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Le pagine che proponiamo agli amici naviganti non sono solo interessanti perché riportano la discussione sull'esercito meridionale bensì anche per il caso di Avigliana e per la ferrovia Savona-Torino.

A proposito delle elezioni di Avigliana leggiamo negli atti parlamentari:

"Dice infatti che nello scorso anno, prima però che succedesse lo scioglimento della Camera, il Genero fece distribuire molta meliga, lire 500 in danaro, semenza di bachi, medaglie per le scuole, carta e libri per gli allievi più bisognosi; ed inoltre promise di far erigere un asilo infantile e di fondare una fabbrica di tessuti in cotone per dar lavoro alla povera gente.

Soggiunge che nei primi del passato novembre il cavaliere Genero intervenne ad un pranzo offertogli in Bussoleno dai suoi elettori, ed in tale circostanza fece accettare da lui, testimone, quasi per forza, uno spillone d'oro, in segno di gradimento delle fattegli dimostrazioni; che regali di tabacchiere e di altri oggetti consimili fece in quella stessa occasione ad altri degli elettori ivi raccolti, ed un berretto a caduno dei dilettanti di musica di quel paese."

Ora vi facciamo una domanda a bruciapelo! Leggendo le righe riportate, sinceramente, qual è stata la prima cosa che avete pensato? Non barate nella risposta! Vero che avete pensato al solito politicante corrotto meridionale?

La risposta la troverete leggendo gli atti.

Noi siamo stati colpiti dal numero di pagine dedicato a due fatti - le elezioni ad Avigliana e la ferrovia di Savona - rispetto alle pagine e al tono degli interventi invece relativi all'esercito meridionale.

Eravamo sì un popolo di 9 milioni di individui e avremmo dovuto avere un peso, se non lo avemmo fu perché eravamo terra di conquista.

Negli atti parlamentari questo emerge in ogni discussione che riguarda le provincie napolitane o quelle siciliane.

CAMERA DEI DEPUTATI SESSIONE DEL 1861

TORNATE 18-25 APRILE 1861

(se vuoi, puoi scaricare il testo in formato ODT o PDF)


564 - CAMERA DEI DEPUTATI SESSIONE DEL 1861

TORNATA DEL 18 APRILE 1861

PRESIDENZA DEL COMMENDATORE RATTAZZI.

SOMMARIO

Votazione a squittinio segreto, ed approvazione del disegno di legge per una convenzione addizionale al trattato di commercio colle Città Anseatiche. - Il deputato presta giuramento. - Relazione sul disegno di legge per una convenzione postale colla Francia. - Convalidamene di elezioni. - Lettura di quattro disegni di legge; il 1°, del generale per l'armamento nazionale; il 2°, del deputato De Luca, per il riordinamento di una statistica del regno; il 5°, del deputato De Peppo, per l'affrancamento delle enfiteusi nelle Puglie; il 4°, del deputato Musolino, per l'abolizione del privilegio di tonnaie. - Interpellanza del deputato Ricasoli Bettino sull'armata meridionale - Discorso del ministro per la guerra, in risposta alle interpellanze, circa il suo operato - Proposizione di rinvio della discussione - Discorso del deputato generale in censura degli del Ministero - Interruzioni e sospensione della seduta, per richiami e tumulto - Parole di disapprovazione del presidente al deputato al riprendersi della discussione - Continuazione del discorso del deputato - Nuove spiegazioni del ministro per la guerra - Replica - Parole di conciliazione del deputato Bixio - Discorso e spiegazioni del presidente del Consiglio - Dichiarazione del deputato - Repliche e spiegazioni reciproche - Parole di concordia del deputato Crispi - Voti motivati proposti dai deputati Ricasoli Bettino, Pace e Ricci Vincenzo - Il deputato Bixio domanda il rinvio della discussione, ed è appoggiato dal deputato Pica - La discussione è rinviata a domani.

La seduta è aperta all'una e mezzo pomeridiane.

NEGROTTO, segretario, legge il processo verbale dell'ultima tornata, che è approvato.

GIGLIUCCI, segretario, espone il seguente sunto di petizioni:

6985. Il Consiglio comunale e 270 cittadini del mandamento di Baiano reclamano contro la disposizione luogotenenziale relativa all'aggregazione di quel mandamento alla provincia di Principato Ulteriore.

6986. Filippi-Peppe Gaetano, e Moruzzi fratelli, di Civitella del Tronto, Abruzzo Ulteriore 1°, chiedono riparazione dei danni occasionati alle loro proprietà dai fatti di reazione commessi dai borbonici e dall'assedio della cittadella.

6987. Blasco Sebastiano, professore, chiede che la città di Augusta venga eretta a capo circondario, coll'instituzione di stabilimenti educativi; sia considerata come piazza d'arme di prima classe, e il porto prescelto a porto militare dell'Isola.

6988. Santelmo Carolina, di Padula nel Salernitano, domanda, in vista delle persecuzioni politiche sofferte da suo marito Federico Romano, morto in esilio, due posti gratuiti nel collegio della marina per i suoi figli Pietro e Luigi.

6989. Il gonfaloniere di Firenzuola rappresenta i bisogni più vitali ed urgenti di quella popolazione, e fa istanza per l'attuazione del progetto di ferrovia da Porto Corsini per Imola, Val di Tanterno e Val di Sieve a Firenze, e chiede che, nel costituire le nuove provincie, Firenzuola non venga staccata dal Mugello.

6990. Alcuni commercianti di Napoli chiedono siano modificate le disposizioni del Codice di commercio napolitano, le quali infliggono il carcere a vita a coloro che, obbligati da lettere di cambio, non abbiano mezzi di soddisfare i loro creditori.

6991. Falotico Luigia, di Padula, vedova del maggiore Vincenzo Padula, motto combattendo a Marsala, domanda che sua figlia sia provveduta dallo Stato di una dote.

PRESIDENTE. Il deputato Cantelli fa omaggio di 500 esemplari di una lettera del senatore commendatore Paleocapa intorno al progetto di una strada ferrata tra il golfo della Spezia e il Po, per le valli di Magra e di Taro.

Il depotato Amicarelli fa omaggio di 200 esemplari di un esposto documentato del reggimento Dragoni Capitanata, al Parlamento nazionale.

N. N. 2 copie di un opuscolo: Una nuova capitale all'Italia.

Una copia: Le Pape devant les Evangiles, l'Histoire et la Raison, par Alexandre Dumas.

Un esemplare: Grido della stampa italiana contro la dilapidazione che si compie in Roma del Museo Campana.

Cesare Mazzoni, da Forlì, rassegna 4 esemplari: Roma; dati statistici.

Il deputato Boggio fa omaggio di 6 esemplari: Lezioni di diritto costituzionale dette nel regio Ateneo torinese durante Vanno scolastico

Il deputato Longo scrive:

«Gravissima ragione di famiglia m'obbliga a pregarla di chiedere per me alla Camera un permesso di sei settimane.

Se non vi è opposizione, s'intenderà accordato questo permesso.

(È accordato.)

565 - TORNATA DEL

VOTAZIONE DEL DISEGNO DI LEGGE PER L'APPROVAZIONE DELLA CONVENZIONE ADDIZIONALE AL TRATTATO DI COMMERCIO COLLE CITTÀ ANSEATICHE.

PRESIDENTE. Non essendosi potato compiere ieri la votazione della proposta di legge per convenzione addizionale al trattato di commercio colle Città Anseatiche, che era stato approvato per alzata e seduta, si procederà all'appello nominale per una nuova votazione a squittinio secreto.

(Segue l'appello nominale.)

(Finito lo spoglio dei voti, entra nella sala il generale ribaldi accompagnato dai deputati Macchi e Zuppetta. Scoppiano da tutti i lati della Camera e dalle tribune fragorosissimi e prolungati applausi ed evviva.)

Risultato della votazione:

Presenti e votanti 118

Maggioranza 110

Voti favorevoli..916.

Contrari 2

(La Camera approva.)

(Prestano il giuramento i deputati e Zuppetta.)

BEL AZIONE SOPRA IL PROGETTO DI LEGGE PER L'APPROVAZIONE DELLA CONTENZIONE POSTALE CON LA FRANCIA.

BRUNET. Chiedo di parlare per presentare una relazione.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare.

BRUNET, relatore. Ho l'onore di presentare alla Camera la relazione della Commissione sullo schema di legge portante approvazione della convenzione postale colla Francia.

PRESIDENTE. Questa relazione sarà stampata e distribuita.

VERIFICAZIONE DI POTERI.

PRESIDENTE. Essendovi alcuni relatori i quali tengono in pronto relazioni sopra elezioni, li prego di venire alla tribuna.

CASTELLANO, relatore. L'ufficio IV ha esaminato la novella elezione del collegio di Pesaro. La stessa ha dato per risultamento la proclamazione del generale Enrico Cosenz a deputato di quel collegio.

Componesi il collegio medesimo di due sezioni con 675 elettori iscritti.

Al primo scrutinio intervennero 169 elettori.

Il generale Enrico Cosenz ottenne 91 voti, l'avvocato Giuseppe De Angelis 54.

Nessuno avendo ottenutola maggioranza voluta dalla legge, si procedette al ballottaggio tra il generale Enrico Cosenz e l'avvocato Giuseppe De Angelis.

Il generale Cosenz sopra 326 votanti ottenne voti 148, e l'avvocato De Angelis 72; per conseguenza il generale Cosenz fu proclamato deputato.

I verbali sono in perfetta regola; nessun reclamo. Il IV ufficio vi propone che l'elezione sia convalidata.

(La Camera approva.)

Lo stesso ufficio ha pure esaminata l'elezione novella del collegio di Ancona.

Questo collegio si compone di due sezioni, ed ha 660 elettori inscritti, di cui 518 comparvero al primo scrutinio.

I voti si divisero tra l'avvocato Annibale Ninchi, il quale ne ottenne 110, ed il signor Giovanni Ronomi, il quale ne ebbe 105; il conte Malaccari ne ottenne 49, il conte Bonanni 16, e gli altri andarono dispersi.

Nessuno dei candidati avendo ottenuto la maggioranza nel doppio senso legale, si venne al ballottaggio, nel quale l'avvocato Annibale Ninchi raccolse voti 207, ed il signor Giovanni Ronomi 152,sopra 567 votanti.

Fu quindi proclamato deputato pel collegio d'Ancona l'avvocato Annibale Ninchi.

Poiché i verbali non presentano difficoltà veruna, né esistono reclami, l'ufficio IV vi propone la convalidazione di quest'elezione.

(La Camera approva.)

LETTURA DI QUATTRO PROGETTI DI LEGGE: 1° DEL DEPUTATO PER L'ARMAMENTO NAZIONALE; DEL DEPUTATO DE LUCA, PER IL RIORDINAMENTO DELLA STATISTICA DEL REGNO; 3° DEL DEPUTATO DE PEPPO, PER L'AFFRANCAMENTO DELLE ENFITEUSI NELLE PUGLIE; 4° DEL DEPUTATO MUSOLINO, PER L'ABOLIZIONE DEL PRIVILEGIO DELLA PESCA DEL TONNO.

PRESIDENTE. Si darà lettura di quattro disegni di legge presentati da alcuni deputati, come venne autorizzato da vari uffici.

Proposta di legge presentata dal deputato generale baldi per l'armamento nazionale:

«Art. 1. La guardia nazionale sarà ordinata in tutto il regno, giusta le prescrizioni delle leggi vigenti nelle antiche Provincie colle modificazioni portate dagli articoli seguenti:

«Art. 2. I corpi distaccati per servizio di guerra prenderanno nome di guardia mobile. Essa sarà formata in divisioni, in conformità dei regolamenti dell'armata di terra.

«Art. 3. Sono chiamati a far parte della guardia mobile tutti i regnicoli che hanno compiuto il e non oltrepassano il 35 anno di età.

«Art. 4. Le armi, il vestito, il corredo, i cavalli e tutto il materiale da guerra necessario alla guardia mobile sarà fornito interamente a carico dello Stato.

«Art. 5. Il contingente della guardia mobile è ripartito per Provincie, per circondari, per mandamenti in proporzione della popolazione. I militi sono chiamati in servizio in base della legge sul reclutamento dell'esercito e delle altre leggi vigenti. La durata del servizio è regolata dall'articolo 8 della legge 27 febbraio 1859.

«Art. 6. Saranno tuttavia esenti dal far parte della guardia mobile solamente:

«1° Coloro che fanno parte dell'armata di terra e di mare;

«2° Quelli che sono riconosciuti inabili al servizio militare da speciale regolamento;

«3° Coloro che sono figli unici o primogeniti, e, in mancanza di figli unici o primogeniti, nipoti di madre o di avola vedova, ovvero figli unici o primogeniti, ed in loro mancanza nipoti di padre o di avolo di settant'anni.

«4. Coloro che sono primogeniti di famiglia di orfani di padre e di madre, ovvero unico fratello abile al lavoro in detta famiglia; fra i fratelli abili al lavoro non saranno computati quelli già inscritti all'esercito od alla guardia mobile.

566 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL

«Il difetto di statura non è causa di esenzione.

«Art. 7. La guardia mobile in servizio è sottoposta alle leggi ed alla disciplina militare.

«Art. 8. È aperto al Ministero dell'interno un credito di 30 milioni di lire per provvedere all'armamento della guardia nazionale in tutto il regno.

La detta somma di 30 milioni sarà inscritta nel bilancio dell'interno sotto la denominazione: Provvista armi per la guardia nazionale.»

Pregherei il generale di dire quando intenda di svolgere la sua proposta.

GARIBALDI. Adesso, se è possibile.

PRESIDENTE. Debbo avvertire che il primo argomento che è all'ordine del giorno sono le interpellanze del deputato Ricasoli Bettino.

GARIBALDI. Allora, dopo le interpellanze.

PRESIDENTE. L'altro progetto è quello del deputato De Luca sull'ordinamento della compilazione statistica nel regno d'Italia.

Esso è così concepito:

«Non si può governare e molto meno amministrare un paese senza le condizioni di fatto e veridiche sullo stato fisico, morale, economico e politico di esso, che solo può somministrare una esalta e ben compilata statistica.

«Molto più quando un Governo è costituzionale, e però il Ministero è risponsabile dei suoi in quanto che non potrà mai trovarsi in grado di giustificarli dinanzi al Parlamento ed al cospetto dell'opinione pubblica senza gli elementi statistici correlativi; e il Parlamento, alla sua volta, non potrà mai esercitare l'altissima sua funzione di controllo agli ed all'amministrazione del Ministero senza l'aiuto dei dati statistici.

«Questa verità si è manifestata nella Camera dei deputati in più riscontri.

«In Italia, sotto le passate dominazioni, senza accordo ed uniformità, compivansi dei lavori statistici più o meno esatti, più o meno confacenti ai principii della scienza, i quali lavori sono oggidì interrotti.

«Nelle stesse provincie subalpine fu attivata la compilazione statistica negli anni scorsi, e se ne ammirano i lavori compiuti, principalmente sui censimenti e sui movimenti di popolazione. Ma poscia, da che il Governo ha dovuto prestare le sue cure e intender tutto al risorgimento d'Italia, i lavori statistici sono rimasti in abbandono. Per altro, avvenute le prime annessioni nel 1889, si presentava il bisogno di un nuovo ordinamento della compilazione statistica, che fosse generale ed uniforme per tutte le provincie che già cominciavano a formare il nuovo regno d'Italia.

«Il bisogno n'è imperioso ed urgente, soprattutto per un esatto censimento della popolazione in talune province, come le meridionali, ove lo stato delle popolazioni procede sulle basi di antichi censimenti, imperfetti, erronei e disusali, e però incapaci di presentare lo addentellato alle ulteriori operazioni sui movimenti, per quanto accurate si vogliano supporre. Quindi tutti i calcoli della leva forzosa a compiersi in quelle province e lo stesso riparto provinciale poggiano su dati manchevoli ed inesatti. Chi sa se l'Italia, sottoposta ad un censimento nazionale della sua popolazione, diligentemente compiuto, non darà un risultamento assai maggiore e più splendido di quello che si legge nei libri di geografia e di statistica?

Trascurare oltre questa incumbenza governativa sarebbe un far mancare al Governo del Re, alla sua amministrazione il miglior appoggio per compiere bene la sua missione,

ed al Parlamento il miglior rendiconto dei fatti del Ministero, cui deve sorvegliare e ricondurre nella giusta via, ove sene trovasse per poco lontano.

Per queste considerazioni, appena qui accennate, ma che all'uopo saranno svolte più ampiamente alla Camera, il deputato professore De Luca propone il seguente schema di legge:

«Art. 1. La statistica in Italia sarà organata col metodo collegiale, sulla base di divenire la più fedele' manifestazione delle notizie ufficiali, e quindi la norma e la regola della pubblica amministrazione e degli studi che si potranno fare da tutti sui miglioramenti ad introdursi in ogni ramo della prosperità nazionale.

«Art. 3. Assumerà quindi a studiare, svolgere e conoscere Io stato fisico, morale, economico e politico del regno, a darne la più fedele descrizione, ordinata in tavole, secondo i metodi più accettati, e mettendo a profitto tutto ciò che hanno sancito i Congressi di statistica, e che sia applicabile all'Italia.

«Art. 3. La compilazione della statistica sarà affidata ad un'alta Commissione centrale residente nella capitale del regno, composta da professori e da scienziati de' diversi rami del sapere, che convengono a questo fine, come pure da taluni alti impiegati delle diverse amministrazioni dello Stato.

«Art. 4. La Commissione avrà il suo uffizio di compilazione centrale, con un numero proporzionale d'impiegati delle diverse amministrazioni dello Stato.

«Art. 5. Tutte le amministrazioni e le segreterie dello Stato metteranno a contribuzione il rispettivo contingente di notizie e di materiali alla compilazione della statistica; e però saran tutte obbligate di rispondere concretamente alle dimande che loro saranno fatte, e di dare tutti quei lumi e quegli schiarimenti che potranno essere a loro portata; tranne che ragioni d'alta politica non richieggano il segreto.

«Art. 6. In ogni capoluogo di provincia vi sarà una Commissione, composta egualmente da uomini di scienza e da impiegati delle amministrazioni provinciali, dipendente dalla centrale. Avrà ancora un ufficio di compilazione, con un discreto numero d'impiegati, dei quali il capo farà il segretario della Commissione.

«Art. 7. In ogni mandamento vi saranno pure delle Commissioni composte d'impiegati e da uomini che mostreranno attitudine a questi lavori, e negli altri comuni vi saranno dei collaboratori.

«Art. 8. Il numero dei componenti le Commissioni mandamentali sarà da 3 a 8, delle provinciali da b a 7, finalmente della centrale non meno di 7, né più di

«Art. 9. Secondo l'importanza dei lavori da compiersi, e secondo che ne sorgerà il bisogno, i membri delle Commissioni potranno assumere la qualità d'ispettore, ed essere delegati, ove lo richiegga il bisogno e l'urgenza del servizio.

«Art. 10. A misura che la Commissione centrale va disbrigando dei lavori parziali, saranno pubblicati in un giornale di statistica per l'Italia, che sarà inaugurato a cura della stessa Commissione.

Quando un lavoro generale sarà completo, verrà dato alle stampe. La pubblicazione del giornale di statistica e dei

567 - TORNATA DEL

PRESIDENTE. Si potrà allora fissare per la seduta di sabbato.

L'altro progetto è del deputato De Peppo: Affrancamento delle enfiteusi nelle Puglie. Se ne darà lettura:

«Veduta la legge del 31 maggio 1806, promulgata nell'Italia meridionale, con cui le masserie fiscali del Tavoliere di Puglia, ossia le terre salde ed a coltura di corte furono date in enfiteusi perpetua a particolari col diritto di affranco del canone;

«Veduta la legge de' 13 gennaio 1817, ivi resa sul Tavoliere, con la quale si ritenne l'enfiteusi perpetua, però con aumento di canone, ed altre restrizioni a danno dell'utilista, al quale si tolse pure il dritto dell'affranco;

«Veduta la posizione topografica del detto Tavoliere, che presenta una latissima estensione di circa 735,000 moggia napolitano;

«Veduta la posizione' economica dello stesso, la quale importa che l'utilista, sempre incerto del suo possesso, ed al continuato pericolo di devoluzione, male si adopra a migliorare quel fondo, che quasi ritiene precariamente per le tante eventualità che circondano il suo dritto;

«Veduta la posizione economica dell'Italia meridionale, di essere eminentemente addetta all'agricoltura e pastorizia; «quindi la necessità di animare al più possibile sì interessante fonte di generale ricchezza;

«Tenuta presente la legge de' 13 luglio 1837, pubblicata in queste antiche provincie, che ammette in principio e determina il modo dell'affrancamento delle enfiteusi, si sottopone alla saggezza della Camera il seguente progetto di legge:

«Art. 1. Il padrone utile delle terre censite del Tavoliere di Puglia ha il dritto di svincolare il fondo, e consolidare il diritto dell'utile dominio, sciogliendolo da tutti i vincoli dipendenti dalla concessione enfiteutica, con eseguire quanto appresso:

«Art. 2. Egli, l'utilista, deve pagare al Tavoliere, e per esso allo Stato, il capitale del canone, che corrisponde alla ragione di ducati 100 per ogni ducati cinque di canone; più il valsente della metà di un laudemio, ossia la metà di una annata di canone.

«Art. 3. Il capitale elevato nel modo indicato dovrà formare oggetto di una liquidazione tra il padrone utile ed il direttorio Tavoliere, in un istrumento da stipularsi dietro la dichiarazione che si farà dall'utilista di volersi avvalere di tale dritto.

«Art. 4. Il padrone utile, per l'esercizio dell'indicato dritto, dovrà fra un anno, dalla promulgazione della legge, farne atto per usciere al rappresentante del Tavoliere, e chiedere la liquidazione del capitale, giusta la norma degli articoli precedenti.

«Art. 5. La liquidazione si porterà in atto pubblico tra mesi tre dalla domandata spiegata.

«Art. 6. Il capitale liquidato potrà pagarsi in quattro dande nel corso d'anni nove, salvo quando non si prescegliesse dall'utilista pagare prontamente in tutto o in parte, non però meno del quarto del capitale.

«Art. 7. Sul totale o parte del capitale, di cui resta debitore l'utilista, ne corrisponderà l'interesse al cinque per cento a scalare.

«Art. 8. Decorso il termine dell'anno fissato nell'articolo 4 e fra un altro anno, il dritto dell'affranco sarà comune all'utilista e al direttorio.

Però il primo avrà la prelazione sino allo scorrere di giorni 30, dopo intimala dal direttorio la dichiarazione di volere riunire l'utile al diretto dominio.

«Art. 9. Nel caso il direttorio riunisse l'utile al diretto dominio, è obbligato pagare all'utilista un capitale elevato a ducati 100 per ogni ducati cinque di rendita, e questa depurata da pesi.

«La rendita sarà fissata da periti da nominarsi dal giudice ordinario. Il pagamento di tale capitale si regolerà con le norme dell'articolo 6.

«Art. 10. Qualora né l'utilista, né il direttorio si fossero giovati del loro dritto, giusta gli articoli 4 ed 8, chiunque potrà fare la sua dichiarazione di volerne profittare. In tal caso egli dovrà pagare un capitale al direttorio, rispondente ai dati dell'articolo 2 ed all'utilista un capitale sulle basi dell'articolo 9 di questa legge. Però tanto il direttorio, che l'utilista avranno il dritto di prelazione, da spiegarlo con atto di usciere tra giorni 30 dalla dichiarazione, che sarà loro fatta dal terzo, pure con atto di usciere.

«Art. 11. Ne' due casi degli articoli 2 e 9 il fondo resta assicurato con privilegio per la somma dovuta, e mediante la trascrizione da effettuarsi tra mesi tre dal contratto.

Nel caso dell'articolo 12, il terzo dovrà dare una sicurezza in benifondi, o rendita iscritta, fino alla metà del suo debito; ciò oltre il privilegio sul fondo.

«Art. 12. Niuna innovazione s'intende apportare alle leggi e regolamenti per le acque e foreste.

«Art. 13. Di una parte del capitale, che s'introiterà per l'affranco de' canoni, si formerà una cassa di sovvenzione a modico interesse in aiuto dell'agricoltura e pastorizia, a seconda di regolamenti da stabilirsi.»

PRESIDENTE. Il deputato De Peppo quando desidera di svolgere la sua proposta?

Una voce. È ammalato!

PRESIDENTE. Il quarto progetto è del deputato Musolino e porta per titolo: Abolizione del privilegio delle tonnaie.

È del seguente tenore:

«Abolita quasi in ogni punto d'Italia la feudalità con tutti i suoi ultimi avanzi, restano ancora nelle provincie meridionali dei privilegi che ricordano i tempi più odiosi del medio evo.

«Tali privilegi si riducono al diritto di calare le tonnaie, ossia di esercitare la pesca del tonno in modo esclusivo a danno dei naturali di non pochi comuni marittimi, i cui abitanti essendo in gran parte pescatori, sono costretti per vari mesi dell'anno ad abbandonare i loro mestieri per non disturbare il monopolio di un ex-feudatario.

«Ad evitare tale abuso mostruoso, contrario alla libertà del mare, e più di tutto allo spirito dei tempi, come alla indole sostanziale di un regime liberale e progressivo, si propone lo schema di legge qui annesso, con cui, sopprimendosi il privilegio della pesca del tonno a benefizio dei privati, si restituisce un tal diritto ai comuni.

«Con ciò non si fa altro che richiamare in vigore una legge del 1806.

«In quell'epoca il governo introdotto dall'occupazione militare francese nell'ex-reame di Napoli, abolendo la feudalità con tutte le sue conseguenze, aveva concesso ai comuni il diritto esclusivo di calare le tonnaie. Se non che più tardi, risaliti sul trono i Borboni, e non potendo restaurare completamente la feudalità, con decreto del 1817 restituirono agli

«Certo questo diritto, ritornando adesso ai comuni, rimane sempre in pieno vigore lo stesso privilegio, dacché la pesca del tonno, che non si può lasciar perdere, non può altrimenti esercitarsi che mediante una concessione portante privativa. Ma è da considerare che un simile privilegio esercitato da un comune ridonda a benefizio

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di tutta la popolazione; e perché la pesca richiedendo l'impiego di vistosi capitali, e facendosi da una associazione di cittadini, il guadagno sarebbe ripartito a molte famiglie e non raccolto da una sola; e per il comune, ritraendo una rendita ragguardevole dall'affitto della tonnaia, disgraverebbe i naturali di molte tasse, che altrimenti sarebbe nella necessità d'imporre loro, onde sopperire ai bisogni della sua amministrazione municipale.

Gli articoli 2° e 3° sembrano a prima vista odiosi, od anche ingiusti, perché gli attuali possessori delle tonnaie perderebbero anche la proprietà degli edilìzi, barche, ordigni, materiali, ecc., destinati alla pesca del tonno, senza ricevere alcun risarcimento. Ma siffatte odiosità ed ingiustizie spariscono affatto, quando si rifletta che l'utile ritratto da essi e dai loro predecessori in virtù della lunga durata del privilegio, ha fatto loro incassare delle somme enormi, superiori di lunga mano alle spese eseguite nella costruzione e manutenzione degli edifizi, barche, ordigni, e cose simili, necessarie alla pesca in proposito.

«Art. 1. Il privilegio della pesca del tonno, conosciuto sotto il nome di diritto del calo di tonnaia ed esercitato finora nell'Italia meridionale da famiglie private a danno dei naturali dei differenti comuni, è definitivamente abolito pei privati, come ultimo avanzo di vecchi abusi feudali.

«Art. 2.1 comuni saranno reintegrati non solo nel diritto esclusivo di calare le tonnaie nei limiti del proprio territorio, ma conserveranno anche la piena proprietà degli edifizi, barche, ordigni, utensili e materiali di qualunque natura destinati ad uso della pesca dei possessori attuali.

«Art. 3. I proprietari finora in possesso del suddetto privilegio di pesca non hanno diritto ad alcuna indennità, quand'anche provassero averla ottenuta dai passati Governi, non per concessione gratuita, ma per compravendita di altre investiture onerose.»

Il deputato Musolino quando desidera di svolgere la sua proposta?

MUSOLINO. Quando il signor presidente crederà di stabilirlo.

PRESIDENTE. Allora sarà posta all'ordine del giorno di sabbato, dopo le proposte di cui si è dato lettura.


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INTERPELLANZE DEL DEPUTATO RICASOLI BETTINO SULL'ESERCITO MERIDIONALE.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno porta l'interpellanza del deputato Ricasoli Bettino relativamente all'esercito meridionale.

Il deputato Ricasoli ha facoltà di parlare. (Segni generali di attenzione)

RICASOLI BETTINO. Se alcuno degli onorevoli miei colleghi volesse conoscere apertamente quale intenzione, qual sentimento mi muovesse nella tornata del 10 a dirigere domanda al Ministero intorno all'esercito meridionale, io non avrei a profferire che il titolo solo del bene della patria, per essere certo immediatamente della benevola attenzione e dell'unanime consenso dell'Assemblea.

Si, o signori, egli è in nome d'Italia che io in oggi piglio la parola; di quell'Italia di cui noi siamo figli, che già è stata redenta in gran parte, di quell'Italia della quale noi,rappresentanti legittimi e veri, convocati in questo tempio sacro alla nazione,

dimentichi di ogni personale interesse, abborrenti da ogni egoismo, scevri d'ogni umano rispetto, le confidate sorti e gli acquistati diritti gelosamente custodiremo. E i diritti ancora conculcati, ma che ci appartengono, con ogni sacrificio, con ogni coraggio, con ogni virtù, con ardimento, sopratutto con una costanza indestruttibile e con una perseveranza indomabile non faremo posa finché non siano alla patria nostra restituiti.

Ma intanto l'Italia è; ella già siede tra le nazioni; ella è nell'opera di costanza, di senno, di valore degli Italiani; ella è nel plebiscito de' suoi popoli, ella è nel suo Re eletto, ella è nello Statuto, ella è in questo Parlamento, tempio della nazione.

Italia, popolo, Statuto, diritti riacquistati, diritti da riacquistarsi, tutto è qui, si riepiloga qui, in questo Parlamento, dalle cui deliberazioni uscirà consolidato e compiuto il pur sempre fresco ed incompiuto edifizio nazionale, se dalle virtù dell'antica Roma piglieremo esempio di annegatone, di concordia civile, di sapienti, di vigorosi consigli.

Ecco il perché, e bramo che l'animo mio sia perfettamente chiarito, ecco il perché io non esitai più a pigliare la parola. Interpretai l'animo vostro, anzi sentii che il pensiero mio era il vostro. Dirò più e meglio; dirò che tutti sentivano che la nazione, la quale cerca la forza nella concordia per superare le difficoltà interne e vincere gli ultimi cimenti, questo voleva dai rappresentanti suoi, che ad ogni discordia fosse tolta la via; il perché qui soltanto risiede la maestà della nazione; soltanto qui, in quest'aula, i grandi interessi della nazione devono portarsi, discutersi, decidersi; qui devono trattarsi gli argomenti di ordine interno, qui la difesa della patria; qui i partiti debbono inchinarsi, qui ogni dissenso minaccioso alla pubblica quiete debbe comporsi. (Bravo!) Imperocché qui sta unicamente la rappresentanza legale non pure, ma eziandio la salute d'Italia. (Benissimo!)

Certo, o signori, non lo dissimuliamo, l'opera nostra è ardua, noi abbiamo una grande missione in questa nuova vita di popolo libero; ma dirimpetto alla difficoltà dell'opera sta un grande compenso, la benedizione della posterità.

Imperocché, se noi compiremo quest'opera, siccome la nazione attende da noi, noi vedremo sorgere trionfante la libertà, noi vedremo compiuta e consolidata l'opera nazionale, e la nostra rivoluzione segnerà nelle pagine della storia il più grande progresso umanitario che la storia stessa a questi giorni ci abbia contato.

Entro senz'altro nell'argomento. La Camera non aspetta certamente che io tessa la storia di quanto si operò pel bene della patria nel regno di Napoli dai volontari, guidati dal generale illustre, che oggi, con grande compiacimento nostro, vediamo sedere nel tempio della nazione. (Applausi)

Le gesta di eroismo, gli di annegazione che valsero ad assicurare il successo della grande rivoluzione italiana, ed a condurre sotto l'impero dello Statuto quelle contrade meridionali, hanno scolpito nei cuori una memoria indelebile ed affettuosa, ed ai nostri posteri tramanderanno ad esempio pagine di gloriosa e non peritura storia. Ma quello che per ufficio assuntomi dovrò pur dire, e che dirò senza ambagi, dirò liberamente, egli è come, dopo fatti così gloriosi, ispirati da sì mirabile carità di patria, da quelle medesime forze che operarono tanta virtù, oggi, non so per quale avverso fato, ma che scongiureremo, abbia preso origine un dissenso, un an

Signori, non c'illudiamo; la storia pur troppo ci ammaestra, come la maledizione, che colpisce le dissensioni civili, rovini l'edilizio dalla concordia a grande fatica innalzato, e l'egoismo divori quel che il patriottismo lentamente con grandi sacrifizi ammassò.

Dunque le dissensioni vi sono: qual n'è la causa di queste dissensioni? quale la causa dell'irritazione che il tempo,lungi dal calmare, sembra invece aggravare? (Sensazione)

Male scoperto, male rimediato.

lo, a dir vero, ho cercato di trovarne le ragioni: sono andato al tempo nel quale il Re accorse a Napoli col suo esercito per assicurare e compire l'opera della liberazione; ho scorso i decreti che furono in quel tempo emanati a riguardo dell'esercito meridionale; mi parve fossero ispirali da quel sentimento di riconoscenza che ormai è reso popolare. Pure il lamento sussiste; anzi, come diceva, si aggrava. Si accusa il Ministero di non avere unificato quell'esercito coll'esercito regolare, e forse avrà avute buone ragioni militari per non lo fare; si accusa il Ministero di diffidenza verso i componenti quell'esercito, e si va tant'oltre da lanciare al ministro della guerra, principalmente, l'accusa di essere decisamente avverso a quei soldati.

In presenza di questi fatti gravi, il Parlamento non può tacere, non può guardare passivo la nazione minacciata dalla più grande delle sventure; il Parlamento ha il diritto di chiamare la contesa innanzi a sé; il Parlamento debb'essere geloso che i grandi interessi della nazione non gli sfuggano di mano.

Ecco il gran giorno! Io non dubito che questa tornata sia per riuscire solenne nell'aspetto, che sia per riuscire memorabile nei fasti della nazione, per i frutti di concordia e di vigore che ne raccoglieremo, e sia nuovo cemento fra i cuori italiani, che valga a riportare gli ultimi trionfi contro gl'interni ed esterni nemici d'Italia.

Quindi io, interprete dell'animo del Parlamento e dell'intera nazione, mi rivolgo al patriottismo del Ministero e lo invito a voler informare partitamente di quanto egli operò intorno all'esercito dell'Italia meridionale, e di voler dare degli suoi, in quanto crede, anco le ragioni.

Prego egualmente il Ministero d'informare il Parlamento sopra gl'intendimenti suoi a riguardo delle gloriose reliquie di quell'esercito. E qui debbo osservare che il Ministero vorrà permettermi, e con esso la Camera, che io faccia astrazione in quest'istante dal decreto degli il ed usi una finzione cronologica, riguardando le attuali interpellanze come fatte sotto gl'influssi e le circostanze del 10

Quel decreto, venuto in appresso, non ha influito sopra le mie interpellanze, e quel decreto d'altronde non ha avuto quegli schiarimenti, che il Ministero si farà un pregio oggi di darci.

Infine dirigerò al Ministero la domanda su quanto si è fatto sin qui rispetto all'armamento della nazione, onde mettere la difesa della patria al sicuro da ogni attacco, e dare alla nazione fin d'ora le forze necessarie per bastare a sè medesima alla prima eventualità. (Bravo! Bene! Segni d'approvazione)

PRESIDENTE. Il ministro per la guerra ha facoltà di parlare.

FANTI, ministro per la guerra. Siccome questa questione interessa grandemente tutto il paese e l'avvenire d'Italia, così, non fidandomi nella mia memoria, io ho scritto una relazione su tutte quelle disposizioni che si sono prese riguardo alle truppe dell'Italia meridionale,, come altresì a riguardo delle truppe borboniche, e finalmente di tutto quanto si è operato dal tempo che sono

al Ministero sino ad oggi intorno all'esercito stanziale.

Comincierò dalle truppe dell'esercito meridionale. (Movimento di attenzione)

Coll'assedio di Capua era evidentemente terminata la missione dei volontari, perché il còmpito della guerra passava naturalmente nella sfera delle operazioni militari delle truppe capitanate in persona da S. M., ed effettivamente pochi giorni corsero dalla resa di Capua alla completa disfatta dell'esercito borbonico in Mola di Gaeta.

Gli assedi di Gaeta e di Messina erano opere del tempo, di grandi lavori, di somma sapienza nel condurli, d'immensa importanza politica, ma non erano più oggetto di operazioni militari sul campo di battaglia.

D'altronde S. M. aveva accettato i voti dei popoli delle Due Sicilie, ed il Dittatore, rassegnando i poteri in mano del Re, si era allontanato dal teatro degli avvenimenti.

Era dunque urgente e sentila necessità di provvedere alla sorte dei volontari, perché ogni cosa entrasse in un ordine normale ed uniforme alle leggi generali del regno.

Partendo dal principio che la patria doveva riconoscere e premiare in giusta misura quelle migliaia di giovani che con ardire e generosità si eranoaccinti ad un'impresa così nobile e nazionale, quale si era quella di dar mano alle insurrezioni delle provincie di Sicilia c di Napoli contro un Governo odiato, e mosse dal generoso proposito di unirsi alla grande famiglia italiana, era del pari giusto e politico di non portare nocumento ai grandi interessi dello Stato; ed è perciò che fu da S. M. emanalo un ordine del giorno, il quale ebbe forma legale dal Governo coi due decreti li novembre, come dirò in appresso.

Prima che uscisse alla luce quest'ordine del giorno, fu presentato a S. M. un progetto per ricomporre cinque divisioni di volontari, organizzate come quelle dell'esercito, fra le di cui condizioni quella vi era che: i gradi degli uffiziali appartenenti all'esercito meridionale sarebbero riconosciuti a parità di quelli dell'esercito nazionale; e che, in caso di scioglimento, detti uffiziali avrebbero facoltà di passare all'esercito nazionale.

Questo progetto fu da me considerato non ammissibile, ed il Consiglio dei ministri convenne nella stessa deliberazione.

Le considerazioni che mossero il Governo a non ammettere il progetto in discorso, falla astrazione della deficienza quasi completa in quelle truppe di materiali da guerra, di cavalli e di traini, furono le seguenti.

Per la bassa forza ognuno sa quanto il volontario avversi ogni regola che lo assoggetti al quartiere, alla piazza d'armi, alla disciplina e ad ogni cosa che possa contrariare i suoi desideriì.

I suoi operati sono mossi dalla passione di un fine che, quando non sia subilo raggiunto, lo rende insofferente d'ogni indugio e d'ogni privazione. (Segni di assenso al centro)

Egli guarda come schiavitù l'ordine, come pedanteria l'autorità, obbedisce all'uomo e non al grado. È voglioso infine di novità.

Se questo, o signori, può essere un elemento prezioso in date circostanze e condizioni, egli diventa molesto e sommamente dispendioso laddove non tuoni il cannone.

E venendo all'atto pratico, voi vedete, o signori, oggi stesso questi giovani volontari, che con tanta pena furono raccolti nell'Italia centrale, e di cui un gran numero sono emiveneti, abbandonare le file del nostro esercito, dove la disciplina vi è mite ed abbondante il vitto di accantonamento di cui godevano.

Ma la ragione più prepotente dell'impossibilità di attuazione di tale progetto per la bassa forza, quella si era: non essere in facoltà di Governo alcuno lo obbligare il cittadino, non astrettovi dalla legge, al servizio delle armi.

570 - CAMERA DEI DEPUTATI SESSIONE DEL 1861

Era dunque di tutta giustizia, o signori, lo offrire alla bassa forza dei volontari la facoltà, o di assoggettarsi ad una ferma conciliabile coll'ingente spesa che importa il vestirli ed armarli, e che desse in pari tempo una garanzia al Governo di poter contare su una forza determinata per un tempo prefisso, o sciogliere dal servizio militare tutti coloro che non avessero voluto adattarvisi.

Sul primo proposito si venne di comune accordo alla determinazione che la ferma sarebbe di due anni; e per l'altro si studiò la misura e il modo di gratificarli.

Rispetto agli ufficiali giudicai inammessibile il progetto presentato, perché, fatta anche la più gran parte agli avvenimenti, il loro numero ed i favolosi avanzamenti che aveano ricevuto erano talmente fuori misura d'ogni paragone fino al dì d'oggi in Europa, che, lo ammetterli senz'altro nella gran famiglia militare, sarebbe stato, lasciale che io il dica, o signori, siccome voler pronunciare la dissoluzione dell'esercito nazionale. Di quell'esercito, o signori, che è l'àncora di salvezza della patria contro lo straniero, ed il braccio sostenitore della società per il mantenimento dell'ordine e l'esecuzione della legge; di quell'esercito tra le di cui file ben pochi ufficiali hanno la fortuna di ottenere un solo grado per ricompensa di guerra durante, non dico una, ma diverse campagne. (Vivi segni di adesione)

E che questi gradi non siansi ottenuti mai in simile guisa nelle altre armate d'Europa, falla anche la parte della rivoluzione, vi citerò alcuni esempi, e comincierò dagl'Italiani, e dai viventi.

I generali Cialdini e Cucchiari entrarono semplici gregari nelle truppe di D. Pedro in Portogallo, ed il generale Ribolli, che già era sottotenente in Piemonte, vi fu ammesso col suo grado. Solo dopo tre anni di guerra raggiunsero i due primi il grado di sottotenente ed il terzo quello di luogotenente. Passati in Ispagna, dopo sei anni di nuove guerre ebbero il grado di tenente colonnello.

Venuti in Italia nel 1848, solamente dopo due campagne e selle anni di servizio Cialdini e Cucchiari vennero fatti maggiori generali.

Ancora un esempio.

Giacomo Durando, ora nostro ministro a Costantinopoli, nel 1831 entrò volontario nel Belgio, e dopo pochi mesi fu fatto solt'ufficiale. Passato in Portogallo con D. Pedro, dopo tre anni di guerra ottenne il grado di capitano: e portatosi poscia in Ispagna, solo dopo sei anni di guerra fu promosso a colonnello.

In Ispagna, o signori, il generale O'Donnell impiegò sette anni di continua guerra per arrivare da capitano della guardia, che voleva dire maggiore della linea, al grado di luogotenente generale, dopo aver comandato l'esercito del centro, che era di 0 e più mila uomini.

Il generale Prim, entrato ufficiale nei corpi franchi di Catalogna, non fu ammesso nell'armata regolare che dopo sette anni di guerra col grado di tenente colonnello.

Veniamo all'epoca della grande rivoluzione francese, di quella rivoluzione che non può rinnovarsi nella società in cui viviamo, perché da essa appunto ne sorse la moderna civiltà informata ai grandi principii liberali che distrussero le cause, le quali ingenerarono quei profondi turbamenti politici.

Una fra le idee più rivoluzionarie, preconcetta o fortuita, quella si fu di distruggere l'armata stanziale educata per altri tempi, e sostituirla cogli elementi della nuova generazione.

E basti per provarlo, oltre l'emigrazione, può dirsi in massa, degli ufficiali superiori, lo stesso decreto dell'Assemblea nazionale del 16 dicembre 1789, col quale si rinviavano alle case loro più di 60,000 soldati.

Tale idea non vi ha dubbio che servi potentemente a salvare la rivoluzione, perché la vecchia armata era capitanata da uomini che l'avversavano profondamente; ma io credo che le giovani milizie non avrebbero per ciò salvata la Francia senza il genio del gran Capitano.

Fortuna per noi, o signori, che la nostra nazione, risorta in mezzo della moderna civiltà, possiede un'armata, la quale per numero, per ordinamento e per generoso sentire può a buon diritto chiamarsi difesa incrollabile della libertà e della indipendenza della patria, vita e forza della nazione.

Ebbene, o signori, ritornando alla rivoluzione francese, ad onta dei grandi avvenimenti militari che si svolsero con essa, io vi citerò come alcuni fra i più illustri generali di quell'epoca, che è volgarmente creduto abbiano percorse le più rapide carriere, siano altrimenti arrivati a tali gradi.

Il generale Hoche voi lo trovate nel 1781 sergente delle guardie francesi, e solo dopo otto anni di servizio e quattro anni di guerre ottiene il grado di generale di brigata.

Bernadotte, entralo al servizio nel 1781, non è fatto generale di brigata che nel 1793.

Moreau, in più fortunate condizioni, è nominato comandante del 1° battaglione dei volontari del Morbihan nel 1790, e dopo tre anni continui di guerra riceve da Pichegru il grado di generale di brigata.

Napoleone, o signori, entra alla scuola di Brienne nel 1779, e ne esce dopo 6 anni luogotenente in 2° d'artiglieria. Nel 1791 va ad Aiaccio dove è nominato tenente colonnello del 2° battaglione volontari, ma egli ritorna sul continente, e rientra nell'armata come capitano d'artiglieria nel 1792. Nel settembre 1793 si trova maggiore d'artiglieria e comandante quest'arma all'assedio di Tolone, e non è che all'anno 1791 che è fatto generale di brigata per la sua condotta all'assedio di Saorgio. Impiegò quindi 9 anni da tenente a generale di brigata.

Ma v'ha di più, o signori; se in pochi mesi si potessero raggiungere i gradi più eminenti della gerarchia militare, a che servirebbero le accademie, gli istituii militari, le leggi sull'avanzamento, le condizioni d'idoneità?

Perché sacrificare i nostri figli a lunghi studi, a discipline rigorose, a privazioni, a spese? (Bravo!)

A che si affannarono in tanti e profondi studi Montecuccoli, il principe Eugenio, l'arciduca Carlo, Federico di Prussia, Cesare, Napoleone, e tanti uomini illustri sul campo di battaglia e nelle meditazioni delle scienze militari?

Dopo queste varie considerazioni, mi permetterò di osservarvi, o signori, che, se fosse ammissibile che un ufficiale qualunque, abbandonando l'armata a cui è ascritto (e specialmente trovandosi essa di guardia e di fronte ad un nemico continuamente atteggialo ad offesa), potesse accorrere per impazienza, o per altre ragioni, laddove, por combattendo, si raccolgono i gradi a dismisura; se fosse ammissibile, dico, che quest'uffiziale potesse ritornare tranquillamente coi gradi ottenuti nell'armata che abbandonò, in quell'armata dove i suoi compagni, combattendo più di lui, non hanno ottenuto un solo avanzamento, sarebbe, o signori, tale disprezzo di ogni principio di giustizia e di moralità, che ciò basterebbe per isciogliere quei vincoli potenti che costituiscono gli eserciti nazionali, sui quali poggia oggi più che mai la vita e l'onore delle nazioni.

571 - TORNATA DEL 18 APRILE

Che se poi consideriamo coloro che, estranei affatto alla carriera militare, si trovarono in quattro mesi ai sommi gradi della milizia, ma converrete con me, o signori, che lo ammetterli senz'altro nell'armata a detrimento di tanti sacri interessi, di tante valorose e capaci individualità, sarebbe tale ingiustizia, che il senso militare del nostro paese, in tal modo pervertito, mi farebbe disperare, non dico della gloria, ma della salute d'Italia.

Alcuni fra i difensori di cotali erronei principii, per dar forza ai loro argomenti, citano a paragone l'operato colle truppe dell'Italia centrale: anche su di questo avrò l'onore di trattarne più tardi quando parlerò dell'esercito.

Ma ritorniamo all'argomento, e sappiate che i corpi volontari creatisi in America durante la guerra dell'indipendenza, dopo 17 anni di guerra, vennero semplicemente ringraziati e sciolti con uno, due o tre anni di paga, a seconda dei prestati servigi.

Cosi avvenne in Ispagna, con di più senza gratificazione, nell'ultima guerra di successione pei corpi franchi e per i provinciali, senza parlare delle legioni straniere, per le quali è naturale ottenessero un compenso in denaro per far ritorno in patria.

E sapete come si formavano i corpi franchi in Ispagna? Erano battaglioni che, a modo di esempio, la Catalogna doveva dare in tempo di guerra, perché erano tali Provincie esenti dalla leva, e qui gli ufficiali erano nominati dal gran comando militare della Catalogna, e la bassa forza Si formava di volontari.

Nelle provincie basche, che pur esse avevano il diritto di non dar leva, erano obbligati di tener sempre formati un certo numero di battaglioni, che si erano come i nostri battaglioni della guardia nazionale mobile.

Vi erano inoltre dei battaglioni di provinciali, nei quali il quadro degli ufficiali era nominato dal Governo generalmente fra i signori del paese, ed i gregarii si componevano di coscritti, come sarebbe la nostra seconda categoria.

Ebbene, o signori, quelle legioni straniere, corpi franchi, provinciali, e l'esercito, combatterono insieme durante sette anni, che mai sorgessero idee di dualismo, perché ognuno si conteneva entro i limiti dei proprii diritti.

E per citarvi un solo esempio di come andassero quelle cose, io stesso, maggiore di una legione straniera,e dopo varii anni di guerra, per entrare nell'armata stanziale ho dovuto assoggettarmi alla legge comune ed entrare semplice sottotenente.

Ed a proposito di questo dualismo sempre posto in campo: qui nel nostro istesso paese non abbiamo noi la guardia nazionale, i volontari della guardia nazionale e l'esercito? Tutti concorrono pure allo stesso scopo, alla difesa della patria!

Si manifestò mai dualismo?

E già che parliamo di volontari, un colonnello morto gloriosamente nel 1859 alla testa del suo reggimento nell'attacco di S. Martino, trovandosi colonnello già nel 1848 nelle truppe lombarde, non rientrò nell'armata che come maggiore, e ciò dopo due o tre anni, benché ne fosse uscito da capitano.

Ora, o signori, che vi ho esposto sommariamente le cause per cui il Governo del Re credette di non poter aderire al primo progetto presentato, vi soggiungerò che il Governo stesso, volendo fare una larga parte a coloro che prestarono un si valido concorso a conseguire l'unità italiana, non prese consiglio che dal bene generale della nazione, e riconoscendo la necessità di trarre partito di tutte le forze vive del paese in difesa della patria, elaborò una serie di successive disposizioni

che vi andrò esponendo ordinatamente, e le quali conciliando gl'interessi parziali coll'interesse di tutti, che si è il supremo bene del Re e dell'Italia, valessero a mantenere intatti gli ordinamenti stabili dell'esercito regolare, aggiungendovene uno nuovo che permettesse di trar partito dello speciale elemento fornito dallo slancio dei volontari per la causa nazionale.

Queste varie disposizioni furono precedute dall'ordine del giorno di S. M., che in Napoli, sotto la data dell'11 novembre, ne prendeva l'iniziativa, dichiarando che:

L'armata dei volontari, comandata nell'Italia meridionale dal generale Garibaldi, aveva ben meritato della patria e della sua persona.

Esponeva quindi le basi generali che porsero materia allo svolgimento dei successivi ordinamenti per via di reali decreti.

Dei due primi, sotto la data li novembre, che davano forma legale all'ordine del giorno di S. M., darò lettura alla Camera:

«Art. 1. I volontari italiani attualmente sotto le armi formeranno un corpo separato dall'esercito regolare. durata della ferma per la bassa forza sarà di due anni. Gli uffiziali avranno la speciale loro scala d'anzianità e di avanzamento.

«Art. 2. I vantaggi e gli obblighi si dei soldati che degli ufficiali sono intieramente pareggiati a quelli dell'esercito regolare.

«Art. 3. Una Commissione mista determinerà i gradi e l'anzianità degli uffiziali del corpo dei volontari, avuto riguardo ai servizi da essi resi, ed ai loro precedenti.

«Art. 4. Il Governo si riserva di far passare nell'esercito regolare uffiziali del corpo dei volontari, in modo da rispettare i diritti acquisiti dagli ufficiali dell'esercito regolare.

«Art. 5. Le condizioni precedenti non dispensano alcuno dagli obblighi civili e militari che possa avere verso lo Stato.

1° Decreto. - «Art. 1. Ai signori ufficiali, sott'ufficiali, caporali e soldati dell'armata dei volontari, comandata nell'Italia meridionale dal generale Garibaldi, i quali siensi resi inabili al servizio militare per ferite riportate in guerra, sarà applicala la legge sulle pensioni, vigente negli antichi nostri stati.

«Art. 9. Ai signori ufficiali aventi nomina regolare dal Ministero della guerra del Governo dittatoriale, o direttamente dal generale Garibaldi, i quali domandino di essere esonerati dal servizio, sarà accordata una gratificazione per ispese di viaggio, ragguagliata a 6 mesi di stipendio.

«Art. 3. Sulla proposta della Commissione mista, incaricata di esaminare la posizione degli ufficiali dell'esercito meridionale, è fatta facoltà al nostro ministro della guerra di accordare una gratificazione per ispese di viaggio, estensibile da uno a sei mesi di stipendio, proporzionatamente ai servizi resi, a quei signori ufficiali non aventi nomina regolare del Ministero della guerra del Governo dittatoriale, o direttamente dal generale Garibaldi.

«Art. 4. sott'ufficiali, caporali e soldati, i quali desiderino tornare in seno alle loro famiglie, verrà rilasciato il congedo, e saranno dati i mezzi di trasporto per mare e sulle ferrovie, ed inoltre, a titolo di gratificazione per ispese di viaggi, avranno un semestre di paga.

«Art. 5. Agli uffiziali e militi delle guardie nazionali mobilizzate che fanno parte dell'armata meridionale è ugualmente accordata una gratificazione per ispese di viaggi, ragguagliata ad un mese di stipendio.»

Voi vedete, o signori, citato nel secondo decreto che il Governo del Re aveva fissato a sei mesi paga la gratificazione per la bassa forza dei corpi volontari!,

572 - CAMERA DEI DEPUTATI SESSIONE DEL 1861

e ad un mese di paga quella pei militi delle guardie nazionali mobilizzate.

Or bene, siccome mi occorse di leggere su taluni giornali, e farmisi appunto che una tale disposizione, mentre aveva mirato ad aggravare lo Stato di una spesa ingente, era stata la causa precipua, e con preconcetta intenzione adottata, per isciogliere i volontari, credo mio dovere sdebitarmi di così maligne insinuazioni.

Niuno contesterà, o signori, che il più gran numero dei volontari avevano scambiati i loro studi e le loro arti e mestieri col fucile.

Era giusto quindi, che a coloro, i quali non intendessero proseguire nel servizio colla ferma fissata dal decreto, venissero forniti i mezzi di trasporto per raggiungere le loro famiglie, oltre ad una piccola somma per far fronte ai primi bisogni arrivando alle loro case.

A quest'oggetto io proposi a S. M. che venissero concessi a detti volontari i mezzi di trasporto gratuito, più tre mesi di paga, che per un semplice gregario comportava la somma di 36 franchi.

In quei giorni io mi recavo da Napoli a Torino per prendere concerti col Governo, ed al mio ritorno in Napoli seppi che S. M. avea partecipato al comando generale dei volontari che, persuaso che a molli riescirebbe troppo tenue la gratificazione di tre mesi di stipendio, aveva determinato che ai sott'uffizioli, caporali e soldati, i quali volessero rimpatriare, fossero loro corrisposti i sei mesi di paga.

Dietro istanza del comando superiore dei volontarii, ai sei mesi di paga venne aggiunto l'importare del prezzo della razione viveri, cosicché, a vece di 36 franchi che io aveva proposto per ogni gregario, ognuno di essi s'ebbe 162 franchi oltre al trasporto gratuito.

Non fu dunque provocata da me la disposizione dei sei mesi di paga, e molto meno quella dei viveri di campagna, ma fu un atto spontaneo di somma generosità del Sovrano, sollecitatovi dalle preghiere di coloro stessi che erano a capo dei corpi volontari.

Io sono ben lungi dal credere che questo considerevole aumento pecuniario sia stato un maggiore stimolo ai volontari per abbandonare le file, dacché son convinto che sarebbero partiti anche senza gratificazione, perché ciò rientra nel loro particolare modo di essere e di agire, e prova ne sia che già 200 di essi erano rientrati in queste antiche provincie, quando ancora fervea la guerra sul Volturno.

E che il mio giudizio sui volontari fosse esalto, ve lo provi che tanta era l'impazienza di ottenere i loro congedi, che il generale Sirtori dovette promuovere (mentre io era con S. M. in Sicilia) una disposizione dal luogotenente del Re, Farini, il quale gli concesse facoltà di pagare egli stesso direttamente tutte le indennità agli ufficiali ed alla bassa forza, che si congedava per la via di terra, entro i limiti i più larghi, onde porre riparo ai disordini che succedevano in Caserta ed in altre località per la tumultuaria insistenza dei volontarii ad abbandonare i loro corpi.

Continuando ora l'enumerazione delle disposizioni governative, soggiungerò che con circolare 23 novembre scorso anno venne determinato che gli uomini appartenenti ai corpi di volontari, che si trovassero in licenza per ferite o malattia, o per affari privati, non era necessario che rientrassero ai corpi per avere il congedo, e potevano averlo colla gratificazione fissata di mesi sei di stipendio per mezzo dei comandanti militari di circondario.

Con posteriore decreto 19 dicembre anno scaduto, venne eziandio estesa la gratificazione corrispondente a sei mesi di paga agli individui di bassa forza, i quali, sebbene avessero ottenuto il congedo di rimando prima della data ti novembre, comprovassero con validi documenti che il loro congedo era stato motivato da ferite riportate in servizio o da infermità cagionate dai disagi sofferti pel servizio militare.

Infrattanto, sotto la data del 22 novembre prossimo passato anno, veniva nominata e costituita la Commissione stabilita dal decreto 11 stesso mese, per fissare i gradi e l'anzianità degli ufficiali del corpo dei volontari, avuto riguardo ai servizi da essi resi ed ai loro precedenti; ed alla medesima vennero date le istruzioni per il disimpegno del suo compilo. Tali istruzioni si concretavano ad escludere dal far parte del corpo degli ufficiali

1° I disertori dell'esercito di S. M.;

2° I renitenti alla leva delle provincie dell'antico Stato;

3° Coloro, infine, che pei loro precedenti prima della campagna o per la loro condotta durante la guerra se ne fossero resi immeritevoli.

Delta Commissione, dal novembre scorso al febbraio dell'anno corrente, non poté tenere che poche sedute, per l'impedimento di alcuni de' suoi membri, cagionato dal molto lavoro che avevano pel licenziamento dei volontari.

In data 17 novembre scorso una circolare ordinava che tutti i renitenti alla leva, ascritti all'esercito meridionale, fossero rimessi in tempo e considerata nulla la loro dichiarazione di renitenti.

Venne destinato il convento dei gesuiti, parmi di Salerno, per istabilire un ospizio per i feriti e per i mutilati dei volontarii a mente di un decreto del generale Garibaldi, ed il maggiore Malocchi ebbe facoltà di richiedere all'amministrazione militare del Ministero a Napoli tutto quanto gli pareva necessario e conveniente per la installazione di tale stabilimento, e ciò sino a che questi mutilati o feriti potessero conseguire la pensione di ritiro da essi generalmente domandata.

Durante il loro soggiorno allo stabilimento, gli ufficiali e soldati si ebbero le competenze di campagna.

Sotto la data 29 del mese di settembre, mentre io mi trovavo in Ancona, venne pubblicata una legge di amnistia per i militari disertori, concepita in termini così generali, e che io confesso non avrei mai consigliata; e siccome non tutti i militari disertori ebbero profittato de' suoi effetti entro tutto novembre scorso anno, termine prestabilito, vennero con successivo decreto,12 dicembre 1860, prorogati i suoi effetti per la bassa forza a tutto il 31 gennaio anno corrente.

Con altro decreto 20 dicembre scorso venne decretato che un deposito d'istruzione si sarebbe aperto pei giovani ufficiali dei volontari.

Nell'atto dell'ammissione avrebbero dessi ricevuto il grado di sottotenente nell'esercito regolare.

Le condizioni di ammessione si riassumevano:

Nella ricognizione del loro grado fatta dalla Commissione;

Età dai 18 ai 28 anni;

Buona condotta morale e militare;

Un piccolo esame di coltura per coloro che non avessero compito il corso di filosofia od il corso tecnico.

Questa scuola non fu aperta finora, perché non giunsero le domande relative; ond'è che io credetti rinnovare l'avverlimolilo, in data i° aprile corrente,

570 - TORNATA DEL 18 APRILE

fissando l'apertura in Ivrea al i° maggio prossimo.

Un decreto regio in data 18 gennaio 1861 fissò l'uniforme per la fanteria dei volontari.

In data del 16 gennaio 1861, essendo la bassa forza, meno una minima parte, partita in congedo, veniva sciolto il comando generale del corpo dei volontari, e nel tempo stesso fissata in Torino la sede della Commissione di scrutinio; richiamati da Napoli in Piemonte tutti i corpi dei volontari già rimasti in quadro, e ripartiti nei vari depositi per divisioni e per arma, conservando tutti la paga di accantonamento. In questo decreto sono spiegate tutte le norme regolamentarle per l'esecuzione del medesimo.

Venne per decreto reale composta di altri membri la Commissione di scrutinio, conservali però sempre quelli gli stati nominati per i corpi volontari

Il generale Cosenz, membro di detta Commissione, venne un giorno a manifestarmi che aveva lasciato al Ministero della guerra in Napoli un elenco di nomine di ufficiali firmato dal generale Garibaldi, ad una parte dei quali per mancanza di tempo non si erano potute spedire le officiali partecipazioni.

Telegrafai al momento a Napoli per aver tale elenco; ma, avendone per risposta di colà che non si poteva rinvenire, scrissi alla Commissione per l'accettazione ad ufficiali di quei tali che compresi in esso non avean ricevuto la lettera di nomina, purché vi fosse una dichiara dei membri del corpo dei volontari che fanno parte della Commissione.

Con posteriore decreto in data 51 gennaio scorso venne estesa la legge sulle pensioni militari alle vedove, agli orfani ed ai congiunti dei militari del corpo volontari morti sul campo di battaglia o per ferite riportale in guerra.

Con altro decreto,16 gennaio 1861, venivano stabilite le regole amministrative pel pagamento degli individui appartenenti al corpo dei volontari; ma, essendo nati degli inconvenienti, ed essendo debito del Ministero di tutelare gli interessi dello Stato, venne emanata la circolare del 5 marzo, colla quale s'incaricava il Consiglio d'amministrazione di uno dei corpi dell'armata stanziale, che trovansi nelle sedi dei depositi di volontari, di corrispondere ai singoli ufficiali le loro paghe, spingendo i riguardi al punto'di disporre che i tenenti colonnelli, colonnelli e generali fossero pagati a domicilio, e mandassero per lettera i loro brevetti o titoli, onde non astringerli a presentarsi essi stessi in persona. E qui debbo dire che, essendo io stato qui cinque mesi in aspettativa, io stesso andava colla mia cartella dal pagatore per ricevere la paga; questa, del resto, è cosa che fanno tutti in generale coloro che non sono in attività nell'armata. (Bene!) 'Ma v'ha di più, ed è che, vedendo come la classificazione dei signori ufficiali fosse in ritardo, protrassi l'epoca fissala al i° aprile per la cessazione delle paghe a quelli che non avessero giustificato il loro grado, la protrassi, dico, fino a che la Commissione avesse sopra di essi pronunciato.

Venne finalmente pubblicato il regio decreto dell'11 aprile ultimo, e che voi tutti conoscete, o signori, con cui fu definitivamente stabilito l'ordinamento dei quadri del corpo volontari.

E siccome questo decreto non abroga il decreto dell11 novembre, anno scaduto, che nelle sole parli contrarie a quanto renne stabilito in esso, sussiste tuttora l'articolo, per cui gli ufficiali dell'esercito di volontari possono essere chiamati a far parte dell'esercito regolare, salvi i diritti acquistati dagli ufficiali dell'esercito regolare.

Debbo soggiungere, o signori, che tutte queste disposizioni che son venuto accennando furono estese ai volontari che rimasero nell'isola di Sicilia,

riconoscendo le nomine regolari fatte dal Dittatore, e dai prodittatori da esso autorizzati, fino al giorno del plebiscito, e se gli ufficiali di colà non sono ancora giunti sul continente, ne è causa la deficienza di vapori ora impiegati a trasporti di truppe e di materiali da guerra dalle provincie meridionali a quelle del settentrione, e viceversa.

Finalmente accennerò ad un ultimo provvedimento approvato dal Consiglio dei ministri in seguito a mia proposta, quello cioè di trasformare l'istituto Garibaldi Palermo in un collegio militare, ordinato sulle basi di quelli di Milano, Asti e di Parma, conservandogli il nome del fondatore.

Nulla mi resta ad aggiungere su questa prima parte del mio discorso, convinto di essermi adoperato con tutta solerzia a dare un avviamento giusto, regolare e stabile, ad ogni bisogna che si riferisca alla nuova istituzione del corpo volontari italiani.

(Succede una breve .)

Siccome molti hanno fatto dei confronti, io desidero parlare di tutte le Cose che sono state trattate dal Ministero della guerra durante i quattordici mesi che ho l'onore di tenerne il portafoglio.

Entrerò dunque ora a parlare del discìolto esercito borbonico, i di cui diritti servono d'argomento a continue controversie che sono giudicate if sensi opposti.

L'esercito borbonico, se si eccettuano le poche truppe straniere che ne facevano parte, e che furono già licenziate, si componeva di elementi nazionali.

Il paese dava gli ufficiali, e le leve fornivano il contingente d'uomini.

Quest'armata elevala e cresciuta in mezzo agli ozi della pace, educala non per l'onore dell'Italia, ma per comprimere le aspirazioni nazionali, non seppe né resistere all'urto dell'attacco, né abbracciare nobilmente la causa d'Italia, come loro avea additato luminosamente l'esercito toscano.

Impassibili alle antiche sventure ed alle recenti glorie della nostra armata, muti alle gioie ed ai sospiri del loro nobile paese, incontrarono la sorte che avevano provocata.

In mezzo però a quell'armata voi trovate, o signori, delle individualità rispettabili per talenti e per amore all'Italia.

Voi avete la truppa, sulla quale sarebbe un'ingiustizia il far pesare il biasimo assoluto del suo operato.

E che quest'armata fosse esclusivamente formata per contenere il paese, basti lo accennarvi che in essa, più che in ogni altra, era largheggiato il consenso dei matrimoni, sia negli ufficiali che nella bassa forza, talché su qualche centinaio di matricole che mi corsero già sotto gli occhi, ebbi a rilevare che la più gran parte di essi sono ammogliati e con prole in media di tre a quattro figli per ciascuno (Risa di » lo); la loro provenienza generalmente da soldato; l'età media per tutti i gradi, sui 45 anni.

Del resto, un paese che da 46 anni non ha più fatto guerre, se si eccettui il brevissimo periodo del 1821; un paese che non aveva altri istituti speciali militari all'infuori della Nunziatella, il quale appena poteva fornire gli ufficiali all'artiglieria ed al genio; un paese dove ogni nobile sentimento era in sospetto; un paese dove la istruzione pubblica era grandemente trascurata, per non dire affatto negletta; un tale paese in simili condizioni non poteva fornire un buon esercito.

Di qui la ragione di non più ricomporlo sugli antichi eternanti, ma difonderlo nell'armata nazionale, introducendovi poco a poco quegli elementi giovani atti ancora ad informarsi ai sentimenti di amor patrio e di onor militare, che sono la divisa della nostra armata.

574- CAMERA DEI DEPUTATI SESSIONE DEL 1861

Prima di entrare nel merito delle disposizioni emanate dal Governo, è d'uopo premettere che Re Francesco, dal maggio al 7 settembre dell'anno scorso, fece molte promozioni, e ne risultò che la maggior parte degli ufficiali ottennero in tale periodo fino due gradi.

Che al 7 settembre non pochi ufficiali rimasero in Napoli, facendo adesione al governo dittatoriale; ma questi non erano che individui, e la vera armata si concentrò sul Volturno, ed è quella che resisteva ai volontari davanti Capua, la stessa che, battuta ad Isernia, a Teano, sul Garigliano, a Mola di Gaeta, fini per rifugiarsi sul territorio romano o capitolare a Capua, a Gaeta, a Messina, a Civitella del Tronto.

E dico questo per ribattere l'asserzione di certi ufficiali di quell'armata di terra rimasti in Napoli, i quali pretenderebbero essere trattati come gli ufficiali della marina, che si diedero corpo ed anima al nuovo Governo.

Altri fra gli ufficiali di terra rimasti in Napoli, che si ebbero due gradi dal Borbone ed uno dal Dittatore, pretenderebbero conservare i tre gradi avuti in pochi mesi, ed essere cosi ammessi nell'esercito nazionale, appoggiandosi alla' convenzione del 7 settembre 1860, colla quale dicono che il generale Garibaldi li ammetteva nell'esercito di Re Vittorio Emanuele; ina essi non si accorgono che poteva il Dittatore raccomandarli, ma non già ammetterli in un esercito che ha leggi e regolamenti propri a tutela de' suoi interessi.

Questi stessi ufficiali vi dicono che hanno consegnato alla nazione gli arsenali; ma io già ebbi ad asserirvi in altra tornata quale meschina risorsa ci abbiano fornito per l'assedio di Gaeta.

Finalmente alcuni soggiungono che non sono un popolo conquistato, che si sono liberali dall'oppressione mediante l'aiuto del generale Garibaldi e del Re, ma che il paese è suo, il plebiscito è suo; ed in ciò sono perfettamente del loro avviso, ed è per ciò appunto che questi furono accolti come fratelli, e sono i soli che, per aver subito riconosciuto il governo dittatoriale, vennero già incorporati fra le file attive dell'esercito nazionale, o diversamente provveduti.

Finalmente la vera massa degli ufficiali, quelli cioè che resistettero fino in ultimo contro i voti solenni del loro paese, vi dicono:

Noi pure siamo figli di questa terra! Voi potete credere che abbiamo traviato restando fedeli al Re seguitando la sola bandiera che conoscevamo dacché eravamo nati; ma noi servivamo un governo nazionale riconosciuto in tutta Europa;, noi abbiamo intrapresa una carriera sotto l'egida delle leggi che c'imponevano obblighi e diritti. Si può contestare sulla nostra condotta, ma non si ponno annullare i diritti acquisiti.

Queste ragioni, o signori, sono potenti, e quando stiamo per darci un abbraccio fra tutti i partili, perché cessino una volta, e per sempre, quelle discordie che funestarono l'Italia per tanti secoli, io vi dico che non è né giusto, né politico di gettare sulla strada migliaia d'uomini carichi di famiglia, e che per età, per educazione e per abitudini, non potendo intraprendere nessun'altra carriera, sarebbero costretti ad elemosinare un tozzo di pane nelle pubbliche vie, per non dir peggio.

Fatte queste premesse, e tenuto calcolo che dal Governo in Napoli furono per un tempo riconosciuti quegli ufficiali che prestassero atto di adesione al Governo di Re Vittorio Emanuele; tenuto calcolo che per le capitolazioni di Gaeta e di Messina gli ufficiali prigionieri di quelle piazze furono abilitati a pronunciarsi per l'adesione

in un termine prefisso; che uguale misura fu pure fatta per coloro che si erano ritirati nel territorio romano, e che, in fuori di tutti questi, ben pochi ne rimanevano in posizione eccezionale, ne emerse per conseguenza l'adozione del principio generale che sarebbero riconosciuti i gradi e l'anzianità, fino al 7 settembre dell'anno scaduto, di tutti gli ufficiali dell'ex-esercito borbonico, i quali aderissero al nuovo Governo.

E fu scelta la data del 7 settembre, giorno in cui il re Francesco, abbandonando Napoli, s'intese sciolto l'esercito dal giuramento.

Fu creata una Commissione mista di ufficiali generali o superiori dell'armata borbonica e dell'esercito nazionale, e si creò a presidente il generale De Sauget, uomo stimabilissimo, che godeva tutta la fiducia del Dittatore, e che gode pienamente quella del Governo, uomo che oggi stesso si trova al comando generale di tutte le guardie nazionali delle provincie napoletane.

A lode di quella Commissione io debbo dire come abbia con tutta solerzia e pienamente corrisposto agli obblighi del suo mandato, ciò che era tanto più necessario, in quanto che il più gran numero di quegli ufficiali si trovano privi di mezzi di sussistenza, e aspettano con giusta ansietà che sia fissata dal Governo del Re la loro nuova posizione.

Per facilitare il lavoro, fu prescritto alla Commissione di dividere gli ufficiali in tre categorie, ossia:

Di quelli atti al servizio attivo;

Di coloro che ponno continuare in un servizio sedentario;

Finalmente di quelli che devono essere posti in ritiro.

Di tali uffiziali, posso dirvi fin d'ora, che delle varie centinaia che ho esaminati, ben pochi sono quelli che per età e condizioni di famiglia possono essere piazzali all'attività in un esercito come il nostro, continuamente in moto, e che il più gran numero otterrà quel riposo che già gli corrisponde per gli anni di servizio, com'è naturale che avvenga ad un'armata cresciuta nella pace, e dove, da quanto potei scorgere, si davano raramente dei ritiri.

Venendo ora a tratttare della bassa forza, e ricordando a voi, signori, quanto dissi più sopra, per la cattiva educazione data a quest'armata, e per la facilità colla quale accordavasi il matrimonio, il Governo credette opportuno di limitarsi a chiamare sotto le armi le ultime quattro leve, i di cui individui, a misura che vanno giungendo, sono diretti alle diverse armi a cui appartenevano e distribuiti in parti uguali fra tutti i depositi dei reggimenti, talché questo elemento entrando poco a poco, ed in una proporzione piuttosto piccola nei corpi, vi assorbirà facilmente quei principii di cui è immedesimata l'armata nazionale.

Già ebbi l'onore di presentare a questa Camera giorni sono un progetto di legge per una leva suppletiva di quei giovani delle provincie napoletane che sono tuttora obbligati al sorteggio delle leve, i quali venendo più lardi dei primi accennali, comincieranno la loro educazione, quando quelli l'avranno già compiuta.

Questo accrescimento progressivo dell'elemento napolitano nell'armata, anziché nocevole, diverrà così proficuo, come avvenne colle leve delle altre provincie italiane da un anno annesse al nuovo regno.

Un'ultima cosa mi rimane a dire sugli ufficiali dell'esercito borbonico.

Sui sessanta e più ufficiali generali, se eccettuate i generali De Sauget e Topputi, sei soli sono quelli che furono ammessi nell'esercito, ossia Negri e Polizzy d'artiglieria, l'ano ispettore, e l'altro comandante generale dell'arma,

575 - TORNATA DEL 18 APRILE

nominati a tali cariche dal Governo dittatoriale; Gonzales e Sponzilli, l'uno ispettore e l'altro direttore dell'arma del genio, e questi quattro generali sono destinati in Torino ai Comitali delle armi rispettive, sia pei loro talenti, come pei loro consigli, dei quali abbisogniamo per tutto ciò che esiste o vogliasi fondare nelle piazze, negli arsenali, ed in tutti gli opifizi di guerra esistenti in quell'antico regno.

Gli altri due ammessi sono i generali: Pianelli, uffiziale distinto, che comandò l'armata degli Abruzzi, che fu ministro della guerra e che si ritirò dall'armata appena s'accorse che il Re Francesco nutriva avversi sentimenti alle date promesse di libertà e di nazionalità; e questi fu collocato in disponibilità.

L'altro è il duca di Mignano (Movimento su varii banchi), , tolte le sue dimissioni dal servizio borbonico già prima che le provincie napolitane fossero in rivolta, venne a Torino, fece ossequio di sudditanza a Vittorio Emanuele, adempì lealmente ad una missione che gli fu affidata, e fu in seguito riconosciuto nell'armata e destinato al Comitato di fanteria per tutti quegli schiarimenti che potessero occorrere al Ministero sull'organismo militare dell'esercito borbonico.

(Succede un'altra pausa di alcuni momenti.)

Mi rimane a trattare del nostro esercito, e mi permetterete, o signori, che prenda la cosa un poco da lontano, onde possiate formarvi un concetto esatto dello stato attuale in cui versa per i successivi provvedimenti che furono adottati a suo riguardo.

Fatto l'armistizio di Villafranca nel 1889, e mentre l'esercito sardo campeggiava ancora alle frontiere del Mincio, io rimasi incaricato del comando di quattro divisioni di esso per la partenza di S. M. col suo quartier generale, e per la chiamata a Torino del generale La Marmora che assunse la presidenza del nuovo Ministero.

Fu in questo tempo che io apersi corrispondenza col mio amico Farini, il quale, avendo assunto la dittatura delle Provincie modenesi, io lo eccitava a promuovere una lega militare fra Modena, Parma, Romagna e Toscana, ben lungi però dall'idea di voler io assumere il comando e l'organizzazione di quelle forze.

La cosa piacque, perché i motivi erano evidenti; ond'è che non tardò molto a presentarmisi in Brescia il mio collega ed amico Minghetti onde sollecitarmi ad assumere quell'incarico, dicendomi che, se io noi facessi, l'anarchia poteva sorgere da quelle stesse forze che si volevano ordinare.

Il sacrificio era grande, perché il pericolo di perdere la riputazione in mezzo a tante difficoltà era troppo palese, pure la vinse in me l'amore d'Italia, e sopratutto quello della mia terra natia.

Dopo varie trattative, alla perfine accettai, ed ebbi la consolazione di contribuire all'annessione di quelle provincie, e di consegnare al Governo del Re trenta mila di truppe dell'Emilia, e da quindici mila Toscana, composte in gran parte di volontari colla ferma di 18 mesi, organizzati in battaglioni bersaglieri, reggimenti di linea, brigate e divisioni, e forniti della cavalleria e dell'artiglieria occorrenti.

Certo in queste truppe bisognava distinguere le toscane di origine antica dalle altre di nuova creazione.

Il materiale fu successivamente cambiato, ed ogni cosa si venne a poco a poco perfezionando; ma non è men vero che quelle forze e quegli ordinamenti erano reali e positivi.

Io non vi dirò come in pochi mesi, in mezzo a grandi difficoltà, io ebbi ad ordinare,

vestire ed armare quelle truppe; come si fortificasse Rimini e Mirandola, e si facessero gli studi e si decretassero le fortificazioni di Bologna e di Piacenza; come in pochi mesi si istituì una fonderia in Parma e ne ebbimo batterie e carreggio.

I nostri magazzini di vestiario erano bastantemente forniti, e così dicasi delle provvigioni di guerra.

Un ultima cosa io dirò, o signori, e quella si è del riconoscimento dei gradi degli uffizi ali delle truppe dell'Emilia, dacché per quelli della Toscana non può cadere questione, appartenendo ad un esercito stanziale.

Quando io assunsi le redini del comando di quelle truppe, molte nomine erano state fatte.

Vi erano quattro generali, due di divisione, e due di brigata. né io promossi o nominai alcuno mai a tali gradi durante il mio comando.

Molti uffiziali si presentavano a prendere servizio da diverse procedenze, sia dai Cacciatori delle Alpi o degli Appennini, sia da ufficiali che avevano servito nell'esercito austriaco, od in Ispagna od in Francia, e molti che erano in ritiro od in riforma in Piemonte, sia infine fra coloro che avevano combattuto a Roma ed a Venezia.

E siccome era in me preconcetto divisamento quello della fusione, così non solo accettai gli ufficiali con quei gradi che potevano loro competere a fronte dell'armata sarda, per quanto la stretta necessità e le esigenze del servizio lo comportavano, ma molti dei nominati già io rimandai dal servizio o misi in aspettativa.

Non mi curai che i quadri fossero completi, a tal che voi potevate vedere dei reggimenti che avevano uno o due capitani, mancavano molti maggiori, e mi contentavo che i battaglioni fossero comandati da capitani; dicendo fra me: questa è una cosa precaria e breve altrimenti non dura, e basta che siavi anche un solo ufficiale per compagnia; né so perché io dovessi nominarlo capitano, quando questo non gli davano più scienza, né più pratica di quello che egli ne avesse colle spalline di sottotenente (Segni di approvazione); ciò per la fanteria.

In quanto ai bersaglieri, io accolsi con piacere come capitani comandanti di battaglione quegli ufficiali bersaglieri della vecchia armata sarda che erano già luogotenenti molto anziani e che guadagnarono appena alcuni mesi di anzianità.

Per l'artiglieria e per il genio io accettai dei vecchi ufficiali dell'armata sarda per comandare le batterie, e dei subalterni pure che avean servizi; dacché i giovani ingegneri, che già avean fatto la campagna del 1859, prima di promuoverli sottotenenti, li ammisi come allievi per alcuni mesi, affine di conoscere la loro attitudine.

All'oggetto poi di prepararmi degli ufficiali, instituii in Modena una scuola gratuita per quei giovani militari o civili che avessero fatto un certo corso di studi.

Infine feci tali e tante provvidenze da facilitare la fusione della nuova armata nella vecchia.

E, giacché siamo in argomento, dirò francamente che, durante il Governo dell'Emilia, e dopo la fusione, specialmente nei momenti della guerra in Sicilia, tutti quegli uffiziali, tranne rispettabili eccezioni, che per poca idoneità o per altre circostanze erano in aspettativa, o, servendo, non si sentivano in grado di continuare nel disimpegno delle loro funzioni, chiesero ed ottennero la loro dimissione.

Poco prima della fusione dell'Italia centrale, nel marzo dello scaduto anno, io fui chiamato a far parte del Ministero; e benché, al primo momento, declinassi quest'onore, per la gran mole di lavoro che io prevedeva doversi accumulare nel dicastero della guerra, pure prevalsero le ragioni politiche, ed accettai.

576 - CAMERA DEI DEPUTATI SESSIONE DEL 1861

Quale sia stato il mio operato da quell'epoca infino ad oggi, io vi esporrò nei più brevi termini che mi sia possibile.

Otto divisioni erano state formate dal mio predecessore; ma le Ire ultime, create dopo la campagna del 1859, non avevano ancora il materiale occorrente.

La cavalleria, l'artiglieria ed il treno difettavano grandemente di cavalli, perché era mancato il tempo per provvederli.

Tre classi erano state mandate in congedo illimitato.

Le batterie, gli equipaggi da ponte, i traini ed i carri supplivano unicamente alle cinque antiche divisioni.

La brigata Pavia, che doveva far parte di una delle tre divisioni, non era creata.

La posizione degli ufficiali della brigata delle Alpi non era stata fissata.

Il nuovo Codice militare era stato posto in vigore per tre anni dai pieni poteri del Ministero precedente; ma mancavano i tribunali. La nomina di questi tribunali non era più consentanea alla grande mobilità che si dovette imprimere all'esercito attivo; e bisogna confessare che queste cause e la lunga e costosa procedura del nuovo Codice cagionarono e cagionano ancora in oggi dei gravi ritardi, che, spero, si andranno man mano correggendo.

Il Ministero non poteva più funzionare colla suddivisione preesistente per il grande accrescimento dello Stato.

Gli istituti militari erano insufficienti nella forma e nel numero.

Gli ospedali non bastavano; cosi dicasi del casermaggio.

I comandi dell'artiglieria, del genio, dello stato maggiore non corrispondevano più ai nuovi bisogni dello Stato.

A tutto questo, o signori, si è provveduto con ogni solerzia, passando ad un nuovo sistema, senza turbare l'antico, per essere pronti ad ogni evenienza alla guerra.

Ed una delle prime provvidenze si fu di richiamare le classi in congedo sotto le armi, di ricomporre le divisioni e di creare cinque corpi d'armata, della cui mobilità ne sia una prova la rapida campagna delle Marche e dell'Umbria, e quella delle provincie napolitane.

II territorio delle provincie napolitane e siciliane, e quello dell'Umbria e delle Marche furono ripartiti militarmente in divisioni, sottodivisioni e comandi militari di circondario e di piazza, e nominato il personale a reggerli, come sono in marcia le truppe che devono occuparle. Si provvide analogamente per il personale d'intendenza militare.

Il materiale da guerra, dacché io ho l'onore di reggere il Ministero, fu in alcune parti triplicato, in altre quintuplicato ed in talune accresciuto di dieci volte.

Mi permetterete di non entrare in maggiori particolari su questo argomento, e che io abbia piena fede ne' miei ordinamenti, ad onta di osservazioni e dubbi mossi in quest'aula da un distintissimo militare.

L'esercito in oggi consta di 17 divisioni attive, un poco magre d'uomini, se volete, ma complete di quadri ed abbondantemente provviste d'ogni attrezzo di guerra.

Voi sapete che le provincie degli antichi Stati del regno hanno ora 11 classi, e la Lombardia 10, sotto le armi, meno le 3 classi più antiche che trovansi in licenza provvisoria, ma che, chiamate dal Governo, in pochi giorni raggiungerebbero i loro corpi.

Delle nuove provincie non possiamo dire altrettanto, stanteché la leva è da poco in vigore.

Con tutto questo, mediante le leve che si fanno attualmente nelle Marche e nell'Umbria, quella che si farà io Sicilia, il richiamo delle quattro leve o classi del Napoletano che vanno mano man raggiungendo i nostri depositi, e la leva suppletiva dei 18000 uomini proposta, andranno successivamente riempiendosi le lacune che esistono.

I magazzini di vestiario, calzatura e buffetterie sono abbondantemente provvisti e capaci di far fronte ad ogni possibile aumento dell'esercito.

Voi avete infine vedute sorgere quattro piazze forti in un anno, armate, munizionate e vettovagliate.

Dopo ciò ho convinzione, o signori, che, la Dio mercé, fra non molto l'esercito raggiungerà quella forza contemplata nel mio ordinamento del 24 gennaio di quest'anno, senza scapitare di quella disciplina e di quel valore che fecero sventolare gloriosamente la bandiera della nazione dal Mincio al Garigliano, e che si trasfonderanno nel cuore e nella mente dei giovani soldati quelle tradizioni di modestia, di valore e di patriottismo delle vecchie schiere di Re Vittorio, primo nei cimenti e nell'amore d'Italia.

Ora che ho esposto la gestione del mio operalo, voi potete, o signori, pronunziarvi sulla condotta del Ministero, il quale, senza la certezza della vostra fiducia, non potrebbe reggere a tanta mole di affari, tutti urgenti e di somma importanza. (Caldi segni di approvazione)

PRESIDENTE. Il deputato Crispi ha facoltà di parlare per una mozione d'ordine.

Crispi. La materia di che la Camera va ad occuparsi, vuolsi discuterla con calma e sangue freddo. Vuolsi poi discuterla in modo, che il giudizio che noi daremo, lo sia dopo maturo esame.

L'onorevole ministro della guerra, che attendevamo sarebbe venuto a discutere con noi, ci ha portato un rapporto scritto, che difficilmente abbiam potuto intendere in tutti i suoi particolari. Per valutarlo bisogna averlo sott'occhio, onde io domanderei che fosse stampato e distribuito a tutti i deputati.

Prego quindi la Camera di volerne ordinare la stampa e dì differire la discussione dell'importante argomento a un altro giorno.

PRESIDENTE. Quanto alla stampa del discorso del signor ministro della guerra non può esservi difficoltà, dacché esso sarà stampato nel rendiconto della Camera, e distribuito domani.

Circa la sospensione, dimanderò se questa proposta sia appoggiata. (È appoggiata.)

Il deputato Ricasoli consente all'aggiornamento di questa discussione?

RICASOLI BETTINO. Io non vedo ragione di assentire all'aggiornamento, inquantoché, per quanto mi pare, nel discorso scritto del ministro della guerra non posso veder altro che il discorso che avrebbe pronunzialo parlando. (Ilarità)

BIXIO. Domando la parola sulla proposta del deputato Crispi.

PRESIDENTE. Ha la parola; ma prego il deputato Bixio di contenersi esclusivamente sulla proposta sospensiva.

BIXIO. Il discorso letto dal signor ministro della guerra contiene una somma tale di fatti ridotti anche a cifre, che per noi è impossibile poter rispondere di memoria, segnatamente dacché non si è limitato soltanto all'esercito meridionale,

577 - TORNATA DEL 18 APRILE

ma ha passato in rivista l'antico esercito del mezzogiorno, cioè l'esercito borbonico, e quindi ha discorso dell'esercito nazionale.

Ora, siccome le cifre tracciate, secondo me, poco precisamente nell'ultima tornala, in cui il ministro della guerra ha parlato dell'esercito meridionale, sono finora rimaste senza risposta, poiché, per conto mio, io non mi trovava allora alla Camera, ed alle cifre da me addotte il ministro finora non ha saputo rispondere, io dico che, siccome questa questione è assolutamente di tutta importanza e ci riguarda cosi da vicino, così è necessario che il suo discorso ci stia intero sotto gli occhi, acciocché noi alla nostra volta possiamo esaminare con maturo consiglio, e rispondere senza scaldarci la testa, con la stessa ponderatezza alle sue cifre. (Bene! bene! a )

FANTI, ministro della guerra. mio discorso, come la Camera ha inteso, non c'è alcuna cifra, a meno che non si vogliano ritener per tali le date dei decreti. Tutto quello che vi può essere di cifra sta nell'aver detto che l'esercito toscano si componeva di 15 mila uomini e di SO mila quello dell'Italia centrale. All'infuori di queste, in tutto il mio discorso, non si trova assolutamente altra cifra.

BIXIO. Ha allegati e specificati fatti.

FANTI, ministro della guerra. ho allegati fatti, per esempio tutta la serie delle disposizioni che loro, signori, ben conoscono, ma che forse alla maggior parte dei deputati non erano noti, ed ho creduto bene di successivamente citarli; ma, dico, in punto a cifre non vi è niente assolutamente.

PRESIDENTE. La parola è al deputato GARIBALDI.(Movimento generale di attenzione)

GARIBALDI. Mi permetterò prima di tutto di fare una breve osservazione al discorso dell'onorevole Ricasoli, e di ringraziarlo per avere messo in campo una questione per me vitale, trattandosi di difendere i miei compagni d'arme: io ne lo ringrazio di cuore. Affermerò con lui che l'Italia è fatta; ne ho la coscienza, perché ho fede nel nostro forte esercito, e di più conto sull'entusiasmo e sulla generosa volontà di una nazione che già tante ha dato prove di valore, anco senza essere esercito disciplinato e regolare. Sì, ripeto col deputato Ricasoli, l'Italia è fatta; ad onta degli ostacoli che intrighi individuali vogliono frapporvi, l'Italia è fatta.

Debbo dire ancora una parola relativa al discorso dell'onorevole Ricasoli, ed è sul dualismo.

Sebbene non si sia espresso, mi permetta la Camera di dirlo francamente, io credo che colui che è designato di capitanare una delle parti del dualismo, allegato dall'onorevole Ricasoli, sono io. (Movimento)

E giacché disgraziatamente sono stato portato ad una questione personale, dirò ancora che io sono compiutamente convinto, nel più profondo dell'animo mio, che io non ho mai dato motivo a questo dualismo.

Mi sono state fatte proposte di riconciliazione, è vero; però queste proposte di riconciliazione sono state fatte con parole; ma l'Italia sa che io sono uomo di fatti, ed i fatti sono sempre stati diametralmente opposti alla parola di riconciliazione. Io dico adunque: tutte le volte che quel dualismo ha potuto nuocere alla gran causa del mio paese, io ho piegato, e piegherò sempre. (Applausi nella Camera e dalle ) Però, come un uomo qualunque, lascio alla coscienza di questi rappresentanti dell'Italia il dire se io possa porgere la mano a chi mi ha fatto straniero in Italia.

(Rumorosi applausi dalla galleria)

PRESIDENTE. Avverto le tribune che è viÉtato qualsiasi segno d'approvazione e di disapprovazione, e se non si mantiene l'ordine, sarò costretto di farle sgombrare. (Bravo! Bene!)

GARIBALDI. Ciò dico quanto al dualismo. Inconseguenza di questo però non sono d'accordo coll'onorevole Ricasoli che l'Italia sia dimezzata. L'Italia non è dimezzata, è intera; perché Garibaldi e i suoi amici saranno sempre con coloro che propugnano la causa d'Italia e ne combattono i nemici in qualunque circostanza. (Bravo! Bene!)

Risponderò ora alcune parole al signor ministro della guerra. Egli mi obbligò, e ne sono addolorato, a scendere nel campo della individualità. Il ministro della guerra disse, e la Camera avrà ciò osservato, che per patriottismo andò nell'Italia centrale a sedare l'anarchia.

FANTI, ministro per la guerra. ho detto tal cosa.

PRESIDENTE. Non mi pare che abbia detto questo.

Voci. No! no! no!

Altre voci. Sì! sì!

GARIBALDI. Questo è un fatto; io non rispondo che alle parole del della guerra.

PRESIDENTE. Perdoni l'onorevole Garibaldi,non ha ben udito

GARIBALDI. Me ne appello a quelli che reggevano il Governo, se v'era dell'anarchia nell'Italia centrale.

PRESIDENTE. Non sono state dette precisamente queste parole dal signor ministro. Del resto il suo discorso è scritto e si può verificare. Ha detto, credo, che si temeva l'anarchia.

GARIBALDI. Non c'era nessunissimo pericolo di anarchia.

Io chiedo permesso alla Camera di annunciarle che veramente con dolore io sono sceso a personalità, ma doveva rispondere a qualche cosa che attaccava il mio decoro, la mia dignità di uomo, la mia dignità di comandante delle forze dell'Italia centrale, che si trovavano in quell'epoca a Modena.

Adesso, se mi permettono, io dirò alcune parole sul principale oggetto che mi portò oggi alla presenza della Camera, che è l'esercito meridionale.

Dovendo parlare dell'armata meridionale, io dovrei anzi tutto narrare dei fatti ben gloriosi; i prodigi da essa operati furono offuscati solamente quando la fredda e nemica mano di questo Ministero faceva sentire i suoi effetti malefici. (Rumori e agitazione) per l'amore della concordia, l'orrore di una guerra fratricida, provocata da questo stesso Ministero... (Vivissimi richiami dal banco dei ministri - Violenta interruzione nella Camera)

Molti voci a destra e al centro. All'ordine! all'ordine!

PRESIDENTE. Prego l'onorevole generale Garibaldi... (I rumori coprono la voce)

DI CAVOUR C., presidente del Consiglio. (Con impeto) è permesso d'insultarci a questo modo! Noi protestiamo! Noi non abbiamo mai avuto queste intenzioni. (Applausi dai banchi dei deputati e dalle tribune) presidente, faccia rispettare il Governo ed i rappresentanti della nazione! Si chiami all'ordine! (Interruzioni e rumori)

PRESIDENTE. Domando silenzio. Al presidente solo spetta il mantenere l'ordine e regolare la discussione. Nessuno la disturbi con richiami!

CRISPI. Domando la parola per l'ordine della discussione.

578 - CAMERA DEI DEPUTATI SESSIONE DEL 1861

GARIBALDI. Credeva di aver ottenuto, in trent'anni di servizi resi alla mia patria, il diritto di dire la verità davanti ai rappresentanti del popolo.

PRESIDENTE. Prego l'onorevole generale Garibaldi di esprimere la sua opinione in termini da non offendere alcun membro di questa Camera e le persone dei ministri.

DI CAVOUR C., presidente del Consiglio dei ministri. detto che abbiamo provocato una guerra fratricida! Questo è ben altro che l'espressione di un'opinione! (Interruzioni e voci diverse da tutti i banchi)

GARIBALDI. Si, una guerra fratricida! (Tumulto vivissimo nella Camera e nelle tribune)

Molte voci. All'ordine! all'ordine! È un insulto replicato! E un insulto alla nazione! È una provocazione scritta!

Voci a sinistra. No! no! Si lasci libertà della parola!

(Molti deputati abbandonano i loro stalli - Rumori da tutte le parti della Camera - Il presidente si copre il capo - Gran numero di è sceso nell'emiciclo, dove si disputa vivamente.)

(La seduta rimane sospesa per un quarto d'ora.)

(Cessata la più dolorosa agitazione, la seduta è ripresa alle ore h in profondo silenzio.)

PRESIDENTE. Sono costretto, con dispiacere, di disapprovare altamente le parole testé sfuggite all'onorevole generale Garibaldi, colle quali egli faceva censura ingiusta e non parlamentare al Ministero, d'aver voluto promuovere una guerra fratricida. Io prego l'onorevole generale Garibaldi a volersi astenere da siffatte censure nel suo discorso, perché mi costringerebbe, quando proseguisse in questo modo, a togliergli la parola.

Ora intanto gli accordo nuovamente la facoltà di parlare per proseguire.

GARIBALDI. (Movimento di attenzione) non parlerò dell'azione ministeriale nell'Italia meridionale.

II nostro Re guerriero e galantuomo dichiarò più volte benemerito della patria quell'esercito meridionale. La Camera, spero, non mi lascierà solo ad affermare che esso fece il suo dovere. (Segni di assenso)

Molte voci. È vero!

GARIBALDI. La storia imparziale dirà il resto.

Ma domando: che cosa ne ha fatto di quelle schiere il ministro della guerra?

Egli poteva fonderle coll'esercito nazionale, come aveva fatto con quello dell'Italia centrale. Se nella mente sua stava che l'armata meridionale fosse men degna della centrale, poteva farne un corpo separato dell'esercito nazionale.

Se poi l'armata meridionale non si voleva viva sotto nessuna forma, doveva scioglierla, ma non umiliarla.

Se un decreto uscisse oggi per l'esercito che offrisse sei mesi di soldo ai soldati e niente a coloro che restassero nelle file, io credo che la Camera, fuor di dubbio, concorrerà nella mia opinione, che l'esercito rimarrebbe senza soldati, e non resterebbero sotto le bandiere che gli ufficiali. Così successe nell'esercito meridionale. Ma anche di questi ufficiali un gran numero, vedendosi senza soldati ed umiliato in tanti modi, diede le demissioni, dimodoché appena la metà ne rimane, e questa ancora, se non fosse la certezza di prossimi avvenimenti, avrebbe seguito l'esempio degli altri;

tanto è vero che questi ufficiali ebbero a soffrire umiliazioni e ne soffrono tuttora. (Movimenti in senso diverso) ne citerò alcune per esempio.

In una circolare del ministro della guerra è detto agli ufficiali: «Tutti coloro che pel 15 febbraio non si troveranno presenti alle rispettive sedi, e non potranno giustificare il ritardo con documenti soddisfacenti, saranno senz'altro cancellali dai ruoli come non facienti più parte dell'armata.»

Io domando (e me ne appello alla giustizia della Camera) se si possa colpire un ufficiale colla pena la più disonorevole per una mancanza che è castigata ordinariamente con qualche giorno di arresto.

In secondo luogo, con una circolare del 5 maggio, viene tolta l'amministrazione ai comandi delle divisioni, e ne vengono incaricati gli ufficiali pagatori dei corpi regolari che si trovano negli stessi accantonamenti. Si ordina perciò a tutti gli uffiziali indistintamente, dal generale sino al sottotenente, che debbano presentare i loro brevetti al suddetto ufficiale pagatore, il quale rilascerà loro uno scontrino, ed ogni quindicina dovranno con esso presentarsi, se vogliono riceverete loro competenze.

È detto inoltre che tutti gli ufficiali non aventi titoli regolari di nomina cesserebbero, col fine dello stesso mese di marzo, dal far parte dell'esercito, e soltanto potrebbero far valere i loro titoli, se ne avessero, per ottenere una gratificazione di uno a sei mesi di paga. In questa guisa il ministro della guerra si sarebbe liberato di un terzo circa degli ufficiali, essendoché molli di essi, occupati a combattere od a curare le loro ferite, non pensavano naturalmente a provvedersi di brevetti.

Si fecero rimostranze, si ottennero modificazioni; ma resta nondimeno evidente da questo ed altri fatti, che l'intenzione del ministro della guerra fu sempre di sciogliere, con tutte le arti immaginabili, quell'armata meridionale. (Mormorio a destra)

Al mio arrivo in Torino, e sentito il parere de' miei compagni d'armi, sottomisi a Sua Maestà un progetto di organizzazione dell'armala meridionale. Era una legge che qui si sarebbe discussa; usci invece il regio decreto dell'11 corrente, che, a mio avviso, avrebbe i seguenti inconvenienti:

i° L'armata meridionale, composta di più di quattro divisioni, era ridotta a tre; e così sarebbe tolto il comando e la posizione attiva agli ufficiali di una delle divisioni. Ciò umiliava tutti gli altri vedendo i loro compagni esclusi.

2° Essendo ristretto l'avanzamento nel corpo, ed essendo gli ufficiali collocati indistintamente in disponibilità od in' aspettativa, ne risulta che i due terzi circa che sono nella classe dei sottotenenti e dei luogotenenti, oltre alla quasi impossibilità di fare la guerra, sarebbero ridotti a condizioni non accettabili, e costretti quindi a ritirarsi. Laonde anche questo decreto, invece di creare, fluirà, per le ragioni suaccennate, a dare l'ultimo colpo alla dissoluzione di quell'armata.

La dittatura era governo legittimo, governo istituito dalla nazione; la dittatura promosse il plebiscito, quindi la riunione delle provincie meridionali alla grande famiglia italiana. E perché, quando si accettavano quelle provincie, non si accettava pure l'esercito che tanto aveva contribuito ad emanciparle? Questa era ragione di giustizia.

Le ragioni militari e politiche poi mi sembrano venire in appoggio a quanto io ho espresso, per conservare all'Italia i coraggiosi soldati di tante battaglie, su cui possono pesare delle calunnie, ma non delle diffidenze.

Parlando dell'esercito meridionale, certamente non posso astenermi dall'indicare alla Camera la situazione delle meridionali provincie; credo che questo

579 - TORNATA DEL

oggi non è un segreto più per nessuno; tutti conoscono la disgraziata condizione di quelle povere popolazioni. Però il rimedio che a tal uopo sarebbe necessario, sono persuaso che è da tutti conosciuto. Or bene, perché il Ministero si astiene dall'applicarlo, con tanto danno e pericolo di tutti?

Come ho detto, l'unico motivo che mi ha mosso ad intrattenere la Camera si è l'armamento nazionale.

Io non conosco altro rimedio per uscire dalla posizione difficile in cui, quantunque l'Italia sia fatta, noi ci troviamo ancora, e questo è: armare, armare ed armare. (Segni di approvazione)

Con tale intendimento ho presentato un progetto di legge alle considerazioni della Camera; io sarò fortunato se vorrà essa esaminarlo, correggerlo, modificarlo, se è necessario; ma quel che imploro dai rappresentanti della nazione si è che se ne occupino, perché io credo che questa sia l'unica via di salvamento per il nostro paese.

Conchiuderò che per gli stessi motivi che considero l'armamento come il salvatore della causa italiana, trovo necessaria l'immediata riorganizzazione dell'armata meridionale, come principio dell'indispensabile armamento, come atto di giustizia e di sicurezza. (Segni di approvazione u sinistra)

PRESIDENTE. La parola è al signor ministro della guerra.

FANTI, ministro della guerra. ò poche parole all'onorevole generale GARIBALDI.

Egli ha detto: voi avete dato dei denari ai miei soldati, ed essi se ne sono andati via.

Ho già spiegato come io aveva proposto di accordare tre mesi di soldo, affinché questi giovani, rientrando alle loro case, potessero riprendere le antiche loro occupazioni. Se fu dato di più, si fu, non perché questo facilitasse la loro partenza, avend'io già detto che, anche senza denari, sarebbero andati via, ma perché così hanno avuto come soccorrere meglio alle necessità delle loro famiglie.

Rispondo poi all'onorevole generale che non farebbe d'uopo di proporre sei mesi di paga ai soldati dell'esercito regolare, come complemento di un editto in offerta di congedo, perché, anche senza un soldo, andrebbero a casa tutti i soldati, non solo quelli d'Italia, ma quelli della Francia, della Russia, dell'Inghilterra, di tutte le nazioni del mondo. Creda pure che ogni soldato, cui si dica: volete andarvene a casa, se ne parte subito, senza aspettare alcun corrispettivo.

GARIBALDI. Io sono completamente dell'avviso dell'onorevole ministro.

PRESIDENTE. Non interrompa...

FANTI, ministro della guerra. questo, io ripeto, io era convinto, e lo sono ancora, che tutti i soldati e molti ufficiali dei volontari senza un soldo sarebbero andati via egualmente.

Un deputato. No!

FANTI, ministro della guerra. é l'uomo è fatto cosi!

Si dice che molli ufficiali diedero la loro dimissione; io ho fatto sempre quello che la Commissione mi ha proposto; anzi, direi, ho fatto qualche cosa di più, poiché mi ricordo che essa, avendomi proposto di dismettere alcuni individui per certi falli, io le risposi: bisogna prima formare un Consiglio di disciplina, per vedere se questi hanno veramente mancato, come si diceva; dunque io non ho promosso mai le demissioni.

Il generale Garibaldi soggiunse che gli ufficiali soffrono umiliazioni;

io ho detto nella mia relazione che erano nati inconvenienti, come ne nascono sempre in mezzo di molta gente che non si conosce.

Io non voglio qui attaccare nessuno; ma, ripeto, erano nati inconvenienti che il signor generale Garibaldi non potrebbe ignorare; io dissi allora: si facciano i pagamenti dalla cassa del deposito dei nostri corpi, che si trova nella stessa sede dove stanziano gli ufficiali delle singole divisioni stanziate nelle città A, B, C, ecc.

Venne osservato che i generali e colonnelli erano tenuti a presentarsi ad un maggiore per ricevere le loro paghe. Ciò non è strettamente esatto, dacché in Asti vi è un generale che amministra; ma, siccome in altre località vi erano maggiori, si dispose che i generali, i colonnelli ed i lenenti colonnelli non avessero che da mandare lo stato delle loro paghe, e, in seguito a quelle relazionasi mandarono le loro paghe persino a casa! E non credo che in verità si possa fare di più!

Ma, non basta: ho dato facoltà al generale Sirtori, al generale Medici, al generale Cosenz, che, quando vi sono dei giovani i quali non abbiano ricevuto il brevetto,

purché sia loro stato promesso o dal Governo o dal generale Garibaldi, questi giovani sarebbero riconosciuti. Io non credo che si possa essere più condiscendenti.

Il progetto poi, di cui ha parlato l'onorevole generale, è poco presso quello che fu presentato a Napoli, e le stesse ragioni che valsero per non accettare quello, non permisero di accogliere questo; non vi è né di più né di meno, ed io ho detto francamente il perché non lo accettava.

Aggiungerò che io ho vissuto molto nel mondo, e ho fatto parte di più d'un'armata; quindi conosco abbastanza il modo di pensare e di agire degli uomini, e dico al generale Garibaldi che niuno è più di me desideroso di creare questi quadri. Io credo di amare il mio paese come chicchessia, e so benissimo che si devono mettere in opera tutte le forze vive della nazione, ma so che queste forze devono essere ordinate, non foss'altro, per un riguardo d'economia, perché, se non mettiamo ordine nelle cose, noi siamo rovinati. (Bene! bene!) Se poi si vogliono fare le cose in regolatovi sono più degli altri interessato. (Segni di approvazione)

PRESIDENTE. La parola è al deputato Garibaldi.

