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Fonte:
http://ilsudchenonvedi.blogspot.com

CALABRIA BORBONICA - ECONOMIA, INDUSTRIALIZZAZIONE, POLITICA

di Maria Lombardo


Documento curato dalla D. ssa Maria Lombardo,

estratto da un attento lavoro di ricerca storica

CAPITOLO III

 La Restaurazione avvenuta nel 1816, con decisione riportò al potere anche in Calabria la  dinastia Borbonica. La quale mantenne in vigore la secolare divisione della Regione nelle due Province ossia: Calabria Citeriore l'attuale provincia di Cosenza e l'area Ulteriore con le odierne provincie di Reggio Calabria, Vibo Valentia, Catanzaro, Crotone.

Occorre denunciare che la Calabria già alla fine dell'età moderna sostiene uno studioso francese in visita alla nostra Regione “è quasi un'isola” sia a causa della cultura originale sia per la specificità dei suoi problemi. Lingua di terra irrigata da acque abbondanti, evidenziano la varietà e abbondanza di prodotti derivati dalla naturale feracità del luogo e dall'aria che è dolce e temprata, e influisce a meraviglia negli ingegni tanto che a Napoli che a Roma sostiene il Caridi:” si vedono calabresi occupare prestigiose cariche civili o militari “.

Sotto la Real Casa di Borbone le Calabrie furono la più estesa area del Reame, ma, anche la più difficile da percorrere e conoscerla completamente anche per i Reali diviene un viaggio faticoso.

Al suo interno si innalzano vette quasi invalicabili il Pollino, l'Aspromonte e le Serre la fucina borbonica.

La stessa Monarchia per abolire la difficoltà orografica specie per il traffico economico preferiva i collegamenti via mare. Il mare in Calabria divenne una costante della sua storia specifica il Placanica che alla sua Calabria ha dedicato opera di elevato valore storico:” le paludi costiere tipiche della Calabria creano dei miasmi malarici, che pure nei periodi in cui minore era incombente l'arrivo islamico spinse i calabresi a popolare le zone interne”.

Attrattiva principale nel '800 fu ancora il sopraggiungere delle flotte turchesche che crearono numerosi problemi alla flotta borbonica di istanza in quest'area del Mediterraneo.

Vivere in Calabria voleva dire ancora, avere a che fare anche sotto i Borboni con i soprusi baronali, osservare con passività i privilegi della Chiesa, rimetterci di continuo la pelle a causa delle calamità naturali, ” clima e natura avevano il sopravvento”.

La lista dei motivi che causarono alcuni dei problemi di base fu la mancanza di rete viaria, assieme alle strade rotabili cruccio del Governo. I collegamenti calabresi, infatti, non apparivano né facili e né veloci i maggiori collegamenti con la Capitale si praticavano esclusivamente via mare; così si sintetizzò la situazione quando il Casato Borbonico ascese al Governo del Reame. Mentre, da altro canto le menti intellettuali del napoletano forzavano per un ammodernamento dell'economia calabrese.

Il Re, geloso della nazionalità e conscio dei possedimenti calabresi creò un industria all'avanguardia. Grandi livelli e picchi nella produzione raggiunse specialmente la parte meridionale della Calabria, zona molto produttiva e ricca di elementi che crearono la realtà fusiva nelle Serre di Monteleone (Vibo Valentia). In queste zone pulsava un'economia di primo livello e l'area maggiormente interessata dal miracolo borbonico fu: Mongiana, Ferdinandea, Stilo, Serra San Bruno, Pazzano, Fabrizia tutte piccole realtà nate e volute dalla mente Borbonica.

Di questa magnificenza ne parlò Michele Furci nei “Metrallurgici di Calabria” che visitò questi luoghi dopo il passaggio di Caribarto (Garibaldi): ”sono trascorsi ormai 85 anni da quando nel 1861 il rumore delle fosse smise di echeggiare nelle vallate, che dalle Serre Aspromontane di Calabria Ultra scende fino al porto di Pizzo (…), talchè era stato l'andirivieni degli addetti alle miniere degli Appennini Calabresi”.

La realtà fusiva in Calabria Ultra, risale principalmente alle popolazioni autoctone che impararono l'attività fusiva dai fenici, che solevano lavorare il rame, ferro, argento, piombo. Tuttavia, fu sotto i Borboni di Spagna e di quelli Napoletani che l'attività crebbe notevolmente.

