tenne deste le speranze settarie, die presa alle calunnie, mise faccia d'illegalità al governo e tenne il regno in un provvisorio lungo, che mise capo al 1860. Ne seguì governare incerto, trepidazione negli uffiziali, un non far davvero, un aspettare gli eventi. Ma già quegli uomini, quelle cose, quei tempi erano mezzani; fiacche le opere e le volontà, fortissimo solo Ferdinando, non bastante a tutto. I congiuratori si credettero temuti, o delle trepidanze governative si fecero pro, per meglio di nascosto costituirsi. La nazione credè passato l'uragano e si adagiò sulle rose; faceva canzoni pel Re, sbeffeggiava i liberali, e poi non ai pensò più.

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Le imposte, si pagavano senza sforzo, le recluto, con viva al Re correvano a militare; una quiete, una sicurezza piena promoveva un prosperoso incesso d'industria; aboliti i tre colori, tacenti le Camere, anche il giornale ufficiale cessò d'appellarsi costituzionale a 5 giugno 1850. V'ha tuttodì chi dice per questo esser caduta la monarchia nel 1860; con la Costituzione sarìa caduta prima, o che i Borboni avrian dovuto fare come il Savoiardo; diventar settari e ruinare il regno e l'Italia con la fatua idea dell'unità. Ferdinando rattenne dieci anni l'Italia dal cadere in questo abisso.

Era Ferdinando spergiuro?

La setta gridò lui spergiuro; ma voglionsi poche nozioni di morale a giudicarne. Un giuramento va mantenuto, sinché si possa senza colpa: se la cosa promessa, benché prima buona, diventa inala o impedisce maggior bene, o genera maggior male; se manca il fine della promessa, se per lo eseguimento sopravvenga pericolo altrui di morte, infamia o ruina, in tai casi é dovere non mantenere il giuro (Non est vinculum iniquitatìs). Fu empio Iefte che eseguì la promesse di uccidere la figlia; empio Erode, che pel giuro diè la testa del Battista alla ballerina; né fu spergiuro Coriolano, che non arse la sua patria, Roma; né s'oserà dire che bene operassero i giuranti pugnalatori del famoso Veglio della montagna. E Ferdinando dovea per la Costituzione mettere il reame in fuoco, farvi templi protestanti, aprire scuole di lascivie, corrompere il popolo, assalire il Santo Padre, e diventar V. E.?

S'era giurato supponendo il popolo volesse lo Statuto nuovo, visto il vero popolo reagire, il volerlo a forza e a dispetto della nazione era un controsenso. Si supponeva portasse felicità, ma recò lotte, sangue e debiti; si supponea chiesto a fin di bene, e si provò chiesto per far repubblica sociale; si supponeva afforzasse lo Stato e il Trono, e si scoperse divisore di animi, rovesciatore di trono; si sperava desse pace, e diè barricate, proditorii e guerra civile. Qual popolo il chiese? Dato, qual bene s'ebbe? Vi fu più requie co' parlamenti? Hanno, o pur no, i popoli dritto a star quieti, e alla guarentigia delle persone, delle robe, della morale e della religione? Il giuramento invoca la presenza della divinità, e col nome di Dio è implicito il bene. Non si può giurare il male.

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Ridevolissima è quell'accusa di spergiurazione in bocca a settari, infrangitori d'ogni santo giuro, discioglitori de' voti religiosi, felloni di mestiere, i quali han poi sfacciatamente plaudito all'infrazione de' giurati patti di Zurigo dal loro re galantuomo: per essi va mantenuto il giuro del pigliare, non quello del tutelar lo altrui. - Fin qui il De Sivo (1).

A compimento di questo primo periodo delle cose napolitano ci fa d'uopo aggiungere un capitolo che ci porgerà modo di raccogliere più d'un fatto degno di nota.

(1) Giacinto De' Sivo, Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861. vol. 2 pag. 237-242.

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CAPO X.

DOPO LA PARTENZA DEI PLENIPOTENZIARI FRANCESE E INGLESE B COME SI FA LA STORIA AI NOSTRI GIORNI.