GARIBALDI. Non parlerò dell'amore e della simpatia del signor ministro della guerra per i volontari; dirò solamente che se si voleva conservare l'armata meridionale, si poteva dare a ciascuno uno, due, tre mesi di permesso, e non solleticarli con sei mesi di soldo perché se ne andassero (Applausi, e una voce forte dalle gallerie: È vero! è vero! - Vivi richiami dalla Camera)

PRESIDENTE. (Con forza) di nuovo le tribune al silenzio....

Voci dal centro e dalla destra. Le faccia sgombrare, le faccia sgombrare!

PRESIDENTE. Al più lieve segno di approvazione o disapprovazione che parta dalle tribune, io le farò inesorabilmente sgombrare.

Nuove voci. Le faccia sgombrare subito! lo scandalo è ripetuto!

PRESIDENTE. Prego i signori deputati di far silenzio: al solo presidente spetta di mantenere l'ordine nella Camera.

La parola è al signor Bixio.

BIXIO. (Movimento d'attenzione) sorgo in nome della concordia e dell'Italia. (Bravo! bravo!)Quelli che mi conoscono sanno che io appartengo sopra ad ogni cosa al mio paese. (Segni di approvazione)

Io sono fra coloro che credono alla santità dei pensieri, che hanno guidato il generale Garibaldi in Italia (Bravo!),ma appartengo anche a quelli

580 - CAMERA DEI DEPUTATI SESSIONE DEL

che hanno fede nel patriottismo del signor conte Di Cavour. (Applausi) adunque che nel nome santo di Dio si faccia un'Italia al di sopra dei partili. (Applausi vivissimi e prolungati nella Camera e dalle tribune)

Io ritorno da Parigi, ove certamente ho veduto amici di tutti i paesi e del nostro; uomini che venivano dalla Polonia, dalla Germania, dall'Ungheria, e tutti, credetelo, o signori, tutti sono attristati che i due uomini, i quali, a parer mio, rappresentano in Italia il patriottismo più elevalo, siano talvolta fra loro in discordia. (Movimenti!) Io lo dico al generale Garibaldi (Bene!), e lo dico al conte Di Cavour (Bene!); il generale Garibaldi sa che, quando sotto le armi, militarmente mi dà degli ordini, io li eseguisco senza punto discuterli; ma qui mi permetterà che io esprima francamente la mia opinione. Quanto all'onorevole conte Di Cavour io non gli ho mai fatto la corte; l'ammiro per quello che ha fatto, debbo riconoscere che abbia anch'egli potuto commettere degli errori abbastanza gravi, che non verrò ora qui ad esaminare, perché potrebbero forse dar luogo a parole meno ponderate in chi non è assuefatto a circoscrivere precisamente il suo ragionare, e a chiamare certe cose colla vera sua frase; ma ciò nulladimeno credo (mi si perdoni se, per essere commosso, non posso parlare coll'ordine e colla freddezza che vorrei), io ho la profonda convinzione che nel fondo le parole del generale non possano prendersi, dirò così, all'espressione letterale, che non possa darsi alle medesime quel peso che forse loro si darebbe, leggendole, se fossero scritte.

Voci. Erano scritte!

BIXIO. Bisogna pensare soltanto che l'Italia ha bisogno di tutti i suoi elementi militari; io sono convinto che l'esercito deve rispettarsi fino ne' suoi pregiudizi; tuttoché marinaio, io conosco abbastanza la storia militare del mondo moderno, per sapere che l'Italia non può fare la sua guerra senza il compiuto svolgimento dell'armata.

Io attribuisco in gran parte il sangue che si è versato in «Francia alla poca confidenza che gli elementi reazionari dell'antica armata inspiravano al paese che si vedeva minaccialo da tutte le frontiere. (Segni di assenso)

Dunque, se noi abbiamo avuta la gran fortuna di muovere la guerra con questi elementi, non possiamo che farne gran conto.

Io domando che il ministro della guerra faccia una massa compatta di tutti, perché l'Italia ha bisogno di tutti; la guerra non è ancora finita, noi non siamo ancora alle nostre frontiere naturali; quindi io domando che, in forza delle leggi che lo reggono, si comprendano nell'esercito regolare tutti gli elementi militari di qualunque origine: noi non possiamo e non dobbiamo rendere responsabile l'esercito del mezzodì dell'antico Governo borbonico; il paese lo sopportava, né l'esercito poteva essere più liberale del paese.

Poi, oltre l'esercito regolare, si devono ordinare in tempo gli elementi volontari che, rinchiusi nei quadri dell'esercito meridionale, resero e renderanno veri servizi al paese, condotti dal solo uomo che sa condurli alla vittoria, dal generale

Io farò un discorso che non sarà del tutto parlamentare. Ma, quanto agli uomini come il generale e come il conte Di Cavour, debbo dire che c' è la disgrazia (e tutto al mondo non può andar bene) che si caccino in mezzo un'infinità di altri uomini (Bravo! Bene!) che mettono la discordia; questo non posso astenermi dal dirlo. (Applausi) Ebbene, io ho una famiglia, e darei la mia famiglia, la mia persona,

il giorno che vedessi questi uomini, e quelli che come il signor Rattazzi hanno diretto il movimento italiano, stringersi la mano. (Segni di approvazione)

Per l'amor di Dio non pensiamo che ad una cosa.

Il paese nostro non è ancora abbastanza compatto, queste discussioni ci pregiudicano nell'opinione dell'estero.

Il conte Di Cavour è certamente un uomo generoso: la seduta d'oggi nella prima sua parte deve essere dimenticala; è una disgrazia che sia succeduta, ma vuol essere cancellala dalla nostra mente.

Ecco quello che io volevo dire. (Applausi vivissimi e prolungati)

DI CAVOUR C., presidente del Consiglio. (Movimento d'attenzione) Il generale Bixio ha diretto alla Camera parole cosi nobili e generose, che io mi sento in obbligo di rispondergli immediatamente.

Non lo nego, o signori, io sono ancora altamente commosso dall'accusa che mi venne fatta, e, mi si permetta di dirlo, lo fui al nome di chi mi venne lanciata.

Io venni rappresentato come l'avversario, il nemico dei volontari; ma, buon Dio! chi (Con calore) fece i volontari? chi primo in Italia pensò ad ordinarli? Io me ne appello al generale stesso. (Bene!)

Fu forse esso che venne ad invitarmi, a sollecitarmi di creare questi volontari?

No, o signori, quando nessuno nel paese ci pensava, quando forse era da molti biasimata la formazione di quel corpo di volontari che ha acquistati tanti titoli di gloria, fu il presidente del Consiglio che si rivolse al generale che stava in dignitoso esilio a Caprera, per pregarlo a venirgli a prestare il suo concorso nel grande disegno che il presidente del Consiglio in allora meditava. (Segni di approvazione)

Io non ricorderò le difficoltà che incontrò l'adozione di questo progetto, ma solo posso dirvi che furono immense; giacché, signori, io non poteva intieramente giustificare la creazione di queste forze irregolari, le quali in allora rivestivano un carattere (mi si permetta di dire la parola non in senso offensivo, ma difensivo, nel senso in cui s'usa in Italia), un carattere rivoluzionario.

Non aveva io ragione di allegare l'ineguaglianza dei due eserciti, perché, quando si sapeva che al primo scoppiare della guerra 300000 Francesi sarebbero scesi dalle Alpi, non si poteva dire che un corpo di tre o quattro mila uomini, per quanto valoroso fosse, ed abilmente condotto, potesse esercitare un'influenza decisiva sulla guerra. Ciò nulladimeno, io dico, era talmente convinto dei vantaggi morali che l'Italia doveva ricavare dalla cooperazione dei giovani volontari, che io vinsi tutte le difficoltà, che la prudenza m'impedisce di ora enumerare.

10 son lieto di riconoscere che i fatti corrisposero alla mia aspettazione, perché il concorso dei volontari nella guerra del 1839, se non decise le battaglie di Magenta e di Solferino, tuttavia fu d'immenso giovamento alla causa d'Italia (Bruto!); perché provò all'Europa che gl'Italiani, non solo delle vecchie, ma delle nuove provincie, non solo delle subalpine, ma altresì delle centrali e delle meridionali, tutti gli Italiani, dico (Con calore), sapevano combattere e morire per la causa della libertà. (Applausi)

Dopo aver ciò fatto, dopo aver assunta su di me una così grave responsabilità, quale è quella della formazione dei corpi dei volontari, senza il concorso del Parlamento, colle opposizioni interne ed esterne,chi potrà dire che io sia ostile ai volontari?

Quindi è forse questo sentimento, mi si permetta di dire, d'ingiustizia che mi rende più sensibile a certe accuse.

Comunque sia, io accetto pel primo l'appello fattomi dall'onorevole generale Bixio.

581 - TORNATA DEL

(Bravo! Bene!) Per me la prima parte di questa seduta è come non avvenuta. (Applausi vivissimi e prolungati).

Avendo risposto all'appello dell'onorevole generale Bixio, mi restringerò a dire poche parole, onde esporre alla Camera in qual modo il Governo intenda trar partito di tutte le forze vive della nazione.

Il Governo ha posto ogni sua cura nello accrescere, nello sviluppare e nell'ordinare l'esercito regolare. Il discorso che avete inteso dall'onorevole generale Fanti ve ne avrà fatti capaci, ed io non dubito che la Commissione del bilancio testé nominala, quando prenderà a minuto esame i provvedimenti fatti, sia rispetto al personale che al materiale, riconoscerà come, nel breve periodo di due anni, si siano fatte cose di cui la storia ricorda pochi precedenti, massime per tutto ciò che concerne il materiale dell'esercito. Il Ministero, inoltre, ha rivolto il pensiero ad attivare la provvida istituzione della guardia nazionale mobile. Io vi dirò francamente che esso non aveva un concetto molto esalto del modo col quale questa istituzione avrebbe funzionato. Ebbene, dichiaro che essa riesci al di là della di lui espettazione; i miei colleghi ed io abbiamo potuto convincerci che la guardia nazionale mobile può prestare non solo utili servizi pel mantenimento dell'ordine, per sussidio della guardia nazionale ordinaria, ma può avere una parte, ed anche notevole, nelle grandi operazioni di guerra. Ed io non dubito che, se domani scoppiasse la guerra, l'onorevole mio collega, il ministro delle armi, non esiterebbe a mandare nelle nuove piazze, che sono sorte in così poco tempo con mirabile rapidità, molti battaglioni di guardia nazionale mobile a combattere a fianco delle truppe stanziali.

L'onorevole generale vi ha proposto un disegno di legge per ampliare ed estendere questa istituzione. Io non potrei fin d'ora emettere un'opinione sul merito di questo progetto; tuttavia dichiaro fin da questo momento, in nome anche degli altri ministri, che siamo dispostissimi ad appoggiarne la presa in considerazione, e ad esaminare, coi commissari che la Camera sarà per nominare, il mezzo di dare uno sviluppo all'istituzione della guardia nazionale mobile.

Aggiungo che, senza poter dire se sia possibile di andare fin là dove vuole il generale credo che l'esperienza dei passati mesi possa farci convinti dell'opportunità di sviluppare l'istituzione fra noi attivata.

Mi rimane ora a parlare dell'esercito meridionale.

La composizione del medesimo aveva un carattere assolutamente speciale; era un corpo di volontari. Ma qui mi si permetta di dire che esso aveva un'indole specialissima.

Vi sono, negli eserciti regolari, dei volontari; ma, sia questi, sia quelli che sono costretti a servire a ragione della leva, sono sottoposti ad una ferma. I soldati della leva hanno una ferma, secondo la nostra legge, di undici anni; in Francia di sette, in Austria di otto, e via dicendo. La ferma dei volontari varia, presso di noi, a seconda delle circostanze. Noi abbiamo avuto dei volontari con ferma di tre anni, altri con quella di due, ed altri con quella di diciotto mesi. Nell'esercito meridionale, invece, i volontari servivano senza ferma. Questa circostanza dava a quel corpo un carattere assolutamente speciale ed instabile, un carattere sui generis; ed io non dico questo per biasimare quest'istituzione; io ritengo anzi che, se il generale avesse voluto organizzare il suo corpo con le norme degli eserciti stanziali, e costringere tutti quelli che volevano unirsi sotto le sue bandiere a prendere una ferma, non avrebbe potuto operare

quello che ha operato; io credo che avrebbe fatto altre cose, forse altrettanto grandi; ma quella natura d'imprese, quel modo di combattere tutto suo, a parer mio, è proprio della natura stessa del suo esercito, in cui il prestigio nazionale, l'azione individuale, il magnetismo, direi così, tengono luogo delta disciplina, delle regole, dei principii degli eserciti stanziali. Bisogna prendere le cose come sono. Così noi abbiamo visto, l'esperienza ci ha dimostrato che vi possono essere dei corpi di volontari non legali con ferme regolari, i quali possono, in date circostanze, operare cose grandissime, splendidissime.

E noi ci siamo detto: conviene non isperdere questi elementi, ma, per conservarli, è d'uopo non mutarne l'indole; bisogna, in caso di guerra, poter prendere tutte queste forze che non sono ordinabili con le regole consuete, un po' pedanti, degli eserciti stanziali, ed ordinarle con quel mezzo che fu impiegato dal generale e da molti dei valorosi suoi luogotenenti; e quindi il nostro convincimento fu questo: che il mantenere questi corpi, obbligandoli alla ferma, è voler snaturarli.

Quella parie più viva, più impetuosa, forse più capace di azioni splendidissime, non s'assoggetta alla ferma, massime se questa deve protrarsi in tempo di pace.

Se domani, per esempio, scoppiasse la guerra, molti di questi giovani, di così fatta condizione d'animo, fuor di dubbio si arrolerebbero; ma, quanto al prendere una ferma in tempo di pace, io credo che non lo farebbero.

Quindi noi abbiamo ragionato in questo modo: tali corpi così costituiti non possono essere utili se non in tempo di guerra.

Orbene, come bisogna procedere per formarli? Bisogna avere dei quadri, e poi riempirli, e poi prepararne il materiale. Ci vuol molto più tempo per fare i quadri, che non per riempirli. Io ritorno alla propria mia esperienza, perché è d'uopo che sappiate che in quel tempo sono stato costretto a fare le veci del ministro della guerra, perché il mio illustre collega in allora non credeva "potersi occupare della formazione dei corpi di volontari: ebbene, posso assicurarvi che c'è andato molto' tempo, quantunque l'onorevole generale prestasse la sua opera, per formare i quadri dei tre reggimenti di Cacciatori delle Alpi, che per riempirli. Furono immediatamente riempiuti: appena vi fu un quadro completo, per esempio quello del battaglione comandalo dal generale Cosenz, fu subito riempiuto; e così quello comandato dal generale Medici. La difficoltà sta Del fare i quadri.

Dunque, abbiamo detto, bisogna che questi quadri siano formati immediatamente, e quindi, col decreto dell'11 si è stabilito che essi verrebbero senza indugio formati.

Quanto al materiale possiamo, senza commettere indiscrezione, dire alla Camera che siamo in grado di armare, di vestire, di dare i carri, i cavalli, le artiglierie, le ambulanze, insomma tutto il materiale necessario, e gli squadroni delle guide attaccate alle divisioni; e che, se mai scoppiasse la guerra, in 15 o 20 giorni tutta l'armata sarebbe in istato di entrare in campagna.

Stando la cosa in questi termini, abbiamo creduto che non fosse opportuno il cominciare immediatamente a riempiere questi quadri, e cominciare perciò gli arrotamenti; ed è in ciò che differiscono essenzialmente il progetto che l'onorevole aveva presentato a S. M. e quello che venne da S. M. firmato.

Nel progetto dell'onorevole generale si sarebbe voluto che si procedesse immediatamente agli arrolamenti: ora io non credo che ciò sia opportuno, e per ragioni politiche e per ragioni militari. Non opportuno per ragioni militari per la considerazione già esposta, perché io ritengo che, essendo la guerra in questo momento

582 - CAMERA DEI DEPUTATI SESSIONE DEL

forse improbabile, la parte più riva dei giovani che non aspirano a gradi, ma hanno solo volontà di combattere, non si sarebbe presentala agli arrolamenti.

Non lo credo poi per ragioni politiche, perché è evidente che, ove si procedesse all'arrotamento di un esercito, il quale evidentemente non può avere utilità se non in caso guerra, e di guerra prossima, ciò sarebbe stato una semidichiarazione quasi di guerra.

Il Ministero dichiara altamente che ritiene non opportuno di provocare la guerra in questo momento, e quindi crede di non dovere e di non potere acconsentire all'arrotamento, alla costituzione definitiva dei corpi che non possono essere utili che a guerra immediata. (Segni di adesione)

Mi pare con questa schietta e leale spiegazione di avere fatto conoscere nettamente quali sono le intenzioni del Ministero; io voglio lusingarmi che saranno queste riconosciute pienamente soddisfacenti da tutti i membri della Camera; desidero altresì che sia al pari riconosciuto che il Ministero non ha nessuna antipatia, nessuna ostilità perii corpo dei volontari; che il Ministero tutto ed, oserò dirlo, il presidente del Consiglio in ispecie, conterà come uno degli alti più meritevoli della sua vita lo avere organizzalo in questo paese i volontari; il Ministero tutto, dico, ha per essi stima e simpatia, e desidera che queste parole siano accolte dall'onorevole generale e da' suoi amici politici collo stesso sentimento di concordia e di schiettezza col quale io le pronuncio a nome del Ministero. (Vivi applausi)

PRESIDENTE. Il deputato Crispi ha facoltà di parlare.

CRISPI. Io la cedo al generale

GARIBALDI. No, no; parli Crispi, io parlerò dopo di lui.

CRISPI. No, no; gliela cedo.

PRESIDENTE. Il generale ha facoltà di parlare.

GARIBALDI. Nel discorso dell'onorevole presidente del Consiglio si fa allusione alla formazione del corpo dei volontari in principio del 1859. Veramente in quell'epoca io fui grato al signor conte Di Cavour di avermi chiamato, e di avermi procurato l'occasione di servire il mio paese; lo confesso. Ma debbo pur confessare che d'allora in poi non ho sempre avuto motivo di essere mollo contento del conte Di Cavour. Questa è una storia molto dolorosa. Per esempio, tutti sanno che in quell'epoca io fui molto mortificato del modo con cui si formava in Torino il corpo dei volontari, dove i volontari che venivano per la fiducia che avevano in me, e per servire con me, erano influenzati e distribuiti secondo la volontà del Ministero; cioè a me si assegnavano quelli al disotto dei diciotto anni, o al disopra dei ventisei, i gobbi e gli storpi, e simili, se volevano venire; ma alla gente scelta, agli uomini capaci veramente di portare le armi non si permetteva di venire con Questo cominciò a disgustarmi assai.

In altra circostanza pure vi fu un dispiacevole avvenimento. Tutti sanno che colle poche forze che io aveva, forse un tremila uomini, passammo il Ticino, ed ebbimo vari combattimenti cogli Austriaci. Dopo il combattimento di Treponti pei feriti e stanchi (poiché ben si sa che i volontari che mi seguivano non erano molto assuefatti alle fatiche militari, e naturalmente con me bisognava camminare), pei]feriti e stanchi che dovetti lasciarmi addietro rimasi con 1800 uomini, e colle posizioni che io doveva tenere, pel poco che mi proponeva di fare, il numero era al certo insufficiente. In tale occasione ebbi quindi pure motivo di risentimento col conte Di Cavour, poiché,

avendo io dal quartiere generale del Re a San Germano ricevuto assicurazione dal Re, il quale aveva la dittatura, che i corpi dei volontari allora formantisi in Acqui sarebbero immediatamente mandati a' miei ordini, o per un motivo o per l'altro non furono mandati mai; ed io dovetti rimanere là con quella poca gente.

Non parlerò ora della condotta del Ministero circa le mie operazioni nell'Italia meridionale. Credo che poco più, poco meno, tutto il mondo ha di ciò conoscenza. Non tornerò quindi sopra un argomento che potrebbe forse dar luogo a dispiaceri. Dirò solamente una parola relativamente alla ferma, a cui fece allusione l'onorevole conte. Dirò all'onorevole generale Fanti sembrarmi che al mondo si debbano calcolare gli individui dai risultameli delle opere loro. Ora, qualche cosa debbo avere veduto anch'io, e si potrebbe quindi talvolta consultarmi, chiedere il mio parere. Qualche cosa credo di averla fatta anch'io, o bene, o male. Parlerò dunque della ferma.

Io diedi nell'Italia centrale un consiglio al ministro della guerra, ed ora il risultamento corrisponde a quel mio consiglio. Io gli diceva in quell'epoca: fate stare i volontari sino alla fine della guerra, ed i volontari non abbandoneranno le bandiere, finché l'Italia non sia completamente libera.

Il generale Fanti si ostinò a voler dare una ferma ai volontari; ma, se il medesimo mi avesse ascoltato, quei dieci o dodici mila volontari che poscia abbandonarono le file a detrimento anche delle cose nostre, i sarebbero ancora; essi sarebbero rimasti in servizio come i miei volontari dei Cacciatori delle Alpi sino a sei mesi dopo il termine della guerra.

E questa è la risposta che io fo all'onorevole presidente del Consiglio relativamente alla ferma.

L'onorevole presidente del Consiglio ha fatto anche parola della non necessità dei volontari, quando non si è in tempo di guerra.

Io domando se siamo in una situazione molto meno prossima alla guerra, di quello che lo sia l'Inghilterra. Io credo che l'Inghilterra è in molto minor pericolo di guerra che l'Italia.

Noi abbiamo disgraziatamente ancora nemici al centro, perché io considero quelli che occupano Roma come nemici.

Io sono franco amico della Francia; ma, lo dico al cospetto del mondo, considero come nemici gli stranieri che sono a Roma.

Noi abbiamo poi il nostro capitale nemico sul Mincio. In conseguenza mi pare che ci troviamo in maggior probabilità di guerra che non l'Inghilterra.

Eppure vediamo che l'Inghilterra ha 180 mila rifles volunteers, che vuol dire volontari, ed essa non ha più paura di quella certa invasione di cui si è parlato nei tempi passati, perché conta su di un popolo armato, che non è solo rappresentato da 180 mila volontari, perché intorno ad essi si raggranella la nazione; che vuol dire i milioni; e coi milioni non si combatte.

L'Inghilterra non teme invasione per i suoi volontari, e questo io dico per rispondere alle osservazioni dell'onorevole presidente del Consiglio.

Relativamente poi ai quadri, io capisco che il generale Fanti è uomo che abbisogna di quadri; sì, lo capisco anch'io; ma io potrei dire al generale Fanti, che i mille di Marsala partirono senza essersi formati i quadri; ed intanto qualche cosa fecero anch'essi. Con ciò voglio dire che, senza tanti quadri, avendo del materiale da fare dei soldati, si può, massime quando si tratta di una causa nazionale, dare delle bastonature in tutte le forme. (Ilarità generale)

583 - TORNATA DEL

Mi pare di avere anche in questa parte dato risposta alle osservazioni dell'onorevole presidente del Consiglio.

DI CAVOUR C., presidente del Consiglio. Prego la Camera di permettermi di dare una spiegazione al generale non già che lo mi lusinghi di poter vedere ricondotta quella concordia alla quale ci invitava l'onorevole deputato Bixio; so che vi esiste un fatto, che stabilisce fra l'onorevole generale e me forse un abisso...

GARIBALDI. Pregherei l'onorevole presidente del Consiglio di voler compiacersi di volgersi dalla mia parte, ond'io lo possa sentire, e gliene sarò molto grato.

DI CAVOUR C., presidente del Consiglio. (Volgendosi verso la parte sinistra della Camera)... so che fra l'onorevole generale e me vi esiste un fatto che stabilisce un abisso fra noi due.

Io ho creduto compiere un dovere doloroso, il più doloroso che abbia compiuto in vita mia, consigliando al Re e proponendo al Parlamento di approvare la cessione di Nizza e della Savoia alla Francia.

Al dolore che ho provato io, posso comprendere quello che ha dovuto provare l'onorevole generale e se egli non mi perdona questo fatto, io non gliene faccio appunto. (Viva sensazione)

Ma, desiderando far scomparire le cagioni secondarie che possono aver prodotto nell'animo dell'onorevole generale ribaldi qualche irritazione rispetto a me, debbo dargli una spiegazione sui due fatti da lui indicati al principio del suo discorso.

Egli disse che nella formazione del corpo dei volontari non gli si faceva la parte equa. Me ne duole, e me ne doleva allora. Tuttavia io posso ricordare all'onorevole generale baldi che la persona che serviva d'intermediario fra l'onorevole generale e me, cioè l'onorevole generale Cialdini, mi ripeté più e più volte che il generale si contentava di quello che gli era assegnato, e che anzi consigliava a quelli che avevano i requisiti per entrare nelle file dell'esercito di entrarvi.

Io non so se l'onorevole generale Cialdini avesse data una troppo lata interpretazione alle parole del generale ma mi ricordo d'aver ciò udito dalla bocca del generale Cialdini più volte.

In secondo luogo il generale fu irritato da ciò che il corpo dei Cacciatori degli Apennini non venne immediatamente mandato a raggiungerlo, massime dopo la battaglia di Treponti.

Ora qui bisogna entrare in un dettaglio, che forse il generale ignora, ma che gli proverà che io altamente apprezzava i servizi ch'egli poteva rendere.

Dopo la battaglia di Treponti, mi si disse che si era dato l'ordine al generale di andare in Valtellina.

In verità, lo confesso schiettamente, mi pareva un grande errore.

La Valtellina non era un teatro, ove il generale potesse operare ciò di che era capace. Didatti, stante la neutralità del territorio appartenente alla Confederazione germanica, stante la neutralità del Tirolo, l'azione del generale doveva esstre ristretta ad aspettare che dei nemici venissero ad attaccarlo. Ora questa non è una parte che spetti al generale

Io feci il possibile per far revocare quest'ordine, onde si assegnasse al generale una parte più consentanea a ciò ch'egli poteva e sapeva fare. Non fui ascoltato per altre ragioni; ma in ciò mi pare che io non era osteggiatore,

ma apprezzatore del generale

Quando venne quest'ordine di mandare il generale baldi in Valtellina, il corpo dei Cacciatori degli Apennini era stato costituito, ordinato, rivestito; ed io dissi: in verità,per mandare questo corpo in Valtellina, dove non è possibile di battersi, anche per considerazioni diplomatiche ( perché non stava a noj, alleati della Francia, di rompere un patto che avevamo sancito colla Francia, cioè quello di rispettare il territorio della Confederazione germanica), io dissi allora: poiché non si batte in Valtellina, mandiamo questi cacciatori sul Mincio, dove si batteranno. E si è per questo motivo che, partendo da Torino, diedi ordine ai Cacciatori degli Apennini di portarsi sul Mincio.

Quell'ordine venne modificalo, e, se non erro, vennero poi anche questi cacciatori diretti in Valtellina.

E questo, mi scusi l'onorevole generale , credo che fu anche un errore, perché forse,seguendo il mio ordine, non so se sarebbero ancora arrivati a tempo per prender parte alla battaglia di San Martino,

ma ne avrebbero avuto almeno la possibilità; invece che, fino a tanto che per un errore militare il generale

si teneva in Valtellina, era quasi impossibile che le truppe in quella località prendessero parte alla guerra.

FANTI, ministro della guerra. C'era anche la quarta divisione.

DI CAVOUR C., presidente del Consiglio. Sì, ce n'era anche troppo. E poi, il servizio che si aveva a fare nella Valtellina e nelle valli adiacenti era più nell'indole di truppe regolari che di volontari, i quali, per loro natura, sono sempre colle armi in ispalla in attesa dei nemici, de' quali sarebbe stato improbabilissimo ivi l'incontro.

Mi premeva assai di dare queste spiegazioni, le quali saranno per convincere, io spero, l'onorevole che almeno in queste due circostanze non fui animato da sentimenti non benevoli per lui.

Mi lusingo che da questi fatti potrà trarre argomento come in molte e molte circostanze abbia egli potuto essere tratto in errore sulle intenzioni del Ministero e del presidente del Consiglio a suo riguardo. (Bravo! Bene!)

GARIBALDI. Io mi dichiaro soddisfatto delle spiegazioni date dall'onorevole presidente del Consiglio. (Benissimo! Bravo!) Però (Sensazione), mi permetterà la Camera di esprimere un desiderio che potrebbe far scomparire qualunque dissidio. (Bene!) Parlo dei dissidi politici che oggi si attribuiscono a me ed al conte Di Cavour; però sempre nel senso retto di giudicare del nostro paese.

Comunque io abbia dei sentimenti avversi al conte Di Cavour, non ho mai dubitato che non sia anch'egli amante d'Italia. (Bene!)

II mio desiderio sarebbe questo: che l'onorevole conte, valendosi della potente sua influenza, promuovesse la legge sull'armamento nazionale da me proposta, e volesse avere la bontà anche di far ritornare quegli elementi dell'esercito meridionale, che sussistono ancora, là sul terreno ove potrebbero essere utili all'Italia, soffocando le reazioni che minacciano ogni giorno.

Questo è il desiderio che io manifesto alla Camera.

PRESIDENTE. Il deputato Crispi ha facoltà di parlare.

CRISPI. Quando io chiedeva l'aggiornamento della discussione, soggiungeva che essa doveva farsi con calma e sangue freddo. Ora dirò che io sarei fortunato se da questa discussione ne potesse nascere e potesse consolidarsi quella concordia, la quale è supremamente necessaria al trionfo della causa nazionale.

584 - CAMERA DEI DEPUTATI SESSIONE DEL

E perché no? Noi ne abbiamo avuti degli esempi anche in condizioni più difficili che l'attuale.

Signori, io cospirai per sedici anni, affinché la mia patria avesse ottenuto un regime di libertà; e mi ricordo che sino dal 1845, in certe riunioni, alle quali prendeva anche parte il nostro collega, l'onorevole barone Poerio, ci riunivamo uomini di diversa fede politica. In quelle riunioni vi erano monarchici, repubblicani, federalisti, unitari, ma tutti nemici dei Governi che esistevano in Italia, tutti patriotti che lavoravano uniti e compatti per distruggere, per rovesciare questi Governi.

Nel 1859 due volte percorsi travestito e con finto nome la Sicilia, e nei Comitati trovai le stesse differenze negl'individui che li componevano. Ebbene, signori, noi siamo giunti a metterci d'accordo sopra un programma comune, e gli effetti di questa concordia li vedete nella rivoluzione che s'è fatta nel

Dopo le solenni manifestazioni della volontà nazionale, i dissentimenti, le discordie dovrebbero completamente cessare. In quest'aula per lo meno non vi può essere quistione di principii politici, giacché abbiamo tutti prestato lo stesso giuramento; ci potrebbe essere forse qualche differenza di metodo per raggiungere lo scopo che tutti ci siamo prefisso, ma lo scopo è identico: vogliamo tutti l'Italia una con Vittorio Emanuele, Re costituzionale; vogliamo tutti, a suo tempo, io non vi dico oggi, cacciare lo straniero da quelle parti d'Italia in cui lo straniero ancora impera. Ora, se siamo d'accordo nello scopo, perché non si troverà anche un mezzo d'essere d'accordo nel metodo?

Ho voluto io stesso accennare a queste idee, appunto perché venga da questi banchi un'eco alle generose parole del generale Bixio, che con commozione ho sentito accettate dal presidente del Consiglio.

Verrebbe ora la questione dell'esercito meridionale.

In non tesserò la storia di questo esercito; d'altronde son qui i veri attori di quel nobile dramma dell'Italia meridionale, i quali potrebbero parlarne meglio di me. Io non fui che un semplice soldato, e non rappresentai la parte splendidissima che vi hanno rappresentata i nostri generali. Ma, senza tessere questa storia, limitiamoci unicamente a trovare un mezzo, affinché a questi uomini, che hanno resi sì segnalati servizi al paese, sia fatta quella giustizia che essi meritano. Io credo che non potremmo inaugurare meglio la concordia, che ci vien chiesta, che rendendo a quel nobile esercito la giustizia che gli è dovuta.

Poste queste idee, io non mi dilungo; io non voglio affatto, per non amareggiare la Camera, per non mettere dei malintesi che sarebbero in questo momento disaggradevoli, io non voglio fare nessuna censura a quello che fu detto dal ministro della guerra; io non vengo ad analizzare i fatti da lui accennati; non vengo a correggere la storia che egli ci ha data dei volontari degli altri paesi; non vengo neppure a parlare degl'inconvenienti che poterono anche succedere nell'Emilia quando si fece l'esercito che oggi gloriosamente e debitamente fa parte dell'esercito nazionale. No, non farò nulla di ciò, per non venire a paragoni che rifuggo di fare.

E qui concludo che, se da questa discussione potesse nascere quella concordia

che desidero con tutto il mio cuore, io sarei pronto a benedire anche all'infausto incidente con cui cominciò questa seduta; si, lo benedirei, qualora arrecasse questi utili risultati. (Bravo! Benissimo!)

PRESIDENTE. Darò lettura delle varie proposte che furono presentate.

La prima è del deputato Ricasoli Bettino:

La Camera, udite le dichiarazioni del Ministero, persuasa che la franca attuazione del decreto dell'11

sulla formazione dei volontari in corpo d'armata, mentre provvederà convenientemente alle sorti del valoroso esercito meridionale, varrà ad accrescere e coordinare in modo efficace le nostre forze, e sicura che il Governo del Re alacremente darà opera all'armamento e alla difesa della patria, come a lui solo spelta, passa all'ordine del giorno.»

La seconda è del generale :

«La Camera, esprimendo il desiderio che il Ministero ricostituisca immediatamente l'esercito meridionale, tenuto conto del risultato dello scrutinio operalo dalla Commissione, e ne formi un corpo d'armala, il quale possa essere specialmente composto di volontari, passa all'ordine del giorno.»

La terza è del deputato Pace:

«La Camera, confidando che il ministro della guerra, di concerto col generale organizzerà nel più breve tempo possibile l'esercito meridionale in settimo corpo d'armata, dichiara quell'esercito benemerito della patria, il suo illustre generale degno di riconoscenza nazionale, e passa all'ordine del giorno.»

La quarta è del deputato Vincenzo Ricci:

La Camera, riservandosi di esaminare i progetti d'armamento che le sono sottoposti, e di provvedere a quanto può accrescere l'esercito regolare, non meno che quello dei volontari, passa all'ordine del giorno, nella certezza che nei giorni del pericolo e della lotta uno sarà il cuore, come uno è il dovere di tutti gl'Italiani.»

Il signor Ricasoli desidera di sviluppare la sua proposta?

RICASOLI BETTINO. Quando io ho chiesto la parola, egli era per proporre alla Camera, quando le piacesse di chiudere questa discussione, un ordine del giorno, che, essendo stato già letto dal presidente, non ho più che a dire in poche parole quali sono le idee che con esso vorrei far prevalere, senza però fissare al Governo norme così assolute, che cambierebbero completamente la missione e del Parlamento e del Governo. Imperocché a questo soltanto sta il governare; nel che egli è responsabile dirimpetto al Parlamento e al paese; egli solo può conoscere le misure, i tempi e le circostanze dell'operare.

Che cosa deve volere il Parlamento? Pare a me non possa voler altro se non tre cose: 1° provvedere convenientemente ai gloriosi avanzi dell'esercito dell'Italia meridionale; 2° coordinare i volontari coll'esercito regolare; 5° spingere alacremente l'armamento nazionale, onde la patria si trovi sempre pronta a lutle le eventualità. Io non saprei aggiungere altre parole, perché credo che nell'ordine del giorno da me proposto chiaramente sia espresso il fine, cui il Parlamento italiano deve mirare.

PRESIDENTE. Il generale vuole ancora svolgere il suo ordine del giorno, o si riferisce alle cose già dette?

GARIBALDI Mi riferisco al già detto.

BIXIO. Domando di sostenere l'ordine del giorno del generale se però la Camera me lo permette, lo farei domani. Io avrei bisogno di vedere alcune cose che il signor generale Fanti ha asserito; io vorrei che questa discussione fosse esaurita

585 - TORNATA DEL

in tutte le sue parti; quindi vuolsi procedere in questa discussione in tutta buona fede e franchezza. Parrai che l'ora sia tarda, che d'altronde non sia regolare non rispondere a certi appunti stati fatti, e precipitare il termine della discussione votando sopra una cosa che resterebbe incompleta. Pregherei quindi la Camera di voler rimandare la discussione a domani.

PRESIDENTE. Consulterò la Camera se intenda protrarre la discussione a domani.

MACCHI. Pregherei il signor presidente a voler dare ancora una volta lettura dell'ordine del giorno proposto dal deputato Pace, per vedere se mai fosse possibile su quello metterci più facilmente d'accordo.

PRESIDENTE. La proposta del deputato Pace è cosi formolata:

«La Camera, confidando che il ministro della guerra, di concerto col generale organizzerà nel più breve tempo possibile l'esercito meridionale in 7° corpo d'armata, dichiara quell'esercito benemerito della patria, il suo illustre generale degno di riconoscenza nazionale, e passa all'ordine del giorno.»

Consulto dunque la Camera...

PICA Chiedo di parlare sulla domanda del generale Bixio.

PRESIDENTE. Il deputato Pica ha facoltà di parlare.

PICA. Signori, il generale Bixio ha profferite parole che escivano dal profondo dell'animo suo; parole che hanno commosso tutta questa Assemblea, parole di concordia. Ebbene, negheremo noi di dare primi l'esempio della concordia? Non concederemo al generale Bixio di poter tranquillamente, pacatamente esaminare le cose che l'onorevole ministro della guerra ha quest'oggi esposte alla Camera, onde poter dare la risposta che egli crede conveniente a nome suo, ed a nome de' suoi commilitoni? Io credo che sarebbe un cattivo avviamento verso la concordia il negargli questo diritto.

PRESIDENTE. Consulterò la Camera se intenda rimandare la discussione a domani. Coloro che sono d'avviso che si debba chiudere quest'oggi la seduta e protrarre la discussione a domani, sono pregati d'alzarsi.

(La discussione è rinviata a domani.)

La seduta è sciolta alle ore 5 e 1[2.

Ordine del giorno per la tornata di domani:

1 Seguito della discussione sulle interpellanze del deputato Ricasoli Bettino relativamente all'esercito meridionale;

2° Svolgimento della proposta di legge del deputato baldi per l'armamento nazionale;

3° Discussione del progetto di legge che concerne la pensione alle vedove dei militari, il cui matrimonio non fu autorizzato, e alla loro prole;

4» Interpellanze al ministro dei lavori pubblici: del deputato Pescetto, circa li ferrovia da Savona a Torino; del deputato San Severino circa la ferrovia da Treviglio a Cremona

8° Relazione di petizioni.

TORNATA DEL 19 APRILE 1861

PRESIDENZA DEL COMMENDATORE RATTAZZI.

SOMMARIO. Congedo. - Convalidamene di due elezioni. -Seguito della discussione per le interpellanze del deputato Bettino Ricasoli sull'esercito meridionale - Osservazioni del deputato Petitti intorno ad alcune parole del ministro per la guerra dette nella seduta di ieri, relative al ministro La Marmora - Spiegazioni del ministro per la guerra - Schiarimenti del deputato Di Pettinengo -Nuovo voto motivato proposto dal deputato in modificazione del primo - Discorso del deputato Casaretto per la ricognizione dei gradi conferiti nell'esercito meridionale - Discorso del deputato Cadolini nello stesso senso, e suo appoggio alla proposta - Discorso del deputato Liborio Romano in difesa dell'esercito napoletano. ~ Presentazione di due disegni di legge, l'uno del ministro per la marineria, per riforma della sanità marittima, l'altro del ministro guardasigilli, per stabilire a 21 anni l'età maggiore in Lombardia. - Discorso del deputato Bixio in appoggio della proposta ed in risposta al ministro per la guerra - Discorso del deputato Stellano in critica dell'operato del Ministero - Discorso del deputato Cuoia in risposta ai precedenti oratori, e suo appoggio alla proposta Ricasoli.

La sedata è aperta all'una e mezzo pomeridiane.

MASSARI, segretario, dà lettura del processo verbale della tornata precedente, il quale è approvato.

(Entra in questo punto il generale accolto dagli applausi delle tribune e di parte della Camera.)

MISCHI, segretario, espone il seguente sunto di petizioni:

6992. Il deputato Calvino presenta una petizione sulla necessità di rispettarsi i debiti della nazione siciliana, contratti negli anni 1848 e 1849.

6993. Granatei Francesco, dei Marchesi di Serranova di Mesagne, provincia di Terra d'Otranto, reclama contro le disposizioni del decreto 17 febbraio della luogotenenza di Napoli, per quanto concerne l'abolizione dei monasteri, dei capitoli e di ogni altro ente morale.

6994 11 municipio di Genova, credendosi ingiustamente Camera Dei Deputati - Discussioni del 4

! gravato dalle leggi 24 giugno 1852 e 1° maggio 1853, concernenti i porti e spiagge, domanda la riforma delle medesime, onde essere esonerato dal contributo nelle spese del | porto di quella città.

6995. II Consiglio comunale di Castelvetere, in Principato Ulteriore, espone le ragioni per le quali ravvisa ingiusta ed illegale la misura provocata dal governatore della provincia, approvata dal Ministero, relativa alla risoluzione di un contratto di appalto per costruzione di un tronco di strada.

PRESIDENTE. Il deputato Calvino ha facoltà di parlare sul sunto delle petizioni.

CALVINO. Prego la Camera a voler dichiarare d'urgenza la petizione 6992, colla quale si chiede il riconoscimento dei debiti contratti dalla Sicilia nel 1848 e nel 1849, specialmente perché il 30 corrente scade il termine prescritto da

un decreto della luogotenenza del dicembre passato, che commuta in iscrizioni di rendita sul gran libro dei Debito pubblico i titoli di quei debiti. (È ammessa l'urgenza.)

PRESIDENTE. Il deputato Zuppetta scrive che, dovendo assentarsi per bisogni urgenti, gli occorre un congedo di quattro settimane.

(È accordato.)

VERIFICAZIONE DEI POTERI.

PRESIDENTE. Se vi hanno relatori che siano preparati a riferire sopra elezioni, li invito a venire alla ringhiera.

MACCABRUNI, relatore. A nome del VI ufficio, ho l'onore di riferire alla Camera sulla nomina del dottor Giuseppe Robecchi a deputato del collegio di Gorgonzola.

Questo collegio si divide in due sezioni: la prima di,Gorgonzola con 314 elettori iscritti; di Cassano l'altra con 212: totale elettori iscritti 426.

Al primo squitinio votarono 246 elettori; dei quali 68 a favore di Villa-Pernice dottor Angelo,56 dell'avvocato Giuseppe Robeccbi,26 di Namias avvocato Achille,24 di Villa-Pernice, senz'altra indicazione; voti dispersi 28, nulli 44.

Nessuno avendo raggiunta, la maggioranza, si passò al ballottaggio fra i due che avevano riportalo un numero maggiori di voti, vale a dire fra l'avvocato Giuseppe Robecchi ed il dottore Angelo Villa-Pernice.

Volarono a questo squitinio 253 elettori, dei quali 136 diedero il suffragio a favore dell'avvocato Giuseppe Robecchi,97 a favore di Villa-Pernice dottor Angelo; per cui il primo fu proclamato deputato.

Non vuolsi però lacere di due proteste che vennero dettate a protocollo del primo squittinio.

La prima di esse si riferiva alla nullità di 22 schede, nelle quali, mentre era indicato il nome di parentela di Villa-Pernice, non vi era però espresso il nome di battesimo.

La discussione circa la nullità di queste schede non presentava alimento alcuno o motivo, ché, tenuto anche calcolo delle medesime, il Villa-Pernice non avrebbe raggiunto il terzo dei voti, e si sarebbe quindi egualmente dovuto passare al ballottaggio.

L'altra protesta fu relativa ad un preteso broglio elettorale. Vennero pubblicali i nomi di due persone, come corrotte a favore del Villa-Pernice, e furono pure addotte le testimonianze per istabilire questo fallo colpevole.

Siccome però questo preteso broglio elettorale si riferirebbe a perdona che non risulta nominata, così l'ufficio VI non ha credulo di occuparsene, essendo suo dovere quello di provvedere a che nessuna persona sospetta di tale cosa entri nella Camera, ma non quello di farsi accusatore di fatti che sono di competenza dei tribunali.

A nome quindi dell'ufficio VI propongo alla Camera la convalidazione a deputato del collegio di Gorgonzola del dottore Giuseppe Robecchi.

(La Camera approva.)

URBANI, relatore. Ho l'onore di riferire alla Camera sull'elezione del collegio di Forlì.

Questo collegio è composto di quattro sezioni: due di Forlì, Civitella e Meldola.

Gli elettori iscritti nel collegio sono 983; di questi si presentarono al primo scrutinio 303 elettori.

I voti si divisero nel seguente modo:

Al conte Cesare Albicini 266; al signor Saffi conte Aurelio 29; voti dispersi 7, nulli 2.

Non avendo alcuno dei candidati ottenute le condizioni volute dalla legge, fu necessità venire allo scrutinio di ballottazione.

In questo comparvero 280 elettori, i quali diedero i loro voti nel modo che segue: al conte Cesare Albicini 261; al conte Aurelio Saffi.19. In conseguenza il conte Cesare Albicini fu proclamato deputato.

Le operazioni elettorali sono in regola; non vi esiste reclamazione; quindi ho l'incarico dal I ufficio di proporre la convalidazione dell'elezione del collegio di Forlì, fatta nella persona del conte Cesare Albicini.

(La Camera approva.)

SEGUITO DELLA DISCUSSIONE INTORNO ALLE INTERPELLANZE

DEL DEPUTATO BETTINO RICASOLI SULL'ESERCITO MERIDIONALE.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno porta il seguito della discussione sulle interpellanze del deputato Ricasoli intorno all'esercito meridionale.

Il deputato Petitti ha facoltà di parlare.

PETITI. Ieri non potei seguire compiutamente il ministero della guerra per la speditezza con cui lesse il suo discorso. Oggi, percorrendolo nel resoconto che ci fu comunicato, scorsi che in una parte presta ad un'interpretazione che spiacerebbe per cerio al signor ministro, siccome quella che credo non fosse nell'intenzione sua. Penso pertanto di fargli cosa grata a porgergli l'occasione di togliere ogni equivoco al riguardo.

Il ministro, nello scopo di enumerare quanto egli fece per aumentare l'esercito stanziale e le difese del paese, espose, sotto il suo punto di vista, la condizione delle cose nel tempo in cui entrò al Ministero, e da quest'esposizione taluno potrebbe dedurne che armata, materiali e fortilizi fossero insufficienti in guisa a procurare al suo predecessore la taccia d'incapacità o trascurane.

Io sono amico del generale La Marmora; ma, se sorgo a parlare oggi, mi spinge un sentimento d'ordine più elevato ancora dell'amicizia.

Tutti qui e fuori abbiamo la coscienza che le prove per l'Italia non sono terminale; tutti sentiamo che verrà il giorno in cui, per combattere le ultime battaglie dell'indipendenza, per superare le difficoltà somme che ci restano, sarà necessario, indispensabile il concorso di coloro che si acquistarono un prestigio coll'importanza de' servizi resi. È una fortuna per la patria che esistano di questi uomini, nei quali la nazione e l'armata hanno fiducia, e sarebbe una disgrazia che la loro autorità ed influenza diminuisse. Il generale La Marmora è certamente nel numero di quelli sui quali il paese fa calcolo, e a provarlo basta ricordare con quanto dispiacere sia stato accolto da tutti, senza distinzione di partiti, l'annunzio ch'egli fosse per ritirarsi.

La nazione sa quanto ha fatto il generale La Marmora per la difesa del paese e per l'armata; sicché, a vero dire, non basta un discorso per farglielo dimenticare.

587 - TORNATA DEL 19

Ma per quello spirito di concordia al quale fece appello il generale Bixio, ed al quale feci vivo e sincero plauso, io opino che torni utile che sia tolto persino il dubbio che fosse nella mente del ministro della guerra di diminuire la meritata riputazione del suo predecessore.

non seguirò il ministro della guerra nei particolari della sua esposizione, sia per rettificare alcune sue asserzioni circa la condizione dell'armata e delle difese nel tempo in cui assunse il portafoglio della guerra, sia per esaminare il suo successivo operato; imperocché per questo dovrei instituire e fare paragoni, i quali sono sempre odiosi, e mi trarrebbero in un terreno che spiacerebbe alla Camera, perché potrebbe far sorgere questioni di persone, le quali, per solito, non conducono allo scopo a cui miriamo tutti, di cementare la concordia.

Per altra parte, quand'io volessi far conoscere alla Camera lo stato dell'esercito nel tempo in cui il generale La Marmora abbandonò il Ministero della guerra, noi potrei fare compiutamente e bene quanto il fece il generale stesso nella pubblicazione da lui diretta nel febbraio 1860 a' suoi elettori di Biella, alla quale anche i suoi avversari resero giustizia.

Mi limiterò pertanto a pochi e semplici argomenti.

Il generale La Marmora usci dal Ministero prima dell'annessione dell'Italia centrale, vale a dire quando lo Stato contava poco più di 8 milioni di abitanti, e consegnò al suo successore 8 divisioni si abbondantemente fornite d'uomini e di quadri, che il ministro della guerra, da reggimenti composti di 17 o compagnie, poté trarne oltre a 10 compagnie per completare i corpi provenienti dall'Italia centrale, e per formare nuovi reggimenti.

Non credo che il ministro potesse dare una prova più evidente del buon concetto in cui aveva egli stesso l'esercito lasciatogli dal generale La Marmora

Il ministro della guerra fa parte d'un Gabinetto presieduto dal mio amico il conte Di Cavour, il quale, prima del generale Fanti, ebbe con lui per otto anni il generale La Marmora, senza che nessuno s'accorgesse mai che credesse d'avere un collega inetto o trascurante.

Non intendo di diminuire per nulla il merito e la risponsabilità dell'attuale ministro, ma per coloro che conoscono gli affari e sanno quanto brevi siano le 24 ore d'un giorno per un ministro che sta a capo d'un dicastero di tanta mole, non è ignoto che l'esito di molte pratiche dipende dai capi d'ufficio, dai quali sono più particolarmente trattate; tant'è vero che per molti l'arte di ben governare equivale all'arte di conoscere e scegliere le persone. Ora, nell'esposizione del ministro della guerra la parte forse più importante, e quella che gli fa anche più onore, e nella quale il confronto da lui fatto sarebbe maggiormente a pregiudizio del suo predecessore, è quella concernente le fortificazioni ed i materiali da guerra, la quale è diretta dal nostro collega, e mio amico e vicino, il generale Di Pettinengo...

DI PETTINENGO. Domando la parola.

PETITTI... che occupava quel posto già sotto l'amministrazione del generale La Marmora, e nessuno di voi vorrà credere che la direzione presieduta dal nostro collega facesse tutto male sotto il generale La Marmora e tutto bene sotto il generale Fanti.

Ma, il dissi nell'esordire del mio discorso, il generale Fanti non può aver avuta l'intenzione di dar origine a siffatte interpretazioni, e sarà soddisfatto di dichiararcelo, ed io sarò lieto d'avergli data occasione di farlo.

MELLANA. Domando la parola.

PRESIDENTE. È per un fatto personale?

MELLANA. No.

FANTI, ministro della guerra. Domando la parola,

DI PETTINENGO. Mi permetta una parola.

PRESIDENTE. È per un fatto personale?

DI PETTINENGO. È per una spiegazione.

PRESIDENTE. Se non è per un fatto personale, siccome, tranne questo caso, il Ministero ha la precedenza, io devo dare la parola al ministro della guerra.

FANTI, ministro per la guerra. Veramente mi sorprendono le osservazioni del signor Petitti, perché non credo che nella mia relazione vi sia cosa alcuna che possa offendere il generale La Marmora

MELLANA. Domando la parola.

FANTI, ministro per la guerra perii quale tutti sanno quanta stima io professi. Ho detto che egli aveva formato otto divisioni, e che quello che si è provvisto dappoi è stato il materiale da guerra.

Se il generale Pettinengo continua nell'antica carica, ciò prova che io nelle persone non cerco che l'attitudine, e non il colore politico; non guardo se sono state con questo o con quel ministro, ma solo se possono fare il bene del paese. Per questo motivo appunto ho continualo con molto piacere a valermi dell'opera del generale Pettinengo, come di altri molti; così credo che anche il generale Incisa è un antico amico del generale La Marmora. Dunque tutto questo prova che io ho sempre avuto la più grande stima per il generale La Marmora, e che, se in alcune cose non sono con lui dello stesso avviso, in ciò non vi è niente di personale.

D'altronde io non so veramente che cosa abbia detto, su cui possa fondarsi il dubbio espresso: ho detto che, non ostante il diverso parere d'un distintissimo generale, io sperava che la mia opera avrebbe avuto un esito felice. Questo solo ho detto, e non altro.

Aggiungerò poi ciò che tutti sanno, vale a dire che il generale La Marmora ha non solo organizzato l'esercito, ma le impresse quello spirito militare che forse gli avvenimenti del 1848 e 1849 le avevano un poco fatto dimenticare. Tatti lo sanno, che dobbiamo a lui specialmente la bella condotta dell'armata nostra in Crimea, la quale non solo rialzò immensamente la medesima, ma eziandio il paese. Questo sono io il primo a proclamarlo. (Bravo! Bene!)

Finalmente molli dei nostri onorevoli colleghi sanno quanta amicizia egli abbia dimostrato a mio riguardo negli affari del 1848 e del 1849, ciò che certamente molti non avrebbero avuto il coraggio di fare. (Segni d'approvazione)

PETITTI. Il ministro della guerra si stupì delle mie osservazioni, probabilmente perché non fece abbastanza attenzione al modo con cui esordii, vale a dire alla mia dichiarazione, che, a mio avviso, il ministro non intése di proposito deliberalo di provare che il generale La Marmora avesse lasciato l'armata e le difese del paese in condizione insufficiente ai suoi bisogni. Sta però di fatto che le parole della sua relazione possono lasciarlo credere, e per dimostrarlo non ho che a leggere le seguenti parole:

588 - CAMERA DEI DEPUTATI SESSIONE DEL

Otto divisioni erano state formate dal mio predecessore, ma le tre ultime, create dopo la campagna del 1889, non avevano ancora il materiale occorrente. La cavalleria, l'artiglieria ed il treno difettavano grandemente di cavalli, perché era mancato il tempo per provvederli. Le batterie, gli equipaggi da ponte, i traini ed i carri supplivano unicamente alle cinque antiche divisioni. La brigata Pavia, che doveva fare parte di una delle tre divisioni, non era creata.»

Colle spiegazioni date dal ministro della guerra, questo dubbio non esiste più, ed io sono lieto d'avergli dato occasione di farlo cessare.

Ora tutti sappiamo che il materiale, che il ministro accennò nella sua relazione come mancante, si preparava negli arsenali ed era stato commesso d'ordine del generale La Marmora; cosicché, se successivamente egli poté ottenere

DI CAVOUR C., presidente del Consiglio. Io posso confermare quello che ha dello il generale Petitti, che non è in contraddizione con quello che ha risposto l'onorevole generale Fanti.

Io ho retto il Ministero della guerra per alcuni giorni dopo che il generale La Marmora si era ritirato e che il generale Fanti non aveva ancor assunto le redini di quel dicastero; sono dunque al fatto di ciò di cui si parla in questo momento. Il generale La Marmora aveva potuto formare tre divisioni in pochi mesi; ma era impossibile che in sì breve tempo creasse le batterie, provvedesse i cavalli e ordinasse il servizio delle sussistenze; le disposizioni però erano date, ed io mi ricordo che il primo giorno che entrai al Ministero firmai il contratto per l'acquisto in Inghilterra delle macchine dei due rimorchiatori che sono stati varati pochi giorni sono sul Po. Tutto ciò era stato ordinato dal generale La Marmora, quindi non è mai stata intenzione del ministro della guerra di menomare il merito del generale La Marmora sul fallo della creazione delle anzidette divisioni. Io poi debbo dire che, per mio avviso, nell'ordinamento di esse ha proceduto con molta abilità, e che l'opera sua ebbe un'ottima riuscita.

Siccome si trattava di un ingrandimento non straordinario, egli l'ha condotto in modo che le nuove divisioni fossero composte di elementi solidi, disciplinati ed istruiti al pari delle antiche divisioni, come l'hanno dimostrato nell'ultima campagna, nella quale le nuove divisioni hanno gareggiato colle antiche di valore e di disciplina.

PRESIDENTE. Darò cognizione alla Camera

MELLANA. Ho domandata la parola su questo incidente.

PRESIDENTE. Io non posso interrompere l'ordine degli inscritti. Del resto, quest'incidente non ha più seguito.

DI PETTINENGO. Ho domandata anch'io la parola per dare una spiegazione che rientra nel fatto personale.

PRESIDENTE. Le aveva chiesto se aveva domandala la parola per un fatto personale ed ella non mi aveva risposto...

DI PETTINENGO. Mi duole assai che il mio udito non mi abbia permesso di sentire la dimanda del signor PRESIDENTE.

PRESIDENTE. Allora parli.

DI PETTINENGO. Onorato della confidenza, così del generale La Marmora, come del generale Fanti, nella direzione di parte importante dell'amministrazione della guerra, cioè dal suo predecessore di tutta la parte che si riferiva all'amministrazione, all'artiglieria e alle fortificazioni, e successivamente, per i nuovi ordinamenti del Ministero della guerra, di quella dell'artiglieria, delle fortificazioni e dello stato maggiore, credo di poter dare alcune spiegazioni, le quali varranno a stabilire l'esattezza dei fatti.

Prevedendo che probabilmente in questa discussione si sarebbe portata la questione su fatti relativi alla parte che io ho l'onore di dirigere nel Ministero della guerra, ho portato con me due manoscritti.

Il primo, ebbi l'onore di rimettere al generale Fanti il giorno che egli ha assunto il portafoglio della guerra, ed in esso è esposta la condizione in cui si trovavano gli importanti rami di servizio sovracilati, che è quanto dire ciò che era stato fatto dal suo predecessore dall'epoca che assunse il Ministero, cioè dall'agosto dell'anno precedente al giorno in cui lo abbandonava, nella quale epoca appunto io era stato riassunto alla direzione generale dell'amministrazione militare e del materiale.

Il secondo documento è quello che ho avuto l'onore di presentare al generale Fanti in questi giorni e che consiste nella relazione di tutto quanto fu fatto sotto i suoi ordini per la parte che si riferisce al materiale d'artiglieria, del genio e dello stato maggiore.

Questi due documenti, io penso che il ministro della guerra non avrà difficoltà, ove lo creda la Camera, che siano deposti presso la Segreteria, per darne visione a chi lo desideri, e da questi documenti avrà ognuno argomento di rilevare la giustificazione (ed io ne sarei ben lieto e come amministratore e come deputato) delle ingenti somme che fa d'uopo spendere, e chiaramente apparirà comprovato come i ministri che si sono succeduti non abbiano tralasciato di provvedere, nel limite dei fondi loro consentiti, a ciò che il materiale della guerra fosse all'altezza dei bisogni presenti e prevedibili.

Mi occorre poi osservare, in proposito delle interpellanze mosse dall'onorevole mio amico Petitti, che, didatti, nella discussione il generale Fanti ha accennato alla mancanza di cavalli all'epoca in cui venne al Ministero.

Ora, a quell'epoca, vi erano 19198 cavalli, numero al quale furono ridotti fino dal mese di ottobre, dal momento cioè che, non credendo più possibili le ostilità nell'inverno, per togliersi la spesa del mantenimento e la perdita ingente nella cattiva stagione erasi determinato di vendere i meno alti al servizio, d'onde ne risultò una economia non minore di un milione di lire, come può rilevarsi dal seguente computo.

Furono venduti cavalli 1371; muli 349: totale 1820. Per la qual vendita s'introitò nell'erario la somma di lire 362,322.

Furono ceduti al governo dell'Emilia, cavalli 379; muli 77: totale 486. Perla quale vendita s'introitò nell'erario la somma di lire 204,500.

Donde risulta in totale una diminuzione di 1750 cavalli e 826 muli, che procurò un introito di lire 566,822; alla qual somma, aggiungendo in media la somma di lire 150 per manutenzione e spese giornaliere, risulterebbe per sei mesi un'economia di lire 616,320, e quindi un introito e minor spesa non minore di un milione, tenendo conto delle diverse epoche di vendita.

589 - TORNATA DEL 19

Non sì tosto il generale Fanti assunse il portafoglio, per le prevedibili circostanze, ordinava la compera di 12000 cavalli, che poi riduceva a 6000, e che venne effettuata in poco spazio di tempo.

I dati che ho avuto l'onore di esporre sono positivi e basteranno a giustificare l'operato dai due ministri.

PRESIDENTE. Debbo dar cognizione alla Camera che l'onorevole generale ha ritirato l'ordine del giorno che avea presentato ieri, e ne ha proposto un altro del tenore seguente:

La Camera, persuasa che nella concordia dei partili e nell'osservanza delle leggi sta la forza della nazione, esprime il voto che il Ministero, tenendo conto dello scrutinio operato dalla Commissione, riconosca la posizione degli ufficiali dell'esercito meridionale in forza dei decreti dittatoriali, e lasciando al Ministero stesso di ordinare la chiamata dei volontari quanto prima lo troverà opportuno, metta in attività i quadri dello stesso esercito in quel modo che meglio giudichi, passa all'ordine del giorno.

CASARETTO. Signori, io credo che noi qui tutti senza eccezione vogliamo la giustizia, io credo che è in questo intendimento appunto che il deputato Ricasoli avvocò innanzi alla Camera la presente questione, acciocché si vedesse al modo di provvedere alla giustizia, senza ledere i diritti e le suscettibilità d'alcuno.»

Permetterete pertanto che io vi esponga come intenda la giustizia in questa questione.

Io credo che il riconoscimento dei quadri dell'esercito meridionale, il riconoscimento delle loro posizioni, il loro diritto ad essere uniti all'esercito nazionale (non dico fusi, ma potranno essere uniti in corpi separati, come sono separati i bersaglieri, come sono separate altre armi), il diritto che hanno ad essere riconosciuti come facienti parte dell'esercito nazionale è un atto di grande, di necessaria giustizia, e cercherò di provarlo in brevi parole.

Il Governo di Napoli, dell'Italia meridionale, era, si o no, un Governo legittimo?

Credo che alcuno di voi non lo vorrà mettere in dubbio, perché, se si volesse mettere in dubbio questo fatto, allora tutto sarebbe in dubbio, e il plebiscito e noi stessi.

Dal momento che il Governo del generale in Napoli era legittimo, voi dovete riconoscere tutto ciò che questo Governo ha costituito di legale. Tutto ciò che voi avete trovato in Napoli legalmente costituito dovete riconoscerlo.

Ora qual atto, qual fatto più legale, più legalmente operato che la costituzione dell'esercito meridionale? Certamente non v'è alcun fatto nella dittatura del generale che sia così legale come questo.

Se la dittatura fosse ancora durata qualche tempo, se si fosse prolungata, e poi, dopo un lungo lasso di tempo, si fossero riuniti questi due territorii dell'Italia, ma, ditemi, avreste voi potuto rigettare quest'esercito, che vi portava una Unta parte d'Italia?

Io credo che, dal momento che noi abbiamo accettato il patrimonio attivo dell'Italia meridionale, dobbiamo pure accettarne il patrimonio passivo. Io per me lo dichiaro, non chiamo patrimonio passivo l'esercito meridionale; io lo chiamo patrimonio altamente attivo; ma, a voler ragionare col linguaggio freddo, dirò cosi, legale, io dico e ripeto che, se avete accettato il patrimonio attivo, dovete pur accettare il passivo; dovete accettare l'esercito meridionale, la sua costituzione.

La fusione adunque di questo esercito nell'altro, la parificazione di entrambi è legale, ed il riconoscerla non è che un atto di stretta giustizia.

Ma io dico di più. Qui si tratta di diritti acquisiti, di una vera proprietà (Sussurro), perché, se noi sapete, secondo la legge sullo stato degli ufficiali, il grado di un ufficiale è una vera proprietà. I militari che seggono in questa Camera lo sanno meglio di me; il grado di un ufficiale è una proprietà dell'ufficiale stesso, che non bisogna violare. Se voi aveste diritto di violare la proprietà del grado di ufficiale, allora voi avrete diritto di violare tutte quante le proprietà.

Ed è in questo senso diffatti che l'intendeva l'opinione pubblica. Essa si aspettava che quest'esercito fosse riconosciuto. Non parlo dell'opinione pubblica allorquando si combattevano quei miracolosi fatti che si sono compiuti a Palermo, a Reggio e sul Volturno; allora non vi erano che lodi per quell'esercito, non vi sarebbero stati sufficienti compensi per premiarlo come si conveniva. Non parlo di quell'epoca, quando l'opinione pubblica era entusiasta di quest'esercito; parlo di quella opinione che si è formata dopo i decreti di Napoli, emanati dal nostro Ministero; perché con quei decreti, abbenché si stabilisse una Commissione di squittinio, tuttavia l'esercito era riconosciuto, come era riconosciuta la posizione degli ufficiali; tutti si aspettavano che, terminate le operazioni di questa Commissione di squittinio, questi ufficiali sarebbero stati legalmente riconosciuti, siccome facienti parte dell'esercito nazionale.

È bensì vero che tutti coloro che non avevano fede nel Ministero andavano susurrando che per avventura, anche dopo lo squittinio della Commissione, il Ministero avrebbe trovato modo di non fare intera giustizia a costoro.

Ma, signori, coloro che susurravano questo erano pochi, erano i nemici del Governo; invece i suoi amici, quelli che avevano fede nel Ministero, sostenevano che queste erano calunnie, che l'esercito meridionale sarebbe stato pienamente riconosciuto.

Io dico dunque che il riconoscimento di questo esercito è un atto di stretta giustizia.

Se non che il signor ministro della guerra dice: non si tratta di un esercito regolare, si tratta di un esercito di volontari. Ora gli eserciti di volontari subiscono questa legge, che, quando hanno finito il loro còmpito, vengono disciolti.

Io non lo credo, e non lo credo in questo caso speciale particolarmente. Prima di tutto debbo dire che, se il Governo di Napoli avesse avuto ancora a durare, evidentemente quell'esercito non sarebbe più stato composto di volontari, ma sarebbe stato composto di reclute, lasciando però sempre i quadri di volontari, perché gli ufficiali sono volontari in tutti gli eserciti del mondo.

Il signor ministro ei ha citato l'esempio dell'America, ma non molto a proposito, io credo, perché si sapeva che l'America non voleva tenere eserciti permanenti: ne aveva uno piccolo, appena da menzionarsi, negli ultimi anni, quando essa era grande e potente; fate conto in quell'epoca, dopo la guerra d'indipendenza, quando aveva appena la decima parte della popolazione presente. Dunque i volontari sapevano che era costume fondamentale di quel paese di non voler avere esercito, e che perciò sarebbero stati disciolti.

Né calzano meglio gli altri esempi citati dall'onorevole ministro della guerra, perché non si tratta di un esercito, che abbia combattuto a fianco di un esercito regolare, nel qual caso si sa fin da principio che non può essere mantenuto in attività, giacché il quadro dell'esercito è ordinariamente stabilito per legge, e non può essere aumentato; dal che ne viene che, finita la guerra, questi volontari devono essere licenziali; ma qui la posizione è ben diversa; qui era tutto un esercito che rappresentava tutte le forze di quel paese; questo evidentemente era un esercito che si era sovrapposto a quello dei borbonici; è un esercito che si deve riconoscere, che è quistione d'alta giustizia,

590 - TORNATA DEL 19

di proprietà, il riconoscere. D'altronde questo principio era ih Italia divenuto una giurisprudenza, avevamo dei precedenti. È inutile che io vi citi l'esempio della Toscana: certamente, se l'esercito della Toscana non fosse stato riconosciuto, l'onorevole Ricasoli non avrebbe mancato di fare i suoi giusti reclami contro di quest'ingiustizia commessa. Ma, si dirà, questo era un esercito costituito da lungo tempo regolarmente: sta.bene. Abbiamo l'esempio dell'esercito dell'Emilia: quello era un esercito composto in fretta, come lo fu l'esercito meridionale; non v'è differenza alcuna fra quell'esercito e questo esercito meridionale, tranne che quello non aveva potuto, per disgraziate circostanze, come certo l'avrebbe desideralo, avere il battesimo del sangue, del fuoco, delle battaglie e delle vittorie, e questo l'aveva ricevuto questo battesimo in un modo veramente splendido e glorioso.

Il signor ministro, invece di parlare di diritti acquisiti dell'esercito meridionale, parlò di diritti acquisiti dell'esercito borbonico.

Io, o signori, contesto in massima questi diritti acquisiti. L'esercito borbonico aveva combattuto contro di noi; era stato vinto; doveva subire la legge del vinto; non ha più diritti acquisiti. Quando noi siamo andati in Napoli, questi diritti acquisiti erano scancellati; all'esercito antico si era sovrapposto il nuovo.

Però il ministro ha detto che noi dobbiamo abbracciare tutti i partiti, che dobbiamo fare un grande atto di concordia. In ciò, io dico la' verità, abbandono lo stretto diritto, e lodo il ministro. Io non amo di fare la guerra contro nessuno, quando non è più necessaria; certamente non amo la guerra contro i vinti, tanto più che anche in quest'esercito vi erano moltissime onorevoli individualità. Io dico: tacciamo la concordia; abbracciamo tutti i partiti; abbracciamo l'esercito borbonico, ma, in nome di Dio, non respingiamo questo esercito glorioso, che ha fatto tanto per l'Italia; non facciamo questa antitesi increscevole di accettare quelli che ci furono nemici e fuggenti, e rifiutare quelli che ci furono amici e sacrificarono il loro sangue per noi, e che furono valorosi e vincitori.

Ma ia voglio andar esaminando le diverse ragioni che adduceva il signor ministro della guerra per combattere il riconoscimento della posizione e la parificazione coll'esercito nazionale di questi ufficiali dell'esercito meridionale.

Il signor ministro diceva dapprima che il numero di questi ufficiali è stragrande, contrariamente alla regola di ogni esercito; citava, in un'altra seduta, una cifra, non so se veramente esatta, ma così voglio supporta, di sette mila ufficiali.

Qui, o signori, sono necessarie delle spiegazioni; io vedo che qui si è fatta una strana confusione.

Dapprima devo dire che in questi sette mila naturalmente sono compresi gli ufficiali dell'ex-esercito siciliano del 1848, nominati dal ministro La Farina (Il deputato La Farina fa cenno di no); bene, se non da lui, dal Governo d'allora. Questi ufficiali voi potete riconoscerli; non so se vi sia decreto che li abbia riconosciuti; ma, se non lo furono ancora, lo possono essere, se si vuole, come avvenne già appunto presso di noi, nel regno sardo, come nel 1848 furono riconosciuti gli ufficiali che si erano compromessi, per motivi politici, nel 1821, ed avevano emigrato; il Governo li riconobbe e diede loro una pensione, che fu inscritta nel bilancio.

Questo riconoscimento adunque si può fare; ma è un'altra questione, che non ha niente di comune cogli ufficiali dell'esercito combattente.

V'è poi un'altra qualità di ufficiali; sono gli ufficiali di quei corpi franchi che temporaneamente aiutavano e facevano parte, per così dire, del suo esercito regolare; ma questi erano ufficiali di una settimana, di due, di tre. Ora gli ufficiali di questo esercito naturalmente possono essere assimilati agli ufficiali della nostra guardia mobile, ma non hanno che fare, per così dire, coll'esercito stanziale, coll'esercito combattente.

Ecco, o signori, perché questa cifra vi pare enorme; dirò di più: aveva in quell'epoca stabilito dei corpi in formazione in tutto il regno, perché in quell'epoca sapeva di avere ancora a fronte cinquanta mila borbonici; sapeva che dietro il re Borbone vi era Lamoricière, e non poteva ancora sapere, non lo poteva supporre, che il nostro Governo sarebbe venuto in suo soccorso; aveva dunque bisogno di sviluppare i quadri per aumentare in modo considerevole l'esercito; io credo che il generale in questo stato di cose, ha fatto molto bene, ha mostrato quella che è la prima qualità dell'uomo di stato, la previdenza. baldi ha fatto opera di buon capitano, allargando i quadri per potere fare appello alla nazione e per potere in un momento ingrossare le file del suo esercito con novelli elementi.

Ma, infine, quanti erano questi ufficiali dell'esercito combattente? Io ho raccolto delle cifre messe avanti da diverse fonti, anche dal Ministero: 2000 circa sono gli ufficiali congedati e 1600 circa sono quelli che ancora restano nei depositi: ed in totale 5500 ufficiali; e questo per le cinque divisioni attive. Ebbene, è questa presso a poco la stessa proporzione dell'esercito stanziale antico del regno sardo, che era appunto composto di cinque divisioni. Ma vi è di più; l'esercito sardo non aveva in quell'epoca il battaglione di depositi, e come vi ho detto sopra, aveva stabilito dei corpi in formazione nelle diverse parti del regno, in previdenza di quegli avvenimenti dei quali vi ho parlato.

Del resto poi io mi sono informato dagli ufficiali generali i quali combatterono sul Volturno, e costoro mi hanno asserito che, ben lungi dall'essere sovrabbondante, il numero degli ufficiali piuttosto era deficiente (Mormorio); parlo sempre dell'esercito attivo; ma intanto, o signori, si tratta di provvedere a quegli ufficiali che ancora restano; gli ufficiali che sono ai depositi sono 1600 circa.

Ma qui il generale Fanti ha fatto un'altra obbiezione: egli ha detto esservi stato in quest'esercito delle promozioni favolose, e degli ufficiali improvvisali. Io credo che vi è in questo un grande, un massimo errore. In questi ufficiali, che ancora restano, vi sono circa 1100 sottotenenti e non so quante centinaia di tenenti; or bene, io sono stato assicurato dai loro capi che la maggior parte di questi, non solo hanno fatto tutta la campagna dell'Italia meridionale, ma ne avevano fatte anche delle altre precedentemente; eppure sono tenenti e sottotenenti.

Ma, quand'anche non avessero fatto altro, io dico questo: in seguito all'annessione di Napoli e di Sicilia, noi dobbiamo dare un grande sviluppo ai nostri quadri, e voi sapete che appunto per questo, pochi giorni fa, sono stati creati sottotenenti 750 circa allievi delle scuole d'Ivrea e di Modena; or bene, quand'anche questi ufficiali dell'esercito meridionale non avessero fatta altra campagna che le due di Sicilia e di Napoli, io credo che la scuola di Calatafimi, di Palermo, di Reggio, del Volturno, valga qualche cosa di più di quelle di Ivrea e di Modena. (Movimenti in senso diverso)

Notate, o signori, che tra questi ufficiali, buona parte sono giovani colti che lasciarono la carriera delle scienze per prendere quella delle armi, che perciò congiungono al valore la scienza e la capacità. Sebbene poi una parte di essi non appartenga alla classe colta della società, io dirò che nel nostro esercito hanno pur luogo, di diritto per legge,

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promozioni ad ufficiali dei bassi ufficiali provenienti dalla leva, che perciò non possono avere una grande istruzione, e che quindi i giovani, di cui parlo, non sono loro inferiori di valore e di merito. Forse si sarà voluto alludere agli ufficiali superiori.

Ebbene, io dico che qui Terrore è ancora più grande. Non è vero, o signori, che siano gradi improvvisati; non è vero che siano state fatte favolose promozioni; perché questi ufficiali sapete chi sono? Sono veterani, sono gli avanzi delle battaglie combattute per la patria. Su questi ufficiali io chiesi informazioni ai generali che comandavano quell'esercito, e mi fu riferito che la maggior parte, la quasi totalità di essi hanno fatto quattro o cinque campagne, che si sono battuti sempre, e bene, in mille occasioni.

Una voce. Bravo!

CASARETTO. Questi ufficiali, mi direte, non sono stati in caserma dieci, venti, trent'anni; ma non per questo hanno cessato di fare le campagne. Ogni volta che accadeva di doversi battere per la causa nazionale, costoro correvano «I

Coloro i quali hanno più di tutti avuto dei gradi eminenti in quest'esercito, li abbiamo in parte nel seno di questo Parlamento. Io mi rivolgo al mio amico e collega il generale Bixio; ebbene egli è tenente generale. Voi direte che è un generale improvvisalo. V'ingannate, o signori; questo nostro onorevole collega, a cominciare dal grado di soldato fino a quello di tenente generale, non ha mai avuto una promozione senza un fatto d'armi.

Il generale Medici, voi Io sapete, ha combattuto in Ispagna, ha reso,col generale temuto e rispettato nel nuovo mondo il nome italiano. Egli venne in Italia quando si sono cominciate a combattere le battaglie della libertà e della indipendenza. Ha combattute le campagne del 1848 in Lombardia; ha combattuto la gloriosa campagna di Roma; ha combattuto nel 1889, e finalmente le due campagne di Sicilia e di Napoli.

Ora dite se è un generale improvvisato!

Citerò un altro delle sfere minori, il colonnello Cenni, uno dei,vecchi amici del generale

Ebbene, costui combatté nella rivoluzione di Bologna; combatté per la causa della patria, per quella causa che ora apertamente sosteniamo; combatté nel 1848 in Lombardia, nel.1849 a Roma, e, non occorre il dirlo, fu della spedizione dei mille di Sicilia; combatté a Calatafimi, a Palermo. Dopo tutto questo sapete quale enorme promozione ha ottenuta? Lui, amico personale del generale è colonnello.

Ma io non voglio dilungarmi in questa questione di persone. Io dico ed affermo, dietro le nozioni che ho avute e dietro molti di questi fatti individuali che ho voluto conoscere a fondo, affermo che questi ufficiali superiori non sono punto improvvisati, e non hanno avuto delle promozioni favolose, some si è detto.

Io dico, che nella massima parte gli ufficiali dell'esercito meridionale hanno fatto più campagne che molti del nostro, pur grande,.rispettalo, amato e glorioso esercito nazionale.

Si, o signori; esaminate come è composto il nostro esercito nazionale.

Su 68 reggimenti, che colla composizione presente rappresentano più di 80 vecchi reggimenti, noi ne abbiamo 20 dell'antico esercito, di quell'esercito i cui quadri avevano in parte fatte le campagne del 1848 e 1849. Il resto appartiene all'esercito della Toscana; esercito certamente benemerito, che, lo dico altamente, anelava alle patrie battaglie per correre sul campo di battaglia dell'indipendenza, che si ritrasse da quel,Governo, il quale era reluttante a questa guerra non solo, ma parteggiava collo straniero.

Egli è un esercito eminentemente benemerito, non solo per fatto militare, ma altresì benemerito per fatto cittadino; eppure, o signori, quest'esercito non ha potuto suo malgrado far le campagne che certamente hanno fatto gli ufficiali di cui si.è parlato nella seduta di ieri.

Avvi l'esercito dell'Emilia.

Quest'esercito, o signori, come vi ho detto, è stato fatto in fretta come quello di Napoli; vi sono pure compresi molti buoni elementi, è indubitato che vi sono uomini che hanno fatto delle campagne, alcuni furono compagni nelle precedenti guerre di quei valorosi che combatterono ora in Sicilia ed in Napoli; eppure vi sono anche di quelli (ne conosco io) che non hanno fatto alcuna campagna, e neppure avevano prima servito in pace; del resto, persone di cui ho molta stima; ebbene, ciò non ha impedito che quest'esercito fosse riconosciuto, e perché?

Perché precisamente era attaccato, per cosi dire, al suolo; perché, unificando i due territorii, era severamente giusto e necessario unificare i due rispettivi eserciti; perché vi portava un regno, ed era necessario che, quando accettavate il bilancio attivo, accettaste anche il bilancio passivo; perché, del resto, è utile avere molli armati e non cercare di diminuirli.

Falle adunque alcune eccezioni, egli è indubitato che quest'esercito, in massa, non ha le campagne che hanno gli ufficiali dell'esercito meridionale, perché quelli che hanno più campagne furono appunto quelli che furono compagni di costoro nelle precedenti guerre.; Or bene, al più vorrà dire che avranno egual numero di campagne, meno le due di Sicilia e di Napoli. Mi pare che la cosa è evidente.

Ciò non ha impedito che giustamente (io so che è stato incolpato di questo il generale Fanti, ma io Io giustifico), che giustamente, dico, per le ragioni politiche e militari che! dianzi vi ho esposte, quest'esercito fosse accettato come esercito nazionale.

Vi saranno nel numero degli ufficiali superiori dell'esercito meridionale delle eccezioni; io non voglio contestarlo, e non lo so. Ma queste eccezioni saranno di due qualità, cioè possono essere onorevoli o meno onorevoli.

Vi sono eccezioni onorevoli, cioè giovani che si sono distinti, e ne citerò uno, per esempio, non so se sia il colonnello o colonnello brigadiere Dessa. Ebbene, mi ricordo averlo visto figurare in un ordine del giorno del generale Bixio, il quale diceva: quando si hanno di questi uffiziali la vittoria non è incerta.

Quando vi sono di queste eccezioni onorevoli, sono sempre state accolte in tutti gli eserciti, signori, checché abbia potuto dirvene il nostro ministro della guerra.

Io prendo ad esaminare quegli esempi stessi da lui citati. Il generale Hoche era, ha dello, se non erro, sergente nel 1784, ed appena nel 1795 era generale in capo. Ma era sergente nel 1784 in tempo di pace. La guerra è scoppiata, se non erro, nel 1792;

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fino a quell'epoca, in tempo di pace, voi lo sapete, le promozioni sono rarissime. Io non ricordo il generale Hoche qual grada avesse nel 1792, ma certamente sarà stato un grado inferiore; ebbene, dal 1792 al 1793 diventò generale in capo di esercito all'età di 26 anni, e fu uno dei più grandi generali della Francia, tale che avrebbe potuto emulare la gloria di Napoleone.

Ci citò Napoleone stesso; ma, per farci vedere la lunga carriera da lui percorsa, il generale Fanti è andato a cercarlo, sapete dove? Nel collegio, e quasi quasi avrebbe potuto andarlo a cercare anche in fasce. (Risa a sinistra)

Bisognava che lo prendesse ai suoi primi gradi, quando era capitano all'assedio di Tolone, se non erro. Ebbene, non so se dopo una campagna (perché rimase poi anche a riposo), diventò generale in capo, e certo il più gran capitano che sorgesse in otto o dieci secoli.

Vi citerò ancora l'esempio del generale Gorgey (memoriainfausta, se volete, ma ciò non monta alla questione). Egli era un sottotenente in ritiro al principio della guerra, ed in una campagna diventa generale in capo, e glorioso, militarmente parlando. Ora, credete voi, che, se la guerra dell'Ungheria fosse andata bene, se la nazione ungherese si fosse costituita, credete voi che gli Ungheresi avrebbero gittato là questo generale come un arnese inutile? Io non lo credo.

Ma nel nostro esercito stesso, il generale La Marmora nel 1848 era maggiore d'artiglieria e nel era generale di divisione, e meritamente.

Dico dunque che, se sono eccezioni onorevoli, in tutti gli eserciti del mondo furono sempre accettate, e le nazioni e gli eserciti stessi se ne sono gloriale, e ne trassero profitto. Se poi sono eccezioni meno onorevoli, la mia risposta voi la conoscete, è pronta: avete la Commissione di squittinio, mandateli ad essa.

Ed a questo proposito vi dirò che già una prima Commissione di squittinio era stata decretata fino da Palermo, se non erro, dal generale

Ma aggiungerò ancora un'osservazione, che forse non tutti conoscete; ed è che nell'esercito di si faceva uno squittinio come non si fa in alcuna armata del mondo, lo squittinio cioè dopo i combattimenti. In tutti gli eserciti i più gloriosi vi son sempre delle eccezioni; vi sono di quelli che non fanno bene il loro dovere; ma avete voi mai visto che, dopo il combattimento, costoro, per aver fatto men bene il loro dovere, sieno stati ex-abrupto dimessi? Ebbene questo è ciò che avveniva ordinariamente nell'esercito di Quegli ufficiali, che non si comportavano bene, erano immediatamente rimossi senza pietà, e' rigorosamente rimossi. E sapete perché si faceva questo? Ve lo dirò io il perché: perché negli eserciti regolari, quando un ufficiale non fa bene il suo dovere, ciò non ostante la disciplina fa si che sia tollerabile; ma in un esercito di volontari un ufficiale che non faccia il suo dovere non è tollerabile, è impossibile che mantenga il suo grado fra eguali, se non primeggia per valore e capacità. Ed è per questo che, finito il combattimento, si destituivano gli ufficiali che non avevano fatto il loro dovere. E come abbiano saputo fare il loro dovere, lo risponde la statistica. Quanti sono morti sul campo, di ferite, e nelle marcie di stenti e di fatiche!

Ma vi ha poi un fatto che distrugge tutte queste sofisticherie, che assolve interamente i volontari. Che dico, li assolvei Non hanno bisogno di assoluzione; è un fatto che li rende degni di stare a paro di qualunque esercito; ed è questo,o signori: hanno vinto a numero impari, a numero immensamente inferiore.

Ora, credete voi che questo sia un poco buono esame, che non sia una bella Commissione di scrutinio?

Io vi dico, o signori, che nessuno più di me apprezza le qualità militari e l'esperienza sul campo del generale baldi; nessuno più di me apprezza il suo eminente colpo d'occhio strategico e tattico sul campo; sì, è un gran generale, o signori, perché la scienza della strategia si impara sui libri, ma l'arte della strategia si impara soltanto sul campo, si ha coll'istinto. Tutti i grandi generali, tutti i grandi scrittori militari ce lo hanno detto. Del resto la scienza della strategia, quale scienza, è moderna. Cesare non la conosceva, Federico II era un filosofo, Cromwell era un avvocato... (Bisbiglio e segni d'impazienza) Infine avrei immense citazioni a farvi. La strategia è un istinto, questo istinto lo ha mirabile il generale (Continuano i bisbigli)

PRESIDENTE. Prego la Camera di far silenzio, e lasciare che l'oratore spieghi le sue opinioni.

CASARETTO. Marmont diceva che per essere un buon generale è necessario avere tanta scienza per due e tanto carattere per diciotto. Io più di tutti ho opinione dell'abilità militare del generale ; con tutto questo, o signori, credete voi che il generale avrebbe potuto vincere a numero così impari, se non fosse stato ben secondato dai suoi generali? ed i suoi generali, alla loro volta, credete voi che avrebbero potuto vincere se non fossero stati ben secondati da tutti gli ufficiali subalterni? Io, o signori, non lo credo.

Dico adunque che quest'esercito è glorioso, e merita di stare al paro di qualunque più glorioso esercito.

Il ministro per la guerra ha fatto ancora un'altra obbiezione. Ha detto: come possiamo noi tollerare che ufficiali, e ve ne sono ancora in quest'esercito, che erano in un esercito stanziale, prendano la loro dimissione e vadano a battersi fuori del proprio paese e poi ritornino con grado superiore? Ora, quando si tratta di prender questa cosa in generale, la può parer vera; certamente, se un ufficiale va di qui in Cina a battersi per l'Impero Celeste, e che poi ritorni qui, non credo che sia un titolo; potrà essere un titolo militare per essere ammesso, ma non potrà certamente essere un titolo legale. Ma qui la questione è diversa; questi ufficiali sono partiti ed hanno conquistato il paese; badate quindi che hanno dei diritti; e ripeto sempre il mio ritornello: dal momento che avete accettato il bilancio attivo, dovete accettare anche il bilancio passivo.

Ma vi è di più. Io dico: questo può avvenire in due casi: od in caso di guerra, ed in tal caso questi ufficiali non andranno via, perché anche nell'esercito regolare potrebbero fare brillante carriera; d'altronde, in tempo di guerra, il ministro ha un mezzo efficace per impedire che essi vadano via: non accordi le dimissioni; e se per qualche caso eccezionale ciò avviene, lo dia come disertore, lo punisca. Oppure può succedere in tempo di pace; ma allora io dico che dovremmo essere ben fortunati che questo succeda. Questi volontari sono andati in Sicilia, in Napoli; hanno fatto l'unificazione dell'Italia, e dovremo rimproverarli? dovremo dire che è stato un caso disgraziato? Man signori, io vorrei che una disgrazia di questo genere, se fosse possibile, ci accadesse per la Venezia.

Vi ha infine un'altra obbiezione che è stata adoperala dal signor ministro.

Egli ha, mi pare, insinuato che questa unificazione non sarebbe ben ricevuta dall'esercito nazionale.

Io non lo credo, o signori.

Non lo credo, prima di tutto, perché non si porta all'esercito nazionale nessun danno, potendosi mettere in corpi separati gli uomini dell'esercito meridionale,

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purché se ne faccia la parificazione e si riconoscano anch'essi come parte dell'esercito nazionale.

Non lo credo, perché io mi sono trovato a parlare con ufficiali del nostro esercito nazionale, i quali trovavano giuste le mie riflessioni sul proposito che quest'esercito, che tanto aveva fatto per l'Italia, che ci portava un paese, fosse riconosciuto.

Dirò di più. Non lo credo poi, perché reputo impossibile che quest'odio possa prender radice in un esercito così generoso, così glorioso come il nostro.

Nell'anno scorso i nostri quadri portavano circa 7 ad 8 mila ufficiali; adesso invece i quadri, secondo l'ultimo decreto, arrivano a quasi 12 mila. Avete dunque S o 5 mila ufficiali di più, e questo in grazia di che? In grazia dell'annessione delle Due Sicilie. È chiaro; avendo aumentato la nostra po

Ora ditemi: è mai possibile che in questo esercito cosi generoso, che ha esposto tante volte la vita pel suo paese, che è montato cinque volte all'assalto di S. Martino, è mai possibile che alberghino queste idee di egoismo, e che, mentre ha potuto avere tante promozioni, tanti aumenti in grazia precisamente ai sagrifizi dell'esercito meridionale, lo voglia rigettare, invece di metterlo a parte, anzi non pur metterlo a parte, perché non si domanda neppure questo, invece di volerlo a fianco?

CUGIA. Domando la parola.

CASARETTO. Io credo, o signori, che questo è impossibile; io non lo direi neppure; crederei di far troppo grave ingiuria al prode nostro esercito, che tanto è benemerito e glorioso!

Eliminate queste obbiezioni messe in campo dal ministro della guerra, io dico che il riconoscimento della posizione dell'esercito meridionale, della posizione, dico, acquistata sui campi di battaglia, è un atto di giustizia. È per questo che noi ci siamo qui raunati, per trovare un modo conciliante di fare questa soluzione; ma con tutte le buone intenzioni del mondo, con tutte le migliori intenzioni che io credo abbia certamente avuto l'onorevole barone Ricasoli nel proporre il suo ordine del giorno, se noi non troviamo modo di modificarlo, invece di far del bene all'esercito meridionale, noi non faremo che peggiorarne le sorti immensamente, anzi noi gli diamo l'ultimo colpo mortale.

Infatti, col decreto emanato in Napoli, questo esercito era riconosciuto; vi doveva essere, come ho detto poc'anzi, la Commissione di squittinio; ma, una volta l'esercito depurato, gli ufficiali avrebbero avuto una posizione regolare, infine sarebbe diventato quell'esercito pari e unificato coll'esercito nazionale.

Ora, coll'ordine del giorno il quale infine conferma l'ultimo decreto del Governo, che cosa accade? Che questo esercito non è più riconosciuto, è disciolto; ed infatti, benché il 1° articolo dica che questo esercito è ricostituito, pure, non so se il 2°, od il 5°, o il 4°, dice che è sciolto, e che gli uffiziali ne sono messi in aspettativa per iscioglimento di corpo.

Ora badate alle conseguenze: oltreché non tutti faranno parte di questi battaglioni, gli uffiziali che vi saranno (non mi occupo degli uffiziali generali, la cui posizione sarà pur sempre tollerabile, ma parlo dei subalterni), essendo in aspettativa per scioglimento

di corpo, non possono più far carriera, non promozioni; invecchieranno col grado di sottotenenti. Dunque, non per intenzione cattiva, ma cosi per esprimere il mio pensiero, anzi per esagerarlo, dirò che questi uffiziali noi li inganniamo. È molto meglio che noi applichiamo la teoria che i volontari devono essere sciolti, che questo esercito non si vuol riconoscere: allora questi uffiziali ripianeranno le antiche carriere civili; invece, dicendo loro che staranno in aspettativa, noi li terremo legati in modo di non poter disporre di sé per provvedersi nelle carriere civili, e intanto non potranno far carriera militare. Questo mi pare sia un tradirli, un falsare la loro posizione; insomma un non fare giustizia, un non riconoscere quei diritti acquisiti di cui ho parlato.

Signori, io vedo che nelle grandi questioni che riflettono l'Italia noi ci troviamo tutti d'accordo; io riconosco i meriti del conte Di Cavour nella causa italiana; però non ne dissimulo i gravi errori, perché non voglio adulare nessuno, quelli specialmente che ha commesso in Sicilia e in Napoli in questi ultimi tempi. In generale la politica del Ministero nella questione italiana certamente io l'accetto e la sostengo.

Dunque, io dico, mentre siamo uniti nella grande questione italiana, perché vorremmo disunirci in una questione secondaria, ma che però ha una gravità immensa nel mio modo di vedere?

Questa è una questione di giustizia, bisogna che giustizia sia fatta: mettiamoci d'accordo, facciamo qualche modificazione; io trovo che l'ordine del giorno presentato quest'oggi dal generale porta delle radicali mutazioni da quello di ieri, appunto nell'intento del desiderato accordo, e queste mutazioni mi pare siano accettabili da tutti.

La concordia, che tutti abbiamo sulle labbra, dobbiamo portarla nei fatti, come ha detto ieri il generale , signori, al disopra della legge, al disopra del Parlamento, c'è una questione più alta, che è appunto la questione della giustizia.

10 credo che voi farete giustizia; non posso dubitarne: ma se per caso non la facessimo bene, l'esercito dell'Italia meridionale dovrà sottomettersi, è chiaro, perché a nessuno è lecito rivoltarsi contro la legge e contro il Parlamento; dovrà sottomettersi, si sottometterà, ne sono certo; forse alcuni daranno le loro demissioni; ognuno prenderà quelle determinazioni che crederà meglio; io non so quali; ma è certo che tutti si sottometteranno. Ma c'è una cosa che non si sottomette, o signori, vi è una cosa che si rivolta, è la coscienza popolare.

Ora io dico che la coscienza popolare vuole un atto di giustizia, perché non è che giustizia che si domanda. Dovrebbe essere gratitudine, ma è anche giustizia; e il non farla in questo momento sarebbe più che ingratitudine, più che ingiustizia,sarebbe un errore, un grave errore.

Il presidente del Consiglio in una delle passate tornate vi ha accennalo un fatto.

L'Austria, nel 1819, aveva annunziato pomposamente che avrebbe fatto stupire il mondo con una enorme ingratitudine. Infatti il mondo ne stupì; ma voi sapete che fruito ne colse. Ora io credo che il non far bene giustizia in questa questione tanto delicata, tanto importante, o signori, sarebbe non solo ingiustizia, ma ingratitudine enorme, enorme più che quella dell'Austria, e perciò sarebbe un errore, perché seminerebbe dissensione e discordia, e porterebbe gran male al paese.

Adunque, dico ancora e ripeto, mettiamoci d'accordo, facciamo giustizia; per noi è una questione, è un debito d'onore.

Questi ufficiali che appartengono all'esercito meridionale credono di essere ancora utili al paese e desiderano di restare in attività, desiderano di far parie dell'esercito.

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Dopo qualche anno forse, quando saranno finite le battaglie dell'indipendenza, crederanno che la loro opera non sia più utile.

Ebbene, in questo caso, se essi vorranno rifiutare questa giustizia che noi loro facciamo, essi saranno padroni di farlo; ma per noi questa giustizia è un debito d'onore, dobbiamo pagarlo.

Ieri l'onorevole presidente del Consiglio ha fatto un grande alto di concordia accettando in massima, salvo le modificazioni di cui ha parlato lo stesso generale la legge sull'armamento nazionale. Io dico la verità, mi congratulo tanto più di questo in quanto che mi ricordo di aver fin dal 1883, e molte volte di poi, sostenuto una proposta di questo genere nel Parlamento, non già per diminuire l'esercito, come malamente da alcuni fu asserito, malgrado le mie chiare e tonde parole, ma sibbene per sussidiarlo. Il Ministero in quell'epoca, per ragioni che io non voglio ora cercare, non ha credulo di accettare; ora, e me ne congratulo, stante le mutate circostanze, accetta.

Questo io lo credo un bell'atto di concordia; ebbene facciamo ancor queste, rendiamo giustizia a questa brava gioventù che ha fatto sacrifizi per l'Italia, riconosciamo la loro posizione, legalmente e gloriosamente acquistata, ed in questo modo avremo veramente fatto passare la concordia dal labbro nel cuore, dalle parole nei fatti. (Segni d'approvazione a sinistra)

SOLAROLI. Domando la parola per un fatto personale.

Mi pare aver inteso qualche espressione dell'onorevole Casaretto, la quale non potrebbe passare senza risposta.

Egli mi correggerà se ho inteso male, ma mi sembra che abbia detto che il nostro esercito ha avuto molte promozioni in conseguenza del sangue sparso dall'esercito meridionale.

CASARETTO. Chiedo la parola.

SOLAROLI. Sono queste le sue parole?

CASARETTO. Darò uno schiarimento. Io ho detto che, in grazia del sangue sparso da questa brava gioventù, si è fatta l'annessione di un gran regno; quest'annessione porterà certamente uno sviluppo nella nostra armata, e quindi molle promozioni; questo vantaggio all'esercito nasce in conseguenza del sangue sparso dai valorosi volontari.

SOLAROLI. Mi pare che ora modifichi le parole: la sua frase mi aveva suonato diversamente.

PRESIDENTE. Posso assicurare il deputato Solaroli che le parole ripetute ora dal deputato Casaretto sono perfettamente identiche a quelle del discorso ch'egli ebbe a profferire.

La parola è al deputato Cadolini.

CADOLINI. Signori, io non ispenderò parole a dimostrarvi come l'esercito meridionale abbia diritto alla riconoscenza della nazione; voi tutti,0 signori, che col cuore trepidante lo seguiste da Marsala al Volturno, voi tutti ben sapete che, senza quell'ardita iniziativa, non sventolerebbe sulle torri di Sant'Elmo la bandiera italiana, non saremmo ormai alle porte di Roma, e non avremmo finalmente in questo primo Parlamento italiano proclamalo il nuovo, il vero regno d'Italia.

Io,0 signori, mi propongo soltanto di esaminare alcuni degli alti del Ministero riguardo all'esercito meridionale; non tutti, perché sarebbe troppo lungo, né credo poi che tutti gli del Ministero riguardo all'esercito meridionale siano stati ingiusti

ed inopportuni. Io quindi mi fermerò soltanto a combattere in alcune parti la relazione dotta e diffusa che l'onorevole ministro della guerra credette opportuno di presentare ieri al vostro giudizio.

Anche tenendo conto di quanto espose ieri l'onorevole ministro della guerra, non si può a meno di ritenere che l'unico pensiero, mi si permetta di dirlo, del Ministero fu quello di sciogliere per intero l'esercito meridionale, senza fare alcun tentativo per ritenere almeno una parte dei soldati in servizio.

Se il Ministero avesse veramente inteso a conservare armato il paese, avrebbe tentato il mezzo di offrire tre mesi di paga a chi si ritirava dal servizio, e qualche cosa di più, per esempio cinque, sei, otto mesi di paga a chi restava in servizio in momenti così importanti.

Di tal guisa sarebbesi utilizzata una parte notevole di quei prezioso elemento, e si sarebbe riparato alla deficienza di reclute, in cui naturalmente si trova l'Italia, avendo unite a sé Provincie in cui non fu mai effettuata la leva. Bisogna pure supplire a questa mancanza, ed anche in faccia all'Europa (e questo lo dice rivolgendomi all'onorevole presidente del Consiglio dei ministri), anche in faccia all'Europa, la conservazione dei corpi volontari mi sembra non possa essere un fatto allarmante e che faccia supporre l'intenzione di fare la guerra.

Dal momento che l'Italia uni a sé provincie nelle quali non si può fare la leva, perché non vi si fece maj, nelle quali gli eserciti si facevano cogli arrolamenti, io dico, nella proporzione di queste provincie unitesi, ed in cui non si operava la leva, sarebbe diritto nel nostro Governo, anche in faccia all'Europa, di fare altrettanti corpi volontari. Parmi questa una cosa evidente.

L'onorevole ministro disse che i soldati stessi si mostravano desiderosi di andare a casa. Io ero allora in mezzo a quell'esercito, ed io stesso ho veduto come questi volontari volessero assolutamente andare a casa. Io stesso, lo dico sinceramente, ho sofferto un gran dolore al vedere questo desiderio, questo fremito che vi era nei soldati per ritornare a casa. Ma io amo qui fare delle distinzioni. Vi erano, è vero, qucsli soldati i quali fremevano dal desiderio di ritornare alle case loro; ma non tutti lo desideravano egualmente.

Se, per esempio, i volontari appartenenti alle provincie dell'Italia settentrionale avevano appunto questo desiderio, altrettanto non si può dire dei Siciliani e dei Calabresi.

Ed io qui faccio un'altra osservazione. Un paese il quale non ha soldati di leva sotto le armi, certamente ha in sé un elemento copiosissimo per dare dei volontari. Quindi precisamente i Siciliani diedero all'esercito meridionale un contingente, al quale, se mai il ministro della guerra avesse detto: daremo tre mesi di paga a chi va a casa, e sei a chi resta, sarebbero questi tutti rimasti. Lo stesso dicasi dei Calabresi, degli emigrati veneti, lo stesso anche, per una parte, dei Lombardi, dei Piemontesi, ecc.

Io dico dunque che il Ministero non ha tentali tutti i mezzi per tenere sotto le armi la massima quantità possibile di soldati. Ed io certo non intendo che fossero tenuti colle stesse condizioni con cui vi erano stati fino allora; intendo che si dovesse sottoporli ad una ferma, e quindi a tutte le discipline militari.

L'onorevole ministro della guerra osservò che i volontari non vogliono sottomettersi alla disciplina in alcun modo. Questo è vero, ma fino ad un certo punto. I volontari, i quali sono organizzati in corpi senza essere vincolati con una ferma, non Vogliono disciplina, e tutte le volte eh» da essi si esige cosa che loro non piaccia, essi rispondono:

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noi siamo nel pieno diritto di abbandonare le file oggi 0 domani, come crediamo.

Quando invece i volontari sono soggetti ad una ferma, sano pure soggetti a tutte le discipline dell'esercito, epperciò il volontario che non faccia il suo dovere è punito con tutto il rigore militare, come se fosse un soldato di leva. Fin qui io spero che l'onorevolissimo ministro della guerra non vorrà farmi opposizione.

In prova poi che i volontari, quando sono soggetti ad una ferma, si possono anche disciplinare, io citerò l'esempio dei molli volontari che furono fin qui nell'esercito regolare. Che se in questi vi fu tale malcontento, che in fine della ferma si ritirarono, ciò accadde perché non erano abbastanza soddisfatti delle condizioni che hanno trovate nell'esercito. Ed ora mi spiegherò meglio.

A questo riguardo mi occorre citare qualche cifra.

La gratificazione di primo corredo, per un soldato che entra nell'esercito, è di lire 100 (domando perdono alla Camera, se entro in questi particolari, ma sono necessari per spiegare il concetto che intendo di opporre a quelli del ministro); ora, per le molte modificazioni introdotte, non so se molto opportunamente dall'attuale onorevole ministro della guerra, nel vestiario, quali sono le spalline e tante altre cose, le spese di primo corredo, di cui è addebitato il soldato quando entra nelle file dell'esercito, è di circa lire 134. Ometto qui l'altra spesa per una certa tunica di panno, la quale per ora non è obbligatoria, e la quale costerebbe altri 25 franchi.

Di tal guisa il soldato entra in servizio con un debito di massa di 34 lire, e per un soldato è debito assai forte, per pagare il quale, colla ritenuta di 5 centesimi al giorno, occorrono due anni circa. Ora il soldato il cui prestito giornaliero è di centesimi 10, su cui si fa la ritenuta di centesimi 30 pei viveri, di alcuni centesimi per altre piccole spese, e finalmente di 3 centesimi per riparare al debito di massa, il soldato resta con soli 3 centesimi al giorno; mi pare che la Camera mi accorderà che è un po' poco, specialmente considerando che il soldato non ha il tabacco gratuitamente, né a condizioni migliori che gli altri cittadini, mentre, come tutti sanno, questo è anche uno degli oggetti di prima necessità pel soldato; quindi, domando io, che cosa fa il soldato con 3 centesimi al giorno? Anche il soldato dei reggimenti sul piede d'accantonamento non riceve più di 6 o 7 centesimi al giorno.

Io volli, o signori, accennare questi fatti onde provare alla Camera come i volontari che fecero parte dell'esercito regolare, e che ora si sono ritirati, rimasero non abbastanza soddisfatti del trattamento che trovavano nell'esercito. È questa e non altra la causa per la quale non rinnovarono la ferma.

Come già disse l'onorevole ministro per la guerra, il decreto dell'11 novembre incominciava con queste parole: L'armala dei volontari, comandata nell'Italia meridionale dal generale ha bene meritato della patria e da noi.»

Ma, se non erro, l'onorevole ministro ha omesso di leggere la parte che viene subito dopo, che suona così: «Mentre io coi mio governo do opera ad ordinarla definitivamente secondo le leggi ed i regolamenti dello stato, determino, ecc. Seguono poi gli articoli del decreto.

Dunque con questo decreto S. M. consacrava questa deliberazione, che cioè intendeva di dar opera ad organizzare questo esercito definitivamente secondo le leggi ed i regolamenti dello Stato. Ora domando alla Camera se il dar opera ad ordinare

definitivamente un corpo voglia dire di discioglierlo e mettere tutti gli ufficiali in aspettativa.

Mi pare che, partendo da quel primo decreto emesso dal Governo riguardo all'esercito meridionale, non si possa assolutamente ammettere che gli ufficiali siano posti cosi tutti ad un tratto in aspettativa; ciò è contrario a quel decreto primitivo di S.M.

Dopo questo decreto, col quale sembrava in apparenza che il ministro intendesse riordinare quei corpi, le cose presero un altro indirizzo e si scorse ben presto che il Ministero non si proponeva altro intento che quello, mi perdoni la Camera la frase, di disciogliere intieramente quell'esercito.