L'attività siderurgica e metallurgica rimase sotto la Real Casa di Borbone il vanto dello Stato, che accrebbe il prestigio calabrese facendola diventare, la Regione più industrializzata d'Europa.

L'avventura Borbonica in Calabria Ultra inizia nel '700, ossia nel 1772, quando lo Stato propose un'azzardata e coraggiosa organizzazione “delle Reali ferriere ed Officine”.

La Monarchia, incominciò dal nulla affidando il tutto allo spagnolo Conty con lo scopo di sviluppare questa terra. Don Carlos ed il Tanucci dopo un'attenta visione del posto, fecero davvero sul serio fondando l'opificio delle Serre.

Senza nessuna ombra di dubbio la Corona, affrontò la situazione volendo creare un polo di alto livello a tal punto che decise di inviare ben sette menti napoletane per studiare in Sassonia “Scienze delle miniere”, catapultandoli al Sud per mettere in pratica le nozioni studiate.

Mongiana era un luogo ottimo, con un folto patrimonio verde di faggi e castagneti, acque abbondanti che irrigavano la vallata dello Stilaro infatti, nel 1828 un viaggiatore inglese descrisse così il posto:” vi era qualcosa di tanto selvaggio e di tanto tenebroso in quel luogo di bosco fitto e oscuro da soggiogare la mente”.

Si inaugurò un periodo di elevati primati per la Calabria, la Corona nella zona proto industriale insediò il nuovo stabilimento, con l'impianto di tre altiforni il S. Francesco, il S. Ferdinando ed il S. Barbara inaugurando l'attività con l'ausilio delle miniere dei boschi e la presenza del calcare argilloso tutti elementi base della metallurgia.

Le ferriere di Mongiana dall'indiscutibile trascorso industriale note come ferriere Fieramosca possedevano i ruderi del “mulinu du ferru” che serviva alle maestranze del Sud per macinare il minerale, la galera e l'argento.

Nei primissimi anni di Governo la sola Calabria Ultra crebbe notevolmente in popolazione, in soli trenta anni l'area delle Serre crebbe di un terzo cifre da record per il periodo.

Il polo siderurgico a conti fatti garantiva il “pane” a circa 1800 operai specializzati, regolarmente stipendiati e cullati dalla Corona. Nel 1840 in tutto il Reame si avvertirono i segni di una crisi che investì l'industria, la Casa Reale fu costretta a non sovvenzionare molte fabbriche costrette a chiudere, ma, non fu il caso di Mongiana che continuò la produzione dell'acciaio borbonico.

L'ottima fattura del minerale bello e sottile come una foglia riceve una vernice particolare quasi d'oro divenne la lega preferita anche dalle Maestranze europee. L'attività di Mongiana venne garantita dalla continua voglia del Governo di ampliare e modificare le strutture sempre con continue migliorie ed abbellimenti tutt'oggi visibili, uno statuto lavorativo di tipo moderno fece il resto al cui vertice si colloca la mancanza di leva obbligatoria per i giovani operai e via discorrendo. Sempre in quello stesso anno, 1840, sotto il Governo di Ferdinando II, l'attività principale quella estrattiva si praticava con il picone e si portava alla luce i minerali su dei carrelli trainati da muli producendo 50 quintali di ghisa giornalieri.

L'esperienza fusiva affidata in un primo momento ai militari, nel 1841, vede la nomina di D'Agostino come primo Maggiore di Mongiana e di Ponzera come Capo Fonditore.

Il lavoro accrebbe ancor di più solo dopo il 1855 quando la Corona acquistò per Mongiana la Robinson di ottima velocità e funzionante a vapore.

La situazione lavorativa dell'opificio che forgiava da strade ferrate a ponti come quello di Garigliano, richiedeva dei collegamenti più rapidi, fino ad allora il prodotto veniva trasportato al porto di Pizzo a dorso di mulo, percorrendo un tratturo che passava da San Nicola da Crissa all'Angitola. Situazione che permise al Governo di tracciare nuove strade più veloci ed efficienti.

Nel suo insieme da zona di estrazione Ferdinando II, nel 1845, fa impiantare una chiesa, una caserma, una scuola, persino le case popolari per le famiglie operaie creando un nuovo agglomerato urbano di modeste dimensioni.

