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Le lettere di Gladstone, che furono inviate a tutte le cancellerie d'Europa dal Palmerston, segnarono l'inizio di una campagna denigratoria che ebbe il suo coronamento il 7 settembre 1860, quando Garibaldi spalleggiato dalla camorra fece il suo trionfale ingresso a Napoli.

Massari, futuro relatore della CIPB, fu uno degli uomini cardine di tale campagna denigratoria, con articoli sulla stampa inglese prima e con la traduzione e la diffusione delle lettere del Gladstone poi. Il lettore noti l'astio con cui egli massacra le argomentazioni del MacFarlane a difesa del Governo Napoletano e come, invece, evita qualsiasi accenno critico sulle affermazioni del Gladstone. Quando egli sapeva benissimo che l'inglese non era stato in nessuna galera borbonica e parlava per sentito dire!

In alcuni passaggi del discorso del Palmerston, appare evidente che già allora - siamo nel 1851 - il governo inglese aveva fatto la sua scelta di campo a favore del Piemonte e, di conseguenza, della dinastia sabauda.

Il destino dei Borbone era segnato. La miopia politica, diciamolo, della dinastia napoletana e la sua incapacità ad evolversi politicamente per dare maggiore spazio alle istanze dele classi medie fecero il resto.

Mettere questo testo a disposizione degli amici della rete non è un rinchiudersi nel bel tempo che fu ma, semplicemente, un cercare nel passato le ragioni per un futuro.

Buona lettura e tornate a trovarci.


IL SIGNOR

GLADSTONE

ED IL

GOVERNO NAPOLITANO

RACCOLTA DI SCRITTI

INTORNO ALLA

QUESTIONE NAPOLETANA

PER CURA DI
Giuseppe Massari

Honores pro crimine ob
certissimum exitium
Cor. Tac.t Annali Lib. XVII
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AVVERTENZA

Le lettere del molto onorevole signor Guglielmo Gladstone al conte dì Aberdeen intorno alle cose Napolitano sono l'avvenimento politico più rilevante dei giorni nostri: quand'anche esse non avessero sortito alcun altro effetto tranne quello di squarciare il mistero in cui finora avvolgeva il governo napolitano, le opere sue, per ciò solo, sarebbero importantissime. I dolori dei Napolitani erano finora ignorati, o non creduti, o derisi: ed in questa noncuranza della pubblica opinione i persecutori attingevano nuova baldanza per perseverare nella loro impresa; oggi le cose sono al tutto mutate di aspetto: il signor Gladstone ha innalzata la quistione napolitana a dignità di quistione politica europea, e tosto o tardi essa dovrà essere sciolta e composta, il diritto delle genti proibisce ogni ingerenza di stati stranieri nelle faccende di uno stato qualsivoglia, ma a questo principio in se stesso commendevole ed evidente un altro ne sovrasta, quello della umanità. Può un governo a suo capriccio trasgredire e violare le leggi di Dio e degli uomini, torturare un'intiera nazione; avvelenarla nelle fonti della vita civile, educarla al disprezzo dell'autorità, martoriarla con ogni maniera di supplizio, toglierle il respiro, uccidere la sua intelligenza senza che il resto del genere umano all'atroce spettacolo non si commova a santo sdegno, e non faccia cessare siffatta condizione di cose? può l'Europa minacciata oggidì da tanti pericoli tollerare, che nel suo seno un governo, senza nome nella storia del mondo, alimenti incessantemente l'anarchia e prepari alla civiltà orrendi e terribili danni? La quistione enunciata in questi termini (e sono quelli che risultano dall'esame di questi fatti) non può tardare ad essere sciolta: e sarà sciolta in conformità dei princìpi della giustizia a della verità. Oramai ogni dubbiezza intorno all'esito finale deve svanire: si traila di tempo soltanto,.ed il tempo sarà al governo di Napoli ministro inesorabile delle divine vendette.

Al gran servizio reso dal signor Gladstone alla causa della umanità, della civiltà e dell'ordine ogni lode è scarsa, ogni parola di encomio ò lieve retribuzione: il plauso degli onesti uomini di tutti i paesi, la riconoscenza delle vittime, le benedizioni di Dio possono soltanto adequatamente rimeritarlo. Il migliore e più eloquente elogio, che io possa fare di lui e dell'opera sua, è trascrivere le nobili e commoventi parole, ch'egli alcun tempo fa mi scriveva, e che mi stanno scolpite nel cuore: nel procedere da me serbato, diceva, io ho obbedito all’impulso di un sentimento semplice, chiaro e solenne di dovere verso i miei simili, e posso ben aggiungere anche verso Iddio nostro padre comune: THÈ COURSE I HAVE PURSUED I HAVE ACTED UNDER A MOST SIMPLE, CLEAR AND SOLEMN SENSE OF DUTY TO MY FBLLOW CREATURES, AND, I MAY WELL ADD, TO GOD OUR COMMON FATHER.

Né io farò al criterio dei lettori l'ingiuria di difendere il signor Gladstone dalle spregevoli ed abiette contumelie, che dai difensori del governo napolitano gli si scagliano contro: ad esse rispondono la sua intemerata vita, la sua indole nobilissima, la specchiala rettitudine dell'animo suo,!a religiosa pietà de' suoi sensi, il suo antico e sincero zelo per la causa dell'ordine e della civiltà. Egli fu collega di Sir Robert Peel nel ministero, e divise con lui la gloria di promuovere la prosperità dell'Inghilterra e preservarla da ogni pericolo facendosi con l'insigne statista, campione della libertà commerciale. Nelle recenti discussioni de) Parlamento inglese sul bill vieta assumere certi titoli ecclesiastici, egli ha difeso energicamente il sacro principio della libertà della coscienza. Egli gode dell'amore e della stima di tutta l'Inghilterra, tanto de' suoi amici quanto dei suoi avversari politici: basti a conferma di queste asserzioni citare le parole scritte intorno a lui fin dall'aprile 1839 da uno dei ù Illustri suoi avversari politici, dall'insigne Tommaso Macaulay: parlando della pregevole scrittura dal Gladstone intitolata La Chiesa e lo Stato (Chureh and State) Macaulay dice: «l'autore di questo volume è un giovane di carattere illibato di distinto ingegno parlamentare (UMBLEMISHED CHARACTER). Spettava agli apologisti del governo napolitano la gloria di oltraggiare l’eloquente ed intemerato deputato inglese: ma i loro oltraggi non trovano eco di sorta: vanno ad infrangersi contro il disprezzo di ogni onest’uomo. Se la fama del signor Gladstone avesse mestieri di difesa basterebbero a farla vittoriosamente le stupide ingiurie dei suoi odierni nemici.

lo rendo di pubblica ragione in questa raccolta la traduzione dell'opuscolo del sig. MacFarlane in risposta alle lettere del sig. Gladstone: se il lettore imparziale potrà vincer la nausea che desta quella insulsa diatribe, attingerà in essa nuova e più forte persuasione della veracità dei detti del signor Gladstone: una confutazione di quella fatta che migliore conferma delle severe accuse, e dei solenni giudizi pronunciati contro il governo di Napoli dall'illustre deputalo delta università di Oxford, lo ho avuto la pazienta di aggiungervi di tratto in tratto brevi annotazioni «on lo scopo dì dare maggior risaltò alla verità: gli uomini di sano discernimento e di retta fede giudicheranno.

Le parole del signor Gladstone, del resto hanno prodotto in tutta Europa indicibile e profonda impressione: a Londra, a Parigi, a Torino, a Berlino ogni anima onesta è stata scossa dalle terribili rivelazioni, e compresa da orrore e da ribrezzo verso i persecutori, da commiserazione e da affetto verso i perseguitati. In tutta la stampa periodica è un coro d'imprecazioni contro il governo di Napoli, di pietosi auguri alle sue vittime. Otto successive edizioni di quelle lettere, tirate a più migliaia di copie, hanno avuto rapido spaccio in Inghilterra; esse sono state già tradotte in francese ed io italiano. Tutti i giornali inglesi le hanno applaudite: segnatamente l’Examiner il Morning-Chronicle. stesso corrispondente del Times ha confermate. In Francia l’Ordre, le Pays, le National, la Presse tenuto il medesimo linguaggio. Rammenterò in modo speciale e con particolar gratitudine il signor Peyrat, il quale nella Presse vigorosamente commentati i detti del Gladstone, e con tutta l'energia di un galantuomo e con la eloquenza della verità ha egregiamente perorata la causa dei miseri Napolitani. Il giornale dei Débats serbalo finora un silenzio, che mi pare significante, e tale sembrerà a chiunque conosce la riservatezza di quel periodico. Solo l’Univers l’Assemblèe Gattonale avuto il tristo privilegio di patrocinare il governo napolitano. La Patrie ha osato farlo direttamente e si è limitata a tradurre la lettera del MacFarlane (mentre si era astenuta dal pubblicare quelle del Gladstone), aggiungendovi la pellegrina scoperta di ravvisare in costui uno dei più valenti pubblicisti dell’Inghilterra le fatiche, lutti gli sforzi del signor bar Antonini, ministro napolitano a Parigi, per procurare difensori al suo governo non son riusciti ad altro, se non ad ottenere la miserabile apologia dell'Univers dell’Assemblée Nationale. Germania la Gazzetta di Colonia ha lodata la scrittura del signor Gladstone, e la Gazzetta di Augusta ha riferito con un preambolo, il lettore troverà in questa raccolta, lo squarcio relativo a Carlo Poerio. In Ispagna la Nacion parlalo come la Gazzetta di Colonia, linguaggio non diverso ha tenuto l’Heraldo, giornale compilato e diretto dagli amici politici del maresciallo Narvaez. Della stampa italiana non occorre discorrere: prima che un divieto governativo togliesse facoltà al Costituzionale di parlare delle lettere del signor Gladstone, quel coraggioso periodico adoperava la libertà di registrare notizie, che sola finora l'arbitrio ministeriale gli ha lanciato, a favore della causa napolitana. La stampa piemontese, egregiamente interpretando] suoi doveri ha parlato per chi è condannato a tacere: il Risorgimento è stato il primo a far note in Italia le lettere del Gladstone e lo scoppio d'indegnazione, a cui esse hanno dato origine in tutta Europa. Al Risorgimento fatto coro la Croce di Savoia, l'Opinione, Progresso il Corriere mercantile: dissidi politici si sono confusi in una imponente unanimità contro il governo di Napoli.

Questi fatti chiariscono meglio di qualsivoglia discorso la importanza politica delle lettere del signor Gladstone, e dimostrano l'immenso effetto da esse prodotto. 11 signor Gladstone ha suonalo il primo la campana a stormo della giustizia contro i carnefici gallonati e togati, contro i demagoghi di palazzo che straziano la misera Napoli: l'eco di tutta Europa ha ripercosso il suono di quelle squille, od il loro vindice fragore ha compreso di costernazione e di spavento (non di rimorsi, perché non ne sono più capaci) i colpevoli. La causa dei martiri napolitani ha già riportato il trionfo morale: Iddio visibilmente la protegge. Ora è nostro dovere, è sacro ed indeclinabile dovere, continuare col nostro contegno a renderci degni dei divini favori e dell'affetto operoso degli uomini come il signor Gladstone, ponendo ogni cura nell'evitare ogni atto di avventatezza o di fiacchezza, che potesse mettere a rischio Se sorti avvenire della patria. La moderazione non è soltanto un principio virtuoso, giusto, vero ed onesto: è anche principio, che nella pratica politica sortisce utilità maggiore, durevoli e sicuri effetti: e la persecuzione anziché farlo rinnegare, dee maggiormente rinvigorirlo, poiché le forti convinzioni noti piegano né mancano per oltraggio di fortuna, per prepotenza di eventi, per crudeltà e dissennatezza di uomini. La gran battaglia della civiltà contro la barbarie, del senno contro l'ignoranza, della virtù contro il vizio, della innocenza contro la calunnia, vuoi essere combattuta con le armi del fermo, irrevocabile proposito, della inflessibile moderazione, della indomita prudenza: e la civiltà, il senno, la virtù, l'innocenza vinceranno. Il governo napolitano tiene in sua balìa la vita, la libertà, le sostanze dei più eletti ed illustri Italiani: ma le loro convinzioni sfuggiranno agli artigli de' suoi sgherri, alle baionette dei suoi scherani, alle sentenze dei suoi magistrati, alle scuri dei suoi carnefici, alle insidie dei suoi assoldati delatori, perché esse poggiano sopra un fondamento inaccessibile ad ogni umana violenza, sulla inconquistabile à, come disse il Milton: ununquerable will! «Io ho sempre (scriveva in data del 14 maggio 1850, dalle prigioni dalla Vicaria, Carlo Poerio a suo zio Raffaele, maggior generale nell'esercito sardo a Torino) detestato le astruserie e le utopie. Né la codarda persecuzione, né la bestiale ferocia che anela il mio sangue vale a scrollare le mie VECCHIE CONVINZIONI. sono immutabile NELLA TEMPERANZA, PERCHÉ I FORTI CONVINCIMENTI SONO CALMI E MANSUETI: ma mia temperanza sfido le ire della fortuna e la malvagia rabbia degli uomini con costanza invincibile. PER POCO LE MUTASSI MI TERREI PER INFELICE, PERCHÉ NON SAREI PIÙ PADRONE DI ME STESSO, MA SCHIAVO DELLE FURIBONDE PASSIONI DEI MIEI NEMICI.» In queste sublimi parole del martire magnanimo è compendiata la fede nostra: no, noi non daremo la nostra coscienza in balìa dei furori dei nostri carnefici, come non l'abbiam prostituita alle loro seduzioni né piegata alle loro minacce. Quanto a me, lo dichiaro senza restrizioni di i se la moderazione è delitto e io mi glorio e mi compiaccio di esserne reo: e morrò nella impenitenza finale, e andrò sempre superbo di star fra le file dei perseguitati, non mai fra quelle dei persecutori, qualunque siasi la loro origine ed il loro nome.

Mi si conceda di soggiungere un'altra riflessione. Nel dare opera a questa raccolta io ho la coscienza di fornire un debito verso il mio paese e verso la verità, mettendo sotto gli occhi di tutti gli Italiani le più rilevanti scritture venute a luce intorno alla mia diletta ed infelice terra nativa. Nell'atto di accusa del processo del 15 maggio il procuratore generale mi addebita di aver incitala in quel giorno funesto la ribellione, e di aver cooperato alla costruzione delle barricate: ora in quel giorno appunto io stavo a Milano intento a servir la causa del principato costituzionale. Alla vostra accusa, signor procuratore generale Angelillo, io rispondo innalzando con questa raccolta una barricata, che, né i fulmini delle vostre ampollose requisitorie, né la mitraglia degli scherani, di cui voi siete il docile strumento, potranno disfare. E questo è il solo genere di barricate che io so innalzare, questa la guisa di cospirazione, a cui mi vanto di partecipare: narrare cioè al mondo civile le iniquità dei vostri signori, raccogliere tutte le espressioni di esecrazione e di abominio che da ogni onesto labbro in Europa si profferiscono contro di essi. Al resto penserà Iddio.

Giuseppe Massari.


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LETTERE


SUI PROCESSI DI STATO DEL GOVERNO NAPOLITANO, DEL MOLTO ONOREVOLE W. E. GLADSTONE, DEPUTATO AL PARLAMENTO INGLESE PER LA UNIVERSITÀ' DI OXFORD.


LETTERA 1a

Mio caro lord Aberdeen,

Io debbo incominciare una lettera, la quale temo abbia a destare in voi sensi di rincrescimento, anzi di ribrezzo fino al massimo grado, col porgervi i miei cordiali ringraziamenti per la facoltà che mi avete conceduta d'indirizzarvela. Dopo un soggiorno di 5 a 4 mesi in Napoli, io son tornato in patria profondamente compreso dalla coscienza del dovere che a me incombe di far qualche tentativo per scemare gli orrori, non posso adoperare parola più mite, nei quali si è ingolfato il governo di quel paese. E siccome ho a darvi ragguagli intorno strani fatti, nel

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Nel narrare i quali non posso astenermi l'adoperare linguaggio assai energico, così m'è d'uopo premettere che io non mi recai in Napoli col disegno di esercitarvi alcuna critica o censura politica, ma bensì per ragioni prettamente domestiche. Nel rendermi in quel paese, io non aveva in mente di rivolgere l'attenzione ai torti dell'amministrazione di quel governo, ovvero di propagarvi idee appartenenti ad altro meridiano. Io patteggio nel modo più assoluto per la opinione che tanto dagli Inglesi, quanto da qualsivoglia altra nazione, si debba rispetto ai governi in generale, sieno assoluti, costituzionali ossia repubblicani; e ciò perché essi sono i rappresentanti della pubblica, anzi della divina autorità, ed i custodi dell'ordine. Io non so se siavi alcun paese in Europa, son certo non esservene alcuno, ammenoché non sia il mezzodì d'Italia, da cui io sarei tornato compreso dalle idee e dagli intendimenti che ora si affollano nella mia mente. è per questa ragione fra le tante altre, io mi vi dichiaro riconoscente di avere a ricevere la mia narrazione

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poiché ciò darà peso al mio dire, allorché affermo che questo grave argomento mi ha fatto violenza, che io son sincero nel ripudiare ogfti taccia di voler fare ciò che suoi dirsi propaganda politica, che io non dò opera senza maturo esame alla narrazione che sto per imprendere, che una parte importante dei fatti in essa dichiarali lì affermo per personale esperienza, e che per il rimanente, dopo averne accuratamente esaminate le sorgenti e.le ragioni, jo lo credo fermamente e deliberatamente.

Senza addentrarmi a dichiararvi per le longhe le ragioni che mi mossero a scrivervi, ne annovererò tre solamente. La prima di esse è che l'attuale procedere del governo di Napoli rispetto ai veri o supposti imputati politici, è un oltraggio alla religione, alla civiltà, all'umanità ed alla decenza. La seconda è che questo procedere vantaggia in modo indubitato e rapidamente la causa della repubblica in quel paese, opinione politica la quale per natura e per consuetudine è poco radicata nell'indole di quel popolo. La terza

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ragione è che, essendo io nno dei componenti del partito conservatore di una delle grandi famiglie delle nazioni europee, sono costretto a rammentare che fra questo partito e tutti i governi stabiliti d'Europa esiste un'alleanza senza coscienza forse, ma virtuale e reale, e che perciò in proporzione della sua influenza i governi patiscono maggiore o minor detrimento morale in seguito ai rovesci del partito conservatore, e ricavai) forza ed incoraggiamento da' suoi trionfi. Questo principio, che si applica entro limiti assai ristretti ai potenti Stati, i cui governi son forti non solamente per l'ordinamento militare, ma anche per le abitudini e per le affezioni del popolo, è principio di massima importanza pratica rispetto al governo di Napoli, il quale, qualunque ne sia la cagione, sembra considerare la sua posizione sociale, come esistente al pari della fisica all'ombra di un vulcano, ed ogni giorno fa quanto è in poter suo per dare realità a' suoi propri pericoli, e maggiormente ravvivare con nuove cagioni i suoi timori.

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Prima di andar pia oltre, debbo promettere che io tralascio un'importante considerazione preliminare riguardo al principio fondamentale da cui emana l'autorità che attualmente governa il regno delle Due Sicilie, e che non indagherò se a norma della ragione e del diritto sociale l'attuai governo di quel paese sia governo legale o imposto dalla forza. Io ammetterò che la Costituzione di gennaio 1848 spontaneamente data, giurata come irrevocabile con ogni apparato di solennità, e sinora non mai rivocata, né legalmente, ne apertamente, quantunque contraddetta da quasi tutti gli atti del governo, non abbia mai esistito, e sia una pura finzione.

Io non mi farò a considerare questo argomento, poiché ciò potrebbe far credere che io volessi impicciarmi della forma di governo, e potrebbe quindi fare ostacolo a quello scopo di umanità, che solo e sovr'ogni altra cosa io propongo a me stesso ed a voi di raggiungere: tanto più che, a dir voro, io porto ferma opinione, questo argomento importantissimo dover

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essere trattato con maggior sicurezza e saviezza, come questione interna che il sovrano deve comporre co' suoi sudditi, indipendentemente da ogni intervento per parte nostra; ammeno che non sorgano incidentalmente questioni relative al trattato conchiuso fra l'Inghilterra e le Due Sicilie nell'anno 1844, al quale, in qualità di collega della S. V., io ebbi l'onore di concorrere.

Ma per ora io non debbo occuparmi di siffatto argomento; né avrei fatto alcuna allusione alla Costituzione napoletana, se la ricordanza dei principali fatti con essa collegati non fosse necessaria per rendere ragione del recente contegno del governo di Napoli, e porgere piena credibilità alle strane affermazioni che io son costretto a fare.

Io non debbo astenermi dall'esprimere la profonda persuasione in cui sono, che voi nel leggere questa lettera sarete disposto a domandare come mai, senza ragione di sorta, può esser serbato un contegno tanto disumano e mostruoso, e quale possa esserne il motivo?

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Per rispondere adeguatamente a siffatte domande, io sarei obbligato ad addentrarmi nell’istoria della Costituzione napolitana: ma per il momento, e fino a quando serberò la speranza di produrre pronto miglioramento senza formai controversia, mi rassegno a tutti gli svantaggi che risultano dal rimanere le anzidette dimande senza risposta, quantunque il rispondervi sia certamente cosa essenziale al compiuto sviluppamelo del mio tema.

Mi resta a premettere un'altra parola. In queste pagine voi non troverete alcun cenno della lotta sostenuta e vinta dal re di Napoli contro i suoi sudditi siciliani, né della condotta di alcuna delle parti immediatamente od indirettamente in essa lotta impegnate. Totalmente diverso è il mio tema, poiché io mi restringo ad esaminare la condotta del governo di quel principe verso i suoi sudditi napolitani ò continentali, mediante la cui fedeltà e coraggio la Sicilia fu soggiogata.

È universale il parere che l'ordinamento dei governi dell'Italia meridionale sia difettoso, che l'amministrazione della

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giustizia è macchiata da corruzione, che gli esempi d'abusi e di crudeltà per parte dei funzionarii pubblici subalterni non sono infrequenti, e che i delitti politici sono puniti con severità e senza grande riguardo verso le forme della giustizia. Io accenno alla esistenza di questa vaga opinione con l'intento di stabilire che, qualora essa fosse accurata, io mi sarei dispensato da questa fatica. Il divario che corre fra un semplice abbozzo fatto al momento con un tocco di pennello ed il vivo colorito di un ritratto elaborato e finito, non porge se non una debolissima idea della realità della proporzione in cui sta la vaga opinione di cui discorro alla verità attuale delle cose nel regno di Napoli.

Io non sono per descrivere né una semplice imperfezione, né corruzione nei bassi ordini della società, né severità temporaria; ma bensì la violazione delle leggi incessante, sistematica, deliberata, fatta da quel potere cui è affidato il carico di vegliare alla loro conservazione. È la violazione di ogni legge umana e scritta, compiuta col proposito di violare ogni

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legge scritta ed eterna, tanto umana, quanto divina: è la persecuzione generica della virtù congiunta all'intelligenza, fatta in guisa da colpire intiere classi di cittadini, e da collocare il governo in fiera, crudele, ed altamente illegale ostilità con tutto ciò che vive e si muove nella nazione, ed è la fonte di ogni pratico progresso e miglioramento: è la spaventosa profanazione della religione pubblica, notoriamente col legata dai poteri governanti colla violazione di ogni legge morale dietro gì'impulsi della paura e della vendetta: è la perfetta prostituzione della magistratura fatta sotto veli troppo fragili e trasparenti, la degradata officina delle più vili e più ignobili invenzioni malignamente e deliberatamente affacciate dagl'immediati consiglieri della corona collo scopo di distruggere, fosse anche senza il mezzo di capitali sentenze, la pace, la libertà, la vita degli uomini più retti, più virtuosi, più intelligenti, più ragguardevoli e più colti del paese: è il sistema selvaggio e codardo di tortura morale, parimenti che fisica al più basso grado,

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con cui sono eseguite le sentenze carpite alle avvilite corti di giustizia.

In seguito a lutto ciò, tutte le idee morali e sociali son capovolte: invece di essere rispettata, la legge è odiosa: base del governo è la forza, non l'affezione: fra il principio di Libertà e quello di ordine non alleanza, ma antagonismo violento: il potere governante, che insegna essere l'immagine di Dio sulla terra, agli occhi della immensa maggioranza della gente che pensa compare avere per attributi tutti i generi di vizi. Io ho ascoltalo pronunciare a suo riguardo le seguenti energiche, ma troppo vere espressioni: «È la negazione di Dio eretta a sistema di governo.»

lo confesso la meraviglia che ho sperimentata nel vedere la mitezza d'indole addimostrata dal popolo napolitano in tempi di rivoluzione: pare in verità che lo spirito infernale della vendetta non albergasse affatto nel suo petto. Ben so che alcune vittime illustri sodo sorrette dallo spirito di rassegnazione cristiana, e dalla lieta sottomissione ai voleri di Dio: ma la

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persecuzione attuale è spaventosamente pia fiera delle precedenti, da cui diversifica soprattutto perché sembra specialmente rivolta contro quegli uomini di opinione moderata, che un governo fornito di volgare prudenza, che Machiavelli, se fosse stato ministro, avrebbero invece adoperato ogni studio per accattivarseli ed amicarseli. Il numero di questi uomini perciò va diminuendo, e tutto quanto vien fatto per spingere la povera natura umana agli estremi, non può mancare di risvegliare le feroci passioni, le quali non mai, a parer mio, sin dai tempi degli antichi tiranni, ebbero maggiore occasione d'infuriare, né maggiore difficoltà ad essere attutate.

Parlerò in primo luogo della estensione e delle proporzioni delle presenti procedure giudiziarie.

Si crede universalmente che il numero dei ditenuti per imputazioni politiche nel regno delle Due Sicilie ammonti a 15, a 20 od a 30 mila persone; ma siccome il governo toglie tutti i mezzi di procacciarsi esatte informazioni, non vi può

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essere su questo punto certezza di sorta: io però mi sono accertato che la credenza teste accennata è divisa da persone intelligentissime, stimate e bene informate. Siffatta credenza del resto è corroborata da tutto quanto si conosce intorno alla immensa folla di gente chiosa nelle diverse carceri, e segnatamente da tutto quanto si sa in modo positivo nelle province, e del numero d'individui mancanti da ogni comune. Io ho udito fare questi calcoli per quanto concerne Reggio e Salerno, e valutando approssimativamente le cifre in proporzione della popolazione, io credo non irragionevole affermare che il numero dei ditenuti politici nel regno di Napoli ascenda a 20,000 persone: nella sola Napoli ve ne sono attualmente centinaia su cui pesa un'accusa capitale; e quando io partii da quella città, si aspettava prossima l'apertura del processo dello del 15 maggio, in cui il numero degli accusati era di quattro a cinquecento; e fra essi, sia detto fra parentesi, almeno una o più persone di alta condizione,le cui opinioni sarebbero riputate in

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Inghilterra più conservatici delle vostre.

Il governo napolitano in verità sembra possedere in qualche guisa la facoltà che Burke dichiarava sovrastare alle sue forze, quella cioè di saper escogitare un'accusa contro un intiero popolo! — Dopo ciò io vi prego a riflettere che il numero degli esuli e dei latitanti, probabilmente maggiore, e forse di gran lunga maggiore a quello dei prigionieri, deve pur esser posto a calcolo.

Giova perimenti rammentare che gran parte dei prigionieri appartiene al ceto medio (v'è pure fra essi un numero considerevole di persone appartenenti al ceto degli operai), e che la proporzione del ceto medio nel regno di Napoli (di cui parlo, esclusivamente, intendendo il regno propriamente detto, ossia i domini continentali di S. M. siciliana) agli altri ceti del resto della popolazione, è assai minore di quella che è presso di noi. Fra queste persone, pochissime posseggono i mezzi di alimentare indipendentemente le loro famiglie, prescindendo da quelle, contro di cui, come mi vien detto,

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si pratica frequentemente dopo l'arresto la confisca od il sequestro.

In questa guisa la sventura di ogni prigioniero od esule diventa il centro di. un circolo speciale di liuteria umana, ed ora, in virtù di questi dati, vi sono motti fondamenti di ragione per affermare che il sistema di cui vado rintracciando l'indole colpisce, intiere classi dì uomini, e che queste classi sono precisamente quelle da cui derivano in massima parte la sa hi le, la prosperità ed il progresso della nazione. Ma perché sembrerebbe strano che il governo di Napoli sia in guerra aperta con quelle classi di cittadini? Mi è stato detto che nelle scuola dei paese è obbligatorio l'uso del Catechismo politico, di cui si dice autore il canonico d'Apuzzo, e di cui io serbo copia. In questo catechismo è detto la civiltà e la barbarie essere due estremi opposti, entrambi viziosi ed è esplicitamente insegnato (insegnato perciò dal governo di Napoli) che la felicità e la virtù giacciono nel giusto mezzo fra la civiltà e la barbarie.

Poco, tempo dopo ch'io giunsi a Napoli,

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un uomo di alta condizione era accusato con acri parole di aver detto che quasi tutti i deputati i quali facevan parte dell'opposizione, fossero in carcere od in esilio: ed io francamente confesso che quell'affermazione, in apparenza mostruosa ed incredibile, mi parve meritasse la riprovazione ond'era colpita. Ciò succedeva, se mal non rammento, in novembre passato. La Camera era stata eletta dal popolo in virtù della Costituzione liberamente e spontaneamente conceduta dal re: eletta due volte, e con lieve cambiamento, e questo lieve cambiamento tutto a favore dell'opposizione. Nessun deputato, per quel che io mi sappia, era a quell'epoca involto in procèssi politici, quantunque, sia detto alla sfuggita, uno (!) di essi fosse stato assassinato da un prete, per nome Peloso, il quale, quando io era a Napoli, passeggiava perle vie della città, e non solo non fu mai interrogato intorno all'assassinio, ma (dicesi) ricevesse una pensione dui governo, fo perciò considerai

(1) L'infelice Costatole Carducci, deputato della provincia di Salerno. (Nota del traduttore).

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quell'affermazione come bugiarda, od almeno come Una grande indiscretezza o peggio. Quale non fu adunque il mio stupore, allorché vidi un elenco ragguaglialo che pienamente dimostrava la veracità di quell'asserzione, e che anzi nel punto essenziale la dimostrava sovrabbondantemente!

Pare, mio caro lord, che il numero totale dei deputati era di 164, eletti da un corpo elettorale di 117 mila votanti; 140 all'incirca di essi andarono a Napoli ad adempire i loro doveri nella Camera: ora l'assoluta maggioranza di questo numero, vale a dire 76, prescindendo da quelli destituiti dai loro impieghi, è parte in carcere, parte in esilio: di modo che dopo la regolare formazione di una Camera popolare rappresentativa, e dopo il suo scioglimento, a dispetto della legge, il governo di Napoli ha messo il colino all'audacia, cacciando in carcere, ovvero costringendo ad esulare per campare dalla prigione, l'attuale maggioranza dei rappresentanti del popolo.

Fin qui ho detto abbastanza intorno alla

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estensione dei processi, di cui discorro: passo ora ad esaminarne l'indole, ed incomincio dal contemplarli prima di tutto sotto l'aspetto della legalità, poiché ho accagionato quel governo della colpa di violazione sistematica della legge.

Il codice napolitano prescrive, se io sono bene informato, che la libertà individuale è inviolabile, e che nessuno può essere arrestato senza speciale mandato di una corte di giustizia: e parlando di codice, io non intendo accennare alla Costituzione, ma bensì a leggi anteriori ed indipendenti da essa Costituzione. So pure che il mandato d'arresto dev'essere spedito dietro attuali deposizioni e deve indicare la qualità dell'accusa, oppure questa dev'essere subito dopo l'arresto partecipata all'imputalo. Con aperto disprezzo di questa legge, il governo, in cui personaggio assai importante è il prefetto di polizia, per mezzo degli agenti di questa, sorveglia e vessa il popolo, fa visite domiciliari, il più frequente di nottetempo, mette sottosopra le case, sequestrando carte e sostanze, e scompigliando tutto

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arbitrariamente col pretesto di cercare armi, ed incarcera uomini a ventina, a centinaia, a migliaia senza mandato di sorta, spesso anche senza veruna autorizzazione scritta, p senza alcun'altra cosa, fuorché la parola di un poliziotto, e sempre senza alcuna dichiarazione della qualità del delitto che all'imputato si appone. Né di quest'ultimo fatto è da stupire, imperocché gli uomini sono arrestati, non perché abbian commesso, oppur si sospetti abbian commesso qualche delitto, ma soltanto perché son persone le quali si reputa conveniente chiudere in carcere, e contro le quali perciò una imputazione qualsivoglia debb'essere trovata od inventata.

D'ordinario s'incomincia con la cattura e con l'arresto, e quindi col sequestrare e col portar via i libri, le carte, o qualsivoglia altra cosa piaccia a quegli abbietti mercenari. Appena poi si stima conveniente, si esamina il carteggio del prigioniero, e quindi si esamina intorno ad esso il prigioniero medesimo, in segreto, senz'alcuna intimazione dell'accusa, che in realità non esiste, ovvero con


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testimonianze che nemmeno esistono. Durante questo esame non è permesso al prigioniero aver nessuna assistenza, né alcuna facoltà di comunicare con un consigliere legale! Né egli è solamente esaminato, ma io so che col pretesto dell'esame egli è arbitrariamente e grossolanamente insultato dagli impiegati di polizia. Né crediate che ciò sia colpa degl'individui: è cosa essenziale al sistema, il cui scopo essenziale è di creare un'accusa. Che cosa adunque di più naturale, se il prigioniero, irritato dall'insulto, e sapendo come questo è incoraggiato e premiato, perda per un istante il suo sangue freddo, e prorompa in espressioni oltraggiose alla sagra maestà del governo? Se egli ciò fa, le sue parole sono inserite nel verbale a suo carico: se egli invece serba la padronanza di se medesimo, e noi fa, nessun ostacolo ne risulta a danno del grande scopo cui si mira. Il carteggio del prigioniero, ed il prigioniero medesimo sono esaminati: se supponete ch'egli sia un uomo colto, avrà probabilmente rivolta la

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sua attenzione alle pubbliche faccende ed alle loro vicende: le copie delle sue lettere, o le lettere a lui scritte da altri, e da lui conservate, conterranno alcune allusioni ai pubblici affari. Il valore di questa testimonianza, in quanto che è testimonianza, dipenderebbe naturalmente dalla interpetrazione complessiva di tutte le allusioni, le une alle altre connesse; ma le cose non vanno a questa guisa: ogni espressione che implica disapprovazione (niente è più facile quanto il tramutare la disapprovazione in disaffezione, la disaffezione in intenzione di rivoluzione o di regicidio) è registrata nei verbali. Se per caso un'altra espressione distrugge interamente la forza della prima e dimostra la lealtà della vittima, è messa da canto come cosa di nessuna conseguenza, e tutte le rimostranze che la vittima può fare in proposito tornano frustranee. Nei paesi dove si osserva la giustizia, si puniscono gli atti, e si reputa ingiusto punire i pensieri; ma nel caso di cui discorro, s'inventano pensieri per poterli punire.

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Io parlo di ciò so essere succeduto, e non ho NULLA immaginato, né esagerato.

I prigionieri rimangono in carcere, prima che si faccia il lor processo, per lo spazio di parecchi mesi, di un anno, di due, di tre, e generalmente di lunghissimo tempo. Non mi è mai avvenuto sentir parlare a Napoli di persona processata in questi ultimi tempi per delitto politico che non avesse patito di 16 o 18 mesi d'incarcerazione preventiva. Io ho veduto persone incarcerate che ancora aspettavano ad esser giudicate dopo 26 mesi di prigione: e la prigionia incominciò, come ho già detto, non in virtù di un atto prescritto dalla legge, ma in virtù di una forza adoperata a dispetto della legge. Vi sono senz'alcun dubbio casi di persone incarcerate dietro mandato di arresto e di deposizione: ma mi sembra inutile addentrarmi nell'esame di casi che reputo puramente eccezionali.

Io non mi faccio scrupolo, seguitando, di asserire che quando ogni tentata

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per formare un'accusa, mediante lo stravolgimento ovvero la parziale deposizione dei testimoni, torna vana, si ricorre allo spergiuro ed alla menzogna. Il potere esecutivo adopera all'uopo deliberatamente quelle abbiette creature che si trovano in ogni civil comunanza, e segnatamente in quelle dove il governo è il grande artefice della corruzione del popolo, quei miserabili che son pronti a vendere la libertà e la vita dei loro simili, ed a prostituire le loro coscienze per testimoniare falsamente contro l'uomo che si vuoi perdere.

Non ostante però che questo modo di procedere siasi di molto perfezionato, le deposizioni sono generalmente fatte in maniera sciocca e balorda, e portano l'impronta del mendacio nelle assurdità e nelle contraddizioni in esse accumulate fino alla nausea. Che cosa allora avviene? Notate il calcolo: se vi è abbondanza di false testimonianze, qualcheduna di esse finirà col produrre il suo effetto. Né crediate che io parli in tal guisa sbadatamente,

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poiché io dichiaro esser convinto che tutta la procedura è dal principio alla fine concatenata da una logica depravata. Gì'inventori debbono tirare nel segno, finché hanno corde nel loro arco.

farebbe strano io verità, e contrario alle, dottrine della probabilità, se tutta la invenzione fosse distratta ed annullata dalla intrinseca contraddizione. Riflettete ora. a ciò che succede. Supponete nove decimi di una deposizione tanto assurdi da non poter reggere nemmeno dinnanzj ai tribunali napolitani: la polizia ne elimina assolutamente una parte dal processo quanto che sia chiarita assurda dal prigioniero o dal suo avvocato, l'altra parte è sottoposta ai giudici, In ogni altro paese ciò menerebbe ad una indagine ovvero ad un processo per ragione di spergiuro. Ma ivi le cose non procedono a questa guisa, e ciò vien considerato come opera bene intenzionata e patriottica, che per estrinseci motivi è fallita. La faccenda è puramente neutralizzata e ridotta a zero: resta l'altro decimo non intrinsecamente

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contraddittorio: ebbene, direte voi, il prigioniero avrà indubitatamente facoltà di impugnarne la veracità, se è falso, col mezzo di una contro-testimonianza: aimè! l'imputato può aver da affacciare contro-testimonianze alte come montagne: non gli È PERMESSO DI AFFACCIARLE. Ben so che ciò è difficilmente credibile, ma pure è vero.

Le persone processate quando io stava a Napoli chiamarono ed appellarono contro-testimonianze di ventine e di centinaia di individui d'ogni, ceto e d'ogni professione, militari, chierici, pubblici funzÌ9nari ed altri, ma sempre, tranne, a quel che credo, una sola eccezione, la corte, la gran corte criminale di giustizia, rifiutò di ascoltarli: e nella eccezione di cui accenno il testimonio confermò pienamente la dichiarazione del prigioniero.

Naturalmente l'asserzione dell'accusato, quantunque corroborata dalla sua condizione e dal suo carattere, non vai nulla a distruggere la piccola porzione rimanente, e non contraddittoria delle invenzioni dell'abbietto denunziante, comunque

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questa porzione potrebbe esser facilmente sepolta sotto la presunzione di menzogna: e siffatta porzione sfuggita a contraddizione forma l'origliere su di cui, dopo la condanna, quiete e tranquille si adagiano le coscienze dei giudici.

E qui per ragion di accuratezza mi giova osservare che, quando si è ottenuto una falsa testimonianza, il governo è in con dizione di presentarla al tribunale, di ricalarne un mandato di arresto, e di legalizzare in tal guisa l'incarcerazione.

