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Fonte:
http://palermo.repubblica.it/ - 19 gennaio 2009

I prigionieri dell'esercito borbonico morti nella fortezza di Fenestrelle
Deportati dall'Isola
nel lager dei Savoia

AMELIA CRISANTINO
Deportati dall'Isola nel lager dei Savoia

NELLE parole di Edmondo  De Amicis la  fortezza di Fenestrelle  è «una sorta di gradinata titanica,  come una cascata enorme  di muraglie a scaglioni…  innalzata per arrestare  un’invasione di popoli, o per  contener col terrore milioni  di ribelli»: un prodigio di architettura  militare, una sequenza  di forti abbarbicati al  crinale della montagna a  protezione del confine italo-francese.

Siamo lontani dalla Sicilia, molto lontani. Tanto più sorprende la lapide murata su una delle fortezze, a commemorazione di «migliaia di soldati dell'esercito delle Due Sicilie» morti di stenti. Subito non si capisce. Gli anni ricordati nella lapide sono quelli dell'Unità: che ci facevano i soldati del le Due Sicilie sulle montagne piemontesi? Ma non erano tutti accorsi a dare man forte a Garibaldi?

Le risposte richiamano il lato in ombra del tardivo processo di formazione dello Stato italiano, in genere presentato come il frutto logico naturale di una volontà collettiva trionfante sui retrivi regimi preunitari.

E la retorica è solo un velo sottile, buono a coprire le spinte centrifughe pronte a rimettere in discussione l'assetto nazionale: come i due volti della stessa medaglia, dove non trova spazio una volontà «empaticamente illuminista», che può permettersi di conoscere anche gli aspetti meno esaltanti della nostra storia.

Il carcere piemontese era
pieno di meridionali laceri
e malnutriti, che rifiutavano
di giurare fedeltà
a Vittorio Emanuele

I campi di prigionia per meridionali sono un buon esempio di questa storia ignorata, segreta, nascosta.

Era il 1860, Garibaldi ancora combatteva e già bisognava decidere il destino dei 97 mila soldati dell'esercito borbonico. Molti si danno alla macchia, protagonisti di una taciuta guerra civile che per anni imbarazza il nuovo Stato.

Gli altri vengono portati in campi provvisori a Livorno, Genova, Alessandria, Ancona, Rimini e Fano: migliaia di prigionieri, il primo problema è come trasportarli. Nel Carteggio di Cavour— volume III, pagina 347 — una lettera del generale Manfredo Fanti invoca soccorsi, vapori noleggiati all'estero «perché altrimenti è impossibile uscire da questo labirinto»: c'erano da spedire 40 mila uomini da Napoli e dalla Sicilia, la Marina militare non bastava a contenerli tutti.

Dai centri provvisori i prigionieri erano destinati al campo di Fenestrelle o a San Maurizio Canavese, nei momenti di emergenza arrivano anche nella Città della fortificata di Milano.

A San Maurizio ci sono i militari sbandati, destinatari di una prima «rieducazione»: ogni soldato riceve un sacco e una coperta da campo, un berretto, una «cravatta a sciarpa», una gavetta con cucchiaio, giubba e pantaloni, una sobria razione di viveri da pagare col proprio soldo.

Ai borbonici è riservata una «istruzione di moralità militare», se promossi possono arruolarsi nell'esercito nazionale. Altrimenti vengono portati al campo di Fenestrelle, «finché si correggano e diventino idonei al servizio».

Nell'universo carcerario del nuovo Stato la prigione di Fenestrelle è il tassello più importante, il più temuto. Più che un campo di prigionia è un sistema fortificato adibito a carcere militare dove i soldati borbonici cominciano ad arrivare nell'agosto del 1860, quando il gelido inverno dell'alta montagna è alle porte.

In un libro intitolato I lager dei Savoia Fulvio Izzo riporta la testimonianza di un pastore valdese, che incontra una colonna di prigionieri e decide di visitare il campo. È l'ottobre del 1860, il valdese Georges Appia trova «i nostri prigionieri sparsi lungo le mura della fortezza a scaldarsi al sole; altri lungo la riva del torrente lavavano la loro unica camicia».

