Eleaml


In quest'opera, costruita su solide letture e su documenti diplomatici, l'autore, Ernesto Ravvitti, legge gli avvenimenti che portarono al crollo dei vecchi stati preunitari come la conseguenza del lento ma inesorabile lavorio delle varie congreghe massoniche che dominarono la politica liberale ottocentesca.

Non è un testo sul Regno delle Due Sicilie ma gli sono dedicate molte pagine interessanti. Soprattutto viene chiaramente delineato il ruolo determinante della Francia nella caduta del regno borbonico. Ruolo che molti amici sembrano dimenticare sopravvalutando il ruolo della perfida albione. Gli inglesi fecero la loro parte appoggiando la impresa garibaldina con supporto finanziario e logistico. I francesi diedero il loro appoggio ai Piemontesi lasciandogli invadere prima i territori del Papa e poi quelli napolitani.

Il nostro destino si compì sull'altare degli interessi geopolitici di queste due grandi potenze dell'epoca che usarono il Piemonte per raggiungere il loro scopo facendo opera di dissuasione su Austria e Russia per impedire il loro intervento armato.

Scrive Ravvitti a conclusione della sua opera: “La storia dell'umanità è un'alternata vicenda di discese al male e di ritorni al bene; i rinnovamenti non arrivano se non traverso alle espiazioni. “

Di espiazioni pensiamo che il popolo meridionale ne abbia attraversate tante, è ora che si riprenda il proprio destino.

Zenone di Elea – 22 Gennaio 2011


DELLE

RECENTI AVVENTURE

D'ITALIA,

PER

IL CONTE ERNESTO RAVVITTI.

"La società ha bisogno di grandi scosse, o di tristi prore, per ricondurla agli eterni principii d'ordine e di governo."

CAPEFIGUE.

LE CAUSE.

VENEZIA,

TIPOGRAFIA EMILIANA.

1864.

Vol. 01A

01_A - Delle recenti avventure d'italia (Le cause) Ernesto Ravvitti - Venezia, 1864 - HTML
01_B - Delle recenti avventure d'italia (Le cause) Ernesto Ravvitti - Venezia, 1864 - HTML
01_C - Delle recenti avventure d'italia (Le cause) Ernesto Ravvitti - Venezia, 1864 - HTML
02_A - Delle recenti avventure d'italia (Gli effetti) Ernesto Ravvitti - Venezia, 1865 - HTML
02_B - Delle recenti avventure d'italia (Gli effetti) Ernesto Ravvitti - Venezia, 1865 - HTML
02_C - Delle recenti avventure d'italia (Gli effetti) Ernesto Ravvitti - Venezia, 1865 - HTML
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02 - Delle recenti avventure d'italia (Gli effetti) Ernesto Ravvitti - Venezia, 1865 - ODT
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La Civiltà Cattolica, 1866 - Delle recenti avventure d'italia di Ernesto Ravvitti - ODT
La Civiltà Cattolica, 1866 - Delle recenti avventure d'italia di Ernesto Ravvitti - PDF


PROEMIO.

Un grande dramma, non ancora compiuto, sotto agli occhi nostri si svolse. Moltissimi gli scrittori che già si fecero a narrarne o commentarne le varie parti, gli atti, le singole scene; non per anche veruno che si accingesse, abbracciatone d'un solo sguardo l'insieme, a dettarne la istoria circostanziata ed intera.

E sempre pei contemporanei malagevolissima impresa esporre spassionatamente gli eventi di cui essi medesimi furono spettatori; ben più malagevole quando, viventi ancora gli attori, gli animi tuttavia concitati e discordi, gli sdegni mal sedati e sul punto di ridestarsi, l'ultimo atto del dramma, per avventura il più memorabile, rimanga a rappresentare. Forse sarebbe stato miglior consiglio di attenderlo. Comunque sia, se il rendere testimonianza alla verità è un dovere, penso di adempierlo, pubblicando in oggi queste pagine. D'altronde, l'oggi è il tesoro del nostro avvenire; oggi siamo sul limitare di un'epoca, do mani forse potremmo essere sul limitare di un'altra.

Se è vero della storia in generale quanto Giuseppe de Maistre scrisse in un libro immortale,

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che da tre secoli in poi l'istoria intera sembra non essere che una grande cospirazione contro la verità; senza dubbio è verissimo della storia contemporanea d'Italia, quasi affatto esclusivamente narrata con ispirito di parte e quasi sempre da cospiratori, intesi quando ad onestare e magnificare cospirazioni riescite, quando a favorire cospirazioni presenti, quando a predisporre cospirazioni avvenire. Ned è singolare. Tutto il dramma svoltosi a1 nostri giorni in Italia non è esso medesimo che una immensa cospirazione.

Uomini del passato, insofferenti e caparbii, che la fermezza che si addice a chi respinga gli eccessi scambiano colla ostinazione, e che piuttosto di cedere nella più piccola cosa si lascerebbero più volentieri mozzare la lingua o la mano, quasiché l'immobilità costante potesse essere decretato ordinamento della umanità, la cui destinazione in terra è di camminare all'acquisto onesto del meglio non meno che del vero;

Uomini del presente, affannati ad abbattere quel diritto di là del quale null'altro rimane che la violenza, che credono guidare mentre sono trascinati, e vogliono, a qualunque costo, che ognuno abbia ad essere del loro avviso;

Uomini dell'avvenire, che, prendendo per superiorità l'audacia del dire ciò che onest'uomo non direbbe, estremi in esigere, da nulla abboniscono, da nulla sanno astenersi, e col sogno di beni inarrivabili attraversano quei possibili, il cui conseguimento richiede fede e lealtà, tolleranza e carità;

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Sofisti, in cui l'abitudine all'argomentare fallace rimuove il sentimento del vero, che ricchi di pretensioni,. quanto poveri di senso pratico, vogliono regolato il mondo a lor guisa;

Gaudenti, surti dalle avventure, palleggiati dal caso, presuntuosi come tutto ciò ch'è limitato, inorgogliti dalle lautezze del momento, che trepidano pella durata di quel bene cui toccarono senza saperne spesso essi medesimi né il come, né il perché, e vestono la maschera di libertà per far questa abborrire coll'abusarne;

Arricchiti o sulla via di divenirlo, saliti o intesi a salire, soddisfatti o sul punto di esserlo, uomini d'ambizioni decrepite o d'ambizioni nascenti, ambiziosi resi paghi ed ambiziosi presso a cogliere il frutto di compiute viltà, mestatori di professione e mestatori di circostanza;

Pedanti usi a tutto incensare o tutto calpestare per partito deliberato, scrittori ergentisi a tirannelli dell'opinione, abbondanti di vuote frasi quanto scarsi di dignità, sempre pronti, purché la servile loquacità ben si paghi, a baciare il calcagno dei re della forza, ed agli oppressori arrecare la blandizia più vagheggiata collo stordire con fatuità sonore gli oppressi;

Tutti costoro doveano, quanto chi è avvezzo al crepuscolo, bestemmiare la luce come scompigliatrice, abborrire gli austeri insegnamenti della storia non falsata, ed accordarsi contro chiunque, sitibondo di certezza e di giustizia, venisse con franca, ferma, leale parola ad alzare la voce della verità rivelata a traverso le ipocrisie dei Giani bifronti, le ambagi di una politica senza nome, le finissime arti delle società secrete,

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la voce della verità venuta a galla sopra un vortice di documenti diplomatici contraddittorii e mendaci, di libri d'occasione, di opuscoli fugaci, di effemeridi interessate, di dispute indecorose, di scritture leggere ed appassionate, di esposizioni sporte a frantumi, mentre significato e giustezza non traggono che dal complesso, di giudizii sconnessi, mentre legati impediscono la più astuta falsificazione della storia, qual è il mutilarla.

. Nella storia svestita dei falsi entusiasmi pretestati da effimere circostanze o interessi del momento, di parte o di persone; denudata dagli orpelli di frasi sonoramente vaghe, che allucinano il volgo, e per lo più sono ingiustizie e falsità; emancipata da idee irose, appassionate, violente; resa libera dalla miopia che, anziché discernere il generale per entro i particolari, si arresta sulle accidentalità, sugli accessorii, sui secondarii, sugli incidenti, sugli aneddoti; uomini ed avvenimenti rimangono, ma mutata la maniera di apprezzarli, e senza mai perder di vista l'intimo nesso fra le azioni ed i pensamenti, svolgesi l'idea eterna delle contingenti. Per tal guisa, resa voce della coscienza dei popoli, la quale ha sete di giustizia quanto di verità, e comanda di fare a ciascuno la sua parte di responsabilità, la storia, ristabilendo i fatti ed esaminandone le conseguenze, svela le menzogne procaci, cassa sentenze autorate, sperde calunnie, reintegra nomi, sposta glorie e ignominie col cangiare il punto da cui considerarle, distrugge illusioni, ed al compianto pei traviati contrappone a compenso l'ammirazione per gli animi generosi.

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Allora la storia non domanda solo intelletto, ma pazienza d'investigazione, cuore e fede, sincerità nel narrare, onesta ingenuità nel giudicare.

Italiano di nascita, di spiriti, e soprattutto di cuore, più che me stesso amo la patria mia, più che le mie proprie sventure e la mia felicità, dell'Italia le secolari sventure e la felicità piango e sospiro. Io non sono un cospiratore; non uomo del passato, non uomo dell'avvenire; né un gaudente, né un ambizioso. Come Cesare Cantù agli elettori di Caprino, «cattolico, apostolico, romano, benedico Dio di» esserlo, e ogni giorno lo prego di conservarmi, malgrado» seduzioni e minacce.» E l'animo mio, libero da ogni interesse, da qualsivoglia dipendenza, inaccessibile ad abbiette passioni, quanto a quella inesorabile assassina della verità, la paura, sempre mi sono studiato difendere da ogni odio e da ogni rancore.

Coll'avidità con che l'assetato rintraccia l'acqua, cercai 'A vero, nel cozzo delle opinioni, fra quel caos di contraddizioni che sempre accompagna il racconto di tutti i fatti contemporanei, nelle pagine dei documenti come sulla bocca dei testimonii, negli scritti pubblicati come negli archivii secreti, dovunque poteva cogliere un raggio di luce serena e certa. Così, forte nella propria buona fede, pronto sempre a proclamare con franchezza ciò che sentiva con convinzione, rassegnato piuttosto a tacere, non mai rassegnato a mentire, colla temperanza che rispetta anche nel dissenso, ho scritto, investigando le cause, gli effetti e gli effetti degli effetti.

LIBRO PRIMO.

QUARANTANNI DI PRELUDIO.

Dalla caduta di Napoleone I. sino al Congresso di Parigi nel 1856.

SOMMARIO.

I. La Carboneria in Italia. - II. Carlo Luigi Bonaparte. - III. La Francia a Roma. - IV. Mediazione napoleonica a Gaeta. - V. Le prime armi di Cavour. - VI. La Sardegna in Crimea.

CAPITOLO PRIMO.

La Carboneria in Italia.

Usa verità chiara come il sole, secondo Dal Pozzo. - Assettamenti d'Italia al Congresso di Vienna. - La Framassoneria in Francia. - Origine della Carboneria italiana. - Ribellione militare nelle Due Sicilie. - Carlo Alberto principe di Carignano. - Ricolta in Piemonte nel 1821. - Congressi di Lubiana e di Verona. - Luigi Filippo d'Orleans, Gran Maestro della Framassoneria francese, è fatto salire al trono. - II diritto di non intervento. - Moti nell'Italia centrale nel 1831. - Palmerston e Perier alla tribuna. - Una farsa in Ancona. - Giuseppe Mazzini e la Giovine Italia. - Programma ed esecuzione. - Una sentenza di Montanelli. - Alla fine del 1847 e al principio del 1848 in Italia. - l passo del conquistatore.

'alla caduta dell'Impero romano, da quasi quattordici secoli in qua, l'Italia, ognun sa, fu dominata da genti straniere. Vennero gli Eruli con Odoacre, e tennervi signoria diciassett'anni. Vennero gli Ostrogoti con Teodorico, e durarono sessant'anni. Vennero i Longobardi con Alboino, e dugentosei anni regnarono» Vennero Francesi, Tedeschi, Spagnuoli, e sempre Italia serva or di questi, or di quelli. E così un uomo, che Santorre di Santa

14 CAPITOLO PRIMO.

Rosa (1) confessò sommamente rispettato «per la vastità di sua dottrina e per l'ingegno non solo, ma per la fermezza dell'animo e lillibato affetto alla libertà della patria;un uomo di cui Angelo Brofferio, altro giudice per certo non sospetto di parzialità, disse (1) che «ne sarà sempre onorata la memoria,» il conte Ferdinando Dal Pozzo, piemontese che all'epoca della ribellione del 1821 aveva accettato dalle mani di Carlo Alberto l'ufficio di Ministro dell'Interno, dopo avere sotto Napoleone coperti quelli di referendario nel Consiglio di Stato in Parigi e primo Presidente della Corte imperiale di Genova, poté scrivere (3):

«Egli è un voler chiudersi gli occhi per non vedere una verità storica e politica, brutta si quanto mai dir si possa, ma pur chiara come il sole, cioè che l'Italia dalla caduta dell'Impero romano fu sempre debole, divisa, e che per ritornarla all'antico stato, non ci vorrebbe meno che ricomporre l'antico Impero di Roma, ricacciar nel settentrione i popoli forti che ne uscirono,e i loro discendenti, non che distruggere tutti gli effetti della loro dominazione, e gli effetti degli effetti, il che è impossibile. Mentre l'Italia andava gradatameli te infievolendosi e decadeva quanto a potenza militare e politica, altre potenti nazioni sonsi formate, conglobate, ingrandite, la Gallica, alcune nazioni germaniche, e la monarchia austriaca specialmente. Ed è in questa situazione di cose, che pensano a far rinascere in oggi un'Italia politicamente poderosa, e forte, e libera da qualsivoglia soggezione straniera.»

Bui piani di Waterloo il gigante delle battaglie era caduto per mai non rialzarsi. Già dianzi la dominazione francese in Italia cessava di esistere; e Gioachino Murat, che il Trattato di pace di Parigi lasciava sul trono, tutto aveva perduto nel folle tentativo di permutare lo scettro di Napoli colla corona d'Italia.

Il Congresso di Vienna sancì i novelli assettamenti della Penisola. Alla Francia rimase la Corsica; all'Inghilterra Malta, posseduta dal 1800. La Sicilia, dove Ferdinando IV. aveva continuato a regnare sotto il patronato della Gran Bretagna, tornò alle

(1) Storia della rivoluzione piemontese del 1821, pag. 74.

(2) Storia del Piemonte. Parte III., cap. II., pag. 145 (1851).

(3)

Dal Pozzo; Della felicità che gli Italiani possono e debbono dal Governo Austriaco procacciarsi, capo VIII. (Parigi, 1833).

LA CARBONERIA IN ITALIA. 15

dipendenze di Napoli, ristabilito il Reame delle Due Sicilie a favore della Casa di Borbone. Il Ducato di Benevento, il Principato di Pontecorvo, le Marche con Camerino e dipendenze, le Legazioni di Bologna, di Ravenna e di Ferrara, ad eccezione della parte del Ferrarese situata sulla sinistra riva del Po, restituite alla Santa Sede col rimanente degli Stati pontificii. La Toscana alla linea secondogenita di Casa d'Austria, come la possedeva anteriormente al Trattato di Luheville; il Ducato di Modena e Stati annessi alla linea terzogenita della Casa stessa. Il Ducato di Lucca all'Infanta Maria Luisa di Borbone, già Regina d'Etruria; i Ducati di Parma, Piacenza e Guastalla a Maria Luigia d'Austria, cessata Imperatrice de' Francesi. Genova riunita agli Stati del Re di Sardegna. Riconosciuta la sovranità dell'Austria sulla Lombardia, sulla Venezia, ed il diritto di guarnigione nelle piazze di Ferrara e di Comacchio, come pure in quella di Piacenza per effetto del Trattato conchiuso a Parigi il 10 giugno 1817 in esecuzione dell'articolo 99 dell'Atto generale del Congresso di Vienna, segnato il 9 giugno 1815.

de' diciannove milioni e mezzo circa di abitanti, che a quei di popolavano la Penisola, sopra ad intorno cinquemila settecento leghe quadrate geografiche di superficie, la parte definitivamente fatta all'Austria era di presso a quattro milioni centoventimila abitanti, ed ottocentotrenta leghe di territorio. Per tal modo l'Austria, conservatrice e leale, signora in fatto di tutta intiera l'Italia dalle Alpi a Melito, erasi accontentata di restituire quanto apparteneva agli antichi legittimi principi, non ritenendo per sé se non ciò che di giustizia le veniva, sia per forza di antico dominio, sia a cagione del Trattato di Campoformio; il quale Trattato, sebbene rotto dai Francesi, non cessava però di essere valido e legittimamente riconosciuto dalle parti contraenti.

Prima della rivoluzione gli Stati europei erano fra loro in equilibrio. H bisogno di ricomporre quell'equilibrio come meglio si fosse potuto tra mezzo alle ambizioni frementi, ed alle luttuose memorie di tanti sovvertimenti e di tante guerre; la necessità di assicurare per allora la pace, supremo desiderio del mondo; le grandi difficoltà degli impegni assunti durante il conflitto, fecero che, con eccellenti intenzioni, non si riuscisse a formare

16 CAPITOLO PRIMO.

coi Trattati del 1815 un'opera certamente perfetta, in ogni sua parte inappuntabile. Ma poiché la spada di un conquistatore aveva distrutto repubbliche e monarchie, rimescolato Stati e dinastie conculcato principi e popoli, fatti e dottrine, l'opera del Congresso di Vienna parve in generale un benefizio, e come tale accolta con riconoscenza. La Francia, scemata, svilita, inerme, occupata, dopo avere sì a lungo imposta la legge, dovette alla fine subirla e rassegnarsi.

L'Europa posava; non cosi la Framassoneria, avente a scopo finale, non è più mistero per alcuno, la distruzione della religione cattolica a traverso la distruzione di tutti i troni. Se pigliate in mano il suo Statuto, esso vi dirà (1): «La Massoneria riconosce il suo Dio nel principio dell'ordine naturale e morale,sotto il simbolo di Grande Architetto dell'Universo (2). Non prescrive nessuna professione particolare di fede religiosa, e non esclude se non le credenze che imponessero l'intolleranza delle credenze altrui (3). A meta ultima de' suoi lavori si prefigge di raccogliere tutti gli uomini liberi in una gran famiglia, la quale possa e debba a poco a poco succedere a tutte le Chiese,fondate sulla fede cieca e l'autorità teocratica, a tutti i culti superstiziosi, intolleranti e nemici fra loro, per costituire la vera e sola Chiesa dell'Umanità (4).» I framassoni non credono in Dio creatore, nel Dio creduto ed adorato dai popoli cristiani; bensì nel Dio Architetto. Il creatore fa, l'architetto ordina il fatto. Il Dio creatore è certamente anche architetto, e così il Dio dei framassoni è un altro Dio. Essi riconoscono per loro Dio quell'architetto di cui sono muratori. Escludono le credenze intolleranti delle credenze altrui, ossia in realtà tutti i culti; e rivelano che la Massoneria è istituita specialmente, se non unicamente, per distruggere e schiantare dal mondo la religione cattolica, e sulle mine di tutte le religioni e di tutti i culti innalzare il suo culto forzato della vera e sola Chiesa dell'Umanità. Lo scopo supremo della Massoneria non è uno scopo politico, ma uno scopo religioso. Lo scopo politico, a rigor di parola, entra piuttosto ne' suoi calcoli, in

(1) L Unità Cattolica, giornale di Torino, nei numeri del 21 e 22 luglio 1864, riprodusse per intero lo Statuto dell'Ordine, mandato per le stampe in quest'anno ad uso della Massoneria italiana.

(2)

Articolo 4. - (3) Articolo 5. - (4) Articolo 8 dello Statuto.

LA CARBONERIA IN ITALIA. 17

quanto sia necessario a raggiungere l'ultima mota, lo scopo religioso.

In Francia, sul chiudere del secolo decimottavo, la Massoneria aveva raggiunto il suo scopo: rovesciato il trono, fatto perire sul palco Luigi XVI., chiuse le chiese, distrutti gli altari, decretato che non eravi Dio, proclamata la Dea Ragione. Invece della fede cristiana, fu ordinato di adorare una prostituta. Bentosto la Framassoneria, potente per rovesciare e distruggere, ma debole, come un fanciullo, per guidare l'opera propria, vide oltrepassati ì limiti assegnati; gl'inferiori della setta ritorcere in nome del popolo contro i proprii superiori le armi, che questi aveano lor dato in roano; e i capi delle Loggie salire sul patibolo su cui aveano fatto trascinare il Re. Il Duca d'Orléans, che dopo avere subite tutte le prove era riescito a farsi eleggere nel 1778 Gran Maestro della Massoneria francese, allorché si contavano nella sola Parigi centoventinove Loggie massoniche; quel Filippo Egalité così tristamente celebre nei fasti della rivoluzione, e avea votato la morte di Luigi XVI., lasciava la testa sotto il ferro della ghigliottina. Dei capi della Framassoneria fu fatto sì aspro governo, che tre sole Loggie rimasero in tutta Parigi. Tutto il resto sparve sotto i colpi raddoppiati dei giacobini.

Il Grande Oriente di Francia, supremo centro ch'era perito col Gran Maestro Filippo Egalité, fu ricostituito il dì 27 dicembre 1799. Quattro anni più tardi la Loggia del Grande Oriente si diede a rivedere i suoi Statuti; lavoro di tre anni. D'allora, nell'Ordine di Francia, che aveva tre gradi, ve n' ebbero trentatre. Già nel 1804 vi annoverava oltre a trecento Loggie. Conoscendone la potenza e il pericolo, Bonaparte, divenuto primo console, né la perseguitò, né volle esserne membro, e ricusò il Gran Maestrato che gli aveano offerto, persuaso come non gli lascierebbero penetrare i più riposti secreti. In quella vece fece nominare Gran Maestro suo fratello Giuseppe, per tal guisa sperando poterne prevenire le trame; poi, allorché Giuseppe fu mandato Be in Ispagna, ottenne che Cambacérès fosse aggiunto con titolo di Gran Maestro sostituto. Detestandola sinceramente in suo cuore, da buon politico la tollerava, e se ne serviva.

Cambacérès, colla libertà che lasciò alle Loggie, seppe cattivarsi la loro confidenza, e riunire tutti i Massoni francesi intorno al Grande Oriente.

18 CAPITOLO PRIMO.

Giunsero a risguardarlo siccome il loro salvatore. Nel 1812 milleottantanove Loggie dipendevano dal Grande Oriente di Francia. La caduta del colosso scombuiò l'edificio massonico.

In Italia era stato istituito a Milano un Grande Oriente Italiano, ch'ebbe a Gran Maestro il generale Teodoro Lechi, e più innanzi il Viceré d'Italia Eugenio Beauharnais, eletto a presiedere il Supremo Consiglio del XXXIII. grado del Rito scozzese antico ed accettato (1). Quando però i Massoni italiani, lusingati allorché s'intese il nome di Regno d Italia videro Napoleone aggregare tanta parte della Penisola all'Impero e sancire la separazione del Napoletano, disperati d'ottenere unità ed indipendenza da lui, dopo che il sentimento se n' era avvivato nella comunanza dei campi e dei pericoli, eransi volti a porre in piedi altre società secrete, siccome quelle dei Raggi a Bologna e dei Carbonari nelle Calabrie, avvolgendole di mistero si fatto da rendere, se non impossibile, quanto mai difficilissimo che il Bonaparte avesse a farsele, siccome già della Massoneria, istituzioni quasi governative.

Serbando dei Massoni lo scopo supremo e finale, la distruzione della religione cattolica a traverso la distruzione di tutti i troni, parte dei riti, l'essenza dei giuramenti e la gerarchia, i Carbonari, fermati peculiari segni di riconoscimento tra loro, tolsero a speciale scopo politico l'indipendenza d'Italia da qualsivoglia dominazione forestiera e il governo rappresentativo. Associazioni in sostanza repubblicane, a parte il fine religioso, la Carboneria e la Massoneria lasciavano travedere agli adepti solo quel tanto degli scopi loro reali che si poteva senza pericolo della istituzione, il segreto de' più riposti intendimenti non rivelandosi

(1) Tre Riti massonici sono in Italia: il Rito francese, il Rito scozzese, antico ed accettato, ed il Rito Misraìm. I primi due si accordano fra loro, il terzo è uno scisma della Massoneria. Il Rito francese ha quattro gradi, lo scozzese trentatre, ed il Misraìm novanta. Quest'ultimo, detto anche Rito egiziano, venne abolito nel 1817, ma nondimeno sussiste, e in Italia costituisce la minoranza, che fa grande e terribile opposizione alla maggioranza massonica. Il Rito preponderante in Italia è lo scozzese antico ed accettato. A mezzo il 1864 fu fatto un tentativo di riunire in un solo Rito tutti i framassoni italiani, sotto la direzione di Garibaldi; ma andò fallito.


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LA CARBONERIA IN ITALIA. 19

che ai pochissimi pervenuti alle più elevate dignità della setta, semprechè non fossero principi od in tal posizione sociale da nuocere. Così, mentre la Massoneria, cosmopolita, pigliava a orpello idee generali di beneficenza e di umanità, la Carboneria, surta in Italia, si ammantava di amore di patria e di indipendenza locale, e si lasciava credere paga di domandare Costituzioni.

Nel seno delle congreghe i Carbonari chiamavansi buoni cugini; venti costituivano una Vendita, in relazione fra sé, ma isolati dalle altre Vendite. Venti deputati di altrettante Vendite particolari formavano una Vendita centrale, che a mezzo di un deputato comunicava coll'Alta Vendita, e questa per via di un emissario riceveva l'ordine dalla Vendita suprema e da un Comitato d'azione.

La Polizia napoletana, dapprima illusa, favori la setta; poi, non avendo potuto impedirne l'immensa diffusione, pensò corromperla come s'era fatto colla Massoneria, facendo aggregare ai Carbonari spie, magistrati, e lo stesso re, dopo che questi li avea proscritti e perseguitati. Una volta impigliatovisi, Gioachino Murat finisce con accalappiarsi affatto. I Carbonari gli promettono lo scettro d'Italia. Egli accetta, manda una colonna comandata da Lechi sopra Roma, donde il Papa fugge; invade con un'altra le Marche, affronta gli Austriaci a Pesaro; da Rimini, il 30 marzo 1815, proclama agl'Italiani che veniva a renderli indipendenti. S'ingannavano reciprocamente, egli millantando immensi soldati, la Carboneria promettendogli immensi aiuti. Sconfitto, perde il trono di Napoli; ma il suo esercito, ch'era tutto ascritto ai Carbonari, ritirandosi, lasciava molte Vendite nelle Legazioni, donde si diffusero in Lombardia ed in Piemonte, e massime a Bologna, Milano, Alessandria. In breve la Carboneria, ampliato il primitivo scopo locale, si sparse in Francia, in Ispagna, quasi per tutta Europa, e minacciò tutti i troni.

Giunge il 2 luglio 1820. Due sottotenenti con pochi soldati di cavalleria disertano da Noia al grido: Re e Costituzione. Quel grido corre rapidissimo per tutto il Regno di Napoli. In breve ora l'esercito s'accomuna dovunque co' rivoltosi. Tutto questo era opera della Carboneria. Fu detto, e ripetuto sino alla noia, quei moti aver avuto a causa il mal governo di Ferdinando IV.

20 CAPITOLO PRIMO.

Mille testimonianze convincono del contrario. Sir Guglielmo A' Court, a que' dì rappresentante d'Inghilterra appo la Corte di Napoli, non mai sospettato di parzialità, scrive al Governo di Londra (1): «Neppure un'ombra di biasimo si avventurarono i rivoltosi gittare al Governo esistente; non altro promisero al popolo che la diminuzione di prezzo del sale. Mai non erasi avuto governo più paterno e liberale. Maggior severità e meno confidenza sarebbero riuscite ben altro. Spirito di setta e l'inaudita diserzione di un esercito ben pagato, ben vestito e di nulla mancante, causarono la rovina di un governo veramente popolare. La Costituzione è la parola di ordine; ma in fatto è il trionfo del giacobinismo, la guerra dei poveri contro la proprietà.» Il generale Pietro Colletta, ostilissimo ai Borboni, che fu Ministro della guerra di quel Governo insurrezionale medesimo, confessa (2): «Ferdinando IV. sostenne o mutò leggermente gli ordini del decennio; per lo che vi erano, come innanzi, codici eguali, amministrazione civile rigida, ma sapiente, la Polizia senza arbitrio, il potere giudiziario indipendente, i Ministri del Re e gli amministratori delle rendite nazionali soggetti a pubblico sindacato. I governanti erano benigni, la finanza ricca, s'imprendevano lavori di pietà ed utilità pubblica, prosperava lo Stato; felice il presente, felicissimo si mostrava l'avvenire. Napoli era tra' regni d'Europa meglio governati, e che più larga parte serbasse del patrimonio delle idee nuove (3).»

Ferdinando IV. accordò tutto Lo stesso giorno ch'egli giurava la concessa Costituzione spagnuola, Palermo si alzava contro

(1)

Cantù, Storia degli Italiani, Vol. VI., capo 182, Nota 17, pag. 506.

(2) Storia del Reame di Napoli dal 1734 al 1835, libro Vili., pag. 157.

(3)

Da questo esempio, da cui, colle parole stesse d'uno de' più autorevoli ed ardenti fautori della ribellione napoletana nel 1821, viene posta in veritiera luce la falsità delle accuse, sì lungamente ripetute in odio dei Borboni delle Due Sicilie; il lettore già da per sé avrà capito come io, quantunque volte il farlo torni conforme a scrupolosa verità ed imparziale giustizia, dia volentieri la preferenza alle testimonianze desunte dagli scritti degli uomini i più ostili ed avversi per opinioni politiche, e i più ben disposti ed interessati a lodare e magnificare gl'intendimenti, le forse e le azioni del loro proprio partito.

LA CARBONERIA IN ITALIA. 21

Napoli, proclamando l'indipendenza della Sicilia dal Regno al di qua del Faro. Messina, Catania ed altre città della parte meridionale dell'isola seguirono il moto di Napoli. Vi fu atrocissima guerra civile. Un esercito napoletano, assalita Palermo, la forzava a capitolare.