Abbiamo detto, a suo luogo, della partenza dei plenipotenziarii di Francia e d'Inghilterra da Napoli. Abbiamo fatto rilevare colle parole di uomini della rivoluzione il contegno delle popolazioni napolitano in quell'incontro. Ci rimane da dire qualche cosa su quel fatto grave in diplomazia, e lo facciamo riportandoci alquanto indietro fino a quell'epoca, e valendoci di storici rivoluzionarii. Premettiamo un documento che non vuole essere dimenticato, ed è la lettera del cav. Severino, segretario di re Ferdinando II, con cui comunicava al Carafa, Ministro di Stato a Napoli, gli ordini del suo Sovrano circa il contegno da mantenere di fronte ai plenipotenziarii che minacciavano di partire.

La lettera era del seguente tenore:

Castellamare, 3 Giugno 1856.

Istruzioni di Ferdinando II al Carafa

«Il Re ha presso di sé e ritenute le lettere che a lei venivano istruzioni consegnate dai ministri d'Inghilterra e di Francia. È augusto volere che, se Ella, signor Commendatore, incontrerà i due signori Temple e Brennier, e se faranno insistenza, potrà dir loro a voce che nessun Governo ha il diritto d'immischiarsi negli affari degli altri, e molto meno di giudicare con modo improprio la sua amministrazione, e specialmente della giustizia, nella quale, come in tutti i rami, non crede S. M. sia nulla a ridire. Col bel pretesto di dissipare e prevenire rivoluzioni, vogliono produrre rivoluzioni. Che se qualche movimento di disordine pubblico possa, Iddio non lo voglia, accadere, sia in Napoli sia in Sicilia, sono essi che l'hanno suscitato e lo susciteranno, e faranno rialzare lo spirito rivoluzionario non solo nel nostro paese, ma nell'Italia intiera, con quelle loro indecorose protestazioni a favore dei principali agitatori. Dica loro che, prima d'usare atti di clemenza, bisogna pensare che questa genìa è la maggior parte incorreggibile. Aggiungerà ella di più che, se sino ad ora il Re ha potuto esercitare la sua clemenza, attualmente non può esercitarla per colpa di tutti

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questi passi che fanno tutti cotesti Governi protettori di siffatta gente. Sarebbe ciò un incentivo a nuove pertubazioni, e il Governo non può da sé preparare nuovi moti al paese. Dovrà intanto, signor Commendatore, procurare di vedere i Ministri di Russia, Austria e Belgio, affine di dir loro d'aver ricevute queste proteste, e delle risposte fatte e che farà d'ordine del Re (1).»

Dopo la surriferita lettera Nicomede Bianchi, a pag. 296 vol. VII cap. Vili, con mal velato dispetto, rivelando le gelosie tra Francia e Inghilterra, scrive:

Gelosia di Francia e Inghilterra

- Per meglio invogliare Ferdinando a far viso arcigno alle sollecitazioni dei Governi di Francia e d'Inghilterra, valsero le notizie inviate dai suoi legati. Carini scrisse da Londra che i Ministri della Regina, divenuti assai sospettosi che Napoleone mirasse a fomentare sottomano la rivoluzione nell'Italia meridionale per mettere Murat sul trono di Napoli, si mostravano sfreddati d'ingerirsi nelle cose interiori del Regno (2).

Antonini telegrafò da Parigi che l'Imperatore, conosciute meglio le condizioni della Penisola, aveva mutato linguaggio coll'Inghilterra. L'alleanza della Francia coll'Austria, l'attitudine presa dal Clero francese, la disapprovazione palese e unanime dei conservatori, anche partigiani dell'Impero, sul contegno tenuto dal Congresso, verso le cose italiane, essere le cagioni principali di questo mutamento di politica (3).

Intanto i Governi di Francia e d'Inghilterra smaniavano di riannodare le relazioni col Re di Napoli e diplomaticamente procacciavano per tutti i modi, che Ferdinando II facesse un atto, un passo qualunque verso di loro per toglierlo ad occasione di ravvicinamento e riallacciare le relazioni senza scorno da parte loro. Ma Re Ferdinando, altiero della propria dignità e dell'onore della Corona, fu inflessibile. L'imparziale Nicomede Bianchi, degno storico della Rivoluzione, si svelenisce contro il Monarca napolitano, ed, appiccandogli la taccia di superbo testardo, si da il fastidio di svolgere le prattiche diplomatiche di quel tempo.

