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Fonte:
http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/ - 1 aprile 2011

“A Napoli candidati inaspettati”

Isaia Sales

venerdì, 1 aprile 2011

Anche i sondaggi lo dimostrano. Tutti i candidati nelle prossime elezioni a Napoli sono «inaspettati»: nessuno avrebbe potuto prevedere queste scelte poche settimane fa. Il più inaspettato è sicuramente Morcone, ma anche gli altri sembrano più sorprese che candidature costruite nel tempo. De Magistris aveva escluso ripetutamente di lasciare il Parlamento europeo; in alternativa a Lettieri erano state avanzate numerose candidature più rappresentative del centrodestra napoletano; Pasquino è venuto fuori dopo l’impossibilità di un accordo dei centristi con uno dei due schieramenti. Sembrano, dunque, tutti candidati di «seconda scelta», non per la loro singola qualità ma per un insieme di circostanze particolari che li hanno portati alla ribalta.

Fra gli elettori più arrabbiati con il proprio partito primeggiano quelli del Pd. E hanno tutte le ragioni di questo mondo. I fatti sono noti: prima una contrarietà alle primarie del gruppo dirigente nazionale ma senza disporre di un nome in grado di unire il centrosinistra, poi l’indicazione di nomi (Lucia Annunziata e Raffaele Cantone, non disponibili) a primarie indette, poi l’annullamento delle stesse per l’accusa di brogli, poi la spasmodica ricerca di un nome condiviso da tutte le componenti, infine la convergenza su di un nome che nessuno aveva mai prima (neanche lontanamente) preso in considerazione.

In questi giorni Veltroni ha presentato in Parlamento una proposta di legge per rendere obbligatorie le primarie in tutte le elezioni. Per come si è comportato a Napoli, potrebbe anche scrivere nella sua proposta che «le primarie si effettueranno in tutte le città tranne che in quella partenopea». Ma Veltroni non è il solo nel gruppo dirigente del Pd a praticare una «doppia verità», una per l’Italia e una per Napoli, dove la nostra città è sempre la spudorata eccezione, comica e tragica alterità al normale.

Anche Bersani non le voleva, anche Bassolino e neanche D’Alema, che non fa mancare mai il suo apporto per ingarbugliare il «mistero napoletano».

Alla fine è stato ripristinato il primato dei gruppi dirigenti romani sulla periferia napoletana. Dunque, un partito che fa delle primarie la sua identità (quasi l’esclusiva, verrebbe da dire) è scontento che si svolgano a Napoli, è contento di poterle azzerare e di nominare un commissario per le elezioni. E se andrà male nessuno del gruppo dirigente nazionale pagherà pegno, perché una delle regole del rapporto tra Napoli e Roma dell’ultimo quindicennio è questa: se si vince, si vince malgrado i napoletani; se si perde, è perché i napoletani se lo meritano.

Il razzismo politico nel Pd non è inferiore a quello della Lega, ma è circondato da ipocrisia e gesuitismo. Ormai le scelte del Pd sembrano in linea con lo stigma della eccezionalità con cui si leggono le cose di Napoli. Come se anche le scelte politiche degli uomini chiamati a rappresentarlo rispondessero allo stato di «regime speciale» che ha ispirato la soluzione (sic!) di alcune «emergenze».

Il commissariamento politico ed elettorale non è diverso da quello avvenuto nel dopo-terremoto del 1980, per il bradisismo di Pozzuoli, per i rifiuti, eccetera. E mai che tali commissariamenti della politica e delle istituzioni abbiano prodotto risultati minimamente migliori del libero corso degli strumenti normali usati in altre parti per affrontare casi difficili o selezionare i gruppi dirigenti.

In tutto questo Morcone non ha nessuna responsabilità. Dopo quello che era successo con le primarie era impossibile scegliere un politico. Fra i candidati è indubbiamente il più competente sul piano amministrativo. L’accusa di De Magistris di essere un continuatore della Iervolino e di Bassolino, oltre a essere di cattivo gusto (che pena il nomignolo «Morcolino»), è fuori da ogni evidenza: né Iervolino né Bassolino lo hanno proposto, e forse uno dei due non lo conosceva neanche.

Morcone ha un’unica arma a disposizione: trasformare la «sorpresa» della sua candidatura in un’occasione, l’occasione di un candidato che, suo malgrado, è il più distante da tutto ciò che è avvenuto nella città negli ultimi dieci anni. Più distante fisicamente, umanamente moralmente e politicamente. E un’occasione per gli elettori del centrosinistra: vincere «nonostante» il gruppo dirigente, vincere addirittura «contro».