Prima di tutto fu nominata la Commissione che doveva giudicare degli ufficiali, ma non si pubblicò alcuna disposizione che valesse a porre in chiaro quali erano le norme a cui questa Commissione avrebbe dovuto attenersi nel pronunciare il suo giudizio; cosi gli ufficiali rimanevano incerti se riunivano in sè tutte le condizioni richieste per esser confermati nei loro gradi. Questa incertezza era già un fatto che disgustava gli ufficiali e li poneva in peritanza fra il dover restare in servizio e il domandare le dimissioni.

Dopo di ciò vi fu una serie non interrotta di avvenimenti che meritano pure molta attenzione.

Mentre dapprincipio si accordava agli ufficiali in licenza, e anche dimissionari, l'imbarco gratuito per venire da Napoli nelle Provincie settentrionali, tutto ad un tratto non si è più accordato a nessuno. Io non dico che fossero nel diritto di avere il trasporto gratuito; ma tuttavia, se il Ministero aveva usato qualche riguardo a parecchi, domando io perché lo dovesse rifiutare agli altri che, più solleciti del servizio, erano più a lungo rimasti al loro posto.

Si tennero gli ufficiali nei depositi di Caserta, di Aversa, di Santa Maria, di Maddaloni, in attesa del giudizio della Commissione, la quale non fu mai riunita; si sciolse improvvisamente ed intempestivamente il comando in capo dell'esercito meridionale, che poi si dovette riconoscere necessario, poiché quello era uu intermediario indispensabile tra l'esercito «d il Governo. Gli ufficiali riuniti nei deposili si lasciarono un mese e mezzo senza paga, cioè dal 1° gennaio al 13 febbraio prossimo passato.

Questi sono piccoli fatti; ma, mettendoli insieme, io dico che tutti concorsero a disgustare questi poveri ufficiali. Quelli che avevano da esigere arretrali sulle competenze relative agli ultimi mesi del 1860 non li ricevettero che tardissimo, anzi, per quanto io ne so, nulla hanno per anco ricevuto di questi arretrati.

La direzione della guerra, succeduta in Napoli al comando in capo dell'esercito meridionale, faceva aspettare 15 ed anche 20 giorni le domandate dimissioni, e rifiutava udienza a quegli ufficiali.

Ai depositi si fecero due riviste degli ufficiali, e qui parlo di cose a cui io ho assistito in persona, nell'istesso modo che si usa passare in rassegna le nuove reclute di leva! Altro non si fece, nella prima di queste, che interrogare gli ufficiali se intendevano domandare le loro dimissioni. (Bisbiglio) Era io presente quando l'egregio generale Savoiroux faceva questa domanda. E si noti che queste domande erano già state ripetutamente loro rivolte dai comandanti di corpo, ed io stesso le feci, per ordine superiore, agli ufficiali del reggimento che io comandava.

Poi, nella seconda rivista, si tornava a domandare a ciascuno di questi uffiziali se intendevano di dare le dimissioni. La Camera, credo, non mi negherà

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che questa insistenza nel chiedere agli uffiziali se volevano la dimissione pare dica chiaramente che il Ministero non li voleva.

Né si risponda che fra essi vi erano persone meno degne di appartenere all'esercito: pur troppo vi erano persone immeritevoli almeno di coprir gradi, ma questo doveva giudicarsi non dal Governo, ma dalla Commissione. Dal canto mio non avrei osteggialo che il Ministero avesse posto condizioni più severe per l'ammessibilità degli uffiziali: egli pose per sola condizione l'esistenza di un brevetto del Governo delle Due Sicilie; poteva aggiungerne altre; escludere, per esempio, quegli uffiziali che per caso non avessero preso parte ad alcun fatto d'armi. Poteva mettere condizioni più rigorose, ma metterle sinceramente, francamente, e allora non io soltanto, ma anche il generale credo che avrebbe aderito; poiché i brevetti, come è già stato detto, potevano essere anche nelle mani di persone che non li meritavano.

Ma, poiché il Governo ha creduto di adottare una così larga misura, io non gliene muoverò accusa; soltanto dico che il Ministero ha cercato di liberarsi non dai tristi solo, ma anche dai buoni: non assevero in modo assoluto che tale fosse l'unico suo intento, ma è certo che tutti questi fatti concorsero a stancare quegli uffiziali; a ciò valse l'interrogarli più volte e con insistenza se volevano dare le loro dimissioni; valse il lasciarli sempre nelle stesse condizioni stabilite dal

Un'altra disposizione, a cui ho già accennato, prescriveva che gli ufficiali dei diversi corpi, anche compresi quelli assenti con licenza regolare, dovessero il 16 febbraio trovarsi riuniti nei nuovi depositi che loro erano stati assegnati; che se però alcuno non si presentasse, per questo solo motivo del non essersi presentato sarebbe ritenuto dimissionario.

Parvi, ministro per la guerra. Non si presentasse o non giustificasse la sua assenza, bisogna aggiungere.

CADOLINI. Ammettiamo pure anche questa frase; non è sotto questo riguardo che io intendo fare le mie osservazioni. D'altronde anche con questa frase si tornava allo stesso: se non giustificavano la loro assenza immediatamente.

FANTI, ministro per la guerra. Nell'armata nazionale succede lo stesso.

PRESIDENTE. Prego il signor ministro di non interrompere.

CADOLINI. Se male non mi appongo, secondo i vigenti regolamenti, le demissioni non possono essere date che dietro domanda regolare, salvo i casi di destituzione, pronunciata da un Consiglio di guerra o di disciplina, né so comprendere il motivo che dettava al signor ministro la suddetta disposizione, mentre mi pare che gli stessi regolamenti militari dell'esercito, come provvedono all'ubbidienza per parte degli uffiziali dell'esercito regolare, naturalmente provvedono pure all'obbedienza degli uffiziali di questo corpo di volontari, dal momento che essi sono soggetti allo stesso Codice militare che esiste per l'esercito regolare.

Un altro atto, a cui accennava l'onorevole ministro, si è la circolare del 5 marzo, di cui accennerò alcuni articoli.

«I pagamenti agli ufficiali del corpo volontari saranno fatti, dalla prima quindicina del corrente mese, da una delle amministrazioni dei corpi di antica formazione che sia nello stesso luogo assegnato per stanza ai detti uffiziali, a norma del regio decreto 16 gennaio scorso.

«Nessun pagamento potrà esser fatto, se prima non sarà rimesso da ciascun ufficiale il relativo titolo di nomina.1 comandanti dei corpi dei volontari prenderanno perciò gli opportuni concerti, e le amministrazioni dei corpi incaricate dei pagamenti, mentre ritireranno! titoli di nomina, rilascieranno una dichiara in segno di ricevuta secondo il modulo qui unito.»

Ora in queste determinazioni si costringono gli ufficiali superiori ed anche gli ufficiali generali a far riconoscere i loro titoli da ufficiali inferiori in grado, il che è evidentemente contrario alla disciplina e alla gerarchia militare, secondo i vigenti regolamenti.

Né si dica essere una formalità puramente amministrativa, giacché, se nelle amministrazioni militari gli ufficiali, come tutti sanno, percepiscono spesso le loro competenze da ufficiali inferiori in grado, questo non implica mai la ricognizione del loro grado.

Che se poteva esser luogo a qualche disordine, a questo si poteva riparare per mezzo dei generali comandanti il deposito delle diverse divisioni.

L'onorevole ministro mi citava il fatto suo personale che andava colla cartella a ritirare le sue competenze; ma, ripeto, la sua cartella era un atto sanzionato da ufficiale a lui superiore in grado, ed egli non avea che ad andare a riscuotere le sue competenze; invece qui i nostri ufficiali devono andare dall'ufficiale inferiore in grado non colla cartella, ma con un mandato di pagamento, ma coi propri documenti, affinché, questi riconosciuti, stabiliscano le loro competenze.

Adesso so benissimo che il signor ministro ha creduto dare delle disposizioni speciali per riguardo ai generali, ma non cessa però che restino ancora degli ufficiali superiori, i quali dovettero presentare i loro titoli ad ufficiali di minor riguardo.

Un altro fatto, che ad alcuni parrà per avventura di poco momento, ma che io trovo di qualche importanza, si è questo.

L'esercito meridionale portava questo nome, perché fu creato con questo nome, e lo ha portato sempre con sè in tutte le sue gloriose vittorie; il nome di esercito meridionale il Governo non lo volle conservare, e fin qui sono pienamente d'accordo che non si dee conservare questo nome e si deve sostituirne un altro; però credo che questo cambiamento di nome, questo ribattezzamento dovea essere consacrato in uno speciale decreto; ma non si poteva, dopo che si chiamava esercito meridionale, venir fuori e chiamarlo: I volontari dell'Italia meridionale, come se fosse stato questo il primitivo nome.

Questa sembrerà una questione di parole, ma non lo è.

Infatti, quali sono gli argomenti pei quali l'onorevole ministro credette di poter sciogliere questi corpi? Perché sono corpi di volontari, perché appunto li aveva chiamati con questo nome di volontari dell'Italia meridionale, invece di conservare a questo esercito il nome di esercito meridionale.

Ora finalmente, dopo cinque mesi di aspettazione, e dopo che il continuo indugiare del Governo, mi sia permesso di dirlo nuovamente, ha potuto disgustare

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molti degli ufficiali di quell'esercito, e persuaderli a dare le loro demissioni, il Ministero si decise a prendere una disposizione, ed è quella che noi troviamo nel decreto dell'11 Questo, signori, è un decreto col quale si vennero a formare i quadri di tre nuove divisioni, decretando insieme però che tutti gli ufficiali sieno posti in disponibilità ed in aspettativa. Questo decreto, faccio osservare innanzi tutto, è in opposizione, come già dissi, a quello dell'11 novembre, nel quale veniva consacrata la deliberazione di riorganizzare questi corpi.

Oltre a ciò, io credo che tale decreto sia ingiusto ed intempestivo. Ingiusto, perché, se questi ufficiali dovevano essere posti in disponibilità ed aspettativa, dovevano saperlo prima (mi pare importante questo fatto), dovevano saperlo allorquando i rispettivi corpi erano stati effettivamente disciolti, perché nel fatto lo furono Hi novembre, e non ora; dovevano saperlo allora, allorquando cioè erano chiamati a fare una scelta fra la carriera civile e la carriera militare.

Se allora il Ministero avesse detto a quegli ufficiali: signori, sarete sottoposti ad uno scrutinio; quelli che saranno ammessi dalla Commissione dello scrutinio, saranno conservati in servizio attivo; oppure avesse detto: sarete messi in aspettativa e disponibilità; allora certamente (e questo il so, perché mi venne dichiarato da moltissimi di quegli ufficiali), allora certamente molti avrebbero data la demissione. Senza adesso entrare in altre censure, avrebbero detto: piuttosto che restare in aspettativa con uno stipendio che naturalmente non basta a sopperire ai bisogni di un individuo, e sottostare nello stesso tempo alla disciplina, alla subordinazione mili

Adesso invece molti si sono decisi ad intraprendere la carriera militare; da principio hanno riconosciuto che raccoglievano in sé le qualità per essere ammessi, e dissero: rinunziamo alla carriera civile e restiamo militari; vi saranno altre battaglie a combattere per l'Italia, e quando queste si apriranno, noi saremo già al nostro posto.

Ora, dopo cinque mesi, dopo che tutti questi, i quali si decisero ad intraprendere la carriera militare, non possono più ritornare nella posizione civile, ora si dice loro: siete messi in aspettativa, in disponibilità.

Dunque questo decreto mi pare assolutamente ingiusto, perché non si fece a tempo.

Intempestivo io dico poi, perché tutti sanno che il paese sta reclamando che si armi, che si accrescano le forze del nostro esercito; ed in questo momento non può certo riuscir grato al paese il sentire che, invece di fare dei nuovi corpi, si sciolgono i quadri di quelli che si potrebbero organizzare.

Né parmi che a giustificare questo decreto possa valere l'esempio di quanto fu operato nel 1849 in riguardo ai corpi di volontari che allora esistevano. Nel 1849 si sciolsero i volontari dopo due campagne che, fatalmente, ebbero esito sventurato; nel 1849 lo Stato non si era aumentato di un'ara di terreno; ed aggiungo ancora che nel i corpi volontari erano composti di elementi appartenenti a provincie che non facevano più parte dello Stato. Nel 1849 si passava in modo assoluto dallo stato di guerra allo stato di pace permanente; ed allora non si vivea che colla speranza di una lontana riscossa. Finalmente, nel 1849, le risorse finanziarie del solo popolo subalpino, specialmente dopo le spese di quella guerra,

erano ben diverse dalle condizioni finanziarie di tutta l'Italia unita.

Io ho accennato a tutti questi fatti per dimostrare che ora ci troviamo invece in condizioni perfettamente opposte; non siamo dopo una guerra sventurata, ma dopo guerre gloriose e favorevoli alla causa nazionale; abbiamo volontari che appartengono non a provincie estranee allo Stato, ma a Provincie che ne fanno parte. Mentre allora si passava dallo stato di guerra allo stato assoluto di pace, adesso siamo in uno stato perenne di agitazione e di minaccie, nello stato in cui si trova alla vigilia di una guerra. Dunque mi sembra che le condizioni d'allora e quelle d'adesso siano perfettamente contrarie fra loro.

Allorché si trattò di ammettere nell'esercito gli ufficiali dei Cacciatori delle Alpi, che avevano subiti i disagi ed affrontati i pericoli di un'intera campagna (e non giova che io ricordi le gloriose vittorie di Varese e di San Fermo); quando, dico, si trattò di ammettere quegli ufficiali, si fecero molte difficoltà e si tardò assai ad aprir loro le porte, e non si ammisero che con notevole perdita di anzianità, e per qualcuno anche, me lo ricordo positivamente, con perdita di grado; mentre da un'altra parte si ammisero, senza perdita né di anzianità né di grado, tutti gli ufficiali dei Cacciatori degli Apennini, i quali non avevano preso parte alla campagna, almeno per la parte guerreggiata, perché giunsero sul campo quando la guerra era già finita.

Ora poi che si ammisero nell'esercito coi loro gradi gli ufficiali italiani che servivano l'Austria, e quelli che fedelmente servirono il Borbone fino nella sua ultima e più disperata difesa; ora che si ammisero perfino alcuni degli ufficiali che appartenevano all'esercito mercenario di Lamoricière; ora, dico, si vogliono prendere disposizioni affatto eccezionali riguardo all'esercito delle Due Sicilie.

Sebbene io non intenda di disconoscere le leggi gerarchiche e disciplinari dell'esercito regolare, non debbo dimenticare l'anzianità dei servigi prestati alla patria gratuitamente, e spesso con notevolissimo danno personale della maggior parte degli ufficiali di quest'esercito, specialmente per quello che riguarda gli ufficiali superiori.

Non debbo dimenticare che molti contano dodici, venti anni ed anche più di disinteressate prestazioni a vantaggio della causa nazionale; che molti di essi non mancarono nemmeno una sola volta alla chiamata della nazione, e che fino a ieri non ebbero che persecuzioni: persecuzioni dall'Austria, persecuzioni da tutti. Ma ora che la nazione è costituita, ora che gl'Italiani sono padroni dell'Italia, io spero che questo Parlamento, che rappresenta questa nazione italiana, vorrà in qualche modo rimunerare i servigi gloriosi prestati da questi ufficiali.

Volendo però io rispettate per intero le considerazioni dell'onorevole ministro intorno all'opportunità di non frammischiare gli ufficiali dell'esercito meridionale con quelli dell'esercito regolare, e per tenermi sopra un vero terreno di conciliazione e di concordia, io credo si possa approvare il decreto 11 in quanto concerne la formazione dei quadri di tre divisioni, e l'altro decreto che stabilisce per quegli ufficiali la valutazione dell'anzianità sopra una scala speciale, colla sola eccezione però, riguardo al primo di questi decreti, che, in luogo di essere posti in aspettativa e disponibilità, i suddetti uffiziali vengano conservati in attività di servizio, in modo che, percependo le competenze di pace, possano continuare nell'istruzione militare, e possano mantenersi nell'esercizio delle abitudini militari.

Io avrei voluto proporre che si aprisse anche l'effettivo arrotamento di tutti i volontari, i quali volessero accettare una ferma, incoraggiandoli anche, qualora fosse necessario, con gratificazioni d'ingaggio, giacché non mi sembra, come già dissi

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al signor presidente del Consiglio, che questo veramente possa destare apprensioni in Europa; ma scorgendo che il Ministero non intende ammettere queste conclusioni, scorgendo che su questo terreno forse il Ministero non vorrebbe mettersi d'accordo, io credo far opera conciliatrice proponendo che sia approvato l'ordine del giorno presentato dall'onorevole generale il quale appunto, lasciando una azione ampia e libera al Ministero in quanto concerne la destinazione a darsi a questi ufficiali, provvede però a che gli ufficiali stessi siano mantenuti in servizio attivo; il che io credo sia assolutamente un debito della nazione verso questi ufficiali, un debito del Governo, poiché il Ministero ha consacrato già questa misura col decreto dell'11 novembre.

Io so, o signori, che ognuno di noi è ben lieto quando ode in questo recinto alcuni dei deputati parlare di concordia, e, io lo dico schiettamente, sono sempre pronto a cedere su tutti gli argomenti, purché tutti cedano (Ohi ohi), purché tutti cedano in parte, voglio dire. Dunque, io dico, l'ordine del giorno dell'onorevole generale soddisfa, mi pare, in gran parte alle esigenze del Ministero, persino a quella dì non voler chiamare i volontari, il che, per conto mio, non so persuadermi che possa dar apprensioni all'Europa.

Siamo sul terreno delle conciliazioni, e stiamoci: il Ministero non vuole che si arrotino volontari; ebbene non si arrotino; ma noi che abbiamo questo dovere di riconoscenza verso quell'esercito (e io posso dirlo perché non ne faccio più parte), noi che abbiamo questo debito di riconoscenza verso

PRESIDENTE. La parola è al deputato Romano.

LIBORIO ROMANO. (Segni di attenzione) L'armata napoletana fu organata da Ferdinando II nel solo ed unico scopo dell'interna repressione, non in quello di servire a guerra ordinata. Però non mancarono in quella buoni elementi sotto i rispetti della intelligenza e del valor militare. né codesti nobili elementi andarono guasti o corrotti dalle tristi arti della polizia, dallo spionaggio militare, dalla diffidenza artatamente sparsa tra i soldati e gli uffiziali, tra gli uffiziali e i loro superiori. Imperocché di tempo in tempo si appalesarono nell'armata delle tendenze non solo, ma delle positive cospirazioni liberali; onde furono severamente puniti tutti coloro che la sospettosa tirannide ne credeva indiziati.

Cosi stettero, o signori, le cose sino a che l'eroica Palermo si riscosse, e sì per la propria virtù, come per l'opera del prode Nizzardo, si rigenerò a libero reggimento.

In tale epoca, e di poi, quale è stato il contegno dell'armata napoletana?

Un gran numero di essa, che altamente sentiva dei principii nazionali, abbandonò la parte regia e segui quella della santa causa d'Italia. Altri pugnarono, in vero, pel Re in Sicilia, ma contro coscienza, o colla coscienza di difendere una causa non buona, anzi perduta; ed abbandonati miserevolmente dai loro generali, si sbandarono. Da ultimo non pochi si ritennero legati dal sacramento militare e combatterono. tanto sul Volturno, quanto a Gaeta.

Però sul Volturno stesso parecchi individui dell'armata napoletana profusero le loro vite per la libertà, e si mostrarono non inferiori a chicchessia e per valor militare e per sublime devozione alla patria.

Udite ancora, udite, o signori. Nel 7 settembre 1860, il generale solo, inerme, seguito da pochi suoi amici, entrava in Napoli acclamato, festeggiato, fra gli evviva di tutto un popolo fremente di gioia.

Or bene, in quel giorno ben ottomila uomini dell'armata napoletana erano di guarnigione ai posti di guardia ed a tutti i castelli della città. E come intervenne che quei ottomila borbonici rimanessero quasi impietriti alla vista dell'Eroe e si mostrassero vivi solamente per fargli le debite onoranze militari? Eran cittadini, uomini liberi, non vili servi di un re, come il Borbone, che, vinto, fuggiva.

Ora codesti uomini tutti come sono stati indistintamente trattati? Piacciavi ascoltarlo.

A coloro che abbandonarono la causa regia, per seguire, le nazionali aspirazioni, si è detto: voi siete traditori.

Agli altri, che si batterono in Sicilia, e si sbandarono perché abbandonati dai loro generali, si è detto: voi siete vigliacchi.

A coloro che pugnarono sul Volturno ed a Gaeta si è detto: voi siete tinti del sangue di una guerra fratricida.

Ma, signori, abbiamo le opere consone alle parole, chiamiamo gatto un gatto. (Ilarità)

Se nell'armata napoletana vi erano de' tristi, che onninamente conveniva respingere, non mancavano i buoni, che, come forze vive del paese, avrebber dovuto fraternamente abbracciarsi. Accogliete i valorosi soldati di Vittorio Emanuele con amplesso fraterno,» diceva l'Eroe Nizzardo all'esercito meridionale.

Signori, è forza confessarlo; nell'armata napoletana vi erano buoni soldati, ottimi ufficiali. Mancavano solo di generali abili e prodi.

Ponete alla loro testa un Cialdini, un La Marmora; ed essi rinnoveranno i portenti di Barcellona, di Danzica, della Beresina, della ritirata di Lombardia, di Goito, di Curtatone. (Segni d'approvazione)

E qui mi permetta l'onorevole ministro della guerra che io rettifichi un equivoco involontario, in cui trascorreva, intorno alle istituzioni napoletane.

Egli affermava che in Napoli non esistevano altri istituti speciali militari tranne quello della Nunziatella.

Ma no, o signori, ché quel collegio è una formale scuola politecnica, organata come le migliori d'Europa, e che dà ai corpi del genio e dell'artiglieria meglio di 40 ufficiali.

Ma no, ché quella scuola meritò gli elogi del principe Eugenio, maestro di guerra e sommo capitano.

Ma no, ché in Napoli avvi inoltre una scuola militare che dà sottoufficiali alla linea.

Ma no, ché noi abbiamo un nobile e distinto collegio di marina che dà ufficiali a quel corpo.

Ma no, ché tra noi esiste un collegio di pilotini, che dà piloti alla marina.

Ma no, ché noi abbiamo in fine una scuola di grumetti, che dà dei sottoufficiali alla marina.

Antiche istituzioni sono codeste tra noi, istituzioni da cui, fra i tanti grandi, uscì il chiarissimo ammiraglio Caracciolo, emulo e vittima dell'illustre Nelson; istituzioni che, assiderate dalla mala signoria, il soffio della libertà farà tosto rinverdire.

Io conchiudo dunque, che nell'organamento dell'armata nazionale è prudente, sano, utilissimo consiglio che si prendano tutte le parti vive del paese, tutti i buoni che facevano parte sì del disciolto esercito reale, e sì del glorioso esercito meridionale.

E questo provvedimento io credo fermamente, o signori, sarà l'iride di pace,

il foriero della concordia di due grandi principii, di due sommi uomini, di due sublimi virtù, la virtù della mente e del cuore (Accennando al conte di Cavour ed al generale le virtù per cui i padri nostri

...furo uguali

Coll'armi al mondo, e colle menti al cielo.

(Bravo! nella Camera; applausi dalle tribune)

FANTI, ministro della guerra. Dirò due parole in risposta relativamente agl'istituti militari, cui accennava il preopinante.

Quando io accennava agl'istituti militari, io parlava dell'esercito di terra, e non di mare. Io diceva che in Napoli non ve n'è che uno, vale a dire la Nunziatella, il quale equivale alla nostra Accademia; e l'altro, che non è in Napoli, ma a Maddaloni, è una scuola di figli di militari, come abbiamo noi qui a Racconigi.

PRESENTAZIONE DI SCHEMI DI LEGGE: 1° SULLA SANITÀ MARITTIMA; 2° PER STABILIRE A VENTUN'ANNI L'ETÀ MAGGIORE IN LOMBARDIA.

DI CAVOUR C, presidente del Consiglio, ministro per la marineria. Ho l'onore di presentare un progetto di legge concernente il servizio di sanità marittima.

La Camera capirà di leggieri quanti inconvenienti nascano dall'esservi nello stesso regno due sistemi di leggi sanitarie.

Diffatti le antiche provincie, avendo aderito alla convenzione di Parigi del 1881, hanno un regime molto liberale ed

Prego quindi la Camera di occuparsi sollecitamente di questo disegno di legge, ed a volerlo dichiarare d'urgenza.

PRESIDENTE. La Camera dà atto al signor PRESIDENTE. del Consiglio della presentazione di questo progetto di legge, il quale, se non vi sono opposizioni, sarà dichiarato d'urgenza.

CASSINIS, ministro di grazia e giustizia. Ho l'onore di presentare alla Camera un progetto di legge per la quale in Lombardia la minore età cessa ai 21 anni compiti.

PRESIDENTE. La Camera dà atto al ministro di grazia e giustizia della presentazione del presente progetto di legge, che sarà stampato e distribuito.

SI RIPRENDE li. DISCUSSIONE SULLE INTERPELLANZE RELATIVE ALL'ESERCITO MERIDIONALE.

PRESIDENTE. Il deputato Bixio ha facoltà di parlare.

BIXIO. (Movimento di attenzione) Il mio discorso sarà più breve che sia possibile, tanto più che l'ora è avanzata.

Desidero di rispondere alcune parole all'onorevole ministro della guerra. La prima parte sarà questa; nella seconda parlerò a sostegno dell'ordine del giorno

proposto dal generale e cercherò di dire le ragioni per cui, secondo me, la maggioranza della Camera non può rifiutarsi d'appoggiarlo ed il Ministero d'accettarlo.

Il signor ministro della guerra ha parlato in termini generali dell'uffizialità dell'esercito meridionale in modo che assolutamente io, noi tutti non possiamo accettare il giudizio suo e neanche quello della Camera che ha applaudito al fine il discorso del signor ministro. Assolutamente non lo possiamo riguardare come giudizio esatto, né come quello che dell'esercito meridionale darà la storia.

Io dico molto francamente le cose, e cercherò di provare che non è così che esso vuol essere considerato.

Per dimostrare che gli ufficiali avevano avuto, secondo il ministro, degli avanzamenti favolosi, il signor ministro, dopo aver citato i nostri uomini d'arme, all'estero, che io non voglio esaminare, è passato alla rivoluzione francese. Ora io sostengo che, tuttoché le asserzioni del signor ministro siano precise nelle cifre, sono sbagliate nello spirito, e mi accingo a provarlo.

Per quanto riguarda il generale Hoche, mi limito a dire semplicemente che egli all'età di 26 anni era generale' di divisione e comandante in capo d'un esercito.

Del resto è questa una questione che io lascio da parte.

Nelle memorie del maresciallo Di Saint-CYr trovo che all'epoca della dichiarazione della guerra contro la rivoluzione della civiltà contro la barbarie,12 mila uffiziali abbandonarono le bandiere. Trovo poi nelle cifre di Paixhans che, pochi anni prima, l'esercito francese si componeva di 340 mila uomini. Se al momento della guerra gli ufficiali se ne andarono, evidentemente hanno dovuto essere stati surrogati da altri.

Scoppiata la guerra, in due anni la repubblica francese porta il suo esercito al milione. E voi sapete, o signori, che la guerra ammazza molti uomini, e segnatamente degli ufficiali, massime quando la faccia un'armata nuova, un'armata patriota. (Segni di assenso)

E qui dirò che appunto da patriota doveva l'onorevole ministro considerare l'esercito meridionale, e non nel modo che egli fece.

Prima di tutto però debbo fare una dichiarazione. Io vorrei che le parole che escono dalla mia bocca, il generale Fanti le prendesse come dette da un uomo il quale, sebbene dissenta dalle sue opinioni, non intende però attaccare, per sistema e senza motivi, una persona. (Segni di approvazione dal banco dei ministri) Ed appunto perché le parole non facciano velo alle intenzioni, debbo dire francamente che dal generale Fanti non ebbi mai cagione di offesa; cosicché non posso essere accusato di voler avere uno sfogo personale se gli muoverò qualche censura.

La prima nozione che mi ebbi di lui, si fu ch'egli era in esilio, che militava all'estero; e questo naturalmente era per me un motivo di stima, poiché, essendo andato a combattere all'estero per la libertà di altri popoli, egli rappresentava qualche cosa di nobile; poi, per seconda nozione, vidi una sua memoria (credo almeno che appartenga a lui) Sulla difesa delle piazze aperte; questo scritto mi parve fosse dettato da un patriota.

Io dissi questo perché non si creda che, quando parlo contro di lui, voglia precisamente far quello che, secondo me, egli ha voluto fare riguardo all'esercito meridionale.

Io diceva dunque che, se l'esercito francese, da 305 mila uomini, è venuto, in due anni, ad un milione, e colle guerre, quindi colle morti e colle malattie, evidentemente l'ufficialità dell'esercito francese ha dovuto progredire nella stessa progressione idei numero a cui è salito l'esercito. Era una necessità.

600 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

E questa necessità per la Sicilia si è sentita molto di più, poiché la Francia aveva un esercito, mentre la Sicilia non ne aveva nessuno.

Dalla rivoluzione francese veniamo all'impero.

Io trovo che l'esercito di Napoleone, che non era certamente un rivoluzionario come è il generale era nel 1812 di 943 mila uomini, dei quali 27 mila appartenevano all'esercito italiano. Aprendo la campagna di Russia, mi ricordo di aver letto nelle opere del maresciallo Marmont, come il 1° corpo che era partito con 85 mila uomini dalla frontiera francese, alla rivista di Mosca non ne contava che 15 mila, e che i 50 mila uomini di cavalleria di linea partiti dalla Francia a quella rivista erano ridotti a 6 mila. Ora tutte queste perdite non possono essere soltanto di soldati; si sono certamente perduti anche gli ufficiali. Non dico poi che tutti i mancanti fossero morti; ve ne saranno rimasti indietro, come succedeva a noi; ma bisogna riflettere che l'esercito napoleonico era ricco di tradizioni ed era composto di uomini da lungo tempo assuefatti alla guerra; epperciò i rimasti indietro erano certamente minori in quell'esercito che nel nostro.

Con tutto ciò noi troviamo che nel 1813 l'imperatore Napoleone aveva un esercito di un milione e 107 mila combattenti.

L'esercito francese adunque, colle guerre della rivoluzione, della repubblica e dell'impero, si è rinnovato varie volte, epperciò le promozioni debbono essere state rapidissime. Lo stesso avvenne nell'esercito meridionale.

La parte, che possiamo chiamare rivoluzionaria, di quell'esercito ha avuto origine da 1080 uomini sbarcati a Marsala, e condotti dal generale

Il generale Fanti, e generalmente tutti quanti i militari che parlarono di quella guerra, non si fanno un'idea della condizione di essa.

Io voglio qui dichiarare una volta per sempre che in tutto quello che ho veduto scritto sui giornali rispetto a quei fatti non ci ho veduto ombra di vero. (Ilarità) dopo la partenza da Genova, si formarono sette compagnie. Mi scusi la Camera se debbo entrare in questi particolari; forse questo non è molto interessante.

Molte voci. Parli! Parli!

Bixio. Dunque si partì da Genova; quelli che partirono ed ebbero il grado di capitani, dopo aver preso parte al primo fatto d'armi, durante il divampare della rivoluzione, furono poi dopo fatti maggiori; e si noli che, trovandosi il paese tutto in rivoluzione per la presenza del generale Garibaldi, il numero dei volontari andava sempre crescendo; di modo che in breve tempo si formarono dei battaglioni. Gli uffiziali postivi a capo erano gli antichi uffiziali dei Cacciatori delle Alpi, messi in disparte dal Governo per delle ragioni che io non voglio qui riandare.

Dunque con le nuove unità militari si trattava di avere degli ufficiali, e bisognava prenderli tra quelli che si trovavano li, non si poteva aspettare; dunque era d'uopo limitarsi a quelli; io sfido qualunque militare a dire come si poteva fare altrimenti.

Io mi ricordo che il generale Garibaldi è sempre stato severissimo per quanto riguarda gli ufficiali. (Movimenti) la verità.

Voci. Sì! Sì!

BIXIO. Era quindi precisamente una necessità; non è stato un sistema di prodigare il denaro pubblico; tutte le promozioni, che vennero fatte dal generale Garibaldi, lo furono sempre con coscienza, e ne posso dare la mia parola d'onore la più sacrosanta a nome di tutti i mie»colleghi. Qui ci sono il generale Cosenz, il generale Sirtori,

e c'è il nostro duce supremo; e dico che i quadri delle divisioni attive che combatterono non furono mai al completo. Nella cifra di ufficiali, che dà il signor ministro della guerra, vi sono delle separazioni assai importanti da fare. Prima, la parte attiva che combatteva era una cosa, quella che si preparava a combattere era un'altra. L'esercito meridionale era divenuto l'avanguardia del gran corpo che si preparava a combattere.

Io posso dire che siamo partiti da Palermo in 120 e siamo arrivati a Messina con tre mila uomini raccolti per istrada, senza fermarci che soli due giorni a Girgenti; giunti nelle vicinanze di Messina, accaddero i tristi casi di Bronte, cui abbiamo dovuto consacrare alcuni giorni per mettere all'ordine quegli infelici che si uccidevano, non si sa troppo perché. Ritornati nelle vicinanze di Messina, ebbi l'ordine di far il passaggio in Calabria. Dopo i fatti di Reggio, due soli giorni ci fermammo a Cosenza e da questa città a Paola per mare giungemmo a Napoli.

Questa è la storia. Credete che fossero momenti d'organizzazione? Si trattava di ben altro; si trattava di disorganizzare gli altri, e far presto. Ora se si chiede quello che era impossibile d'avere, si diviene ingiusti ed ingrati, e col paese non si è mai ingiusti ed ingrati impunemente. (Bene! Bravo!) non dico per me! debbo dichiararvi anziché ieri, mi sanguina l'anima, debbo dirlo! tutti noi uffiziali superiori dopo la lettura del discorso del generale Fanti abbiamo deciso di offrire le nostre demissioni! (Movimenti di sensazione) non tanto pel suo discorso, quanto per i segni di approvazione che partirono dalla maggioranza della Camera! (Bravo! a sinistra, e grida dalle gallerie: ! Bravissimo!)

PRESIDENTE. (Con forza) avverto le tribune che al primo segno, che si dia, di approvazione o di disapprovazione, io le farò sull'istante sgombrare; non lo tollero assolutamente.

BIXIO. È vero che i segni d'approvazione al signor ministro della guerra potevano mirare ad altra parte della relazione ch'egli leggeva, e leggeva in modo cosi poco pacato, mi permetta ch'io glielo dica. Duro fatica a comprendere come un uomo politico provato si lasci andare a tanta vivacità, e come, leggendo, l'abbia fatto in modo che gli stessi còlleghi suoi dovettero quasi tirarlo per il cappotto (Si ride) avvisarlo che non si mostrasse tanto alterato. E questo accade quando non si è nel vero; quando si cerca di essere uomini di governo e si diventa uomini di partito, o almeno si tiene troppo conto di risentimenti personali, che in un ministro debbono tacere sempre, tanto più poi allorché si giudica di cose che sono affatto nel dominio della storia. Ora io dirò all'onorevole ministro della guerra che il paese s'attende ben altro da lui. Si tratta di mettere il paese in istato di difesa. Faccia che il paese possa mettere in linea 500 mila uomini: ecco la parte del ministro della guerra. Bisogna che l'esercito sia organizzato e numeroso e presto. E creda bene che anche tutti la pensiamo cosi. Si persuada che anche noi intendiamo tutto il rispetto che merita l'esercito. Ma se il nostro del mezzogiorno ha meriti, non vediamo perché non sarà ugualmente rispettato.

E qui mi cade in acconcio di osservare ad un uomo per ogni riguardo rispettabile, al signor Massimo D'Azeglio, dove ha imparato che i bersaglieri decidessero della battaglia sul Volturno. Io dirò una bella volta che i bersaglieri non hanno combattuto il 1° ottobre, e che se il 2 contribuirono alla presa dei prigionieri ed insieme ai Calabresi bruciarono qualche cartuccia, noi che eravamo in posizione perché non isfuggissero, tutto che con giovani milizie, pure, accertato che non vi erano Bavaresi, non abbiamo voluto tirare un colpo, quantunque quegl'infelici saccheggiassero villaggi,

601 - TORNATA DEL 19 APRILE

spinti da quell'istinto infernale, frutto di un'educazione iniqua che aveva in loro instillato l'odio de' suoi propri concittadini. Vi erano certamente in Caserta due compagnie di bersaglieri unitamente a due compagnie di linea che il generale Garibaldi aveva chiesto, perché era troppo importante per noi che fossero presenti sul luogo del combattimento per l'influenza morale; ma tutto quello che fu chiesto da loro fu unicamente servizio di presenza; e questa è verità. E il signor D'Azeglio avrebbe dovuto saperlo, e, se non lo sapeva, doveva tacerne.

I fatti del Volturno, per la parte che è relativa a Maddaloni, sono in gran parte dovuti ai volontari siciliani, e questa è lode dovuta ai Siciliani, ed è risposta a coloro che credono che in Sicilia non s'incontri stoffa per soldati. Ci è stoffa magnifica in Sicilia, e dapertutto in Italia. (Bravo)Ciò dico per il rispetto dovuto a tutti, e non è punto vero che le promozioni si siano date in modo favoloso.

Quello che è vero bisogna dirlo: per esempio, io noi pretendo di essere generale come può intenderlo il signor ministro, ma mi trovo avere un brevetto anch'io come generale di divisione. Capisco che è camminar troppo presto nella carriera; ma io domando: come fare? Le divisioni ci erano, bisognava che qualcheduno le comandasse; ci eravamo noi, le abbiamo comandate noi (Bene!); se vi fossero stati altri, le avrebbero comandate altri.

In questa questione, che è tutta personale, è ora inopportuno l'esporre tutte le ragioni per cui certe promozioni le potevamo dare; sta qui il generale in capo che può confessare che noi non abbiamo mai domandato un grado; io non ho mai domandato un grado a nessuno; è la fortuna che ci ha sempre guidati. Nel 1848, per influenza di alcuni amici, mi nominarono sottotenente; ma poi non ho mai accettato un grado che dopo un combattimento.

Questa è una verità, ed io non so come il generale Fanti abbia potuto parlare con frasi così poco adatte dell'uffizialità superiore e di noi generali, segnatamente; è una cosa che, unita ai caldi segni d'approvazione della maggioranza, ieri sera, quando l'ho letta, mi ha fatto un male indicibile, e tutti noi uffiziali generali abbiamo compreso che non era più possibile rimanere al nostro posto. È impossibile, bisogna andarcene, bisogna dire che queste sono cose di partito, non sono cose da uomini di Stato. (Bene! a sinistra)

Mi rincresce di aver dovuto parlare come un ufficiale dell'esercito meridionale, mentre sono deputato; ma la Camera comprenderà che questa è per noi una quistione di dignità, e che, per essere rispettati, è necessario che cominciamo dal rispettare noi stessi.

Se nel dir queste cose mi fossero sfuggite parole meno che precise, la Camera intende che non sempre, quando si è offesi, si ha la tranquillità necessaria. Del resto nel Parlamento inglese, che è il modello dei Parlamenti, si lascia anche ad uomini, come il Normanby, che possano dire cose che spesso non sono sentite, né intese dai più. Ora, che cosa si domanda con quell'ordine del giorno proposto dal generale Garibaldi? Bisogna spiegarci chiaramente, perché il Ministero potrebbe spaventarsene e non accettarlo. In quanto al riconoscimento dell'esercito meridionale, se si facesse quello che si fa qualche volta in Inghilterra, se cioè noi ci indirizzassimo ad un tribunale, fosse pure il più codino di tutta l'Italia (Ilarità), potrebbe a meno di darci perfettamente ragione. fine dei conti il Governo della Sicilia era l'espressione

della volontà del paese; era un anello, se volete, tra il presente e l'avvenire; ma, lo ripeto, era l'espressione vera della volontà del paese; noi eravamo il braccio di quel Governo. Come può dirsi adunque che non siamo legali? Ma in tal caso, se non è legale l'esercito meridionale, non è legale neppure la Camera. Questa è una verità che non si può disconoscere. Certamente i militari sistematici vedono tutto sotto un altro punto di vista; ma, signori, esiste, è vero, un esercito pieno di valore e di buona volontà, che va col vostro sistema; ma potete voi dire d'avere davanti a voi trecento mila uomini? L'Austria ha trecento mila uomini pronti per la guerra d'Italia, e se non li ha, li può avere da un momento all'altro; a questo bisogna badare, o signori.

Havvi un'altra cosa ancora che vorrei, se potessi, dire a metà soltanto, ma che pure bisogna che io dica. Io giungo di Francia, ove mi recai per vedere la mia famiglia, ed ove non presi parte punto a tutti gl'inviti e conviti a cui mi fecero presente certi giornali. (Ilarità) non andai a vedere alcuno; ma molti amicissimi miei si recarono da me; ed io, signori, frammezzo alle simpatie dell'Europa civile, ho potuto portar via una convinzione che mi mette in apprensione e che desidero comunicare alla Camera, perché ci pensi. Nell'armata francese è rimasto qualche cosa, dirò cosi, che non è un grande amore per noi; non dico che in Francia i partiti ci siano avversi; non lo credo; dico anzi che non trovai che una vecchia signora, la quale mi abbia parlato rabbiosamente dell'Italia. (Ilarità generale)

Ma da qualche generale che ho veduto, e da qualche notizia che ho potuto avere, ho rilevato che, se prendessimo una botta un po' di cattivo gusto (Movimenti) Austriaci, sarebbero tutti contenti, e sarebbero contenti di venire, ma di venire dopo.

Questo è terribile, e bisogna metterci in condizione da non aver bisogno di aiuto.

Nelle condizioni in cui si trova l'Italia, se il Ministero, colla fiducia di cui gode, coi denari e cogli uomini che può procurarsi, lascia il paese in condizioni che il generale Benedeck ci venga a dare una battosta, avrà una grande risponsabilità, e Dio voglia che non accada.

Si dice: non succederà; ma, a forza di dire: non succederà, gli altri potrebbero credere che conviene a loro che succeda.

Non bisogna dunque addormentarsi.

Noi non vogliamo fare conquiste sopra alcuno; noi vogliamo solo il nostro paese, l'Italia.

Essa ha parlato per lo passato abbastanza chiaro coi suoi tanti martiri; e finalmente ha potuto, colle armi, combattere per sé; e questa è la prima volta che l'Italia ha combattuto in suo nome e per sé.

Dunque tutti sanno che noi vogliamo combattere tutti quelli che stanno in casa nostra, che noi dobbiamo andare a Venezia come siamo a Genova.

Ma per ciò ci vogliono armi; e se voi non avete 300000 uomini, voi mancate al vostro dovere.

La Camera deve essere preparata a fare qualunque sacrifizio, perché il Governo possa essere in grado di fare il compito suo.

Denari quanti si vuole; se, per procurarvi denari, dovete pagare di più, ebbene, pazienza; questo vuol dire che è una merce che vale di più; il denaro è una merce come un'altra; oggi vale il 70, domani il 72.

Si dice: siamo poveri. Non ci sono poveri; l'Italia è ricca. Fatevi dare del denaro dal paese, ed armate tutti quelli che si devono armare. La guerra la farete, quando voi la giudicherete utile; ma non ci addormentiamo.

602 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

Ove ci assalissero, se fossimo battuti, ci vorrebbe un'altra generazione per rimediarci, ed occorrerebbero ben molti milioni di più, e, quel che è peggio, noi saremo disonorati. (Viva sensazione)

Dunque, che cosa domando io per l'esercito meridionale?

Domando una organizzazione tale che possa essere utile in caso di guerra, desidero che si formino i quadri, che si raccolgano dentro questi quadri tutti gli elementi che ne possono far parte.

Io domando che si lavori immediatamente all'organizzazione della guardia mobile, perché l'Italia ha bisogno di tutti.

Devesi adunque, come diceva, organizzare l'esercito più che si può. Il sistema del generale La Marmora, al quale io mi inchino, come mi inchino a tutti gli uomini illustri, è un sistema che ha i suoi pregi; ma adesso si tratta di far presto; noi siamo minacciati seriamente, ed io ne ho qualche informazione. Ho altresì la sicurezza che tutti faranno il loro dovere, e che quelli che si danno a credere che il nostro esercito sia facile ad essere battuto sono scemi d'intelletto, e ignorano che il nostro esercito è animato da spirito patrio, come lo siamo tutti noi. Se il Governo non l'abbandona, l'Italia non si prende da chicchessia, a meno che sia Dio che la consegni. (Sensazione)

Il generale La Marmora avrà perfettamente ragione di esser glorioso dei suoi regolamenti, delle sue divisioni e di tutto quello che vuole. Ma ci vogliono dei soldati. Ecco la questione.

Bisogna salvare il paese, anche a dispetto di tutti i sistemi. Quando saremo caduti, non ci giustificherà il dire che ad ogni milione di abitanti doveva corrispondere una divisione di soldati. Storie queste (Si ride), che si possono contare quando si tratta di spendere pochi denari, e d'essere difesi; storie che valgono per gli Stati Uniti, per la Francia, ma non per noi.

Per la Francia c'è ancora da pensare, ed io ci penserei. (Si ride)

Noi cominciamo un'epoca nuova, noi vogliamo la nostra nazionalità come le nitro nazioni, noi vogliamo sorgere, noi siamo tutti insieme riuniti. La reazione, o ci batterà tutti, o noi andremo costituendoci poco a poco. L'Europa ci guarda; se ci facciamo burlare, saremo maledetti dalla generazione avvenire, ed io, se rimango in vita, mi fo Chinese. (Ilarità)

Dunque domando (Udite! Udite!) che mettano i quadri in condizioni tali da poter funzionare.

Il signor ministro può dire che, chiamando ora i volontari, facciamo una dimostrazione tale, che possono venirne delle complicazioni e delle guerre, e la maggioranza può appoggiare le sue parole.

Noi non diciamo come si debbano mettere questi quadri.

Io vedo tre' mezzi, ed il Ministero può vederne degli altri. Si possono avere dei quadri della bassa forza, senza chiamare i volontari; basta lasciarli venire. Quando abbiamo venti uomini per compagnia, ne abbiamo abbastanza. Mi rincresce di entrare in questi particolari. A questo modo, chiamando i volontari, per esempio quelli cui il Governo paga un certo accantonamento, si distribuiscono e si mettono in questi quadri. Ma, si dirà, ciò non è scritto nei regolamenti; ma i regolamenti hanno avuto un'origine, essi danno all'esercito regolare una tale forza, per cui i quadri si mettono in movimento; si può anche fare in altro modo. Come noi, nella guerra del mezzogiorno,

siamo stati l'avanguardia dell'esercito, ora l'avanguardia riceve dal corpo di battaglia una frazione per funzionare. Ciò è una ragione di molla importanza per me; e sapete chi l'ha detto per me? L'arciduca Massimiliano, ammiraglio dell'Austria (ci è il generale Garibaldi presente che lo sa), l'ammiraglio austriaco disse all'Austria:

Il generale Garibaldi può penetrare nella valle del Danubio quando vuole, e voi altri non potete impedirlo, perché non siete marinai, perché non avete una flotta, perché, quando arriverà Garibaldi, vi caccierà all'inferno. (Si ride) lo ha detto l'arciduca Massimiliano, principe di non so quante case. (Risa)

Ora, se domani ci attaccassero, se i nostri quadri sono in pronto, immediatamente si possono chiamare i volontari, perché col decreto fatto ultimamente si formano i quadri, e poi si mandano a casa; il Governo vede che vi è timore di guerra; ebbene, li richiama. Ma quando li richiamerà? Evidentemente (ed il signor presidente del Consiglio è troppo franco e troppo diplomatico per non convenirne) li richiamerà al più tardi che potrà, non perché non se ne voglia servire, ma per non dare pretesti alla diplomazia, la quale potrebbe dirgli: ma come? voi non volete attaccare, e chiamale i volontari? Appunto come quando vediamo l'Austria mettersi sul piede di guerra, noi diciamo che ci è guerra. Io so, per esempio, che adesso i reggimenti austriaci hanno i doppi quadri (il signor ministro Fanti si spaventa tanto dei quadri, c gli Austriaci ne hanno due) (Si ride), in previdenza della guerra, poiché essi sono disposti a tentare una guerra terribile, disperata. A taluno la cosa può sembrare esagerata; a me, no.

Quando dunque noi avremo i quadri che funzionino, tutti gl'inconvenienti, che si lamentarono fin qui della formazione fatta correndo, saranno eliminali. Non c'è alcuno che più di noi senta l'importanza di avere elementi buoni. Non parlo di fare dei soldati come tante mummie, ma di addestrarli bene, ed anche nel servizio delle caserme, nell'ordine, nella polizia, cose tutte che bisogna farle prima della guerra, e che richiedono un certo tempo.

Ma, se voi aspettate a chiamare i volontari al momento che scoppierà la guerra, voi non avrete organizzazione alcuna; e se i SO o 40 mila nomini che potrebbero organizzarsi prima, almeno quanto al meccanismo, non li preparerete prima, non li avrete in ordine, come si attenderà il Governo.

Non dico adunque di mettere adesso tutti i volontari sotto le armi, ma mettere i quadri in attività. Che cosa vi costa, santo Dio! Con questo vi scaricate la coscienza dinanzi al paese ed all'estero.

Voi non potete rifiatare quest'alto di riconoscenza a quell'esercito. Però, vi dico francamente che non abbiamo bisogno di riconoscenza, poiché quelli ché hanno combattuto nel mezzogiorno d'Italia hanno la coscienza di aver fatto il proprio dovere, e questo loro basta.

Mettete adunque il paese in condizione di poter fare da sé, e non vi sarà nessuno che ve ne possa fare rimprovero. Armate tutti i volontari e tutte le guardie nazionali mobili che si possono avere, ed allora, se disgraziatamente saremo vinti, nessuno ci potrà dire che siamo vigliacchi; ma, se tutto il mondo venisse contro di noi, noi non potremmo resistere i tutto il mondo.

(Con calore) Armate, o signori; ve lo dice un uomo che vi bene e che vi appoggia. io vi credo patriotti; ma siate al disopra di ogni partito, e levatevi all'altezza di veri uomini politici. Armate, e non pregiudicate nessuno; e se credete di fare la guerra, non la fate, ma preparate il paese alla resistenza.

Infine, ora siamo in condizioni molto migliori che non eravamo nel 1859.

603 - - TORNATA DEL 19

Noi abbiamo ora le fortificazioni di Bologna e di Piacenza, le quali ci pongono in condizione di poter resistere, senza bisogno di chiamare l'alleato che ci venga a dare aiuto.... per l'amor di Dio! (Applausi nella Camera e dalle gallerie pubbliche)

PRESIDENTE. Il deputato Mellana ha facoltà di parlare.

MELLANA. Dopo i discorsi, in appoggio dell'ordine del giorno dell'onorevole Garibaldi, de' miei amici Casaretto, Cadolini e Bixio, massime che niuno è sorto a contraddirli, ben volontieri mi asterrei dal parlare; ma, con animo commosso, mi valgo della facoltà che mi è concessa, preoccupato di una grave circostanza, che io pur troppo prevedevo, e che le parole dell'onorevole Bixio hanno dolorosamente accertato.

Voi avete Udito il generale Bixio dichiarare che esso egli altri generali dell'esercito meridionale, dietro il discorso del ministro della guerra, ove fosse dal voto della Camera convalidato, daranno la loro dimissione. Chi vi accerta che questo doloroso esempio non sia imitato da tutti o pressoché tutti gli ufficiali di quel benemerito esercito? Chi può misurare le conseguenze di questo atto?

Quindi ben vede la maggioranza che là presente quistione, già grave per sé stessa, potrebbe prendere maggiore estensione. E quello che maggiormente mi spaventa si è appunto il silenzio della maggioranza, la quale pare abbia preso il suo partito, lasciando a noi, per conforto, ampia facoltà di parlare. È da due giorni che discutiamo; oggi quattro dei nostri hanno già parlato in appoggio della proposta Garibaldi, e niuno della maggioranza si è alzato od a combatterla, od i dichiarare che credono di accettarla...

PRESIDENTE. Sono ancora inscritti parecchi deputati, i quali parleranno al loro turno; e di questi ve rie sono che siedono sui banchi opposti; ma certamente non potevano entrare nell'arringo prima del loro turno.

Voce al centro. Non si apostrofa la maggioranza!

PRESIDENTE. Non è pertanto il caso di far rimprovero alla maggioranza o ad altra parte della Camera.

MELLANA. Se qualcheduno vuol sorgere a parlare in senso contrario all'ordine del giorno del generale Garibaldi, io ben volontieri gli cederei la parola; niuno accettando questa mia offerta, continuerò, né credo di aver detto cosa che possa offendere alcuno, lo ho constatato un fallo; ho visto quest'oggi cinque o sei oratori da questa parte appoggiare l'ordine del giorno Garibaldi contro l'ordine del giorno proposto dall'onorevole Ricasoli; non vedendo sorgere alcuno della maggioranza a dichiarare di accettarlo, doveva ritenere che quelli che siedono dal lato opposto a noi non fossero decisi a votare l'ordine del giorno dell'onorevole Garibaldi. Quindi io diceva che la Camera doveva preoccuparsi delle conseguenze dell'ordine del giorno Ricasoli, ore venisse adottato.

Entro ora in discorso, e principierò da una rapida analisi delle interpellanze mosse dall'onorevole Ricasoli.

L'onorevole Ricasoli nel dì 10 di questo mese annunziava alla Camera le interpellanze in pro dell'esercito del mezzodì, e giunto il dì 18, fissato per queste interpellanze, l'onorevole Ricasoli, senza dare alcuno sviluppo al soggetto del quale si trattava, muoveva tre semplici domande, due sul già operato a riguardo dell'esercito del mezzodì, l'altra non più in merito del solo esercito del mezzodì, ma in merito all'armamento nazionale ed all'esercito stanziale.

Per ammirabile coincidenza il ministro della guerra sorgeva, e con un discorso

scritto rispondeva per ordine alle tre domande dell'onorevole interpellante.

L'onorevole Ricasoli non trovò materia da fare la benché minima osservazione alla lunga esposizione del signor ministro, e, accettando le date spiegazioni, propose di convalidare il decreto dell'11 di questo mese fatto dal Ministero, contrario alla dignità della Camera (Sensazione), contrario alla dignità della Camera, o signori, ed ai principii costituzionali.

Il giorno 10 l'onorevole Ricasoli chiamava, con parole che sentivano altamente della dignità del Parlamento, chiamava la Camera a farsi giudice in una controversia che agitava gli animi di tutti gl'italiani; ebbene il ministro, nell'intervallo dalle annunziate interpellanze al giorno in cui si doveva qui dibattere la controversia, emanò un decreto col quale si credeva di poter risolvere la questione, un decreto che pregiudicava alla libertà della discussione della Camera.

Ora io domando se, dal momento che la Camera aveva evocato a sé il giudizio in questa grave questione, era della sua dignità che un reale decreto venisse a sciogliere a priori questione, anche ammesso, quello che nego, che ciò si potesse fare con un decreto reale. (Bene!)

Non si poteva fare per riguardo alla Camera, inquantoché, quando si vuole libertà di discussione, concordia degli animi; quando, per considerazioni politiche, non si vuole che vi sia opposizione contro il Governo, il Governo non deve venire con fatti compiuti a pregiudicare le questioni; e l'onorevole Ricasoli, che sente altamente della dignità parlamentare, sono stupito cerne non abbia mossa parola a riguardo di questo fatto, nuovo negli annali parlamentari; ma io dico di più, o signori, questo decreto reale non poteva vestire questa forma, in primo luogo, per un grande principio costituzionale.

Io non credo che la formazione o l'ordinamento dell'esercito nazionale stia nelle facoltà del solo potere esecutivo; a che cosa servirebbe la responsabilità ministeriale in un fatto di questa natura? che cosa c'importerebbe a noi di un ministro caduto o condannato, ove avvenissero i fatti di guerra che teme l'onorevole generale Bixio, e che l'esercito fosse impari al bisogno? Riguardo poi all'armamento generale, questo fatto, io son persuaso, riguarda ancor meno la responsabilità di un ministro; di questi fatti solo possono rispondere alla nazione i suoi rappresentanti. Tutti, tutti quanti, noi dobbiamo dividere questa responsabilità, ed è solo coll'assenso del Parlamento che si ha a provvedere alla difesa, della nazione.

Tacerò dell'altra considerazione costituzionale, che, cioè, tutte le questioni dell'esercito e dell'armamento nazionale di necessità toccano e si connettono a questioni di danaro, e niuno può disporre né d'un uomo, né d'un obolo senza l'assenso dei rappresentanti della nazione.

Ma, oltre a queste, vi sono altre considerazioni costituzionali. Io domando: non si tratta forse qui, dello stato degli ufficiali e di tante altre deliberazioni sancite per legge, e che formano la gloria del ministro La Ma nuora, il quale ha sapute rialzare l'esercito,, chiamando al Parlamento, delle provvide leggi che ne assicurassero, la sua posizione e sua dignità? E chi potrà qui sostenere che tali leggi non debbano pure essere applicate all'esercito del mezzodì?

Ma, oltre a questa ragione, conforme al diritto di tutti i soldati nella nazione, avvene un'altra; ed è che questo esercito era formato con legge del Governo dittatoriale, tanto legittimo quanto il nostro; e una legge, o signori, non si disfà se non che con una legge; ed era per ciò che, volendo il Governo immutare qualche cosa in merito all'esercito del mezzodì, il Governo doveva, e per agire costituzionalmente,

604 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

e per evitare di vestire l'aria di concessione o di favore, che non possono mai essere accolte dai veri generosi, dietro il risultalo delle interpellanze al Parlamento, doveva il Ministero presentare uno schema di legge, davanti al quale tutte le opinioni si sarebbero manifestate, ed il volo, comunque si fosse, della maggioranza, sarebbe stato accolto con tutto il rispetto da quei generosi, e da tutto il paese. Ma quando la Camera si trova davanti ad un fatto illegale e compiuto, fatto da un Ministero che per considerazioni politiche si dice di non poter combattere, non si può deliberare che con detrimento della dignità del Parlamento, e con flagrante violazione dei più ovvii principii costituzionali.

E qui supplico la Camera, e la supplico con animo commosso, di voler ponderare quanto ha detto l'onorevole Bixio, e l'estensione che potrebbero avere le sue parole: io la supplico di considerare se non vi sia ancora un mezzo di rimediare a questo fatto, che suonerebbe qui, fuori di qui, e fuori d'Italia, e presso la posterità, doloroso.

Io dico che la maggioranza ne ha due mezzi: uno di sospendere per ora ogni deliberazione e di fare al Ministero l'invito di presentare a questo proposito uno schema di legge, e questo sarebbe il più giusto, il più costituzionale e il più logico; questo toglierebbe ogni dissidio; l'altro, ed il più utile pel Ministero, sarebbe quello di accogliere l'ordine del giorno che il generale in capo di quel disciolto esercito vi propone; proposta che è la più solenne affermazione dell'animo suo generoso ed altamente conciliativo.

E giacché debbo entrare in questo argomento, toccherò dapprima alla ponderata relazione dell'onorevole ministro della guerra; ma sarò brevissimo; giacché è mio stile di non ripetere mai ciò che da altri fu detto.

L'onorevole ministro della guerra divide in quattro parti il suo discorso: la prima sull'esercito del mezzodì; l'altra sull'esercito borbonico; la terza sull'esercito dell'Emilia, e la quarta sul glorioso nostro esercito nazionale.

Quanto all'esercito del mezzodì, io veramente mi attristo nel pensare che sia fatale destino di tutte le generazioni quello che i presenti giudichino i fatti contemporanei sempre con animo diverso dai passati e dagli avvenire.

A riguardo dei generali dell'esercito del mezzodì, invece di giudicarli colla stregua storica, e spesso male applicata nella sua relazione dal signor ministro della guerra, io non so perché esso, che è pur figlio della rivoluzione, non li abbia in parte giudicati colla commozione dell'anima di tutti gli Italiani nello scorso anno, come non lo giudichi in parte col giudizio che darà un giorno la posterità.

E bensì vero che l'onorevole Ricasoli diceva, ed io divido la sua opinione, che siamo tutti eguali davanti alla legge e nel pensiero di aver servito, ciascuno nella sua sfera, alla causa nazionale; ma la storia non riconosce queste eguaglianze e giudicherà le epoche che sono passate da alcuni uomini e da alcuni fatti; e noi, davanti alla posterità, sappiamo su quali uomini (Accennando a Garibaldi) su quali fatti sarà giudicata la presente generazione. (Bene!) qui invece di parlare dei volontarii, come si parlò un giorno, fatale alla Spagna, degli argonauti di Colombo, non so perché non li abbia invece giudicati collo slancio degli Spagnuoli il giorno in cui partivano le gloriose navi, e nel modo con cui li giudicava e li giudica la riconoscenza dei popoli dei due emisferi. (Segni d'approvazione a sinistra)

Il signor ministro della guerra non sapeva quasi altro dirci, per tranquillarci sul destino che esso prepara a quei prodi pur tanto della patria benemeriti, se non che,

a sua volta, anch'egli era stato fra gli aspettanti, e con esso molti altri pure che ora fanno parte del nostro esercito. Ma, signori, il generale Fanti, e molti con lui, entravano a far parte del nostro esercito quando dolorosamente eravamo obbligati a diminuirlo della metà o dei due terzi. E non è al certo in quei momenti che si possa sperare da una nazione che faccia torto a quelli che nelle sue file pure avevano combattuto, per dar luogo ad altri; l'aspettativa allora data era un nobile atto di questo Parlamento, il quale davanti a tutte le necessità finanziarie voleva che in qualche modo fossero rimeritati coloro che avevano servito la patria. E soggiungerò all'onorevole ministro della guerra, che non si giudica tutto dal diritto, ma talora anche dalla fortuna. Chi si presentava allora? Erano gli uomini che dolorosamente nelle giornate luttuose di Milano, e qui alludo al signor ministro della guerra, non avevano potuto nel 1848 compiere al dittatoriale mandato che avevano ricevuto di salvare la patria; erano coloro che nel 1819, guidando una nobile legione di prodi Lombardi, sventuratamente non avevano potuto farla trovare sui campi di Novara, né su quelli di Mortara; che neppure la conducevano sotto le mura di Roma, ove era alzata ancora la bandiera italiana, ma che conducevano a traverso ai monti di Bobbio quella eletta e fremente gioventù, ed allo scioglimento.

Questi dell'esercito meridionale, o signori, di cui parliamo, hanno avuta la rara fortuna, oltre alla virtù, di far palpitare non solo di ammirazione tutta Europa, ma anche di essere una delle principali cagioni che hanno fruttata questa congiunzione della nazione italica: ed hanno ciò operato e ci hanno fornita l'occasione non di diminuire, ma d'ampliare grandemente l'esercito; quindi comprenderà di leggieri l'onorevole Fanti che per nessun titolo può reggere il paragone.

Ma il generale Fanti dovrebbe ricordarsi che, appena la fortuna volle che per la spedizione di Crimea, di cui rendo la dovuta giustizia di lode al conte Cavour, si potessero allargare qualche poco i nostri quadri, l'onorevole generale La Marmora non andava a cercare se l'illustre generale Fanti era stato chiamato in Italia dal partito ultraliberale di Milano; ma, conoscendo i suoi meriti, gli dava, a preferenza de' suoi antichi amici dell'esercito piemontese, un comando che egli nobilmente adempiva.

E questo nobilissimo esempio l'illustre La Marmora lo ripeteva nel 1850, dando i comandi delle divisioni a generali figli della rivoluzione, a preferenza degli antichi suoi amici, dei quali forse si alienava gli animi.

Ma se noi abbiamo bisogno di volontari oggi ed in avvenire, confesso che abbiamo ancora più bisogno di un forte esercito stanziale.

Se il provvedere secondo giustizia e legalità ai volontari dell'esercito meridionale fosse un motivo di disgusto, o giusto od ingiusto, verso il nostro esercito, tanto io tengo a che questo esercito sia quale è, perché migliore non potrebbe essere, che io stesso rivolgerei la parola a quei giovani generosi, e farei loro sentire come, avendo fatto un atto generoso combattendo, dovrebbero farne un altro ancora più generoso, quello di non pensare a se stessi, di non pensare a guastare l'organamento dell'esercito nazionale. Ma questo timore, la Dio mercé, non esiste, e me ne fornisce la prova la relazione stessa del signor ministro.

Il signor ministro ci ha detto che il numero degli ufficiali del nostro esercito fu duplicato. Questo è già un nobile compenso alle gloriose sue gesta, ed io gliene desidero di maggiori.

Ci dice poscia il signor ministro che l'esercito del mezzodì, non avendo più uomini di bassa forza, né volendosi ora chiamare i volontari,

605 - TORNATA DEL 19

non può essere in modo attivo ricostituito. Ci dice pure che l'ex-esercito borbonico, stante la sua educazione politica, anziché militare, non può essere ricostituito; che le antiche leve di Napoli, e le nuove che colà ed in Sicilia e nelle Romagne si verranno facendo, saranno ripartite a proporzione nei vari corpi dell'esercito stanziale.

Questo dunque vuol dire che il nostro esercito voi Io aumentate di 100 mila uomini per il fatto dell'annessione di Napoli e Sicilia.

Mi pare di aver sentito a dire che prima dell'annessione delle provincie meridionali il nostro esercito ascendeva a 180 mila uomini; colla riunione del mezzodì voi dovete in proporzione portare almeno un aumento di 100 e più mila uomini.

Ora, credete voi che gli ufficiali del nostro esercito ritengano giusto che essi soli debbano avere il vantaggio di questo aumento straordinario dell'esercito nostro? Per quanti ufficiali io abbia sentito parlare del nostro esercito, mi consta che essi ben sentono la propria dignità, ma sentono anche quella degli altri, sentono anch'essi che hanno bisogno di rinforzarsi con tutti gli elementi atti alla difesa del paese, con tutti quelli che hanno una nobile aureola di gloria.

Ora io dimando se poteva essere mal accolto dal nostro esercito, che, in grazia di quest'aumento proveniente dall'unione di Napoli e Sicilia, non si fosse fatto sentire il vantaggio in parte anche a quei borbonici, i quali ne erano meritevoli, ed a tutti quelli dell'esercito meridionale, i quali erano sortiti dallo scrutinio di una Commissione.

Ma mi pare che il signor ministro della guerra parla troppo sovente della Spagna, ed io non vorrei che, solleticando troppo questa somiglianza, o troppe esagerate pretese, si facesse del nostro esercito un'imitazione troppo stretla della Spagna. Io amo troppo la costituzione del nostro esercito, amo troppo i suoi antecedenti, amo troppo il suo spirito di legalità, e voglio sperare che esso non prenda tutti quegli insegnamenti che gli vengono da quell'esercito dei pronunciamenti. (Bene!)

Ma, rivolgendomi al presidente del Consiglio, voglio rispondere ad un'osservazione, la quale ha fatto gran senso in tutti noi, ed anche sull'illustre generale Garibaldi, per cui si è indotto a mutare il primitivo suo ordine del giorno, quello cioè che riguarda l'epoca nella quale si possa fare appello ai volontari, non volendo dare il benché menomo pretesto al Ministero, che gli uomini d'azione, che gli nomini appartenenti alla minoranza della Camera, vogliano mai condurre il paese a gravi pericoli. Il presidente del Consiglio ha detto: se noi domandiamo ora dei volontari, potrebbe ciò parere una provocazione a qualche potenza, potrebbe questo fatto alienarci le simpatie delle potenze amiche.

Ha già risposto l'onorevole generale coll'esempio dell'Inghilterra, che pure ha in armi 180 mila volontari, ancoraché essa abbia molto meno di noi a temere una guerra.

Io risponderò all'onorevole presidente coll'esempio del nostro Ministero. Non ha esso dei battaglioni di volontari oggidì sotto le armi? Di volontari arrotati dal Ministero per far vedere, io credo, mi si permetta di dire questa cosa, che anche il Governo aveva la fiducia, e che sapeva trovare dei volontari? Vi sono questi battaglioni di volontari, e non ho sentito che abbiano portato minaccie di guerra, o che si tratti di scioglierli.

Or dunque, saranno solo i volontari riuniti nei quadri dell'esercito meridionale, di questo esercito meridionale non più sotto una dittatura, non più disgregato, non più sotto un'aspirazione diversa, ma faciente parte dell'esercito, saranno solo questi quadri,

i quali vi potranno portare queste minaccie, che potranno far tremare l'Europa? Ciò ho voluto solamente osservare di volo; ma non mi fermerò ad insistere su questo, giacché l'onorevole generale e l'onorevole generale Bixio, l'uno coll'ordine del giorno che è stato sottoposto alla votazione della Camera, l'altro col suo discorso, vi hanno voluto assicurare, dicendovi che i volontari in massa saranno riuniti all'uopo, e dal Governo; che per ora bastava che in questi quadri vi fossero pochi uomini, o volontari o di reclute, onde non fossero oziosi ed inutili, onde allontanare anche il pensiero che essi, oziando, volessero essere d'aggravio alle finanze nazionali. Se questi quadri non credete di riempirli tutti con volontari, di serbarne una parte per reclute napoletane e di altre provincie, fatelo, ma purché questi quadri possano essere efficaci, istruiti, cosicché quando riceveranno poi. nei giorni del pericolo, un numero stragrande di volontari, non sieno posti nella condizione di fare una trista prova.

Quando, eseguendo il decreto ministeriale, si volessero tenere gli ufficiali di quei quadri per qualche tempo oziosi, disgregati gli uni dagli altri, senza sentimento di corpo, che prendessero altre abitudini, e poi, nel giorno del pericolo, li chiamaste di nuovo, non conoscendo neppure essi il loro generale, il maggiore, il capitano, gettandoli forse alla rinfusa, e che facessero cattiva prova, allora sarebbe poi facile il dire: ecco che cosa valgono i volontari!

Ma l'onorevole generale Bixio, come l'onorevole generale i quali hanno alzate queste milizie all'alto grado a cui sono giunte, se ne preoccupano, non per ora, ma per lo avvenire; essi vogliono che, quando saranno rimessi nelle loro mani quei giovani volontari, i quali daranno il loro sangue per la patria, vogliono trovarsi con una organizzazione tale da poterli condurre onoratamente al fianco dell'esercito stanziale. Ecco quello ch'essi vi domandano, preoccupati dal sentimento del loro dovere, dal sentimento del bene della patria.

Ora dirò brevemente dell'esercito borbonico. Io non entrerò in dettagli; su questi l'animo mio inclina il più che si può alla concordia dei partiti. (Rumori e alcuni segni di denegazione)

Coloro che m'interrompono, o non mi conoscono, o mi disconoscono.

Io quindi, inclinato alla fusione dei partiti, sarei propenso, massime dopo quanto disse l'onorevole Liborio Romano, il quale deve conoscere benissimo quel paese, a trar profitto di tutti gli elementi buoni che colà esistono; solo che bisogna ben ritenere di andare guardinghi, e distinguere. La parte di quell'esercito, che puramente in forza della disciplina militare ha combattuto in guerra regolare, credo che debba essere disgiunta da coloro che, avendo la nobile divisa del soldato, hanno ricevuto e compiuta la triste missione di andare a mettersi a capo delle popolazioni inermi, per promuovere una rivoluzione quale é quella che abbiamo deplorata in alcune di quelle provincie. Questi hanno rinunciato con quel fatto a qualunque diritto di un onorato soldato.

Un'altra eccezione, o signori, che io vorrei stabilire, é questa. Noi sappiamo che pur troppo quel paese era gesuiticamente educato, per modo che il soldato, e l'ufficiale specialmente, divenissero settari armati di una società nemica della nazione.

Quando si é cosi per lunga pezza educati, molti, frementi, subiscono e non condividono tali dottrine; molti pur troppo, come avviene in tutte le sette, terminano per divenire fanatici settari, ed anche dopo continuano ad avere fede nei loro principi; quindi si deve andare a rilento nelle ammessioni nel nostro esercito, perché coloro che hanno appartenuto non a sette nobili e generose, ma a sette retrograde e gesuitiche, ben difficilmente dismettono i loro costumi. Ma spero che queste saranno eccezioni,

606 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

e che i più vorranno ora essere lieti di essere liberati da quella inonorata posizione e di fare, con nobile orgoglio, parte di un esercito di libera e potente nazione.

Dirò ora poche parole sull'esercito dell'Emilia, del quale ha parlato ieri lungamente l'onorevole ministro della guerra, e ben a ragione, in quanto che egli era stato capo di quell'esercito.

Io non entrerò a discutere dei gradi colà dati: a me consta, coll'onorevole Casaretto, dei fatti da esso addotti e mi consta d'altri. E qui potrei citare esempi di persone ammesse nell'esercito, non per altro che per i decreti dell'onorevole Pepoli e di altri, che tennero il Governo in quelle provincie, decreti che non hanno certo l'autorità di quelli del generale me lo permettano gli uomini illustri che hanno dettati quei decreti. Ma quello che io non posso ammettere nelle osservazioni fatte dall'onorevole ministro è questo: egli diceva: «allora mi preoccupava del pensiero che questo esercito dovesse fra breve far parte dell'esercito nazionale; mi preoccupava che l'unione sarebbe stata accettata, e che quindi l'esercito dell'Emilia sarebbe stato confuso coll'esercito dell'antico Piemonte. Perciò nel conferire i gradi, nella formazione dei quadri e delle discipline, mi uniformavo a quanto era in vigore presso quell'esercito.»

Io non voglio supporre che questa non sia una troppo grave allusione, per non dover domandare dal signor ministro per la guerra una spiegazione.

Esso disse che si preoccupò dell'unione. E crede egli che l'onorevole che tatti quelli che coll'illustre generale contribuirono alla grande impresa nel mezzodì, non si preoccupassero dell'unione col rimanente dell'Italia? Crede forse che combattessero per fare un regno a parte? Appunto perché si preoccupavano di ciò, perché non combattevano da avventurieri, credendo che il loro esercito non dovesse essere, come ben diceva l'onorevole presidente del Consiglio, un esercito di volontari, che, finita la guerra, se ne vanno; appunto per questo, dico, l'onorevole generale ed i suoi amici, perché sapevano che doveva fondersi coll'esercito regolare; che forse, prima di fondersi, dovevano da soli sostenere delle gravi guerre e contro tutte le forze borboniche e quelle che fossero venute dalla parte delle Romagne, fecero quei quadri; essi cercarono l'ampliazione dell'esercito e con volontari e poscia con reclute ordinarie, ma la cercavano con la ferma convinzione che quest'esercito dovesse confondersi col nostro.

Ed infatti, o signori, io sfido il signor ministro per la guerra a dire se sia emanato dal governo dittatoriale un decreto, una legge riguardante le cose militari, che sia diversa dalle nostre; sono le stesse nostre leggi che colà venivano sancite dal Dittatore.

E ciò appunto fecero, perché essi combattevano per questa unione. È da quelle leggi, che sono le nostre, che misurano i loro diritti, la loro posizione i nobili avanzi dell'esercito dittatoriale,

Vengo qui a qualche osservazione in merito al nostro esercito, e specialmente all'illustre generale che ha preceduto e tenuto per otto anni lo scanno ministeriale che occupa l'onorevole Fanti. Quantunque l'onorevole generale Petitti, amico e conoscitore intimo di quell'illustre generale, abbia preso la parola a questo riguardo, ciò nulladimeno io farò alcune osservazioni, che forse sono sfuggite a lui.

L'onorevole ministro per la guerra principiò a parlare delle sue gesta ministeriali, dicendo che, appena assunto al potere, egli richiamò tre classi che erano state congedate dal suo antecessore. Ricordo troppo bene la ingiusta guerra dai giornali fatta al prode e benemerito La Marmora; fra le ingiuste accuse, anzi calunnie,

vi era pur questa d'aver licenziate alcune classi. Ora il signor ministro, facendosi un merito del richiamo di quelle classi, pare voglia ripetere quell'accusa.

Il generale La Marmora in allora, senza pericolo di guerra, dopo una guerra nella quale l'esercito aveva ben meritato, ed anche per fare un risparmio alle finanze, concesse alle classi più addestrate al servizio di andare alle case loro; se ha concesso pure a una parte dei contingenti lombardi che venivano dalle bandiere austriache, che domandavano al generale: dopo che abbiamo combattuto tanto tempo contro la aostra patria, il giorno che veniamo a spargere il sangue nostro per essa, passiamo davanti al limitare delle nostre case e ne siamo barbaramente tolti come quando eravamo gettati in Ungheria o in Croazia; se ha concesso qualche giorno a queste classi, non era certo da biasimare.

Ma l'onorevole Fanti, poche pagine dopo della sua relazione, dimenticandosi forse della lode che si era attribuita a scapito del suo antecessore, confessa che oggidì, che non esistono le ragioni che legittimavano l'operato della Marmora; oggidì, che vi è più prossimo pericolo di guerra; oggidì, che i quadri sono grandemente aumentati; che questi quadri sono smilzi di forze; oggidì confessa che, per sua disposizione, vi sono a casa e lontane dalle bandiere tre classi del nostro contingente; ma, a tranquillarci, vi dice la gran novità che quelle (re classi possono essere chiamate sotto le armi da un momento all'altro; e, domando io, non lo potevano pure essere chiamate da un momento all'altro anche dal generale La Marmora? Dunque, o il generale La Marmora non ha fatto male, dando quel congedo a quelle truppe, o fa male oggi il ministro attuale a mantenerlo.

Vengo ora alla parte del discorso dell'onorevole Fanti, nella quale maggiormente si diffonde e si compiace;.cioè quando fa l'enumerazione dei cavalli, delle armi, delle artiglierie, delle munizioni così straordinariamente da esso aumentate.

Se ciò lo dice per far vedere la sua previdenza, credo che con ciò esso non abbia soddisfatto alle esigenze, inquantoché ogni dì in quest'aula e fuori si sente dire: armate! armate! provvedete! e veramente io sentirei più volontieri che vi fossero soldati, anziché vestiari nei magazzini; ma dolorosamente si dice che i quadri son fatti, ma che sono smilzi di forze: e veramente, da quanto mi consta, le forze sono in ragione inversa dei quadri.

Ma se questi vantati approvigionamenti fossero un'allusione al suo antecessore, mi sarà permesso di dire che chi tenne per otto anni il Ministero della guerra, quel ministro si trovava a fronte di un bisogno di diminuzione dell'esercito, a fronte di un carico grandissimo d'imposte, a fronte dei continui voti del Parlamento, e degli eccitamenti del suo collega ministro delle finanze d'allora, i quali domandavano economia! economia! economia!

E se quell'esercito fu mantenuto, e fu mantenuto con forte disciplina e con sagace ordinamento a fronte delle esigenze delle finanze e delle avverse circostanze, fu tutto effetto dello zelo instancabile del ministro, il quale, davanti a queste necessità, seppe trovare forza per mantener quel tanto che era fattibile colle circostanze, colle condizioni dei tempi e delle finanze, e prepararlo alle nobili gesta di Crimea e del 1859,

Ma, se si parla poi di attribuire un merito al presente Gabinetto, io dico: avendo dei danari, facilmente si fanno degli acquisti. Il presente Gabinetto ha ricevuto dal precedente 60 milioni, se non vado errato, avanzo del prestito fatto sotto i pieni poteri; ha ottenuto dal Parlamento un altro imprestito di 150 milioni; ha ottenuto 50 milioni col debito galleggiante dei buoni del tesoro;

607 - TORNATA DEL 19

vi sarà ora un deficit che io non voglio per ora conoscere. Con 300 milioni, e piena balla nello spendere, certamente che era assai facile il fare degli acquisti, e, se mi fosse lecito di dire qui quello che dirò lo occasione del bilancio, io vorrei che queste spese ingentissime si facessero in modi più legali e più costituzionali.

Avrei ancora a parlare dei volontari del 1859, dei quali si restrinse il merito al solo conte Di Cavour; avrei ancora a parlare della ripetizione del decreto del 24 gennaio che, in assenza del generale La Marmora, si persiste ad encomiare; ma la Camera parendomi affaticata, e desiderando io ed i miei amici di sentire gli altri oratori inscritti, porrò fine al mio dire; e nel chiudere, ricorderò alla Camera ciò che le diceva nell'esordire: che la quistione oggi è fatta molto più grave di quello che fosse ieri; ove, dopo il discorso del signor ministro, la Camera venisse ad accettare il decreto dell'11 corrente, secondo me si violerebbe la legge non solò, ma un tal voto potrebbe avere delle tristi conseguenze. Ricordo alla Camera che, se essa vuole stornare dal suo capo le conseguenze che né possono derivare, se vuol realizzare quella concordia che è negli animi di tutti, non vi è altro mezzo: o quello più logico di sospendere questa discussione, e domandare al Ministero un progetto di legge in proposito; o votare l'ordine del giorno che con grande moderazione ha proposto l'illustre e che venne fin qui propugnato dagli uomini più interessati in questa questione. (Segni di approvazione a sinistra)

PRESIDENTE. La parola è al deputato Cugia.

LIBORIO ROMANO. Domando la parola per un fatto personale.

PRESIDENTE. Non vi è stato nulla di personale a lei, anzi il preopinante ha detto che si riferiva alle sue parole.

LIBORIO ROMANO. Poiché non si crede a proposito che io parli, io mi astengo.

PRESIDENTE. Se si continuasse a fare delle digressioni, questa discussione non finirebbe più.

La parola è al deputato Cugia.

CUGIA. L'onorevole deputato Casaretto, con una abilità parlamentare che io conosco da molto tempo, ha trattato una difficilissima questione, su terreno assai sdrucciolo, sul terreno dei paragoni e delle individualità.

Mi permetterà l'onorevole deputato che, amando io quant'altri mai la concordia, non Io segua passo passo in tutta la lunga via che ha fatto, onde evitare gli scogli, che con molta abilità egli di quando io quando vi ha sparso. Tanto più che, in tutto ciò che si riferisce alle grandi individualità, in tutto ciò che si riferisce agli avvenimenti, sui quali egli ha istituito dei paragoni, e fatti e individui appartengono già al dominio della storia, la quale giudicherà molto meglio di quello che lo possiamo noi ancora in questo momento, agitati dalle passioni d'uomini contemporanei. (Segni d'approvazione)

Io seguirò ciò non ostante il deputato Casaretto in qualche punto del suo discorso; mi associo anzi molto volentieri a molte delle parole da lui dette; mi associo di gran cuore agli elogi ben meritati che egli ha fatto allo spirito d'iniziativa, al sommo valore dell'illustre Capo dell'armata meridionale; mi associo di gran cuore agli elogi ben meritati che egli ha fatto dei valorosi suoi generali; mi associo di gran cuore agli elogi che egli ha fatto di quegli ardenti c generosi giovani, i quali partiti, senza alcun altro pensiero che quello dell'amor della patria, senza nessun altro interesse che quello di renderla libera e indipendente, andarono ad ascriversi come semplici soldati nell'esercito meridionale, e combatterono da Marsala sino al Volturno,

ove ottennero ben meritalo compenso il grado di sottotenenti. Io lo confesso, quando fui a Napoli al Ministero della guerra, fui più d'una volta commosso nel vedere il valore, il disinteresse, la generosità d'animo di quei giovani che venivano a parlarmi, e di questi loro meriti ero talmente convinto, che io stesso presentai un progetto di decreto al ministro della guerra, affinché tutti questi giovani, i quali per circostanze, che adesso è inutile esaminare, si trovavano senza alcuna posizione ben determinata, potessero essere rinviati ad un deposito di ufficiali, il quale non servisse ad altro che a procurar loro la conoscenza di quei regolamenti e cognizioni militari, che, mentre si combatteva e si camminava, non potevano certamente avere imparato, e quando questa conoscenza fosse stata da essi presa, fossero senz'altro ammessi nei reggimenti, dove, siatene certi, tutti gli ufficiali dell'esercito avrebbero loro stretta la mano, come a valorosi e prodi quali erano.

Questo progetto venne accettato dal Governo, e venne pubblicato, 'e avrebbe avuto la sua esecuzione; ma disgraziatamente la Commissione di scrutinio, per circostanze che è inutile adesso di riandare, non ha potuto presentare la proposta.

Appena io entrai allora al Ministero della guerra, e la Commissione di scrutinio cominciò a funzionare, il ministro della guerra, che una volta aveva annuito a questa istituzione, ordinò che fosse di nuovo stabilita.

Il 1° maggio si aprirà questo stabilimento, il quale è fatto per ricevere tutti i giovani ufficiali dell'esercito meridionale i quali desiderano far parte dell'esercito regolare e che desiderano anche di acquistare quelle cognizioni che si acquistano in questa sorta di stabilimenti.

Quando avranno passato quel periodo di tempo che è necessario per acquistare la conoscenza dei regolamenti e dei principali ordinamenti militari, saranno ufficiali nell'esercito regolare o ufficiali nell'esercito dei Volontari, come è stato stabilito dal decreto 11 acrile.

Ma a molte altre idee dell'onorevole Casaretto io mi associo volontieri: egli ha voluto dimostrare, ed ha dimostrato molto bene alla Camera, che sarebbe la più grande delle ingiustizie che i gradi stati conferiti dal generale come dittatore delle Provincie meridionali, e da quelli che da lui avevano mandato, non fossero riconosciuti.

Egli vi disse che era una questione di diritto, una questione di riconoscenza.

Io sono perfettamente d'accordo coll'onorevole Casaretto; ma vi dico che egli combatteva un nemico che non esiste.

Il Governo col decreto 11 e credo anche del 14 novembre 1860, aveva riconosciuto, nel modo il più formale, tutti i gradi stati dati dal generale o da quelli per esso incaricati, e credo che sia mai stata nell'intenzione del Ministero di non accettarli. È vero che esiste una Commissione di scrutinio per esaminare i titoli; se sia stata ben costituita, ve lo dimostra quanto dissero gli onorevoli Casaretto e Bixio.

Che cosa vi diceva l'onorevole deputato Bixio? Vi diceva che vi erano degli ufficiali a destra e a sinistra, i quali erano stati incaricati di formare dei corpi dei volontari, oppure, come dicevasi a Napoli, delle legioni, e ricevevano dei titoli dai capi di legioni ovvero dai Governi provvisorii; questi non sempre ebbero la fortuna di trovarsi là dove si combatteva.

Diceva l'onorevole Bixio: essere uffizio della Commissione di vedere quali siano quelli che realmente hanno avuto titoli dal generale e che si sono battuti, e quelli i quali, avendo eguale buona volontà, disgraziatamente non ebbero la fortuna di poter concorrere in modo così efficace alla liberazione della loro patria.

608 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

La Commissione di scrutinio ha l'incarico di esaminare i titoli di ciascuno; ma quando la Commissione di scrutinio manda al ministro la sua nota specificante il titolo ed il grado di tenente, sottotenente, capitano, qualunque grado esso sia, qualunque sia il tempo del servizio che questo ufficiale possa avere, qualunque siano le condizioni belle quali si trovasse prima di essere al servizio, non si domanda altro; allora il Governo presenta alla firma del Re il decreto di ammessione nel grado effettivo nel quale è stato nominato dal generale

GARIBALDI. E quelli che sono in disponibilità?

CUGIA. Verrò anche a quelli.

In quanto al riconoscimento del grado, che l'onorevole deputato Casaretto ha così ben dimostrato esser giusto che avesse luogo, questa era una questione già risolta.

Ieri il ministro della guerra lungamente ha svolto la Storia, dirò così, non dello scioglimento del corpo dei volontari, ma del quasi allontanamento della bassa forza.

lo non voglio più inoltrarmi, massime in ora già sì tarda, sopra un terreno già molto berte trattato, e si può dire non molto combattuto dagli altri. Ora vediamo che cosa c'era di fatto.

Di fatto c'erano molli uffiziali dell'esercito meridionale; ed io vi dico francamente d'aver altamente deplorato che, per ragioni delle quali nessuno si può accusare, la Commissione dello scrutinio non abbia potuto prima mandare ad effetto il suo compito.

Egli è quest'eterno ritardo di tre o quattro mesi per 'Ussaro la posizione degli individui che ha prodotto la più gran parte dei disgusto, del malumore, degli equivoci che tutti quanti abbiamo deplorato sicuramente.

Io mi metto infine anche nelle idee di questi uffiziali, i quali da tre mesi aspettano il giudizio di questa Commissione, e che dopo essere stati aspettando a Napoli la determinazione della loro sorte, vennero chiamati a Torino, e da Torino man

Naturalmente le passioni in questi momenti sono vive; forse qualcuno, inspirato da questa giusta impazienza, da questo disgusto non ben fondato, ma che pur aveva molte ragioni per poter credersi ben fondato, avrà anche accese più vivamente le passioni.

Ha, da quando la Commissione ha cominciato a funzionare, appena arrivano al Ministero gli elenchi della Commissione, sia per le dimissioni, che per l'accettamento, immediatamente è fatto il decreto regio, e finora, fintantoché il decreto li non fu pubblicalo, furono mantenuti nella stessa posizione nella quale si trovano attualmente.

Ora che si trattava di fare? Di dare una posizione ed una forma a quest'ammasso di uffiziali, giacché soldati non ve ne sono che in piccolissimo numero.

La posizione dell'Europa non è molto rassicurante; può essere che non ci sia guerra, ma in generale la si crede molto probabile. Ebbene io sono convinto, e con me molti altri, ed anche delle persone che seggono al Governo, anzi credo tutta la Camera, che il giorno in cui scoppierà la guerra, una massa enorme di volontari verrà ad ascriversi all'esercito nazionale. Finché la guerra conserverà in Italia il carattere di guerra nazionale, di guerra che si combatte per la libertà e per l'indipendenza del paese, è evidente che tutti quelli i quali possono portare un'arma, a qualunque condizione ed a qualunque classe essi appartengano, verranno a prendere quest'arma per difendere la patria. (Bravissimo! Benissimo!)

Ora ognuno sa parimente che non tutti quelli i quali desiderano di brandire un fucile contro il nemico possono essere ascritti all'esercito regolare.

L'esercito regolare è obbligato ad avere delle prescrizioni regolamentari, senza delle quali è impossibile mantenerlo in quel florido stato che si richiede.

Queste prescrizioni, utilissime in circostanze ordinarie,bisogna pur anche mantenerle in circostanze straordinarie, perché non si può lasciare al beneplacito dei comandanti dei corpi di cambiare, secondo le circostanze, le istruzioni.

Noi abbiamo visto nel 1859 degl'individui ben disposti, amanti della patria, i quali volevano combattere, e vennero a presentarsi all'esercito regolare; e questo era obbligalo a rifiutarli, perché c'erano delle prescrizioni che ciò imponevano.

Ora, è una gran fortuna per il paese, ed io la credo una grandissima fortuna, che, se mai la guerra deve aver luogo, quando questa massa di volontari arriverà a domandare armi ed aneli di andare a combattere il nemico, si possa dire: sì, venite e combattete; ci è posto per tutti; ci è posto per quelli che vogliono andare sotto la disciplina più severa, come è quella di un esercito regolare; ci è posto per quelli i quali, dopo aver combattuto e data la libertà all'Italia, vogliano ritirarsi alle loro case; c'è posto anche per quelli i quali amano di andare a combattere con legioni le quali siano soggette ad una disciplina meno rigida; ebbene, io dico che è una gran fortuna per l'Italia che vi siano preparati tutti i quadri di un esercito di volontari, che non abbiano che a ricevere gli uomini ed a condurli a nuove glorie, come quelle che hanno già acquistate sia nell'Italia meridionale, sia nella settentrionale.

Ma, mi si dirà, e l'istruzione? Finché si tratta dei generali, essi sono abbastanza provetti per non aver bisogno d'istruzione; se si tratta di quegli ufficiali superiori che hanno guadagnalo un grado in ogni combattimento a cui presero parte, essi, per condurre un esercito di volontari, un esercito di slancio, non hanno bisogno di grande istruzione. La gioventù avrà bisogno d'istruzione, ed il Governo, preoccupato da questo pensiero, ha emanato l'articolo 13 del decreto, cosi concepito: «Sulla richiesta dei comandanti le divisioni, e nello scopo di assistere ad un corso d'istruzione, potranno gli ufficiali essere chiamati a sedi fisse, che determinerà il nostro ministro della guerra per ogni comando di divisione. Durante la permanenza che gli ufficiali chiamati faranno alle sedi fissate per presenziare il corso d'istruzione avranno diritto alla paga del grado loro accordata al tempo di pace.»

Vi sono adunque per questi giovani ufficiali due mezzi di istruzione; essi possono approfittare sino dal 1° maggio della scuola del deposito d'istruzione che va ad aprirsi ad Ivrea; tutto è pronto per riceverli, ed essi avranno in quel deposito tutte le istruzioni necessarie per fare un ufficiale subalterno.

Dal giorno in cui entrano in questo deposito d'istruzione essi sono considerati come uffiziali effettivi dell'esercito attivo; hanno l'anzianità che loro compete, e non dovranno prendere che un esame il quale serva a classificare l'anzianità fra loro, ma mai a togliere l'anzianità collettiva che essi acquistano entrando nello stabilimento verso le nuove promozioni che si possono fare.

Ora, o questi giovani amano di servire nell'esercito dei volontari, ed allora credo che per parte del ministro non vi sia difficoltà alcuna a che questi giovani, che hanno ricevuto quest'istruzione, possano di nuovo andar a prendere posto nelle file dell'esercito dei volontari; oppure questi giovani amano di servire nell'esercito regolare, e, ripeto, saranno i benvenuti. Vi è poi un altro mezzo. I generali di divisione possono essi richiedere al ministro di fissare la sede, onde fare l'istruzione ai proprii uffiziali;

609 - TORNATA DEL 19

per cui è anche falla facoltà ai generali di divisione di poter riunire i capitani e gli uffiziali subalterni, per farvi un corso d'istruzione, come farebbero questi stessi uffiziali ad Ivrea, dove si fa un altro corso d'istruzione; durante il tempo che questi uffiziali stanno in effettività di servizio, per il corso dell'istruzione, hanno anche la paga del grado sul piede di pace.

Io credo, Io ripeto, che lo spirito che ha informato questo decreto è stato uno spirito di giustizia e di conciliazione; forse non avrà soddisfatto a tutte le esigenze; ma, signori, la quistione è ben ardua, per cui è ben difficile anche di contentare tutti in questa circostanza.

Se il generale e gli altri che presero la parola in questa circostanza sono preoccupali della posizione di non attività di questi uffiziali, per cui potessero essere meno favorevolmente trattali, io, per conto mio, dichiaro che voterò ben volentieri affinché essi sieno considerati come in attivo servizio; ma, in quanto alla posizione, io credo che essa sia tale, che qualunque uffiziale, per quanti servizi abbia resi alla patria, può accettarla.

Il generale Bixio proponeva che si facesse qualche arrolamento per formare i quadri, oppure si prendesse una parte delle truppe di leva per lasciar funzionare i quadri attivi nell'esercito irregolare.

Io confesso che vedo delle difficoltà, sia nell'uno, che nell'altro modo.

La Camera ha inteso, non una, ma varie volle, che i quadri dell'esercito regolare sono ora formati in modo da poter essere pienamente compiuti il giorno in cui tutte le parti d'Italia

Sappiamo inoltre, in seguito alle considerazioni che furono ampiamente svolte dal ministro della guerra, che non si è creduto di poter utilmente usufruire l'antico esercito borbonico...

BIXIO. Chiedo di parlare.

CUGIA ...o che non se ne chiamarono che sole quattro classi.

Sanno inoltre che la Sicilia, come non aveva la leva, non potrebbe dare un contingente retroattivo, ma lo darà per lo avvenire coll'applicazione della legge sulla leva.

Ora, da questi due fatti che vi ho ricordati, che cosa ne nasce? Ne nasce che i quadri attuali sono superiori al numero dei soldati che si hanno sotto le armi.

Non è per ciò segno che si voglia dire che l'esercito non è punto in numero; sì, lo è; ma lo sarà ancora di più quando tutte le provincie concorreranno in uguale proporzione alla formazione dell'esercito; e, come conseguenza diretta, da questo ne nasce che, piuttosto di avere sopprabbondanza, si avrà deficienza di soldati nell'esercito regolare.

Ora, essendovi questa deficienza, come potrà l'esercito regolare cedere all'esercito dei volontari, affinché i suoi quadri possano funzionare una parte dei suoi soldati di leva? Se questi soldati di leva saranno mandati in modo definitivo alle divisioni dell'esercito dei volontari, che cosa ne succederà?

Che dopo qualche tempo, queste divisioni, che hanno i soldati di leva e gli ufficiali in modo permanente, diventeranno tre divisioni regolari come le altre; ciò è evidente.

Ora, conviene egli avere tre nuove divisioni regolari dell'esercito di più, nel mentre che ora non si hanno sufficienti soldati per riempire i quadri delle diverse divisioni esistenti? Questa è questione che la Camera deciderà; ma non ci trovo quel male soltanto, ce ne trovo un altro assai più grande, quello cioè di non avere più, quando la guerra incominci, i quadri pronti per i volontari, i quali saranno tanto più numerosi, inquantoché tutte le province dell'Emilia, le Provincie napolitane e siciliane non danno tutto il loro contingente ordinario.

Io sono persuaso, o signori, che il giorno in cui si combatterà per il paese, tutte le province italiane daranno il contingente uguale; ma di questo contingente, siccome non tutti poterono prender posto nell'esercito regolare, questi andranno ad ingrossare le file dei volontari.

Ora, o signori, quando aveste fatto di queste tre divisioni delle divisioni regolari, venendo la circostanza di dover formare un corpo di volontari, sareste costretti a far nuovi quadri, cioè si rinnoverebbero, e sopra una scala mollo più grande, gl'inconvenienti del 1859, quando avete dovuto improvvisare i quadri dei Cacciatori delle Alpi.

Ci sarebbe l'altro sistema accennato dal signor Bixio, di cominciare a reclutare dei volontari in piccola quantità, e solo quella che è necessaria a far funzionare questi quadri di divisioni. Se la cosa fosse possibile, io la voterei con piacere. Ma, signori, non facciamoci illusione; se domani sorte un decreto che chiami i volontari per formare questi quadri delle divisioni attive dell'esordio dei volontari, per quanto nel decreto s'invitino a venire in pochi, ne verrà sempre un numero grandissimo, perché questo decreto per loro sarà come l'indizio di vicina battaglia. Ora, io dichiaro francamente, vorrei giungesse domani il momento di combattere per il paese, ma nello stesso tempo dico che non tocca a me né ad altri di questa Camera a decidere le questioni di politica esterna; queste sono di competenza del solo Governo, a lui solo spetta il decidere su ciò.

Io credo utilissimo che allora questi volontari siano chiamati; e, se il Governo non li chiamasse, avrebbe il più grave torto; ma i suoi precedenti ci assicurano che li chiamerà.

Per conseguenza con la miglior volontà del mondo di andar d'accordo col generale Bixio che amo e stimo molto, e col quale vorrei anche in questa circostanza votare, mi duole il dire che non posso, principalmente dopo le spiegazioni da lui date, votare l'ordine del giorno da lui sostenuto, e mi atterrò a quello del deputato Ricasoli, il quale meglio risponde alle idee che mi sono formato in questa circostanza. (Movimento a sinistra)

La seduta è sciolta alle ore 6 1|4.

Ordine del giorno per la tornata di domani:

i° Seguito della discussione sulle interpellanze del deputato Ricasoli Bettino relativamente all'esercito meridionale;

2° Svolgimento della proposta di legge del deputato baldi per l'armamento nazionale;

3° Discussione del progetto di legge che concerne la pensione alle vedove dei militari il cui matrimonio non fu autorizzato, e alla loro prole;

4° Interpellanze al ministro dei lavori pubblici: del deputato Pescetto, circa la ferrovia da Savona a Torino; del deputato San Severino, circa la ferrovia da Treviglio a Cremona;

5° Svolgimento delle proposte di legge: del deputato Musolino, per l'abolizione del privilegio delle tonnaie nell'Italia meridionale; del deputato De Luca, pel riordinamento della compilazione delle statistiche del regno.


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CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

TORNATA DEL 20 APRILE 1861

PRESIDENZA DEL COMMENDATORE RATTAZZI.

SOMMARIO. Congedi. - Lettera del presidente del Senato per invitare i signori deputati ad intervenire nelle sale di convegno dei senatori. - Verificazione di poteri. - Seguito della discussione sulle interpellanze del deputato Ricasoli Bettino sull'esercito meridionale - Discorso del deputato Conforti, e suo appoggio alla proposta del deputato - Discorso del presidente del Consiglio, sue dichiarazioni circa l'armamento nazionale e suo appoggio alla proposta del deputato Ricasoli B. - Spiegazioni del deputato Bixio, riguardo alle rinunzie annunciate - Dichiarazione del ministro per la guerra - Dichiarazione del deputato - Osservazioni del deputato Stellano - Discorsi e cenni retrospettivi dei deputati Crispi ed Ugdulena - Risposte del deputato Ricasoli B. agli opponenti alla sua proposta, e modificazione della medesima - Dichiarazione politica, e domanda del deputato - Risposte del presidente del Consiglio circa l'armamento - Repliche del deputato - Cenno del deputato Di Persano - Rettificazione personale del deputato Casaretto - Chiusura della discussione - Proposta del deputato Petruccelli per l'ordine del giorno semplice, combattuta dal ministro per l'interno - È rigettata - Votazione per appello pubblico, ed approvazione del voto motivato proposto dal deputato Ricasoli B. - Protesto del deputato Mellana - Cenno del deputato Petitti, relativo al deputato La Marmora.

La seduta è aperta all'una e mezzo pomeridiane.

MASSARI, segretario, legge il processo verbale della tornata precedente, il quale è approvato.

GIGLIUCCI, segretario, espone il seguente sunto di petizioni:

6996. Il Consiglio municipale e 80 cittadini di Rotondella, provincia di Basilicata, domandano l'abolizione di ogni vincolo feudale, ancora esistente in quelle provincie, onde esonerare le popolazioni dalle molte prestazioni in danaro ed in generi, vigenti col titolo di censi, platee, decime, dodicesimi, ecc.

6997.1782 cittadini della Garfagnana fanno le più vive istanze perché quel circondario venga staccalo dalla provincia di Massa e aggregato a quella di Lucca.

6998. Campana nobile Giovanni Battista, maggiore pensionato, rappresenta i vari incumbenti che tutti i giubilati militari devono compiere prima di poter ottenere le quote delle loro pensioni, e propone alcune misure più pronte e meno gravose, avuto riguardo alla età loro avanzata.

6999. Adorni Federico, di Colorno, tenente nello stato maggiore delle piazze, chiede che nel computo della sua anzianità gli sia tenuto conto della promozione avuta dall'ex-Governo parmense di ragioniere nella scuola militare di Colorno.

7000. Tredici deputati presentano una petizione sporta da 262 comuni delle provincie di Basilicata e delle tre Calabrie, per la costruzione di una strada ferrata che congiunga quelle popolazioni al rimanente d'Italia. e fanno istanza perché si dia mano ai lavori contemporaneamente alle ferrovie che verranno aperte nelle altre provincie dell'ex-reame di Napoli.

PRESIDENTE. Leggo la nota degli omaggi fatti alla Camera.

Prefettura di Lucca: 450 copie degli della prima Sessione del Consiglio dipartimentale di Lucca.

Antonelli Giovanni, professore di matematiche: 400 esemplari di una memoria intorno alle vere condizioni degli andamenti per via ferrata da Firenze a Ravenna per Faenza e per Forlì.

N. N.200 copie di una memoria al Parlamento nazionale della regione Sannitica.

Deputato Jadopi: 100 esemplari di un progetto di radicale riforma delle istituzioni filologiche ed estetiche letterarie, per l'abate Lorenzo Zacchero.

Deputato Jadopi: 100 copie dello statuto dell'associazione di mutuo soccorso degli ecclesiastici dell'Italia meridionale.

LETTERA DEL PRESIDENTE DEL SENATO.

PRESIDENTE. Il vicepresidente del Senato, conte Sclopis, scrive:

«Essendosi disposto ad uso di convegno pei senatori alcune sale a terreno del palazzo dove risiede il Senato, la Presidenza del Senato tiene gratissimo incarico di esporre alla signoria vostra onorevolissima, e per essa alla Camera dei deputati, come i senatori vedrebbero con viva soddisfazione che i signori deputati volessero dividerne l'uso con essi.

«Lo scrivente debbe aggiungerle che l'apertura delle

ATTI DIVERSI.

PRESIDENTE. II deputato Proto, duca di Maddaloni, scrive che, chiamato a Napoli per alcune faccende di famiglia, si vede con dolore costretto a chiedere un congedo di quattro settimane.

Se non vi sono opposizioni, questo congedo sarà accordato.

(È accordato.)

Il deputato Cempini scrive domandando per motivi di salute un congedo di un mese.

Se non vi sono opposizioni, s'intenderà accordato questo congedo.

(È accordato.)

PROTO. Signor presidente, avanti di prender congedo dalla Camera, per le poche settimane di permesso testé concedutemi, ho l'onore di presentare una petizione, scritta in favore dei pochi e poveri monaci benedettini di Napoli, i quali hanno in custodia l'antichissima chiesa dei Santi Losio e Severino, celebre per patrii monumenti e per insigni tesori dell'arte cristiana, che si conservano all'ombra delle sue mura, perché quei religiosi vengano sottratti ai rigori dei decreti della luogotenenza napoletana del 17 febbraio

Giovami far notare alla Camera che essa petizione è segnata da tutti i membri dell'eccellentissimo corpo municipale della città di Napoli e da censettanta dei più ragguardevoli cittadini di quella metropoli. Però io oso pregare la Camera a voler dichiarare d'urgenza questa petizione, e non potendo essere qui allora che sarà riferita in questa aula, pregherei l'onorevole mio amico, il cavaliere Massari, che quanto me caldeggia cosi giusta e nobile causa, a volerne sostenere egli la difesa, e gliene sarò tenuto oltremodo.

PRESIDENTE. Se non vi sono opposizioni, s'intenderà l'urgenza. (La Camera ammette l'urgenza.)

CHIAVES. Debbo pregare la Camera a voler dichiarare l'urgenza sulla petizione 6837, la quale intende a far cessare il privilegio lasciato agli abitanti di Argnano di prestare servizio di facchini nelle dogane in Milano.

I motivi per far dichiarare d'urgenza questa petizione, sono fatti manifesti dal concetto di far cessare un privilegio, tanto più che questo concetto, essendo già bastantemente diffuso, potrebbe dar luogo a gravi inconvenienti.

DI CAVOUR C., presidente del Consiglio. Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare.

CAVOUR C., presidente del Consiglio. Vorrei dare una spiegazione all'onorevole Chiaves.

II Ministero aveva preparato una legge generale per l'abolizione di tutte le corporazioni privilegiate, se non che, durante lo studio...

Questo non osta.

DI CAVOUR C., presidente del Consiglio. Permetta, intendo dare qualche spiegazione.

Questa legge non poté ancora essere presentata, perché la corporazione dei facchini di Livorno ha acquistato questo diritto a titolo oneroso.