Il Congresso adunato a Troppau, e poi a Lubiana, deliberò ristabilire gli ordini assoluti nelle Due Sicilie. Se il Parlamento di Napoli, invitato ad accedervi, opponesse un diniego, l'Austria, siccome la più vicina e la più interessata delle grandi Potenze, avesse a farla finita colle armi. Il Parlamento rifiutò; gli Austriaci invasero il regno. Datosi alla fuga al primo urto l'esercito costituzionale, la guerra, in un giorno incominciata in un giorno finiva. La sola Guardia Reale non si sbandò; e, risaputo che cogl'imperiali inoltrava il re Ferdinando, dichiarò non combatterebbe contro gli alleati del suo sovrano. Preceduti da essa, gli Austriaci entrarono in Napoli il 23 del marzo 1821. Il Parlamento fu disciolto, la Costituzione abolita.

La Carboneria non si perde d'animo. Una ribellione militare le era riescita a bene nel mezzodì dell'Italia; una ribellione militare sperò condurre a buon fine nel settentrione, in Piemonte, ove la setta faceva assegnamento sopra Carlo Alberto principe di Carignano, erede del trono, dacché né il re Vittorio Emanuele, né i suoi due fratelli, Carlo Emanuele IV, che aveva abdicato, e Carlo Felice, non aveano figliuoli. La notte del 6 di quello stesso mese di marzo 1821 Carlo Alberto, già guadagnato alla setta, accoglieva a segreto colloquio quattro rappresentanti della Carboneria, ufficiali nell'esercito sardo, il colonnello marchese Carlo di San Marcano, il conte Santorre di Santa Rosa, il maggiore d'artiglieria Giacinto di Collegno, ed il capitano Guglielmo conte Moffa di Ligio. Gli dissero tutto essere ormai preparato, non aspettarsi che il segnale per insorgere, la Carboneria aver fede ch'egli non avrebbe mancato al compito suo di primo cittadino d'Italia, al Piemonte spettarsi l'onore di rivendicare l'indipendenza italiana, essere gli Austriaci impotenti moralmente e naturalmente contro l'esercito costituzionale di Napoli, agevole al Piemonte gettare 70,000 soldati in Lombardia, occupare la linea dell'Adige, investire Mantova prima che potessero giungere rinforzi a nuovi eserciti nemici. E Carlo Alberto, avuta promessa

22 CAPITOLO PRIMO.

che la rivoluzione avrebbe rispettata la famiglia dei Reali di Savoia, promise l'opera sua (1).

Quattro giorni appresso, il dì 10 marzo, la maggior parte delle milizie in guarnigione nella fortezza di Alessandria si ribellò, innalzò vessillo tricolore, proclamò e giurò la Costituzione spagnuola. Instituita una Giunta di Governo provvisorio, assunse il titolo di Giunta della Confederazione italiana, pose a capo de' suoi Manifesti la leggenda «Regno d'Italia», dichiarò che non avrebbe riconosciuto il Re altrimenti che come Re d'Italia, annunzio la guerra all'Austria. Tennero dietro moti nelle provincie, si sollevò Torino. Diecimila soldati seguirono il movimento; il resto dell'esercito rimase fedele. Re Vittorio Emanuele al cedere alle volontà dei Carbonari preferì abdicare la corona in favore di Carlo Felice, in que' giorni in Modena, eletto Carlo Alberto a Reggente. Questi promulga la Costituzione spagnuola, e la giura il giorno 15 marzo sopra i santi Vangeli; quella stessa Costituzione che il Congresso di Lubiana aveva deliberato abolire a Napoli. Carlo Felice protesta contro l'operato di Carlo Alberto, contro la Costituzione, contro tutto; invoca assistenza presso il Congresso di Lubiana ed il soccorso armato dell'Austria.

La Lombardia, donde aveano promesso, siccome a Gioachino Murat, monti e mari, quantunque sobillata da' Carbonari, non si mosse. Carlo Alberto, veduta la mala parata, trepidante della Carboneria, che, sospettandolo traditore, già affilava i pugnali per ispegnerlo (2), lascia sul più bello gli amici in ballo, abbandona la Reggenza e Torino, si ritrae a Novara, ove le milizie sarde rimaste fedeli al dovere ristanno in attesa degli aiuti imperiali. Il Congresso di Lubiana decide che l'Austria muova tantosto a sostegno del Re di Sardegna, il quale con Proclama del 3 aprile dichiara ribelle Carlo Alberto. A Lubiana credendosi in sulle prime

(1) Cesare Panini, Vita di Carlo Alberto, pag. 1819.

(2) In una Memoria stesa da Carlo Alberto a sua giustificazione nel 1839, in parte pubblicata dal conte Cibrario, scrisse: «J'ai même reçu plusieurs fois avec bonté celui qui au nom du parti révolutionnaire envoya quatre sicaires pour me poignarder.» Un suo biografo (C. Panini, Vita di Carlo Alberto, pag. 36) narra: «gl'insorti tentarono d'impadronirsi due volte della persona del Reggente, l'una mentre tornava dal palazzo del Re al proprio palazzo, l'altra di notte tempo presso la salita di Moncalieri.»

LA CARBONERIA IN ITALIA. 23

generale la ribellione dell'esercito piemontese, l'Imperatore Alessandro di Russia spedi ordini sopra ordini alla sua armata di riserva, che già aveva oltrepassato il confine, di affrettare quanto più potesse la sua marcia verso l'Italia. Il 10 dello stesso mese le troppe del Re erano già in Torino; il giorno medesimo gli Austriaci occupavano Alessandria. Tutto era finito.

Passò in costume appellare soprusi gl'interventi dell'Austria nel 1821, tutta la colpa gettarne unicamente sopra essa. Se colpa vi avesse, che colpa, diamo pure alle cose il vero lor nome, non vi avea, sarebbe colpa comune a tutte le grandi Potenze di Europa, non escluse la Francia e la stessa Inghilterra. La quale, a que' dì in apparenza banditrice di non intervento a parole, nella realtà l'intervento austriaco approvò più che tacitamente a Lubiana, lasciando fare, ben lungi dal protestare; lo approvò con accontentarsi di dirsi neutrale a Napoli; lo approvò esplicitamente a Londra per bocca de' suoi Ministri, dinanzi al suo Parlamento medesimo, con giungere sino a pigliare apertamente le difese dell'Austria e proclamare (1): «Il massimo interesse dell'Inghilterra essere quello di contribuire alla potenza ed alla tranquillità dell'Austria», e questo dopo che il Governo inglese aveva dichiarato (2): «Verun Governo non può essere più disposto, quanto il Governo inglese, a mantenere il diritto che uno Stato qualunque ha d'intervenire allorché la sua sicurezza ed i suoi interessi essenziali sono seriamente minacciati dagli avvenimenti interni di un altro Stato.»

Notissimo ornai che le ribellioni militari avvenute nel 1821 nella bassa e nell'alta Italia erano esclusivamente opera de' Carbonari, e per niente affatto manifestazioni de' popoli, i quali in que' moti non altra parte ebbero se non quella che la pressione della setta e la paura, questa suprema ragione in tempi di rivolgimenti, aveano lor fatta. Fu e sarà sempre così, in circostanze consimili; gli abitanti, di buona o mala voglia, sono costretti non che subirne il dominio, dar mano ai rivoltosi, e lo fanno con quel gusto con cui le biscie vanno all'incanto. L'Europa al Congresso di Vienna aveva veduto e considerato nell'Austria la naturale

(1) Sessione della Camera dei Pari, del 27 marzo 1821.

(2) Dispaccio circolare del Ministro lord Castlereagh ai Ministri della Gran Bretagna presso le Corti estero del 19 gennaio 1821.

24 CAPITOLO PRIMO.

e precipua salvaguardia del riordinamento, della sicurezza e della pace d'Italia. L'Europa al Congresso di Lubiana aveva riconosciuto e riconfermato il dovere conferito all'Austria di conservarvi incolumi quegli ordinamenti, mantenervi indenne quella sicurezza, tutelarvi quella pace, a fronte de' tenebrosi conciliaboli di una setta diffusasi come locuste ad involarsi ogni più bel verde di crescenti speranze. Minacciata nella sicurtà e nella quiete de' suoi possedimenti stessi, l'Austria aveva il diritto, creduto inalienabile, della propria difesa, il diritto che ha chiunque di accorrere nella piccola casa del vicino allorquando, divampato e reso gigante l'incendio, divenuto impossibile al proprietario di estinguerlo co' soli minori suoi mezzi, alle costui grida di aiuto, il fuoco dalle contigue stanze sta presso ad apprendersi alle stanze della maggiore sua casa medesima.

La rivoluzione, vinta e schiacciata in Italia, rimaneva tuttora, non senza grave pericolo per la Francia e per l'Italia stessa, vittoriosa e trionfante in Ispagna. Nell'ottobre del 1822 le grandi Potenze d'Europa, la Santa Sede, i Re di Napoli e di Sardegna, il Granduca di Toscana, il Duca di Modena, la Duchessa di Parma, adunavansi in Verona a Congresso. La Francia ottenn e d'intervenire negli affari di Spagna; e dalle rive dell'Adige ebbero i sovrani italiani novella certezza che l'Austria ogni qual volta avessero d'uopo di soccorso a comprimere interni rivolgimenti settarii, se da essi richiesta, sarebbe accorsa a prestarlo.

La rivolta iberica, essa pure semplice impresa settaria, niente affatto spontanea e nazionale, in breve tempo fu doma. Ed affinché nella sua vita mai fosse penuria di contraddizioni, Carlo Alberto, quel principe di Casa Savoia ch'erasi fatto ribello al suo Re per proclamare la Costituzione spagnuola in Piemonte, accorso a militare con i soldati della Francia per abolire la medesima Costituzione in Ispagna.

In Francia la Framassoneria non era rimasta oziosa. Già nel 1819 il figlio di Filippo Egalité, Luigi Filippo Duca d'Orléans, n' era Gran Maestro. Undici anni appresso, la cospirazione ordita dai Massoni francesi sbalzava dal trono Carlo X., per insediarvi Luigi Filippo, il Gran Maestro. L'Europa soprappresa, sbalordita, sobillata, guardò alla Francia, guardò sé stessa. Da quel momento l'agitazione rivoluzionaria italiana entrava in una nuova fase,

LA CARBONERIA IN ITALIA. 25

il Governo di Luigi Filippo annunziando, siccome una delle massime fondamentali della sua politica internazionale, il principio del non intervento, il diritto, cioè, che avrebbe ogni Stato di darsi quegli ordinamenti politici che più gli piacessero, senza che verun altro Stato possa opporvisi, nemmeno nel caso in cui la di lui medesima sicurezza ed interna tranquillità ne venissero a soffrire; il diritto, con altre parole, che permette possa il vicino, al vicino che, gettato nel pozzo, affoga e invano invoca soccorso, rispondere: «Rassegnati ad annegare, o vicino. Con tutto il cuore verrei ad aiutarti; il principio del non intervento lo vieta,quantunque sappia, cosi bene come tu or ora saprai di morire,che domani la festa, che han fetta a te, verranno a farla a me.» La Francia proclamando il principio di non intervento, e affermandosi pronta a sostenerlo colle armi contro chiunque si fosse, al caso, fatto innanzi ad offenderlo, sminuiva grandemente il timore che l'Austria incuteva alla Carboneria italiana. La quale cosi per la prima volta poté e con qualche fondamento di verità dovette accogliere la speranza, anzi piuttosto la certezza, che l'Austria per soccorrere il Santo Padre e gli altri Sovrani della Penisola non avrebbe voluto avvilupparsi da sé sola in una guerra contro una Potenza risollevatasi dopo quindici anni di pace, e avente a capo un Re surto da una rivoluzione. E questo nel momento in cui l'Inghilterra eziandio, l'antica e fedele alleata dell'Austria nelle grandi lotte contro la rivoluzione francese ed il primo Napoleone, professava apertamente quello stesso principio di non intervento; in cui l'Austria si trovava colla Prussia, a cagione della egemonia sulla Confederazione germanica, in tutt'altro che amichevoli relazioni; nel mentre la Russia era occupata a domare la rivolta in Polonia, e tra essa e l'Austria vi aveano di assai dissensioni per la politica da questa seguita nell'ultima guerra che la Russia aveva mossa alla Turchia

Tenendosi affatto sicura che la Francia sarebbe discesa in Italia per attraversare l'austriaco intervento, la Carboneria torné alle opre palesi. L'Alta Vendita, che aveano istituita a Parigi, condotta in allora da Lafavette, da Barthc, da Guizot, e da cui dipendevano tutte le Venditec entrali, diede il segnale. Ne' primi giorni del febbraio 1831 la ribellione alzava il capo a Modena, a Parma, a Bologna, rapidamente stendendosi nelle Romagne e

26 CAPITOLO PRIMO.

nelle Marche, ove le milizie pontificie s'accomunarono co' sollevati. Il Duca di Modena si ritirò a Mantova a capo delle sue truppe, serbatesi fedeli; la Duchessa di Parma a Piacenza. Entrambi invocarono a Vienna, insieme al Santo Padre, soccorso di armati. Gli Austriaci intervennero. Sul chiudere del marzo la legittima autorità era già dovunque ristabilita. Una mezza compagnia di cacciatori ed un mezzo squadrone di usseri, costituenti l'estrema avanguardia imperiale, erano state bastevoli per volgere in fuga in pochi minuti alle porte di Rimini le forze de' sollevati.

«Per colmo di ridicolezza, osserva l'Orsini (1), i reggitori di Bologna aveano richiamate a vita le tradizioni municipali, ed agl'insorti modenesi, che guidati dal Zucchini ritraevano innanzi agli Austriaci, facevano deporre le armi al passo del confine, pretestando che rispettar dovevasi il non intervento. Il sentimento di una Italia indipendente non esisteva nella classe infima della società, e tra la media ed istrutta, era, se abbiamo a parlar vero, ben poca cosa. Gli avvenimenti della rivoluzione francese, l'impero di Napoleone, e il genio di quest'uomo,avevano elettrizzato gl'Italiani, scosse le loro immaginazioni,dato un febbrile impulso alle passioni tutte del cuore, comunicato il moto, la vita, l'attività, e ridestato il sentimento di libertà ed indipendenza ad una nazione che per secoli sembrava addormentata tra gli amori e le dolcezze del clima. Ma il cambiamento sopravvenuto nelle idee e nei sentimenti quasi del tutto disparve al cader dell'astro, che n' era stato cagione.» Chi afferma il contrario dovrà ben ricredersi, se un tale scrittore lo confessa.

Il Governo inglese, per bocca di lord Palmerston, segretario di Stato per gli affari esterni, si tenne pago alla dichiarazione (2): «Il principio del non intervento sinceramente e ragionevolmente interpretato non può obbligare veruno Stato a rinunziare al diritto di prender parte nel destino dei vicini paesi, se ciò che vi succede è contrario alla sua propria sicurezza ed al suo interesse, e tocca ai sentimenti ed agli impe

gni del suo proprio paese.»

(1) Memorie politiche, Parte I., cap., I., pag. 23.

(2) Sessione della Camera dei Comuni, del 18 febbraio 1831.

LA CARBONERIA IN ITALIA. 27

La Francia non mosse un uomo, e si limitò a protestare a Vienna, che, se i vincoli di parentela lasciavano arbitrio all'Austria d'intervenire a Modena e a Parma, mai non soffrirebbe entrasse in Romagna. Poi, Casi miro Perier, presidente del Consiglio dei Ministri, annuncia dalla tribuna (1) «Il principio del non intervento è stato posto; noi lo adottiamo, vale a dire che non e' ingeriremo nelle cose degli altri Stati. Noi sosterremo il principio del non intervento colle pratiche. Ma verun popolo non potrà costringerci a combattere per la sua causa. Faremmo la guerra quando fossero in pericolo l'onore e l'indipendenza della Francia.» Accusato Luigi Filippo, al Parlamento, di aver mancato di fede, Perier si fa innanzi a rispondere (2): «In che cosa il Re non ha egli tenuto le sue promesse? Negli affari che risguardano l'esterno non vi sono altre promesse che i Trattati. L'onore francese non può aver parte che nelle questioni che lo risguardano. Il sangue de' Francesi non appartiene se non alla Francia. Furono promessi soccorsi, si dice. Da chi? A chi? Alla sollevazione? Il principio del non intervento, bandito da questa ringhiera, non era una protezione offerta o concessa ai popoli che si ribellano ai loro Governi. Era una malleveria data agl'interessi ben intesi della Francia, e nessun popolo straniero ha diritto di richiederne l'applicazione in suo favore.»

Già il 18 maggio di quello stesso anno gli Austriaci si ritiravano da Ancona e dalle Marche, soffermatisi ad occupare con poche milizie Bologna. D'improvviso, il 22 del febbraio 1832, senza precedenti, senza preavviso alcuno al Governo papale, una flotta francese si presenta dinanzi Ancona, mette a terra clandestinamente e di notte tempo alquante truppe, occupa la città dopo averne atterrate a colpi di scure le porte, pone agli arresti il Delegato, dichiara prigionieri di guerra della Francia il comandante militare e gli uffiziali colti nel letto, costringe i soldati pontificii a deporre le armi, inalbera la bandiera francese sui fortilizii, ed un Proclama del comandante il Corpo di spedizione annuncia agli abitanti sorpresi: «La nostra è una missione di pace,

(1) Adunanza della Camera dei Deputati, del 18 marzo 1831.

(2] Adunanza della Camera dei Deputati, del 30 maggio 1831.

28 CAPITOLO PRIMO.

» che stringerà vie più fortemente i legami di amicizia che da si gran tempo uniscono la Francia e gli Stati della Chiesa.» La Francia, gelosa della potenza austriaca in Italia, aveva pensato contrabbilanciarne in tal guisa l'influenza nello Stato pontificio. Il Santo Padre protesta; né alla scipita farsa il Governo di Luigi Filippo da fine se non all'avvicinarsi del 1838, colla contemporanea partenza delle truppe francesi da Ancona e degli Austriaci da Bologna.

Allora gli animi de' settarii italiani tornarono ad aprirsi a novelle speranze. La Carboneria aveva passato il suo giorno nella Penisola, e, pur continuando ad esistere sotto il nome di Carboneria riformata, insieme alla Massoneria, e ad una sottosetta di questa, l'Associazione dei Muratori, sui ruderi della sua svanita possanza un'altra società secreta era surta.

Il genovese Giuseppe Mazzini, affigliato come apprendista in una Vendita di Carbonari, poco appresso iniziato al secondo grado della società, quello di Maestro, che dava facoltà di affigliare, poi investito di tutti i poteri, esule in Francia, venuto in persuasione non essere la Carboneria ormai più che un cadavere, né potersi trovare la vita se non in una setta novella, fondava a Marsiglia, sul principio del 1832, una società secreta col nome di Giovine Italia, il cui scopo politico era «la distruzione di tutti i governi della Penisola per formare un solo Stato sotto il regime repubblicano» (1). A chiarire in che questa nuova essenzialmente differisse dalla Carboneria e Massoneria, varrebbero le parole che scrisse quel Felice Orsini, il quale, seguace entusiasta del Mazzini dapprima, vedremo più tardi attentare alla vita di Napoleone III. in Parigi (2): «La Giovine Italia tendeva più delle altre due società, Carboneria e Massoneria, a uno scopo positivo di guerra, di unità e d'indipendenza patria.»

Come la Massoneria e la Carboneria, la Giovine Italia mirava ad uno scopo supremo religioso, ad una religione da surrogare al cattolicismo, di cui si proclamava «che aveva finito il suo tempo.» D'accordo coi Carbonari nel primitivo loro scopo politico locale, la indipendenza d'Italia da qualsiasi dominazione straniera,

(1)

Organizzazione della Giovine Italia. Articolo I.

(2) Memorie politiche, Parte I., cap. I., pag. 8.

LA CARBONERIA IN ITALIA. 29

ne discordava nel confessare svelatamente che voleva governo repubblicano, imponendo però di chiedere appunto Costituzioni per giungere per mezzo di esse più prestamente alla repubblica; nell'abbattere ogni privilegio e confidare nel popolo, a cui quelli non erano ricorsi. Gli affigliati giuravano «davanti a Dio padre della libertà, davanti agli uomini nati a gioire, davanti a me e alla mia coscienza, specchio delle leggi di natura, di consacrare tutto e sempre il pensiero, le parole, le azioni, a spegnere col bracciò ed infamare colla voce i tiranni e la tirannide politica, morale, cittadina e straniera, di combattere l'ineguaglianza fra gli uomini di una stessa terra; di cercare per ogni via che gli uomini della Giovine Italia ottengano la direzione della cosa pubblica; di non rivelare per seduzioni o tormenti l'esistenza,le leggi, lo scopo dell'associazione, e di distruggere, potendo, il rivelatore; invocando sulla mia testa la morte dello spergiuro,ove io mancassi al mio giuramento.»

In breve furono principali focolari dell'associazione Genova e Livorno, donde si estese per il Piemonte e Toscana. In meno di due anni avessi lavorato (1) si, che fu creduto possibile arrischiare una prima intrapresa; la quale fu un tentativo d'invasione della Savoia dalla Svizzera, nel febbraio 1834, sotto la direzione di Ramorino, già Generale dei sollevati in Polonia. Ridicola prova, perduta ancora prima che mandata a vuoto, non ad altro fu buona che a colpire d'inazione, per non breve tempo, il Mazzini, affrettatosi a riparare in Londra, e i suoi adepti.

Solo sul chiudere del 1839 riesci a riannodare qua e là, scarse dovunque, ma meno scarse che altrove nelle Romagne, le fila spezzate della Giovine Italia. Se non che, mentre in tale bisogna il Mazzini si mettea dentro a tutt'uomo, due affratellati della sua associazione, Terenzio Mamiani a Parigi e Nicola Fabrizi a Malta, davano mano ad accozzare due nodi, due sorta di sottosette, con intendimenti bensì essenzialmente unitarii e repubblicani, però discordi quanto ai mezzi di pervenire al fine supremo, sia fra loro, sia col maestro. Il Mamiani svolse il suo programma in un opuscolo sotto il titolo: Nostro parere intorno alle cose italiane, che insieme ad un libriccino litografato, contenente meglio circostanziate

(1) In gergo di setta lavorare significa aspirare.

30 CAPITOLO PRIMO.

le istruzioni per l'opera preparatoria, costituiva l'evangelo obbligatorio pe' suoi seguaci. Il Fabrizi, sognando la possibilità di fare la guerra in Italia per mezzo di guerriglie, fondò una specie di comitato d'azione. Al Mazzini non andava a grado né la scuola tutta educatrice capeggiata dal Mamiani, né quella tutta militare diretta dal Fabrizi; vedeva la sua Giovine Italia dimezzata, né mai più da quel tempo poté per intero riafferrare in sua mano l'unità della direzione.

Tornate vane le aperture co due capi, lo spirituale ed il militare, colla inquietezza febbrile che conseguitava dal vedere scissa la setta di sua creazione, cercò di far da sé, raggranellando i più operosi tra gli antichi adepti. Ma con una spensieratezza tutta sua propria, sempre nulla curante dei pericoli che incogliere potevano coloro a cui le corrispondenze mazziniane fossero state sequestrate, siccome era suo costume, e costume in vero singolarissimo per un cospiratore in tutta la vita e in un caposetta, più che ad altro riuscì a compromettere altrui e screditare sé stesso presso i seguaci, e presso l'universale a rendere ancor più impopolare una setta, che per confessione de' più ferventi affigliati medesimi non fu mai popolare (1).

Ad ogni modo i comitati di Londra, di Parigi e di Malta, presieduti dal Mazzini, dal Mamiani e dal Fabrizi, se non giungevano punto ad andar d'accordo nei mezzi, s'intendevano circa il fine e nell'accozzare proseliti, molti dei quali predestinati alla parte di vittime. Ma il mal esito dell'avventato tentativo del Moro e dei fratelli Bandiera nelle Calabrie, nel luglio 1844, tentativo ordito e regolato dal Mazzini e dal Fabrizi, e da cui si aspettavano grandi cose, ebbe per conseguenza nelle secrete conventicole lo scredito del caposetta, la sfiducia nelle sue idee, l'incredulità alle sue promesse; e le querele, e i rimbrotti, e le vicendevoli accuse d'aver mancato ai patti, condussero l'associazione a mal punto.

«Mazzini, così, scrisse Giuseppe Montanelli (2), già presidente del Consiglio dei Ministri, e triumviro del Governo provvisorio

(1)

F. Orsini, Memorie politiche, Parte I., capii L, pag. 8. - E. Montazio, Biografia di Giuseppe Mazzini, pag. 29.

(2) Memorie sull'Italia. Vol I., pag. 42.

LA CARBONERIA IN ITALIA. 31

toscano nel 1849, «annunziava all'Europa migliaia di apostoli armati, impazienti di battaglia; e molti fra i capi locali, ragguagliato a questo vanto il poverume del personale a loro noto, si consolavano figurandosi essere il luogo che conoscevano una eccezione, e la faccenda procedere altrimenti su tutti gli altri luoghi. Ed è sempre cosi in tutte le imprese di cospirazione, sempre la stessa storia di migliaia di combattenti immaginarii, e dei conti fatti per ciascun paese su quello che sente dire dell'altro. Le cospirazioni messe su, e timoneggiate dai fuorusciti, hanno poi questo di peggio, che in esse è più che nelle altre difficile il rinsavire dei capi alla scuola dell'esperienza. I fuorusciti cui prende il maltalento di sovrastare al movimento della patria, e tenerne in ma no le redini, si fanno un regno fantastico e partecipano ai fascini, alle illusioni, e alle caponaggini incorreggibili dei regnatori; considerano come poste nel loro imperio ogni città, ogni provincia, dove hanno due o tre corrispondenti; vantano forze supposte; attirano cogli improvvidi vanti sugli amici di dentro la persecuzione; si fanno piedistallo delle vittime della loro inconsideratezza, e dai liberi paesi, in cui vivono sicuri, proclamano ai fratelli in pericolo fecondo il martirio.»

Alla morte di Papa Gregorio XVI. la setta mazziniana esisteva poco più che di nome, «del tutto posta a parte e in discredito; il partito repubblicano ridotto ai minimi termini, stretto in amicizia e in lega coi moderati (1)», i quali volentieri avrebbero fatto di meno anche di statuti costituzionali. Fu allora che gli agitatori si strinsero intorno a quel programma del fondatore della Giovine Italia, compendiato in codeste parole (2): «La rigenerazione deve farsi in Italia per mezzo dei principi. Il Papa entrerà nella via delle riforme per necessità; il Re di Piemonte per la prospettiva della corona d'Italia; il Granduca di Toscana per inclinazione, per debolezza, per ispirito d'imitazione; il Re di Napoli per forza. I popoli che avranno ottenute delle Costituzioni, e perciò acquistato il diritto d'essere esigenti, potranno parlare alto, ed al bisogno comandare coll'insurrezione.

(1) F. Orsini, Memorie politiche, Parte I., capii III., pag. 45.

(2) Mazzini, Istruzioni e mezzi per la Giovine Italia. -Ottobre 1846.

32 CAPITOLO PRIMO.

» Quelli che sono ancora sotto il giógo de' loro principi, dovranno esprimere i loro bisogni, cercando, per non ispaventarli o non dispiacere loro, di approfittare della minima concessione per riunire e commuovere le masse, simulando riconoscenza. La feste, gl'inni e gli attruppamenti daranno lo slancio alle idee, rendendo il popolo esigente e gli apriranno gli occhi sulla sua forza.»

Pio IX,, uomo d'alti sensi, entrò nella via delle riforme per impulso esclusivo del grande suo animo; Carlo Alberto vi entrò per debolezza e per ambizione, quasiché «ei volesse cancellare i torti ch'egli aveva per le antiche o tradite promesse» (1). Vi entrò dopo di essere stato uno degli ultimi a seguire un movimento dal quale temeva, che, per essere incominciato sotto influenza non sua, potesse riuscire più a discapito che ad utile di quella influenza sua propria, ch'egli si fosse acquistata; un movimento, che, per avere avuto impulso dalle conventicole e dalle fazioni, pareagli inteso a sminuire piuttosto che ad afforzare la potestà regia, la quale, più che rimorchiare altrui, appariva tratta a rimorchio; un movimento in cui tanta parte aveva avuto quel Giuseppe Mazzini, il quale, rinnovata a Carlo Alberto salito sul trono la proposta del diadema italiano che già i Carbonari avevano fatta a lui quando era principe di Carignano, o non ascoltato, era tornato più che mai indefesso a scrivere e congiurare per l'unità repubblicana.

Già la rivoluzione procedeva in Italia a passi di gigante, allorché la caduta di Luigi Filippo venne ad affrettare la catastrofe. Sollevato al trono unicamente nella sua qualità di Gran Maestro della Framassoneria francese, com'ei vi fu giunto, ben più che delle promesse fatte all'Ordine, s'era occupato di sé stesso e della sua famiglia; d indebolire, quanto più gli fosse possibile, il potere che lo aveva esaltato; d'infrangere gli antichi giuramenti secreti. Allorché si videro ingannati, delusi, traditi, sacramentarono perderlo. E quando, dopo mille tentativi d'ucciderlo, dopo molte sommosse parziali, dopo che gli era riescito isventare infinite insidie ed ottenere per la propria sicurezza le gigantesche fortificazioni di Parigi, ci si credeva invulnerabile, eccolo alla sua

(1) E. Montazio, Biografia di Giuseppe Mazzini, pag. 52

LA CARBONERIA IN ITALIA. 33

Tolta sbalzato da quella Framassoneria medesima che diciott'anni prima aveva sbalzato Carlo X. per lui.

La fine del marzo 1848 vedeva tre quarti d'Europa o in aperta rivoluzione o in fermento; l'Italia venuta ornai sotto il servaggio assoluto delle sette; la Francia, retta a repubblica, guidata a mano dalla Framassoneria; e in Inghilterra tuttora alla direzione degli affari esteriori del suo paese lord Palmerston, grande figura massonica, anzi, secondo tutti gli scrittori che se ne sono occupati, supremo capo e Gran Maestro della Massoneria di tutto il mondo (1), qua e là soffiare nei fuochi della rivoluzione, accarezzarla, blandirla, incoraggiarla nell'interesse particolare dell'Ordine e dei commerci e delle industrie britanniche, pronto, da buon inglese, a rinnegare e perdere quelle insurrezioni medesime qualunque volta all'interesse politico peculiare del Governo della Gran Bretagna tornasse più tardi utile il farlo.