Ora, come son trattati i ditenuti durante il lungo ed angoscioso periodo di dolore e di sofferenza fra la loro illegale calura e l'illegale processo? Le prigioni di Napoli, come è ben noto, sono un altro nome per dinotare l'estremo del sucidume e dell'orrore. Io ne ho vedute alcune, ma noi le peggiori; io le ho vedute co' miei propri occhi, mio signore! I medici del governo non vanno a visitare i prigionieri infermi, ma bensì i prigionieri infermi, uomini con la morte sul viso, si recano a vis tare i medici, e salgono dal fosso della

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Vicaria; perché le inferiori regioni di quelle abitazioni di tenebre son tanto luride e schifose, da non permettere dì attendersi che gli uomini dell'arte possano consentire a lucrarsi il loro pane mettendo il piede in esse.

Per quanto concerne il vitto, dirò ma parola del pane, che io stesso ho vedilo: quantunque nero e secco al massimo grado, era sano; la zuppa, che ivi è il solo elemento di sussistenza, è nauseabonda al segno, che, come mi venne accertato, non è se non la estrema fame che possa vincere la ripugnanza naturale verso di essi. Io non ho trovato modo di gustarla. Il sucidume delle prigioni è veramente bastiate; gl'impiegati, tranne di notte, difficilmente vi entrano. Io fui messo in ridicolo perché leggeva con attenzione i pretesi regolamenti affissi sulle mura esteriori di una di quelle stanze. Uno di quei regolamenti concerneva le visite dei medici a quegli ammalati, lo ho veduto medici cm regolamento nelle mani, ed uomini con un piede nel sepolcro che venivano a

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visitarli e non erano da essi visitati. Io bo passeggiato io mezzo ad una folla di tre quattrocento prigionieri napolitani: erano assassini, ladri, ogni sorta di volgari delinquenti, condannati alcuni, altri no, ed indistintamente frammisti agli imputati politici; non una catena sopra uno di essi, non un impiegato alle estremità dei molti appartamenti separati da porte con chiavi a catenaccio, e da cancelli di ferro: eppure, non solamente non v'era nulla a temere, ma anzi io, in qualità di straniero, fai trattato con molta cortesia. Quei prigionieri formano una società che si governa da sé; l'autorità primaria è quella dei Camorristi, uomini cioè più rinomati fra essi per audaci delitti. Nessuno di essi ha impiego. Quello sciame di esseri umani dorme in una lunga e bassa stanca, dove non penetra altra luce tranne quella che passa per la sola e piccola inferriata collocata ad una delle estremità della stanza. I prigionieri politici hanno, mediante pagamento, il privilegio di stare in una camera separata dalla precedente,


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ma fra esse non è alcuna divisione.

Ciò non è bene, ma pure è ancora lungi dall'essere il peggio. Io darò ora a V. S. un altro saggio del modo con cui sono trattati a Napoli gli uomini illegalmente arrestati, e non ancor condannati. Dal 7 dicembre ultimo al 5 febbraio, Pironti, che prima era giudice, e che è sempre un gentiluomo, e che fu dichiarato colpevole in epoca vicina all'ultimo di detti giorni passò i giorni e le notti, tranne durante il, tempo del processo, con dualtre persone in una cella della Vicaria, larga appena tre metri, al di sotto del livello del suolo, e non illuminata se non da un cancello al di sopra del muro, fuori di cui non potevano spinger lo sguardo.

Due mesi intieri Pironti ed i suoi compagni furon costretti a soggiornare in quel, piccolo spazio che ad essi non era permesso abbandonare né per sentir la messa, né per qualsivoglia altra ragione! E ciò. in Napoli, dove per universale consenso, si sta meglio che nelle province. La presenza dei forestieri esercita qualche piccola

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influenza sul governo: l'occhio dell'umanità, o quello della curiosità, penetra in alcuni di quegli oscuri recinti, che nelle lontane provincie sono al tatto impenetrabili, come nelle belle isole che popolano la costiera, le cui forme pittoresche e romantiche dilettano l'occhio del viaggiatore, ignaro della immensa e desolante serie di umani patimenti che esse nascondono.

Ciò, io diceva, succedeva a Napoli ad un gentiluomo, ad un giureconsulto, ad un giudice accusato, ma non condannato. Ne crediate che il suo caso sia unico od eccezionale. Io non ho avuta facoltà di scegliere, se non, fra quanto mi è venuto fatto di sapere, un esempio al tutto insignificante, in paragone di quelli che mi debbono essere rimasti ignoti.

Ed ora, dopo la dichiarazione di questo fatto, la strana ed apparentemente insensata accusa che io ho mossa contro il governo napolitano, non incomincia forse, a misura che vien rischiarata dalla luce dei fatti, a pigliar sembianze determinate?

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Io so pure di un altro fatto, che credo poter riferire con certezza, quantunque non abbia di esso la stessa cognizione che ho del precedente.

Allorché lasciai Napoli nel febbraio, il barone Porcari era ditenuto nel Maschio d'Ischia, accusato di complicità nella insurrezione calabrese, ed aspettava il processo.

Quel Maschio è una rocca senza luce, non so se 24 piedi o palmi al di sotto del livello del mare. Il Porcari deve starvi giorno e notte, e nessuno ha facoltà di visitarlo, tranne su$ moglie — una volta ogni quindici giorni!

Io probabilmente ho detto finora abbastanza del modo di procedere prima del processo, ma vi è ancora una piccola lacuna a riempire: se l'arresto è contrario alla legge, perché, domanderà qualcuno, non muovere azion penale per causa d'imprigionamento illegale? Ho fatto indagini intorno a questo argomento, ed ho saputo che in questo, come in altri punti, la legge non è difettosa; un'azione di tal fatta

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potrebbe muoversi ed esser buona, solo manca il tribunale che ardisca di accettarla. Ma ciò verrà meglio compreso, allorquando discorrerò delle sentenze politiche; per ora procederò oltre.

Adesso forse io non posso meglio corroborare la mia narrazione, se non intrattenendomi particolarmente del caso di Carlo Poerio, il quale ha tatti i titoli che si confanno al mio scopo. Il padre di Poerio era un ragguardevole giureconsulto: egli medesimo è un educato e compito gentiluomo, un abbondante ed eloquente parlatore, un riverito ed intemerato carattere. Io ho avuto i mezzi di conoscere con certezza qual sia la sua posizione politica. Egli è pretto costituzionale, e siccome io mi astengo da 11'esaminar e il vergognoso capitolo di storia napoletana, che questa parola potrebbe somministrare, debbo pregarvi di ricordare che lo stretto significato di questa parola è identicamente In stesso di quel che è in Inghilterra, che serve cioè a di notare ogni persona cordialmente avversa a tutte le violenze, da

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qualsivoglia lato procedano, e che professa nel suo simbolo politico la conservazione della monarchia sulla sua base legale, per via di mezzi legali, e con tutti quei miglioramenti civili di leggi e di istituti che possono promuovere il benessere e la prosperità della società. Il modello politico di Carlo Poerio è l'Inghilterra, piuttosto che l'America o la Francia. Io non l'ho mai inteso accusare di altri errori politici, se non di quelli di cui possono essere con fondamento di verità appuntati i più intelligenti e più costituzionali, gli uomini di più elevata mente e d'indole più leale fra i nostri medesimi statisti.

Dopo avere accuratamente esaminato il caso di Carlo Poerio, io affermo che la condanna di tale uomo per crimenlese è procedere tanto conforme alle leggi della verità, della giustizia e della decenza, ed al senso comune, è tanto e così grande oltraggio a tutte queste cose, come sarebbe fra noi la condanna di qualcuno fra i più riputati nostri uomini di Stato, di lord John Rossell o di lord Lansdowne,

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di sir James Graham o di voi medesimo. Io non dirò che sia precisamente lo stesso per quanto concerne il suo rango e la sua posizione, ma vi sono pochi uomini di Stato che sieno collocati in più alta condizione, né vi è alcuno fra i nomi di coloro che ho rammentati che sia più caro alla nazione inglese, nessuno forse che sia i lì tanto caro tome è Poerio ai suoi concittadini napoletani.

Tralascio altri lamentevoli e notevoli casi, corri è quello di Settembrini, il quale in una sfera di alcuni gradi meno elevata di Poerio, ma fornito della stessa purezza e rettitudine di carattere, fa processato con lui, e con 40 altre persone, e coni dannato a morte nel mese di febbraio, quantunque per una disposizione umana delle leggi la sentenza non fosse eseguita; ma io temo sia stato egli serbato ad un fato ancor più duro, doppie catene di ferro lo cingono per la vita sopra una rocca lontana e circondata dal mare; v'è anzi ragione a temere che egli sia direttamente soggetto alla tortura fisica,

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la quale, da quanto mi venne attestato da un'autorità rispettabile, ma non certa, è praticata collocando istrumenti acuti sotto le unghie delle dita.

Poco dirò pure del caso di Faucitano, il quale, al pari di Settembrini, venne processato durante l'inverno col Poerio. Il suo caso è speciale, perché realmente eravi fondamento ad accusa: gli si apponeva avere avuto il disegno di uccidere per mezzo di sostanze esplosi ve alcuni ministri ed altre persone, e fondamento al l'accusa era, esserglisi trovato addosso, nella sua saccoccia di petto, in una solenne pubblica occasione, una bottiglia, che fece esplosione senza danneggiarlo nella vita o nelle membra: a questa guisa egli divisava commettere una bizzarria od una pazzia, e perciò fa condannato a morte.

Fino a poche ore prima del tempo fissato si credeva dover egli essere giustiziato: già erano nelle strade i Bianchi, raccogliendo elemosine per messe in suffragio dell'anima sua, e già egli stava

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nella cappella dei condannati col prete al fianco, allorché durante la notte (essendosi deliberato intorno al suo caso in un consiglio di ministri tenuto il giorno) giunse da Caserta un corriere latore dell'ordine di sospensione. Io ho saputo con quali mezzi la grazia fu conseguita, ma non giova al mio scopo darne contezza.

Carlo Poerio fu ministro della corona nell'epoca costituzionale, e tenne uno dei posti più eminenti nel Parlamento napolitano; per quanto concerne la vertenza siciliana, egli propugnava la causa della conservazione della unità del reame; era pure propino alla così detta guerra dell'indipendenza, ma io non ho mai inteso dire che egli fosse di essa maggior zelatore di. quanto lo era lo stesso re di Napoli, e però questo è un punto che non ha alcuna attinenza con l'argomento di cui discorro.

Poerio sembrava godere compiutamente la fiducia del re, il quale rifiutò in sulle prime la demissione, allorché quegli la offrì, e ne richiese i consigli anche dopo averla accettata.

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La narrazione del suo arresto, qual è esposta da lui medesimo a' suoi giudici nel suo costituto in data dell'8 febbraio 1850, merita riscuotere attenzione. La sera antecedente al giorno del suo arresto (18 luglio 1849), una persona ignota lasciò alla sua abitazione una lettera concepita nei seguenti termini:

«Fuggite, e fuggite in fretta, voi siete scoperto. Il governo ha già nelle mani il vostro carteggio col marchese Dragonetti — Una persona che vi ama molto.»

Se egli fosse fuggito, la fuga sarebbe stata ampia prova di reità per coloro dei quali discorro; ma egli, di ciò persuaso, non fuggì, tanto più che nessun carteggio esisteva.

Il 19 luglio, verso le 4 pomeridiane, due persone si presentarono alla sua porta con falso nome, ottennero di entrare, e gli dissero che egli era arrestato in virtù di un ordine orale di Peccheneda, prefetto di polizia. Protestò indarno, la sua casa era circondata, ed egli fu tradotto in solitaria prigione: chiese di essere

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esaminato, e di conoscere la cagione del suo arresto nello spazio delle 24 ore, a termine della legge, ma senza pro.

Alla fine il sesto giorno fu condotto innanzi al commissario Maddaloni, e gli fu rimessa una tetterà suggellata che era a lui indirizzata; la quale, gli venne detto, essere stata compiegata sotto una coperta indirizzata ad un amico del marchese Dragonetti, ed essere stata aperta per isbaglio da un impiegato di polizia che portava lo stesso cognome con nome diverso, il quale, accorgendosi di quel che v'era dentro, le aveva entrambe consegnate all'autorità.

Poerio manifestò il desiderio di aprire quella lettera, e l'aprì infatti in presenza del commissario. Niente poteva essere più elaboratamente e più accuratamente architettato per raggiungere lo scopo. Badate al seguito: l'argomento della lettera era naturalmente una faccenda di alto tradimento, poiché essa annunciava una invasione del Garibaldi, fissava una conferenza col Mazzini. ed accennava ad un


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carteggio con lord Palmerston (il cui nome era goffamente storpiato), che prometteva aiuto alla prossima rivoluzione. «Io mi accorsi subito, dice Poerio, che il carattere del Dragonetti era scioccamente contraffatto, e facendone la osservazione, Dotai che la intrinseca evidenza della bassa invenzione era chiara più di qualsivoglia altra prova materiale.»

Dragonetti è uno dei più ragguardevoli Italiani; ora quella lettera riboccava di spropositi di grammatica e di ortografia. Le altre assurdità sodo appena degne di essere notate, come per esempio la firma del cognome, nome e titolo, e la trasmissione di cosiffatta lettera col mezzo ordinario della posta. Poerio conservava fra le sue carte alcune vere lettere di Dragonetti: esse furono presentate e messe a confronto con quella di cui parlo, e la invenzione fu palese

Dopo la scoperta di questa mostruosa iniquità, a qual partito si appigliò il governo per vendicare non Poerio, ma la giustizia pubblica? A nessun altro,

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fuorché a quello di mettere semplicemente quelle carte in disparte.

Io ho rimato questi ragguagli dal costituto detto stesso Poerio; ma tutta Napoli sa questo fatto, e lo sa con disgusto. Né le carte di Poerio porgevano materia all'accusa; era perciò necessario ricorrere a nuove invenzioni, o forse piuttosto ricorrere a quelle già preparate, ma che dapprima eran sembrate di efficacia inferiore a quella della lettera di Dragonetti.

Un tale, per nome Jervolino, malcontento postulante di basso impiego, fu preposto alla duplice opera dello spionaggio e dello spergiuro; e Poerio, dietro la denunzia di costui, fu accusato di essere uno dei capi della setta repubblicana denominata della Unità Italiana, e di nutrire il disegno di assassinare il re. Poerio chiese di essere confrontato col suo accusatore: egli lo aveva conosciuto lungo tempo prima, ed aveva nominato a' suoi amici il Jervolino come quello che lo avea calunniosamente denunciato al governo; ma il confronto gli fu negato; non gli fu

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detto nemmeno il nome dell'accusatore; fu trascinato di prigione in prigione; fu chiuso, com'egli medesimo afferma, in siti meglio fatti per sozze bestie, anziché per nomini; fu sequestrato dal consorzio degli amici; anche a sua madre, la sola parente prossima che gli rimanesse nel paese, non fu permesso di vederlo per due mesi consecutivi; ed in tal guisa passò sette od otto mesi allo scuro di tutte le testimonianze fatte contro di lui, ed ignaro di coloro che le facevano.

Durante questo periodo di tempo il signore Antonio dei duchi di Santo Vito si recò da lui, gli disse che il governo sapeva tutto, e che qualora avesse confessato, la sua vita sarebbe stata risparmiata. Mentre si faceva il processo, egli chiese a' giudici che il Santo Vito fosse esaminato intorno a questo fatto. V'ha dippiù: il signor Peccheneda medesimo, prefetto di polizia, andò reiteratamele nella prigione, interrogò diversi prigionieri, e. li esaminò con flagrante illegalità senza testimoni e senza prender memoria.

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Uno di costoro fa il Carafa, uomo di nobile famiglia: in una delle sue deposizioni fa dichiarato che lo stesso Peccheneda gli aveva accertato che tutto si sarebbe facilmente accomodato, ov'egli avesse attestate le attinenze di Poerio con certe scritture rivoluzionarie. Ciò non potè essere, ed il prefetto si accommiatò da Carafa dicendo queste parole: «Benissimo, signore, voi volete perdervi; io vi abbandono al vostro fato,»

Ecco qual fa la condotta di Peccheneda, come Poerio medesimo non temè di dichiarare dinnanzi a' suoi giudici. Io debbo aggiungere che ho raccolto da indubitata autorità la narrazione di altre azioni di quel prefetto, le quali pienamente corroborano la credibilità della sopradetta accusa.

Oltre la denuncia od accusa di Jervolino, intorno a cui si aggirò per ultimo il processo, fu pure allegata contro Poerio la testimonianza dello stampatore Romeo, suo coaccusato, la quale consisteva nel dire aver questi inteso nominar Poerio da

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altra persona come ano dei capi della setta. Il valore di questa testimonianza può essere giudicato dal sapere che essa implicava col Poerio due altre persone a quell'epoca ministri del re, il cavaliere Bozzelli, cioè, ed il principe di Torello. Diffatti questo capo d'accusa fu abbandonato, ed era contraddittorio a quello di Jervolino; fu mantenuta solamente l'accusa di far parte di quella società. Voi osserverete che il prigioniero non ricavò assolutamente nessun beneficio dalla dimostrata insussistenza di un capo d'accusa: ogni procedimento veniva basato sul principio che il dovere del governo, con me?zi ve rio falsi, è quello di provare la reità, e che la giustizia pubblica non ha interesse all'assoluzione dell'innocente. Eravi parimenti la testimonianza di un altro coaccusato, Margherita, il quale, dopo averci pensato, dichiarava che Poerio era intervenuto in una riunione dell'alto consiglio della setta, e soggiungeva che in qualità di componente di quella setta rivoluzionaria e repubblicana Poerio fosse

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uno dei tre, che propugnasse la causa della conservazione della monarchia costituzionale, e che perciò egli ne fosse espulso. Su questo punto, senza menzionarne altri, la testimonianza di Margherita era senza alcun valore. È troppo facile a comprendere perché tanti sforzi fossero fatti dai coaccusati per incolpare Poerio, ed altri uomini ragguardevoli; ma essi non riuscivano a salvare coloro che li facevano, forse perché il loro disegno era male eseguito, od anche perché il loro tradimento non era riputato genuino. Nel mese di febbraio Margherita fu chiuso a Nisida nella medesima stanza con quegli che egli aveva denunciati: anzi egli trovasi attualmente incatenato con uno di essi, ed io descriverò più appresso in qual guisa i prigionieri sieno incatenati.

L'accusa di Jervolino adunque (1) fu la sola base, sulla quale poggiarono il processo e la condanna di Poerio.

(1) Poerio fa nominato nella deposizione di Carafa, ma in maniera che provava positivamente la sua innocenza.

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Su questa testimonianza di un uomo senza carattere e senza condizione, il quale era un malcontento postulante d'impiego che credeva poter ottenere per mezzo di Poerio, un gentiluomo di elevatissimo carattere, non ha guari servitore, confidente e favorito del re, fu assoggettato a processo capitale.

L'argomento dell'accusa era il seguente. Jervolino affermava che non avendo potuto ottenere un impiego, per mezzo di Poerio gli chiese d'iscriverlo nella setta dell'Unità Italiana, e che Poerio lo inviò da un tale Atanasio, che Io condusse per farlo ammettere nella setta dall'accusato Nisco, il quale alla sua volta lo inviò ad un tale Ambrosio, da cui Jervolino fu iniziato. Dichiarava questi non ricordare alcuna delle formalità, né il giuramento della setta 1 E non saper nulla nemmeno né del diploma, né delle radunanze che le regole della setta pubblicate, come il governo dice averle trovate, prescrive vano essere indispensabili a lutti i suoi componenti.

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Come sapeva Jervolino, dimandava il Poerio, che io facessi parte della setta, quando mi chiese di esservi ammesso? Nessuna risposta. Perché Nisco, che l'accusa rappresenta come uno dei capi, non lo ammise? Nessuna risposta. Se io faceva parte della setta, essendo ad un tempo ministro della corona, per qual motivo era necessario che mi rivolgessi ad un'altra persona, ad una seconda e ad una terza, per fare ammettere un nuovo settario? Nessuna risposta. Perché Ambrosio, che ha ammesso Jervolino, non è stato molestato dal governo? Nessuna ri sposta. Poteva io essere settario allorché, essendo ministro, ero vituperato e vilipeso dal partito esaltato in tutti i suoi giornali, come difensore della monarchia costituzionale? Nessuna risposta. Tanta era la impudente imbecillità del denunciante, che egli, nel dar contezza delle confidenze che diceva essergli state fatte da Poerio, affermava aver ricevuta l'ultima di esse il 29 maggio 1849, e Poerio dimostrava che il 22 dello stesso mese, vale

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a dire 7 giorni prima egli già possedeva una relazione scritta ed una denuncia fatta contro di lui da Jervolino in qualità di spia stipendiata per sorvegliarlo: e con quel documento nelle mani, egli continuava tuttavia a fare di quell'uomo il suo confidente politico! Questa era l'orditura della testimonianza di Jervolino: queste le sue contraddizioni ed assurdità.

Jervolino, poco tempo prima, era uno spiantato, ed ora compariva ben vestito, ed in buone condizioni.

Già dissi che i molti testimoni chiamati a loro discarico dagli accusati non furono ammessi a deporre, se non in un solo caso, il quale, come ho saputo, fu il seguente.—Allegava il Poerio essergli stato dichiarato da un arciprete, che Jervolino gli aveva detto che riceveva dal governo una pensione mensile dì 12 ducati per le accuse contro il Poerio: interrogato l'arciprete, dietro l'istanza del prigioniero, confermò i suoi detti, e nominò due suoi conoscenti che potevau fare altrettanto.

Mi è stato detto che in un altro casa

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sei persone chiamate da un prigioniero come testimoni a discarico furono arrestale; niente di più probabile. Io stesso ho udita la discussione della testimonianza di Jervolino per parecchie ore dinnanzi alla corte, e mi sembrò che la decima parte soltanto delle cose che ascoltai sarebbe bastata a terminar tutto non solo, ma anche a fruttare al denunciale la meritata punizione dello spergiuro.

Io debbo oltracciò affermare che, quand'anche la sua testimonianza fosse stata coerente e scevra dalla grandissima presunzione di falso, il solo confronto del suo carattere con quello di Poerio sarebbe bastato a rendere indubitata l'associane dell'accusato per qualsivoglia uomo che abbia in mira la giustizia: né credo siavi in Napoli una sola persona di mezzana intelligenza che ponga fede ad una sola parola dell'accusa di Jervolino.

Due eccezioni vennero fatte nel corso del processo.

L'avvocato, di Poerio argomentò che la gran corte straordinaria, dinnanzi la quale


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pendeva il processo, era incompetente a giudicarlo, perché l'accusa risguardava la condotta di Poerio mentre era ministro e componente della Camera dei deputati, e che a norma dell'articolo 48 dello Statuto costituzionale cosiffatte accuse dovevano essere giudicate dalla Camera dei pari. L'eccezione fu rigettata, ed il suo rigetto fu confermato dietro all'appello dell'accusato.

La seconda eccezione era la seguente. Veniva falla categoricamente accusa ai prigionieri che la loro supposta setta avesse cospirato contro la vita di alcuni ministri e del giudice Domenico Antonio Navarro, presidente della corte, prima per mezzo della bottiglia che aveva fatto esplosione nella saccoccia di Faucitano, e poi per mezzo di una corporazione di pugnalatori o di assassini, che dovevano mettersi all'opera qualora il tentativo della bottiglia fosse andato a vuoto: e questo intendimento si diceva motivato dalla crudeltà dei giudizi pronunciati contro persone innocenti.

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I prigionieri protestarono per non essere giudicati dal Navarro, ed egli medesimo presentò alla corte una nota per dichiarare di essere assalito da scrupoli nel seder giudice in questo caso, e manifestare il desiderio di rimettersene in ciò al rimanente dl tribunale.

La corte decise all'unanimità che egli doveva sedere a giudice di quegli uomini intorno ad un'accusa che allegava il progetto di assassinarlo, e condannò i prigionieri ed i loro avvocati, per aver presentata quella eccezione, ad una multa di 100 ducati!

Dietro appello, questa decisione fu confermata, ed entrambe le corti saggiamente osservarono che lo scrupolo sperimentato dal Navarro era una prova della imparziale, delicata e generosa indole dell'animo di lui, ed attestava in pari tempo quanto egli fosse al di sopra di qualsivoglia sospetto; laddove essi ammettevano che sotto le leggi di Napoli, se egli fosse stato da cinque anni impegnato in processo criminale come parte contro gli

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accasati, non avrebbe potuto esserne, giudice. In lai guisa, quell'uomo d'indole delicata, generosa ed imparziale» continuò a giudicare gli imputati, e nel caso di cui ebbi contezza per quanto concerne la votazione dei giudici, Navarro opinò per la condanna e per le pene le più severe.

Mi è stato detto essere sua opinione» e credo non ne faccia alcun mistero, che tutte le persone accusate dal governo del re debbano essere trovate colpevoli. Mi è stato detto, ed io \i porgo piena fede, che Poerio, il cui caso era certamente straordinario anco in faccia a giudici napoletani, sarebbe stato assoluto per la parità di quattro a quattro (la legge prescrive umanamente l'assoluzione in caso di parità), se Navarro, ricorrendo all'intimidazione e minacciando la destituzione ad un giudice di cui mi è stato detto il nome, non avesse ottenuto il numero dei voti necessario alla sentenza di condanna (1).

(1) Pare che definitivamente Poerio sia stato dichiarato colpevole di appartenere alla setta da set de' suoi giudici. (Nota scritta l'11 luglio 1854).

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Ma io non penetrerò di vantaggio in questi iniqui misteri; mi contento di soffermarmi sul fatto che Navarro, alla cui vita, secondo la testimonianza dell'accusa,volevano insidiare i prigionieri, sedeva presidente di quella medesima corte che ei giudicava nel capo; e domando se mai umana lingua può esagerare lo stato di cose di un paese dove enormezze cosiffatte sono consumate con la immediata sanzione del governo? E ciò basti per quanto riflette le eccezioni. Noterò adesso un altro punto singolare che riguarda la corte di giustizia. Essa non sedeva come corte ordinaria, ma bensì come corte speciale. Lo scopo della corte speciale è di far presto, ed in siffatte occasioni il processo è abbreviato per la omissione di parecchie formalità a pro della difesa del prigioniero, le quali mi viene accertato essere importantissime. Oltre a quaranta persone perciò vennero defraudate in cotal guisa di un aiuto importante, con lo scopo di far presto, e questi uomini prima di essere processati erano Stati io carcere più dì 16 o 18 mesi!

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Darò ora un cenno, non della imparzialità della corte, ma del grado dì decenza con cui la sua parzialità è velata. Avvenne in due casi che gli avvocati dei prigionieri giunsero a sapere che i testimoni spergiuri, i quali avevano deposto contro di essi, Don li conoscevano nemmeno di vista.

Nel primo caso l'avvocato domandò facoltà di chiedere al testimonio di additare le persone da esso accusate in mezzo agli imputati che sedevan tutti assieme: e la corte gli diniego questa facoltà.

Nel secondo caso l'avvocato intimò al testimonio di additargli l'uomo delle cui azioni stava parlando: se sono bene informato, Navarro, fingendo di non ascoltare la dimanda, chiamò il prigioniero dicendogli: alzatevi, signor Nisco, la corte deve rivolgervi una domanda. Ciò fatto, fu detto all'avvocato di continuare il suo esame. Un sorriso di amara ironia spunto sulle labbra dei componenti della corte.

Eccovi ora un esempio dell'umanità con cui i prigionieri infermi sono trattati dalla

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gran corte criminale di Napoli. Questa narrazione non è mia; ma è fatta da un gentiluomo e da un testimone oculare, il quale comprende perfettamente la lingua.

«Il numero primitivo delle persone sottoposte a processo per imputazione di far parte della immaginaria setta battezzata dalla polizia col nome di Setta della Unità Italiana era di 42. A capo di essi stava il nome di Antonio Leipnecher, che ora non è più. La sua malattia impedì la corte, per parecchi giorni di sedere. Alla fine Navarro informò i medici addetti alle prigioni che le loro coscienze dovevano' trovare i mezzi di certificare che Leipnecher aveva possibilità di assistere ai dibattimenti la mattina seguente. La mattina seguente io stava al tribunale con un amico, ed ivi incontrammo uno dei medici, col quale quel mio amico era legato d'amicizia. Incominciò a parlare di Leipnecher, e disse che, quantunque costui fosse pericolosamente infermo, la propria posizione però era tale da non poter certificare con sicurezza l'impossibilità in cui

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era il Leipnecher d'intervenire all'udienza, e che perciò aveva informato il presidente che Leipnecher poteva essere trasportato all'udienza in un seggiolone, purché gli fossero dati dei ristorativi, e non gli fosse indirizzata veruna domanda. Io entrai all'udienza, e dopoché gli altri prigionieri ebbero preso posto, fu portato un seggiolone, sul quale era trasportato Antonio Leipnecher in uno stato di fisica e morale prostrazione. Navarro aprì l'udienza facendo leggere dal cancelliere ^interrogatorio di Antonio Leipnecher, ed allorché la lettura fu compiuta, chiese all'accusato se aveva a presentare osservazioni. Il suo avvocato disse aver egli già tentalo di parlare a Leipnecher, ma che questi non era in grado né di rispondere, né di comprendere. Navarro allora rivolgendosi a Leipnecher con tuono minaccioso, gli disse che egli con una vergognosa malattia rovinava la sua causa. Leipnecher rispose alcune osservazioni, che non poterono essere udite, e che perciò vennero ripetute da un altro

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prigioniero, nelle quali disse che i medici non si davano alcuna briga di curarlo. Oh! disse Navarro, scrivete che egli dice che i medici non vogliono curarlo. Il procurato, generale Angelillo allora propose che i medici fossero un'altra volta invitati a dare la lor opinione intorno allo stato di Leipnecher, loccbè essi fecero a capo di un'ora, affermando come egli fosse preso da acuta febbre, e non più in grado di restare nella sala d'udienza. Ma, soggiunse Angelillo, se egli è qui, perché non potrebbe rimanervi? Noi potrebbe, replicavano i medici, senza pericolo immediato di vita. La corte allora sciolse l'adunanza, e quando a capo di due o tre giorni si radunò di bel nuovo, Leipnecher era sceso nel sepolcro.»

Beri comprendo che tutto quanto finora dissi intorno alla gran corte criminale di Napoli potrà essere accolto con incredulità da ogni uomo avvezzo a ravvisare nei giudici di un paese la più elevata personificazione dei principi di onore' e di spassionata equità. Né io intendo dire che

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tutti i giudici di Napoli sian mostri, ma sono schiavi: sono molti, assai mal pagati, e la conservazione del loro impiego è in balìa dell'arbitrio; d'ordinario, per autorità, per elevatezza di condizione, e per morale dignità, essi stanno molto al di sotto dei più ragguardevoli componenti del foro che parlano innanzi ad essi. Il salario più alto di un magistrato credo sia di 4000 ducati annui. Forse gli otto giudici, che attualmente giudicano centinaia di prigionieri politici in Napoli, hanno appena in complesso la metà del salario di un giudice inglese. Ma il punto principale è la tirannica severità con cui sono trattati, qualora non accolgano le accuse mosse dal governo.

Né in verità la stessa assoluzione in cosiffatte occorrenze vuoi dir molto, poiché, siccome il governo arresta ed imprigiona senza mandato od accusa di sorta, così muovendo dallo stesso largo e prediletto principio d'illegalità, reputa cosa da nulla tenere in prigione nomini dopo che sono stati puniti con dite o tre anni


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di prigionia o di terrore, e quindi solennemente dichiarati non colpevoli.

Sui 41 (1) prigionieri (prima della morte di Leipnecher erano 42 ), a cagion d'esempio, che furono definitivamente sentenziati nettò scorso febbraio, sei, se non erro, furono assoluti, e l'ultima cosa che io ho udito dire intorno ad essi, è che anche qualche tempo dopo la loro assoluzione continuavano a stare in carcere! Ponendo mente a questi fatti, si comprenderà senza sorpresa come i giudici abbian goduto per quest'assoluzione la impunità, avuto riguardo alle altre 35 condanne per la maggior parte spaventevolmente severe. Ma guai a' giudici, se essi dimenticano il principale oggetto del processo. Io ho saputo che a Napoli un vecchio di 80 anni, che per mezzo secolo aveva esercitato l'ufficio di giudice, fu destituito e costretto ad esulare poco tempo fa per avere assoluto alcune persone imputate di aver

(1) Se non isbaglio, questo numero era di 40: 8 assoluti, 32 condannati.

(Nota dell'autore — 11 luglio 1851)

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composto o pubblicato un articolo inoffensivo in un giornale.

Un fatto più notorio è recentemente succeduto a Reggio t molti prigionieri erano processati per cause relative al periodo della malaugurata Costituzione; furono assoluti, e la spada della vendetta cadde sui giudici; tutta la corte, dopo aver commesso un simile delitto fu spazzata, come se fosse stata una stalla di Augia; due giudici soli, io credo, probabilmente la docile minorità, furono destituiti soltanto nominalmente, perché collocati in disponibilità, e dichiarati idonei a nuovi destini, che a quest'ora, da quanto io so, debbono aver ricevuti. Ma 6 giudici, la colpevole maggioranza, furono assolutamente destituiti senza misericordia. Come dunque stupire, se con tanta perfezione di disciplina la parola di ordine viene prontamente obbedita anche dai giudici?

Sui 41 imputati nel processo di Poerio, 3 furono condannati a morte, Settembrini, Agresti e Faucitano.

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Poerio stesso fu condannato a 24 anni di ferri. Io credo ohe la votazione fu la seguente: 3 giudici opinarono per l'assoluzione, 2 per i ferri, e 3, compreso quel Navarro d'indole delicata, scrupolosa ed imparziale, per la MORTE su quella testimonianza di Jervolino, che io ho bastevolmente descritta. Le due ultime parti concordarono allora a votare per la punizione minore, ed in tal guisa fu conseguita la. maggioranza, uno dei voti che prima era stato per l'assoluzione, essendosi cambiato in virtù di quai mezzi a cui poc'anzi accennavo, e che venivano convenientemente adoperati da quel delicato, scrupoloso ed imparziale Navarro.

Viene Affermato che succedesse uno strano errore. Pare che la legge napolitana abbia umanamente disposto che, quando tre persone sono dichiarate colpevoli di delitto capitale, la sentenza di morte non può essere pronunciata che per una soltanto. Questa particolarità fu dimenticata dai giudici, e rammentata solamente dal procurator generale

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o da qualcheduno altro, quando si credeva fosse tutto finito.

Io ho anche inteso dire che Settembrini ed Agresti ricevessero a titolo di grazia una commutazione di pena che dovevano avere a titolo di diritto.

Io tacerò i ragguagli di quanto avvenne nel palazzo di Caserta a proposito di Faucitano, ma li ho uditi narrare, e con tutti i loro particolari; ed a me sembra sianvi buone ragioni per credere, che non l'umanità, ma la minaccia di perdere un certo utile appoggio al governo di Napoli, dettò nell'ultimo momento la commutazione della pena.

Non v'è dubbio che l'applicazione detta pena capitale dietro sentenza giudiziaria è assai rara nel regno di Napoli; ma sotto qualsivoglia aspetto si giudichi la pena capitale, io non esito a dire che essa sarebbe atto di squisita umanità, per quanto concerne i patimenti che essa infligge sotto qualsivoglia forma all'uomo, qualora si metta a riscontro con la prigionia che, nei casi di cui vi parlo, è stata ad essa surrogata.

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Né io intendo di distogliere l'attenzione del lettore, accennando alla severità delle sentenze dal gran fatto della illegalità, il quale mi sembra essere il fondamento del sistema napolitano, della il legalità che è la fonte principale della crudeltà, della ferocia e di ogni altro vizio, della illegalità che produce la cattiva coscienza, la quale alla sua volta suscita timori, e questi tirannide, e la tirannide risentimenti, ed i risentimenti vere cagioni di timori che prima non esistevano; il timore in tal guisa è accelerato ed ingrandito, il vizio originario si moltiplica con ispaventevole rapidità, ed il vecchio de lino genera la necessità di commetterne nuovi.

Io ho parlato di Settembrini e della sua creduta e troppo credibile tortura: passo ora a dire ciò che ho veduto od inteso dire in modo assai esplicito da personaggi, la cui autorità non può esser rivocata in dubbio.

Nell'ultimo febbraio Poerio e 16 dei suoi coaccusati, con pochi dei quali egli

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aveva anteriormente conoscenza, furono rinchiusi nel bagno di Nisida, vicino al Lazzaretto, dove una mezz'ora ogni settimana, un po' prolungata dalla mitezza del soprintendente, era lor permesso di vedere i loro amici fuori della prigione: e questo era il solo momento in cui potessero godere della vista delle naturali bellezze che li circondavano: in ogni altra epoca erano obbligati a starsene esclusivamente dentro le mura. Notte e giorno dovevano star tutti, tranne, credo, un solo che stava in infermeria, in una stanza lunga circa sedici palmi, larga dieci o dodici, e quasi dieci alta; per passeggiare, credo, non avessero che lo spazio di pochi metri. Per ridurre queste misure a piedi inglesi bisogna diffalcarne un quinto. Quando i letti eran fatti, la notte, non vi era spazio di sorta fra essi, ed i prigionieri potevano appena stendere i piedi, ed erano incatenati a due a due. In questa stanza erano obbligati a cuocere ed a preparare gli alimenti ad essi inviati dalla bontà dei loro amici. Il livello del suolo

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sovrasta al soffitto della stanza: onde l'umidità di quel soggiorno che aggiungeva grandi sofferenze a quelle della lunga prigionia. V'è una sola finestra naturalmente aperta. Un Inglese forse può immaginare che il continuo contatto dell'aria sia nel clima napolitano piacevole od innocuo: ma non è così; anzi è cosa importante per la salute di aver ivi i mezzi di precluder l'adito all'aria libera, soprattutto al tramonto del sole. Le vicende del clima del resto si senton quivi come altrove, e non di rado di buon mattino il freddo è assai vivo.

Le catene dei prigionieri erano nel modo seguente. Ognuno di essi aveva sui fianchi una cintura di duro cuoio, a cui erano attaccate le estremità superiori di due catene. La prima di esse, composta di quattro lunghi e pesanti pezzi, terminava a guisa di doppio anello fissato attorno la nuca de) piede. La seconda catena, composta di otto pezzi, ciascheduno dello stesso peso e lunghezza dei quattro precedenti, congiungeva l'uno al

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l'altro i due prigionieri, in modo da potere reciprocamente allontanarsi per la distanza di sei piedi. Né runa, né l'altra di siffatte catene è mai tolta né di giorno, né di notte.

L'abito dei volgari colpevoli ed il loro berretto era parimente portato dall'ex ministro del re Ferdinando di Napoli: esso consiste in una tunica ruvida e di smorto color rosso, eoi pantaloni della stessa stoffa, ed è assai simile agli abiti che si fanno in Inghilterra colla stoffa che chiamasi polvere del diavolo; i pantaloni sono quasi neri. Il berretto è fatto ancor esso della medesima stoffa.

I pantaloni sono abbottonati per tutta la loro lunghezza, alfine di poter esser tolti la notte senza togliere le catene. Il peso di queste è di circa otto rotoli, ossia dalle 16 alle 17 libbre inglesi per la più corta, e del doppio per la più lunga. I movimenti dei prigionieri sono pesanti ed incerti, assai più che se una gamba fosse più corta dell'altra. Ma il raffinamento della sofferenza nel caso di cui discorro

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procede dall'essere incessantemente insieme incatenati uomini educati e di elevati sentimenti. Le catene non si tolgono mai per qualsivoglia cagione: ed il significato di queste ultime parole dev'essere ben ponderato: dev'essere preso nel suo senso più stretto. Ebbeue, si potrà dire, questa consuetudine è barbara, e non dovrebbe essere praticata; ma siccome è praticata, sarebbe difficile esentarne gli attuali prigionieri, perché gentiluomini. Questa, mio lord, non è la vera spiegazione: fu anzi, al contrario, in vista di questi gentiluomini che fu introdotta nel bagno di Nisida la consuetudine d'incatenare i prigionieri due a due. Io sono stato assicurato che due o tre settimane prima, le doppie catene di ferro erano totalmente sconosciute fra gli 800 prigionieri che statino in quel bagno, il quale, agli occhi del passeggiero, più spaventoso appare di una torre di torture; e che v'eran pure allora parecchi prigionieri politici, ma di basso ceto, in guisa che lieve aggiunta di punizione sarebbe ad essi stata la doppia catena.