Verso il finire del 1848 essendosi allontanata da Livorno la corporazione dei bergamaschi, se ne sostituì un'altra, imponendo alle altre compagnie di dare certe indennità ai bergamaschi. E quindi evidente che bisogna regolare con norme speciali queste compagnie; e per non presentare una legge imperfetta, che non si estenda a tutte le corporazioni, il Ministero ha creduto indispensabili alcune pratiche; ma io spero che fra pochi giorni queste pratiche saranno ultimate, e che si potrà presentare al Parlamento una legge generale, che farà scomparire questi ultimi avanzi di antichi privilegi.

CHIAVES. Sono lieto delle spiegazioni date dall'onorevole presidente del Consiglio; credo però ch'esse non possano ostare a che sia ammessa l'urgenza da me chiesta, in quanto che mi risulta che questi facchini privilegiati delle dogane di Milano non sarebbero autorizzati a ciò né per legge, né per altro contralto.

DI CAVOUR C., presidente del Consiglio. Io non mi oppongo a che venga dichiarata d'urgenza la petizione di cui è caso.

PRESIDENTE. Interrogo la Camera se intenda dichiarare d'urgenza la petizione 6827. (È dichiarata d'urgenza.)

Se c'è qualche relatore che abbia relazioni di elezioni a fare, li prego di venire alla ringhiera.

VERIFICAZIONE DI POTERI.

CASTELLANO, relatore. II collegio di Fano consta di tre sezioni, con uri totale di 436 elettori inscritti. Di essi 134 si sono presentati al primo scrutinio, e 129 diedero il loro voto al signor Gabrielli avvocato Gabriele Angelo, 5 al conte Lodovico Bertazzi.

Niuno di essi avendo raggiunto la maggioranza legale, si diede luogo al ballottaggio, 114 furono gli elettori che si presentarono a questa seconda votazione: 112 diedero il loro voto all'avvocato Gabrielli Gabriele Angelo, 2 al signor Bertazzi.

L'ufficio definitivo proclamò a deputato l'avvocato Gabrielli Gabriele Angelo.

Le operazioni furono regolari, nessun reclamo esiste, e quindi l'ufficio IV propone alla Camera la convalidazione di quest'elezione.

(La Camera approva.)

MENICHETTI, relatore. Ho l'onore di riferire alla Camera intorno all'elezione del collegio di Clusone: esso si compone di tre sezioni; gli elettori inscritti ascendono ad 847; quelli che si presentarono a deporre il voto ascesero a 374; ed i voti si distribuirono come infra: al dottore Antonio Testa voti 320; al signor dottore Giovanni Bananelli 27; al signor Balduzzi ingegnere Vincenzo 19; voti dispersi 7, e nulli 1.

Avendo il dottore Antonio Testa raggiunto la maggioranza voluta dalla legge, venne proclamato deputato.

Quest'elezione essendo riscontrata con tutta regolarità, non essendovi reclamo di sorta, l'ufficio II ne propone la convalidazione.

(È approvata.)

Collegio di Salò.

Ho l'onore di riferire sulla elezione di Salò. Questo collegio è diviso in cinque sezioni: 1548 sono gli elettori inscritti; 887 si presentarono a dare il voto al primo scrutinio.

I voti si ripartirono così: all'avvocato Maceri Bernardino in numero di 538, al professore Giuseppe Zuradelli 145, al signor Ignazio Tibaldi 67; dispersi 11, contestati 16, nulli 10.

Nessuno dei candidati avendo raggiunto la maggioranza, fu proclamato il ballottaggio.

Secondo i riscontri risulta che nel verbale della sezione di Gargnano non è stata fatta menzione dell'ora nella quale si procedé all'ultimo appello, ma, poiché di questa omissione non è stato fatto verun riclamo, l'ufficio opinò che fosse questa una semplice negligenza di redazione, dovendosi ritenere che tutto abbia proceduto regolarmente, fino a prova in contrario.

612 - CAMERA DEI DEPUTATI SESSIONE DEL

Nella medesima sezione vennero dichiarali contestabili 15 schede; ma, a qualunque si vogliano attribuire de' candidati, non valgono a cambiare per nulla il risultato, ch'è pur quello proclamalo dal collegio; cosi l'uffizio ha creduto di non doversene occupare.

Nel ballottaggio 654 furono i votanti: l'avvocato Maceri ebbe voti 427, il signor Zuradelli 219. Quindi il collegio proclamò a deputato l'avvocato Bernardino Maceri.

Non essendovi irregolarità né reclamo di sorta, l'uffizio II vi propone di convalidare questa elezione.

(La Camera approva.).

BRUNO, Relatore. Collegio V di Milano.

Questo collegio si compone di quattro sezioni, nelle quali sono complessivamente iscritti 1549 elettori. I votanti al primo scrutinio furono 459: il dottore Giuseppe Pinzi ottenne 182 voti, il generale Giacomo Medici 214, il dottor Giuseppe Giannelli 26, il dottor Agostino Bertani 22; voti dispersi 12, nulli 3.

Non essendovi stata maggioranza legale, si passò allo scrutinio di ballottaggio.

Votarono in questo 501 elettori: il dottore Finzi ebbe 272 voti, il generale Medici 226; 3 voti furono dichiarati nulli.

Il dottor Giuseppe Finzi fu per conseguenza proclamato deputato.

Nessuna protesta: le operazioni sono state condotte con una regolarità esemplare, ed a nome del II uffizio vi propongo di convalidare questa elezione.

(La Camera approva.)

DE PAZZI, relatore. A nome del III uffizio ho l'onore di riferire sopra la elezione del collegio di Casalmaggiore.

Nelle tre sezioni di questo collegio, Casalmaggiore prima e seconda, e Viadana, sono iscritti in totale 1016 elettori: non concorsero che 481.

L'avvocato Francesco Domenico Guerrazzi ottenne 318 voti, l'avvocato Sartoretti 123, il conte Castellani Fantoni 29; 7 andarono dispersi,4 vennero dichiarati nulli.

Non avendo avuto luogo l'elezione, si ricorse al ballottaggio. Alla seconda votazione i votanti furono 588. L'avvocato Francesco Domenico Guerrazzi ottenne voti 371, l'avvocato Sartoretti 213; 4 voti furono dichiarali nulli.

Tutte le operazioni elettorali essendosi fatte regolarmente, a nome del III ufficio vi propongo la validazione dell'elezione dell'avvocato Domenico Guerrazzi a deputato di Casalmaggiore.

(La Camera approva.)

Collegio di Cagli.

Questo collegio consta di quattro sezioni: Cagli, Pergola, Sant'Angelo in Vado, Urbania. Gli elettori inscritti in questo collegio sommano in totale a 513. Alla prima votazione concorsero 163 votanti. Il conte Giovanni Battista Michelini ottenne voti 158, il signor Giuseppe Briganti-Bellini 5. Ma non essendo concorso il numero sufficiente di elettori, si ricorse al ballottaggio. Nella seconda votazione, sopra 147 votanti, il conte Giovanni Battista Michelini ottenne voti 145, e 2 voti il signor Giuseppe Briganti-Bellini.

Tutte le operazioni furono fatte regolarmente; quindi a nome del III ufficio vi propongo la convalidazione della elezione del conte Giovanni Battista Michelini a deputato di Cagli.

(La Camera approva.)

PANATTONI, relatore. A nome del VI ufficio ho l'onore di riferire sull'elezione del collegio di Fabriano. Gli elettori inscritti ascendono a 4.98. Al primo scrutinio non si presepio il terzo degli elettori. Il conte Giovanni Battista Carletti Giampieri ebbe 129 voti sopra 130 votanti, contro un voto dato al signor Vincenzo Vici.

Non essendosi da alcuno ottenuto il numero di voti prescritto dalla legge, convenne procedere al ballottaggio. In questa seconda votazione, a cui intervennero 125 elettori, il conte Giovanni Battista Cartelli Giampieri ottenne 122 voti contro 2 dati al signor Vincenzo Vici, ed uno dichiaralo nullo. Cosi l'elezione ebbe luogo a numero meschino; ma pure alla quasi unanimità. Nessuna irregolarità occorse, non vi fu alcun reclamo, ed il VI ufficio vi propone di convalidare quest'elezione.

(La Camera approva.)

Prestano giuramento i deputati Antonio Testa, Cosenz, Albicini, Garofano.

SEGUITO DELLA DISCUSSIONE SULL'INTERPELLANZA DEL DEPUTATO RICASOLI BETTINO INTORNO ALL'ESERCITO MERIDIONALE.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione sulle interpellanze del deputato Ricasoli, relativamente all'esercito meridionale.

Ha facoltà di parlare il deputato Conforti.

CONFORTI. Signori, io non entrerò nei particolari della questione militare, perocché non ho la presunzione di conoscere l'arte della guerra. Gli stessi iniziati in una scienza, quando ne disputano coi maestri, sono degni di compassione. Se pure potessi ragionarne con oculata contezza, dovrei ripetere quello che dottamente dissero il generale Bixio e il generale Cugia, ed io abborro dalle ripetizioni.

Io intendo presentare alla Camera qualche considerazione più elevata e più generale, che, spero, eserciterà qualche influsso sulla risoluzione dell'importantissima questione che si agita al vostro cospetto.

Io non dirò già coll'onorevole deputato Ricasoli che vi ha un dualismo. Questa parola mi sembra troppo scolpita, troppo risentita; userò una parola più morbida; dirò che vi ha qualche differenza nel modo in cui si vede la questione dalle differenti frazioni della Camera.

Il generale ed i suoi commilitoni la veggono in un modo alquanto diverso da quello in cui la vede il Ministero.

Il certo è che la questione esiste, da più giorni si agita e si discute con vario successo e con varie forme, ed è dovere del Parlamento il risolverla degnamente.

La gran politica di un uomo di Stato non consiste nel sostenere la propria opinione, e sostenerla a qualunque patio;

Ora, io dico che il Parlamento mostrerebbesi impotente, od almeno non pari all'alta sua missione, ove non riuscisse a risolvere la questione de' volontari in modo soddisfacente. Se questo accadesse, noi daremmo un triste spettacolo all'Italia, anzi all'Europa.

613 - TORNATA DEL 20

Io non posso essere nomo sospetto; io sono un deputato che non fo una faziosa opposizione; non voto costantemente col Ministero, ma volo secondo mi detta la coscienza. (Rumori a sinistra)

CRISPI. Non c'è opposizione faziosa; questo non va!

Una voce a sinistra. Tutti votiamo con coscienza!

PRESIDENTE. Osservo all'onorevole deputato Conforti che tutti votano con coscienza.

Io credo che l'onorevole preopinante non abbia certamente voluto offendere nessuno, ma, nel modo con cui si è espresso, potrebbe offendere una parte della Camera.

CONFORTI. Dichiaro che io non ho inteso menomamente di offendere alcuno. Io parlo di me stesso e non voglio alludere a persona.

A me pare che l'ordine del giorno stato presentato ultimamente dal generale sia tale che non possa essere respinto; esso può essere accettato dal Ministero, special mente dopo le spiegazioni date dall'onorevole deputato Cugia.

Dico di più, se per avventura in quell'ordine del giorno si trovassero delle espressioni, si trovassero dei sentimenti che non potessero essere tutti accettati, potrebbesi, all'ordine del giorno medesimo, fare le modificazioni capaci di accordare le svariate opinioni.

Il Ministero non si è posto in una situazione, la quale sia del tutto immutabile. Il Ministero sente le diverse opinioni, ed è capace di persuasione, come è capace di persuasione il generale

Di che si tratta? Si tratta della sorte degli ufficiali dell'esercito dei volontari. Ora degli ufficiali si parla nell'ordine del giorno presentato dal generale Per quello che riguarda la chiamata dei volontari in quell'ordine del giorno il generale non dice che debba essere immediata, anzi dice espressamente che il Ministero la farà in quel tempo che crederà opportuno. Il Ministero certamente chiamerà i volontari sotto le armi quando vi saranno serie minacce di guerra. Per la qua! cosa l'ordine del giorno in questione non potrà equivalere ad una dichiarazione di guerra, secondo diceva l'onorevole presidente del Consiglio.

Il conte di Cavour, il quale, nella tornata di ieri, si onorava di avere nel 1859 chiamato il generale da Caprera per affidargli il comando dei volontari, non potrà rifiutarsi di accettare un ordine del giorno che lo invita a continuare in tempo opportuno l'opera da lui stesso iniziata.

DI CAVOUR C, presidente del Consiglio. Domando la parola.

CONFORTI. Ora dunque, se nell'ordine del giorno del generale non si parla di chiamata immediata, ma si lascia quella chiamata al prudente arbitrio del Ministero, l'ordine del giorno è conciliativo ed accettabile.

Signori, l'onorevole deputato Casaretto, ragionando intorno alla medesima questione, disse che bisogna essere giusti verso i volontari. Io dico che non solo bisogna essere giusti, ma generosi.

Il giorno in cui partiva il generale coi mille commilitoni, tutti gli animi erano costernati pensando ai gravi pericoli a cui quei prodi andavano incontro.

Gli abitanti di questa città di Torino, che in quel giorno io vidi per le vie, erano ansii e trepidanti. In quel giorno stesso io mi abbattei in un ufficiale superiore molto dotto nell'arte della guerra; naturalmente il discorso cadde sulla famosa spedizione.

Sapete voi che cosa mi disse quell'ufficiale? Mi disse: l'impresa che ha assunta il generale è un'impresa impossibile. Esso ed i suoi commilitoni o saranno sommersi nel mare o saranno moschettati in sulla riva. (Sensazione)

Ebbene, l'impresa non era impossibile al capitano dei mille prodi; l'impresa è riuscita.

Certamente quell'impresa meravigliosa di Palermo e di Napoli il generale non avrebbe potuto condurre felicemente a termine senza il favore dei popoli, impazienti di rompere le catene della tirannide; se non avesse scritto sulla sua bandiera: Italia e Vittorio Emanuele. (Bene!) Ma questo, non che scemare, accresce il merito di lui, che ebbe l'intuito dei tempi, e seppe afferrare l'occasione che gli offriva la fortuna.

Certamente il servizio con quell'impresa reso all'Italia fu inestimabile, immenso.

Tutti sanno quale era tostato dell'Italia prima di quella spedizione. Lamoricière raccoglieva tutti i vagabondi d'Europa e ne formava un esercito; il re di Napoli accresceva il suo esercito e lo mandava alle frontiere, in piena intelligenza col generale Lamoricière. L'Austria, in lega col papa e coll'ex-re di Napoli, minacciava sul Mincio e sul Po. E gli undici milioni d'Italiani, appena riuniti sotto il Governo di Vittorio Emanuele, erano minacciati da tre eserciti, e sul punto di essere attaccati da forze preponderanti. La cosa era si vera, il pericolo era sì grave, che nulla si trascurò, da parte nostra, per fare un'alleanza coll'ex-re di Napoli, il quale ostinatamente si rifiutò. La volle poi, e mandò ambasciatori, quando il generale aveva disfatto il suo esercito in Sicilia.

Le vittorie di e de' suoi commilitoni in Sicilia ed in Napoli porsero all'esercito italiano il destro d'invadere l'Umbria e le Marche, di attaccare Lamoricière a Caslelfidardo e ad Ancona, e disfarlo.

La campagna fu gloriosa per l'esercito e la flotta italiana: l'uno comandato dal generale Cialdini, e l'altra dall'ammiraglio Persano.

Il generale durante la sua dittatura (ed io posso saperlo, perocché fui suo ministro), non ebbe sul labbro che due parole, le quali gli venivano dal cuore: Italia e Vittorio Emanuele. (Bravo!) Verso gli ultimi giorni della dittatura mi condussi a Caserta per parlargli di affari riguardanti l'amministrazione. Entrato nella sua stanza, lo trovai circondato da circa dodici individui, uno dei quali, credendo di parlare ad un uomo volgare e bassamente ambizioso, gli disse: generale, voi avete voluto ed affrettato il plebiscito, e così avete tolto il potere a voi stesso e l'avete trasferito a Vittorio Emanuele.

Il generale, con voce terribile, gli disse: tacete; Vittorio Emanuele è la stella d'Italia. (Benissimo) Il generale non ha domandalo nulla per sé; ha rifiutate le più generose offerte; ma non può rinunziare alla difesa de' suoi prodi commilitoni.

Signori, la discordanza delle opinioni intorno all'esercito dei volontari deve cessare. Noi abbiamo bisogno di essere uniti e compatti. Noi abbiamo un nemico esterno, armato formidabilmente a nostro danno, il quale profitterà della nostra debolezza, e ci assalirà, se ci vede divisi. né noi ci adagiamo sopra un letto di rose, se riguardiamo alle condizioni della Penisola, e specialmente dell'Italia meridionale. Quivi la più

Quivi sonosi commessi orribili assassinamenti dai congiurati del Borbone; quivi si ardisce proclamare governi provvisorii da una mano numerosa di briganti, i quali mettono interi paesi e borgate a ruba ed a sangue.

614 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

Se la quistione che riguarda i volontari in Napoli si saprà decisa colle concessioni reciproche delle parti, perché bisogna essere molto cedevoli dall'una e dall'altra parte, l'Italia meridionale sarà finalmente tranquilla, ed i nemici riceveranno un colpo mortale.

Signori, io ho domandato libertà di parola, perché senza libertà di parola non è possibile che vi sia un Parlamento degno di questo regno.

Io userò un'espressione, che riassume tutta una filosofia, dell'onorevole Ferrari: io domando la libertà dell'errore, perché senza l'errore non può essere la verità; l'errore contiene in sé sempre qualche elemento della verità; l'errore stesso non è che una verità incompiuta. Ora io dico che, se noi usciremo da questo tempio, da quest'aula stassera senza aver risolta la quistione convenevolmente fra le parti che contendono, noi avremo perduta una grande battaglia, i nostri nemici gioiranno alla nostra sconfitta. Ma io spero che il Parlamento italiano darà questo nobile esempio; io spero che sarà conciliativo, e mentre il Ministero sarà viemaggiormente fortificato al potere, potrà dirsi che il Parlamento è una specie di persona potente che influisce sulla risoluzione delle questioni, e che non rifugge da qualunque mezzo leale per condurre gli animi alla concordia. (Numerosi segni di approvazione)

DI CAVOUR C., presidente dei Consiglio. Signori deputati, si è molto parlato in questi ultimi giorni di conciliazione e di concordia. Mi compiaccio di constatare che l'oratore, che prese l'ultimo la parola, seppe manifestare questo sentimento con modi splendidi e convincenti.

Non è possibile però il dimenticare che nella tornata di ieri non pochi oratori non hanno seguito questo generoso consiglio. Tuttavia non è mio intendimento ribattere le accuse e i rimproveri che furono mossi ieri e contro il Ministero e contro la maggioranza della Camera.

Lascierò senza risposta le molte allusioni poco benevole, e ai pronunciamenti di Spagna, e all'antica storia parlamentare; non noterò come stranamente, in una questione di volontari, siasi invocato ad accusa del Ministero l'autorevole nome del generale La Marmora; lascierò stare tutto ciò in disparte; solo una questione sollevata dall'onorevole deputato Bixio richiede da me un'osservazione. (Segni d'attenzione)

L'onorevole generale, nell'esordire del suo discorso, dichiarò che i suoi colleghi, ed egli stesso, erano venuti nel pensiero di dare le loro demissioni, e ciò perché avevano dato ad alcune parole del ministro della guerra una interpretazione che, mi si permetta che il dica apertamente, io reputo assolutamente erronea.

L'onorevole generale ha creduto che si fosse voluto, per parte del Ministero, fare allusione poco benevola ai gradi ch'egli ed i suoi commilitoni avevano acquistato. Io dichiaro altamente che tale non è mai stato l'intendimento del Ministero.

Il Ministero onora ed apprezza il valore e le virtù militari dei luogotenenti del generale Dirò di più: tra questi vi ha un distinto militare, che il ministro della guerra da venticinque anni è lieto di poter chiamare suo amico.

Comunque sia, qualunque possa essere stata l'impressione che queste parole abbiano potuto produrre sull'animo del generale Bixio e dei suoi colleghi, io non dubito che, quando queste onorevoli persone rifletteranno alle conseguenze dell'atto cui egli accennava, esse esiteranno a compierlo.

L'onorevole generale non ha forse calcolato tutte le conseguenze di questo atto; esso non avrà pensato certamente, annunziandolo al Parlamento, che nella istessa tornata se ne sarebbe tratto argomento di una manovra parlamentare; ma, certamente, l'onorevole generale e i suoi colleghi sono animati da troppo schietto patriottismo, per non desistere da un atto che potrebbe produrre nel paese troppo funeste conseguenze. Non è, e signori, quando abbiamo di fronte un esercito che può da un giorno all'altro diventare minaccioso; non è quando nel mezzogiorno dell'Italia la reazione si leva baldanzosa e prende ogni specie di maschera; non è in questo momento che quegli egregi patrioti, qualunque possa essere il dissenso politico che li divide dal Ministero, sia pur grande l'amarezza che abbiano potuto risentire, vorranno fare un atto capace di portare la perturbazione nel paese. Io conosco da troppo tempo il generale Bixio, e conosceva il suo patriottismo prima assai che egli avesse fatto adesione alla causa politica che io aveva l'onore di rappresentare, per credere ch'egli voglia ora essere sordo alla invocazione che gli faccio in nome della concordia e del paese.

Lasciate le questioni incidentali, entro di balzo nell'argomento. Alcuni oratori combatterono ieri il decreto dell'11 siccome illegale e siccome incostituzionale, e ciò per due rispetti.

Lo dissero illegale, perché con esso veniva pregiudicata la sorte degli ufficiati dell'esercito meridionale. Ma a questo rimprovero venne risposto vittoriosamente dall'onorevole generale Cugia, il quale dimostrò che la posizione di quegli ufficiali era pienamente rispettata.

Lo dissero incostituzionale, perché si veniva a determinare per decreto l'organizzazione di un corpo; e per organizzare un corpo, secondo l'onorevole Mellana, sarebbe stata necessaria una legge. Questa seconda accusa, o signori, è gravissima, poiché nei principii d'un nuovo regno il Parlamento deve essere geloso assai delle sue attribuzioni, non deve permettere che il Governo usurpi sul potere legislativo. Io quindi mi credo in debito di respingere risolutamente quest'accusa, e di dichiarare che io non credo sia nelle attribuzioni del Parlamento il discutere dell'organizzazione dei corpi. Ed invero, o signori, se questa teoria prevalesse, sarebbe impossibile procedere all'ordinamento dell'esercito in quel brevissimo spazio di tempo che ci è lasciato dalle necessità attuali.

Voci. È giusto!

DI CAVOUR C., presidente del Consiglio. Infatti, se il Parlamento avesse avuto a discutere tutti i decreti emanati da qualche tempo per l'ordinamento dell'esercito, non so, non dico quanti giorni, non dico quante settimane, ma quante Sessioni avrebbe impiegato.

Non posso parlare con piena conoscenza di causa dei decreti emanati dal mio collega il ministro della guerra, ma perciò che riflette il dicastero della marina, che ho l'onore di reggere, posso assicurare la Camera che ho in pochi mesi sottoposto alla firma del Re tanti decreti che avrebbero richiesto anni ed anni di discussione parlamentare. Ed io credo di poter asserire che, se le massime dell'onorevole Mellana prevalessero, e il Parlamento volesse imporre l'obbligo al Ministero di sottoporgli tutti i decreti relativi all'esercito ed alla marina, molti anni trascorrerebbero prima che si avessero esercito e marina.

Grazie, non all'opera mia, ma grazie al concorso efficacissimo, allo zelo straordinario de' miei collaboratori nel Ministero della marina e dei capi del servizio marittimo, sia a Genova, sia a Napoli, in pochi mesi siamo riusciti a fondere perfettamente, intieramente i due grandi elementi che costituiscono la marina italiana.

TORNATA DEL 20

In ora, o signori, non vi è più né marina napoletana, né marina genovese, non vi è più che una sola marina, la marina italiana. (Bene!)

Se io avessi dovuto invece seguire i consigli dell'onorevole Mellana, noi avremmo forse delle navi e dei marinai, ma certamente non avremmo marina. E poiché l'onorevole Mellana invoca l'opinione dell'illustre generale La Marmora, l'invocherò pure a mia volta.

Credo mio debito dichiarare alla Camera che nessuno più di me onora e rispetta questo distinto generale, che ho avuto l'onore di avere a collega per nove anni nei consigli della Corona. Quest'illustre generale, io non l'ho mai contraddetto, come voleva forse fare intendere l'onorevole Mellana, nella mia qualità di ministro delle finanze; alle opere sue io mi associai intieramente, quando egli proponeva al Ministero, al presidente del Consiglio, al ministro delle finanze, di assumere la gravissima responsabilità di decretare opere costosissime nell'assenza del Parlamento. Quelli che hanno fatto parte delle precedenti Assemblee si ricorderanno delle discussioni vivissime a cui diedero luogo e le fortificazioni di Casale e le fortificazioni di Alessandria, ordinate per semplice decreto reale.

Mi permetta l'onorevole Mellana di fargli osservare che in quei tempi v'era, per un ministro delle finanze, qualche merito nell'associarsi al ministro della guerra, per dividere la responsabilità dei suoi perché in quei tempi il ministro delle finanze era condannato da una dura e dolorosa necessità a venire ad ogni piè sospinto a proporre nuove tasse al Parlamento, che l'onorevole Mellana combatteva sempre. (Ilarità) In allora il paese, ancora nuovo alle istituzioni liberali, accoglieva con molta ripugnanza queste tasse, e faceva ricadere sul capo del ministro, che ne era responsabile, un'immensa dose d'impopolarità. Ebbene, il generale La Marmora ricusò sempre di sottoporre alla Camera i progetti relativi all'ordinamento dell'esercito; diede in occasione del bilancio le più ampie, le più soddisfacenti spiegazioni; accettò in queste discussioni del bilancio la controversia su tutti i punti relativi all'ordinamento dell'esercito; tenne sempre in gran conto le osservazioni della Camera e la manifestazione delle opinioni del Parlamento, ma non mai consenti a sottoporre ad essa i decreti relativi all'organizzazione dell'esercito, ed in ciò il generale La Marmora acquistò un nuovo titolo alla riconoscenza del paese.

Io quindi respingo nel modo il più assoluto il rimprovero d'incostituzionalità.

Allontanata questa, che dirò questione pregiudiziale, esaminerò la questione di merito, che è la questione che occupa la Camera.

In principio di questa discussione, due ordini del giorno vennero presentati: uno dell'onorevole deputato Ricasoli, ed un altro dell'onorevole generale

Non parlo degli altri due, giacché quello dell'onorevole deputato Ricci era un ordine sospensivo, e quello dell'onorevole deputato Pace conteneva una manifestazione di sentimenti, più che una dichiarazione di principio.

L'onorevole deputato Ricasoli chiedeva che la Camera, accettando il decreto dell'11 eccitasse il Ministero ad attuarlo in modo immediato, provvedendo alla sorte del valoroso esercito meridionale, e di più lo eccitava ad accrescere e coordinare le forze del paese, aggiungendo che quest'ordinamento era di competenza del Governo.

L'onorevole generale accettando in massima i principii svolti nell'orazione dell'onorevole interpellante, chiedeva che l'esercito meridionale venisse ricostituito immediatamente.

Voce a sinistra. Ve ne ha un altro!

DI CAVOUR C., presidente del Consiglio. Mi perdoni, io narro la storia.

Nella tornata di ieri, il generale ritirando il primo ordine del giorno, gliene sostituiva un altro, nel quale faceva un gran passo verso l'onorevole deputato Ricasoli, e faceva prova di un animo conciliante.

In questo nuovo ordine del giorno, modificando la prima parte, aggiungendo una frase, alla quale io non ho nulla a dire, ed anzi alla quale faccio plauso, intorno alla concordia ed osservanza della legge, si limitava a chiedere che i quadri dell'esercito fossero messi in attività, lasciando che la chiamata dei volontari venisse determinata dal Ministero quando l'avrebbe reputato opportuno.

Come già dissi, quest'ordine del giorno è una prova dei sentimenti conciliativi dell'onorevole generale ed a questi rendo pieno e largo omaggio, ed è per ciò ch'io desidererei di potermi accostare pienamente alla sua propostale non vi fossero a ciò due ostacoli gravissimi. (Segni di attenzione)

La differenza sostanziale che corre tra le idee espresse dall'onorevole generale e quelle del barone Ricasoli sta in ciò, che il generale vuole che i quadri dell'esercito meridionale siano posti immediatamente in attività, mentre il barone Ricasoli vuole che si provveda alla formazione dei volontari in corpo d'armata.

La differenza sta dunque tutta in queste poche parole: mettere in attività i quadri dello stesso esercito.

Ora, io dichiaro altamente che a questo si oppongono due ordini di difficoltà: le prime difficoltà le chiamerò tecniche; queste vennero ieri svolte in modo molto chiaro, molto convincente dall'onorevole mio amico il generale Cugia.

Egli vi ha spiegato le difficoltà che s'incontrerebbero nel mettere in attività questi quadri, giacché io suppongo, che mettere in attività questi quadri voglia dire farli funzionare, fare che in mezzo ai quadri vi sia anche della bassa forza, onde veramente, nella stretta parola, siano in attività. Io non aggiungerò nulla a quanto disse l'onorevole deputato a cui faceva allusione; non dubito che la Camera terrà conto delle osservazioni da lui fatte per dimostrare la somma difficoltà, per non dire l'assoluta impossibilità dell'attuazione di quest'idea.

Ma, signori, vi sono difficoltà di un altr'ordine, vi sono difficoltà d'ordine politico. (Segni d'attenzione)

E qui io mi affretto a dire che non sono difficoltà relative alla politica interna, che se noi non crediamo poter mettere in attività i quadri dell'esercito meridionale, ciò non avviene per uno spirito di diffidenza rispetto a questo esercito. No, signori, lo dichiaro altamente, non è il Ministero che fece appello all'onorevole generale Bixio, all'onorevole generale Medici, all'onorevole generale Sirtori, quando ancora non si erano pronunziali apertamente sulle grandi questioni politiche, non è questo Ministero che, ora ch'essi hanno prestato giuramento a Vittorio Emanuele ed allo Statuto, avrebbe rispetto a loro la menoma sfiducia.

Io dichiaro senza esitazione che, se non vi fossero questioni di politica esterna, non vedrei nessun inconveniente a tenere il governo, quand'anche la capitale fosse presidiata da una divisione comandata dall'onorevole generale Bixio.

Le difficoltà politiche a cui accenno si riferiscono esclusivamente alla politica estera. Io vi ho detto l'altro giorno che l'esercito dei volontari quale fu ordinato, e bene, dall'onorevole generale è un esercito il quale ha un carattere esclusivamente di guerra, che non può utilmente essere impiegato in tempo di pace, che non può essere raccolto se non quando si è decisi di fare guerra pronta, direi anzi immediata.

616 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

Se questa mia asserzione l'altro giorno avesse avuto mestieri di dimostrazione, l'onorevole generale Bixio, nella tornata di ieri, avrebbe sciolto ogni dubbio intorno a questo argomento. Dopo il discorso da lui stato pronunziato ieri in quest'aula, se il Ministero mettesse in attività una divisione, e gliene affidasse il comando, ma, signori, sarebbe questa una vera dichiarazione di guerra. (Sensazione - Bisbiglio a sinistra)

Per combattere quest'idea si è detto che anche negli altri paesi si organizzavano dei volontari, e che questi paesi non erano per ciò considerali come minaccianti la pace dei loro vicini: e si è parlato con parole molto convenienti e dall'onorevole generale e dall'onorevole deputato Mellana, dell'istituzione dei volontari inglesi. Ma, o signori, non bisogna lasciare che le parole facciano nascere delle illusioni. L'organizzazione dei volontari inglesi non ha nessuna relazione colla organizzazione dell'esercito meridionale composto di volontari.

In Inghilterra vi è l'esercito stanziale composto di volontari, poiché non vi è la coscrizione; ma questi volontari contraggono una ferma, ed una ferma lunghissima. Vi è di più la milizia, che è una specie di guardia nazionale mobile. Questo è un servizio che si presta a seconda dei risultati della sorte; è una specie di leva per la milizia. Finalmente, or sono due anni, quando l'Inghilterra si è creduta minacciata, sorse spontaneamente dalle viscere del paese una nuova istituzione, quella dei volontari. Ma che cosa sono i volontari inglesi? Sono cittadini che, senza abbandonare le loro case, senza rinunciare alle proprie occupazioni, si radunano in determinati giorni ed in determinati luoghi per esercitarsi al maneggio delle armi. Il Governo ha bensì nominalo degli ufficiali per comandare questi volontari ordinati in battaglioni, ma né gli ufficiali, né i militi abbandonano le loro occupazioni abituali. Voi vedete fra i comandanti dei volontari dei grandi proprietari, dei banchieri, dei negozianti, che continuano a governare le loro proprietà e ad amministrare i propri affari. Finalmente non solo non ricevono paga né gli ufficiali, né i volontari, ma non ricevono nemmeno il vestiario. Il Governo inglese provvede le armi a quelli che non hanno mezzi sufficienti per farne l'acquisto.

Vede dunque la Camera quanta differenza passa fra il corpo dei volontari inglesi e quello dell'esercito meridionale.

Io mi faccio dunque a dire di bel nuovo che la costituzione di un esercito di volontari sulle basi sulle quali venne formato e deve rimanere l'esercito già meridionale, equivarrebbe, se non ad una dichiarazione di guerra, ad una gravissima provocazione di guerra.

Ora, o signori, qui sono costretto ad entrare assolutamente nel campo della politica, ed a chiedere alla Camera se sia opportuno, se sia conveniente di fare un atto che nel paese e fuori, in Europa, sia considerato come una provocazione di guerra.

Voi conoscete la politica del Ministero; essa venne proclamata nel discorso della Corona, venne esposta in varie occasioni, specialmente in occasione delle interpellanze rispetto a Roma. Tuttavia il Ministero non ebbe forse ancora un'opportunità di dichiarare altamente quale sia la sua linea politica.

Il Ministero coglie con premura questa circostanza, giacché è bene che ogni equivoco scompaia, che il Parlamento ed il paese sappiano in modo chiaro e netto qual è il nostro sistema. (Segni d'attenzione)

Noi abbiamo fatto conoscere e al paese ed all'Europa qual è lo scopo finale della nostra politica; su questo punto le nostre dichiarazioni sono sempre state chiare e precise, non le abbiamo avvolte di frasi diplomatiche; abbiamo ripetuto più volte sotto varie forme che ritenevamo la questione italiana non avrebbe avuto scioglimento finché l'indipendenza della Penisola non fosse compiuta, finché le grandi quistioni di Roma e di Venezia non avessero ottenuto una soluzione completa. Ma nello stesso tempo abbiamo dichiarato che la questione di Roma doveva sciogliersi pacificamente, senza porsi in ostilità ed in contrasto colla Francia; noi abbiamo dichiarato apertamente che non consideravamo i soldati francesi a Roma come nemici. (Bene!)

Così, rispetto alla Venezia, noi abbiamo detto con parole moderate, ma recise, che Io stato attuale della Venezia era incompatibile con una pace stabile, ma in pari tempo abbiamo dichiarato che nello stato attuale dell'Europa non ci credevamo in diritto di accendere una guerra europea. In poche parole noi abbiamo dichiarato che rispetto a Roma la nostra politica riposava sull'alleanza francese, e che rispetto alla Venezia si teneva conto dei grandi interessi europei, dei consigli delle potenze amiche, delle potenze che in momenti difficilissimi ci avevano pur dato efficace e proficuo concorso.

Ecco la nostra politica.

Capisco che se ne possa seguire un'altra, capisco che s possa dichiarare che l'Italia è in uno stato di guerra modificato da una specie di tregua tacita: tregua a Roma, tregua a Venezia; che quindi, essendo in istato di guerra, sia non solo opportuno, ma indispensabile il fare tutti i provvedimenti che occorrono per una guerra prossima, immediata. Ecco i due sistemi in presenza.

Noi vel diciamo francamente, noi crediamo che la prima politica sia la sola che convenga alla nazione di seguire; che la prima non è altro che la continuazione di quel sistema politico, che ebbe per risultato di prendere l'Italia il giorno dopo la battaglia di Novara e portarla a riunirsi in un corpo di 22 milioni d'Italiani; che la prima è quella che ci condurrà certamente alla meta, alla quale tutti, senza distinzione di opinioni, aspiriamo del pari.

E se voi ponete mente al quadro che vi fece ieri con frasi molto incisive l'onorevole deputato Bixio dell'opinione pubblica europea, poiché a Parigi egli ha potuto giudicare non solo dell'opinione della Francia, ma anche dell'opinione europea, io credo che sarete dell'avviso del Ministero.

Non bisogna farsi illusione: io ho gran fiducia nelle risorse della nazione, immensa confidenza nel patriottismo, nel valore degli Italiani; ma conviene avvertire, o signori, che una scintilla che si accenda nell'Italia può spargere l'incendio sopra tutta l'Europa, e che una condotta imprudente potrebbe mettere a fianco dei nostri naturali avversari anche altre potenze, colle quali non siamo, non dobbiamo essere in collisione.

Io fui rimproverato certamente da alcuni deputati dell'opposizione, non mi ricordo più in quale circostanza, di non più tener conto dell'alleanza inglese, di essere stato infedele a' miei primi amori (Si ride), di essere passato dall'anglomania quasi all'anglofobia. Quest'accusa è perfettamente ingiusta; nessuno più di me fa estimazione della nazione in

617 - TORNATA DEL 20

Ebbene, che cosa dice l'Inghilterra? Dice precisamente: guai al provocatore 1 Io sarò contro chi provoca, io gli sarò contro colla mia influenza morale.

E qui si badi che, mentre la influenza morale in tempo di pace può tradursi semplicemente in note più o meno gentili, in tempo di guerra l'influenza morale può tradursi in altri argomenti, massime quando, in previsione di questi casi, vi è una numerosa flotta a Malta e un'altra a Corfù. (Sensazione)

Io non andrò peregrinando per gli altri paesi d'Europa, né mi estenderò sulle condizioni della Germania e della Russia; ma vi pregherò di osservare che in quei due paesi l'opinione del Governo è assai incerta nelle sue alleanze, e che dalla condotta della nazione che sarebbe la prima a provocare la guerra potrebbe dipendere molto la risoluzione di entrambi; che quindi una politica, la quale avesse anche solo la possibilità o la probabilità remota di far sorgere una coalizione contro l'Italia, sarebbe una politica assolutamente funesta.

Comunque sia: il Ministero professa questa opinione; se egli è nell'errore, si sottoporrà al giudizio del Parlamento, ma non modificherà la propria convinzione.

Vi è, come dissi, un'altra politica, quella che considera i Francesi come nemici a Roma, che ci considera come in istato di guerra effettiva coll'Austria. Ebbene, io vi dico che il voto che sarete per dare in questa controversia deciderà quest'oggi quale di queste due politiche debba avere il sopravvento. Se (Movimento a sinistra) voi dichiarate che bisogna mettere i quadri dell'esercito meridionale in attività... cioè, intendiamoci bene, in attività nel senso di dare degli uomini a questi quadri, dei sott'ufficiali, dei soldati, di formare insomma dei veri corpi; se questo è l'intendimento del generale io vi dico che voi entrate in una via politica che non è quella del Ministero. Epperciò, quantunque il Ministero sia animato da vero spirito di conciliazione (e parmi che, se voi prendete il complesso dei discorsi che si sono pronunciati dai banchi dell'opposizione e da quello dei ministri, non potrete rivocare in dubbio questa mia dichiarazione), esso non può accettare l'ordine del giorno dell'onorevole generale

Ma io mi credo in debito di dare alla Camera qualche spiegazione sull'ordine del giorno del deputato Ricasoli.

Come ho già detto, il Ministero approva l'ordine del giorno del deputato Ricasoli, perché il deputato Ricasoli approva la formazione dei volontari in corpo d'armata. E qui, siccome il Ministero non era entrato in particolari, è nato qualche dubbio sulla condizione di questi ufficiali, e si è detto: ma questi uffiziali saranno tutti in disponibilità? Il Ministero, lo dirò francamente, nel fare il decreto dell'11 si era riservata la facoltà di mantenerne una parte in attività e metterne una parte in disponibilità. Diffatti coll'articolo 13 del decreto venne detto:

«Sulla richiesta dei comandanti le divisioni, e nello scopo di assistere ad un corso d'istruzione, potranno gli ufficiali essere chiamati in sedi fisse, che saranno determinate dal nostro ministro della guerra per ogni comando di divisione.»

Dunque il Ministero si è riservata la facoltà di chiamare nelle sedi una parte di questi ufficiali, e quelli che saranno nelle sedi saranno in vera attività, avranno così tutti i vantaggi, come tutti gli obblighi dell'attività.

Naturalmente l'applicazione di questa parte è una questione di finanza, è un punto sul quale veramente sta alla Camera più specialmente il decidere.

Se la Camera si associasse ai sentimenti manifestati ieri dal mio onorevole amico, il deputato Cugia; se la Camera manifestasse il desiderio che sia chiamato alle sedi il maggior numero possibile di ufficiali, per evitare il pericolo cui accennava con molta ragione il deputato Bixio che, cioè, questi ufficiali, essendo dispersi e tornando alle loro case, smettessero le abitudini militari, perdessero l'amore all'arte loro, oppure nell'ozio contraessero cattive abitudini; se la Camera è in quest'opinione, il Governo molto volontieri darà la più larga applicazione all'articolo 13. Esso farà facoltà di convenire alle sedi a tutti coloro che vogliono recarvisi; e farà anche il possibile per somministrar loro i mezzi d'istruzione, perché, se riteniamo che il riunire i soldati alle sedi in tempo di pace abbia inconvenienti, non ve n'è alcuno alla riunione degli ufficiali, anzi hannosi in ciò molti vantaggi, perché cosi lo spirito di corpo si mantiene, si fortifica, e l'istruzione progredisce. Lo ripeto a nome del Ministero, se la Camera si associa a questi sentimenti, il Governo è pronto a dichiarare che darà all'articolo 13 la più larga applicazione, e che farà facoltà a tutti indistintamente gli ufficiali dell'esercito meridionale di riunirsi alle sedi per istruirsi e per esercitarsi nell'arte loro.

Mi pare che con questa dichiarazione venga dissipato ogni dubbio.

Noi non vogliamo i corpi di volontari in attività, nel rigoroso significato della parola; noi non vogliamo un atto, che sarebbe una vera provocazione, perché non crediamo dover seguire una politica provocatrice.

Vogliamo invece mantenere questi quadri, e dare agli uffiziali, che vi saranno ascritti, prova della nostra simpatia, della nostra benevolenza, della riconoscenza della nazione. Noi dobbiamo fornir loro i mezzi di prepararsi a far il loro dovere nel momento opportuno, con quell'ardore che distingue gli ufficiali dei volontari, e con quelle cognizioni che avranno acquistale nelle sedi loro assegnate.

Mi pare che con queste dichiarazioni formali, l'ordine del giorno del deputato Ricasoli sia una proposta pienamente conciliativa, ma che ha pure il gran merito di non lasciar dubbio alcuno sulla questione politica.

Vi ho esposto, o signori, quale era la politica del Ministero, e vi ho detto che ve n'era pure un'altra. Naturalmente, poiché seguitiamo la prima, si è che la riteniamo più utile, più conveniente al paese; ma tuttavia diciamo che anche l'altra politica può praticarsi. È molto pericolosa, è irta di difficoltà, di ostacoli, di scogli, ma può essere attuata.

Ciò che poi sarebbe fatale, ciò che ci condurrebbe ad una certa rovina, si è se si praticasse un giorno una politica e l'indomani un'altra; se non si seguisse, rispetto al paese e più ancora rispetto all'Europa, una linea franca, netta, sincera. L'Europa ha diritto, dopo tutto quello che è accaduto, di sapere quello che vogliamo fare. L'Europa non vuole ambagi, massime l'Inghilterra.

L'Inghilterra ci perdonerebbe un atto di pazzia più facilmente, che se credesse che l'abbiamo voluta indurre in errore. Quindi, o signori, noi dobbiamo deciderci nettamente. Se la Camera crede preferibile la politica del Ministero, mi pare che debba accettare l'ordine del giorno del deputato Ricasoli,

Qualunque sia la determinazione della Camera noi la rispettiamo. Lasciando il Ministero, combatteremo quella politica che non è la nostra, finché saremo su questi stalli; il giorno poi che questa politica si tradurrà in atto, noi coopereremo a chi dovrà reggere lo Stato con tutta l'energia delle nostre forze. (A sinistra: Bene!)

618 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

Non penseremo alle discussioni antiche, saremo soldati; e chi non può esserlo per l'età, coadiuverà a questa politica, che ora chiamo temeraria, ed allora chiamerò generosa. (Bravo! bravo!) Qualunque poi sia la deliberazione della Camera, noi dovremo compiacerci altamente di questa discussione, poiché avrà avuto per effetto, io spero, se non di ravvicinarci pienamente, almeno di diminuire la distanza che ci separava, ed in ogni caso di far conoscere in modo schietto e preciso al paese, all'Europa, qual è la politica alla quale la maggioranza del Parlamento intende dare un franco e completo appoggio. (Vivi segni di approvazione)

PRESIDENTE. La parola è al deputato Bixio per un fatto personale.

BIXIO. Le parole dell'onorevole conte Di Cavour, che riguardano quelle da me dette nella seduta di ieri, relativamente alle dimissioni, vogliono da me una spiegazione, ed io prego la Camera di accoglierla con quella franchezza con cui io la do.

Noi possiamo esserci ingannati; ma non sono io solo che ho profferita la parola. Ieri ne aveva qualche dubbio; ma precisamente l'intimo ed onorevole mio amico il generale Medici, a cui il signor conte Di Cavour ha fatto allusione, e che è tra i nostri amici e compagni d'arme l'uomo che stimiamo di più ed a cui ci rivolgiamo per consiglio, quando si tratta di far bene le cose, ebbene, dico, precisamente il generale Medici fu il più caldo e il più deciso, dopo la lettura del discorso del ministro Fanti, a riputare impossibile, poco onorevole per noi e poco degno della Camera il vederci, dopo l'esposizione fatta dal ministro della guerra, classificati ne) modo in cui fummo.

Farò una sola obbiezione, me lo permetta la Camera, me lo permetta il generale Fanti. Io non voglio dir male de' suoi giudizi, ma anche di Napoleone non si tien conto di certi giudizi. Tutti sanno che nelle Memorie di Sant'Elena egli ha parlalo del generale Saint-Cyr e del generale Ney; eppure non si tiene quel giudizio come assoluto; cosi è dove ha parlato di Massena riguardo a Genova. Io posso dire dunque, senza volermi mettere a livello di Napoleone e di Massena, ma cerne deputato posso dire che il giudizio del ministro della guerra non lo tengo come autorità provata.

Ora è successa questa cosa, che dopo la lettura del discorso del generale Fanti, come ne fa fede la stenografia, per il complesso forse, ma infine la parte entra pure nel tutto, dopo questa lettura, dico, la maggioranza della Camera ha fatto dei segni di approvazione. (Movimenti diversi e mormorio)

PRESIDENTE. Accerto l'onorevole generale Bixio che la Camera ha fatto segni di approvazione al complesso del discorso contenente molte materie, non già ad una parte più che ad un'altra; quindi non può trarne argomento per farne appunto alla maggioranza (Segni di assenso al centro ed alla destra)

BIXIO. Ho detto precisamente che forse applaudi per il complesso, ma mi permetteranno di credere che il complesso comprende la parte.

Molte voci. No! no! (Mormorio)

BIXIO. Mi permettano di spiegare le mie idee, e troveranno che non do fastidio ad alcuno.

PRESIDENTE. Non è che dia fastidio ad alcuno, ma si è che veramente ella non interpreta nel vero loro senso le manifestazioni seguite nella Camera alla fine del discorso del ministro della guerra.

BIXIO. Io sono molto contento di queste spiegazioni. Fatto si è però che il generale Medici, il quale si trovava nelle tribune, ne formò quel giudizio

Molte voci dal centro e dalla destra. Si è ingannato certamente.

BIXIO. Quando dunque io diceva che l'autorità del generale Fanti non volevamo tenerla come incontrovertibile, intendeva dire che il generale Fanti, colle migliori intenzioni del mondo, poteva però essersi ingannato nel giudicare gli ufficiali dell'armata meridionale. Insomma dal contesto del discorso, quale sta nel rendiconto ufficiale, ho dovuto dedurne che era, si può dire, una patente d'incapacità confermata dalla Camera...

Molte voci da varie parti della Camera. No! no!

Bixio. Io me ne appello agli : io ho detto che gli applausi che si fecero alla fine del discorso del ministro Fanti sono registrati dalla stenografia della Camera.

Io dirò poi che comprendo perfettamente e sono altamente riconoscente alla maggioranza della Camera se dà dei segni per cui questo voto di sfiducia non cada sopra l'ufficialità dell'esercito meridionale

Moltissime voci. No, non cadrà mai!

Bixio. Ma io ieri, parlando, ho dovuto accennare a questo fatto, ed ho creduto mio debito di dirvi in ora come successe quell'inconveniente, e l'ho dovuto spiegare.

Io non dico che un deputato si debba dirigere alla maggioranza, perché qui non ci è né maggioranza, né minoranza, ci è la Camera. (Bravo'. Benissimol) Parlando poi di demissioni di ufficiali, non è mica che io non sentissi l'inconveniente a cui andavamo incontro ed a cui accennò l'onorevole Cavour, che, cioè, le nostre demissioni portavano con sé quelle di tutta l'ufficialità del corpo. E questo naturalmente portava degl'inconvenienti gravi, davanti a cui io ho pensalo ben bene: e frutto ne è che le demissioni d'avant'ieri sera non furono ancora presentale. (Bravo Bene!)

Ma, dal momento che la cosa stava così, ho credulo di doverla dire alla Camera, perché nessuno potesse essere in errore.

Io conto degli amici molti in questa Camera, e nella maggioranza, e nella sinistra, ed anche nella destra. Per esempio, io mi onoro dell'amicizia dell'onorevole Poerio, il quale fa parte della maggioranza.

Parimenti io vedo sedere alla destra di questa Camera il colonnello Malenchini, e con tutto ciò non cesso di essergli amico, perché la differenza di opinione politica non è causa di inimicizia per me. (Bravissimo I)

Si è creduto che io volessi far pressione alla Camera per farla pronunciare o per l'uno o per l'altro. Ora, io do la mia parola d'onore che questa non è stata la mia intenzione. Io ho fatto, forse, una cosa irregolare, secondo gli usi tari, ma dichiaro di essere pronto a sottomettermi a qualunque decisione. (Segni di approvazione) Io non ho la pretesa che si debba prendere la mia voce come quella di un generale. Il mio nome non sarà mai tra quelli dei militari che invadono le assemblee. Io non sono uomo da invadere le assemblee; quando la guerra sarà finita, farò il marinaio. (Si ride)

PRESIDENTE. Il generale ha facoltà di parlare per un fatto personale.

Vanti, ministro della guerra. Chiedo di parlare per un fatto personale.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare.

Fanti, ministro della guerra. Sono stato oltremodo spiacente di udire dalla bocca dell'onorevole generale Bixio che il mio antico amico e commilitone, il generale Medici, abbia potuto dare un'interpretazione, o almeno abbia sentito un'impressione cattiva da ciò che ho detto, perché io mi sono ben guardato, non solo per rispetto ad essi,

619 - TORNATA DEL 20

ma per riguardo alla Camera ed al paese, di usare parole che potessero menomamente offendere chicchessia.

Spero che dopo questa spiegazione il generale Bixio sarà convinto che io, e dal punto politico e dal punto militare, non ho avuto menomamente intenzione di offendere né esso, né alcuno dei suoi.

Bixio. Sono riconoscente al signor ministro della dichiarazione da lui fatta: essa era una necessità per noi, e credo che il signor ministro della guerra renda giustizia all'opinione pubblica, perché veramente col dire: favolose promozioni,si veniva quasi a far supporre che fra noi si ammettessero anche gl'inetti.

Molte voci. No! no! (Rumori)

PRESIDENTE. Do la parola al deputato

(Segni di attenzione) Per ciò che riguarda i miei compagni d'arme c'è stata una discussione cosi bene illustrata dagli onorevoli Casaretto e da tanti altri che certamente molto poco mi rimane a dire. Nulladimeno mi è di molta soddisfazione il poter porgere qui dinanzi alla Camera un'opinione sicura di molti di questi miei commilitoni, che non è dato forse a tutti di conoscere.

Per esempio, io svelerò un segreto; non so per chi sarà segreto, però è cosa che non ricordo d'aver manifestato prima d'ora; oggi forse le circostanze e l'argomento della discussione mi porta a manifestarlo, ed è questo: la mia vita militare, abbenché giudicata irregolare da molti, ciò nulladimeno ha qualche successo, qualche fatto che ha occupato i giornali e dato qualche volta materia di discorso alle conversazioni. (Si ride) Questi fatti, piuttosto fortunati, mi sono per la maggior parte stati attribuiti; ed io il segreto che voglio manifestarvi oggi è questo: che la maggior parte dei miei successi io la devo ai miei bravi commilitoni. (Bravo. Bene! Applausi dalle tribune) Specialmente gli ufficiali superiori; questi ufficiali che compongono il fiore dell'ufficialità dell'esercito meridionale, sono quelli che vi hanno maggiormente contribuito; perché, come bene ha detto un onorevole deputato ieri, questi non sono ufficiali nuovi, ma veterani, sono gli uomini che sono accorsi in ogni punto della Penisola ove si trattasse di combattere, non solamente per la sicurezza della nazione, ma anche per l'onore d'Italia. (Bene!)

Ecco fatta una confessione che mi pesava sul cuore; non ho detto altro che una verità; in questa non v'è adulazione di sorta; gli ufficiali generali dell'esercito meridionale non hanno bisogno di elogi; l'elogio loro lo fa la loro condotta medesima, la loro abilità, la loro fredda intrepidezza sui campi di battaglia; e per questo non hanno bisogno dell'elogio mio né di nessuno.

Questa dichiarazione la credei un mio dovere; non voglio intrattenere maggiormente la Camera.

PRESIDENTE. Il deputato Mellana ha facoltà di parlare per un fatto personale. (Susurro)

MELLANA. Si tranquillizzi la Camera, non farò che brevi osservazioni in merito a due fatti.

In primo luogo il signor presidente del Consiglio accagionava chi parla ed i suoi antichi amici della sinistra d'essere stati avversi un giorno alle imposte, a quelle imposte che erano necessarie per sostenere la guerra, (Rumori al centro)

PRESIDENTE. Prego la Camera di far silenzio; se si fanno questi rumori è impossibile che si finisca. Tutti hanno il diritto di essere sentiti.

MELLANA. Io credo che il presidente del Consiglio ha equivocato, scambiando i membri dell'antica sinistra con quelli della destra. Noi che allora facevamo parte della minoranza non abbiamo mai combattuto le imposte, come imposte, abbiamo combattuto i sistemi delle imposte; era nostro costume, in occasione d'un'imposta, domandare una riforma, e questo era debito nostro; ma noi, ed io specialmente, abbiamo sempre votato le imposte, perché sempre abbiamo votato le spese della guerra.

CASARETTO. Anch'io ho votato le imposte.

MELLANA. E basterebbe a ricordarlo alla memoria del presidente del Consiglio il solo fatto che mi rendeva impopolare per aver voluto difendere la legge del canone gabellano.

L'altro fatto è che il signor presidente del Consiglio volle far credere che io ingiustamente lo accagionassi che, quale ministro delle finanze, egli consigliasse economia al suo collega della guerra. Intorno a ciò non ho che a richiamare l'onorevole presidente del Consiglio alla lettura dell'opuscolo dell'onorevole La Marmora, diretto ai suoi elettori di Biella.

Un altro fatto, a me attribuito, si è quello che io, in questi momenti, volessi quasi pregiudicare all'organismo dell'esercito e della marina, chiamandolo alla stretta osservanza costituzionale.

Il signor presidente del Consiglio, ministro della marina, mi richiamava ai fatti da lui operati per confondere insieme le due flotte di Napoli e di Sardegna per formarne la flotta italiana.

Ebbene, io gli dico che, se a riguardo dell'esercito di terra si fosse compiuto questo sacro dovere, noi non avremmo alzata la voce, affinché come il Ministero ha fatto per la marina di Napoli e della Sardegna, così avesse confuso in un solo l'antico esercito e il nuovo dei volontari. (Vivi applausi dalle gallerie)

PRESIDENTE. Io noto al deputato Mellana che non ha detto una sola parola pel fatto personale; voglia dunque limitarsi al fatto personale. (Si ride)

MELLANA. Mi perdoni; ma il conte Di Cavour ha detto che ora si domanda per questa organizzazione una legge, quando invece, in merito all'esercito, si è sempre provveduto per reali decreti; più vuol far credere che ciò si ponga innanzi per portare indugi. Prima di fare tali accuse, dovrebbe il presidente del Consiglio pensare che ci era facile il provargli che esso è fuori del vero.

Abbiamo la legge del per la formazione del corpo dei bersaglieri, abbiamo l'articolo 2 della legge 7 luglio 1831 che dice:

«La composizione numerica e graduale dell'esercito stanziale d'ogni arma di servizio si attivo, che sedentario e di riserva, come pure l'ordinamento dell'amministrazione militare e del corpo sanitario saranno stabiliti per legge.»

Abbiamo il progetto di legge presentato nella seduta 15 giugno 1855 dal generale La Marmora.

Lo stesso generale La Marmora aveva promesso e quindi fatto preparare lo schema di legge per l'accademia militare.

PRESIDENTE. Anche questa è una diversa maniera di apprezzare la questione; ma, ripeto, non è fatto personale.

MELLANA. Io aveva più poco a dire per confutare le asserzioni del presidente del Consiglio, ma, rispettando l'avviso del nostro onorevole presidente, mi riserverò quando verrà il mio turno.

620 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

CRISPI. Dirò brevi parole. Esse varranno anzitutto a dare un'idea delle intenzioni delle quali, a mio avviso, è animato il Governo nella difficile quistione dell'esercito meridionale; varranno quindi a correggere alcuni errori commessi dal ministro della guerra nel rapporto che ci ha letto il di questo mese.

Signori, avete ascoltato il presidente del Consiglio, il quale, malgrado le benevoli sue parole pei generali garibaldini, ha nondimeno accettato le opinioni manifestate ieri dal generale Cugia, e si è in conseguenza pronunziato contro l'ordine del giorno del generale

Or bene, mettiamo la questione sul suo vero terreno. Essa è più politica che militare. E qui per quistione politica io non intendo la politica internazionale, sulla quale abilmente ci ha voluto condurre l'onorevole presidente del Consiglio, ma la politica interna.

Non intendo la politica internazionale, perché esaminando l'ordine del giorno del generale laddove venisse adottato dalla Camera, e laddove il Ministero a suo tempo ne mettesse in esecuzione i precetti, io non vedrei che potessero questi menomamente ledere le relazioni del regno italiano cogli altri Stati. L'ordine del giorno pel quale chiedo il vostro voto esprime il desiderio che sia riconosciuta la posizione degli ufficiali dell'esercito meridionale ai termini dei decreti dittatoriali, e che, lasciandosi al Ministero di ordinare la chiamata dei volontari quando lo troverà opportuno, metta in attività i quadri dello stesso esercito in quel modo che giudicherà conveniente. Signori, se ben lo valutate, vedrete che quest'ordine del giorno non obbliga punto il Ministero a fare immediatamente quello che gli s'ingiunge, ma lascia intieramente al suo arbitrio di fare tutto ciò, quando lo reputerà opportuno. Dunque i fantasmi che si vogliono suscitare d'una possibile rottura o coll'Austria o con altra potenza mi sembrano inopportuni, e la Camera potrà benissimo adottare l'ordine del giorno del generale cimentare le nostre sorti,, senza mettere in pericolo lo stato di tregua nella quale siamo, giacché è tregua il tempo in cui viviamo, siccome ce lo ha confessato lo stesso presidente del Consiglio. La Camera, accettandolo, non darà pretesto perché le condizioni politiche del nostro paese possano essere turbate.

Dopo ciò, posta da parte la questione internazionale, che l'onorevole presidente del Consiglio ha suscitato, permettetemi che venga ad esaminare la questione politica interna che io riguardo come la veramente importante e della quale dovete occuparvi.

Signori, le risoluzioni prese, e che il Ministero va a prendere intorno all'esercito meridionale, permettete ch'io lo dica, sono una conseguenza forzata del sistema di riazione tutto proprio di esso Ministero nelle cose dell'Italia meridionale. Sono un complemento della sua politica, ed è impossibile ch'egli si arresti a metà. Egli cominciò sino dal giugno scorso ad osteggiare il Governo dittatoriale e non si cessò dalle pratiche ostili contro il medesimo che dopo averlo distrutto. Ha combattuto poscia l'esercito, contro il quale ha usato lo stesso metodo per venire alle stesse conseguenze. Io m'era accorto di questo piano di battaglia sin dal principio della rivoluzione e mi ricordo d'aver detto più volte agli amici miei che facevan parte dell'esercito: oggi si fa la guerra agli uomini politici, quando gli uomini politici saranno battuti, verrà la vostra volta.

Che mai non fu detto e non fu fatto contro il nostro governo, signori? Fu detto che noi avevamo disordinato tutto, che avevamo sciolto l'amministrazione, che avevamo cacciato d'ufficio tutti gli antichi impiegati per mettervi i nostri amici, e furon

suscitate al tempo stesso tutte le passioni volgari a danno nostro e della patria.

Le imputazioni che ci venivano fatte erano gratuite.

Le amministrazioni non furono sciolte e i dicasteri restarono come erano sotto l'antico regime; e quelli stessi della guerra, della marina e degli affari esteri, i quali sembrano di nuova creazione, furono riordinati col personale che avevano al 1848 e con quello appartenente agli uffici aboliti, il quale pesava sul bilancio dello Stato.

Fu detto che noi avevamo distrutti i municipi ed annullate le amministrazioni comunali. Signori, il municipio borbonico disciogliendosi da sé stesso per la fuga de' suoi funzionari, noi abbiamo cominciato a organizzarlo per mezzo dei nostri commissari sin dal 17 maggio, due giorni dopo la battaglia di Calatifimi.

Fu detto altresì che la giustizia per parecchi mesi rimase negletta. Nulla di vero in ciò. I tribunali essendo stati chiusi sin dal mese di 1860, due mesi prima che noi entrassimo in Palermo, la giustizia punitiva fu riorganizzata in tutta l'isola il 9 giugno, cioè due giorni dopo lo sgombro di Palermo dalle truppe regie.

Fu detto che non ci fu sicurezza pubblica, che il paese diffidava di noi, che ci odiava....

PRESIDENTE. Pregherei l'onorevole deputato Crispi a venire più direttamente alla questione; l'ora è tarda, e vi sono ancora altri che debbono parlare.

CRISPI. Verrò tosto alla questione.

La sicurezza pubblica fu subito ristabilita. Ne è prova la statistica, la quale non può sfuggire all'attenzione degli uomini indipendenti. Malgrado i 12 mila galeotti regalatici dalla beneficenza borbonica, i reati non furono in meda che 315 al mese in tutta l'isola, mentre nelle identiche condizioni al 1848 erano stati 531 al mese. Per quanto poi si riferisce alla fiducia del paese verso di noi, basta ricordare che nel Banco dello Stato i depositi volonlarii dei privati cittadini il 31 maggio 1860 erano di 22 milioni e mezzo di franchi, ed, appena inaugurato il nostro governo, invece di diminuire si accrebbero.

Finalmente fu detto che noi avevamo rovinato l'erario. Ma il fatto fu che, malgrado l'abolizione del dazio sul macino, del quale non avrò mai a pentirmi, malgrado le immense spese d'un materiale da guerra che dovemmo creare, malgrado la compra di 12 vapori ed il mantenimento di 30 mila uomini, malgrado il denaro involatoci dal commissario borbonico, il generale Lanza, la rivoluzione, questa scioperatrice, che non pagava né dittatore né prodittatori né ministri né governatori, e che aveva trovato in cassa 112 mila ducati, vi lasciava per oltre un milione.

Tutto questo fu detto contro il nostro governo. Quello che fu fatto, non ho d'uopo dirvelo; voi d'altronde il sapete, ed il ripeterlo non varrebbe che a dividere sempre più gli animi, or che la concordia è tanto necessaria.

Lo stesso metodo, siccome io ve l'ho annunziato in principio, si è adottato per combattere l'esercito meridionale. Il ministro Fanti vi espose le ragioni, perché egli non può e non vuole parificarlo all'esercito regolare. E dopo i discorsi dei deputati Casaretto, Bixio e Mellana, che risposero vittoriosamente al rapporto scritto del ministro, il generale Cugia, fa

Posto che sono queste le intenzioni del Governo, veniamo ora agli appunti che ancora restano a farsi al ministro della guerra.

Il ministro della guerra ci disse che il Consiglio dei ministri, nel novembre scorso, aveva dichiarato inammessibile il progetto di ricomposizione dell'esercito dei volontari, stato a lui presentato.

621 - TORNATA DEL 20

In quel progetto, ei dice, si chiedeva che gli ufficiali appartenenti all'esercito meridionale fossero riconosciuti come quelli dell'esercito regolare; e che, in caso di scioglimento dei corpi, i detti ufficiali avessero facoltà di passare nell'esercito regolare.

Il generale Fanti ha raccontato la storia a metà, ed io vado a completarla.

Quando, il 29 ottobre 1860, il dittatore deponeva il potere nelle mani del Re, mandava un progetto al quartiere generale di S. M., nel quale non si chiedevano, per l'esercito meridionale, che le condizioni state fatte a quello dell'Emilia.

La risposta venutane dal quartier generale sapete qual fu? Che il Governo non poteva occuparsene, pel momento, perché non aveva preso legale possesso dell'autorità sovrana; ma che, subito dopo l'accettazione del plebiscito, avrebbe disposto in modo che il generale ne sarebbe rimasto completamente soddisfatto. Se il Governo mantenne la promessa, voi lo sapete meglio di me. Noi siamo qui a discutere quel che si debba fare e quel che importi fare per questo esercito, e, dopo due giorni, non ci siam messi ancora d'accordo.

Io sono soddisfatto, anche per parte degli amici miei politici, delle dichiarazioni del presidente del Consiglio dei ministri, e molto più di quelle del ministro della guerra, intorno al senso che naturalmente si era dato alle parole che concernevano gli uffiziali generali. Comunque dal rapporto risultasse che tutt'altra fosse l'intenzione del Governo, pure le dichiarazioni testé fatte in quest'aula, e gli applausi coi quali furono accolte negli opposti banchi della Camera, debbono aver appagalo gli animi di quei valorosi.

Tuttavia il ministro della guerra non se la prenderà a male, se, riandando le note da lui dateci intorno alle promozioni militari fattesi durante la rivoluzione francese, io gli mostri che non ci sono tutte quelle differenze che egli volle trovarvi, quando venne a paragonarle,a quelle dell'esercito garibaldino.

Non parlerò che degli stessi ufficiali da lui nominati, per provargli che io sia nel vero. Egli ci parlava di Moreau, di Hoche e di Bernadotte. Costoro, comunque avessero incominciata la loro carriera alcun tempo prima della rivoluzione, è certo che le loro promozioni non avvennero che in due o tre anni. Ebbene, se noi venghiamo agli ufficiali dell'esercito garibaldino ed esaminiamo la loro carriera dal giorno in cui cominciarono a servire la patria, troveremo che molti di essi figurarono nelle battaglie del 1818, ed in conseguenza non havvi nulla di straordinario se al 1860 siano stati promossi a generali.

Il ministro della guerra ci parlò delle misure da lui prese per l'esercito borbonico.

Egli disse non aver ammessi nell'esercito nazionale che soli sei dei sessanta generali i quali avea trovato nei quadri. L'onorevole ministro pare che ne abbia dimenticato qualcuno. Leggendo la gazzetta ufficiale io trovo che il numero è maggiore. Egli ha scordato niente meno che il signor Marra ed il signor Barbalunga. Forse lo fece per quella stessa delicatezza colla quale esitava a nominare il duca di Mignano col suo nome storico di Nunziante.

La storia dei signori Marra e Barbalunga non è delle più splendide. Barbalunga fu indicato come il successore di Maniscalco in Sicilia; e Marra fu quell'individuo che in Calabria abbandonò al momento del pericolo le truppe ch'ei comandava, e se ne corse a Napoli; cosicché il generale Pianelli dovette metterlo sotto giudizio, non perché il suo subordinato avesse amato la libertà, ma perché non aveva fatto il suo dovere di soldato.

Del duca di Mignano non dispiacerà alla Camera che io ricordi lui essere stato l'autore di quel celebre ordine del giorno del 22 dicembre 1856, nel quale, in conseguenza

dell'attentato dell'8 di quel mese, disponeva che i camerata di Agesilao Milano fossero puniti per non aver voluto fare la spia contro di lui. Questo signor duca di Mignano il ministro della guerra ce lo ha messo al Comitato di fanteria, e se ne vale per avere schiarimenti sugli uffiziali napolitani che dimandano di essere ammessi nell'esercito. (Segni di diniego al banco dei ministri)

Il signor ministro nella sua relazione ha detto che il duca di Mignano è nel Comitato per dare il suo parere sugli ufficiali borbonici, i quali chiedono essere ammessi nel nostro esercito.

FANTI, ministro per la guerra. No! no!

CRISPI. (Leggendo il rapporto del ministro) Sta cosi nel rapporto, ed è naturale. Il duca di Mignano deve fare il suo mestiere, ma non lo può fare così degnamente, come si dovrebbe, in un Governo costituzionale.

E qui conchiudo, o signori.

L'operato del Governo, bisogna ripeterlo, e la sua insistenza a non voler accettare l'ordine del giorno del generale provano abbastanza ch'esso non vuole arrestarsi nell'attuazione dei progetti ostili, nei quali persiste da un anno in qua. Noi vogliamo concordia e conciliazione; ma queste son parole, o signori, e ei vogliono fatti.

Facciamola questa concordia, questa conciliazione; l'ordine del giorno del generale ve ne dà l'occasione. Se voi lo respingete, date argomento a credere che rifiutate quella conciliazione che tutti sospiriamo. Rifletteteci! La politica del Ministero contro il Governo rivoluzionario del mezzogiorno d'Italia ha gettato quelle provincie in un'agitazione continua. La sconoscenza dei diritti dell'esercito garibaldino potrà far sorgere delle più funeste conseguenze. Rifletteteci e decidete.

PRESIDENTE. La parola è al deputato Ugdulena. (Mormorio)

UGDULENA. Parrà forse sconvenevole ch'io voglia intromettermi in mezzo allo strepito delle armi; e forse la mia voce suonerebbe più a proposito se questa discussione dovesse condurci ad un risultato di concordia. Ma si verrà a concordia veramente? Io lo sperai un momento, o signori, nella tornata dell'altro ieri, non ostante la tempesta che incidentemente si sollevò; nella discussione di ieri incominciai a dubitarne, adesso ne dispero quasi del tutto. (Rumori al centro) Perché parmi, o signori, che la concordia è impossibile quando si pretende che le concessioni si facciano tutte da un lato, e dall'altro si sta sempre sulle pretese.

Il generale ha presentato un ordine del giorno, sul quale io intendo parlare. Ma cotesto ordine del giorno, uopo è dirlo apertamente, o signori, non viene propriamente da lui; non è uno de' suoi più intimi amici politici quello che l'ha scritto; egli appartiene ad un'altra sezione della Ca

Io ho inteso dire, nondimanco, prima che ci riunissimo nella tornata d'oggi, che il Ministero forse non l'avrebbe accettato; e domandava a me stesso quale poteva essere la cagione per la quale non si volesse scendere neppure a questa concessione; diceva fra me medesimo: sarebbe forse una cagione politica? L'ostinazione del Ministero non può venire altro che da una ragione politica.

Ed avevo indovinato, o signori; perocché, appunto oggi, l'onorevole presidente del Consiglio è venuto a dirvelo, che egli non può, coi suoi colleghi, accettare quell'ordine del giorno per una ragione tutta politica.

622 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL

Ma io credo, per contrario, che dal Ministero possa, senza alcun suo sconcio, essere accolto. Io non veggo perché debba ostinarsi a rifiutarlo, dopo tutti gli schiarimenti dati, dopo tutto quello che da un Iato e dall'altro della Camera se n'è detto.

Ciò che pareva potesse esservi di offensivo nelle parole della relazione fatta dal signor ministro della guerra pare che sia stato intieramente chiarito.

Né io potevo veramente persuadermi come egli venisse a parlarci delle esorbitanze di favolose promozioni, laddove si trattava di antichi militari, di veterani della libertà, i quali, come gli egregi generali Turr, Bixio, Medici, Sirtori, avevano combattuto gloriosamente le battaglie della libertà in Ungheria, a Roma, a Venezia; non poteva persuadermi come egli parlasse di favolose promozioni, quando alcuni di questi generali dell'esercito del dittatore avevano percorsa una carriera militare propriamente detta, venivano dall'accademia della Nunziatella di Napoli, ed, entrati prima ufficiali nell'esercito dell'antico re di Napoli, avevano abbandonate quelle file insin dal 1848, per combattere le battaglie della libertà e della patria.

Due di loro, Orsini e Longo, erano allora venuti a pugnare contro la tirannide borbonica in Sicilia; mentre il Cosenz teneva dietro a quell'uomo di eterna ricordanza, che fu il generale Guglielmo Pepe; e, sostenuta con lui l'estrema lotta dell'indipendenza italiana in Venezia, rimaneva fra noi, erede del patriottismo e del valor militare di quell'illustre comandante. Egli e Vincenzo Orsini continuavano le loro campagne anche dopo il 1849; e se il Longo non poté accompagnarsi con loro, egli è a tutti notissimo come, fatto prigioniero nella spedizione delle Calabrie, dovea scontare il suo grande amore per la patria e per la libertà con dodici anni di martirio nei ferri; ed io credo che per un militare che combatté sotto la bandiera della libertà, dodici anni di martirio debbano contarsi per una carriera non men gloriosa che quella delle battaglie combattute sul campo.

Ma, poiché questo punto è stato sufficientemente chiarito, io non mi ci tratterrò più oltre.

Di quadri militari e di cifre non verrò a parlarvi; non me ne intendo. Ma potrei rispondere al ministro con una sola parola: fate dell'esercito dell'Italia meridionale quello che avete fatto per l'esercito dell'Emilia; e se ci sono ostacoli, tocca a voi a rimediarvi, perché forse voi li avete creati.

Entrerò dunque nella questione politica, lasciando da parte la militare.

L'onorevole presidente del Consiglio vi diceva: no, non è questione di politica interna; perché il Governo non ha che temere di una divisione di volontari la quale stia anche a Torino comandala dal generale Bixio.

Ma non istà qui la questione politica, mi permetta l'onorevole presidente ch'io glielo dica, non istà qui la questione della politica interna. Ella si rannoda a tutto il sistema che ha tenuto l'attuale Ministero nell'amministrazione interna del paese.

Permettetemi, io sarò brevissimo. Non farò la storia della rivoluzione, per la quale l'Italia è stata fatta, né delle battaglie, dei fatti d'arme gloriosi combattuti dall'esercito meridionale; gitterò solo su questa storia uno sguardo rapido e comprensivo (Ohi oh)

Non è una storia quella ch'io intendo fare, o signori, è una semplicissima considerazione.

Noi vegniamo da una rivoluzione che ha creato l'Italia; noi stessi, deputati del popolo, rappresentiamo qui una rivoluzione; una rivoluzione rappresenta il Ministero, una rivoluzione rappresenta il Re stesso;

poiché Vittorio Emanuele, anzi il suo augusto genitore, si sono messi a capo del movimento italiano, cioè della rivoluzione che doveva liberare l'Italia, e Carlo Alberto, per rimanere fedele ai principii della rivoluzione che aveva adottati, si contentò di scendere anco dal trono e finire la sua vita nell'esilio.

Ma vi è qualche cosa, o signori, che rappresenta più da vicino la rivoluzione; qualche cosa nella quale l'elemento rivoluzionario si fa sentire anche più vivo, ed è, si può dire, come naturalmente incarnato. E cotesta cosa, o signori, è il popolo, son gli uomini ch'escono dalle file del popolo, gli uomini presti a correre alle armi, ancoraché non appartengano all'esercito regolare, ogni qualvolta un periglio minaccia il paese, ogni qualvolta devono combattersi le battaglie della patria. Vi è qualche cosa che rappresenta più da vicino la rivoluzione, e sono quei volontari che combattevano a Como, a Varese e in tutta la campagna del 1859. L'elemento rivoluzionario che si manifestò allora sotto quella forma, cessata quella campagna, e libera non solo l'Italia settentrionale, ma ancora la centrale, nella quale esso aveva avuto ben poco a fare... perché, permettete che io il dica, fu una rivoluzione piuttosto morale che altro quella che si fece in Lombardia e nell'Italia centrale; la Lombardia fu conquistata piuttosto in giusta guerra; e il resto dell'Italia centrale non può dirsi che abbia fatto una rivoluzione propriamente detta. Perocché, appena ritiratesi da quel paese le baionette austriache, duchi e granduchi e legati del Papa dovettero sparire dinanzi alla forza della pubblica opinione, e non fu mestieri pur di ricorrere all'armi, anzi bastò talvolta un semplice foglio che avvertiva un ministro come la sua persona si trovasse in pericolo, perché egli abbandonasse incontanente il suo posto. Ivi dunque l'elemento rivoluzionario ebbe ben poco a fare.

Ma suonava intanto l'ora della rivoluzione di Sicilia e di Napoli nel 1860, e quell'elemento dal continente si riversava nell'isola; nell'isola, dove i germi della rivoluzione erano più grandi assai, più estesi, più profondi, perché colà la riscossa e la liberazione non potevano aver luogo senza una rivoluzione propriamente detta, senza una rivoluzione che scuotesse quasi dalle fondamenta la società, per rovesciare il governo che l'avviluppava da tutti i lati con le sue forze, e la teneva compressa sotto la sua mano di ferro. Colà la rivoluzione si ingrandì e divenne gigante; colà ella prese forme regolari, e si organizzò in guisa che i governi, i quali quivi sedettero, non poterono esser altro che governi rivoluzionari ed una viva espressione degli elementi dei quali la società nel mezzodì era composta.,

Cotale era l'origine e la natura di quei governi, e, insieme con essi, dell'esercito dei volontari, che quivi si formava sotto il general ; dell'esercito, come piacque

623 - TORNATA DEL 20

E nelle Provincie meridionali, voi l'avete parecchie volte inteso, al Governo di là, che riceve le sue norme dal Ministero centrale, è stato dato, per ciò, il titolo di Governo di reazione. Quest'espressione non sarà forse propria, quel Governo forse in realtà non è tale; ma, non avendo simpatizzato cogli elementi che costituiscono la classe veramente liberale del paese, il Governo dovea per necessità parere un Governo di reazione.

Or io dico, qui nelle provincie antiche, in quelle dell'Italia centrale, dove l'elemento propriamente detto rivoluzionario è forse in minoranza, la politica dell'attuale Ministero non parrà politica di reazione, susciterà forse dei malcontenti, sarà da taluno biasimata, ma la maggioranza sarà per essa. Ma lì, nelle provincie meridionali, la cosa va pure altrimenti. Lì, dove l'elemento rivoluzionario prevale e costituisce la maggioranza del paese, un Governo di quella fatta, non dico che sia, ma deve parere reazionario.

Poste adunque queste considerazioni intorno alle condizioni attuali d'Italia, soprattutto nel mezzodì, ed alle massime che hanno regolata fin qui la condotta del Ministero, voi vedete, o signori, ch'ella è una questione di politica interna la ricostituzione dell'esercito meridionale e il riconoscimento dei gradi de' suoi uffiziali. Ed a questa questione il presidente del Consiglio avrebbe dovuto riferirsi, egli avrebbe dovuto dirci: non posso accettare la ricostituzione di quell'esercito, perché ciò sarebbe lo stesso che immedesimarci colla rivoluzione, ricadere in braccio alla rivoluzione, riconoscere quello che viene dalla rivoluzione, o che è la rivoluzione medesima sotto forme regolari.

Che s'egli fosse francamente venuto sopra questo terreno, io gli avrei detto: eppure cotesto è quello che voi dovete fare. Gettatevi in braccio alla rivoluzione, stringete la mano agli uomini della rivoluzione, riconoscete tutto quello che la rivoluzione ha prodotto, come ne avete accettati i frutti. Così voi governerete più agevolmente il paese, e sarà posto una volta fine ai dissidi che lacerano le viscere della patria.

Perché, o signori, non c'illudiamo, in quanto all'Italia meridionale, la è questione Si vita. In Sicilia non c'è altro conflitto che di due partiti, amendue liberali: l'uno del Governo, l'altro della rivoluzione che, secondo me, è la maggioranza del paese.

Ma nelle provincie napoletane vi hanno partiti di reazione, partiti di pretendenti nuovi e vecchi, che travagliano il paese; e come volete che gli elementi migliori prevalgano alla reazione, se per la politica del Governo essi son divisi fra loro, e la parte migliore e più libera è forse osteggiata e combattuta? Per ciò quivi la reazione alza minaccioso il capo; per ciò quivi si veggono sorgere a grave scapito della causa dell'unità e indipendenza italiana governi municipali e reazionari; per ciò forse in questo momento che io vi parlo (Con voce concitala e commossa), in alcuna di quelle città scorre il sangue dei nostri fratelli per mano dei reazionari!

Se il governo fosse stato lì un governo di rivoluzione, se avesse messa a profitto l'opera degli uomini della rivoluzione, se avesse loro affidata la protezione del paese e della pubblica sicurezza, allora, essendo strettamente compatti in un medesimo corpo tutti gli elementi della libertà, oh! allora la reazione, il partito borbonico non avrebbe osato di rialzare il capo; oh! allora (Con calore) quel sangue italiano non sarebbe stato sparso per mano di fratelli degeneri; quelle atrocità, che pur troppo hanno avuto luogo, non sarebbero state commesse.

Mi perdoni il Ministero: se ho parlato nell'espansione del mio cuore con tanto calore, non è stato mica per ispirito di opposizione sistematica, né per combatterlo da nemico. Tutti conoscono l'indole e il carattere dell'animo mio, e spero vorranno farmi giustizia, che con tutta la veemenza della declamazione e la foga dell'affetto io non vorrei venire ad altro che alla conciliazione e alla concordia.

Io dirò dunque al Governo: entrate, pel reggimento interno del paese, entrate in un'altra politica, in una politica francamente e lealmente rivoluzionaria; non diffidate della rivoluzione che ha creato l'Italia, abbandonatevi agli elementi che hanno costituito il paese.

Imperocché, o signori, oltre alle maggioranze che sostengono nelle assemblee i governi, bisogna che gli uomini di Stato abbiano l'occhio ancora al paese, bisogna che prendano in esame di quali elementi consta il paese, quali sono le forze che sostengono il Governo, quali sono quelle che lo avversano; perché non abbiano un giorno a sentirsi ripetere il rimprovero, che un grande uomo di Stato dell'Inghilterra, Robert Peel, volgeva al ministro Guizot già caduto, e che nella sua caduta avea trascinalo seco la monarchia di Luglio. Io non dirò qui apertamente qual fosse cotesto rimprovero.

Entrate dunque (Volto ai ministri), per questa parte che riguarda l'amministrazione dello Stato, in un'altra politica; e, primo segno del vostro cambiamento, sia la questione dell'esercito meridionale, sia la ricognizione dei gradi che gli ufficiali hanno avuto in quell'esercito, tenuto conto del risultato della Commissione di scrutinio, e mettendo in attività i quadri, siccome vi è detto nell'ordine del giorno proposto dal generale

A quel modo voi avrete assicurato la forza del Governo dentro il paese, perché il paese comprenderà da quell'atto che voi siete entrati francamente nella rivoluzione. Così i dissidi saranno tolti, così ogni dualismo sarà sparito. Io ripeto cotesto vocabolo usato l'altro dì in proposito della questione che trattiamo dall'onorevole Ricasoli, cotesto vocabolo che il generale respingeva, in quanto credeva che potesse riferirsi personalmente a lui. E veramente non poteva comprendersi come si potesse far capo d'una delle parti di cotesto dualismo che divide l'Italia, come s'egli volesse, a sciente, tener l'Italia divisa, l'uomo la cui abnegazione è proverbiale, il cui disinteresse personale io vedeva l'altro dì celebrato fino nelle colonne del Monitore dell'impero francese.

Il generale aveva ben ragione di respingere cotesta parola, per quanto potesse riguardare la sua persona; ma, signori, permettetemi, e me lo permetta anche il generale che io,dica: un uomo può ancora, senza sua saputa e senza ch'egli il voglia, divenir capo d'un partito; può ancora il suo nome essere usato come l'espressione di un'idea e il simbolo di un'opinione politica. Perocché tale è

624 - CAMERA DEI DEPUTATI SESSIONE DEL 1861

del popolo le battaglie della patria, dell'uomo della rivoluzione, che ad un tempo è il più franco ed il più leale amico del Re Vittorio Emanuele.

Questo dualismo che esiste forse, anzi pur troppo, tra per la natura medesima dell'umana società e le condizioni peculiari d'Italia, e la politica tenuta insino ad ora dal Ministero, sta al Ministero di menomarlo, e, forse anche, di farlo cessare del tutto, quando esso vorrà entrar francamente nella via della rivoluzione, quando vorrà strignere la mano agli uomini della rivoluzione, ed accettar la rivoluzione con tutte le sue conseguenze. Ed io spero, o desidero almeno, che esso incominci questa politica di riconciliazione dalla ricognizione dell'esercito meridionale.

E ciò quanto alla politica interna. Passerò ora alla politica estera. (Segni di impazienza) Sarò brevissimo, per non abusare dei momenti della Camera.

PRESIDENTE. Parli pure.

UGDULENA. L'onorevole presidente del Consiglio, per giustificar la sua risoluzione di respingere la proposta del generale faceva maggiore assegnamento sulla politica estera. Egli ci diceva, che sono sventuratamente le condizioni necessarie delle nostre relazioni esteriori quelle che gl'impediscono di accettare quella proposta: perché in essa non si dice solamente che bisogna riconoscere la posizione degli ufficiali dell'esercito meridionale, secondo i risultati della Commissione di squittinio, ma che si tengano ancora in attività i quadri, benché si lasci all'arbitrio del Governo di chiamare i volontari a riempirli quando egli crederà più opportuno.

In quanto all'attuazione dei risultamenti che ha dati la Commissione di squittinio, pare che il Ministero non ci trovi difficoltà; che anzi consenta, a quello che potei ieri congetturarne, di considerar quegli ufficiali come se fossero tutti in attività di servizio. Ma io dirò francamente, o signori, che la questione non istà lì; non è questione d'interesse; non di cifre pecuniarie; è questione della vita e della salute del paese.

L'onorevole presidente del Consiglio crede che per la proposta del generale sia messa a rischio la pace e la sicurezza esteriore del paese, e da ciò inferisce ch'egli non possa né debba per verun modo accettarla. Se fosse cosi, io farei plauso alla sua determinazione, perché nessuno certamente, ed il Governo meno degli altri, ha il diritto di compromettere la salute del paese, come saviamente fu detto nel discorso della Corona all'apertura di questa Sessione.

Ma, si comprometterebbe poi veramente la salute del paese adottando l'ordine del giorno del generale ed attuando quanto in esso è espresso? Che cosa vi si domanda, o signori? Vi si domanda solo che sieno riconosciuti i gradi e che vengano messi in attività i quadri.

Ma, i quadri messi in attività con poca bassa forza, anche di volontari, comprometterebbero forse la salute e la sicurtà del paese? Sarebbero essi una provocazione di guerra? E può dirsi questo sinceramente?

Può dirsi egli davvero che i quadri di tre o quattro divisioni, ristretti a poca forza, tenuti lontani dalle frontiere del paese, dai luoghi dove la loro presenza potrebbe apparire minaccevole, sieno, in faccia all'Europa, una provocazione di guerra? Signori, io per me non lo credo.

Se si trattasse di organizzare fin d'ora il corpo dei volontari, se si trattasse di condurli alle nostre frontiere, voglio dire sul Mincio e sul Po (perché le naturali frontiere d'Italia non son quelle), è certo che l'Austria lo prenderebbe per una provocazione di guerra,

e tutta l'Europa si solleverebbe forse contro di noi. Ma non si tratta di questo; si tratta solo di preparare i quadri, di tenerli in attività, ma in piccol numero, e quanto basti perché si dica che sono in attività, e ad un bisogno, chiamando i volontari al servizio, questi quadri si trovino pronti, e gli ufficiali, esercitati al comando, non abbiano che da ricevere gli uomini destinati a combattere sotto le nazionali bandiere.

È questo che si domanda: e questo non credo che sia una provocazione di guerra, né un grido d'allarme che dal regno d'Italia, novellamente costituito, si mandi a tutta l'Europa.

Ma, signori, io vi domando: siamo noi in pace od in guerra? L'Europa è essa veramente in pace od in guerra? Mentre il nemico è ancora in Venezia ed in Roma, può egli pretendersi che lo spirito di rivoluzione e di indipendenza sia soffocato al di dentro? può egli dirsi che la guerra non ci minacci al di fuori?

Signori, mentre due corpi dell'esercito prussiano marciano alla volta del ducato di Holstein; mentre la Russia mette in movimento tre corpi d'esercito; mentre la rivoluzione ferve nella sventurata, ma non mai domata Polonia; mentre l'Ungheria è alla vigilia di separarsi per sempre dall'Austria; mentre gli elementi della rivoluzione s'agitano in Oriente, nelle Provincie turche e nei Principati Danubiani; l'Europa è ella veramente in pace? Mentre l'Austria., nonostante il fallimento delle sue finanze, si sta armata infino ai denti; mentre ella ingrossa i suoi eserciti sulle nostre frontiere; mentre gli ordini del giorno del generale Benedek si moltiplicano, minacciando guerra; siamo noi in pace od in guerra?

Non siamo noi stati, né saremo noi i provocatori. Ma il giorno della battaglia è vicino; e bisogna che ci trovi presti quel giorno e armati di tutto punto; che, non solo le forze materiali, alle quali ha provveduto il ministro per la guerra, ma ancora le forze vive del paese sieno apparecchiate in modo da rispondere incontanente all'appello. A che lusingarci e credere che noi dormiamo sopra un letto di rose, e non voler sentire le spine che stanno di sotto, o piuttosto il precipizio che si potrebbe aprir sotto a noi, se per caso venissero a crollare le assi su le quali posiamo? La troppa fidanza e gli indugi potrebbero esserci fatali: perché la guerra, io credo, e si crede generalmente in Europa, è prossima ed imminente. Quando gli elementi sono tutti disposti, basta una piccola scintilla, da un punto, perché si sollevi un incendio vastissimo. Noi non saremo i provocatori, ma che il dì del periglio ci trovi presti ed apparecchiali, per Dio!

Che se poi, come io di cuore desidero, e come tutti gli amatori dell'umanità dovrebbero desiderare, la guerra, contro ogni probabilità, non avrà luogo, e i vapori addensati intorno a tutto l'orizzonte, come per incanto, si dissiperanno; allora i nostri apparecchiamenti, gli uomini che noi avremo messi sotto le armi, le formidabili artiglierie, ed ogni altro apparecchio di munizioni e strumenti di guerra, saranno i migliori argomenti dei quali potrà valersi l'abilissima politica del presidente del Consiglio nei suoi trattati colle potenze straniere: perché, egli il sa meglio di me, ragioni e diritti in diplomazia non valgono; solo chi è più forte e meglio armato, quegli è temuto dai nemici e rispettato dagli amici.

Armati e potenti, come si conviene ad un popolo libero di 22 milioni d'uomini, noi potremo riavere quello che ancora ci manca: perché solo allora chi ci sta incontro troverà più comodo di venire a patti che a battaglia con noi; e i nostri alleati condiscenderanno più volentieri ai nostri desiderii, quando ne' Congressi diplomatici il regno d'Italia potrà dire: io ho a mia disposizione mezzo milione di armati che potranno sostenervi nelle vostre imprese, se voi continuerete

625 - TORNATA DEL 20

ad essermi amici, e porteranno un peso immenso nell'opposta parte della bilancia il giorno che mi vorrete diventar nemici.

Per queste ragioni io insisto che sia adottato l'ordine del giorno del generale ; insisto anche presso il Ministero, e, in nome della concordia, soventi volte invocata, ma ancor troppo poco messa in atto, per il suo patriottismo, per l'amore che in tante occasioni ha dimostrato verso l'Italia, lo scongiuro caldamente che voglia far opera di conciliazione, e coi mezzi che da noi gli sono indicati, restituire la pace e la sicurezza interna nel paese, e rendere l'Italia potente e gloriosa al di fuori. (Bravo! nella Camera, e applausi dalle tribune)

RICASOLI BETTINO. Invoco la benevola pazienza dell'Assemblea intorno alla mia voce, se non arriva in tutti i punti della Camera, giacché, cerne sentono, sono grandemente infreddato.

La lunga discussione sopra questo grave ed importante argomento, lungi da darmi dispiacere di aver promossa questa importante e gravissima deliberazione, mi dà fede di aver compiuto al mio debito di cittadino, e penso sarà una solenne occasione di rassodare maggiormente la concordia della nazione e accrescere le forze nostre per valersene come le circostanze il richieggano. Questo effetto auguro alle poche parole che sono per dire.

Avanti tutto, chiedo mi sia permesso di chiarire certe circostanze nelle quali è interessata la mia persona o persone che debbo riguardare come miei onorevoli amici; inquantoché si è fatta allusione a una parte di quest'Assemblea.

Chiedo di dire, e l'onorevole Bixio non me ne sarà ingrato, quale sia stato l'animo dei deputati i quali fecero applausi alle parole tante volte rammentate, con che si chiudeva uno dei paragrafi del lungo rapporto del signor ministro della guerra: ben lungi di far plauso a parole delle quali potessero in qualunque maniera il generale Bixio ed i suoi valorosi colleghi in armi offendersene, certo è che l'applauso non pigliava di mira se non che l'importanza dei servigi a cui è dedicato l'esercito nazionale; di questo posso assicurarlo largamente, sebbene poco a me riguardi, in quanto che non facile per carattere a commuovermi, io non soglio pigliar parte né ad applausi, né ad approvazioni esteriori, riservandomi unicamente nella mia coscienza ad aderire o non aderire, secondo che mi detta il mio tenue senno e la mia morale.

Dopo ciò io prego l'egregia Assemblea di voler bene considerare a qual pericolo ci esponiamo ogniqualvolta si fanno allusioni a supposte divisioni del nostro Collegio nazionale. Appena si supponga questa Assemblea divisa in sezioni, di maggioranza e di minoranza, è naturale che noi ci separiamo, ci dividiamo, che, quasi direi, si diventi parte opposta a parte, e nasce antagonismo.

Io non so conoscere in che parte sieda la maggiorità, ove sieda la minorità; io riconosco la maggiorità nel giorno che da quell'urna viene fuori un numero di voti superiore all'urna contraria; che per ogni soggetto di deliberazione s'incontri una minorità e una maggiorità, lo comprendo; ma fuori di questo caso io non trovo divisione nella Camera, non voglio trovarla, né vederla, lo dichiaro solennemente (Bene!); imperocché il giorno che la Camera si dividesse veramente in due parti, che si regolassero non più secondo coscienza, ma secondo un sistema, io mi troverei escluso dal resto de' miei colleghi, e, dico il vero, questo mi menerebbe in posizione falsissima, perché in quel momento parrebbe fossi sottomesso ad una legge dettata,

ad ogni questione dovessi dipendere da particolari influenze, e non dalla' ragione dell'interesse nazionale, non più pigliare regola dalla mia coscienza, ma dalla sedia su cui seggo, subodorare il banco ove mi trovo, piuttostoché regolare il mio voto con libertà di spirito, secondo i bisogni della patria.

Protesto per la parte mia che intendo serbare sempre intera la mia indipendenza e votare unicamente secondo coscienza; io mi riguardo compagno, fratello degli onorevoli miei colleghi, e sarò onorato se come tale anch'essi mi riguarderanno, ma sarò coerente e fermo ne' miei principii, e riguarderò tutti quelli che seggono in questa sala, come i rappresentanti della nazione rivestiti de' miei stessi doveri, guidati dalla mia stessa coscienza. (Bravo!)

Può esservi modo diverso di vedere le cose, diversità più nella forma, che nella sostanza; imperocché al momento che siamo per l'unità d'Italia, e abbiamo giurato lo Statuto, non vi possono essere più divisioni sostanziali, e questo pure è naturale ed evidente.

Dopo di ciò io entro a parlare del mio ordine del giorno. Io non credo che esso meriti veramente una parola che fu gittata a suo carico dall'onorevole Mellana, il quale, forse nel calore del dire, lo chiamò indegno del Parlamento. Mi permetta che io respinga quella qualifica, non potendo associarsi a cosa che venga da me, rispettando troppo il Parlamento per proporre alle sue deliberazioni argomenti non conformi alla sua gravità.

Lo giustificherò.

È certo che il Parlamento deve rappresentare lo spirito nazionale, e deve rappresentarlo con dichiarazioni precise, dee porgerne, dirò, le formule le quali servano di guida al Ministero; dovrà poi essere ben cauto di non invadere il terreno del potere esecutivo, il quale, per sé stesso cosa astratta, si integra di fatto nei ministri, i quali il giorno che non ispirino a noi fiducia, le nostre deliberazioni costituzionali lo faranno manifesto; e il Ministero, riconoscendo di non raccogliere più la fiducia del Parlamento, si ritirerà: ma, finché non siasi in questo caso, che il cielo terrà anche lontano, gli operatori che fin qui hanno portato si bene la cosa pubblica, assistiti e confortati dalla rappresentanza nazionale, e dalla virtù degli Italiani, condurranno ancora le sorti del paese, e giova sperare che le porteranno a compimento.

Ora, il mio ordine del giorno appunto applica queste massime fondamentali di Governo costituzionale. Il Parlamento, e il Governo hanno ciascuno la loro orbita; che deve dire il Parlamento? Che la nazione ha il fermo volere di proseguire nella grand'opera del riscatto nazionale; vuole proseguirvi con quell'accordo di mezzi, con quell'armonia di forze che ci condussero, in un brevissimo spazio, a risultati mirabili; vuole riunire le sue forze militari, le sue forze morali; vuole politica ardita e al tempo stesso prudente; essere pronti; vuole approfittare delle circostanze che ci porgono i nostri stessi nemici, ma non vuole provocarli; vuole approfittare degli eventi, ma non precipitarli.

Questo è lo scopo, questi sono i mezzi con cui la nazione

Or dunque, il Parlamento deve richiedere dal Ministero che nessuna saggia misura, che efficace sia per condurci a raggiungere l'intento a cui miriamo, debba essere risparmiata, in quanto concerne l'armamento dell'esercito; quando il Parlamento ha dichiarato solennemente questa sua volontà, deene rilasciare l'atto esecutivo al Governo; e nell'atto esecutivo sta pure la scelta dei mezzi e la valutazione delle opportunità; qualora il Ministero non compia il suo mandato,

626 - CAMERA DEI DEPUTATI SESSIONE DEL 1861

tutta la responsabilità è sua; il mio ordine del giorno dunque non può essere più esplicito su questo proposito, e l'onorevole generale dovrà convenire meco che il suo ordine del giorno non contiene né cosi determinata, né così precisa questa volontà del Parlamento, come la contiene il mio intorno l'importante subbietto dell'armamento nazionale. Il mio ordine del giorno dice chiaramente che il Governo del Re dia opera alacremente all'armamento e alla difesa della patria, come è nettamente dichiarato nell'inciso che solo il Governo ha l'ufficio di provvedere a questo grande servizio pubblico.

E quando si dichiara che egli solo ha il dovere, come il diritto di farlo, non è soltanto proclamare un principio incontrastabile, ma eziandio crescere la importanza e la responsabilità della sua applicazione intera; cresce di tanto la responsabilità sua, se non lo fa.

Passando ora ad altro argomento e riportandomi agli incidenti di questa solenne discussione, la quale dura da tre giorni, non dobbiamo scuorare l'animo se tal fiata questi incidenti abbiano potuto farci provare sensi di amarezza.

Nella vita larga della libertà costituzionale s'incontrano spine che non sono però senza rose. È questa una bella arena nella quale, e deputati e cittadini si avvezzano a trattare gli interessi della nazione. Ciascuno si presenta qui col suo temperamento, col suo modo di vedere le cose, con tutte quelle varietà che distinguono un uomo dall'altro; che sono come la fisionomia morale di ciascuno. In questo attrito d'animi si allarga la mente, e si rafforzano i cuori. Gli uomini imparano a meglio conoscersi e a meglio apprezzarsi; e il principio del rispetto reciproco si rinvigorisce, mentre le diffidenze dispaiono.

Intanto la individualità meglio si caratterizza, ed anco il costume si megliora nella pubblicità.

È questa una palestra di educazione pubblica, che in brevi mesi porterà l'Italia nel saper usare delle libertà al livello dei popoli più esercitati.

Sarò poi lietissimo di aver promossa questa discussione, se nel mio ordine del giorno potrò addurre una modificazione che valga a raggiungere, se non l'unanimità, ma la quasi unanimità della Camera.

10 sono nell'animo del generale ; sono perfettamente con lui.

Intendo bene; quando si sono divise glorie, disagi, patimenti, come egli ha fatto co' suoi commilitoni, è ben naturale che egli senta grande amore e grande affetto ai medesimi.

Ora noi, che dobbiamo vegliare ai più grandi interessi della nazione, non possiamo non partecipare a quell'affetto che vedremo di conciliare con altre esigenze.

Il decreto li all'articolo 15, contiene una disposizione su cui ha discorso il presidente del Consiglio, e riguarda le sedi d'istruzione a cui possono essere chiamati gli uffiziali.

Ora bisogna utilizzare questi uffiziali; se la prudenza politica non permette di fare dei quadri in attività, facciamo intanto che siano ordinati nell'istruzione al momento opportuno, che può essere anche più prossimo che non si crede; intanto viene data efficace destinazione alla benemerita ufficialità dell'esercito meridionale.

Propongo adunque che l'ordine del giorno contenga l'esplicita enunciazione di questi depositi; ed è appunto in questo aspetto che io l'ho modificato,

siccome gli onorevoli colleghi saranno fatti capaci alla lettura che ne faccio.

La Camera, udite le dichiarazioni del Ministero, persuasa che la franca (notisi che in questa parola vi ha più che una idea, vi è intesa la fiducia piena nel Governo, che con quella prudenza che lui solo può avere, perché lui solo conosce le circostanze, lui solo conosce i momenti opportuni, sarà per dare la più franca attuazione, e la più estesa, appunto in considerazione di quella ufficialità così benemerita), persuasa che la franca attuazione del decreto li

e specialmente l'immediata applicazione di ciò che si dispone all'articolo 13, da considerarsi come veri depositi di istruzione, mentre provvederà convenientemente alle sorti del valoroso esercito meridionale, varrà ad accrescere e coordinare in modo efficace le nostre forze, e, sicura che il Governo del Re alacremente darà opera all'armamento ed alla difesa della patria, passa all'ordine del giorno.»

Ora, io credo che con questo mezzo sia provveduto efficacemente alla posizione degli uffiziali; e, quando questa dichiarazione sia accettata, io sarò molto lieto di aver trovato un mezzo di conciliare le difficoltà.

Ecco la sola modificazione, ma importante, che propongo introdurre nel mio ordine del giorno.

Io prego il presidente del Consiglio od altri del Ministero, di volermi dare la loro approvazione, od osservare quelle cose che crederanno convenienti di dover osservare.

FANTI, ministro della guerra. Io sono molto lieto di annunciare che accetto pienamente le modificazioni o le aggiunte fatte dall'onorevole deputato Ricasoli nel suo ordine del giorno.

RICASOLI B. Io sono dubitante nel rompere le pratiche le quali non permettono che si diriga a nessuno dei colleghi in particolare la parola, ma per il desiderio di conseguire l'intento che sia per sempre spenta questa ardente questione, prego che mi si conceda dirigere un appello al patriottismo illimitato, a quel cuore veramente generoso del generale ed invitarlo a voler considerare la modificazione da me proposta quale modo a raggiungere la desiderata conciliazione dei suoi onesti desiderii, invitandolo a rinunziare, dirimpetto ai grandi interessi della nazione, a quello che per ora non è possibile di conseguire senza esporre la nazione stessa a gravi pericoli. Io non dubito che l'ottimo generale non sia per concedere la mia domanda al maggior bene della patria.

Vorrei di cuore avere conseguito il fine che mi era proposto, cioè di compensare, come è debito, gli ufficiali che hanno seguito l'illustre generale; di valersi di quelle forze che ancora restano congregate per il bene del paese, e di chiudere per sempre una questione che, prolungandosi, avrebbe portato maggiore danno alla pubblica concordia. (Bravo! Bene!)

PRESIDENTE. Il deputato ha facoltà di parlare. (Segni di attenzione)

GARIBALDI. Mi permetterò di fare un'interpellanza all'onorevole presidente del Consiglio.

Io non entrerò certamente nella sua politica, perché non mi appartiene. La politica dello Stato appartiene al Governo.

Quello di che mi occupo io, come credo ne corra obbligo ad ogni Italiano, riguarda gl'interessi generali dell'Italia; cioè: se l'Italia si trova presentemente nello stato di armamento in cui le circostanze vorrebbero che fosse, o se non lo è.

Questa per me è la questione vitale, ed è su questo che mi permetto di fare un'interpellanza all'onorevole presidente del Consiglio.

627 - TORNATA DEL 20

Avantieri egli fece allusione alla concordia. Io ho risposto che era ben riconoscente a questa sua manifestazione, e che era politicamente molto disposto ad accedere ai suoi desiderii, e oggi non farò altro che ripetere ciò che dissi ieri l'altro (Bravo!), cioè che politicamente sono disposto a camminare di conserva coll'onorevole presidente del Consiglio. (Bravissimo! Benissimo! Vivi segni di compiacenza nella Camera e applausi dalle tribune)

Egli promise avantieri che avrebbe tutto sacrificato sull'altare della patria; io gli domando oggi che cosa possano i rappresentanti dell'Italia aspettarsi dalle concessioni dell'onorevole presidente del Consiglio relativamente all'armamento nazionale, e relativamente alla ricostituzione dell'esercito meridionale. Se avrà la bontà di rispondermi al riguardo, gliene sarò molto grato.

DI CAVOUR C, presidente del Consiglio. Accolgo con singolare soddisfazione la dichiarazione che fece l'onorevole generale Io accetto con tutto l'animo la riconciliazione sul terreno della politica, e m'auguro che nessun evento futuro venga a romperla mai. (Bene!)

