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Ringraziamo Antonio A. da Isernia per averci inviato questo articolo.

Zenone di Elea – 17 luglio 2012


Fonte:
http://www.ilgiornale.it/

Andiamoci piano a denigrare Franceschiello


13 luglio 2012

Caro Granzotto, leggo sul Giornale che battendo la Germania la nazionale italiana avrebbe riscattato il suo ruolo di non più «esercito di FranceschielIo». Anche il Giornale è dunque caduto nel trito e ritrito detto popolare di una falsa e antistorica denigrazione dell'esercito del Regno delle Due Sicilie,

In questa sede non intendo certo contestare l'assunto, ma solo farvi presente che contro i Borboni di Spagna (a parte l'errore dello stemma sulla maglia dei calciatori) la squadra italiana sembrava invece l'armata «garibaldina», fatta di soldati improvvisati, raffazzonati, disordinati.

Adriano V. Pirillo

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Ma cosa vuole farci, caro Pirillo, grazie all'ottimo lavoro storico, letterario e giornalistico ante e post risorgimentale, certe sprezzanti locuzioni antiborboniche (e antimeridionaliste) sono diventate luogo comune. E cioè la cosa più resistente all'usura del tempo. Più del titanio. 

Bisognava giustificare una aggressione, una guerra coloniale. Niente di meglio che spacciarla per un'opera di redenzione dei miserabili, ignoranti, zotici, pavidi e vili sudditi del Re Bomba. Un po' come si fa adesso, chiamando «intervento umanitario» la classica guerra condotta a suon di missili (intelligenti, certo). 

A proposito di Re Bomba Ferdinando II fu detto così perché in occasione d'una sommossa palermitana autorizzo l'uso del cannone. Anche Umberto I ordinò a Bava Beccaris di prendere a cannonate i manifestanti di Milano che chiedevano pane. Però Umberto è detto il Re Buono. Che strano, eh? 

Quanto all'esercito di FranceschielIo, quando glielo permisero si batté sempre bene, vedi Gaeta e Civitella del Tronto. Si batté sempre bene, faccenda che si preferisce sottacere anche a Curtatone, Montanara e Goito, a fianco dei piemontesi nel corso della prima guerra d'indipendenza. Non cosi in Sicilia, contro Garibaldi, dove si mostrò inetto. Ma questo perché i generaloni Francesco Landi in particolare pur disponendo di forze soverchianti preferirono «ripiegare» lasciando così strada libera alle Camicie Rosse (di Landi si sa che «ripiegò» perché prezzolato da don Peppino). Ma a che serve, caro Pirillo, ricordare tutto ciò? 

Come abbiamo detto la risorgimentale macchina del fango antimeridionalista lavorò a fin di bene, neanche a dirlo con successo e ciò che fece entrare nelle teste degli italiani, li e rimasto. Nelle teste degli italiani il Regno delle due Sicilie, che pure era ricco, pullulante di Industrie allora all'avanguardia e che vantava il primato negli studi universitari, resta «Affrica», come lo liquidò Luigi Farini, luogotenente a Napoli di Vittorio Emanuele. «Affrica». 

Senta questa, caro Pirillo: Stephanie Collet, dell'Università di Bruxelles, ha ricostruito l'andamento dei Bond del Piemonte, del Lombardo-Veneto, del Regno delle Due Sicilie e dello Stato Pontificio. Ebbene, quelli borbonici pagavano i tassi più bassi, 4,3 per cento. Uno spread di 140 punti in meno rispetto a quelli piemontesi e 160 in meno rispetto a quelli del Lombardo-Veneto. Morale: dal punto di vista economico le Due Sicilie erano, per l'Italia di allora quello che la Germania è oggi per l'Europa. Carta canta.


Paolo Granzotto















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