U dado era gittato. Il 29 del marzo Carlo Alberto, d'improvviso assalita l'Austria, varcava i confini di Lombardia. L'Austria, che ad un tempo straziata nella capitale e nelle provincie dalla guerra mtestina e dalla guerra straniera pareva nel vero crollare da tutte parti, dalla durissima prova rialzandosi più forte e più potente di quanto mai fosse stata, più generosa forse che previdente, arrestava le vittoriose sue schiere alle frontiere del Piemonte. La Francia non intervenne. «L'Italia, disse Lamartine, capo del Governo provvisorio (2), della stessa ha respinta la Francia. Popoli, Ministri, Camere, tutti repulsarono con costante energia tutte le velleità d'intervento della Francia. Nulla sarebbe più funesto alla pace del mondo quanto un'intervenzione violenta della Francia su quel suolo, dove ventisei milioni d'Italiani respingono il passo della Francia, come il passo del conquistatore.»

(1)Histoire, doctrine et but de la Franc-maçonnerie, écrite par un Franc-maçon, pag. 149.

(2)

Sessione dell'Assemblea Nazionale di Francia, del l8 marzo 1849.

34

CAPITOLO SECONDO.

Carlo Luigi Bonaparte

Spedizione di Civitavecchia, ideata dal generale Cavaignac. - Istruzioni date a De Corcelles. - La spedizione è sospesa in causa della fuga del Papa da Roma. - Cavaignac abbandona il timone dello Stato a Carlo Luigi Napoleone Bonaparte. - L'equivoco sin dalla nascita, sin dal battesimo, sino nei nomi. - La prima giovinezza. - Re d'Italia in prospettiva e Carbonaro in Romagna. - È salvato dall'Arcivescovo di Spoleto. - I

Vaneggiamenti politici.

- Napoleone II. Imperatore dei Francesi a Strasburgo e a Boulogne. -

Al suo posto

ad Ham - La Massoneria di Parigi lo manda rappresentante del popolo all'Assemblea Nazionale. - Re di Sicilia in aspettativa. - Dell'Assemblea, che avea decretato il suo esilio dalla Francia, si vendica col farsi rieleggere rappresentante. - Astenersi di dare un voto può far dire più che non si vorrebbe. - 5,534,620 voti. - Un libro dove vi sono delle pagine strappate.

È cosa impossibile volersi renderò giusta ragione così dei recenti avvenimenti d'Italia, considerati sia nelle loro cause, sia nei loro effetti, come della politica dell'Imperatore Napoleone III. rispetto alla penisola italiana, per chi non si faccia ad investigare alquanto più circostanziatamente la portata, l'indole, i veri intendimenti dell'intervento francese che da sedici anni dura negli Stati pontificii; per chi non si addentri nello studio dell'uomo che da sedici anni guarda, di sottecchi o palese, dalle rive della Senna alle sponde del Tevere.

Il dì 15 novembre 1848 Pellegrino Rossi, presidente del Consiglio dei Ministri del Santo Padre, era fatto cadavere sulle soglie del palazzo della Camera dei Deputati. La sua morte fu il segnale di abominevoli eccessi. Proclive al bene per indole, deliberato a concedere a' suoi popoli tutta quella più larga libertà che accordar si potesse da un Pontefice Re, Pio IX. aveva concesso spontaneo due e tre volte più di quanto col Memorandum del 10 maggio 1831 era stato proposto a Gregorio XVI., aveva avuto fede nella riconoscenza e nell'onore, nell'ampiezza de' benefizii e nella santità de' giuramenti. Ed ora ei vedeva le onde frementi della rivolta battere alle porte stesse del Quirinale, disconosciuta e

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resa nulla la sua autorità, e la sua persona medesima posta alla mercé dell'anarchia trionfante.

Non appena la notizia di codesti tristissimi fatti pervenne in Parigi, il generale Cavaignac, capo del potere esecutivo, il giorno 26 diede ordine a Tolone ed a Marsiglia, perché una Brigata, la quale vi si teneva pronta per le diverse contingenze, fosse prestamente imbarcata e diretta a Civitavecchia. In pari tempo inviò a Roma il signor de Corcelles, le cui istruzioni, è utile richiamarle alla memoria, suonavano:

«Siete informato dei deplorabili avvenimenti successi in Roma, e pei quali il Santo Padre è ridotto ad una specie di prigionia. Al cospetto di questi avvenimenti, il Governo della Repubblica ha deciso che quattro fregate a vapore ed una Brigata di 3500 uomini saranno inviate a Civitavecchia. Voi andrete a Roma colla missione straordinaria d'intervenire, a nome della Repubblica francese, per rendere a Sua Santità la libertà personale, se mai ne fosse stato privato. Se il Papa credesse conveniente di recarsi momentaneamente sul territorio della Repubblica francese, voi fatele in modo che questa sua intenzione sia effettuata, ed assicurerete il Papa ch'egli troverà in seno alla nazione francese dell'accoglienza degna di lui e di tutte quelle virtù, delle quali egli ha dato cotante prove.

» Voi non dovete intromettervi, per nessun modo, nelle questioni politiche che si agitano in Roma. Appartiene alla sola Assemblea Nazionale il determinare la parte ch'essa vorrà far prendere alla Repubblica nelle misure, che dovranno concorrere al ristabilimento d'una situazione regolare negli Stati della Chiesa. Per il momento, a nome del Governo che vi manda, e nei limiti del potere che ad esso compete, dovete assicurare la libertà ed il rispetto alla persona del Sommo Pontefice.

» La vostra missione altro scopo non ha, ve lo ripeto, che quello di assicurare la libertà personale del Capo della Chiesa, ed in un caso estremo un momentaneo rifugio sul territorio della Repubblica. Avrete cura di proclamare altamente di non essere per intervenire, ad alcun titolo, nelle dissensioni che oggi separano il Santo Padre dal popolo da lui governato. La Repubblica, mossa da un sentimento basato sopra un'antica tradizione, che costituisce la nazione francese soccorritrice della persona del Papa,


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36 CAPITOLO SECONDO.

essa ad altro non pensa. Debbo insistere anche sull'impiego delle truppe messe a vostra disposizione. Il loro sbarco non deve operarsi che allo scopo di ottenere la sicurezza del Papa.»

E l'Assemblea Nazionale, nella sessione del 30 di quel mese, dichiarava a grandissima maggioranza, 480 voti contro 63, che «l'Assemblea approva le misure di precauzione prese dal Governo per assicurare la libertà del Santo Padre, e si riserva di risolvere sui fatti ulteriori ed ancora imprevisti.»

Se non che, mentre pigliavansi a Parigi queste determinazioni, non vi si poteva peranco sapere, che Pio IX., felicemente deludendo le sospettose vegghianze di cui era vittima, aveva potuto allontanarsi da Roma nella notte dal 24 al 25 novembre, e riparare in Gaeta. Questo avvenimento mutava aspetto alle cose. I motivi, che avevano indotto il Governo di Francia ad ordinare provvedimenti militari, non sussistevano più; ed alla spedizione veniva a mancare lo scopo. Poco appresso Cavaignac abbandonava il timone dello Stato nelle mani del novello Presidente della Repubblica.

Chi gli succedeva era il principe Luigi Napoleone Bonaparte. Egli si chiamava in quel tempo Luigi Napoleone, come s'era chiamato a vicenda Napoleone Luigi, Luigi, Luigi Carlo, Carlo Luigi, Napoleone, Napoleone II., e come si chiamerà più tardi Napoleone III. Un documento ufficiale, inserito nel Moniteur del 9 giugno 1808, Tatto della sua iscrizione sul Gran libro della successione al trono, attesta che il principe, nato in Parigi il 20 aprile precedente, ricevette, per ordine dell'Imperatore, i nomi di Carlo Luigi Napoleone. Così sino dalla sua nascita, sino dal suo battesimo, sino ne' 7 suoi nomi, si rivela l'impronta che costituisce la specialità caratteristica di tutta la sua vita, di tutto esso, l'equivoco. Secondo le tabelle ufficiali, è figlio di Ortensia Eugenia di Beauharnais e di Luigi Napoleone Bonaparte, fratello dell'Imperatore, elevato da questo a Re d'Olanda; secondo effemeridi di que' tempi, la tradizione sopravvissuta in Francia e in Olanda, molti storici e la voce dei più, diversamente (). La sua vita ribocca di avvenimenti, d'incidenti, di emozioni, di disinganni, di

(1) «Il Re d'Olanda, Luigi Bonaparte, ben lo sapeva, poiché ciò non era segreto per alcuno.» - E. Sue, Le mysteres du monde, Vol. III., pag. 14.

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sorprese della fortuna e del caso. Esso è uno di quegli enti strani, misteriosi, i quali, palleggiati dal destino, avviluppati dalla fatalità, sfuggono ad ogni analisi.

Nato presso ad un trono, cullato sulle ginocchia di un Imperatore, il fanciullo vede in un punto cangiarsi la scena, l'Impero crollare, e i Bonaparte disperdersi sotto altri cieli. Ortensia di Beauharnais, questa donna così bella, cosi amante e così amata, trasporta i suoi figli nel modesto ritiro di Arenemberg, sulle rive del lago di Costanza, in Isvizzera. Allora il principe tenta di diventare soldato, dandosi agli esercizii dei giovani ufficiali svizzeri radunati a Thoun. Colà la rivoluzione del 1830 in Francia sopraggiunge a destarlo, e lo esalta. Viene di nascosto a Parigi, e fa chiedere a Luigi Filippo il permesso di servire come semplice soldato nell'esercito francese. Avutone un rifiuto, gettasi nelle avventure del cospiratore.

Mentre una legge del 1816 interdiceva sotto pena di morte l'ingresso sul territorio francese a qualsiasi membro della famiglia napoleonica, il Pontefice Re accoglieva ne' suoi Stati con affettuosi onori i più prossimi congiunti di colui che avea proclamata Roma seconda città dell'Impero francese. Correva il dicembre del 1830, e Carlo Luigi Bonaparte, che così lo chiameremo sino ai giorno in cui, eletto Presidente della Repubblica francese, si farà appellare Luigi Napoleone, la storia serbando memoria degli uomini col nome vero che s'ebbero, non con quelli che presero col mutare dei capricci proprii e del caso, se ne stava in Roma in compagnia di sua madre, mentre suo fratello maggiore Napoleone Luigi (1) trovavasi a Firenze.

In Roma Carlo Luigi stringeva relazione coi capi dei Carbonari, che gli dissero come stesse presso a suonare l'ora della caduta del potere temporale dei Papi, e dietro a questa quella della indipendenza italiana. S'egli ed il fratel suo fossero entrati risolutamente nella congiura, gli promettevano, a lui la corona d'Italia, e pel fratello di fare tutto il possibile perché s'avesse quella di Francia, se mai Luigi Filippo venisse un giorno a mancare ai suoi giurì. Be l'uno o l'altro dei due fratelli giungesse, quando che fosse,

(1) II primogenito di Luigi Bonaparte e d'Ortensia di Beauharnais, ch'ebbe nome Napoleone Carlo, era morto all'Aja nel 1807.

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a salire sul trono di Francia, e l'Italia si fosse trovata ad esser qual era, sacramentassero porre ad effetto il noto programma: unione di tutta Italia sotto unico scettro, libera da qualsivoglia dominazione straniera; spodestati i Papi, Roma capitale della Penisola. Carlo Luigi, ambizioso ed ardente, accolse la prospettiva del diadema italiano dalle mani di quella setta, da cui quella prospettiva avevano accolta e Murat nel 1815 e Carlo Alberto nel 1821; prestò i solenni giuramenti della Società, e le formali promesse peculiari che gli aveano richieste.

Allora parte da Roma, raggiunge in Firenze il fratello, che trova repugnante alla parte di rivoltoso; lo incalza,. lo affascina, lo soggioga, e Napoleone Luigi si fa a sua volta Carbonaro, giura tutto, promette tutto. In questo mezzo, giunto il febbraio del 1831, scoppia la rivolta nelle Romagne, e i due fratelli fuggono per marciare su Roma tra le file de' sollevati. Al generale Sercognani, messo a capo dei ribelli romagnuoli, Carlo Luigi scrive (4) che «l'insurrezione delle popolazioni romane contro il Papa è una causa sacra»; mentre il fratel suo inviava a Papa Gregorio XVI. una lettera con cui lo avvertiva «non dover egli più pensare a serbare la sovranità temporale di Roma, incompatibile coi progressi attuali della ragione umana; ormai dover egli contenersi entro i limiti dell'esercizio della potestà spirituale»; lo consigliava di aderire di buon grado alla sua spogliazione, poiché afferraavagli «le forze che inoltravano sopra Roma sono invincibili», e conchiudeva col domandargli una risposta.

Raccolto in fretta un drappello di armati, con un cannone ch'egli stesso aveva acconciato alla meglio, Carlo Luigi corse ad impadronirsi di Civita Castellana; ma, ricevuto ordine di raggiungere il grosso de' sollevati, sospendo le operazioni per avviarsi a Bologna. Travolto nella presta rotta de' rivoltosi, sfugge alla morte per assistere all'agonia del fratello, venuto a misteriosa fine, non per ferita, per rapido ed ignoto malore, il 17 marzo in Forlì. Non potendo penetrare nella Toscana, non riparare negli Abruzzi, non raggiungere il mare, stretto d'ogni intorno da pericoli, entra furtivo nel palazzo d'un Arcivescovo, cui rivela il suo nome e domanda quell'asilo che l'immunità del sacro luogo gli poteva assicurare.

(1) Lettera di Carlo Luigi Bonaparte del 28 febbraio 1831.

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Quel buon pastore, che accoglieva, nascondeva, nutriva, proteggeva il principe fuggitivo, che lo riforniva di danaro, che gli consegnava un passaporto dopo moltissime istanze ottenuto da Roma, quel buon pastore che gli ha salvata la vita, era l'Arcivescovo di Spoleto, ed avea nome Giovanni Maria Mastai Ferretti. Quindici anni pili tardi il suo benefattore si chiamava Pio IX.

Raggiunto dalla madre in Ancona, occupata dagli Austriaci, traversa la Francia, da cui, per ordine espresso di Luigi Filippo, è espulso quasi sull'istante, e ripara in Inghilterra e di là nuovamente in Isvizzera. Qui scambia promesse coi capi della rivoluzione polacca, ma la espugnazione di Varsavia lo incoglie mentre s'apprestava a portare la sua tenda sulle rive della Vistola. Giunge il 1832. Il figlio di Napoleone I., il Duca di Reichstadt, muore; Carlo Luigi Bonaparte diventa erede. L'insorto della Romagna si fa pretendente; il Carbonaro aspira all'Impero. Piglia il nome di Napoleone Luigi, perché un Decreto di Napoleone I. aveva ordinato che il nome di Napoleone dovesse essere portato dal più anziano della imperiale famiglia.

In un primo opuscolo, i Frammenti storici, dati alla luce nel 1830, aveva scritto: «Sono cittadino prima di essere Bonaparte.» In un libro mandato alle stampe in Zurigo nel 1832, sotto il titolo Vaneggiamenti politici, proclama che «non si verrà a capo di conciliare la libertà e l'autorità, se non unendo le due cause popolari di Napoleone e della repubblica. L'una rappresenta la più gran gloria, l'altra la più gran libertà. Col nome di Napoleone non si temerà più il ritorno del terrore; col nome della repubblica non si temerà più il ritorno del potere assoluto.»

Nel 1833 torna a pensare alla Polonia, e scrive, sotto la data dell'11 di agosto, un Indirizzo agli esuli polacchi, in cui dice che «ogni nobile anima essendo cacciata in esilio, andava superbo di» appartenere alla tribù dei proscritti.» Poco appresso colla mano di Donna Maria da Gloria ricusa sdegnosamente un trono in Portogallo.

Egli ha studiato le opere di quegli, che sarà mai sempre considerato «maestro di color che sanno» in cospirazioni ed in rivoluzioni, Nicolo Machiavelli; e le ha studiate sempre e molto. Vi trovò una massima, che lo impressionò vivamente: «Meglio è far male che far niente.»

40 CAPITOLO SECONDO.

Far niente vuoi dire essere dimenticato; far male ò lo stesso che far rumore. Chi mai pensava ai Bonaparte in que' dì? Pure, colla facilità d'illusioni ch'è esclusiva solo degli esuli, giunse a persuadersi, che in Francia il bonapartismo esistesse allo stato latente, bastare una scintilla per farlo divampare.

Il 30 ottobre 1836 si presenta a Strasburgo, vestito coll'abito verde ed il tradizionale piccolo cappello di Napoleone. Il suo nome, il suo titolo Napoleone . Imperatore de Francesi, «eco il suo prestigio. Le sue munizioni da guerra sono proclami, una Costituzione, casse piene d'opuscoli, di sue biografie, di esemplari della sua opera Considerazioni sullo stato politico e militare della Svizzera. Una dozzina di complici, una giovine e bella donna, che in questa rappresentazione figurava l'elemento indispensabile al crogiuolo delle passioni umane; ecco il suo esercito. Egli non si briga di sapere se abbia partigiani in Francia. Non prepara, non organizza nulla. In alcuni istanti tutto è finito. Arrestato, è graziato da Luigi Filippo, che non lo giudica, limitandosi a farlo tradurre in America, e a cui, il dì 11 novembre, sul punto di lasciare la Francia, scrive: «Il Re, nella sua clemenza ha ordinato che» io fossi condotto in America,» e «vivamente commosso dalla» generosità del Re» promette sul suo onore di non cospirare mai più.

Ritorna dall'America in Isvizzera; ma il suo riapparire sulle frontiere della Francia ad onta Luigi Filippo, che ne fa chiedere al Direttorio federale l'espulsione, ed appoggia la domanda con un'armata di ventimila uomini. Il principe, schivando egualmente di dichiararsi svizzero e di confessarsi francese, previene la guerra imminente con allontanarsi dagli Stati della Confederazione, e rassicura il Re Luigi Filippo, con una lettera del 20 agosto 1838, che la sua «ferma volontà» è di «restare tranquillo.»

Rifuggitosi a Londra, pubblicò nel 1838 un opuscolo sottoscritto da uno de' suoi confidenti, scritto notoriamente da lui medesimo, in cui si riportano le parole ch'egli, Napoleone II. Imperatore de' Francesi a Strasburgo, disse al colonnello Vaudrev: x. La Francia è democratica, ma non è repubblicana. Ora, io intendo per democrazia il governo d'un solo per la volontà di tutti, e per repubblica il governo di parecchi che obbediscono ad un sistema.»

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Un anno appresso mandò alla luce un libro sotto il titolo Idee napoleonica, ove descrisse l'Imperatore umanitario. In esso, colle viste di svolgere, di giustificare, di spiegare le idee politiche dello zio, ci si presentava, non 'tanto come l'apologista ed il commentatore, quanto piuttosto come il continuatore di esse. Rammentava quanto Napoleone aveva lasciato incompiuto, quanto era stato dimenticato dai governi successivi, quanto noi suo concetto, ed agendo secondo le circostanze, si poterà fare ancora. In questo libro, vero Manifesto imperiale, della questione romana si spiccia bravamente in due parole, con dire che (1), se Napoleone aveva riunito Roma alla Francia, fu «nello scopo di abituare quei popoli ad un governo che facesse gli uomini cittadini e soldati.» E da Londra attende alla pubblicazione d'un giornale, Campidoglio, che sul chiudersi di quell'anno fondossi a Parigi. Il Campidoglio, quale titolo singolare per un giornale che si stampa per Francesi ed in Francia! Si direbbe che la sua mente corre sempre fra Roma e Parigi, il suo cuore fra il 1831 ed il 1836.

Il 6 agosto 1840 parodia lo sbarco dello zio a Cannes, sbarca a Boulogne a capo di un sessanta famigli, camerieri, cucinieri, cocchieri, staffieri e lacchè, mascherati da soldati francesi con frusti uniformi, comperati dai rivenduglioli di Parigi, e bottoni del 40.° Reggimento di linea, fabbricati a Londra. Porta con sé un'aquila dorata in cima all'asta d'una bandiera tricolore, e un'aquila vivente, ammaestrata da molti mesi a venire a prendersi il cibo sul suo cappello; e gran numero di proclami.

In uno di questi dice: «Soldati! La grande ombra dell'Imperatore Napoleone vi parla per la mia voce.» In un altro: «Francesi! Sento dentro di me l'ombra dell'Imperatore, che mi spinge ed incalza; non mi arresterò se non quando avrò ripreso la spada d'Austerlitz.» In un terzo: «Abitanti di Boulogn! Dall'alto della Colonna del grande esercito il genio dell'Imperatore veglia sopra di noi.» Ma il genio dell'Imperatore vegliava male; e all'aquila, destinata ad esserne nella rappresentazione il simbolo animato, non fu lasciato tempo di spiccare il volo a pigliarsi il pezzo di carne sul cappello del principe, allorché dall'alto

(1) Des idèes napoléoniennes, chap. IV., pag. 134.

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della Colonna del grande esercito avrebbe proclamato l'Impero (1). In breve ora, principe, complici, seguito, sono costretti cercare salvezza nelle calcagna e nel mare. Due morti, tre feriti. Napoleone II. nuota disperatamente, tra mezzo alle palle che solcano le onde d'intorno; una palla morta lo coglie in un braccio, e lo contunde. Ma è raggiunto e ripescato.

Tradotto dinanzi la Corte dei Pari, prende la parola per dire, che «una solenne occasione gli viene offerta di spiegare a' suoi» concittadini il suo contegno, le sue intenzioni, i suoi disegni;» ciò che io penso, ciò che io voglio.» Condannato a prigionia perpetua, è rinchiuso nel forte di Ham; di dove, nel 13 gennaio 1841, in una lettera al conte d'Orsav in Londra, scrive: «Tuttavia non» desidero uscir da' luoghi ove sono, poiché qua sono al mio po» sto. Col nome che porto, m è necessaria l'ombra d'un carcere,» o lo splendore del potere.» Là il suo spirito parve riflettere e maturare; scrisse e pubblicò altre opere improntate di liberalismo, di democrazia} anzi, fino ad un certo grado, di socialismo, l'Estinzione del pauperismo, l'Analisi della questione degli zuccheri. Dopo sei anni di prigionia fugge dalle carceri di Ham, travestito da muratore» e ripara ancora in Inghilterra.

Sbalzato Luigi Filippo dal trono, si affretta di venire a Parigi, ritorna e vi torna ancora; e per tre volte, in tre mesi, è ricondotto dal potere esecutivo alle frontiere di Francia. In giugno, quantunque non fosse candidato ostensibile alle elezioni di Parigi, riesce ad ottenervi 84,000 suffragi, che lo. mandano rappresentante del popolo all'Assemblea Nazionale, mediante l'operosa influenza di Luigi Blanc, il famigerato organizzatore del lavoro, dignitario Framassone, capo della rivoluzione di Parigi del febbraio 1848, il quale aveva fatto votare per lui la massa degli artieri

(1) Quand'egli sbarcò a Boulogne, l'aquila fu lasciata sai bastimento che lo aveva portato. Se l'impresa avesse volto a bene, era mente del Bonaparte proclamare l'Impero dalla sommità della Colonna del grande esercito, che fu innalzata sulla sponda del mare in memoria della spedizione ideata dal primo Napoleone contro l'Inghilterra. Allorché il principe fosse salito sulla cima della colonna, dal bastimento avrebbero dato libertà all'aquila, che tenuta da due giorni affatto digiuna, si sarebbe affrettata di accorrere sul capo del principe, ove solo era avvezza di trovare da lungo tempo il nutrimento. Nella fuga il pretendente smarrì il cappello sulla spiaggia; e, raccolto, vi si rinvenne il pezzo di carne, che l'aquila doveva venirvi a prendere.

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arruolati nelle officine nazionali (1). Inonda i passeggi di Parigi di gridatori, che per pochi soldi vendono, o donano a coloro che non la comperano, la sua biografia, in cui affermasi non. essersi egli recato a Strasburgo e a Boulogne se non per promulgare la repubblica. Ma la sua nomina suscita una tempesta si fatta nel seno dell'Assemblea Nazionale, ch'egli stima prudente scrivere, il 14 giugno, al presidente di questa: «Cercherò meno ancora il potere. Se il popolo m'impone doveri, saprò adempierli. Depongo in vostra mano la mia rinunzia.»

Rifuggitosi in Londra Luigi Blanc, il suo protettore, i suoi pensieri volgonsi un'altra volta all'Italia. Mentre per tutta Europa si dava la caccia ai Re, la Sicilia correva per tutta Europa a caccia di un fte; batteva a tutte le porte, e tutte le porte le si chiudeano sul viso. Come la Grecia a' di nostri, la sua corona offeriva a chiunque avesse voluto pigliarla, persino a Re legittimi, a Re per la grazia di Dio, scandagliando sino il Duca di Bordeaux. Aveano sollecitato il Duca di Leuchtenberg, s'erano indirizzati al principe di Joinville, avevano parlato del principe Leopoldo di Baviera, pensato al Re di Napoli Luciano Murat, essi che non ne voleano più sentire di dipendenza dal Re di Napoli. Avevano scelto l'arciduca Carlo, secondogenito del Granduca di Toscana, un fanciullo di nove anni; poi accarezzato Ferdinando di Savoia, Duca di Genova, secondo figlio di Carlo Alberto. D'improvviso, in giugno, si sparsero per Palermo proclamazioni indirizzate Ai veri amanti della libertà, dove si mettevano innanzi Carlo Luigi Napoleone Bonaparte, ed il framassone Carlo Bonaparte, principe di Canino; quel Carlo Bonaparte che poco prima a Venezia, nel settembre 1847, in occasione del Congresso degli Scienziati, pigliato a braccetto un giovane

(1) Luigi Blanc era stato eletto rappresentante del popolo nella Corsica in concorrenza con Pietro e Girolamo Bonaparte, e col mezzo della potente loro raccomandazione. È un fette, risultante eziandio da un carteggio affatto autentico, pubblicato intorno alla metà del giugno 1848 da molti giornali di Parigi, essere stato Luigi Blanc quegli che fece accettare la candidatura di Carlo Luigi Bonaparte agli artieri degli opifizii nazionali. Il nome del futuro Napoleone III era su tutte le liste, prima o dopo di quello di Proudhon, e fu per tal modo eh egli poté ottenere un numero sì ragguardevole di suffragi. Così la sua prima elezione fu dovuta a socialisti ed a framassoni.

44 CAPITOLO SECONDO.

ch'egli si sforzava accalappiare in sinedri settarii, non trovando nel bel mezzo della piazza di San Marco un angolo ove volgersi per un bisogno di corpo, gli diceva a ben alta voce, quasi a persuadere gli astanti della sua dignità eventuale di Re democratico: Datemi un Austriaco che gli pisci addosso, E l'appello a' Siciliani, notate eccezioni parecchie per Leuchtenberg, per Canino, pei principi di Toscana e di Savoia, conchiudeva con dimostrare la scelta dover cadere sopra il campione di Strasburgo e di Boulogne, perché liberale, esule, ramingo in Londra, e dotto per lettere e scienze militari. Ma l'Inghilterra troncò la commedia col far nominare tosto il Duca di Genova Re dei Siciliani per la Costituzione del Regno, quasiché fosse stato eletto dalla Costituzione medesima.

L'Assemblea Nazionale aveva decretato il suo esilio dal territorio francese (1), e Carlo Luigi Bonaparte getta nel pubblico un nugolo di nuovi giornali, la maggior parte distribuiti gratuitamente: II Napoleonico; Il Napoleone repubblicano; Il Repubblicano Napoleonico; La Costituzione, giornale della Repubblica Napoleonica»

(1) Quelle tremende giornate di giugno, che vivranno ad eterna infamia nella memoria de posteri, e Cavaignac vinse sul socialismo, furono iniziate alle grida di Viva Luigi Napoleone, mandate da quegli stessi artieri che pochi giorni prima avevano dato il voto per lui. Il Journal des Débats del 14 giugno conteneva queste linee: «Si distribuirono in questi giorni molte medaglie con l'effigie di Luigi Napoleone Bonaparte. Si davano di preferenza alla gente in casacca. Un gran numero ne fu venduto sui passeggi. Queste medaglie hanno un nastro per essere attaccate all'occhiello dell'abito e servire qual segnale di raccozzamento.Un altro giornale di Parigi, Le rèpresentant du peuple del 15 giugno, stampava quanto segue: «Domandiamo spiegazioni sopra un fette. Sabato scorso, 10 giugno, si pagò agli artieri delle officine nazionali cinquanta centesimi di più della loro giornata ordinaria, ed ecco qual motivo si diede di quest'aumento. Fu detto agli artieri che il principe Luigi Bonaparte, trovando che la paga d'un franco, data agli artieri, era troppo scarsa, egli vi aggiunse del proprio quel sovrappiù. Nella sessione del 13 giugno, Ledru Rollin, membro della Commissione esecutiva, salì alla bigoncia dell'Assemblea Nazionale per dire in nome del Governo: «Il nome di Luigi Bonaparte serve di bandiera ad agitatori. Denaro fu distribuito ai faziosi; fu loro largito vino. Da chi? Non si sa. né basta;in due giorni vennero fondati tre giornali, ohe bandiscono la dittatura di Luigi Napoleone. Tutti questi indizii non lasciano dubbio. Ma, dicono, Luigi Bonaparte è estraneo a tutti cedesti maneggi; tutti lo dicono, tutti, eccetto lui.»