«La Russia, dice egli a pag. 298 (loc. cit), patrocinava all'aperto la causa del Re di Napoli, e poiché a quel tempo Napoleone ne cercava l'intima alleanza, così le pratiche della diplomazia moscovita

(1) Lettera riservatissima del Severino al Carafa, Castellamara 5 Giugno 1856. Nicomede Bianchi, storia documentata della diplomazia europea vol. VII, pag. 295.

(2) Dispaccio cifrato Carmi, Londra 20 Maggio 1856 - loc. cit. pag. 296.

(3) Dispaccio cifrato Antonini, Parigi 28 Maggio 1866. - loc cit

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trovarono in Parigi buone accoglienze (1). Con un pò di destrezza e di arrendevolezza il Governo napolitano poteva cavarsi d'impaccio, togliendo all'Inghilterra l'appoggio della Francia, e fornendo a questa il modo di uscir con decoro dalla via delle rimostranze in cui era entrata. A ciò fare esso si trovò quasi pregato. Napoleone disse al Barone Brunow, che subito lo fece sapere a Ferdinando: «Ritarderò di dieci giorni a richiamare la legazione francese da Napoli per dar tempo allo Czar di capacitare il Re a cedere in qualche cosa (2).»

Consigli interessanti della Russia. Arrendevolezza della Francia

A indurlo in questa persuasione, Gorkiakoff faceva dire a Ferdinando. che non era un umiliazione per lui cedere alle rimostranze di due grandi Potenze marittime: si rammentasse bene che la Russia altro non poteva prestargli fuor del suo appoggio morale; che essa si trovava in condizioni tali da doversi tenere in termini d'amicizia colla Francia e coll'Inghilterra, ove anche trascorressero ad atti ostili verso il regno di Napoli. Bramava il Re d'avere efficaci aiuti dalla sincera amicizia dello Czar delle Russie? Indirizzasse una nota confidenziale ai gabinetti di Londra e di Parigi promettendo qualche riforma, si gratificasse l'imperatore Napoleone, offrendogli spontaneo lo scarceramento di Poerio e di Settembrini; autorizzasse l'ambasciator russo in Parigi d'annunziare all'Imperatore che il Re di Napoli presto gl'invierebbe un oratore straordinario, apportatore di riconciliazione (3). I ministri Francesi l'aspettavano non solo a braccia aperte; ma la incuoravano additando aperta, breve e facile la via. - Che il Re, diceva Walewski ad Antonini, mi fornisca un mezzo qualunque onde ci possiamo tirar fuori dall'affare con decoro, e io lo coglierò non con una, ma con due mani (4). - Che il Re, dicevagli Fould, scriva una lettera all'Imperatore per mettergli nelle mani lo scioglimento amichevole della controversia; vedrà che Napoleone diverrà il suo avvocato verso l'Inghilterra, e terminerà la questione senza che il Governo napolitano si trovi gravemente compromesso nella sua dignità. (5) - Tutto ciò, esclama indispettito il Bianchi

(1) Dispaccio circolare Gorkiakoff alle legazioni russe, Mosca 5 Settembre 1856.Dispacci riservatissimi Regina al Com. Carafa in Napoli. Mosca, 5, 6 e 14 Settembre 1856. - Nicomede Bianchi, loc. cit. pag. 298.

(2) Dispaccio riservatissimo Antonini, Parigi 20 Settembre 1856 -loc cit.

(3) Dispaccio cifrato, Regina, Pietroburgo 17 Settembre 1856 -

(4) Dispaccio riservatissimo dello stesso. Pietroburgo 10 Ottobre 1856 - loc. cit. pag. 299.

(5) Dispaccio riservatissimo Antonini. Parigi 20 Settembre 1856. - loc. cit.

(6) Dispaccio Antonini, Parigi 18 Settembre 1856 - loc. cit..