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Fu precisamente allo avvicinarsi dell'epoca in cui Poerio ed i suoi compagni furono inviati a Nisida, che il principe Luigi, fratello del re, il quale in qualità di ammiraglio ha il governo dell'isola, ordinò si adoperassero doppie catene di ferro per coloro che fossero menati bella prigione dopo un giorno indicato, credo fosse dopo il 22 luglio 1850. In tal guisa si riusciva a metterle a Poerio ed a' suoi amici, ed avere il pretesto di poter dire che siffatta misura non era stata adottata per loro, ne per accrescere i patimenti morali ed i fisici, anche non lievi, che ad essi ne sarebber derivati. Fra essi, come ho già detto, erano insieme incatenati il denunziante Margherita ed una delle sue vittime; fra essi io ho veduto co' miei propri occhi un prigioniero politico, Romeo, incatenato nel modo poc'anzi descritto ad un volgare colpevole, giovane che aveva il più bieco e feroce contegno che mi fosse dato vedere fra centinaia di condannati napolitani.

L'ispettore di quella prigione, il generale

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Palomba, non aveva mai, come io venni informato, od almeno non l'aveva per lungo tempo visitata; egli venne precisamente prima che io vi andassi, ed è impossibile non inferire da ciò esser egli venuto per accertarsi che gli ordini per la cresciuta severità non fossero delusi, né rallentati.

Mi è stato detto che i prigionieri politici erano obbligati ad aver la testa rasa, ma ciò non è stato fatto; sono però stati costretti a radere tutta la barba che avevano.

lo debbo dire che fui meravigliato della mitezza con cui i prigionieri parlavano di coloro dalle cui mani pativano sì abbominevoli persecuzioni, e della loro cristiana rassegnazione, non meno che della loro disposizione a perdonare, per cui sembravan pronti a sopportare lietamente qualunque sciagura fosse loro per succedere. La loro salute era evidentemente deperita.

Io vidi la zia di uno di quei prigionieri, uomo di quasi 28 anni, piangere

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discorrendo de' suoi sguardi alterati, e del giovanti colorito che poche settimane prima imporporava le sue guance. Io avrei dato a quel prigioniero l'età di 40 anni. Io aveva veduto Poerio nel mese di dicembre mentre gli si faceva il processo: a Nisida non l'avrei riconosciuto; egli non credeva che la sua salute potesse reggere, quantunque Iddio, soggiungeva, gli avesse dato forza per soffrire. Gli venne suggerito da persona autorevole che sua madre, di cui è il solo superstite sostegno, poteva andare a chiedere al re il suo perdono, ovvero chiederlo egli medesimo. Egli rifiutò fermamente. Quella madre, allorché io stava a Napoli, andava perdendo le sue facoltà mentali sotto il peso delle sue angosce; pareva come se Iddio, più compassionevole degli uomini, si movesse a pietà di lei, poiché, in mezzo al suo dolore, essa godeva di estasi e visioni di riposo. Ella disse ad un giovane medico di mia conoscenza di aver veduto il figliuol suo, ed insieme con esso un'altra persona, L'uno e l'altra stavano

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in prigioni diverse, ed ella non aveva veduto ne l'uno, né l'altra!

Da che ho lasciato Napoli, Poerio è caduto in più profondo abisso di miserie. Mi si dice che da Nisida egli è stato trasferito ad Ischi a, più lungi dalla pubblica sorveglianza, e forse in qualche sito simile al Maschio dove sia Porcari (1); ma quel che io vidi è abbastanza. Non mi è mai avvenuto, e forse non mi avverrà più un'altra volta, di conversare con un gentiluomo così colto e così compito come il Poerio, della cui innocenza, obbedienza alla legge ed amore al suo paese, io ero così fermamente e così ragionevolmente persuaso, come se si

(1) I galeotti del bagno di Nisida, mossi dalla istintiva riverenza verso la virtù, e consci forse, loro malgrado, del divario che correva tra essi il Poerio e i suoi compagni di sventura, eran larghi a costoro di attestati di rispetto e di devozione. Onesto involontario ed eloquente omaggio alle vittime innocenti e gloriose indispettì il governo, il quale, non essendo riuscito a degradare le sue vittime nemmeno nella stima degli omicidi e dei ladri, si vendicò ordinando il traslocamento cui accenna il signor Gladstone. (Nota del traduttore).

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trattasse di vostra signoria o di qualche altro eminente uomo, mentre egli stava innanzi a me, circondato da ribaldi, e vestito colla vile assisa del delitto e dell'ignominia. Ma egli ora è andato là dove non avrà più occasione di tener simili conversazioni; né io posso onestamente astenermi dall'esprimere la mia convinzione che, essendo il Poerio uomo il quale per la sua intellettuale entità è fatto per esser temuto, si vuole raggiungere lo stesso scopo del patibolo con mezzi di esso piò crudeli, e senza il grido d'indignazione che il patibolo solleverebbe.

È tempo che io conchiuda il mio discorso. Potrei in verità aggiungere altre particolarità per dimostrare che il linguaggio adoperato dalle autorità governative più eminenti in Napoli attesta che l'attaccamento alla Costituzione, la quale è la legge fondamentale dello Stato, ivi è punito come delitto; e che molte individui, tanto ecclesiastici, quanto laici, sono patentemente tenuti in prigione non perché abbiano commesso qualche delitto,

 

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o sian sospetti di averlo commesso, ma perché si pensa che con siffatti mezzi può giungersi ad avere in un tempo avvenire un dato,qualunque per incolparli. Ma io terminerò questa ributtante narrazione, accennando ad un fatto il quale troppo chiaramente dimostra in qual conto si tenga dal governo di Napoli la vita delle umane creature.

Ho già parlato delle prigioni napolitane. Sembra che, non ha molto, i prigionieri di Stato rinchiusi nella carcere di Procida, esasperati dal modo con cui erano trattati, tentarono impossessarsi della prigione.

La maniera di reprimere quella rivolta fu la seguente. I soldati che ne avevan custodia gittarono in mezzo ad essi alcune granate, ne uccisero 175, fra cui 17 ammalati che stavano in infermeria, e che non parteciparono in alcuna guisa alla rivolta. Mi è stato detto che per aver consumato questo massacro il sergente che comandava le truppe fu decorato, ed oggi tutti possono vederlo insignito d'un ordine militare.

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Nel riferire questo fatto io non dimentico che una rivolta od un ammutinamento in una prigione è cosa formidabile, ed ha mestieri per esser repressa di energici provvedimenti; ma ponendo mente alle preponderanti forze che dovunque sono gli ordini del potere esecutivo, ed alla indole mite dei Napolitani, non esclusi i delinquenti, nessuno crederà vi fosse stato il menomo pretesto per commettere così grande eccidio.

Mi pare aver detto abbastanza per dimostrare esservi gravissime ragioni per credere che sotto il velo del secreto che cuopre gli atti del governo di Napoli giaccion nascosti i giganteschi orrori di cui ho ragionato, i quali contristano il paese, travagliano intiere classi della società, da cui dipendono la vita e lo sviluppamelo della nazione, scalzano le fondamenta di ogni ordine civile, e preparano la via alle violente rivoluzioni, tramutando il potere a cui è affidato il carico di conservare alle umane società l'ordine e le leggi, di difendere l'innocenza e di punire

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il delitto, in grande violatore dette leggi ed artefice dei mali del paese, primo fra gli oppressori, mortale nemico della libertà e della intelligenza, ed attivo fautore ed istigatore della più abbietta corruzione nel popolo.

Parlando con tanta libertà e con tanta energia degli atti del governo napolitano, io mi son deliberatamente astenuto, ad eccezione di pochi casi evidenti, di nominare gli agenti del potere, assegnando o determinando la loro rispettiva responsabilità; fuori di questi limiti, io non so e non bramo sapere a chi mai cosiffatta responsabilità si addica. Io son persuaso che, quantunque il sovrano sia il vero governante del paese, un velo impenetrabile può nascondere a' suoi occhi l'attuale sistema di mezzi che è messo in opera dal ramo principale del suo governo; io so che parecchie persone opinano ciò succedere per lo appunto nel caso attuale, e debbo aggiungere essere a mia notizia l'esempio di un fatto in cui, essendosi fatto un appello diretto e senza cerimonia

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alla umanità del re, se n'ebbe risposta evidentemente sincera, quantunque a tenore delle ultime notizie # me pervenute, le sue intenzioni siano state avversate da altre influenze e non abbiano sortito alcun pratico effetto.

Ed ora, mio caro lord, io conchiuderò come ho incominciato, col manifestarvi la mia gratitudine di avermi permesso di dirigervi questa lettera. Senza questo permesso, io mi sarei trovato sprovvisto dei mezzi di dare opera con qualche profitto ad un tentativo di produrre un salutare effetto sugli atti del governo napolitano. Io partii da Napoli col fermo proposito di adoperare tutte le mie forze per raggiungere questo scopo e raggiungerlo con prontezza. Ben comprendo quali sieno le eventualità che posson sorgere da un appello fatto alla pubblica opinione in questo ed in altri paesi, e come questo appello, se è forte abbastanza per riuscir nell'intento, può anche aver forza bastevole per rischiare di accelerar lo scoppio del disordine sociale e politico.


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Confesso però francamente che io sono così profondamente e così sentitamente compreso dal pensiero dei mali che attualmente pesano sul popolo napolitani, di quelli di indole affatto opposta che essi van rapidamente producendo, e degli obblighi che da ciò derivano, che io, per aspettarmi a pronti ed evidenti indizi di miglioramento, ho dovuto rassegnarmi nell'aprir quelle vie che la meritata personale autorità vostra confido vorrà schiudermi, rassegnarmi a correre i rischi della pubblicità, qualunque essi possano essere, come forse sarò costretto a correre in contingenze che rifuggo dal contemplare. Aggiungerò che in uno o più casi particolari ho potuto sbagliare nella forma ed anche nel fatto, e già son preparato alla possibile eventualità che qualora le mie asserzioni giungano in qualche guisa alle persone della cui condotta discorrono, esse potranno essere genericamente negate, e la denegazione potrà essere confortata ed accreditata da uno o più esempi, che apparentemente, anzi possibilmente la contraddicano.

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Io ora dichiaro che non assumerò in faccia a vostra signoria l'impegno dì rispondere alle repliche ed alle accuse. Io non posso rimettere la discussione intorno all'esattezza delle mie asserzioni cori coloro che soli le impugneranno perché fra me ed essi non v'é parità di condizioni: prima di tutto perché in Napoli il secreto è la regola quasi generale degli alti del governo, e la perfetta servitù della stampa toglie i mezzi di conoscere le materie controvertibili, e preclude conseguentemente il naturale adito alla verità; in secondo luogo, perché qualora io mi addentrassi in alcuni particolari, sorgerebbero infallibilmente ingiusti sospetti contro parecchie persone, e ne risulterebbero in tal guisa ulteriori persecuzioni; in terzo luogo, e sovra ogni altra cosa, perché io sono tanto certo della veracità delle mie asserzioni nella generai pittura che esse fanno dello stato delle cose, e nei risultamenti generali a cui conducono, da esser convinto che sovrastano a qualsivoglia controversia bona fide,

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e che impegnarsi in controversie di tal genere tornerebbe a posporre, forse indefinitamente, il conseguimento di quei fini pratici che io spero poter Aggiungere. Io non ho scrupolo ad affidare le mie asserzioni al mio credito, perché son convinto che esse sieno in tutto conformi alla verità. Non è sillaba, non è parola, nella quale io abbia scientemente rafforzate le tinte della narrazione oltre ai fatti: molte cose ho omesse, che anche la mia breve residenza in Napoli mi costrinse a conoscere: mi sono studiato di evitare la moltiplicità dei particolari, ed ho specialmente narrato il caso di Poerio, non perché io abbia la menoma ragione di credere che esso sia il più crudele e il più perverso, ma perché io era in grado di meglio narrarne i particolari e perché è uno di quelli che con maggior prontezza degli altri può accattivarsi il pubblico interesse in Inghilterra. Crimine ab uno disce omnes. È tempo oramai che o sia squarciato il velo che nasconde spettacoli più degni dell'inferno che della terra, ovvero che

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qualche notevole mitigazione venga volontariamente adottata.

Io ho assunto la grave e penosa impresa con la speranza di far qualche cosa per diminuire una mole di umani patimenti la più smisurata, io credo, e, per dire il meno, la più acuta di quelle che l'occhio del Cielo contempla; e fermamente spero che questo scopo sarà raggiunto con l'aiuto di vostra signoria, da un lato senza inganno e ritardo, e dall'altro senza i danni e gl'inconvenienti che, ne son pienamente convinto, ne risulterebbero qualora io fossi abbandonato alle sole mie forze.

Mi rassegno, mio caro lord Aberdeen, il vostro sincerissimo

W. E. Gladstone.

(Questa lettera porta la data del 7 aprile 1851, ma non è stata pubblicata se non l'11 luglio dello stesso anno).

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LETTERA  II

Mio caro lord Aberdeen,

La lettera a cui questa fa seguilo era al tatto privata, e fu indirizzata a voi con l'ardente, anzi viva speranza che non avesse ad esser mai pubblicata. Io era cosi persuaso della veracità delle asserzioni in essa contenute, e della estrema urgenza del caso, e dall'altro canto mi era nota, come a tutti è nota, la giusta autorità onde gode il nome di V. S., anche quando voi agite nei limiti personali e privati, che allora quando a mia istanza consentiste a far conoscere le mie rimostranze a coloro a cui sembrava assai desiderevole darne contezza, l'animo mio fu alleviato da un gran peso, e lietamente

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previdi il conseguimento di alcune conseguenze pratiche, le quali, per quanto fossero state lievi, avrebbero ciò non ostante incoraggiata e giustificala la paziente aspettazione per risultamenti più grandi in seguito ad ulteriore e più matura deliberazione. Del resto era cosa tanto intrinsecamente ragionevole appigliarsi anzitutto all'espediente di privale rimostranze, che io non posso aver rincrescimento del procedere serbato, quantunque esso, ad oggetto di essere da voi tutto maturamente ponderato e di dar contezza delle cose alle persone di cui poc'anzi accennavo, producesse lunghi ritardi.

Ma il modo col quale le rimostranze sono state accolte mi ha intieramente convinto che non sarebbe stato ragionevole affidarmi di vantaggio in questo caso alla efficacia delle semplici rimostranze, prima che abbandonando, anche definitivamente, ogni speranza del vostro aiuto, mandassi la mia prima lettera alle stampe. Io bramo pertanto sia chiaramente da tutti

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compreso che di cosiffatto procedere io solo son risponsabile. Io ho creduto perciò mio stretto dovere di presentare le mie narrazioni, mediante la pubblicità, innanzi al foro della opinione, di quella opinione che gira per tutta Europa con una facilità ed una forza di anno in anno sempre crescenti, e che, quantunque possa in alcuni punti mancare, in altri eccedere, è in sostanza informata dallo spirito del Vangelo, in modo che i suoi accenti son sempre favorevoli alla diminuzione degli umani patimenti.

A taluno forse sarà sembrato presuntuoso o chimerico divisamento il mio, di avere sperato una modificazione qualsivoglia nel sistema politico reazionario di un governo, la quale togliesse impulso da' miei sentimenti o dalla mia esperienza. Qua! diritto, mi si potrà chiedere, aveva io fra tante migliaia di viaggiatori ad indirizzar reclamazioni al governo napolitano? Le deliberazioni che determinano il sistema politico di uno Stato, e segnatamente degli Stati assoluti, vuolsi supporre sieno state

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laboriose e solide in proporzione dell'immenso e terribile potere che esse hanno sui pratici destini del genere umano, ed esse non debbono dipendere da una circostanza del momento per deferenza ai desideri od alle impressioni di persone insignificanti o per preconcetto disegni avverse, o, se non altro, irresponsabili. La mia risposta a siffatti dubbi è breve. Io non aveva alcun diritto d'indirizzare reclamazioni al governo di Napoli, sia come uomo sentiva e sapeva essere mio dovere di attestare ciò che mi era stato detto da gente degna di fede, oppure ciò che aveva veduto co' miei propri occhi intorno agli acuti ed indicibili patimenti di creature umane. Persuaso però dall'altro canto che la pubblicazione di siffatta testimonianza era soggetta ad essere adoperata a pro di disegni che non eran di certo ne negli intendimenti, né nei desideri di chi la faceva, e che in tempi di tanta irritabilità e di contrasti, come son quelli che corrono attualmente nel continente d'Europa, lievi cagioni possono

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occasionalmente produrre o tendere ed aiutare a produrre effetti di maggior portata, io volentieri differii di rivolgermi al pubblica, fino a che la questione non fosse stata esaminata privatamente da coloro al cui condotta essa specialmente concerne. E così è succeduto: essi hanno fatto la loro scelta, e mentre io a malincuore ne accetto le conseguenze, la loro mancanza nel prevenirle con qualsivoglia pratico miglioramento non sarà mai da me allegata come condizione aggravante la primitiva loro responsabilità.

Altre persone forse saranno scontente che io, invece di richiamare su questa grave e penosa questione l'attenzione della Camera del Parlamento a cui ho l'onore di appartenere, mi prevalga a preferenza del mezzo della stampa; intorno alla qual cosa io dirò di essermi deliberatamente astenuto dal fare ingerire delle mie narrazioni le influenze inglesi ufficiali diplomatiche o politiche; associandole agl'interessi di cui discorro, avrei forse riscosso maggior grado di attenzione, ma dall'altro

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canto avrei suscitato contro le mie rimostranze e contro ciò che credo essere un sacro scopo di umanità le gelosie di altri Stati d'Europa, parimenti che di suscitare nello stesso regno delle Due Sicilie quei lodevoli sentimenti d'indipendenza nazionale che sono il fondamenta del patriottismo.

Nel fatto poi io sarei stato cagione che la cosa in se medesima sarebbe stata essenzialmente mal fondata. Le reclamazioni e gl'interessi di cui discorro non son quelli dell'Inghilterra: o essi sono intieramente nulli e deficienti di valore, o sono grandi quanto è estesa la razza umana, e com'essa longevi.

Forse, qualcuno soggiungerà, meglio varrebbe conseguire qualche parziale rimedio a tanti mali mediante l'influenza politica e la potenza dell'Inghilterra, anziché non conseguirne alcuno; ma io sono profondamente compreso dalla coscienza dei mali che conseguiterebbero a siffatto modo di procedere, e talmente che in tal guisa si accrescerebbero


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 il numero e la efficacia delle cagioni che impedirebbero ed anche agirebbero in senso opposto, che io de libera la mento mi astengo dai far appello alle generose simpatie con le quali, ne son certo, il Parlamento britannico accoglierebbe la comunicazione de' miei racconti; ed anzi, se di essi si favellerà in quel recinto, ciò non succederà per opera mia, né per incoraggiamento da me dato, né in virtù del mio consenso.

Nei rileggere e ripensare i termini della lettera che indirizzai alla S. V. il 7 aprile scorso, scorgo in essi un calore che può porgere applico alla critica, ma che allora ed oggi sembra a me generalmente giustificato dai tatti. Io vi trovo una gran varietà di allegazioni che nell'animo di alcuni ecciteranno orrore ed indignazione, saranno da altri accolte con incredulità e dal maggior numero con sorpresa: poche con indifferenza.

Alle energiche affermazioni di alcuni di quei fatti, io trovo di aver congiunta la confessione, che di parecchi di essi mi riusci impossibile verificare l'esattezza nei

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particolari, poiché le ordinarie sorgenti a cui si attingono siffatte notizie sono chiuse, perché le mie affermazioni non possono essere a Napoli argomento di libera discussione, e perché il semplice sospetto che il governo avesse contro un Napolitano di aver comunicato a qualcuno, e segnatamente ad un inglese, e potrei farse aggiungere in modo speciale a me fra gl'Inglesi, idee, ovvero fatti sfavorevoli ai governo, lo renderebbe immediatamente oggetto di spionaggio e vittima di un delatore. Oggi, come allora, io son convinto che nel complesso della mia narrazione non v'è esageratone, che ho fatto quanto per me potevasi all'uopo di raggiungete la massima esattezza nei particolari, che forse le pia brutte particolarità sono desunte per pubblica notorietà, ovvero per mia personale esperienza, e chiedo buone ragioni di esser sicuro che ogni tentativo a cui dassi opera per conferire con qualche suddito napolitano, o per servirmi di esso con lo scopo di fare regolari indagini, e che ogni cenno diretto o indiretto

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di alcuna di quelle persone da cui ebbi notizia dei fatti sarebbe funesto una loro personale libertà e felicità,

Ma ora io non mi appoggio soltanto su queste, ragioni. La certezza della generale verità della mia narrazione è cresciuta, ed i timori di essere incorso in qualche errore materiate nei particolari è diminuito, dacché vi scrissi la mia prima lettera, a cagione della testimonianza negativa ma potente del modo col quale la mia lettera fu accolta.

Scrivendo nel mese di luglio, io non trovo alcun che da togliere alle allegazioni da me fatte nell'aprile. La mia opinione rispetto, al numero dei prigionieri politici nel regno delle Due Sicilie è stata, egli è vero, contraddetta con asserzioni, dalle quali risulta ohe invece di 20,000 sono all'incirca 2,000. Ma anche quest'ultimo numero non è stato sempre ammesso; poiché ricordo che nel mese di novembre scorso un ragguardevole Inglese, il quale aveva strette relazioni con la corte, mi disse che essi erano meno di 1,000.

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Io ho avuto cura di notare che la mia affermatone poggiava soltanto sopra una opinione; opinione, a parer nato, ragionevole, ma sempre opinione. Ma io lascerò al governo napoletano intiero il beneficio di questa contraddizione; sarebbe gran sollievo per me poter dire onestamente che essa ad un tratto meritò la mia piena fede.

I lettori delle mie lettere non saranno sorpresi, se io esito nell'accettarla; voglio però aggiungere che, a parer mio, tanto il numero dei prigionieri, quanto le condizioni delle prigioni, sono cose in sé medesime secondarie. Se i prigionieri sono legalmente arrestali, legalmente trattati prima del processo, e legalmente processati: questo solo è il punto principale. Se v'è legalità, noi non dobbiamo sperimentare alcun gran timore intorno al gran numero di prigionieri. Ma la mia principale accosti versa appunto intorno alla grande illegalità del procedere, ed il numero dei prigionieri e le condizioni delle prigioni non diventano materia di tanta importanza

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se non messe a riscontro della illegalità d'un tale procedere.

Sarà stato osservato che io nella mia prima lettera ho parlato di quanto io stesso ho veduto nelle prigioni napolitano, ed i pochi casi di quanto ho udito dai prigionieri; credo ora necessario allegare il motivo che mi mosse a cercar di entrare nelle prigioni. Non fu vana curiosità, ma coscienza del dovere che m'incombeva di essere, per quanto era in poter mio, testimonio oculare dei fatti prima di decidere a qual passo ulteriore appigliarmi. È parimenti sacro dovete per me affermare che quegli infelici non sono in alcuna guisa ed in nessun grado responsabili della visita da me fatta al loro mesto soggiorno, e ch'essi in nessun modo concorsero a tutto quanto io ho detto e fatto prima e poi. Se essi, come mi è stato riferito, sono stati assoggettati ad un aumento di patimenti e di durezze, siffatto procedere non può essere giustificato per i pretesti accennati.

Aggiungerò pure che nello accennare

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ai loro pareri ed alle loro affermazioni intorno ai processi, io non ho fatto altro se non citare memorie stampate ch'ebbi tra le mani senza opera loro e senza che essi il sapessero. Se una cosa fatta da me soltanto ed esclusivamente per giungere a sapere la verità, coi soli mezzi che erano in poter mio, avesse potuto produrre aggravamento delle condizioni di uomini innocenti, ciò non farebbe altro, se non aggiungere una prova novella alla miserabile tendenza che ha la tirannide; al pari di qualsivoglia altro male, di moltiplicarsi cioè, e di riprodursi.

Noi chiamiamo necessità la difesa del tiranno, e tale essa è; ma non è soltanto una difesa, è anche una ragione, è insegnatrice di dure e crudeli opere, e l'abuso arbitrario della elevata nostra facoltà di scegliere con lo scopo del male, tosto conduce ad uno stato di cose in cui la comune volontà è facilmente vinta, ed è mestieri d'una risolutezza quasi eroica per arrestarne il corso fatale.   

Non è mio intendimento aggiungere

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altro alla narrazione dei fatti contenuti nella mia lettera precedente, i quali non sono che una porzione, e non sempre la più significante, di quelli che avrei potuto narrare. Quali essi sono mi sembrano bastevoli allo scopo e del resto, procedendo direttamente, farei correre probabilmente rischio, non di certo alle persone che mi hanno comunicalo i fatti, ma a coloro che gli agenti di polizia posson supporre, o posson trovar conveniente pretender di supporre di avermeli comunicati

Lo scopo principale della presente lettera è di sostenere la generale probabilità delle mie affermazioni, mediante fatti indubitati, succeduti in altre parti d'Italia e nella stessa Napoli, fatti che dipingono uno stato di cose che noi assai difficilmente possiamo credere od anche comprendere, ma che ivi pur troppo son consueti e veri.

Io non sono malcontento che la mia narrazione sia stata in sulle prime accolta con incredulità; credo anzi, ad onore

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dell'umana natura, che narrazioni di quella fatta dovevano essere accolte io quella guisa; gli uomini dovevano andare a rilento nel credere che siffatte cose possano succedete, e succedere in un paese cristiano, sede della più antica civiltà europea, dovevano essere piuttosto disposti ad accagionar le mie asserzioni di fanatismo o di follia, anziché porgervi fede come a narrazione verissima dell'attuale, precedere di un governo stabilito; ma non ostante queste loro disposizioni, mi affido che essi non vorranno precludere l'adito alla luce negli animi loro per quanto penose siano le viste che debba ad essi schiudere. Anche io ho esperimentato in me medesimo cosiffatta incredulità, e bramerei di poterla tuttavia sperimentare; ma essa ha ceduto alla convinzione grado a grado, e con rincrescimento sempre nuovo ad ogni nuova testimonianza dei fatti; e pero io mi studierò, per quanto son capace, a guidare l'animo del leggitore per quella via per cui passò il mio, accennando alcuni fatti

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caratteristici, i quali meglio di un'astratta descrizione, daranno fedele idea dell'atmosfera politica dell'Italia.

Nelle ultime righe dell'altra mia lettera per esempio, io ho parlato della polizia napolitana in modo che sarei motto dolente di applicare in tanti altri paesi a quella gente che la polizia, come  noi la intendiamo, è specialmente destinata a vegliare. Fra di noi l'ufficiale di polizia è oggetto di universale riverenza, riverenza la quale è severità dalla tradizione, ed è confermata dalla condotta di quegl'impiegati, né abbiamo al presente una parola per dare al vocabolo polizia un significato sfavorevole, laddove nella lingua italiana le parole sbirro o sgherro esprimono ad un tempo la degradazione della persona designata ed il disprezzo di chi la pronuncia: sarebbe impossibile di tradurre esattamente in inglese quelle due parole.

Avendo parlato del modo con cui gli altri parlano degl'impiegati di polizia in Italia, ecco un saggio del modo con cui

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l'impiegato di polizia italiano tratta se medesimo. Tolgo questo esempio dalla Lombardia: son molto alieno però dal dire che la polizia di quel paese sia scesa al livello di quella di Napoli. Era tu questi ultimi tempi in Milano un ben noto impiegato di polizia per nome Bolza. All'epoca della rivoluzione del 1848 furono scoperte le note private del governo sulla indole de' suoi agenti. Bolza quivi è descritto come un personaggio di aspri modi, falso, tutt'altro che rispettabile, venale, napoleonico fanatico fino al 1815, quindi partigiano dell'Austria con ugual calore «e domani turco, se Solimano entrasse in questi Stati», e capace di tutto contro amici o nemici per amor di danaro. Però, continua la nota, «egli capisce il mestiere, ed è adesso al tutto idoneo. Nulla si sa della sua morale o della sua religione.» Ma un libro pubblicato a Lugano contiene la sua ultima volontà, e questo curioso documento attesta come anche un uomo di quella risma avesse coscienza della sua propria degradazione.


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«Io proibisco assolutamente, egli dice, a miei eredi di collocare segno di qualsivoglia sorta sulla mia sepoltura, nessuna iscrizione, nessun epitaffio. Io raccomando alla mia amatissima consorte d'inculcare a' miei figli la massima che qualora, essi si trovino in condizione di sollecitare un impiego dalla generosità del governo, lo chieggano in qualsivoglia dicastero che non sia quello della polizia esecutiva: ed a meno di circostanze straordinarie di non acconsentir mai al matrimonio di una delle mie figlie con un impiegato di polizia (1).»

Accennerò ora due fatti narrati dal Farini, il recente e reputato scrittore di una storia degli Stati della Chiesa dopo il 1815.

«In una circolare confidenziale del cardinale Bernetti è prescritto ai giudici di infliggere sempre il più alto grado di punizione ai liberali imputati di delitti ordinari (2),» Bernetti non era partigiano

(1) Gualterio Gli ultimi rivolgimenti italiani — vol, 1, pag, 431.

(2) Farini — Lo Stato Romano — vol. 1, p. 77, lib 1, cap. 5 (nota).   

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dell'Austria; dicesi anni che egli, nei primi tempi del regno di Gregorio XVI, fosse scalzato dal potere per opera dell'influenza austriaca. Il suo disegno prediletto era l'intiera indipendenza dello Stato pontificio; e perciò la circolare di cui ho fatto menzione è puramente italiana.

Ciò succedeva sotto il regno di Gregorio XVI. Sotto quello di Leone XII il Cardinal Rivarola andò come legato a latere in Romagna. Il 31 agosto 1825 egli pronunciala sentenza coltro 508 persone, fra cui 7 a torte, 49 ai lavori forzati da 10 anni da perpetuità, e 52 alla prigione per epoche simili. Queste sentenze furono pronunciate privatamente dietro il semplice volere del cardinale, e sulla semplice presunzione che i condannati facessero parte di sette liberali; e ciò, cosa che più d'ogni altra fa senso ad un Inglese, dopo un processo analogo a quello di un gran giurì (paragono il processo, non le persone), e non senza aver dato agli accusati alcuna opportunità di difendersi (1).

(3) Ibid. Cap. II

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Citerò parimenti un editto pubblicato dal duca di Modera il 18 aprile 1833; il quale prescrive che i prigionieri politici possono essere condannati a' qualsivoglia punizione materialmente minore di quella che la legge infligge allorché il delitto è provato, senza alcuna forma di procedura e senza processo, nei casi ne' quali non si crede dover svelare i nomi dei testimoni né di far note le loro deposizioni. A queste pene era d'ordinario aggiunto l'esilio, e potevamo essere a discrezione aggiunte le multe ed altre penalità! Quest'editto può leggersi nel noto giornale intitolato La Voce della verità, num. 110.

Avendo ora accennato a pochi particolari fatti per render ragione dei princìpi che qualche volta hanno informata la condanna dei governi italiani, passo a discorrere di alcuni punti materiali relativi all'attuale condizione politica del governo di Napoli.

Nella mia prima lettera manifestai per qual motivo mi astenessi da ogni discussione intorno a questo argomento, ma in

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pari tempo accennai essere necessario toccare alcuni punti che ad esso riflettono, ad oggetto di rendere comprensibile l'attuale sistema politico di quel governò.

Nemo repente fuit turpissimus; e nessun governo potrebbe ad un tratto raggiungere tali estremi di timore, di crudeltà e di bassezza, pari a quelli che a me toccò l'increscioso dovere di descrivere, qualora non vi fosse spinto dalla mala coscienza e dalla necessita di riparare a vecchi misfatti commettendone di nuovi.

Nel mese di gennaio 1848 una Costituzione fu conceduta al regno di Napoli: essa fu proclamata e giurata dal principe con ogni maniera di solennità e fra l'universale gioia del popolo. Il gesuita Liberatore, in un sermone pronunciato addì 15 aprile 1848, diceva: «II sovrano non si è mostrato né ostinatamente tenace, né precipitosamente arrendevole: egli ha procrastinato, anzi ha rifiutato Anche non gli venne dimostrato che la domanda procedeva dall'universale

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desiderio del popolo, e non dalle isolate pretensioni di un partito: egli si è degnato acconsentire con gioia, quando era ancora in poter suo la facoltà di resistere. Chiaro appare in tal guisa che egli si determinò a questo passo non per violenza e per timore, ma in virtù della sua libera e sagace volontà (1)».

II 15 maggio avvenne il conflitto, la cui origine è diversamente narrata da persone1 di diversa opinione: la sua fine però fu la vittoria indubitata e compiuta del re e delle sue truppe, ed ecco le parole testuali con cui il trionfante monarca reiterava le sue assicurazioni relativamente alla Costituzione:

 

«NAPOLETANI!

Profondamente addolorati dall'orribile caso del 15 maggio, il nostro più vivo desiderio è di raddolcirne quanto è possibile le conseguenze. La nostra

(1) NAPOLI E LA COSTITUZIONE. — Stamperia del Fibreno, strada Trinità Maggiore. n. 26, 1848.

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fermissima ed immutabile volontà è di mantenere la Costituzione del 10 febbraio pura ed immacolata da ogni eccesso, la quale, essendo la sola compatibile coi veri e presentì bisogni di questa parte d'Italia, sarà l'ara sacrosanta, sulla quale devono appoggiarsi le sorti dei nostri amatissimi popoli e della nostra corona.

Le Camere legislative saranno fra momenti riconvocate, e la fermezza, la sapienza e la prudenza che attendiamo da loro saranno per aiutarci vigorosamente in tutte quelle parti della cosa pubblica, le quali hanno bisogno di saggi ed utili riordinamenti.

Ripigliate adunque tutte le consuete vostre occupazioni: fidatevi con effusione d'animo della nostra lealtà, della nostra religione, e del nostro sacro e spontaneo giuramento, e vivete nella pienissima certezza che la più incessante preoccupazione dell'animo nostro è di abolire al più presto, insieme collo stato eccezionale e passeggiero in cui ci

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troviamo, anche, per quanto sarà possibile, la memoria della funesta sventura che ci ha colpiti (1).»

Eccovi ora alcuni brani di quella Costituzione, la quale incomincia col seguente solenne preambolo, su cui richiamo in particolar modo la vostra attenzione:

«In conformità del nostro sovrano decreto del 29 gennaio 1848, col quale, accedendo all'unanime desiderio dei nostri amatissimi sudditi, abbiam promesso di nostra piena, libera e spontanea volontà, di stabilire nel regno una Costituzione conforme alla civiltà dei tempi, ne accenniamo ora le basi fondamentali, riservandoci di ratificare tutto quanto sarà disposto nei principi a norma del progetto che i nostri ministri di Stato debbono sottoporci nello spazio di 10 giorni; deliberati di dare immediato effetto a questa ferma risoluzione del nostro animo: nel nome temuto di Dio Santissimo Onnipossente uno e trino, a cui solo appartiene di leggere nel

(1) Farini, lib. III, cap. VIII.

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fondo dei cuori, e che altamente invochiamo a giudice della rettitudine delle nostre intenzioni e della illimitata sincerità con cui siam determinati ad entrare nelle vie dei nuovi ordini politici: udito con matura deliberazione il nostro consiglio di Stato, abbiamo decretato di proclamare e proclamiamo come irrevocabilmente sanzionata da noi la seguente Costituzione»

Seguono i particolari articoli, fra' quali giova al mio scopo citare soltanto i seguenti:

«Art. I. 11 regno delle Due Sicilie sarà d'ora in poi governato da una monarchia temperata ereditaria e costituzionale, con le forme rappresentative.

Art. IV. Il potere legislativo risiede «congiuntamente nel re e in un Parlamento nazionale formato da due Camere, una di pari, l'altra di deputati.

Art. XIV. Nessuna imposta può essere decretata se non in virtù di legge, comprese le imposte comunali.

Art. XXIV. La libertà individuate è

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guarentita. Nessuno può essere arrestato se non io virtù di un mandato emanato nelle debite forme legali dall'autorità competente, tranne i casi di flagranza«o di quasi flagranza. In caso di arresto preventivo, l'accusato dev'essere consegnato all'autorità competente entro il termine non maggiore di 24 ore, ed in questo stesso termine gli debbono essere notificate le ragioni del suo arresto (1).»

Coloro i quali bramassero maggiori ragguagli potranno consultare le storie di questi avvenimenti (2). Io mi limiterò soltanto ad abbozzare le attuati condizioni di cose.

Per quanto concerne l'articolo primo, la monarchia di Napoli è perfettamente assoluta ed illimitata.

Per quanto concerne l'articolo IV, non


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1) La Costituzione politica del regno di Napoli. — Presso Gaetano Nobile, strada Toledo, num. 166. 1849.

2) Come per esempio I Casi di Napoli, di Massari. — Torino, 1849. Massari è un ex deputato.

3)

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vi esiste né Camera di pari, né Camera di deputati.

Per quanto concerne l'articolo XIV, tutte le tasse sono imposte e prelevate in virtù dell'autorità regia soltanto.

Per quanto concerne l'articolo XXIV, furono arrestate, mentre io stava in Napoli, poco prima del Natale, centinaia di persone senza legale mandato e senza il menomo pretesto di flagranza o quasi flagranza; esse non furono consegnate all'autorità competente a capo delle 24 ore, od anche mai, ed erano tenute dalla polizia in rigorosissima prigionia senta riferirsene in alcuna guisa ai tribunali, e senza dar contezza ai prigionieri di una ragione qualsivoglia del loro arresto. E questi sono i fatti relativi all'origine della Costituzione napoletana, a' suoi termini ed all'attuale contegno del governo, il quale è in ogni punto in contraddizione ed in diffidenza contro la legge fonda mentale. Ognuno comprenderà chiara mente quanta luce getti sulle desolanti al legazioni, ed a prima giunta appena

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credibili, della mia prima lettera, siffatto contrapposto fra le leggi del paese e gli atti non accidentali, ma costanti e più essenziali del governo.

Io però posseggo un'altra testimonianza di cui debbo favellare, la quale chiarisce in modo penosissimo e rivoltante la concatenazione, la finitezza ed il perfetto ordinamento del sistema che ho stimato mio dovere tentare, per quanto le mie facoltà mel permettevano, di esporre e di denunciare.

Non è quasi mestieri osservare che nel regno di Napoli la stampa e l'educazione del popolo dipendano intieramente dal governo, e che, mettendo da canto la questione di sapere fino a qual seguo i poeti di conflitto con la Chiesa possano farà eccezione a questa tegola, nulla in quel paese s'insegna o si stampa se non previa la sanzione del governo ed a seconda delle sue mire.

Citerò all'uopo uno dei libri più singolari e più detestabili che mi sian giammai caduti sottecchi: è intitolato

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Catechismo filosofico per uso delle scuole inferiori, ed il suo motto è Videte ne quis vos decipiat per philosophiam, Ne posseggo due edizioni: una stampata a Napoli presso Raffaele Miranda, Largo delle Pigne, n. 60, 1850; l'altra fa parte di una serie intitolata: Collezione di buoni libri, a. favore della verità e della virtù — Napoli, Stabilimento tipografico di A. Festa, strada Carbonara, num. 104, 1850. Scendo a questi particolari, perché comprendo che, se non facessi così, desterei il sorriso di non irragionevole incredulità.

La dottrina insegnata nel primo capitolo è che la vera filosofia dev'essere ai giorni nostri insegnata ai giovani ad oggetto di far contrapposto alla falsa filosofia dei liberali, la quale è insegnata da uomini viziosi e malvagi, bramosi di render gli altri al par di loro viziosi e malvagi. Son quindi enumerate le qualità di questi filosofi liberali una delle quali è la disapprovazione degli atti rigorosi delle autorità legittime.