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È rieletto in Corsica, e da di nuovo la sua rinunzia. Perviene a farsi rieleggere ancora, e nel 26 settembre si presenta all'Assemblea Nazionale per dire: «Dopo trent'anni di proscrizione e d'esilio, mi è finalmente permesso di rivedere la Francia e i miei concittadini. La repubblica mi procurò questa fortuna; quindi la repubblica riceva il mio giuramento di riconoscenza e d'attaccamento. Siede sui banchi più elevati della sinistra, in quella zona comunemente chiamata la Montagna. A coloro che ricordavano il ridicolo delle sue follie, rammenta le sue sventure, la maturità d'un'età più seria. In breve si atteggia a candidato della repubblica, e proclama (1): «Non sono un ambizioso, che Bogni l'Impero. Educato in libere terre, ed ammaestrato dalla sventura, rimarrò sempre fedele ai doveri che mi impongono i vostri voti e la volontà dell'Assembla. Ove io fossi eletto presidente, mi dedicherei per intero, senza secondi fini,al consolidamento di una repubblica saggia, onesta, grande e forte. M'impegnerei sull'onore a lasciare, dopo quattro anni, al mio successore, il potere raffermato, la liberti intatta.»

Rifuggitosi Pio IX. in Gaeta, quando nell'Assemblea Nazionale, il 30 novembre, vennero in discussione i provvedimenti risolati dal Governo francese in favore del Santo Padre, Carlo Luigi Bonaparte si astenne dal dare il suo voto, tra questo, in fatti, un sistema assai comodo, e non pregiudicevole punto. Bare il voto a favore, era rinegare la sua prima intrapresa del 1831, porre a repentaglio la desiata armonia coi fratelli delle Loggie; dare il voto contro, era biasimare in forma una risoluzione che appagava la coscienza pubblica, era un alienarsi gli animi de' buoni cattolici, del clero in particolare, che importava assaissimo aversi propenso, e su' cui voti era urgente poter fare assegnamento per la elezione presidenziale. Spera vasi aver salvato capra e cavoli. Ma poiché si accorse che il suo astenersi era stato osservato, e dava appiglio a commenti ben incomodi, si affrettò' di spiegare il suo contegno in una lettera, che mandò a pubblicare nei giornali (2). È detto in essa: «Sapendo che si è fatta qualche osservazione sull'essermi astenuto dalla votazione relativa alla spedizione di Civitavecchia,

(1) Circolare agli elettori, del 29 novembre 1848.

(2) Nel Constitutionnel; 2 dicembre 1848.

46 CAPITOLO SECONDO.

mi reco a dovere di dichiarare che, mentre io sono pronto a sostenere tutte le misure proprie a proteggere efficacemente la libertà e l'autorità del Sommo Pontefice, pure io non ho potuto approvare col mio voto una dimostrazione militare, che mi sembrava pericolosa anche per gli interessi sacri che volevansi proteggere, e che forse può compromettere la pace dell'Europa.»

Non tutte le diffidenze quetarono. Fuvvi taluno che gli si fece a richiedere, di quale libertà, di quale autorità intendesse parlare; della libertà della persona del Pontefice o della libertà del potere del Papa, della autorità temporale o della spirituale? La stretta sua parentela col principe di Canino gli porse occasione ad una più esplicita dichiarazione, e alla prima mandò dietro, su pe' giornali (), questa seconda, che diresse al Nunzio apostolico residente in Parigi: «Monsignore, io non voglio che possano acquietare credito presso di voi le voci, che tendono a farmi complice della condotta, che tiene in Roma il principe di Canino. Da lunga pezza io non ho alcuna relazione col primogenito di Luciano Bonaparte; e deploro di tutto cuore ch'egli non si sia accorto come il mantenere la sovranità temporale del Capo venerabile della Chiesa è intimamente collegato collo splendore del cattolicismo, come colla libertà e colla indipendenza d'Italia.»

Poco appresso, 5,534,620 voti lo portavano, per suffragio universale, alla presidenza della Repubblica, ed il 20 dicembre 1848 Carlo Luigi Napoleone Bonaparte giurava, «innanzi a Dio ed innanzi al popolo francese, rappresentato dall'Assemblea Nazionale, di restar fedele alla Repubblica democratica una ed indivisibile». Egli aveva alfine ritrovato una patria. I tentativi di Strasburgo e di Boulogne aveangli nociuto moltissimo nella mente delle classi intelligenti, le quali da quel momento lo giudicarono di capacità assai limitata; fu appunto questa radicata credenza, di aver trovato in lui un debole cervello, un uomo da nulla, una delle più influenti cagioni di codesto trionfo del pretendente. Un uomo di genio (2) lasciò scritto: «Dicevano volentieri di Luigi Napoleone: È un idiota. S'ingannavano.

(1) Nell'Univers dell'8 dicembre 1848.

(2)

Victor Hugo, Napoléon le petti, Livre I., chap. VI., pag. 2122.

Carlo Luigi BONAPARTE. 47

Quel cervello è torbido, quel cervello ha delle lacune; è un libro dove» vi sono delle pagine strappate.» Io direi: È un libro dove vi sono delle pagine capovolte. A prima giunta in un libro a pagine capovolte potrà apparire benissimo esservi delle lacune, quantunque nella realtà non esistano. Provatevi a rimescolare le pagine senza numero, giungete a trovare il bandolo a coordinarle; non troverete vuoti in niun luogo. Quel cervello non è a lacune; solamente Luigi Napoleone ebbe Parte di farlo apparir tale.

Il suo innalzamento chiude il primo periodo della sua vita pubblica, che iniziato con convenire essere la sovranità temporale de' Papi incompatibile coi progressi attuali della ragione umana, finisce con proclamare, essere quella sovranità a mantenersi siccome intimamente collegata colla libertà e colla indipendenza d'Italia; periodo in cui l'erede d'un gran nome s'arrabbatta per riedificare un Impero, e vi pone a suggello un giuramento di fedeltà ad una repubblica. Ma periodo pure che rivela già l'uomo, il quale sa sentire ove esista per lui una specie di campo vago, che può essere coltivato per l'ambizione; che sa approfittare di tutto e di tatti, e retrocedere qualche volta innanzi all'effetto materiale de' suoi atti; che ha un'idea fissa, un disegno, sa ciò che vuole e vi arriva, non importa a traverso di che, a traverso la ragione, a traverso il ridicolo, a traverso l'inconseguenza, a traverso tutto, ma ci arriva; che ha, al caso, abilità, sangue freddo, audacia, destrezza, ed al più alto grado quella qualità che costituisce il vero suo carattere speciale, e la vera sua forza, l'astuzia. E gli atti politici dell'uomo, che vuoi essere tutto o niente, che vuoi riuscire o perire, vanno spiegati dietro questa idea fissa, dietro questo movente, non mai giudicati dietro altre idee, diverse da quelle che regolarono le sue azioni.

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CAPITOLO TERZO.

La Francia a Roma.

Martini e Berghini a Roma e Gaeta. - Le Potenze europee rispetto al Santo Padre. - Gioberti a Parigi. - Un gigante dietro un filo d'erba. - Pio IX. richiede l'intervento armato. - Le Legazioni al Piemonte, Savoia e Nizza alla Francia. - II principe di Cariati smaschera le sozze orditure - Di chimera in chimera alle corna di un dilemma. - Luigi Napoleone pensa occupare Nizza e Savoia, poi risolve la spedizione di Roma. - Com'egli la spiega. - Due cose che ei non poteva dire. - Istruzioni date al generale Oudinot. - Gl'indovinelli del primo

Ordine del giorno. -

La flotta francese si presenta innanzi Civitavecchia. - Due proclami che non soddisfano alcuno. - Una cattiva e meschina posizione. - Lettera prevedibile. - Una parola d'onore ben mantenuta. - L'Assemblea Nazionale vota che la spedizione di Italia non aia più a lungo sviata dallo scopo assegnatole. - Missione dì Lesseps. - Lealtà del Bonaparte verso il Re di Napoli. -Restaurazione della sovranità del Pontefice in Roma.

Quando, al dimani della sua elezione alla Presidenza, Luigi Napoleone ebbe l'eredità della spedizione di Roma, disegnata dal generale Cavaignac, egli non consentì così subito a mandarla ad effetto. Il 16 dicembre 1848 era divenuto presidente del Consiglio dei Ministri a Torino l'abate Gioberti, a que' di nella pienezza della effimera sua popolarità. Spinto da questi, Carlo Alberto scrisse il dì 24 a Pio IX., il quale sino dal giorno 4 aveva invocato il soccorso delle Potenze cattoliche, che, ov'egli divisasse ripigliare lo Stato colle armi, meglio varrebbe volgersi a Stati italiani, non chiedesse aiuto d'oltramontani, lo pregava venisse a Nizza. Gli fa risposto: esser già fatta la richiesta del soccorso, il Papa star meglio a Gaeta, più vicino a' suoi sudditi.

Nello stesso tempo Gioberti fece partire il conte Enrico Martini per Roma e Gaeta, con incarico di tenere relazioni ufficiali col Santo Padre, ed ufficiose coi ribelli di Roma. Inviò poi di soppiatto il deputato Berghini, prima in Firenze a chiedere che si lasciassero entrare truppe sarde in Toscana; il che negato rispetto a fermata, concesso solo il passaggio a traverso lo Stato, il Berghini passò in Roma. Colà il 18 gennaio 1849 stipulò con quel Governo un contratto, in virtù del quale il Piemonte otteneva facoltà

LA FRANCIA A ROMA. 49

di mettere truppe proprie in Bologna, Ferrara, e paesi di frontiera dello Stato romano, allo scoppiare della guerra ed a spese di Roma; Roma si obbligava di dare 15,000 uomini per aiuto ai generali sardi; e coll'articolo 5.° espressamente si prometteva di mantenere il più scrupoloso secreto di questo convegno, che l'onesto Governo di Torino conchiudeva coi ribelli del Papa, ad insaputa del Papa, e mentre al Papa si facevano inchini ufficiali e proteste di volerlo restaurare (). Subito dopo Gioberti scriveva al Berghini: «Tenete la cosa secretissima costì e da per tutto.» Partite presto da Roma ed andate a Gaeta. Se colà le vostre» relazioni coi governanti romani son conosciute, dite pure che» le furono prettamente ufficiose. Assicurate il Santo Padre che» quanto si disse contro di noi è mera calunnia, e che i fatti lo» proveranno.»

Frattanto erano seguite molte conferenze diplomatiche per la restaurazione del trono pontificio. La Spagna propose un Congresso di Potenze cattoliche. La Russia si affrettò a dichiarare (1): «Gli affari di Roma mettere in grave pensiero il Governo dell'Imperatore, ed ingannarsi grandemente chi supponesse eh esso» prendesse parte meno viva dei Governi cattolici alla situazione,» in cui si trova il Santo Padre. Essere fuor di dubbio che il Papa» troverà nell'Imperatore un leale aiuto per farlo ristabilire nel» suo potere temporale e spirituale, e che il Governo russo si as» soderà francamente a tutti i provvedimenti che potranno con» durre a questo fine.» L'Inghilterra, per bocca dello stesso lord Palmerston, con dispaccio del 5 gennaio 1849, disse al Governo

(1)

Quantunque dichiariamo, e qui una volta per sempre, che, intendendo di scrivere storia, non facciamo polemica, né critica degli scritti altrui, anche perché avremmo dovuto raddoppiare almeno i volumi per ischiarire con Note le tante rettificazioni agli errori, che corrono in pressoché tutte le cosìdette Storie d'Italia o di fatti d'Italia de' tempi nostri; nullameno non possiamo dispensarci dal mettere sotto agli occhi del lettore la candida innocenza di queste parole che il dottore, e poi dittatore, Carlo Luigi Farini dettava,vivendo al soldo del Piemonte, nella sua Storia dello Stato romano dal 1815 al 1850 (vol. IL, pag. 207 ): «La Storia deve attestare, che il Gioberti non» fece in Roma veruna pratica che fosse indegna del suo onorato nomo e del» la sua robusta religione.»

(2)

L. C. Farini, Lo Stato romano dall'anno 1815 all'anno 1850, Vol. III., pag. 215.

50 CAPITOLO TERZO.

francese, «che il Papa, per la sua grande e vasta influenza nella maggior parte d'Europa, doveva restare sovrano di territorio indipendente, perché non fosse adoperato da veruno Stato a danno di un altro.» L'Austria scrisse (1): «Il mondo cattolico essere in diritto di reclamare pel Capo visibile della Chiesa la pienezza di libertà indispensabile pel Governo di quest'antica monarchia che ha sudditi in ogni parte del mondo. I popoli cattolici non poter permettere che il Capo della loro Chiesa sia spogliato della sua indipendenza, e diventi il suddito di un principe straniero. Perché il Vescovo di Roma, Capo sovrano della Cattolica Chiesa, possa esercitare le sue grandi funzioni, essere necessario che sia sovrano di Roma. Gli Stati cattolici riuniti avere tutti il maggiore interesse a sostenere la Sovranità temporale del Papato, e i paesi limitrofi agli Stati della Chiesa quello di vegliare. Appartenere senza dubbio alcuno all'Austria ed alla Francia, nella lor qualità di Potenze cattoliche di primo ordine, di alzare la voce e di protestare contro i delitti ond'è vittima il Santo Padre. Il Re di Napoli, pel doppio rispetto di sovrano cattolico e di confinante cogli Stati della Chiesa, avere il diritto di entrare in una combinazione per ristabilire il Sommo Pontefice nella metropoli della cristianità, e ristorarlo nei suoi diritti sovrani. Il Re di Napoli aver potuto da sé solo difendere la sua indipendenza contro gli assalti della rivoluzione. Lo stesso Santo Padre, avendo scelto asilo presso di lui, aver dato chiara pruova della confidenza nella fede e nella forza di esso. Rifiutare al Re di Napoli di pigliar parte ali impresa sarebbe ingiustizia a lui, offesa a Pio IX. Proporre s'intimasse al Governo rivoluzionario romano di cessare; negandosi, Austria e Napoli farebbero marciare al più presto due corpi d'esercito su Roma, mentre una flotta francese si recherebbe a Civitavecchia.»

A fronte di proposizioni sì fatte Luigi Napoleone si era trovato ben tosto in difficilissime condizioni. Di persona aveva egli combattuto nel 1831 contro il potere temporale de' Papi, proclamata causa sacra l'insurrezione dei popoli pontifici, stampato

(1) Nota del principe Schwarzenberg, Ministro pegli affari esteri, al Ministro austriaco residente in Parigi, del 17 gennaio 1849.

LA FRANCIA A ROMA. 51

il 2 dicembre 1848 che non approvava la spedizione ideata da Cavaignac, sancita dall'Assemblea Nazionale, desiderata dalla Francia, a favore del Santo Padre. Come poteva, soli pochi giorni appresso, accorrere egli medesimo a soccorso del Papa? Figlio della rivoluzione, poteva il suo primo atto essere di muover guerra alla rivoluzione, tingere le mani nel sangue della madre? Né potendo, d'altra parte, impedir l'intrapresa, non gli restava di meglio che usare artifizj a ritardarla quanto più fosse dato; e per non pigliarla esso, cercare almeno che la pigliasse alcun altro rivoluzionario per lui. Così le sue idee si volsero verso il Piemonte.

Mandò un suo fidato cagnotto a Torino col segretissimo incarico di dire al Gioberti, che, impossibil parendogli d'impedire che altri muovessero a ristabilire il Papa a Roma, impossibile a lui di far muovere le armi della Francia a quest'uopo, pur dovendosi pigliare un partito tra la rivoluzione, che signoreggiava in Roma, ed il Pontefice circondato da tutti i rappresentanti degli Stati d Europa in Gaeta, egli avrebbe amato piuttosto riservare al Piemonte il primo incarico, avrebbe voluto abdicare in suo favore l'influenza che la Francia sino allora avea creduto suo onore di rivendicare in Italia; che il suo Ministero non aveva opinione ferma sopra questo punto, ma non disperando volgerlo alle sue idee, e parendogli necessario che sembrasse pensiero di Re Carlo Alberto, egli, il Gioberti, si ponesse senza più in viaggio per Parigi, ad usarvi di tutta la sua eloquenza per convertire a codesto disegno il Gabinetto e l'Assemblea. La Francia cedeva bensì ad altri l'onore di restaurare il Papa, ma egli, già sì tanto legatosi coi nemici del Papa, non entrava in impegni. Se le cose della rivoluzione volgessero al peggio, l'amico Piemonte se ne avrebbe fatto merito presso la cristianità; laddove se andassero bene, il Piemonte si trovava già con un piede in Roma, e se ne potea avvantaggiare pe' rivoluzionarii suoi fini. E Gioberti corse a Parigi. «Io era, scrisse il conte di Falloux (1), in allora Ministro per gli affari del culto in Francia, nel novero di quelli che si doveano convertire, e non cessava di ripetere al celebre agitatore italiano, che pretendere di nascondere la Francia dietro il Piemonte era un voler nascondere un gigante dietro un filo d'erba.

(1) Nel Correspondantt del mese di settembre 1860.


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52 CAPITOLO TERZO.

La Francia aver diritto di operare in Italia a bandiera spiegata ed a viso scoperto. Toccare al Piemonte di secondare la Francia in Italia, e non alla Francia di mascherarsi alla piemontese.»

In questo mezzo, il di 14 febbraio, con Nota solenne a tutti gli Stati d'Europa Pio IX. richiese aperto il concorso morale della cristianità, e l1 intervento armato di Austria, Francia, Spagna e Due Sicilie, siccome Potenze che per postura di territorio poteano più presto operare. Austria, Spagna e Due Sicilie aderirono sull'istante. Russia e Prussia aderirono, e confortarono. Inghilterra, con Dispaccio del 9 marzo, convenne dichiarando, che «avendo essa molti milioni di sudditi cattolici, voleva il Papa» esercitasse la sua sovranità con indipendenza.» Allora, mentre il Gabinetto di Torino da una parte si adoperava con maneggi attivissimi in Parigi e in Madrid affine d'attraversare ogni soccorso al Pontefice (1), e dall'altra parte s'ingegnava di ottenere almeno di concorrere cogli altri, Luigi Napoleone faceva proporre a Gaeta con calde parole e con assai d'insistenza, che i Francesi sbarcassero nella estrema Liguria alla Spezia, e uniti a' Sardi entrassero per Toscana nelle Legazioni. Se le cose della rivoluzione andassero a bene in Italia, e Carlo Alberto con una seconda riscossa avesse potuto porre in piedi il desiato Regno dell'Alta Italia, colla Lombardia ed i Ducati, Luigi Napoleone aveva messo in prospettiva al Gioberti l'assicurazione che li avrebbe lasciati annettersi le Legazioni; mentre a guiderdonare l'appoggio morale, ed al caso l'assistenza materiale che avrebbe porto la Francia, la Sardegna cederebbe a lei la Savoia e Nizza.

Ma il principe di Cariati, recatosi in quel torno ambasciatore delle Due Sicilie in Parigi, essendo giunto a conoscere per filo e per segno tutte le sozze orditure del Gioberti, e scritto al Re Ferdinando che le profferte del Piemonte al Papa velavano il disegno d'impadronirsi di gran parte dello Stato della Chiesa; ed i Ministri napoletani a Gaeta avendone messe sotto gli occhi di Pio IX. le prove, il Santo Padre, postosi d'accordo coi Ministri d'Austria, Spagna, Russia, Prussia e Baviera, dichiarò non assentire

(1) L. Gaillard; L'expèdition de Rome en 1849, nel Correspondant del 25 gennaio 1861.

LÀ FRANCIA A ROMA. 53

alla proposta del Bonaparte, aversi invocato il soccorso della Francia, rifiutarsi recisamente quello del Piemonte.

Carlo Alberto sentì l'umiliazione, e Gioberti stizza s fatta in vedere smascherata ogni cosa, che non seppero fare di meglio, sperando altri credessero alla loro purezza, di mostrarsene al più alto grado offesi e sdegnati. Il senatore Plezza, Legato sardo a Napoli, fu richiamato; spediti i passaporti all'inviato napoletano, che risiedeva in Torino; rotta ogni relazione diplomatica, mentre il Gioberti, Ministro degli affari stranieri, vergava di suo pugno: «Questa nostra deliberazione fu cagionata non solo dal rifiuto di accettare il sig. Plezza, ma più ancora dall'indegna calunnia spacciata in Francia dal principe di Cariati, colla quale ci attribuirà l'offerta di togliere al Papa le Legazioni. Spero che il sospetto di tanta infamia non anniderà per un solo istante nell'animo del Pontefice. Ella procuri di mettere nel Papa la fiducia nel Piemonte.» Sette anni più tardi l'indegna calunnia della offerta di togliere al Papa le Legazioni, sotto la protezione delle armi francesi, lo stesso Bonaparte e la stessa Casa di Savoia chiedevano all'Europa che dovesse divenire una verità; undici anni pili tardi tanta infamia era un fatto!

Posto affatto il Piemonte fuori del novero delle Potenze cattoliche dalle quali l'esule Pio IX. sollecitava assistenza, il medesimo abate Gioberti ebbe mano di riscrivere al Ministro di Sardegna in Gaeta, che (1) «la Corte Pontificale non conosceva i» suoi veri amici, che se li conoscesse non anteporrebbe nessun» Potentato al Piemonte, e ch'ella ripudiava le massime di Cristo» e preferiva ad esse quelle di Maometto.» II qual complimento essendo riescito esso pure inefficace, Gioberti consigliò al Re di entrare senza più nel territorio pontificio, di mettere presidio in Ancona, e di pigliarsi colla forza quella parte d'amicov che al suo Governo era diniegata.

Allorché il Gioberti, boriosissimo, s'era veduto chiamato dal Bonaparte in Parigi, aveasi più che mai raffermato nell'opinione in cui era venuto, esser egli nella realtà il più grande politico fra i Gontemporanei d'Italia. Che se Luigi Napoleone, appena salito al seggio presidenziale, aveva premurosamente invitato lui

(1) L. C. Panni; lo Stato romano, Vol. III., pag. 217219.

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CAPITOLO TERZO.

Carbonaro di un tempo, questo, diceva, null'altro poteva per fermo significare se non che essere a capo degl'intendimenti del novello reggitore dei destini della Francia la volontà di compiere degnamente le promesse, ch'egli aveva fatte a' Carbonari nel verno del 1830 rispetto all'Italia. Tosto venuto al potere, a che aveva pensato? A favoreggiare il Piemonte. Poi aveano parlato di ampliamenti al Piemonte, di Legazioni da rubare coll'assenso di Luigi Napoleone, sotto la salvaguardia della bandiera di Francia; e se aveva accennato a Savoia, non era a torto, questa essendo buono e pretto territorio francese. Chiarissimo, nel suo concetto, che Luigi Napoleone aveva deliberato formare in Italia il suo punto d'appoggio al di fuori; né questo potendosi raggiungere se non con un Piemonte forte, evidente per lui che non mai avrebbe potuto abbandonare Carlo Alberto nel di del pericolo. Così di sottigliezza passando in sottigliezza, di fantasticheria in fantasticheria, di chimera in chimera, Gioberti sì vanitoso, che s'era visto dal Bonaparte accarezzato, blandito, incensato, avea terminato con credere indubitabile, checché potesse avvenire, il soccorso della Francia, il soccorso del Re d'Italia dei Carbonari del 1831 al Re d Italia dei Carbonari del 1821.

Carlo Alberto, mente limitata, carattere debole, facile a cullarsi nelle illusioni, impigliato sul pendio di sdrucciolevole china, ornai incapace d'arrestarsi a sua voglia, ammaliato dalla parlantina del Ministro filosofo, finì col tenere inappuntabili le argomentazioni di costui. Gioberti gli appresentò le corna di un dilemma. «Rompiamo guerra all'Austria, diss'egli, e rompiamola subito; più tardi non saremmo più in tempo, se l'Austria giunge ad invadere l'Italia centrale. 0 vinciamo, o perdiamo la prima battaglia. Se vinciamo, la Lombardia insorgè, l'Italia va in fiamme, e Luigi Napoleone accorre a compiere la nostra vittoria. Se perdiamo, ritiriamo l'armata unita, compatta, ordinata, sopra Alessandria, e Luigi Napoleone vola coll'esercito adunato alle Alpi a soccorrerci. Allora la partita cambia, e la è finita per l'Austria in Italia.» Al Re che osservava, il Gabinetto francese avere netto dichiarato non soccorrerebbe, e lascierebbe il Piemonte cader per terra cadavere abbandonato Gioberti risponde, Luigi Napoleone dire in segreto e aver fatto dire per Fialin, che attraversassero la via all'Austria e verrebbe.

LA FRANCIA A ROMA. 55

Incaponito in questa idea, Gioberti vuole ricondurre con armi sarde a Firenze il Granduca di Toscana, sbalzato di seggio; i colleghi noi consentono, ed egli si dimette. Carlo Alberto, smaniosissimo di guerra, chiede al Governo di Francia che mandasse il maresciallo Bugeaud od altro generale a pigliar» il comando dell'esercito sardo, e ne ha un rifiuto; ma tenendo fitte nel cuore le parole del Gioberti, si ostina a voler distinguere fra il Gabinetto francese e il Presidente della Repubblica. Spinto dal Ministero democratico, Carlo Alberto rompe gl'indugi, denunzia la cessazione dell'armistizio. Sul mezzogiorno del'20 marzo gli Austriaci varcano il Ticino, alla sera del 23 i Sardi volgevano in rotta scompigliatissima. Carlo Alberto tenta, chiedendo tregua, riannodare ad Alessandria l'esercito indisciplinatissimo; ma Radetzkv risponde: gli si consegni Alessandria. Riunisce i generali a consiglio, domanda se si potesse resistere; rispondono no. Allora abdica, per andare a morire in Oporto, maledicendo a Gioberti.

Le prime nuove del disastro di Novara giunsero a Parigi confuse. Luigi Napoleone sapeva bene quali speranze di nascosto avea date. Tosto annunzio di voler porre in atto il pensiero di fare occupare da truppe francesi la Savoia e Nizza, sotto colore di potere in tal modo meglio guarentire l'integrità del territorio piemontese; e già nella sessione del 31 marzo ottenne che l'Assemblea Nazionale approvasse, alla maggioranza in favore del Governo di 444 voti contro 320, un ordine del giorno così concepito:«L'Assemblea dichiara che se per meglio garantire l'integrità del» territorio piemontese, e meglio tutelare gl'interessi e l'onore% della Francia, il potere esecutivo credesse di prestare alle sue trattative l'appoggio d'una occupazione parziale e temporaria dell'Italia, troverebbe nell'Assemblea un intero concorso.» Ma quando udì che in quella breve campagna di quattro giorni, il Waterloo del Piemonte, l'esercito sardo di centoventimila uomini era svanito, e gli fu forza vedere come gli fosse d'uopo dar vita ad un morto, smise ogni idea. In quel mentre le pratiche a Gaeta erano state alacremente proseguite. Altri aveva proposto che i Francesi sbarcassero a Gaeta, e uniti a' Napoletani, movessero di là sopra Roma; ma Luigi Napoleone, che pe' suoi fini non voleva stringersi a Borboni, rifiutò. Cosi, ora per questo, ora per quel motivo, gli era

56 CAPITOLO TERZO.

riuscito tirare in lungo la decisione; sinché Austria e Due Sicilie dissero chiaramente, che se la Francia non intendeva concorrere, andrebbero essi tanto e tanto. Allora, stretto fra l'uscio ed il muro, Luigi Napoleone fece dichiarare che i Francesi entrerebbero da Civitavecchia; e fu stipulata in Gaeta una Convenzione pella quale le quattro richieste Potenze, «quali rappresentanti» dell'Europa cristiana, si obbligavano a riporre in seggio il Vicario di Cristo.»

Quali si fossero gli argomenti, che avevano indotto Luigi Napoleone a tale determinazione, cos'egli espose nel Messaggio che nel 7 giugno indirizzò all'Assemblea Nazionale:

«A Roma s'era consumata una rivoluzione, che aveva vivamente commosso il mondo cattolico e liberale. Nel fatto, da ben due anni esso era avvezzo a vedere sulla Santa Sede un Pontefice che prendeva l'iniziativa delle utili riforme, e il cui nome, ripetuto negl'inni di riconoscenza da un capo all'altro l'Italia, era il simbolo della libertà, il pegno d'ogni speranza; allorché si seppe con istupore che il sovrano, poc' anzi idolo del popolo, era stato costretto a fuggire furtivamente dalla sua capitale.

» Gli atti di aggressione, che obbligarono Pio IX. a lasciar Roma, parvero agli occhi dell'Europa più opera d'una congiura, che movimento d'un popolo, il quale non poteva essere trascorso in un istante dall'entusiasmo all'ingratitudine.

» Le Potenze cattoliche mandarono ambasciatori a Gaeta per occuparsi dei gravi interessi del Papato. La Francia doveva esservi rappresentata. Essa ascoltò senza agire. Ma, dopo la sconfitta di Novara, gli affari assunsero un'attitudine più decisa. L'Austria, di concerto con Napoli, rispondendo all'appello del Santo Padre, notificò al Governo francese che prendesse un partito, poiché quelle Potenze erano risolute a marciare sopra Roma per ristabilirvi puramente e semplicemente l'autorità papale.

» Obbligati a spiegarci, non avevamo che tre mezzi da adottare:

» Od opporci colle armi a qualunque intervento; e in tal caso la rompevamo con tutta l'Europa cattolica pel solo interesse della Repubblica romana, che non avevamo riconosciuta;

» 0 lasciare che le tre Potenze alleate ristabilissero a piacer loro, e senza riguardo, l'autorità papale;

LA FRANCIA A ROMA. 57

» O infine esercitare noi spontaneamente un'azione diretta e indipendente.

» Il Governo della Repubblica adottò l'ultimo spediente.

» Ne pareva cosa facile far comprendere ai Romani, che, stretti da tutte le parti, non avevano probabilità di salvezza se non in noi: che, se la nostra presenza aveva per iscopo la ristorazione di Pio IX., questo sovrano, fedele a sé medesimo, avrebbe ricondotto la riconciliazione e la libertà; che, entrati una volta a Roma, noi guarentivamo l'integrità del territorio, mancando all'Austria ogni titolo d'entrare in Romagna. Potevamo persino sperare che la nostra bandiera, inalberata senza contrasto nel centro d'Italia, avrebbe stesa la sua protettrice influenza sull'intera Penisola, i cui dolori non ci possono trovar mai indifferenti.

» La spedizione di Civitavecchia fu dunque risoluta. Le informazioni ricevute si accordavano nel dire che a Roma, eccetto il piccolo numero d'uomini che trovavansi al potere, la maggioranza della popolazione aspettava impaziente il nostro arrivo. La semplice ragione lo doveva dare a credere; perocché, fra il nostro intervento e quello delle altre Potenze, la scelta non poteva essere dubbia.»