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(non avvezzo a simili atti di reale fermezza e dignità) valse a nulla. - «No e poi no, rispose Ferdinando, a Gorkiakoff e a Walewschi. Le fattemi proposte sarebbero atti di estrema debolezza a danno della mia corona; e a vantaggio del partito rivoluzionario. Mi si lasci tranquillo» (1). -

Strana concordia di alleati.

Francia e Inghilterra, prosegue a dire il Bianchi, s' erano tropp'oltre avventurate nella questione per poter retrocedere serbando incolume il proprio decoro. Ma da che la politica, che la prima seguiva verso la Russia e la seconda verso l'Austria (strana concordia di cotesti alleati occidentali!) interdiceva loro di troncarla cogli estremi argomenti della forza, deliberarono di non passar oltre all'interruzione delle consuete relazioni diplomatiche. Fu a di 21 ottobre 1856 che i legati di Francia e d'Inghilterra presentarono al Carafa ciascheduno una nota per ragguagliarlo di questa deliberazione. La nota francese si limitava ad esprimere il dolore che il governo dell'Imperatore provava nel vedere il Governo napolitano deliberato a non dar retta alle sollecitazioni leali fatte dalla Francia nell'interesse della quiete dell'Europa (2). La nota inglese, più risentita dichiarava che il Governo della Regina non poteva continuare a mantener relazioni amichevoli con un governo, il quale respingeva qualunque consiglio amichevole per non togliersi da un contegno condannato da tutte le nazioni civili (3).

Fermezza di Re Ferdinando.

Ferdinando (è sempre il Bianchi che parla) s'aspettava queste rotture e non gli riuscirono moleste. Sul foglio ove stava scritta la nota francese, egli, di mano propria, nel rimandarlo al Carafa, scrisse: «Ha fatto bene di dare i passaporti, e si è regolato convenevolmente con quei signori. (4).» Poi gli aprì con precisione il suo pensiero con queste parole, che il Bianchi dice testuali: «Non siamo stati noi che abbiamo offeso la Francia e l'Inghilterra, ma sono state esse che hanno offeso noi; dunque non dobbiamo chiedere loro scusa. L'Europa intiera può dir ciò che vuole; ma qualunque proposizione deve partire da loro e non da noi; e lo sappiano tutte le Potenze europee (5).»

Lo storico liberale, non potendo far altro, maligna sull'attitudine irremovibile di Ferdinando II,

(1) Lettera del Car. Sederino al Comm. Carafa, Gaeta 12 Settembre 1856 - loc. cit.

(2) Nota Valewschi, Parigi 10 ottobre 1856. loc. cit. pag. 300.

(3) Nota Clarendon, Londra 10 Ottobre 1856 - loc. cit.

(4) Appunto sulla nota Walewschi di Ferdinando II, Caserta 21 Ottobre 1856 -loc. cit.

(5) Lettera di Ferdinando II al Carafa., Gaeta 24 ottobre 1856 - loc cit.

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e la dice «resistenza di piccol pregio dopo che Francia e Inghilterra avevano lasciato conoscere allo scoperto che non intendevano passare al atti ostili;» quasi fossero atti amichevoli Io scagliargli contro i rivoluzionar! di tutto il mondo, e cuoprire lui e il suo governo delle più obbrobriose calunnie solennemente smentite dagli stessi banderai della setta nel massonico areopago di Torino, siccome abbiam veduto e vedremo in seguito. Nicomede Bianchi crede di poter aggiungere, come Ferdinando II, praticando quella resistenza a scorno della eterna giustizia e della civiltà universa, non poteva riuscirgli proprizia la pubblica opinione, bene inteso, quella formata dalle società segrete, che ormai tutti sanno. Infatti Antonini scriveva in quel tempo al Carafa (e scriveva il vero), che nel Belgio e nella Francia era universale presso gli uomini onesti e cristiani l'ammirazione per la eroica resistenza del re di Napoli, e che negli ultimi giorni in cui era rimasto a Parigi aveva provato un vero trionfo per le ricevute attestazioni di simpatia da tutti i ceti; per il che a buon diritto poteva scrivere il Canofari da Torino: «La nobile figura del nostro augusto padrone diviene maestosa e imponente al disopra di quelle di tutti i monarchi suoi contemporanei.» E il Carini, che «tempo verrebbe in cui l'Imperatore Napoleone ringrazierebbe Ferdinando di aver salvato l'indipendenza del monarcato (1).» Ora ognuno vede quanto dicesse giusto il Carini; ma il Bianchi trova che «quei poveri cortigiani non vedevano più in là di una spanna!» Francia e Inghilterra, continua egli, nell'interrompere le relazioni diplomatiche col Governo napolitano procedettero con grande temperanza di modi. Dichiararono che non invierebbero nel golfo di Napoli le squadre navali, per non dare stimolo al malcontento di coloro i quali cercavano di crollare il trono del Re delle due Sicilie, e che inoltre protestarono come non intendessero passare ad atti ostili, e si dicessero parate à riannodare l'antica amicizia col governo napolitano, subito che si mostrasse volenteroso di provvedere ai suoi veri interessi (2) (che modestamente pretendevano conoscere esse meglio di lui).

