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Nordismo e Secessione

Raffaele Ragni
30.10.2009

La storiografia risorgimentale, come ha criminalizzato la resistenza antiunitaria del popolo duosiciliano degradandola a brigantaggio, ha sempre minimizzato l’etnonazionalismo dei popoli padani, a partire dalle insorgenze antifrancesi (1796-1814) fino ad alcune esplicite manifestazioni di antitalianità successive all’unificazione, come l’insurrezione della popolazione torinese contro il trasferimento della capitale a Firenze (1864) o le numerose diserzioni durante la guerra che portò all’annessione del Veneto (1866).


L’identità difesa da insorgenti e legittimisti padani, come da sanfedisti e briganti meridionali, nasceva da un insieme di sentimenti, religiosi e comunitari, associati spesso a rivendicazioni sociali. In ogni caso, non furono i legami tradizionali a determinare la crescita del malcontento nelle regioni padane, ma le trasformazioni economiche e sociali successive dall’unificazione.

Fatta l’Italia ed avviata l’industrializzazione del Nordovest, mentre cresceva il fenomeno migratorio, l’opposizione popolare cominciò ad orientarsi contro le disfunzioni del capitalismo industriale, la corruzione della classe politica centralista, la violenza della repressione poliziesca. La protesta sembrò perdere progressivamente carattere identitario e diventare lotta di classe.

Oltre alla rabbia proletaria, esplosa in varie rivolte contadine (1882-84) ed operaie (1893-1900), serpeggiava all’interno della borghesia settentrionale un crescente dissenso verso la politica fiscale del governo, accusato di sottrarre risorse ai ceti produttivi per finanziare sprechi, affari illeciti, imprese coloniali disastrose.

Contro il centralismo instaurato dalla legge sull'unificazione amministrativa (1865), e rafforzato dalle riforme crispine (1889-90), riemersero gli ideali federalisti del primo risorgimento, insieme alla polemica per le collusioni mafiose e la crescente meridionalizzazione della classe politica, iniziata con l’avvento al potere della sinistra storica guidata da Agostino Depretis, sebbene egli fosse settentrionale.

Intorno alla testata L’Idea liberale e al deputato lombardo Giuseppe Colombo, si radunarono i moderati che, ispirandosi prevalentemente al progetto di decentramento amministrativo proposto da Marco Minghetti nei primi anni di vita unitaria, auspicavano una riforma in senso regionalista ed una minore allocazione di risorse pubbliche verso agricoltura ed opere pubbliche a vantaggio dell’industria.

Su posizioni più radicali erano gli intellettuali de L’Italia del Popolo, giornale diretto da Dario Papa. Richiamandosi al federalismo di Carlo Cattaneo, invocavano piena autonomia legislativa e fiscale per le regioni. Entrambe le componenti del dissenso padano, pur usando toni diversi, partivano dal presupposto che i popoli italiani, essendo diversi per cultura e tradizione, dovevano essere governati in modo differente.

Il centralismo era percepito come forma di sfruttamento del Nord e la soluzione federalista appariva come l’unica capace di responsabilizzare i cittadini educandoli alla democrazia.

Negli autonomisti lombardi di fine Novecento non c’erano reali aspirazioni secessioniste, nonostante fossero accusati di antimeridionalismo dai sostenitori di Crispi, tra cui il fondatore de Il Mattino di Napoli Eduardo Scarfoglio.

L’idea della differenza etnica tra meridionali e settentrionali trovava riscontro nel pensiero del siciliano Alfredo Niceforo, così come istanze autonomiste e federaliste erano sostenute da molti intellettuali del Sud come soluzione alla neonata, e non ancora atavica, questione meridionale.

La tensione politica raggiunse toni particolarmente aspri in occasione delle elezioni amministrative del 1895, quando si arrivò a discutere pubblicamente della reale possibilità di una secessione. Tuttavia, nella variegata compagine della protesta padana, non ci fu saldatura tra rivendicazioni autonomiste, istanze sociali, sentimenti identitari.

Il principale bersaglio della polemica, il siciliano Francesco Crispi, fu travolto dalla sconfitta di Adua (1896) e scomparve dalla vita politica. Nel primo ventennio del XX secolo, beneficiando delle concentrazioni monopolistiche e della tensione imperialista, il sistema riassorbì l’insubordinazione dell’imprenditoria padana a vocazione localista, represse la lotta di classe, continuò a favorire l’emigrazione, orientò il senso di nazionalità spontanea delle classi popolari alla produzione di italianità. Così la questione settentrionale è stata oscurata dall’immensa letteratura sulla questione meridionale, che circoscriveva la devianza alle regioni del Sud per attrarre capitali stranieri nel nascente triangolo industriale del Nord. Tuttavia finché sono durate, prima le commesse belliche e gli investimenti per la ricostruzione, poi il miracolo trainato dal triangolo industriale e la crescita delle economie di distretto, il nordismo è rimasto un fenomeno sommerso, sicuramente implicito alla visione italiana dello sviluppo industriale, ma non ha alimentato alcun dissenso politico, neanche velatamente secessionista.

Lo stesso l’intervento straordinario, negli anni sessanta e settanta, non veniva considerato uno spreco di risorse, perché si sperava che potesse trainare lo sviluppo delle regioni interessate, e quindi l’economia nazionale.