L'onorevole generale desidera conoscere quali siano gli intendimenti del Governo rispetto all'armamento della nazione. Mi pare che su quest'argomento l'onorevole ministro della guerra abbia già dati alcuni schiarimenti. Io li ripeterò ora brevemente.

Rispetto all'esercito regolare, il Governo crede di aver fatto quanto era possibile, compatibilmente con quelle norme che debbono dominare nella formazione degli eserciti regolari. Si sono esauriti tutti i mezzi che la legge somministra rispetto alle antiche provincie ed alla Lombardia. In quanto alle nuove, non avvezze alla leva, questa si è praticata sulla scala più larga e compatibile colle abitudini di quei paesi; nelle provincie di Romagna, in meno di un anno, si sono chiamate tre classi. Io credo che l'onorevole generale riconoscerà che questo è mollo per un paese non affatto avvezzo alla leva. In meno di un anno chiamare tre classi, ed ottenere che queste vadano sotto le armi, non è piccolo risultamento.

Rispetto alle Marche ed all'Umbria, ora si fanno colà due leve; cioè, per due leve intendo dire che si chiamano sotto le armi due classi. Anche per quel paese il fare due leve è molto. Tuttavia io credo poter dichiarare alla Camera che le operazioni della leva si compiono colà nel modo più soddisfacente.

Quanto all'Italia meridionale, non ripeterò i ragguagli non troppo lieti su quell'antico esercito; ma dirò che per la leva in quelle provincie vi si è presentata una legge l'altro giorno, e che il Ministero sollecita la Camera a volerla discutere il più presto possibile.

Si sta preparando una legge per la leva in Sicilia, e l'onorevole generale sa che per fare la leva in modo regolare ci vuole un cerio meccanismo di commissari, di ruoli, ecc., e che si richiede un certo tempo; ma tutto è in attività ed in funzione, cosicché spero che presto si potrà fare la leva anche in Sicilia. Questo per ciò che si riferisce al personale dell'esercito.

In quanto al materiale, io posso assicurare l'onorevole generale che si è preparato quanto si può richiedere per una grandissima guerra. Non credo commettere un'imprudenza dicendo ciò, poiché questo comparirà nelle cifre del bilancio.

Dirò adunque che abbiamo cento batterie pronte. Non dico che con queste si conquisti l'Europa, ma si fa già qualche cosa.

Aggiungerò poi che il parco d'assedio è quasi quadruplicato,

e che tutti i miglioramenti riconosciuti e di provata utilità nelle armi da fuoco furono introdotti. Dirò finalmente che la cosa più difficile, per organizzare in vastissima scala un esercito, è quella dei fucili. Taluno crede che non vi sia niente di più facile; ma io posso assicurare la Camera, da quanto so da' miei colleghi, ed anche per fatto proprio, avendo retto il Ministero della guerra per qualche tempo, che v'ha molla difficoltà a provvedere una larga quantità di fucili; e debbo dire che, senza la benevolenza di una potenza amica, non so se gli arsenali avrebbero potuto contenere, come contengono, una quantità di fucili bastevole per cominciare una gran guerra.

Questa è una circostanza di fatto alla quale non si fa avvertenza. Per fabbricare dei fucili ci vogliono degli operai di una certa abilità; si può facilmente avere dei tessitori in un modo o in un altro, ma per avere degli operai fabbricatori di canne ci vuole un tirocinio di un anno o di mesi; e siccome in tempi ordinari la fabbricazione dei fucili è limitata, quando sorge una grande domanda non se ne trovano più, od almeno non se ne trovano più dei buoni; poiché, non basta avere dei fucili, bisogna averne che facciano male non a chi li adopera, ma sì a quelli contro cui sono adoperati. Qui non entrerò in altri dettagli, perché sarebbe imprudenza, ma posso assicurare l'onorevole generale che siamo in condizione di poter armare un grandissimo esercito. Il resto del materiale poi è in proporzione dei bisogni del cresciuto esercito.

Noi intendiamo di provvedere all'armamento della nazione perfezionando l'istituzione della guardia nazionale mobile. Su quest'argomento ho già dato qualche spiegazione, e la ripeto; ma non vorrei che alle mie parole si desse l'interpretazione che vi ba dato l'onorevole Casaretto, il quale, con grande mio stupore, disse che io era venuto nell'opinione che egli aveva manifestato. Io anzi sono contrario decisamente a questa opinione, poiché, se ben mi ricordo, egli voleva distrutto l'esercito stanziale.

CASARETTO. (Con impeto) Io ho protestato sempre contro questa calunnia.

PRESIDENTE. Non interrompa, risponderà dopo.

Casaretto. È una calunnia. (Rumori) È una calunnia, non del presidente del Consiglio, ma di coloro che inventarono questa cosa.

PRESIDENTE. Non ha la parola, non può parlare. Parlerà dopo.

DI CAVOUR C, presidente del Consiglio. Se ci fosse qui il generale LaMarmora potrebbe rispondere egli in proposito.

Casaretto. Risponderanno i resoconti della Camera.

PRESIDENTE. Per la terza volta faccio osservare al deputato Casarelto che egli non ha la facoltà di parlare, e che non permetto assolutamente queste interruzioni.

DI CAVOUR C, presidente del Consiglio. Mi rincresce di questo incidente;non voglio irritare alcuno; mi scusi, ritiro quello che ho detto. (Bravo! Bene!)

Dunque il Ministero intende sviluppare questa istituzione la quale ha fatto miglior prova di quello che io, che ho presentato quella legge, ne sperassi.

Siccome l'onorevole generale ha presentato un disegno di legge per l'ampliazione della guardia nazionale

Quanto all'esercito dei volontari mi esprimo nel modo il più categorico. Il Ministero intende di tenere i quadri organizzati in modo che, non solo quando la guerra sia scoppiata, ma altresì quando vi sia seria minaccia di guerra, quando cioè le condizioni politiche siano tali che il Ministero possa mettere in azione tutte le forze

628 -

del paese, senza che ciò possa aver quel carattere di provocazione, ora dal Ministero ritenuta funesta agli interessi d'Italia, il Ministero, dico, immediatamente organizzerà attivamente i corpi dei volontari, li provvederà di quanto può esser necessario, e pregherà l'onorevole generale

di volerne assumere il comando. (Bravo!)

Ecco quali sono le intenzioni del Ministero. E per provare quale sia il caso che il Ministero, e, se si vuole, chi ha l'onore di parlare, fa dei corpi dei volontari, mi sia permesso di ricordare un fatto.

Quando fu operata l'entrata delle nostre truppe nell'Umbria e nelle Marche, vi fu per qualche tempo seria minaccia di guerra sul Mincio e sul Po; allora, se la memoria non mi tradisce, io scrissi all'onorevole ammiraglio Persano, che credo sia presente, invitandolo a recarsi dal generale a fargli conoscere questi pericoli, ed a pregarlo, ove essi si fossero realizzati, di voler venire in persona con due o tre divisioni a combattere sul Po e sul Mincio coll'esercito stanziale.

Quindi io dichiarerò che, quando vi sia minaccia prossima di guerra, il Ministero darà opera all'organizzazione, all'armamento, alla costituzione dell'armata dei volontari. (Bravo! a destra)

Dirò ancora una parola come ministro della marina: come ministro della marina vi ho presentato un bilancio di 51 milioni, che sicuramente li spenderemo tutti, e li spenderemo a fare nuove fregate, nuovi bastimenti; a trasformare gli antichi bastimenti a vela in bastimenti a macchine ausiliarie; daremo principio allo stabilimento di grandi arsenali, e finalmente ci metteremo in condizione di non avere l'ultima fra le marine secondarie.

Ecco quanto mi credo in debito di rispondere all'onorevole generale. Se egli desiderasse qualche maggior schiarimento, io sono pronto a darlo, persuaso che egli non domanderà cosa che possa avere qualche inconveniente nel farla sapere a tutto il mondo.

PRESIDENTE. Il generale ha facoltà di parlare.

Ringrazio il presidente del Consiglio degli schiarimenti che ha avuto la compiacenza di darmi, e dichiaro che sono completamente insoddisfatto di tutto quello che ha detto (Sensazione), e ne dirò il motivo.

Tutti gli armamenti di cui egli ha parlato, tanto di mare quanto di terra, è molto naturale che si facciano, e si dovranno fare a misura che l'urgenza dei bisogni del paese richiederanno nuovi armamenti.

Una questione che mi interessava molto, e giustamente, era quella dell'esercito meridionale, e su questo l'onorevole presidente del Consiglio non mi ha soddisfatto niente affatto. Dico il vero, tanto il mio ordine del giorno, dopo che per condiscendenza ai miei amici sono stato obbligato a modificare in senso malva (Movimento), quanto l'ordine del giorno dell'onorevole Ricasoli son ben lontani dal soddisfarmi.

Io certamente mi sottometterò al giudizio della maggioranza della Camera, come è naturale; ma nulladimeno non mancherò di dire a chi vorrà intendermi: che questo è contrario all'interesse d'Italia, che questo modo di procedere non è italiano, non è degno della nazione... (Movimenti diversi, applausi dalle gallerie). Credo che non sia novità per nessuno quello che son per dire: io lo so dai giornali, e dai conosciuti che vengono d'oltre Po, e d'oltre Mincio, che gli Austriaci ingrossano; tutti quelli che vengono dalle Provincie meridionali non parlano che di reazione, di Governo provvisorio a Melfi,

e cose simili, e non capisco poi come si tema tanto di spaventare coll'armamento i potenti vicini; io non capisco, come, armandoci, mentre l'Europa intera si arma, noi ci metteremo in istato di provocazione.

Dunque io non sono per niente soddisfatto delle spiegazioni che sull'armamento il signor presidente del Consiglio ebbe la compiacenza di darmi; per me l'oggetto principale era un altro. Io sono persuaso che ci convenga assolutamente tenere un corpo di 88 o 50 mila uomini, di cui i quadri sono completi, e sui meriti de' quali nulla ho da aggiungere a tutto ciò che hanno detto gli onorevoli deputati della sinistra. Sono uffiziali che possono presentarsi accanto agli uffiziali dei primi eserciti del mondo. Credo che qui presenti vi sono vari che hanno avuto l'onore di combattere accanto ai Francesi ed agli Inglesi, che meritamente tengono i primi posti nelle schiere dei popoli militari d'Europa; ho combattuto anch'io accanto ai Francesi e agli Inglesi; io sono Italiano e so che gli Italiani possono combattere accanto alle prime nazioni del mondo. E quando parlo de' miei uffiziali, credo di poter essere giudice competente quanto il generale Fanti. (Applausi dalle tribune)

PRESIDENTE. Avverto le tribune che non permetterò più oltre che succedano tali interruzioni.

Voci al centro. Le faccia sgombrare! (Rumori)

GARIBALDI. E ben doloroso per me il vedere poste in dubbio in faccia al mondo le qualità e la capacità de' miei ufficiali...

Voci. No! no! Non si è mai detto questo! (Rumori)

PRESIDENTE. Le spiegazioni date dal ministro della guerra sono tali che non lasciano per nulla giustificare il dubbio espresso dal deputato

Io mi uniformerò alla deliberazione che prenderà la Camera; ma non voterò né per un ordine del giorno, né per l'altro. Se l'onorevole presidente del Consiglio vuole veramente, ed in buona fede, entrare in una via di riconciliazione, deve principalmente dar opera ad un armamento che non provocherà nessuno. (Bravo! dalle tribune).

Voci. Ai voti! ai voti!

PRESIDENTE. Il deputato Persano ha facoltà di parlare per un fatto personale. Foci. Ai voti! ai voti!

DI PERSANO. Non farò che confermare quanto l'onorevole presidente dei ministri ha detto. Io ricevetti l'ordine in quell'epoca di recarmi presso il generale chiedendogli, poiché stringevano le minacele del nemico d'Italia, di venire egli stesso in persona con una sua divisione, o altrimenti, se non poteva egli, di mandare almeno il generale Turr. Questo è quanto volevo dire.

Voci. Ai voti! ai voti!

PRESIDENTE. Il deputato Casaretto ha facoltà di parlare per un fatto personale. (Rumori) Voci. Ai voti! No! no!

CASARETTO. Signori, l'onorevole presidente del Consiglio mi ha supposto (Rumori)

Voci. Ha ritirato Ora è inutile! Ai voti!

CASARETTO. Mi permettano un periodo... solo. Se l'o

Per decenza almeno si lasci parlare il deputato Casaretto. (Applausi dalle gallerie - Nuovi rumori nella Camera)

629 - TORNATA DEL 20

PRESIDENTE. Avverto le tribune che al primo segno che daranno le farò sgombrare.

Un deputato. Sarebbe tempo di farle sgombrare!

CASARETTO. Nel Parlamento e fuori del Parlamento fui calunniato; quindi ho diritto di difendermi, tanto più che quest'accusa venne ora ripetuta da un uomo autorevole, come è il presidente del Consiglio; perciò voglio scolparmi.

Una voce. Parli!

CASARETTO. Ho qui tutti i documenti per ismentire quest'accusa; però non vorrei trattenere la Camera in questo argomento, quando il signor presidente del Consiglio mi dicesse che ha inteso ritrattarsi in questo senso, che io non solo non ho mai detto che si debba licenziare l'esercito stanziale, che anzi, come lo proverò con documenti, quand'altri diceva che si doveva fare economie sull'esercito, io mi opponeva fin dal 1853, e che, quando io proponeva di far organizzar forze simili a quelle alle quali alludeva or ora il signor presidente del Consiglio, io le chiamai sempre una riserva dell'esercito, destinata a sussidiarlo, ma dissi pur sempre che prima si doveva pensare all'organizzazione dell'esercito.

Se il signor presidente del Consiglio ammette questi fatti, non occorre più che io trattenga la Camera: se no, desidero di pienamente scolparmi, recando le parole testuali che ho pronunciate nel Parlamento subalpino, che per caso ho qui sotto i miei occhi.

DI CAVOUR C, presidente del Consiglio. Dal momento che l'onorevole Casaretto afferma questi fatti, io non li contraddico.

CASARETTO. Citerò le parole che ho dette.

DI CAVOUR C, presidente del Consiglio. Io tengo per buona la sua asserzione.

CASARETTO. Tante volte.... (Interruzioni)

Voci. Ai voti! ai voti! Basta! È inutile!

PRESIDENTE. Siccome pare che la Camera voglia votare, la consulterò per sapere se la chiusura è appoggiata.

(È appoggiata.)

Ora la porrò a partito.

(La discussione è chiusa)

Ora metterò a partito gli ordini del giorno.

PETRUCCELLI. Pregherei il signor presidente di lasciarmi dire due parole prima di mettere ai voti gli ordini del giorno.

Propongo l'ordine del giorno puro e semplice, come quello che è il più conciliativo. La Camera, non adottando né l'ordine del giorno dell'onorevole Ricasoli, né quello dell'onorevole mostrerà di voler veramente la conciliazione. Noi in certo modo diamo tutta la confidenza al Ministero, e la Camera nel medesimo tempo tiene conto di tutte le dichiarazioni fatte.

Coll'ordine del giorno puro e semplice mi pare che si viene a quella conciliazione che da tre giorni si cerca.

MINGHETTI, ministro per gl'interni. Il Ministero si crede in dovere di dichiarare che, dopo una discussione così solenne, come è stata quella alla quale abbiamo assistito, dopo le parole dell'onorevole deputato Ricasoli, al cui ordine del giorno modificato il Ministero pienamente aderisce, non potrebbe accettare in veruna guisa l'ordine del giorno puro e semplice.

PETRUCCELLI. Allora non c'è più conciliazione. (Rumori, e voci: Oh! oh!)

PRESIDENTE. Insiste sull'ordine del giorno puro e semplice?

PETRUCCELLI. Insisto che sia messo ai voti.

PRESIDENTE. Darò cognizione alla Camera che havvi una domanda firmata da dodici deputati, i quali chiedono che la votazione dell'ordine del giorno sia fatta per appello nominale ad alta voce.

Questa dimanda è firmata dai seguenti deputati: Del Drago, Brofferio, Pallotta, Valenti, Romano, Donato Morelli, Vincenzo Ricci, De Cesaris, Pironti, De Donno, Cepolla, Mazzarella.

Siccome però l'ordine del giorno puro e semplice ha la priorità, così lo metterò ai voti prima degli altri.

Broglio. Chiedo la parola per L' ordine della discussione.

Invito l'onorevole presidente a voler interrogare i dodici deputati che hanno presentata quella domanda, se intendono che sia applicabile anche all'ordine del giorno puro e semplice il modo di votazione da loro dimandato.

DEI. DRAGO. Io domandai la parola sul presente ordine del giorno, ed ero il terzo iscritto in questa discussione.

Tuttavia cedetti la facoltà di parlare ad altri che avevano maggiore interesse personale, non che maggior cognizione di fatti e di cause.

Ora, su la presente questione, il mio convincimento sta in questo: che, trattandosi dell'armamento nazionale, noi siamo individualmente responsabili (Interruzioni)

Voci. La discussione è chiusa.

PRESIDENTE. La discussione generale è chiusa.

Si dimanda se debbasi votare l'ordine del giorno puro e semplice per appello nominale e ad alta voce.

DEL DRAGO. Tutti gli ordini del giorno siano votati per appello nominale e ad alta voce a norma della domanda da me promossa e presentata coll'appoggio de' miei amici politici.

ARA. Domando la parola per combattere la votazione proposta per l'ordine del giorno semplice.

Voci. No! no! (Rumori)

GALLENGA. Consulti i dodici deputati.

PRESIDENTE. Li ho già consultati; se vuole, consulterò la Camera sull'ordine della votazione.

(Brofferio, Petruccelli, Del Drago ed altri ritirano la domanda per quanto riguarda l'ordine del giorno puro e semplice)

Allora metto ai voti l'ordine del giorno puro e semplice per alzata e seduta.

BIXIO. Ma che cosa vuol dire quest'ordine del giorno puro e semplice? Sono tre giorni che discutiamo ed adesso ce ne andiamo senza venire ad una conclusione! (Ilarità)

PRESIDENTE. Chi è d'avviso d'approvare l'ordine del giorno puro e semplice, si alzi.

(Nessuno si alza - Non è approvato.)

Darò lettura dei due ordini del giorno presentati l'uno dal deputato Ricasoli e l'altro dal generale

Quello del deputato Ricasoli è così espresso

MICELI. Credo che debba avere la priorità l'ordine del giorno del generale

630 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

PRESIDENTE. Non ho ancora detto quale debba avere la priorità.

Prima darò lettura d'entrambi; proporrò poscia quale debba avere la priorità.

Ordine del giorno del deputato Ricasoli:

«La Camera, udite le dichiarazioni del Ministero, persuasa che la franca attuazione del decreto dell'11 e specialmente l'immediata applicazione di ciò che è disposto dall'articolo 15, che dovrà considerarsi come deposito d'istruzione, mentre provvederà convenientemente alle sorti del valoroso esercito meridionale, varrà ad accrescere e coordinare in modo efficace le nostre forze, e, sicura che il Governo del Re alacremente darà opera all'armamento e alla difesa della patria, come a lui solo spelta, passa all'ordine del giorno.

L'ordine del giorno del generale è così concepito:

«La Camera, persuasa che nella concordia dei partiti e nell'osservanza delle leggi sta la forza della nazione, esprime il voto che il Ministero, tenendo conto dello scrutinio operato dalla Commissione, riconosca la posizione degli uffiziali dell'esercito meridionale in forza dei decreti dittatoriali, e lasciando al ministro stesso d'ordinare la chiamata dei volontari, quanto prima lo troverà opportuno, metta in attività i quadri dell'esercito in quel modo che meglio giudichi, passa all'ordine del giorno.

A tenore del regolamento, e secondo le consuetudini, deve essere messa ai voti prima la proposta più larga, cioè quella che s'accosta maggiormente all'ordine del giorno puro e semplice.

Ora mi pare che evidentemente la proposta presentata dal deputato Ricasoli è quella che si accosta maggiormente all'ordine del giorno puro e semplice, perché lascia al Ministero maggior latitudine.

Io credo quindi che si debba mettere prima di tutto ai voti la proposta del deputato Ricasoli.

La cosa poi non porta differenza, perché quelli che vorranno volare in favore della proposta del generale voleranno contro quella del deputato Ricasoli.

MELLANA. Domando di parlare. (Mormorio)

PRESIDENTE. Sulla priorità?

MELLANA. Sì, sulla priorità.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare.

MELLANA. lo dico che la proposta Ricasoli non solamente non può avere la priorità, ma non può essere posta in votazione.

Io dichiaro altamente incostituzionali le parole a lui solo spetta. (Rumori)

Queste parole sono incostituzionali perché gli armamenti non possono farsi senza l'assenso del Parlamento, senza i fondi accordati.'

Quella frase viola i diritti della Camera, viola lo Statuto, e perciò non può essere posta in votazione.

PRESIDENTE. Osservo all'onorevole deputato Mei lana ch'egli può parlare, se vuole, sulla priorità da concedersi piuttosto all'una che all'altra delle proposte, ma non può più entrare a discorrere del merito relativo.

Ora, se la Camera lo crede, si passerà all'appello nominale per la votazione sull'ordine del giorno del deputato Ricasoli. Quelli che lo approvano, risponderanno si, quelli che lo respingono, risponderanno no.

(Si procede all'appello nominale; appena cominciato questo, il malessere che in tutta la tornata aveva visibilmente tormentato il presidente Rattazzi si accresce in modo che lo obbliga a lasciare il seggio al vicepresidente Tecchio.)

Votarono in favore: Acquaviva - Agudio - Airenti - Alasia - Albicini - Alfieri - Allievi - Amicarelli - Andreucci - Antinori - Ara - ArconatiVisconli - Atenolfi - Audinot - Barracco - Beltrami - Berardi Enrico - Berardi Tiberio - Bertea - Berlini - Bertolami - Biancheri - Biancoli - Bichi - Boggio - Boldoni - Bonghi - Borgalli - Borromeo - Borsarelli - Bravi - BrigantiBellini - Broglio - Brunet - Bruno - Bubani - Busacca - Gagnola - Camozzi - Canestrini - Cantelli - Capriolo - Caracciolo - Carafa - Cardente - Camiti - Cassinis - Castelli Demetrio - Castromediano - Cavour Camillo - Cavour Gustavo - Chiapusso - Chiavarina - Chiaves - Cocco - Colombani - Compagna - Conti - Correnti - Crea - Cucchiari - Cugia - Danzetta - Deandreis - De Blasiis - De Donno - Del Re - De Pazzi - De Vincenzi- Dino - Di Torre Arsa - Dorrucci - Fabrizj - Falconcini - Farini - Fenzi - Gadda - Galeotti - Gallenga - Gherardi - Gigliucci - Ginori - Giovio - Grandi - Grassi - Grattoni - Grella - Grillenzoni - Grixoni - Guerrieri - Guglianetti - Jacampo - Jacini - La Farina - Lanza Giovanni - Leo - Leopardi -Lozi - Macciò - Maj - Majorana - Malenchini - Malmusi - Mamiani - Marliani - Martinelli - Massa - Massarani- Massari- Mattei Giacomo - Mayr - Maza Gabriele - Mazziotti - Melegari Luigi - Melegari Luigi Amedeo - Menichetli - Menotti - Miglielti - Minghetli - Mirabelli - Mischi - Monti - Monticelli - Morandini - Morelli Giovanni - Morelli - Morini - Mureddu - Musumcci - Negrotlo - Nicolucci - Oldofredi - Oytana - Panattoni - Panlaleoni - Parenti - Pasini - Paternostro - Pelosi - Pepoli Carlo - Persano - Peruzzi - Pescetti - Petitli - Pettinengo - Pezzani - Piroli - Poerio - Possenti - Proto - Raeli - Rendina - Restelli - Ribotti - Ricasoli Bellino - Robecchi Giuseppe (di Vigevano) - Romeo Pietro - Rorà - Rovera - Ruschi - Sacchero - Sacchi - Saladini - Salamone - Sanguinetti - San Severino - Scalini - Schininà - Scialoia - Sella - Serra Francesco Maria - Serra Pasquale - Sgariglia - Silvani - Silvestrelli - Sinibaldi - Solaroli - Tari - Testa - Tenca - Tonelli - Tonello - Torelli - Torre - Torriggiani - Trezzi - Ugoni - Urbani - Varese - Vegezzi Zaverio - Verdi - Viora - VisconliVenosta - Zambelli - Zanolini.

Votarono contro: Amari - Assanli - BertiPichat - Bianchi - Bixio - Braico - Brofferio - Cadolini - Calvino - Casarelto - Caso - Castagnola - Castellano - Cepolla - Cipriani - Cognata - Colocci - Conforti - Corleo - Cosenz - Costa - Crispi - Cuzzelti - De Cesaris - Del Drago - De Luca - Depretis - Doria - Fabbricatore - Ferracciu - Ferrari - Fiorenzi - Giunti - Greco - La Masa - Levi - Libertini- Maccabruni - Macchi - Magaldi - Maresci - Matina- Mazzarella - Mellana - Mezzacapo - Miceli - Moffa - Mollino-Morelli Donato - Mosca -Musolino Napolitano - Pace - Pallotta - Pepoli Gioachino - Petruccelli - Pica-Plutino -Polsinelli - Polli -Posilano - Ranieri (1) - Regnoli -Ricci Giovanni- Ricci Vincenzo -

(1) RANIERI. Con dolore, no! (Movimento di sorpresa) Domando la parola.

PRESIDENTE. Non è permesso di motivare il voto; si deve rispondere semplicemente per si o per no.

RANIERI. Non motivo il mio voto; esprimo il mio dolore di doverlo dare in un dissidio cittadino.

631 - TORNATA DEL 20

Romano - Romeo Stefano - Ruggiero - Salaris - Sanna Sanna - Saracco - Schiavoni - Spinelli - Turati - Turrisi Colonna - Ugdulena - Valenti - Vischi - Zanardelli.

Si astengono dal voto i deputati: - Pisani - Salvoni - Tecchio - Toscanelli.

Risultamento della votazione:

Presenti 378

Votanti 375

Maggioranza 140

Voti favorevoli 194

Voti contrari 79

Si astennero8

(La Camera approva.)

MELLANA. Domando all'onorevole presidente di voler fare constare espressamente nel verbale di questa tornata della mia protesta contro l'incostituzionalità dell'ordine del giorno Ricasoli.

PRESIDENTE. Questo si fa sempre; il verbale è la fedele esposizione di tutto ciò che si è detto dall'uno e dall'altro deputato; né occorre istanza speciale.

PETITTI. Prima che la Camera si separi, domanderei di leggere un dispaccio telegrafico che ho ricevuto or ora dal generale La Marmora.

Siccome egli non era presente, ha desiderato di rettificare una cosa, che è stata della in questa discussione.

Darò lettura di questo dispaccio:

Prego dichiarare alla Camera che nel 1859 i volontari furono sempre liberi di arrolarsi o nell'esercito regolare, o nei corpi volontari del generale

La seduta è levata alle ore 6 1|4

Ordine dei giorno per la tornata di lunedì:

1° Svolgimento della proposta di legge del deputato baldi per l'armamento nazionale.

2° Discussione del progetto di legge che concerne la pensione alle vedove dei militari, il cui matrimonio non fu autorizzato, e alla loro prole.

5° Interpellanze al ministro dei lavori pubblici:

Del deputato Pescetto, circa la ferrovia da Savona a Torino;

Del deputato San Severino circa la ferrovia da Treviglio a Cremona,

4° Svolgimento delle proposte di legge:

Del deputato Musolino, per l'abolizione del privilegio delle tonnaie nell'Italia meridionale;

Del deputato De Luca, pel riordinamento della compilazione delle statistiche del regno.


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632 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL

TORNATA DEL 22 APRILE 1861

PRESIDENZA DEL COMMENDATORE TECCHIO, VICEPRESIDENTE.

SOMMARIO. Omaggi. = Congedi. = Dichiarazione del deputato Sprovieri relativa alla votazione dell'ordine del giorno del deputato Ricasoli a proposito delle interpellanze sull'esercito meridionale. = Presentazione di un disegno di legge del ministro per la guerra per la conversione in legge di alcuni decreti relativi ai militari privati d'impiego da cessati Governi per causa politica = Verificazione di poteri = Proposizione del deputato Carutti per la stampa di alti relativi all'inchiesta dell'elezione del collegio di Avigliana, ed al giorno della relazione = Parlano i deputati Serra F. M. e Di Cavour Gustavo = Il deputato Serra F. M. riferisce intorno all'esito dell'inchiesta deliberata, per accusa di corruzione e di brogli. = Si fanno sgombrare le tribune pubbliche per segni di disapprovazione sconvenienti da esse fatti. = Continua la relazione e conclusione per il convalidamento dell'elezione = Sulla stampa e sulla discussione parlano ancora i deputati Carutti Di Cavour Gustavo, Serra F. M., relatore, e Bertea = Si delibera la stampa della relazione dell'autorità giudiziaria, e si stabilisce il giorno della discussione. = Incidente sullo svolgimento della proposta di legge del deputato per l'armamento nazionale = Parlano il ministro per l'interno, ed i deputati Cadolini, Pepoli Gioachino, Musolino e Macchi = È presa in considerazione = Discussione del disegno di legge per pensioni alle vedove dei militari il cui matrimonio non fu autorizzato = Opposizioni del deputato Macchi alle modificazioni della Giunta = Parole in difesa del relatore Di Pettinengo = Osservazioni dei deputati Mai, Bruno, Mosca, Chiaves e Mazza = Si delibera che la discussione segua sulla proposta della Giunta.

La seduta è aperta all'una e mezzo pomeridiane. Massari, segretario, dà lettura del processo verbale della tornata precedente, il quale è approvato. Mischi, segretario, espone il seguente sunto di petizioni:

7001.188 cittadini di Napoli domandano che venga mantenuto il monistero di San Severino dei padri benedettini esistente in quella città,

7002. Vischi Serafino, già tenente in 2° del 1° reggimento dragoni di Napoli, chiede di essere reintegrato nel suo grado, e si proceda ad un regolare giudizio contro le persone che gli surrepirono la domanda di demissione.

7003. Il luogotenente generale del Re in Sicilia sottopone al giudizio della Camera una petizione di parecchi volontari siculo-calabresi, i quali, per gli allegati servizi resi alla causa nazionale, domandano di essere insigniti d'una medaglia d'onore, e provvisti di competente pensione.

GIUNTI. Domanderei che si desse di nuovo lettura della petizione 7000, che non ho potuto intendere.

(Il segretario Mischi dà lettura del seguente sunto della petizione 7000):

Tredici deputati presentano una petizione sporta da 262 comuni delle provincie di Basilicata e delle Calabrie per la costruzione di una strada ferrata che congiunga quelle popolazioni al rimanente d'Italia, e fanno istanza perché si dia mano ai lavori contemporaneamente alle ferrovie che verranno aperte nelle altre provincie dell'ex-reame di Napoli.

GIUNTI. Con questa petizione molti individui della provincia di Calabria domandano una cosa che merita tutta l'attenzione della Camera.

L'abborrito dispotismo borbonico ha ridotto a tale infelice condizione quelle popolazioni, che non si possono movere facilmente, per mancanza di strade, di ponti.

L'onorevole ministro pei lavori pubblici, giorni sono, ci disse che per molte imprese si erano spesi milioni nel Napoletano. Questo sarà verissimo; ma è certo che nella Basilicata e nelle Calabrie non vi sono ponti, né strade; vi sono imprese che furono incominciate, e poi abbandonate.

Il re di Napoli soleva dire che ai Calabresi dovevano lasciarsi solo gli occhi da piangere; figuratevi se ei voleva pensare a promuovere queste imprese! Ma questi popoli lacerarono quell'iniqua sentenza, mostrando al mondo che non s'insulta cosi un paese.

La storia di quelle provincie, o signori, dal 1849 in qua, è storia d'infiniti dolori, di sangue: la prigione, l'esiglio, la galera, la scure del carnefice.

PRESIDENTE. Mi corre obbligo di avvertire l'onorevole deputato che in questo momento non può aver la parola sul merito della petizione: ei deve limitarsi a chiederne l'urgenza, od esporre le ragioni per le quali crede debba l'urgenza essere ammessa.

GIUNTI. Potrei dimostrare fino all'evidenza che la strada ferrata delle Calabrie, considerata e dal Iato politico e dal lato strategico, è sommamente importante. Mi limito però a pregare la Camera di dichiarare questa petizione d'urgenza, anche nell'intento che questa strada sia incominciata il più presto possibile, per togliere a quelle provincie il malcontento, e dar loro pegno di un miglior avvenire.

PRESIDENTE. L'onorevole deputato Giunti chiede che sia dichiarata d'urgenza la petizione 7000, il cui sunto fa testé letto.

Se non vi sono opposizioni, l'urgenza si riterrà approvata.

(È approvata.)

(Prestano giuramento i deputati Maurizio De Sonnaz (Applausi), G. B. Michelini, Giuseppe Corrias.)

DIVERSI.

PRESIDENTE. Sono pervenuti alla Camera i seguenti omaggi:

Il vicepresidente del senato del regno, Vacca Giuseppe, procuratore generale presso la Corte suprema di giustizia in Napoli: 10 esemplari d'una Memoria intorno alla situazione delle Provincie napolitane, e al riordinamento del Governo locale.

L'intendente di Cremona: due copie degli del Consiglio provinciale, Sessione ordinaria del 1860.

L'ingegnere Giorgio Schirò da Palermo: Attuale condizione forestale e solferifera di Sicilia.

Il deputato Tiberio Berardi scrive che, dovendo per ailari personali assentarsi da Torino, abbisogna di un congedo di un mese.

(È accordato.)

633 - TORNATA DEL 22

Il deputato Sprovieri scrive quanto segue:

«Per gravi motivi di salute, che tuttavia sussistono, non potei intervenire alla Camera il giorno di sabbato; se fossi stato presente avrei votato contro l'ordine del giorno Ricasoli. La prego far nota alla Camera questa mia dichiarazione, e si compiaccia di farla inserire nel verbale di questa tornata.

Accolga, signor presidente,» ecc.

Sarà fatto menzione nel verbale di questa dichiarazione.

PRESENTAZIONE DI UNA PROPOSTA DILESSE PER LA CONVERSIONE IN LEGGE DI ALCUNI DECRETI REALI RELATIVI AI MILITARI PRIVATI D'IMPIEGO PER CAUSE POLITICHE.

PRESIDENTE. Il ministro della guerra ha facoltà di parlare per la presentazione di un disegno di legge.

FANTI, ministro per la guerra. Ho l'onore di presentare alla Camera un disegno di legge tendente a convertire in legge i reali decreti del U e 29 marzo 1860, e del 10 e 51 gennaio relativi ai militari privati d'impiego per motivi politici dai Governi austriaco e pontificio, e dai cessati Governi delle Due Sicilie, del granducato di Toscana, e dai ducati di Modena, ed alle vedove, orfani e congiunti dei militari dell'armata dell'Italia meridionale.

PRESIDENTE. La Camera dà atto al signor ministro della guerra della presentazione di questo disegno di legge, che sarà stampato e distribuito negli uffici.

RELAZIONE SULL'INCHIESTA INTORNO ALL'ELEZIONE DI AVIGLIANA, E VERIFICAZIONE DI POTERI.

PRESIDENTE. Il deputato Carutti ha facoltà di parlare.

CARUTTI. Ricorderà la Camera che fu ordinata un'inchiesta sopra l'elezione del collegio di Avigliana, e che la relazione dell'inchiesta venne di già trasmessa all'ufficio della Presidenza. Faccio ora istanza che, a seconda dei precedenti dalla Camera sin qui osservati, la Presidenza si compiaccia di ordinare la stampa della relazione dell'uffizio del procuratore generale del Re, affinché la Camera, quando venga a deliberare sopra l'elezione, possa avere piena ed intera cognizione dei risultati dell'inchiesta.

In secondo luogo pregherei la Camera di fissare sin d'ora il giorno in cui questa discussione debba aver luogo. Lo chiedo, affinché il deputato eletto, nel caso che la sua elezione riesca convalidata, non istia più lungamente lontano da quest'Assemblea; lo chiedo, affinché il collegio d'Avigliana, ove l'elezione sia annullata, possa procedere ad una nuova elezione, e non rimanga così più oltre privo del suo rappresentante.

SERRA F. M., relatore. Domando la parola.

Dopo l'inchiesta giudiziaria, il preavvisare sulla elezione del collegio di Avigliana venne demandato all'uffizio II, al quale ho l'onore di appartenere. L'uffizio stesso mi ha destinato a relatore di essa.

lo ho dovuto esaminare i voluminosi dell'inchiesta, ed ho avuto anche sott'occhio il rapporto dell'autorità giudiziaria precedente, cui fece allusione l'onorevole Carutti.

Se avessi sospettato che si dovesse ordinare la stampa di questo rapporto, il compito mio, come relatore, sarebbe stato assai più agevole di quello che lo fu, perché io mi sarei limitato a fare un confronto tra il risultato degli dell'inchiesta e il riassunto che l'autorità giudiziaria ne aveva fatto; compito, dico, facilissimo, in quanto che, come era da presumere, l'autorità avrebbe riportato esattissimamente e scrupolosamente ciò che dalle sue indagini ebbe a risultarle.

Invece, ignorando che dovesse farsi questa proposta, io ho dovuto occuparmi per più giorni a coordinare e riprodurre sia ciò che l'autorità giudiziaria nel suo rapporto aveva già consegnato, sia quel di più che intorno alla elezione ho creduto nel mio particolare criterio di dover sottoporre all'apprezzamento della Camera.

Ho già intrattenuto l'uffizio II del risultato dell'inchiesta, siccome venne compilato dall'autorità giudiziaria che vi procedette, e delle particolari osservazioni da me fatte sugli medesimi, e sono pronto a fare la relazione; quando poi la Camera lo desideri, non ho, né credo abbia l'uffizio medesimo cosa in contrario, a che il rapporto dell'autorità giudiziaria venga, secondo l'istanza, stampato, nel qual caso io dirò poche parole da questa tribuna, pressoché conformi a quelle che l'autorità giudiziaria ha scritto nel suo rapporto, e che la Camera avrà sott'occhio, quando si farà a discutere e deliberare sopra questa elezione.

PRESIDENTE. Il deputato Cavour Gustavo ha facoltà di parlare.

DI CAVOUR C. Io son ben lungi dal combattere le due proposte dell'onorevole Carutti, le quali mi sembrano affatto ragionevoli. Desidero soltanto che si vada il più sollecitamente possibile in questa bisogna, che ha già occupato abbastanza lungamente l'attenzione della Camera.

Io osservo però sapersi dai vari membri dell'ufficio II che l'onorevole presidente Serra ha preparato anch'egli una relazione ancora più lunga, ancora più estesa di quella dell'onorevole membro della magistratura, che fu destinato a condurre l'inchiesta. Questi è l'avvocato Eula, persona commendevolissima; ma la Camera non può rinunciare ai lumi che darebbe la lettura della relazione dell'onorevole Serra. Dimodoché, se l'onorevole Carutti insiste nella sua domanda, io vorrei che anche la relazione dell'onorevole Serra o venisse pronunziata alla ringhiera, oppure che la Camera ne ordinasse la stampa insieme a quella del sostituito procuratore del Re.

In quanto al giorno per la discussione, mi pare che si potrebbe stabilire quanto più prossimamente si possa. Non ci vorranno più di due o tre giorni per la stampa di queste due relazioni; quindi mi pare che si potrebbe prendere per normaquesto termine. Lascio però all'onorevole Carutti il fissare quello ch'egli crederà più opportuno.

PRESIDENTE. Il deputato Camiti ha facoltà di parlare. Prima però faccio avvertire alla Camera che per domani sarebbe impossibile che queste due relazioni venissero stampate.

CARUTTI. Ho chiesto facoltà di parlare per appoggiare la proposizione dell'onorevole deputato marchese Di Cavour. Desidero anch'io che la relazione del deputato Serra sia posta sotto gli occhi della Camera; e dirò di più che, quando ho chiesto di parlare la prima volta, intendeva di fare io stesso quella mozione.

Senonché, essendo essa non del tutto conforme ai precedenti io aspettava che qualche altro deputato di me più autorevole, e forse il relatore stesso, la facesse.

634 - CAMERA. DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL

Quanto al giorno da destinarsi per la discussione, la cosa è per me indifferente. Si potrebbe stabilire che avesse luogo lunedì.

SERRA F. M, relatore. Ringrazio gli onorevoli marchese Di Cavour e commendatore Carutti del desiderio che manifestano che la mia relazione sia stampata con quella dell'autorità giudiziaria, ma appunto perché sarebbe contrario a tutti i precedenti della Camera lo stampar cose che non si sono lette, nella mia qualità di relatore non potrei mai aderirvi. In vero sarebbe una mera superfluità, dopo aver fatto stampare un rapporto dell'autorità giudiziaria, riprodurne un altro del relatore dell'uffizio, quando in sostanza ambedue si raggirano sugli stessi fatti.

In conseguenza prego la Camera d'attenersi unicamente a far stampare la relazione dell'autorità giudiziaria, salvo al relatore del II uffizio il diritto di aggiungere a voce quello che crederà conveniente onde meglio rischiarire i fatti.

DI CAVOUR C. Per conciliare il rispetto che dobbiamo agli usi della Camera, col desiderio d'essere pienamente illuminati, chiederei che fosse invitato l'onorevole Serra a leggere immediatamente la sua relazione. Così questa relazione verrebbe stampata nel rendiconto, con intelligenza che si sospenderebbe la discussione fin dopo compiuto il desiderio dell'onorevole Carutti.

Faccio inoltre osservare che il protrarre la discussione fino a lunedì sarebbe troppo; perciò proporrei che si fissasse il giorno di venerdì, o, forse ancor meglio, di giovedì.

CARUTTI. Aderisco.

DI CAVOUR C. Si fissi allora il giorno di giovedì, ed intanto s'inviti l'onorevole Serra a leggere il suo lavoro, del quale ho inteso a far molti elogi, da chi n'ebbe già comunicazione in seno dell'uffizio II.

PRESIDENTE. Domando alla Camera se intende che si proceda subito alla lettura della relazione già allestita sull'elezione fatta dal collegio d'Avigliana nella persona del deputato Genero.

Se nessuno si oppone, il deputato Serra è pregato di ventre alla ringhiera per leggere la sua relazione.

SERRA E. M., relatore. Per incarico dell'ufficio II ho l'onore di chiamare ancora una volta l'attenzione della Camera sopra l'elezione del deputato del collegio di Avigliana. Essa formò oggetto di lunghe ed animate discussioni nelle tornate del 6,7 e 11 dello scorso marzo; ed a me duole che la intervenuta modificazione dell'ufficio mi addossi oggi un peso che l'onorevole Conforti mostrò essere cotanto leggero per le più valide sue forze.

Nella prima delle sedute suespresse quell'onorevole nostro collega vi diceva, o signori, essere il collegio di Avigliana composto di sezioni: Avigliana, Almese, Condove e Giaveno; gli elettori inscritti ascendere a 612; avere votato 496; dei quali 252 in favore del cavaliere Felice Genero, 230 a favore del commendatore Domenico Carutti, mentre gli altri 14 andarono dispersi; il cavaliere Felice Genero, avendo riportato sin dal primo squittinio la maggioranza dei suffragi richiesta dalla legge, essere stato proclamato deputato; le operazioni essere tutte regolari; e sebbene parecchie proteste si fossero inoltrate all'ufficio definitivo di quel collegio, essere state quelle dal medesimo reiette.

E l'ufficio medesimo, come l'onorevole Conforti allora dichiarava, avrebbe proposto alla Camera di passare sopra a quelle inattendibili proteste, ed approvare l'elezione

del cavaliere Genero, se non fosse pervenuta una protesta formale di parecchi elettori, susseguita, durante la discussione, da altre, nelle quali s'imputavano all'eletto niente meno che quindici diversi fatti di corruzione.

In che questi fatti consistessero, a quali documenti allora si appoggiassero gli elettori protestanti, quali fossero contrapposti onde distruggerne il valore, io crederei superfluo il riandarlo, a fronte di una inchiesta giudiziaria già compiuta, i risultati della quale mi farò a riferirvi con quella brevità ed ordine che potrò maggiore.

Perora,riferendomi per questi precedenti al resoconto ufficiale riprodotto ai numeri 20, 21, 22, 25 e 34, io ricorderò alla Camera la deliberazione ua essa presa nell'ultima delle sedute dianzi accennate.

La Camera, dopo udita la lettura di tutti i documenti presentali prò e contro, e le ampie e lucide spiegazioni date dall'onorevole relatore Conforti, adottava la proposta del deputato Chiaves, perché un'inchiesta giudiziaria si aprisse sopra i denunziali fatti di corruzione, e qualunque altro potesse verificarsi, e la si commettesse al signor procuratore generale del Re presso la Corte d'appello di Torino.

Questa deliberazione fu immediatamente trasmessa dall'ufficio presidenziale al Ministero della giustizia, e dal medesimo al lodato capo del Ministero Pubblico generale, il quale, non potendo direttamente assistere agli alti dell'inchiesta, ne dava incarico ad uno de' suoi sostituiti, al cavaliere Lorenzo Eula, il quale io posso con informata coscienza proclamare come uno dei funzionari del Ministero Pubblico più distinti per intelligenza, per attitudine e per probità.

Assistito dal signor Comparato, sottosegretario dell'ufficio predetto, nel 16 scorso marzo la apriva, recandosi in parecchie delle comuni che compongono il collegio, ed in otto giorni la conchiudeva.

Le risultanze che per documenti e per testimoni emergano sui singoli fatti sono le seguenti:

Con rappresentanza sottoscritta da 13 elettori ed avente la data del 14 febbraio denunziavasi alla Camera che Camillo Pasquale, cassiere della società della ferrovia Vittorio Emanuele, avesse eccitato Francesco Pessiardi, residente a Torino, ed altro degli elettori di Giaveno a dare il suo voto al cavaliere Genero, ed a seco condurre quanti altri elettori fosse riuscito a raccogliere, assicurandolo clic qualunque sommasi fosse richiesta era a sua disposizione.

Camillo Pasquale, d'anni 41, non elettore, non parente del cavaliere Genero, ammette d'avere, quattro giorni prima dell'elezione, fatto al Pessiardi, suo conoscente, invito a favorire la candidatura del Genero. Risposegli essere troppo tardi, perché sino a quel giorno la aveva anzi combattuta; ma, ricordatigli i meriti del raccomandato ed i beneficii che aveva prodigati al collegio di Condove, Pessiardi gli promise di secondare l'espressogli desiderio. Ciò avvenne in Torino, ed il Pessiardi era in quel momento accompagnato da un ufficiale che il rispondente non conosce, e che, vedendoli ambedue arrestarsi per via onde continuare il loro discorso, si allontanò.

Però niega recisamente d'avere promesso a costui somma alcuna di danaro per indurlo ad agire nel senso suespresso, dappoiché nessuno gli diede incarico od autorizzazione di farlo. Anzi il cavaliere Genero ignorava persino questo intervento suo a di lui favore, motivato solo dalla conoscenza che aveva della sua persona e dalla stima che gli professava sin da quando ambidue si trovavano l'uno amministratore della ferrovia di Novara e l'altro cassiere.

635 - TORNATA DEL 22

Francesco Pessiardi, elettore politico nel collegio d'Avigliana, depone nella sostanza come il precedente, ed ammette la presenza dell'ufficiale Perrero Adolfo sino alla conclusione della prima parte del tenuto discorso. Quell'uffiziale si congedò, ed allora il Pasquale, continuando, pronunciò le parole: se è per danaro, tiri dritto; accompagnandole col gesto di chi conta denaro. Il testimone non promise di secondarlo, e si separarono; ma del discorso tenutogli e della fattagli promessa di danaro fece parola nello stesso giorno con Carlo Valletti, impiegato nella segreteria della Corte d'appello di Torino, il quale, ciò udendo, gli disse che a fronte di siffatti mezzi di corruzione era impossibile la nomina del commendatore Carutti. Il testimonio si dice convinto che appunto a questi mezzi deve il Genero la sua; e la voce pubblica, dice il testimonio, accerta, che larghe promesse furono fatte da lui e dai suoi aderenti, specialmente in favore dei poveri, a segno che quelli i quali erano disposti a votare per Carutti, non osarono neppure di propugnarne in pubblico la candidatura, per non incontrar l'odio della classe più bisognosa.

A complemento delle risultanze ottenutesi in questo primo fatto, dirò che dalle deposizioni dell'uffiziale Perrero Adolfo, di Maritano Giacomo, notaio a Giaveno, di Valletti Carlo, sottosegretario della Corte d'appello di Torino, di Giovale Giuseppe, sindaco di Coazze, e di Schioppo Giuseppe, sindaco di Giaveno, si raccoglie che il Pessiardi nello stesso giorno riferiva al Perrero ed al Valletti le parole del Pasquale importanti specifica promessa di danaro; e che altrettanto faceva col Maritano, col Giovale e collo Schioppo, nei giorni successivi e prima della elezione.

Il secondo fatto consiste in che il cavaliere Genero abbia regalato uno spillone d'oro a Carlo Alais di Bussoleno, perché ne promuovesse la candidatura, ed inoltre promessa la erezione in quel territorio di una fabbrica di cotone.

Don Giorgio Sada, sacerdote di Giaveno, non elettore politico né interessato, dice che il 8 gennaio scorso, incontratosi in Giaveno con Carlo Alais, dimorante in Bussoleno, questi gli disse che nel suo comune tutti erano disposti a votare pel cavaliere Genero, che fece già molto bene ai poveri e ne avrebbe fatto anche di più, quando fosse rieletto. Aggiunse che egli pare aveva ricevuto in regalo uno spillone d'oro, valente più di cento lire, facendo intendere che quel dono gli era stato fatto appunto perché votasse in di lui favore.

Diceva inoltre l'Alais che egli avrebbe avuto gran piacere di tale elezione, perché Genero aveva promesso, in caso di riuscita, di far costrurre in Bussoleno una fabbrica da cotone, nella quale circostanza avrebbe egli potuto vendergli con vantaggio una casa che colà possiede, e che poco gli frutta. Infatti il testimonio in appresso udì da Astorero Giuseppe, consigliere comunale di Giaveno, avergli il giudice di Bussoleno riferito che ingegneri idraulici eransi recati sul posto per esaminare di quali acque si potesse all'uopo disporre. Quando il Genero andò in quelle comuni per far visita ai suoi elettori, si sparse in Giaveno immediatamente la voce che egli vi avrebbe fatto molti benefizi, come aveva praticato altrove.

Se non dal Genero direttamente, certo dai fautori suoi fa quella voce diffusa; ed il testimonio si dice convinto che, senza la speranza di tali largizioni, la di lui nomina non avrebbe mai avuto luogo, a fronte del suo competitore, il quale godeva a solo le simpatie degli elettori.

Quantunque questo testimonio non accenni ad altra persona che fosse presente a quel colloquio, pure il parroco di Coazze lo dice avvenuto al suo cospetto, e lo riporta in senso analogo al precedente.

Carlo Allasia, possidente per lire 100,000, elettore politico, non parente, ammette l'incontro ed il colloquio con D. Sada, avvenuto prima del Natale in Giaveno. Fu il Sada che, parlandogli delle prossime elezioni, gli disse che gli elettori di Giaveno intendevano di continuare a votare per il commendatore Carutti, ed il testimone gli rispose che neppure quei di Bussoleno intendevano cangiare il loro deputato Genero, perché si era meritato sempre più la riconoscenza loro colle larghe sovvenzioni già fatte ai poveri e per i benefizi che aveva inoltre promesso di fare.

Dice infatti che nello scorso anno, prima però che succedesse lo scioglimento della Camera, il Genero fece distribuire molta meliga, lire 500 in danaro, semenza di bachi, medaglie per le scuole, carta e libri per gli allievi più bisognosi; ed inoltre promise di far erigere un asilo infantile e di fondare una fabbrica di tessuti in cotone per dar lavoro alla povera gente.

Soggiunge che nei primi del passato novembre il cavaliere Genero intervenne ad un pranzo offertogli in Bussoleno dai suoi elettori, ed in tale circostanza fece accettare da lui, testimone, quasi per forza, uno spillone d'oro, in segno di gradimento delle fattegli dimostrazioni; che regali di tabacchiere e di altri oggetti consimili fece in quella stessa occasione ad altri degli elettori ivi raccolti, ed un berretto a caduno dei dilettanti di musica di quel paese.

E qui stimo di dire che, per quanto riguarda la promessa di erigere un asilo ed una fabbrica di tessuti, si ebbero eguali deposizioni dai sindaci di Bussoleno e di Bruzzolo e dal vicegiudice di quel mandamento. Tutti però sono concordi nel riferire tali promesse al tempo immediato successivo alla sua elezione a deputato del collegio di Condove; e così pure a tempi molto anteriori allo scioglimento di quella Legislatura ed alla nuova circoscrizione e convocazione dei collegi elettorali riferiscono i regali individuali a parecchi elettori e le distribuzioni di meliga, di semenza di bachi e di sussidi in danaro ai poveri dell'antico collegio.

Si raccoglie anzi dall'inchiesta che, essendo rimasto indistribuito un residuo della meliga, il cavaliere Genero abbia dato ordine perché lo fosse prima della fine di dicembre» onde taluno non qualificasse una distribuzione più ritardata come una ricompensa di voti ottenuti nella elezione successiva.

Il Carlo Alais nulla dice a proposito delle speranze sue di disfarsi con vantaggio della casa che possiede in Bussoleno, quando il cavaliere Genero vi avesse fatto erigere la fabbrica promessa. Però da parecchi dei testimoni intervenuti al banchetto dei primi di novembre si ha la prova che in quella circostanza il cavaliere Genero, lungi dallo avere carezzato quelle speranze, dichiarò anzi esplicitamente che chiunque ne avesse concepito doveva rinunciarvi, giacché nulla era vi ancora di determinato a quel proposito, quantunque risulti che per incarico di lui il municipio fece fare, nell'anno

Il cavaliere Genero fu accusato di avere promesso alle opere pie di Giaveno un sussidio di lire 40,000, e la Camera non può avere dimenticato quanto in altra occasione siasi detto in questo recinto a proposito di una certa lettera diretta al teologo Arduino, parroco di quel comune.

636 - CAMERA DEI DEPUTATI SESSIONE DEL

Richiestone dall'autorità procedente, quel parroco consegnava la lettera della quale si tratta. Essa fu unita agli dell'inchiesta, ed io stimo conveniente di darne alla Camera lettura. (Vedi Tornata dell'11 marzo, pag.188 e 189)

Un'altra posteriore di due giorni, il cavaliere Genero ne indirizzava allo stesso parroco, ed è del seguente tenore.

«Egregio signore,

«I due mandamenti di Almese e Condove, già appartenenti all'ex-collegio di Condove, trovandosi aggregati a quelli di Avigliana, per diverse istanze di elettori dei due mandamenti vecchi, non che di quelli di Giaveno ed Avigliana, mi decisero a presentarmi unicamente ed esclusivamente a candidato pel collegio di Avigliana.

«A lei, molto reverendo signore, mi dirigo perché voglia onorarmi dei di lei suffragi.

«Il mio programma essendo quello della libertà, e libertà per tutti, si connette al mio pensiero anche quello del benessere materiale e morale delle popolazioni; nel benessere, comprendendoli progresso, comprendo naturalmente l'istruzione, la erezione di asili infantili, il miglioramento dell'agricoltura, delle industrie, dei commerci; il sollievo alla classe indigente; ed a questo scopo mi dirigo bene, perché ella, col sublime esercizio del sacerdozio, comprende altresì coi fatti il sollievo ai miseri.

«Il Ministero si tiene compiutamente neutrale tra il signor Carutti e me. Infatti, perché dovrebbe, favorendo uno, combattere l'altro?

«Mi è grata l'occasione per offerirle i sentimenti di mia perfetta stima e profondo ossequio.

«Il teologo Arduino Lorenzo, canonico prevosto della collegiata ed elettore politico, dice che sette giorni prima dell'elezione il Genero recossi in Giaveno, e per due volte lo cercò invano in casa sua. Vi andò anche la terza, mentre il testimone era in chiesa; fu chiamato, ed a malincuore vi si recò per vedere che cosa volesse da lui. Il Genero addusse a motivo della visita il desiderio di farne la conoscenza personale e di essere da lui accompagnato all'asilo infantile.

«Osservatogli che a quell'ora i ragazzi non vi erano, rispose bastargli di vedere il locale. Vi andarono, vi stettero pochi momenti, ed il testimone si congedò, ricevendo dal Genero un biglietto di visita, come usava di fare cogli altri elettori. Ignora che ad alcuno dei visitali abbia fatto promesse di sorta onde indurli ad appoggiare la sua candidatura. A lui, testimone, non ne fece alcune, né per la chiesa, né per l'asilo, né in favore di altri qualsiasi.

«La lettera di cui la Camera ba udito la lettura non fu la sola che il cavaliere Federico Bellegarde ammetta d'avere scritto per appoggiare l'elezione del cavaliere Genero. Due altre nello stesso senso egli ne scrisse pochi giorni prima delle elezioni, una al sindaco di Villar-Almese, altra alla vedova Valletti-Giusti, la quale, per meglio soddisfare alla di lui raccomandazione, ne fece la girata al predetto teologo Arduino, pregandolo a voler votare per il cavaliere Genero, ed avvertendolo come fosse dovere di parroco il votare per una persona così caritatevole.

Lo stesso cavaliere di Bellegarde dichiarò nel suo esame di averne scritto e diramato a diversi elettori parecchie altre nel senso medesimo, in occasione delle elezioni dello scorso anno e delle ultime.

Protesta bensì che giammai il cavaliere Genero gli rivolse parola accennante a desiderio di vedere appoggiata da lui la sua nomina a deputato.

Sostiene invece essersi a ciò determinato nel solo fine di giovare ai poveri di quelle valli, giacché sul principio del 1860 aveva udito dall'avvocato Giacomo Piacenza che il Genero, amico suo, inscriveva nell'annuo suo bilancio lire 40,000 per essere distribuite in elemosine, e che in tale distribuzione avrebbero avuto la preferenza i poveri del collegio che lo avrebbe eletto a suo deputato.

Infatti, trovandosi nell'agosto del 1860 rappresentante del collegio di Condove, fece distribuire ai bisognosi di Villar-Almese una quantità di meliga, a tal fine vendutagli dallo stesso testimone, il quale, essendosi in quel medesimo mese recato a ringraziarlo in nome dei beneficiati, il Genero confermavagli in sostanza quanto avevagli detto il Piacenza relativamente alla distribuzione della egregia somma sovraccennata.

L'avvocato Piacenza Giacomo confermò, nella parte che lo riguarda, la deposizione Bellegarde, dichiarando bensì a sua volta che il Genero fu estraneo alle raccomandazioni da lui fatte sia al cavaliere Bellegarde, sia ad altri elettori di quel collegio onde indurli a votare per l'amico suo, e che del rimanente, quando egli accennava alle annuali largizioni di lui, non fece, né far poteva, alcuna promessa in suo nome.

Denunciavasi in quarto luogo che il parroco di Mompellalo avesse esortato il sindaco a votare pel Genero, perché questo avevagli regalato lire cinquanta, e gliene avrebbe regalato di più, qualora riescisse eletto.

Don Timoteo Bruno, parroco di Mompellato, dice che sino 1860 il cavaliere Genero, allora deputato di Condove, aveva fatto distribuire ai poveri di quella parrocchia e di altre una quantità di denaro e di semenza di bachi da seta. In data 21 suddetto il testimonio gli scrisse perciò una lettera di ringraziamento. In ottobre successivo gli mandò un biglietto di banca da lire cinquanta per essere distribuite così pure ai poveri di quella parrocchia, e gli promise e diffatti gli spedì in appresso medaglie d'argento per le scuole. Anche per questo benefizio gli scrisse, nel 25 detto mese di ottobre, ringraziandolo. Il 22 gennaio scorso s'incontrò in Almese in quel sindaco Antonio Bertolo. Cadde il discorso sulle imminenti elezioni; costui mostrossi disposto a votare per Genero; il testimonio disse avrebbe fatto altrettanto, trattandosi di persona caritatevole; niega di aver parlato di regali promessigli per il caso di buona riuscita, perché nessuna promessa di tal genere gli fu mai fatta; solo disse che Genero avevagli precedentemente mandato lire cinquanta per i poveri, e che, in grazia di questa carità, amava meglio di veder trionfare la sua che la candidatura d'un altro non conosciuto. In quel giorno incontrò in Almese il Genero; gli disse che aveva optato per la candidatura di Avigliana, e che il Governo era neutrale; ma il testimonio non ricorda nemmeno se lo abbia eccitato ad appoggiare la sua nomina, e tanto meno ammette che gli abbia fatto per ciò alcuna promessa.

Conchiude il testimonio che in Almese non fu usato mezzo alcuno di corruzione, e che, se quegli elettori votarono per Genero, il fecero in grazia della fama d'uomo benefico, della quale gode presso tutta quella popolazione. In quanto poi riguarda la supposta promessa di costrurre un ponte sulla Dora, il testimonio afferma che giammai ne udì neppur parlare prima che si fosse ciò denunciato alla Camera con apposita protesta, che crede assolutamente infondata.

Antonio Bertolo, sindaco d'Almese, è in piena conformità col precedente, meno che dice avergli questo, nel mattino delle elezioni, scritto un biglietto in termini generali, invitandolo a votare a favore di Genero.

637 - TORNATA DEL 22

L'avvocato Carlo Albano, delegato di pubblica sicurezza ad Avigliana, disse fra altre cose che il sindaco Bertolo di Rubbiana narrogli aver udito dal parroco Bruno: esserglisi fatte promesse di denaro, purché l'elezione del Genero riuscisse. Ma tanto il parroco, quanto il sindaco, contraddicono recisamente questa asserzione.

In quinto luogo denunciavasi la promessa distribuzione di lire 40,000 e più ai varii comuni del collegio d'Avigliana, qualora il cavaliere Genero riescisse eletto, ed in appoggio invocavasi una dichiarazione del parroco di Provonda.

Don Prudente Franco, parroco di Coazze, esaminato su questo capo, contestò D. Leone Boriglione, parroco di Provonda, come colui che sei o sette giorni prima delle elezioni fosse stato, sul mercato di Giaveno, consigliato a volare per il cavaliere Genero, assicurandolo che, ove il medesimo riescisse eletto, avrebbe donato ai comuni del collegio da quaranta a cinquanta mila lire. Il D. Franco dice che il geometra Bongesa era uno dei più caldi fautori della candidatura Genero, ma dichiara che non aveva alcun dato per credere che gli avesse dato incarico di fare a nome suo tali promesse. Don Boriglione dal canto suo dichiara non avergli il Bongesa indicato come fosse di ciò persuaso, e molto meno che avesse avuto dal Genero autorizzazione di fare somiglianti promesse.

Borgesa Giovanni, geometra, ammette il discorso riferito dal parroco Boriglione, ma protesta che, accennando ad un dono così ragguardevole per parte del cavaliere Genero, egli non aveva fatto altro che ripetere ciò che la voce pubblica diceva; essendo universale la convinzione che, se quel banchiere aveva speso, nel 1860, 18,000 lire in favore dei poveri del piccolo collegio di Condove, avrebbe, in caso di rielezione, speso tre volte tanto in vantaggio dei bisognosi del più ampio e popolato collegio di Avigliana. Negò poi ricisamente d'aver avuto dal Genero o da altri per lui promessa alcuna che in tale convinzione Io confermasse.

Del resto, l'ingegnere Borgesa non fu il solo che propugnasse la candidatura in discorso, e che, a meglio sostenerla, invocasse come titolo al voto degli elettori i copiosi benefizi da lui largiti ai poveri del collegio di Condove, ed i maggiori che avrebbe il cavaliere Genero fatti a quelli del nuovo collegio di Avigliana.

Sopra questo punto l'inchiesta ha constatato in modo positivo essere stato questo il mezzo principale ed efficacissimo del quale si valsero i fautori della candidatura Genero per far breccia sull'animo degli elettori. Confrontando i meriti di lui con quelli del suo competitore, essi ammettevano di buon conto essere l'uno e l'altro di principii liberali, devoti al Governo costituzionale, cui ambidue avevano resi importanti servigi, ed il Genero in ispecie ne aveva reso importantissimi in occasione di qualche prestito; ma conchiudevano sempre che a favor suo stava la conosciuta beneficenza; che molto egli aveva speso per i poveri in passato, e molto avrebbe speso in avvenire; laddove il suo competitore non aveva mai speso nulla, e, come si esprime uno dei testimoni, dei suoi denari non si conosceva ancora il colore.

Infatti, sette giorni prima dell'elezione, radunavasi in Avigliana un Comitato elettorale. Fra gl'intervenuti eravi Carlo Randaccio, impiegato nell'ufficio del catasto, il quale afferma che i patrocinatori della candidatura Genero dicevano doversi fra i due concorrenti scegliere colui che più ne dava, ed avere egli, più che il suo competitore, diritto ai loro suffragi.

Il marchese di San Tommaso si dichiara anch'egli promotore di quella elezione,

e di averla appoggiata affermando che il Genero era uomo ricco, benefico, che avrebbe fatto costruire fabbriche e favorito l'industria in quei luoghi.

Candido Boeris, altro impiegato nel catasto e presente a quella congrega, dice avere interrogato il medico Lanteri di Condove, che cosa avrebbe dato il Genero se lo avessero eletto, ed averne avuto in risposta che quando era deputato di Condove aveva speso 15,000 lire, e doversi tenere per certo che, ove riuscisse in Avigliana, avrebbe largito ai poveri 30,000 e più lire.

Vero è che il medico Lanteri, interrogato, disse non ricordare se abbia pronunciato colali parole, ma ammette di avere sempre eccitato gli altri a votare per il Genero, adducendo per titolo la di lui beneficenza.

Consta d'altronde per deposizione di Giovanni Battista Marra di Condove, avere il medico Lanteri detto anche a lui pochi giorni prima dell'elezione, che il cavaliere Genero, se usciva vincitore dalla lotta, avrebbe donato alla popolazione del collegio una somma doppia di quella già erogata nell'anno precedente.

Ed Agostino Miglia, consigliere comunale di Chiavrie, depose che pochi giorni prima della elezione il notaio Pezzana, segretario di quel municipio, disse a lui e ad altri consiglieri avere il cavaliere Genero promesso di spendere in favore dei comuni componenti il collegio lire 25,000, ove venisse eletto; motivo per cui invitavali a votare per questo candidato.

Ma è da ritenere che la deposizione di Miglia, contraddetta dal Pezzana, e dal signor Rocci, sindaco di Chiavrie, non ebbe l'appoggio di alcuna altra testimonianza.

Coloro che dall'inchiesta risultarono essersi adoperati a prò della candidatura in discorso, ed averla raccomandata col mezzo suespresso, furono dall'autorità procedente interrogati sopra tale circostanza di fatto.

Tra essi sono Valesano Giovanni, Montabone Camillo; Bruno D. Timoteo, il cavaliere Bellegarde, il marchese di San Tommaso, l'avvocato Piacenza, ed in genere una domanda apposita fu fatta a quasi tutti i testimoni scelti d'ufficio nelle persone credute imparziali.

E gli uni e gli altri protestarono essersi limitati ad esprimere ciò che loro dettava la propria convinzione, e la voce pubblica, ed i primi particolarmente negarono di aver mai ricevuto incarico alcuno dal Genero o da altri per lui di fare in nome suo promessa alcuna.

Per quante indagini siansi fatte, l'inchiesta non poté riuscire a raccogliere alcuna prova che questo candidato, dopo lo scioglimento della Camera elettiva, abbia fatto promessa di tal natura; molti ciò deposero per averlo udito vagamente vociferare; nissuno fu in grado di accennare alcun fatto positivo a questo riguardo; né alcun documento si poté ottenere; da cui quelle dicerie n'avessero conferma.

A questo proposito sarà anzi bene che la Camera sappia come rispondeva il signor Antonio Calcagno negoziante di Torino.

«Sul finire di gennaio, prima però dell'elezione del cavaliere Genero a deputato d'Avigliana, il Giovanni Vincenzo Valesano, di Sant'Ambrogio, esponendomi il bisogno di avere quattro mila lire circa a mutuo mediante ipoteca, mi pregò di volermi interessare per trovargli un mutuante; mi soggiunse ad un tempo che il cavaliere Genero sarebbe stato certamente in grado di rendergli un tale servigio, che però egli non lo conosceva e non osava quindi fargliene do

Ne tenni infatti parola col detto cavaliere pochi giorni dopo, ed avendo egli inteso che si trattava del Valesano, elettore in Sant'Ambrogio, mi rispose negativamente, aggiungendo che, ove avesse fatto tale mutuo, si sarebbe potuto sospettare che avesse con esso comprato il voto del Valesano. Replicai allora al Genero, se sarebbe stato disposto a rendere un tale servigio dopo l'elezione; al che rispose, che dopo l'elezione se ne sarebbe parlato, ma che frattanto prometteva nulla. Scrissi in questo senso al Valesano, e se questi ha potuto manifestare speranza di ottenere il favore desiderato, esso si appoggiava non tanto alle promesse che potesse aver fatto il Genero, il quale in realtà non ne ha fatta alcuna, ma alla fiducia ch'egli riponeva in me, avendomi già altre volte riconosciuto essere disposto a compiacerlo nella ricerca del danaro occorrentegli.»

Ma, se non consta che il cavaliere Genero, dopo che cessò di essere deputato del collegio di Condove, abbia offerto sussidi e largizioni, ove avesse avuto luogo la sua rielezione, fu invece stabilito ampiamente aver egli negli ultimi mesi della cessata Legislatura espressa la volontà sua di continuare, ed anzi di accrescere i suoi favori verso i comuni dai quali era stato eletto.

A parte quello che ebbi già l'onore di accennare alla Camera rispetto alla fabbrica di cotone ed all'asilo infantile, di cui sulla fine d'ottobre, o sul principio di novembre 1860, disse voler dotare il comune di Bussoleno, che allora faceva parte del collegio di Condove, si ha in prova di ciò una lettera che lo stesso cavaliere Genero scriveva nel 26 detto novembre all'avvocato Bruno, sindaco di Condove; essa ha tutta l'apparenza di una circolare, ed è bene che io ne dia testuale lettura.

«Stimatissimo signor avvocato Bruno, Preposto lei, signore, nella di lei qualità, e come sindaco e come benemerito cittadino, al maneggio della cosa pubblica pel comune di Condove, permetta che nello interesse di queste popolazioni, non come deputato, perché oggi il sono, domani non posso più esserlo, stante l'avvicendamento politico e le fasi delle nuove elezioni prossime, ma bensì come amico di questi paesi che prediligo assai, venga a pregarla di accennarmi nella possibilità delle informazioni:

«1° Quale quantità di semente bachi possa occorrere pel comune di Condove, e pel mandamento del medesimo, relativamente alla quantità di gelsi che vi sono;

«2° Quale quantità di zolfo occorrerà probabilmente per zolferare le viti e preservarle dalla crittogama, tanto pel comune di Condove, quanto pel mandamento.

«Oltre ciò, desiderando, nelle mie possibilità,promuovere il benessere di questi ottimi paesi, penso al modo di fondare, nei tre mandamenti di Almese, Condove, Bussoleno, asili infantili.

«Ma io ho bisogno esser secondato, e perciò mi appello alla di lei bontà e con lei a tutti indistintamente i signori elettori, e per mia parte procurerò di coadiuvare con tutte le mie forze.

«In attesa di gentile di lei risposta, le rinnovo i miei distinti saluti.

I capi di denunzia 6, 7, 8, 9, accennano tutti a regali che si dicono fatti dal Genero a varii elettori, ed a distribuzione di grano turco, semenza di bachi, e solfo per le vili, in favore delle classi inferiori.

In quanto ai regali, oltre a quello che ho qui sopra riferito

sullo spillone d'oro donato a Carlo Alais, l'inchiesta fornisce i seguenti risultati:

Ai primi dello scorso novembre, gli elettori di Bussoleno offrirono un pranzo al cavaliere Genero, loro deputato; egli lo accettò; e si valse di quella circostanza

per fare ai principali abitanti di detto comune molti donativi.

Regalò al giudice di Bussoleno uno spillone d'oro; al giudice di Condove bottoncini dello stesso metallo; al sindaco Leger Giuseppe una tabacchiera d'oro; al vicegiudice Ciro Giannone un busto in bronzo; e tabacchiere, spilloni, busti, e simili oggetti diede pure a parecchi altri cittadini.

Al suo arrivo i dilettanti filarmonici di quel paese lo accolsero a suon di musica, ed egli diede a ciascuno un berretto di uniforme.

Poco tempo prima di quel pranzo, ossia sulla fine di ottobre, donava un album al sindaco di Condove; due altri ne regalava all'avvocato Genta ed a Rocci Giovanni Battista, segretario del comune di Almese, ed inoltre una tabacchiera d'argento a Chiapusso Simone, sindaco di Bruzzolo; altra ad Emanuele Billia, segretario comunale e ad Augusto Casaletta, elettore di Sant'Antonino, e finalmente un calamaio di zinco al segretario del municipio di Villarfochiardo.

Precedentemente, e sin dal mese di marzo 1860, aveva donato uno spillone d'oro ad Antonio Ganglio, segretario comunale di Sant'Ambrogio, e sulla fine del successivo giugno due vasi del valore di lire 50, al notaio Pezzana, segretario di parecchi comuni del mandamento di Condove.

Constatate egualmente veggonsi le largizioni di danaro e di derrate in favor dei poveri dei mentovati mandamenti di Condove, Almese e Bussoleno. Esse seguirono porzione in del 1860, porzione sulla fine del successivo ottobre, ed ammontarono in complesso a lire 2,680 circa in moneta, 120 oncie di semenza di bachi da seta, 140 emine di grano turco e 24 medaglie per le scuole, oltre ad una piccola somma da impiegarsi per provvedere carta e libri agli allievi più bisognosi.

Dopo il mese di ottobre non consta che altri doni siano stati fatti a nome del dello cavaliere; e sebbene sulla fine di dicembre o sui primi di gennaio siavi stata altra distribuzione di meliga, pure è da ritenere, come ho già osservato, che essa era un residuo di quella maggior quantità spedita sui luoghi sin dall'ottobre antecedente.

L'instruttore dell'inchiesta procedette alle più minute indagini per accertare il vero scopo, sia dei donativi agl'individui, sia delle sovvenzioni alle masse meno agiate. L'esito fu quello che poteva ottenersi, considerata la natura intrinseca dei fatti e ha diversa tendenza delle persone chiamate ad accertarli.

Se si domanda ai fautori della candidatura Genero, essi rispondono in coro che le sue larghezze a pro dei poveri, fatte quando egli era e doveva continuare per quattro anni ancora ad essere deputato del collegio di Condove, furono determinate unicamente dalla carità verso la classe povera, la quale, non ammessa ad esercitare il dritto elettorale, non poteva essere oggetto di corruzione; e che i regali distribuiti agl'individui furono semplici di cortesia e di gratitudine per le dimostrazioni di stima e di alletto accordate dagli elettori al loro deputato.

A questo proposito il segretario Ganglio, mentre ammetteva d'aver ricevuto dal Genero lo spillone d'oro di cui ho di sovra parlato, affermava bensì avere dal canto suo presentato il donatore di selvaggina; e che questo regalo, avvenuto 1860, non poteva avere per iscopo d'influire sul voto suo, dappoiché egli era elettore ad Avigliana, e questo

639 - TORNATA DEL 22

Per Io contrario, quando l'instruttore s'incontrava con persone aderenti al contrario partito, udivasi ad una voce rispondere che, se il cavaliere Genero distribuì i suoi regali alle persone più influenti del collegio; se fece opere di beneficenza a favore esclusivo dei comuni che lo avevano nell'anno precedente eletto a loro rappresentante; se, per farle, nella più gran parte scelse un tempo in cui, se la Camera non era ancora sciolta, era però agevole il prevederne lo scioglimento immancabile e prossimo, ciò fece coll'unico scopo di assicurare la sua rielezione, mediante quei donativi e quelle larghezze.

Alla saviezza vostra, o signori, è riservato il giudizio sovrano in mezzo all'urto delle due opposte opinioni.

Mi tocca ora di riferire sulle denuncie, di cui ai capi 10 e il, coi quali imputavasi al cavaliere Genero di avere, prima di sua elezione, promesso al comune di Almese la costruzione di un ponte sulla Dora e l'arginamento di quel fiume lungo il territorio di Chiavria e Novaretto.

Sopra questi fatti nissuna prova ha potuto raccogliere l'autorità procedente. I testimoni somministrati furono tutti diligentemente escussi, ma nissuno fu in grado di accennare un fatto od una circostanza qualunque che valesse ad appoggiare i fatti medesimi. Anzi la maggior parte di essi testimoni dichiara non avere mai inteso neppur parlare, e pochissimi soltanto accennano a qualche diceria vaga ed incerta.

Denuncia vasi nel capo 13 una promessa solenne fatta dal cavaliere Genero poco tempo prima delle elezioni, di donare alla chiesa parrocchiale del comune di Borgone, altro dei componenti il collegio d'Avigliana, un nuovo baldacchino.

Questo fatto non ha neppur esso alcun fondamento, e l'inchiesta pose in chiaro l'origine prima della voce corsa in proposito.

La sera del 97 gennaio, in una vettura della ferrovia di Susa, discorrevasi della elezione avvenuta in quel giorno nel collegio d'Avigliana. Tra i viaggiatori erano il chirurgo Camillo Teppati di Borgone, ed il prete Giovanni Battista Berto! o, parroco in Nocchia, del quale mi occorrerà in appresso di parlare più di proposito. Questo parroco, che era del partito contrario al Genero, volse al Teppati un'interrogazione suggestiva sui benefizi che il comune di Borgone avrebbe avuto diritto di attendersi dal nuovo deputato; ed il Teppati rispondevagli che in fatti la parrocchia attendeva il baldacchino promesso, perché vecchio e logoro era quello del quale si servivano. Come era naturale, il prete Bertolo raccolse quelle parole, le riferì tosto agli altri del suo partilo, e ciò bastò per dare vita all'accusa di corruzione.

Ma il chirurgo Teppati, pur ammettendo il colloquio suespresso e le parole a lui attribuite, protesta di averle proferite per ischerzo, ignorando egli affatto se la parrocchia di Borgone fosse o non provveduta di un baldacchino.

Del resto, molti altri testimoni furono a questo proposito esaminali, e tutti sono concordi nello affermare che nuova affatto era per loro la notizia di somigliante promessa, e tantomeno la credevano vera, quanto più loro constava che la parrocchia di Borgone si era già precedentemente provveduta del baldacchino di cui abbisognava.

Come prova di corruzione denunciavansi nel capo 13 le visite pochi giorni prima delle elezioni fatte dal Genero ai principali elettori del collegio, l'inscrizione litografata delle cartelle: Presidente della Cassa di Sconto e del Banco sete, e la voce corsa che in tal circostanza avesse speso somme egregie per comprare i voti.

È certo che il 22 e 24 gennaio egli si recò nelle principali comuni del collegio d'Avigliana, come Almese, Condove, Sant'Ambrogio, Avigliana e Giaveno. Andò pure alla Chiusa di San Michele, dove, in occasione delle k0 ore, trovò molto opportunamente riuniti da quindici sacerdoti accorsi dalle chiese vicine; nelle diverse comuni percorse egli fece visita alle persone più distinte ed in ispecie ai parroci e sindaci, ed anche a quelli che gli riusciva di trovare lasciava la sua cartella di visita. Invocava la fiducia di ciascuno, dichiarava di avere esclusivamente adottato la candidatura d'Avigliana, rinunciando all'altra di Susa, nel qual collegio concorreva contemporaneamente nei giorni anteriori. Quest'ultima circostanza fu ampiamente stabilita, ed infatti ebbe anche in Susa, e specialmente nella sezione di Bussoleno, moltissimi voli, non ostante la dichiarata rinuncia.

A parie dei molli testimoni sopra questo capo esaminali, le lettere stesse del cavaliere Genero, presentate all'ufficio procedente dal marchese di San Tommaso, provano pienamente la preaccennata escursione elettorale e gli sforzi vivissimi da lui fatti per riescire eletto.

Abbiamo già udito dal teologo Arduino, parroco di Giaveno, come a lui si recasse il 24 gennaio, volesse essere da lui accompagnato nella visita a quell'asilo infantile; ma non avere in quella circostanza detto parola che accennasse a promessa neppur di sussidio a quel pio stabilimento. Ciò malgrado, saputasi appena quella visita, si sparse subito in Giaveno la voce che lo avrebbe dotato di lire 10,000. In appresso recavasi alla casa comunale e lasciava cartelle di visita per ciascuno; andava indi nelle principali botteghe di negozianti e di farmacisti, ed a tutti si raccomandava; ma non si ottenne traccia alcuna che egli abbia versato danari, dato regali, fattane almeno promessa, od usato altri mezzi di corruzione. Vero è che corse voce di brogli di tal genere usati da lui o dai suoi aderenti; ma, per quanto siasi investigato, queste voci non ebbero l'appoggio di alcun fatto positivo. Allo stesso modo, subito dopo quella escursione, si parlò di strade comunali che il signor Genero avrebbe fatto costrurre, di rotaie e di fanali per l'illuminazione pubblica, e di altre opere che si dicevano da lui promesse; ma le indagini fatte a tal riguardo ridussero le cose alla misura di semplici vociferazioni.

La Camera ha in altra occasione udilo il contenuto nella lettera che fu presentala da Giacomo Valetli. Essa, come la Camera sa, fu scritta dal nostro onorevole collega marchese Gustavo di Cavour al cavaliere Genero, ed ha la data del 26 gennaio. Il Genero comunicavala al Valetti, e questi nel mattino del 27 ne dava lettura in Giaveno a quel segretario comunale Candido Moda ed a più altri elettori.

Non risultò dall'inchiesta che il signor conte Di Cavour, presidente del Consiglio, abbia scritto lettera alcuna in proposito di tale elezione. Risulta bensì che tanto il predetto signor Moda, quanto gli altri che videro quella lettera, o udirono parlarne, erano nella persuasione che essa pervenisse dal signor presidente del Gabinetto, ed a lui fu attribuita dalla voce generale. I testimoni escussi dicono inoltre che tal voce fu in certo modo accreditata anche dal fatto dello stesso Valetti, il quale, parlando di quella lettera, la diceva del signor Di Cavour, senz'altra più precisa indicazione.

Che cosa quel foglio contenesse, stimo opportuno di ricordarlo alla Camera, ond'ella ne vegga la intrinseca importanza nel rispetto del carico

che vorrebbe darsi al cavaliere Genero per l'uso da lui fattone. Esiste a pagina 71 del resoconto 6 marzo, numero 21; è firmata G. Di Cavour, (Bisbigli)

«Caro signore,

«Ricevo il di lei foglio di questa mattina, e conservo le speranze di cui le parlai ieri. So che il Ministero non ha deviato dalla determinazione di neutralità che gli venne imposta dalle circostanze. Ma il generale Dabormida, come privato, è libero di agire, ed egli spalleggia vivamente Carutti. Può essere ed anche sembrami molto probabile che qualche impiegato subalterno abbia ritenuto il generale come persona ufficiale anche in materia d'elezione; ma si può ricisamente asserire a tutti che il generale Dabormida, come elettore, non ha nissunissima veste governativa.

«Mi riconfermo,» ecc.

Assai più grave era il fatto che nel capo 15 imputavasi al cavaliere Genero ed ai propugnatori della di lui candidatura. Esso si riferiva a quel sacerdote Bertolo, parroco di Mocchia, che vedemmo più sopra riportare il colloquio, tenuto nel di delle elezioni in una vettura della ferrovia di Susa, col chirurgo Teppati, a proposito del nuovo baldacchino che volevasi promesso alla parrocchia di Borgone.

Sulla fine di dicembre 1860, e dietro querela del predetto D. Bertolo, si instituiva un processo d'ingiuria contro alcuni popolani di Mocchia. La causa fu portata all'udienza del tribunale di Susa, il quale assolveva i querelati, principalmente in vista delle deposizioni dei testi difensivi. (Susurri)

Sdegnato D. Bertolo per questo risultato, pretendevasi che nell'11 successivo gennaio avesse in luogo pubblico proferito ingiurie contro i testimoni difensivi suddetti, trattandoli da mentitori contro la religione del giuramento. Giovanni Gagnon, altro di costoro, sporgeva due giorni dopo querela per diffamazione contro D. Bertolo.

Lungi che negli siasi trovato indizio, è escluso persino il sospetto che costui sia stato spinto a querelarsi o da passione politica o da eccitamenti altrui, ma è provato che, appena iniziatosi questo processo contro don Bertolo, conosciuto avversario caldissimo della candidatura Genero, i fautori di questo se ne prevalsero per forzarlo a desistere da ogni propaganda in contrario e ad unirsi al loro partito. Qui, invece delle parole del don Bertolo, è bene lo attendere le deposizioni dei testimoni escussi sopra questi fatti; essi pervennero a notizia di monsignor vescovo di Susa, il quale, volendo sopire qualunque pubblicità, interponeva i suoi buoni uffici onde ottenere che il Gagnor recedesse dalla sporta querela, all'uopo rivolgevasi al sacerdote don Antonio Martina, e questi al medico Gian Battista Lanteri di Condove, il quale aveva grande ascendente sul Gagnor, ed avrebbe potuto facilmente indurlo a desistere.

Non è già che il Lanteri rifiutasse di assumere le parti di paciere; ma, partigiano egli del Genero, e sapendo avverso alla di lui candidatura il don Bertolo, rispondeva sarebbesi interposto allora solamente quando questi avesse promesso di astenersi da ogni propaganda in favore del commendatore Carutti, e di aderire a votare per il Genero. Dichiarava pure che, in ogni caso, il recesso del Gagnor non sarebbesi fatto se non dopo compiute le eiezioni, giacché volevasi anzitutto riconoscere se don Bertolo accettava la proposta, e manteneva la parola.

A questo colloquio era pur presente il giudice di Condove, e taluno anzi pretende che, essendo anch'egli partigiano del Genero, siasi unito al Lanteri in quella proposta, la quale, lungi che fosse dal don Bertolo accettata,

continuò anzi egli con tutta l'energia a far proseliti in favore della opposta candidatura.

La mattina stessa in cui ebbe luogo l'elezione, il medico Lanteri, che stava sempre sull'avviso per riconoscere se don Bertolo avesse mutato colore, imbattutosi in Condove col veterinario Lorenzo Col di Mocchia, gli chiese se costui sarebbe andato a votare, aggiungendo che, se non andava, vi sarebbe stato del caldo per lui, ed accennando così in modo espresso alla causa vertente; anche queste minaccie riuscirono vane.

Il tribunale di Susa, con sentenza del 7 febbraio, assolvette don Bertolo per difetto di prove, quantunque niun recesso siasi fatto dal querelante Gagnor, il quale dichiarò non aver mai fatta al giudice instanza in questo senso, anzi non aver mai avuto intenzione di farne.

Oltre ai fatti formolati nei quindici capi d'accusa, dei quali sono venuto sin qui riferendo le risultanze, un altro ne emerse durante l'inchiesta, e l'autorità procedente si occupò anche del suo appuramento. (Rumori nelle gallerie e nella Camera)

PRESIDENTE. Prego la Camera di far silenzio.

POLSINELLI. È troppo lunga; la lettura si può prescindere.

SERRA F. M., relatore. Io l'ho fatto presente alla Camera; ma hanno deliberato che fosse letta. (Si ode un lieve fischio dalla galleria pubblica)

MALMUSI. Si fischiò dalle tribune; è già la seconda volta. Ciò non si può tollerare!

DI CAVOUR C. Faccio formale istanza che si facciano sgombrare le tribune, nelle quali si è commesso questo atto sconvenevole. Ciò credo opportuno per tutelare il decoro della Camera e la dignità della rappresentanza nazionale.

Voci. Sì, si facciano sgombrare! (Movimenti)

PRESIDENTE. Secondo il regolamento, quando nelle tribune succede qualche atto che turba l'ordine, il presidente, prima di tutto, ha l'obbligo di avvertire coloro che sopravvegliano alle tribune, che facciano immediatamente uscire quell'individuo o quegli individui i quali avessero commesso l'alto riprovevole. Se mai non si conosce la persona o le persone da cui venne cagionato il disordine, il presidente dee ordinare che sia sgrombrata tutta la sezione o la tribuna nella quale il disordine è avvenuto.

Tale è il prescritto del regolamento.

Parecchi deputati hanno indicato, e i signori questori hanno accertato, che il disordine è venuto dalla tribuna pubblica, e che non se ne conoscono gli autori diretti.

(Rivolgendosi alla tribuna pubblica) Invito adunque tutti coloro che stanno nella tribuna pubblica a sgombrare immediatamente dalla medesima.

(Segue lo sgombero della tribuna pubblica e la sospensione della seduta per un quarto d'ora)

Leggo ora l'articolo 4° del regolamento:

«La sezione o le sezioni fatte sgombrare rimarranno vuote durante tutto il resto della seduta.

Saranno tuttavia ammessi coloro che si presenteranno muniti di regolare biglietto d'entrata.

Il signor relatore è pregato di continuare la sua relazione.

Serra p. H, relatore. L'avvocato Albano, delegato di sicurezza pubblica ad Avigliana, rispondeva nei seguenti termini:

È mia convinzione che la candidatura del cavaliere Genero abbia trionfato in grazia di mezzi di corruzione, ed anche di minaccie fatte a pubblici funzionari; a questo riguardo narrerò i fatti seguenti:

TORNATA DEL 22

Pochi giorni prima dell'elezione incontrai in Avigliana il segretario di Sant'Ambrogio, Ganglio, ed essendo caduto il discorso sull'elezione medesima, mi disse che in Sant'Ambrogio gli elettori erano disposti quasi tutti a votare pel cavaliere Genero, perché avevano sentito l'odor della meliga; con quali parole io credo volesse accennare al regalo di simile derrata, fatto l'anno scorso agli elettori del collegio di Condove, ed alla speranza, che potessero nutrire anche quelli di Sant'Ambrogio, di eguale largizione.

11 24 gennaio ultimo io ebbi occasione di parlare coll'attuale sindaco d'Avigliana, il quale mi dichiarò espressamente di essere disposto a votare pel commendatore Camiti, ed a consigliare altri a dare il voto nello stesso senso. Queste dichiarazioni mi vennero fatte più volte dal detto sindaco, e credo che l'ultima volta sia appunto quella da me indicata del 24 gennaio, non potendo però con certezza accertare quest'ultima data. La sera del 25 gennaio il cavaliere Genero si trovò in Avigliana a cenare col sindaco, da lui invitato in un albergo di questo luogo, tenuto da un tale Ferretti; che cosa possa aver detto il cavaliere Genero al sindaco, per indurlo a cambiare d'opinione, non lo so; fatto sta però che il domani il sindaco si mostrava già pubblicamente disposto a dare a lui il suo voto. Conoscendo però il sindaco per uomo assai debole, io dubito che tale cangiamento sia stato l'effetto o della corruzione o d'intimidamenlo. Infatti la stessa

sera dell'elezione, avendo avuto un abboccamento col marchese di San Tommaso, ed essendo caduto il discorso sul voto dato dal sindaco, il marchese mi ha detto che, se quel funzionario non avesse votato pel Genero, sarebbe stato, entro l'indomani, rimosso dalla carica di sindaco. Queste parole del marchese furono quelle che m'indussero a sospettare, come ho detto di sopra, che il sindaco abbia cangiato tutto ad un tratto d'avviso perseguita intimidazione, laddove, se ciò non avessi udito, avrei creduto piuttosto ad altre corruttrici influenze.

Aggiungerò che nella stessa circostanza il marchese di San Tommaso, per dimostrarmi appunto il pericolo che avrebbe corso il sindaco di essere rimosso, m'addusse l'esempio del teologo Pogolotti, al cui riguardo mi assicurò che,: avendo il detto sacerdote votato pel Carutti, avrebbe immediatamente ricevuto lettera di dimissione dal posto di maestro elementare. né questa era una vana minaccia, perché io so che questa lettera il Pogolotti l'ha pochi giorni dopo ricevuta.»

Il marchese di San Tommaso, interrogato sopra questi fatti, niegò recisamente d'aver parlalo coll'Albano di rimozione del sindaco, e non ricordare se in quella occasione abbia neppure fatto cenno del Pogolotti.

A riguardo di quest'ultimo aggiunge che il Consiglio comunale sin dal 20 gennaio aveva deliberato gli fosse scritta a nome suo una nota di biasimo, e questa circostanza vediamo risultare dal contesto della lettera medesima.

Non dissimulò bensì lo stesso marchese che il sindaco, dopo d'aver per nove giorni ritardalo a dar corso a quell'ordinato del Consiglio, si affrettò a compiere il dover suo tosto seguita l'elezione; ciò può aver fallo mosso da sdegno per la condotta violenta ed impegnosa tenuta dal Pogolotti in quella circostanza medesima.

Che poi quella lettera non contenesse la di lui dismessione dal servizio comunale, ma un semplice biasimo per difetto di zelo nell'adempimento dei propri doveri, ciò risalta dalla lettera medesima, la quale fu dal Pogolotti esibita all'instruttore suddetto, e inserita negli :

«Il sottoscritto deve con suo rincrescimento partecipare al signor teologo Pogolotti. maestro, essersi il Consiglio comunale, già fin dalla seduta del 20 corrente, lagnalo collo scrivente: 1° perché il prefato signor maestro, senza partecipazione alcuna, si faccia supplire nel fare la scuola ad esso affidata; 2° perché non osservò l'orario prescritto dal regolamento, e dal signor ispettore raccomandato. Chi scrive, si persuade vorrà il sullodato signor maestro per l'avvenire meglio uniformarsi ad ogni prescrizione, ed all'osservanza specialmente del disposto dall'articolo 86 del regolamento annesso al decreto 15 settembre 1860.

Il sindaco, CRAVOTTA.

Di questo biasimo lagnossi il Pogolotti coll'intendente di Susa, il quale sembra che abbia riconosciuti giusti i di lui richiami, dappoiché eccitò il sindaco a recarsi in casa di costui, ed assicurarlo che del biasimo direttogli non sarebbe rimasta traccia negli archivi del comune.

A complemento di questo mio rapporto, debbo dire che l'autorità procedente pose ogni sua sollecitudine nello investigare quale fosse fra le popolazioni che compongono attualmente il collegio di Avigliana l'opinione pubblica in ordine alla elezione di cui si tratta, ma, in mezzo al fuoco delle passioni ed all'urlo dei partiti, gli fu impossibile lo imbattersi in uomini disinteressati ed imparziali.

Qui finisce questa relazione.

Siccome la Camera ha deliberalo che sia stampala la relazione giudiziaria e quella del relatore dell'ufficio prima che si porli in discussione la presente materia, dichiaro che esporrò poi le conclusioni dell'ufficio il giorno della discussione.

DI CAVOUR C. Non è ancora stata deliberata la stampa; la questione è aperta.

Faccio questa riserva, parendomi che sarebbe bene che il relatore comunicasse alla Camera le conclusioni dell'ufficio II.

PRESIDENTE. Se non vi sono opposizioni, inviterei il relatore a riferire anche le conclusioni dell'ufficiò su questa relazione d'inchiesta.

SERRA F.M., relatore. Pervenuto a questo punto, io passo, o signori, ad esporvi le conclusioni dell'uffizio II. Esse sono per la convalidazione dell'elezione di cui si tratta, e si appoggiano alle considerazioni seguenti.

Il broglio elettorale è un reato che ha anch'esso gli essenziali suoi estremi. La Camera sa che per costituirlo debb'esservi un corruttore, un corrotto ed il mezzo adoperato per la corruzione.

Dal risultato dell'inchiesta, l'ufficio non ha raccolto alcuna prova conchiudente che il cavaliere Genero abbia per sé o per interposta persona cercato di corrompere, trovato chi corrompere, e corrotto in effetto alcuno degli elettori del collegio d'Avigliana che lo mandava suo rappresentante a questa Camera.

L'ufficio riconobbe che il cavaliere Genero, riuscito una volta deputato di Condove, cercò di assicurarsi la nuova rielezione nel collegio d'Avigliana. Egli fece in sostanza ciò che in principio generale non è vietalo ad alcuno, che non costituisce un'azione contraria alla legge, salvoché sia estrinsecata con fatti e con mezzi illeciti, disonesti, dalla medesima riprovali. Nissuno di questi mezzi gli parve essere stato adoperato dal cavaliere Genero, né da altri per conio suo; nissun fatto di tal natura gli sembrò verificalo nell'inchiesta a carico di lui.

L'ufficio non si trattenne, né crede si tratterrà la Camera su i fatti denunciati nei capi 2, 6, 7, 8, 9, 15. I regali fatti agli amici del collegio di Condove, che offrivano pranzi e facevano altre dimostrazioni di simpatia al loro deputato,

avvennero molto prima dello scioglimento della Camera, e sia per la intrinseca importanza loro, sia per la qualità della persona che li faceva, e di quelle cui eran fatte, non possono vestire altro carattere, salvo quello della cortesia reciproca ed innocente.

Anche meno poteva l'ufficio togliere ad argomento di tentata corruzione le escursioni elettorali del cavaliere Genero per le diverse comuni del nuovo collegio, e le cartelle di visita distribuite in occasione di esse, né le lettere scritte a parecchi elettori, e nelle quali contenevasi una specie di programma, in appoggio delle contemporanee sollecitazioni di favorevole suffragio. Sono troppo note le consuetudini vigenti in proposito presso altre nazioni più di noi avanzate nella vita costituzionale, perché mi dispensi dallo invocarle a giustificazione dell'operato del cavaliere Genero.

Come l'attenzione della Camera prima dell'inchiesta, così l'esame dell'ufficio dopo di essa si fissò invece sugli altri più essenziali e gravi fatti, che l'inchiesta ebbe cura di appurare, e che io andrò brevemente riassumendo.

Tale è il fatto denunziato nel capo 1°. Rispetto ad esso, se si crede a Francesco Pessiardi, Camillo Pasquale avrebbegli offerto denaro purché votasse a favore del Genero e facesse proseliti per lui; ma Pasquale niega ciò recisamente, ed appoggiala negativa sua a che nissuno gli aveva dato incarico di fare somiglianti offerte, ed a che il cavaliere Genero ignorava persino la sua intromessione, anche in senso lecito ed onesto. Vero è che Pessiardi, o nel giorno medesimo del suo colloquio col Pasquale, o nei successivi, riferì tale circostanza a parecchi testimoni; ma sta sempre vero che anch'essi sono quasi tutti dei contrario partito, e che il detto loro non immuta sostanzialmente lo stato delle cose, né accresce forza alla contraddetta asserzione di costui.

Gran senso fece alla Camera, e con ragione, come lo fece all'ufficio, il fatto denunziato nel capo 5°, e la lettera della quale il teologo Arduino rilasciava ad uso degli elettori protestanti una copia senza sottoscrizione. Ora sappiamo, mercé l'inchiesta, che quel foglio fu diretto al teologo Arduino dal cavaliere Federico di Bellegarde. Per verità l'ufficio non ricevette una impressione molto favorevole al teologo Arduino dall'abuso che egli fece di questa lettera privata. Si può essere avversari politici, senza spingere le cose sino al punto di violare la confidenza in noi riposta.

Checché di ciò sia, il senso genuino delle espressioni adoperate in quel foglio confidenziale, è nettamente dilucidato da chi lo scrisse e dall'avvocato Piacenza. Ambi affermano che il cavaliere Genero fu del tutto estraneo a quel fatto ed a quella specie di affidamento di future e più larghe sovvenzioni. Argomentando dalla di lui dovizia e dalla inclinazione sua a farne buon uso, essi erano convinti che sarebbesi mantenuto coerente ai precedenti suoi, e credettero di favorire la causa di quelle povere valli, appoggiando la candidatura del loro amico.

Ma quando vediamo il canonico Arduino, propalatore di quella lettera privata, dichiarare nelle sue giudiziali risposte che il Genero, recatosi a visitarlo, nulla disse a lui che accennasse a promessa o ad affidamento di sorta per sovvenzioni alla chiesa, od all'asilo, o ad altri, l'ufficio non può apprezzare altrimenti le risultanze dell'inchiesta in tal parte, salvo conchiudendo che, se il cavaliere di Bellegarde, scrivendo a persona che pur sapeva essere del partito contrario, avanzò ultroneamente ed inconsideratamente un affidamento, una promessa, lo stesso Genero, abboccandosi posteriormente colla persona medesima, lungi che l'abbia ripetuta e confermala, la smentì anzi col suo contegno e col suo silenzio.

Alla Camera non possono essere sfuggile le risultanze da me esposte in ordine al fatto denunciato nel capo 5°, le quali, per avviso dell'ufficio, si compendiano nella seguente formola.

Il cavaliere Genero è ricchissimo. Sendo deputato di Condove, fece molto bene ai poveri di quelle valli. Riescendo deputato di Avigliana, ne avrebbe fatto anche di più. Questa era opinione universale autorizzata dai di lui precedenti. Molti, senza suo intervento, Io raccomandavano al voto degli elettori, più per questo che per qualunque altro titolo.

In questo fatto vi saranno gli estremi del broglio elettorale? L'uffizio fu di parere negativo per le ragioni seguenti. L'opinione pubblica in tal senso si era formata da sè stessa, e molto prima delle nuove elezioni si era formata all'appoggio di molti di beneficenza che allora non potevano ragionevolmente qualificarsi neppur come sospetti, e che nessuno vorrà certamente censurare. Qualunque dichiarazione del cavaliere Genero, anche in tempo prossimo alle elezioni nuove, lungi che possa spiegarsi in senso di tendenza a corrompere gli elettori, enunciava il proposito di far bene ai poveri che non potevano votare per lui, ed era accompagnata da altra dichiarazione che ciò non faceva come deputato presente o futuro.

Infatti, o signori, quando si tratta di far servizio a qualche elettore, noi lo vediamo disingannare nel banchetto elettorale dei primi di novembre Carlo Alais delle speranze concepite di vendergli la casa per uso della futura fabbrica di cotoni; come quando il negoziante Calcagno, amico suo, lo sollecitava a mutuare una somma a Vallesano, suo partigiano conosciuto, egli rispose con parole così recise e negative, da somministrare la più chiara prova della ripugnanza dell'animo suo da qualunque atto che potesse sospettarsi diretto alla corruzione che gli si volle imputare.

Altro gravissimo fatto era denunciato nel capo 13. Ma la Camera ritiene che il risultato dell'inchiesta non rispose alle asserzioni dei protestanti, e porga anzi, se pur ve ne fosse il bisogno, nuova prova del come in siffatte gare di partilo politico l'immaginazione si spinga spesso al punto di dar corpo anche alle ombre.

All'udire l'avvocato Albano che, come delegato di sicurezza pubblica, poteva ritenersi come sicuro di quello che asseriva, ciascuno avrebbe conchiuso che intimidazioni furono usate coi sindaci, coi maestri elementari, col prete Bertolo querelalo in giudizio. Ma se si attendono gli altri testimoni, essi vi dicono che nessuno udì parlare di rimozione di sindaci; l'affare relativo al prete Pogolotti, maestro elementare, era semplicissimo: il biasimo,scrittogli due giorni dopo le elezioni, era votato dal Consiglio comunale sette giorni prima, e nulla aveva di comune coll'elezione del cavaliere Genero; e per quanto al prete Bertolo ed alla querela del Gagnor le cose si passarono altrimenti che nel modo in cui furono esposte. A sporgere quella querela costui non fu spinto da passione politica, né da favore pel cavaliere Genero. Egli non ricedétte, perché non ebbe mai intenzione di ricevere; ed il prete Bertolo continuò a far propaganda contro Genero, e fu assolto dal tribunale, malgrado il non intervenuto recesso dalla querela.

Questi erano i falli più gravi sui quali aggirossi l'inchiesta e fissossi l'esame dell'ufficio. Restano gli altri, ossia quelli contemplati nei capi U,10, il,12, la, rispetto ai quali l'ufficio, lungi che abbia rinvenuto prove ed elementi di consumata o tentata corruzione, ebbe anzi a confermarsi nel convincimento che la passione politica è di tutte la più cieca e la più violenta.

La Camera ha udito che, mentre il parroco di Mompeliato

TORNATA DEL 22

E per rispetto ai fatti denunciati ai capi 10 e il, ossia a quelle costruzioni di ponti, a quelle opere di arginamento della Dora, che altra volta eccitarono la sua ilarità, i testimoni esaminati abbiano risposto concordi di non averne neppure inteso a parlare.

Io non dirò della promessa di un nuovo baldacchino per la parrocchia di Borgone, di cui al capo 13, giacché le risultanze relative non portano ad altra conclusione, salvo a quella che il chirurgo Teppati mistificò il prete Bertolo, parroco di inocchia, avversario conosciuto della candidatura Genero.

Né per rispetto alla lettera scritta al cavaliere Genero dal nostro egregio collega Gustavo Di Cavour, l'ufficio, a nome del quale ho l'onore di parlare, poteva formarsi un concetto diverso da quello che la Camera intiera mostrò già di averne formato al cospetto dei nobili sensi che vi si esprimono, e delle analoghe spiegazioni allora datene dal suo autore.

Egli è, o signori, in forza di queste considerazioni tutte che l'uffizio mi ha dato incarico di proporvi la convalidazione della nomina del cavaliere Felice Genero a deputato del collegio di Avigliana.

PRESIDENTE. Il deputato Carutti insiste nella sua proposta che sia data alle stampe la relazione del procuratore generale del Re?

CARUTTI. Insisto, e rinnovo la proposta dell'onorevole marchese di Cavour, perché la discussione abbia luogo giovedì.

DI MORA. L'onorevole Carutti ha fatto osservare giustamente che il collegio di Avigliana è da molto tempo privo di deputato, e che sarebbe bene che cessasse questa condizione anormale o colla convalidazione o coll'annullamento della elezione del deputato Genero.

Ora, dopo la chiara e lunga esposizione fattaci dall'onorevole relatore sullo stato della elezione, a me sembra, massimamente per la considerazione che è stata depositata la relazione d'inchiesta, non so per quanti giorni, nella Segreteria della Camera, a me sembra, dico, che si possa immediatamente intraprendere la discussione di questa elezione, e venire ad una votazione.

Per conseguenza pregherei il signor presidente a mettere in votazione se si debba ancora sospendere la discussione, o se si possa tosto venire ai voti.

PRESIDENTE. La parola spetta al deputato Cavour Gustavo.

DI CAVOUR C. Io aveva proposto giovedì, come emendamento alla mozione del deputato Carutti, che voleva rimandare ad otto giorni questa discussione.

Siccome io aveva fatto questa proposta semplicemente come emendamento e per sola conciliazione, ora, dopo quanto venne poi detto, io mi associo alla proposta dell'onorevole Rorà.

Casotti. Prego la Camera di concedermi di fare una dichiarazione semplicemente personale.