I filosofi liberali, insegna il Catechismo,

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producono ogni sorta di mali, e segnatamente la dannazione eterna dell'anima. Il discepolo domanda quindi con gran semplicità al suo maestro, non se tutti i liberali son scellerati, ma se sono scellerati tolti allo stesso modo. La risposta è. la seguente: «No, figliuol mio, perché alcuni sono freddi e perversi ingannatori, altri sono miseramente ingannati; ciò nondimeno essi battono la stessa strada, e se non mutar cammino, andranno tutti nella stessa carcere.»

II significato di queste parole, a parer mio, è che tutti coloro i quali professano quelle che in Napoli son dette opinioni liberali (ed alcuni di costoro non sarebbero denominati alla stessa guisa in Inghilterra ), anche nella forma più innocente di semplici vittime dell'inganno, a meno che non abbandonino siffatte opinioni, sono perduti in eterno.

L'altra domanda del discepolo è se tutti coloro che portano mustacchi o barba sian filosofi liberali!

Nei capitoli susseguenti il discepolo

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è erudito intorno alla vera indole del potere sovrano. L'autore nega interamente ogni obbligo di obbedire alle leggi informate da principio democratico, essendo cosa, a parer suo, essenzialmente assurda che il potere governativo risegga nei governati, ai quali Iddio non concede mai siffatto potere. Negli Stati Uniti perciò non v'è potere sovrano. Questa è la dottrina altamente rivoluzionaria ed anarchica propagata col manto di lealtà e di religione.

Il potere sovrano, insegna quel Catechismo, non è solamente divino (asserzione della quale non muoverei all'autore alcun rimprovero), ma illimitato; e non solamente illimitato nel fatto, ma illimitato per la propria natura ed in ragione della sua divina origine. Ed eccoci granii allo scopo di tutto il libro, In vista del quale questa filosofia è stata fatta scendere dai sapienti napolitani dall'altezza dei cieli al livello delle scuole inferiori. Questo potere naturalmente non può essere limitalo dal popolo, perché il dovere

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di questo consiste semplicemente nel l'obbedire.

«Discepolo. Può il popolo stabilire da sé le leggi fondamentali di uno Stato?

«Maestro. No, perché una Costituzione, ossia le leggi fondamentali, sono necessariamente una limitazione della sovranità: e questa non può ricevere alcun limite se non in virtù di un atto della propria volontà, altrimenti non sarebbe più quel supremo ed altissimo potere creato da Dio per il benessere della società.»

Io continuo a tradurre; tutto l'argomento inerita attenzione, e si vedrà che le vere e non erronee condizioni delle cose napoletane sono accuratamente descritte e pienamente contenute nelle abbominevoli dottrine ivi inculcate.

«Discepolo. Se il popolo nell'eleggere un sovrano gli avesse imposte certe condizioni e eerte riserve, non formerebbero queste Condizioni e queste riserve la Costituzione della legge fondamentale dello Stato?

«Maestro. Esse la formerebbero, purché

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il sovrano le avesse concedute e ratificate liberamente: altrimenti no, perché it popolo, che è fatto per ubbidire e non per comandare, non può imporre una legge al sovrano, il cui potere deriva non da esso, ma da Dio.

«Discepolo. Supponete che un principe, assumendo la sovranità di uno Stato, abbia accettata e ratificata la Costituzione, o legge fondamentale di esso Stato, e che abbia promesso o giurato di osservarla: è egli obbligato a mantener la promessa e conservare quella Costituzione e quella legge?

«Maestro. È obbligato, purché essa non distrugga le fondamenta della sovranità, e purché non sia opposta agli interessi generali dello Stato.

«Discepolo. Voi dunque credete che un principe non è obbligato ad osservare la Costituzione allorquando essa impugna i diritti della sovranità?

«Maestro. Noi abbiam già veduto che la sovranità è il supremo potere ordinato e costituito da Dio nella società per il

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bene della società, e questo potere conceduto e fatto necessario da Dio dev'essere conservato inviolato ed intiero, né può essere ristretto od abbattuto dall'uomo senza porsi in conflitto con gli ordini della natura e con la divina volontà. Allorquando perciò il popolo ha proposto una condizione che abbassa la sovranità, ed il principe ha promesso di osservarla, la proposta è un'assurdità, la promessa è nulla. Il principe non è obbligato a conservare una Costituzione che è in opposizione coi divini comandamenti, ma è obbligato a conservare intiera e intatta la suprema potestà stabilita da Dio e da Dio a lui conferita.

«Discepolo. E perché credete voi che il principe non è obbligato a mantenere la Costituzione quando la trova contraria agli interessi dello Stato?

«Maestro. Iddio ha creato il supremo potere per il bene della società. Il primo dovere perciò della persona che ne è investita è quello di promuovere il bene della società. 8e la legge fondamentale

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dello Stato si trova esser contraria al suo bene, e se la promessa fatta dal sovrano di osservarla l'obbligasse a promuovere il detrimento dello Stato, la legge diventa nulla, nulla la promessa, perché il bene universale è l'oggetto di tutte le leggi, e promuover questo bene è la principale obbligazione del sovrano. Supponete che un medico abbia promesso e giurato al suo infermo di salassarlo; se egli si persuade che questo salasso gli sarebbe fatale, è obbligato ad astenersi dal farlo, perché a tutte le promesse ed §i tutti i giuramenti sovrasta l'obbligo del medico di attendere alla cura del suo infermo. Nello stesso modo qualora il sovrano trovi che la legge fondamentale è seriamente nociva al suo popolo, egli è obbligato a cancellarla, perché, a dispetto di tutte le promesse e di tutte le Costituzioni, il dovere del sovrano è il bene del suo popolo. In una parola, un GIURAMENTO non può mai essere un'obbligazione a commettere il male, e perciò non può mai costringere il sovrano a fare ciò che è dannoso a' suoi sudditi.


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Il capo della Chiesa d'altronde ha ricevuto da Dio l'autorità di sciogliere le coscienze dai giuramenti allorché egli giudica che ve ne siano ragionevoli cagioni.»

Viene ora la pietra di volta dell'arco, la quale compie e cementa tutta la fabbrica con la concatenazione e la finitezza che possono appartenere alla frode, alla menzogna, alla ingiustizia ed all'empietà.

«Discepolo. Chi deve decidere, se la Costituzione lede i diritti della sovranità ed è contraria al benessere del popolo?

«Maestro. Il sovrano, perché in lui risiede il supremo potere stabilito da Dio nello Stato con lo scopo del buon ordine e della felicità.

«Discepolo. Non vi può essere il pericolo che il sovrano violi la Costituzione senza giusto motivo, per illusione di errore o per impulso di passione?

«Maestro. Gli errori e le passioni sono le infermità della razza umana; ma non si deve rinunciare alle benedizioni della salute per timore della malattia!»

E così via discorrendo. Io non mi addentrerò ad esaminare tutte le false,

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abbiette e demoralizzanti dottrine, qualche volta ridicole, ma più spesso orribili, che si trovano studiosamente velate sotto il manto della religione in quell'abbominevol libro; poiché io non desidero di produrre soltanto una generica indignazione negli animi, ma insieme con essa una estimazione chiara, distinta, e per quanto è possibile spassionata, del principio da cui quel libro s'informa. Dico adunque che quel Catechismo è un sistema compiuto di filosofia dello spergiuro ad uso dei monarchi, dettalo in perfetta conformità cogli avvenimenti della storia napoletana durante questi ultimi tre anni e mezzo, pubblicato con la sanzione ed inculcato dall'autorità del governo, il quale in verità è meglio di ogni altro intitolato a proclamare il precetto, essendosi addimostrato maestro nella pratica. Il Catechismo non porta alcun nome; ma mi vien detto essere opera di un ecclesiastico, che mi astengo dal nominare, poiché il nominarlo non è necessario al mio scopo, mi basti dire che egli è od era alla testa della

 

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commissione della pubblica istruzione (1). Egli dedica la sua opera ai sovrani, ai vescovi, alla magistratura, ai maestri della gioventù ed a tutti i bene intenzionati. Metta dedica egli annuncia che l'autorità sovrana ordinerà che gli elementi della filosofia civile e politica saranno insegnati in tutte le scuole, ed avranno a testo soltanto quel Catechismo, per timore che altrimenti la purezza della dottrina abbia ad esser corrotta; che i maestri saranno strettamente sorvegliali per timore che trascurino questo dovere, e che

(1) Il personaggio a cui il signor Gladstone fa allusione è il signor canonico D'Apuzzo, professore di teologia nella regi? università degli stadi di Napoli, e precettore di S. A. K. il duca di Calabria, principe ereditario. Il D'Apuzzo si è fatto dotare in questi ultimi tempi per lo zelo addimostrato nel perseguitare i professori sospetti di liberalismo e segnatamente l'illustre fisiologo Salvatore Tommasi il quale, soltanto perché fa deputato al Parlamento, è stato destituito dalla carica di professore di patologia speciale in quella università, alla cui carica egli era stato assunto mediante concorso sotto il governo di Del Carretto. È anche celebre per tutta Napoli un mezzo del D'Apuzzo, concia rimproverava all'insigne fisico Macedoneo Melloni, che tutta Europa stima ed ammira, la colpa di essere una CELEBRITA' ITALIANA (sic!)

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nessuno di essi otterrà di essere annualmente confermato nel suo ufficio, qualora non abbia provato di aver osservato queste regole, affinché quel Catechismo si moltiplichi in mille forme, possa correre nelle mani di tutti, diventi il complemento della educazione di tutti i giovani, e segua invariabilmente all'insegnamento del catechismo cristiano.

Naturalmente si mette special cara nel far sì che nessuna persona entri negli ordini sacri, se prima non aia stata imbevuta di questa necessaria cognizione. I vescovi troveranno i mazzi di far girare quel Catechismo nei loro seminari, di prescriverlo ai loro chierici, di commentarlo ai loro parroci affinché ne facciano l'alimento del popolo, e di farne oggetto di esame per tutti coloro che sono interrogati intorno alle dottrine della filosofia politica, allo stesso modo con cui sono interrogati intorno alla fede cristiana ed alla loro condotta, nessuno potendo essere buon cristiano senza prima essere buon cittadino e buon suddito!

Se non vi è grandezza, vi è audacia in questi concetti. Un giuramento infranto;

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un argomento laboriosamente stillato per dimostrare che il giuramento doveva essere infranto; una risoluzione di preoccupare tutte le menti nella loro verde età e prima dello sviluppamelo del pensiero con siffatto argomento; nessuna congiura più astuta di questa fu mai macchinata, almeno da uomini, contro la libertà, la, felicità, la virtù del genere umano.

L'autore termina modestamente dichiarando:— Io ho meminato, Apollo ha inaffiato, ma Iddio ha conceduto la crescenza. — Ed anche per noi è tempo di finire. Noi abbiamo veduto in tal guisa lo spergiuro figlio della frode, padre della crudeltà e della violenza, sorgere a viso scoperto in un regno cristiano con la sanzione del suo governo, e l'abbiamo ascoltato reclamare modestamente per sè la facoltà (facoltà che dalle mie affermazioni risulta essergli stata pianamente concessa) di far insegnare i suoi dettati in tutte le scuole del paese, pari in proporzione e secondo soltanto, se pure è secondo, in dignità al catechismo della fede cristiana.

Io ora ho fatto quanto per me potevasi

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per porgere al leggitore quegli schiarimenti e quelle testimonianze che mi son parute necessarie ad agevolare la formazione di un esatto giudizio intorno alle accuse severe e strane ad udirsi che io sono stato costretto a fare contro il presente sistema politico del governo napoletano per quanto concerne i processi di Stato.

Torno a ripetere che io mi aspetto a contraddizioni, ma a contraddizioni non soggette ad essere verificate, esaminate, né dichiarate: son convinto che, tranne lievi particolari y una. confutazione dei fatti per me allegati è impossibile. Faccia Iddio che quello sciagurato governo, e qualsivoglia altro gli rassomigli, se pure è possibile che un altro gli rassomigli rinsavisca a tempo, prima che l'oltraggiata umanità si rivolga contro l'oppressore e la divina ira non trabocchi, lo trovo nella Sacra Scrittura una citazione confacente al mio scopo: «Per la desolazion dei poveri afflitti, per le strida dei bisognosi, ora mi leverò, dice il Signore: io metterò io salvo quelli

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contr'a cui coloro parlano audacemente.»

(Salmo XII, vers. 5,6).

E faccia Iddio dall'altro canto che qualora si mostri l'intenzione di espiare siffatte abbominazioni e di temperare gli eccessi, e di avviarsi gradatamele, ma fermamente ed onestamente ad una migliore condizione di cose, siffatta disposizione venga accolta con indulgenza e buon volere, col reprimere le troppo vive aspettazioni, con la memoria delle difficoltà che si frappongono a conseguir queste, e con animo pronto a perdonare ed a dimenticare.

Due conseguenze possono essere ricavate da quanto io ho scritto, contro le quali mi è d'uopo protestare.

La prima sarebbe che siffatti abusi e sventure vanno dovute alla degradazione del popolo. Né io nego che siavi in quel paese qualche apparenza di ciò che noi crediamo degradazione, e nessuno può maravigliarsene, qualora si rifletta da qual sorgente scaturiscano le sozze acque della frode e della menzogna: affermo però che i Napolitani sono giudicati troppo

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severamente in Inghilterra. Anche la plebe della capitale è troppo severamente giudicata; i vizi regnanti giacciono alla superflcie e feriscono l'occhio in sulle prime; ma noi di rado concediamo a quel popolo il credito che merita perla sua dolcezza, per la sua semplicità, per la sua buona fede, per la caldezza de' suoi affetti, per la sua premura a render servizio, per la sua purezza da ogni forma di volgare delitto: che cosa si dirà in Inghilterra, quando io, poggiandomi a decisiva autorità, avrò, detto che durante i quattro mesi della Costituzione, in tempi cioè in cui l'azione della polizia era tanto inceppata, non vi fu in Napoli, in una popolazione cioè di 400,000 anime, un sol caso di grave delitto? Noi ci rendiam colpevoli di viva ingiustizia estendendo ai vari ceti della società ed agii abitanti di tutte le province il giudizio» formato anche con precipitazione, sulla plebe di Napoli. Forse il punto in cui più difetta quel popolo è la pratica energia e la ferma perseveranza nell'attuare le idee che la naturale svegliata intelligenza in gran


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copia ad esso fornisce. Amabilissimo per la gentilezza de' suoi modi e per la deficienza di burbanza e di superbia, esso è anche ammirabile per la sua facoltà di soffrire pazientemente, è per la vivacità eia leggerezza con erri vive lo spirito sotto pesi che schiaccerebbero animi di più virile e più robusta indole, ma meno forniti di facoltà di reagire.

Aggiungerò un'altra parola. Io scrivo in un momento in cui la pubblica opinione dell'Inghilterra è vivamente eccitata riguardo alla Chiesa cattolica romana, e però non debbo lasciar campo a conseguenze che tornino u pregiudizio del clero cattolico nel regno di Napoli, conseguenze le quali io so o credo non esser guarentite dai fatti. Quel clero; tanto secolare, quanto regolare, è senz'alcun dubbio una corporazione mista di uomini diversi, di cui non è mio intendimento far la descrizione; Aia ingiusta cosa sarebbe, a parer mio» chiamare in colpa la intiera corporazione di complicità col procedere del governo: una porzione di essa

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indubitatamente merita quest'accusa: io son convinto, da lutto quanto ho ascoltato, che una parte di preti adopera il confessionale ai fini del governo,, ed ho contezza di alcuni casi di arresto succeduti dopo la confessione, ed in tal guisa da essere impossibile di non inferire connessione fra i due fatti. Dall'altro canto però sono parecchi componenti del clero, ed anche monaci, i quali sono anch'essi bersaglio della persecuzione che mi sono studiato descrivere.

I frati più ragguardevoli del celebre convento di Benedettini di Monte Cassino sono stati cacciati dal ritiro a cui essi avevano nuovamente procurata la fama di asilo di pace, di pietà e di dottrine. Parecchi di essi stavano in prigione mentre io ero in Napoli: altri non stavano io prigione, ma tremavano come trema la lepre ad ogni sibilar di vento. Uno era imprigionato per opinioni liberali: un altro perché fratello di un uomo che per siffatte opinioni patteggiava: nessuna accusa sussisteva contro di essi, ma i due fratelli

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erano in carcere perché si credeva di poter sapere da uno di essi qualche cosa contro una o più persone sospette. Fra gli arrestati nel mese di dicembre erano, io credo, da venti a trenta chierici.

In verità può essere, e forse è vero, che la maggior parte del chiericato non sperimenti alcuna simpatia, od almeno nessuna efficace simpatia per coloro su cui piomba il peso della sciagura; ma non è forse men vero esser lo stesso dei nobili, il cui generale contegno è, credo, di disapprovazione al procedere del governo, col quale stanno in una specie di armistizio, mentre il ceto che sta al di sotto di loro sostiene l'urto della battaglia.

La Chiesa di Napoli è governata da un cardinale arcivescovo di alti natali, di semplici maniere, ed intieramente devoto ai doveri del suo ministerio: egli è, ne son certo, al tutto incapace di qualsiasi partecipazione connivenza ad atti indegni del suo carattere,

I gesuiti son forse la corporazione che ha maggiori attinenze col governo; ma essi furono espulsi dal loro collegio

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all'epoca della Costituzione con flagrante illegalità e con notevole durezza: ed anche le loro dottrine non sembrano piacere agli uomini del potere, poiché un periodico da essi compilato sotto il nome di Civiltà Cattolica, e che stampavano in Napoli, oggi si stampa in Roma.

Io non dubito che una parte importante del clero, parimenti che dei lazzaroni, parteggi pel governo; ma non vi è alcuna prova della complicità dell'intiera corporazione, e v'è evidente prova della opposizione di una parte di essa, quantunque le massime ed i princìpi del loro ministerio possano in certo grado innocentemente predisporli a favore delle autorità, segnatamente sotto il governo di un monarca, il quale è reputato osservare con stretta regolarità i doveri della religione.

Io sono, mio caro lord Aberdeen, con molto rispetto

Sinceramente vostro W. E. Gladstone.

(Questa lettera è stata scritta il 14 luglio 1851).

 

IL GOVERNO NAPOLITANO

ED IL SIGNOR

GLADSTONE

LETTERA (1)

AL CONTE DI ABERDEEN

In risposta alle due lettere recentemente indirizzate a S. Signoria dal molto onorevole G. E. Gladstone Dep. al Pari, per l'Univer. di Oxford.

DI

 CARLO MAC-FARLANE

AUTORE (2)

DI UNO SGUARDO (3) ALL'ITALIA RIBELLATA Ecc. ecc.

AVVERTENZA DEL TRADUTTORE

Gran rumore hanno menalo i giornali sanfedisti od apologisti del governo napolitano di questo schifoso libello. Era mestieri (lo dico senza modestia) un gran coraggio per

(1) Giova sapere che per vantaggiar la vendita di questa lettera apologetica del governo napolitano, il signor principe di Castel Cicala, ministro di Napoli a Londra, ne ha comperato 200 copie. Singolare ed autorevole difesa letta soltanto da co j loro che essa difende!

(l) Screditato.

(3) Da cieco.

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superare l'invincibile sentimento di disgusto che desta la sua lettura, e maggior coraggio era necessario per tradurlo: l'amore della verità e del mio paese mi hanno dato forza, ed ecco fedelmente tradotta in italiano l'apologia dettata, o copiata e recata in cattivo inglese dal signor Mac-Farlane. Chi è certo di aver ragione ed è tenero della causa del vero e del giusto non teme le contraddizioni: ed io son persuasissimo che anche senza leggere le lettere del signor Gladstone, un uomo spassionato e di retto giudizio che legga la pretesa confutazione del signor MacFarlane si convincerà sempre più dei torti è dei misfatti del governo napolitano.

Prima però di riferire le parola del libellista trascriverò quelle di un articolo del Morning Chronicle ad esso relative.

«Le asserzioni del signor Gladstone sul regime di terrore dominante a Napoli, furono confermate universalmente, e solo manca la testimonianza dei colpevoli. Lord Palmerston, nell'onorevole tributo che rese ad un suo oppositore politico, espresse l'opinione di ogni persona rispettabile in Inghilterra. Coloro che poterono attingere alle più pure fonti di verità, possono asseverare quanto sieno conformi al vero le accuse del signor

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Gladstone. La società fu assai soddisfatta nello scorgere che l'accusatore era uomo coscienzioso, accurato, moderato ed imparziale,

«Fortunatamente i delinquenti furono costretti a pubblicare la loro difesa. Ma non ostante tutti i mezzi che erano in loro potere, fallirono compiutamente nel loro scopo di confutare od almeno porre in dubbio alcuna delle asserzioni del signor Gladstone. Ed istruttivo è assai l'osservare lo spirito con che dettarono la loro apologia. Dalla moderazione, dalla lealtà con cui trattano il loro avversario, il quale per avventura non trovasi in loro balia, si può trarre argomento della giustizia delle loro barbarie giudiziarie. La sola cosa che scema il piacere con che accogliemmo la difesa della corte di Napoli è il rammarico di vedere che siasi incaricalo di tal uffizio un inglese, od al meno un suddito inglese»

«Dobbiamo dire ad onor del vero, che l'autore ha meritata veramente la confidenza riposta in lui;. per princìpi e per gusto egli è degnissimo della causa che egli intraprese a difendere o che l'incaricarono di difendere. Il signor Carlo MacFarlane autore di una Lettera al conte di Aberdeen, di cui imprendiamo a parlare, è conosciuto altresì

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per altre opere, fra cui – Una occhiata alla rivoluzione italiana. Il libro ottenne una certa voga non del tutto immeritata. Si dimostra in esso partigiano stravagante e diverte assai colle sue novelle, lardellate con tale profusione di titoli che lo rendono simigliante al lacchè travestito di un antico nostro romanzo. Sembra che il principale oggetto dello, scrittore sia l'informar il lettore che egli usa con persone qualificate e alla moda. Sempre ha in bocca «la mia vecchia conoscenza il duca d'A...» o «la mia cara amica la principessa di B... Frammischiare in tal guisa le sue osservazioni a libelli contro i patrioti, fossero essi costituzionali o repubblicani, sembrava cosa naturale in un parassita di professione, il quale cerca di andare a versi alle persone cui frequenta. Ma nel farsi avanti come campione di una detestabile causa, il signor MacFarlane perde il titolo all'impunità che si concede ad un insulso letterato. Sebbene il tono della sua difesa lo dimostra pur sempre quale egli si palesava nei primi suoi scritti.» Ecco ora la lettera del signor MacFarlane.


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(143)

AL CONTE DI ABERDEEN

Mio signore,

A voi io indirizzo questa lettera, come ad uomo di Stato, conservatore sperimentato ed invariabile. Io non ve ne ho domandato il permesso (1), come il signor Gladstone dice di aver fatto; ma sono sicuro che se la S. V. avesse saputo quello che le due lettere dell'onorevole rappresentante di Oxford dovevano contenere, non avrebbe giammai consentito ch'esse portassero in fronte il vostro nome; il contenuto di questa mia certamente vi sarà più grato che quello delle due lettere, le quali così grande oltraggio fanno alla maestà del re di Napoli, nostro alleato, e all'amico (2) governo napolitano.

1) Il signor MacFarlane ha avuto giudizio nel non chiedere questo permesso perché il nobile lord non glielo avrebbe accordato.

2) Amico si sottintende del signor MacFarlane, e non di lord Aberdeen, il quale dopo di aver lette ed approvate le lettere del signor Gladstone è troppo sollecito della sua dignità e della sua onoratezza per continuare a chiamare amico il Governo di Napoli.

3)

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Io non posso comprendere, mio signore, l'improvviso cangiamento fatto dal signor Gladstone, per cui sono stato solito di aver sempre grande rispetto. Userò anch'io la medesima frase, di cui il signor Gladstone fa un uso così frequente nelle sue lettere alla S. V. — sunt boni qui dicunt — la quale vuol dire, che vi sono uomini dabbene, i quali dicono che il signor Gladstone sospettando che la sua Alma mater non lo balzi del suo seggio, e prevedendo una pronta dissoluzione ed una elezione generale, è in cerea di un comizio elettorale. e per accattivarci i dolci suffragi de' radicali, ha indirizzato queste due stranissime lettere alla S. V., nelle quali fa strazio di un re e di un governo, che (quantunque relativamente deboli) hanno arrestato l'incedere della rivoluzione e dell'anarchia nel mezzo giorno dell'Italia, acquistandosi con questo fatto l'odio ed il biasimo del sedicente partito liberale di tutta Europa.

(145)

Altri uomini dabbene mi dicono che il molto onorevole sig. G. E. Gladstone — ch'io in sul principio sapevo esser conservatore — s'è d'improvviso forte mente disgustato d'ogni istituzione monarchica, ed ha ora l'abitudine di dire e di ripetere ad nauseam, che tutte le monarchie della vecchia Europa sono corrose e cadenti; che la monarchia stessa è rococò, e più presto ci avvicineremo alla condizione modello degli Stati Uniti dell'America settentrionale, maggior bene ne tornerà a noi tutti. I motivi ch'io ho per queste asserzioni (o chiamatele pure insinuazioni, Lord Aberdeen), hanno almeno per cinquanta volte maggior peso di qualunque delle accuse fatte dal molto onorevole rappresentante dell'Università di Oxford nelle due lettere alla S. V. indirizzate.

Io mi sarei fatto a credere, mio signore, che il corso intiero degli avvenimenti, dal 1848 in poi, fosse bastato a torre ai

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giovani non solo, ma ai romantici e alle menti ultra classiche, ogni illusione repubblicana, e che una persona così chiaroveggente come il sig. Gladstone, e che ha esperienza in politica, avrebbe avuto nel 1851 una forte inclinazione per l'elemento monarchico di una costituzione. È perdonabile in un fanciullo il repubblicanismo democratico, nel modo stesso che si perdona ad un uomo l'inevitabile accidente d'essere stato una volta fanciullo; ma al sig. Gladstone — et à son àge l (1)

So quel che io dico, e ne ho le più grandi prove quando affermo che il signor Gladstone, innanzi di partire per Napoli, chiese lettere d'introduzione presso i componenti del governo di sua maestà il re di Napoli» e presso altre persone distinte, le quali non tenevano co' rivoluzionar! o repubblicani rossi, e l'ebbe; che una volta a Napoli, le sue visite furono invano aspettate da que' personaggi, poiché egli non ne vide mai alcuno; che ciò che egli

(1) Che brio di lepidezza!

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chiama «informazione» io raccolse esclusivamente (1) da od certo partito, il quale sin dal primo apparire de torbidi rivoluzionari del mezzogiorno dell'Italia, si mostrò il più ostile al re delle Due Sicilie ed al suo governo.

Se il sig. Gladstone fu realmente testimonio delle atrocità e degli orrori, dei quali egli parla o scrive nelle sue lettere a V. S., perché non visitò egli il re o il suo primo ministro, il cavalier Fortunato, così pieno di lumi e di benignità? Perché non andò egli a far visita al principe d'Ischitella, ministro di guerra, il quale lasciò così grata rimembranza di sé, ed un sentimento così alto di rispetto tra i più elevati ed i migliori uomini di questa Inghilterra, dove egli ne1 passati anni fece lunga residenza, e che ha il vantaggio di parlare inglese bene e correntemente?

(1) Vale a dire che il signor Gladstone non attinse le sue informazioni né dal Peccheneda né dagli altri poliziotti, da cui le ha attinte il signor MacFarlane.

(148)

Né le ultime parole della precedente proposizione sono prive d'importanza, essendoché io sono assicurato che il sig, Gladstone conosce l'italiano un poco imperfettamente, e che egli non sa del patois, o dialetto, o linguaggio napolitano, meglio che v. s. non sappia di Sanscrito, od io del dialetto che si parla nel paese del Delhi Llama nel Tibet (i). E siccome io ho dimorato in Napoli o ne' vicini dintorni, per lo spazio di circa undici anni, posso farvi certo, mio signore che il popolo napolitano può essere solamente compreso da quei forestieri che hanno perfetta conoscenza del dialetto locale. Veramente io temo, mio signore, che insieme alla disgrazia di essersi abbattuto nella predetta compagnia (e non prelodata, che sarebbe la frase italiana naturale)

1)II giorm. l'Examiner nel suo numero del16 agosto passato opportunamente soggiungea queste parole: o come io (Macfarlane) sola lingua italiana parlata dalla gente educata.

2) Che cognizione profonda dei significato degli aggettivi italiani!

3)

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l'onorevolissimo gentiluomo deve esser disceso all'albergo del partito opposto, ed aver condotto un laquais de piace (1), il quale parlava francese, ed era di tendenze estremamente rivoluzionarie. — Voi conoscete, Lord Aberdeen, il valore di questi mezzi d'interpretazione. Quella interessantissima vittima, che è Carlo Poerio, parla francese quasi tanto bene quanto il sig. Gladstone parla italiano (2). Inoltre, Lord Aberdeen, mi vien detto che l'onorevolissimo rappresentante di Oxford (non avendo trovato chi volesse accompagnarlo ne' suoi viaggi ) non ha viaggiato quasi affatto, e conosce ben poco il continente europeo.

Se il sig. Gladstone s'è fitto in capo, Lord Aberdeen, di farsi repubblicano rosso, Cobdenista (ed il luogo ov'egli è nato, sente di Manchester ), o Whig

1)Che cognizione profonda della lingua francese!

2)Carlo Poerio non parla di certo il francese come lo scrive il signor MacFarlane.

3)

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radicalizzato, noi non possiamo aver nulla a fare con lui, o a dirgli (1). Ma, mio signore, tenero com'io sono della santa causa dell'ordine, ed affezionato alla maggior parte degli uomini che ora compongono il gabinetto di sua maestà delle Due Sicilie — uomini ai quali per moltissimi ansi fai legato co' più stretti vincoli d'amicizia (2) — non posso astenermi dal tentare di far manifesto alla S. V., che le due lettere a voi dirette dall'onorevolissimo rappresentante di Oxford, dalla prima sillaba sino all'ultima, non sono che una serie dei più madornali strafalcioni e de' più falsi rapporti ch'io abbia mai veduti, anche in questo periodo Whig radicale. Io voglio esser moderato, Lord Aberdeen, anche ora che le mie proprie opinioni politiche sono oltraggiate, ed i

1) La sentita riverenza che io professo per il signor Gladstone mi impone l'obbligo di non fargli mai l'ingiuria di difenderlo da queste e da tutte le altre stupide ed invereconde contumelie del signor Macfarlane.

2) Senza invidia!

3)

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miei amici del cuore fatti segno all'esecrazione e forse al coltello dell'assassino (1), o alla ghigliottina, se per soli tre giorni la repubblica rossa avesse ad essere en permanence a Napoli. Io ho fiducia di nulla asserire senza pruove; e di convincere colle mie osservazioni non solo la S. V., ma molti e molti del popolo d'Inghilterra, qualunque sia la politica ch'essi hanno abbracciata.

Io ho posto innanzi il gravamen (2) della questione. S'io avessi ad essere qualche poco animato Dell'esporre gii argomenti, o piuttosto i fatti, vi prego, Lord Aberdeen, a scusarmi;

(1) Il signor Macfarlane sospetta nei liberali il progetto di voler rubare il mestieri agli amici de! suo cuore. Egli si sbaglia grossolanamente: i liberali napolitani hanno lasciato finora e lasceranno sempre ben volentieri il privilegio di esercitare il mestiere dell'assassino agli uccisori di Costabile Carducci, ai carnefici di Carlo Poerio, ai torturatori di Settembrini, agli amici del euore del signor Macfarlane.

(2) Che fiore di eruditone latina! Il signor MacFarlane conosce il francese, l'italiano ed il latino a meraviglia!


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(151)

lo stesso sig. Gladstone, mal-menè, com'io mi credo ch'egli sia, perdonerà un poco d'ardore ad un uomo che difende gli amici della sua gioventù, i suoi compagni di più e più anni, i quali — come io credo, Lord Aberdeen — sono così incapaci di crudeltà o di prender parte ad oppressione, ingiustizia o tirannia alcuna, come lo è la S. V. o come può esserlo il sig. Gladstone.

Don Carlo Filangieri, principe di Satriano, il quale ha soffocato la rivoluzione in Sicilia, col pericolo della sua vita, non è uomo fatto per essere lo strumento di un tiranno assetato di sangue, come piace di rappresentarlo all'onorevolissimo deputato dell'Università di Oxford (il quale sarà d'ora in poi eletto da un nuovo collegio elettorale (1)). Don Francesco

(1) Perché ciò si avveri è mestieri supporre che tutti gli eiettori della università di Oxford siano altrettanti MacFarlane.

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Riolo, principe di Ischitella, ora ministro di guerra, piuttosto che servire il tiranno, avrebbe sfidato l'esilio, la povertà, la morte. Io potrei nominarne molti altri, Lord Aberdeen, i quali ora fanno o hanno di recente fatto parte del gabinetto di sua maestà delle Due Sicilie; ma il farlo sarebbe lungo e tedioso, ed io mi contenterò di parlare solamente del mio defunto amico Don Gennaro Spinelli, principe di Cariati, così ben conosciuto da V. S., era ministro per gli affari esteri l'ultima volta ch'io fui a Napoli, ed era, senza eccezione, ano de' più buoni e più dilettevoli uomini in cui io mi sia mai in alcun luogo della terra incontrato. La sua liberalità in politica oltrepassava i limiti della mia (e senza dubbio anche di quella di V. S.); ma il principe Cariati aveva buone intenzioni, ed agiva con rettitudine, fu sempre mai gentile e clemente (1). Nell'ultima mia dimora a Napoli,

(1) La sua coscienza pero non fu clemente verso di lui, allorché negli ultimi suoi momenti gli strappava continuamente il desolalo grido: Sono stato un galantuomo tutta la mia vita: mi hanno fatto finire come un lazzarone. Il signor MacFarlane avrebbe almeno dovuto avere il pudore di non continuar dopo morte con le sue lodi lo strazio dell'anima di quello sciagurato.

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Lord Aberdeen, correva Tanno 1848 — quel deplorabile anno — e il mio diletto amico Cariati, quantunque non nominalmente, era però in effetto primo ministro, ossia alla testa de consiglieri del re delle Due Sicilie. Conoscendolo perfettamente, e rispettando la sua memoria (quello che io non cesserò mai di fare), io affermo per la verità, Lord Aberdeen, ch'egli era incapace di qualsivoglia crudeltà od oppressione; e pure il governo napolitano appunto sotto il suo regime fece numerosi arresti di quei rivoluzionari, di quei costruttori di barricate (1), la cui sorte sembra toccare

(1) Bel genere di rispetto per la memoria di un defunto! Lodarlo di aver fatto arrestare molti uomini, che erano suoi amici, che erano stati suoi colleghi nei consigli della corona, e della cui lealtà e rettitudine egli poteva e doveva meglio d'ogni altro far testimonianza. Chi ha conosciuto, da vicino il principe di Cariati ben sa che nella intimità, anche prima di cadere infermo, egli muoveva continue lagnanze della figura che gli facevano fare, e sotto voce ripudiava ogni complicità coi carcerieri di Carlo Poerio.

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cosi al viro il cuore dell'onorevolissimo G. E. Gladstone, deputato al parlamento per l'Università di Oxford.

Lo ripeto, Lord Aberdeen, dai deplorabili avvenimenti di quell'anno di rivoluzioni, 1848, quando al re delle Due Sicilie, coll'aiuto di un'armata leale e della grande maggioranza de' suoi sudditi, riuscì di soffocare una ribellione che avrebbe inondato il regno di sangue, e partorito repubblica rossa ed anarchia i sua maestà ed il suo governo sono stati senza posa attaccati dal partito liberale o radicale di tutta Europa. Il completo trionfo del re, prima ne' suoi Stati di terraferma, poscia in Sicilia, ha amareggiato

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l'empia lega più che l'assenzio ed il fiele. Quando Luigi Filippo, ad onta della sua astuzia e della, perfetta sua conoscenza del mestiere di regnare, non avea potato star saldo sul trono di Francia; quando la rivoluzione avea raggiunto Berlino e Vienna puranco, rovesciando ogni governo e quasi ogni legge; quando la democrazia dominava in ogni parte d'Italia dai congni del regno sino al piede delle Alpi; quando la rivoluzione era quasi da per. ogni dove, non era possibile immaginare che il sovrano di una potenza di terz'ordine (il quale è chiamato Roitelet), nel breve spazio di un giorno avesse ad abbattere le barricate costruite contro di lui, soffocare la ribellione e mantenersi in possesso del suo. Non potendosi negare i fatti, quando furono faits accomplis, si alzò il grido che il re macchiava il buon successo di atrocità — che il re era un mostro di crudeltà — un mostro cosi grande come Cesare Borgia. Non si è dato tregua a Sua Maestà. — Si è accumulato calunnia sopra calunnia, falsità sopra

 (157)

falsità, ed a tal punto che la somma totale è divenuta mostruosa ed incredibile. — Parecchi scrittori inglesi, senza pregiudizi e senza prevenzioni, mossi solamente dall'amore della verità e della giustizia, hanno messo in chiaro molte di queste invenzioni. Il sig. Baillie Cochrane, il quale avea ogni mezzo per iscoprire la verità — e tutta la verità, si è grandemente adoprato per difendere il carattere del re delle Due Sicilie ed il presente governo di Sua Maestà. Io posso liberamente asseverare che la testimonianza del sig. Baillie Cochrane non può esser posta in dubbio, né dar del sospetto (1). Il corrispondente del Times (dell'Italia) dopo esser guarito di alcune illusioni scusabili in un gentiluomo nuovo del paese, ha servito alla causa dell'ordine, della verità e della giustizia, scrivendo molte lettere interessanti da Roma, da Napoli e da altri luoghi di quella bella penisola (£).

1) Povero signor Baillie Cochrane!

2) Pare che il corrispondente del Times sia di bel nuovo caduto infermo per le antiche sue illusioni, poiché nelle recenti lettere da lui scritte da Napoli ha confermate le narrazioni del signor Gladstone. Veramente il signor MacFarlane non è molto fortunato nelle sue citazioni.

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Ma tutto ciò non ha fatto tacere la lingua de' calunniatori, né cader le loro penne. Essi sanno ch'ei mentiscono — mentiscono nella gola (1); ma sperano, perseverando indefessi in questo sistema, di far che le loro menzogne sieno credute verità.

Benché questi uomini chiamin sempre i loro avversati col nome di Gesuiti, essi stessi hanno studiato alla scuola del prete Don Basilio, quel gran professore di calunnia, e sanno a mente le sue lezioni (2).

La calomnie, monsieur? Vous ne savcz guère ce que vuos dédaignez; j'ai vu les plas honnètes

1) Che purezza di locuzione italiana! Il signor MacFarlane possiede veramente tutti i requisiti per parlare con piena cognizione di causa di un paese di cui conosce tanto bene la lingua.

2) Ciò farebbe credere che essi sieno stati compagni di scuola del signor MacFarlane e degli amici del suo cuore.

3)

(159)

gens près d'en ètre accablés. Croyez qu'il n'y a pas de plate méchanceté, pas d'horreurs, pas de conte absurde, qu'on ne fasse adopter aux oisifs d'une grande ville en s'y prenant bien: et nou$ avons ici des gens d'une adresse!... D'abord, un bruit léger, rasant le sol comme hirondelle avant l'orage, pianisimo murmure et file, et séme én courant te trait empoisonné. Telle bouche le recueille, et piano, piano vous le glisse en l'ore il le adroitement. Le mal est fait, il germe, il rampe, il chemine et rinforzando de bouche en bouche, Uva le diable; puis tout à-coup, je ne sais comment, vous voyez calomnie se dresser, sifler, s'enfler, grandir à vue d'oeil. Elle s'élance, étend son voi, tourbillonne, enveloppe, arrache, entraine, èclate, et tonne, et devient, grace au ciel, un cri general, un crescendo public, un chorus universel de haine, et de proscription. Qui diable y resisterait? (Beaumarcais, le Barbier de Sevile).