Le continue sovvenzioni che la Corona, impegnava per Mongiana promosse nel 1859 in piena attività estrattiva ed in pieno sviluppo urbano la nascita della Scuola Media di Mongiana, completamente gratuita e sintetizzata in questo documento del tempo datato 11 settembre 1859 così dice: ”gli insegnamenti proposti agli abitanti del luogo sono questi: Matematica, Leggere, Scrivere, Aritmetica, Grammatica, Galateo, Disegno, Religione, Dettato, Agricoltura.”

Ma Mongiana non fu solamente attività estrattiva e lavorativa dei minerali, fu anche zona ricchissima di acque minerali che la Corona dispose il commercio e nel 1850 creò lo Stabilimento termale “Acque Sante” con annesso albergo, tutto questo mentre al Nord si moriva di pellagra.

A pochissimi chilometri da Mongiana, vi era la Ferdinandea, chiamata così in onore del Re Ferdinando II. In principio non nacque come zona industriale e né da lavoro ma, fu la zona in cui la Casa Reale per i motivi sopra indicati tra cui spiccano le folte vegetazioni, le acque sulfuree, ed il legame affettivo, il Sovrano fece costruire la sua tenuta di caccia.

In prossimità del casino del Re si sviluppò Fedinandea, si dispose di costruire una caserma una chiesa e si decise di ampliare i ruderi della Fonderia nel 1832. Anche Matilde Serao in visita a questi luoghi descrisse la feracità del luogo così:”Fresca e profonda verde foresta, la luce è mite, delicatissima, il cielo pare infinitamente lontano, è deliziosa di freschezza la freschezza dell'aria, infondo al burrone canta il torrente. Sotto le felci canta il ruscello (…. ). Tacciono le voci umane. Non vi è che questa foresta. Questa è Ferdinandea “.

La zona della Ferdinandea ricevette numerosissime sovvenzioni statali che la resero più bella a importante. La prima in assoluto messa in opera della realtà di Ferdinandea avvenne subito dopo il sisma calabro del 1783 passarono numerosi decenni, ma, il Re stanziò circa 400.000 ducati affidando la ricostruzione e la sovrintendenza ai lavori a Paolotti, il quale decise di far impiantare una ripida scalinata centrale alla fonderia con lo scopo di evitare il contrabbando del minerale.

La Fonderia di Ferdinandea fu molto gradita ai vari Sovrani che in molte occasioni vi si recavano di persona, persino Francesco II nel 1859 si portò a Ferdinandea per ritemprarsi visitando lo stabilimento.

L'attività di Ferdinandea come quella di Stilo appartenente allo Jonio Reggino era puntata alla fusione delle leghe da un lato, ma dall'altro alla più importante fabbrica d'armi che lo Stato possedeva.

Il lavoro di fusione che accrebbe anno dopo anno, ebbe nel quinquennio 1850-'55 un grave arresto a causa di due ingenti alluvioni che lesionarono la fonderia, che la Corona fronteggiò sovvenzionando i lavori di recupero affidando il compito all'ingeniere Fortunato Savino. La Fabbrica d'armi la più efficiente del Reame anche più di quelle del distretto Napoletano fabbricava due mila cantaja di proiettili che inviava a Napoli, mortai, bombe ed il famosissimo fucile “Modello Mongiana”, fucili esposti ancora oggi a Parigi e Napoli.

Gli armaioli ben istruiti e ben pagati producevano complessivamente 3000 fucili annuali, molti dei quali restavano allo Stato il resto lo importavano alle maestranze europee.

Non è degno di essere dimenticato che nel comprensorio delle Ferriere di Mongiana rientrano Pazzano a Stilo la famosa Fabbrica dell'Assi oggi patrimonio Unesco, già note alla Casa Reale Spagnola come primo insediamento industriale dove il Vanvitelli fabbricò i tubi per l'acquedotto Carolino e per la Reggia di Caserta anche in queste zone, si utilizzava la “maramasca“ tipico di queste zone.

Intelligente e regolato, secondo la lungimiranza borbonica, risultava essere lo sfruttamento delle risorse boschive, il Sovrano Ferdinando II cercò sempre di regolare il disboscamento selvaggio piantando nuovi arbusti.

La Calabria meridionale divenne un luogo di primati ma non di meno risultò essere la Calabria settentrionale nella zona di Longobucco e di San Marco Argentano si estraeva un ottimo argento.

Tuttavia, mentre la Calabria Ulteriore fu terra di sviluppo industriale, la Calabria Citra fu più attiva sul piano agricolo. Nella piana del Crati si praticava con lena l'attività cerealicola con ogni tipo di granaglie, alberi da frutto e l'industria della liquirizia.