La Camera non ignora che io era competitore del deputato eletto dal collegio di Avigliana. Ora nella prima relazione, che diede poi luogo all'inchiesta, l'egregio deputato Conforti, il quale godo di vedere qui presente, pronunziò una parola, che produsse in me una sfavorevole impressione, ed a cui desidero di poter rispondere.

Egli disse che l'impressione venutagli dalla lettura delle denunzie sporte alla Camera induceva nell'animo suo la credenza che fossero la conseguenza del dispetto per il cattivo successo della battaglia.

Ora, o signori, chi aveva avuto il cattivo successo? chi era stato il vinto? Il vinto era stato io. Ebbene, io credo mio dovere di dichiarare alla Camera che sono rimasto interamente estraneo a tutto quanto si è fatto dal giorno dell'elezione tosino al giorno in cui venne presentata alla Camera la protesta sopra la quale si è ordinata l'inchiesta.

Dichiaro altamente che quella protesta sporta alla Camera mi fu comunicata solamente il giorno stesso in cui essa venne consegnata all'ufficio di Presidenza.

Facendo questa dichiarazione, rinnovo la domanda della pubblicazione della relazione giudiziaria, affinché risulti evidentemente se vi sia stato alcun fatto in cui io abbia preso alcuna parte, anche indiretta.

Credo poi che la dignità della Camera richieda che la relazione predetta sia fatta di pubblica ragione, perché ciascun deputato possa prenderne conoscenza, e non si dica che la Camera, dopo di avere ordinato solennemente l'inchiesta, non volle che il risultato di questa le fosse posto sotto gli occhi prima di prendere una definitiva deliberazione. Lo richiede, ripeto, la dignità della Camera; lo richiede, concedetemi che lo dica, la dignità mia e quella stessa del deputato eletto. Imperciocché egli deve desiderare, più d'ogni altro, che la sua innocenza in questa contesa elettorale si renda manifesta per mezzo di un documento cosi autorevole.

Insisto adunque formalmente perché la relazione del procuratore generale del Re sia fatta di pubblica ragione, e distribuita ai deputati, e che la discussione sia posta all'ordine del giorno di giovedì.

Dichiaro intanto fin d'ora che in quel giorno mi asterrò dal votare, perché non potrei forse esser giudice imparziale; e soggiungo che probabilmente non prenderò parte alla discussione, se non nel caso in cui vi fossi chiamato da qualche fatto personale.

PRESIDENTE. Il relatore ha la parola.

CONFORTI. Domando la parola per un fatto personale.

PRESIDENTE. Il relatore cede la parola al deputato Conforti.

CONFORTI. L'onorevole Carutti ebbe una sfavorevole impressione, allorquando lesse il verbale della discussione riguardante l'elezione del deputato Genero. Riferendo intorno a quell'elezione, io dissi che le accuse lanciate contro il deputato Genero potevano essere in gran parte attribuite ai rancori che ingenera il cattivo successo.

In verità io non so come l'onorevole deputato Carutti, il quale ha tanta intelligenza, abbia potuto interpretare quelle espressioni come a lui offensive. Io non ebbi, e non potei avere alcuna intenzione di offendere un uomo che tengo in grande stima pel suo merito come scrittore e come cittadino. Senza che, io ho costantemente serbato di lui grata memoria e sensi di gratitudine per le gentili maniere e per le cortesie che mi usò in varie occasioni, allorquando io era esule a Torino.

Spiegherò ora il senso di quelle espressioni da lui sinistramente interprÉtate.

Signori, io ho veduto con piacere che l'elezione di un deputato non si riguarda come una cosa di poca importanza; ho veduto che gli elettori vi pongono il maggiore impegno, la qual cosa dimostra che il popolo italiano è veramente un popolo libero, perocché prende sul serio la rappresentanza nazionale.

Ora, allorquando io dissi che le accuse lanciate contro il Genero dovevano in gran parte attribuirsi al cattivo successo, volli dire solamente che gli elettori, veggendo che non era stato eletto il candidato sul quale ponevano tutta la loro confidenza, erano rimasti esasperati.

Quindi le mie parole si riferivano agli elettori, che hanno ecceduto nello zelo, come altre volte è successo in altri collegi, e non certamente

all'onorevole deputato Carutti che, io ripeto, tengo in gran pregio per le doti del cuore e della mente.

PRESIDENTE. Il relatore ha facoltà di parlare.

SERRA F. M., relatore. Lasciando che la Camera decida quello che crederà meglio circa l'aggiornamento della discussione e la stampa dei rapporti, io pregherò l'onorevole Carutti a volermi prima indicare che cosa intende che si stampi. Se intende che si stampino tutti gli dell'inchiesta, allora sarebbe lo stesso che manifestare a priori una tal quale diffidenza nell'esattezza del relatore, il che io non potrei accettare

CARUTTI. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Avverto il signor relatore che il deputato Carutti ha proposto solo la stampa della relazione del procuratore generale del Re, non degli o documenti.

SERRA F. M., relatore. Se poi egli crede che nel merito della discussione possa influire la stampa del rapporto dell'autorità giudiziaria che procedette all'inchiesta, io ho l'onore di assicurarlo che in quel rapporto né l'onorevole Carutti, né la Camera troveranno più di quanto io credetti di notare. Per esempio, io ho intrattenuto, e forse abusato della benevola pazienza della Camera, leggendo testualmente parecchie lettere. Ma nel rapporto del procuratore generale esse non si trovano che semplicemente accennate; intanto poi io ho creduto bene di leggerle testualmente, perché si vedesse di quali parole si erano prevalsi i testimoni escussi; quale era la vera portata delle lettere inserite negli d'inchiesta.

Per quanto si riferisce a maggiore dilucidazione dei fatti, nulla si ricava da quel rapporto di più di quello che io ebbi l'onore di esporre.

L'onorevole Conforti ha parlato di ciò che era negli quando egli ebbe a riferire sopra quest'elezione.

Certamente allora non vi era questo immenso volume di carte che vi è adesso. Io ho l'onore di dichiarare davanti alla Camera che, se negli dell'inchiesta leggonsi parole che accennino a fatti del cavaliere Genero per farsi eleggere, io non ho trovato neppure una sillaba che possa riferirsi ad intervento né diretto, né indiretto dell'onorevole commendatore Carutti in quest'elezione. Risulta anzi che egli si è tenuto perfettissimamente estraneo. Vi erano naturalmente i fautori della sua candidatura, i quali, venendo esaminati, deposero in un senso, mentre i propugnatori della candidatura Genero deposero in un altro; ma io, che ho Letto tutti questi dalla prima sino all'ultima linea, protesto che non ho trovato parola alcuna che possa menomamente riguardare un'intervenzione né diretta né indiretta dell'onorevole deputato Carutti, sia nell'elezione, sia nelle proteste che la susseguirono.

PRESIDENTE. Il deputato Bertea ha facoltà di parlare.

BERTEA. Io ho chiesto di parlare per appoggiare le conclusioni dell'onorevole deputato Carutti, in quanto si riferiscono a sospendere la discussione, perché, senza entrare nel merito della relazione, mi pare che la questione sia già stata pregiudicata All'aprirsi di questa tornata, l'onorevole deputato Carutti chiedeva la stampa del rapporto dell'ufficio del procuratore generale; l'onorevole marchese Di Cavour chiedeva a sua volta che si stampasse anche la relazione dell'onorevole deputato Serra; e fu unicamente per non derogare all'uso del Parlamento, di non stampare le relazioni preventivamente, che si invitò il relatore a riferire immediatamente;

ma colla tacita dichiarazione che l'apprezzamento di quella relazione avrebbe luogo quando la medesima fosse stampata nel resoconto.

Quindi non è impossibile, ed a me accadde precisamente così, che alcuni deputati, nella certezza di poter leggere poi nel rendiconto il rapporto del relatore, si siano allontanati per un momento, e non abbiano potuto udire il rapporto e non possano perciò con esatta cognizione di causa dare il loro voto.

Io credo per conseguenza che la discussione debba essere rinviata ad un altro giorno.

PRESIDENTE. Il deputato Carutti ha facoltà di parlare per un fatto personale.

CARUTTI. Ho chiesto di parlare un'ultima volta unicamente per ringraziare l'onorevole deputato Conforti delle spiegazioni che si è compiaciuto di dare, e della grande gentilezza che ha avuto a mio riguardo nel dichiarare che non accennavano a me quelle parole che ho ricordate or dianzi.

PRESIDENTE. Due sono le proposte: la prima è del deputato Carutti, il quale chiede che si ordini la stampa del rapporto del procuratore generale del Re; la seconda è del deputato Rorà, il quale propone invece che si discuta immediatamente sulla validità di quest'elezione.

Siccome la proposta del deputato Carutti sarebbe sospensiva, così a tenore del regolamento essa ha la preferenza.

Pongo adunque ai voti la proposta del deputato Carutti, ed interrogo la Camera se voglia che sia dato alle stampe il rapporto del procuratore del Re sopra l'inchiesta seguita secondo gli ordini della Camera.

Quelli che approvano la stampa di questo rapporto, vogliano alzarsi.

(Dopo prova e controprova, la proposta è adottata.)

Interrogo adesso la Camera se vuole stabilire il giorno di giovedì per la discussione sopra quest'elezione.

(La Camera aderisce per giovedì.)

Se vi sono rapporti in pronto sopra elezioni, i signori relatori sono invitati alla ringhiera.

CASTELLANO, relatore. A nome del IV ufficio presento alla Camera le conclusioni prese dal medesimo sulla novella elezione del collegio di Brescia, n° 75.

Il collegio dividesi in sette sezioni, con un totale di 1651 elettori inscritti.

Di essi nel primo scrutinio si presentarono 837, e votarono 460 per l'avvocato Giovanni Francesco Avesani e per il generale Solone Reccagni.

Non avendo l'avvocato Avesani ottenuto la maggioranza del terzo degl'inscritti, si dovette procedere al ballottaggio tra lui ed il geuerale Reccagni. In questa seconda prova votarono elettori 677; fu invertito il risultato, poiché la maggioranza si portò sul generale Reccagni, il quale ebbe voti 454; mentre l'avvocato Avesani non n'ebbe più che 235.

Fu quindi proclamato deputato il generale Solone Reccagni.

In seguito a questo risultamento l'ufficio ha dovuto portare tutta la più diligente attenzione sull'elezione e ha trovato regolarissime le operazioni, e non per altro se non se per eccesso di diligenza menziona soltanto alla Camera che in occasione della prima votazione astennesi dal votare la sesta sezione del collegio, però per fatto non imputabile a nessuna delle autorità, e quindi che non può produrre alcuna conseguenza sul risultamento dell'elezione.

L'astensione degli elettori della sesta sezione è constatata da un verbale redatto dal consigliere Carlo Verga, presidente della sezione medesima, il quale dice che,

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essendosi recalo alle ore 9 antimeridiane per assistere, qual presidente provvisorio, alle operazioni elettorali della sesta sezione, ed avendo atteso fino all'una pomeridiana, non intervennero elettori in numero sufficiente da costituire l'ufficio provvisorio, perloché egli redigeva questo verbale negativo e lo spediva all'ufficio centrale, perché se ne fosse tenuto conto nel calcolare il risultamento per la votazione del deputato.

L'ufficio vostro ha considerato che questo fatto essendo autenticato dall'autorità competente, qual era il presidente provvisorio, valeva di legittimazione della cosa, la quale era semplicemente imputabile agli elettori, cioè di essersi astenuti dal votare, e quindi faceva nessun conto di questo fatto, e riteneva, ad onta del medesimo, legalmente proclamato il ballottaggio tra i due candidati, e nello stesso tempo la proclamazione della nomina del generale Solone Reccagni a deputato del collegio di Brescia.

PRESIDENTE. Pongo ai voti la conferma della elezione del generale Solone Reccagni a deputato di Brescia.

(La Camera approva.)

BONOMI, relatore. A nome del IX ufficio propongo la conferma dell'elezione del collegio elettorale di Codogno nella persona del dottore Angelo Grossi.

Totale degli inscritti 765; di cui concorsero al primo scrutinio 282, ed i voti si divisero sui seguenti candidati: al signor dottor Grossi voti 95, al signor Guicciardi dottor Enrico voti 73, al signor Cairoti Benedetto voti 68, al signor Caporali Luigi voti 20; voti dispersi il, nulli 17.

Nessuno dei candidati avendo conseguito la maggiorità dei voti richiesta dalla legge, si addivenne alla seconda votazione tra i dottori Grossi Angelo e Guicciardi Enrico.

Il dottore Grossi Angelo, avendo riportato voti 251 contro 127 dati al suo competitore, fu proclamato deputato. Le operazioni furono regolari, non insorsero richiami, e l'ufficio IX vi propone di convalidare la nomina fatta dal collegio di Codogno nella persona del dottore Angelo Grossi.

(La Camera approva.)

PRESA IN CONSIDERAZIONE DI UNA PROPOSTA DI LEGGE DEL DEPUTATO GARIBALDI PER L'ARMAMENTO NAZIONALE.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno porta lo svolgimento della proposta di legge del deputato per l'armamento nazionale.

Quella proposta è nei seguenti termini:

«Art. i La guardia nazionale sarà ordinata in tutto il regno, giusta le prescrizioni delle leggi vigenti nelle antiche Provincie colle modificazioni portate dagli articoli seguenti:

«Art. 2. I corpi distaccati per servizio di guerra prenderanno nome di guardia mobile. Essa sarà formata in divisioni, in conformità dei regolamenti dell'armata di terra.

«Art. 5. Sono chiamati a far parte della guardia mobile tutti i regnicoli che hanno compiuto il e non oltrepassano il 38 anno di età.

«Art. t. Le armi, il vestito, il corredo, i cavalli e tutto il materiale da guerra necessario alla guardia mobile sarà fornito interamente a carico dello stato.

«Art. 5.11 contingente della guardia mobile è ripartito per Provincie, per circondari, per mandamenti in proporzione della popolazione. I militi sono chiamati in servizio in base della legge sul reclutamento dell'esercito e delle altre leggi vigenti. La durata del servizio è regolata dall'articolo 8 della legge 27 febbraio 1889.

«Art. 6. Saranno tuttavia esenti dal far parte della guardia mobile solamente:

«1° Coloro che fanno parte dell'armata di terra e di mare;

«2° Quelli che sono riconosciuti inabili al servizio militare da speciale regolamento;

«3° Coloro che sono figli unici o primogeniti, e, in mancanza di figli unici

o primogeniti, nipoti di madre o di avola vedova, ovvero figli unici o primogeniti, ed in loro mancanza nipoti di padre o di avolo di settant'anni.

«1° Coloro che sono primogeniti di famiglia di orfani di padre e di madre, ovvero unico fratello abile al lavoro in detta famiglia; fra i fratelli abili al lavoro non saranno computati quelli già inscritti all'esercito od alla guardia mobile.

«Il difetto di statura non è causa di esenzione.

«Art. 7. La guardia mobile in servizio è sottoposta alle leggi ed alla disciplina militare.

«Art. 8. È aperto al Ministero dell'interno un credito di 30 milioni di lire per provvedere all'armamento della guardia nazionale in tutto il regno.

«La detta somma di 30 milioni sarà inscritta nel bilancio dell'interno sotto la denominazione: Provvista armi per la guardia nazionale.»

Era stato annunciato alla Presidenza che, non essendo presente il deputato l'avrebbe per lui sviluppato il deputato Bixio; ma neppure questi sarebbe ora presente

MINGHETTI, ministro per l'interno. Poiché si tratta semplicemente della presa in considerazione, parmi si potrebbe passare alla votazione anche senza lo svolgimento dei motivi della proposta.

Dopo le dichiarazioni fatte dal generale il quale sottoponeva questo progetto alla Camera, perché fosse esaminato, corretto, modificato, ove occorresse, io non ho difficoltà di dichiarare a nome del Governo che aderiamo alla presa in considerazione.

Quindi gli schiarimenti che possono essere dati o dal generale stesso, o dal generale Bixio per lui, potranno aver luogo nella discussione definitiva generale del progetto, quando esso verrà portato dinanzi alla Camera.

CADOLINI. Per quanto io so, l'onorevole Bixio aveva intenzione di proporre alla. Camera che lo svolgimento del progetto di legge presentato da venisse fatto in seduta segreta, al tempo della discussione.

PRESIDENTE. Altro è la discussione della legge, altro è lo svolgimento della proposta per la presa in considerazione. Ad ogni modo, non essendo stata deposta al banco della Presidenza la domanda di Comitato segreto, la quale, a termin dello Statuto, dovrebbe essere munita della firma di dieci deputati, di questo Comitato segreto non si può per ora neppure tener parola.

MUSOLINO. Domando la parola.

PRESIDENTE. La parola è al signor Pepoli Gioachino.

PEPOLI GIOACHINO. Appoggio quanto ha detto l'onorevole ministro dell'interno. Si tratta semplicemente di prendere questa proposta in considerazione; il Ministero l'appoggia, nessuno vi si oppone; io non trovo opportuno che si voglia discutere in Comitato segreto.

Tal cosa farebbe, a parer mio, non buona impressione. Non potrei invero supporre quali ragioni potrebbero condurre a domandare un Comitato segreto

per lo svolgimento di una semplice proposta per la guardia nazionale.

Quindi io credo che noi dobbiamo semplicemente prendere la proposta in considerazione.

MACCHI. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Prima spetta la parola al deputato Musolino; debbo però ripetere alla Camera che di Comitato segreto non può nemmeno parlarsi, perché vi osta lo Statuto, se non vi è per tal uopo una proposta scritta firmata da dieci membri.

MACCHI. Domando la parola per l'ordine della discussione..

PRESIDENTE. La parola spetta al deputato Musolino.

MUSOLINO. Credo sia stata fatta una domanda analoga, firmata da dieci deputati. Non essendo presente l'onorevole Bixio, chiederei che si avesse la compiacenza di aspettarlo, oppure di rimandare lo svolgimento di questa proposta ad altro giorno.

PRESIDENTE. L'ho di già fatto ricercare nelle altre sale, ma non vi è. Questa proposta però non fu ancora presentata alla Presidenza.

MACCHI. Il deputato Bixio aveva creduto opportuno di chiedere una seduta segreta per isvolgere le ragioni che avrebbero dovuto, a suo avviso, indurre la Camera a prendere in considerazione la proposta di legge Egli credeva ragionevole di fare questa mozione, perché credeva necessario esporre lo stato delle forze nostre e forse d'altre potenze, cose che non gli pareva opportuno venissero a cognizione del pubblico. Ma, dal momento che il Ministero acconsente, e la Camera non ha difficoltà di prendere in considerazione la proposta di legge, credo che, se fosse presente, il generale Bixio ritirerebbe egli stesso la sua mozione.

PRESIDENTE. Se nessun altro domanda la parola, interrogo la Camera se sia disposta a decretare la presa in considerazione di questo progetto di legge.

(È preso in considerazione.)

DISCUSSIONE DEL PROGETTO DI LEGGE PER PENSIONI ALLE VEDOVE DEI MILITARI, IL CUI MATRIMONIO NON PIÙ AUTORIZZATO SECONDO LE DISCIPLINE MILITARI.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno porta la discussione del progetto di legge che concerne le disposizioni relative alle pensioni da accordarsi alle vedove dei militari, il cui matrimonio non fu autorizzato, e alla loro prole minorenne.

MACCHI. Nella Giunta c'è un disparere intorno a questo progetto di legge. È necessario che sia presente il ministro della guerra.

PRESIDENTE. Prima di tutto il presidente deve adempiere al regolamento, il quale prescrive che si dia lettura del progetto di legge; poscia la Camera stabilirà ciò che crederà opportuno.

Il progetto presentato dal Ministero è concepito come segue:

«Art. 1. Le vedove dei militari morti sul campo di battaglia od in seguito alle ferite riportate in guerra, il cui matrimonio non fu autorizzato nel modo prescritto dai regolamenti, saranno ammesse, in caso di bisogno, a godere di pensione annua uguale alla metà del maximum fissato pel grado del marito, qualunque sia la durata de'suoi servizi.

«I figli e le figlie nubili, minorenni dei suindicati militari, qualora sieno altresì privi, della madre, o venga essa a mancare dopo la morte del marito,

godranno della pensione stessa che è assegnata alla vedova durante la loro età minorenne.

«Art. 2. Le disposizioni del precedente articolo saranno estese alle vedove ed agli orfani dei suddetti militari morti nelle campagne di guerra dal 1818 in poi, che ne siano stati esclusi in forza dell'articolo 55 della precitata legge.

«Nondimeno le pensioni da concedersi in esecuzione del presente articolo non decorreranno che dal giorno della promulgazione di questa legge.»

Il progetto proposto dalla Commissione è così espresso:

«Art. 1. Le vedove, i figli e le figlie nubili minorenni dei militari, così di terra come di mare, morti sul campo di battaglia, o per conseguenza delle ferite riportate nelle campagne di guerra dal 1818 al giorno della promulgazione della presente legge, combattendo sotto la bandiera nazionale, saranno ammesse al diritto della pensione prevista agli articoli 27 e 28 della legge 37 giugno 1850, ed agli articoli 28 e 29 della legge 20 giugno 1851, quantunque il matrimonio dei detti militari non sia stato autorizzato nel modo prescritto dai veglianti regolamenti.

«Art. 2. Le pensioni da concedersi in esecuzione della presente legge decorreranno dal giorno della sua promulgazione.»

MINGHETTI, ministro per l'interno. Dichiaro a nome del mio collega, il ministro della guerra, di accettare le modificazioni introdotte dalla Commissione in questo disegno di legge.

PRESIDENTE. La discussione generale è aperta.

Come ha inteso la Camera, il ministro della guerra accetta le modificazioni della Commissione.

MACCHI. Mi rincresce che, mentre il Ministero aveva presentato un disegno di legge che io era disposto a propugnare con tutte le forze dell'animo mio, sia lo stesso Ministero venuto a rinnegare, per così dire, l'opera sua, e ad adottare le modificazioni fatte nel seno della Giunta.

Quelli fra i nostri colleghi, i quali facevano parte della passata Legislatura, ricorderanno la memoranda tornata del 28 giugno 1860, nella quale ebbe luogo una discussione calda ed appassionata, sopra un argomento che veramente era tale da commovere tutti i cuori.

Si trattava di una povera vedova di un uffiziale morto mentre saliva per la terza volta all'assalto di uno dei colli alla battaglia di San Martino. La vedova chiedeva una pensione, quale è prescritta dai regolamenti.

Militavano in di lei favore cento ragioni, e la discussione si impegnò per modo, che poco mancò la voce del sentimento non prevalesse su quella della ragione e della legge.

Per buona sorte uno dei nostri colleghi ha proposto un ordine del giorno, nel quale si diceva che la Camera, senza entrare nella questione di legalità (di cui lasciava arbitro il Ministero), faceva eccitamento al Governo a presentare una legge, affinché non avessero più a rinnovarsi di simili casi.

Sorsero in allora il ministro della guerra e quello di grazia e giustizia a fare alto plauso a questa proposta, dichiarando che il Ministero fin d'allora si impegnava ad accettarla.

Diversi oratori sorsero del pari a propugnarla, e la Camera diede manifestissimi segni di assenso.

Fedele alla promessa fatta in quel giorno, il Ministero è venuto a presentarci la promessa legge, dicendo appunto che la presentava, giusta l'invito che la Camera gli aveva fatto in quella tornata, ed aggiunse i motivi che la dettavano

TORNATA DEL 22

essere quelli di provvedere ai casi che potessero accadere in futuro analoghi a quello della vedova Masuero, allora in quistione.

La legge fu portata negli uffici; e la maggioranza plaudiva al Governo, perché l'avesse presentata. In questo senso si nominarono i commissari.

Si venne in seno alla Giunta; e là il generale Di Pettinengo,

dal mio avviso quasi tutti i colleghi, talché sono rimasto pressoché solo a sostenere il progetto quale era stato primitivamente presentato dal Ministero.

Io era venuto alla Camera nella lusinga di avere l'appoggio del Ministero nella difesa della sua primitiva proposta di legge.

Sgraziatamente il signor ministro dell'interno mi ha tolto ciò che io dirò un'ultima illusione.

Esporrò per altro alla Camera le ragioni che mi indussero a persistere nella primitiva proposta, cioè che la legge sia da volarsi quale venne presentata dal Ministero.

Vi dissi che le ragioni addotte dal generale Di Pettinengo ed adottate dalla maggioranza della Giunta per dare un senso restrittivo a questa legge sono di due ordini, cioè di moralità e di legalità.

Parve alla maggioranza della Commissione che l'adottare una legge, la quale venisse fin d'ora a dare una specie di sanatoria per quelli che muoiono maritati in modo non disciplinare, sia come un fomentare l'immoralità.

Io vi prego di riflettere, o signori, che la legge non contempla i matrimoni non fatti o mal fatti, ma contempla soltanto i matrimoni, i quali sarebbero in faccia alle leggi civili ed ecclesiastiche perfettamente legali, e sarebbero illegali soltanto al cospetto del regolamento militare, il quale, per ragioni che sono plausibili, e che d'altronde non sarebbero qui da giudicare, prescrive che gli ufficiali dell'esercito non debbono prendere moglie, se non possono disporre di una certa somma, onde provvedere al decoro della propria vita; inquantoché pare che lo Stato sgraziatamente non possa retribuire gli uffiziali quanto è richiesto dall'importanza del loro grado, e sia per sottrarli a quell'incubo da cui sarebbero oppressi, quando vanno in campagna, pensando alla miseria della superstite famiglia.

Pur troppo vi sono degli uffiziali che non sono ricchi e che s'accendono d'affetto per fanciulle che pure non sono ricche. É una disgrazia, se volete; ma, dacché la legge vieta che questi matrimoni si facciano, il Governo debb'essere severo nell'impedirli. Ma, insomma, qualche volta succede che, a dispetto delle leggi e del Governo, i sentimenti nascano, le passioni divampino, e per conseguenza i matrimonii si facciano.

Ebbene, la legge che voi siete chiamati ad approvare non dà un titolo d'indennità, non sancisce cotesti matrimonii, perché sarebbero fatti ad onta del regolamento; lascia le cose tali quali sono; lascia vigenti tutte le pene che sono inflitte a coloro che contraggono matrimonii contro i regolamenti. Ma, infine, se il matrimonio si fa, ed il marito in guerra dà la propria vita per la patria, in questo unico caso la legge l'assolve.

È un unico caso, vi prego di riflettere, o signori.

Dunque non mi pare che in tal caso la moralità sia offesa menomamente. Sarebbe offesa la moralità, ove si favorisse il concubinato, oppure un'unione illecita in qualunque modo. Ma la legge riguarda matrimonii legittimi, legali, e solo si riserva di assolvere un difetto di osservanza al regolamento nel caso che il marito lo sconti colla propria vita.

Altrettanto si dica delle considerazioni legali.

Parve alla maggioranza della Giunta che non stesse bene il sancire una legge, la quale finora ed a priori ammetteva il caso della sua violazione.

Per verità, io dico, o signori, che non solo questa, che saviamente ci presentava il Ministero, ma tutte le leggi del mondo prevedono la violazione.

Tutti i Codici, mentre proscrivono il delitto, istituiscono le carceri per chi lo commette.

Il ragionamento di chi non vuol fare neppure l'ipotesi della violazione di un regolamento, parmi ricordi quello che si faceva, secoli ora sono, da gente pregiudicata onde impedire, per esempio, le case per gli esposti.

Sotto il Governo pontificio, ancora pochi anni addietro, non si voleva che ci fossero i torni, perché non si voleva che fosse detto a priori si ammettesse la nascita di una figliolanza illegittima.

Così il signor ministro dell'interno sa che nella sua Bologna si aspettò che andasse un questore da lui eletto, per instituire quelle case ove insomma ove il peccato, o, se meglio si vuole, la scostumatezza fosse commessa con minore indecenza (Si ride), con minore ludibrio e scandalo.

E perché il Governo clericale non voleva saperne di queste case? Perché, diceva, che ciò era come un approvare il male.

Ora, se le ragioni di pubblica moralità non v'impediscono di provvedere nel caso che questi trascorsi accadano, io non so vedere come una ragione di moralità abbia da impedire che noi, nel caso in cui un eroe vada a dare la vita, facciamo in modo ch'egli non possa più pensare con dolore e raccapriccio ai superstiti, poiché saranno abbastanza provveduti.

Vi prego, o signori, di considerare anche alle circostanze politiche in cui ci troviamo. Noi abbiamo assolutamente bisogno non solo di accrescere il numero degli armati, ma di accrescerne il valore. E per ciò ottenere la prima cosa è di dar animo, di fare in modo che i prodi sul campo di battaglia non abbiano troppi crucci e troppi pensieri dietro le loro spalle.

Voi sapete che nel modo in cui è ordinata la guerra al presente, ancora più del numero degli armati, importa il loro valore; imperocché la vittoria dipende in gran parte dall'animo dei combattenti; e noi abbiamo visto pochi zuavi e pochi nostri bersaglieri mettere in fuga una falange di Austriaci di gran lunga prevalenti per numero e per qualità d'armi.

Dunque perché un individuo possa, nel dì del cimento, sentirsi tanto spinto dall'entusiasmo da affrontare la morte, se occorre (e senza quest'entusiasmo il militare non può essere un buon soldato), bisogna che necessariamente sappia che le persone a lui care, e ch'egli lascia a casa, se egli morrà, non saranno nella miseria. Vi prego di considerarle tutte queste cose, o signori.

Del resto, se non si trattasse che di ammettere a priori un'assoluzione, che è ammessa da tutte le leggi ecclesiastiche e civili, un'assoluzione direi in articulomortis,

per coloro che diventano eroi della patria e danno il loro sangue nelle battaglie della libertà e dell'indipendenza, mi pare che dovrebbe bastare quest'unica considerazione, perché noi avessimo da accettare il progetto primitivo quale ci venne presentato dal Ministero, e che solo è conforme alle deliberazioni della Legislatura precedente.

PRESIDENTE. Il deputato Di Pettinengo ha facoltà di parlare.

DI PETTINENGO, relatore. Dalla relazione che precede il disegno di legge posto in discussione emergono gli argomenti svolti con tanta eloquenza dall'onorevole Macchi, non che le considerazioni che hanno indotto i membri della Com

L'onorevole Macchi ha voluto ricordare il dibattimento avvenuto nella tornata del 28 giugno 1860, sul quale si fonda il progetto ministeriale; ond'è che penso che la Camera vorrà permettermi ch'io accenni i motivi che hanno indotto la Commissione a variare il detto progetto, sostituendone uno proprio.

Nella tornata del 28 giugno, la discussione volgeva non sopra un disegno di legge, ma bensì sopra interpellanze mosse al ministro della guerra per l'applicazione della legge sulle pensioni in merito alla vedova...

Una voce. Si trattava di una petizione!

DI PETTINENGO, relatore. Sì, appunto, come accenna l'onorevole Chiaves, la discussione muoveva da un riscontro che il ministro della guerra aveva fatto ad una petizione a lui mandata dalla Camera per l'applicazione della legge sulle pensioni militari del 1880, nel caso della vedova del luogotenente Masuero, ma non già da un principio di massima, quale è in oggi posta in discussione.

Nel corso di quella discussione furono svolti molti argomenti tutti informati a nobili e generosi sentimenti a favore delle vedove di coloro che erano gloriosamente caduti combattendo ed il cui matrimonio non era regolare per rispetto alle discipline militari, che, quasi dimenticata quella freddezza di mente che si addice ai legislatori, si convenne in un ordine del giorno, il quale in certo modo prevedeva, secondo una lata interpretazione che si potrebbe dare, così quelle che già sono vedove, e quelle che potranno divenirlo in avvenire.

Il ministro guardasigilli accoglieva con generoso entusiasmo quell'ordine del giorno, al quale era in certo modo debito di deferenza e convenienza del ministro della guerra di aderire. Quindi è che ragion voleva che questi vi presentasse un progetto che fosse consentaneo all'ordine del giorno accettato, tuttoché esso ministro avesse la piena convinzione della eccessiva estensione che si dava al primitivo concetto.

Io non penso, poiché l'onorevole Macchi mi vorrebbe attribuire il concetto che informa il progetto della Commissione, di nutrire sentimenti meno benevoli e generosi verso quelle vedove cui accenna la presente discussione, imperocché chiaro emergerà che tale concetto è più largo e più elevato di quello manifestato coll'ordine del giorno dell'anno scorso. Il progetto della Commissione ha per iscopo di pronunciare una amnistia a favore di quei militari che fallirono al dover loro contraendo matrimonio non autorizzalo, e di riconoscere un diritto a pensione alle vedove e loro figliuolanza;

un diritto a pensione preveduta dalle leggi, la quale per ogni modo non vestisse il carattere di elargizione di favore speciale.

Nell'adottare però una tale massima, per un fatto che si vuole onorare, la Commissione ravvisava poi che ben altro carattere avrebbe la legge, quando si volesse fin d'ora prevedere un'amnistia, e, direi, una ricompensa a quel militare che contravverrebbe alla legge stessa.

Essa avvertiva inoltre che una tale determinazione sarebbe in diretta opposizione ai principii che regolano questa parte della disciplina militare, sarebbe un autorizzare in certo modo tutti i mezzi meno franchi, meno leali, e quali non si addicono al carattere militare, coi quali il militare, caduto in fallo, dovrà celare il proprio matrimonio per sottrarsi al rigore dei regolamenti. Dalle quali considerazioni la Commissione traeva argomento che meglio varrebbe di cambiare gli stessi regolamenti.

E, senza entrare per ora nella discussione de' medesimi, essa osservava come fino dal 1808, all'epoca in cui Napoleone il Grande, benché prevedesse le lunghe guerre che avevano ancora a sostenere le sue truppe, stabiliva nullameno punizioni severissime contro coloro i quali avessero contravvenuto alle disposizioni regolamentari sui matrimoni. Le quali disposizioni si verificano pure stabilite in tutti gli eserciti, e particolarmente nella legislazione francese.

La Giunta, riconoscendo la necessità di mantener ferme le vigenti discipline, le quali assai concorrono alla buona costituzione dell'esercito, bene avvertiva a non ammettere disposizione che fosse contraria alle medesime. Essa non era guidata soltanto da considerazioni morali e legali, come accennava l'onorevole Macchi, ma ben anche da considerazioni di disciplina, la quale vuol essere osservata, e strettamente, così nello insieme dei regolamenti, come in latte le parti loro.

Per le considerazioni svolte, la Commissione ha creduto di proporre il progetto di legge che vi è sottoposto, d'accordo cogli onorevoli ministri della guerra e della marina, avvegnaché si volse pur il pensiero alle vedove dei militari della marina, le quali fossero nella condizione accennata in questo progetto.

Io credo infine che i confronti stabiliti dall'onorevole Macchi non siano né accettabili, né ammissibili.

Macchi. La ragione più grave addotta dall'onorevole generale Pettinengo si è questa: ei non crede si possa lasciare impunemente violare la disciplina; e, siccome la disciplina militare proibisce agli uffiziali di ammogliarsi, se non sotlo certe condizioni, egli pensa che non si possa approvare una legge la quale a priori ammette questi matrimoni.

Ma vi prego, o signori, di considerare un'altra volta che qui non si tratta di lasciarli contrarre impunemente siffatti matrimoni, imperocché tutte le pene che i regolamenti infliggono contro i trasgressori vigono pur tuttavia. Altaiche, se un ufficiale viene scoperto che abbia contratto matrimonio senza il consenso dei superiori, egli sarà dimesso, come i regolamenti prescrivono. Sì, tali matrimoni espongono chi li contrae ad essere dimesso, e dimesso con ignominia.

Qui si tratta di fare una semplice eccezione, per meritarsi la quale, o signori, bisogna fare che cosa? Bisogna dare la vita, e darla per la patria. E vi pare che con ciò il matrimonio sia fatto impunemente? Perché, del resto, la Camera (o quella parte di essa almeno che non era presente alla tornata del 28 giugno) abbia conoscenza delle ragioni che indussero i deputati ad accogliere unanimi e con tanto plauso l'ordine del giorno, e il Governo ad impegnarsi di proporre questa legge quale io la propugno, e quale assai provvidamente il Ministero volle sottoporvi,

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darò lettura dell'ordine del giorno in questione, e delle parole che allora dissero i diversi ministri nell'accettarlo.

L'ordine del giorno, approvato all'unanimità e con grandi plausi dalla Camera, era così concepito:

«La Camera, considerando che la patria ha debito di onore e di gratitudine verso chi morì combattendo per essa, e di provvedere a che le mogli e i figli orfani abbiano conveniente trattamento, invita il Ministero a presentare una legge che provveda ai casi non contemplati nelle vigenti leggi.»

«Quest'ordine del giorno eccitava dunque il Governo a proporre

«Dichiaro a nome del Ministero di accettare quest'ordine del giorno, e certo il Governo farà il debito suo, presentando la legge.

«Ed appena il guardasigilli ebbe finito, il ministro della guerra pronunciò queste parole:

Io sono ben lieto che questo incidente abbia dato origine a una proposta così generosa, per la quale io vi anticipo, a nome anche dell'armata, i più sentiti ringraziamenti.

«Io vi domando se ora che il Governo, facendo il dover suo, presentò la legge nel senso che allora voleva la Camera, vi domando se si possa, per considerazioni, che hanno solo una gravità, direi, relativa, scemarne gli effetti al segno da renderla una semplice amnistia per cose passate.

PRESIDENTE. Il signor Maj ha facoltà di parlare.

MACCHI. Pur accettando pienamente le conclusioni della Commissione e il progetto della medesima, troverei di fare una questione di un altro genere, cioè di estendere, di completare questo progetto stesso della Commissione, che mi sembra in qualche parte mancante. Il progetto della Commissione provvede ai figli dei militari morti in battaglia, o per ferite riportate in guerra, il cui matrimonio non sia stato autorizzato; dunque vuole che assolutamente sia intervenuto un matrimonio fra i genitori di questi figli. Ma i figli dei militari possono essere legittimi e legittimati; anche i legittimati sono riconosciuti dalla legge; il debito che la Camera intese di sciogliere verso i militari defunti per la patria, lo volle sciogliere verso tutti quei figli di militari che fossero legalmente riconosciuti tali, che avessero quindi gli stessi motivi per ottenere dalla Camera questa provvidenza. Ora, io dico che, secondo la redazione della Commissione, i figli legittimati per rescritto sovrano, ossia quei figli che sono legittimati non per susseguente matrimonio

MACCHI. Sono tutti legittimi...

PRESIDENTE. Mi permetta l'onorevole Maj di dire che l'osservazione da lui fatta in questo momento potrà venire in acconcio nella discussione speciale degli articoli; per ora siamo nella discussione generale, nella quale si tratta di vedere, se debba piuttosto mettersi in discussione il progetto del Ministero o quello della Commissione; quando sarà messo in discussione o l'uno o l'altro di questi due progetti, ella avrà facoltà di presentare tutte le osservazioni che crede per sostenere il suo emendamento, giacché sostanzialmente io veggo che a questo punto egli non proporrebbe

che un emendamento ad uno degli articoli, appartenga questo al progetto del Ministero od a quello della Commissione.

MAJ. Io mi taccio, purché mi si riservi la facoltà di parlare, e la questione che io pongo innanzi non venga pregiudicata.

PRESIDENTE. Non è pregiudicata, perché entra nella discussione degli articoli.

Il deputato Bruno ha facoltà di parlare.

BRUNO. Il deputato Macchi, o signori, questa volta vi si presenta a sostenere fortemente un progetto del Ministero. È una cosa singolare, ma che io vedo con piacere (Mormorio a sinistra), come con piacere io vi annunzio che combatterò questo stesso disegno. Il deputato Macchi fa appello all'eroismo, alla giustizia. Egli vi propone di distruggere le leggi in grazia d'un principio futuro; vai quanto dire che egli crede che, trovandosi nell'esercito degl'individui i quali non hanno adempiuto alle formalità dei regolamenti militari nel contrarre le loro nozze, trovandosi chiamati ad affrontare la morte per la patria, non abbiano coraggio d'affrontarla per timore di lasciare i figli e le vedove fuori dei benefizi della legge. Diceva il deputato Macchi che il Codice penale punisce severamente coloro che non adempiscono alle leggi, ed il signor Macchi deputato vi propone l'infrazione delle leggi.

MACCHI. Chiedo di parlare.

BRUNO. Egli diceva infatti: fate anticipatamente un articolo, il quale guarentisca a quelli che non adempiscono alle leggi i benefizi della legge.

Signori, come membro della Camera elettiva, dico che dobbiamo respingere formalmente simile proposta. Le eccezioni non sono proprie dei Governi liberi; fate delle leggi, e fatele eseguire, siano esse a vantaggio dei nostri amici, o a danno dei nostri nemici; vi sieno leggi, e leggi rigorose. I militari, quando non adempiscono alle formalità della legge, vel diceva il generale Pettinengo, debbono mentire. Non è da aversi riguardo ad un individuo che in un dato momento ha potuto essere un eroe, ma che nondimeno ha profferito una menzogna.

Quindi, per queste considerazioni e per molte altre che la Camera potrà valutare, e che mi astengo d'esporre, perché non voglio stancarla, e perché il tempo è prezioso, invito la Camera ad adottare le conclusioni della Commissione, ed a respingere le altre proposte. Cosi non verremo a ledere le leggi, e a lederle per anticipazione.

MACCHI. Chiedo di parlare per un fatto personale.

Respingo l'accusa che mi venne fatta di propugnare la distruzione delle leggi, mentre propugno l'adozione d'una legge presentata dal Governo.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il deputato Mosca.

MOSCA. Le parole che intendo pronunziare intorno a questo disegno di legge cadrebbero forse più opportunamente nell'esame particolare dei singoli articoli; tuttavia, siccome le mie asserzioni cadono più precisamente sul complesso del concetto che è rappresentato da questa legge, cosi domando il permesso alla Camera di esporre un'idea generale.

Io saluto con molto piacere questo progetto di legge, perché tende appunto a mostrare, come la Camera voglia occuparsi seriamente di migliorare le condizioni dell'esercito in tutto ciò che forse il rigore della legge e dei regolamenti militari non permetterebbe di poter fare. Ma, secondando questo principio, io devo dire con sincerità che sono poco soddisfatto tanto del progetto del Governo, quanto di quello della Commissione.

Sono poco soddisfatto del disegno del Governo, perché, in un certo modo,

esso è più limitativo di quello della Commissione; al che giustamente la Commissione fece ragione coll'introdurre un opportuno cambiamento, togliendo le parole in caso di bisogno.

Sono poco soddisfatto del disegno della Commissione, perché mi pare troppo avaro.

Ben disse l'onorevole Di Pettinengo che la Commissione partì, nell'esame di questa legge, da un pensiero di amnistia.

Io ho accettata questa espressione, come quella che deve controsegnare l'opera che stiamo per fare; ed io vorrei che l'amnistia che noi stiamo per pronunciare non si riferisse solo a tutte queste contravvenzioni, le quali al momento della promulgazione della legge sono sussistenti, poiché, se noi non faremo questo, noi avremo bensì reso un grand'atto di giustizia a quelli i quali già incorsero in questa eventualità, ma

non l'avremmo fatta completamente per quelli che vi incorreranno, e non raggiungeremo allora lo scopo politico che vogliamo raggiungere, che è appunto quello di conciliare l'interesse dei militari col rispetto dovuto alla legge. Che la legge debba rispettarsi, credo sia un principio che dalla Camera dei legislatori, nel momento che fa le leggi, non si possa perdere di vista.

Io non posso assolutamente concepire come nell'atto stesso in cui si fa una legge, si debba dare un incentivo qualunque a trasgredirla; se essa è troppo rigorosa ed irragionevole, portiamola in esame, discutiamola, emendiamola; ma, finché la legge sussiste, deve essere rispettata.

Desidererei quindi sotto questo riguardo che la Commissione mi permettesse d'introdurre a suo tempo un emendamento nel suo articolo primo, il quale tenderebbe ad amnistiare tutti i matrimoni contralti contro i regolamenti fino al giorno della promulgazione della legge, applicando poi gli effetti di questa legge alle vedove ed ai loro figli dei militari rispettivi.

Io poi vorrei che la giustizia fosse più completa di quello che la renda tanto il disegno ministeriale, che quello della Commissione, ed a questo riguardo intendo di proporre, oppure dichiarare le ragioni per le quali vorrei soppresso l'articolo 2 della legge; vorrei, cioè, che la pensione dovesse decorrere precisamente da quel tempo da cui sarebbe egualmente decorso, se questo impedimento non vi fosse stato.

Io credo che questo sia un debito di riconoscenza, un debito di giustizia, che non dobbiamo pagarlo solo in parole, ma anche in fatti; perché, per esempio, applicandola ai valorosi che sono caduti nel 1848, difficilmente questa legge verrebbe ad avere la sua applicazione, giacché, risalendo a quel tempo, forse non vi saranno quelli i quali siano per godere del beneficio della medesima.

Io considero, per esempio, una cosa.

La Camera fu fin dall'anno passalo talmente commossa, che indusse appunto il Ministero a presentare un disegno di legge, ed ecco che questo, clic era pur mosso dal bisogno di riparare ad urgenti necessità, ci viene un anno dopo in campo, ed in quest'anno queste povere vedove, queste povere famiglie in mezzo a quante necessità dolorose possono essersi trovate! quanti debiti possono aver contratti! Per qual motivo dunque noi non pagheremo il nostro debito da quel tempo appunto da cui l'avremmo dovuto pagare?

Queste erano le cose che voleva esporre, permettendomi poi, quando la questione sarà entrata nello stadio della discussione particolare degli articoli, di proporre un mio, direi cosi, articolo emendato, che diventerebbe un articolo unico, e di cui pregherei il signor presidente a volersi compiacere di dare lettura alla Camera.

PRESIDENTE. Il ministro della guerra ha facoltà di parlare.

FANTI, ministro per la guerra. presentare questo progetto, io l'ho fatto nel senso dell'ordine del giorno che fu allora votalo. Ma debbo ora confessare che il progetto della Commissione è molto più consentaneo alla legge ed al regolamento militare.

Perciò se, per il primo riguardo, presentai il disegno ministeriale, ora, pel secondo, sono spinto a dar la preferenza al disegno della Commissione.

PRESIDENTE. Il deputato Chiaves ha facoltà di parlare.

CHIAVES. lo ho avuto l'onore l'anno scorso di riferire alla Camerata petizione la quale diede origine alla presentazione di questo progetto di legge.

Io credo che l'onorevole deputato Macchi non abbia esattamente enunciati i termini ne' quali si poneva allora la questione dalla Commissione delle petizioni.

La Commissione delle petizioni, quando esaminò l'anno scorso questo fatto interessante di questa vedova e di questi orfani d'un valoroso militare morto a San Martino, si era penetrata della giustizia di questo principio: che bisogna in materia militare, posta in rapporto colla materia matrimoniale, andar rigorosi per quanto sia possibile.

Quindi la Commissione delle petizioni in allora eliminava ogni concetto di eccezione, ed amava meglio di portare quel caso alla decisione della Camera, sostenendo che l'ufficiale, di cui si trattava, si trovasse in tale particolare condizione, per cui non potesse dirsi a lui applicabile quel rigoroso prescritto della legge, che escludeva la sua vedova ed i suoi orfani dal conseguimento della pensione, ma bensì egli fosse in situazione tale da potersi conciliare la condizione della sua vedova e de' suqi orfani col conseguimento della pensione.

In allora sorse chi propose venisse questa condizione resa regolare con una legge.

E a notarsi come in quel tempo si trovassero parecchi nella condizione di avere bisogno che la loro situazione fosse regolarizzata a questo proposito. Molti uffiziali del 1848 e 1849, essendo stati posti in uno stato che non si sapeva bene se fosse di attività, o di aspettativa, o di disponibilità, avevano creduto che a loro non fossero applicabili i regolamenti, i quali stabiliscono certe determinale condizioni, perché i militari possano contrarre matrimonio, e lo avevano senz'altro contratto; fors'anche non prevedendo che l'esercito italiano avrebbe preso uno sviluppo tale, per cui essi avrebbero ancora potuto osservi compresi. Si fu in considerazione di questa situazione particolare, si fu appunto per regolarizzarla che veniva proposto, ed il Ministero volontieri accettava, di promuovere con una legge questa regolarizzazione.

MACCHI. Chiedo di parlare.

CHIAVES. Nei termini dell'ordine del giorno, come nella proposta del Ministero, si diede uu'ampliazione maggiore a questo concetto, appunto perché si volle che non sembrasse limitarsi ad un caso speciale la proposta di legge che si sarebbe presentata; ma i sentimenti, direi quasi, da evi mossero la proposta dell'ordine del giorno e la sua accettazione, la posizione della questione quale si era allora quando sorse questa proposta, sono precisamente come io ho avuto l'onore di esporlo alla Camera.

Si è detto da alcuni onorevoli preopinanti, e con molta ragione, che la proposta dell'onorevole Macchi distrugge la legge.

E didatti, qual è il motivo per cui si mettono certe condizioni al matrimonio dei militari? per cui si vuole, a cagion d'esempio, ch'egli non prenda moglie salvo che tra lui e la moglie sia costituito un patrimonio tale da cui possano poi, in caso di mancanza del padre, trovare onesto sostentamento la vedova ed i figli?

651 - TORNATA DEL 22 APRILE

Il motivo si è appunto perché il militare è esposto a morire sul campo di battaglia.

Ora, se voi dite: nei caso in cui venga a perire in battaglia immaturamente, non è più il caso in cui si debba guardare a questi regolamenti; voi distruggete nella lettera e nello spirito il medesimo.

Ora risponderò poche parole all'onorevole deputato Mosca, in quanto riflette l'articolo 3, che egli crede dovrebbe essere tolto da questo progetto, l'articolo, cioè, il quale parla della decorrenza di queste pensioni dal giorno della promulgazione della legge.

Egli crederebbe che fosse più provvido, più umano, più giusto, il far risalire questa decorrenza al giorno in cui si sarebbe il militare reso defunto.

A questo proposito credo poter anche dare una nozione di fatto, e riguardo appunto al caso di cui si è trattenuta la Camera nello scorso anno.

A queste vedove ed a questi orfani fu sempre accordato un sussidio, ogniqualvolta essi ricorsero al Governo per averlo; e di più il sistema tenuto dal Ministero fu appunto quello di concedere un sussidio uguale all'incirca alla pensione che sarebbe loro toccata per legge, se si fossero trovati in regolare condizione.

Ed io ho accennato al fatto dell'anno scorso, poiché precisamente, in seguito a quella discussione, il Ministero, sulla domanda della vedova Masuero, le aveva conceduto un sussidio pressoché uguale alla pensione che le sarebbe spettata per legge.

Non credo poi che questo sia un debito di giustizia che noi paghiamo; credo anzi sia un favore che accordiamo, e di gran cuore dobbiamo accordare a quei valorosi, i quali hanno speso generosamente la vita per la causa nazionale. Ma non possiamo dire che sia un atto di stretta giustizia questo che noi facciamo, salvo che si chiami un atto di giustizia il sanare od amnistiare la violazione di una legge.

Io credo quindi che sul progetto quale venne proposto dalla Commissione debba dalia Camera aprirsi la discussione.

PRESIDENTE. Il ministro della guerra ha facoltà di parlare.

FANTI, ministro per la guerra. mi associo pienamente a quanto ha detto l'onorevole deputato Chiaves; perché precisamente chi ha mosso questa grande questione è stato egli...

MACCHI. Non é stato egli; egli era relatore della Commissione.

PRESIDENTE. Non interrompa l'oratore.

FANTI, ministro per la guerra. 'onorevole Chiaves fu relatore della petizione, e la sostenne.

Ora, giacché vedo che io ho data un'interpretazione troppo larga ai suoi desiderii, dichiaro che trovo preferibile il disegno della Commissione.

MACCHI. Bisogna che rettifichi un fatto.

Ci sono due cose distinte. L'anno scorso, per il caso della vedova Masuero, di cui era relatore l'onorevole Chiaves, ci fu una discussione assai viva, e questa circostanza provocò un'altra questione sopra un altro terreno. Chi propose l'ordine del giorno non fu altrimenti il deputato Chiaves, ma il deputato Bernardi; ed allora io stesso, rivolgendomi al deputato Chiaves, lo ho interpellato (ciò risulta dagli Atti ufficiali), egli credeva, associandosi all'ordine del giorno, di ritirare le proprie conclusioni. Ed egli mi rispose che voleva fosse ben inteso che erano due cose distinte. Voleva, cioè, che prima la Camera adottasse le conclusioni della Commissione,

e poi che si votasse l'ordine del giorno del deputato Bernardi, il quale si riferiva ai casi futuri. suo discorso il deputato Chiaves diceva: mantenendo la Commissione le sue conclusioni per la pronta pensione alla Masuero, dichiara che, se poi pei casi non contemplati nella legge 1850 si crederà di presentare, secondo la proposta Bernardi, 'altra legge, tutti i membri della Commissione saranno lieti di appoggiare una tale proposta.

CHIAVES. Domando di parlare...

MACCHI. Per cui io spero che il deputato Chiaves sarà lieto di appoggiare la proposta di legge venne dal signor ministro presentata, appunto in seguito all'ordine del giorno del deputato Bernardi, come dice il ministro stesso nella sua relazione.

DI PETTINENGO, relatore. Le osservazioni fatte dall'onorevole Mosca furono pure svolte nel seno della Commissione, e sostenute specialmente con uguali ragioni e con sentimenti generosi e nobili dall'onorevole Mazza.

Ma la maggioranza della Commissione, non volendo scostarsi dalla massima accettata, pensò che ogni eccezione che si farebbe alla medesima ne intaccherebbe in certo modo il concetto, e favorirebbe in certo modo i trascorsi dei militari.

Essa pensò di accordare un diritto su di un fatto compiuto a favore della patria, guadagnato col sangue sparso, colla vita lasciala combattendo per essa, e non a fatti a compiersi.

Essa era anche indotta in tale sentenza dalle parole dell'ordine del giorno del 28 giugno 1860, le quali accennano alle vedove di coloro che morirono, non che morranno. Essa poi, come poco prima già dissi, allargò di assai il desiderio della Camera, imperocché, anziché a provvedere al sostentamento, e riconosce un diritto alla vedova ed alla figliuolanza di chi morì combattendo.

Guidata da tale sentimento soppresse appunto le parole, pur previste nell'ordine del giorno, in caso di bisogno, estendere a queste vedove la legge sulle pensioni militari del 1850 e del 1851 per la marina, in tutta l'estensione loro, cosi nella misura della pensione, nel pensiero che la informa.

CHIAVES. Voglio dire soltanto che le due cose distinte di cui io parlava l'anno scorso, quando l'onorevole Macchi accennava all'ordine del del deputato Bernardi, queste erano, cioè, la prima che alla vedova Masuero si potesse e si dovesse dare la nsione, a tenore della legge vigente; la seconda poi, ch'io non dissentivo, se il Ministero avesse credulo di proporla, dallo accogliere una legge, la quale provvedesse a tutti i casi in cui per avventura non fosse giudicata regolare la posizione delle vedove e degli orfani di militari morti combattendo.

PRESIDENTE. Il signor Mazza ha facoltà di parlare.

MOSCA. Io avevo chiesto di parlare.

Una voce. Ha chiesto prima il signor Mazza.

PRESIDENTE. I signori segretari mi avvertono che domandò prima il signor Mazza la facoltà di parlare.

MAZZA P. Io non parlerò a lungo.

Come l'onorevole relatore ha già avvertilo, la proposta testé fatta dall'onorevole Mosca fu da me stesso messa innanzi nel seno della Commissione. Io aveva proposto che, la maggioranza non volendo accettare l'estensione di questa legge ai matrimoni irregolari che dai militari fossero per contrarsi nel futuro, dovesse almeno accettare una tale estensione a tutti quei matrimoni irregolari che si fossero contratti

652 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

prima della legge medesima. E appoggiava questo mio parere a diversi argomenti, che io credo non essere il caso di svolgere in questo momento; poiché sta dianzi alla Camera una questione assai più generale, come egregiamente aveva già notato l'onorevole nostro PRESIDENTE. Egli ha detto, infatti, trattarsi ora della questione generale, se cioè debba avere la preferenza nella discussione il progetto della Commissione, ovvero quello del Ministero; e siccome la proposta da me fatta nel seno della Giunta potrebbe venire siccome emendamento al progetto della Commissione, qualora la Camera deliberasse di discutere sul suo progetto, quindi non è il caso di svolgere ora quegli argomenti che a me toccherebbe di svolgere un'altra volta, quando si ponesse in discussione il progetto della Commissione. Quindi è che io prego la Camera di deliberare prima di tutto sopra la questione, se debba discutersi sul progetto del Ministero, ovvero su quello della Giunta.

Se la proposta dell'onorevole Macchi è approvata dalla Camera, sarà rimesso nuovamente in discussione il progetto del Ministero. Se non è approvata, sarà messo in discussione il progetto della Giunta. Comunque sia, sarà allora il caso, e non ora, di vedere in quali termini debba proporsi quell'emendamento, secondo il quale, quand'anche la proposta legge non si debba estendere ai matrimoni irregolari che siano per contrarsi nel futuro, debba pure allargarsi a tutti quei matrimoni irregolari che si fossero contratti prima della pubblicazione della presente legge.

Quindi prego la Camera a votar prima su questa questione generale, e mi riservo di sostenere nella discussione speciale la mia proposta.

PRESIDENTE. Siccome questo emendamento cambierebbe tutto il sistema della legge, che di due articoli ne farebbe uno solo, sarà stampalo, perché domani ciascun deputato l'abbia sott'occhio per il seguito della discussione.

Per ora il dibattimento deve limitarsi a sapere, se si voglia mettere in discussione speciale il disegno del Ministero o quello della Commissione.

Ciò premesso, il deputato Mosca ha facoltà di parlare.

MOSCA. Io non voleva che rispondere poche parole all'onorevole deputato Chiaves. Mi pare che le conclusioni da lui fatte ora sono molto più esorbitanti delle sue premesse: egli ha finito per concludere per l'accettazione pura e semplice del disegno della Commissione; ma non si è occupato, per quanto io mi sia accorto, dell'obbiezione seria da me elevata riguardo ai matrimoni irregolari contratti prima della promulgazione della legge, e che potrebbero porre taluni nella circostanza di aver bisogno del benefizio di questa legge.

Su questo particolare io non ho sentito alcuna seria confutazione

MAZZA. Domando di parlare.

MACCHI. È appunto quello che ha detto il signor Mazza.

MOSCA... Del resto io debbo rimarcare che le sue conclusioni mi condurrebbero precisamente a deduzioni opposte. Il signor Chiaves è in contraddizione, mi permetta di dirglielo, col relatore della Commissione, quando dice che egli non riconosceva un diritto in questi ufficiali, o almeno nelle loro vedove e nei loro figli, e invece pare che la Commissione sia partita da questo punto di vista, e riconosca un vero diritto. Questa osservazione potrà rispondere ad un'obbiezione che io non conosceva, quella che in fatti queste vedove, a tenore anche dei regolamenti esistenti, non erano abbandonate affatto senza sussidio. Ciò mi consola moltissimo, e per verità rendo tanto più omaggio

a questi regolamenti che erano già qui in vigore, e che non lasciavano sussistere una piaga cosi terribile, che io credeva invece sussistente.

Per altro io dico che questo non avrebbe nessun inconveniente col sistema da me propugnato, in quanto che se ne potrebbe tener conto nella liquidazione degli arretrati dei sussidi che queste vedove e questi figli avessero ricevuto fino al giorno in cui venisse loro liquidato il conto di sopravvivenza.

Premesse queste poche cose, e riservandomi a dar maggiore sviluppo al mio emendamento nel caso che la Camera voglia prenderlo in considerazione, non ho per ora altro da aggiungere.

PRESIDENTE. Il deputato Mazza ha facoltà di parlare.

MAZZA. Dopo le ultime parole dell'onorevole Mosca, non ho che da riservarmi anch'io.

PRESIDENTE. Non rimane altro che interrogare la Camera se intende che la discussione speciale sia aperta sopra il disegno della Commissione, o su quello del Ministero. Quelli che intendono che la discussione speciale si apra sopra il disegno della Commissione favoriscano d'alzarsi.

(La discussione avrà luogo sul disegno della Commissione.)

La seduta è sciolta alle ore 5 1|2.

Ordine del giorno per la tornata di domani:

Seguito della discussione del progetto di legge che concerne la pensione alle vedove dei militari, il cui matrimonio non fu autorizzato, e alla loro prole.

Interpellanze al ministro dei lavori pubblici:

Del deputato Pescetto, circa la ferrovia da Savona a Torino;

Del deputato Sanseverino circa la ferrovia da Treviglio a Cremona.

Svolgimento della proposta di legge del deputato Musolino, per l'abolizione del privilegio delle tonnaie nell'Italia meridionale.

Discussione del progetto di legge relativo alla nuova convenzione postale colla Francia.


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TORNATA DEL 23 APRILE

PRESIDENZA DEL COMMENDATORE TECCHIO, VICEPRESIDENTE.

SOMMARIO. Omaggi. = Domande per relazioni d'urgenza. - Congedo. - Verificazione di poteri. - Seguito della discussione sul disegno di legge per pensioni alle vedove e figlie di militari, il matrimonio dei quali non fu autorizzato a norma delle discipline militari - Emendamento del deputato Macchi 'Art. 1, oppugnato dal relatore Di Pettinengo - Emendamenti dei deputati Mosca e Morini - Opposizioni dei deputati Tonello, , Petitti, e Di Pettinengo relatore - Osservazioni in favore, del deputato Mazza - Aggiunte dei deputati Maj e Broglio, oppugnate dai deputati Tonello, Di Pettinengo relatore, Alfieri e Mosca - Chiusura della discussione - Reiezione degli emendamenti Maj, Broglio e Macchi - Incidente sulla votazione riconosciuta dubbia circa l'emendamento Mosca - Interpretazioni del regolamento - Si delibera di procedere allo squittinio segreto, e l'emendamento è approvato - Altro emendamento Mosca al ° articolo - Parlano il relatore, il presidente del Consiglio ed i deputati Mazza, Biancheri, che lo sottoemenda, Alasia, Broglio, Chiaves ed il ministro per la guerra - L'emendamento è rigettato - Emendamento del deputato Castelli Luigi al ° approvato-Si procede allo squittinio segreto sul complesso, dal quale risulta che la Camera non è più in numero - Relazione sul progetto di legge pel prolungamento del servizio dei corpi distaccati della guardia nazionale.

La seduta è aperta all'una e mezzo pomeridiane.

MASSARI, segretario, il processo verbale della tornata precedente, il quale è approvato.

MISCHI, segretario, il seguente sunto di petizioni:

7004. Mirelli cavaliere Luigi, dei principi di Teora, denuncia vari capi d'accusa contro uno dei magistrati della Corte suprema in Napoli, facendo istanza perché la Camera deleghi ad una Commissione di accertare i fatti da lui esposti.

7005. Diciotto medici-chirurghi del circondario, di Lecco presentano una petizione conforme a quella registrata al numero 6943.

7006. Monsignor vescovo di Conversano espone le ragioni per le quali, fra i nove monasteri di claustrali di diverso ordine esistenti nella di lui giurisdizione, crede debbasi conservare quello denominato di San Benedetto.

7007. Di Lello Giovanni, di Villa Santa Maria, nella provincia meridionale di Abruzzo, chiede una qualche riparazione ai danni sofferti per la causa dell'indipendenza.

7008. II municipio e molti abitanti di Sant'Andrea del Pizzone, in provincia di Terra di Lavoro, domandano che quel comune venga rimesso nel possesso di una data estensione di terreno, della quale fu privato dall'ex-Governo borbonico nel 1842, e sia instituito un Monte frumentario.

7009. De Alexandria Cesare, nativo di Palombara, in Sabina, trovandosi senza alcun mezzo di fortuna, privato del posto di cancelliere per la soppressione del vicegoverno di Serra San Quirico, chiede gli venga conferito un impiego.

7010. La Giunta municipale di Terni svolge alcune considerazioni dirette ad ottenere che venga instituito in quella città un tribunale civile e criminale.

PRESIDENTE. Il deputato Silvestrelli ha la parola sul sunto delle petizioni.

SILVESTRELLI. Domanderei che sia riferita d'urgenza la petizione 7010, del municipio di Terni, il quale chiede che venga ivi istituito un tribunale di prima istanza.

Senza entrare a discutere in merito, non posso dispensarmi dal far osservare, per motivarne l'urgenza stessa, che trattasi di un circondario importante, nel quale, dopo soppresso il tribunale ecclesiastico, non altrimenti più si provvide all'amministrazione della giustizia, se non per mezzo del giudice mandamentale, come risulterà dal rapporto della Commissione nel giorno in cui la Camera sarà chiamata a dare la sua deliberazione.

(È dichiarata d'urgenza.)

PRESIDENTE. La parola è al signor Massari sul sunto delle petizioni.

Massari. A nome mio e del mio onorevole collega Caracciolo prego la Camera di voler decretare l'urgenza sulla petizione registrata al n" 7006.

Questa petizione è firmata dal reverendo vescovo della diocesi di Conversano, il quale chiede che, nella applicazione della legge sui conventi, venga fatta un'eccezione in favore del convento di monache di San Benedetto di quella città.

Conoscendo la località, ed essendo persuaso che i motivi che hanno spinto l'onorando vescovo a fare questa domanda sono giusti, prego la Camera di voler decretare l'urgenza di questa petizione, ricordandole come in una delle scorse sedute essa abbia avuto la compiacenza di decretare l'urgenza per una petizione consimile.

(L'urgenza è decretata.)

PRESIDENTE. Il deputato Torrigiani ha la parola anche egli sul sunto delle petizioni.

TORRIGIANI. Prego la Camera a voler dichiarare di urgenza la petizione 6975. Si tratta d'una nobilissima città italiana, si tratta della città di Siracusa, la quale cerca di ricuperare ciò di cui fu tirannicamente spogliata nel 1837 dal Governo borbonico per punirla di essere stata una città eminentemente patriottica. La domanda è appoggiata ad un decreto del Governo provvisorio del 1848 e ad un decreto del Dittatore della Sicilia. Non credo di aggiungere altre parole per sollecitare la Camera a decretare d'urgenza questa petizione.

PRESIDENTE. Se non vi è opposizione, s'intenderà decretata d'urgenza la petizione 6973. (La Camera approva.)

SANTONI. Prego anch'io la Camera di dichiarare d'urgenza la petizione dei municipi del circondario di Rimini, n° 6916, tendente a chiedere l'instituzione di un tribunale di circondario nella città di Rimini.

PRESIDENTE. Se non ci sono opposizioni, sarà decretata d'urgenza la petizione del circondario di Rimini.

(È decretata d'urgenza.)

Il deputato Jadopi, impedito da malattia, prega per lettera la Camera a voler dichiarare d'urgenza la petizione 6978, esposta alla Camera dal sindaco e dalla Giunta municipale d'Isernia, e di cui si è letto il sunto nella tornata del 16 corrente mese.

Se non vi sono opposizioni, la petizione 6978 s'intenderà decretata d'urgenza.

(È decretata d'urgenza.)

654 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

OMAGGI.

PRESIDENTE. La Camera ha ricevuto i seguenti omaggi: Il presidente dell'accademia pontaniana cavaliere Ernesto Capocci, senatore del regno, fa omaggio d'una raccolta di poesie al Re d'Italia Vittorio Emanuele.

Il signor Bartolommeo Ansatone fa omaggio di 120 esemplari di un progetto di riforma di prigioni.

PRESENTAZIONE DELLA RELAZIONE SUL PROGETTO DI LEGGE PER PROROGA DEI TERMINI PER LE ISCRIZIONI IPOTECARIE IN TOSCANA

PRESIDENTE. Il deputato Panattoni ha la parola.

PANETTONI, relatore. Ho l'onore di presentare la relazione sul progetto di legge per proroga di termini per le iscrizioni ipotecarie in Toscana.

PRESIDENTE.Sarà stampata e distribuita. (Il deputato Gabrieli presta il giuramento.) Il deputato Giacchi scrive chiedendo, per grande sventura occorsagli, un congedo, del quale non dice il tempo.

Se la Camera crede, s'intenderà accordato il congedo di un mese.

(È accordato.)

VERIFICAZIONE DEI POTERI

PRESIDENTE. Se vi sono relatori che abbiano elezioni da riferire, sono invitati a venire alla ringhiera.

BERTEA, relatore. A nome dell'uffizio Vili ho l'onore di riferire sulle seguenti elezioni.

Collegio 3° di Palermo.

Esso è diviso in tre sezioni, con elettori inscritti 1053. Votarono al primo scrutinio 418: cioè 215 per l'avvocato Antonio Mordini, 136 per il signor Francesco Di Giovanni, 57 per il marchese Roccaforte; 9 voti andarono dispersi, 1 fu dichiarato nullo.

Niuno avendo ottenuto la maggioranza, si venne alla seconda votazione per ballottaggio.

In questa votarono 543 elettori: 398 per l'avvocato Antonio Mordini, 343 per il signor Di Giovanni Francesco. Quindi l'avvocato Mordini, avendo ottenuto la maggioranza relativa, fu proclamato deputato.

Le operazioni sono regolari, non vi fu reclamo, e l'uffizio Vili vi propone, per mezzo mio, di convalidarla.

(La Camera approva.)

Collegio di Castel S. Giovanni.

Questo collegio consta di quattro sezioni: Castel S. Giovanni, Agazzano, Borgonovo, Pianello. Gli elettori inscritti in questo collegio ascendono in complesso a 775; votarono al primo scrutinio 536.

I voti si ripartirono nel modo seguente: il conte Lodovico Marazzani ottenne voti 313, l'ingegnere Francesco Simonetta ottenne voti 100; 15 voti andarono dispersi, 8 voti furono dichiarati nulli.

Nessuno dei candidati avendo ottenuto il numero di voti prescritto dalla legge, si addivenne allo scrutinio di ballottaggio.

In questa seconda votazione i votanti furono 388, il conte Lodovico Marazzani ottenne voti 345, l'ingegnere Francesco Simonetta 133; 10 voti furono annullati.

II conte Lodovico Marazzani, avendo ottenuto la maggioranza relativa, venne quindi proclamato deputato del collegio di Castel S. Giovanni.

Tutte le operazioni sono regolari, non fu sporto reclamo di sorta, quindi a nome dell'uffizio Vili propongo alla Camera la convalidazione di quest'elezione.

(La Camera approva.)

TONELLO, relatore. Ho l'onore dì riferire sulle operazioni elettorali del collegio di Arezzo.

Il collegio d'Arezzo consta di cinque sezioni: quattro d'Arezzo e una di Monte S. Savino. Gli elettori inscritti in questo collegio ascendono in totale a 1348; al primo scrutinio i votanti furono 378.

I voti si ripartirono nel modo seguente: il generale Filippo Brignone ottenne voti 74, il conte Enrico Fossombroni 313, il pressore Giuseppe Montanelli 70; 31 voti andarono dispersi, 1 fu dichiarato nullo.

Non essendovi la maggioranza prescritta dalla legge, si addivenne allo scrutinio di ballottaggio.

In questa seconda votazione i votanti furono 400 ed i voti si ripartirono nel seguente modo: il generale Filippo Brignone ottenne voti 335 il conte Enrico Fossombroni 169; 6 voti furono dichiarati nulli.

Avendo il generale Filippo Brignone ottenuto il numero di voti richiesto dalla legge, venne proclamato deputato del collegio d'Arezzo.

Tutte le operazioni procedettero regolarmente, non vi fu alcun richiamo, quindi a nome dell'ufficio IX ho l'onore di proporre alla Camera la convalidazione di quest'elezione.

(La Camera approva.)

BOGGIO, relatore. Ho l'onore di riferire a nome dell'ufficio I sull'elezione del collegio di Pallansa.

Questo collegio consta di cinque sezioni: Pallanza, Lesa, Cannobbio, Omegna, Intra. Gli elettori iscritti sommane in totale a 1333; votarono al primo scrutinio 631.

I voti si ripartirono nel modo seguente: l'avvocato Celestino Gastaldetti ottenne voti 303, il generale Raffaele Cadorna 316; 10 voti andarono dispersi, 5 voti furono dichiarati nulli.

Nessuno dei candidati avendo ottenuto il numero dei voti necessario per l'approvazione definitiva, si procedette alla seconda votazione.

Concorsero 929 elettori, dei quali 800 davano il voto all'avvocato Gastaldetti, 426 al generale Cadorna; 3 furono dichiarati nulli.

L'avvocato Gastaldetti venne proclamato deputato. Le operazioni sono regolari, e l'ufficio I vi propone per mezzo mio la conferma di quest'elezione. (La Camera approva.)

DANZETTA, relatore. Ho l'onore di riferire alla Camera sull'elezione del collegio di Caltagirone.

655 - TORNATA DEL 23

In questo collegio sono inscritti 1359 elettori; 1206 intervennero a votare.

Il signor cavaliere Filippo Cordova ebbe 1202 voti; I voti furono dispersi.

Il signor Filippo Cordova fu proclamato deputato, ed bo l'onore, a nome del II ufficio, di proporre alla Camera di convalidare quest'elezione.

(La Camera approva.)

Ho l'onore di riferire sull'elezione del collegio di Siracusa.

Questo collegio novera 900 elettori inscrìtti, di cui 666 presero parte alla votazione.

Il cavaliere Filippo Cordova ottenne 471 voti, il signor avvocato D. Francesco Accolla 133, il signor D. Emilio Bufardeci 45; i voti dispersi furono 5, i nulli 12.

Il signor cavaliere Filippo Cordova fu quindi proclamato deputato.

Negli dell'elezione non si rinvenne alcuna irregolarità, alcun richiamo; quindi, a nome del II ufficio, ho l'onore di proporvi che sia convalidata quest'elezione.

(La Camera approva.)

SANGUINETTI, relatore. Ho l'onore di riferire sull'elezione del collegio di Camerino.

In questo collegio gli elettori inscritti sono 582; alla prima votazione ne intervennero 277.

Il signor ingegnere Cesare Valerio ottenne 188 voti, l'avvocato Camillo Angelini 84; i voti dispersi furono 5.

Né l'uno, né l'altro dei candidati ebbero il numero di voti richiesto dalla legge per essere proclamati deputati, e quindi si venne al ballottaggio.

In questo, sopra 274 votanti, l'ingegnere Valerio ebbe voti 192 e l'avvocato Camillo Angelini 81, e quindi venne proclamato deputato l'ingegnere Valerio Cesare.

Le operazioni furono regolari, epperciò l'ufficio VI vi propone che sia l'elezione convalidata.

(La Camera approva.)

BRIGANTI-BELLINI, relatore. Ho l'onore di riferire alla Camera sulla elezione del collegio di S. Benedetto.

Cinque sono le sezioni, e il numero degli elettori si è di 501; presero parte al primo scrutinio 137 elettori.

Il signor avvocato Panfilo Ballanti si ebbe 36 voli, il conte Augusto Cossilla 57, il signor Fusconi dottore Sebastiano 22, il signor Caldellary cavaliere Giovanni Battista 21, ed 1 il cardinale Antonelli.

Si procedette al ballottaggio, a cui presero parte 162 elettori.

L'avvocato Ballanti Panfilo riportò 100 voti, il conte Cossilla 61; 1 annullato, ed 1 elettore rimase fedele al cardinale Antonelli. (Si ride)

Nulla l'ufficio ha trovato da osservare su questa elezione; soltanto nell'ultima relazione dell'ufficio definitivo si trovò che l'avvocato Ballanti ebbe voti 96, quando invece furono 100.

Siccome questo non varia l'esito della elezione, cosi, in nome dell'ufficio VII, ho l'onore di proporvi di confermare la lezione del signor avvocato Panfilo Ballanti a deputato di San Benedetto.1 (La Camera approva.)

SEGUITO DELLA DISCUSSIONE DEL DISEGNO DI LESSE PER PENSIONI ALLE VEDOVE DEI MILITASI DI CUI NON ED AUTORIZZATO IL MATRIMONIO SECONDO LE DISCIPLINE MILITAMI.

PRESIDENTE. Si passerà all'ordine del giorno, che reca la continuazione della discussione del progetto di legge per disposizioni relative alle pensioni da accordarsi alle vedove dei militari, il cui matrimonio non fu autorizzato, ed alla lor prole minorenne.

Il deputato Macchi ha la parola per proporre un emendamento.

MACCHI. Io sostituirei al primo articolo proposto dalla Commissione il testo primitivo proposto dal Ministero, colla sola differenza che sopprimerei le parole: in caso di bisogno.

Questa soppressione la farei per due ragioni: la prima, perché la legge deve dare un diritto, come diceva benissimo l'egregio generale Pettinengo; la seconda, perché in realtà nel caso pratico non accade mai che si verifichino questi casi, se non per forza di bisogno; imperocché, siccome questi matrimoni non si fanno se non in seguito ad una grave lotta tra il sentimento ed il regolamento, se un ufficiale, insomma, è vinto dal sentimento e manca al regolamento, non può essere che per la necessità, e non perché costrettovi dal bisogno.

Io spero che la Camera, la quale ieri fu, parmi, indecisa nell'ammettere in discussione il progetto del Ministero o quello della Commissione, vorrà in oggi far onore al mio emendamento.

PRESIDENTE. Il deputato Macchi propone, come emendamento, che l'articolo 1° del progetto del Ministero sia sostituito all'articolo 1° del progetto della Commissione, tolte solamente le parole: in caso di bisogno.

DI PETTINENGO, relatore. Chiedo la parola.

Pare a me che nella discussione di ieri già fosse stato stabilito che la Camera accettava il principio, emesso dalla maggioranza della Commissione, cioè di stabilire un diritto alla pensione per le vedove e figli minorenni di coloro che già morirono sui campo di battaglia, a differenza del progetto ministeriale, il quale estendeva questo diritto a coloro che già sono morti o sono per morire sul campo di battaglia.

Ora pare a me che colla proposta dell'onorevole Macchi si porterebbe di nuovo in discussione il principio che ieri è stato deciso.

La Commissione stessa ha già tolte le parole: in caso di bisogno, per le ragioni che ho avuto ieri l'onore di esporre; ma pare a me che l'accettare di nuovo l'articolo sarebbe rivenire su quanto la Camera ha già stabilito.

PRESIDENTE. Ieri la Camera altro non ha potuto stabilire e non ha stabilito, perché si trattava della discussione generale, se non questo, che la discussione, invece d'aprirsi sopra il progetto del Ministero, s'aprirebbe sopra quello della Commissione.

Ma è libero ogni deputato di proporre qualunque emendamento voglia al progetto della Commissione; e tra i vari emendamenti, uno è proposto dal deputato Mosca, l'altro fu ieri enunciato dal deputato Maj. Vi è anche quello proposto

MACCHI. Domando la parola per un'aggiunta che ho dimenticata.

PRESIDENTE. Ha la parola.

656 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL

MACCHI. Vorrei che si dicesse: «le vedove dei militari anche dell'esercito meridionale.

DI PETTINENGO, relatore. Domando la parola.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare.

DI PETTINENGO, relatore. Pare a me che la prima questione a terminare sia quella, se vogliasi, cioè, estendere la presente legge indistintamente alle vedove di coloro che già sono morii o che moriranno, ovvero soltanto alle prime. In merito poi all'emendamento che l'onorevole Macchi riprodurrebbe in oggi, assai duole alla Commissione com'egli non ricordi che in seno alla Commissione fu dichiarato da tutti i membri che essi si associavano di cuore a tale proposta, e l'avrebbero contemplata nel progetto di legge in discussione, come ne fa cenno la relazione stessa, quando già non provvedesse ai casi, di cui egli accenna, uno speciale decreto reale, e come per nulla sia applicabile la presente legge a persone le quali non erano soggette a nessun regolamento quando contrassero matrimonio.

MACCHI. Signor presidente, la ritiro.

DI PETTINENGO, relatore. La Commissione non può accettare il carico che taluno potrebbe farle di professare sentimenti meno nobili e generosi. Essa si preoccupò delle conseguenze di questa legge, e, nel mentre che volle onorare la memoria di coloro che morirono per la patria, ebbe di mira di non attenuare i principii su cui si fondano le leggi costitutive dell'esercito. Ond'è che io mi permetterei di pregare il signor presidente di far risolvere la quistione più essenziale, quella cioè dell'estensione che s'intende di dare alla presente legge.

La Commissione, come chiaro risulta dalla relazione, si è pronunciala nella maggioranza in modo assoluto.

PRESIDENTE. Sta benissimo che la maggioranza della Commissione si sia pronunciata in quel modo; adesso spetta alla Camera di decidere.

Il deputato Macchi accennava di ritirare per intero il suo emendamento?

MACCHI. No, non lo ritiro per intero, ma solo l'aggiunta che ho presentata oggi relativa anche alle vedove degli ufficiali dell'esercito meridionale, perché le ragioni addotte dal generale Di Pettinengo mi hanno convinto che non possono tutte le vedove essere contemplate in questa legge.

PRESIDENTE. Il deputato Morini ha facoltà di parlare.

MORINI. Prima che si chiuda la discussione su quest'articolo, annunzio che avrei da proporre un emendamento, il quale toccherebbe il progetto della Commissione. Quindi, quando il signor presidente crederà opportuno concedermene la facoltà, io Io svilupperò.

PRESIDENTE. Può svilupparlo immediatamente, poiché la discussione speciale non è chiusa, che anzi si apre adesso.

MORINI. Siccome aveva inteso che l'onorevole Mosca voleva prima parlare sulla sua proposta, credeva che fosse nelle intenzioni della Camera d'esaurire anzi tutto quella discussione.

PRESIDENTE. L'emendamento proposto dal deputato Macchi essendo il più largo, poiché tende a ristabilire il progetto del Ministero, così pare ragionevole che sia posto in discussione pel primo.

Il deputato Mazza ba facoltà di parlare.

MAZZA. Siccome il signor presidente ha già antivenuto quello che voleva dire, rinuncio alla parola.

PRESIDENTE. II deputato Macchi intende di parlare ancora sul suo emendamento?

MACCHI. Mi riferisco a quello che ho detto ieri; oggi sono stanco.

PRESIDENTE. Allora il deputato Mosca ha facoltà di parlare per isvolgere il suo emendamento, perché mi pare che quello del signor Maj sia un altro sottoemendamento.

MAZZA. Mi pare che si dovrebbe prima di tutto mettere ai voti l'emendamento proposto dal deputato Macchi, perché, se esso è approvato, restano esclusi tutti gli altri emendamenti che si possono opporre all'articolo 1.

PRESIDENTE. Perché la Camera possa decidere sopra i vari emendamenti, bisogna che li abbia tutti presenti. Quello del deputato Mosca, essendo stampato, lo ba sott'occhio; ma il proponente ha diritto di svolgerlo. Per conseguenza il deputato Mosca ha facoltà di parlare.

MOSCA. Signori, io mi sarei lusingato che la Commissione avrebbe voluto far volto amico al mio emendamento, perché in fondo io credo che esso non sia altro che un'esplicazione e un complemento del concetto che anima il progetto della Commissione. Io credeva quindi che la Commissione, interprÉtata dal suo onorevole relatore, sarebbe venuta incontro, direi, alla mia idea. Ciò credeva anche per il motivo che, mentre nell'odierna questione il Ministero avrebbe presentato alla Camera un progetto in certo modo più liberale di quello che la Camera sembra disposta a sanzionare, mi pare che la Camera non dovrebbe, per omaggio a quei grandissimi principii di disciplina che devono essere l'anima dell'esercito, non dovrebbe, dico, lasciarsi sfuggire l'occasione di dare a questo esercito una prova della sua simpatia e del suo interessamento, rendendo più generosa la disposizione della legge, sebbene più saviamente generosa. Ho detto che il mio emendamento non è che un'esplicazione, un coronamento, dirò cosi, del progetto della Commissione, ed io credo che mi riuscirà facilmente e brevemente di dimostrarlo.

Io sono colla Commissione, ed applaudisco intieramente al principio che ha voluto proclamare, che nel fare questa legge non si deve offrire nessuna occasione d'incentivo alla violazione dei regolamenti militari; ed io non disconosco i nobili sentimenti del deputato Macchi, quando, cioè, vorrebbe pure estendere questa disposizione di legge anche ai casi futuri; ma, in vista precisamente di quelle eventualità, a cui il deputato Macchi fa allusione, per sostenere i suoi principi!, io mi spavento delle conseguenze che l'applicazione di questo principio verrebbe ad ottenere; cosi io mi dichiaro, a mio malincuore, contro la tesi propugnata dall'onorevole Macchi.

Ma se la Commissione vuol essere logica e conseguente a sè stessa, mi pare che debba convenire che ha dato al suo progetto una formola che è molto più assorbente del principio che sarebbe destinato ad esplicare. Io domando': è egli necessario, perché non si offra alcun incentivo alla violazione dei regolamenti, è egli necessario di limitare la presente disposizione di legge soltanto a quei matrimoni i cui capi di famiglia sono già periti fino al giorno della promulgazione della legge? La mia brama d'estendere quest'amnistia anche ai matrimoni già contratti sino al giorno d'oggi, la mia brama di rassicurare coloro i quali si trovino in contravvenzione coi regolamenti militari, ma che non possono più rivenire sul fatto proprio, questo, dico, offre qualche incentivo agli altri i quali non si trovino nella medesima situazione? Que

657 - TORNATA DEL 23

L'onorevole Chiaves, rispondendo a parte delle mie obbiezioni, ba fatto cenno di una circostanza che io ignorava, e che esso, essendo espertissimo di tutti i precedenti avvenimenti che si sono verificati nella Camera, non ignorava; ba detto che, dopo le nostre sventure del 184849, molti ufficiali sono stati posti in aspettativa, che questi ufficiali non si considerarono più come legati rigorosamente ai regolamenti militari, e che è di questo modo che vari matrimoni si sono formati in contravvenzione ai regolamenti. Mi si è portato davanti la questione di buona fede; ora, la questione di buona fede è generale, comprende tanto i casi degli ufficiali che si trovavano in contravvenzione, e, non considerando altra cosa che l'adempimento del loro dovere, si sono voluti già sacrificare in olocausto alla patria, quanto il caso di coloro che possono alla prima occasione venuta sacrificarsi per la salute della nazione.

Questa circostanza mi persuade quindi che bisogna assolutamente provvedere anche alla condizione di questi ufficiali; altrimenti che cosa succeder)? (Perché, o signori, io mi preoccupo delle conseguenze che avrà questo progetto, se è accettalo tale quale lo propose la Commissione.) Che cosa succederà! ripeto: da una parte gli ufficiali che si trovano in condizione di matrimonio irregolare, dovendo sempre dipendere da una nuova determinazione del Parlamento, la quale potrà venire e non venire, non saranno pienamente rassicurati sulla sorte dei loro cari, e così avranno forse, non dico certamente, avranno forse qualche motivo di essere più avari del loro sangue, della loro vita; d'altra parte vi saranno degli improvvidi, degli audaci, che, calcolando sulla necessità a cui la Legislatura dovrà pur venire un qualche giorno per amnistiare casi che si riproducono identici a quelli oggi amnistiati, si sentiranno incoraggiati alla violazione di quel regolamento, trascurandolo precisamente in vista delle speranze avvenire.

Per tal modo, se io non m'inganno, il doppio scopo politico che la Commissione voleva raggiungere, lo scopo cioè di rassicurare le persone che si trovano in queste condizioni di irregolarità, è quello d'impedire le future trasgressioni dei regolamenti; questo scopo politico mi sembra interamente mancato. Perciò io ho voluto dare questo carattere di amnistia, il valore del qual vocabolo indica necessariamente che deve estendersi alle contravvenzioni, e non al caso accidentale o materiale di qualcheduno il quale si trovasse in caso di contravvenzione e sia di già perito; io voglio estenderlo appunto a tatti i casi di contravvenzione. Mi preoccuperò a queste luogo di un' obbiezione che mi è stata privatamente fatta, ma che non dubito verrà riprodotta alla luce nella discussione. Vedete, mi fu detto, i regolamenti proibiscono agli ufficiali di contrarre questi matrimoni irregolari, e non solo proibisconli, ma fanno ingiunzione al ministro delle armi di licenziare quegli ufficiali i quali appunto si trovano in questa condizione. Ora che cosa avverrà? si domanda; o questi ufficiali saranno obbligati a palesare, e si vuole invitarli a palesare, o si vuole che continuino in quella condizione di menzogna, nella quale han dovuto restare finora per non aver osservato i regolamenti. Se sono obbligati a palesare il matrimonio, voi non potete più raggiungere lo scopo della provvidenza a cui mirate, poiché il ministro è obbligato a mandarli via; se invece volete che continuino nella condizione di menzogna, non potete preoccuparvi adesso degli effetti che avrà la loro eventuale soccombenza nel caso di guerra futura.

Ma io mi permetto di dire che questa obbiezione mi pare molto più speciosa che reale, dal momento che la legge, nel suo tenore letterale, accorda a queste persone la eventualità di una posizione la quale non può essere indifferente pei loro futuri servigi;

il ministro credo che sia vincolalo precisamente in questa parte, che non si può assolutamente licenziare questi uffiziali per togliere loro l'occasione di riscattare la contravvenzione che si vuole oggi amnistiare.

Lo spirito adunque della legge è quello di amnistiare i matrimoni, perché sono questi che costituiscono la contravvenzione; una volta che il legislatore abbia dato questo significato alla sua legge, è chiaro che tutte le conseguenze che si potevano temere non risulteranno.

Io desidero appunto di togliere questi uffiziali dalla posizione imbarazzante in cui si trovano, e far si che possano proclamare alla faccia del mondo l'onestà della loro unione coniugale.

MORINI. Domando la parola.

MOSCA. La Commissione fu indotta appunto dal carattere che voleva dare alla legge, carattere, come si dice, di amnistia, a sopprimere le parole che si trovavano nel progetto ministeriale «in caso di bisogno,» ed ha formolato le sue idee nel senso precisamente di voler riconoscere un vero diritto, il quale, come tale, prescinde da ogni idea di bisogno o di non bisogno. Se questo è il concetto che la Commissione ha voluto rappresentare al Parlamento, io dico che, per essere conseguente, deve anche accordare alle famiglie di questi uffiziali i rispettivi arretrati, soltanto che si tenga conto dei sussidi già accordati a tenore degli antichi regolamenti; perché se è un debito, sia pur anche, come dice l'onorevole Chiaves, un debito di moralità, un debito d'onore, di riconoscenza della nazione, quando si accorda a questo debito un tal carattere, bisogna che la nazione sappia pagarlo per intero.

In conseguenza io insisto perché siano liquidati anche gli arretrati, e che però si tenga conto in questa liquidazione dei sussidi già accordati.

PRESIDENTE. Il deputato Morini ha mandato al banco della Presidenza un nuovo emendamento, così concepito:

«Gli articoli 58 della legge 27 giugno 1850, e 56 della legge 20 giugno 1851, non sono applicabili ai casi di vedovanza, verificatisi anteriormente alla promulgazione di questa, legge morte del marito avvenuta sul campo di battaglia, od in seguilo alle ferite ivi riportate combattendo sotto la bandiera nazionale.

Il deputato Morini ha la parola per isvolgere il suo emendamento.

MORINI. Nell'ufficio III, al quale ho l'onore di appartenere, allorquando si discusse il presente progetto di legge, io proposi due emendamenti.

Il primo aveva per iscopo di escludere dai benefici effetti del progetto coloro che morirono combattendo contro la patria; il secondo mirava a limitarne la portata ai casi passati o presenti.

Quello mi era suggerito dallo spirito istesso del progetto, questo dalla severa osservanza che vuolsi mantenere ai regolamenti sulla militare disciplina.

E l'uno e l'altro venivano dall'ufficio cortesemente ammessi a grande maggioranza; e del pari li vedo adottati nel progetto della Commissione; il primo colle parole: combattendo sotto la bandiera nazionale; il secondo col l'essersi limitalo gli effetti della legge al caso di vedovanza verificatosi prima della promulgazione della medesima legge.

Anzi la Commissione, riguardo a questa seconda limita

658 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEI.1

Accetto tuttavia il principio limitato quale fu dalla Commissione; e quindi non parlerò di ciò; ma intendo parlare della formola ond'è concepito l'articolo i.

Questa, o signori, mi pare lasci luogo a dubbietà; imperocché non è ben chiaro se le parole dal 1818 al giorno della promulgazione della presente legge si riferiscano alle campagne di guerra, alle ferite riportate, oppure alle parole: morti sul campo di battaglia, come è più probabile, stando ai principii svolti nella relazione della Commissione.

Inoltre, o signori, se è vero, come è verissimo, che dalla formola delle leggi debbonsi eliminare tutte le parole che non sono essenzialmente necessarie a rappresentarne il concetto, tutto ciò che nell'articolo si riferisce alla probi nata dai matrimoni non autorizzati dalla militare disciplina devesi intralasciare, e lo dimostrerò brevemente.

Nelle leggi del 27 giugno 1850, e 20 giugno 1851, un solo articolo avvi che parla della pena, che si é la privazione della pensione, derivante dal fatto di un matrimonio non autorizzato.

Si è cioè nella legge del 1850, l'articolo 35; nell'altra del 1851, l'articolo 56; ma si nell'uno che nell'altro non si parla che delle vedove; silenzio perfetto intorno alla prole. Questi articoli sono affatto identici e sono così concepiti: La vedova non ha diritto alla pensione se il di lei matrimonio non fu autorizzato nei modi prescritti dai regolamenti militari.»

Per sostenere che anche la prole è colpita della pena della privazione della pensione bisogna far ricorso ai precedenti articoli 28 e 29 citati nell'articolo che si discute, laddove si dice che i figli e le figlie minorenni dei militari morti ecc..., qualora siano privi di madre, o venga essa a mancare dopo la morte del marito, avranno ragione ad un sussidio equivalente alla pensione, che sarebbe spettata alla vedova madre.»

Se adunque, si soggiunge, la vedova è privata della pensione in forza degli articoli 35 e 36, ottenere non la potrà la prole, cui spettava la stessa pensione, come rappresentante della propria madre e non in forza del diritto personale.

Ora, impedendo l'applicazione degli articoli 35 e 36 al caso di vedovanza verificatosi nell'epoca e per le cause nel progetto della Commissione indicate, avremo raggiunto indubbiamente lo scopo.

Si è per ciò ch'io presento la seguente formola al primo articolo:

«Art. 1. Gli articoli 35 della legge 27 giugno 1850 e 36 della legge del 20 giugno 1851 non sono applicabili ai casi di vedovanza verificatisi anteriormente alla promulgazione di questa legge per morte del marito avvenuta sul campo di battaglia,od in seguito alle ferite ivi riportate, combattendo sotto la bandiera nazionale.»

Lo scopo principale di questa nuova formola è quello di escludere il caso dei figli, siccome affatto superfluo e previsto da altri articoli di legge i quali rimangono intatti.

TONELLO. Ho chiesto di parlare per rispondere alla questione mossa dall'onorevole deputato Mosca. Questa questione venne già sollevala nel seno della Commissione dall'onorevole deputato Mazza, e vi fu lungamente discussa; hia la maggioranza della Commissione trovò tanta differenza tra i casi contemplati nel progetto di legge che ha sottoposto alla Camera, ed i casi a cui vorrebbe pure estendere la legge l'onorevole deputato Mosca, ed a cui voleva estenderli l'onorevole deputato Mazza, che si credette di dover limitare il progetto ai casi che sono nell'articolo primo della sua proposta contemplati, e di non estenderlo ai casi a cui allude l'onorevole preopinante.

Quando si tratta di vedove o di orfani lasciati da militari i quali morirono sul campo di battaglia, e che contrassero matrimonio in contravvenzione ai regolamenti ed alle leggi militari, si tratta di un atto passato, il matrimonio è disciolto.

Colui che commise il fallo, lo espiò largamente versando il suo sangue sul campo di battaglia; si tratta quindi delle conseguenze del matrimonio o non più del matrimonio.

Gli orfani non appartengono all'esercito, non si trovano nelle file del medesimo.

La Camera può seguire i sentimenti generosi che già mossero la Camera precedente a votare l'ordine del giorno di cui si è data lettura nella seduta d'ieri, può essere riconoscente verso i superstiti cari a quei militari che spesero la loro vita per la patria, ciò non toccherà per nulla alla disciplina militare, ciò non infirmerà la forza dei regolamenti militari; conseguentemente la Camera può senza pericolo di mal esempio concedere queste pensioni; ma non così quando si tratta di quei militari che contrassero matrimonio in coutravvenzione alle leggi ed ai regolamenti, e che sono tuttora nell'esercito.

Qui si tratta di fatti illeciti permanenti riprovati dalle leggi; sarebbe incongruo e sconveniente che la legge accordasse premio a quei fatti che sono dalla legge stessa riprovati.

Ciò non potrebbe a meno di arrecare turbamento alla disciplina militare; anzi la legge non deve neppure sapere che vi siano di questi matrimoni, imperocché prescrivono i regolamenti che i comandanti di corpo devono invigilare perché questi matrimoni non vengano contratti, e, qualora vengano contralti, i militari che li contrassero in contravvenzione alla legge debbano essere cacciati dalle file dell'esercito; e quand'anche i comandanti non vengano a scoprire questi matrimoni, tuttavia i militari, se fossero informati a quei sentimenti di onore e lealtà che sono proprii di coloro che seguono questa carriera, dovrebbero, allorquando si mettono in contravvenzione ai regolamenti, chiedere la loro licenza, anziché mentire continuamente ai proprio stato.

Ecco la gran differenza tra i militari appartenenti a corpi attualmente sussistenti, ed i militari appartenenti a corpi che furono sciolti.

Quindi la Commissione credette che senza pericolo si potesse concedere la pensione alle vedove ed agli orfani dei militari che morirono in battaglia, e non credette di poter estendere questo favore ai matrimoni che sono contratti, e che tuttora sussistono, perché ciò non potrebbe a meno di infirmare la disciplina, di scemare le forze di quel prode esercito su cui son fondate le più care speranze del patrio rinascimento.

Quindi a nome della maggioranza della Commissione non posso a meno di respingere l'emendamento proposto dall'onorevole Macchi e di persistere nella proposta che venne fatta dalla stessa maggioranza.

MAZZA. Signori, io sostenni nella Commissione che il beneficio di questa proposta di legge non si dovesse estendere ai matrimoni che fossero per contrarsi nel futuro, quantunque confessi che il mio cuore mi portasse piuttosto a propendere in questa sentenza. Ma mi ritenne il pensiero che, secondando questo sentimento del cuore, da un'altra parte io veniva ad esautorare in qualche modo la legge sopra le pensioni) io

659 - TORNATA DEL 23

Ma, se da una parte, la legge non vuole estendersi a matrimoni irregolari che possono seguire nel futuro, perché non si deve esautorare la legge, né si deve togliere alcun freno alla disciplina dell'esercito, io sostengo, d'altra parte, che non si doveva neppure restringere di tanto la proposta legge, che quei militari, i quali sono posti nella medesima condizione di quelli cui favorisce la proposta della Commissione, debbano essere esclusi.

PETITTI. Domando la parola.

MAZZA. Ora, o signori, egli è evidente che questa disuguaglianza di trattamento avverrebbe precisamente, qualora noi trattassimo quei militari che sono per morire sul campo di battaglia, e i cui matrimoni si sono precedentemente contratti contro la legge, noi li trattassimo, dico, altramente da quelli i quali sono già morti sul campo dell'onore, e i cui matrimoni versano nelle condizioni medesime.

Infatti, qual è il motivo che ha determinata la presente proposta di legge?

Egli è queste, io non ne veggo altro, cioè che l'irregolarità dei matrimoni dai militari contratti sia in qualche modo compensata, sia sanata dalla prestanza militare ch'essi spiegarono sol campo di battaglia; sia cancellata, per così esprimermi, dal sangue ch'essi versarono nelle patrie battaglie.

Questa, o signori, è la vera causa della legge, questa e non altra.

Or bene, qui non è questione di tempo. Che la loro morte sia avvenuta, che le loro ferite siansi riportate nel passato, o si riportino nel futuro, questo non muta niente affatto la sostanza, la ragione della legge.

La vera ragione della legge consiste in questa cancellazione dell'irregolarità per mezzo del sangue sparso per la nazione.

Ora, poniamo che domani, in una nuova guerra, un militare, il quale abbia contratto irregolare matrimonio, cada o sia ferito per la patria. Egli è evidente ch'egli versa nelle precise, nelle identiche condizioni cui favorisce il benefìzio della proposta legge. Ma noi, escludendo la vedova, escludendo i figli di questi militari,che, per avventura, moriranno domani sul campo di battaglia, ed ammettendo gli altri, egli è evidente che avremmo una giustizia per gli uni, ed una giustizia per gli altri. Noi faremmo torto a quelli contro questi. La stessa posizione domanda lo stesso trattamento. I matrimoni degli uni, come quelli degli altri, furono contratti nel passato; noi saniamo l'irregolarità degli uni, dobbiamo sanare anche quella degli altri.

Ma, si dirà, perché, a tale stregua, voi non sanate anche i matrimoni futuri? A questo, o signori, fa veramente ostacolo il rispetto che dobbiamo avere alla legge sulle pensioni. Noi, colla disposizione che vogliamo adottare, non dobbiamo levar nulla all'autorità della legge che governa la materia delle pensioni.

Ma, offendiamo noi la disciplina, violiamo noi la presente legge, perché nelle identiche condizioni vogliamo dare ai militari un trattamento medesimo? Egli è evidente che non è menomamente offesa la disciplina, non è menomamente violata la legge; e, anzi, che questa è confermata nel suo spirito come nella sua lettera, mentre, nelle stesse circostanze, noi trattiamo i militari colla medesima misura. Noi, dico, non violiamo punto la legge; e anzi la proposta nostra confermerà; viemmeglio il prescritto della legge che i matrimoni irregolari non possono contrarsi nel futuro. Giacché noi escludiamo appunto dal beneficio della proposta i matrimoni futuri; e, solo, quanto al passato, noi vogliamo osservata la stessa giustizia per gli uni, siccome per gli altri.

L'onorevole Tonello, che nella Commissione e oggi nella Camera sostenne l'avviso opposto, diceva che noi daremmo, in certo modo, un premio a fatti riprovati dalla legge. Ma che altro facciamo noi con questa legge, se non cancellare un'irregolarità? La Camera non avvisa certo di concedere un premio ai matrimoni irregolari di quei militari, i quali sono caduti sul campo di battaglia. Essa crede per fermo che, votando questa legge, si viene solo a distruggere quell'irregolarità. La Camera non concede alcun premio, concede solo una sanatoria: si accorda un diritto là dove havvi una grande espiazione.

Ecco la verità; ecco la sostanza della legge. E la stessa cosa sarà, quando ai militari, i quali soccombano nelle venture battaglie, si conceda lo stesso beneficio che si vuol concedere ai già caduti.

lo non veggo altra cosa. L'onorevole Tonello vede nella proposta nostra un premio a fatti irregolari, che per avventura si sono commessi; io non veggo che una sanatoria, la quale si concede ai militari che cadranno nelle future battaglie, come si concede dal progetto della Commissione a quelli che già sono caduti sullo stesso campo d'onore.

Mi pare con ciò di aver risposto alla principale obbiezione messa innanzi dall'onorevole Tonello.

Ma oltre questa ragione di pretta legalità, cioè di trattare i medesimi militari colla stessa misura, avvi una ragione di alta convenienza politica. Imperocché, o signori, quando questi militari, che per avventura avessero contralto un matrimonio irregolare, si credessero trattali con altra misura da quella con cui sono trattati coloro che versano nelle loro identiche condizioni, è chiaro che si sconforterebbero, e forse non combatterebbero più con quel sicuro ardimento di cui sarebbero capaci, qualora non si avessero a preoccupare della sorte futura delle loro vedove e dei loro figli.

Ma se vi ha momento inopportuno per recare questo sconforto, è certo il presente, in cui si tratta soprattutto di avere al servizio della patria, come tutto il senno, così tutte le braccia e tutto il valore de' suoi figli.

Io supplico per conseguenza la Camera di adottare la mia proposta in sostituzione di quella della Commissione. Essa compirà in tal modo un debito di pretta giustizia, e insieme un atto di alta e nazionale politica.

PRESIDENTE. Prego il deputato. Mazza di deporre sul banco della Presidenza la sua proposta.

MAZZA. Io non ho bisogno di far proposte, poiché l'onorevole deputato Mosca ha messo innanzi la stessa proposta che io ho fatta nel seno della Commissione. A me pertanto non resta che di aderire alla proposta medesima.

PRESIDENTE. Il deputato Bruno ha facoltà di parlare.

BRUNO. Gli onorevoli deputati Mosca e Mazza credono giusto, se non isbaglio, regolarizzare la condotta di quegli ufficiali, i quali hanno contratto matrimonio contro le disposizioni del regolamento, ed equiparare la loro posizione a quella di coloro che hanno contratto matrimonio, attenendosi al disposto del regolamento stesso.

Essi dicono che quegli uffiziali che hanno contratto matrimonio, potendo benissimo esporre la loro vita in difesa della patria, sarebbe, direi quasi, strano che la Camera volesse diniegare alle loro vedove lo stesso sussidio che con questa legge si vuole accordare alle vedove di coloro che hanno già sparso il loro sangue pella salvezza della patria.

Ma, o signori, gli ufficiali che debbono ammogliarsi debbono stare al regolamento, in quanto che la loro posizione, o la posizione della donna che vogliono condurre

660 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEI.1

in moglie, debba essere tale da permettere a questa, divenuta vedova, od ai figli i mezzi onde provvedere alla loro sussistenza; perché la pensione accordata alle vedove o ai figli degli uffiziali morti in battaglia non è sufficiente per poter completamente soddisfare ai bisogni della vita.

Ebbene, o signori, se il ministro per la guerra potesse per un momento ammettere la disposizione che si vuol far adottare dalla Camera, sapete quali sarebbero le conseguenze? Che il ministro per la guerra, conoscendo che vi siano presentemente molli uffiziali nell'esercito che abbiano contratto matrimonio senza osservare gli articoli del regolamento, debba rispettarli assolutamente.

Ma, mi si dirà, questi uffiziali domani potranno versare il loro sangue per In patria. Potranno versarlo; ma questi uffiziali possono anche tener conto che la pensione che si accorda non è sufficiente per soddisfare ai bisogni della propria famiglia; perché, ricordiamolo, o signori, si sfugge dall'adempiere a) regolamento appunto quando le donne che si sposano non hanno mezzi tali da poter soddisfare a tutti i bisogni; ed allora sapete quali ne siano le conseguenze? Voi venite a stabilire un principio generoso nella speranza che l'ufficiale potrà morire in campagna; ma di dieci uffiziali che si trovino in tal condizione, ci potranno essere otto che non adempiranno a questo principio d'onore. Voi avrete dieci uffiziali: due moriranno per la patria; ma gli altri otto, appunto perché considereranno che le loro famiglie resteranno con pochissimi mezzi, parlo dei mezzi della sola pensione, ci penseranno due volte a dover morire. (Ilarità)

Se il ministro della guerra non potesse sbarazzare l'esercito di questi ufficiali che hanno contratto matrimonio non adempiendo alle prescrizioni della legge, io sarei col signor Mosca, e direi: regolarizziamo la loro posizione; ma il ministro della guerra, nelle attuali condizioni, è in grado di escluderli.