Vincere contro i suoi fantasmi, contro i suoi errori, contro le sue componenti, le sue ipocrisie, perché i valori e gli ideali del centrosinistra sono migliori di chi li ha rappresentati in tutti questi anni. Impresa disperata ma non impossibile quella di trasformare un disastro in un’opportunità.

Alleato in questo sforzo titanico può essere il centrodestra. Un candidato temibile come Tagliatatela si è fatto fuori da sé con il fallimento della raccolta delle 31 firme (da lui ispirata) per lo scioglimento anticipato della consiliatura. Fuori uno.

La Carfagna è stata eliminata dagli odi interni (il presidente della provincia di Salerno Cirielli e il segretario regionale del Pdl Cosentino) e dalle contingenze esterne: nel pieno dello scandalo donne-Berlusconi sarebbe stata una candidatura troppo «esposta». Fuori due.

Così Lettieri ha trovato la strada spianata. Ma al sostegno di Cosentino (buon pro gli faccia) si è contrapposto il dissenso di D’Amato e di un numero impressionante delle categorie produttive della città. Questi dissensi hanno reso palese che Lettieri non è il candidato delle imprese e della società civile; è invece il candidato più politicizzato, quello più vicino al discusso segretario regionale del Pdl.

Caldoro almeno si presentò, per ragioni non tutte dipendenti dalla sua volontà, come un’alternativa a Cosentino e questo non lo danneggiò, anzi. E del tutto singolare che colui che ha ricoperto per sei anni la carica di presidente degli industriali napoletani si trovi a essere osteggiato da una parte consistente del mondo che ha rappresentato. Ciò dimostra palesemente che la crisi della città e della Regione è crisi generale delle sue classi dirigenti.

In questa crisi di legittimità sono pienamente coinvolti le rappresentanze imprenditoriali. Lo scontro in quel mondo non è da meno dello scontro tra miglioristi e bassoliniani, tra Caldoro e Cosentino. Le parole di D’Amato hanno la secchezza e l’icasticità di uno scontro tra due concezioni diametralmente opposte di essere imprenditori a Napoli e nel Sud.

D’Amato sembra rappresentare un’idea d’impresa autonoma dalla politica e dalle istituzioni, che ne riconosce il peso e le funzioni ma non si appoggia ad esse per competere sul mercato. Lettieri, invece, sembra rappresentare compiutamente le imprese che si alleano con la politica per sopperire alle difficoltà di mercato. In fondo è la loro storia a parlare.

Nato come piccolo imprenditore del tessile, Lettieri deve la sua fortuna alle Partecipazioni statali che gli regalarono le Mcm per le sue frequentazioni politiche con una componente della vecchia Dc. Lui rivendette da immobiliarista ciò che gli venne trasferito come industriale e i lavoratori di quelle aziende, dalla secolare produzione, furono accompagnati al pensionamento con i soldi dello Stato. Da qui le sue relazioni politiche coltivate più di quelle di mercato.

Amico di De Luca a Salerno, di Bassolino e Cozzolino a Napoli, di Cosentino a Caserta, di Letta e Berlusconi a Roma. Una candidatura coerente con il suo essere «imprenditore politico».

Lettieri esprime in pieno la confusione di ruoli tra politica ed economia. Una tendenza già anticipata a Salerno dalla nomina a senatore dell’ex presidente degli industriali Paravia (nel Pdl in quota An) dopo aver retto il moccolo per anni a De Luca.

Ultimamente, per capire lo spirito dei tempi, a Salerno una parte degli industriali ha sostenuto come nuovo presidente un consulente di aziende (non dunque un imprenditore di mercato) al posto di Antonio Ferraioli, l’unico amministratore di una azienda quotata in borsa.

Per tornare a Napoli, gli elettori si troveranno a scegliere fin dal primo turno «il meno peggio», considerazione che, generalmente, si fa la secondo turno. E possibile che siano, dunque, le liste a trascinare i candidati a sindaco e non viceversa. Al Pd è utile che si candidino tutti quelli che si sono sfidati nelle primarie. E poiché è allo stato del tutto prevedibile il ballottaggio, gli elettori del centrosinistra dovranno valutare nella scelta tra Morcone e De Magistris chi sarà in grado poi di intercettare più consensi per sconfiggere il centrodestra. Vincere le elezioni nonostante quello che hanno combinato i suoi dirigenti sarà un’impresa epica per il centrosinistra.

Corriere del Mezzogiorno del 1 aprile 2011




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