La Cassa del Mezzogiorno, sorta su iniziativa di Alcide De Gasperi e lodata da Luigi Einaudi - entrambi settentrionali - aveva il plauso della Banca Mondiale. Era l’epoca del big push e del take off, quando ogni sottosviluppo, anche quello del Terzo Mondo, si pensava potesse risolversi con risorse finanziarie esogene che stimolassero la crescita.

I lavoratori meridionali emigrati al Nord, sebbene venissero talvolta offesi o trattati da estranei, non erano considerati una presenza ostile, perché rappresentavano un esercito di manodopera a basso costo che consentiva all’industria padana di vincere la concorrenza straniera. Tuttavia, ai primi segnali di crisi indotta dalla competizione globale, quando la pressione fiscale ha cominciato ad essere percepita dagli imprenditori come fattore di erosione dei profitti, si è posto il problema dell'eccessiva pressione fiscale sulle regioni del Nord e dello spreco delle risorse pubbliche per colpa di una classe politica meridionalizzata.

Così è riemersa la questione settentrionale, con le stesse argomentazioni di un secolo prima, ma con significativi progressi sul piano della produzione identitaria. Il dissenso nasce, anche oggi, da un conflitto interno alla borghesia settentrionale: da un lato gli interessi di industriali e banchieri cosmopoliti tutelati politicamente da burocrazie centraliste ed apparati occulti asserviti al potere mondialista; dall’altro il disagio di un’imprenditoria locale di recente formazione, più esposta agli effetti della competizione globale ed alle carenze dell’iniziativa pubblica.

Nulla di nuovo sulla forma e i contenuti di rivendicazioni fiscali, primato produttivo del Nord, vocazione europea delle regioni padane, disfunzioni del centralismo, aspirazioni autonomiste. E’ bastato aggiornare i dati del divario territoriale, riscoprire Cattaneo ed altri intellettuali federalisti, formulare programmi adeguati alla congiuntura.

La produzione identitaria, che oggi alimenta il pensiero nordista, è rappresentata da una serie di studi linguistici, antropologici, artistici, archeologici, araldici, paesaggistici, così come da progetti per la valorizzazione dei saperi locali e lo sviluppo endogeno dei territori.

E’ avvenuta all’interno di circoli culturali legati ai partiti etnici, associazioni professionali, università. Ha assunto forme etnonazionaliste e bioregionaliste. Ha trovato espressione, spesso in maniera incompiuta, nelle politiche dei partiti etnici ed ha pervaso la coscienza collettiva più di quanto trovi riscontro nei loro risultati elettorali.

L’invenzione della Padania ha ulteriormente lacerato quel senso d’italianità, che a stento resiste alla propaganda mondialista e all’aggressione di culture allogene portate dagli immigrati. Tuttavia i partiti nordisti, su temi come l’immigrazione e la crisi dei valori tradizionali, appaiano spesso come gli unici veri difensori dell’identità nazionale, occupando uno spazio politico che spetterebbe, almeno in teoria, ad un partito nazionalista, e non localista.

Alla Lega Nord, che è il principale ma non l’unica espressione politica dell'identità padana, va riconosciuto il merito indiscutibile di aver riportato alla luce il dibattito sul federalismo, anche laddove ciò è stato fatto con toni razzisti e con la minaccia della secessione.

Una strategia secessionista è stata esplicitamente teorizzata, come esito di un processo di riforma costituzionale, in base al diritto di autodeterminazione dei popoli.

Il ricorso alla violenza è stato spesso paventato, talvolta inscenato, comunque mai realmente pianificato. Tuttavia, non è per l’inesistenza di un partito armato o per mancanza di consenso popolare che la Padania non farà alcuna secessione.

Tale ipotesi è momentaneamente da escludere perché in fondo il Nord ha bisogno del Sud, almeno finché le differenze normative tra le diverse aree del mercato globale consentiranno ancora di configurare, per la maggioranza dei settori produttivi, l’esistenza di un mercato nazionale.

Lo stesso dicasi per il Sud, i cui indicatori economici, se non facessero media con quelli del Nord, andrebbero a configurare una situazione da Terzo Mondo.

Possiamo quindi affermare, parafrasando la Costituzione repubblicana, che l’Italia è un mercato unificato fondato sul dualismo territoriale.

La divisione dei ruoli economici, implicita in ogni miracolo italiano, emerge anche dall’attenta analisi di Piero Bassetti, imprenditore e politico di prestigio, tra i più citati teorizzatori di una questione settentrionale appositamente riformulata ad uso e consumo dei moderati, anche di sinistra.

Nel celebrare i vantaggi dell’integrazione europea, egli auspica un’Europa delle regioni e sottolinea la necessità, da parte di imprenditori e banchieri padani, di presentarsi nei contesti cosmopoliti come referenti di un mercato nazionale sufficientemente vasto.

All’industria del Nord che entra in Europa, come in una vera nuova patria - scrive Bassetti - serve un’imprenditoria meridionale in funzione di brokeraggio di servizi terziari avanzati. L’interesse dei grandi capitalisti settentrionali a perpetuare il vecchio dualismo territoriale basta, esso solo, a rendere poco credibile qualsiasi conato secessionista.





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