Ora, o signori, nell'interesse dell'esercito, io desidero che vi ricordiate le parole del ministro della guerra, il quale ci diceva che, fra le tante cause dell'abbrutimento, direi quasi della vigliaccheria dell'esercito borbonico, ci stava quella di vedere che molti ufficiali tenevano moglie e numerosa prole; il vostro principio avrebbe per effetto di portare a poco a poco i nostri ufficiali nella condizione degli ufficiali borbonici, e io sono sicuro che la Camera non vorrà fare oggi quello che ha rimproverato ai borbonici. L'armata è il palladio della libertà e della grandezza d'Italia, e gli ufficiali hanno degli obblighi che devono essere i primi ad adempiere.

La Camera sarà generosa verso le vedove di quegli ufficiali che sono morti in battaglia, ma non vorrà per ciò sanare la irregolarità di moltissimi altri ufficiali che possono trovarsi nell'armata in questa condizione.

Né mi si obbietti che v'è una donna la quale si è lasciata sedurre, o un uomo che fu trascinato dalla passione, come diceva ieri l'onorevole Macchi. Se v'è un uomo che si è lasciato trascinare dalla passione, se vi sono donne che si sono lasciate sedurre, ebbene soggiacciano alla sorte di colui il quale non istà cauto nel difendere quanto ha di più prezioso; ma ripeterò sempre che la Camera deve stabilire un principio di rigore rispetto all'avvenire, rispetto a quegli ufficiali che si trovano presentemente ammogliati, per modo che il Ministero possa licenziarli, mentre per quelli che sono morti combattendo per la patria io sarò il primo a domandare che le loro vedove, i loro figli si abbiano quella pensione voluta dalla legge.

PETITTI. Io desidero presentare una semplice osservazione, la quale, a mio credere, debbe indurre la Camera a non accettare l'emendamento Mosca.

L'onorevole Mosca ha egli stesso accennato agl'inconvenienti di questo suo emendamento, spiegando come gli ufficiali che sono in istato di contravvenzione alla legge sui matrimoni potrebbero, prima che accada il caso di godere del favore di quella che stiamo per votare, essere sottoposti ad un Consiglio di disciplina per essere allontanati dall'esercito.

Per rispondere a questa difficoltà, che cosa disse l'onorevole preopinante? Egli spiegò come il suo emendamento debba considerarsi in tutti i suoi effetti come un'amnistia dei matrimoni che sono stati contratti prima d'ora in opposizione ai vigenti regolamenti.

Osserverò al signor Mosca che, qualora egli voglia una vera amnistia, deve proporla in termini più espliciti di quelli che informano il suo emendamento. Ma, in questo caso, gli domando se ha pensato a tutte le conseguenze della sua proposta. S'egli vuole che i contravventori alle discipline sul matrimonio, i quali trovansi ancora impuniti perché la contravvenzione non fu ancora scoperta, ei deve volerla anche per quelli che, essendo stati scoperti prima d'ora, andarono soggetti alle pene sanzionate contro il loro fallo. Ora, la legge che regola le penalità da applicarsi agli uffiziali che contraggono matrimonio senza autorizzazione, è quella sullo stato degli ufficiali, la quale stabilisce la rivocazione. Ma prima di questa erano vigenti le regie lettere patenti del 1834, colle quali il contravventore alle patenti stesse era licenziato pel solo fatto del matrimonio senza autorizzazione. Se l'onorevole deputato Mosca vuole adunque un'amnistia per tutti i matrimoni contratti irregolarmente fino al giorno d'oggi, deve rimontare fino al 1834 e prevedere che saranno riammessi nell'armata tutti quelli che ne uscirono da trent'anni quasi a questa parte. Ora, quando costoro dovessero rientrare, come il farebbero? Coll'antico loro grado, ovvero con quello che avrebbero qualora avessero continuato a servire? Sarebbero essi tutti idonei a coprire un grado nell'armata? Ne sarebbero tutti degni? Ma non basta; imperocché, oltre agli ufficiali che per matrimonio autorizzato uscirono dalle file dell'esercito, ve ne sono altri, i quali, per riguardi speciali, furono passati nel servizio sedentario o provvisti altrimenti. Dovranno questi rientrare nell'attività? E come? Qual sede riprenderanno? Come sarà loro calcolato il tempo, dacché trovansi in servizio sedentario?

Le questioni che accenno di volo, ed incompiutamente,devono far conoscere all'onorevole Mosca quali e quante sarebbero le difficoltà alle quali ci sobbarcherebbe l'adozione del suo emendamento, quale e quanta sarebbe la perturbazione che cagionerebbe l'applicazione in tutte le sue conseguenze del principio d'amnistia da lui proposto.

Io consiglio pertanto alla Camera di respingere l'emendamento dell'onorevole Mosca.

PRESIDENTE. La parola è al signor relatore della Commissione.

DI PETTINENGO, relatore. Come relatore della Commissione, non posso accettare né l'emendamento proposto dal signor Mosca, e propugnato dal signor Mazza, né l'estensione larga che vorrebbe dare a questa legge l'onorevole Macchi.

Com'ebbi già l'onore di esporre, la maggioranza della Commissione si associa pienamente a tutti i sentimenti generosi espressi in questa Camera, ma essa è irremovibile, sia nel principio che la legge informa, come nello scopo cui tende.

Coll'emendamento Mosca, come già avverti l'onorevole Petitti, questa legge si cambierebbe in un'amnistia per i matrimoni contratti in onta ai regolamenti.

661 - TORNATA DEL 25

Le gravi conseguenze che ne verrebbero furono già esposte, né io verrò nuovamente ad enumerarle.

Ammettendo il principio dell'onorevole Mosca, ne potrebbe avvenire che, nel frattempo fra la votazione e la promulgazione della legge, si effettuerebbero molti di tali matrimoni, autorizzati in certo modo dal voto stesso della Camera, e si contravverrebbe alle disposizioni della legge sullo stato degli uffiziali, che è la legge eminentemente costitutiva dell'armata. D'altra parte poi avverrebbe che i militari i quali abbiano contratti di tali matrimoni dovrebbero dichiararli, ed il ministro, in osservanza alla legge sullo stato degli ufficiali, dovrebbe promuoverne la rivocazione, quando colla presente legge, emendata come si propone, apre loro un mezzo di amnistia. Ond'è che, verificandosi il caso di scoprire di tali matrimoni non autorizzati, i militari cui riflettono cercherebbero di valersi del favore che la legge loro prometterebbe.

Si stabilirebbe insomma una vera contraddizione fra le leggi preesistenti e quella che si vorrebbe adottare, emendata come fu accennato.

Né, o signori, sono nuove le presenti discussioni; ché esse furono tutte svolte e ventilate allorquando venne discussa la legge sulle pensioni; e gli onorevoli deputati che qui siedono, e facevano parte della Legislatura del 1850, rammenteranno come in quel tempo la Camera, seguendo impulsi generosi, adottasse colali disposizioni a favore delle vedove dei militari che, provvedendo ad esse onoratamente, non fossero contrarie alle leggi costitutive dell'esercito, o alla disciplina.

Per queste ragioni svolte nel seno della Commissione in più riunioni, per le ragioni che ieri già ebbi l'onore d'esporre, e di cuti forse queste mie parole sono una ripetizione per quelle svolte oggi dagli onorevoli deputati Tonello e Petitti, e ieri dal deputato Chiaves, io prego la Camera, nell'interesse dell'esercito, nell'interesse della disciplina, di votare l'articolo 1 tal quale venne proposto dalla Commissione. né mi rimuove l'osservazione fatta dagli onorevoli Mazza e Macchi, che, cioè, quei militari, i quali per avventura abbiano contravvenuto alla legge, non avranno egual fermezza, egual coraggio allorquando si presenti la circostanza di fare il sacrifizio della propria vita.

10 penso che tutti coloro che portano l'onorata divisa militare, e servono sotto la nostra bandiera, nell'ora del pericolo dimenticheranno gli affetti i più intimi del cuore per correre là dove il loro dovere e l'onore li chiami. né credo di andare errato, e mi conforta il passato, siccome potrei citare onorevoli nomi.

Quei valorosi militari non si preoccuparono delle loro famiglie e dei loro figli nel giorno del pericolo e della gloria. Essi sapevano che un Parlamento avrebbe riconosciuto le loro azioni eroiche ed avrebbe rimeritato nelle loro vedove le azioni di valore da essi compiute.

Il Parlamento adempie adesso ad un tale atto di gratitudine, ma il ministro, coi fondi dei casuali che il bilancio mette a sua disposizione, prima d'ora ha già provveduto ai bisogni di esse.

In quanto alla redazione proposta dall'onorevole Morini, parmi non diversa da quella della Commissione.

MAJ. L'articolo proposto dal Ministero, l'articolo proposto dalla Commissione, come pure l'emendamento dell'onorevole Mosca, lasciano un dubbio che accennava già nella tornata di ieri.

Questi articoli provvedono alle vedove, ai figli ed alle figlie dei militari in caso sia avvenuto matrimonio; non provvedono, a mio credere, a quei figli, pei quali,

sebbene siano riconosciuti dalla legge, non sia intervenuto matrimonio, voglio dire ai figli che sono stati legittimati per rescritto sovrano.

A me sembra che il dubbio risulti evidentemente dalle diverse redazioni di quest'articolo, e risulta dalla considerazione che, trattandosi in questa legge di una eccezione alla legge generale, non si possa dare una interpretazione estensiva, e che quindi debba applicarsi questa legge tassativamente al caso per cui fu destinata, ossia al caso in cui sia intervenuto matrimonio. La legge sana i difetti e le irregolarità di un matrimonio.

Ora, se è vero che non siano compresi dal provvedimento i figli legittimati per rescritto sovrano, io dico, la legge non soddisfa intieramente al voto della Camera, espresso da lei nella seduta dell'anno scorso, quando promoveva questo provvedimento dal ministro della guerra, ed introduce, rispetto ai figli dei militari, un'odiosa eccezione ai principii generali del diritto civile, in materia di legittimazione.

Quali erano i motivi che mossero la Camera a promuovere questa legge?

Si voleva che i figli di coloro, i quali hanno data la loro vita per la patria, non dovessero per avventura trovarsi costretti a mendicare; si voleva che questi figli, i quali avevano perduto il padre, trovassero sostegno ed aiuto nella provvidenza della nazione. Insomma si voleva, per quanto riguarda i figli di questi militari, sciogliere un debito di umanità e di gratitudine.

Ora io dico: se mai vi sono figli di militari in questa condizione dalla legge pareggiati ai legittimi, ai quali questa legge non provveda, questa legge non soddisfa pienamente a questo motivo che mosse la Camera nel promuovere la legge.

Ma ho detto anche che s'introdurrebbe, a danno di questi figli di militari, una odiosa eccezione ai principii del diritto civile in materia di legittimazione.

La legittimazione per rescritto sovrano produce gl'istessi effetti della legittimazione per susseguente matrimonio; quindi, se questa legge dovesse essere sancita così come è formulala, si stabilirebbe la eccezione in ciò che verrebbero esclusi questi figli legittimati per rescritto sovrano.

Io ritengo adunque che convenga introdurre nella legge un'aggiunta nel senso di comprendere anche questi figli legittimati per rescritto sovrano. Quest'aggiunta consiste nel dire, dopo le parole: «le vedove, i figli e le figlie nubili, legittimi o legittimati pel' rescritto sovrano; indi come sta scritto; e soggiungere, dopo le parole: «non sia stato autorizzato nel modo prescritto dai veglianti regolamenti,» queste altre: «o la cui legittimazione sia seguita anche solo per rescritto sovrano.

PRESIDENTE. Siccome la proposta del deputato Maj è un emendamento aggiuntivo, cosi mi parrebbe, per l'ordine e la semplificazione della discussione, che sarebbe ora il caso di votare i vari emendamenti che si sono presentati.

MAJ. Volevo fare una dichiarazione.

Io accetto l'emendamento Mosca; ma questo mio sottoemendamento si applica egualmente all'articolo 1°, proposto dalla Commissione. Mi riservo quindi, nel caso che l'emendamento Mosca non fosse accettato, di riproporlo come sottoemendamento.

TONELLO. Domando la parola.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare.

TONELLO. La maggioranza della Commissione non po

La Commissione ha creduto che fosse conveniente applicare la legge stessa che vige riguardo alle pensioni delle vedove e degli orfani dei militari, a quelle vedove ed a quegli orfani lasciati da militari che contrassero matrimonio in contravvenzione

662 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEI.1

al regolamento, e di loro accordare la pensione, come se avessero contratto il matrimonio a termine della legge e del regolamento, ogniqualvolta i militari abbiano versato il sangue per la patria sul campo di battaglia. La Commissione ha creduto, dico, d'estendere questa legge alle vedove ed agli orfani di cui è caso, ma non ha creduto di poterla estendere oltre.

La legge che provvede alle vedove ed agli orfani provvede solamente alle vedove per legittimo matrimonio ed agli orfani nati da legittimo matrimonio.

Ora ognun vede che, se è conveniente di estendere la disposizione di questa legge anche a coloro che contrassero matrimonio in contravvenzione al regolamento, non sarebbe poi conveniente d'estendere il favore di questa legge al concubinato, od ai figli nati fuori di matrimonio, quantunque per avventura venissero ad ottenere la legittimazione per rescritto del Principe.

Quindi la Commissione, come diceva, non potrebbe aderire a quest'aggiunta.

BROGLIO. Io comincio dal dichiarare che fa grande impressione sull'animo mio, contro la proposta dell'onorevole Mosca, il fatto che tutte le autorità militari della Camera la combattono; perché sicuramente questi nostri onorevoli colleghi che appartengono all'esercito hanno un sentimento più istintivo, più abituale, più sicuro di tutto quanto possa giovare o nuocere allo spirito dell'esercito; e, vedendoli così unanimi nell'opporsi alla proposta dell'onorevole Mosca, l'animo mio propenderebbe a votare con loro.

Ma, d'altra parte, per tranquillare pienamente la mia coscienza sul voto che debbo dare, avrei bisogno di sentire una risposta adeguata ad alcune obbiezioni che finora, secondo me, sono rimaste in tutta la loro forza.

L'onorevole Pettinengo diceva che la proposta dell'onorevole Mosca avrebbe questo effetto, che, dal giorno d'oggi fino al giorno della promulgazione della presente legge, si potrebbero contrarre da ufficiali dei matrimoni irregolari, inquantoché saprebbero di essere poi amnistiati dalla presente legge.

A quest'obbiezione parmi sarebbe agevolmente risposto quando, invece delle parole: matrimoni contralti fino al giorno della promulgazione della presente legge, si sostituissero queste altre: contratti fino al giorno 23 M'immagino che l'onorevole Mosca non avrà difficoltà di accettare questo sottoemendamento (Il deputato Mosca accenna di assentire); ed in tal caso mi parrebbero tolti di mezzo tutti quei pericoli a cui accennava molto opportunamente l'onorevole Pettinengo.

Un altro motivo, gravissimo in apparenza, per cui l'onorevole Pettinengo non poteva accogliere la proposta Mosca, si era questo: egli diceva che il ministro della guerra è obbligato dai regolamenti ad escludere dalle file dell'esercito quegli ufficiali che fossero riconosciuti in condizione di matrimonio irregolare. Quando la proposta Mosca venisse adottata, questi ufficiali risponderebbero al ministro della guerra, che volesse applicar loro i regolamenti: ma, badate, voi mi trattate con poca equità; giacché, mentre la legge mi accorda il favore di poter servire nell'esercito, od almeno di correre la sorte di morire sul campo di battaglia, assicurando in questo caso la pensione alla mia vedova ed ai miei figli, voi, coll'applicazione immediata e rigida dei regolamenti, mi togliete questa probabilità di favore.

Se non che, se cotesta obbiezione ha il suo lato specioso, non mi pare per altro sufficiente ad impedire l'adozione della legge,

perché il ministro della guerra avrebbe sempre diritto di rispondere a quegli ufficiali: la legge non ha inteso menomamente di amnistiare tutti gli ufficiali che sono in questa condizione di matrimonio irregolare; la legge ha inteso soltanto di dare un'amnistia sotto una condizione precisa e speciale, ed è la condizione di morire sul campo di battaglia; voi non potete valervi di questa condizione speciale della legge per opporla alle regole generali delle leggi militari, mentre la legge militare vi mette in questa condizione che, avendo voi contratto un matrimonio irregolare, voi potete essere esclusi dalle file dell'esercito; la legge attuale accorda, non a voi, ma alle vostre vedove ed ai vostri figli, il beneficio della pensione nel caso che voi moriate sul campo di battaglia; ciò non significa ch'essa vi accordi il diritto di rimanere nell'esercito; e non dico un diritto rigoroso, ma nemmeno un titolo d'equità morale per rimanervi.

Or dunque a me pare che questa legge corrisponda ad un sentimento generoso, che è nel cuore di tutti i deputati; infatti anche gli opponenti hanno protestato della loro simpatia, della loro tendenza in massima ad adottare il principio della legge.

A me pare inoltre che la proposta in discussione tenda ad un fine politico, perché mette questi ufficiali in condizione di cogliere premurosamente l'occasione di lavare, per così dire, la macchia che hanno contratta col loro matrimonio irregolare, affrontando la morte sul campo di battaglia, ed assicurando così una posizione alla loro vedova ed ai loro figli.

Io dichiaro per conseguenza, conchiudendo, che, se qualche onorevole nostro collega risponde a queste obbiezioni, allora io ben volontieri potrò votare colle autorità militari che c'invitano a tener fermo il regolamento e a non estendere le disposizioni di questa legge; in caso contrario, io darò il mio voto in favore dell'emendamento proposto dall'onorevole Mosca.

MACCHI. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Per rispondere al deputato Broglio?

tacchi. Per accettare, a nome della minoranza della Commissione, l'emendamento che egli farebbe, cioè di sostituire il giorno 23 per l'attuazione della legge, piuttosto che quello della promulgazione, per evitare il più grave degl'inconvenienti accennati dagli oppositori.

PRESIDENTE. Questo si riferisce all'Art. 2.

DI PETTINENGO, relatore. Mi duole che dovrò dire per la terza volta cose che ho già detto ieri, e che ho detto or sono alcuni momenti.

L'onorevole Broglio mi ha in certo modo combattuto e vinto volendo stabilire, per l'attuazione della legge, il giorno d'oggi, piuttostoché quello della promulgazione della legge.

Non v'ha dubbio che in questo modo si eviterebbe una parte degl'inconvenienti che ho accennati. Ma mi sono servito di quest'argomento come uno dei tanti che si cerca di addurre quando si vuol sostenere un punto controverso; ma non è l'essenziale. Per me la maggiore preoccupazione si è quella di non fomentarci matrimoni, di non esautorare le discipline che la sperienza ha dettate, e che la pratica dimostra ogni dì più necessarie.

Io amo riconoscere un diritto di amnistia a favore di colui che seppe riparare il fallo colla vita, ma non mai in colui che abbia ancor a riparare il fallo commesso, e pel quale specialmente le leggi vigenti determinano severe punizioni.

MAZZA. Per mia parte, come ha già dichiaralo l'onorevole Macchi, aderirei ben volentieri alla proposta fatta dall'onorevole Broglio, che, cioè, sia fissata al giorno da lui indicato la decorrenza delle pensioni di cui si tratta.

663 - TORNATA DEL 23

Quanto alle ragioni che furono addotte contro la tesi da me propugnata, esse si restringono, mi pare, a questa: che la disciplina dell'esercito soffrirebbe detrimento dall'ammettere la proposta eh siano tutti amnistiati i matrimoni dei militari seguiti nel passato, quantunque intaccati di irregolarità.

L'onorevole relatore ha nuovamente svolta questa obbiezione. Egli ha detto: noi vogliamo porre un freno a questi matrimoni irregolari; noi vogliamo afforzare la disciplina dell'esercito.

Ma, o io m'inganno, o mi sembra che la proposta della minoranza della Commissione ponga anche meglio questo freno a' matrimoni irregolari che la legge stessa propugnata dalla maggioranza. Infatti, escludendo noi dal beneficio della legge i matrimoni irregolari che siano per con trarsi nel futuro, noi veniamo cosi aggiungendo una nuova conferma, una nuova sanzione al principio stesso della legge sulle pensioni che li condanna.

Confermando questo disposto di legge, io non veggo, in verità, come per noi si venga a togliere alcun freno a questi matrimoni irregolari.

Colla proposta di legge, quale è messa innanzi dalla minoranza della Giunta, non solo si pone questo freno, ma viene, ripeto, a confermarsi viemmeglio quello che già vi pone la legge sulle pensioni, perché noi escludiamo di proposito i matrimoni irregolari che siano per contrarsi nel futuro.

L'onorevole Di Pettinengo ha ancora soggiunto: noi vogliamo concedere un diritto a pensione alle vedove degli ufficiali che sono morti, ma non vogliamo concedere egualmente un diritto che sia ancora da acquistarsi.

Ma io non so come l'onorevole Di Pettinengo faccia una questione di tempo di una questione essenzialmente di sostanza.

Come aveva l'onore di dire la prima volta che presi la parola in questa discussione, tutta la questione consiste in questo, che, cioè, l'irregolarità dei matrimoni passati sia sanata, cancellata dal sangue generosamente sparso nelle nazionali battaglie. Questa, diceva, è la ragione della legge. né il tempo, in verità, può entrare per nulla a mutare questa ragione. Che il sangue de' generosi sia sparso ieri, o si versi domani, in verità, la ragione della legge non è punto diversa; e cade per conseguenza tutta la risposta fattami dall'onorevole relatore.

La questione della disciplina, ripeto ancora, non sorge punto dalla nostra proposta. Non si nuoce menomamente con questa alla disciplina dell'esercito. E tutta questione di giustizia la nostra, e di giustizia distributiva.

Io non veggo altro modo di ammettere le vedove dei militari che contrassero irregolari matrimoni e la loro prole minorenne alla pensione di cui si tratta, che sanando l'irregolarità dei matrimoni da esse contralti, col valore spiegato dai loro mariti e padri. Or bene, se questa sanatoria si fa per i matrimoni che furono contratti dagli uni, deve farsi egualmente per i matrimoni contratti dagli altri. Il diritto e la giustizia distributiva lo richieggono.

Si opponeva la questione della disciplina; come ho dimostrato, qui la questione della disciplina non c'entra per nulla. Qui non si parla punto dei matrimoni irregolari che possano seguire nel futuro, anzi, al contrario, per questi matrimoni, colla nostra proposta poi, si altera punto il disposto della legge che li proibisce.

Non potendo dunque la proposta nostra recar nocumento alla disciplina dell'esercito,

rimane intatta la questione di giustizia. Ed io non veggo che fin a questo momento si sia ancora risposto a questa questione che oppongo in termini precisi: che, cioè, si conceda agli uni, nell'identica condizione, quello che si concede agli altri.

L'onorevole signor relatore aggiunse ancora una risposta alla considerazione politica che io faceva da ultimo, che, cioè, non concedendo questa giustizia ai militari tutti ché avessero contratto matrimonio irregolare del passato, quando cancellino la loro mancanza coll'ardimento spiegato in battaglia, verremmo in certo modo a sconfortarli dal porre la loro vita in cimento per la patria. Egli diceva che non mancherebbe modo ai legislatori futuri di venire in aiuto a questi prodi difensori della patria. Io ammetto molto volentieri che questo si potrà fare; ma perché dobbiamo noi occuparci di ciò che saranno per fare i futuri legislatori? Quando ci si presenta una questione di giustizia, noi dobbiamo immediatamente risolverla. Perché dunque domandare ai legislatori futuri una soluzione che senza giusto motivo noi rifiutiamo di dare in questo momento? La questione di giustizia vuol essere immediatamente risolta. 0 il caso è identico, o non lo è. Io ho dimostrato che è identico; quindi supplico nuovamente la Camera di voler approvare la mia proposta.

PRESIDENTE. La parola è al deputato Alfieri.

ALFIERI. Non mi posso accostare all'opinione della minoranza della Commissione, giacché, mentre essa dice che è una questione di giustizia, io invece vi vedo due pericoli di ingiustizia.

Primo di tutto, io domando come mai si vorrà stabilire che il matrimonio contratto prima del 25 sia sanato, e non sia invece sanato quello contratto il giorno 24, sebbene non sia per nulla diverso dall'altro, se non per la data! Questa, o signori, è una vera ingiustizia, perché questa data è assolutamente arbitraria, è posta meramente dal caso, e non stabilita da ragione di sorta.

Vero atto di giustizia sarà che, quando venga una nuova guerra, e gloriose disgrazie siano accadute ad uffiziali o soldati dell'esercito, si dica allora: voi avete nel passato sanzionato una legge la quale ha sanato la condizione di quegli individui che avevano contratto matrimonio contrario ai regolamenti, voi dovete farlo nuovamente perché si è verificalo lo stesso fatto; ma ora no. Ora per gli uni si è già compiuto quell'alto eroico che serve di sanatoria all'irregolarità del loro matrimonio, per gli altri invece si va dietro alla supposizione che si possa compiere.

Prima di tutto, io credo che gli onorevoli sostenitori di quest'emendamento alla proposta della Commissione avrebbero gran difficoltàper indicarmi un altro esempio di legge sanatoria posta sotto condizione di morte, perché io vedo persino una certa immoralità ad obbligare un uomo a cercare la morte per sanare una sua colpa. Vidi proposte di questo genere nei drammi e nei romanzi, ma nelle leggi credo non se ne rinvenga altro esempio. Tenendo invece il sistema della Commissione, ne verrà di necessità che, allorquando per nuove guerre, fatte in difesa od in ampliazione della patria, venissero ad incontrarsi eroiche sventure, come quelle che ora ci preoccupano, è evidente che nessun Parlamento potrà rifiutarsi a quest'obbligo di giustizia, di stendere a queste nuove vittime lo stesso conforto che ora si vuol dare ai superstiti di coloro che sono caduti nelle passate guerre.

Io reputo ancora di dover soggiungere che gli onorevoli oppositori, i quali hanno parlato oggi, si sono astenuti dal rispondere ad una parte delle argomentazioni che aveva fatte in principio l'onorevole Macchi Egli aveva veramente posta

le irregolarità di questi matrimoni. Ma, ove si considerino per bene le informazioni che ci danno gli uomini esperti della materia delle armi della qualità della massima parte di questi matrimoni, e della serie d'immoralità che in essi s'incontrano, io credo che la Camera si persuaderà che conviene dare la massima forza alla legge contro la propagazione di simili matrimoni fatti in contravvenzione dei regolamenti; giacché non è soltanto una questione di disciplina militare, ma è un fatto che la vita militare espone molti ufficiali a circostanze pericolose, in cui contraggono matrimoni indegni, non solo di un militare, ma di qualunque galantuomo. Ed io desidero che la Camera decida la questione sotto l'influenza di questa convinzione, che è nata in me per quello che ho udito sempre affermare intorno a questa materia dagli uomini più periti delle cose militari, cioè che sono contrarie ai sentimenti di valore, ai nobili affetti quelle unioni che sono pur troppo frequenti nell'esercito, rispetto alle quali i regolamenti non sono mantenuti in tutto il loro rigore.

Per queste ragioni prego la Camera di volersi attenere al sistema della Commissione, per non favorire i matrimoni contratti in onta ai regolamenti, e di voler restringere la legge ad un atto di amnistia verso coloro che compirono eroici, non contemplando i casi che potrebbero succedere per l'avvenire, quantunque abbiamo fiducia che possono essere da altri imitati.

MOSCA. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. La parola spetta al deputato Maj.

MAJ. Dirò due parole per rispondere alle obbiezioni fatte dall'onorevole deputato Tonello.

Egli ha detto: la legge attuale non fa che estendere le leggi vigenti sulle pensioni ai matrimoni i quali non furono contratti colle norme volute da queste leggi generali.

Egli volle dire con ciò che la legge generale sulle pensioni esclude quei figli i quali hanno ottenuto la legittimazione per sovrano rescritto. Ma, il volere interpretare le eccezioni colla norma delle regole generali, mi pare cosa contraria ai principii logici.

La legge che si propone quest'oggi è un'eccezione; vuolsi dunque interpetare in modo ben diverso da quello che si farebbe per la regola generale.

Soggiungeva che con questa legge si voleva provvedere ai matrimoni, sibbene irregolari, ma ai matrimoni, non al concubinato, all'immoralità.

Ma, signori, io non ho domandato provvedimenti per figli che non siano stati riconosciuti dalla legge, per figli pei quali non militino circostanze tali da ottenere ai medesimi il rescritto sovrano di legittimazione.

Non è vero adunque che io domandi provvedere ai figli nati dal concubinato, non è vero che io propugni qualche cosa d'immorale.,

Il rescritto sovrano ci guarentisce da questo pericolo; ma dirò di più; io mostrerò l'assurdo di questo timore.

Se la legittimazione è avvenuta per susseguente matrimonio, mi concederà l'onorevole Tonello che e la legge generale ed anche questa speciale favoriscono i figli che sono cosi legittimati; che questi figli sono compresi tanto nella legge generale delle pensioni, quanto in questa speciale.

Ora io io dico: se il cannone di Palestro e di San Martino ha tolto la possibilità a questi matrimoni, il cannone di Palestro e di San Martino sarà divenuto il legislatore, avrà creata questa differenza essenziale fra questi due figli, che pur si trovano nelle medesime condizioni?

Del resto io dico che qui non è nemmeno questione di assoluta legalità.

Qui si tratta di una provvidenza nobile, generosa; si tratta di soddisfare un debito di umanità, di gratitudine; un debito che la Camera ha sentito e sente profondamente verso questi cittadini, che hanno dato la loro vita per l'indipendenza nazionale.

Non restringiamo dunque ai gretti confini della strettissima legalità le provvidenze della Camera!

Signori, è la causa degli orfani, e di orfani di chi è grandemente benemerito della patria, di chi è morto precisamente per far noi quelli che siamo, e confido che il mio patrocinio innanzi al Parlamento italiano non cadrà inutilmente, come non può essere inutile adesso un appello a sentimenti nobili e generosi.

MOSCA. Trattandosi del mio emendamento, credo necessario di rispondere qualche cosa ad alcune obbiezioni che, per quanto mi consta, hanno destato una certa impressione.

Io però mi meraviglio della resistenza che oppongono i nostri colleghi militari all'adozione della mia proposta, e, quantunque io ne sia l'autore, confesso che sono scosso dall'opposizione che fanno le persone più competenti; ma io, dispostissimo naturalmente ad uniformarmi a questa autorità, sono convinto che havvi un'autorità superiore, voglio dire quella della ragione, alla quale credo che sia dovuto il maggior rispetto. Perciò io devo osservare che le difficoltà sollevate contro il mio emendamento non mi paiono assolutamente molto fondate; riassumerò quindi brevemente quelle sole alle quali i miei avversari non hanno risposto.

Mi pare che l'onorevole relatore della Commissione appoggi le sue obbiezioni specialmente su questa considerazione: esso considera gli ufficiali, i quali hanno contratto dei matrimoni irregolarmente, come in uno stato di contravvenzione permanente.

Or bene, io dico che questa osservazione avrebbe un fondamento, se il matrimonio fosse cosa che si potesse fare e disfare; ma il medesimo, allorché è contratto, è un fatto irrevocabile; qualunque sentimento di disciplina non può portare questi ufficiali a rivenire su ciò che hanno operalo; in conseguenza mi pare precisamente il caso in cui un'amnistia benigna e generosa debba venire in aiuto.

Opponendo l'onorevole Bruno alcune conseguenze, di cui egli si preoccupa, a quelle di cui mi preoccupo io, disse che dall'adozione della legge nel modo che io avrei proposto, e desidererei di vedere adottato, ne potrebbe venire una conseguenza ben diversa da quella che io ne voglio trarre.

Egli affermava: non crediate, prima di tutto, che la prospettiva di lasciare una pensione alla vedova ed ai figli possa essere un eccitamento molto vivo a lasciar la vita sui campi di battaglia, perché dovete sapere che le persone che hanno contratto irregolarmente questi matrimoni sono precisamente quelle che da questo sussidio potrebbero ricavare bea mediocre beneficio;per cui egli vi diceva brillantemente: sopra dieci ufficiali ve ne saranno due che si lascieranno ammazzare, otto invece che ci penseranno due volte. Io dico che ve ne saranno otto che penseranno due volte a lasciarsi ammazzare per la prospettiva d'una meschina pensione, ma ve ne saranno nove o forse dieci, quando non vi sarà l'accennata prospettiva.

Mi pare che l'argomento può essere facilmente rivolto contro chi ne ha fatto uso.

Egli ancora aggiunge: se invece lasciamo le cose come sono, che cosa succederà? Succederà che questi matrimoni si paleseranno, o no; nel caso che si palesino, il ministro delle armi avrà il vantaggio di poter escludere quegli uffiziali

665 - TORNATA DEL 23

che si trovano in questo stato di contravvenzione. Io vi confesso sinceramente che un vantaggio di questa natura non sono disposto ad apprezzarlo niente affatto in queste circostanze.

Io, per parte mia, credo che l'utilità della nazione richiegga di passare sopra a queste contravvenzioni e di perdonarle, perché nelle circostanze attuali abbiamo bisogno d'uffiziali. Il signor generale Petitti mi ha fatta un'obbiezione importante, la quale veramente, a prima giunta, ha fatto sopra di me una grande impressione; ma credo che questo entra poi nei diritti del Ministero della guerra, il quale vedrà se ed in quanto possa ricevere gli uffiziali demissionati per questa mancanza, a quali condizioni ed in qual grado li debba collocare.

Io non mi preoccupo di questo per un motivo semplicissimo, ed è che la legge non è applicabile che a coloro i quali sono uffiziali al momento che la legge è fatta.

Per quelli i quali sono già stati demissionati, comprendo tutta la forza della sua obbiezione. Egli dice: se voi volete fare la grazia, dovete esser logici e conseguenti, è d'uopo estenderla a tutti quelli che per il passato, per questa mancanza, si sono trovali in questa circostanza, di aver abbandonate le file dell'armata.

Ma io osservo che questi non formano parte dell'armata, e che, se debbono essere ricevuti nuovamente, sussistono sempre i regolamenti che determinano appunto la qualità della loro ammessione.

Noi qui non facciamo che una disposizione per un caso che non si può verificare che a riguardo di quelli che sono in attività di servizio. Quelli i quali sono già stati demissionati non appartengono più all'esercito. Quindi, in verità, mi permetta che gli dica che l'obbiezione non ha un grande peso.

Io non voglio certo portare il disordine in questa parte del servizio, ma io credo che il Ministero sia perfettamente libero di attuare la legge, in questa parte, secondo la sua migliore scienza e coscienza.

Ora vengo agli emendamenti ed ai subemendamenti che vennero fatti a quello da me proposto ed accettato dalla minoranza della Giunta.

In quanto al sostituire la data del 23 come propose l'onorevole Broglio, a quella della promulgazione della legge, io veramente non aveva rilevata l'obbiezione fatta dall'onorevole Pettinengo; ma questa mi si presentò spontaneamente ed anche privatamente da alcuni miei onorevoli amici. Io non bo difficoltà ad accettare questo subemendamento, solo credo che il medesimo tolga un po' di quel carattere di generosità che ha la mia proposta, perché senza una corrispondente ragione veramente imponente; imperocché io sono di avviso che nei pochi giorni che ci vorranno ancora perché la legge possa venir sancita dai tre poteri costituzionali dello Stato non si potrà verificare, massime nelle presenti circostanze, una quantità di matrimoni tale da dover portare una alterazione essenziale nell'economia e negli effetti di questa legge; tuttavia, se la Camera lo stima, io, per parte mia, mi associo pienamente e di buon grado anche al subemendamento dell'onorevole Broglio.

Trovo, invece, che l'onorevole relatore ha risposto convenientemente, secondo me, all'onorevole mio collega ed amico avvocato Maj, riguardo all'altro subemendamento, quello che concerne l'estensione della legge ai casi di legittimazione; e questo per il motivo che la presente legge è una legge di parificazione, il cui intento non è altro che di parificare, in determinate eventualità, le conseguenze di un matrimonio irregolarmente contratto, a quelle di un matrimonio regolarmente contratto.

Or bene, io faccio questo ragionamento: o la legge generale, a cui si vogliono parificate le vedove e gli orfani di questi matrimoni, provvede già,o non vi provvede nel modo desiderato dall'onorevole Maj.

Se vi provvede, trova il suo complemento nella legge; se non vi provvede, non reputo giusto nemmeno io che in questa circostanza si pongano in una condizione più vantaggiosa di quella fatta per regola generale.

Io quindi con dispiacere mi trovo ora indotto a respingere il subemendamento dell'onorevole deputato Maj.

PRESIDENTE. Il deputato Petitti ha facoltà di parlare.

PETITTI. Il deputato Mosca, per diminuire il peso della mia osservazione, disse che il ministro della guerra può a suo piacimento ammettere nell'esercito, se lo crede, o non ammettere quegli ufficiali che sono usciti per aver contravvenuto alle disposizioni regolamentari che riflettono il matrimonio; in una parola, che sarà in facoltà o non del ministro di estendere il principio di amnistia da lui proposto.

Credo che il signor deputato Mosca sia in grande errore, poiché noi abbiamo una legge che regola lo stato degli ufficiali, una legge che è sacrosanta, e che il ministro non può violare in nessuna maniera né a favore, né a danno degli ufficiali. In quella legge è detto che chi prende moglie senza autorizzazione è rivocato dall'impiego. Ora, se si vuole che questa disposizione di legge non sia applicabile, bisogna fare una legge bene esplicita, la quale la abroghi.

Io sono fermamente convinto che l'emendamento dell'onorevole Mosca, come è concepito, non ha questo risultalo, e s'egli vuole essenzialmente che questa legge sia un'amnistia a tutti i matrimoni contratti senza autorizzazione prima del giorno d'oggi, deve proporre un articolo esplicito in abrogazione alla nostra legge sullo stato degli ufficiali. Il suo emendamento, tal qual è, non può essere considerato come una completa amnistia, ma solo come una più larga concessione di pensioni da accordarsi alle vedove ed orfani di coloro che morirono o moriranno sul campo di battaglia, e come tale cade negl'inconvenienti che furono con molta evidenza esposti da altri oratori.

Voci. Ai voti! ai voti!

PRESIDENTE. Non posso dichiarar chiusa la discussione, se la Camera non Io domanda.

GALLENGA. Domando la chiusura! (Ilarità)

PRESIDENTE. Chiedo se la chiusura è appoggiata. (È appoggiata.) La metto ai voti. (È approvata.)

Vi sono tre emendamenti principali, e due subordinati.

Fra gli emendamenti principali, uno è quello del deputato Macchi, che ristabilirebbe il primo articolo del progetto del Ministero, tolte per altro le parole: in caso di bisogno.

Il secondo emendamento è quello del deputato Mosca, che tutti hanno dinanzi gli occhi.

Il terzo è quello del deputato Morini, il quale, a detta di alcuni membri della Commissione, pare che non importi se non che cambiamento di redazione dell'articolo della Commissione. Nonostante, siccome i deputati non l'hanno sott'occhi, cosi credo bene di rileggerlo:

«Gli articoli 35 della legge 27 giugno 1880, e 36 della legge 20 giugno 1851, non saranno applicabili ai casi di vedovanza verificatisi anteriormente alla promulgazione della presente legge per morte del marito sul campo di battaglia, o per ferite ivi riportate combattendo sotto la bandiera nazionale.»

666 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

I sottoemendamenti sono due: uno è quello proposto dal deputato Maj, il quale tende ad estendere i provvedimenti da

Siccome i sottoemendamenti hanno la precedenza, così innanzi tutto debbo metterli ai voti.

Pongo dunque a partito quello del deputato Maj, il quale tende ad estendere questa legge anche ai figli legittimati per rescritto sovrano.

(Dopo prova e controprova, è rigettalo.)

Pongo ai voti il sottoemendamenlo del deputato Broglio, il quale vorrebbe che, invece di dire: fino al giorno della promulgazione della presente legge, si dicesse: fino al giorno 25

(Non è approvato.)

Ora, siccome mi pare che il più largo degli emendamenti sia quello dell'onorevole Macchi, lo metterò per il primo ai voti. Esso è così concepito:

Le vedove dei militari morti sul campo di battaglia o in seguilo a ferite riportale in guerra, il cui matrimonio non fu autorizzato nel modo prescritto dai regolamenti, saranno ammesse a godere di pensione annua eguale alla metà del maximum fissalo pel grado del marito, qualunque sia la durata de' suoi servizi.

«I figli e le figlie nubili,» ecc., come nel progetto del Ministero.

Chi approva l'emendamento del deputato Macchi, voglia alzarsi.

(Dopo prova e controprova, non è ammesso.)

Pongo ai voti l'emendamento del deputato Mosca. Esso è così concepito:

«Le vedove, i figli e le figlie nubili minorenni dei militari, così di terra come di mare, ohe siano morti o che morranno sul campo di battaglia o per conseguenza delle ferite riportate nelle campagne di guerra dal 1818 in poi, ed i cui matrimoni, contratti fino al giorno della promulgazione della presente legge, non siano stati autorizzali nei modo prescritto dai veglianti regolamenti, avranno nondimeno diritto alla pensione prevista agli articoli 27 e 28 della legge 27 giugno ls,0, ed agli articoli 28 e 29 della leggo 20 giugno 1851.»

MACCHI. Poiché alla Camera non piacque adottare l'articolo conforme a quello del Ministero, la prego almeno di adottare l'emendamento Mosca, a cui si unì

PRESIDENTE. La discussione è chiusa.

(Segue la prova e la controprova.)

La votazione è dubbia.

Quelli che non intendono approvare l'emendamento del deputato Mosca, favoriscano d'alzarsi

(Si procede ad un'altra prova e controprova.)

(segretari ed uno dei questori discorrono tra loro per l'accertamento dei voti.)

L'ufficio mi annunzia che la votazione è riuscita così: 94 voti pro, 94 voti contro. (Si parla)

Se la Camera, per togliere ogni dubbio, credesse di votare per Isquilibrio segreto, credo che sarebbe il miglior pari. lo, massime che l'emendamento Mosca raccoglie in sé tutto il sistema della legge.

BIANCHERI. Chi vota contro l'emendamento Mosca si può credere che voti contro la legge?

Voci a sinistra. Si faccia la votazione per nome!

Altre voci. No, lo scrutinio segreto!

Un deputato del centro. Che cosa stabilisce il regolamento pei casi dubbi?

PRESIDENTE. Non parmi che il regolamento preveda il caso che, in seguito ad una prima prova dubbia, il presidente siasi limitato a dichiarare che nella seconda prova il numero dei voti fu eguale e pro e contro.

Un caso analogo è avvenuto una volta nel Senato: non ricordo precisamente se i termini fossero ideatici; del resto, le decisioni d'una Camera, quantunque autorevoli, non legano l'altra.

Quindi, a mio avviso, sarebbe opportuno procedere alla votazione segreta.

Voci. No! no! Sì! sì!

PRESIDENTE. Prima però inviterò il signor deputato Valerio a prestar giuramento.

(Il deputato Valerio presta giuramento.)

TORRIGIANI. La votazione nominale non è stata chiesta da dieci deputati.

PRESIDENTE. L'appello non fu proposto se non per la solita votazione segreta.

MAZZA. Credo che sarebbe meglio volare per iscrutinio nominale sull'emendamento del deputato Mosca, e quindi per iscrutinio segreto sul complesso della legge.

MASSARI. Mi pare che sia un'inutile perdita di tempo. Questa non è una questione politica; quindi io domando lo scrutinio segreto; così si farà più presto.

PRESIDENTE. Il deputato Lanza ha chiesta la parola per un richiamo al regolamento.

LANZA. GIOVANNI. Io credo che il regolamento provvede al caso succeduto, cioè a dire per l'eguaglianza dei voli.

L'articolo 80 dice: «Ogni risoluzione della Camera è presa a maggiorità assoluta dei votanti, salvo a quanto è stabilito in contrario dal presento regolamento per riguardo alle elezioni. In caso di eguaglianza di voli, la proposizione rimane rifiutata.»

PRESIDENTE. Il segretario deputato Zanardelli ha la parola.

ZANARDELLI. Verificandosi il caso della parità di voti ritenuta dalla maggioranza dei membri dell'uffizio, io debbo dire che aveva contali in favore dell'emendamento Mosca 90 voti, ed ho ceduto lasciandoli ritenere 93, perché non poteva supporre che, per un caso rarissimo, dovesse risultare una parila di voli; ma, essendosi invece la impensata parità precisamente verificata, io non posso ora, dietro tanta incertezza nella seguila votazione, ammettere che si decida contro l'emendamento, senza tener conio della numerazione che io aveva fatta, e che faceva ascendere i voti per l'emendamento Mosca a 99.

CHIAVARINA, questore. Io debbo dichiarare alla Camera che nella prima votazione erano 95; ma era stato aggiunto il signor Scrugli, che fu poi levato dal numero, perché si riconobbe che non poteva votare, non essendo ancora confermala la sua elezione.

Chiave». A me consta, e consta a tutta la Camera, che formalmente il presidente ha dichiaralo che sono 94 voti contrari e 94 favorevoli.

Qualunque pertanto sia lo schiarimento che altri, che appartenga all'ufficio, voglia dare, non può cambiare il risultalo della votazione già proclamata, e perciò, siccome il regolamento provvede in proposito e provvede in modo razionale, poiché prescrive che vi sia la maggioranza per l'adozione d'una proposta, ora questa maggioranza non esistendo, non vi ha accettazione, e quindi deve ritenersi per ricusala la proposta. (Movimenti diversi)

667 - TORNATA DEL 22

COSTA ANTONIO. Io credo che il presidente non abbia ancora proclamato formalmente il risultato della votazione, poiché ha accennato al dubbio che esisteva.

In ogni caso io affermo che la sostanza non debbo andare schiava della forma, e che perciò è d'uopo ripetere la rotazione.

PRESIDENTE. Il presidente ha sentito che esisteva qualche dubbio fra i membri dell'ufficio: ma poi si sono messi di accordo per dichiararmi che 91 erano i voti favorevoli, e 94 i voti contrari; quindi io ho meramente comunicalo alla Camera questa dichiarazione, senza fare la proclamazione a tenore dell'articolo 82 del regolamento.

Sinché tale proclamazione non è seguita, non può ritenersi come stabilita la eguaglianza di voti preveduta dall'articolo 50; e spetta alla Camera il provvedere per togliere ogni dubbiezza.

DEPRETIS. Non c'è dubbio nessuno che, se l'uffizio di Presidenza fosse certo che vi erano 94 voti favorevoli e 94 voti contrari alla proposta del deputato Mosca, questa dovrebbe essere respinta; il regolamento è chiaro. Ma dal complesso delle dichiarazioni che si udirono dall'ufficio della Presidenza pare che, quantunque il presidente annunciasse questo risultato, tuttavia non tutti i nostri colleghi che compongono l'uffizio di Presidenza erano d'accordo; e il presidente stesso non mi pare fosse ben sicuro del risultato.

Il deputato Zanardelli, del resto, ce lo disse chiaro ch'egli non era cerio del numero dei volanti pro e contro. Adunque, trattandosi di una questione grave, che comprende il sistema della legge, pare a me non debba prescindersi dall'accertare qual sia il voto della Camera, venendo ad una nuova votazione.

DI PETTINENGO. Domando la parola come relatore.

CHIAVARINA, questore, lo debbo osservare che il disparere ebbe luogo alla prima votazione; ma nella seconda, quando si fece la controprova, mi parve che fossimo d'accordo nella numerazione. (Si parla)

PRESIDENTE. Il presidente non può che rimettersi alle dichiarazioni dei segretari e dei questori che assistono al banco della Presidenza.

Voci. Non v'è certezza!

OYTANA. Domando la parola.

PRESIDENTE. Il deputato Oytana ha facoltà di parlare.

OYTANA. Sta quanto ha allegato l'onorevole deputato Depretis, che la Camera veramente è padrona di ciò che s'attiene all'ordine suo; ma ciò è vero quando non è votato.

Ora si è dichiarato che si è votato; per conseguenza mi pare che non si può procedere ad un'altra votazione. (Interruzioni e segni di dissenso)

Voci. Ma c'è dissenso!

BROGLIO. Domando la parola.

PRESIDENTE. Il deputato Broglio ha la parola.

Broglio Chiedo perdono alla Camera d'insistere sopra questo incidente, ma vorrei che non si stabilisse un precedente il quale mi pare pericolosissimo.

È inteso in tutte le assemblee deliberanti che le votazioni per alzata e seduta sono, a cosi dire, scorciatoie, per fare più presto; ma, tutte le volte che sorga un dubbio sul risultato della votazione, si deve ricorrere a quel gran mezzo di accertamento che è la votazione per palle bianche e nere. È impossibile che, in caso di dubbio,

debba la Camera attenersi ad un sistema il quale è per natura sua incertissimo, come è quello di annoverare gli alzati e seduti.

Ora, domando perché, quando vi è un metodo cosi certo, cosi facile, come quello d'una votazione per palle bianche o nere, che occupa dieci minuti, la Camera non vi dovrebbe ricorrere.

Io dico questo, prima di tutto, nell'interesse della legge attuale, perché sarebbe cosa strana, per esempio, che il destino di un certo numero di persone dovesse dipendere da un accidente di questa sorta, da un voto bene o mal numerato.

Sopratutto però insisto nell'interesse del regolare procedimento delle nostre discussioni, perché mi pare che veramente sarebbe un precedente pericolosissimo.

Voci. Ai voti! ai voti! (Rumori)

Brino. Domando la parola. (Rumori)

PRESIDENTE. Il deputato Bruno ha la parola.

BRUNO. Se qualche membro dell'ufficio avesse mostrato dei dubbi sul risultato della votazione prima di farne la proclamazione.'..

Molte voci. Si! si! si sono elevati! (Rumori)

BRUNO. Non si sono elevali prima.

Voci. Si! si! (Rumori cori)

PRESIDENTE. Lascino che parli il deputato Bruno.

BRUNO. Come diceva poc'anzi, se il risultato della votazione avesse dati dei segni dubbi sul numero dei votanti ai membri dell'ufficio, prima di farne la proclamazione, e l'avessero dichiarato legalmente, sarei d'accordo coll'onorevole Deprelis che bisognerebbe tenere in considerazione la dichiarazione dei membri dell'ufficio; ma, se non è sorta contestazione nell'atto della proclamazione, e, quando si è veduto che la proposta è respinta, si viene a profittare, diciamolo francamente, di questa circostanza (Ohi oh Segni di diniego e proteste)

PRESIDENTE. Non è permesso di fare alcuna insinuazione. Nessuno intende qui approfittare indirettamente di una o di un'altra circostanza...

BRUNO. Io non posso ammettere che sia stato di cattiva fede; non ci può essere nella mia mente il pensiero che ciò sia stato fatto di cattiva fede. Non è mia intenzione di offendere la Camera. Non sono di coloro che insultano la Camera

Voci a sinistra. Nessuno insulta!

MACCHI. Chi è qui che insulta la Camera?

BRUNO. Io dichiaro alla Camera che ritengo per fermo il risultamento, e che si debba stare a quanto disse l'onorevole Lanza, cioè che, una volta che il presidente ha proclamato che hawi eguaglianza di voti, si debba eseguire il regolamento.

Se il regolamento ciò prescrive, vi sono per ciò le sue ragioni, e bisogna perciò applicarlo, né io credo vi si possa in alcun modo derogare. (Rumori)

ZANARDELLI. Io ho obbedito ad uno scrupolo di coscienza nell'elevare la questione sul dubbio della parità, dacché si voleva approfittare di questa parità, secondo me incerta, allo scopo di far decidere in un dato senso la legge. E infatti io poteva benissimo lasciar correre contro la numerazione da me fatta un'altra numerazione che non corrispondeva colla mia, quando non poteva credere che questa mia annuenza portasse la conseguenza di mutare del tutto la legge presente; ma, dopo tanta discrepanza d'opinione, lasciar correre una numerazione diversa da quella da me fatta, lasciarla correre, allorché questo troncava la questione e poneva come certo quello che è dubbio, non lo credetti conveniente.

668 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

Io ho quindi stimalo mio debito di fare siffatta dichiarazione, perché penso che la sostanza debba andare avanti alla forma. Del resto, lascio la Camera giudice se io abbia con ciò adempiuto ad un debito di giustizia e di coscienza, e se abbia bene o male giudicalo cosi interpretando i miei doveri. (Si! Bravo!)

PRESIDENTE. Il deputato Ara ha facoltà di parlare.

ARA. Io credo necessario che la Camera in questo momento deroghi al regolamento. È indispensabile, perché la

In tal modo verrebbe a pericolare una legge avente uno scopo eminentemente generoso nell'interesse dell'esercito.

Io quindi, nell'interesse, direi, di questa legge, penso sia utile in questa circostanza, massime che la Camera, quantunque abbia il regolamento, in casi speciali può derogarlo, che venga ad una votazione segreta.

Voci. Sì! sì!

PRESIDENTE. Interrogo la Camera se voglia procedere alla votazione segreta sull'emendamento proposto dal deputato Mosca.

(La Camera approva.)

DI CAVOUR C, presidente del Consiglio. Resta inteso però che questa votazione non pregiudica la legge. Voci. No! no!

(Si procede alla votazione per iscrutinio segreto.)

PRESIDENTE. Risultamento della votazione:

Votanti 213

Maggioranza107

Voti favorevoli 109

Voti contrari 10

(La Camera approva.)

Debbo annunziare però che due deputati, cioè i signori Oytana e Pescetto, hanno dichiarato che per solo errore avevano votato a favore dell'emendamento Mosca, mentre essi intendevano di votare contro.

Ora si deve votare sopra l'articolo 2. Esso è così concepito:

Le pensioni da concedersi in esecuzione della presente legge decorreranno dal giorno della sua promulgazione.»

MOSCA. Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare.

MOSCA. Vorrei sostituire a questo articolo un emendamento, il quale è ispirato dallo stesso principio che mi ha fatto proporre il primo, e nel quale credo che forse la Commissione mi sarà consenziente.

Questo emendamento tenderebbe a dare invece un effetto retroattivo alla legge stessa, onde compiere questo debito di riconoscenza e d'onoranza che la nazione

vuol compiere verso i nostri bravi soldati, i quali sono caduti appunto sui campi delle patrie battaglie.

Io mi sarei ristretto unicamente all'articolo 1 della legge, ora rappresentalo dall'emendamento che ho avuto l'onore di proporre, ma avendomi l'onorevole Chiaves fatto osservare che in forza di regolamenti speciali, vigenti nelle antiche provincie, per l'armata, si usa di dare, nei casi di bisogno, dei sussidi alle vedove ed ai figli di quei militari, i quali avessero anche per isventura contratto matrimonio irregolarmente, vedo la necessità di sostituire al 2° articolo del progetto di legge un emendamento così concepito:

«Nella liquidazione degli arretrali sarà tenuto conto dei sussidi precedentemente accordati a tenore dei vigenti regolamenti.»

MACCHI. Accetta il Ministero?

DI CAVOUR, presidente del Consiglio. Sì, il Ministero accetta.

MACCHI. La minoranza della Commissione accetta essa pure.

DI PETTINENGO, relatore. Se ho bene inteso, l'onorevole Mosca vuole stabilire la decorrenza della pensione dal giorno della morte, dedotte le somme che fossero già state date a titolo di sussidio.

Io invero non mi preoccupo delle largizioni che il Ministero potè fare, mosso da sentimenti generosi, applicandovi una parte della somma a lui data sui casuali, e pertanto se sia ora il caso di venire a rivendicarle; ma di quanto mi preoccupo si è che il diritto che s'invoca non decorre che dal giorno della promulgazione della presente legge, non essendo per lo addietro né stabilito e tanto meno riconosciuto.

DI CAVOUR C, presidente del Consiglio. A me pare chela proposta dell'onorevole Mosca sia fondata in ragione. Se non si tenesse conto dei sussidi dati dal Ministero della guerra ne emergerebbe questa sconcia conseguenza, che cioè la vedova dell'uffizialc che ha fatto il suo dovere, che ha consegnato il suo matrimonio, sarebbe in condizione peggiore della vedova, il di cui matrimonio era irregolare; la prima non percepirebbe che la pensione, la seconda percepirebbe e la pensione ed i sussidi.

Quindi si andrebbe assolutamente contro il principio al quale io era pienamente associato.

DI PETTINENGO. Io diceva dal giorno della promulgazione della legge.

DI CAVOUR C, presidente del Consiglio. Vi sono due questioni: se si vota che la pensione non decorra che dal giorno della promulgazione di questa legge, evidentemente non si può far restituire i sussidi; se poi si votasse come propone l'onorevole Mosca, che cioè la pensione decorra dal giorno della morte, evidentemente bisogna tener conto ed imputare i sussidi.

MAZZA. La questione di cui si tratta è precisamente quella che indicava da ultimo l'onorevole presidente del Consiglio.

Si tratta di stabilire da qual giorno debba decorrere la pensione di cui è il caso; se debba cioè decorrere dal giorno della morte dei militari, ovvero dal giorno della promulgazione della legge.

Dal momento che si riconosce un diritto a questi militari, la cui vedova è chiamata alla pensione, al diritto deve rispondere la sua satisfazione, e questa deve naturalmente seguire dal giorno in cui il diritto si è conseguito. D'altro lato poi è necessario che siano imputati in questo calcolo i sussidi che la vedova od i figli abbiano già ottenuto.

lo non dissentirei, pertanto, dalla proposta dell'onorevole Mosca, secondo la quale la pensione decorrerebbe dal giorno della morte del marito di cui si tratta;

669 - TORNATA DEL 23

e che (nella sommi da retribuirsi alle vedove o agli orfani) debbano imputarsi i sussidi che queste vedove od orfani abbiano già ricevuti dal Governo.

PRESIDENTE. Pongo ai voti l'emendamento Mosca, così concepito:

«Nella liquidazione degli arretrati sarà tenuto conto dei sussidi precedentemente accordali, a tenore dei vigenti regolamenti.

DI CAVOUR C, presidente del Consiglio. L'epoca della decorrenza è già stabilita?

MACCHI. No; si tratta di stabilirla.

DI CAVOUR C, presidente del Consiglio. Mi scusi; se si dice io liquidazione degli arretrati, si stabilisce già che questi arretrati vi siano; ma questi non si possono determinare, se prima non si fissa l'epoca da cui si vuol far cominciare la decorrenza della pensione...

Dal banco della Commissione. Se dalla morte o dalla promulgazione della legge.

DI CAVOUR C, presidente del Consiglio. Ciò determinato, verrà la seconda proposta del deputato Mosca

MOSCA. Domando di parlare.

Il senso di questa legge tende ad effettuare una perfetta parificazione fra la sorte di quegli uffiziali che hanno contratto regolarmente il loro matrimonio, e quelli che Io hanno contratto irregolarmente, nella sola eventualità pure contemplata nella legge, e che fu quella che appunto mosse i sentimenti generosi della Camera ad accettare quella disposizione più larga che io ebbi l'onore di proporre.

Io parto adunque dal principio che sia stabilito che, in caso di morte di un uffiziale, decorra da quel tempo la pensione; quindi, trattandosi di una perfetta parificazione, non mi pare più necessario di stabilire il punto da coi deve decorrere la pensione. Naturalmente, stabilito il principio che queste vedove e questi orfani hanno diritto alla pensione contemplata dalla legge, ne viene che questo loro diritto parte dal giorno stesso che questo diritto si verifica a termini dei regolamenti. Ora questo dà luogo a dei possibili arretrati; anzi questi vi debbono essere, perché non credo che sarà precisamente nel giorno della promulgazione della legge che si effettuerà qualcuno di tali casi a cui si è voluto provvedere. Dunque, io dico, l'articolo primo provvede già per la decorrenza della pensione a favore delle vedove e degli orfani.

Il secondo articolo adunque del progetto della Commissione verrebbe soppresso, perché, in mancanza di questo, sta il senso assoluto dell'articolo primo. Fa d'uopo però avere riguardo a questa condizione di cose: che vi sono dei sussidi i quali furono dati a carico dell'erario nazionale, come ha ben fatto osservare l'onorevole presidente del Consiglio, e che, non deducendosi questi sussidi, si porterebbe una vera disuguaglianza a vantaggio di coloro che hanno irregolarmente contratto dei matrimoni, contro coloro che li hanno contratti coll'osservanza dei regolamenti.

Farmi quindi di non vedere la necessità di una particolare disposizione di legge, la quale contenga da qual tempo debba partire la decorrenza delle pensioni. Io credo che si possa benissimo adottare quest'articolo, ritenuto il principio stabilito nell'articolo primo, il quale fa questa parificazione.

Fanti, ministro per la guerra. Intendo benissimo che. pei casi passati sia una grazia che la Camera vuole concedere, ma io non so a qual punto ci condurrebbe il principio che stabilisce l'onorevole deputato Mosca: per gli uni si accorderebbe una grazia, e per gli altri si stabilirebbe un diritto. È un'estensione questa che io non potrei ammettere.

MOSCA. Parevami che il signor ministro della guerra avesse accettato il mio emendamento, dopo che se ne era data lettura.

FANTI, ministro per la guerra. Perdoni, ella vi ha dato un'estensione che io non ammetto.

PRESIDENTE. Il depotato Biancheri ha facoltà di parlare.

BIANCHERI. Se poteva esservi dubbio prima della votazione dell'articolo primo della legge, di vedere se veramente queste vedove dei militari dovessero avere diritto alla pensione, piuttosto a partire dal giorno della promulgazione della legge, anziché da quel giorno in cui si fosse verificato il caso che dà alle stesse il diritto della pensione, questo dubbio, a parer mio, cade completamente dopoché si è preferito di accettare l'articolo proposto dall'onorevole deputato Mosca, anziché quello che era proposto dalla Commissione.

L'articolo dell'onorevole Mosca non è già che venga a sanare un fatto che da principio la legge non conosceva, ma ammette un diritto completo, un diritto e non una grazia, come disse l'onorevole ministro della guerra, un diritto che spetta alla vedova stessa, una riparazione, direi, una restituzione nel diritto che aveva la stessa vedova; perciò, se la Camera è venuta in questa sentenza, non può disconfessare sé stessa nel non ammettere le conseguenze del principio. D'altra parte io credo che l'onorevole ministro non può negarmi che la legge da lui presentata,.non era già per accordare un favore, ma per riconoscere esso pure un diritto, dalla Camera già riconosciuto, nelle vedove, e che aveva dato luogo all'ordine del giorno di cui si trattava; ed infatti, se ben ricorda il signor ministro, era nata vertenza tra una decisione presa dalla Camera e l'opinione del signor ministro; tanto che il signor ministro non voleva riconoscere un diritto, là dove eravi un vero e positivo diritto.

Dunque tanto in forza della votazione or ora seguita sull'articolo 1, quanto secondo lo spirito, di cui è informata la legge, non può esservi dubbio che le vedove abbiano diritto alla pensione, anche per gli arretrati. Quindi è d'uopo ben determinare da qual giorno la pensione debba incominciare. Ma l'emendamento Mosca non raggiunge perfettamente lo scopo, in quanto che non determina da qual giorno debba partire la liquidazione. Perciò proporrei alla Camera, in sostituzione dell'articolo 2, quest'emendamento: Le pensioni da concedersi in esecuzione della presente legge saranno liquidate a partire dal giorno in cui se n'è verificato il diritto; dagli arretrati sarà però dedotto quanto a titolo di sussidio fu sin qui elargito agli aventi diritto alla pensione.»

Per questo modo noi veniamo a conseguire il doppio effetto che è ben determinato, dover cioè la pensione decorrere dal giorno in cui altri vi ha diritto, e che dalla pensione si deduce quanto fu corrisposto a titolo di sussidio. Per tal modo si pongono d'aecdrdo i sentimenti che hanno spinto la Camera ad accogliere favorevolmente la legge e quelli che ispiravano il signor ministro nel presentarla.

Mosca. Dichiaro d'accettare l'emendamento proposto dall'onorevole Biancheri e ritiro il mio.

FANTI, ministro per la guerra. Non dirò che due parole in risposta a quanto ha detto l'onorevole Biancheri.

Egli ha parlato di restituzione di diritti.

Rispondo che, dove non vi è diritto, non può esservi restituzione di diritto.

BIANCHERI. Chiedo di parlare.

FANTI, ministro per la guerra. Quindi il ragionamento dell'onorevole Biancheri manca di base.

670 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il deputato Di Pettinengo.

DI PETTINENGO, relatore. Così il Ministero nel progetto di legge, come l'intera Commissione, hanno sempre ritenuto che la pensione debba decorrere dal giorno della promulgazione della legge. La maggioranza della Commissione non ha inteso di riconoscere un diritto, ma ha formalmente dichiarato che intendeva di stabilirlo colla presente legge.

Pare a me che con tali variazioni si scambi affatto lo scopo ed il carattere della legge in discussione.

BIANCHERI. Risponderò brevissimamente all'onorevole ministro della guerra.

Se egli richiamerà alla mente quanto avvenne nella discussione dell'anno scorso, probabilmente non vorrà porre in dubbio quello che io sono per asserire, vale a dire che due erano i casi che hanno motivata questa legge.

L'uno di una vedova d'un militare morto alla battaglia di San Martino, per la quale la Camera aveva riconosciuto che esisteva a di lei favore il diritto alla pensione di ritiro, il Ministero della guerra non si è opposto a questa decisione della Camera.

L''altro poi era quello della vedova Masuero, a cui favore la Camera propendeva, ed il ministro della guerra era d'avviso affatto contrario; tanto che, quando la questione è tornala alla Camera, per troncare un conflitto che esisteva tra la Camera ed il ministro della guerra, si venne in pensiero di mandare al medesimo di presentare un progetto di legge, che è quello che forma l'oggetto delle vostre discussioni. Sicché per un caso era fuori dubbio che il diritto alla pensione ci fosse, e per l'altro si poteva dire che il dubbio esisteva; ma, per quanto riguarda il diritto della vedova alla pensione, non era già soltanto riconosciuto che dovesse partire dalla dichiarazione della Camera, ma, se il diritto esisteva, doveva avere effetto retroattivo sin dal momento in cui si è avverato il fatto che vi aveva dato origine.

Ora il signor ministro della guerra volse la quistione di alcuni casi speciali in questione di principio, e ciò viene a produrre buon effetto, tanto più in materia che merita tutta la nostra simpatia, come è quella dei militari.

Adunque non sarò io che farò rimprovero al signor ministro di aver esteso il caso speciale alla generalità di principio; ma tuttavia non è possibile che, quando il caso viene ad essere allargato a favore di tanti che non erano in identica posizione, non si possano venire a pregiudicare coloro che dovevano avere un diritto riconosciuto, un diritto sul quale non può esservi dubbio.

D'altra parte pare a me che il sentimento che ha inspirato la Camera, come diceva poc'anzi, nel preferire l'emendamento Mosca all'articolo della legge proposto dalla Commissione, mette fuori di dubbio che la Camera non vuol solo far atto di riparazione e di grazia, ma riconosce un diritto; ora, quando questo diritto vuoisi applicare, non bisogna per certo limitarlo a proporzioni tanto ristrette, per cui l'effetto non venga a riuscire in quell'ampiezza, come è parso essere intenzione del Ministero e della Camera che dovesse avere.

Io perciò prego la Camera di adottare il mio emendamento per due ragioni: la prima, perché la legge ormai vuol essere fatta nel senso più largo possibile; la seconda, perché non venga a pregiudicare dei diritti che sono acquisiti.

ALASIA. Io credo necessario di porre sott'occhio alla Camera una considerazione, la quale, a mio avviso, toglie di mezzo la questione.

Secondo la legge attualmente vigente, non vi è nessuna vedova d'impiegati, la quale abbia diritto alla pensione vedovile dal giorno della morte del marito; tutte le vedove, che secondo la legge attuale hanno diritto alla pensione, non vi hanno diritto se non dal giorno del decreto reale che loro l'ha accordata.

DI CAVOUR C.. presidente del Consiglio. Per i militari non vi è questa disposizione.

ALASIA. Per i militari vi è una legge speciale che regola queste pensioni.

Ora, siccome per tutte le altre vedove d'impiegati che hanno diritto a questa pensione non si fa essa decorrere, se non dal giorno del decreto, mi par troppo naturale che anche per queste vedove, alle quali non è attribuita la pensione, se non in virtù di questa legge, si stabilisca che la pensione non debba decorrere se non dal giorno della promulgazione della presente legge.

Voci. Vi son le leggi militari che provvedono!

ALASIA. Quantunque vi siano le leggi militari, ari pare che gli effetti di questa legge non debbano aver principio che dal giorno della sua promulgazione.

FANTI, ministro per la guerra. Dirò due parole in risposta all'onorevole deputato Biancheri, il quale espose che io ho riconosciuto questo diritto.

Io non ho mai riconosciuto questo diritto, e la Camera si ricorderà che io ho detto che, se essa voleva fare un atto di generosità, a cui io mi associava di buon grado, io non avrei avuto difficoltà a proporre una legge in proposito.

BIANCHERI. Alla Camera ha detto che l'aveva riconosciuto questo diritto.

BROGLIO. A me pare impossibile che si debba accogliere l'emendamento col quale si accordano gli arretrati alle vedove che si trovano in questa posizione.

Tutto il ragionamento dell'onorevole mio amico Biancheri si fonda su questo principio: che la Camera ha riconosciuto un diritto in queste persone, e che per conseguenza lo deve rispettare.

Ma io rispondo che la Camera non ha punto riconosciuto un tale diritto; se l'avesse riconosciuto, quelle persone si troverebbero nella medesima condizione dei superstiti d'un matrimonio regolare; ora le vedove e i figli d'nffiziali che contrassero matrimonio regolare hanno diritto a pensione, qualunque sia il genere di morte onde fa colpito l'uffiziale. Dunque lo stesso diritto dovrebbero avere anche le persone superstiti d'un matrimonio irregolare; se fosse vero che voi riconoscete in esse un diritto, che voi le parificate alle altre, esse potrebbero pretendere alla pensione, quand'anche l'uffiziale fosse morto di morte naturale, fosse morto nel suo letto. Invece non è punto così; invece la Camera, per una considerazione speciale al valore spiegato, alla sventura toccata, al sangue sparso per la patria, ha voluto accordare un favore, non un diritto; ha voluto, in questo solo caso particolare, equiparare le vedove e i figli degli ufficiali irregolarmente ammogliati alle vedove ed ai figli degli altri ufficiali.

È dunque chiaro che non vi è riconoscimento d'un diritto, ma concessione d'un favore; ora il favore nasce il giorno in cui si concede, nasce, cioè, il giorno della promulgazione della legge.

Mi pare pertanto che non sia affatto il caso di stabilire nella legge il pagamento delle somme arretrate.

Voci. Ai voti! ai voti!

PRESIDENTE. Il deputato Chiaves ha facoltà di parlare.

CHIAVES. Ora che ha parlato il deputato Broglio, siccome ha detto gran parte di ciò che io doveva dire, aggiungerò una sola osservazione: ciò che stabilisce come non vi sia riconoscimento d'un diritto, è appunto il fatto della promulgazione della legge.

671 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL

Si fa questa legge perché prima non vi era diritto. Appunto perché siamo persuasi che prima non vi fosse diritto, veniamo a fare questa legge.

Farò inoltre osservare doversi colle leggi generali mettere in armonia le leggi civili. Noi non sappiamo questi arretrati fino a qual punto dovranno risalire. Per questo o quell'individuo potrà esservi il caso in cui si dovranno pagare per 20 o 30 anni gli arretrati.

Voci. Soltanto dal 1848 in qua!

CHIAVES. Ma, poiché la legge civile dice che è prescritto in cinque anni tutto ciò che si deve pagare per danni, perché dobbiamo spingere questa legge a fare un'eccezione a ciò che il diritto civile stabilisce? È questa un'altra ragione che h vedere come in fatto di pensioni non occorre d'ammettere cosi facilmente degli arretrati, poiché nemmeno la legge civile li ammette in proporzioni cosi vaste, anche quando si tratta di diritti ohe sono già accertati dalla legge.

PRESIDENTE. L'emendamento del deputato Biancheri,

«Le pensioni da concedersi in esecuzione della presente legge saranno liquidate a partire dal giorno in cui se n'è verificato il diritto; dagli arretrati sarà peri) dedotti) quanto a titolo di sussidio fu sin qui elargito agli aventi diritto alla pendone.»

Metterò ai voti questo emendamento.

(Non è approvato.)

Pongo ai voti l'articolo 3 del progetto della Commissione.

CASTELLI LUIGI. Chiedo di parlare per proporre una leggiera modificazione.

L'articolo 2, quale è stato proposto dalla Commissione, stava benissimo coll'articolo 1, perché faceva decorrere la pensione solamente dal giorno della promulgazione della legge e l'articolo parlava delle pensioni da accordarsi alle vedove dei militari già morti; ma ora che all'articolo 1 è stato sostituito l'emendamento proposto dall'onorevole Mosca, il quale le accorda anche a quelli che moriranno, il dire che queste pensioni decorreranno dal giorno della promulgazione della legge, potrebbe significare che anche per le vedove di quelli che moriranno debba la pensione decorrere da tal giorno.

Parmi dunque che sia molto meglio, all'alinea proposto dalla Commissione, sostituire questo emendamento:

Le pensioni da concedersi in esecuzione della presente legge non potranno decorrere che dal giorno della promulgazione della medesima.»

PRESIDENTE. Pongo ai voti quest'emendamento...

DEL RE. Parmi che anche in questa seconda redazione s'incontri lo stesso inconveniente che si trovava nella prima.

Voci. Si! sì!

CASTELLI LUIGI. Mi scusino: il dire decorreranno, stabilisce che debbano decorrere dal giorno della promulgazione della presente legge, e questo si dovrebbe intendere anche per le vedove e pei figli dei militari che moriranno in seguito, come è detto nell'articolo proposto.

Dicendo invece: non potranno che decorrere dal giorno della promulgazione deità presente legge, s'intende che si riferisce alle pensioni delle vedoe di quelli che sono già morti. Va poi da sè che le pensioni delle vedove e dei figli di quelli che moriranno in seguito decorreranno dal giorno della morte del marito e del padre.

In sostanza, colla mia proposta non si cambia per niente il concetto della legge, ma le si dà una redazione assai migliore.

DI PETTINENGO, relatore. Pregherei il signor presidente di dar di nuovo lettura di questo emendamento.

PRESIDENTE. L'emendamento proposto dal deputato Castelli è così concepito:

Le pensioni da concedersi, in esecuzione della presente legge, non potranno decorrere che dal giorno della pubblicazione della medesima.»

DI CAVOUR C, presidente del Consiglio. Sì, si può accettare.

MACCHI. Accettiamo.

DI PETTINENGO, relatore. La Commissione accetta questa redazione.

PRESIDENTE. Pongo ai voti l'emendamento proposto dal deputato Castelli, che è l'Art. 2.

(La Camera approva.)

(Si procede alla votazione per iscrutinio segreto sul complesso della legge.)

Dallo scrutinio risulta che i votanti furono 15, dei quali favorevoli 128, contrari 29, onde emerge che la Camera non era in numero; quindi si ripeterà domani la votazione.

PRESENTAZIONE DELLA RELAZIONE SUL PROGETTO DI LEGGE PEL PROLUNGAMENTO DELLA DURATA DEL SERVIZIO DEI CORPI DISTACCATI DELLA GUARDIA NAZIONALE.

PRESIDENTE. Il deputato Casaretto ha facoltà di parlare per presentare una relazione.

CASARETTO, relatore. Ho l'onore di presentare alla Camera la relazione della Commissione sul progetto di legge presentato dal ministro dell'interno pel prolungamento della durata del servizio pei corpi distaccati della guardia nazionale.

PRESIDENTE. Sarà stampata e distribuita.

La seduta è levata alle ore 5 1|2:

Ordine del giorno per la (ornata di domani:

i° Rinnovamento della votazione sul progetto di legge concernente la pensione da accordarsi alle vedove dei militari, il cui matrimonio non fu autorizzato;

2° Interpellanze al ministro dei lavori pubblici:

Del deputato Pescetto, circa la ferrovia da Savona a Torino;

Del deputato San Severino circa la ferrovia da Treviglio a Cremona;

3° Svolgimento della proposta di legge del deputato Musolino, per l'abolizione del privilegio delle tonnaie nell'Italia meridionale;

4° Discussione del progetto di legge relativo alla nuova convenzione postale colla Francia.


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CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL

TORNATA DEL 24 APRILE 1861

PRESIDENZA DEL MARCHESE DI TORRE ARSA, VICEPRESIDENTE.

SOMMARIO. Comunicazione del ministro per la marineria relativa a deputati impiegati. - Relazione sul disegno di legge per la cassa degli invalidi della marineria mercantile. - Rinnovamento della votazione, e approvazione del disegno di legge per pensioni alle vedove e figli di militari, il matrimonio dei quali non fu approvato. - Verificazione di elezioni. - Presentazione di uno schema di legge per la festa nazionale da celebrarsi ogni anno; deliberazione per l'urgenza - Proposizione del deputato Mamiani per un voto motivalo in lode delle guardie nazionali delle provincie meridionali - Istanza del deputato Platino - Cenni del deputato Del Drago sulla situazione di quelle provincie - Risposte del deputato Bixio intorno agli ultimi fatti dei reazionari - Osservazioni del deputato Pica - Adesione del deputato Brofferio alla proposta, e sue critiche ed eccitamenti al Governo- Proteste del presidente del Consiglio - Approvazione del voto proposto dal deputato Mamiani. - Relazione sullo schema di legge per ispese destinate al miglioramento del porto d'Ancona - Domande del deputato Pica circa i provvedimenti del Governo riguardo agli ultimi avvenimenti reazionari in quelle provincie, e sue sollecitazioni - Schiarimenti e dichiarazioni del ministro per l'interno - Istanze del deputato Romano. ~ Domanda del deputato Bixio per l'urgenza dello schema di legge del deputato sull'armamento nazionale; ammessa. - Interpellanza del deputato Pescetto sulla ferrovia da Savona a Torino, e risoluzione da lui proposta, sottoscritta da diciotto altri deputati - Discorsi dei deputati Chiaves e Bixio in appoggio della proposta - Osservazioni dei deputati Airenti, Borsarelli e Di Cavour Gustavo - Risposta del ministro pei lavori pubblici, e sua opposizione alla proposta - Dichiarazione del deputato Di Pettinengo - Osservazione risposte del deputato Sanguinetti.

La sedata è aperta all'una e mezzo pomeridiane.

NEGROTTO, segretario, dà lettura del processo verbale, il quale è approvato.

MASSARI, segretario, espone il seguente sunto di petizioni:

7011. Resta Giulio, di Tagliacozzo, provincia di Abruzzo Ultra secondo, in considerazione dei servizi che allega aver prestati per la causa nazionale, dei danni sofferti, e per essere privo di mezzi di fortuna, domanda un qualche impiego.

7012. Le Giunte municipali di Siracusa, di Novara, di Roccella, e molti cittadini di Messina e di Montalbano fanno istanza perché vengano demoliti la cittadella e i forti di Messina.

7013. Benini Antonio, di Palermo, già militare nell'esercito borbonico, esposti i servizi ulteriormente prestati, sia come istruttore della guardia nazionale in Napoli, che nel 28 battaglione dei bersaglieri, testé disciolto, presentemente aiutante presso l'intendenza generale dell'armata, chiede di essere promosso ad ufficiale.

7011. Antonini Federico domanda gli sia confermato il grado che aveva di sottotenente nel 84 reggimento di linea del disciolto esercito borbonico.

7015. I medici chirurghi condotti di vari comuni di Lombardia presentano petizioni identiche a quella registrata al n° 6943.

MAZA GABRIELE. Domando la parola. Io non fui presente alla lettura del verbale della tornata di sabbato; ma, avendo letto il resoconto della tornata, ho trovato che nella votazione nominale il mio cognome è portato con doppia z, mentre invece ne ha una sola; ciò mi è dispiaciuto, perché, essendovi anche un deputato per nome Mazza, si può credere che l'assenza sia per me e non per l'altro; perciò, onde evitare ulteriori equivoci, io prego l'onorevole signor presidente ad aver la bontà di dare gli ordini, onde, a fianco al mio cognome, sia aggiunto il nome di Gabriele.

PRESIDENTE. Sarà fatta menzione nel processo verbale e la sua rettifica si farà per l'avvenire.

DIVERSI.

PRESIDENTE. Sonosi fatti alla Camera i seguenti omaggi:

Dall'avvocato Morichelli Emerico, da Fermo, di 400 esemplari di un opuscolo intorno all'ordinamento giudiziario superiore del regno d'Italia;

Dal deputato Nicola Nisco, di alcune copie di un indirizzo ai suoi elettori del mandamento di San Giorgio la Montagna, e dello statuto della Cassa dei risparmi in Napoli;

Dal deputato Massari tre esemplari di uno scritto del signor Abate Stanislao sulle case di asilo degli esposti e specialmente su quella dell'Annunziata in Napoli;

Il ministro per la marineria scrive, in data del 22 corrente:

«Il Ministero scrivente si fa carico di partecipare, a norma di codesto uffizio di Presidenza, le nomine testé avvenute a favore dei seguenti rappresentanti della nazione, cioè:

«Pellion di Persano conte Carlo, viceammiraglio nello stato maggiore generale della regia marina, nominato comandante generale della regia marina nel dipartimento settentrionale, per decreto del 7 coll'annua indennità di rappresentanza di lire nuove 8,000, oltre la paga del proprio grado;

«Scrugli cavaliere Napoleone, già retroammiraglio nella marina da guerra napoletana, nominato contr'ammiraglio nello stato maggiore generale predetto, con paga di lire nuove 9,000, e membro del Consiglio d'ammiragliato, coll'indennilà di lire nuove 2,000, con decreto 7 detto, decorrendo questa ultima carica dal 1° luglio prossimo venturo;

«Mattei cavaliere Felice, ingegnere, direttore delle regie costruzioni navali, con paga di lire nuove 6,600, nominato ispettore generale nel regio corpo del Genio navale, colla paga di lire nuove 9,000,con decreto 7

MORETTI. Domando la parola sul sunto delle petizioni.

Prego la Camera di voler dichiarare d'urgenza la petizione, di cui si è ora letto il sunto, dei medici e chirurghi dei mandamenti di Treviglio e Romano, colla quale domandano che nella nuova legge comunale che si sta preparando sia annoverata, fra le spese obbligatorie per i comuni, anche la spesa del servizio sanitario per i poveri, e siano dichiarati obbligatorii i consorzi relativi a quest'oggetto.

L'importanza del servizio sanitario, e l'essere già in esame questa legge comunale, giustificano la domanda che ha avuto l'onore di fare alla Camera.

Sion. Domando la parola.

Mi permetto di aggiungere che la petizione, per la quale ha domandato l'urgenza l'onorevole deputato Moretti, contiene una domanda identica a quella delle petizioni 69fi4, 6981 e 7005, delle quali si è sentito in altre sedute il sunto

PRESIDENTE. L'onorevole deputato domanda l'urgenza per un'altra petizione?

«adda. No, io appoggiava l'istanza dell'onorevole Moretti anche per la ragione che quella petizione contiene una domanda identica ad altre petizioni, una delle quali fu già dichiarata d'urgeuza, quindi pregava la Camera a dichiarare, anche per questa considerazione, l'urgenza della petizione 7018.

(La petizione numero 7015 è dichiarata d'urgenza.) (1 deputati Briguone, Marazzani e Cordova prestano il giuramento.)

PRESENTAZIONE DELLA RELAZIONE SUL PROGETTO DI LEGGE CONCERNENTE L'ISTITUZIONE DELLA CASSA DEGLI INVALIDI DELLA MARINA MERCANTILE.

RICCI GIOVANNI, relatore. Ho l'onore di presentare la relazione sul progetto di legge concernente l'istituzione della cassa degl'invalidi della marina mercantile.

PRESIDENTE. Sarà stampala e rimessa agli uffici.

PRESENTAZIONE DEL PROGETTO DI LEGGE PER ISTITUZIONE DI UNA NUOTA FESTA NAZIONALE.

MINGHETTI, ministro per gl'interni. Ho l'onore di presentare alla Camera un progetto di legge, il quale è già stato approvato dal Senato, circa l'instituzione d'una nuova festa nazionale.

Siccome per quest'istituzione d'una nuova festa cesserebbe la festa consueta dello Statuto, che è nella seconda domenica di maggio, pregherei la Camera di volersi occupare d'urgenza di questo progetto di legge.

PRESIDENTE. La Camera dà atto al signor ministro della presentazione di questo progetto di legge, il quale si farà stampare e distribuire negli uffici.

NUOVA VOTAZIONE DEL PROGETTO DI LESSE PER PENSIONI ALLE VEDOVE DI MILITARI.

PRESIDENTE. Si passa ora all'appello nominale per una nuova votazione della legge per le pensioni da accordarsi alle vedove dei militari, il cui matrimonio non fu autorizzato, e alla loro prole minorenne, votazione che non poté compiersi ieri per mancanza di numero. (Segue lo squittinio.)

Risultato della votazione:

Votanti 195

Maggioranza 98

Voti favorevoli 156

Voti contrari 59

(La Camera approva.)

VERIFICAZIONI DI POTERI.

PRESIDENTE. Invito alla tribuna i relatori che hanno elezioni da riferire.

CAMOZZI, Relatore. Ho l'onore di riferire sull'elezione del collegio di Cefalù.

In questo collegio sono inscritti 876 elettori; intervennero a votare 633; e di questi 561 votarono pel signor Enrico Piraino barone di Mandralisca, 37 pel marchese di Roccaforte; i voti dispersi furono 39, i voti nulli 5.

Tutte le operazioni sono regolari, nessuna protesta venne presentata. Il signor Enrico Piraino, avendo ottenuto il numero di voti richiesto dalla legge, venne proclamato deputato; e l'ufficio VII vi propone, per mezzo mio, di convalidarne l'elezione.

(La Camera approva.)

NICHELINI, relatore. Collegio di Santa Maria.

Questo collegio comprende 1007 elettori inscritti; 561 votarono nel primo scrutinio.

Il signor Carlo Gallozzi ottenne 161 voti, il signor Francesco Pepere 116, il signor Giuseppe Pianelli 64, il signor Federico Quercia 100, il signor D. Giacomo Coppola 56, il signor Annibale Ranucci 37; i voti dispersi furono 24, le schede nulle 3.

Nessuno avendo ottenuto la maggioranza prescritta dalla legge, si procedette al ballottaggio, nel quale votarono 649 elettori.

Il signor Carlo Gallozzi ottenne 486 voti, il signor Francesco Pepere 151. Fu quindi proclamato deputato il signor Carlo Gallozzi.

Non essendovi opposizione, e le operazioni essendo regolari, l'ufficio VI propone per mezzo mio la convalidazione di questa elezione.

(La Camera approva.)

POSITANO, relatore. Collegio di Pontremoli.

Per commissione del I ufficio riferisco alla Camera la eie

Il collegio si compone, oltre della sezione principale di Pontremoli, anche delle altre tre secondarie di Bagnone, di Aulla e di Calice, nelle quali tutte il numero degli elettori iscritti è di 506.

Tutte le operazioni elettorali preparatorie e definitive si veggono compiute in piena regola. Non vi è alcuna reclamazione.

Il signor cavaliere Giuliani Antonio ha ottenuto la maggioranza assoluta sul numero de' votanti, e raccolto il suffragio maggiore del terzo degli elettori iscritti.

Come membro del Consiglio superiore di arte non divenuto ineligibile, e non più occupa l'impiego di commissario regio delle ferrovie toscane, perché l'ufficio

674 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

è stato soppresso. Perciò a nome del I officio propongo alla Camera la convalida della sua elezione a deputato nel Parlamento italiano pel collegio di Pontremoli.

(La Camera approva.)

PROPOSIZIONE DEL DEPUTATO MAMIANI PER UN ORDINE DEL GIORNO IN LODE DELLE GUARDIE NAZIONALI DELLE PROVINCIE MERIDIONALI.

PRESIDENTE. Il deputato Mamiani ha facoltà di parlare.

MAMIANI. Chiedo scusa agli onorevoli miei colleghi se io piglio arbitrio di distrarli per qualche istante dalle occupazioni loro legislative, e gl'invito ad un atto, il quale per altra parte non mi sembra inutile, anzi, per mio giudizio, sarà pieno di utilità e profitto morale.

Altra persona molto più autorevole e più faconda che io non sono prometteva di assumere codesto ufficio, ma alcune circostanze impreviste facendola oggi assente, io in mio nome ed in nome di parecchi altri deputati supplisco al difetto.

Signori, se voi girate l'occhio alle provincie meridionali d'Italia, le scorgerete ancora commosse e turbate da sanguinosi tentativi di reazione e di rivolta. Del che non deesi punto meravigliare.

I fautori della caduta tirannide trovano colaggiù la fitta ombra d'ignoranza in cui procacciò essa di mantenere la povera plebe delle campagne; trovano il fanatismo d'una parte traviata del clero, che quivi non è poco numeroso; trovano molti soldati del vecchio esercito, che, non sapendo come altramente lucrar la vita, si gettano, come suol dirsi, alla strada; trovano i disperati agenti del passato odiosissimo reggimento, i quali nella presente mutazione veggono la rovina loro totale ed irreparabile, ed è una gente numerosa che Ferdinando II per ventinove anni continui cercò di trasformare in un violento satellizio e di comprometterlo per sempre con azioni scelleratissime; dacché egli sperava a poco per volta e con arti tanto astute, quanto abbominevoli,di dividere, se gli fosse stato possibile, l'intera moltitudine dei suoi sudditi in due grandi schiere, l'una di vittime, l'altra di carnefici.

A tutto ciò aggiungete i fomenti e i soccorsi d'ogni maniera che sono forniti dalla vicina Roma, dove sventuratamente molte mani s'innalzano per benedire opere di vendetta e di sangue.

Eppure, con tutti questi elementi di ribellione, i tentativi cadono senza frutto; la causa della libertà e dell'unità italiana rimane intatta.

E perché ciò? Perché il popolo vi sta contro, il popolo, dico, armato e raccolto sotto le bandiere della guardia nazionale.

Si leggano i fogli (dacché io non posso intrattenermi a narrare cose troppo minute), si leggano, ripeto, le nostre gazzette; si avverta ogni particolare di quei subiti assalti e di quelle mischie sanguinose, occorse qua e là più volte e per diversi conati di sollevazione e di guerra civile, e voi dappertutto troverete l'azione pronta, coraggiosa e costante della guardia nazionale.

Non tolgo nulla al merito delle truppe regolari; nulla alla vigilanza ed al valore dei carabinieri; nulla, infine, alla solerzia ed all'abilità degli ufficiali pubblici. Ma egli è naturale, o signori, che in questa sorta di conflitti ciò che prevale d'importanza

e d'efficacia è il valore delle armi cittadine; perché le truppe, i carabinieri, la polizia, possono comprimere e rintuzzare materialmente, è vero, le forze dei rivoltosi;ma la disfatta morale, a cosi domandarla, è sempre recata dall'intervento armato dei cittadini.

Perciò in quei paesi è scritto, può dirsi, nella coscienza pubblica che alla guardia nazionale e al suo coraggio e zelo ardente e instancabile deesi troppa gran parte del felice successo.

Tacerò, per essere breve, delle incessanti fatiche sostenute da lunghi mesi dalla guardia nazionale e di Palermo e di Napoli. Sarei infinito, a volervi descrivere quante sommosse vennero impedite, quanti tumulti soppressi appena scoppiati, quante macchinazioni sventate dall'assidua vigilanza e dal severo e insieme tranquillo coraggio di quelle milizie. Basterà indicare un solo accidente della loro presente vita, ed è questo: la più parte di esse guardie nazionali reputasi fortunata ognora che può trapassare una notte compiuta nella propria casa e nel proprio letto.

Non credo, o signori, che tutto ciò costituisca un merito ordinario; no del sicuro; e, perché voi lo scorgiate nella pienezza sua, concedetemi che io lo paragoni al genere di educazione avuta da quei popoli durante quasi un mezzo secolo. Furono quei popoli, voi ben lo sapete, rivolti sempre dai loro capi e maestri a opinioni e principii avversi in tutto alla libertà ed alle aspirazioni più generose e legittime del secolo nostro; furono abituati a sconoscere o dimenticare tutto ciò che giaceva di là dai confini della nativa provincia, e non saper quasi che un'Italia esistesse; furono abituali ad ignorare compiutamente la vita pubblica e i pubblici interessi, ed a raccogliere tutta la esistenza nella sola propria individualità, e secondo i calcoli dell'egoismo.

Infine, quelle popolazioni furono tenute mai sempre inermi, e ogni cosa intorno a loro tendeva a sgagliardirle ed a farle imbelli; le armi si concedevano solo ai nemici dichiarati del popolo, solo si concedevano ai cagnotti della polizia, che ne avrebbero fatto uso a puntello della tirannide. Con tutto questo, le guardie nazionali delle Due Sicilie, oltre al prestarsi volontieri e con infinito disagio e pazienza al quotidiano servizio, nel combattere i tentativi di sollevazione, nel difendere la libertà e l'unità d'Italia, mettono a repentaglio i beni, il sangue e la vita.

Questo, o signori, è un tal fatto che non dubiterei di affermare che solo alcune provincie ed alcune stirpi elette e privilegiate possono divenire capaci di una cosi rapida e profonda trasmutazione.

Se dunque io e gli amici miei non facciamo domanda importuna, noi pregheremmo la Camera perché voglia dar segno d'apprezzare altamente questa mirabile condotta delle guardie nazionali del mezzogiorno italiano, di quelle guardie in cui è il primo fondamento della quiete, dell'ordine, della sicurezza pubblica e il più saldo palladio della libertà.

Ciò facendo, la Camera, per mio giudizio, produrrà ancora questo bene di convincere maggiormente l'Europa che la rivoluzione italiana e l'opera della nostra unita politica è più che mai consumata, imperocché a sostegno suo combatte colaggiù il popolo, e vi consacra, se bisogna, la vita. Per fermo, che altro è la guardia nazionale se non il popolo armato, tranne coloro che tuttodì vivono dell'altrui mercede, o coloro che non possedono le facoltà necessarie al maneggio delle armi?

Ciò è così vero, o signori, che ogni Governo il quale tende al tirannico, mai non ha accettato l'istituzione della guardia nazionale, e, se non è riuscito a cancellarla, almeno si è sforzato con ogni arte di trasformarla in una guardia pretoriana.

675 - TORNATA DEL 22 APRILE

Adunque, encomiando voi meritamente e solennemente la rara virtù e bravura delle guardie nazionali del mezzogiorno d'Italia, testimonierete all'Europa ancora una volta che tutti i popoli nostri vogliono fermissimamente la libertà e l'unità della patria comune.

Voi aggiungerete eziandio con ciò una eccitazione e un'esortazione al Ministero perché compia l'armamento di quelle milizie cittadine, e perché affretti l'applicazione di alcune leggi utilissime, le quali già sono in atto nelle altre province del regno.

Il Ministero, lasciatemi cosi parlare, è un destriero generoso che non ha bisogno di sproni, ma che nondimeno potrebbe allentare di troppo la sua corsa, quando non vedesse mai un cenno e non udisse mai la voce del suo cavaliere. Io, impertanto, e i deputati amici miei ci arbitriamo di proporre alla Camera questo voto motivato:

«La Camera dichiara solennemente che le guardie nazionali del mezzogiorno d'Italia hanno, negli ultimi avvenimenti, ben meritato della patria.» (Bravo! Bene!)

PRESIDENTE. Prima di continuare la discussione, bisogna vedere se è appoggiata la proposta.

(È appoggiata.)

GALLENGA. Appunto aveva domandata la parola per appoggiarla.

MINGHETTI, ministro dell'interno. Io dichiaro che il Governo di Sua Maestà si associa con tutta l'anima ai sentimenti espressi ed alle conclusioni dell'onorevole deputato Mamiani.

PLUTINO. Io mi associo con grato animo alle idee dell'onorevole Mamiani, e ringrazio il Governo che accetta questo attestato di lode per la nostra guardia nazionale.

Colgo questa occasione per dirigere la mia preghiera al ministro dell'interno, affinché abbia in considerazione gli orfani e la vedova del prode Caruso, tenente della guardia nazionale di Palme, che morì combattendo al mio fianco la reazione di Cinque Frondi, paese della mia provincia.

PRESIDENTE. Questa proposta è degna di particolare considerazione, ma dovrà forse essere formolata.

MINGHETTI, ministro dell'interno. Senz'altra proposta, io avrò in memoria quanto fu accennato dall'onorevole preopinante.

PRESIDENTE. Il deputato Miceli ha facoltà di parlare sulla proposta del deputato Mamiani.

MICELI. Giacché l'onorevole deputato Mamiani ha ricordato i tristi fatti successi in questi ultimi giorni nel Napolitano, io mi veggo nella necessità di dichiarare quali, a creder mio, siano le cagioni che tengono quel povero paese in tanto subuglio. (Mormorio)

Una voce a sinistra. Lo lascino parlare!

MICELI. Signori, i reazionari borbonici si mostrano audacissimi, perché vedono...

PRENDENTE. Permetta il signor Miceli; ora è questione di deliberare intorno alla proposta del deputato Mamiani per un voto di lode e di ringraziamento alla guardia nazionale delle provincie meridionali come benemerita della patria; ella invece, proponendosi di esporre quali siano le condizioni generali di quel paese, potrà farlo in altra circostanza, e domandare che sia stabilito un giorno; ma non in questo momento.

MICELI. Mi pareva fosse questa una circostanza opportuna.

PRESIDENTE. Se vuole parlarne, lo potrà dopo la votazione, della proposta che ora si discute, rivolgendo speciale domanda al Ministero; ma ora no.

La parola è al signor Del Drago.

DEL DRAGO. Pienamente fo eco alla giusta proposta dell'onorevole deputato Mamiani.

Vi dico sinceramente che io provo una santa invidia nel vedere che la proposta venne da un deputato dell'Italia settentrionale, anziché da uno dell'Italia meridionale. Ciò mi fa convinto che i sentimenti di riconoscenza nazionale sono altamente sentiti in queste esemplari provincie, a maggior gloria dell'una e dell'altra parte d'Italia.

Sì, la guardia nazionale dell'Italia meridionale ha bene meritato della patria, ed altamente ben meritato! E perché viemmeglio si veda il merito del patriottismo e della virtù cittadina di quella guardia nazionale, io mi farò ad esporvi i principii regolatori del merito.

Primieramente, a filosofico termometro del merito, si offre alla nostra considerazione la difficoltà vinta.

Signori, la guardia nazionale dell'Italia meridionale ha ben meritato della patria perché ha vinto una grande difficoltà. I nemici della patria erano in agguato, i nemici della patria erano molti, i nemici della patria erano organizzali, i nemici della patria erano sconosciuti, ed essi li hanno vinti tutti non solo, ma con forza minima essi hanno vinta e superata una resistenza massima! Ed al proposito, io, deputato del collegio di Aquaviva, mi fo l'onore di rassegnare alla Camera come 580 guardie nazionali di Turi hanno avuto appena dieci fucili, i quali, per dirla secondo le parole della lettera pervenutami, erano forse del tempo di Carlo XII. (Ilarità) Vedete dunque come senza mezzi, senz'armi, senza munizioni, essi hanno dovuto vincere quest'idra reazionaria, la quale, come serpe lurida ed insidiosa, se ne stava nascosta nell'inganno e nell'ipocrisia.

Signori, dopo la difficoltà vinta viene l'utilità prodotta; e chi mai potrà elogiare abbastanza l'utilità che ha prodotto l'efficace cooperazione ed il patriottismo della guardia nazionale dell'Italia meridionale? Essa, o signori, ha arrestato torrenti di sangue che stavano per versarsi, con le stragi, i saccheggi, le devastazioni e quant'altro tenne mai dietro ai Raffi, ai Frà Diavoli, ed ai brigantaggi organizzati e stipendiali da loro.

Finalmente, oltre della difficoltà vinta e dell'utilità prodotta, metto in considerazione della Camera il terzo requisito del merito, il fine disinteressato. E qui l'eroismo di quelle guardie nazionali tocca l'apogeo del merito e della gloria. La proprietà, la famiglia, la vita tutto esse sacrificarono di cuore all'ordine, alla legge, all'Italia una, libera ed indipendente. Esse certamente hanno agito, non mica per un principio di personale interesse, ma soltanto per puro e santo amore di patria. Dunque, se grande è stata la difficoltà vinta,

676 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

BIXIO. Cito un fatto. Quando noi eravamo a Napoli, stando ai giornali, pareva che dovesse cadere giù il mondo; eppure non fu nulla! (Carità) Me ne appello alla testimonianza dell'onorevole generale Sonnaz, che venne ultimamente dal Napoletano, se io dico la verità. Fra i reazionari, di cui tanto si parla, che ebbero qualche volta le truppe a combattere, non si trovò mai un Napoletano; erano demoni scatenati dall'inferno. (Ilarità generale) Bavaresi, Francesi, Svizzeri, e viadiceudo, ma non Italiani; tutta gente spedita da ogni parte del mondo, e che il papa caccia là per propagare il cattolicismo a suo modo (Bravo!), ma che non ha da far niente cogl'Italiani.

È ben vero che colà gli uni vorrebbero che per governatore si chiamasse il signor B, invece del signor C; gli altri si lagnano perché la libertà non rende loro 100 milioni in un giorno; ma ciò non dee far meraviglia, perché la popolazione di quei paesi non ha ancora avuto vita politica, e la libertà deve naturalmente aver quest'effetto, che quelli che tacevano, adesso parlano tutti insieme. (Risa generali di approvazione)

Con tutto ciò la reazione non è tanto forte come si vuol dare ad intendere; o, almeno, io non ci credo. (Bene! Bravo!)

Non dico che la guardia nazionale non sia ben disposta e possa all'occorrenza pel suo buon volere rendere grandi servigi; ma è d'uopo vedere la cifra dei fucili che possiede, ed io credo che non sieno molti. Ciò non pertanto voto per la proposta che si è fatta, in vista della buona volontà che anima quella guardia nazionale.

PICA. Mi spiace di non potere accettare intieramente le parole dell'onorevole generale Bixio.

È vero che la maggior parte della popolazione delle Provincie meridionali vuole sinceramente l'unità italiana, e, ciò è cosi noto, che per questo non s'arrestò innanzi a qualunque sorta di sacrifìci, e che la guardia nazionale, come accennava l'onorevole Mamiani, ha volentieri esposto la vita per la santa causa della patria; ma è pur vero che le trame reazionarie, i cui fili sono tessuti a Roma, agitano le provincie del mezzogiorno; è pur vero che fatti tristissimi sono colà avvenuti, e basti ricordare quelli di Venosa e di Melfi.

Questi, come molti altri fatti che potrei rivelare alla Camera, provano pur troppo quali ne sieno le cagioni; io preferisco tacerle per ora, onde non sollevare questioni irritanti; la sicurezza della proprietà e della vita dei cittadini non è in questo momento affatto garantita. A parte le esagerazioni} in un senso e nell'altro, è indubitato che lo stato di quelle Provincie non è ora in alcun modo soddisfacente, e che esse hanno d'uopo di un Governo vigile, di un Governo forte, di un Governo che voglia la giustizia, e la voglia imparzialmente per tutti; di un Governo che secondi le buone disposizioni della massa del popolo, e faccia siche tutti si persuadano che il Governo del Re Vittorio Emanuele è un Governo leale e riparatore, che saprà condurre quelle provincie meridionali allo stesso stato di tranquillità e di floridezza, a cui son giunte le provincie settentrionali. E qui, poiché l'occasione me se ne offre, avrei alcuni schiarimenti da chiedere al signor ministro; ma mi riservo a farlo dopo la votazione sulla risoluzione Mamiani, alla quale sinceramente applaudo.

RANIERI. Domando la parola.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare.

RANIERI. Io pregherei la Camera di non lasciar continuare questa discussione. La Camera era tutta in un consolante accordo d'inviare una dimostrazione di simpatia

alla guardia nazionale napoletana; né si mostrava punto disposta ad entrare nel tempo stesso in questioni politiche che, sventuratamente sempre irritanti, potessero maculare, per cosi dire, la purità di quell'accordo e di quella dimostrazione. Mi pare dunque che, senza entrare in altre questioni, si potrebbe passare alla votazione della proposta dell'onorevole deputato Mamiani.

PRESIDENTE. Pare che non ci sia questione, perché non si tratta qui di esaminare se esista o no la reazione nelle provincie napoletane, o se esista per una causa o per l'altra, ma solo se abbia ben meritato la guardia nazionale.

DEL DRAGO. Le parole dell'onorevole deputato Bixio (gloria italiana, eroe di Maddaloni, che nei giorni 1 e 2 ottobre salvò la patria) io le accetto; esse partono da un cuore veramente italiano; per cui tali riazioni devono riuscire dispiacevolissime, perché disonorano il paese.

MASSARI. No! no!

DEL DRAGO. Sì, o signori. Eh!... io vorrei ch'esse non fossero vere... io vorrei anche dissimularle; ma sventuratamente esse esistono, e forse al di là di quello che se n'è parlato nella Camera!

Voci. Sono esagerazioni!

DEL DRAGO. Ah! no... io non sono l'uomo delle esagerazioni, o signori. Il silenzio da me tenuto nelle interpellanze Massari dimostra ad evidenza che, ben lungi dall'essere io l'uomo delle esagerazioni, ne rifuggo fìnanco il sospetto e non avanzo una proposizione che a ragion veduta e matematicamente; e, all'uopo, una parola coscienziosa al Governo.

PRESIDENTE. Osservo all'onorevole Del Drago che ora la questione sta unicamente nel voto proposto per la guardia nazionale.

DEL DRAGO. Il Governo italiano, a voi, o signori, è un grande uomo costituito dall'unità di spirito del potere che lo informa e lo anima. Ebbene, ritenete per fermo, qual verità di fatto, che questo grande uomo governativo, come ha la sua sede... la sua testa... qui in Torino, coronato dalle nevose Alpi, onde tutto è fredda calma di legge, di ordine e di luce, cosi ha... nell'Italia meridionale... sotto i suoi piedi due vulcani ardenti che divampano! State in guardia, o signori! Onore quindi alla guardia nazionale dell'Italia meridionale, che col suo eroico patriottismo ha saputo estinguere il fuoco delle loro lave incendiarie, e soffocarne le eruzioni, ricacciandole negli abissi dei loro crateri, e così ha scongiurato le stragi, le distruzioni, le rovine! (Ohi ohi) Onore anche al Governo del nostro Re Galantuomo, per quella parte che vi ha presa. E conchiudo sempre coll'onorevole deputato Mamiani, confermando l'alto di riconoscenza nazionale verso quella benemerita milizia. Sia. (Movimenti)

BROFFERIO. Chi è che non voglia accogliere la proposta del signor Mamiani?