Dalle quali parole, spremendone il succo, questo di ben chiaro e definito si ricavava, che la Francia, messa alle strette di dichiarare se intendeva concorrere colle sue armi a ripristinare l'autorità del Pontefice in Roma, e poiché ormai certa cosa era che altre Potenze ciò avrebbero fatto anche senza la sua cooperazione, essa andava a Roma innanzi tutto per impedire che l'Austria vi si avesse a recare. Questo concetto, che sì evidente esce fuori dal Messaggio presidenziale del 7 giugno 1849, esprimeva il vero, non però la somma delle considerazioni che lo avevano condotto a prendere sì importante risoluzione. Due cose, ch'egli, portato alla presidenza sulle spalle dei framassoni e sulle braccia dei buoni cattolici, non poteva dire, stavano grandemente a cuore di Luigi Napoleone.

In primo luogo, la presidenza della Repubblica non dovendo essere in fatto per esso se non una semplice epoca di transizione, una sosta, conveniva sbarazzarsi al più presto d'una repubblica, che da per sé stessa era un argomento di molestia, e più che più poi d'una repubblica mazziniana. Quanto meno vi fosse di governi repubblicani in Europa,

58 CAPITOLO TERZO.

tanto più in Francia le menti volgerebbero a monarchia; quanto più speditamente al di fuori sparissero le repubbliche, tanto più vicino potea sperare il giorno in cui dato a lui fosse afferrare la corona perduta dallo zio. Luigi Napoleone incominciava a Roma la spedizione contro la Repubblica francese; la quale sebbene Thiers acutamente dicesse ch'era una zattera su cui tutti i partiti si tenevano raccolti per non annegarsi, per tal modo preparava a so stessa con certezza il suicidio. Sicché il medesimo Thiers ben poteva fino d'allora esclamare: l'Impero è fatto.

Secondariamente gli abbisognava un occasione per porre un piede in Italia, e prendere possibilmente nel centro della Penisola una posizione acconcia a servire in appresso ai suoi disegni; e a questo le Potenze accordatesi a ricondurre Pio IX. in Roma schiudeano in buon punto la via. Abbuiato siccome vedeasi l'avvenire, invano si sarebbe sforzato di prevedere sino a qual punto, per mantenersi in arcione, avrebb'egli dovuto appoggiarsi ai conservatori, ai cattolici romani ed al Capo della cristianità, od alla rivoluzione e ai nemici del Papato. Ora, meglio valeva entrare per la porta adesso, che non per la finestra più tardi. Ma per non iscatenare con improvvido consiglio le diffidenze e i furori della demagogia, in un momento in cui il cancro del socialismo minacciava il cuore stesso della Francia, facea mestieri che i Francesi si presentassero ai Romani da buoni amici, e che alcuna ingiuria capitasse ai soprarrivati, tale da non potersi lavare altrimenti che col sangue; sicché, ai repubblicani di Francia il Bonaparte in caso potesse dire: la Francia aver ricevuto un insulto che il suo onore militare comandava si vendicasse, tutta la colpa essere dei repubblicani di Roma, lui aver fatto il possibile per impedir che accadesse, lui non entrarci per nulla. E allora, ripristinata a suo modo la sovranità del Pontefice, qual merito per Luigi Napoleone poter ripetere ai cattolici: per mio volere la Francia, questa nobilissima nazione che venuta la prima tra le barbariche genti al seno della Chiesa cattolica di ragione s'appella sua primogenita figliuola, sola ricondusse Pio IX. nella Roma dei Papi! E quanti voti assicurati pel giorno in cui i Francesi saranno condotti a gridare: l'Impero risorga!

Pertanto al generale Oudinot, Duca di Reggio,

LA FRANCIA A ROMA. 59

eletto comandante sapremo del Corpo di spedizione, furono date quelle famose istruzioni ufficiali, le quali rimangono nella storia siccome un documento curioso, che dovrà sempre essere consultato qualunque volta si vorrà renderei conto delle cause e degli effetti dell'intervento francese in Italia. Eccole:

«Generale! Vi ho fatto conoscere lo scopo della spedizione, di cui il Governo della Repubblica vi ha affidato il comando. Voi sapete che una reazione interna ed un intervento esterno minacciano l'esistenza del Governo attuale di Roma, Governo che noi non abbiamo riconosciuto. All'approssimarsi di tale peripezia, divenuta ormai inevitabile, il dover ci prescrive di prendere le disposizioni necessarie, tanto per mantenere la nostra parte d'influenza negli affari della penisola italiana, quanto per procacciare' negli Stati romani la ristorazione di un ordine di cose regolare, sopra basi conformi agl'interessi ed ai diritti legittimi delle popolazioni.

» Benché voi non abbiate ad intromettervi nelle negoziazioni definitive, che assicureranno tale risultamento, siete autorizzato a ricevere dalle autorità costituite tutte le proposizioni, ed a conchiudere con esse tutti gli accordi, che vi paressero proprj a prepararlo, evitando solamente, nella forma di tali accordi, tutto ciò che potesse essere interpretato siccome un riconoscimento del potere da cui procedono quelle autorità.

» Troverete qui unito il progetto della lettera, che dovete scrivere, giungendo, al Governatore od al magistrato superiore di Civitavecchia, per domandare l'amministrazione in quella città. l'ingresso non ve ne sarà senza dubbio rifiutato. Secondo ogni probabilità voi sarete per l'opposto ricevuto con premura dagli uni come un liberatore, dagli altri come un mediatore contro i pericoli d'una reazione.

» Se tuttavia, contro ogni verisimiglianza, si pretendesse interdirvi l'ingresso a Civitavecchia, voi non dovrete arrestarvi in faccia ad una resistenza, che vi si opponesse a nome d'un Governo che nessuno in Europa ha riconosciuto, e che non si mantiene a Roma se non contro il voto dell'immensa maggioranza delle popolazioni.

» Entrato che siate nel territorio degli Stati della Chiesa, vi affretterete di porvi in relazione col signor d'Harcourt, e col signor

60 CAPITOLO TERZO.

di Ravneval, incaricati di trattare a Gaeta gl'interessi della missione, che vi è affidata.

» Voi invierete a Roma uno dei vostri ufficiali con ordine di dichiarare ai capi del Governo la natura della vostra missione. Voi farete intendere espressamente che non siete punto autorizzato a sostenere l'ordine di cose di cui essi sono rappresentanti, e li solleciterete di prestar mano ad un aggiustamento, che possa preservare il paese dalla terribile peripezia da cui è minacciato.

» La vostra marcia su Roma alla testa delle vostre truppe agevolerebbe senza dubbio un simile scioglimento, dando coraggio alla gente onesta.

» Voi giudicherete se le circostanze sieno tali che possiate andarci colla certezza, non solamente di non incontrarvi forte resistenza, ma d'esservi abbastanza ben accolto, perché sia evidente che, entrando in Roma, risponderete ad un appello delle popolazioni.

» Da per tutto ove vi troverete, sino al momento in cui un Governo regolare avrà sostituito quello che si aggrava attualmente sugli Stati della Chiesa, voi potrete, secondo che vi parrà necessario o conveniente, tanto mantenere le autorità civili attuali, in quanto esse consentissero a restringersi ad una parte municipale e di polizia, e non impediscano in nulla l'opera vostra, quanto favorire la ristorazione di quelle ch'erano in ufficio, come anche di costituirne altre, evitando, per quanto è possibile, d'intervenire voi direttamente in tali cangiamenti, e limitandovi a provocare ed incoraggiare i voti della parte onesta della popolazione.

» Voi potete, se lo credete utile, servirvi, per le comunica zioni con quelle autorità, dell'interposizione dell'opera del Console francese stabilito a Civitavecchia, che metto a vostra disposizione.

» Tali sono le sole istruzioni che io posso darvi in questo momento. Il vostro buon criterio vi supplirà secondo le emergenze, ed io d'altronde non mancherò di spedirvi quei suggerimenti che, secondo le circostanze, saranno necessarj. Vi unisco qui il testo del proclama, che vi compiacerete di pubblicare subito dopo il vostro sbarco.»

Il 20 aprile, in un primo Ordine del giorno, preventivamente concertato col Presidente della Repubblica medesimo, Oudinot annunzia alle truppe:

LA FRANCIA A ROMA. 61

«Soldati! Il Presidente della Repubblica, risoluto a mantenere dovunque la nostra antica e legittima influenza, non volle che i destini del popolo italiano potessero essere lasciati in balia d'una Potenza straniera o d'un partito in minoranza. Egli ci confida la bandiera della Francia, per piantarla sul territorio romano come una splendida testimonianza» delle nostre simpatie.

» Colle vostre armi, coi vostri esempi, voi farete rispettare la dignità dei popoli; essa non soffre meno per la licenza che per il dispotismo. Cosi l'Italia vi dovrà ciò che la Francia ha saputo conquistare per sé medesima, l'ordine nella libertà.»

Arguendo da queste sole e prime pubbliche parole officiali, che si andava propriamente a fare? La Francia si poneva in cammino per piantare la sua bandiera sul territorio romano come una splendida testimonianza delle sue simpatie, e conquistare per l'Italia l'ordine nella libertà. Ciò era già abbastanza oscuro. Qualunque Potenza accorresse a soccorso del Papa, la era una Potenza straniera; sola la Francia, qualunque fosse il motivo per cui vi scendesse, aveva il privilegio di non essere, in Italia, una Potenza straniera. Ciò era abbastanza chiaro. Altri, se così gli piaceva, poteva leggere fra le linee: la dignità dei popoli italiani non soffre meno per la licenza della repubblica di Mazzini che per il dispotismo del Governo del Papa.

La flotta francese si presenta il 24 aprile innanzi a Civitavecchia, ed Oudinot scrive al Governatore della città: «Vi prego di voler dare gli ordini necessari affinché le truppe, ponendo piede a terra al momento medesimo del loro arrivo, siccome mi è stato prescritto, sieno ricevute ed installate come si conviene ad alleati chiamati nel vostro paese da intenzioni sì amichevoli.» Il Governatore era senz'ordini, né vuoi prendere sopra di sé la responsabilità dell'iniziativa. Agli ufficiali, che gli aveano presentata la lettera, dichiara che il suo dovere gl'impone l'obbligo d'informare immediatamente il suo Governo; ma che, sino all'arrivo della risposta, egli si darebbe ogni premura di porre a disposizione della flotta tutto quanto poteva abbisognarle. Oudinot replica che non può aspettare, ordina lo sbarco, occupa la piazza in ammirabile concordia colle autorità del luogo e colla popolazione fra le grida di Viva la Francia, disarma senza veruna

62 CAPITOLO TERZO.

opposizione le truppe repubblicane, e pubblica il proclama, che aveva ricevuto insieme alle sue istruzioni, ed era opera del Ministro per gli affari esterni, Drouvn de Lhuvs:

«Abitanti degli Stati romani! In presenza degli avvenimenti che agitano l'Italia, la Repubblica francese ha risoluto d'inviare un Corpo d'armata sul vostro, territorio, non per difendervi il Governo attuale ch'essa non ha punto riconosciuto, ma affine di allontanare dalla vostra patria le più grandi sciagure. La Francia non intende attribuirsi il diritto di regolare interessi, che sono, innanzi tutto quelli delle popolazioni romane, e che, in quanto essi hanno di più generale, si estendono all'Europa intera e a tutto il mondo cristiano. Essa ha creduto solamente di essere, per la sua posizione, particolarmente chiamata ad intervenire per facilitare lo stabilimento di un regime egualmente lontano dagli abusi per sempre distrutti dalla generosità dell'illustre Pio IX., e dalla anarchia di questi ultimi tempi. La bandiera, che vengo ad inalberare sulle vostre rive, è quella della pace, dell'ordine, della conciliazione, della vera libertà. Intorno ad essa si raduneranno tutti quelli che vorranno concorrere all'adempimento di questa santa e patriottica impresa.»

Rimette la Dichiarazione del Corpo di truppe francesi ai presidi di Civitavecchia, che segue: «Il Governo della Repubblica francese, sempre animato da uno spirito liberalissimo, dichiara voler rispettare il voto della maggioranza delle popolazioni romane, e viene sul loro territorio amichevolmente allo scopo di mantenere la sua legittima influenza. Di più esso è risoluto di non voler imporre a queste popolazioni veruna forma di Governo, che non fosse scelta da loro.» Invia a Roma tre ufficiali ad annunziare a' triunviri il suo sbarco e lo scopo della spedizione. I triunviri rispondono con una protesta e colla dichiarazione che si opporranno colle armi. E Oudinot replica con ordinare alle sue truppe la partenza per Roma, e con un altro proclama:

«Abitanti degli Stati romani! Un Corpo d'armata francese è sbarcato sul vostro territorio. Il suo scopo non è punto quello di esercitarvi un'influenza oppressiva, né imporvi un governo che sarebbe contrario ai vostri voti. Questo corpo viene al contrario a preservarvi dalle più grandi sciagure. Gli avvenimenti politici dell'Europa rendono inevitabile l'apparizione di una bandiera straniera nella capitale del mondo cristiano.

LA FRANCIA A ROMA. 63

La Repubblica francese, portando in Roma la sua, prima di qualunque altra, da una splendidissima testimonianza delle sue simpatie verso la Dazione romana. Accoglieteci dunque come fratelli,giacché noi giustificheremo questo titolo. Rispetteremo le vostre persone e i vostri beni. Noi pagheremo in moneta contante tutte le nostre spese. Ci metteremo di concerto colle autorità esistenti» affinché la nostra occupazione momentanea non vi sia di niun incomodo. Salveremo intatto l'onore militare delle vostre truppe, associandole dovunque alle nostre, onde assicurare il mantenimento dell'ordine e della libertà. Romani! La mia devozione personale vi è assicurata. Se voi ascoltate la mia voce, se avete fiducia nella mia parola, io mi consacrerò senz'alcuna riserva agl'interessi della vostra bella patria.»

Come avviene di tutto quanto è equivoco, questo linguaggio non appagò alcuno. Fra mezzo a molte parole, a molte ripetizioni, vi era tutto e vi era nulla, vi era per tutti e vi era per nessuno. Ogni questione era ravvolta nei misteri dell'ignoto. Si chiedono, che cosa vengano a fare in Roma i Francesi. Ad abbattere il Governo di Mazzini? Sì, poiché almeno questo solo di chiaro disse Oudinot nel suo primo proclama. Però, colle buone, di mutuo accordo, di reciproca soddisfazione; una questione d'antipatia doveva risolversi con un pegno di simpatia, con un amplesso fraterno di affettuosa amicizia.

Si chiedono quale Governo succederà alla Romana Repubblica. Il Governo del Papa? Sì, poiché Oudinot affermava voler restaurare l ordine, con che sembrava dire voler restaurato il Pontefice. No, perché in verun luogo delle sue gride confessava il Santo Padre essere il Sovrano legittimo degli Stati della Chiesa; no, perché egli dichiarava voler rispettare il voto della maggioranza delle popolazioni romane, e non venire per imporre un governo che fosse contrario ai loro voti. Dal che se ne poteva inferire, che quando detto fosse, il Governo di Pio IX. essere contrario ai voti della maggioranza, il Governo francese farebbe atto d'ossequio alla eloquenza della spontanea manifestazione. Una semplice questione di numeri.

O vengono forse i Francesi a risolvere il grande problema della compatibilità od incompatibilità del potere temporale col potere spirituale?

64 CAPITOLO TERZO.

Sonvi per ciò ben poche cose da accomodare, il bene ed il male, il giusto e l'ingiusto, il vero ed il falso; innocente questione d'equilibrio. Oudinot proclamava di farsi innanzi siccome un mediatore. Forse qualcuno terrebbe in serbo qualche leggiadro mezzo termine, alcun modo di componimento pieno d'armonia e di semplicità.

Il Duca di Harcourt, ambasciatore di Francia, scriveva da Gaeta il 26 aprile al comandante supremo del Corpo di spedizione: «Generale, avanti! È importante che affrettiate la vostra» marcia su Roma. A Gaeta si vorrebbe che noi fossimo degli a» genti passivi, e non dei mediatori. Noi non possiamo evitare» questa cattiva e meschina posizione se non andando senza ri» tardo a Roma.» Ben cattiva e ben meschina posizione in vero per chi rappresentava una grande nazione, una Potenza di primo ordine, sempre del suo onore superba ed altera, quella in cui si dibatteva il Governo di Francia a que' dì, povera politica di contrappeso, ridicolo sforzo di funamboli, proloquio da ciarlatani, qualche buona parola per ognuno, gherminelle per tutti.

Oudinot accorre. Il 30 di aprile si presenta alle porte di Roma con appena cinquemila uomini, cinquanta soldati a cavallo, e dodici cannoni. Una grandine di palle lo accoglie. Perde in infruttuosi assalti intorno a duecento morti, settecento feriti, quasi trecento prigionieri; e gli è forza ritirarsi a qualche distanza dalla città. L'8 di maggio il presidente della Repubblica francese indirizzò al generale Oudinot la lettera che segue:

«Mio caro generale. Le notizie telegrafiche, che annunziano l'impreveduta resistenza che avete trovato sotto le mura di Roma, mi hanno vivamente contristato. Io sperava, voi lo sapete, che gli abitanti di Roma, aprendo gli occhi alla evidenza, accogliessero con premura un'armata che veniva a compiere presso di loro un'azione benevola e disinteressata. La cosa andò altrimenti; i vostri soldati sono stati ricevuti quali nemici. Il nostro onore militare è impegnato; io non soffrirò ch'esso venga leso. I rinforzi non vi mancheranno. Dite ai vostri soldati che apprezzo la loro bravura, che divido le loro pene, e che potranno sempre contare sul mio appoggio e sulla mia riconoscenza.»

Allorché, il 17 di aprile, Luigi Napoleone si era fatto col mezzo del suo Ministero a richiedere all'Assemblea Nazionale un

LA FRANCIA A ROMA. 65

supplemento di 1,200,000 franchi al bilancio, per far fronte alle spese della spedizione di Civitavecchia, l'Assemblea aveva eletta una Commissione perché esaminasse i motivi della domanda. Giulio Favre, nominato a relatore, conchiudendo per l'approvazione della proposta governativa, era venuto a dire: «La Commissione ha chiamato nel suo seno il Presidente del Consiglio ed il Ministro degli esteri. Dalle loro spiegazioni è risultato che il pensiero del Governo non è di far concorrere la Francia al rovesciamento della repubblica che sussiste attualmente a Roma. La vostra Commissione ha preso atto di queste dichiarazioni politiche; essa vi prega di non dimenticarle.»

Quando, pochi giorni appresso, la novella del rovescio toccato a Roma venne a commuovere profondamente gli animi in tutta la Francia, ed a svelare come rimpetto alla rappresentanza nazionale il Governo aveva mentito sullo scopo, sui mezzi, sul modo, sul tempo, su tutto che si riferiva alla spedizione di Civitavecchia, veementi dispute si sollevarono nel seno dell'Assemblea, e lo stesso Giulio Favre salì alla tribuna per dichiarare: «L'Assemblea aveva invitato i Ministri a mostrarsi al cospetto delle Potenze estere più risoluti, più consentanei ai principii repubblicani, che non avessero sin allora dimostrato. I Ministri si contentarono di pratiche. Presentarono un decreto per ottenere i crediti necessarj per la spedizione di Civitavecchia. Due Ministri s'abboccarono colla Commissione eletta a quest'uopo dall'Assemblea. Ci dissero, l'impresa non avere scopo di proteggere una forma di governo respinta dalle popolazioni; ciò essere un attentato contro l'umanità e la libertà ad un tempo. Tal fa la parola d'onore che ci si diede, e in conseguenza di questa parola d'onore l'Assemblea accordò i crediti richiesti. La spedizione parti. Con quali istruzioni? La Commissione dell'Assemblea non pretese che quelle istruzioni le fossero assoggettate. Essa ebbe fiducia nella parola, che le fu data dal Ministro degli affari esterni e dal Presidente del Consiglio dei Ministri.» Una maggioranza di 328 voti sanciva, che «l'Assemblea Nazionale invita il Governo a prendere senza indugio le disposizioni necessarie perché la spedizione d'Italia non sia più a lungo sviata dallo scopo che le era stato assegnato.» Ma quell'Assemblea aveva ancora soli pochi giorni di vita, e stava per succederle una nuova, pella quale erano imminenti le

66 CAPITOLO TERZO.

Elezioni, d'altra parte abbisognava alcun tempo per poter inviare a Oudinot quelle truppe ed artiglierie, che si rendevano necessarie per stringere Roma d'assedio. Per questo, e perché avessero agio a sbollire le ire dei rappresentanti del popolo, il Governo francese inviò in Italia frattanto un inviato speciale, il signor de Lesseps, con incarico di studiare le condizioni politiche di Roma, e concertare la sospensione delle ostilità. L'armistizio fu conchiuso, e de Lesseps finì con segnare, il 31 maggio, una convenzione che conteneva un formale riconoscimento della Repubblica romana, ed in cui d'ogni interesse della Francia era fatto sagrifizio all'influenza demagogica. Poche ore appresso il comandante supremo francese riceveva il dispaccio telegrafico che segue: «Parigi, 28 maggio, sette ore di sera. - Il Ministro degli affari esteri al generale Oudinot. - Ogni ritardo sarebbe oramai funesto, avvicinandosi la stagione delle febbri. La via delle negoziazioni è chiusa. La missione del sig. de Lesseps è terminata.»

La Convenzione rimase siccome non avvenuta. De Lesseps, richiamato in fretta a Parigi, venne energicamente disapprovato, tradotto dinanzi al Consiglio di Stato, processato e licenziato. Drouvn de Lhuys, a posta per non impegnarsi, non gli aveva dato istruzione chiara sullo scopo della missione; ond'egli l'avea interpretata di suo capo, secondo sua passione. Intanto lo scopo del pigliar tempo s'era raggiunto, e raggiunto eziandio lo scopo secretissimo che gli aveva prefisso Luigi Napoleone, quello che maggiormente gli stava a cuore, lo scopo vero per cui lo aveva spedito in tutta fretta a Roma.

Segnata la Convenzione di Gaeta per l'occupazione degli Stati pontificii, da Vienna, Parigi, Napoli e Madrid erano stati inviati ordini premurosissimi perché le truppe destinate a quest'uopo muovessero al più presto. Dicemmo come a Luigi Napoleone premesse assaissimo che i Francesi giungessero a Roma più speditamente di ogni altro, per poter rispondere ai sopravvegnenti esservi ormai restaurata l'autorità del Pontefice, non più necessaria la loro presenza. Ma la furia francese non avendo fatto frutto, e Oudinot patito lo scorno del dover dare addietro, il disegno incagliava. I Napoletani guidati dallo stesso Re, avevano varcato il confine il dì 29 aprile a Portella, cinque giorni dopo l'arrivo dei Francesi a Civitavecchia; lo stesso giorno la flotta spagnuola si presentava davanti Terracina,

LA FRANCIA A ROMA. 67

gli Austriaci il 6 maggio entravano per Ferrara. Se non che Re Ferdinando, per la postura dello Stato, doveva naturalmente giungere sotto Roma più presto. Ed infatti già al 5 maggio n' era a sì breve distanza, che il di successivo poteva comodamente esservi alle porte.

Il Re di Napoli non poteva entrare in campo con grandi forze, combattendosi anche allora in Sicilia; ma fatto riflesso che i Francesi venivano da mare, e necessariamente con pochi cavalli e cannoni, prese con 6700 fanti artiglieria e cavalleria proporzionate ad almeno ventimila fantaccini. Giunto presso a Roma, il 6 maggio inviò al generale Oudinot il colonnello d'Agostino per concertare il da farsi, e fu stabilito; anzi il giorno appresso, l'Oudinot, che non era a parte dei garbugli del Bonaparte, scrisse al Re per confermare il piano d'operazioni comuni e gratularsi dell'armonia che era fra le due armate. Allorché queste nuove pervennero a Parigi, Luigi Napoleone montò sulle furie, ed a Lesseps, che si accingeva a partire, scrisse: «voler egli che si evitasse a ogni costo Fazione comune de Francesi co' Napoletani, non meno che cogli Austriaci»; mentre da Drouvn de Lhuvs, Ministro alle cose esterne, gli faceva ripetere: «dicesse ai Romani non volere i Francesi stare uniti ai Napoletani contro di loro.»

De Lesseps, divorata la via, giunto appena al campo francese presso Roma, apre pratiche co' triunviri, palesi per lo scopo apparente, secrete per lo scopo reale. Promette sulla sua parola d'onore a Mazzini che i Francesi non faranno il minimo atto d'ostilità, i Romani dieno pure addosso ai Napoletani. Una tregua a voce è conclusa. Allora Mazzini raccoglie quanti soldati gli vien fatto per assalire i Napoletani e tagliare loro la ritirata. Re Ferdinando, ignaro della tregua, ma fatto certo dallo stesso Oudinot aver egli ricevuto l'ordine di dichiarare la Francia volere operar sola, leva il campo, si batte a Velletri coi repubblicani più forti del doppio, e rientra ne' suoi Stati, dopo avere pubblicamente protestato: «Essere venuto meno tra le sue schiere e le francesi l'accordo ch'è di necessità in guerra, per avere la Francia dichiarato di voler restar sola, anzi l'inviato francese andar d'accordo coi ribelli, e aver lasciato tutto il mondo della rivoluzione gravare sul piccolo esercito napoletano, venuto per concorrere con altri all'impresa, non per pugnare solo.


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68 CAPITOLO TERZO.

Essere mancate Austria e Spagna presso Roma, com'era convenuto. Perciò tornare egli nel Regno a guardare gli eventi.» Non so con qual nome la posterità chiamerà questa ed altre intraprese di Luigi Napoleone; ma ben so le parole con cui in un ottimo libro, pieno di rari pregi, Giacinto de' Sivo ne ha fatta menzione (): «Quella tregua,» fatta verbale, a posta per dissimularla, fece arrossire gli uomini» onorati di Francia.»

Convenuto, infatti, si aveva nelle Conferenze di Gaeta, che sotto Roma verrebbero ad un tempo le armi delle quattro Potenze, Austria, Francia, Due Sicilie, Spagna. Ma Luigi Napoleone stracciò il patto, e Oudinot, costretto a venir meno alla sua parola medesima, dovette dichiarare netto a' comandanti degli Austriaci, de' Napoletani e degli Spagnuoli, «essere egli stato respinto il 30 aprile davanti Roma, avere ora il debito d'entrarvi senza aiuto d'alcuno; e dove altro esercito apparisse, nemico od amico, egli il combatterebbe per non farlo accostare.»

Il 3 giugno Oudinot si faceva sotto le mura di Roma, ma questa volta a capo di trentamila uomini, più che cento cannoni e poderosi mezzi d'assedio. Un mese più tardi, il dì 3 di luglio, vinta dovunque la resistenza, l'armata francese vi entrava trionfante. La Repubblica romana aveva cessato di esistere. Oudinot inviò le chiavi di Roma a Pio IX. in Gaeta; ed il 15 luglio rialzò sopra Castello Sant'Angelo e sulla sommità del Campidoglio, salutata da cento colpi di cannone, la bandiera papale, solennemente proclamando nella basilica di San Pietro: «il ristabilimento del potere temporale del Sovrano Pontefice è l'opera di tutta la Francia.» S, qualunque pur fossero gl'interessi molteplici che guidarono il Presidente della Repubblica, resta alla Francia l'onore di aver ricondotto il Pontefice in Roma, il merito di un immenso servigio reso a duecento milioni di cattolici. E nullameno ben presto altri poteva con pari verità sostenere, nulla forse esser per nuocere maggiormente alla podestà temporale dei Papi, la mercé di chi resse i destini della Francia, quanto appunto la protezione delle armi francesi sotto auspicii s fatti; e se il Santo Padre doveva tornare in Roma per essere, quasi a dire, sovrano vassallo ad altro principe, meglio valeva l'esilio.

(1) Storia delle due Sicilie, Vol. II., pag. 177.

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CAPITOLO QUARTO.

Mediazione Napoleonica, a Gaeta.

Dispaccio del Ministro Tocqueville al duca di Harcourt, del 6 giugno 1849. - Bella risposta d'un tribolato. - Incertezze, Inquietudini, malsanie universali. -

Motuproprio

di Gaeta, del 11 luglio 1849. - Lettera di Luigi

Napoleone al colonnello Nev. - L'ultimo lembo di un velo che ai strappava. - Il duca di Reggio è richiamato da Roma. - Ammirabile fermezza del generale Rostolan. -

Non ho che una coscienza sola, e me la serbo.

- Conseguenze di un programma impossibile. - La questione di Roma all'Assemblea legislativa di Francia. - Impacci ben meritati. - Proposta del Ministro Tocqueville. -

La Chiesa non è una donna, è più ancora, è una madre.

- La Francia non vuole

scambiare il mandato e la gloria di Carlo Magno in una miserevole contraffazione di Garibaldi.

- Il dì 12 aprile 1850 Pio IX. rientra in Roma. - Rinculare non è rinunziare. - II filo misterioso della fatalità.

In questo mentre Luigi Napoleone continuava, com'egli si compiaceva chiamarla, la sua opera di mediazione. Detrusa dal potere la romana repubblica, su quali basi tale mediazione dovesse poggiare e proseguire, nulla varrebbe meglio ad esporre che il dispaccio diretto, il 6 giugno 1849, dal Ministro degli affari esterni di Francia, Tocqueville, al duca di Harcourt, Ministro plenipotenziario presso la Santa Sede:

«È necessario che v'indichi in qual modo si deve adoperare» per trarre il miglior profitto possibile dalla presa risoluzione. Mandando un esercito in Italia, la Francia aveva in vista parecchie miro, di cui nessuna debb'essere da voi dimenticata. Ella voleva far riconoscere e mantenere la giusta influenza ch'ella ha da esercitare nella penisola italiana. Ella desiderava che il Papato riprendesse quello stato indipendente e libero, del quale ha bisogno tutto il mondo cattolico, e ch'è dell'interesse di tutti i governi, che dirigono popolazioni cattoliche, di mantenergli. Ella intendeva di assicurare gli Stati romani contro la rinnovazione degli abusi dell'antico governo. Ell'aveva infine la persuasione, che, adoperando in tal guisa, sarebbe d'accordo con la maggioranza del popolo romano, il quale, benché molto avverso agli abusi del Governo pontificio, non era per nulla avverso al Papato. Questi sono i giusti motivi per cui fu risoluta la spedizione d'Italia. Bisogna, ripeto, non dimenticarne nessuno.