Le legazioni napolitane sia a Londra, sia a Parigi o altrove non usano (1) di rispondere alle villane e malfondate accuse di anonimi scrittori o di uomini che non hanno alcun peso o non sono considerali nel mondo politico — uomini che,

(1) Usano però far la corte ai giornalisti di tutti i paesi per persuaderli a scriver panegirici del loro governo. Esempio il signor barone Antonini, ministro napolitano a Parigi,

(160)

pubblicando i loro nomi, confutano quatto basta, le loro proprie calunnie (1). Ha quando queste falsità sono, raccolte: e ripetute da un gentiluomo, da un uomo di lettere, da una persona così degna di rispetto come l'onorevolissimo signor E. Gladstone, rappresentante dello Università di Oxford, conviene (2) agli amici del re e del governo delle Due Sicilie di prender notizia delle ingiuriose pubblicatimi.

Io sono stanco, mio signore, delle controversie politiche, e non sarei sceso nella lizza contro meno illustre avversario (5).

lo ripeto che nette due lettere difettò a V. S., l'onorevolissimo gentiluomo s'è reso colpevole d'una lunga serie di errori e di false asserzioni. Non v'è una sola pagina, nella quale io non abbia potato «coprire e porre in luce falli madornali; ma

(1) II signor MacFarlane muove in tal guisa anticipato rimprovero a chiunque spreca il tempo a confutarlo.

(2) Che degnazione!

(3) Quanta modestia!


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(161)

una critica in dettaglio sarebbe noiosa ed inutile (1). Conseguentemente mi limiterò a pochi punti importanti, dai quali V. S. potrà giudicare quanto in generale sieno corrette le asserzioni del sig. Gladstone.

L'onorevolissimo gentiluomo afferma che «è generale credenza essere i prigioni per delitti politici nel regno delle Due Sicilie tra 5 o 20 o 50 mila — e che egli stesso erede non essere il numero di 20,000 un'estimazione irragionevole.»

Ora i rapporti della polizia (2) arati, datimi da Napoli, provano che il numero totale di questi prigionieri di Stato ascende appena a duecento ventiquattro! Voglio anche ammettere che questo numero sia

(1) li signor MacFarlane da nuova prova in queste parole della sua profonda erudizione classica ricordandosi e praticando il noto stratagemma della volpe della favola: l'uva è troppo acerba.

(2) L'autorità in vero è assai competente ed imparziale!

(162)

deplorarle (1); ma quando si considera che vi fu rivoluzione a Napoli, sanguinosa rivoluzione in Sicilia (2), sollevazioni in Calabria, e molte e vaste congiure per assassinare il re e tutti i membri detta famiglia reale, e fondare la repubblica rossa (3), io m'immagino che questo numero non sia fatto per eccitare grande stupore (4).

Sa il sig. Gladstone, quanti individui furono arrestati in Irlanda, nel 1848, a cagione del comico tentativo di rivoluzione fatto dal sig. Smith O'Brien? (5)

1) Che viscere di misericordia!

2) Il signor Gladstone non ha fatto motto della Sicilia: la narrazione delle persecuzioni e dello strano di quell'isola gli avrebbe potuto somministrare argomento di tre lettere a cui il signor MacFarlane avrebbe dovuto rispondere con una confutazione cosi concluderle e così vittoriosa come è la presente.

3) Quando?

4) Ad ogni uomo d'animo ben noto come MacFarlane e gli amici del suo cuore.

5) Che bella logica!

6)

(163)

Perché non vi sia abbaglio, Lord Aberdeen ti porgo sotto gli occhi i prospetti delle prigioni napolitano, ufficialmente sottoscritti (1), la cui esattezza perciò non è soggetta a controversia (2).

Mio Lord Aberdeen, voi rileverete da questi prospetti, che l'onorevolissimo signor E. Gladstone per chiamare in colpa un governo legittimo e monarchico, moltiplica per decine e per ventine; voi osserverete senza dubbio il numero dei prigionieri di Stato, che egli afferma essere in Reggio, Salerno, ecc. — tutte città molto rivoluzionarie — o il numero effettivo che è attualmente nelle prigioni, io vi ripeto; mio Lord Aberdeen, che il numero ch'io vi presento è officiale (3), e affatto autentico. Odiando l'esagerazione, com'io l'odio, da qualunque canto o partito ella venga,

(1) Vale a dire autenticamente bugiardi.

(2)    Perché non vi prestano fede nemmeno quelli che li hanno compilati.

(3)    Ed appunto perché è ufficiate è essenzialmente bugiardo.

(164)

ed avendo avuto occasione nel corso della mia carriera letteraria, di esaminare il numero degli individui scannati in Parigi nella prima gloriosa rivoluzione de' Settembristi, ho acquistata una certa facilità nell'intender quello che i Francesi chiamano les écroux, ossia ciò che noi in inglese chiamiamo prison list o gool deliverers. Io non posso fare errore nelle cifre; e quelli che mi posero nelle mani questi prospetti di prigione, sono tanto incapaci di falsare i fatti o te cifre, com'io lo sono di commettere un atto di falsità a danno della Banca d'Inghilterra, n dei signori Coutts e C. lo non ho tradotto l'italiano, perché nello stampare questa lettera, intendevo porla sotto gli occhi delle sole persone educate; ma se la V. S. lo credesse necessario, io ne porrei la traduzione in una appendice.

(165)

STATO NUMERICO

Degl'IMPUTATI POLITICI presenti in giudizio, presso le Grandi Corti Speciali dei Reali Domini continentali (a).

N° degli imputati presenti

PROVINCIA

In carcere

Con modo

di custodia esteriore

OSSERVAZIONI

Le controscritte cifro desunte dagli ultimi stati rimessi al R. Min. di G. e G. han già subita una dimine; perciocché varie cause, dopo lo invio de' stati medes. Sono state esaurite; e la sovrana indulgenza del 19 sc. Magg. a favore d'una determinata classe d'imputati politici relativi a 212 cause, ne ha ridotti molti in libertà. Non pochi giudizi vanno poi ad espletarsi nel volger del corr. giugno è ne' princìpi dell'entrante luglio. Napoli 18 giugno, 1851 L'Uffiziale Capo del 30 Ripartimene del Minist. Di G. e G. firmato Cav. Gio. PASQUALONI (1).

Napoli

223

28

Terra di Lavoro

80

6

Principato citra

381

12

Principato ultra

4

00

Molise

43

00

Basilicata

156

11

Abruzzo citra

6

00

Abruzzo ultra II

94

00

Abruzzo ultra  I

1

00

Calabria  citra

293

7

Calabria ultra II

54

00

Calabria ultra I

344

00

Capitanata

112

15

Terra di Bari

20

00

Terra di Otranto

8

00

TOTALE

1819

79

(1) La ristrettezza del formato del presente libro non permettendo qui portare a piedi pagina le note a questo statino ed al seguente, il lettore potrà leggerle nelle pagine appresso.

(166)

STATO NOMINATIVO

Degli INDIVIDUI che trovatisi in carcere a conto della polizia per reati politici nelle diverse province (b).

1

Napoli

77

2

Pozzuoli e Castellammare

2

3

Caserta

2

4

Salerno

19

5

Avellino

17

6

Potenza

6

7

Foggia

9

8

Bari

4

9

Lecce

10

10

Cosenza

6

11

Catanzaro

10

12

Reggio

7

13

Campobasso

12

14

Chieti

19

15

Zeramo (1)

3

16

Totale

205

(167)


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L'arresto dì questi detenuti sempre eseguito per gravi ed imperiose considerazioni d'ordine e di sicurezza pubblica: non a capriccio e senza forme legali, ma per mandati emanati dalle Autorità rivestite della Polizia ordinaria, le quali per espressa e

(1) Si legga Teramo.

testuale disposizione di legge, hanno la facoltà di arrestare par vedute di Alta Polizia, e possono anche compilare processi, quando trattasi di reati di Stato, in rigor (1) delle istruzioni del 22 maggio 1817 (*), solennemente confermate e sanzionate colla successiva promulgazione del codice penale.

(*) «Art. 10. Oltre le facoltà espresse nei due articoli precedenti, la Polizia ordinaria, ne' fatti di Alta Polizia, indicati nell'art. 3°, è rivestita ancora delle attribuzioni di Polizia Giudiziaria. In questa qualità può procedere all'arresto delle persone prevenute dei suddetti misfatti, anche fuori il caso della flagranza o quasi. Può ritenere gli arrestati a sua disposizione oltre le 34 ore, e può compilare essa medesima le istruzioni su' tali reali. Ciò però non impedisce agli altri agenti di Polizia Giudiziaria di occuparsi anch'essi allo scorrimento (3) dei reati medesimi e perseguitarne gli autori.»

N.B. A misura che perverranno le dimandate informazioni a conta dei detenuti compresi negli elenchi, se ne disporrà l'abilitazione di giorno In giorno, come si è costantemente praticato.

L'uffiziale capo di Ripartimento

firm. GIUSEPPE BABTOLOMUCCI.

(1) Si legga vigor

(2) Si legga scoprimento.

(168)

(a) Senza parlare della nessuna fiducia che può ispirare questo attestata corona dato da un governo disleale e spergiuro ad un suo impiegalo amovibile a discrezione; non sarà superfluo richiamare l'attenzione del lettore sopra una miserabile astuzia curialesca che si occulta nelle parole adoperate per la intestazione del primo di questi insignificanti documenti.

Si avverta che non si è osato presentarlo come lo stato numerico di tutti gli arrestati per causa politica pel regno di Napoli. Ma primamente non vi si comprendono che gli imputati politici: il qual vocabolo supponendo necessariamente un titolo di reato ed un processo pendente, già ne risultano escluse le numerose classi degli arrestati con la notissima formola per ordine superiore, della quale veggonsi ripiene al presente le pagine dei registri delle prigioni nel regno, senza che essa sia riconosciuta da alcuna legge, e senza che esista a carico delle infelici vittime alcun processo ini/iato o materia ad iniziarlo. La sorte di queste, persone è ricoperta ordinariamente da un profondo mistero che accresce i dolori della loro situazione: esse sanno che divennero segno all'ira del governo per le loro opinioni liberali,

(169)

possano discolparsi e difendersi, perché non sanno quale imputazione loro si apponga, né furono mai interrogate, nonostante che gli articoli 101 a 107 del codice napolitano di procedura penale impongano l'obbligo di procedete immediatamente all'interrogatorio degli imputati arrestati. Sovente queste persone rimangono per lunghi mesi in Carcere sotto quella vaga formola, e la polizia intanto avidamente cerea tra i suoi numerosi processi di stato pendenti qualche pretesto per introdurre dove il nome di uno di essi dove il nome dell'altro. Le più cospicue persone non furono tratte in prigione con diverso titolo; e per la notorietà della loro avversione alle sette, e della irreprensibile condotta da loro tenuta nel 15 maggio 1848, niuno nel momento del loro arresto avrebbe potato prevedere che per consumarsi la loro perdita dovesse finirsi per avviluppare nel giudizio per la setta dell'unita italiana, o in quello per gli avvenimenti del 15 Maggio. L'egregio uomo di lettere e virtuoso cittadino Francesco Trinchera, che oggi figura tra gli accusati nel capo pei cennati fatti del 15 maggio, è uno dei tanti che si trovano in questa condizione: si consultino i registri del carcere di S. Maria

(170 )

Apparente, e si troverà avvenuto il suo arrosto (verso il declinare del 1849) per ordine superiore. Si ritenga adunque che questa prima ben lunga serie d'imprigionati politici non trovasi rappresentati nel sedicente documento che abbiamo sotto gli occhi.

Una seconda restrizione deriva dal riferirsi lo stato numerico né anche a tutti gli arrestati politici sul certo dei quali pende la formale istruzione di un processo, ma a quei soli che son presenti in giudizio: ora, distinguendo la legge i diversi stadi del procedimento penale, e non potendo confondersi con fa istruzione preparatoria delle prime il giudizio propriamente detto, il quale compiutasi l'istruzione del processo, viene iniziato con l'atto d'accusa (art. 138 proc. pen.) ne segue che l'altro copiosa numero di carcerati formalmente processati, pei quali la istruzione sia tuttavia in corso, e non ancora siasi prodotto un atto d'accusa, neppure viene compreso nella pubblicata lista, perché non può dirsi veramente cominciato il giudizio a loro carico.

Né questo è ancor tutto. Un ultima pia forte restrizione consista sei soggiungerai che la lista comprende i soli accusati, pei quali penda giudizio

(171)

presso le Gran Corti Speciali. Or sarebbe lontano dal vero chi supponesse appartenere esclusivamente a questo la cognizione di tutti i reali che abbiano motivo o colore politico. Non vi qua»i processo di lai natura io cui non si trovino involi anche persone militari, ovvero supposte subornazioni di militari tentate da pagani; e per questi reati ed altri di simil natura il giudizio è attribuito alla competenza dei consigli di guerra in forza dello statuto penale militare e di un decreto del 29 marzo 1826, ampliato da altro più recente emanato nel marzo 1849 il disegno di assoggettare la persecuzione di tali fatti al disfavore di una giurisdizione militare ed eccezionale. E son tre anni che in Napoli quasi tutti i consigli di guerra, esercitando questa giurisdizione, si vergano nel giudizio di processi politici e di accusati, i quali per conseguenza né anche risultano compresi nella lista Altra non breve categoria d'imputati, specialmente per reati in materia di stampa ostile al governo elevati a misfatti, e quindi punibili criminalmente in forza di un esorbitante decreto del 7 maggio 1821, tenuto abusivamente in osservanza da altro del 25 maggio 1848 e dalla legge sulla stampa venuta fuori nel 1849, va soggetta alla

(172)

competenza ordinaria delle Gran (Torti Criminali Finalmente l'immenso numero di individui carcerati per imputazioni punibili solo correzionalmente, quali sono tutti gli altri reati di stampa, ogni sorta dr adunanza menomamente sospetta, ogni discorso, scritto o fatto suscettivo di supporsi diretto a spargere II malcontento contro il governo (art. 142 Codice Penale), (il semplice non rivelamento di reati commessi o preparati contro la sicurezza dello Stato, in somma tutta quella gente che in Napoli per una parola, per un gesto, per un pensiero cui possa appiccarsi nota di sedizioso, geme da anni nelle prigioni sollecitando invano un giudizio, il cui risultamento non potrebbe essere che una condanna semplicemente correzionale e quindi da pronunziarsi da giudici circondariali (in Piemonte giudici di mandamento); tutta quest'altra lunga serie di arrestati politici egualmente non figura nella lista, tostochè in essa non si compresero che i soli giudicabili dalle O. 0. Speciali.

Aggiungasi ora a tutte queste categorie escluse dallo stato numerico che cade in esame, l'infinita lugubre lista degl'individoi di gii giudicati e colpiti dal peso d'ingiusta ed immorale condanna, i quali stanno espiando

(173)

tra i malfattori il delitto di aver amato il paese, l'onesta libertà e la causa italiana più dell'infamia e dello spergiuro; e poi si conchiuda, se confessandosi dallo stesso governo napolitano la esistenza di circa 2,100 imputali politici in una sola di queste categorie, in quella cioè de' giudici delle G. C. Speciali, non debba riputarsi scara piuttosto che esagerata la cifra completiva di circa 20,000 prig.i politici affermata dal Gladstone.

(b) Giova osservare innanzi tutto che il secondo preteso documento, rilasciato da un diverso ufficio e da un diverso funzionario (ad apprezzare la cui moralità basta sapere che negli anni decorsi fu rimosso dall'impiego che occupava nel ministero di Grazia e Giustizia perché il governo stesso lo reputò ladro), potrà con sé la impronta della sua falsità e della coscienza che aveva di essa il suo autore; perciocchè ricorse al triviale sotterfugio dir rilasciarlo senza alcuna data per rendete impossibile la dimostrazione della sua iniqua condiscendenza ad immorali ordini.

In secondo luogo non sa comprendersi come il medesimo documento possa chiamarsi Stato Nominativo, quando vi si indica solamente il numero degli individui delle diverse province, ma non il nome di un solo di essi.

(173)

Di più pongasi mente che intestazione di questo stato medesimo lo restringe unicamente a quegli individui che per reati politici, cioè per fatti sottoposti ad un regolare procedimento giudiziario, si trovino in carcere a conto della polizia. Esso immediatamente è relativo alle persone che nella maggior parte dopo aver sopportato la prova di un solenne giudizio ed aver ottenuto (carissima fortuna nella presente amministrazione della giustizia penale in quel paese) una dichiarazione di innocenza, sono tuttavia trattenute in carcere per proprio conto della polizia ordinaria, alla quale non ripugna conculcare la santità del giudicato e negargli esecuzione.

Si pretende avvenuto l'arrosto di questi individui per gravi ed imperiose considerazioni di ordini e di sicurezza pubblica. Invereconda menzogna la quale si rivela agevolmente da sé stessa tostochè si pensi di quali magistrati si compongano le corti criminali e quanta sia la loro servile docilità a sacrificare al governo tutte |e vittime che ei chiegga. Si argomenti adunque quale notorietà d'innocenza e d'integrità di vita concorrer debba in quelle persone, il cui arresto si fa ordinare dalla polizia, perché neppur dalle corti criminali si nutrirebbe certezze di ottenerlo.


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(175)

Nessuna  giustificazione poi può concepirsi più frivola ed inammissibile di quella cui ricorre l'autore del documento, elevandosi ad officioso e sospetto difensore del suo governo. Il meschino torma indietro fino al 1817 a frugare nelle istruzioni allora date alla vecchia polizia, a quella polizia  che fece le sue onorate campagne dal 1821 al 1848 sotto gli auspici di un Canosa e di un Del Carretto; e si consola trovando un articolo di quelle istruzioni che concede alla polizia ordinaria nei reati di Stato la facoltà di arrestare le persone per tali misfatti, senta l'obbligo di porre tra 24 ore a disposizione dell'autorità giudiziaria, anzi di compilare essa medesima le istruzioni per gli indicati fatti. — Ma innanzi tutto, questo funzionario non ci porge felice pruova della sua conoscenza delle leggi in cui si propone attestare la fedele esecuzione; perciocché a queste istruzioni della polizia, le quali vennero emanate a' 22 gennaio 1817, egli nel documento attribuisce quelle del 22 maggio, e poi le dice confermate e sanzionate colla successiva promulgazione del Codice Penale, mentre né questo né l'altro di procedura penale ne dice sillaba, anzi il contrario risulta dagli articoli 104 e 107 di quest'ultimo. Oltre a ciò, l'opinione degli uomini imparziali e teneri della

(176)

legalità, costantemente reputò in Napoli abusiva la pratica che alla riferita disposizione delle istruzioni si appoggiasse, considerandola abrogata da una legge posteriore, cioè dalla generale legge organica giudiziaria del 29 maggio 1817, nella quale con savio e liberale provvedimento fu guarentita la libertà individuale, e senza distinzione di casi venne imposto l'obbligo di consegnarsi tutte le persone arrestale alle autorità giudiziarie tra le ore 24 dal seguito arresto: e questa opinione ottenne maggiore autorità dopo che nel 1847 il governo ebbe pronunziata l'abolizione delle due commissioni supreme per i reati di Stato che esistevano in Napoli ed in Palermo; tribunali eccezionali, presso i quali non eravi dibattimento pubblico e che per lo stesso scopo del secreto avean bisogno di avvalersi della polizia ordinaria per l'istruzione del processo che al loro giudizio dovevano sottoporsi. Ma che che di ciò si fosse pensato avanti la promulgazione dello Statuto costituzionale del 10 febbraio 1848; è forse più lecito ricorrere dopo di questo all'invocato articolo delle istruzioni del 1817? Non distruggeva forse lo Statuto tutte le giurisdizioni eccezionali con le procedure che ad esse riferivansi? Non esclamava in faccia alle autorità di qualunque

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ordine e grado garantita la libertà individuale? Non riduceva forse espressamente il suo articolo 24 la polizia alla necessità di consegnare, sempre fra lo spazio improrogabile delle 24 ore, all'autorità competente ogni individuo ria essa arrestato e di manifestare al medesimo i motivi del suo arresto? E finalmente la clausola derogatoria racchiusa nel suo articolo 89 non dichiarò forse abrogate tutte le leggi, i decreti ed i rescritti in vigore in quelle parti che fossero in opposizione ad un articolo qualunque di esso Statuto? Dopo di ciò, sostenere legittima l'azione della polizia in virtù di quell'articolo delle antiche istruzioni, e declinare l'accusa d'illegalità, di abuso, di delitto nell'attentare alla libertà degl'individui senza forme tutelari, senza garanzie di sorta, e prendendosi gioco dei giuramenti coi quali fu promessa osservanza all'ultima e fondamentale delle leggi, è un assunto degno unicamente degli amici del cuore di un MacFarlane!

Alle sovra esposte osservazioni, di cui vado debitore alla cortesia del mio illustre amico e compagno di persecuzione cavaliere Mancini, aggiungerò che trattandosi di cifre e di documenti che il governo napolitano

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con tanta cura nasconde, ognuno comprenderà di leggieri quanto sia difficile, per non dir impossibile, a chi è assente e soprattutto a chi è proscritto, poter rispondere alle cifre con cifre, ai documenti con documenti. Gettando l'occhio sullo stato numerico rilasciato dal prelodato (stile Mac Farlane) signor cavaliere Pasqualone al signor MacFarlane, non si dura fatica ad accorgersi che le cifre allegate sono false. In mancanza di documenti in proposito e non essendo come il signor MacFarlane amico di tanti principi ed eccellenze napolitano, citerò alcuni nomi dei prigionieri politici della provincia di Teramo (il dottissimo MacFarlane scrive Zeramo), Abruzzo ultra 1°, che nei due prospetti del cav. Pasqualoni son portati a soli 4.

Àvv. Panfilo Gammelli, condannato a 19 anni di ferri.

Avv. Carlo Ginaldi, condannato a 5 anni di carcere.

Avv. Giovanni Niccola Michitelli, id.

Don Emmanuele Cangrini (vecchio decrepito) galera in vita.

Don Giovanni De Panicis, id.

Don Francesco Martigiani, id.

Abate Menci, a 19 anni di ferri.

Niccola Pigliacelli, a 5 anni di reclusione.

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Saverio Angeletti, a 2 anni di reclusione.

Domenico Vitelli, id.

Vincenzo Irelli, a 6 anni di carcere.

Gabriele Forti, a 15 anni di carcere.

Luigi Bonolis, a 24 anni di ferri.

Francesco Marozzi, id.

I tre fratelli Bucciarelli, due a 24 anni di ferri, ed uno a 6 di carcere.

Pasquale De Fabriziis, ad otto anni di reclusione.

Giovanni Di Michele, a 30 anni di ferri.

Niccota Maffei, a 8 anni di ferii.

Sigismondo De Sanctis a 24 anni di ferri.

Abate Marconi, id.

Cerretani, id.

I due fratelli Castèlli, id.

Niccola Gabriele, id.

Cipriano Esposilo, id.

Su' cinque deputati della provincia, uno, il signor Giuseppe De Vincenzi, ha campato dalla prigione con l'esilio, e trovasi attualmente a Londra: un altro, il signor Francesco De Blasiis, è latitante, due altri, i signori Belisario Clemente e Domenico De Cesaris, sono in carcere, dove aspettano da molti mesi di essere giudicati: un solo, il signor dottore Castagna è Onora sfuggito alla persecuzione. Quasi tutti i componenti

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della famiglia del signor de Cesari, al numero di sei o sette, dividono la sua misera sorte.

Nella provincia di Basilicata poi, come ha già osservato l'Examiner, i cui dati concordano pienamente con quelli che io ho tra le mani, a tutto dicembre 1850 erano stati spiccati ed in gran parte eseguili 1664 mandati di arresto: 47 persone erano state condannate alla galera in Venosa e 5 a morte, 70 a lunga carcere a Bernalda, 8 alle galere a S. Angelo alle Fratte, 10 ad Albano, 3 a Craco, 9 ad Episcopia, tutti paesi, o per dir meglio paeselli di poche centinaia di anime. Debba ora io soggiungere che anche questi dati sono imperfetti, e che mancano al doloroso elenco i nomi di non poche altre vittime? Questi due soli esempi bastano ampiamente a dimostrare senza replica la insussistenza delle cifre dei prospetti compilati dalla polizia napolitana, e divulgati dal signor MacFarlane con la solita abbondanza di spropositi di ortografia che attestano la sua profonda perizia della lingua italiana.

Giova non dimenticare in ultimo luogo, che trovansi attualmente detenuti in una delle isole di pena del regno non pochi fra

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i volontari reduci da Venezia: arbitrariamente, senza processo e rei di nessun altro delitto fuorché quello di aver corrisposto coi fatti e con le gesta gloriose all'invito che nel mese di aprile 1848 il governo napolitano officialmente faceva ai cittadini di recarsi a combattere nell'Alta-Italia per la causa della Indipendenza Nazionale.

Ritorniamo ora al testo del degno amico degli umici ad cuore.

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Io ho ora ridotto il numero dei prigionieri di Stato nel regno di Napoli ad una cifra comparativamente minima; ma, tra le altre accuse, vi rimane quest'una importante ad affrontare. — L'onorevolissimo rappresentante dell'Università di Oxford non solamente accenna, ma ampiamente afferma che questi prigionieri di Stato sono barbaramente trattati — così barbaramente, che tutta la cristianità di Europa dovrebbe romper guerra al re delle Due Sicilie, sfondare le porte delle prigioni, e porre in libertà i gentili, illuminati, teneri, infelici, ecc., prigionieri di Stato.

Mio Lord Aberdeen, se voi sceveraste da queste asserzioni la esagerazione e la falsità, voi trovereste che il residuo di verità sarebbe più tenue che una dose infinitesima amministrata omeopaticamente. Benché non corrispondessero alle descrizioni fattene da Lady Morgan e dall'onorevolissimo rappresentante di Oxford, le prigioni ne' domini di terraferma ed insulari del re delle Due Sicilie non erano

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tuttavia, a mio tempo, le prigioni che avrebbero riscosso l'approvazione di John Howard, il filantropo quacquero. Anzi, io confesserò che, pochi anni or sono, esse erano in alcuni luoghi ributtanti per un uomo, come me che non sono né quacquero, né ultrafilantropo, né cosmopolita. Quasi tolte le prigioni nel mezzogiorno dell'Europa erano allora cattive — e le spagnuole, le peggiori. — Ha quelle di Napoli non furono mai tali, quali al signor Gladstone è piaciuto delinearle; e dal giorno ohe il monarca regnante ascese sul trono, sono stati fatti in esse tutte grandi miglioramenti (1). La Vicaria, nella quale


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(1) Nel 1845, vale a dire quindici anni dopo che l'attuale principe regnante era asceso al trono, monsignor Boilay, uno dagli ispettori generali delle prigioni di Francia, fu mandato a Napoli dal signor Guizot per esaminare le condizioni delle prigioni napolitano. Dopo averle visitate le chiamò bolgia d'inferno (gouffre d'enfer). Nel 1839 un altro francese, il signor Carlo Lucas, visitando quelle prigioni sperimentò

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il maggior parte degl'imputati politici vennero racchiusi prima ohe fossero esaminali e giudicati, rassomiglia tanto alta pittura del sig. Gladstone, quanto la ma isola di S. Elena corrisponde alle descrizioni che lo fazione bonapartista ha creduto bene di farne. Io ho visitalo quella prigione, mio signore! moltissime volte, e e non vidi mai, né mai sentii parlare di quelle carceri sotterranee a cui sembra alludere l'onorevole rappresentante. Prima che fosse fatta prigione, la Vicaria era un palazzo viceregale (e perciò da viceré

la stessa impressione. Questi fatti sono riferiti celta coscienziosa opera del signor F. A. Gutlterio, che è uno di quei libri autorevoli, e riboccanti di fatti, tutti ridondanti a danno del governo napolitano, ed a cui i difensori di questo governo non hanno saputo né potuto finora replicar sillaba. E questo esempio valga fra tanti a convincere il lettore imparziale dell'autenticità delle asserzioni con tanta asseveranza affacciate dal signor MacFarlane.

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venne chiamata Vicaria) (1). I viceré spagnuoli la fabbricarono e l'abitarono; è situata deliziosamente vicino alla porta Capuana, e vi si respira aria buona e libera; io non conosco altra prigione in Europa che abbia altrettanti segni esterni visibili di salubrità e di agi: al di dentro però non pongo in dubbio esservi bisogno di ulteriori miglioramenti.

Il sig. Gladstone certamente fa usò di un curioso cannocchiale acromatico, ed in un modo singolarissimo. Quando egli desidera ingrandire un oggetto, aggiugne un'altra lente, e guarda attraverso il telescopio, come tutti comunemente fanno;ma ecco che, quando ben gli torna, egli rovescia affatto il cannocchiale,

(1) L'Examiner ha già notato questo madornale strafalcione del signor Mac Farlane rammentando che la Vicaria fu edificata 300 anni prima dei viceré spagnuoli, e tolse il suo nome dall'impiegato per nome Vicario, che è infinitamente anteriore ai viceré. Il signor MacFarlane da prova di erudizione storica pari al suo amore della verità.

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ed esamina l'oggetto attraverso quel mezzo, per Io quale avrebbe dovuto cominciare a guardarlo. Cosi essendo avvenuto che alcuni de' suoi pendards o pendables al momento della sua visita, erano serrati Del vecchio castello di Nisita, egli cangia questa fortezza in una torre di lamenti! Io mi richiamo alle migliaia di viaggiatori che hanno veduto quell'amabile isoletta, ed il vecchio castello che la incorona, perché dicano se questa descrizione è corretta. Non è vero, mio Lord Aberdeen, anzi è tanto lontano dalla verità quanto il radicalizzato whiggismo dal buon governo, che Carlo Poerio sia incatenato insieme ad un volgare colpevole — un brigante — un assassino — un contrabbandiere (1). Egli potrebbe godere di miglior società, ma io temo che io medesimo nol potrei qualora mi trovassi nel caso istesso. Egli è legato con un uomo della sua propria condizione, un avvocato,

(1) Né il signor Gladstone ha mai detto questa cosa.

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un legista, on rivoluzionario, un ribelle simile a lui. V'è anche di più, mio Lord Aberdeen; essendoché quando Poerio — Carlo Poerio — giustamente condannato (e se egli non lo è, alzatevi allora, mio signore, dal luogo ove sedete nella Camera dei Pari, e parlate per la liberazione del sig. Smith O'Brien), venne richiesto dal suo governo, perché manifestasse con chi egli preferiva di essere incatenato; Carlo Poerio scelse quell'uomo appunto con cui trovasi ora legato. Se V. S. desidera le pruove di questa mia asserzione, io posso procurarvele in brevissimo tempo. Quando questi uomini congiurarono contro la vita del re e della sua reale famiglia (1), essi certamente non avevano nulla che si avvicinasse a questo grado di clemenza. Noi siamo uomini, mio Lord

(1) In questo punto il signor MacFarlane geloso degli allori di Navarro, di Peccheneda e di Àngelillo, li sorpassa, accagionando Poerio ed i suoi compagni di progetti, che lo stesso denunziante Jervolino non osò loro accagionare.

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Aberdeen, ed abbiamo ereditalo la fragilità della carne.

Alcune delle cospirazioni aveano per scopo immediato — come il migliore di tutti i cominciamenti — il massacro del re e della famiglia reale. Le pruove sono i processi di Stato i quali sono stampati e pubblicati (1), ed accessibili perciò tanto alla S. VM quanto a me stesso. Io posso concepire lo stato di un uomo whiggizzato (2) e semi-radicalizzato, il quale colla

(1)    E che non ostante tutta la buona volontà di coloro che li hanno compilati non riescono a fare un capo d'accusa nel senso di cui parla il veritiero signor MacFarlane.

(2)    Non contento di martoriare 1 italiano,il francese ed il latino, il signor MacFarlane si studia di fare altrettanto all'inglese e noi per porre esattamente dinanzi agli occhi del lettore i suoi barbarismi inglesi,siamo costretti a commettere barbarismi italiani. La cosa del resto è naturale: difendendo la barbarie il signor MacFarlane parla linguaggio barbaro. Le style c'est l'homme.

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testa sol guanciale si giace tranquillo, sottomettendosi a qualunque cosa gli viene inviata da ima sollevazione o da una combustione; ma, mio signore, io non giungo ad immaginarmi un padre di fa miglia, il quale possa rassegnarsi alte conseguenze di queste rivoluzioni, di cui il sig. Gladstone sembra fare le meraviglie. Il re di Napoli avea sei figli, e dal maggiore al più giovane, erano tutti minacciati della morte (1) al tempo delle barricate, invenzione ed opera di quegli infelici prigionieri medesimi, sul cui destino sembra che il sig. Gladstone versi così abbondanti lagrime. — Per i miei cinquantadue anni di esistenza, i quali hanno calmato le mie passioni, io m'affido, mio signore, di poter perdonare, e forse anche dimenticare qualunque violento attentato fatto contro di me personalmente e direttamente; ma sono anch'io padre di famiglia, e non so sio avrei la forza di trattare con la stessa dolcezza, l'uomo

(1) Di chi?

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che cercasse di rovinare uno de' miei figli (1). Pare il re delle Due Sicilie non prese parte in questi processi di Stato, se non se per moderarli ed esser clemente — per sospendere le condanna a morte della Corte Suprema, e cangiarle in prigionie nei ferri. Il sig. Gladstone pensa, o dice, che questo cangiamento di punizione è peggiore della stessa morte. — Che faccia ritorno a Napoli, ed interroghi l'opinione de' suoi interessanti amici.

Se Sua Maestà fosse stato sempre così disposto alla clemenza ed alla dolcezza, la grande maggioranza de' suoi sudditi ad alta voce avrebbe chiesto vendetta dei feroci combattenti sulle barricate del 1848 (2). Non fu scherzo, mio Lord Aberdeen, non semplice échauffage, molti


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(1) Guai agli amici del cuore del signor MacFarlane se tanti infelici padri di famiglia napolitani volessero applicare ad essi questo precetto!

(2) La grande maggioranza de' sudditi di S. M. il re di Napoli è dunque tutta composta di altrettanti MacFarlane?

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di essi han perduto i figli, i fratelli, i diletti amici nelle sanguinose scaramucce al palazzo Gravina, e nelle vie di Toledo e di Santa Brigida; molte vedove ed orfani in gran numero sono stati resi tali dalla follia e dalla ferocia di pochi uomini in poche ore. Non era in alcun modo da aspettarsi, che quei che avevano in questo modo sofferto, non richiedessero misure energiche e violenti che valessero a reprimere per lo innanzi tali sanguinosi esperimenti (1). Il solo istinto della propria conservazione spronò la parte tranquilla dei sudditi del re delle Due Sicilie? ed io ripeto, mio Lord Aberdeen — senza

(1) A ragione il signor MacFarlane non teme confutazione poiché egli stesso conosce quanto sia impudente e schifosa la sua apologia. Voglia per altro considerare il lettore imparziale, che se la maggioranza del popolo napolitano avesse potuto chieder vendetta contro l'autore delle barricate del 15 maggio, non vi sarebbe stato luogo né alle lettere dell'onorevole signor Gladstone, nò a questo libello della più audace delle nullità

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il più piccolo timore di essere confutato — che questa parte racchiudeva la grande maggioranza de' sudditi di Sua Maestà, ed era da essi composta. Àide toi, et Dieu t'aiderà. Se la mostra casa minaccia di cadere, puntellatela — o rassegnatevi all'inevitabile conseguenza.

Ma non sia alcun di sì poco cervello

Che creda, se la sua casa rovina,

Che Dio la salvi senz'altro puntello:

Perché e' morìa sotta (1) quella rovina.

(Asino d'oro).

La miseria, la rovina avea minacciato di cader sopra il capo d'ogni uomo tranquillo e rispettabile nei regni uniti delle Due Sicilie.

L'onorevolissimo rappresentante della Università di Oxford confessa che i Napolitani sono un popolo amabile, allegro, di buon umore, e che odiano l'asprezza e la crudeltà. Considerando, quanto poco egli sa di quel paese, la sua asserzione non vai mollo; pure questa volta gli avviene per caso di aver ragione.

(1) Sic!

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I Napolitani sono come egli li descrive. Ma è egli necessario ch'io rammenti all'onorevolissimo rappresentante dell'Università di Oxford quell'assioma così rancido e così ripetuto — che tali sono i popoli, quali sono i governi? Dove l'indole, la naturale disposizione di un popolo è dolce e gentile, voi non troverete mai un governo feroce; né troverete un governo dolce e clemente dove il popolo è brutale, avido di sangue ed inesorabile. Io conosco alcuni de' difetti nazionali dei Napolitani (e Dio volesse, mio Lord Abetdeen, eli'io potessi porvi rimedio), ma dopo tanti anni di esperienza, dopo così luogo viaggiare, dopo aver tanto tempo vissuto in quella magnifica terra, io posso sicuramente far testimonianza del gran numero delle loro buone qualità.

li sig. Gladstone asserisce che la punizione dell'incatenatura di due prigionieri insieme fu inventata ad hoc, per essere applicata agl'imputati politici. Ciò è quasi tanto vero, mio Lord Aberdeen, quanto che la nostra punizione

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del trasporto alle Colonie abbia avuta origine dal desiderio crudele di schiacciare il sig. Smith O'Brien e gli altri nostri maniaci cospiratori del 1848. Non è necessario ch'io rammenti l'antichità della pena dei ferri, o ai ferri, sarà sufficiente il dire, che era posta in pratica, come io stesso ho potuto vedere, tanto nei Bagni di Napoli, quanto in quelli di Castellammare, la prima volta ch'io giunsi in quel paese nell'anno 1816, Prima dì venire in Italia, credo di essere stato testimonio delle stessissime punizioni comunemente praticate e in Portogallo e in Ispagna, e sono più che certo che i malfattori erano incatenati insieme a Brest, Tolone, Roma, Civitavecchia, Livorno e Genova.

L'onorevolissimo rappresentante della Università di Oxford avrebbe dovuto leggere in verità i tre volumi del processo di Stato («La Setta dell'Unità Italiana») prima di farsi innanzi o proclamare il costituzionalismo, la moderazione politica e la totale innocenza di Cario Poerio.

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Ho veduto alcune lettere molto notevoli, scritte di fresco da gentiluomini che conoscono perfettamente l'intiera Italia e tutte le sue vicende politiche. Queste lettere confutano ampiamente quelle calunnie, e sono un quadro mirabile della reale condizione delle cose nel regno unito delle Due Sicilie, il quale ci pone in istato di giudicare dell'attitudine e dell'apparecchio de' Napolitani e de' Siciliani per lo regime costituzionale.

Gli scrittori di dette lettere sono tutti egualmente convinti della reità di Poerio. Io ho benanche favellato con gentiluomini inglesi, i quali hanno fatto dimora nei regno di Napoli non per la durata di poche settimane (1) come il sig. Gladstone, ma di moltissimi anni, ed ho trovato in essi la stessa sicura credenza nella malvagità del legista repubblicano. Permettete ch'io faccia un piccolo schizzo della vita di Carlo Poerio. Sembra che a quest'amico costituzionale del sig. Gladstone fosse il suo

(1) II signor Gladstone è stato a Napoli un inverno intiero.

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paese divenuto troppo bruciante nell'anno 1830 (1); ch'egli si fuggì a Parigi, ed ivi ebbe dimestichezza con Mozzini (4), ch'egli scrisse articoli per quei giornale rivoluzionario «La Giovine Italia» (3); che tornato a Napoli, egli abbracciò da capo la sua vocazione per le sollevazioni (4), e che tutti coloro

(1)    Cario Poerio accompagnò suo padre in esilio l'anno 1821 a Brùnn in Moravia e quindi a Trieste ed a Firenze, fanno 1829Ionio in Napoli con sua madre per accudire agli affari di famiglia 9 e nel 1830 non si mosse mai da Napoli, dove ha sempre soggiornato.

(2)    Carlo Poerio non ha mai conosciuto nè personalmente né per lettera il Mazzini e non è mai stato a Parigi.

(3) Carla Poerio non ha mai scritto una sillaba per la Giovine Italia.