Fenestrelle rigurgita di meridionali laceri, malnutriti, che rifiutano di giurare fedeltà a Vittorio Emanuele.

Il nuovo Stato si mostra assediato dalle emergenze interne e dalla necessità di apparire solido alle potenze europee, in piedi quasi per scommessa ma sempre a rischio di implosione, con una precoce vocazione autoritaria che ne tradisce la fragilità.

I campi di prigionia sono l'episodio li mite di un atteggiamento che porta a perseguitare anche Garibaldi e le sue camicie rosse, che pure erano stati tanto utili. Il guaio è che, dissoltasi l'eco dei proclami retorici, l'adesione allo Stato unitario appare precaria: e se il Meridione è l'anello debole sul fronte interno, con gli agguerriti avversari esterni la competizione è per non soccombere sulla scena internazionale. È così che l'insicurezza e la paura spingono a moltiplicare la rigidità, col risultato di approfondire le vecchie diffidenze.

La situazione allarma anche qualche patriota ed è Massimo d'Azeglio, ricordato soprattutto perla sua frase che «fatta l'Italia bisognava fare gli italiani», a scrivere che il re Borbone era stato cacciato per stabilire un regime fondato sul consenso universale. Ma allora, come si spiegava che «per controllare la parte meridionale del regno ci vogliono sessanta battaglioni?»

Fenestrelle è il lager di casa, la Siberia italiana, lo spauracchio da agitare davanti ai riottosi, il luogo simbolo della cattiva coscienza nazionale.

Gli internati di Fenestrelle sono «delinquenti» per definizione ed è Caroline Marsh, moglie dell'ambasciatore americano a Torino, che nel diario annota: «Pare che ci siano quasi 6 mila di questi malintenzionati ed è un numero eccessivo, che potrebbe causare problemi».

Infatti il pomeriggio del 22 agosto 1861 quasi mille prigionieri tentano di impadronirsi della fortezza: divisi in 4 gruppi vogliono chiudere le porte, occupare il magazzino delle armi e i punti strategici, uscire dalla prigione.

Vengono scoperti e disarmati ma la notizia della mancata insurrezione trova spazio sui giornali, che registrano come — mentre l'esercito piemontese combatte i briganti — si corre il rischio che i meridionali possano ricambiarli portando la guerra nelle valli piemontesi.

La Sicilia sembra solo marginalmente coinvolta in questi episodi, prima dell'Unità l'Isola non s'era lasciata sfuggire una sola occasione per proclamare il suo essere visceralmente antiborbonica. A Fenestrelle e negli altri campi di prigionia i siciliani saranno arrivati soprattutto nel 1862, dopo la fallita impresa di Aspromonte, quando nella fortezza vengono consegnati 473 garibaldini.

Nel 1862, dopo la fallita
impresa di Aspromonte
arrivarono 473 garibaldini
I cadaveri venivano
sciolti nella calce

È un'ipotesi sensata, dalla Sicilia, in tanti seguono Garibaldi e finiscono prigionieri. Ma in un libro pubblicato nel 1864 da Alessandro Bianco leggiamo un episodio insolito, poco spiegabile con le vecchie categorie: è il 6 aprile 1862, fra i generali dei briganti napoletani arriva un palermitano.

Si chiama Politini, «farmacista siciliano, omicida e uomo cognito per antiche violenze» che ha la missione di uccidere il generale Cialdini, vale a dire l'uomo a capo delle truppe inviate per reprimere il brigantaggio.

Resta il fatto che su Fenestrelle e i siciliani non si hanno dati precisi, forse non si potranno mai avere. I corpi dei tanti che morirono per il freddo e i maltrattamenti furono dissolti nella calce, solo in pochi ebbero la ventura di lasciare i loro nomi nei registri della parrocchia di San Luigi. E, al momento, i più attenti nel ricordarli sono gli aderenti al "Comitato delle Due Sicilie", che lo scorso luglio hanno scoperto la lapide dedicata alle «migliaia di soldati dell'esercito delle Due Sicilie che si erano rifiutati di rinnegare il Re e l'antica patria».


Sul sito dei Comitati delle Duew Sicilie trovate le pagine di Repubblica in formato PDF

comitati2sicilie











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