70 CAPITOLO QUARTO.

Non ho bisogno di raccomandarvi di non lasciar trattare Roma, qualunque sia stata la resistenza de' suoi difensori, come città conquistata. Noi siamo venuti a combattere gli stranieri che la opprimevano, non ad opprimerla noi stessi. Spero che dal momento in cui questi stranieri saranno stati vinti, vi sarete dato il pensiero d'interrogare la popolazione sui sentimenti,che noi in essa supponiamo, e che da per tutto dove si estende la nostra preponderanza sarà stato il medesimo. Noi dobbiamo prevenire ogni sorta di reazione violenta, sia contro le persone,sia nelle cose. Perciò è necessario che non vengano ristabilite quelle istituzioni e quelle forme del passato che hanno dato motivo a lagni, fino a che le questioni, che vi si riferiscono, siano state regolate d'accordo con Sua Santità. Non perdete finalmente di vista, e ciò diviene ora il punto capitale, che noi vogliamo assicurare agli Stati della Chiesa istituzioni liberali e sincere.

Non dubito che Sua Santità, che ha dato tanti splendidi pegni delle sue benevole e liberali disposizioni, non comprenda la necessità della nostra condizione in tale riguardo, e il bisogno del popolo. La Francia repubblicana ha dato al Santo Padre prove luminose di simpatia. In compenso di queste testimonianze, in premio dei sacrificii che sono già stati fatti, la Francia ha il diritto di aspettarsi che non vengano rifiutate le condizioni necessario all'esistenza di un governo liberale e degno della sapienza del secolo. Questo appunto voi dovete ripetere vivamente al Santo Padre con piena fiducia, ma con rispettosa fermezza. Fategli ben comprendere tutti i gravi accidenti che possono uscire dalla presente condizione di cose. Indirizzatevi senza mediatori alla sua coscienza ed al suo cuore; mostrate glil'immensa malleveria, che peserebbe sopra di lui, se la pace del mondo intero potesse esser posta in pericolo per conseguenza de' suoi rifiuti.»

Generoso assunto certamente si è quello di sollecitare e promuovere senza secondi fini e preconcetti disegni il ben essere d'un popolo, conseguendo per esso quelle oneste migliorie, che nei limiti del giusto e del possibile è dato ad un sovrano concedere senza nocumento de' governanti e de' governati. Ma altrettanto certa cosa è che chiunque si faccia ad assumere una tale missione deve, in ciò fare, imporre immutabilmente a sé stesso, e sino allo scrupolo,

MEDIAZIONE NAPOLEONICA A GAETA. 71

parole e modi valevoli a non far sorgere nell'animo altrui la credenza di avere esercitata una pressione, il cui effetto più appariscente ed immediato quello si è sempre di togliere al potere, che accorda, tutta o almeno la più gran parte del merito delle fatte concessioni. Ora le pratiche del Governo francese, intavolate a quest'uopo presso la Santa Sede, si fattamente condotte erano allo scoperto, nel tempo stesso che nulla presentavano di preciso e definito, e sollecitatori al pari de' sollecitati ignoravano affatto sin dove, allo stringer de' conti, si volesse propriamente parare; che Pio IX. ben a ragione poté rispondere al sig. de Corcelles, Ministro di Francia:

«Come volete ch'io dimentichi la natura puramente morale del mio potere a tal segno da impegnarmi in modo decisivo, quando nulla ho ancora deciso terminativamente riguardo alle questioni accessorie, e massime quando sono chiamato a parla re rimpetto ad un esercito di trentamila uomini e ad una Potenza di primo ordine, le cui esigenze non sono un mistero per chi che sia? Devo io condannarmi a mostrare di soggiacere alla pressione della forza? Se fo qualche cosa di buono, non convien egli che i miei atti sieno spontanei, ed abbiano l'apparenza di essere tali? Non conoscete forse le mie intenzioni? Non sono esse affatto rassicuranti? Non diedi io a' miei popoli prove irrecusabili d'un amore e d'una devozione spinti sino al sagrifizio? L'ingratitudine, le tristezze dell'esilio, le angoscio della sventura non hanno punto cangiato il mio animo. Io non ho in questo mondo che un solo desiderio ed una sola preghiera, la prosperità della religione, la felicità di tutti i popoli in generale, ed in particolare quella degli uomini che la Provvidenza mise più specialmente sotto la mia giurisdizione.»

Vi avea in codeste parole una tale rettitudine, in questi ragionamenti una tale giustezza, che nulla in vero vi si poteva trovare a ridire. D'altra parte un altro ordine d'idee guidava ad un altro ordine di considerazioni. Pio IX. aveva presa l'iniziativa di importantissime riforme; egli aveva portata nell'amministrazione dello Stato pontificio una mano coraggiosa, un limpido sguardo per ardente desiderio di far bene. Aveva provato d'ammettere i laici, in larghissime proporzioni, persino alle più elevate funzioni dello Stato. Meravigliando l'Europa colla rapidità ed arditezza del

72 CAPITOLO QUARTO.

le sue riforme, era stato ricompensato della sua generosa iniziativa coll'universale ammirazione e riconoscenza, eccitato a continuare, e sopra tutto confermato nell'opinione, che buona era la strada per la quale camminava, coli entusiasmo quasi adoratore che si associava al suo nome di qua e di là delle Alpi.

Più tardi Pio IX. vide un giorno tutto quello che aveva fatto, tutto quello ch'era escito dal suo grande animo, disconosciuto, dimenticato. Quando l'ingratitudine e l'anarchia giunsero a cacciarlo dalla sua capitale, gli uomini che aveano avversate quelle riforme poterono dirgli, sicuramente con poca verità, ma con una certa apparenza di ragione, bisogna pur confessarlo, che le sue riforme non erano state se non lo sgabello di tutte le ambizioni, e che egli stesso, per assai di buon cuore e di buona fede, avea senza avvedersene armato quelle braccia dalle quali s'era trovato poi soverchiato. Sicché fra quelli che stavano dappresso al Pontefice in Gaeta, non pochi si credettero da quel momento autorizzati a considerare, ed a far considerare a Pio IX., essere egualmente fatale alla sicurezza ed alla stabilità del potere e del governo, se non tutto, buona parte almeno di quanto si discostava dall'antico ordine di cose.

Certamente una sottile disamina di quanto fosse utile ripristinare, o di quello che nello stato attuale delle cose fosse meglio lasciar cadere in dimenticanza; questo ponte fra il vecchio ed il nuovo, fra il passato ed il futuro; questo studio accurato e coscienzioso de' tempi, degli uomini, delle cose, non era affare si liscio e spedito quanto altri faceva le mostre di credere e proclamare. Poi il vento stesso che da Parigi spirava era ben lungi dall1 infondere fiducia e coraggio. Reggeva il timone dello Stato tal uomo, di cui era impossibile non ricordare le avventure di gioventù, i legami in allora contratti, le promesse date e ricevute. Molti anni, è vero, erano da allora trascorsi, e altri fatti sembravano averne, se non mutati, essenzialmente almeno modificati i divisamente Ma, d'altra parte, certe parole ne' suoi discorsi, certe frasi ne' suoi scritti, certi atti nella recente sua vita politica, schiudevano largo varco alle più disparate interpretazioni, sicché non sempre possibil cosa era guardarsi da un senso vago ed indefinito di diffidenza e sospetto.

La Francia intera pareva poggiasse sopra un vulcano. Odii mal compressi, passioni mal dome, ambizioni mal paghe, sembravano

MEDIAZIONE NAPOLEONICA A GAETA. 73

ad ogni istante sul punto di ridestarsi. I legittimisti, venuti in isperanza di poter tornare per questa via ad una restaurazione; gli orleanisti, coi quali Luigi Napoleone s'era fatto piccino piccino, e avea lasciato credere che avrebbero fatto essi, sicché già sognavano di ritornare per suo mezzo al potere; tutti i nemici della repubblica, pe' quali il solo suo titolo di principe era stato bastevole segno di raccozzamento; ardenti socialisti, cui il nome di Napoleone era parso per un momento simbolo di attuazione d'idee, delle quali avrebbe potuto essere esecutore il nipote, come lo zio lo era stato delle idee di eguaglianza civile del 1789; uomini di tutte gradazioni di colori, di tutti i partiti, avevano portato Luigi Napoleone alla presidenza. Ma eletto appena, ei s'era trovato solo in mezzo alla sua vittoria. Strana situazione! Egli doveva diffidare di tutti. Aveva un bel gettare gli occhi intorno a sé nel mondo politico; non incontrava se non avversarii e nemici. Gli uomini di Stato, che gli addimostravano più di affezione, appartenevano, pe' loro antecedenti o per le loro opinioni, a cause diverse dalla sua. I suoi stessi Ministri, della cui lealtà certamente non diffidava, li vedeva però uscire da quell'Assemblea Nazionale, la quale gli si era sempre mostrata passionatamente ostile. Egli ed i suoi Ministri vedeansi bensì cooperare ad una politica; ma codesta cooperazione era ben altra cosa che una comunanza di principii e di vedute, ed era quella politica ben lungi dal dimostrare tutte le tendenze, le vere intenzioni, i progetti del Presidente della Repubblica. Quindi il suo contegno sospetto ed incerto.

Qualunque volta nell'Assemblea di Francia era venuta in campo la questione di Roma, scene violente, spesso di somma violenza, vi aveano avuto luogo. Una minoranza turbolenta, selvaggia, intrattabile, minoranza, è vero, ma pur sempre considerevole minoranza, era giunta insino a chiedere che il Ministero e lo stesso Presidente della Repubblica fossero posti in istato d'accusa. Ancora nella sessione del 7 agosto 1849 un rappresentante, fra' più ardenti applausi della sinistra, aveva lanciate sul viso ai Ministri cedeste parole: «Ricordatevi della parola d'onore, che avete data alla Francia; quella parola d'onore è ancora sospesa. Abbiate il coraggio di essere onesti, e non coronare la vostra spedizione con uno spergiuro.» Incessante era l'occulto lavorio dei socialisti per un altro sconvolgimento; sedizioso il linguaggio della

74 CAPITOLO QUARTO.

stampa e de' conciliaboli. La Repubblica pareva sempre esitare fra l'anarchia e la monarchia; ed al pericolo d'una insurrezione popolare si univa il timore di una disaffezione parziale dell'esercito. Or chi poteva prevedere quel che sarebbe avvenuto a Roma se un bel giorno il Presidente della Repubblica francese si fosse trovato travolto e sbalzato?

L'insieme di questi fatti e di tali considerazioni non poteva fare a meno di apportare nei consigli del Santo Padre un sentimento indefinito di malessere e di perplessità, se non di scoraggiamento. Involontariamente lo sguardo, più che a fermarsi sulle condizioni positive del presente, era tratto a vagare nelle sconfinate incertezze dell'avvenire. Frattanto, in un documento memorabile, che prese nome di Motu-proprio di Gaeta, il 17 luglio, Pio IX. proclamava a' suoi sudditi:

«Affrettiamo co' nostri voti il giorno che ci riconduca fra voi, e allorquando sia giunto, noi ritorneremo col vivo desiderio di apportarvi conforto, e con la volontà di occuparci con tutte le nostre forze al vostro vero bene, applicando a sì grandi malii rimedii difficili ch'essi reclamano, e dando tutte le consolazioni ai nostri fedeli sudditi, i quali, mentre attendono istituzioni appropriate ai loro bisogni, vogliono parimenti, come noi lo vogliamo, vedere guarentite l'indipendenza e la libertà del Sommo Pontificato si necessario alla tranquillità del mondo cattolico. Intanto, a fine di provvedere al riordinamento della pubblica cosa, andiamo a nominare una Commissione, che, munita di pieni poteri, e coadiuvata da un Ministero, regolerà il governo dello Stato.»

II dì 1.° agosto la Commissione annunzio che pigliava in mano la somma degli affari, con un breve proclama, che incominciava così: «La Provvidenza divina ha sottratto dal vortice tempestoso delle più cieche e nere passioni, col braccio invitto e glorioso delle armi cattoliche, i popoli di tutto lo Stato pontificio, ed in modo speciale quello della città di Roma.» Nulla vi avea certamente in codeste parole che offendere in verun modo potesse la Francia; che all'universo mondo era notissimo le truppe francesi aver ricuperato al Pontefice Civitavecchia, Roma e il territorio contiguo, e le truppe dell'Austria, di Napoli e della Spagna aver ristabilita l'autorità del Santo Padre nel rimanente degli

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Stati della Chiesa. Pare, sia che, siccome fu detto in allora da alcuno, nella concitazione dell'animo, in cui la condizione interna della Francia aveva gettato in que' dì il Presidente della Repubblica, si fosse operata nella sua mente una singolare confusione di idee; sia che, e ciò è assai più dappresso al vero, gli occorresse un pretesto per cui aver campo a manifestare ni suo più riposto pensiero; egli mostrò di trovare in quelle espressioni della Commissione governativa una offesa personale. Pertanto al colonnello Edgardo Nev, suo ufficiale di ordinanza, che nel 9 agosto fece partire da Parigi per Roma, incaricato d'una missione speciale appresso il generale Oudinot, scrisse la lettera che segue:

«Mio caro Edgardo.

La Repubblica francese non ha punto inviata un'armata a Roma per soffocarvi la libertà italiana, ma al contrario per regolarla, preservandola contro i suoi proprii eccessi, e per darle una base solida, rimettendo sul trono pontificio il principe, che per primo si era posto arditamente alla testa d'ogni utile riforma.

» Apprendo con pena che le benevoli intenzioni del Santo Padre, egualmente che la nostra propria azione, rimangono sterili in presenza delle passioni e delle influenze ostili. Si vorrebbe dare come base al ritorno del Papa la proscrizione e la tirannia; dite da mia parte al generale Rostolan, ch'egli non deve permettere che all'ombra della bandiera tricolore si commetta alcun atto, il quale possa snaturare il carattere del nostro intervento.

» Io riassumo così il potere temporale del Papa: Amnistia generale; secolarizzazione dell'amministrazione; codice Napoleone; governo liberale.

» Sono stato personalmente ferito, leggendo il proclama dei tre cardinali, nel vedere che non vi era neppure fatta menzione del nome della Francia, né delle sofferenze dei nostri bravi soldati. Qualunque insulto fatto alla nostra bandiera od al nostro uniforme mi va dritto al cuore, ed io vi prego di far sapere che, se la Francia non vende punto i suoi servigi, ella esige almeno che le si sappia grado de' suoi sagrifizii e della sua abnegazione.

» Allorquando le nostre armate fecero il giro dell'Europa,

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» esse lasciarono da per tutto, siccome traccia del loro passaggio, la distruzione degli abusi della feudalità ed i germi della libertà. Non sarà detto che nel 1849 un'armata francese abbia potuto agire in un altro senso, e conseguire altri risultati.

» Dite al generale di ringraziare in mio nome Tarmata della sua nobile condotta. Udii con pena che nemmeno tìsicamente essa non era trattata come dovrebbe esserlo. Nulla non deve essere negletto per istabilire convenevolmente le nostre truppe.

» Ricevete, mio caro Edgardo Nev, rassicurazione della mia sincera amicizia.

» 8 Agosto 1849.

» Luigi Napoleone Bonaparte.»

Questa lettera era dessa adunque uno sfogo d impazienza perché gli affari di Roma, o più propriamente i negoziati con Gaeta, non si terminavano prontamente? No al certo; perocché per giungere ad una soluzione, per ottenere dal Sommo Pontefice concrete risposte, sarebbe stato d'uopo che il Governo francese avesse formulate concrete domande. Or quando ai Ministri plenipotenziarii di Francia a Gaeta ed al generale Oudinot, cui era stato premurosamente ingiunto di cooperare con essi a quest'uopo, si faceva ricerca che francamente pure dicessero, quanto sarebbe stato desiderio della Francia fosse accordato dal Papa, niuno sapeva replicare alcun che di preciso; le loro istruzioni spaziavano nel vago e nell'indefinito, e con finissima arte erano lasciati senza direzione reale, senza norme positive.

Era essa semplicemente un pallone d'assaggio, una prova, una prima esperienza, uno scandaglio della pubblica opinione in Francia e della volontà del Pontefice? Ovvero era una concessione alla minoranza dell'Assemblea, alla Montagna, ai rossi di Francia, alla Framassoneria? Poteva esserlo. Che cosa era adunque? Era l'espressione non mentita di un'idea freddamente svolta, a lungo discussa nel silenzio d'una mente tenace; la manifestazione veritiera di un concetto deliberato, maturo; la voce d'una volontà, impassibile come il destino. Era l'ultimo lembo d'un velo, che si strappava; la chiave di un enigma, che ai semplici parea indecifrabile; l'esplicazione, cioè, di quell'opera di mediazione, intorno a cui tanto s'affaticavano gl'intelletti.

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Era una rivelazione; e questa volta, rivelazione d'una verità. Roma caduta in potere delle armi francesi, se nel sangue si doveva lavare la macchia fatta alla loro bandiera, il sangue non era mancato; ma era giunto il giorno in cui il mondo aveva pure a sapere com'era a chiamarsi questa sì contrastata e lunga vittoria.

Quella lettera ostendeva quale enorme abisso esistesse fra la Francia, nazione eminentemente cattolica, che generosa riconduceva a Roma il Pontefice, esule e conculcato; e Luigi Napoleone, che impiegava le armi della Francia per rialzare a Roma gli stemmi di Pio IX. Per essa, libero dal fitto viluppo delle apparenti contraddizioni, si presentava alfine nella sua nudità il vero intendimento della spedizione di Roma. Quand'ella fu intrapresa, nessuno in Francia, nessuno in Europa credeva nella possibilità d'una repubblica romana. Quando, nell'Assemblea Nazionale di Francia, il Governo pose schietta la questione se si voleva, si o no, riconoscere la repubblica fondata a Roma, la risposta fu negativa. Austria, Napoli, Spagna, si apprestavano a ristabilire colle armi l'autorità del Pontefice. Andare a Roma perché non vi avesse ad andare alcun altro, tale fu lo scopo primo. Restaurare il Papa, tale fa scopo apparente. Fare della restaurazione del Papa la parte della rivoluzione francese e di Napoleone I. in Italia, tal era lo scopo reale. Si aveva fatta questa parte, astringendo Pio VI. a viaggiare da Roma a Valenza; Napoleone I. la aveva fatta, facendo viaggiare Pio VII. da Roma a Fontainebleau; Luigi Napoleone la faceva ancora, facendo viaggiare Pio IX. da Gaeta a Roma, dopo avergli detto, al cospetto dell'universo: Possiate o non possiate, dobbiate o non dobbiate, vogliate o non vogliate, governerete così come io voglio, e non altrimenti.

L'asprezza della minaccia va di pari passo col manco d'ogni riguardo, il rigido tuono dell'insulto coll'obblio d'ogni convenienza. S'annega il benefizio nell'ingiuria, il consiglio si muta in comando; laddove un tale linguaggio non mai si sarebbe tenuto con chi avesse avuto duecentomila soldati a' suoi cenni. Ben altro era la parte, non contrastata, di legittima influenza, che il Governo francese poteva rivendicare nell'assettamento della questione romana, e la parte d'una ignobile intimidazione. Fra gli attributi necessarj del potere pontificio e le riforme nell'amministrazione, eravi una conciliazione da farsi, e questa conciliazione era possibile.

78 CAPITOLO QUARTO.

La linea di divisione era fissata dal buon senso. La Francia, per la sua posizione, poteva dirsi chiamata a fissar questa linea; e, più che tutto, una cosa avrebbe dato peso a suoi consigli, la moderazione della sua politica. Solo con una tale moderazione la Francia poteva avere la forza di guarentire alle popolazioni degli Stati pontificii una libertà ragionevole, la libertà compatibile coi diritti inalienabili del potere.

Era impossibile chiedere al Papa ciò che non avesse potuto accordarsi coll'essenza medesima della sua autorità, impossibile pretendere ch'egli si facesse a stabilire a canto suo un potere eguale, che non tarderebbe a divenir superiore; altrimenti non varrebbe la pena di averlo posto in seggio. Le riforme che si dettavano al Pontefice, e gli si imponeva di operare tosto tosto, lo avrebbero, quali si richiedevano, infallibilmente balzato dal trono. Chi reggeva i destini della Francia, della Francia restauratrice del Papato, ripigliava l'opera di Mazzini e del triunvirato. Il Santo Padre, posto in si fatte condizioni, non sarebbe stato più che Vescovo di Roma. A Pio IX. fu imposta persino la clemenza, quasi che si avesse potuto dubitare della generosità del suo cuore, di quel cuore, il cui primo atto, non appena salito al trono pontificale, era stato la spontanea clemenza, il perdono, l'amnistia.

Col motivo apparente che l'effettivo delle truppe francesi a Roma andava ad essere notabilmente diminuito, per cui il comando non istava più all'altezza della posizione del duca di Reggio; col motivo reale che Luigi Napoleone ben sapeva, come giammai avrebbe trovato in lui un complice de' suoi progetti sul Santo Padre, sulle basi della sua lettera a Nev, fu spedito contemporaneamente al generale Oudinot l'ordine di rimettere il supremo comando al generale Rostolan, eletto comandante in capo in sua vece. Nev giunge a Roma, si presenta difilato a Rostolan, gli rimette la lettera del Presidente, che vuole sia resa pubblica. Rostolan, onesto e franco, si rivolta all'idea della parte triste ed abbietta, che si vorrebbe avesse egli a rappresentare, e senz'ambagi dichiara il suo profondo dolore di vedere sì bruscamente sostituita ad idee generose, e degne d'una grande nazione, una politica di azzardo, di minaccia, d'oppressione. Il colonnello perorò, pregò, insistette; ma poiché vide tutto inutile, indispettito e conturbato, si ritirò.

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Alla dimane ritornello. Non ascoltando che la voce della sua coscienza e dei veri interessi della sua patria, il generale Rostolan ripeté al colonnello, che, dopo pure le più mature e tranquille considerazioni, egli non poteva assolutamente dare in verun modo pubblicità alla lettera, ch'egli gli aveva consegnata da parte del Presidente della Repubblica. «In questo momento, diss'egli, è ben facile prevedere, che se non venisse prontamente e francamente rinegata la politica, che la lettera del Presidente tenderebbe ad inaugurare, la guerra generale ne sarebbe, nel mio concetto, la conseguenza più prossima e certa. Il solo fatto della pubblicità che le fosse data, basterebbe per riporre in forse ogni cosa, e questo quando già tutte le più gravi difficoltà si potean dire appianate, quando già era deciso il pronto ritorno del Santo Padre nella sua capitale, quando, in una parola, tutto induceva a credere che gli affari di Roma avrebbero una soluzione prossima e soddisfacente. d'altronde, la lettera del Presidente non mi presenta nessun carattere officiale. A' miei occhi essa non ha verun valore maggiore che una lettera qualunque particolare ed intima. Non posso e non devo renderla pubblica: primieramente perché essa non mi è pervenuta per una via costituzionale; in secondo luogo perché nel mio animo e nella mia coscienza ho la cortezza ch'essa attraverserebbe l'opera della diplomazia, indipendentemente dagli imbarazzi molteplici che susciterebbe. Il generale Oudinot pure è pienamente della mia stessa opinione, Credetemi, colonnello, non mostrate punto questa lettera ad alcuno, e sopra tutto guardatevi dal darle la minima pubblicità.»

Allora, vivamente contrariato da codesto linguaggio, suggerito dalla prudenza e dalla saggezza, non ascoltando che l'impulso del suo disappunto, e del tutto immemore della inferiorità del suo grado militare e della sua posizione, Nev grida con estrema vivacità: «Assolutamente voi non volete dunque, generale, obbedire alla volontà del Presidente? Sia; ciò non mi risguarda. Ma io vi dichiaro che vi rendo responsabile delle conseguenze del vostro rifiuto, e degli avvenimenti che questo rifiuto potesse provocare tanto a Roma, quanto a Parigi!» - «Colonnello,» replicò con tutta calma e dignità il generale, «pare dimentichiate che verun altro, all'infuori di me, non possiede qui il diritto della minaccia. Quanto alle conseguenze del mio rifiuto, non me ne

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pongo certamente in pensiero. Per reprimere la rivolta a Parigi fo assegnamento sul generale Cavaignac; per reprimere la rivolta a Roma, sotto qualunque bandiera si presentasse, fo assegnamento su me.» Vanamente il colonnello tornò alle più fervorose preghiere; il generale fu irremovibile nella sua risoluzione. Mentre copie manoscritte della lettera presidenziale circolavano in gran numero pei caffè e pei luoghi pubblici, il generale Rostolan inviava a Parigi la sua dimissione dal comando in capo, esponendo brevemente i motivi del suo rifiuto.

Dopo pochi giorni il generale ricevette un dispaccio del Presidente del Consiglio dei Ministri di Francia, con cui, nei termini i più cortesi, gli si partecipava che la sua dimissione non era accettata, e lo s'interessava ad un tempo di pubblicare la lettera del Presidente della Repubblica ad Edgardo Nev. Rostolan replicò immediatamente, che, poiché i motivi, pei quali s'era creduto obbligato a dimettersi dal comando in capo, sussistevano sempre egualmente, egli persisteva a domandare di essere sollecitamente richiamato. Poi, entrando, colla schiettezza del soldato che non ha mai transatto coll'adempimento del suo dovere, nel merito della questione politica più francamente ancora che non avesse fatto la prima volta, dichiarava ch'egli non si assoderebbe giammai ad un atto il quale accoppiava all'ingiustizia il pericolo di mettere il fuoco ai quattro lati dell'Europa; la guerra generale trovarsi nella pubblicazione ufficiale della lettera del Presidente, ed amare egli troppo la Francia per gettare sconsideratamente la sua patria sulla via delle avventure.

Informati della sua definitiva risoluzione, gli ufficiali del Corpo di spedizione si presentarono in gran numero a lui, per pregarlo vivamente a non volere persistervi. Tocco da codesta manifestazione, rispose, non aver egli fatto giammai concessione alcuna ad un sentimento d'onore, e considerare egli impegnato direttamente il suo onore in codesta questione. «Non ho, signori,» lor disse, «che una coscienza sola, e me la serbo. Questa coscienza deve ben parlare imperiosamente se io mi decido a lasciare un'armata si bella ed ufficiali sì bravi, come voi siete. Domandando il mio richiamo, ho fatto il più grande sagrifizio che un soldato possa fare.»

Il generale Rostolan diceva bene. Il giorno in cui il programma di Luigi Napoleone,

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perdendo il suo carattere semiprivato semipubblico, fosse divenuto il programma ufficiale del Governo francese, quel giorno sarebbe stato il segnale d'una guerra funesta, di una serie incalcolabile di deplorevoli avvenimenti. La partenza della Commissione governativa da Roma ne sarebbe stata la prima conseguenza immediata. Allorché si seppe a Gaeta quali fossero le istruzioni sulla politica a seguirsi, contenute nella lettera dell'8 agosto a Nev, il Santo Padre, la Corte di Napoli, i diplomatici stranieri accreditati presso la Santa Sede, ne furono profondamente conturbati. Pio IX., che si preparava già a ritornare fra breve a Roma, mise da parte ogni idea di partenza. Le giuste apprensioni addoppiarono quando fu noto che il Governo francese, con invitare direttamente il generale Rostolan a renderla di pubblica ragione, aveva fatto in certa guisa suo proprio atto la lettera del Presidente. E pertanto Pio IX. protestò volere e perdonare e governare da sé, protestò che amava meglio vivere nell'esilio, che non usare la sovrana sua autorità in condizioni siffatte. Frattanto, il 19 settembre, si pubblicava in Roma l'amnistia amplissima che il Santo Padre accordava immediatamente, e da cui erano solamente esclusi i membri del cessato governo repubblicano e poche altre categorie di persone.

L'attitudine, per Io meno equivoca, di Luigi Napoleone produceva ben tosto i primi funesti suoi frutti in Roma medesima. Nello stesso tempo che, quasi ogni giorno, Rostolan riceveva lettere anonime, le quali lo prevenivano che il pugnale, con cui era stato assassinato il conte Rossi, si stava affilando per lui; ogni fatta provocazioni veniva posta in opera colle truppe francesi a Roma; quasi ogni giorno soldati innocenti cadevanvi vittime di ferri assassini; i romani, che non trattavano da nemici i francesi, erano senza posa l'oggetto di misteriose minaccie di morte. La repressione energica divenne indispensabile.

Dopo la missione del colonnello Nev a Roma, ovunque la più grande incertezza regnava negli animi. Ognuno attendeva con ansietà il giorno in cui la Francia ed il suo Governo avrebbero dovuto prendere un partito decisivo, riguardo alla loro politica negli Stati della Chiesa. A Parigi la reiterata dimissione del generale Rostolan non era bensì stata accolta, e neppure si aveva ulteriormente insistito presso di lai perché facesse pubblica la lettera del Presidente;

82 CAPITOLO QUARTO.

ma, d'altro canto, nulla era sopraggiunto che sembrasse disapprovarla. Nella nuova Assemblea legislativa di Francia la questione di Roma era tornata in campo, sollevandovi procellosi nembi di collera e splendidi lampi di eloquenza. Nella sessione del 13 ottobre Thiers presentò un ammirabile rapporto su codesto argomento, sul cui terreno, nelle sessioni del 18 e 19, la lotta si trovò impegnata più che mai vivace fra i cattivi istinti della passione e gl'irresistibili argomenti della ragione. La questione era alfine positivamente, nettamente, chiarissimamente posata; l'Assemblea ed il Ministero non avevano più che una sola alternativa: o le esigenze della lettera del Presidente dell'8 agosto, o le concessioni del Motu-proprio di Gaeta del 17 luglio. Ormai non si poteva più tenere per dubbio che con grandissima maggioranza l'Assemblea avrebbe ripudiato il programma di Luigi Napoleone.