(4) Carlo Poerio fu sempre costante nel fare opposizione al cattivo governo, fu imprigionato nel 1837, nel 1844 e nel 1847, e dovette esser sempre dopo parecchi mesi di carcere rilasciato in libertà, perché il tribunale statario eccezionale di quelle epoche non potè mai trovare alcun fondamento di accusa a carico di lui.

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che componevano il ministero di cui egli faceva parte, erano sperimentati repubblicani — come Pepe e Salicetti (1). Se desidera altre prove oltre queste asserzioni, V. S. le troverà nelle memorie di Guglielmo Pepe (2), recentemente date alla luce. Questo libro è tanto

Quei giudici eran magistrati di governo assoluto e magistrati eccezionali, ma non eran Navarro, ed i Jervolino non erano stati ancora inventati. V'ha di più: nel 1837 il tribunale di cui favello non solamente rimandò Carlo Poerio libero da ogni accusa, ma li diede facoltà di recrimina contro i calunniatori. Questi fatti succedevano a' tempi di Del Carretto.

(1) Pepe non è stato mai ministro, fu bensì incaricato dal re di formare un ministero, ma fra' nomi da lui proposti e non accettati dal re non era quello di Carlo Poerio Aurelio Saliceti fu ministro otto giorni solamente, ed a quell'epoca non era repubblicano.

(2) II quale dice esattamente il contrario di ciò ohe afferma il signor MacFarlane.

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stupido, quanto malvagio (1); ma deve esser letto da coloro che studiano la storia del modo con cui si fanno le rivoluzioni; poiché il vecchio scimunito e ciarlone (2) apre la bocca, ed apertamente disvela senza arrossire, non solo i suoi propri misfatti, ma anche le follie ed i delitti de' suoi compagni nella sedizione e nel tradimento. Pepe afferma senza riserva che il re delle Due Sicilie avrebbe dovuto esser sbalzato dal trono per mezzo dell'Assemblea costituente, nella quale essi erano tutti determinati di trasformare la nuova Camera nel mese di maggio 1848. Nessuno (3) in Napoli ne ha dubitato. Ogni napolitano credeva che, se i ribelli non avessero avuto la peggio nelle

1) L'avrebbe per caso il signor MacFarlane scambialo per libro proprio?

2) A queste contumelie ci vieta di rispondere l'affettuosa riverenza che tutti gli italiani professano per Guglielmo Pepe.

3) Vale a dire nessuno degli amici del cuore di MacFarlane.

(199)


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loro barricate, la repubblica sarebbe stata proclamata, ed il re e la sua famiglia uccisi. Il partito della repubblica dominava la Camera ed il ministero, calunniando e respingendo gli amici del sovrano, della legge e dell'ordine. La miglior pruova dell'animus di questo partito dee cercarsi ne' suoi atti manifesti il giorno 15 di maggio. Un libello famoso, dato ultimamente in luce a Torino, da un, certo Petricelli (ì) disvelerà sino al fondo le intenzioni di questi innocenti politici, i quali aveano tutti giurato alleanza a Mazzini. Crede forse il compito rappresentante dell'Università di Oxford, che Mazzini non tiene per la repubblica ma per la costituzione? Mazzini si è talmente smascherato che ora vi può essere tanto

(1) Il signor MacFarlane non ha nemmeno letto i frontispizi dei libri che cita, [e perciò dice stampato a Torino un libro che non è alato stampato a Torino, e ne fa autore un Petricelli, che non ha mai esistito, invece di Petruccelli, che è l'autore del libro cui il signor MacFarlane fa allusione.

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poco dubbio del suo fanatismo repubblicano, quanto degli orribili mezzi a cui egli era pronto a ricorrere, e della sua personale iniquità — della sua scelleraggine. Voi dovreste leggere, mio Lord Aberdeen, il suo famoso biglietto a Capana, col quale accompagnava cinque uomini innocenti per farli scannare, senza giudizio, a San Calisto. Questo biglietto fu pubblicato nella Gazzetta officiale di Roma. La fazione repubblicana, i Poerio e gli altri allievi di Mazzini (1), e non il re, furon quelli che ferirono a morte la costituzione, e resero il nome di costituzione odioso e ributtante agli orecchi della grande maggioranza dei sudditi di Sua Maestà. Come possa un governo rappresentativo sostenersi e progredire, quando il popolo assolutamente rifiuta di radunarsi per eleggere i suoi rappresentanti (2)

1) I fatti allegati nelle note precedenti chiariscono evidentemente la infamia inaudita di questa odiosa insinuazione.

2)I rappresentanti del popolo napolitano

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è un problema di cui lascerò lo scioglimento al sig. Gladstone.

Non solo i Napolitani, ma gl'Italiani tutti, sono ancora fanciulli in politica (1). Essi hanno bisogno di educazione politica, di esperienza e di on lungo esercizio degli affari reali della pubblica vita. Difficilmente potrebbe nutrirsi la speranza che il re delle Due Sicilie avesse a fondar una monarchia costituzionale, con l'aiuto degli agenti della repubblica democratica rossa.

Io posso sicuramente unirmi a' miei

sono stati sempre eletti da grandissimo numero di elettori. Carlo Poerio per esempio fu eletto deputato con migliaia e migliaia di voti dalla provincia di Napoli e da quella di Terra di Lavoro. Il popolo che rifiutava assolutamente di recarsi alle elezioni era il popolo degli amici del cuore del signor MacFarlane e dei loro impiegati.

(1) Questi fanciulli però avranno il buon senso di non scegliere mai a loro educatori politici né il signor MacFarlane né i suoi amici del cuore.

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amici, ed esaltare con essi la buona disposizione del re. Sun Maestà infatti non è che troppo gentile e troppo clemente. Nel giorno delle barricate — in quel deplorabile giorno 15 di maggio 1848 — quando il palazzo echeggiava al tuonare delle artiglierie dei ribelli, egli diceva ad un generale che chiedeva istruzioni — «Risparmiate il mio popolo sviato! Fate prigioni! Non uccidete! Fate prigioni!» (1) — Cento e cento poterono ascoltare queste parole quando furono produciate. Esse mi furono riportate nel mese di agosto dell'anno corrente da un distinto diplomatico (distinto così nella letteratura come nella diplomazia ), il quale era allato del re, e non abbandonò Sua Maestà, se non se quando i pericoli di quel giorno furono svaniti. Mi furono poscia confermate da altri personaggi di alto rango e di inattaccabile veracità; e pure non aveano alcun bisogno di confermazione.

Al tempo che la stampa sediziosa e

(1)

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radicale dipingeva il re delle Due Sicilie immerso sino alle ginoccbia nel sangue de' suoi sudditi — occhieggiando il suo spettacolo favorito di palchi e di ghigliottine, Sua Maestà raccomandava la clemenza e la moderazione al suo consiglio, ai tribunali e alla parte commossa de' suoi leali sudditi, molti de' quali (1) credevano esser necessarie poche capitali punizioni, per servir di esempio e di ammonizione. Il re disse al sig. Baillie Cochrane, ohe egli ricordava non essere stato giustiziato alcuno per delitti politici (2). Questa è una solenne verità — un gran fatto.

Quando le corti hanno firmato sentenze di morte, il re si è sempre intromesso, e ne ha sospesa la esecuzione! (3)

1) I soliti amici del cuore.

2) Tranne le fucilazioni nei fossi di Castel Nuovo, l'assassinio di Carducci, i massacri di Trentenaro e di altre località del Cilento, le fucilazioni numerosissime in Calabria, ecc. ecc.

3)E quando le Corti hanno assoluto, la Gran Corte criminale di Reggio per esempio.

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Questo mostro di crudeltà — come è bugiardamente descritto — non potè mai sottoscrivere

i loro componenti sono stati destituiti in massa. A far giudicare del resto con esattezza del concetto in che il governo napolitano tiene la dignità del magistrato basti rammentare il seguente fatto. Un articolo dello Statuto Costituzionale del 29 gennaio prescrive l'abolizione di tutti i tribunali eccezionali tranne i militari: immediatamente dopo la promulgazione dello Statuto nacque il dubbio se siffatta abolizione s'estendesse o pur no alle Grandi Corti speciali. La G. C. Criminale di Napoli opinò per la negativa, ma questo parere non fu diviso dalla Corte Suprema di Cassazione, la quale 10 o 12 volte all'uopo consultata dichiarò sempre che in virtù dello Statuto le G. C. speciali dovevano ritenersi abolite. Incominciata la reazione, la giurisprudenza invalsa in seguito alle reiterate decisioni della Corte Suprema non garbava agli intendimenti del governo, il quale per ciò si adoperò con tutte le sue forze a farla ritrattare. Nel 1849 la quistione sulla competenza delle Corti Speciali nacque presso la G. Q. di Cosenza, e venuta

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una sentenza di morte senza fremere. Tra le molte indecenti affermazioni

innanzi alla C. Suprema essa fu rimandata per ulterior esame atta G. C. Criminale di Catanzaro. I cinque giudici di quest'ultima Corte opinarono due per l'affermativa, ossia perché si perseverasse nella giurisprudenza della Corte Suprema, e tre par la negativa, vale a dire perché le Corti Speciali si riguardassero come tuttavia esistenti. La questione tornò conseguentemente dinanzi alla Corte Suprema, là quale ne giudicò a Camere riunite, e la decisione unanime di quei magistrali fu diametralmente contraria alla giurisprudenza da essi medesimi consacrata con tante e sì solenni decisioni! Interrogato da un amico uno di quei magistrati come egli ed i suoi colleghi avessero contaminata a quel modo l'augusta dignità della toga, egli rispose: — pronunciando una decisione contraria, saremmo stati destituiti! In questa guisa il governo napolitano riesce nei suoi intenti, collocando i magistrati ne) bivio crudele della miseria o del disonore, e costringendoli ad essere o vili sicari o eroi,

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contenute nelle lettere del sig. Gladstone nessuna è pia grossolana di quella in cui

Ecco pure un altro fatto fra gli infiniti che all'uopo potrei citare. Era fra' giudici della G. G. Criminale di Reggio il sig. G. B. Alborella, che per l'assenza del procuratore generale sosteneva le veci di Pubblico Ministero presso quella Gran Corte: avvenne un giorno che in un paese di quella provincia, per nome S. Catterina, un la le Laboccetta gentiluomo, ed il tintore Poturli, padre di nove figlie si trovavano sulla spiaggia verso Pentimele intenti al divertimento della pesca: ad un tratto udirono lo scoppio di molte fucilate, le quali erano tirate da una pattuglia del 6° reggimento di linea, comandala dall'uffiziale De Conti, contro una barca proveniente da Messina. Nel tempo stesso una scorridora appartenente alla regia fregala Regina s'inoltrava nel mare e sequestrava la detta barca, la quale, rovistata e messa sossopra, si trovò essere in piena regola e munita dell'autorizzazione governativa per fare il traffico di agrumi, di essenze e di sete da Reggio a Messina. Ciò non ostante essa fu saccheggiata da' soldati, le cui fucilate avevan ferito cinque individui, fra' quali due ragazzi.

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parla delle trattative, per mezzo delle quali fu ottenuta a Caserta la grazia del traditore Faucitano.

Tornata a terra, la pattuglia continuò il suo cammino, ed essendosi incontrata col Poturli e col Laboccetta, li fucilò entrambi, trafisse i loro corpi con 13 colpi  di baionetta, e li derubò degli abili e di tutto quanto avevano addosso. La dimane di questo fatto, che succedeva nell'agosto 1848, que' soldati vendettero pubblicamente per le vie di Reggio gli abili e gli altri oggetti tolti a que' disgraziati. Com'è naturale questo fatto produsse indicibile commozione negli animi di quegli abitanti, a seguo che il comandante della provincia, generale Nicoletti, per timore che non avesse a succedere un conflitto fra la soldatesca e gli abitanti, consegnò per parecchi giorni le truppe io quartiere. Io seguito a questi avvenimenti si affrettò il signor giudico G. B. Albarella a darà gli ordini opportuni, perché s'iniziasse una legale processura. In ogni altro paese un atto di questo genere avrebbe fruttalo al signor Albarella le lodi che vanno tributate al magistrato che adempie il proprio dovere: a Napoli invece gli fruttò la destituzione e, quindi la persecuzione. E di questi fatti da due anni a questa parte è piena la storia della magistratura napolitano.


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(208)

 

Di quali trattative intende egli parlare? Avrebbe egli creduto che il re fu compro per denaro, che, egli fece promessa del perdono sotto le stesse condizioni fatte dal nostro macellaio Kirk, dopo la ribellione dì Momouth? Poiché l'asserzione dell'onorevole rappresentante dell'Università di Oxford è ora data alte stampe, lascia libero il campo ai lettore d'immaginare qualunque bassezza, qualunque atrocità. Nonostante, mio Lord Aberdeen, le sole trattatile furono la gentile e buonissima disposizione del re,

Sono innumerevoli i casi in cui il re ha posti in libertà i prigionieri di Stato, i quali hanno mostrato di pentirsi ed ha richiamato quelli che eran fuggiti, temendo della legge, e che viveano in esilio, e (molti di essi) in estrema povertà.

Il sig. Gladstone parla di confische e

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di semestri; nonostante io posso assicurarvi, mio signore, che non ve ne fa fa alcuna. Non una moggia (1) di terra, non una casa, non un granaro, non un frammento qualunque dì proprietà è stata tocco!

1) Sic!

2) Tranne le sostanze degli ex-deputati barone Mazziotti, Tommaso Ortale, avvocato Mancini, barone Coppola, cavalier De Dominicis, Giuseppe Ricciardi, Ferdioando Petruccelli, marchese De Riso, d'Enrico e De Lieto; de' proprietari Mosciaro, Cardente, Pisciscelli, Gonzaii, Boccardi, Caputi, Scala, Dellago, Lioy, barone Liipinacci, cavalier Tiggiani, barone Stocco, dottore Orofioo, principe della Rooca e di tanti e tanti altri. Ned usa il governo napolitano sequestrare i soli beni appartenenti agli individui perseguitati, ma ammiserisce ad un trailo intere famiglie quando i loro possedimenti sono in comune. Così a mo' d'esempio ha praticato col principe della Rocca e ci cavalier Mancini, ora professore di dritto internazionale alla Università di Torino, ed invano le loro rispettabili madri hanno avanzato dimanda per una pensione alimentaria. Che più? Co'beni del d'Errico sono stati colpiti quelli de' suoi fratelli, e col Lioy si è dispogliata la moglie ed una sua cognata sol perché questa abitava la stessa casa.

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La dolcezza con cui sono stati trattati i ribelli è eccessiva! Molti che in Sicilia votarono perché il re fosse dichiarato decaduto dal trono, ed alcuni che andarono, ad offrire la corona al duca di Genova (*), sono ora in Palermo, e ricevuti a corte (1).

V. S. deve aver veduto lo strano libro pubblicato da Guglielmo Pepe. Io era amico intimissimo del fratello di quest'uomo — uomo differente per tutti, i riguardi — il generale Florestano Pepe; e rimpiango senza posa, mio signore, la sua recente morte.

(*) lo vidi molti di questi siciliani che andiedero ad offrir la corona e parlai con essi a Torino; ed ho dato un distinto ragguaglio di tutto quello che avvenne tra di noi. Mi appello al duca di Serra di Falco; che era uno di essi, per la conferma delle mie asserzioni che il lettore troverà nel mio Colpo d'occhio nell'Italia ribellata. Vol. II pag. 278-282.

(1) Chi?

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Nel 1848, io ero con Florestano Pepe nell'isola d'Ischia, e mio figlio, ora officiale nelle indie, era con me; e mi rammento molto bene il dolore di quell'uomo amabile e leale per la condotta politica di suo fratello — comandante in capo de' carbonari nel 1820-21 — sedizioso e balordo sempre (1).

Potrebbe sembrare impertinenza di aggiugnere ancora un tratto di pennello al quadro già compiuto del carattere del re di Napoli: pure avendo io conosciuto il re sin dal tempo che era un fanciullo innocente, di biondi capelli (sicché rassomigliava più ad un giovane inglese che

(1) II generale Florestano Pepe, di gloriosa memoria, fu sempre legato col suo fratello Guglielmo dai vincoli di tenerissimo e non mai smentito affetto. Nell'anno 1845 non ostante le gravi infermità e la cadente età, affrontò i disagi di lungo viaggio per recarsi ad abbracciarlo in Parigi. Il signor Florestano Pepe ha sempre esortato suo fratello a non fidarsi mai degli amici del cuore del signor MacFarlane.

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ad un brano italiano del Mezzogiorno), ed essendo stato intimo amico di coloro che erano continuamente a guardia della sua (allora) reale altezza, può forse essere di qualche importanza il dir? Che egli fu sempre ammirato per la sua gentilezza e per la bontà della sua indole. Voi leggete la poesia, mio signore, e dovete essere tra gli ammiratori del mio vecchio e diletto amico Wordsworth. Ergo non potete aver dimenticato uno de' suoi versi cosi di frequente citato, e così spesso ancora falsamente citato:

The child is father of the man

(Il fanciullo è padre dell'uomo).

Io credo, mio Lord Aberdeen, che la colpa più grande del re delle Due Sicilie (politicamente e forse anche domesticamente) è stata di aver mostrata troppa dolcezze di aver troppo facilmente perdonato in ogni cosa. Io credo fermamente ch'egli sia religioso (noi non ci fermeremo, mio signore, a discutere i meriti del romanismo e del protestantesmo) ma ripeto che io lo credo un principe

(213)

 

(ovvero chiamatelo un uomo) imbevuto sito alle midolla della credenza nei grandi articoli del cristianesimo. Senza la benedetta dote della misericordia non vi è cristianesimo, e senza cristianesimo, temo che vi sia comunemente ben poca misericordia. I nemici del re — gli uomini i quali avrebbero voluto gettarlo giù dal trono ed ammazzarlo — sono noti per la loro infedeltà. Da Mazzini scendendo sino a padre Gavazzi, non credo che voi possiate trovare dieci italiani liberali, che abbiano una fede religiosa qualunque. La loro ostilità all'altare è almeno tanto violenta quanto il loro odio al trono (1). Voi, santi di Exetor Hall, o seguaci ultra devoti di Low Church, che ora proteggete l'errante frate barnabita, perché insulta il papa di Roma, e la fede, nella quale fa cresciuto, e per molti anni esercitò il

(1) Certamente nessun liberale italiano comprende la religione come la comprende il signor MacFarlane, e come la praticano i suoi amici del cuore.

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nero ministero, prestate orecchio ad una voce che vi avverte:

Guai alta credulità di coloro, mio signore, i quali s'immaginano, che abbandonando la Chiesa di Roma, padre Gavazzi ha abbracciato le dottrine della Chiesa d'Inghilterra, o alcun'altra forma di culto o specie di credenza!

Ho detto, mio signore, che il sig. Gladstone avrebbe dovuto esaminare i processi di Stato: ma v'è anche un altro documento, la cui lettura gli sarebbe necessaria, cioè «l'Atto di accusa nella causa degli avvenimenti politici del 15 maggio 1848.» Quest'alto d'accusa mostra chiaramente le congiure, lo scopo ed i delitti attuali de' ribelli napolitani (1).

(1) Ed è di una veracità pari a quella di quest'apologia del signor MacFarlane, soprattutto quando fa il miracolo di far costruire la sera del 14 maggio 1848 a Napoli le barricate da persone che in quel medesimo giorno stavano a Milano.

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I primi gemi della sedizione furono seminati calunniando il governo del re — niuna cosa è più vera di questa osservazione.

Le Calunnia, non cesserò mai di ripeterlo, è la grande arme dei liberali dovunque essi vivono. Essi si sono resi esperti nel maneggio di quest'arme — e potrebbero ora darne lezione allo stesso Don Basilio (i).

Se l'onorevolissimo rappresentante del l'Università di Oxford, tome il monaco romano di Ànastasio, non si fosse limitato ad esaminare un lato solo della quistione, gli sarebbe senza dubbio caduta sott'occhio la seguente pubblicazione: — «Documenti storici riguardanti l'insurrezione Calabra, preceduti dalla Storia degli avvenimenti di Napoli del 15 maggio — Napoli, 1849» — II volume è pieno d'innegabile e documentata evidenza (2).

(1)    Vedi la nota a pag. 138.

(2)    E di tutù quella libertà di dire di cui godono oggidì nel regno di Napoli gli apologisti degli amici del cuore del signor MacFarlane. Il signor MacFarlane è generoso prodigando lodi ai suoi emuli.

(216)

 

 In esso i sediziosi parlano per loro stessi, e spiegano il loro scopo e le loro invenzioni. Essi rimangono convinti per mano loro e sotto il loro sigillo. Pochi commenti e poche considerazioni furono fatte in quel libro, perché non ve n'era bisogno. Uno sguardo a queste lettere, vi farà aperto con quale esattezza e quanto servilmente questi costituzionali (come il sig. Gladstone li appella) imitavano i Giacobini e i Cordiglieri del 1795, II loro primo oggetto era, da per ogni dove, di erigere un Comitato di salute pubblica, nome traslatato di Francia, nome orribile che nessun uomo di sana ragione, il quale conosca la storia della prima grande rivoluzione francese, può legger o sentir pronunciare senza dolore.

Tra i corrispondenti a questi documenti storici, trovo Alessandro Poerio, fratello di Carlo Poerio. Quest'uomo marciava con un corps d'armèe napolitano, che il re, costretto dai sediziosi, spediva in Lombardia ad oggetto di far guerra al suo prossimo parente, l'imperator d'Austria,


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e cooperare all'attuazione di quel pazzo sogno — l'Unità d'Italia —. Non appena ebbe, Sua Maestà ripigliato forze bastanti (1), mandò ordine a queste truppe di retrocedere, e siccome la maggior parte di esse si componeva d'uomini leali e ben affezionati al sovrano, esse ritornarono a Napoli tranquillamente. Ma quel canuto ed imbecille traditore, Guglielmo Pepe, corruppe (2) un numero considerevole

(1) Questa confessione è preziosa: il signor MacFarlane dunque concede che quando i suoi amici del cuore si sbracciavano a dirsi sviscerati italiani, e mandavano soldati e flottiglia a combattere l'austriaco, adoperavano ipocritamente aspettando il momento propizio per gettare la maschera.

 (2) Tra gli ufficiali corrotti dal canuto ed imbecille traditore, a cui gli amici del cuore del signor MacFarlane furono prodighi in Napoli di ogni maniera di cortesie e di affabilità, forse perché non avevano ancora ripigliata forza abbastanza per adoperare altrimenti, erano Cosénz, Virgilio, i fratelli Mezzacapo, Cariano, Musto, Boldoni, Ulloa, ecc. ecc.; il fiore cioè della ufficialità napolitana!

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di ufficiali e di uomini e continuò la marcia per cibarsi degli Austriaci —mangiare gli Austriaci. Alessandro Poerio, rotto il giuramento ohe lo legava al suo sovrano (1), e lacerando il suo onore come soldato e come gentiluomo, s'unì al vecchio cospiratore, Pepe, e trovò la morte a Venezia 0    nel fuggir via da quella fortezza (2).

(1) Qual giuramento? Alessandro Poerio non fu mai soldato. Egli si recò alla guerra italiana come volontario, e quando il governo 9 che aveva con regio proclama invitati i napolitani a correre sui campi di Lombardia per combattere gli austriaci mutò avviso, egli volle e seppe rimaner fedele ai suoi principi, ed accompagnò il generale Pepe a Venezia.

(2) Alessandro Poerio mori in seguito a gravissime ferite riportate combattendo a Mestre il dì 27 ottobre 1848. Il signor MacFarlane dopo aver insultato Carlo Poerio prigioniero ora vigliaccamente oltraggia la tanta memoria del suo prode e generoso fratello defunto. Forse il signor MacFarlane sa che una madre piange. Alessandro Poerio,o volendo chiarirsi degno in tutto e, per tutto della stima e dell'affezione dei suoi amici del cuore, non ha mancato di conturbare coni una contumelia inaudita il sacro ed augusto dolore di quella madre veneranda.

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Que' disgraziati ch'essi menarono all'ammutinamento ed alla diserzione, gemono ora bell'esilio 9 mentre la maggior parte dei capi della ribellione, grassi e prosperi, sono accarezzati da quelli che volentieri sarebbero rivoluzionari. Questa mattina stessa, mio Lord Aberdeen, mentre scriveva la presente lettera, venne a me in uno stato disperato uno de' sciagurati disertori napolitani, al quale era riuscito di venirsene a Londra. «Là carità inglese, diss'egli, spende molto denaro a benefizio di noi, poveri esuli abbandonati; ma noi non ne profittiamo — Esso vien diviso tra i capi sediziosi. Mazzini vive nel lusso; ma io e gli alta delle mia condizione, che fummo delusi e fuorviati, siam lasciati nelle strade a morir di fame — morire di fame! Io era giovane  — aveva appena diciotto anni — quando

(220)

gli amici di Guglielmo Pepe, mi indussero a disertare dal mio reggimento. Io rimpiango il mio errare ed il mio delitto. Malgrado tutto ciò che essi dicono io conosco, la clemenza del re, e s'io potessi solamente ritornarmene al mio diletto paese, mi contenterei di espiar le mie colpe in una prigione ed ai ferri (1).» Il numero de' disertori o rifugiati napolitani in Londra è piccolo, ma potete esser sicuro, mio signore, che a Parigi,

(1) Il lettore comprenderà g quali ragioni di decoro e di dignità sieno quelle che mi fanno astenere dal rispondere ad un cumulo di tante oscenità. Dirò solamente, per quanto concerne il Mazzini, che io sono dichiarato avversario delle sue dottrine politiche, le quali ho combattute e combatterò sempre a viso scoperto, ma ohe, precisamente, perché son suo avversario politico, mi arreco a premura, e per debito di rispetto verso la verità, affermare, che nessuno ha mai sospettato la sua privata probità, e che perciò non scendo a contraddire le indegne favole spacciale dal signor MacFarlane.

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a Torino ed in altre città, havvi moltissimi Italiani nella stessa miserabile condizione di queste giovane, e che non godono né il soccorso, né la simpatia di alcuno de' loro condottieri.

Ma, per ritornare ad Alessandro Poerio quest'individuo, quattro giorni prima del combattimento delle barricate nella città di Napoli, scrisse la lettera seguente ed un fratello carbonaro. Per quanto sia ardente e falsa, essa è forse la lettera più moderata (di tutti quelli del suo partito) ch'io abbia rinvenuto ne' Documenti storici:

 ANCONA, 11 maggio 1848.

Carissimo Peppino,

Giunti qua trovammo (come era da prevedere) entusiasmo grande pe' Napolitani, ma nel tempo stesso forte indignazione contro il nostro governo; pel turpe abbandono dei Veneti, dopo l'ufficiale e solenne annunzio della spedizione, ed il sentire de un giovane Veneto, mandato qua ad invocare il soccorso della flotta,

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come i Veneziani ci aspettassero, e con quanta impazienza di gioia, e come ci preparassero con anticipata gratitudine accogliente e feste fraterne, mi trafisse l'anima, e mi fece arrossir di vergogna per tutti in un fascio governanti e governati. Fortunatamente trovandosi la flotta ancora qui, il generale Pepe non perde tempo, e fece fare una comunicazione telegrafica a Napoli. Iersera mi disse essere giunta la risposta per telegrafo, che par ora la flotta soprattenga in questo porto. Ciò non basta? speriamo che sia principio di risoluzioni migliori. L'Austria imbaldanzita dall'inerzia del nostro governo, ha dichiarato il blocco di Venezia, e con due fregate ed alcuni legni minori (forte per certo impotenti ad offendere quella ben munita città) le fa per altro grave danno con l'impedire il commercio Bisogna dunque assolutamente (se non vogliamo rimaner con carico grande ed eterna infamia di aver tradita la causa italiana) che la flotta nostra, rinforzata di qualche altro legno, prenda l'offensiva, sblocchi

(223)

Venezia, e distrugga la marina austriaca il che le terrà fatto maggiormente che la flottiglia sarda è già in via per congiungersi seco, partita da Genova il 26 aprile. — Mentre Carlo Alberto (come leggerai da' giornali) combatte a Pastrengo e poi a Bussalongo, dove forza 1500 austriaci a deporre le armi, poi di là dall'Adige a Pentom e riporta una splendida vittoria (3000 tedeschi morti, feriti o prigionieri; tra i primi il principe Jous e Taxis; tra i secondi il barone d'Aspre, e tra gli ultimi il principe di Liechtenstein); mentre il generale pontificio Durando, secondato dal nostro valoroso Ferrari, marcia velocemente a combattere Nugent sul Frinii, mentre anche i Toscani si distinguono in continui scontri sotto le mura di Mantova, il nostro governa, ha ordinato le cose in modo che le avviate truppe (scarse rispetto a tanta parte d'Italia quanta noi siamo) non fungeranno in linea d'operazione prima di giugno. In vece la posizione marittima potrebbe essere proprio decisiva, liberar Venezia

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 minacciar Trieste, ed alcune navi servirebbero a condurre troppe dove fosse maggiore necessità di soccorso ed opportunità di sbarco. Queste cose ho volato scriverti, affinché tu e Carducci, il tuo energico cognato, il quale caramente saluto, e quanti altri siete costà veri e caldi amatori della causa nazionale, aiutiate le istanze che si fanno dal generale Pepe con dimostrazioni gagliarde, che sieno potente scoppio della pubblica opinione, e ferrino la mano al governo, vincendo ogni ostacolo di corte, sventando tutta le mene secrete facendo vergognare chi è capace di vergogna, ed impaurire chi non ha altro Dio che la paura. Ma il re come mai non intende che rischia tutto lasciando tutta a Carlo Alberto la gloria della liberazione d'Italia? Ma, ti chieggo scusa di aver supposto un momento che egli potesse intendere. Intendiamoci noi, e facciamo presto.

Ti accludo un ordine del giorno del generale Pepe, il quale desidera che sia subito inserito ne' giornali. Egli m'incarica de' suoi saluti per te.

Scrivimi  a Bologna, e Credimi invariabilmente,

Il tuo affezionatissimo

Alessandro Poerio.

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Al signor Giuseppe Del Re.

'Tale era questa foga per l'unità! La lealtà, la fede, ogni cosa dovea essere mortificata per la Unità d'Italia! Àveano a farsi «gagliarde dimostrazioni» perché il re atterrito acconsentisse. Faire peur! l'antico motto di Danton e di Robespierre era quello ancora di questi uomini; non ostante essi erano tutti costituzionali, come dice il compito rappresentante della Università di Oxford, e conseguentemente, dimostrazioni gagliarde sono misure costituzionali e giuste. Motte di queste dimostrazioni furono poste ad effetto, a gran terrore di Sua Maestà la regina, dei suoi innocenti figliuoli e delle dame di corte. Ma il carattere del re non venne indovinato: la sua dolcezza non era codardia; essi non poterono atterrirlo — né

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anche minacciandolo ogni giorno di assassinarlo (1).

Si può supporre che questa lettera di À. Poerio (la quale poté essere benissimo ricevuta a Napoli il giorno 14 od anche prima (2) contribuì non poco alle sanguinose scene del 15 di maggio. Ma Pepe ed altri settari e cospiratori mandarono frattanto a Napoli da Ancona altri e più autorevoli mots d'ordre.

Dimenticando i loro delitti e gli orrori che essi meditavano, l'onorevolissimo rappresentante della Università di Oxford compassiona tutti i settari ed i cospiratori che sono ora prigionieri di Stato; ma egli

1)Ammiri il lettore la logica e leale connessione che corre fra queste illazioni la lettera di Alessandro Poerio.

2)Questa lettera giunse all'amico a cui era indirizzata allorché questi in seguito aitasi del 15 maggio, costretto a fuggire da Napoli, trovavasi in Roma, ed è perciò probabile che non avesse potuto essere cagione di un fatto già succeduto.

serba la simpatia e la passione maggiore per Carlo Poerio, il quale essendo come io l'ho dipinto (i), non manca di essere nello stesso tempo molto abile ed eccessivamente astuto, con una dose di accortezza mille volte maggiore di quella necessaria per ingannare un uomo così credulo, come il sig. Gladstone ha provalo di essere, o preteso di provare, nelle lettere indirizzate a V. S.

Ma io fo le meraviglie, mio Lord Aberdeen, come invece di aprire a Poerio fa porte del carcere» il sig. Gladstone e quelli che l'hanno istruito e consigliato, hanno cercato ogni mezzo per ribadirne le catene. Essi hanno gonfiato il cuore dell'ambizioso colpevole, colla credenza che il suo destino sia questione europea; che la forza della pubblica opinione lo scevererà dal suo fratello cospiratore; infrangerà le sue catene, e lo ridonerà alla libertà (per incominciar di novo a

(1) Coi sussidio di tatti cosi esatti e così veridici!

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congiurare contro il suo sovrano, e mazzinizzare il proprio paese), essi hanno resa l'anima sua impenetrabile al pentimento ed al rimorso, e lo hanno spinto ad assumere un contegno provocatore in faccia al buon principe, il quale certamente avrebbe moderato i disagi della sua prigione, e forse lo avrebbe ritornato nella grazia reale, «e egli si fosse diversamente condotto (1).

È falso di pianta, mio signore, che il governo napolitano tolga ogni mezzo di accurata informazione, e che non vi sia certezza alcuna nelle cose, che riguardano i prigionieri di Stato i loro processi ed il loro ultimo destino. Il governo napolitano ha fatto una pubblicità di lutto (2). Gli arresti, i processi,

1) Vale a dire se, accondiscendendo a chieder la grazia, avesse implicitamente confessato di esser reo degli immaginari delitti che gli si appongono, e di rendere perciò un segnalato servizio a Iervolino,a Navarro ed a tutti gli amici del cuore del signor MacFarlane.

2) Quando lo ha voluto, e credulo utile.

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le condanne, tutto è avvenuto di chiaro giorno; i patetici racconti di arresti notturni, e di visite domiciliari fatte nottetempo dalla polizia, che il sig. Gladstone vuoi venderci ingrosso, possono essere posti coi «Misteri di Adolfo» o «Gl'Italiani, ossia il Confessionale de Penitenti Neri ed altri romanzi di simil genere. Io prego V. S. di esaminare le note officiali al margine del prospetto. Nessun imputato politico è stato arrestato senza l'osservanza delle regole ivi riportate, o senza un ordine regolare sottoscritto da un magistrato; nessuno è stato ritenuto al di là di ventiquattr'ore' ore senza essere esaminato (1).

(1) Tranne l'ex-deputato Silvio Spaventa che fu arrestato il 19 marzo da un commissario di polizia, mentre passeggiava per la via Toledo, senza mandato di arresto, e contro di cui si trovò l'accusa soltanto sei giorni dopo l'arresto. Tranne l'ex-deputato e l'ex-ministro marchese Luigi Dragonetti, il quale geme in carcere da più di due anni senza che gli si faccia regolare processo, e senza che né egli né altri sappiano la

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Questa, è stata per lungo tempo la legge di Napoli, e Sua Maestà ed i membri del suo gabinetto hanno avuta ogni cura possibile perché la legge fosse rigorosamente osservata.(!) Si sono fatti nonostante alcuni arresti nottetempo; ma che perciò? Se un uomo accusato del più grave dei delitti non potesse esser sorpreso che a mezzanotte, e giammai a mezzogiorno, io suppongo che la polizia napolitana lo arresterebbe a mezzanotte, come farebbe anche la nostra propria polizia a Londra per un malfattore che si nascondesse.

In un luogo delta prima lettera del signor Gladstone v'è una trivialità, di cui io non avrei creduto capace un gentiluomo

cagione del suo arresto. Tranne Carlo Poerio, il cui caso è stato narrato dal signor Gladstone, e non contraddetto da nessuno, e4tranne infiniti altri prigionieri che si trovano in condizioni analoghe ai precedenti.

(1) S'intende la legge del loro arbitrio, oppure quella che ogni poliziotto può improvvisare qualora ai tratti di vessare qualche galantuomo.

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della sua condizione, essa sente del commerciante di Liverpool piucchè del professore della Università di Oxford — del mercato di cotone, più che della buona società. Egli sostiene che i giudici napolitani, non essendo ben pagati, debbono essere necessariamente servi della Corte, venali ed abbominevolmente corrotti. È egli necessario di dire all'onorevolissimo gentiluomo che, ragguagliando le monete è considerando la grande differenza nel modo di vivere de' due paesi, 4,000 ducati per anno a Napoli, sommano quanto 3,000 lire sterline in Inghilterra; ma se non giugnessero a tanto, può credere il sig. Gladstone che tutti gli uomini sieno mossi solamente dal maggiore o minore ammontare de' loro guadagni pecuniari? Io non posso dar fede, che egli sia cosi perfetto discepolo della scuola di James Mill.

Dal principio alla fine delle due lettere si asserisce che i processi di Stato furono fatti In fretta — precipitati in una maniera scandalosa.

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Mio Lord Aberdeen, quei processi furono protratti per otto lunghi mesi, dal 1° di giugno 1850, ai 31 di gennaio 1851, avendo alcuni degli accusati allegato che erano in cattivo stato di salute, e non potevano levarsi in piedi per difendersi. I pubblici dibattimenti non durarono meno di settantaquattro giorni, 286 testimoni furono esaminati; le deposizioni scritte, poi che vennero lette, erano di tal peso e volume, che avrebbero mandato tutti i Blue Boots di Lord Palmerston a dar calci alla soffitta. Nulla può essere più falso che il voler asserire che ai prigionieri di Stato fu negato il beneficio delle leggi e l'assistenza degli avvocati. I prigionieri ebbero a difensori i migliori legisti del regno, tanto prima, quanto nel tempo del dibattimento. Questo fatto mi è stato assicurato da persone, le quali non sono anticostituzionali, e che essendo state presenti ai dibattimenti, furono grandemente impressionate dal decoro e dall'onestà di tutto il processo legale. Mio Lord Aberdeen, venticinque lunghi giorni scorsero in ascoltando l'aringhe degli

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avvocati, e i dissensi di quelli tra gli accusati che parlarono a favore di se stessi, e si difesero di per sé. Terminato ciò, la Corte (La Gran Corte Speciale) sedé un'intiera notte e porzione del seguente giorno alla solenne deliberazione. Nonostante questo è ciò che l'onorevolissimo rappresentante dell'Università di Oxford vorrebbe cangiare in un processo sul tamburo! (1)

L'asserzione di quel gentiluomo, che i prigionieri furono posti alla tortura, è troppo mostruosa ed assurda per meritare un solo momento di attenzione. Egli non da pruove della sua asserzione (benché io creda di poter mostrare a dito l'uomo che gli ha narrata questa storia (2), ed il paragrafo è scritto nell'incertezza, come se colui che lo scriveva non vi prestasse fede. Ma dove trovare una scusa per questo paragrafo in tali circostanze? Il governo napolitano fu il primo tra i governi

(1) In qua) parte delle sue lettere?

(2) II signor MacFarlane ruba con queste parole il mestiere a Jervolino.

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del Continente Europeo che abolisse e riprovasse (1) l'uso della tortura giudiziale. Nella commozione e nel corso di un conflitto (come quando i Francesi erano in Calabria ) io non entro mallevadore di alcuno del popolo; ma io credo che voi non trovereste un napolitano che volesse fare a sangue freddo — da sangue freddo — (?) la mostruosa operazione di torturare uno dei suoi simili. Il sig. Gladstone può non saperlo, ma voi, mio Lord Aberdeen, voi non avete dimenticato che il popolo napolitano non volle accogliere l'Inquisizione; che esso combatté bravamente contro gli Spagnuoli, allora suoi padroni, ai quali era venuto il desiderio di adottarla; e che l'Inquisizione non venne mai stabilita in Napoli.

Ancora alcune poche parole sul trattamento de' prigionieri di Stato già condannati, e poscia lascerò questo soggetto ributtante. Io sono assicurato, mio signore

(1) In parole.

(2) Sic.

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sino all'evidenza (sicché io ne posso dubitare quanto dell'esistenza di una esposizione in Hyde-Park) che i condannati politici (essendo gentiluomini) non sono mescolati coi malfattori comuni e coi borsaiuoli, ma sono tenuti affatto separati (1).