Si cercano mediatori a Roma

Il Gabinetto di Parigi sperò, lo dice il Bianchi, di smuovere si cerca Ferdinando mediante i buoni uffici della Corte di Roma; ma Antonelli non volle assentirli (3).

(1) Dispacci Antonini, Bruxelles 28 novembre e 6 dicembre 1856 - Dispaccio Canofari. Torino 9 novembre 1856 Dispaccio Carini, Parigi 27 dicembre 1856- loc, cit. pag. 301. , '

(2) Moniteur, N. 25 ottobre 1856

(3) Dispaccio riservatissimo De Martino al Carafa in Napoli, Roma, 25 ottobre 1856. loc. cit.

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In Spagna.

Il tentativo fu fatto dal Gabinetto di Madrid. Il legato spagnuolo in Napoli si portò dal Ministro sopra gli affari esteri per leggergli un dispaccio del suo governo, pel quale, accennate le conseguenze funeste che potevano derivare per la pace dell'Europa dalla controversia insorta tra il governo napolitano e le due Potenze occidentali, venivano offerti i buoni uffizi della Spagna per giungere ad un amichevole ricomponimento. A meglio conseguirlo, il Gabinetto spagnuolo consigliava il re di Napoli d'introdurre spontaneo qualche riforma negli ordini governativi (1).

Ferdinando per rispondere sì servì del suo legato in Madrid, Marchese Riario Sforza, il quale, per espresso incarico del suo Re, notificò alla Regina e ai suoi Ministri, che il governo napolitano doveva rimanere qual era, e che essendo state le 'Potenze occidentali le prime a interrompere seco le relazioni diplomatiche, spettava ad esse di muovere i primi passi a riannodarle (2).

Nel Belgio

Una risposta identica ebbe il Re del Belgio, il quale dietro la domanda del governo inglese (lo noti bene il lettore) aveva cercato d'intromettersi paciero, studiandosi di capacitare Ferdinando della convenevolezza di scarcerare Poerio (personaggio ormai ben noto) e Settembrini (3),

Dopo di ciò, il Bianchi passa a dire, come Ferdinando II, quattro mesi prima delle accennate rotture diplomatiche, per levarsi la noia e il pericolo dei soverchi prigionieri politici, iniziasse prattiche colla Repubblica Argentina, e addi 13 gennaio 1857 venisse stipulata una convenzione per lo stabilimento sul territorio di quella Repubblica di una colonia di sudditi napolitani, condannati 9 detenuti politici, che colà verrebbero confinati in commutazione della loro pena.

In Prussia

Il Conte di Bernstorff, Ministro di Prussia a Londra, preseli. b (sono parole di Nicomede Bianchi) quel trattato a lord Clarendon, e nello stesso tempo, gli fece conoscere il vivo desiderio, del suo Governo, di vedere l'Inghilterra, nell'interesse della quiete dell'Europa, riconciliata colla Corte napolitana. - Il Ministro inglese non si mostrò per nulla arruffato. «Ebbene, riespose Clarendon, se il