La posizione del Ministero divenne difficilissima, e a que' dì ancora un Ministero s'immaginava d'essere qualche cosa, essendo responsabile. Se la base della politica francese accettava le esigenze della lettera del Presidente, ciò era un esporlo alla certezza di vedersi separato bruscamente dalla grande maggioranza dell'Assemblea e dalla immensa maggioranza della Francia, le cui manifestazioni non erano in verun modo dubbiose; se per lo contrario ammetteva le concessioni del Motu-proprio di Gaeta, la rompeva colla volontà del Presidente, e rendeva vieppiù solenne lo smacco della sua sconfìtta. Lo stesso Luigi Napoleone si trovava nel più grave e fastidioso degl'impacci. D'altronde egli si aveva di soverchio scoverto il fianco, perché gli fosse dato sperare di rinvenire un'uscita per cui battere in ritirata abbastanza onorevole.

Stavasi per passare a' voti, quando il Ministro degli affari esterni, Tocqueville, sali alla tribuna per proporre all'Assemblea di approvare che a base della politica della Francia si ammettessero ad un tempo ed il Motuproprio di Gaeta, e la lettera del Presidente, base di politica che il Ministero per sua bocca dichiarava di accettare sin d'ora. L'Assemblea tutta comprese quale fosse il vero spirito e la portata di codesta dichiarazione ministeriale, la quale, pur lasciando al Sommo Pontefice tutta la sua libertà di azione, tutta la sua indipendenza di sovrano, era un abile ripiego


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per cui il Presidente poteva subire il voto della maggioranza senza soverchio detrimento della dignità personale. Tutti compresero che giammai Luigi Napoleone, per lungo tempo almeno, avrebbe osato riporre in campo quel suo primitivo programma. Perciò la Montagna si scagliò colla più. stizzosa violenza a combattere la proposta di Tocqueville.

Fu allora che il conte di Montalembert riportò uno dei più splendidi trionfi oratorii di cui si onori la tribuna francese. Paragonando coloro che oltraggiano la Chiesa a coloro che oltraggiano una donna, «la Chiesa,» disse, «non è una donna, è più ancora, è una madre.» A queste parole, un nembo d'ingiurie copre per un istante la voce dell'oratore; ma un tuono d'applausi, sterminato, gigante, b' eleva da tutte le parti, e costringe la piccola minoranza al silenzio. Presa d'entusiasmo l'Assemblea s'alza per protestare contro i clamori della Montagna. Da questo momento ogni frase dell'oratore è accolta dalle grida di ammirazione dei rappresentanti. «Si disse,» continua il conte di Montalembert, «che l'onore della nostra bandiera era stato compromesso colla spedizione intrapresa contro Roma per distruggere la repubblica romana e ristabilire l'autorità del Papa. No, l'onore della nostra bandiera non fa compromesso; no, giammai questa nobile bandiera non ricopri della sua ombra una più nobile intrapresa. La storia Io dirà, la storia di cui invoco fidente la testimonianza e il giudizio. La storia stenderà un velo sopra tutte queste ambiguità, sopra tutte queste tergiversazioni, sopra tutte queste contestazioni, che voi avete segnalate con si tanta amarezza ed una sollecitudine si attiva per far regnare la disunione fra noi. Essa stenderà un velo su tutto ciò, o piuttosto essa non lo ricorderà che per giudicare della grandezza della intrapresa dal numero e dalla natura delle difficoltà superate. La storia dirà che mille anni dopo Cario Magno e cinquant'anni dopo Napoleone, mille anni dopo che Carlo Magno acquistò una gloria immortale con ristabilire la potestà dei Pontefici, e cinquant'anni dopo che Napoleone, al colmo della sua potenza e del suo prestigio, naufragò nel provarsi a disfare l'opera del suo predecessore, la storia dirà che la Francia rimase fedele alle sue tradizioni, sorda ad odiose provocazioni. Ella dirà che trentamila francesi lasciarono la patria per andare a ristabilire a Roma, nella persona del Papa, il diritto, la giustizia, l'interesse europeo e francese.

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Ella dirà ciò che Pio IX. disse al generale Oudinot: Il trionfo delle armi francesi è trionfo riportato sui nemici della società umana. Questo dirà la storia, e questa sarà mai sempre una delle più belle glorie della Francia e del secolo decimonono. No, questa gloria voi non la vorreste affievolire, offuscare, ecclissare, precipitandovi in un tessuto di contraddizioni, di complicazioni, d'inconseguenze inestricabili. Sapete voi ciò che offuscherebbe indelebilmente la gloria della bandiera francese? Sarebbe l'opporre questa bandiera alla croce, alla tiara, ch'essa liberò non ha guari; sarebbe il trasformare i soldati francesi da protettori del Papa in oppressori; sarebbe lo scambiare il mandato e la gloria di Carlo Magno in una miserevole contraffazione di Garibaldi.»

Un applauso immenso, che parea non voler più finire, coronò l'eloquente arringa e la discussione. Luigi Napoleone s'avea ricevuta, dalla bocca dell'intrepido conte, la parte che gli spettava di quelle ambiguità, di quelle tergiversazioni, di quelle odiose provocazioni, di quel tessuto di contraddizioni, di complicazioni, d'inconseguenze inestricabili, che Montalembert, interprete veritiero dei sentimenti della nazione, aveva degnamente stigmatizzato. Tutta l'Assemblea, ad eccezione soltanto del più gran numero dei membri della Montagna, diede il voto a favore della proposta del Ministro Tocqueville.

La notizia di un trionfo si splendido, riportato in piena conformità all'opinione generale, fu accolta per tutta la Francia con soddisfazione che si potea dire forse ancora maggiore di quando si seppe l'ingresso di Oudinot in Roma. Il Santo Padre la ricevette con gioia. La favorevole sua influenza si manifestò bentosto dalla risposta che poco appresso egli diede alla deputazione municipale di Roma, recatasi a Gaeta per supplicarlo di rientrare nei suoi Stati. «Ci ripugnava,» diss'egli, «di ritornare a Roma sino a tanto che in Francia si poneva in questione la nostra volontà indipendente. Ma oggidì che un'avventurosa soluzione sembra dovere metter fine ad ogni dubbio in questo riguardo, noi speriamo di poter rientrare in breve ne' nostri dominii.»

Pochi giorni pili tardi però un avvenimento, sfuggito per sua natura ai più, sopravveniva a rinfocolare le legittime apprensioni della Corte di Roma. Il generale Rostolan non era ristato di sollecitare

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il suo richiamo in Francia; era d'uopo adunque occuparsi di dargli un successore. Luigi Napoleone, desideroso forse di dare una soddisfazione al sentimento universale che lo tacciava d'ingratitudine verso il conquistatore di Roma, fece dichiarare al generale Oudinot dal Ministro della guerra, che egli solo poteva appianare le difficoltà che si attraversassero ancora al ritorno di Pio IX. a Roma, ed in conseguenza gli offriva ufficialmente la doppia missione di generale in capo e di ambasciatore straordinario. Il duca di Reggio rispose, che accettava tostoché fosse dato corso ad una disposizione preliminare, la quale, nel suo concetto, sembrava indispensabile al successo; tostoché, cioè, la lettera del Presidente a Nev fosse considerata siccome non avente alcun carattere ufficiale. Luigi Napoleone rifiutò, e invece di Oudinot inviò a Roma il generale Baraguav d'Hilliers.

Dopo di avere sì profondamente commossa la Francia, l'Europa, il mondo cattolico, la lettera dell'8 agosto a Nev fu lasciata cadere in dimenticanza, restando al generale Rostolan il merito di avere, colla nobile e coraggiosa sua persistenza, allontanati a quel momento avvenimenti d'incalcolabile portata. La storia gli terrà conto di aver saputo fare il sagrifizio della sua posizione e del suo avvenire alla sua coscienza.

Il 12 aprile 1850 Pio IX. rientrava a Roma. Del programma di Luigi Napoleone niuno più parlava, come se non mai avesse esistito. Il Santo Padre però non aveva penato a comprendere che, per quantunque ei si fosse adoperato, quel programma sarebbe stato per lui perpetua fonte d'imbarazzi, di molestie, d'ingratitudini, fors'anco di ribellioni; a comprendere che quel programma teneva aperta colla questione italiana la questione romana, e lo poneva nella funesta necessità di un esterno soccorso. Quindi la malaugurata perpetuità di quel rimprovero, assurdo b, ma non per questo meno specioso, di non potersi il potere temporale dei Papi reggere senza l'appoggio delle baionette straniere. La lettera a Nev, rivelando come il novello capo del Governo francese, lungi dall'avere infranti i vincoli che lo legavano a memorie sempre palpitanti in Italia, mostrava di volerli usufruttare astutamente in favore della recente sua posizione, doveva bastare per rianimare negli spiriti inquieti speranze che i successi delle armi austriache e francesi erano pervenuti a disperdere. Cosi, tolto bentosto alla

86 CAPITOLO QUARTO.

spedizione francese a Roma il prestigio che l'avea circondata, inauguravasi quell'era d'incertezza e di diffidenza, che tenne sino al 1859 i Governi conservatori d'Italia in sospeso intorno all'indirizzo della loro politica all'interno ed all'esterno.

Non mai, infatti, Luigi Napoleone aveva rinegato quel programma. Rinculare non è rinunziare; tirarsi da parte, a fronte della imponenza di contrarie manifestazioni, di ostacoli di una forza infinitamente superiore a quella che si prevedeva, ciò è ben altra cosa che desistere. È solamente convertire una questione di possibilità in una questione di tempo e di opportunità; è sostituire ad una politica di ventura, una politica di aspettazione. E chi aspetta, può bensì smettere, ma può eziandio scegliere miglior dì e miglior ora.

Singolare spettacolo quello che Luigi Napoleone lasciava da registrare alla storia. In sull'april della vita la sua prima intrapresa è in Italia, e lo annoda al Papato. Venuto a capo d'una grande nazione, presidente d'una repubblica, il primo suo grande atto di politica esterna risguarda l'Italia, e lo avvicina al Papato. La prima grande questione che si dibatta fra i poteri dello Stato, fra la nazione e lui, è questione d'Italia, questione del Papato. La prima sua manifestazione di volontà indipendente, il primo suo conato di supremazia personale, il primo passo cui s'azzardi allo infuori delle rigide forme costituzionali, concerne le sorti d'Italia, l'avvenire del Papato. Nella nuova posizione che il caso gli ha fatta, il primo grave ostacolo in cui si abbatta, il primo suo pericolo di naufragio, la prima sua rinculata, conseguitano dal Papato. Si direbbe che la fatalità con misterioso filo leghi Luigi Napoleone all'Italia, avvinca i suoi destini ai Papato.

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CAPITOLO QUINTO.

Le prime armi di Cavour.

I grandi partiti in Italia. - Costituzionali, unitarii, federali. - Le federazioni italiane ideate da Sully, da Alberoni, da Piattoli e Czartorvski, da Gioberti, da Rossi. - II partito repubblicano. - I

liberali moderati

del Piemonte. - Camillo conte Benso di Cavour. -

La violenza distrugge e non edifica.

La teorica del

mezzo rivoluzionario.

- Cavour alla tribuna. - Esito della sua prima cospirazione. -

Va benissimo, ma quell'uomo li vi rovescierà tutti.

Un giudizio di Angelo Brofferio. - I Trattati commerciali del Piemonte

-

Napoleone IL di Strasburgo e di Boulogne diviene Napoleone III. Imperatore de Francesi. - Cavour a Parigi. - La maschera di ferro, -

limiti della Francia.

I rovesci patiti nel 1849 dagli uomini della rivoluzione in Italia vi aveano lasciato dovunque, intorno al partito monarchico conservatore, un grande numero di sinceramente amanti del quieto vivere, regolare e ordinato, molti annoiati, molte illusioni distratte, scarsi desiderii. Dovunque quelli i quali si erano bensì agitati, ma che non avevano punto agitato, si trovavano in quella condizione che in ogni rivoltura si fa mai sempre palese, natural conseguenza, tostoché non siano più sui luoghi gli agitatori. Di questi, altri aveano riparato in Inghilterra, altri in Isvizzera, la maggior parte in Piemonte, perocché tutto concorreva a rendere questo paese l'unica ancora di speranza de' liberali italiani. Colà solamente continuava a star alta, simbolo di più vasti concepimenti d'indipendenza nazionale, emblema di unione od unità eventuale, la bandiera tricolore; colà solamente un sistema rappresentativo, uno Statuto, sopravvissuto all'universale naufragio degli ordini costituzionali nella Penisola. Colà, infine, all'ombra di quella bandiera e di quello Statuto, un esercito, solamente intorno al quale si potessero, a un caso, raccozzare e ordinare le forze della rivoluzione.

Due partiti, abbenchè cospiranti ad un medesimo scopo finale, aveano battute ed intendevano di battere, con altri mezzi ed altri divisamenti, altre vie: il partito repubblicano, ed il partito costituzionale, che fuori del Piemonte solevano in generale chiamare partito piemontese. Nel 1848 e nel 1849 ambedue, ciascuno

88 CAPITOLO QUINTO.

per proprio conto, avevano fatto lor pruove; dalle quali aveano bensì riportata larga eredità di disinganni, non così di ammaestramenti, lasciando alla posterità documento che pensieri di concordia, di annegazione, di modestia, non mai preoccuparono seriamente l'animo dei primarii guidatori di quei moti.

E l'uno e l'altro dei due partiti si bipartiva in unitarii ed in federali. Sicché vi aveano: i repubblicani unitarii, con a capo Mazzini, che avrebbero voluto tutta Italia riunita a costituire una sola repubblica; i repubblicani federali, mazziniani dissidenti, che avrebbero preferito un numero di repubbliche confederate tra loro, la Repubblica di Venezia, la Cisalpina, la Ligure, la Cispadana, la Romana, la Partenopea, e via e via; i costituzionali unitarii, vagheggianti l'Italia sotto lo scettro di casa Savoia; i costituzionali federali, che riconosceano a caposcuola il Gioberti, e si sarebbero acconciati a parecchie sovranità indipendenti, strette da un patto federativo. Questi ultimi, come nella realtà avevano costituito, costituivano tuttora nel campo liberale il partito più numeroso e più forte. Aveva a rappresentante la Monarchia di Sardegna, e nelle sue fila, a paragone degli altri, il maggior novero d'italiani ricchi e colti; perocché, come lo stesso Orsini ebbe a confessare (1), «non poteva parlarsi degli abitanti delle campagne o agricoltori, giacché in generale i nomi d'indipendenza e costituzione sono per loro parole arabe.»

La prima idea d'una generale Confederazione italiana, unico mezzo ne' tempi lontani di stringere e mantenere la nazionale unità, risaliva a' primi anni del decimosettimo secolo, a Sully, il Ministro d'Enrico IV. Re di Francia. Secondo il piano accolto dal monarca francese, il territorio milanese doveva darsi al Duca di Savoia, che avrebbe preso il titolo di Re di Lombardia; la Toscana avrebbe ritenuto alcune piazze importanti; il Regno di Napoli doveva darsi al Papa, e la Sicilia alla Repubblica di Venezia. Un vincolo federativo doveva sanzionare l'esistenza dei diversi Stati italiani, ed unirli, affinché, secondo l'espressione di Sully, «tutti questi Stati e Principi, che sono legati l'uno all'altro da comuni interessi, guadagnassero per ciò in importanza senza che nulla venisse mutato pel loro possesso e nelle loro leggi tradizionali.»

(1) Memorie politiche, Parte IL, capii XVI., pag. 335.

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» Nel 1610, Carlo Emanuele, l'irrequieto duca di Savoia, stretta a quest'uopo alleanza col Re di Francia a Bruzzolo, stava in sul pigliare le armi, onde cacciata la Spagna dal Milanese impadronirsene, quando Enrico IV. perì assassinato per mano di Ravaillac. Con esso cadde Pidea della Federazione italiana, di una Italia degli Italiani.

Lodo vico XIII., succeduto al padre, alla morte di Enrico non aveva che nove anni. Maria de' Medici, la madre di lui, assunta la reggenza finché egli giungesse all'età maggiore, ebbe altre disposizioni Sully si tirò fuori del Ministero. Dell'alleanza col Duca di Savoia, del disegno di liberare l'Italia dagli Spagnuoli, divenuti veri padroni della Penisola, non se ne fece altro. E quando, nel 1635, il cardinale Richelieu, nelle cui mani stava il maneggio degli affari di Francia, determinò il Re a ripigliare quel disegno, e strinse nuova lega col Duca di Savoia, col Gonzaga di Mantova, coi Farnese di Parma, con compiacimento e plauso di Papa Urbano Vili., le circostanze erano mutate, e da quella grande guerra, durata interrottamente ventiquattro anni, uscì, anziché la libertà d'Italia, il dominio spagnuolo raffermato a Milano, a Napoli, in Sicilia.

Intorno a un secolo appresso, il piacentino cardinale Alberoni, sommo per la sagacia squisita del suo genio straordinario e per la vastità de' suoi disegni, divenuto potentissimo alla Corte di Madrid, tornò al concetto di Sully, ma ben con altri divisamenti. La generale federazione, ch'egli si avrebbe voluto in Italia, mirava a costituire un'Italia spagnuola, lasciando alla fin fine agli altri, come il Papa e la Repubblica di Venezia, solo quel tanto della Penisola che non avesse potuto pigliare per so. Nel 1717, raccolta a Barcellona un'armata, dando voce di voler combattere i Turchi, invasa d'improvviso la Sardegna, la tolse all'Austria; poco appresso invase la Sicilia, per torla a Casa Savoia. AH' Austria ed alla Savoia si allearono Inghilterra, Olanda, Francia. Inglesi ed Olandesi ruppero le navi di Spagna nelle acque di Siracusa; un esercito austriaco sbarcò in Sicilia. L'Alberoni, nonché soffermarsi, suscitò congiure in Francia ed in Inghilterra; voleva metter fuoco a tutta Europa. Ma Filippo V., il Re di Spagna, se ne impaurì, gli tolse l'ufficio, e lo cacciò dalla Corte.

Volgeva alla fine il 1804, quando l'ardente immaginativa dell'Imperatore Alessandro di Russia si fece a proporre a tutte le

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Corti un alleanza di mediazione pel pacificamento dell'Europa. Un abate Piattoli, condottosi dapprima in Polonia per trarvi partito dal suo ingegno, e guadagnatovi il favore dell'ultimo Re, poi passato in Russia e venuto in grazia del giovane principe Gzartorvski, Ministro pegli affari esteriori ed amico dell'autocrata, ruminava in mente un disegno d'arbitrato europeo, pieno di tanti concetti speciosi, che lo Czartorvski, innamoratosene, il pensier suo immedesimò con quel dell'altro per modo che ne risultò un progetto compiuto, opera d'entrambi. Proposto allo Czar, ei ne restava preso cosi da fargli por mano all'opera immediatamente.

La rivoluzione francese aveva sconvolta l'Europa, oppresse le nazioni di second'ordine. A ciò bisognava riparare con un riordinamento generale e con un nuovo diritto delle genti. Prima si doveano unire tutti gli Stati europei, eccetto la Francia; poi formare tre grandi adunamenti di forze. Allora parlerebbesi in nome di un comune Congresso, offerendo alla Francia condizioni non disdicevoli alla sua grandezza, obbligandosi tutte le Corti a riconoscere Napoleone ad Imperatore de' Francesi, e solo si verrebbe alle armi in caso di rifiuto.

Nella ipotesi d'una guerra fortunata, l'Italia sarebbe costituita nel modo seguente. Al settentrione si creerebbe un grande reame col nome di Regno Subalpino, per la Casa di Savoia, allora privata del trono, composto dell'intero Piemonte, della Sardegna, della Liguria, della Lombardia, degli Stati veneti e di quelli di Modena, di Massa e Carrara, di Parma e Piacenza, destinato a te, nere in equilibrio l'Austria e la Francia, ed a servire poscia di fondamento dell'indipendenza italiana. La Savoia e la Valtellina sarebbero date alla Svizzera; l'Austria, a compenso della cessione del Veneto, avrebbe ricevuto la Moldavia e la Valachia, per rassicurarla contro il futuro pericolo d'essere bloccata dalla Russia. Nel centro d'Italia sarebbero tre Stati: il Regno d'Etruria, lasciato al ramo dei Borboni di Spagna, che lo teneva già da quattro anni; la Repubblica di Lucca; il Papa, tornato in possesso delle Legazioni, e che godrebbe d'una perpetua neutralità. A mezzodì; il Regno delle Due Sicilie, conservato ai Borboni ne' proprii limiti; e Malta, ridata all'Ordine gerosolimitano. Tutti questi Stati, colla Repubblica di Ragusa e colle Sette Isole, sarebbero congiunti da un legame federativo abbastanza forte per rendere l'azione comune non meno pronta che facile.

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Il capo della Confederazione non sarebbe elettivo, ma il Re del Regno Subalpino ed il Re delle Due Sicilie alternatamente godrebbero di quella dignità, li Sommo Pontefice farebbe uffizio di Cancelliere della Confederazione, come l'Elettore di Magonza nell'Impero germanico.

Al Governo britannico la Russia fece le prime aperture per trarlo a favore de' suoi disegni; poi alla Spagna, all'Austria, alla Prnssia. Venne la volta della Francia. Era intanto giunto il 26 di maggio 1805, nel qual di Napoleone si aveva colle proprie mani, nella cattedrale di Milano, posta sul capo la corona di ferro, creduta quella degli antichi Re Longobardi, dopo che fu benedetta colle forme già usate per gl'Imperatori d'Alemagna nell'incoronarli Re d'Italia, e pronunciate le solenni parole: Dio me l'ha data, guai a ehi la tocca! A1 vasti concepimenti dello Czar l'Imperatore de' Francesi rispose col proclamarsi Re d Italia; colla incorporazione della Repubblica di Genova all'Impero; collo assegnare la Repubblica di Lucca a principato ereditario per Elisa Baciocchi, sua maggior sorella; coll'annunziare al principe di Cardito, inviato a Milano dalla Corte delle Due Sicilie, che ai Borboni di Napoli lascerebbe appena la Sicilia a rifugio. Ne uscì la terza lega. Napoleone passa il Reno, passa il Danubio, vince ad Ulma, entra a Vienna, sperde gli eserciti austrorussi ad Austerlitz, e colla pace di Presburgo unisce al francese Regno d'Italia gli Stati veneti, alla Francia l'Istria, e la Dalmazia. L'Austria resta esclusa definitivamente dall'Italia, venuta ornai in assoluta balia della Francia,

A' nostri giorni il disegno d'una generale italiana confederazione tornava in campo per impulso di Vincenzo Gioberti. Il suo disegno era una Lega federale di principi, preside il Papa. In sostanza Gioberti, da prima ardente Carbonaro, tendeva ad una Lega senza l'Austria, anzi più propriamente ad una Lega contro l'Austria. Tostochè questa idea si fu una volta impadronita degli animi, sino dal 1847 fu data opera con incredibile zelo a realizzarla. Si manifestò dapprima in una lega doganale, conchiusa il 3 novembre 1847 sotto l'influenza del Papa; poi in una lega militare. In un Proclama, indirizzato a' suoi popoli nel 7 aprile 1848, il Re di Napoli dichiarò: «Benché la Lega italiana non abbia ancora ottenuta la sua sanzione con formale convegno, noi la risguardiamo però siccome esistente di fatto. Fra poco vedremo raccogliersi

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a Roma il Congresso che noi primi abbiamo proposto a quest'uopo, ed al quale noi primi manderemo rappresentanti.» Ferdinando II infatti inviò a Roma deputati che fermassero i patti della federazione. Il Papa e il Granduca di Toscana accedettero, e si sarebbe forse in allora conchiusa, se Carlo Alberto non repudiava la proposta napoletana.

Come appena il conte Rossi, a mezzo il settembre del 1848, ebbesi tolta in mano la somma degli affari in Roma, fermamente risoluto di assodare la cosa pubblica sulle basi dello Statuto largito dal Papa, non mai da Pio IX. giurato, siccome troppo spesso e sempre falsamente fu detto, senza più volse l'animo a stringere una Lega politica fra tutti i Principati d'Italia. Mosse vive pratiche co' sovrani che in addietro vi aveano aderito, s'adoperò a spianare le difficoltà, e per persuaderla all'universale ne pubblicò pei giornali le ragioni, il modo, i vantaggi, con quella forza e chiarezza d'esposizione, ch'era uno de' suoi pregi più belli. Fino dal 18 settembre, nella Gazzetta ufficiale di Roma, annunciò, «lo stabilimento della Lega politica fra le Monarchie d'Italia essere sempre il fermo desiderio del Governo pontificio, e sperarsi di vedere tra breve posto ad effetto questo gran pensiero del quale Pio IX. era stato spontaneo iniziatore, ed era assiduo promotore. E già il 4 novembre potè, nello stesso Giornale, far noto: «Vi è Lega politica fra le Monarchie italiane che aderiscono al patto; i plenipotenziarii di cadauno Stato si adunano sollecitamente a Roma in Congresso preliminare per deliberare sui comuni interessi, e porre i patti organici della Lega. Per questa via retta e piana si può aggiungere lo scopo. Per tutt'altra non si può che dilungarsene. L'Italia, già vittima di tanti errori,avrebbe da piangerne uno di più. »

Ma la Lega promossa dal Rossi, prossima ad attuarsi per volere di principi, mentre Carlo Alberto era stato rincacciato dalla Lombardia e dai Ducati, Ferdinando II aveva schiacciata la ribellione a Napoli ed in Sicilia, il Granduca di Toscana stava sempre in Firenze, una Lega sì fatta né poteva garbare a Carlo Alberto, che in fatti si diede tantosto più che mai ad avversarla, né a Mazzini ed ai suoi, che, agognandola Repubblica in Roma, vedeno chiusa ogni via a conseguirla dacché la Lega fosse divenuta un fatto. Notissima l'invincibile fermezza del Rossi, tenuto da tutti in altissima stima.

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Somma la probabilità che eziandio la Camera dei Deputati in Roma avrebbe sancito del suo voto l'idea della Lega, che mandava irreparabilmente a picco la Costituente democratica del Montanelli, non meno che la Costituente federale del Gioberti. Mazzini vide non esservi tempo da perdere, e la morte dello sventurato Ministro fu da lui decretata. Nelle serali adunanze del 13 di novembre al fenile del Brunetti, e del 14 al Teatro Capranica, furono assegnate le parti; il 15 l'orrenda sentenza avea esecuzione. La Lega italiana, sì alacremente promossa dal Rossi, era stata cagione della sua morte.

Cosi cinque volte, in poco più che due secoli, il pensiero di una Federazione nella Penisola diede fuori, e cinque volte abortì. Allorquando l'Italia era in balia della Spagna, l idea federale non valse che a consolidarvi la signoria iberica; quando Francesi ed Austriaci vi tenevano dominio, anziché renderla indipendente da entrambi, non riesci che a formarne una dipendenza gallica; e allorché quella idea tendeva ad espellerne gli Austriaci, siccome stranieri, a null'altro fu buona se non ad insediarvi stranieri.

A giorni di effimera fratellanza tennero dietro giorni d'invidia, d'egoismo, di sete di potere. Mentre Carlo Alberto credeva aver confitta la ruota della fortuna, Mazzini perorava in Milano a prò della repubblica, alle spalle gli seminava zizzania, nelle file dell'esercito insinuava discordia, così nel folle accecamento rendendosi potente ausiliario del vincitore. Divenuta impossibile e dissennata impresa la difesa di Milano, Mazzini suscitò a Carlo Alberto una opposizione, che terminò in aperta violenza contro di lai il giorno in cui fu noto il tenore dell'armistizio concluso con Radetzkv. Quindici anni addietro quello stesso Mazzini aveva dato mille franchi e un pugnale per assassinare Carlo Alberto (1). Denunciata dal Re di Piemonte, il 12 marzo 1849, la cessazione di quell'armistizio,

(1) Colui, che si era incaricato di toglierlo di vita, aveva assunto il mentito nome di Luigi Mariotti, e si chiamava Antonio Gallenga. Niuno quasi più pensava a Luigi Mariotti, quando il Gallenga seppe fare in guisa che la cosa fossa posta in piena luce, e debitamente comprovata e corroborata dalla esplicita confessione di lui medesimo (Vedi: Gallenga, Storia del Piemonte dai primi tempi alla pace di Parigi del 30 marzo 1856, Vol. IL, pag. 459; Lettera di Mazzini a Campanella, nell'Italia e Popolo, num. 295, del 24 ottobre 1856; Lettera di Gallenga, nel Risorgimento, num. 1149, del 28 ottobre 1856).

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Mazzini affrettava una seconda volta il trionfo dell'esercito imperiale, persuadendo a fellonia un generale. Il traditore era Ramorino, capo militare della spedizione mazziniana in Savoia nel 1834, il Beniamino di Mazzini, il confidente de' suoi più riposti pensieri, cui Carlo Alberto aveva affidato il comando d'una divisione sotto la pressione delle società segrete (1). Ramorino disobbedisce agli ordini formali del comandante supremo, lascia sgombro agli Austriaci il passaggio del Po, si fa tagliar fuori dal grosso dell'esercito per ripiegare su Genova, e proclamarvi la repubblica. Genova insorge, sobillata da Mazzini, il quale invia a Carlo Alberto, guiderdone al caduto, codeste parole: il Piemonte ha tradito (2); Ramorino è condannato e fucilato in Torino. Così poco a poco l'abisso per incompatibilità di principii, che separava dalla monarchia di Savoia la repubblica di Mazzini, si convertiva in una voragine, che nulla varrebbe più mai a riempiere, baratro immenso che tutto assorbe ed ingoia, fuorché gli odii scambievoli e le imperiture speranze di ultrice rivincita.

Dal giorno in cui Carlo Alberto si gettava nella via delle forme costituzionali, una scissura si andava gradatamente operando nel campo degli agitatori in Piemonte; ove all'ombra dello Statuto, ed informandosi alle teorie monarchiche di Cesare Balbo, del d'Azeglio e di Vincenzo Gioberti, cominciava ad organizzarsi un partito, come lo chiamavano liberale moderato, capace di tenere in freno gli esagerati. Bai quali, al trar de conti, i liberali moderati in questo si differenziavano, che con più moderazione di parole, minor furia e maggior sagacia, a seconda de' tempi e delle circostanze, si proponevano conseguire quello appunto, cui gli esagerati tendevano con immoderanza in tutto. Or, quanto più il Mazzini, coll'usata sua negazione di perspicacia politica, dava, e faceva dare dai suoi seguaci, disperati e frenetici colpi di martello all'edifìzio della monarchia piemontese, tanto più, eziandio quel partito si stringeva e afforzava di uomini deliberati ad isviare il corso di quella irrompente fiumana di passioni sbrigliate ed anarchiche.