L'onorevolissimo rappresentante della Università di Oxford afferma che quasi tutti che formarono «la Opposizione» nella Camera dei Deputati (a Napoli) sono ora in prigione o in esilio. Egli parla di Costituzione, ma crede egli che l'opposizione agì costituzionalmente, quando dichiararono che non volevano una Camera Superiore, che le barricate doveano esser fatte, ed il re (piuttosto una delle parti principali in questa costituzione) gettato giù dal trono ed ucciso insieme colla sua famiglia (2). Il sig. Gladstone va poi avanti

(1)    Separati cioè da' galantuomini loro pari, ed a malgrado delle assicurazioni date al signor MacFarlane, tenuti in compagnia dei ladri e degli assassini.

(2)    Dunque perfino il signor MacFarlane

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per far posa sul lagrimevole caso di un certo Carducci, il quale, benché incontrasse la morte in modo irregolare, pure l'ebbe giustamente meritata (1), Questo Carducci era «l'energico cognato» del traditore Giuseppe Del Re, a cui era indirizzata la lettera a faire peur di Alessandro Poerio (vedi pag. 223).

Dopo aver preso parte alla costruzione delle barricate, dopo aver combattuto dietro di esse ed essere stato respinto (come lo furono tutti), questo esaltato rouge gettò nelle montagne, e radunato intorno a lui una. mano di contrabbandieri, di ladri e di banditi, emulando Garibaldi, ordinò una milizia di guerrilla colla quale commise quasi ogni atrocità immaginabile (2). Se il signor Gladstone

confessa che la maggioranza della Camera dei deputati trovasi attualmente in prigione od in esilio.

1) II signor MacFarlane con queste parole si rende il degno emulo del prete Peluso.

2) Costatole Carducci, ricco proprietario.

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non ha fatto sciupo di tutta la sua commiserazione a favore dei settari, dei ribelli

della provincia di Salerno, fa nominato colonnello della guardia nazionale dal governa dopo il 29 gennaio 1848: la sua provincia lo mandò con migliaia di voti deputato al Parlamento Nazionale: il re parecchie volte lo invitò a recarsi da lui e gli usò ogni maniera di gentilezza ed affabilità, e gli mostrò sempre gran fiducia. Il 15 maggio Carducci stava alla Camera in qualità di deputato e dopo la luttuosa catastrofe si ricoverò come la maggior parte dei suoi colleghi sopra uno dei vascelli della flottiglia francese del Mediterraneo, comandata dall'ammiraglio Baudin, che stava ancorata nella rada di Napoli. Il Carducci si recò quindi a Civitavecchia e di là a Roma: di dove partì per andare a Malta ad oggetto di sbarcare sulle coste della Calabria. Dalla Calabria egli divisava andare in provincia di Salerno e quindi a Napoli per impetrare dal re la conservazione degli ordini costituzionali. Prese all'uopo passaggio sopra una barca in compagnia di nove suoi amici. Sorpreso in mare dalla tempesta e non potendo la sua

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e dei prigionieri di Stato, egli ne può dare sicuramente uaà piccola porzione

piccola nave affrontare le ire dei fluiti, fu costretto a prender terra ad Acqua-Fredda, circondarii di Maratea, provincia di Basilicata e località confinante colla provincia di Salerno. Carducci ed i suoi compagni erano al tutto inermi. Il Peluso, che li vicino dimorava, fatto consapevole dell'arrivo di gente su quelle spiagge quasi deserte, si recò con molti de' suoi ad incontrarla, e non si tosto ebbe riconosciuto il Carducci gli fece mille feste, e lo complimentò di lanta refezione. Aspettavano il Carducci ed i suoi compagni che il mare si rabbonacciasse per riprendere l'interrotto viaggio, allorché ad un tratto videro comparire in lontananza numerosa gente armata, guidata dal Peluso, che procedeva con piglio minaccioso. Accortisi quegli sventurati di trovarsi a mal partito rivolsero a' loro aggressori concilianti parole pregandoli a non fare alcun male ad essi che nessun male avevano fatto nè volevano fare. La risposta alle preghiere di quella gente disarmata e poc'anzi ospitata con tanta amorevolezza e liberalità, fu una scarica di

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al povero popolo innocente di quel paese, saccheggiato, crudelmente maltrattato, e non di rado scannato dai suoi interessantissimi membri costituzionali dell'opposizione.

archibugiate la quale malamente ferì tre di que' sventurati. Le stesso Carducci fu ferito nella spalla. Il Peluso allora fece arrestare quei miseri, s'impossessò dei loro oggetti, ed intascò 12,000 ducati (franchi 54,000 in circa) che trovò, fra argento, oro e polizze, nella valigia del Carducci. Partitosi quindi con esso da Acqua-Fredda alla volta di Sapri lo trucidò, e non fu se non parecchi giorni dopo che il giudice Gaetano Pinto, procedendo alle opportune indagini, trovò in una valle il cadavere dell'infelice vittima con la gola recisa, ed, a cagione degli estivi calori, a metà putrefatto.

Questi fatti risultano dai documenti giudiziari tuttora esistenti negli archivi della G. C. Criminale di Potenza e del Ministero di Grazia e Giustizia di Napoli. Il Capobanda Carducci guidava adunque una guerriglia senz'armi, invece di rubare era derubato, invece di assassinare era barbaramente trucidalo senza poter opporre la menoma resistenza!

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Io ho tante prove, mio lord Aberdeen, che Carducci ed i suoi masnadieri vivevano magnificamente (tanto tra donne quanto tra provvisioni), e che essi erravano nelle piccole città e nei villaggi, e devastavano, e saccheggiavano ed uccidevano, che il nome di Carducci era divenuto sinonimo di quello del diavolo. Allora il re ed il suo governo — facendo quello che ogni altro governo avrebbe fatto nelle stesse circostanze, lo dannarono al bando e posero la sua testa a prezzo (1).

(1) In questo squarcio di eloquenza, che sarebbe scellerata se non fosse grottesca, il signor MacFarlane trova modo di operare l'impossibile, vale a dire, di calunniare il governo di Napoli, poiché questo, almeno pubblicamente, non mise mai a taglia la testa del Carducci, ed il danaro che lo stesso MacFarlane confessa essere stato dato dal governo al prete assassino non fu il prezzo di una taglia convenuta, poiché taglia non esisteva, ma bensì una spontanea elargizione ad un sicario che, degnamente interpretando il desiderio de' suoi governanti, aveva ucciso un uomo a tradimento.

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E' vero che l'uomo il quale guadagnò questo premio, sorprendendo Carducci ed uccidendolo di sua propria mano, fu un prete, e che il suo nome era Peluso; ma non è poi vero che questo prete gode da quel giorno di una pensione del governo per questo fatto. Peluso ebbe il pegno del sangue o la ricompensa offerta per la cattura del malvagio ribelle, vivo o morto, appunto come avrebbela avuta ogni altr'uomo, prete o laico, principe o sgherro. — Peluso non commise un'azione da prete; ma i preti, al postutto, non sono che uomini, ed in quel periodo di rivoluzione ben conoscevano quello che avevano a sperare dalla repubblica rossa e da' suoi capi della tempra di Carducci. Non l'amor solo del guadagno, ma anche l'amore per la sua chiesa e per l'ordine a cui apparteneva, poteva aver spinto Peluso a quell'energica misura.

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Ma, mio Lord Aberdeen, gettate pure Peluso nella peggior bolgia dell'Inferno di Dante, ma non incolpate (dell'azione da lui commessa) il re dalle Due Sicilie o il suo governo. Essi non fecero che offrire una ricompensa per la cattura o la morte di quel modello di ribalderia, ed accadde che tra prete l'ebbe guadagnata. Se il sig. Gladstone crede che il re e qualche altro membro del suo governo protegge od in alcun modo favorisce un uomo come il prete Peluso, egli è travagliato dalla monomania. Mi è stato detto che Peloso non passeggia per le vie di Napoli; ma se il facesse; io domanderei dov'è la legge (fuori della stretta legge canonica) che glie lo impedisce? Sia prete o non prete — o sia anche la peggior canaille della società — nessun uomo può essere legalmente accusato di ciò che Peluso ha fatto in forza di un atto di bando e di cóurir sous. E' cosa trista che un sacerdote abbia condotto a fine quest1 impresa; ma più triste cosa sarebbe stata se non si fosse tolto di mezzo un maniaco — un furibonde

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come Carducci. Se un tigre penetrasse di forza in una tranquilla capanna, e venisse uccisa, io creda che difficilmente si domanderebbe se l'uccisore era prete o laico (1).

(1) II rivoltante cinismo di queste parole basta a far giustizia di un governo che trova difensori e difese di questa risma. Vi aggiungerò solamente alcuni altri dati di fatto che faranno risaltare sempre più la complicità del governo napolitano nell'assassinio di Costabile Carducci. Allorché il delitto fu commesso, la magistratura, la quale noti era stata tutta nàvarrizzata, pensò immanenti ad adempiere i suoi doveri facendo indagini per. iscoprire l'autore di esso. La istruzione giudiziaria fu incominciala dal signor Gaetano Pinto, giugice del Circondario dì Maratea, nella cui giurisdizione il delitto era stato commesso. Non si tosto il govern0 ebbe contezza della incominciata istruzione, richiamò, vale a dire, destituì il giudice Pinto, e diede ordine al procuratore generale presso la G. C. Criminale di Potenza, signor Pasquale Scura di mandare a Maratea un altro giudice: e quel magistrato mandò io conformità

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Per ciò che riguarda il catechismo politico, intorno al quale il sig. Gladstone

di, detti ordini, il giudice Gaetano Cammarota con ingiunzione di continuare la istruzione giudiziaria iniziala dal signor Pinto. Il signor Cammarota adempì fedelmente i suoi doveri: trattandosi però di un delitto di tanto rilievo, lo stesso procurator generale delegò per la istruzione giudiziaria il giudice del distretto di Lagonegro, signor De Clemente. Il governo dal canto suo richiamava e destituiva il Cammarota: ma ciò non «sgomentava né disanimava il De Clemente, il quale continuò con ferma e decorosa imparzialità l'istruzione. Il Peluso frattanto tempestava a Napoli presso il Ministro di Grazia e Giustizia e presso più alti personaggi perché non si dasse seguito a quella processura; e sarebbe riuscito nel suo intento qualora il governo, suo complico, avesse trovato docile strumento nel procuratore generale Scura. Il venerabile magistrato però seppe decorosamente resistere alle ingiunzioni ministeriali e con fermezza inesorabile sostenne i diritti della giustizia e fece scudo con la propria responsabilità a quella del De Clemente che

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ha tante cose a dire, e che si dice usato d'obbligo in tutte le scuole del regno di

scrupolosamente aveva adempiti i suoi doveri. A capo di poco tempo il procuratore generale Scura fu destituito, e per rara raffinatezza d'ipocrisia il giudice De Clemente venne promosso a giudice regio in Potenza, dalla quale carica fu quindi, senza ragione alcuna, dimesso dopo lo spazio di un mese. Ecco in qual guisa provvede il governo napolitano all'amministrazione della giustizia, e come rispetta la indipendenza dei magistrati. V'ha di più: allorché la Camera dei deputali era radunata, una petizione fu ad essa presentata intorno al caso dell'infelice Carducci, e la Camera unanime, dietro mozione dell'onorevole deputato Dragonetti, la rinviò al ministero, con calda raccomandazione di provvedere perché giustizia si facesse. II ministro di grazia e giustizia rispose dopo molto tempo con apposito uffizio al presidente della Camera, che immediatamente comunicò all'Assemblea la risposta ministeriale, la quale faceva promesse generiche e serbava un tuono evasivo, che non potevano e non dovevano soddisfare la Camera.

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Napoli, io posso con sicurezza affermare che è solamente un affare di preti col quale il governo non ha nulla che fare (1). L'educazione nel regno delle Due Sicilie ed io tolti i paesi che credono al papa (come il Times dei 4 corrente molto giustamente asserisce) è posta interamente nelle mani dei preti co' quali i governi di quei paesi non vogliono urtarsi (2).

Con una seconda unanime deliberazione, dopo altre calorose ed indignate parole del Dragonetti, la petizione fu cori maggiori istanze rimandata al ministero. Sedevano nella Camera olio a dieci deputati ministeriali, ma tutti furon concordi nel manifestare col loro voto la loro esecrazione verso l'assassinio, e di domandare che la luce si facesse sul sanguinoso avvenimento Aggiungerò che né allora nè poi il ministero allegò mai la esistenza della taglia di cui parla il signor Mac Farlane.

(1) Di preti che stanno in corte, che stanno a capo del pubblico insegnamento, e che sono incaricati di formar la mente e il cuore del giovine principe ereditario.

(2) Quando son preti come i compilatori del famoso

(247 )

Catechismo non fu mai mostrato al re o al suo consiglio; né venne da essi mai

 catechismo e non quando son preti dotti, illuminati e veramente solleciti della dignità del loro santo ministero, come sono a cagion d'esempio gli illustri Cenobiti di Montecassino, i quali perché sapienti e quindi sospetti di liberalismo, sono oggi fatti bersaglio di astiosa persecuzione; senza parlare di quelli fra essi che stanno in carcere o confinati in qualche luogo del regno per ordine di polizia, citerò il reverendo padre Smith, irlandese, il quale dovette la sua salvezza alla autorevole ingerenza del molto onorevole sir W. Temple, ministro plenipotenziario di S. M. britannica in Napoli. A dare idea del resto della riverenza che mitre il governo napolitano verso i ministri della religione, bastano due soli fatti. Il primo è quello di monsignor Pieramico, pari del regno e vescovo di Potenza, centro cui venne spiccato un mandato di arresto per aver fatto parte, dopo il 15 maggio 1848, nella sua diocesi, di un comitato che impedì lo scoppio di una rivoluzione. Monsignor Pieramico è uno dei più virtuosi e ragguardevoli prelati

autorizzato. Io vorrei darlo alle fiamme, mio signore, o gettarlo nella medesima

(248)

del regno, e nella sua sacerdotale carriera si astenne sempre scrupolosamente da ogni politica ingerenza: quella sola volta egli consentì ad ingerirsi di politica, e fu collo scopo di far opera di pace. Mi si dice che il mandato di arresto contro monsignor Pieramico non è stato poscia eseguito: e se ciò è, rimane sempre la buona intenzione che il governo aveva a suo riguardo. L'altro fatto concerne l'abate Rosmini. L'Italia e l'Europa conoscono ed ammirano la profonda dottrina, l'alto ingegno, la incorrotta ortodossia, la illibata virtù dell'Illustre sacerdote: trovandosi a Gaeta per rendere omaggio a Pio IX, egli fece una corsa a Napoli, dove abitava nel convento dei Vergini. La polizia spiava assiduamente tutt'i passi del Rosmini e quelli delle persone che, spinte dall'ammirazione, dal rispetto, recavansi a fargli visita. A capo di qualche tempo le cose giunsero a segno, che il Rosmini, ad oggetto di evitare ogni ulteriore disturbo, partì dalla terra inospitale. Rosmini non ha potuto vivere in pace nella patria di S. Tommaso d'Aquino.

(249)

 fossa allato del prete Peluso; ma pure vi sono in esso vi sono alcune verità, ed una fra le altre, alla quale io aderisco intieramente. — «Alcuni tra i liberali sodo perfetti e risoluti ingannatori, altri sono miseramente ingannati; ma nonostante essi vanno tutti per la medesima via, e se non cangiano direzione, arriveranno tutti al medesimo precipizio.»

Tutto quello che il sig. Gladstone dice intorno i medici delle prigioni ed al trattamento dei prigionieri malati, è pura favola, e non merita un solo momento di considerazione.

Non sarebbe necessario, mio signore, ch'io vi mostrassi altre pruove delle numeriche esagerazioni del sig. Gladstone; ma ve n'è una ch'io non posso passare sotto silenzio. Egli dice che quando parti di Napoli, si cominciata od processo (chiamato quello del 15 maggio) nel quale il numero degli accusati sommava a «400 o 500, comprese una o più persone di elevata condizione, le cui opinioni sarebbero considerate in questo paese più conservative delle vostre medesime.»

(250)

Ora, mio signore, questo processo era là — Causa della Setta l'Unità Italiana la — cui avviso stampato io mi sono già rimesso, ed il numero degl'imputati, invece di essere tra i 400 e i 500, era precisamente di 43! (1)

Nella categoria non v'era alcun personaggio di elevata condizione il più elevato essendo Carlo Poerio (2).

(1) II signor MacFarlane nega ora la esistenza di un processo ch'egli, medesimo, ha citato nelle pagine precedenti.

(2) Cario Poerio appartiene ad illustre famiglia: è un ex-deputato, un ex-ministro ed mio dei più ragguardevoli avvocati e giureconsulti napolitani. Fra' suoi co-accusati, Michele Pironti, oltre all'essere un ex-magistrato è anche un ex-deputato. Luigi Settembrini è pure ex-deputato, fu capo di divisione nel ministero della pubblica istruzione, ed è uno de' più chiari professori di lettere del regno. Se i titoli di ex-ministro, di ex-deputato, di magistrato, di letterato, di avvocato non sembrano titoli di alta condizione

(251)

lo non posso scoprire, e non potrò mai immaginarmi, dove il sig. Gladstone ha potato trovare per entro questa schiera di frenetici repubblicani, uomini più conservatori di V. S. Essi erano tutti membri della setta, o società secreta, chiamata L'Unità Italiana; è noi abbiamo le lare proprie parole, le loro proprie confessioni — anzi i turò propri sentimenti in manoscritti esistenti e in fogli stampati da loro medesimi — per asseverare che l'oggetto di questa setta era quello stesso della società dei Carbonari, e dell'associazione capitanata da Mazzini, La Giovine Italia. Nelle istruzioni emanate dalla Grande loggia, o loggia Madre a quelle affiliate delle province, il primo articolo era questo:

al sig. MacFarlane, io citerò il nome di uno dei co-accusati di Poerio, all'altezza del cui titolo s'inchinerà lo stesso sig. MacFarlane, amico del cuore di tanti principi, duchi ed eccellenze: voglio parlare di Ferdinando Carafa dei duchi d'Andria e dei conti di Ruvo, appartenente ad una delle più nobili famiglie del regno di Napoli.

(252)

«1.La società dell'Unità Italiana è la medesima che la Carboneria e la Giovine Italia.»

I carbonari erano forse uomini di Stato costituzionali? I discepoli o Séid di Giuseppe Mazzini, sono per caso più conservatori di voi, mio Lord Aberdeen?

Ma, per usare un motto napolitano (in dialetto) — le chiacchiere stanno a niente, venimmo ai fatti.»

Il numero degli individui processati, era, come ho detto, di quarantatré. Di questo numero, otto furono pesti in libertà; venti furono condannati a lunghe prigioni e ai ferri; due a sei anni di relegazione; cinque ad un anno di prigionia, senza ferri; uno alla detenzione per quindici giorni; uno ad una multa di 50 ducati, e tre alla morte (i).


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(1) II signor Mac Farlane che è cosi scrupoloso nello allegazioni dei fatti e nella loro disamina, si dimentica di dar notizia della morte di altri tre prigionieri che compiscono il numero di 43 da esso indicato.

(253)

Quelli condannati a perdere il capo — e che furono tutti graziati dal re — erano Salvatore Faucitano, Filippo Agresti e Luigi Settembrini.

Odiasi tutti questi nomini erano cospiratori di vecchia data; la maggior parie di essi aveva altre volte preso parte alle sommosse, ed avea sofferto la prigione o l'esilio; alcuni anzi eran tornati a Napoli pochi giorni prima del sanguinoso 15 maggio (1). Né i cattivi successi, né gli ammaestramenti dell'avversità possono riformare questi uomini, o moderare il loro fanatismo; la punizione non può correggerli; né la pietà o la reale clemenza emendarli, lo non so se la maestà di Ferdinando II potrebbe far cosa migliore, che lasciarli dove sono. Sa tornassero domani in mezzo alla società, comincerebbero da capo a congiurare il giorno dopo.

(1) Ragioni convincentissime per dichiararli colpevoli di far parte di una setta, immaginaria!

(254)

Il vostro italiano cospiratore, vero Giacobino o Carbonaro, non può esser migliorato, né i suoi sforzi resi impotenti che per morte, o colla più dura e la pio stretta delle prigionie. Queste parole suoneranno forse aspre ai vostri orecchi, mio signore, ma io conosco «l'infame razza», e non credo esser saggio o buon partito di esporre una nazione intera alla miseria ed alla strage per alleviare le pene di pochi disperati cospiratori, che hanno cagionato sì gran somma di danni al regno delle Due Sicilie,

Questo regno, mio Lord Aberdeen, ha cominciato già a rifarsi — sì, a rifarsi rapidamente — degli effetti dei selvaggi movimenti rivoluzionari e delle convulsioni del 1848. Il brigantaggio a sempre difficile ad essere estirpato (anche in tempo di pace) in un paese così abbondante di montagne, di gole, di orride foreste, è stato, dall'epoca delle agitazioni rivoluzionarie, completamente soffocato ed annientato (1): l'industria agricola, le manifatture

(1) O per dir meglio ha cangiato domicilio perché

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ed il commercio sopo in via di progresso; lo stato delle finanze della nazione si avvicina ogni giorno più all'ordine ed alla perfezione; le masse sono tranquille e ben disposte; chete e contente confidano esse nel governo che le regge, ben conoscendo che per la forza, la prudenza ed il coraggio di quel governo, furono salve dall'anarchia, le cui trame, nel breve spazio di tre anni, o vennero cancellate, o disparvero da se stesse (1).

Il re ed i suoi ministri, nel riorganizzare il paese, hanno con ogni pura evitato quelle imposte improvvise e numerose, quelle tasse ad hoc, a cui tanti altri Stati credono di poter giustamente ricorrere in casi della medesima, od anche di minore urgenza.

 dai boschi e dalle montagne si è trasportato a corte, no' tribunali, nelle caserme e nell'amministrazione.

(1) Brameremmo sapere per qual ragione S. AL il re di Napoli dai 1& maggio 1848 in poi siasi sempre astenuto dal mostrarsi ad una popolazione cosi contenta, così felice, così tranquilla e così ben disposta.

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Sarebbe intenzione dell'onorevolissimo deputato della Università di Oxford da porre in pericolo questa prosperità, e gettar nuovamente il paese in braccio all'anarchia del 1848? Se non è questa la sua intenzione, perché pubblica egli queste calunnie contro un governo che ha fatto e che fa tuttora tanto di bene? Poiché raccoglie egli le parole di ribelli e traditori, piuttosto che la testimonianza di un popolo leale, e di uomini di alto rango, il cui onore è senza macchia? Perché scherza egli tra le mani di Giuseppe Mazzini, e si da ad aiutare il suo giuoco?

Mio Lord Aberdeen, io non vi avrei indirizzata questa lettera, né avrei dato di mano alla penna, se non fossi pienamente convinto dalla veracità di lutto quello che io dico (1).

(1) — Ossia dì ciò che mi fanno dire i miei amici del Cuore.

(257)

lo ho confessato il mio ambre verso il popolo napolitano, ed il bel paese in cui dimoro. Molti anni fa, io dichiarai pubblicamente (in un libro) che, dopo la mia terra natia, io preferirei di finir la mia vita a Napoli, e trovar ivi modestamente —

Un sasso

Che distingua le mie dalle infinite ossa

Che in terra ed in mar semina morte.

Ma in tutti i vasti e vaghi domini che giacciono dal Garigliano allo stretto di Messina, non ve n'è alcuno di cui il re delle Due Sicilie può disporre, il quale valga a corrompermi e farmi dire (scientemente) una falsità sopra un tal soggetto, se Sua Maestà fosse quel tiranno che una lega villana ed una cospirazione hanno dipinto, io non tornerei, finché égli siede sul trono, a traversare le frontiere del suo regno.

Io ho dimorato, mio signore, in paesi mal governati, anzi in paesi che non erano governati affatto, e dappertutto il mio cuore ha sanguinato per le sofferenze del popolo.

(258)

Il più picciolo lampo, il più debole odore di tirannia e di oppressione mi ha fatto sempre male al cuore io posso assicurarvi, mio signore, che nel mio séjour in Turchia nel 1845 e pozione del 48, lo spettacolo giornaliero della tirannia de' Pasha e delle spoliazioni degli Armeni, mi afflissero talmente che, sorpreso dalla febbre, caddi gravemente malato.

Ho dimorato in regioni (nell'Asia Minore), dove il suolo era fertilissimo, il clima deliziosissimo, il paesaggio incantevole. La loro bellezza in generale non uguagliava quella di Napoli — perché nulla io ho veduto sulla faccia della terra che ne sostenga il confronto, — ma pure l'aspetto del paese era tale, che ogni nomo sensibile ed amante della poesia non poteva fare a meno di averlo caro. Ma, mio signore, la misere et la tyrannie! Villaggi abbandonati! città in ruine! donne che uccidono i loro figli avanti ch'ei nascano! l'elemento musulmano Osmanli agonizzante e correndo rapidamente alla distruzione! (Se il sig. Gladstone desidera conoscere cosa sodo realmente il mal governo e

(259)

l'oppressione, percorra la Torchia europea o l'asiatica). Era un sofferire continuo,un'assoluta agonia. Ho narrato altrove qual diletto e quale espansione di cuore io provai nel partire da quell'orribile impero Ottomano ( dove la riforma non ha fatto che danno) per le care spiagge della penisola.

Che il mar circonda — e l'Alpi.

lo non vidi in Turchia che deteriorazione e mine — mine che hanno avolo principio due secoli indietro» e sono state (checché ne dica in contrario il mio vecchio e stimabile amico Stratford Canning) prodigiosamente accelerate in questi ultimi dodici anni, dalle innovazioni e dai cangiamenti del vizier Reschid Pasha e dai Turchi della sua scuola. In Italia, in generale, io trovai sorprendenti miglioramenti — che prendono origine dall'epoca dei trattati di Vienna e della pace del 1815 — impediti, ma non smossi dal prevalere dei principi rivoluzionaci democratici. Anche nella combustione del 1848, il passare dalla Turchia a Napoli

(260)

(il primo luogo della penisola dove io mi arrestai) era come andare dall'inferno al purgatorio. Voi leggete Dante, mio signore—

Per correr miglior acqua.

Alza la Tela (1).

Se questa miglior acqua fu intorbidata e sconvolta, la colpa non dee attribuirsi al re di Napoli, o al Gran Duca di Toscana, o ad altro principe, o antico potere dominante in Italia, ma è unicamente ad addebitarsi ai club democratici, alle società secrete, ed ai vagabondi come Mazzini —ad uomini che non avevano nulla a perdere, e che potevano far grandi guadagni nella rivoluzione. Io mi fo a credere (2), mio lord Aberdeen, che voi preferirete la mia parola in queste materie, alle violenti asserzioni di scrittori

1)Preghiamo il lettore ad osservare che noi per, non defraudarlo della peregrina erudizione dell'autore, trascriviamo senza cangiamento di sorta le suo citazioni.

2) Pia credenza!

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(sia nelle gazzette o nelle riviste) i quali — per la gl parte — nulla sanno dei dialetti, della maniera di pensare, e dei sentimenti o passioni del popolo italiano. Voi mi credete un uomo verìdico — un uomo di onore — e voi conoscete coloro che possono attestare il fatto, dopo avermi onorato della loro amicizia per questi ultimi venti od anche trentanni.

Noi viviamo in tempi critici e tumultuosi. La vecchia Europa è stata scossa ed agitata in quasi tutte le sue parti, ed il popolo impoverito e gettato in braccio all'inquietudine, al sospetto ed alla sciagura di collegate bande di demagoghi, di cattivi scrittori e di cospiratori.

Vi è una lega, una congiura per tutta Europa f mio lord Aberdeen. Il rovescio sperimentato dalle loro teorie, o dai loro tentativi in politica, o dalle loro rivoluzioni, non disanima gli uomini che la guidano. Prego V. S. di rammentare la citazione di Beaumarchais. Io al certo non amo parlar di me stesso in una materia così grave


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(anzi in qualunque materia) Ma, mio lord Aberdeen, nel tentare di svelare la pura verità, e di arrestare il corso del torrente dulie folli idee rivoluzionarie democratici, ho chiamato sui mio capo — da certi partiti — una quantità di vituperi e di insulti, che pochi uomini hanno sofferto. Non soddisfatta di condannare i miei libri ohe trattavano di politica, la coalizione mi ha maltrattato in ogni altra cosa, ed ha fatto i4 possibile per distruggere le risorse che io posseggo come uomini di lettere. Ècrasez l'infame! L'union fait la farce! Unissons nous, et ecrasons tout ce que nous seit contraire (1)!

È la vecchia storia, mio signore, è l'antico sistema — che nacque al tempo di D'Alembert, Diderot, D'Holbocb, e C.

(1) II sig. MacFarlane dopo aver successivamente usato il ditirambo, l'elegia, il tuono melodrammatico e Io stile inquisitoriale, e dopo essere stato sempre cinico, conchiude adesso col fare il Don Chisciotte.

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Questo sistema ha i suoi seguaci ed i suoi adepti in Inghilterra, in Iscozìa, in Irlanda, nella metà delle nostre colonie, e, dopo tutte le pruove che il mondo ha avuto delle loro iniquità, e delle loro atrocità vi sono ancora molti scrittori in Londra che sostengono essere Giuseppe Mazzini un rivoluzionario amabile e di coor gentile — il modello dei patrioti moderni italiani — e che sono pronti in ogni tempo ad attaccare e calunniare l'uomo che ha un'opinione differente del loro idolo. Ma facciano pure questo e peggio: non sarà facil cosa per essi di schiacciare me e le verità che ho detto (1).

(1) Certamente, come dice l'Examiner, non è facil cosa, ansi è impossibile schiacciar le verità dette dal sig. MacFarlane. Io torno a ripetere che nel divulgare questo sciocco ed iniquo libello ho creduto mettere sotto gli occhi d'ogni lettore imparziale la migliore apologia che possa mai farsi delle lettere del signor Gladstone. Ognuno vedrà che i principati capi d'accusa da questo affacciali contro il governo napolitano sussistono dopo questa apologia che ragionevolmente

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Sono, mio lord Aberdeen; cori tolto! il rispetto e la considerazione

Vostro obhlig.mo e devot.mo Servitore

Carlo MacFarlane

Londra 7 agosto 1851

Morning Chronicle ha chiamata spregevole (dontemplible) in maggior pienezza e rigore. Ognuno, vedrà che, tranne alcuni miserabili sofismi, intorno al numero dei prigionieri politici napolitani, lo stesso sfacciato apologista non osa nemmeno affrontare la controversia intorno alle altre tremende accuse, categoricamente fulminate contro il governo borbonico dall'illustre collega di sir Robert Peel. Dato, e non concesso, per un momento, che il sig. Gladstone sia caduto, ciò che non è, in errore per quanto concerie la cifra dei prigionieri, vengon forse meno per ciò le sue ulteriori affermazioni? È forse negato, che il governo napolitano adoperi ad istrumenti delle sue vendette magistrali serviti, denunzianti assoldati; abbietti e feroci sgherri? che egli tratti crudelmente le sue vittime? V'ha di più. Il sig. MacFarlane

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confessa che il 29 gennaio 1848 una Costituzione fu data e solennemente giurata, e chi dopo il 15 maggio dello stesso anno fu con pari solennità triturata la promessa dì conservarla. Lo spergiuro è adunque confessato dai medesimi difensori del governo napolitano. Giova per ultimo osservare che il signor MacFarlane e tutti i suoi degni commilitoni arguiscono io generale la innocenza del governo napolitano dalla mostruosità delle accuse che ad esso vengono apposte, e dicono che tutto quanto si afferma a carico di quel governo, non può essere perché è troppo barbaro ed assurdo. Un tal genere di confutazione è la migliore conferma di tutto: quanto si è detto contro quel governo. Singolare governo, i cui alti son ripudiati e vituperati implicitamente dai più impudenti tuoi difensori!

Giova del pari osservare che questa raccolta era già fino a questo punto stampata, allorché è venuta a luce ia risposta officiale del governo napolitano al signor Gladstone. Dopo averla letta con la massima attenzione non ho trovato in essa se non una fiacca ripetizione della insulsa diatribe del MacFarlane, e quindi la sola risposta che credo possa essere ad essa fatta è il disprezzo del silenzio.

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Aggiungerò pure che il noto corrispond. del Times non avendo voluto, né forse potuto, dimenticare che un suo figlio è impiegala nella diplomazia napolitano, dopo essersi ritrattato delle sua precedenti opinioni sul governo di Napoli, ora ha ritrattato fa sua ritrattazione ed ha tentato assumere di bel nuovo la difesa di quel governo.

Frattanto le lettere del signor Gladstone sono giunte al momento in cui scrivo alla UNDECIMA edizione, oltre sei traduzioni italiane ed una o due francesi. Questa è la eloquente risposta della opinione pubblica ai miserabili apologisti del governo napolitano, ai contraddittori del molto onorevole Signor Gladstone.

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DISCORSO

DI LORD PALMERSTON

Oltre all'essere argomento di grandi discussioni e di infiniti plausi nella stampa periodica di tutta l'Europa civile le lettere del signor Gladstone, sono state pure rammentate e citate dall'alto delle due prime ringhiere parlamentari del mondo, dalla francese e dalla inglese. Togliendo occasione dalla deliberazione intorno al credito chiesto dal ministero per sovvenire alla spese di mantenimento del corpo d'armata d'occupazione in Roma, il signor Emmanuele Àrago, nella tornala del 7 agosto dell'Assemblea legislativa, accennò alle rivelazioni del signor Gladstone, e pronunziò calde parole di simpatia verso le vittime, i cui patimenti furono dall'illustre statista inglese svelati alla commiserazione dell'Europa. Il ministro degli affari esteri, signor Baroche, rispose che per quanto onorevole e rispettabile sia il ragguardevole uomo di Stato di cui s'invoca la testimonianza, egli aveva autorità di pensare, e chiedeva permesso di dire, che in certi punti, ed all'insaputa del signor Gladstone, eravi nelle sue parole qualche esagerazione.

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Quelque respctable (cito il Moniteur universel del dì 8 agosto: rendiconto della tornata dell'Assemblea legislativa del giorno precedente), quelque honorable que soit l'homme d'état si distinguè, dont on a invoqué le témoignage, je suis autorisé à penser, et je demande la permission de dire qu'il y a sur CBRTAINS points, et bien a son insù, QUELQUE EXAGERATIONS dans ses parole. Quali fossero quelle esagerazioni, il signor Baroche non diceva, non negava, anzi con questa medesima restrizione, implicitamente confermava la veracità delle affermazioni del signor Gladstone, e come de gl'increscesse addentrarsi in siffatto argomento, si affrettava a soggiungere, non trattarsi pel momento di Napoli, ma di Roma, e quindi non essere necessario in proposito ulteriori dichiarazioni. Naturalmente le informazioni somministrate al signor Baroche dal signor barone Antonini dovevano dipingere il signor Gladstone come uno sfacciato calunniatore, il governo napolitano come il tipo della clemenza e della mansuetudine, le sue vittime come tanti mostri d'inferno, Napoli come un'oasi di ordine nel deserto della universale anarchia: a dispetto di, queste informazioni l'autorevole testimonio del signor Gladstone parlò più

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forte della coscienza del signor Baroche e le sue parole cautelate 0 soverchiamente prudenti equivalgono ad un'altra accasa contro il governo di Napoli. Qualora del resto il signor Baroche ed i suoi colleghi bramassero aver notizie esatte e positive delle cose di Napoli, essi non hanno mestieri di cercar testimonianze di là dallo stretto della Manica: possono trovarne tra Francesi, a Parigi, sugli stalli dell'Assemblea legislativa, fra ex-ministri. Io son certo di non commettere né una indelicatezza né una indiscretezza nominando l'illustre signor Alessio di Tocqueville, il quale passò buona parte dell'inverno del 1851 a Napoli ed a Sorrento in compagnia dell'onorevole magistrato inglese signor Senior e dell'egregio letterato francese Giangiacomo Ampère: ed io conservo preziosamente una nobilissima lettera del signor Pacqueville, nella quale egli con dignitose parole accenna la impressione di dolore e di sdegno che nel generoso animo suo destò lo spettacolo del procedere del governo napolitano.

Nel medesimo giorno 7 agosto le lettere del signor Gladstone porgevano argomento ad una interpellanza mossa nella Camera dei Comuni d'Inghilterra dal generale sir

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D. Lacy Evans al ministro degli affari esteri. Il generale Èvans è l'illustre soldato che alla lesta della legione inglese pugnò valorosamente per la causa della libertà spagnuola nella guerra combattuta negli anni scorsi contro il pretendente don Carlos, ed ora siede nel Parlamento britannico come rappresentante di Westminstèr (uno dei più importanti distretti della città di Londra, di cui fu altre volte deputalo Carlo Fox). Chiedeva l'onorevole generale se la indipendenza del Piemonte venisse minacciate dall'Austria, ed esortava il governo a proteggerla: ed in secondo luogo se i fatti allegati dal sig. Gladstone fossero venuti a notizia del governo, di S M. Britannica, e se il suo plenipotenziario a Napoli avesse fatto in proposito alcune rimostranze. Rispondeva lord Palmerston con le seguenti eloquenti e monumentali parole, che io trascrivo fedelmente dal rendiconto parlamentare del giornale il Times (n° 20875, venerdì 8 agosto 1851).

Per quanto concerne la prima interrogazione fatta dal mio onorevole e prode amico, io debbo dire che il governo di S. M. annette grande importanza alta indipendenza del regno di Sardegna,


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e contempla con ansioso interesse il placido sviluppamelo della costituzione ivi stabilita: nulla è succeduto che possa far temere al governo di S. M. che quella indipendenza corra pericolo per usurpazioni od aggressioni di qualche potenza straniera. Il modo col quale finora quella costituzione, mediante il concorso di quel popolo e di quel sovrano, si è andata sviluppando ci da motivo a nutrire le più fondate speranze, che essa continuerà ad essere per l'avvenire, com'è al presente, un modello degno di essere imitato da tutte le nazioni di Europa (applausi): un esempio di buon governo, che non solamente torna ad onore di quel popolo e di quel sovrano, ma è anche fatto per destare speranze di miglioramenti in altri paesi dove simili istituti non sono accora stabiliti (ascoltate, ascoltate).

Per quanto riflette la seconda dimanda, io posso dire che il governo di S. M. di ACCORDO CON TUTT'I CAPI PARTITO DI QUESTO PAESE (in common with ALL the leading men of this country) – i quali,

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 io credo, hanno tatti letto l'opuscolo a cui ha fatto allusione il nato onorevole e prode amico — hanno ricevuto con dolore ria conferma delle impressioni suscitate da diverse narrazioni provenienti da diverse sorgenti, intorno alla INFELICISSIMA E CALAMITOSA CONDIZIONE DEL REGNO DI NAPOLI (VERY UNFORTUNATE AND CALAMITOUS CONDITION OF THE KINGDOM OF NAPLES) (ascoltate, andiate). Ciò nondimeno noi non abbiasi Creduto nostro dovere fare al governo di Napoli formali rimostranze intorno ad una materia che si riferisce esclusivamente a faccende interne di quel paese (ascoltate, ascoltate). Nel medesimo tempo io credo per la giustizia dover dire, che il signor Gladstone, che posso afa liberamente nominare, benché non in qualità di Componente del Parlamento, si è fatto, a parer mio, grandissimo onore (applausi) e cagione del contegno da lui serbato in Napoli e di quello che ha serbato dappoi. Mi pare difatti che un gentiluomo inglese, il quale va a passare l'inverno

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(A WINTER) (1) a Napoli, ed invece di restringerai a prender i divertimenti che abbondano in quella città, invece di scendere nei crateri dei vulcani e di esplorare le città dissotterrate, va ai tribunali, visita le prigioni) discende nelle carceri ed esamina le condizioni di notte infelici vittime della illegalità e della ingiustizia (ascoltate, ascoltate), UNFORTUNATE VICTIMS OF ILLEGALITY AND OF INJUSTICE con lo scopo di rischiarare la pubblica opinione e di tentare di arrecar rimedio quei mali; un gentiluomo,

(1) Alcuni giornali sanfedisti profittando di uno sbaglio commesso da alcuni traduttori francesi ed italiani, i quali per inavvertenza hanno fatto dire a lord Palmerston che il signor Gladstone ha passato pochi giorni a Napoli, hanno menato grande scalpore della leggerezza del signor Gladstone, che nello spazio di così breve tempo non poteva conoscere le condizioni di un paese. L'errore fu commesso dallo stesso Galignani's Messenger che stampò few weeks (poche settimane). La parola pronunciate dall'eloquente ministro è winter inverno. Le declamazioni di quei giornali poggiavano adunque sopra uno sbaglio di stampa.