Più a Sud si trovavano numerosi pastifici che inviavano la merce nelle tratta d'oltreoceano, specie nell'area del Pacifico. Nell'estremo Sud nel Reggino si distinse “il Giardino Mediterraneo“ con gli agrumi ed il bergamotto con tutte le sue lavorazioni. Continuò ad espandere l'industria dell'olio in queste zone detto “lampante”, attuato per accendere le lampade nelle città. Senza dimenticare l'industria del vino, esisteva in più la trattura della seta a Cannitello vicino Villa San Giovanni e numerosissime officine meccaniche a Gerace.

Durante il periodo borbonico, sostengono le menti illuminate vivere in Calabria Citra voleva dire avere a che fare con bande di banditi assatanati, che imperversavano nelle montagne dei dintorni di Cosenza capoluogo del Provincia.

Il problema del banditismo in Calabria Citra risale già al periodo Murattiano fu, nel 1806, che Ferdinando IV per sanare la situazione chiede delle leve più preparate e disciplinate. Tuttavia l'esito non fu positivo da Campana, Carolei, Mendicino, Ceresano le aree più calde non risposero all'appello.

Anche in queste zone e senza particolari entusiasmi dopo il rientro del Borbone sul trono del Regno delle Due Sicilie la Calabria Citra, senza particolari entusiasmi si getta nelle rivolte antigovernative con in testa Campana. Iniziano così a giungere a Napoli le prime notizie che in Calabria Citeriore, una compagnia antiborbonica si iscrisse alla Carboneria.

La Corona che teneva in modo particolare alla Calabria per la situazione industriale, per fronteggiare il rigurgito di banditismo, arrivò a combatterle e disponendo nel 1821, in genti misure di sicurezza. Inviò in queste zone una Corte Marziale e la Gendarmeria Reale. Situazione che i sudditi non gradirono.

Il 25 aprile del 1836 l'area Citeriore è colpita da un sisma, che non interessò l'area Ulteriore ancora in fase di ricostruzione dopo, l'evento sismico del 1783. La situazione del dopo terremoto fu molto dura poche le perdite ma ingenti i danni così annotavano i cronisti del tempo:” Carioti e Campana, terre che incominciavano a divenire città, abitate da industre popolo, molta parte danneggiò il terremoto, nessun morto (…) ammassi informi occuparono le vie”.

Il terremoto portò con sé numerosi problemi oltre ai danni che il Governo cercò di fronteggiare ricostruendo i luoghi sopra citati. Fatti i moti antigovernativi compresi quelli del '48, la Corona tentò di calmare gli animi infervorati processando i fautori delle cospirazioni, la lista fu lunga tra cui spiccò la pena a D'Ausilio per aver cospirato contro il Governo.

Senza dubbio i Reali si trovarono a che fare con una terra dalle mille sfaccettature e problematiche. Ma passiamo ad osservare la politica Borbonica anche in Calabria Ultra, narrano le fonti storiche che fin dal 1812 erano collegate da un unica strada detta ”carrozzabile delle Calabrie” antica strada consolare, che si staccava dalla via Appia passava per Cosenza e giungeva a Reggio.

Questa era l'unica arteria che il Governo poteva attraversare per visitare la Regione. Dalla parte Citeriore la zona calda della Regione, passiamo all'area Ulteriore, terra ricca di folta vegetazione nonché di miniere che crearono la culla della prima Rivoluzione Industriale.

Il Casato delle Due Sicilie nei primi anni di Governo a partire da Ferdinando I, cercò in tutti i modi di occuparsi del futuro industriale della Regione con fondi, nuovi macchinari, operai più specializzati. Siamo nel 1847, quando, anche l'area Ultra è imperversata da un anelito di rivolta antigovernativa, partendo dalla città di Reggio sede del capoluogo del distretto. Giorni di ribellione in cui la Corona non usò la cruenza contro i fratelli calabresi, anzi si dimostrò affabile punendo solo alcuni dissidenti passati alla storia come i martiri di Reggio.

A cavallo tra il 1850 ed il 1855, un quinquennio triste per il popolo calabro si verificarono in Calabria Ultra due ingenti alluvioni, sismi e piogge torrenziali furono una costante della storia calabrese.

In siffatta situazione e malgrado comunque le difficoltà del Paese, la Corona, cercò di sanare i danni inviando fondi per la ricostruzione, tutte a spese del Governo, con lo scopo di rimettere in sesto Mongiana gravemente lesionata.

