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Movimenti meridionali in «Fuoco del Sud»

di RAFFAELE NIGRO

C’è un fermento secessionista nel Sud d’Italia? Sì, risponde Lino Patruno nel suo interessantissimo e documentato libro edito da Rubbettino, Fuoco del Sud. La ribollente galassia dei Movimenti meridionali. Una galassia nata come reazione al secessionismo prospettato dalla Lega Nord e dal clima di veleni che si è diffuso nella cultura e nella politica italiane e che non ha aiutato a risolvere i nodi vecchi e nuovi del Mezzogiorno, ma li ha glissati, sottaciuti, dimenticati. 

Un elenco puntuale di questo fuoco e dei movimenti non può che partire dal più antico, il Movimento neo-borbonico, fondato da un docente di liceo, il napoletano Gennaro De Crescenzo. Si tratta di provocazione e non di passione monarchica, spiega De Crescenzo, una maniera per «ritrovare un’identità perduta». A un passo dal movimento è la posizione del «Brigantino. Il Portale del Sud», sito nel quale Fara Misuraca e Alfonso Grasso rimpiangono «solo la conquista armata da parte del Piemonte e lo sfruttamento da parte di tutto il Nord». 

Il libro nasce ovviamente per inserirsi nel dibattito aperto dalle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia e in risposta alle provocazioni di Aprile, Scarpino, Giordano Bruno Guerri. Si aggiungono ai gruppi succitati il «Movimento Meridionale» fondato da Zitara e Tassone a Vibo Valentia, il «Partito del Sud-Gaeta», il «Partito Popolo del Sud» fondato da Girolamo Foti a Palermo nel marzo 2010, le riviste «L’Alfiere», «Il Carlino» e chi più ne ha più ne metta. Vi sono gruppi di nostalgici, di populisti, di arrabbiati, altri di puri secessionisti, come «Insorgenza Civile», che ha lanciato l’iniziativa «Un drappo nero per il Sud» per opporsi ai festeggiamenti unitari e che propone col «Popolo del Sud» un progetto di rivolta economica: comprare solo prodotti a marchio meridionale. 

Per quanto unitarista, Patruno si è convinto analizzando la storia dell’Unità che l’ha accompagnata una grande «bugia risorgimentale» e che era possibile un diverso regno d’Italia. E queste tesi le espone con la passione di un meridionalista che sa di non gridare più nel deserto. Le opzioni erano parecchie, c’era chi come Cattaneo proponeva una federazione di Stati a guida laica, chi - come Gioberti - una a guida papale. 

Cavour ne aveva discusso un’altra con Napoleone III, e l’Italia, espressione geografica sarebbe stata divisa in Regno dell’Alta Italia (ducati di Parma Piacenza e Modena, Piemonte e Sardegna e le Legazioni pontificie di Bologna, Ferrara e la Romagna), Regno dell’Italia Centrale (Toscana, Marche, Umbria e parte del Lazio), Stato della Chiesa e Regno delle Due Sicilie guidate dai Borboni. Ma Franceschiello si opponeva, timorato di Dio com’era. 

Invece si impose quella vagheggiata da Garibaldi, con la sua spedizione avviata nell’imbarazzo di Cavour e con un silenzioso accordo di Vittorio Emanuele II. Il resto lo fecero i tradimenti dei generali borbonici comprati dal denaro inglese e da quello di Garibaldi e lo fecero le adesioni di molti meridionali e l’arrivo precedente di soldati settentrionali infiltrati in silenzioso accordo tra governo e casa regnante piemontesi. Di qui l’ira dei Movimenti secessionisti del Sud, l’odio verso Garibaldi, considerato un impostore, ladro, depravato, delinquente da padani e neo-borbonici. L’ira per una unità che si fece non per annessione ma per conquista e per i morti che procurarono i piemontesi, con un balletto di cifre spaventoso, da 30mila a 1 milione. 

Così, all’indomani dell’unificazione, furono pochi i votanti meridionali, solo 420.000 rispetto ai 24 milioni di abitanti dell’Italia. In ragione dello statuto albertino votarono solo gli alfabetizzati, che appartenevano perlopiù a classi elevate e che elessero al Parlamento di Torino solo aristocratici e proprietari terrieri. Così la rivoluzione sociale, quale si aspettavano i contadini meridionali fallì e a Bronte si consumò un delitto infelice. Con la fucilazione dei contadini che avevano invaso le terre dei latifondisti inglesi. 

Che l’unità si sia fatta con spargimento di sangue e che il Sud non la volesse sta nel fatto che sorsero in breve tempo circa trecento bande armate e che i piemontesi impiegarono circa 120.000 uomini. I Movimenti meridionali arrivano a vedere dei partigiani nei briganti, a dare loro la veste di banditi sociali, come definisce Hobsbawm coloro che si ribellano all’indomani di una conquista subita e gente assetata di giustizia sociale. I Movimenti nobilitano l’azione dei briganti facendo leva sull’autobiografia di Crocco, sugli eccidi di Casalduni e Pontelandolfo, sul fatto che i briganti venivano acclamati come eroi dal popolo. Ma, aggiungiamo noi, non c’è uno straccio di riferimento all’ira di Borjes, che è profondamente contrariato dal comportamento razziatore di questi uomini e dal non essere mai riuscito ad accordarsi con Crocco sulle strategie e sul senso ideale della rivolta. Tant’è che Borjes se ne andrà contrariato verso lo Stato del Vaticano, abbandonando il capobrigante e l’impresa. 

Per i Movimenti, animati dal vitale «Fuoco del Sud», il gioco perverso del Nord sta nel creare una «rassegnazione indotta» nella gente conquistata, o come dice Pino Aprile una «educazione alla minorità» e un innamorarsi del proprio persecutore, come spiega la sindrome di Stoccolma. Dalla conquista, racconta Patruno, si verificò una via crucis suggestiva e feroce che ha le sue stazioni nella tassazione, nell’adozione di tariffe doganali che favorirono l’industria del Nord, nella costrizione del sud all’agricoltura, nell’assenza di protezione del mercato agricolo sul piano dell’economia mondiale; nell’emigrazione, nella nascita della Cassa per il Mezzogiorno e così via. 

Ma a conclusione delle analisi l’interrogativo è: «Che fare?». Intanto, dicono «Progetto Sud» e «Partito per il Sud», basta parlare di questione meridionale e sarebbe il caso di parlare di un «progetto Sud» che preveda maggiori investimenti nel Mezzogiorno. Riappropriarsi del sistema agroalimentare e della grande distribuzione, costituire una banca del Sud e formare le classi dirigenti. Per «Insorgenza Civile», il Sud deve vincere la battaglia identitaria col recupero della propria storia e della propria cultura. Per il «Brigantino» è necessario battere il berlusconismo e l’accattonaggio, ma non puntare sulla costruzione di uno Stato a sé, che converrebbe solo al Nord. 

I Movimenti meridionali conclude Patruno sono usciti dal folclore iniziale e oggi sono determinati fino all’entusiasmo, non fanno pesare le appartenenze politiche a destra e a sinistra e mentre si sentono «nuovi briganti» utili al Sud si fanno interpreti di un movimento di coscienze che ha visto fiorire libri film fiction e riletture storiche. Indicatori di una nuova mentalità e di un orgoglio meridionale come non si era mai visto prima d’ora.

 


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