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io dico, che adopera a questa guisa; fratta onore a se medesimo (ascoltate, ascoltate). Io concorro con lui nell'opinare, che l'influsso della pubblica opinione dell'Europa potrebbe produrre qualche utile effetto su cosiffatto stato di cose, e perciò ho stimato mio dovere mandar copia di quest'opuscolo ai nostri ministri presso le diverse corti d'Europa, ordinando loro di trasmetterle ad ogni governo con la speranza che porgendo a ognuno l'opportunità di leggerlo, essi possano adoperare la loro influenza a conseguir lo scopo cui ha accennato il mio onorevole e prode amico, quello cioè di procacciar rimedio a quei mali (applausi).

ARTICOLO

DELLA GAZZETTA D'AUGUSTA

L'impressione prodotta in Germania dalle lettere del signor Gladstone non è stata men grande dì quella prodotta altrove, all'annunzio dei dolori della patria di Vico, un eco di sincera commiserazione è risuonato

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nella patria di Kant e di Amedeo Fichte. Ben diceva l'insigne Pellegrino Rossi essere i Napolitani per la virtù speculativa i Tedeschi del mezzodì d'Europa: e però i patimenti dei pensatori napolitani non potevano non essere uditi senza simpatico cordoglio dalla dotta e cogitabonda Germania. Interprete calorosa di questi affettuosi sentimenti è stata la Gazzetta di Colonia. La stessa grave e riservata Gazzetta d'Augusta (Allgèmeine Zeitung), periodico come tutti sanno piuttosto amico all'Austria ed ai governi dispotici, non ha potuto chiuder gli occhi alla sfolgorante evidenza dell'orrendo vero. Noti il lettore, che finora quel giornale ha tacciato sempre i racconti delle cose napoletane di esagerazione e di falsità, e quest'inverno medesimo ponendo fede alla solita calunnia del governo partenopeo appuntava Carlo Poerio di complicità nelle funeste barricate del 15 maggio.

Ecco ora qual è il suo linguaggio: le seguenti parole sono testualmente tradotte dal suo numero 219, 7 agosto 1851, pag. 3494.

«Le due lettere del signor Gladstone, noto statista conservatore inglese, all'anche più conservatore Aberdeen

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(A DENOCH CONSERVATIVEREN Aberdeen) su i processi di Stato in Napoli producono in Inghilterra grande impressione. Gladstone si fonda sulla propria intuizione ed esperienza (SGHÒPFT AUS EIGENER ANSCHAUUNG UND ERFAHRUNG ) e muove una critica, la quale dal moderato Morning Chronicle è stimata essere consentanea ai principi conservatori, poiché assolutamente non propugna alcuna sorta d'intervento nelle interne faccende di uno Stato, ma vuole l'intervento nell'interesse della umanità e della morale cristiana. Certo è che quella dipintura delle carceri napolitane, che egli ha veduto (DIE ER BESICHTIGT HAT) quella narrazione del caso di Poerio, e quelle rivelazioni intorno al sistema di falsi e spergiuri testimoni producono una impressione ben altrimenti più profonda che non le filippiche di Mazzini e degli altri scrittori rivoluzionari. Dalla narrazione fatta dallo statista inglese risulta che le notizie date dal Risorgimento Intorno al procedere dei tribunali napolitani e delle carceri di quel paese non

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erano esagerate (NICHT ÙBERTRIEBEN WAREN). Al Risorgimento poteva forse qualcuno non porger fede: nessuno oserà non prestar fede al signor Gladstone (DEM RISORGIMENTO HAT VIELLEICHT MANCHER MISSTRAUT GLADSTONE WIRD NLEMAND ZU MISSTRAUEN WAGEN). Egli scrive in gran parte come testimonio oculare (ALS AUGENZEUGE), ed il suo amore per la verità sovrasta ad ogni dubbio (SEINE WAHREITS LIEBE IST UBER ALLEN ZWELFEL ERHABEN).»

Segue un lungo sunto delle lettere del Gladstone, che parrebbe superfluo trascrivere. Commendevole esempio di buona fede, e solenne insegnamento dato da un giornale. che parteggia per l'Austria, a quei giornali, esteri ed italiani, che, malmenando ogni senso di verecondia e profanando fa sacrosanta nostra religione, di cui osano con sacrilega audacia intitolarsi soli difensori, si sono fatti campioni dello spergiuro e scellerato governo napolitano, ed invece di arrendersi alla schietta ed autorevole testimonianza del signor Gladstone hanno vomitato contro di lui un torrente, di stupide contumelie e di balorde calunnie.

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ARTICOLO del

MORNING CHRONICLE

II seguente articolo del Morning Chronicle del 23 agosto p. p. è indubitatamente il pia energico ed il più importante fra tutti quelli pubblicali in Inghilterra ed altrove intorno alla questione napolitana. In esso i termini di siffatta questione sono enunciati con una precisione di linguaggio e con una evidenza di verità, che sovrastano ad ogni lode. Il governo di Napoli è giudicato a seconda dei suoi meriti: ed è ben definito, come il campione del giacobinismo, dell'anarchia e della demagogia. La sua indole malvagia ed abietta è scolpita in quelle parole: organizzata e coronata antitesi della legge (OBGANIZED AND CROWNED ANTITHESIS OP LAW). Esso ha usufruttuato malignamente a prò dei suoi fini lo spauracchio della repubblica e del socialismo: il Morning Chronicle svela l'indegno artificio, ed assegna a ciascuno la vera sua parte. I demagoghi non stanno né a Nisida, né ad Ischia, né alla Vicaria, né in tutte le altre carceri del regno, né in esiglio; ma stanno nelle mura della reggia borbonica, nelle aule dei tribunali, nelle anticamere e

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né gabinetti ministeriali. I principi di assennatezza e di moderazione, di cui con tanta eloquenza discorre l'autorevole giornale inglese sono quelli da cui si è informata e s'informa la condotta dei liberali napolitani, i quali ripudiano altamente ogni complicità coi sovvertitori e con gli avventati. l'omaggio reso dal citato periodico al Parlamento napolitano è lusinghevole, ma è giusto e meritato: è un atto solenne di riparatrice giusti zia verso un'assemblea, che a dispetto di tane contrarietà e circondata da tanti pericoli fu fedele sino alla fine alla causa dell'ordine, delle oneste libertà e delle leggi. Le parole del Morning Chronicle importanti in sè medesime, perché vere e giudiziose, crescono in immenso d'importanza, qualora si rammenti che quel giornale è l'organo di Lord Aberdeen, del signor Gladstone, di sir Jaous Graham e di tutto quel rispettabile partito politico, che, duce il non mai abbastanza rimpianto sir Robert Peel, assicurò conia riforma delle leggi frumentarie alla Inghilterra lunghi anni di pace, di prosperità e di gloria, e conservò alle nazioni tutte del mondo civile un luminoso esempio di libertà, un insegnamento perenne di virtù, di grandezza civile, una speranza ed un conorto immortale.


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«Le rivelazioni dei sig. Gladstone, intorno alle iniquità che attualmente si commettono a Napoli non sono fatte indarno, Dovunque è un italiano che stia espiando in esilio il sua amore alte leggi, all'ordine ed alla libertà, le lettere di lui a lord Aberdeen sono state accolte con gratitudine e con speranza. Esse si sono fatta strada attraverso la siepe di strapiene che custodiscono il pericolante dispotismo del Vaticano: e se non penetrate nelle carceri d'Ischia e di Nistla, hanno almeno agitato Io spergiuro tiranno e i suoi satelliti coi terrori del delitto svelato. Noi pubblichiamo la traduzione di una eloquente lettera di ringraziandoti indirizzata al signor Gladstone dal sig. Massari già deputalo al Parlamento napolitano. Il gran divario che corre la lingua italiana e la inglese farà parere ad alcuni gonfia e tumida la faconda invettiva dell'esule napolitano: ma i patimenti di cui lo scrittore discorre non possìno essere mai abbastanza dichiarati con severo linguaggio. Se un inglese può

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reprimere o nascondere la sua indegnazione, l'italiano che sta soffrendo può avere facoltà di dare ad essa la più energica e piena espressione.

 «La storia del governo napolitano in questi ultimi tre anni è assai giustamente detta in quella scrittura essere la storia della slealtà, della ferocia? della dissennatezza e della barbarie: e se non possiamo parlarne in termini più miti e semplici, non la guardiamo di certo con maggior tolleranza, né le auguriamo più prospera fine.

«II pregio particolare della pubblicazione del signor Massari consiste nella espressione dei principi moderali e costituzionali che si scorgono attraverso la giusta veemenza del suo indegnato linguaggio. L'opinione inglese è stata troppo lungamente e troppo ampiamente travolta dal pregiudizio, che in Italia la supremazia dei demagoghi sia la sola alternativa col trionfo della tirannide assoluta. È onore del Piemonte e fu merito del Parlamento napolitano aver dimostrato coi fatti che

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la resistenza al dispotismo è incompatibile con la deliberata conservazione dell'ordine e con la riverenza dovuta all'autorità stabilita. Il signor Massari richiama l'attenzione sia voto col quale la Camera non ostante le minacce e gli insulti del governo concedette la riscossione delle tasse necessaria al pubblico servizio. Altrove, come egli giustamente osserva, i demagoghi avevano stancata con le loro esorbitanze la pazienza del mondo. Il governo di Napoli usò l'astuzia di proclamarsi difensore dell'ordine contro oppositori, che con tentarono mai, a dispetto delle più atroci provocazioni, di muovere assalto contro la proprietà, contro le leggi, od anche contro la stessa monarchia.

«Ma l'Europa, dice il Massari, prestò fede all'infame calunnia, e mancò alle innocenti vittime perfino il conforto della commiserazione della pubblica opinione. La stampa francese decantò, levò a cielo, trombettò il governo napolitano come tipo e modello di governo e di ordine.» Sventuratamente la stampa francese non

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fu la sola colpevole: ma in Inghilterra almeno l'opinione è stata alla fine illuminata.

«La spregevole apologia del governo napolitano che noi di recente abbiamo avuto occasione di stimmatizzare, non troverà eco in questo paese. Il signor Gladstone ci ha detto come il dispotismo tratta le sue vittime, il signor Massari ci dice chi sono coteste vittime: il giovine ed entusiastico difensore della monarchia costituzionale, il misero patriota di novant'anni, il gentiluomo, il dotto, il prete illuminato: tutti son compresi in comune proscrizione. Due ordini di persone soltanto sfuggono temporaneamente alla persecuzione: e sono, la soldatesca che consente ad essere istrumento di oppressione, e la canaglia a cui essa impera. Gli amici del cuore (bosom friend) (parole del MacFarlane nella sua difesa del governo napolitano) e gli stipendiati agenti del governo napolitano, falsamente rappresentano le vittime come fanatici repubblicani. In verità, il giacobinismo e la ostilità alla

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educazione ed alla proprietà stanno nelle file opposte a quelle delle vittime: è stretta alleanza fra la canaglia, la soldatesca, e la corona a danno della porzione più sana ed intelligente del paese: tutti i gradi di persecuzione sono adoperati a vessare i ceti medi ed educati.

«Due anni or sono furono emanati ordini reali per disarmare la popolazione, la quale dapprima era stata invitata ad ordinarsi a guardia nazionale. In ogni città e borgata furono inviati distaccamenti di truppe a bella posta per ricevere la consegna delle armi. Ogni qualvolta un abitante era riputato pericoloso per le sue opinioni politiche, o degno di persecuzione a cagione della sua posizione sociale, gli veniva presentata una lista d'armi, che gli era intimato di consegnare, quantunque non ne avesse mai posseduto nemmeno là terza parte. Il diniego a cosiffatta domanda era punito con la prigione, che diventava permanente qualora la vittima fosse, politicamente parlando, pericolosa; mentre se

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era ricca, tutto finiva con la profferta di provveder con danaro alle armi che si chiedevano. In alcuni casi i prigionieri comperarono le armi dai soldati cui dovean restituirle: ed esse servirono come mezzi per carpir danaro da altre persone alla stessa guisa. In alcune località la disarmata guardia nazionale fu passata a rassegna con l'intento di farla insultare dalla soldatesca che la circondava. Il governo aveva in mira il duplice scopo di soddisfare la sua codarda malignità e di suscitare animosità fra l'esercito ed il popolo. Noi protestiamo contro l'anarchia sotto qualsivoglia forma, ma non esiteremmo a preferire la più selvaggia democrazia a siffatta organizzata e coronata antitesi della legge.

«Per buona ventura siffatta alternativa non esiste. Le migliori speranze dell'Italia sono identificate con la politica moderata e temperata. I sognatori repubblicani di Parigi, i quali hanno intrapreso di fondare fra le popolazioni latine dell'Europa meridionale una nuova lega di

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Stati Uniti, sono per le loro tendenze,  quantunque non per le loro intenzioni, uniti con la guarnigione francese di Roma e con l'austriaca di Lombardia e di Toscana. Entrambe le parti concordano nel calunniare e nel minacciare i difensori costituzionali dell'ordine e della libertà, i quali ripudiano ogni dipendenza dai capricci della Francia, e sono preparati a resistere alle esorbitanze repubbliche, come oggi protestano contro il mal governo del re. Mentre il signor Lamennais insulta la memoria di Carlo Alberto, affermando che il principato si chiarì nel 1848 incompatibile con la italiana nazionalità, un giornale austriaco semiufficiale minaccia il comunismo e la divisione dei beni alle proprietà territoriali di Lombardia. La libertà e l'ordine legale sono in ogni epoca parimenti odiosi al demagogo ed al despota.

«É cosa molto fortunata che il sig. Gladstone abbia rammentato alle vittime italiane, che i loro veri amici si trovano nelle persone ugualmente ostili ai due estremi.

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Dal Rubicone al Uri, dal Liri a Messina ed a Trapani, i governi sono assolutamente incapaci di conservarsi senza l'appoggio dei forestieri. Allorché si porgerà l'opportunità di scuotere il giogo, le simpatie dell'Inghilterra non saranno dubbiose. Se ulteriore autorità fosse necessaria a determinare la pubblica opinione, basterebbe all'uopo il notorio organo della cospirazione ultramontana in Francia: «L'autore delle lettere a lord Aberdeen, dice l'Univers, è un conservatore, ma non dimentichiamo che egli è inglese e protestante: due particolarità le quali alterano considerevolmente il carattere di un conservatore, allorché si tratta di Sicilia e del papato.» Noi ci compiacciamo a citare le parole con cui l'organo oscurantista pubblica la condanna del suo stesso partito. I nostri lettori conoscono le non confutate ed incontrovertibili affermazioni del signor Gladstone. Essi sanno che il governo di Napoli adopera giudici servili per condannare gl'innocenti, che vanno per ciò assoggettati

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a crudeli e gravosissimee punizioni. Essi sanno che il re viola ogni giorno deliberatamente una costituzione a cui egli prestò giuramento volontariamente. Finalmente essi ricordano che un codice di spergiuro è stato adottato a testo di educazione in tutto il regno. «Su questi atti, dice l'Univers (e s'abbia il nostro pieno consenso), è buono che l'attenzione dell'Europa si rivolga: perché questi atti onorerebbero ogni governo che li togliesse a modello. — La fermezza e la clemenza di Ferdinando ci autorizzano a chiamarlo il più degno ed il migliore dei re: le plus digne et le meilleur des rois». In verità è da sperare che il tiranno di Caserta non cada solo!»

PROTESTA DI 5 ACCUSATI

Nel processo del 15 maggio.

II corrispondente del giornale inglese l'Express scriveva da Napoli in data del 4 agosto le seguenti parole:

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«La pubblicazione delle lettere di Gladstone sui processi di Stato di Napoli ha prodotto una impressione assai dispiacevole nella corte, ed ha fatto molta sensazione nelle classi intelligenti. Si assicura che le rivelazioni del signor Gladstone furono argomento di deliberazione in un consiglio dei ministri. In questa occasione una voce dichiarò che sarebbe conveniente di sospendere per ora i processi politici, appartenendo i medesimi ad una storia non adattata all'epoca in cui, viviamo, e dovendo i medesimi aggiungere necessariamente nuovi capitoli all'ingiustizia e alla crudeltà. Il ministro di polizia Peccheneda affermò però essere necessario di andare avanti a qualunque costo e la sua opinione prevalse. A questa determinazione seguirono atti che immersero il governo napolitano ancora più profondamente nell'abbiettezza. Le carceri degli accusati furono visitate, e a quegli uomini infelici che attendono il processo per gli avvenimenti del maggio 1848, furono levate tutte le carte che dovevano servire alfa loro difesa. A questa ingiustizia seguì un'ammonizione ai loro difensori per avvertirli che farebbero bene a non difendere i loro clienti. «Non so cosa debba fare, disse uno di questi avvocati, ho già difeso diversi accusati politici con mio grande pericolo.

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Ho una famiglia numerosa, chi mi aiuterà se mi gettano in carcere? Questa è la situazione degli accusati, pei quali gli avvocati fiscali propongono la pena di morte innanzi ad un tribunale dipendente e strumento riconosciuto del governo. Le persecuzioni della polizia non diminuiscono, e quella onorevole corporazione è stata aumentata di 60 nuove spie che hanno il titolo di ispettori. Peccheneda ha dichiarato a questi individui che non saranno pagati se non dopo che avranno fatto qualche lavoro. Questi miserabili, prima di avere la loro ricorri pensa devono quindi rendere infelici molte famiglie.»

In seguito al nuovo sopruso commesso dalla polizia contro i prigionieri di Stato fu dettata da cinque dì essi la coraggiosa, e nobile protesta che qui pure trascriviamo, premettendo che la vera ragione per la quale la polizia si rese colpevole di questo nuovo scandaloso oltraggio al sacro diritto della difesa fu avere uno dei soscrittori della protesta, il signor Jacovelli, rammentato o trascritto nel suo costituto il giuramento alla Costituzione pronunciato dal re nel mese di febbraio 1848 nella Chiesa di S, Francesco di Paola al cospetto di Dio, del suo popolo

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e di tutte le nazioni civili rappresentate, dai loro rispettivi ministri. I governanti dì Napoli confessano in tal guisa che la ricordanza de' loro atti nell'intervallo di tempo che separò il 29 gennaio dal 15 maggio 1848 è l'oltraggio più sanguinoso che ad essi possa farsi.

Ai Signori

PRECIDENTE, PROCURATORE GENERALE

E GIUDICI

 Della GRAN CORTE CRIMINALE di Napoli

Signori,

I sottoscritti implicati nel giudizio del 15 maggio, suL punto ch'è per esser loro notificata la decisione di sottoposizione ad accusa, cioè nella notte del 28 al 29 del presente mese, hanno visto due commissari, parecchi ispettori ed una turba di uomini di polizia invadere la prigione di S. Francesco e penetrare nelle loro celle, dove, dopo aver frugato e rovistato ogni cosa, hanno letto, preso e portato via, senza nemmeno la formalità

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della suggellazione, gli originali e le copie dei loro costituti, delle memorie abbozzate, dei motivi di ricorso presso la corte suprema, e in generale tutti gli scritti e documenti di difesa, e sinanco i libri di diritto costituzionale, intorno a cui massimamente si raggira il sopraddetto giudizio.

I sottoscritti si dolsero, ed altamente, ma indarno protestarono contro una tale soperchieria; se non che fu loro promesso che il tutto sarebbe tosto restituito. Sono scorsi tre giorni, e questa restituzione non ha avuto luogo!

Laonde in nome delle leggi che assicurano agl'imputati il diritto di libera difesa, ed al cospetto della G. Corte che ha il dovere di tutelare l'esercizio di questo diritto, e di voi, signori consiglieri, presidente e procurator generale, a cui compete la sorveglianza ed il presidio dei prigionieri, i sottoscritti si veggono necessitati di rinnovare solennemente le loro protestazioni contro siffatta prepotenza tendente ad impedire che la

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verità si faccia luce nel campo della giùstizia, e formalmente dichiarano, che, dove non segua tosto la restituzione di quanto è stato loro tolto, e non si prendano de' provvedimeli per impedire che simili soprusi si rinnovino, essi non avranno altro partito cui appigliarsi, se non quello di considerarsi in istato di oppressione e di violenza; onde sarà mestieri rinunciare alle vane forme di un giudizio, cui manchi ogni mezzo reale di difesa.»

Dalle prigioni di S. Francesco, il dì 31 luglio 1850.

SILVIO SPAVENTA,

SAVERIO BARBARISI,

PIETRO LBOPARDI,

GIUSEPPE PICA,

LORENZO JACOVELLI.

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PROTESTA

DEI SACERDOTI INCARCERATI

I seguenti documenti già pubblicati dal Risorgimento nel suo numero del 14 giugno 1851 dimostrano con evidenza in qual modo comprenda il governo napolitano fa' riverenza dovuta alla religione ed a suoi ministri.

Al signor procuratore generale della corte

criminale di Napoli.

«Signore. — La carica della quale ella ira rivestita, nel mentre da una. parte la rende pubblico censore, dall'altra, le attribuiste grande autorità sulle prigioni, e le affida la immediata protezione dei detenuti, perché non vengano martoriati ed oppressi, ma trattati con umanità e decenza propria allo stato di ciascuno di essi. È questo per lei un dovere, egualmente sacro che quello di pubblico accusatore, e più bello perché è ufficio di amore, non di rigore. In lei si personifica la legge che con la sua severa imparzialità punisce e protegge.

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È per ciò che a lei, signor procuratore generale, ci rivolgiamo noi sacerdoti detenuti per causa politica nella prigione di S. Francesco, in questa capitale, per esperie i torti che riceviamo. Ella sa per propria scienza che noi siamo, salvo pochissime eccezioni, tutti innocenti, ed ella medesima, dopo solenni giudizi, ha dichiarato innocenti molti di noi e gli altri che sono gittati e dimenticati in prigione senza che in tanti mesi siasi trovato appicco per processarli. Ora sì gli uni che gli altri si lasciano indefinitamente in prigione. Aggiungasi a tutto ciò che era solito somministrarcisi una magrissima sovvenzione giornaliera di sei grana, che appena potrebbero bastare a nutrire un cane, d anche questa con l'ultima ministeriale della segreteria di Stato dei lavori pubblici, in data dei 25 febbraio ultimo, n. 123, ci venne sottratta sotto lo specioso pretesto, che ogni sacerdote avendo il sacro patrimonio, debbe vivere di quello. In seguito di che, taluni poveri sacerdoti trascinati qua dal fondo

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delle più lontane province, giacciono sulla nuda terra, e si muoiono di stenti e di miserie.

Signor procuratore generale, noi siamo stanchi di ricevere più insulti che conculcano il sacro carattere sacerdote, inseparabile dalle nostre persone. Ci siamo taciuti, per non sembrare petulanti ed interessati, lo che disdicevole troppo sarebbe paruto alla nostra dignità sacerdotale. Ma si è troppo abusato del nostro silenzio e della nostra moderazione. Noi aspettando da giorno in giorno che fosse cessata la persecuzione, ci siamo sostentati coi mezzi che potevano a ciascun di noi fornire le circostanze delle nostre famiglie. Ma questi mezzi in una prigionia sì lunga sono affatto esauriti, e noi non possiamo più vivere: intanto il governo ha forse creduto che noi ci sostenevamo con sei grana! se fossimo stati insetti, forse l'avremmo potuto, ma noi siano galantuomini e sacerdoti; ed è evidente che un galantuomo in carcere non può vivere affatto con meno il triplo di ciò che si spende al di fuori.

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Noi dunque, signor procuratore generate, dimandiamo o di essere messi io libertà perché innocenti, o di avere per le meno un trattamento di ire carlini al giorno per ciascuno di noi, se non si pretender di avere il diritto di conculcare ili sacerdozio, avvilirlo e manometterlo.

Dalle prigioni di S. Francesco in Napoli, li 9 maggio 1851.

«Vincenzo Caporale, canonico ed ex-rettore del seminario dì Lanciano. — Giuseppe Variale, sacerdote e confessore, nonché rettore di chiesa. —    Francesco Mistico, sacerdote e canonico. —Francesco Battafarano, sacerdote — Michele d'Ambra, Bacandole. — Raffaele Lanzano, sacerdote, — Giuseppe Guzzi, sacerdote e dottore in sacra teologia. —Luca Romano, sacerdote. — Niccola Marino, missionario del Liguorini. — Giuseppe Tedeschi, sacerdote. — Gaetano Magaldi, sacerdote. — Mattia Basile, sacerdote e missionario dei Liguorini. — Giuseppe Potenza, sacerdote, e canonico. — Giulio Barbieri, sacerdote. — Michele de Blasio, sacerdote. — Antonio Scorciafave, sacerdote. — Giovanni Morelli, sacerdote. —    Antonio Misciascia, sacerdote. — Gennaro Candela,sacerdote. — Francesco Saverio Scarpino,sacerdote.— Luigi Langelà, sacerdote.— Silvestro Pisani, sacerdote e dottore in diritto canonico.»


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NB. 1. Furono inviate le dietro scritte istanze al procuratore generale, ed al cardinale, ma furono parole gittate al deserto. Altri simili reclami si inviarono al nunzio apostolico presso la corte di Napoli, nonché al ministro degli affari ecclesiastici, a quello dei lavori pubblici ed al presidente dei ministri, marchese Fortunato; ma essi non produssero migliore effetto.

2. Dal mese d'aprile 1849 fino a tutto aprile 1851 si sono visti arrestati nella capitale 466 sacerdoti delle province, e tutti innocentemente. In tutte le carceri del regno se ne vedono arrestati, e fra giudicati e giudicabili, e quelli che dai rispettivi ve scovi sono stati inviali nei ritiri religiosi per cause politiche, oltre a tre mila.

Nelle carceri di Reggio in Calabria sono detenute quasi tutte le prime dignità ecclesiastiche di quel capitolo, oltre molti altri sacerdoti cospicui di quella diocesi. Lo stesso si vede nelle carceri di Salerno, e in quelle di Aquila (Abbruzzo Ultra). Registrarne i nomi sarebbe lo stesso che non finirla mai più.

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CARLO POERIO

Le meritate lodi tributate dal signor Gladstone a Carlo Poerio hanno destata in particolar modo la rabbia del governo napolitano, e tutt'i suoi prezzolati apologisti hanno gareggiato nel vomitare villanie, ingiurie e calunnie contro il martire eroico. A nome della religione i sedicenti giornali cattolici hanno versato a piene mani il vituperio sul capo dell'uomo incatenato, che porge a giorni nostri l'esempio più sublime di cristiano stoicismo e di cattolica rassegnazione. Ho già citato nell'Avvertenza premessa a questa raccolta le parole scritte da Carlo Poerio a suo zio il 14 maggio 1850: ecco adesso un frammento di un'altra lettera da lui indirizzata al medesimo suo zio in data del 28 marzo 1849, quindici giorni cioè dopo io scioglimento della Camera elettiva, e ire mesi prima del suo arresto.

«Dopo la funesta catastrofe del mio dilettissimo fratello non ho ricevuto che due vostre affettuosissime lettere, ma la più antica, ossia quella consegnata a Silvio Spaventa, mi è giunta tardissimo, cioè

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non prima del suo arrivo, che ha avuto luogo verso la metà di febbraio. L'ottimo amico è ora in prigione, poiché l'attuale Polizia, in nulla dissimile da quella dei beati tempi dell'assolutismo, cerca implicarlo nel processo del 15 maggio. Questa indegnità ha commossa vivamente l'onesta gente, specialmente perché Spaventa era all'estero, ed è tornato in patria con regolare passaporto e sotto la fede pubblica, per adempire gli obblighi di deputato. Ma il presente Ministero calpesta tutte le leggi umane e divine, e tradisce ad un tempo il paese ed il re. Faccia il cielo che il Monarca apra gli occhi sull'abisso che gli stanno scavando. Qui tutti i deputati sono minacciati, alcuni fuggono, altri si nascondono; moltissimi aspettano impassibilmente il loro destino, Io sono stoicamente rassegnato, né mai diserterò il campo; poiché questo è il campo della battaglia civile che si combatte fra la civiltà e la barbarie; ed il cadere in questa lotta è tanto glorioso, quanto il soccombere sul campo della gloria militare.

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Se il suffragio degli elettori ci rimanderà alla Camera, pugneremo virilmente e sempre pel diritto contro la forza e per la ONESTA LIBERTÀ, CONTRO LA TIRANNIDE CORTIGIANA E LE SFRENATEZZE DELLA PIAZZA.

Nulla so del nostro attuale destino. Percorro con ansia i fogli torinesi, per conoscere quale sia il vostra attuale ufficio, ma invano. Son certo che sarete nell'esercito attivo, e spero nell'antiguardo, affinché possiate consolane l'antico vostro sdegno contro l'oppressore d'Italia. Protegga il sommo Iddio gli sforzi generosi! Noi tutti vi accompagniamo coi nostri desideri, coi nostri voti e con le nostre speranze, poiché i nostri fati ci divietano di dividere i comuni pericoli. Onta eterna agli autori di questo nefando sistema di separazione, tra fratelli aspiranti a' medesimi destini di ordinata libertà e d'indipendenza sotto la forma tutelare delle COSTITUZIONALI ISTITUZIONI.

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I TESTIMONI FALSI

Jervolino è il tipo del testimonio seconda il cuore del governo napolitano: tulle le. accuse capitali che pesano sul capo dei più eletti cittadini poggiano sopra testimonianze di quel genere. Narrerò a questo proposito un fatto di cui guarentisco i particolari: il lettore comprenderà le ragioni di dovere che mi vietano di specificare alcuni nomi. Dopo la catastrofe del 15 maggio il governo istituì una commissione giudiziaria per farne il processo. I magistrati all'uopo delegati, quantunque devotissimi al governo istesso, non gli erano venduti al tutto, e dalle loro indagini nulla risultava a carico di coloro, che quel governo aveva sopra ogni altra cosa in mira di perdere. Gli atti di questo processo furono presentati dal ministro di grazia e giustizia alla commissione d indirizzo della Camera dei deputali, di cui io era uno de componenti, e ben rammento di non avervi letto allora né il nome mio; né quello di tanti altri miei colleghi, oggi implicati nella iniqua processura. Naturalmente mal soddisfatto il governo dell'andamento di quel processo, profittando nel 1849 delle mutale condizioni dei tempi,

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pensò a far meglio, e trovò nel Navarro l'istrumento docilissimo ed efficace de' suoi disegni. Il Navarro adunque si fece delegare ad istruttore del processo, e ne ricominciò l'istruzione: un confronto fra i due processi sarebbe edificante. Egli esaminava i testimoni che gli pareva e piaceva, rifiutava di ascoltar quelli che non gli andavano a garbo. Erano fra testimoni i soliti abietti denunciaci stipendiati dal governo per deporre il falso, spergiurando dinanzi al crocifisso e su i santi evangeli. Uno di costoro, beneficato da un parente di una di quelle persone che più premeva al governo implicar nella pròcessura, mosso da quel sentimento di gratitudine, che qualche volta fa violenza agli stessi ribaldi, rifiutò di denunciare il nome di detta persona, e si recò da quel parente dandogli contezza del fatto, ascrivendoselo a gran merito e confessando di aver deposto il falso sul conto di tante altre persone, fra cui nominò il professore Mancini. In seguilo a questa rivelazione il Mancini campò con la fuga dalla carcere; l'altra persona, troppo confidente nella propria innocenza, rimase in Napoli e fu incarcerata. A questo fatto non aggiungo commenti.

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UN ALTRO CATECHISMO

Oltre il catechismo del canonico d'Apuzzo girano per Napoli molti altri libercoli della stessa risma, indirizzati al medesimo scopo. Uno di essi intitolato: Piccola catechismo per la comune istruzione contro gli errori de' settari ed in favore della potestà sovrana stabilita da Dio, di Giuseppe Miscimarra. Napoli dalla tipografia Trani 1849, si trova vendibile nella sagrestia del Gesù Vecchio, chiesa affidata alla cura del prete D. Placido Baker, uno de più attivi istrumenti e promotori della reazione, e notissimo a Napoli per i suoi legami con la corte È un opuscoletto di 24 pagine ed è fatto a forma di dialogo. Eccone a titolo di saggio un brano concernente la costituzione: dopo aver detto che la monarchia fu creata da Dio assoluto il Miscimarra prosegue:

D. E da chi è stata la costituzione instituita se da Dio fu fondata assoluta la monarchia?

R. La costituzione, qual ribellione considerata, perché così il fatto l'ha mai sempre dimostrata  sembra che sia d'infernale istituzione, perocché la prima ribellione

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dal demonio fu consigliata a' primi nostri congiunti, per ingannarli a costituirsi eguali a Dio.

D. Che cosa dunque è questa costituzione?

R. Emanando la costituitone della setta che l'ha mai sempre proclamata, per ingannare i popoli, con le apparenze di una politica riforma, il bene della umanità risguardante, è dessa un prestigio del quale servasi la setta indicala, per stabilire universalmente l'ateismo, con la distribuzione del sacerdozio, e del principato.

D. Dunque è dessa un male, e non un bene, carne dicesi?

R, Considerata come ribellione, io ripeto, perché in ribellione traligna, come il fatto ha dimostrato, è un male temporale non solo, ma eterno ancora.

D. Eterno! E perché?

R. Perché usurpato il dovere dalla setta dominante, tosto la costituzione traligna in anarchia, come i falli del 1848 di Napoli, di Roma, di Toscana, e dell'Alt-Italia ha dimostrato: e quindi con la dissoluzione dell'ordine sociale restan non solo i troni rovesciati, i canoni della giustizia conculcati, le leggi della patria distrutte, le proprietà rapite, ma anco gli altari profanati ed abbattuti, le chiese spogliate e chiuse, i sacerdoti

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perseguitati ed uccisi, i sacramenti non più amministrati, l'assoluzione delle colpe non pia impartita, l'Ostia monda al Dio delle misericordie non più offerta, e perduti vanno eternamente tutti coloro che lascian la vite pervivaci nell'odio con Dio, e con i suoi rappresentanti.

D. Ma è pur vero quanto dite?

R. Varissimo, perocché per la costituzione in infernale anarchia tralignata, professò l'ateismo per sei mesi la Francia cristianissima, con la morte di centomila ministri del Santuario, e con l'abolizione di ogni specie di rito cristiano: la Spagna poco mancò che per essa dalla chiesa cattolica restasse per sempre dissociata: per essa, Vandali divenuti gl'italiani Italia hain devastata, e Roma precipuamente di quella magnificenza hanno spogliala, che il viaggiatore bramava da lontana terra ad osservarla: e per essa, in fine, il santo Padre Pio IX a fuggir in Gaeta è stato obbligato per camparla sua vita, come abbiam veduto.

D. Dunque la costituzione è criminosa?

R. La costituzione nel diritto non è criminosa; su il riflesso che il Vangelo rispettando, come amico dell'ordine, la potestà sotto qualunque forma di governo con ogni regime sì associa, né vuole che la salute


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eterna de' credenti: ma criminosa è nel fatto la costituzione, perché la resistenza che fa la setta alla podestà stabilita da Dio, per rovesciare l'ordine, per abbattere lo stesso potere costituzionale non solo, ma anco il repubblicano; perché alcuna potestà essa non vuole, per istabilir impavida l'ateismo, per derubare il mondo intero, e per farlo divenire un covile di fiere! I fatti del 1848 di tutta Italia e di Francia han resa incontrastabile questa verità. E poiché chi resiste alla podestà si danna, perché a Dio resiste che l'ha stabilita, come dice lo Apostolo, è perciò che nel fatto essa è criminosa.

D. E se di suo beneplacito, e senza resistenza la concedesse il re?

R. Allora non sarebbe criminosa, perché non si violerebbe la divina legge la quale vieta che con la ribellione armati resistano i popoli alla potestà, per ispogliarla di quel supremo potere di che da Dio è stata vestita per provvedere al pubblico bene.

D. Vi è stato qualche Sovrano che abbia fatto volontariamente tal concessione ai suoi popoli?

R. Molti Monarchi con poco criterio politico, ma con molta magnanimità, fecero volontario dono della libertà ai loro popoli, ne dice la storia; ma furon poscia obbligati

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a metterli a dovere pel cattivo uso che ne fecero per la loro corruzione; ed i fatti recenti di tutta Italia lo han conformato. La libertà senza leggi, secondo i settari, è un sogno ingannevole; perocché l'uomo non fu mai, com'essi immaginarono, un giumento senza basto e senza briglia. Fatto egli da Dio, tosto il giogo gli fu imposto della legge, nella cui osservanza, o violazione fu riposta la sua libertà: quindi son distruttori della libertà i settari, perché distruttori delle leggi che la conservano e guarentiscono.

D. Ma descriveteci con chiarezza lo scopo di questa setta?

R. L'ateismo che sotto nome d'incivilimento cerca stabilire con la distruzione delle due podestà instituite da Dio a render felici gli uomini nel tempo e nello eterno, il Sacerdozio e il Principato, è lo scopo della setta indicata; anco per insegnamento dell'empio Diderot di strangolar l'ultimo re con le budella dell'ultimo prete; per far cadere nella combustione e nell'errore l'ordine sociale, dischiuder il varco ai delitti, e specialmente al furto con l'anarchia, e per far gemere così l'umanità sotto il carro della più crudele barbarie come la esperienza de' sessantanni che sono scorsi dal 1789 al 1848 a sufficienza ci ha dimostrato

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D. È antica, questa setta?

R. Barruel la fa discendere da Manete che fu uno schiavo scorticato vivo con le punte dì canne d'ordine del re di Persia per la sua impostura! I seguaci di lui si son manifestati secondo le circostanze sotto varie nomenclature: dapprima sotto quella di templari, poi di frammassoni, o liberi-muratori, o massoni, e di giacobini ancora nel 1789; di carbonari nel 1820 e di progressisti della Giovane Italia nel 1848; i quali giuraron tutti odio a Cristo ed alla sua fede, ai re ed ai loro troni.

D. Ma ha diritto il sovrano di punire i gravi delitti con la pena di morte?

R. Avendo dello Dio nella Sapienza: amate la giustizia voi che giudicate, vedasi chiaro di essere stata concessa da lui ai sovrani la potestà di giudicare, la quale sarebbe imperfetta se dissociata fosse da quella dì punire: e poiché là giustizia, di ch'è simbolo la spada, che non indarno a flanco porta il re, vuole che per la loro enormità alcuni delitti sian puniti con la morte, è perciò che il Soyrano, come ministro vendicatore di Dio deve far sentire gli effetti dell'ira sua ai malfattori, onde il novero non se ne moltiplichi in danno degli onesti uomini in una civile consociazione.


INDICE

Avvertenza del Traduttore Pag. 3
Lettera 1. del signor Gladstone a lord Aberdeen Pag. 15
Lettera 2. dello stesso Pag. 93
Lettera del signor MacFarlane e Note del traduttore. Pag. 139
Discorso di lord Palmerston Pag. 267
Articolo della Gazzetta d'Augusta Pag. 274
Giudizio del Morning Chronicle Pag. 278
Protesta degli accusati nel processo del 15 maggio Pag. 288
Protesta dei sacerdoti incarcerati Pag. 294
Carlo Poerio Pag. 299
I testimoni falsi Pag. 302
Un altro catechismo Pag. 304

Rds, 13 Novembre 2008  - http://www.eleaml.org













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