Nel 1858, alla vigilia dell'organizzazione dell'Impresa dei mille, proprio il 25 gennaio i Reali ripristinarono un collegamento telegrafico tra Reggio e Messina. Tuttavia, con i 30.000 abitanti la città dello Stretto fu la più popolosa. Ma i veri problemi per la Calabria apparirono il giorno in cui Caribarto, trascorsi 90 giorni di conquista in Sicilia sbarcò in Calabria Ultra.

Mentre, il romantico negriero (Garibaldi), organizzava il modo di giungere alla riva opposta dello Stretto con l'ausilio degli emissari cavourriani che camuffati da mercanti assoldavano le cariche più influenti.

Nel mese di agosto del 1861, avendo monitorato come era disposto l'esercito Reale diviso in ben quattro brigate e così collocate a Monteleone il Gen. Ghio, Cardarelli a Cosenza ed a Reggio il rimante esercito guidato da Marra.

In questa situazione risuonano le parole di D'Azeglio che dopo la capitolazione calabrese disse: ”Quando si vede un Regno di sei milioni di abitanti, ed un'armata di 100.000 uomini, vinte con la perdita di sei uomini e 18 storpiati, chi vuol capire capisca”.

Il primo arrivo delle camicie rosse fu all'alba del giorno 8 agosto 1860, quando, le prime camicie scesero a Cannitello nei pressi di Villa San Giovanni con numero ristretto 150 uomini, dove scambiata qualche fucilata con l'Esercito Regio si rifugiarono sulle alture.

Trascorsero altri 10 giorni prima che Caribarto sbarcasse in Calabria, promuovendo anche a Napoli come a Catanzaro fogli antiborbonici con annesse manifestazioni pro Garibaldi. Promossa questa iniziativa il Nizzardo il 18 agosto, sbarca a Rombolo una spiaggia nei pressi di Melito Porto Salvo (RC).

Anche quest'azione fu studiata a tavolino corrompendo due massoni del luogo Tommaso Nardello e Antonino Plutino, che occuparono l'ufficio telegrafico favorendo l'azione Garibaldina.

Si trovarono sul luogo due navi della marina borbonica l'Aquila e Fulminante ammiragliate da Salazar, giunte sul posto incrociarono la Franklin che batteva bandiera americana, e su cui era nascosto Garibaldi fu lasciata navigare.

La situazione in Calabria non fu delle migliori, anche, qui gli emissari del Cavour pagarono ingenti somme sia all'Esercito che ai galantuomini. Rimane alla storia un numero elevato di personalità come quella di Ghio che decisero di cambiare bandiera.

Tuttavia, fu il 30 agosto del '60 che nei pressi di Soveria Mannelli i Borboni senza combattere si arresero ad una colonna di Garibaldini seguendo questa scia la Calabria fu ammessa al neonato Stato Italiano. La situazione in Calabria con l'avvento del nuovo Governo arrestò pian piano, fino alla completa distruzione di un attività che garantiva lavoro al popolo di Calabria.

Il 23 giugno del 1873, a pochi anni dall'annessione e da altri fenomeni che degradarono e mortificano ancora oggi il nostro tessuto sociale, il Regno D'Italia liberava i meridionali da uno dei poli più considerevoli dell'ex Regno delle Due Sicilie, lasciò 1500 famiglie al lastrico fino ad allora salariate.

Nel 1862 quando Garibaldi ritentò di annettere Roma al Regno D'Italia ripartì dalla Calabria, la produzione a Mongiana era drasticamente diminuita in 1.1667 tonnellate di ghisa. Molti operai finirono in cassa integrazione mentre la produzione all'Ansaldo di Genova arrivò alle stelle.

Gli operai calabresi chiedevano lavoro furono costretti ad emigrare o ad essere”briganti”. Fabbriche, segherie, miniere, opifici, divennero in un sol colpo la “casa di campagna“ dell'ex Garibaldino Achille Fazzari, che acquistò all'asta e per 150 mila lire tutta l'area.

Attraverso spiccioli donati dal nuovo Governo si cercò di risollevare la situazione, che fallì drasticamente, gli operai di Mongiana oramai alle strette bruciarono il tricolore e al grido di “VIVA FERDINANDO IL RE”, portarono la statua del Borbone in processione collocandola nell'antica postazione.

D. ssa Maria Lombardo







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