(1)

G. Pepe, Storta delle rivoluzioni e delle guerre d'Italia nel 1847,1848,1849, pag. 264.

(2)

Proclama dei Triunviri; Roma 12 aprile 1849.

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Il quale partito vie meglio si andò raffermando quanto più gli agitatori, che nel trambusto delle sommosse, delle insurrezioni e della guerra erano riesciti ad impadronirsi degli affari, davano prova di quella inettezza, pressoché affatto universale, per cui caddero, specialmente il Mazzini ed i repubblicani, in così grande discredito.

Fra coloro che sin dalle prime eransi messi in questo cammino di liberalismo e di calcolata moderazione, stava il conte Camillo Benso di Cavour. Nato nel 1810, discendente da antica ed illustre famiglia torinese, educato al collegio militare ed instrutto molto sommariamente, esordì in qualità di paggio di Carlo Felice. Il Re trovò che il suo paggio non aveva vocazione; fu congedato, e il giovine Cavour se ne vendicò, dicendo che «gli avevano ritirato il basto.» Tornò alla scuola militare, per uscirne a diciott'anni col grado di luogotenente del genio; ma non fu più fortunato all'esercito, di quello che non lo fosse stato alla Corte. Nel 1831 ei trovavasi a Genova per sorvegliare alcuni lavori di fortificazione. Mostrò tendenze liberali; disse qualche parola sugli avvenimenti della Francia di allora. Per punirlo, fu mandato di guarnigione nel forte di Bard; ed egli, la disciplina dell'obbedienza e del silenzio male affittendosi alla naturale sua vivacità ed alterezza, alla mente singolarmente adatta e prontissima al sarcasmo ed all'ironia, ebbe a grazia il dimettersi e potere mutar cielo. Reduce in Piemonte, dopo un'assenza di più anni, durante i quali dimorò in Inghilterra ed in Francia, tornò sì cangiato che ancor molto tempo dappoi Vincenzo Gioberti il chiamava «pei sensi, gl'istinti, le cognizioni, quasi estrano da Italia, anglico nelle idee, gallico nella lingua.» In uggia al Governo, sorvegliato dalla Polizia, si diede a scrivere sopra questioni di agricoltura, di economia pubblica, di finanza, di politica.

Vuolsi che in tutto quel periodo della sua vita mai abbia voluto accondiscendere di legarsi ad una qualunque setta politica, solendo la sua mente, assuefatta al freddo calcolo, computare le forze delle sette che aggredivano e quelle dei governi che si difendevano, e non mai trovando che fossevi, non ch'altro, seria probabilità per le sette di soverchiare le forze dei governi. Se così fai e quando vero non sia ciò che altri sostengono, di essersi in sua gioventù impeciato di carbonarismo, certamente sarebbe a

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rinvenirsene la prima cagione nella sua indole, fatta per dirigere altrui, non per ricevere direzione dagli altri, per comandare e non per obbedire. Comunque sia, a ventitré anni, nel 1833, egli scriveva: «Questo mio modo di vedere non mi toglierà tuttavia dal desiderare l'emancipazione dell'Italia, e di prevedere conseguentemente inevitabile una crisi violenta. Ma questa crisi s io la voglio con tutte quelle circospezioni, che lo stato della cosa comporta. D'altra parte sono convinto che i tentativi forsennati degli uomini d'azione non fanno che ritardarla.» Sino dal principio del 1848 scriveva contro le dottrine della Giovine Italia, che chiamava «le dottrine sovversive della Giovine Italia (1)», ed aggiungeva «non esservi in Italia che un piccolissimo numero di persone seriamente disposte a metterne in pratica gli esaltati principii.» Curioso caso, se egli non era mai stato prima settario, che fra questo piccolissimo numero si sia trovato dappoi lo stesso conte di Cavour, ed abbia egli medesimo seriamente e proprio alla lettera messi in pratica, a favore d'una monarchia, quegli esaltati principii e quelle sovversive dottrine che il fondatore della Giovine Italia insegnava per conseguire una repubblica.

Allorché Carlo Alberto fu tratto a concedere maggiore larghezza alla stampa, il Cavour fu dei primi a volerne Approfittare. Ed unitosi ai Balbo, al Santa Rosa, ai Galvagno, diede mano, sul chiudere del 1847, ad un giornale, il Risorgimento, che aveva a programma l'indipendenza d'Italia, l'unione tra i principi e i popoli, il progresso nella via delle riforme, la lega dei principi italiani tra loro; ed in cui proclamava come i più nobili e più sinceri e virili caratteri del diritto e della forza fossero la calma e la moderazione. In una serie di articoli, ch'egli dettò in quel torno per questo suo giornale, dichiarava, «che politicamente non è onesto tutto ciò ch'è utile, ma utile ciò ch'è onesto; che la violenza distrugge e non edifica; che l'arte politica consisto nel» non volere il meglio, ma nel conseguire il bene.»

Il concetto pratico, che in allora propugnava calorosamente il conte di Cavour, consisteva nella formazione di quel Regno dell'Alta Italia, che al Reame di Sardegna avrebbe aggiunti il Regno

(1) Berti, Lettere inedite del conte di Cavour [Rivista contemporanea, gennaio 1862, fascicolo XCVIII), pag. 10.

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Lombardo-veneto ed i Ducati di Modena e Parma. Venuti i rovosci di Custoza e di Volta, il Cavour osteggiò più che mai risoluto la teoria dei mezzi rivoluzionarii, senza posa predicando la temperanza. Fu allora che nel Risorgimento, del 16 novembre 1848, scrisse queste parole, singolare miscuglio di saggezza e di onestà, di ammaestramenti e di vaticinj, ma più singolari parole sulla bocca dell'uomo, che ben presto si è veduto usare del mezzo rivoluzionario in proporzioni piuttosto sconosciute che rare:

«La teorica del mezzo rivoluzionario, ereditata dalla rivoluzione francese, non persuade le menti se non perché affascina le fantasie. Concepire uno scopo, appoggiarsi sopra un'ipotesi, procedere di pensiero in pensiero, formare una concatenazione di elementi prescelti, estrarli dalla realtà che li circonda e li modifica, disprezzare gli ostacoli, irritarsi davanti a loro, abbatterli ed aprirsi un passaggio; ecco tutto il sistema nella sua nudità. È un mondo ideale, architettato nel silenzio del gabinetto sugl'istinti buoni e perversi del nostro cuore; è un tratto dell'umana superbia, al quale la natura oppone costantemente o la impossibilità momentanea, o la punizione del disinganno. Gli uomini delle misure energiche, gli uomini davanti ai quali noi non siamo che miserabili moderati, non sono già nuovi nel mondo; ogni epoca di rivolgimento ha avuto i suoi, e la storia e insegna che non furono mai buoni se non ora ad accozzare un romanzo, ora a rovinare le cause più gravi dell'umanità. Quanto più disprezzano le vie segnate dalla natura, tanto meno riescono.

» Quando non si tratti dell'impossibilità momentanea, si tratta sempre di un trionfo effimero ed illusorio. La moltitudine applaude, il savio tace; l'evento sopravviene e giustifica le previdenze del saggio. Un momento vi paiono vittoriosi; l'indomani sorge la fredda ragione, sorgono i bisogni inerenti alla specie, sorgono gl'invincibili interessi della famiglia, sorgono tutti come un'ondata, ingoiano il mezzo rivoluzionario, e lo scopo è fallito. Si direbbe che la natura li adeschi e li attenda, per poi befferei di loro, od avvezzarli a venerarne le leggi. Infatti chi ha perduto mai sempre le rivoluzioni più belle e più giuste? La smania de' mezzi rivoluzionarii, gli uomini che pretesero rendersi indipendenti dalle leggi comuni, e si credettero forti abbastanza per rifarle da capo. La natura ha voluto che le nazioni conservino le

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loro autorità speciali, che rispettino a vicenda i confini, le abitudini, le lingue, che si amino e non si fondano, che vivano ciascuna da sé, e non sieno violentemente accozzate e asservite.

» Napoleone, il gran maestro di mezzi energici, credette che con eguale facilità si potesse vincere una battaglia sul ponte di Lodi e cancellare una legge della natura. Tutto gli arride un momento, e tutto si piega davanti a lui. Distrugge i troni nemici, calpesta le masse, ride de sapienti, forza a suo modo fino il commercio e l'industria; ma nel momento in cui pare vicino a stringere nel suo pugno la monarchia universale, una manovra sbagliata sul campo di Waterloo sopravviene a scoprire che tante fortune non erano se non lo splendore d'una meteora, trascorsa la quale, doveva apparire la verità semplice e nuda quanto l'isola di Sant'Elena. Una setta iniqua si è or ora levata sopra un ipotetico desiderio. Essa ha fede vivissima nel mezzo rivoluzionario, è sicura di trionfare, e intraprende il 24 di giugno. Il sangue francese scorre a fiumi, la Francia all'orlo d'un abisso si desta, accorre, e sopprime la nuova follia. Che cosa è avvenuto? Abbiamo a Parigi lo stato d'assedio. Attendiamo ancora un momento, e vedremo l'ultimo effetto del mezzo rivoluzionario, Luigi Napoleone sul trono.»

Dopo la rotta di Novara difficilissime furono le condizioni in che versava il Piemonte. All'interno desolatissime le finanze, arenato il commercio, illanguidite le industrie, caduto d'animo e scompaginato l'esercito, ardente e scabrosa la lotta fra lo Stato e la Chiesa, non pochi i sospetti di disegni liberticidi, quotidiani pericoli di macchinazioni mazziniane, stragrandi le irrequietezze dei fuorusciti, colà accorsi a riparo; e nelle popolazioni molti tutti, molti disinganni, e un immenso desiderio di quiete. Al di fuori non una sola Potenza amica, molte nemiche occulte, moltissime avversarie palesi. La Russia aveva rifiutato di entrare in amichevoli relazioni col Governo e colla persona del figlio di Carlo Alberto. La Prussia insisteva perché Vittorio Emanuele facesse per sempre rinunzia d'ogni italiana ambizione. Francia e Inghilterra, e la prima forse con ancora maggiore energia, non ristavano dal consigliare al Piemonte la più grande prudenza. L'Austria e tutti i Governi d'Italia vedevano la inquietudine fittizia, in cui erano tenuti i lor popoli, dipendere unicamente da ciò che il fuoco rivoluzionario ardeva tuttora nel Regno piemontese.


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Quando per le elezioni del 10 dicembre 1849 il Ministero presieduto dal d'Azeglio poté disporre, nella Camera dei Deputati, di una maggioranza devota, e la opposizione, stremata di forze e divisa, mostrassi disposta a non osteggiare per sistema il Governo, il conte di Cavour venne a capo d'una delle due frazioni della maggioranza, quella che solea chiamarsi del centro destro. Ingegno speculativo e pratico, il Cavour aveva già acquistata nell'assemblea un'autorità, che se in sulle prime si era ben poco disposti a concedergli, niuno fu più capace a contrastargli dappoi.

Alla tribuna, afferrato che avesse un concetto, lo abbracciava con assai di larghezza e giustezza di sguardo, lo investigava per ogni parte, ne ricercava l'origine, gli effetti, le relazioni, mercé un sistema di analisi che spesso aveva il carattere d'una originalità peculiare. Le idee esponeva con grande chiarezza, ma il discorso non era né elegante né fluido. Le parole gli estivano stentate, quasi gli s'intoppassero in bocca; e la difficoltà del trovarle ascondeva con una tosse invocata a proposito. Alla fine d'un periodo, intterrotto sempre, non rotto mai, un'idea lucida veniva a dissipare la stanchezza, che la sua lingua ribelle stava per indurre negli uditori. La voce acre, il tuono aspro, divenuto, per l'abitudine del potere, più aspro in appresso.

Le interruzioni, piuttosto che evitare, provocava, sicuro della risposta. E, dotato specialmente d'una rapidissima percezione e di una singolare facilità a rannodare i rapporti delle idee, dove meno spontaneamente si mostrino, la risposta sempre era pronta e franca, e sempre o derisoria o superba. Contraddetto, s'infiammava; maggiormente contraddetto, maggiormente incalzava. Un avversario nuovo o di vaglia fissava in volto, né rimuoveva gli occhi da esso, sinché la forza dell'argomentazione non lo avesse costretto per poco a raccogliersi. Un contraddittore prolisso, o che non avesse a stima, lo impazientava, e gli occhi suoi mobilissimi scorreano da un capo all'altro dell'assemblea, o si affissavano sul tavolo, mentre con il suo tagliacarte tormentava e lacerava il velluto della tavola e le carte sovrappostevi. Un amico mal destro, intromessosi nella discussione, un oratore venuto fuori con una proposta inopportuna o capace di sviare la maggioranza, lo inquietavano, e allora, convulsi i muscoli, non avea più membro che stesse fermo, né trovava giacitura in cui posare, sinché non

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gli fosse dato di riprendere la parola e ravviare gli Animi. Pronto alla collera, non se ne lasciava mai trasportare a segno da non esser più in grado di dominarla; e dalla maggiore concitatone passava alla maggior calma in un tratto. Un sorriso finissimo, un sorriso atteggiato ad ironia, gli errava incessantemente sulle labbra; né mai ristava se non quando, la fronte accigliata e lo sguardo pensoso, una imprevedutà e difficile complicazione gli si appresentasse improvvisa, e solamente sin tanto che avesse trovato il modo di scioglierla e prendere un partito, nel quale, e lo prendeva subito, restava poi fermo ed irremovibile.

Fatticcio della persona, piuttosto basso e pingue, la potenza dell'intelletto e la fermezza della volontà rivelava nella fronte spaziosa e nell'occhio vivo e sicuro; e la finezza dell'astuzia, specialità prevalente del suo carattere, in tutta la fisonomia, sicché bastava averlo visto una volta per poter dire: che furbo! de' suoi pregi consapevole, chi intimoriva coi sarcasmi, chi a lusinghe seduceva, e per singolare attraimento già molti il seguivano. Consapevole di potere e sapere arrivare al suo fine, non si teneva in debito di restar legato ad amici, se non sin quando fossero acconci a servire a' suoi scopi, sicché uno de' più entusiastici suoi ammiratori, il deputato Boggio, poté scrivere con verità che il Cavour, dopo d'essersi servito degli amici, gettavali lungi da sé come aranci spremuti. Gli avversarii tenea come tali solamente per quel momento in cui lo osteggiavano, prontissimo a servirsi domani di coloro che avea combattuti oggi, se domani vedeva che gli potevano tornare utili. Sicché quando il marchese d'Azeglio, presidente dei Ministri d'allora, fecesi, il 10 ottobre del 1850, a proporre il Cavour per Ministro, Vittorio Emanuele risposegli: «Va benissimo, ma quell'uomo lì vi rovescierà tutti.» La elezione del Cavour, chiamato a succedere a quel Pietro Derossi di Santa Rosa, venuto a morte senza sacramenti perché aveva ritardata la ritrattazione della sua complicità alla legge Siccardi, dal che ne era conseguito il secondo arresto brutale dell'Arcivescovo di Torino, parve cartello di sfida ai cattolici, manifesto di guerra al Pontefice, premio a lui che avea scritto (1): «Nelle misure sino ad un certo punto extralegali contro l'Arcivescovo di Torino avere il

(1) Lettera di Camillo di Cavour nel Risorgimento del 26 agosto 1850.

1,3 PRIME ARMI DI CAVOUR, 101

» Ministero operato egregiamente, e si dovrà fare così contro il Clero fintantoché vi sarà una religione dello Stato. Queste spiegazioni varranno a porre in chiaro i miei sentimenti.»

Riescita a bene la sua prima cospirazione, quella, come disse il Coilet (1), «de se faufiler droitement,» d'intrudersi destramente nel Ministero, Cavour si pose dentro a tutt'uomo in quella più Tasta cospirazione, della quale la prima non era essa medesima che uno stadio preparatorio ed un amminicolo, di quella cospirazione cui attendeva tuttora mentre la morte lo incolse. Cumulato nell'aprile del 1851 coll'ufficio di Ministro del commercio quello di Ministro delle finanze, volgevasi operosissimo a migliorare l'erario, le industrie, i commerci. Ove il Piemonte non avesse potato trovar modo di riparare allo stato infelicissimo delle finanze, in cui trovavasi, gli sarebbe stata necessità, per mancanza di pecunia, di assottigliare notevolmente l'esercito, ciò che sarebbe equivaluto, pel conte di Cavour, a rassegnarsi di rinunziare già per una metà al suo programma.

Le riforme economiche, eh egli si fece a introdurre, furono così dipinte, intorno a sei anni più tardi, da un suo collega nella Camera dei Deputati, Angelo Brofferio (1): «Egli esordì spacciandosi grande finanziere, e promettendo ai piemontesi il restauro delle desolate finanze. Per rimetter sangue nelle vuote vene del pubblico erario, che cosa trovò egli di nuovo? Qual peregrina invenzione scaturì dal suo cervello? Per versar danaro nelle casse dello Stato egli studiò di pigliarlo nelle tasche dei contribuenti: tasse oggi, tasse domani, tasse dopo domani! Ecco la sua grande scoperta. Ed era proprio il caso di dirgli, come taluno gli disse in Parlamento, ohe qualunque semplice mortale avrebbe saputo fare altrettanto Ma da questo sterminio di tributi, sotto il peso dei quali ha incurvato le spalle il povero Pie monte, ne risultò almeno la promessa ristaurazione? Il conte di Cavour, in una ben nota relazione disse, ohe le finanze erano quasi restaurate; manco male che v'era un quasi, ma fatto sta che anche il quasi era di troppo, e che le rabbiose imposizioni cavouriane sono com'erano ieri, e come immancabilmente, se non un po' peggio, saranno domani. E perché ciò?

(1) Paul Collet, Silhouette du comte de Cavour, pag, 31.

(2) Il Diritto, num. 249, del 18 ottobre 1856.

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Perché le imposte del signor conte voglionsi dividere in tre classi: la prima contiene le imposte che non si poterono mai eseguire, come, per esempio, quella delle gabelle esercitate dai municipii; la seconda entra nel novero di quelle che si eseguirono e non produssero mai che tormentose molestie, come l'imposta sulle successioni, colla tortura dei debiti ereditarii; la terza è di quelle che si eseguiscono e producono, ma lasciano per via più che due terzi del prodotto nelle unghie degli esattori ed altri uccellacci di rapina della medesima specie. Tali sono le glorie finanziarie del conte di Cavour, che fu proclamato un economista senza pari, un finanziere per eccellenza, un nuovo Bastiat, un altro illustre Cobden.»

A rompere l'isolamento in cui si trovava il Piemonte rispetto agli altri Stati d'Europa, Cavour sollecitò e conseguì, imponendone l'accettazione al Parlamento, Trattati commerciali colla Svezia, col Belgio, colla Danimarca, e massimamente colla Francia e coll'Inghilterra. Tuttavia per far trionfare codesti Trattati, pei quali la diminuzione dei dazii e la rinunzia al proteggere le manifatture nazionali poteano aversi siccome favori accordati al commercio e all'industria degli Stati contraenti, e contenevano nella realtà, specialmente quello coll'Inghilterra, talune misure rovinose e riprovevoli sacrifica dei veri interessi della Sardegna, ei fu costretto a sfidare le ire de' molti che lo accusavano di vendere il Piemonte alla Francia ed all'Inghilterra, né si sapevano capacitare che un arcano scopo politico soverchiava in quelle stipulazioni lo scopo economico. Nel 1852 Cavour si staccava apertamente dal partito conservativo per allearsi al centro sinistro della Camera dei Deputati, di cui era capo Urbano Rattazzi, e rafforzare il partito de' liberali moderati coll'appoggio dei democratici temperati. Alleanza codesta che grandemente commosse la diplomazia, sicché Massimo d'Azeglio, in allora Ministro sopra le relazioni esteriori, si trovò costretto a mitigarne possibilmente l'importanza per mezzo di un dispaccio circolare agli agenti della Sardegna presso le Corti estere.

Dopo la cospirazione militare del 2 dicembre 1851, colpo di mano che fu detto colpo di stato, preparata da lunga pezza con finissime arti e fino coll'incessante negarla, salutata con gioia dall'Europa conservativa siccome trionfo sugli elementi socialisti del 1848;

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dopo votata con un plebiscito la presidenza decennale e la Costituzione concessa alla Francia da Luigi Napoleone, la logica degli avvenimenti doveva condurre al ristabilimento dell'Impero. Ben presto infatti, il 2 dicembre 1852, Luigi Napoleone si fece chiamare Napoleone III., senza che mai fosse dato discernere per quale ludicrologia il Napoleone II. di Strasburgo e di Boulogne avesse potuto nel 1852 numerarsi col III.

I sovrani d'Europa, facendo le viste di non ricordare l'articolo 8.° del Trattato correlativo di alleanza del 25 di marzo 1815, con cui si stabiliva che le Potenze contraenti farebbero uno sforzo comune per impedire che nessuno dei Bonaparte possa mai più far ritorno all'Impero, giudicarono per lo meglio di prestar fede alle pacifiche promesse del nuovo Imperatore, riconoscendolo per mezzo de' loro Legati investito della nuova dignità, e professandogli quelle amichevoli relazioni che tra' governanti sono necessarie pel comune bene de' governati. L'Imperatore di Russia, dopo avervi pensato su non pochi giorni, surrogò nelle sue credenziali l'antica frase di Mio signor fratello a quella di Grande e buon amico. L'Austria stimò bene di ricordare qualche antica massima in un paio di periodi, che diceano così: «Chi si mostra fermo di rispettare i diritti d'ognuno s'incarica nello stesso tempo di osservare i Trattati esistenti, e di mantenere le circoscrizioni territoriali su cui riposano la pace e l'equilibrio di Europa. L'Austria non intende di pronunciare un'opinione qualsiasi intorno ai principii stabiliti dal plebiscito mutato oramai in legge di Stato, e non accetta in anticipazione le conseguenze che se ne potrebbero dedurre in avvenire.»

Alla vigilia della proclamazione dell'Impero esso aveva, il 9 di ottobre a Bordeaux, solennemente pronunciate le parole: l'Impero è la pace (1); parole intese ad acquietare i sospetti e i timori che la Francia imperiale, cioè la democrazia che aveva coronata

(1) «V'è chi grida,» dirà egli, «l'Impero è la guerra. Io dico per lo contrario: l'Impero è la pace. Sì, è la pace, perché la Francia la vuole, e volendola la Francia, il mondo è tranquillo. Ai nostri giorni di transizione quando in ogni dove, a fronte di tanti germi di prosperità, pullulano mille cagioni di morte, può gridarsi altamente con verità: Guai a chi noterà il primo in Europa la fece della discordia! Le conseguenze ne saranno incalcolabili!»

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sè stessa, doveva necessariamente inspirare alla diplomazia europea. Ma quantunque l'Impero redivivo si presentasse con in ma no Pulivo, il conte di Cavour fu tra primi a comprendere ch'ei non poteva non chiudere in seno ambizioni di guerra; il solo fatto dell'innalzamento di un Bonaparte al trono, per virtù del suffragio universale, dovendo sin da principio parergli una miglior soluzione delle cose di Francia rispetto all'Italia, che non la svilita e pregiudicata repubblica. E l'impresa di Romagna nel 1831, e la mediazione famosa della Francia a Roma, e la lettera di Luigi Napoleone ad Edgardo Nev stavano sempre, presagi di buon augurio, nella sottile mente del Cavour,

Pertanto, tosto ch'egli avea veduto il novello signore della Francia essere ormai securamente in sella, il conte di Cavour pigliato aveva la via di Parigi, e s'eragli presentato da per so stesso, schivando la noia usuale degli intermedii, sulla fine del giugno 1852. Era la prima volta che si vedevano, che si parlavano, questi due uomini che tanta parte dovevano avere nei destini d'Italia, questi due i più astuti forse del secolo decimonono, i più astuti senza dubbio fra tutti i contemporanei. l'uno sorridente sempre, l'altro sempre grave, sempre serio, sempre fosco, studiansi a vicenda i caratteri, gli animi, le speranze; con pari destrezza e cautela intenti a ricercare una via che penetri nelle latebre dei più riposti intendimenti dell'altro.

Uno scrittore facile ed elegante, il signor de La Guéronnière, che, legittimista nel 1838 a Limoges, difensore della sovranità popolare nel 1840 a Clermont, repubblicano democratico nel 1848, era divenuto a que' giorni ardente bonapartista, intimo confidente devoto apologista del nuovo padrone, così ne dipinse Luigi Napoleone (1): «Vediamo l'uomo. Vi cerco luce, e non vi trovo altro che ombra. Osservando quella figura da vicino, non posso contenermi dal pensare a quell'immagine cupa, sinistra, impassibile, fredda, che chiamasi la Maschera di ferro. Lessi già che i custodi di questo misterioso personaggio avevano notato, che uno strano fenomeno erasi prodotto in quel terribile dramma. La vita era sì potente e condensata sotto quel].' inflessibile inviluppo, essa aveva tanto bisogno 4i esternarsi, che talvolta

(1) Ritratti dei contemporanei. - Luigi Napoleone. - Parigi, 1851,

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sembrava manifestarsi traverso l'acciaio e animarlo come un viso umano. Allora la maschera pareva viva. Vi si vedevano labbra mobili, vene saggienti, occhi scintillanti, tempio che battevano; la maschera s'era umanata. Similmente quella figura inerte, apparentemente senza senso, non è che la maschera di una vita interna, ardente e possente. Quegli occhi sono spenti, ma profondi come il pensiero in cui penetrano, e che talvolta risale all'orbita, come la fiamma del focolare che s'accende. La fronte è cupa, come la fatalità. Le labbra pallide, ma fine, delicate, pare che s aprano appena quanto è necessario per lasciarvi passare la espressione breve e precisa di una volontà ferma e riflessiva. La parola è indolente e lenta, e l'apparente sua indifferenza non è che eccesso di confidenza. L'audacia velata da timidità, la finezza nascosta da bonarietà, la vita sotto il marmo, il fuoco sotto le ceneri. Ecco Luigi Napoleone Bonaparte. Questo ritratto, preso dal naturale, spiega tutto l'uomo. La sua vita è tutta interna; direbbesi che la sua natura morale sia in certo modo contenuta dalla fisica. Pensa, e non discute; decide, e non delibera; opera, e non s'agita; pronunzia, e non ragiona. I suoi più grandi amici non lo conoscono. Ascolta tutto, parla poco, e non cede mai. Padrone assolutamente di sé, le sue migliori inspirazioni non entrano nelle sue azioni se non nel grado ch'ei vuole. S appassiona facilmente, ma non si lascia trascinare; calcola tutto, anche l'entusiasmo e l'audacia. Il suo cuore è vassallo della sua testa.»

La Maschera di ferro ascoltò tutto, sembrava quasi eccitasse a dire ancora di più; ma non disse nulla. La maschera pareva viva sinché parlava Cavour. Quando tornava il silenzio, la maschera era tornata cupa, sinistra, impassibile; la vita pareva sparita. Cavour e Napoleone si lasciarono; essi non aveano avuto campo ad intendersi, ma ben aveano avuto agio a comprendersi. Gli avvenimenti del 1848 e del 1849 avevano insegnato che il motto, divenuto celebre, dello sventurato Carlo Alberto: l'Italia farà da è, era da mettersi fuori di calcolo. Persuaso come giammai il Piemonte avrebbe potuto sperare efficace soccorso altrove che nella Francia, Cavour si dipartì da Parigi col sentimento di lasciarvi un uomo, quando che fosse, da ciò; e Napoleone congedava lo scaltro conte colla convinzione di aver trovato in lui un complico pel giorno de' grandi disegni al di là delle Alpi.

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A predisporre gli animi, usciva intanto per le stampe in Parigi, negli ultimi mesi del 1852, uno scritto sotto il titolo: limiti della Francia per Alessandro Le Masson, autore di Custoza, storia dell'insurrezione della Campagna d'Italia nel 1848, della Storia della Campagna di Novara nel 1849, e di Venezia nel 1848 e 1849. Il libercolo, sia perché in sulle prime da molti creduto pseudonimo, sia perché informato allo spirito delle idee napoleoniche, si volle attribuito alla penna stessa dell'Imperatore de' Francesi, quantunque il Moniteur avesse detto, essere ciò meno esatto. Per lo contrario erano nel vero coloro, che più. tardi rivelarono averne dato l'impulso Camillo di Cavour. Quello scritto tendeva ad insinuare che le solennissime parole di Napoleone III., che gli aveano spianata la via al trono imperiale, l'empire e est la paia, dovevano essere comprese nel senso che l'empire c'est l'épée; ed era tutto nel provare che i confini naturali della Francia sono le Alpi, il Reno ed i Pirenei. «Debbono bramare anche essi, diceva il Le Masson, di unirsi alla Francia que' paesi che la Francia ha bisogno sianle aggregati. Poiché, francesi d'origine, di lingua, di costumi, d'interessi, di religione, appartengono alla gran nazione di cui Parigi è cuore, e sono frontiere i due mari, le Alpi ed i Pirenei; né avrebbero che a giovarsi di tale unione. La Savoia e la provincia renana si emanciperebbero dal dominio straniero, ed al Belgio non increscerebbe punto di perdere la recente e fittizia nazionalità che gli diede il resto d'Europa congiurato a' danni della Francia» L'autore, accennati i progetti, lasciata ad altri la cura di cercare il modo di tradurli in pratica, consigliava una lega tra Francia, Italia e Spagna, dalla quale doveano scaturire amplissimi i vantaggi politici e commerciali.

I tempi continuavano ad esser difficilissimi pel Piemonte e talvolta per lo stesso conte di Cavour. Ed egli, mentre rinfocolava senza posa le gravi e molte questioni provocate con Roma, era giunto intanto a provare non esservi ornai che lui solo in Piemonte, il quale osasse e potesse tenere il paese in quella via in cui ei lo aveva messo. Ma egli era ancora ben lontano dall'aver acquistato presso l'Imperatore de' Francesi quel favore, di cui andava premurosamente in cerca. Napoleone III. era rimasto sempre freddo, impassibile, tal fiata anzi severo. Vie più intime invece divenivano le relazioni fra le Corti di Parigi e di Vienna.




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