Siamo tutti d'accordo che la guardia nazionale di Napoli ha bene meritato dalla patria; quindi tutti d'accordo siam lieti di poterlo dichiarare.

Ma che? Per confortare i dolori di Napoli non possiamo noi far altro che mandare qualche sterile complimento? Non sarà questa una consolazione a buon mercato? Non dirà forse il

Il Parlamento italiano perché non avvisò col Governo ai più pronti e più efficaci mezzi per impedire che seguisse la reazione, la quale in sostanza nasce dai torti del Governo e dalle disposizioni omesse dal Parlamento?

677 - TORNATA DEL 24 APRILE

PRESIDENTE. Io credo che il Parlamento italiano non ha mai smesso il pensiero di provvedere ai bisogni di quelle Provincie. Di ciò non potrebbe farne appunto alla Camera.

BROFFERIO. Io non credo di dover discutere col signor presidente; dico il mio libero avviso.

PRESIDENTE, lo non discuto; ma non consento che si facciano imputazioni alla Camera.

BROFFERIO. Tornando al mio soggetto, ripeto che la Camera ha doveri ben più essenziali verso lo Stato di Napoli per ricondurvi la tranquillità e la pace; due cose che ornai mancano a noi stessi. Vuolsi per la salute di Napoli cominciare di qui dove ha sede il Governo, dove ha sede il Parlamento; qui si dee provvedere a ricondurre quell'unione che fu su tutte le labbra ed è fuggita da tutti i cuori. (Mormorio al centro)

Si mormori pure, io continuerò a ripetere che, anziché discutere di guardie nazionali e mandare complimenti, sarebbe meglio che il Parlamento nazionale volesse pensare seriamente, francamente a scongiurare i pericoli che ci sovrastano nell'interno ed all'estero.

La condizione in cui si trova da alcuni giorni il paese richiede tutta la nostra più attenta sollecitudine. Furono pronunziate minacce le quali portarono il turbamento nell'animo di tutti (Mormorio) Sì, il turbamento, a meno che si voglia che, come nella Spagna, comincino, per rovina dell'Italia, gli scandali dei pronunciamenti militari, di cui parlava l'altro giorno l'onorevole Mellana. (Rumori di disapprovazione a destra ed al centro - Assenso a sinistra.)

DI CAVOUR C, presidente del Consiglio. (Con calore) Io faccio giudice la Camera e l'Italia se le parole pronunziate dal deputato Brofferio mirano allo scopo cui c'invitava; se sono parole di conciliazione e di pace! (Applausi a destra)

BROFFERIO. Domando la parola.

DI CAVOUR C, presidente del Consiglio. Io credo che il Parlamento ed il paese disapproveranno altamente questa nuova provocazione alla discordia. (Applausi - Rumori a sinistra)

PRESIDENTE. Signori, io prego tutti, in tanta vivacità di controversie, ad avere più che mai presente il bene dell'Italia. Essa vi ascolta.

DI CAVOUR C, presidente del Consiglio. Il Ministero respinge altamente quest'accusa, quest'allusione di voler promuovere dimostrazioni illegali, ed il paese saprà giudicare questa nuova provocazione alla discordia velata sotto parole di concordia e di falsa conciliazione. (Applausi a destra)

PRESIDENTE. Il deputato Brofferio ha la parola.

BROFFERIO. Primieramente il signor ministro ha male intese le mie parole.

Io non ho accusato il Governo d'aver promosso scandali.

MAMIANI. Domando la parola.

BROFFERIO. Ho accennato un fatto che avrei potuto non solo accennare, ma svolgere apertamente, sciagurato fatto che in questo momento tien sospesa dolorosamente la pubblica attenzione e sopra il quale chiamo a trattenersi la Camera.

L'ansia che ci preme, dissimulandola, tacendola, si acqueta forse? Non è egli meglio che noi affrontiamo la difficoltà e discutiamo amichevolmente, fraternamente (Risa ironiche a destra), italianamente lo stato delle cose?

Signori, mi sembra che voler cuoprire sotto le ceneri il fuoco che vuol divampare non sia la miglior maniera di prevenire l'incendio. Per ispegnere i carboni ardenti bisogna scuoprirli e conoscerne l'intensità per affrettare i provvedimenti. Volete voi attendere a combattere l'incendio quando sia in fiamme la casa?

Io non accuso il Governo, se egli sia complice di ciò che accade; né posso affermare, né contendere; si saprà in breve il vero. Io invito intanto il Governo a provvedere che non nascano inconvenienti maggiori, ed invito il Parlamento a non sonnecchiare, perché non fu mai necessità di vigilar tanto. (Rumori a destra)

Il signor presidente del Consiglio lasciò alla Camera ed all'Italia l'apprezzamento delle mie parole; io seguo il suo esempio; e lascio alla nazione l'apprezzamento delle sue parole.

Voci. Ai voti!

PRESIDENTE. Il deputato Mamiani ha facoltà di parlare.

MAMIANI. Se nessuno chiede più di parlare, e se la Camera vuol andare ai voti, io rinuncio alla facoltà che mi è data.

Molte voci. Sì, sì! Ai voti! ai voti!

PRESIDENTE, Pongo dunque ai voti la risoluzione proposta dall'onorevole Mamiani, la quale è così concepita:

«La Camera dichiara solennemente che le guardie nazionali del mezzogiorno d'Italia hanno, negli ultimi avvenimenti, bene meritato della patria.»

(È approvata all'unanimità.)

Il deputato Agudio ha facoltà di parlare per presentare una relazione.

PICA. Io aveva chiesto prima la parola per chiedere alcuni schiarimenti

PRESIDENTE. (interrompendo) Parlerà dopo.

PRESENTAZIONE DELLA RELAZIONE SUL PROGETTO DI LEGGE PER AUTORIZZAZIONE DI SPESE STRAORDINARIE PER LATORI NEL PORTO DI ANCONA.

AGUDIO, relatore. Ho l'onore di presentare alla Camera la relazione sul progetto di legge per l'autorizzazione di spese straordinarie sui bilanci per lavori di miglioramenti da farsi nel porto di Ancona.

PRESIDENTE. Questa relazione sarà stampata e distribuita ai signori deputati.

INTERPELLANZE DEL DEPUTATO PICA SUGLI ULTIMI FATTI NELLE PROVINCIE MERIDIONALI.

PRESIDENTE. Il deputato Pica ha facoltà di parlare.

MINGHETTI, ministro per l'interno. Domandola parola.

Se l'onorevole Pica intende chiedermi alcuni schiarimenti, io sono disposto a darglieli immediatamente; ma, se l'onorevole deputato volesse veramente farmi delle interpellanze le quali non si limitassero ad una semplice conversazione fra esso ed il ministro, ma dovessero prendere il carattere di una vera discussione, in questo caso io dovrei pregare l'o

Ed io allora mi permetterei di osservare che sono appena quindici giorni che una lunga discussione ebbe luogo sugli affari dell'Italia meridionale, e che mi parrebbe inopportuno di intavolarne una nuova in questo momento, a parte molte altre ragioni,

678 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

perché in così breve tempo è impossibile che si possano vedere gli effetti dei provvedimenti che il Governo sta prendendo.

Premessa questa dichiarazione, e persuaso che l'onorevole Pica mi chiederà solo alcuni schiarimenti, io accetto ben volontieri la sua dimanda.

PRESIDENTE. Il deputato Pica ha facoltà di parlare.

PICA. Se l'onorevole ministro avesse udito prima quale era la inchiesta che intendo indirizzargli, avrebbe potuto risparmiare questa sua dichiarazione.

Io non intendo di sollevare una discussione, non intendo di fare una vera interpellanza; chieggo solo degli schiarimenti. Se l'onorevole ministro può darli quest'oggi stesso, io gliene sarò obbligalo; se non può darmeli oggi, spero che me li darà nella prossima tornata.

Io domando all'onorevole ministro quali schiarimenti egli può darci sugli ultimi avvenimenti delle provincie meridionali dal 7 di questo mese fino al giorno presente.

Sono nella necessità di chieder ciò, poiché disgraziatamente ed il giornale ufficiale di quelle provincie e la gazzetta ufficiale del regno non hanno dato che pochi e monchi dispacci; e gli uomini che sono preposti al governo a Napoli, e che io dichiaro di rispettare moltissimo, sono assolutamente degli enti invisibili, poiché non si può giungere fino ad essi, e non è permesso neppure di accostarsi ai locali destinali al segretariato generale, essendone chiusi i cancelli, e questi custoditi da carabinieri; dimodoché né il ministro segretario della luogotenenza, ne i segretari generali, né gli impiegati possono vedersi, ed ogni comunicazione è rotta tra quelle popolazioni e gli uomini che devono governare.

Non vi è quindi altro mezzo per sapere alcuna cosa che rivolgersi all'onorevole signor ministro, e chiedere qui quegli schiarimenti che colà non si possono ottenere.

In secondo luogo, prego l'onorevole ministro di far conoscere alla Camera ed al paese quali sono i poteri che il Governo centrale ha richiamati a sé dalla luogotenenza, e quali sono quelli che sono stati lasciati ai segretari generali a Napoli, e ciò per sapere a chi, nell'occorrenza, potersi dirigere per il disbrigo degli affari, per tutte le domande che si ha bisogno d'avanzare.

Chiederei pure quali provvedimenti il Governo abbia adottato per assicurare la punizione imparziale di tutti i colpevoli, ed amerei conoscere se i tribunali criminali adempino ai loro doveri con quell'alacrità e fermezza che le circostanze impongono.

Chiederei da ultimo quali provvedimenti siensi presi per l'armamento e l'organizzazione della guardia nazionale, ed, in generale, quali disposizioni il Ministero abbia adottate, o si proponga adottare, per eliminare le cagioni che hanno sostenuto il malcontento delle provincie meridionali, e provocato i tristi fatti recentemente avvenuti. Se l'onorevole ministro a questi schiarimenti può aggiungere parole che valgano a rassicurare quelle popolazioni, a persuadere che il Governo s'interessa ad esse vivamente, e per mantenere forte ed illeso il concetto dell'unità italiana non risparmierà né cure, né fatiche, sia pur certo che queste parole, che valgono a dissipare le tristissime nubi che coprono quel cielo, saranno accolte con sentita riconoscenza.

COCCO. Domando la parola.

Voci. L'ordine del giorno!

MINGHETTI, ministro per l'interno. Se la Camera lo permette, io rispenderei immediatamente all'onorevole Pica.

Se poi la Camera crede di dover dar luogo ad una discussione a questo riguardo, allora si potrà stabilire un altro giorno; ma intanto io dirò poche cose.

Nelle quattro sedute, nelle quali fu trattata, la quistione dell'Italia meridionale, il ministro espresse molto chiaramente le proprie idee, e, sebbene avvertisse alla necessità di procedere all'unificazione con certi temperamenti, non lasciò mai di mostrare che quell'unificazione, nel modo il più fermo, il più sollecito, era lo scopo de' suoi pensieri.

Per questa parte adunque io non credo che possa rimaner ombra di dubbio alcuno nelle popolazioni dell'Italia meridionale, le quali debbono esser certe che il voto del plebiscito, accettato da Sua Maestà, convalidato dalla sanzione del Parlamento, sarà attuato non solo politicamente, ma in tutte le sue parti Ed io mi rallegro che la provincia, la quale ha tra i suoi rappresentanti, se non m'inganno, anche l'onorevole interpellante, ha già mostrato di intendere in questo modo i sentimenti del Governo. SI, o signori, la città d'Aquila ed altri comuni della medesima provincia hanno fatto pervenire al Ministero un voto firmato da molti e ragguardevoli cittadini, i quali domandano che l'unificazione si compia il più presto possibile con le antiche provincie, sotto la diretta ed immediata dipendenza del Ministero centrale in Torino. Questo fatto, a cui io accenno, mi prova che le parole del Ministero furono bene intese in quella provincia, ed io spero lo saranno state eziandio in tutte le altre.

Sono ora a rispondere succintamente a quanto mi chiedeva l'onorevole proponente.

Prima di tutto, io feci inserire nella gazzetta ufficiale il sunto dei rapporti, di mano a mano che li riceveva, ed io non credo che siano successi fatti di qualche rilievo nelle provincie napoletane che non siano stati annunciati; credo possa dirsi che la reazione ora sia compressa. Inoltre ho richiesto da Napoli dei rapporti particolareggiati e già alcuni mi sono pervenuti dai procuratori generali del Re e dai governatori delle varie provincie, e mi propongo di dare quanto prima nella gazzetta medesima una relazione più circostanziata e completa che sia possibile.

Mi ha chiesto l'onorevole preopinante quali siano le attribuzioni dei segretari generali e della luogotenenza; qui distinguerò due parti: la parte sostanziale, dirò così, e le modalità.

Quanto alla parte sostanziale, io l'accennai precisamente nella discussione che si fece dinanzi alla Camera; quanto alle modalità che si riferiscono a ciascuno dei dicasteri, comprenderà l'onorevole preopinante che tale cosa non poteva farsi in un giorno.

Il Governo ha mandato uno dei più cospicui funzionari a Napoli per trattare questa materia nelle sue attinenze con ogni ramo della pubblica amministrazione, ed io posso assicurare che non tarderanno molti giorni che il regolamento delle rispettive competenze fra la luogotenenza e il Ministero centrale verrà applicato.

Quanto ai delitti che ebbero luogo in occasione dei tentativi di reazione ai quali il preopinante allude, io sono certo che taluni processi sono cominciati, e che il ministro di grazia e giustizia avrà dato le disposizioni le più ferme e le più energiche, perché i delitti siano puniti il più sollecitamente,

Il più sicuramente e più imparzialmente possibile. Rispetto all'organizzazione della guardia nazionale, mi è caro il dire che essa forma uno dei punti a cui il Governo ha

679 - TORNATA DEL 22 APRILE

Rispetto all'armamento, da uno specchio ricevuto recentemente dalle provincie napoletane mi risulta che le armi attualmente distribuite nelle varie provincie ammontano a 72611, e posso assicurare l'onorevole interpellante che si lavora con tutta solerzia ad adattare a percussione i 50000 fucili che erano a Gaeta, destinati anch'essi a quella guardia nazionale. Infine posso promettere che, quando mi verranno le armi che ho contrattate, potrò ancora spedirne una parte in quelle provincie.

Riguardo agli altri provvedimenti, sui quali l'onorevole interpellante mi richiese in modo generico, dirò come il Governo abbia sollecitato vivissimamente le elezioni comunali e provinciali, e come appunto mercé di queste sollecitazioni si siano potuto fissare al 19 maggio quelle elezioni che prima sembravano non potersi compiere regolarmente che al 9 giugno per i comuni, al 16 per le provincie.

La parte più difficile, e necessariamente la più lenta, ma che però non è da noi dimenticata, è quella del personale dei pubblici funzionari; ma l'onorevole preopinante può essere certo che alcuni dei nostri più abili amministratori, e dei più energici e ferrai governatori, saranno quanto prima mandati nelle provincie meridionali.

Credo con queste parole, se la memoria non mi tradisce, di aver dato gli schiarimenti che l'onorevole preopinante desidera. Oso promettere all'onorevole mio amico Mamiani che il destriero non avrà bisogno di sprone, e che, se gli basta la lena, giungerà alla sospirata meta. (Ilarità)

Prendo poi questa occasione per dichiarare, per le notizie ricevute, che le condizioni della Sicilia dall'epoca in cui si discusse in Parlamento intorno all'Italia meridionale sono molto migliorate. Io era in quell'epoca sotto l'impressione di alcuni fatti dolorosissimi, come quello di Trapani e di Santa Margherita, e fu per ciò che allusi al bisogno di provvedere alla pubblica sicurezza con energici provvedimenti; ma d'allora in poi nessun fatto di quella gravità è più accaduto, e mj è grato di poter dire che la pubblica sicurezza, grazie anche alla sollecita e indefessa opera del consigliere di luogotenenza Carini, è andata via via migliorando, ed oggi si trova in tali condizioni che, se non sono perfettamente normali, lasciano però sperare che lo diverranno in avvenire.

Questi sono gli schiarimenti che io credo di poter dare astenendomi dall'entrare in una nuova discussione.

PICA. Sono lieto di aver provocato dall'onorevole signor ministro queste spiegazioni: se il destriero non ha bisogno di sperone, si ricordi però che quelle provincie sono da oltre otto mesi in uno stato deplorabile, che quei popoli appartengono all'Italia meridionale, ove le passioni son vive, e che quel paese, dandosi spontaneamente a Re Vittorio Emanuele, ha indissolubilmente congiunta la propria sorte ed il suo avvenire a quello della monarchia italiana.

MINGHETTI, ministro per l'intento. Il Ministero non solo non fa differenza tra quelle provincie e le altre, ma se mai, tutte le sue cure, tutti i suoi pensieri, tutti i suoi affetti sono rivolti ad esse più particolarmente, come quelle che più soffersero, che hanno maggiori necessità, e che ultime sono venute nella nostra famiglia. (Bene! Bravo! - Vivi segni d'approvazione)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno porta l'interpellanza del deputato Pescetto...

LIBORIO ROMANO. Signor presidente ho chiesto facoltà di parlare...

Voci. La chiusura! la chiusura!

TOSCANELLI. Prego il signor presidente a mettere ai voti la chiusura della discussione...

PRESIDENTE. Il deputato Romano chiede la parola per fare delle interpellanze!

Voci. La chiusura!

LIBORIO ROMANO. Permettano due parole...

MINGHETTI, ministro per l'interno. Io chiedo alla Camera che prima si venga a votare se essa intenda di fare una nuova discussione.

LIBORIO ROMANO. No, no, signor ministro, sono parole amichevoli. (Ilarità)

PRESIDENTE. Il deputato Romano ha facoltà di parlare.

LIBORIO ROMANO. Ringrazio il Ministero di tutto ciò che ha fatto e promesso di fare per le provincie meridionali. Perciocché di tutte tali cose e di altre sino dal cominciamento del caduto mese di marzo io aveva istantemente pregato l'onorevolissimo principe luogotenente.

Aggiungo che l'onorevole ministro dell'interno si è ingannato nell'enunciare il numero delle armi che ha ricevuto la guardia nazionale del Napoletano.

Compresi i quarantamila fucili ultimamente inviati, ella ne ha ricevuti non già settantadue mila, come affermava l'onorevole ministro dell'interno, sibbene novantun mila. Però questo numero è del tutto insufficiente per armare trecento sessanta mila individui circa, ammontare della guardia cittadina.

Se non che amo dire che avvi un contratto di 100 mila fucili, già fermato dal generale con una casa inglese. I modelli di codesti fucili furono esaminati e rinvenuti di piena soddisfazione.

Un rappresentante di quella casa, quando io aveva l'onore di reggere il dicastero dell'interno di Napoli, mi premurò per l'esecuzione del contratto enunciato, soggiungendomi che in contrario si avrebbe agito contro il general in proprio nome. Fu allora ch'io chiesi quali agevolazioni potevano aversi pel pagamento, e mi fu risposto che il prezzo avrebbesi potuto pagare entro un anno in quattro rate eguali.

Di tutte codeste cose io tenni istruito il segretario generale di Stato, il signor cavaliere Nigra, cui passai del pari una copia del contratto.

Laonde penso che il contratto medesimo debba subito eseguirsi, e cosi avere in parte quelle armi, di cui sentiamo si urgente bisogno.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il deputato Bixio.

PROPOSIZIONE E DELIBERAZIONE D'ESSENZA DEL PROGETTO DI LEGGE DEL DEPUTATO RIBALDI PER L'ARMAMENTO NAZIONALE.

BIXIO. Io faccio alla Camera la preghiera di dichiarare d'urgenza il disegno di legge relativo alla guardia mobile che il generale ebbe l'onore di presentare in una delle precedenti tornate. L'argomento di cui si tratta, e le condizioni in cui ci troviamo, mi dispensano, credo, dall'appoggiare con altre parole questa proposta.

PRESIDENTE. Il deputato Bixio propone che sia dichiarata d'urgenza la proposta di legge fatta dal generale baldi in ordine alla guardia nazionale mobile.

Se non v'è opposizione, s'intenderà dichiarata d'urgenza.

(È dichiarata d'urgenza.)

680 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

INTERPELLANZE DEL DEPUTATO PESCETTO SULLA FERROVIA

DA SAVONA A TORINO.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca le interpellanze che il deputato Pescetto intende fare al ministro dei lavori pubblici sulla strada ferrata da Savona a Torino.

Il deputato Pescetto ha facoltà di parlare.

PESCETTO. Non avvezzo a concione, ma avendo a parlare sopra un argomento che considero di grande interesse per lo Stato, e di vita o morte per alcune sue provincie, vi prego anzitutto, signori, della vostra attenzione e sofferenza.

Le interpellanze che, nella seduta dell'11 corrente, l'onorevole deputato Rasponi diresse all'egregio signor ministro dei lavori pubblici sulle ferrovie nelle Marche e nelle Romagne, ne motivarono tante altre, che la seduta ebbe ad effettivo ordine del giorno la discussione quasi generale sul sistema ferroviario dello Stato.

Egli è per ciò che io pure in quel giorno, malgrado non me lo fossi menomamente proposto, pure rammemorava al Governo ed all'Assemblea l'importantissima ferrovia dal porto di Savona al Cenisio per Torino; ferrovia richiesta vivamente dagli interessi delle provincie occidentali dell'alta Italia; ferrovia che è indispensabile complemento del sistema proprio dello stato, e pella quale, collegale e sussidiate l'una l'altra quella nel bacino del Po e la litoranea, s'avranno quel maggiore sviluppo che loro spetta; ferrovia che concorrerà a benefiziare lo Stato del commercio della Svizzera occidentale e di parte della Francia orientale; ferrovia che doterà quel gran monumento della scienza, dell'ingegno e dello slancio italiano alle grandi imprese, all'affratellamento dei popoli, che si è il traforo del Montecenisio, d'un sicuro e comodo porto dichiarato dalla legge 24 giugno 1882 di prima categoria e prima classe, ossia d'utilità generale dello stato; porto più d'ogni altro ad essa prossimo; ferrovia, infine, che riveste eminenti caratteri strategici.

Alle domande che nella tornata dell'11 diressi all'onorevole signor ministro dei lavori pubblici m'ebbi in risposta, e ben giustamente, di voler riprodurre le domande stesse in altra tornala, e quindi, o signori, la ragione del mio attuale parlare, conseguenza del quale spero sieno il vostro suffragio alla proposta che intendo di fare, e la convinzione in grande numero di voi che le ferrovie più utili e più desiderate richiedono pur sempre lunghe pratiche per essere attuate.

lo non mi permetterò certamente, che troppo abuserei della vostra sofferenza ed avrei a rimproverarmi di farvi perdere un prezioso tempo, io non mi permetterò di tesservi la storia delle varie fasi orineplicabili, or inattese, or dolorose, per le quali la ferrovia da Torino a Savona, della quale si trattò fin dal 1881, è al giorno d'oggi ancora e solamente un vivo desiderio.

Non vi esporrò quante cure, quanti sacrifizi abbia ad essa dedicato il municipio savonese, quanto si adoperassero per conseguirla 67 comuni, e quanto perennemente ed instancabilmente la promovesse e promuova il municipio di questa gloriosa e magnanima città, la cui fermezza, costanza ed abnegazione nel conseguimento dell'indipendenza unitaria italiana sono proverbiali, e che dal caldo suo pavoneggiare questa linea da tanti anni addietro, mi sia permesso il dirlo, acquista maggior gloria e diritto alla nostra stima e riconoscenza; giacché, o signori, per una capitale è tenue vantaggio la via ferrala per a Savona, ma è vantaggio ben di considerazione per quella città che sì importante prerogativa avesse a perdere.

Vi dirò bensì che sui primi del 1852 il Governo autorizzò ed incoraggi il municipio di Savona a far compilare un progetto di ferrovia tra quel porto ed il centro del Piemonte; che sullo scadere del 1854 fu presentato questo progetto compilalo con molta maestria dall'egregio ingegnere Amedeo Peyron al Ministero dei lavori pubblici; che il 1° giugno 1886 la società Courpon e De la Haute presentò al Ministero or dello domanda di concessione della ferrovia in discorso; che le sue proposte furono giudicale, rispetto agl'interessi del pubblico erario, in limiti tali, da poter essere con convenienza prese per base d'ulteriori trattative per la stipulazione concreta della concessione, e che questa domanda valse a sollecitare una definizione sul progetto Peyron; esaminato e discusso nei Consiglio speciale delle strade ferrate, questo nella seduta del 12 giugno 1886 deliberò: 1° che il porto di Savona meritava la preferenza su qualsiasi altro punto del litorale di ponente per l'arrivo d'una ferrovia partente da Torino; 2° che il progetto Peyron meritava approvazione.

A questo punto della pratica, la regia Camera d'agricoltura e commercio di Torino dichiarava unanime e spontanea il 8 giugno 1856 che la ferrovia da Savoia a Torino è della maggiore importanza e presenta per l'avvenire i migliori risultamenti ed i più estesi vantaggi che possano attendersi nel nostro paese da simili imprese.

Deliberazioni ugualmente favorevoli prendevano il Consiglio divisionale di Cuneo, votando un sussidio di lire 100 mila; i provinciali di Torino, di Saluzzo, di Acqui, di Alba e di Savona, votando rispettivamente lire 200 mila, lire 100 mila, lire 28 mila, lire 20 mila e lire 280 mila a sussidio della società che ottenesse la concessione della ridetta ferrovia; voti questi che con legge 13 novembre 1859 vennero confermali: inoltre a favore della linea medesima volavano il Consiglio comunale di Torino, in seduta del 17 maggio 1856, un milione di lire in azioni, e la città di Savona circa lire 700 mila tra sussidio ed azioni.

Venne in quel frattempo a discutersi dalla Camera elettiva la concessione della ferrovia dal Varo alla Pannigliela. Troppo evidenti sono le ragioni economiche generali e particolari che concorrono a dimostrare i vantaggi e la necessità di diramazioni da essa a quella centrale della valle del Po, perché naturalmente quella discussione non avesse ad estendersi alle diramazioni stesse, ed invero da molti punti del litorale ligure di ponente una ne fu proposta ed appoggiata anche con ragioni speciali e degne di maturo esame: fra queste proposte, una sottoscritta da cent'un deputato (e la Camera elettiva constavane di 204) propugnava la diramazione Savona-Torino: in tale occorrenza, cioè nella seduta del maggio 1857, il ministro dei lavori pubblici dichiarava che la linea or della era a sua opinione utilissima, di alto interesse, che conveniva concederla, e ch'egli l'avrebbe preferita; quest'esplicita dichiarazione merita, a mio avviso, tutta la vostra attenzione, siccome quella che fu fatta da persona autorevole e competente per eccellenza in consimili materie, il commendatore ingegnere Paleocapa.

Nella seduta successiva il presidente del Consiglio dei ministri conte Di Cavour dichiarava essere incontestabile che una seconda linea dal mare alla valle del Po era fin d'allora utile, che sarebbe stata fra breve indispensabile, e che quella di Savona era utile in alto grado, e soggiungeva desiderare un potere magico per chiamarla d'un tratto all'esistenza.

L'onorevole conte Di Cavour, per ferrea volontà, per vasto e polente ingegno, ha con fatti i più luminosi ed incontro

681 - TORNATA DEL 22 APRILE

non per un fatto straordinario, non per chiamare di un tratto all'esistenza, ma sibbene solo per chiamare, fra almeno sei anni, all'esercizio regolare la ferrovia da Torino a Savona.

Quelle sedute conchiudevansi coll'aggiungere alla legge pella concessione d'una ferrovia dal Varo alla Parmignola un articolo così concepito, e che è il 5° della legge 13 luglio 1857: «Entro la prossima Sessione il Ministero presenterà un progetto di legge riflettente l'aprimento di una seconda linea ferrata che metta in comunicazione le provincie interne dello Stato con la linea dal Varo al confine modenese.

La società De La Hante che aveva, al 1° giugno 1856, fatta domanda di concessione della strada ferrata, al fine di ottobre dello stesso anno ritirava la sua proposta, avendo nel frattempo dato altro corso a' suoi capitali, ed essendo mutale d'assai le condizioni del credito sulle speculazioni in ferrovie; e così, per una dilazione non al tutto giustificabile, lo Stato perdeva una vantaggiosissima proposta.

Primo effetto delle discussioni e 19 maggio 1858 si fu la creazione nel dicembre dello stesso anno di una Commissione (che fu dal pubblico qualificata quale in odio alla ferrovia da Torino a Savona) col l'incarico di esaminare, studiare ed emettere voto sulla linea da preferire dal centro del Piemonte al mare.

Il rapporto di questa Commissione iu fallo di pubblica ragione. E eliminato dall'esame quelle linee di quasi assoluta inattuabilità per le straordinarie difficoltà del terreno e per immense spese di costo, la Commissione si soffermò e portò tutta la sua attenzione sulle linee che da Torino fanno' capo a quei punti del litorale di ponente che presentano più facili passaggi dell'Appennino, e maggiori comodi, maggiore sicurezza agli approdi marittimi, e che già sono frequentati dal commercio.

L'esame e la discussione della Commissione ebbe a risultato un voto d'adozione della linea Torino-Savona.

DI CAVOUR C. Domando la parola.

PERUZZI. Pure il Ministero volle, a maggiore sua sicurezza, che un'altra Commissione, composta di tre distinti e fra i primi ingegneri dello Stato, esaminasse il progetto di questa linea: essa ne rifece l'intiero rilievo planimetrico ed altimetrico; ne ricalcolò la spesa di costruzione e d'esercizio. La relazione 16 marzo 1859 di questa Commissione, che è pregievolissima opera d'esame critico e coscienzioso, conchiudesi pur favorevolmente al progetto esaminato.

Una nuova società, Gombert e Compagni, concretò col ministro dei lavori pubblici le basi di un capitolato di concessione della linea, come ora vi dissi stabilita.

Nella seduta del 14 giugno 1858 venne presentato alla Camera dei deputati il progetto di legge di concessione, basalo sul capitolato ora dotto.

Su questo progetto di legge riferiva una Commissione della Camera elettiva, con relazione del deputato Torelli, presentata nella tornata del 28 giugno 1858.

La stagione estiva, essendo d'assai inoltrata, la Camera non si trovò più in numero per discutere la legge che la sua Commissione presentava.

Sopravvennero poscia gli eventi del 1859, ed il Governo del Re, fornito dal Parlamento dei pieni poteri con legge 25 1859, concedeva per altra legge del 16 ottobre pur 1859 la strada ferrata da Torino a Savona a Vittorio Gombert e Compagnia.

Le sfavorevoli condizioni del credito pubblico aggravando questa concessione, siccome aggravarono quella quasi contemporaneamente fatta, della ferrovia

dal Varo alla Parmignola, alla società Morton Peto e Wagstaff, resero vane lusinghe le speranze tanto caldamente nutrite della costruzione di queste due linee.

La pratica per la ferrovia da Torino a Savona era come sopita, quando, al 22 ottobre 1860, essendo in discussione nell'altra Camera la legge per l'approvazione della convenzione relativa alla costruzione di una ferrovia lungo il litorale ligure, sorsero parecchi onorevoli senatori a propugnarla.

L'onorevole signor presidente del Consiglio dei ministri, conte di Cavour, asseriva in quella seduta (e vi prego, o signori, della vostra attenzione a questa sua ammissione, siccome quella che reputo di validissimo appoggio al mio assunto), asseriva, dico, che la strada ferrata da Torino a Savona «è utile, importante, perché interessa alcune provincie che, lo noterò al Senato, hanno sempre largamente contribuito alle spese dello Stato, e che per verità, come diceva molto opportunamente l'onorevole signor senatore Gallina, si trovano fra quelle che hanno meno profittato dui gran movimento d'opere pubbliche che ebbe luogo da dodici anni a questa parte; le proviucie di Mondovi e d'Alba sono fra quelle che hanno dato di più e ricevuto di meno.

L'onorevole signor conte poteva aggiungere la provincia di Savona, che quanto e più d'ogni altra alimentò il pubblico erario, e non solo ricevette meno d'ogni altra, ma le fu tolto quanto di utile e soddisfacente avevasi per l'addietro.

Poco dopo lo stesso onorevole signor presidente del Consiglio aggiungeva:

«Facciamo quella (ferrovia) della riviera per la prima, poi faremo quella di Savona, e fin d'ora io dico al signor conte Gallina che, se si presenterà o si saprà indicare una compagnia che si contenti di 7 od 8 milioni»

E qui il ministro dei lavori pubblici, interrompendo, disse:

«Io ne accorderei anche dieci.»

E riprese l'onorevole sinor conte:

«... io di buon grado vi acconsentirei.

Per ora però credo non si possa far altro che esternare questo desiderio, che a noi tutti è comune e che nutro fiducia sarà in avvenire soddisfatto.

Quanto in ottobre del 1860 non poteva essere che un desiderio, ora potrebbe ridursi a fatto, giacché due ed anzi tre compagnie si presentano per avere la concessione della ferrovia, della quale è discorso.

La difficoltà di queste trattative starà naturalmente nel sussidio a concedere; ed è per questo che io invoco dall'Assemblea e dal Governo sia ad usarsi la possibile maggior larghezza, interessando inoltre il Ministero a volere spingere i corpi morali che in questa via ferrala hanno più diretto interesse a concorrere nel sussidio stesso, quando il comportino le loro finanze, nel rapporto dei vantaggi che sono per conseguire.

Il sussidio governativo è dovuto a questa ferrovia per sentimento di giustizia e di equità. Le provincie che più direttamente interessa hanno sempre largamente contribuito alla floridezza dell'erario, ai bisogni del Governo, ve lo disse l'onorevole signor presidente del Consiglio dei ministri; come agli oneri è giusto partecipino ai vantaggi; questi esse li conseguiranno dalla ferrovia che sola può riattivare quel commercio in esse, che, prima dell'apertura della ferrovia di Genova, era attivissimo, quantunque, malgrado molte cure, pur impraticabili spesso fossero le numerose strade provinciali che le serpeggiano.

E qui mi permetto di notare che, se il Governo favorì in queste antiche provincie l'attuazione di molte linee di ferrovie, il maggior numero di esse è dovuto all'industria

682 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

privata, avendo esso solo fatta costrurre quella da Genova a Torino ed al lago Maggiore, e quella del litorale; ossia il Governo diede impulso all'industria privata, col por mano esso pel primo all'attuazione di ferrovie nello Stato, ed eseguì le più importanti, è vero, ma pur anco quelle che, per difficoltà di terreno a percorrere, la spesa riusciva sì considerevole, da rattenere l'industria privata dall'assumerle.

La ferrovia da Torino a Savona traversa, come quella di Genova, l'Apennino, ne traversa di più tre contrafforti, e percorre un terreno accidentatissimo, irrigato da frequenti fiumi a corso serpeggiante in ristrette valli, e secondo i calcoli i più ampi, è vero, e che non credo possano essere raggiunti, quelli degli egregi nostri ispettori ingegneri Moglino, Marsano e Ferrari, richiede una spesa chilometrica di lire 430,000. La ferrovia da Genova a Torino importò per ogni chilometro la spesa di lire 661,000; quella da Alessandria ad Arona, di lire 339,000; e per la litoranea s'addossava il Governo quella di lire 472,800, se consideriamo i fondi pubblici coi quali dovevansi fare i pagamenti alle società Guastalla, Breda e Compagni, al tasso medio dell'80 nei sei anni stabiliti pella compiuta sua costruzione.

Per queste considerazioni, la strada da Torino a Savona trovasi nelle condizioni tecniche amministrative prossime a quelle delle ferrovie dello Stato. Pur non si chiede al Governo che la eseguisca esso stesso, solo domandasi la favorisca come molte altre di minor importanza; solo si chiede che il sussidio alle società che, ancor oggigiorno stanno trattandone la concessione, sia ampliato da quello di 4,000,000 primitivamente concesso, sì da rendere un fatto la concessione stessa.

La ferrovia ligure e quella in discorso sono da interessi comuni legate nei loro primordi a stesse vicende; ambe furono dal Governo concesse il 16 ottobre 1889 all'industria privata; ambe le due società concessionarie fallirono all'intento pel sommo depreziamento de' fondi nostri in quell'epoca.

Ebbene, la legge 16 ottobre 1859, concessionaria della ferrovia dal Varo alla Parmignola, ne stabiliva il totale costo in L.1'25,000,000, ossia quello di L.390,000 per caduno dei 320 chilometri nei quali la si svolgeva; colla legge 27 ottobre 1860, che affidava la costruzione della ferrovia ligure alla società Guastalla, Broda ed altri, questo costo chilometrico è aumentato fino a L.472,800, come or ora vi dissi.

Dalla concessione MortenPeto e Wagstaff a quella Guastalla, Sacerdote, Breda ed altri, il Governo ammise un aumento sul prezzo chilometrico del 21 per 0|0. La prima delle or dette concessioni e quella Gombert e Compagni pella ferrovia da Torino a Savona, ambe accordate nell'ottobre 1859, hanno a soddisfare pressoché uguali impegni ed interessi generali dello Stato; perché non si farà per l'ima quello che già si fece per l'altra? Perché non si estenderà lo stesso principio alle stesse congiunture? Per la ragione forse e degli impegni finanziari dello Stato, e per quella dello scredito nel quale di questi giorni sono i nostri fondi?

Ma, o signori, il traforo del Moncenisio non si sospese, né spero si vorrà sospendere per ciò. Ora, progredendo egli bene, soddisfacentemente, e come appunto in questa Camera ci venne preconizzato dai benemeriti, ed a ben giusto titolo gloriosi nostri ingegneri, inventori del metodo di lavorazione ad aria compressa, vorremo noi vedere questa ardila e stupenda opera compita, senza che appieno ce ne possiamo valere?

Vorremo che essa sia ultimata, e lo sarà fra sette anni al più, prima della ferrovia di Savona, che pur richiede sei anni per essere costrutta?

Vorremo che, per un ritardo imperdonabile, il commercio s'avviasse per altre strade, e ben vi sapete quanto difficilmente poi le abbandoni, e che la più estesa galleria d'Europa e del mondo intiero, eseguita dagli Italiani, costituisse solo un monumenta d'arte, non riuscisse di grave interesse commerciale internazionale?

Se ciò non volete, signori, bisogna sussidiare di un buon porto la grande galleria del Moncenisio; bisogna che la sussidiate del porto che dalla minor distanza sia da essa «congiunto; del porto che per essa provveda la Savoia, la Svizzera occidentale e parte della Francia orientale; del porto che con quello di Genova probabilmente pur converrà alle transazioni dell'Inghilterra coi suoi possedimenti nelle Indie orientali, operato che sia il grandioso taglio dell'istmo di Suez; del porto, in una parola, che possa fare concorrenza con quello di Marsiglia sui suddetti mercati. Io non esito a dirlo, questo porto debbe essere quello di Savona, giacché da esso per Torino, Susa e Ginevra, voi percorrete chilometri 428, mentre pella via di Marsiglia ne occorrono 818, e quindi 93 in più; in esso, congiuntamente alla massima sicurezza, voi trovate unite le più desiderabili comodità di scarico; e se attualmente non è molto ampio, la sua superficie acquea essendo di soli 171,000 metri quadrati, pur con facile lavoro, con tenue spesa ed in breve tempo si può di moltissimo ingrandirlo, attesa la natura puramente renosa e per grande profondità dei terreni che lo separano dal mare: ad ogni modo la contigua ampia e sicurissima rada di Vado supplisce vantaggiosamente e comodamente alla sua non grande ampiezza.

Né si può oppormi che, senza il porto di Savona, altro e migliore e più grande assai, quello di Genova, può a tanto soddisfare. L'uno e l'altro sono a ciò necessari al giorno d'oggi; la ferrovia che da Genova s'avvia alla valle del Po, con grave danno del commercio, non ne può soddisfare ai bisogni. Tutti voi conoscete i lagni che ogni giorno s'innalzano per le lunghe statlie delle merci, malgrado la somma attività che tutti conosciamo regni lungh'essa.

Che sarà mai egli quando i traffichi dell'Oriente pel canale di Suez saranno ridali al Mediterraneo? Che sarà mai quando una ferrovia solcherà pur essa le Alpi per i centri commerciali della Germania?

Ammettete pure che un'indispensabile terza ferrovia tra il Mediterraneo e la valle del Po si diparta dal magnifico golfo della Spezia, imperiosamente riclamala da quelle provincie, dall'interesse generale, e dalla difesa dello Stato; pure il commercio di Genova dalle or dettevi nuove grandiose sue arterie, animato quanto mai possa uom idearsi, vi domanderà imperiosamente ancora un'altra ferrovia che da quella superba città si diparta e che l'Apennino e l'Alpi attraversi.

No, o signori, la ferrovia ed il porto slesso di Genova non possono fin d'ora supplire ai bisogni del commercio.

Lo sviluppo grande ed attivissimo delle transazioni commerciali genovesi è sorgente del movimento commerciale del contiguo San Pier d'Arena, prima succursale o colonia,se volete, di Genova; ma non basta, ché ai bisogni ognor crescenti necessita una seconda succursale; e questa solo può fornirla convenientemente il porto di Savona, e con questo,e colla ferrovia che propugno, il commercio genovese maggiormente si svolgerà, e riterrà nelle sue mani buona parte assai di quo' traffichi che ora gli sfuggono e passano alla rivale Marsiglia.

Molti altri argomenti io dorrei sviluppare sulla mia tesi: dovrei dirvi come questa ferrovia per grave interesse sia sempre stata propugnata, ed ancora di questi giorni, da questa città, che tanti titoli di benemerenza ha dalla patria;

La ferrovia di Savona a Torino, assicurando una seconda comunicazione dal mare al bacino del Po, permette maggiore prontezza nei movimenti militari che riescirono stentati e lunghi nel 1859 pella sola ferrovia di Genova, e ci assicura contro la loro interruzione; considerate, signori, quali gravi danni e gravissime conseguenze poteva subire la patria nostra, qualora i capi austriaci nel 18S9, anziché alle prede ed all'inferocire cogli inermi, avessero spinto quei corpi di truppa, ch'eransi inoltrati nelle valli dell'Apennino, fino in Valle Scrivia a distruggervi uno di quei grandiosi ponti ad estesa corda e ad alta elevazione sul letto del torrente, ovvero una di quelle gallerie! Per parecchi mesi l'uso della ferrovia era interrotto; per parecchi mesi la cavalleria, le artiglierie ed il numeroso carreggio da guerra dell'armata francese non avrebber potuto raggiungerla!

La ferrovia stessa, colla breve e facile sua diramazione CairoAcqui, collegando insieme il porto di Savona e l'ampia e sicurissima rada di Vado con Genova e con Alessandria, rendendo quasi nulle le distanze fra queste forti posizioni e le strategiche di Montenotte, Cosseria e Dego, ed infine grandemente ravvicinando l'estremo limite occidentale ligure del regno ai grandi centri militari or detti, rende facili e possibili e dà arra di riuscita a grandi operazioni in possibili contingenze di difesa di quelle località.

Conchuudo'e riassumo questa mia esposizione in un ordine del giorno, che spero vorrete in un col Ministero accettare.

«Ritenuto che nelle passate Legislature la Camera già manifestò il suo vote favorevole ad una linea di ferrovia da Torino a Savona, uno dei principali sbocchi del traforo del Cenisio al mare;

«Ritenuto che il Ministero, nella seduta del 22 ottobre 1860 del Senato del regno, riconoscendo l'importanza e la utilità di questa strada, manifestò l'intenzione di concedere un sussidio sufficiente ad ottenere che una società ne assuma la costruzione;

Ritenuto che, in seguito a questo affidamento, sarebbonsi fatte proposte di assumere tale concessione mediante un sussidio che poco si scosterebbe da quello che il Ministero si mostrò disposto ad accordare;

La Camera, confidando che il Governo, superate le difficoltà tuttora esistenti, con promuovere, ove d'uopo, anche il concorso dei corpi morali più direttamente interessati, riuscirà a condurre a buon fine ed al più presto possibile le trattative per quest'opera di riconosciuta importanza ed utilità nazionale, passa all'ordine del giorno.»

Sono anche firmati a questa proposta i deputati: Petitti, Chiaves, Agudio, Torrigiani, Miglietti, Deandreis, Sella, Pettinengo, Solaroli, Lanza Giovanni, Tecchio, Chiavarina, Alasia, Valerio, Sanguinetti, Grattoni, Mazza Paolo, Salaria.

PRESIDENTE. Gli oratori inscritti sono molti. Per procedere con ordine, credo che dovrebbero discorrere prima quelli che parlano sulla strada di Savona, poi quelli che hanno da parlare sulla strada da Treviglio a Cremona, sulla quale vertono le interpellanze del deputato San Severino; altrimenti ne nascerebbe confusione.

SAN SEVERINO. Non ho ancora fatte le mie interpellanze, e non può aprirsi ancora la discussione su di esse.

PRESIDENTE. Lo so; ma i deputati che si sono fatti inscrivere non hanno dichiarato su quale delle due strade intendevano parlare.

Leggerò il nome degli inscritti, ed ognuno dirà su qual argomento intende parlare.

Il primo inscritto è il deputato Ruggiero, che ha ceduto la parola al deputato Cadolino.

CADOLINO. Intendo parlare sull'interpellanza che sta per muovere il deputato San Severino.

PRESIDENTE. Il secondo inscritto è il deputato Chiaves.

CHIAVES. Parlerei sull'interpellanza Pescetto, se il signor ministro vuol dare spiegazioni; del resto non ho interpellanze a fare, e mi riferirei, per ora, a quello che ba detto l'onorevole Pescetto.

Peruzzi, ministro dei lavori pubblici. Mi pare che il signor marchese Di Cavour intendesse anch'egli parlare, ma non so su quale argomento.

DI CAVOUR C. Sul porto di Savona.

PERUZZI, ministro dei lavori pubblici. Risponderò dopo.

PRESIDENTE. Allora ha facoltà di parlare il deputato Chiaves.

Chiaves. Dopo le parole dette dall'onorevole Pescetto, dopo lo svolgimento che diede nella sua interpellanza a questo argomento, richiamando ad esame i fatti i quali hanno preceduto questa discussione, poco mi rimane adire. Vorrei solo che la Camera si penetrasse di questo pensiero: che non si tratta qui punto di un interesse che possa dirsi particolare, che possa dirsi locale; qui, secondo il mio convincimento, trattasi di un interesse che è veramente nazionale.

È notevole come ogniqualvolta, anche nelle passate Legislature, si ebbe a discorrere di strade ferrate, sempre, o quasi sempre, venne sul tappeto questa discussione della ferrovia di Savona; vi venne, direi quasi, senza volerlo, perché è una diramazione codesta di grande importanza, una diramazione a cui, come io diceva, sono aggiunti interessi essenziali che non riflettono le condizioni di un luogo.

Quando venne presentala la proposta di legge relativa alla concessione della ferrovia dal Varo alla Parmignola, io ricordo, e lo ricordava già l'onorevole Pescetto, come più di 100 deputati avessero firmata una proposta d'articoli, i quali avrebbero dovuto formare parte integrante di quel progetto.

Si riconosceva, prima di tutto, quasi vitale per i paesi, i quali sono nel cuore del Piemonte, una nuova diramazione al mare, quando si trattò di una ferrovia che dalla Parmignola doveva giungere pel litorale al Varo.

Allora, naturalmente, l'imponenza, direi la solennità, con cui veniva fatta questa proposta, pose coloro i quali intendevano combatterla nella necessità di cercar modo con cui questo apparato potesse essere distrutto, e si trovò che modo mollo acconcio sarebbe stato quello per cui si fossero presentati molti altri emendamenti, i quali parlassero di parecchie altre linee dal centro del Piemonte al mare.

In tal numero vennero questi emendamenti presentati, che si riconobbe che, se non trasmodavano ai confini di una discussione parlamentare, certo avrebbero trasmodato ai termini di tempo che quella Sessione parlamentare ancora avea, per cui questa proposta non potè sortire effetto alcuno.

Noto però che, se 101 deputati nel 1887 facevano questa proposta, egli è precisamente perché in allora a tale proposta veniva ad aggiungersi il concetto del vantaggio non sola delle

ogniqualvolta si trattò di aggravare il bilancio di qualche notevole somma, e tanto più se le relative proposte erano fatte da un numero considerevole di deputati, sempre vi era annesso un interesse che accennava alla patria comune, e non era solo l'idea che col prosperare di una parte dello Stato e della nazione venisse a risentirne vantaggio il tutto.

Autorità competentissime notarono, in riguardo a questo argomento, come la ferrovia, di cui parlo, da Torino a Savona avesse per suo effetto essenziale quello di svolgere in paese una ricchezza minerale e di accrescere notevolmente un prodotto di cosa necessarissima all'industria, voglio dire del carbon fossile, e che poi, trattandosi di ferrovia la quale percorre un tratto di terreno foltissimo di selve, veniva così in modo pronto ed agevole trasmessa al mare una quantità di legnami per costruzioni navali, di cui quelle stesse autorità competenti ci dicevano esservi una gran penuria.

Abbiamo udito tutti ripeterci, con insistenza, come fosse necessario non alle antiche provincie soltanto, ma eziandio a' tutta Italia, di fare ai porti stranieri nel Mediterraneo la maggior concorrenza possibile; e certamente quando il mercato di Ginevra, per esempio, sia per mezzo di questa strada ravvicinato al mare più che per la via di Marsiglia di 90 e più chilometri, non sarà poca e indifferente cosa codesta per quella concorrenza e per il commercio italiano.

Finalmente, allorquando si venne a parlare dell'immensa opera del traforo 4el Moncenisio, è cosa che tutti hanno udita, che si è in più modi ripetuta, e di cui in Parlamento si è fatta esplicita dichiarazione, che per quell'immensa e grandiosa opera rimaneva necessario, non utile soltanto, rimaneva necessario il pensare ad un nuovo sbocco che dal Cenisio mettesse al Mediterraneo.

Ma queste ragioni, che tutte, a parer mio, accennano, anziché ad un interesse locale, ad un vero interesse nazionale, queste ragioni venivano poi coronate, dirò cosi, da una ragione essenziali ssima, e la quale direttamente si riferiva al nazionale interesse, voglio dire dalla ragione strategica.

Se però le ragioni strategiche per l'antico Stato erano gravi, certamente allo stato territoriale odierno dell'Italia e della Francia queste ragioni si fanno maggiori d'assai.

Prima era ragione strategica il provvedere a che Alessandria, quest'importantissima fra le piazze militari dell'Italia, Alessandria avesse un nuovo sbocco, per mezzo della ferrovia di Savona, al mare, allorquando per avventura rimanesse intercetta la via tra Alessandria e Genova.

Ma se le ragioni strategiche potevano allora riassumersi in questa sola, vengono ora accresciute di mollo dalla cessione del circondario di Nizza alla Francia.

Signori, le alleanze politiche sono ottima cosa, le alleanze politiche ognuno deve desiderare durino quanto maggior tempo si possa, ma credo non vi sia uomo politico il quale creda che queste alleanze possano durare eterne e su tale idea si governi.

Ora, non certo per autorità mia, ché non sono competente a questo proposito, ma per autorità d'uomini assai meglio competenti che io non sia, ci vien detto che quando in un caso, che potrà o non potrà succedere, in un più o meno remoto avvenire, la Francia dovesse scendere in Italia, non più come alleata, ma come nemica, converrebbe, forse, a lei meglio lo scegliere la via dei monti, i quali sono verso la nostra riviera di ponente, che non la via del Cenisio. Quindi ho udito dirmisi (e per quanto il mio poco intelletto ha potuto comprendere, se ne è convinto) che il modo più pronto ed efficace

con cui si fosse occupata dalle armi nostre e difesa la valle del Tanaro, sarebbe stato per noi di vantaggiosissimo effetto e forse vitale.

Ora non v'è dubbio che la ferrovia tra Torino e Savona ci porta a questo effetto immediato, di darci un mezzo per potere speditamente ed agevolmente occupare e difendere coi maggiori possibili mezzi di guerra la valle del Tanaro. Dappoiché certamente, se è più utile alla Francia di scendere armata in Italia da quella parte, egli è appunto perché ella può così più prontamente ed efficacemente occupare la valle del Tanaro, dalla quale posizione favorevolissima le sarebbero poi agevolate le altre operazioni militari in Italia.

Queste considerazioni al certo, come io diceva, sono tali che esuberano ad ogni proporzione d'interesse meramente locale, ma riflettono direttamente a interessi e necessità nazionali.

Quando adunque si viene ora in questa Camera a sostenere come il Parlamento italiano debba dare opera a che il Governo concorra, e quanto più prontamente sia possibile, alla costruzione di questa ferrovia, si fa opera eminentemente nazionale, che tende a provvedere a troppo essenziali interessi. Si è udito accennare a che parte di questi beneficii si potessero eziandio ricavare da quelle altre linee che pure venivano nel 1887 sostenute nella circostanza a cui io ho accennato, nella occasione, cioè, di quei molli emendamenti che erano stati allora presentati, lo per me credo che, se allora potevano con qualche apparenza di plausibilità venire proposti quegli emendamenti per un altro sbocco in diverso punto al Mediterraneo, credo, quanto a me, che non potrebbe ora più ravvivarsi una simile discussione a fare ostacolo alla concessione della strada ferrata da Torino a Savona; e la ragione si è che non sarebbe forse troppo prudente, anzitutto, che la nuora linea della ferrovia da Torino al mare fosse di troppo vicina al confine francese. Ora tutti quelli altri centri, a cui si vorrebbe la ferrovia mettesse al Mediterraneo, all'infuori di Savona, tutti sono troppo vicini al confine francese.

Di più, quando sia fatta la ferrovia del litorale, per cu' tutti questi altri centri, a cui si vorrebbe giungesse la nuova ferrovia dal centro del Piemonte, si trovino sopra una strada ferrata, mi sembra assai indifferente pei centri medesimi se la ferrovia giunga al mare a Savona, poiché essi possono, valendosi della ferrovia del litorale, immediatamente trovarsi al punto, pel quale la nuova linea penetri nell'interno del Piemonte e giunga al Cenisio, e per tratto più breve d'ogni altro percorso da quelle altre linee cui ho accennato.

Mi limiterò a queste considerazioni, ciò aggiungendo soltanto: aver udito dire che, siccome la massima utilità di questa ferrovia dovrebbe verificarsi allorquando il traforo del Cenisio sia compiuto, così sarebbe opportuno l'aspettare a concedere ed intraprendere allora la costruzione di questa ferrovia. Ma io credo che ai moltissimi è noto, e credo di non essere contraddetto, che non basteranno alcuni mesi, ne un anno per costrurre la ferrovia da Torino a Savona, ma vi si richiederanno quattro, cinque, ed alcuni dicono anche sei anni di tempo.

Ora, se fu riconosciuto quasi necessario questo nuovo sbocco al Mediterraneo allorquando il traforo del Moncenisio sarà compiuto, perché si vorrà poi stare quattro, o cinque, o sei anni senza veder soddisfatto a questa necessità?

Poiché adunque è ammesso un tempo, che nessuno vorrà contraddire, di parecchi anni perché la ferrovia da Torino a Savona possa essere compiuta, quando pure si desse immediatamente principio ai lavori, probabilmente non si potrebbero portare a termine prima che fosse compiuta l'opera del traforerei Cenisio,

685 - TORNATA DEL 24

tanto più che il compimento di quest'opera, per quanto ne dicono i tecnici, non sembra affare di lunghi anni, offrendo i lavori che sono in corso una grande probabilità di pronti definitivi risultamene.

Io quindi confido che le risposte del ministro alle interpellanze mosse dall'onorevole Pescetto saranno intese al soddisfacimento di questi interessi, i quali, ripeto, non riguardano solo la prosperità di una parte dello Stato, ma essenziali vantaggi c bisogni che riflettono l'intera nazione.

BIXIO. Confesso che sono agitato da altre preoccupazioni; ma, trattandosi d'una quistione che riguarda il mare, e, siccome io ho condotta parte della mia vita sul mare, così non posso intralasciare di dire qualche parola a questo riguardo.

Per me tutte le quistioni che hanno relazione colle cose marittime, nella condizione in cui si trova l'Italia, colle comunicazioni che varcano le Alpi e gli Apennini, hanno una somma importanza.

Ci è poi un'altra considerazione. Le coste d'Italia non sono ricche di porti. Il porto di Savona, nelle nostre coste liguri segnatamente, ha una non lieve importanza. Vi sono la Spezia, Genova e Savona; non abbiamo che questi tre porti. È dunque sommamente rilevante di mettere i porti in comunicazione colla parte continentale del paese. Savona è un porto propriamente detto; mettiamo dunque Savona in comunicazione colla valle del Po.

Ma é d'uopo risalire ancora più in alto. Secondo me, la nostra marina non è fatta; bisogna farla, e sviluppare tutti i mezzi possibili onde formarla; ed in questo credo d'aver consenziente il signor presidente del Consiglio, che è pure ministro per la marina; egli deve essere con noi come marinaio. (Ilarità)

Ancorché le sue opinioni lo portassero a votar contro, come ministro della marina deve votar con noi.

I porti di mare hanno bisogno di essere in contatto coi paesi dell'interno, e noi dobbiamo sviluppare, per quanto è possibile, tutti i mezzi che fanno venire dall'interno ai porti e da questi all'interno. Perché ciò non si farà per Savona? Si dirà forse: si spende troppo; io rispondo che i paesi che spendono molto, guadagnano pur molto; del resto la ferrovia di Savona non si ha a fare in un giorno.

Si dirà ancora: abbiamo a fare le strade dell'Italia meridionale. Sta bene, io soggiungo, si faranno; il Governo ha anzi già le cose abbastanza avanzate per esser in grado, io penso, di presentare quanto prima alla discussione del Parlamento i relativi progetti; ma si debbono pur fare le strade che mettono in comunicazione tutti i porti della costa d'Italia con l'interno, ed in queste è compresa quella di Savona.

In un tempo si poteva opporre una questione d'economia; il paese aveva altre preoccupazioni, esso doveva preparar battaglioni e bastimenti, né poteva abbastanza porre cura allo sviluppo delle comunicazioni; ma ora che il paese è grande, fa d'uopo pensarvi: fissare un sistema generale e mettere i porti in comunicazione coll'interno.

In questo modo si porterà pure a miglior stato di floridezza la nostra marineria; la qual cosa è di vitale importanza.

Se noi paragoniamo il nostro tonnellaggio con quello delle altre nazioni, troviamo che ci resta ancor molto a fare; siamo per avventura superiori, relativamente, alla Francia; ma, in confronto di tanti altri paesi, in confronto degli Stati Uniti e dell'America, stiamo come uno a sei; il nostro tonnellaggio arriva ad un milione;

quello dell'Inghilterra, con eguale popolazione, è precisamente di sei milioni.

Bisogna dunque veder modo di dar vita alla marineria. Quanto ai mezzi, io ne vedo due: la libertà, prima di tutto; la marineria non ha bisogno d'altro che di libertà; quando il marinaio dal mare viene a terra, ha bisogno di comunicar facilmente; le strade ferrate, o signori, sono per la marina mercantile come un mare che va dentro terra, e chi sa che non venga il giorno in cui la sapiente industria dell'uomo trovi il mezzo di far montare i bastimenti sulle strade ferrate, e così vadano avanti. (Ilarità)

Non è un'idea nuova in Inghilterra; io mi ricordo che, essendo a Londra, già intesi a parlare di un progetto di questa maniera; uomini speciali, mossi da sentimenti umanitari e di filantropia, riflettendo ai grandi naufragi che annualmente succedono nel mare burrascoso della Manica, avrebbero progettato di praticare una strada ferrala con macchine speciali da tiro, le quali, dopoché i bastimenti fossero giunti in un porlo dell'estremo canale, li condurrebbero nei doks di Londra, senza percorrere a vela il canale, e così risparmiare tante vite preziose.

Ad ogni modo, iodico, questa è quasi una grande questione di principio, che, se noi rifiutiamo questa ferrovia a Savona non ci sarà minor ragione per diniegarla alla Spezia, a Livorno, alle due riviere di Napoli, ed a tutte le altre coste. Se volete una marina florida e potente, non c'è altro mezzo che aprire porti e ferrovie intorno alla Penisola, poiché, come le strade ferrate sono la vita dei porti, questi, alla lor volta, formano la vita delle provincie dell'interno. Se volete dar vita alle popolazioni, ci vogliono lavori, e per dar lavori non avete cosa migliore che aprire porli e far strade ferrate.

Nella fattispecie poi, Savona ha il carbone, ha un porto abbastanza vasto che con poca spesa può allargarsi ancora, e farsi più comodo, essendo quel sito chiamalo dalla sua natural posizione a diventare il porto di raddobbo di Genova, la quale manca, e mancherà per molto tempo, a fronte del grande suo avvenire commerciale, di località adatte al carenaggio ed alle calate d'alaggio dei bastimenti in ferro che hanno bisogno di nettarsi il piano e di riparazioni; insomma manca di tutti quei comodi di cui ha bisogno un grande porto commerciale nei bisogni presenti della marina segnatamente a vapore.

Oggi io non posso far altro che trattar la questione, direi così, in massa; le mie idee non possono essere ordinate, poiché io non venni preparato affatto per codesta discussione; parlo da uomo pratico delle cose marittime, perché ho navigato ventisei anni; e appunto perché sembra che per la strada ferrata tra Savona e Genova vi sia questione di municipio, mi sento nella necessità di dire una parola più forte (Bravo!), onde si faccia ancora di più: dobbiamo essere superiori a tutte queste bagattelle di municipio, e tali ferrovie bisogna farle. (Bravo!) Fatele cominciando da quelle di levante o da quelle di ponente, poco monta, purché le facciate.

Per conseguenza voi dovete accettare la proposta fatta dall'onorevole Pescetto, perché altrimenti si verrebbe a votare contro tutte le ferrovie di questo genere terrestre-marittimo; e questo non può essere ammesso.

Si dirà che questa opera costa! Questa non è una ragione per non mandarla ad effetto; quand'anche costi, il paese deve eseguirla.

La Camera mi perdonerà di aver detto queste poche cose in questa occasione; non sono venuto qui preparato....

Una voce. Ha parlato benissimo!

BIXIO …. mi mancano le cifre necessarie per meglio sviluppare le mie idee; ma potrò farlo in altra circostanza.

686 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL

PRESIDENTE. Il deputato Airenti ha facoltà di parlare.

(Il vicepresidente Di Torre Arsa lascia il seggio presidenziale, che viene occupato dal vicepresidente Andreucci.)

AIRENTI. L'onorevole Pescetto, colla sua interpellanza, promovendo l'attuazione di una ferrovia dalla riviera di ponente al Piemonte, si è reso interprete di un lungo desiderio di molte popolazioni, ed ha segnalato un bisogno universalmente sentito.

I paesi della Liguria occidentale e del mezzodì del Piemonte sentono che non hanno altra via di risorgimento, se non quella di partecipare essi pure a quei grandi mezzi di rapida comunicazione che sono oramai diventati un bisogno non solo per la riuscita delle operazioni commerciali, ma eziandio per gli

stessi della vita civile.

Se la ferrovia del litorale provvede a molti di questi interessi, la ferrovia che deve mettere in comunicazione la riviera occidentale col Piemonte, stante i molti e vivi rapporti commerciali che esistono tra i due paesi, presenta i suoi particolari vantaggi, ed ha forse per loro maggiore importanza.

Io quindi con piacere unisco la mia voce a quella dell'onorevole Pescetto per promuovere l'attuazione di questa ferrovia. Non posse tuttavia, mio malgrado, far causa comune con lui, quando egli si fa a stabilire il punto del litorale dal quale dovrebbe partire la ferrovia, e la valle per la quale dovrebbe questa addentrarsi nel Piemonte. Siamo tutti d'accordo, e Liguri e Piemontesi, nell'ammettere l'importanza e la convenienza della ferrovia di cui si tratta, ma non sulla linea che deve seguire. Diverse linee sono progettate, e fra queste le due principali sono quella di cui si è fin qui discorso, e l'altra di Oneglia-Portomaurizio.

Gli oratori che hanno parlato prima di me hanno accordata la preferenza alla linea di Savona; non è mia intenzione di combattere questa linea; dirò però che si tratta di una questione gravissima, dalla cui soluzione dipende l'avvenire di molte provincie, e che quindi assolutamente non vuol essere pregiudicata senza necessità.

La città di Savona, non paga della sua vicinanza alla ferrovia dello Stato, si agita per ottenere una strada ferrata che la metta in diretta comunicazione col Piemonte. Se questo desiderio della città di Savona diventasse una realtà, sarebbe perduta persino la speranza che un'altra ferrovia potesse congiungere la riviera occidentale col Piemonte; giacché l'attuazione di due tronchi di strada ferrata che dal Piemonte accennino a due punti diversi sul litorale non è neppure supponibile, poiché mancherebbe il compenso all'impresa.

Adottandosi adunque il tronco di Savona, lo ripeto, ogni altra ferrovia dalla Liguria occidentale al Piemonte diventa impossibile; e questa, o signori, non esito a dichiararlo, sarebbe una vera rovina, giacché esiste un commercio attivo tra la Liguria occidentale ed il Piemonte; ma chi fa principalmente questo commercio non sono i paesi che si trovano all'estremità orientale, non é Savona, sono i paesi che si trovano al centro, che si trovano alla parte occidentale, perché quei paesi sono quelli che producono gli olii, i saponi, ecc., gli oggetti, in sostanza, che formano questo commercio.

Vede dunque la Camera che la questione di definire la linea e la diramazione di questa via ferrata è della più alta importanza, e di un interesse vitale;quindi, ripeto, non bisogna pregiudicarla senza necessità.

Gli onorevoli deputati che mi precedettero ragionarono dell'importanza della ferrovia da essi propugnata e sotto il rapporto commerciale e sotto il rapporto strategico;

ho detto che non voglio combattere la linea di Savona, e terrò parola; dirò solo che queste condizioni, questi caratteri concorrono eziandio per la ferrovia da Oneglia-Portomaurizio, e di più questa seconda linea di ferrovia ha l'altro immenso vantaggio di allontanarsi maggiormente dalla ferrovia di Genova e d'avvicinarsi di più al confine francese. Il che fa si che questa seconda linea ha un carattere particolare, un carattere suo proprio, serve, cioè, a distinti interessi, mentre la linea di Savona non serve che ai bisogni a cui provvede già la ferrovia di Genova, di cui quella di Savona non può essere che una superfetazione. A fronte di ciò, se il signor ministro crede di poter dichiarare alla Camera che riconosce la convenienza di una strada ferrata dal litorale della Liguria occidentale al Piemonte e dichiarare eziandio che il Governo è disposto ad accordare alla medesima il suo appoggio morale e materiale, farà certamente cosa di cui gli sarò gratissimo, e la sua parola suonerà al certo un conforto alle popolazioni in ispecie della riviera di ponente, le quali si trovano sui confini dello stato e che desiderano ardentemente d'essere congiunte per mezzo d'una ferrovia alle rimanenti provincie dello stato, non solo per provvedere ai loro materiali interessi, ma eziandio per vedere maggiormente stretti i vincoli che le riuniscono alla patria comune. Desidererei però che le dichiarazioni del signor ministro si riferissero soltanto in principio ad una ferrovia di comunicazione tra il Piemonte e la Liguria occidentale, senza pregiudicare in niente la questione della linea, questione la quale, checché se ne dica, è ancora intatta, né trovasi pregiudicata da nessun precedente. Il Parlamento non si è ancor pronunciato, e se vi fu una concessione per la linea di Savona, questa concessione ebbe luogo sotto i pieni poteri, ed ora è scaduta. Una volta per la linea solo di Savona esisteva una domanda di concessione, e questo fu l'unico motivo per cui riuscì favorevole a questa linea il parere della Commissione, invocato dai suoi propugnatori. Ma in oggi anche per la linea di Oneglia-Portomaurizio vi sono società che ne domandano la concessione e che sarebbero disposte a costrurre quella ferrovia mediante la garanzia del ti per 0|0. Questa è la proposta che ha fatta una società francese non sono molti mesi, ed ultimamente si è presentata una società inglese, la quale ha di nuovo intavolate delle trattative a questo riguardo.

Io ripeto adunque: la questione è grave, la questione finora non fu pregiudicata da nessun precedente; io quindi desidererei che rimanesse intatta, e mi pare che i sostenitori della linea di Savona dovrebbero a ciò aderire, in quanto che con ciò rimangono salvi gli interessi di tutti.

Se le dichiarazioni del signor ministro saranno tali da far credere con fondamento che è venuto il momento che si faccia questa ferrovia che tutti desideriamo, e che, volendolo, il Governo è disposto ad accordare alla medesima quell'appoggio morale e materiale che è necessario perché si compia, allora le parti interessate alle diverse linee, unitamente alle compagnie che ne domandano la concessione, presenteranno i loro progetti, faranno valere le loro ragioni, ed il Governo potrà emettere un giudicio con maturità di consiglio, con piena cognizione di causa; ed un giudicio emesso in tali condizioni soddisferà tutti; un giudicio invece dato ora senza il contraddittorio di tutte le parti, e quasi all'improvviso, non potrebbe a meno di far cattivo effetto e sollevare dei giusti riclami.

PRESIDENTE. La parola è al deputato Cavour Gustavo.

M CAVOUR C. Cedo il mio turno all'onorevole Borsarelli, e prego l'onorevole presidente di riservarmi la parola al turno dell'onorevole Borsarelli.

687 - TORNATA DEL 24

BORSARELLI. Signori, io ho chiesto la parola per indirizzare anch'io una domanda al signor ministro dei lavori pubblici, e per fare alcune osservazioni sulla interpellanza dell'onorevole deputato Pescetto, non già per contrariare me

certo quale sono che il ministro, facendo allestire studi accurati ed esami diligenti sui varii progetti di ferrovie di cui si è già tanto parlalo, avrebbe scelto quella che corrisponde realmente ai bisogni del paese; ma, dal momento che l'onorevole interpellante venne ad accennare una data linea, quella cioè che da Savona, passando per Ceva, mette a Carmagnola per la valle del Tanaro, io mi crederei in debito di fare alcune eccezioni sull'adozione della medesima, non già nel suo complesso, ma nella parte che da Ceva accenna a Torino, avvegnaché io sia convinto che, seguendo la linea del Tanaro, nel mentre non si soddisferebbe ai bisogni delle varie popolazioni che maggiormente vi sono interessate, si verrebbero ad incontrare degl'inconvenienti assai gravi, che assolutamente voglionsi evitare nell'interesse dello Stato; ed io sono per conseguenza convinto che, sia per allontanare il pericolo di questi inconvenienti, sia per soddisfare nel medesimo tempo ai veri e legittimi interessi delle popolazioni, sia assai miglior partito Io scegliere l'altro progetto, cioè la linea che da Ceva mette a Possano passando per Mondovì.

Prima però di accennare anche brevemente i motivi che m'indurrebbero ad oppormi alla linea del Tanaro, ed a proporre quella che mette a Fossano per Mondovi, io bramerei sentire quale sia a tale riguardo l'intendimento del Ministero, poiché se il signor ministro dei lavori pubblici dichiarasse essere già nei disegni del Governo di dare una preferenza od almeno di essere proclive a preferire la linea del Tanaro, in allora chiederei il permesso di fare un breve sviluppo delle mie obbiezioni.

Se poi il Ministero dichiarasse o d'essere propenso per la linea di Fossano, o quanto meno, senza vincolarsi per ora né all'uno né all'altro degli accennali progetti, di farli studiare amendue e scegliere qual dei due crederà il più utile ed il più conveniente, allora mi tacerei, soddisfatto di questa riserva, di questa dichiarazione.

Mi limiterò solo pertanto a pregare il Ministero eia Camera a volersi seriamente penetrare della necessità della costruzione d'una seconda ferrovia dal Piemonte al mare, e di sussidiarla colla maggiore larghezza possibile, perché, senza ritardo ulteriore, vi si possa por mano.

Io pregherei per conseguenza l'onorevole ministro a volersi compiacere di darmi questi brevi schiarimenti, sperando che i medesimi saranno tali da portare un necessario conforto a quelle località, a cui alludeva in parte l'onorevole interpellante, il deputato Pescetto, ed a cui accennava l'onorevole presidente del Consiglio in un altro ramo del Parlamento, vale a dire a quelle numerose ed industri popolazioni, che, dopo avere già largamente e per molti anni contribuito a tutte le spese dello Stato, e dopo d'aver concorso colla stessa larghezza nel dotare tutte le altre provincie del benefizio delle ferrovie, si trovano tuttora nell'abbandono e nell'isolamento.

PRESIDENTE. La parola è al deputato Gustavo di Cavour.

DI CAVOUR G. Poche cose mi restano a dire, o piuttosto a spigolare, dopo i due onorevoli preopinanti, giacché io parlo nello stesso senso di essi.

lo credo che sia veramente utile sotto tutti i rapporti d'avere una seconda linea dalla valle del Po alla riviera di ponente.

Io riconosco che la strada ferrata di Savona ha molti vantaggi, che furono messi in piena luce dall'onorevole Pescetto, ma credo che vi sia un'altra linea, la quale possa compiutamente gareggiare con essa; non dirò nemmeno vincerla. Ci sono argomenti da una parte e dall'altra; ma la cosa debb'essere studiata ponderatamente.

La linea di cui parlo è quella che da Fossano (ove passa già una ferrovia, ora dello Stato) si dirigerebbe ad un punto alla foce del torrente Impero tra Oneglia e Portomaurizio, due città che, economicamente, sono chiamate ad unire i loro interessi, e forse un giorno non ne faranno che una sola

BIANCHERI . Sarà un po' difficile.

DI CAVOUR C.. A questa strada poi parrebbe che si potrebbe unire mollo vantaggiosamente un altro ramo, il quale da Fossano stesso andasse a congiungersi colla ferrovia attualmente esercita dai Governo fra Alessandria ed Acqui.

Le provenienze poi di Marsiglia o di Nizza, o di Oneglia, o di Portomaurizio avrebbero una ferrovia diretta verso Milano, la quale risparmierebbe molti chilometri a quel commercio.

È vero che non havvi grandissimo commercio tra Milano e Marsiglia; vi sono però alcuni generi, come i saponi di Marsiglia, alcuni generi transmarini, che non sono di lieve importanza.

Ora entrerò in alcuni ragguagli di fatto, i quali varranno ad indicare a che punto sieno le trattative, e che mostrano come non vi siano poi in favore della linea propugnata dall'onorevole Pescetto tutti quegli impegni governativi ch'egli ha indicati.

La linea di Savona ha avute alcune disgrazie; io non ne conosco bene i motivi. Essa fu già presa a studiare da vari impresari; ci furono i signori MortonPeto, di cui si è già parlato; vi fu il signor Walgstaff, ed ultimamente il signor Gombert. Questi fecero delle proposte; ma quando poi si trattò di concretare, di deporre una somma, oppure di dare in altro modo una cauzione, non si posero in regola.

Nella scorsa Legislatura, cioè nell'ultima Sessione, si concertarono vari deputati delle due linee di cui ho parlato; si formò un Comitato promotore di questa strada.

Questo Comitato, che era composto di molti deputati, tenne varie sedute, e finì per trovare un industriale francese, il quale venne a Torino per fare delle proposte serie per assumere la costruzione della linea da Fossano ad Oneglia; ma.poi, in una seconda esibizione, disse di avere in pronto una compagnia, la quale s'incaricherebbe pure della costruzione di un'altra linea da Fossano ad Acqui.

Questo fece sì che un numero maggiore di deputati concorse a questo Comitato, il quale mandò tre de' suoi membri all'onorevole Jacini, che allora teneva il portafoglio dei lavori pubblici, con quella distinzione che tutti sappiamo.

Di questi tre membri, uno era più specialmente incaricato di difendere la causa del ramo da Oneglia, gli altri due quella del ramo orientale, ed erano il deputato d'Alba ed il deputato di Nizza Monferrato.

A questa deputazione l'onorevole ministro dei lavori pubblici rispose molto cortesemente; ed assicurò, in primo luogo, che non vi era più nessun impegno per la ferrovia di Savona, giacché il signor Gombert, che aveva fatto delle proposte ed a cui erano stati dati alcuni affidamenti,

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era decaduto per l'inadempimento delle sue offerte, e che perciò il caso era vergine.

Presa poi una sommaria visione delle proposte di quella compagnia francese, trovò, ed io confesso che aveva pienamente ragione, trovò che la domanda era eccessiva.

Quando noi ferirne quest'osservazione all'inviato di quella casa francese, egli ci rispose con ischiettezza: abbiamo fatti i nostri calcoli della spesa, ma ora i fondi pubblici non sono che al 75 od al 72, epperciò vogliamo in più la differenza che esiste tra il 72 ed il 90 od il 95, prezzo a cui erano quotati i fondi pubblici quando si erano fatti i primi calcoli.

Sotto questo rapporto quella compagnia non aveva torto, epperciò sembrava conveniente di aspettare qualche tempo.

Infatti il signor ministro Jacini non andò più innanzi, e trovo che ha fatto benissimo; ma ho creduto di dover manifestare questi fatti, avendo io fatto parte di quella deputazione, onde indicare che non vi è impegno positivo verso Savona.

Il ministro non aveva preso alcun impegno; ma sembrava che, secondo i principii d'economia politica, fosse disposto ad adottare quella delle due linee che costerebbe meno allo Stato, e se una poteva farsi senza nessuna spesa, a quella avrebbe dato la preferenza. Io poi confesso che, se si credesse in questo momento che la linea di Savona potesse farsi senza un soldo di spesa ai contribuenti ed al tesoro, quantunque fautore della linea d'Oneglia, ci rinunzierei. Credo però che quando si miglioreranno le condizioni generali del credito, come mi pare che debba farsi in un avvenire non troppo lontano, le due linee potranno riproporsi, forse sarà il caso di fare una specie di morale concorso, dare la priorità a quella che imporrà minori sacrifici. Se poi arriva un tempo molto florido, probabilmente, con qualche sussidio dei municipi interessati, si potranno forse fare tutte e due, ma ciò io un tempo un po' lontano.

Ora non mi rimane che rispondere ad alcune cose, forse un po'inesatte, che sono state dette da alcuni degli onorevoli preopinanti,! quali propugnarono esclusivamente la linea di Savona.

L'onorevole Pescetto parlò di una Commissione governativa, composta di membri distintissimi, i quali riferirono al Governo sulla convenienza comparativa delle linee di Savona e di Oneglia.

Egli dice che questa Commissione fu unanime per appoggiare la linea di Savona; io domando perdono all'onorevole Pescetto, ma credo che la sua memoria lo abbia mal servito; ci fu in favore d'Oneglia un parere di minoranza espresso dal conte Quarelli. È vero che era un parere di minoranza, ma il conte Quarelli è persona molto esperta nelle cose che riflettono le strade ferrate, poiché ha fatto parte lungo tempo del Consiglio, ed il suo parere si può trovare nella biblioteca della Camera e nella collezione degli alti governativi; esso adduce ragioni molto gravi; non dirò preponderanti, perché non sono giudice competente: rilevo solo la inesattezza delle parole, che la Commissione fosse unanime.

Fu detto dall'onorevole Bixio che il porto di Savona era l'unico che si trovasse sulla riviera di ponente dopo Genova. Forse l'onorevole Bixio in questi ultimi anni non ha avuto occasione di andare navigando, o per terra, ad Oneglia e Porto Maurizio, ma posso assicurarlo che questi due municipi hanno fatto forti spese. Vi sono, non un solo, ma due porti, in vicinanza l'uno all'altro, i quali offrono ricovero ad una gran quantità di bastimenti, e ve n'entrano molti.

Credo che ad Oneglia nell'anno scorso erano entrati circa mille bastimenti; non ho la cifra di Porto Maurizio, ma l'avrà probabilmente l'onorevole Airenti.

Se poi questi due municipi, a luogo di far due porti, si fossero uniti per farne uno complessivo, credo che, colla spesa che hanno fatto, colla sua posizione geografica, sarebbe stato ancor più cospicuo che il porlo di Savona.

Il porto di Savona porge un sicurissimo asilo ai bastimenti che vi si riparano; ma ba il grave inconveniente che, per molti rombi di vento, è impossibile di entrare ai bastimenti a vela, per la ragione che ha la bocca stretta rivolta un poco nel senso della vicina montagna.

Dico questo, non per far torto a quel porlo, perché è un porto ove regna molta attività, ma per esporre le cose come stanno.

Questo grave inconveniente non si verifica nei due porti di Oneglia e di Porlo Maurizio, posti in faccia l'uno dell'altro, Quando vi è difficoltà ad entrare dalla parte d'occidente, si va a Porto Maurizio; nel caso opposto, si va ad Oneglia.

L'onorevole deputato Chiaves, nella sua abile difesa del porto di Savona, ci ha dello che, se si faceva la strada delle riviere, una volta finita, avrebbe per risultato di attivare il commercio anche di tutti gli altri porli.

Naturalmente, quando si facesse la strada di Savona, i negozianti di Oneglia e Porto Maurizio avrebbero ancora no vantaggio di fare il viaggio sino a Savona, e di là di venire a Torino; ma io gli dirò che il suo argomento può ritorcersi contro di lui, e gli osservo che quanti chilometri ci sono da Oneglia a Savona, altrettanti ve ne sono da Savona ad Oneglia. (Ilarità)

Dunque, se quelli di Oneglia possono andar a passare da Savona, quelli di Savona possono anche andar a passare a Oneglia; il caso è simile, ed io accetto il suo argomento.

L'onorevole Chiaves, nella sua eloquenza, parla molto e con ragione delle considerazioni strategiche, delle ragioni fortissime che indussero molti deputati a propugnare altra volta in questa Camera la linea di Savona. Egli ha ragione, poiché in quei giorni le considerazioni strategiche saltavano agli occhi di tutti, specialmente quella sviluppata in proposito, che, mentre gli Austriaci stavano a Pavia, potevano in un momento d'impelo impadronirsi della strada da Genova a Torino, e che quindi in allora era affatto necessario lo avere un'altra linea per poter ancor comunicare tra Torino e Genova: questa considerazione in allora pesava moltissimo. Ma ora si può dire che una tale considerazione non ha più motivo di essere, manca di base, poiché gli Austriaci non sono più a Pavia, e, da quanto pare, non pensano più a cercarsi un altra disfatta di Montebello; ora se ne stanno lontani da noi, e per questo motivo la strada ferrata da Torino a Savona ha perduto una parte notevole dei suoi vantaggi strategici,mentre, all'incontro, io credo che la strada ferrata per la valle del torrente Impero verso Oneglia e Porto Maurizio abbia anzi acquistato un'importanza maggiore, dacché non abbiamo più Nizza; in mancanza di quella provincia abbiamo un riparo a Ventimiglia, e mi pare che, nei casi di possibile urgenza (ipotesi improbabile non solo, ma che è impossibile si verifichi per lungo tempo almeno), per difenderci da quella tal discesa dei Francesi, di cui parlava l'onorevole Chiaves, sarebbe molto più conveniente, più facile e più strategico l'arrivare ad Oneglia, che non altrove.

Io credo adunque che, anche sotto l'aspetto strategico, la questione ha mutato in senso favorevole ad Oneglia. D'altronde io non credo che si possa ancora decidere né in un senso, né nell'altro; quindi mi limito a fare le mie riserve,

689 - TORNATA DEL 24

e ad invitare l'onorevole ministro dei lavori pubblici ad esaminare la dimanda già sporta all'onorevole Jacini, la quale tuttora esiste in quel dicastero, a non compromettere l'avve

Credo che questa verità, come appunto avvertiva l'onorevole Bixio, sia anche più evidente per le comunicazioni tra i porli di mare e l'interno del paese; per conseguenza io non esito ad associarmi a quelle dichiarazioni che l'onorevole interpellante diceva essere state fatte in altra occasione, in questo Parlamento, dall'illustre mio predecessore ed amico il senatore Paleocapa. Io pure riconosco che una seconda comunicazione tra la valle del Po ed il mare ad occidente di Genova sarebbe utilissima; io pure affretto co' miei voti la realizzazione di quest'antica speranza dei popoli subalpini; credo che altre comunicazioni tra la valle del Po ed il mare potrebbero essere utili particolarmente ad oriente, quella, per esempio, fra Parma e la Spezia, di cui è stato parlato; ma la questione oggi non sta qui, la questione sta nel vedere se le nostre attuali condizioni siano eguali a quelle, nelle quali si trovava il Parlamento, quando 101, sopra 204 deputati, fecero la proposizione, alla quale alludevano gli onorevoli Pescetto e Chiaves.

Se si tratta di aspirazioni io mi unisco di tutto cuore all'onorevole Bixio, e dico: quanto più si faranno strade ferrate, tanto più si contribuirà alla ricchezza della nazione ed al benessere generale della medesima. Su questo non vi è dubbio; ma credo vi sia una grande differenza tra le due circostanze alle quali accennava l'onorevole Bixio. Egli vi diceva l'altro giorno: quando si tratta dell'armamento nazionale, non badate a danari, danari ci saranno sempre.

Ebbene, io pure dico coll'onorevole Bixio: non si badi a danari quando si tratta dell'armamento della nazione, perché oggi l'armamento della nazione è vita (Bravo! Bene!); ma se si tratta d'opere pubbliche le condizioni non sono identiche. Imperocché bisogna fare un calcolo e vedere se l'utile che si ritrae è veramente proporzionato al prezzo che vale, o ad un prezzo troppo caro, e questo dipende molto dall'entità delle spese e dal tempo nel quale queste spese si debbono fare.

Io dico che oggi noi siamo in gravissime condizioni, in condizioni nelle quali bisogna che il Parlamento ed il Ministero pensino seriamente a ben ponderare quali sono quelle opere pubbliche le quali producono un utile maggiore dei sacrifici che importano; è d'uopo vedere quali opere pubbliche debbono essere aggiornate, ed in qual misura dobbiamo ricorrere al credito, giacché ora non abbiamo risparmi da erogare.

Credo che facendo queste opere pubbliche giungeremo a sviluppare la ricchezza nazionale, e che, le cresciute risorse producendo i risparmi, potremo in seguito raggiungere Io scopo al quale intendiamo, di dotar tutte le parti del regno di strade ferrate, di strade rotabili, di canali, di porti e di tutto quello che è necessario per l'incremento della prosperità pubblica, e credo che allora converrà prima di tutto completare la rete ferroviaria, mettendo in comunicazione i principali porti coi centri di produzione, colle ricche vallate, fra le quali principalissima è quella del Po.

Ciò premesso, poche parole mi restano ad aggiungere per chiarire completamente il mio pensiero.

Quando il Parlamento subalpino, nel 1857, discuteva intorno alla strada ferrata della riviera, egli era ispirato da sentimenti eminentemente patriottici, e tutta Italia ne ammirò la generosità, quando dichiaravasi pronto a fare gl'immensi sagrifizi che l'esecuzione di quella grande opera esigeva; in quella circostanza nel Parlamento subalpino sorse naturalmente il pensiero di collegare quella grande linea longitudinale litoranea con le altre linee longitudinali che erano già state fatte nella valle del Po, e particolarmente con quella che da Susa deve andare da una parte a Milano e Venezia, e dall'altra verso l'Italia centrale.

Allora il Parlamento subalpino, colle linee che aveva costrutte a spese dello Stato, con le linee delle quali l'industria privata si era fatta intraprenditrice, aveva già dotato il regno, sul quale solo si estendeva allora l'impero dello Statuto che oggi felicemente tutti ci regge, di una rete ferroviaria, non dirò completa, ma certamente la più completa di quante ce ne fossero in Italia, e anch'oggi in nessuna provincia italiana.

Certamente delle critiche, si possono muovere alla rete piemontese, come a tutte le linee ferroviarie, le quali sono state fatte per isviluppo successivo, più che per l'attuazione di un concetto originario, completo; ma, senza dubbio, tutte le arterie principali etano fatte; allora si trattava di completarle; e come meglio completarle che colla strada ferrata da Torino al mare?

Se io avessi avuto l'onore di sedere allora nel Parlamento, credo che sarei stato felice di essere nel numero dei 101 deputati che firmarono quella proposizione.

Oggi, per altro, noi non dobbiamo prendere l'attuale ordine di cose come una conseguenza necessaria in tutto dell'ordine delle cose antecedentemente esistente in Piemonte, come di gran cuore, per parte mia, lo considero per quanto riguarda alla politica. Ma, quando si tratta di affari amministrativi, bisogna considerare le cose quali sono oggi.

Oggi noi abbiamo non un'Italia che si trovi nelle condizioni stesse, per rapporto alla rete ferroviaria, nelle quali si trovava il Piemonte nel 1857, ma abbiamo un'Italia la quale è costituita in parte da queste antiche provincie che erano state felicitate dal sistema costituzionale e da un Governo veramente italiano; e nell'altra parte, che è la maggiore, componesi di provincie che abbiamo avute dalle mani di Governi, i quali, non che favorire lo sviluppo della pubblica ricchezza e delle reti ferroviarie, facevano tutto quello che potevano e per tener indietro questo sviluppo, e per indirizzare i lavori pubblici, in fatto di ferrovie, a scopi diversi da quelli che hanno regolato il Parlamento subalpino, da quelli che oggi devono governare il Parlamento italiano ed il Governo del regno di Italia.

Quanto allo Stato che noi siamo chiamati a reggere, noi non ci troviamo nelle condizioni in cui il Parlamento subalpino si trovava nel 1887, ma nelle condizioni di 7 o 8 anni addietro; quindi noi dobbiamo vedere quali siano le opere le più importanti nell'interesse generale della nazione, nell'interesse economico-politico-strategico, e a quella noi dobbiamo dare la priorità.

Io credo, o signori, di non essere contraddetto affermando che le linee longitudinali siano quelle che prima di tutte interessa di vedere prontamente effettuate. Tutti i miei sforzi saranno indirizzati, finché avrò l'onore di reggere il Ministero dei lavori pubblici, a promuovere per quanto potrò la comunicazione diretta fra le varie città dell'Italia meridionale e quelle dell'Italia centrale e settentrionale.

690 - CAMERA. DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL

In secondo luogo, bisogna provvedere il complemento delle linee che attualmente sono incominciate, e di quelle che sono in parte eseguite, oppure delle linee che sono vicine le une alle altre, e che si trovano fra loro interrotte, per guisa che non servono allo scopo per cui furono formate; per esempio, per chiarire il mio pensiero, citerò la linea in costruzione da Bologna a Roma per Pistoia, nella quale vi ha una interruzione di 78 chilometri, da Chiusi ad Orte nella valle del Tevere.

Quella è una strada che, se si dovesse ora scegliere, forse non si scéglierebbe; ma, al punto in cui sono le opere, siccome bisogna accettare le cose come sono, credo che sia una linea che abbia una immensa importanza, e che convenga terminarla.

Vi sono poi gli impegni che si sono assunti; questi impegni per me sono sacrosanti. Fra questi impegni io ammetto la linea di cui oggi è parola; talché, se veramente con quei sacrifizi che furono già proposti e dalla legge e dalle dichiarazioni solenni fatte in Parlamento, se con quei sacrifizi per parte del Governo si potesse oggi attuare quell'impresa, io non esito punto a dichiarare che sarei prontissimo a proporre subito, ed a sostenere una legge in Parlamento, perché qui si tratta, direi quasi, di alla moralità. Quanto poi alle altre linee, in verità oggi non avrei il coraggio di venire in Parlamento a proporre maggiori spese, in un momento nel quale tanti sacrifizi ci abbisognano, in un momento in cui fa d'uopo, per qualunque opera che vogliamo intraprendere, ricorrere al credito pubblico, sia che il Governo la eseguisca direttamente, sia che la conceda all'industria privata.

E le imprese private, le quali influirebbero sul credito anche per il solo fatto della creazione di grandi lavori che richiedono capitali, influiscono poi doppiamente sul credito dello stato, oggi che la sfiducia, succeduta ai tanti disinganni prodotti dall'aggiotaggio che in altra epoca infestò le speculazioni di ferrovie, fa si che non si trovino attendenti ad opere pubbliche, se non con garanzie, con sussidi o con altre maniere di soccorsi governativi.

In questo stato di cose, io non esito ad accettare l'ordine del giorno proposto dall'onorevole Pescetto.

ARA. Domando la parola.

PERUZZI, ministro pei lavori pubblici.. Non esiterei d'accettare modificazioni in senso d'allargarlo, perché,quanto più larghe sono le raccomandazioni della Camera, tanto più facilmente il Ministero è disposto ad accettarle.

Debbo però con lealtà dichiarare che oggi la linea da Savona a Torino non è, secondo me, che indirettamente d'interesse nazionale. Io riconosco coll'onorevole Chiaves che non era uno spirito municipale il quale guidava i 101 deputati del 1857, e generalmente il Parlamento subalpino quando decretava ora l'uria, ora l'altra delle strade ferrate.

Una seconda comunicazione verso il mare migliora le condizioni economiche di una gran parie d'Italia; dà vita, come egli diceva, a provinole ricche d'ogni maniera di prodotti; eccita l'industria mineraria, l'agricola e la manifatturiera; mette in comunicazione un porto importante, succursale di quello di Genova; e quanto a questo m'associo pienamente all'onorevole Bixio. Questa strada di più servirebbe agl'interessi strategici del nostro paese.

L'onorevole Chiaves però non mi potrà negare che il Parlamento subalpino non avrebbe dato opera alla ferrovia da Torino a Savona se, per esempio, fosse già stata decretata una strada ferrata da Torino a Milano,

un'altra che mettesse Torino in comunicazione, per mezzo di Alessandria, con Piacenza e coll'Italia centrale: egli Io faceva quando a quest'arteria principale era già stato pensato. Ed ora noi in Italia non abbiamo ancora quest'arteria principale. Quindi io non potrei oggi prendere impegni che poi forse il Parlamento stesso non mi menerebbe buoni, quand'anche io avessi l'imprudenza di voler tentare di mantenerli.

Quando queste arterie principali siano fatte, oppure se il nostro credito pigliasse quello sviluppo e ritornasse in quelle condizioni che noi tutti desideriamo (e, forse non è vano sperarlo, qualora continui a sorriderci la sorte, aiutata dalle virtù del nostro popolo), potrebbe darsi benissimo che, passati questi momenti, noi potessimo molto più allargare la mano e ricorrerci con molto maggior ardore di quello che oggi dalle condizioni presenti ci sia consentito: ed allora, sia ch'io sieda sui banchi dei ministri o su quelli dei deputati, dichiaro che, quando si dovrà dar opera ad una strada ferrata la quale non sia d'interesse direttamente nazionale, e che non sia un'arteria principale, la prima cui proporrei si dovesse dar mano sarebbe quella da Torino al mare, perché con ciò non faremo altro che pagare un debito che era stato contratto dal Parlamento subalpino, del quale, in tutto ciò che risguarda l'incremento della prosperità nazionale, accetto l'eredità senza beneficio di legge e d'inventario; e di più si tratterebbe di dare una prova dell'interesse generale per la provincia che più di tutte le altre ha ben meritato d'Italia, e particolarmente a questa illustre città di Torino, la quale si mostrò pronta con tanta abnegazione a fare un sacrifizio per la patria il più grande di tutti, non appena fu reputato necessario dalla nazione e dai suoi legittimi rappresentanti. (Benissimo!)

PRESIDENTE. Prima di concedere facoltà di parlare ai deputati che sono iscritti, darò lettura di una proposta stata presentata dal deputato Ara, così concepita:

«La Camera, mentre in massima riconosce la necessità di procurare con tutti i mezzi possibili una seconda ferrovia dal Piemonte al mare, invita il Ministero ad esaminare la linea più opportuna sotto il rapporto commerciale, economico, e specialmente strategico, ed a presentare quindi una legge al più presto al Parlamento, e passa all'ordine del giorno.

Il generale Di Pettinengo ha facoltà di parlare

Di Pettinengo. Desidero di dichiarare che, coll'aderire all'ordine del giorno proposto dall'onorevole Pescetto, io sono mosso dalla sentita necessità che una novella via ferrala sia aperta fra il mare e la valle del Po, o meglio ancora dal mare al Genista; ma, senza pronunciare fin d'ora il tracciamento definitivo della medesima, nella persuasione che il Governo, nello accettare le proposte di compagnie industriali o proporre le condizioni dell'effettuazione di delta strada, avrà di mira i maggiori vantaggi da ottenersi, cosi nello interesse generale dello stato, come nello interesse speciale delle diverse popolazioni, tenuto conto particolarmente della presente condizione, dell'esistenza, cioè, in oggi della ferrovia da Torino a Fossano, di proprietà dello stesso Governo, la qual cosa non era all'epoca degli studi invocati in appoggio dell'ordine del giorno Pescetto proposto.

PRESIDENTE. Il deputato Sanguinetti ha facoltà di parlare.

SANGUINETTI. Non ho chiesto di parlare per fare un discorso, perché io non vi sono preparato e non aveva motivo di prepararmivi, essendo ben persuaso che l'onorevole mio amico Pescetto avrebbe, come ha fatto, esaurita con un lucido discorso la materia; ma ho chiesto di parlare per ribattere alcune delle osservazioni dell'onorevole mio amico Airenti e dell'onorevole marchese Di Cavour.

Essi cominciano col dire che si trattava di una gravissima quistione; che,

691 - TORNATA DEL 22

qualora si fosse votalo l'ordine del giorno proposto, restava questa quistione pregiudicala, imperocché, secondo l'opinione loro, sarebbe ancora a decidersi se la strada ferrata che deve congiungere il Moncenisio e Torino col litorale d'occidente debba piuttosto giungere a Savona, oppure ad Oneglia.

Io convengo con loro che la quistione è di molta gravità, ma debbo far loro osservare che, appunto perché questa quistione è grave, fu trattata non per giorni, non per mesi, ma per anni, e che oramai questa quistione è decisa, sicché più non si deve portare sul tappeto. Didatti la Camera ha sentito come l'onorevole Pescetto fece la storia delle Commissioni economiche e tecniche incaricate dello studio della quistione.

Le Commissioni, le quali erano create, secondo la pubblica voce, piuttosto in odio della strada di Savona, hanno portato un voto ad essa favorevole; ma, così stando le cose, io domando: perché volete voi far rivivere una quistione che è oramai decisa, e decisa con tutta la maturità, con tutte le cautele, con tutte le desiderabili solennità?

Si disse che la strada ferrata da Torino al mare, prendendo la valle del Tanaro e andando ad Oneglia, aveva gli stessi caratteri dell'altra strada ferrata che, prendendo parte della valle del Tanaro, passava l'Apennino a Cadibona, e quindi arriverebbe a Savona Io debbo contestare che vi sia eguaglianza di questi caratteri.

L'onorevole Pescetto vi ha esposto lucidamente le ragioni che militano in favore di questa ferrovia e dal lato strategico e dal Iato commerciale e dal lato internazionale. Permettetemi che a questo riguardo io, lasciando, per ciò che riguarda il commercio ed il porto, la parola all'onorevole Bixio, persona assai competente in questa materia, vi accenni solo una circostanza per quello che riguarda la parte strategica.

L'onorevole Chiaves diceva benissimo che, dopo la cessione di Nizza, era cambiato il sistema di difesa della valle del Po e del Piemonte dalla parte del mare.

L'onorevole presidente del Consiglio, l'anno scorso, quando appunto si trattava la questione dei confini, vi diceva che da quella parte lo Stato non si poteva difendere con delle linee perpendicolari che andassero dalle giogaie degli Apennini al mare, ma che erano le sommità degli Apennini che volevano essere difese.

Or dunque è evidente che, in vista della difesa dello Stato, noi dovremo costruire le ferrovie per tal modo da poter portare le nostre legioni con celerità e facilità sui punti dove si trovano i passaggi delle strade che possono immettere un esercito nemico nella valle del Po, ossia in Piemonte; queste vie sono due: l'una è quella che, costeggiando il Tanaro, traversa l'Apennino a poca distanza dalla sua sorgente e va ad Oneglia; l'altra è quella che traversa l'Apennino per Cadibona e va a Savona.

Or bene, la ferrovia che va a Oneglia potrebbe benissimo portare delle truppe dal centro su quelle giogaie; ma potrebbe essa portare delle truppe sulle giogaie di Dego e Montenotte, che pure hanno, come diceva il signor Pescetto, una massima importanza, perché sono una specie di fortezza naturale che collega Alessandria con Genova?

La linea ferrata, sostenuta dall'onorevole Pescetto, provvederebbe ad un tempo a due sbocchi, poiché passerebbe per Ceva, e di là le nostre truppe sarebbero nella valle del Tanaro, e potrebbero facilmente difendere quella angusta valle;, seguiterebbe poi traversando il collediMontezemoloe arriverebbe nella valle della Bormida, appunto nelle bassure di Formio, che si trovano sotto i gioghi di là di Bona e di Montcnolte; quindi, sotto l'aspetto militare, come vedete, la strada che va a Savona vi darebbe la facilità di apportare le nostre legioni sui punti che potrebbero essere minacciati;

invece la strada di Oneglia potrebbe solo essere atta a difendere un unico punto, ma non tutti e due.

L'onorevole marchese Di Cavour diceva: ma si potrebbe v poi da Ceva fare una diramazione la quale riunisse a questa linea di Oneglia la cittadella di Alessandria, ossia la linea di Acqui.

Qui è mio debito fargli osservare che egli incorrerebbe in un inconveniente gravissimo, e sarebbe questo: se evvi un motivo, il quale abbia ritardato o ritardi la costruzione della ferrovia di Savona, è il passaggio del colle di Montezemolo.

Ora, secondo il suo progetto, colla ferrovia di Oneglia, noi avremmo a surmontare tutti gl'inconvenienti tecnici che si hanno a passare l'Apennino in una parte difficilissima, e di poi, per fare la seconda diramazione cui egli accenna, si dovrebbe costrurre quella parte del tronco della ferrovia di Savona, la quale è, e tecnicamente ed economicamente parlando, la più difficile, perché include una galleria di 4050 metri.

DI CAVOUR C. Nel nostro progetto non c'è quella galleria!

SANGUINETTI. Dunque avrebbe questo ben grave inconveniente, ed in secondo luogo avrebbe poi quello gravissimo che, se poi si volesse congiungere Alessandria con Genova per la via del litorale, si dovrebbe ripassare per la seconda volta l'Apennino a Cadibona. Invece, col nostro sistema, abbiamo una ferrovia la quale avvicina di più Torino al mare, non ricordo di quanti chilometri, ma evvi notevole differenza, che serve a congiungere Alessandria con Genova, e colla quale passiamo solamente una volta l'Apennino, e di più lo passiamo in un luogo in cui dobbiamo appena sollevarci al disopra del livello del mare, credo di 300 metri, dove la galleria dell'Apennino non oltrepassa, se non erro, 500 metri; quindi l'onorevole Di Cavour vorrà concedermi che, dal lato tecnico e dall'economico, la nostra ferrovia sarebbe molto più conveniente, perché più facile a costruirsi.

L'onorevole Chiaves accennava alla necessità di questa ferrovia per la difesa dello Stato dopo la cessione di Nizza; io aggiungerò una osservazione. Suppongasi (caso, senza dubbio, lontanissimo, e che forse non avverrà mai) che lo Stato fosse in guerra colla Francia; questa avrebbe libera tutta la riviera d'occidente, e potrebbe, venendo a Savona, passare l'Apennino per quell'ampia strada, e poi prendere le due vie che conducono, l'una ad Alessandria, l'altra a Mondovì. In tal caso, per portare celeremente le truppe sulle giogaie di quell'Apennino, potremmo servirci o della strada di Alessandria o di quella di Genova: per la prima non ci è ferrovia, e si avrebbero tutti gl'inconvenienti del ritardo; la seconda poi, ossia quella di Genova, non so se potrebbe servirci, perché, se la Francia, o quell'altra nazione che ci attaccasse, avesse una flotta, dominerebbe la strada del litorale e renderebbe impossibile in essa il trasporto di truppe.

Quindi, dopo la cessione di Nizza, è diventata una necessità anche strategica il congiungere Alessandria con Genova per Montenotte. Ciò io dico, non perché sia autorevole in questa materia, ma perché la sentii ripetere da persone autorevolissime.

Vi è dunque necessità strategica di unire Alessandria con Montenotte, e cosi con Genova; e, siccome tale congiunzione si farà quando sarà attuata la strada ferrata di Savona, di cui la congiunzione con Acqui e con Alessandria non sarebbe che una diramazione, così urge ed è necessario lo spingere le trattative per la ferrovia savonese.

Per ciò poi che riguarda il commercio, io non faccio che questa sola osservazione, ed è che il discorso del generale Bixio sulla necessità di congiungere i porti coll'interno, vi prova ad evidenza che noi non potremo deliberare una strada ferrata

692 - CAMERA. DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL

che metta ad un punto dove non ci sia un porto. Volete solamente costituire una ferrovia per quegli olii, per quelle derrate che si raccolgono in quelle parti del litorale che sono adiacenti ad Oneglia? Ma allora a quest'osservazione dovrei rispondere che con pochi convogli potete forse trasportare tutto l'olio che si fa nella riviera d'Occidente; quindi per questo motivo certamente ci sarebbe un'utilità per quei paesi, ma non ci vedo una necessità, come non ci vedrei un commercio tale da poter dar vita ad una strada ferrata; ma la cosa cambia quando si tratta di Savona, perché a Savona non solo havvi un porto, ma un porto capace di essere ingrandito talmente da diventare un porto di molta considerazione.

Aggiungerò ancora, dal Iato finanziario, che la linea la quale va direttamente a Savona, e che lambe le falde settentrionali dell'Apennino da Ceva a Savona, trova quivi delle miniere di carbon fossile, come quella di Nucetto, che si troverebbe a poca distanza; come quella di Cadibona, che si troverebbe veramente sulla linea; troverebbe delle miniere di marmo; troverebbe poi una quantità di boscaglie, il di cui legno marcisce sul terreno, perché appunto non avvi questa facilità di trasporto; e questo è tanto vero che in quei paesi il carbone dolce di castagno, che serve per le officine di ferro, si paga dieci centesimi al miria, mentre qui vale almeno almeno settanta; che il carbone da cucina, che qui si paga un franco e 2S centesimi, là non costa che 50 o 40 centesimi al massimo.

Abbiamo pure in quei paesi delle fabbriche di vetro, le quali, fioritissime nei tempi passati, ora sono, dirò, per deperire; perché a trasportare il vetro, per esempio, da Altare a Torino costa più che a trasportarlo dalla Francia.

Abbiamo molte ferriere, le quali, floridissime una volta, ora sono cadute; ma perché? Perché venne la tariffa daziaria che ha diminuito il dazio: questo, non nego, fu un bene; io ho applaudito a quella legge; ma, tuttoché esista questa tariffa, quelle ferriere potrebbero rivivere quando fosse fatta questa ferrovia; imperocché la cagione per cui tali ferriere non possono lavorare con profitto è il costo del porto del minerale,

non che il costo del porto del ferro che si manda ai commettenti.

Ora abbiamo in quei paesi un tesoro latente, un tesoro di cui la nazione non può trarre partito appunto perché mancano potenti mezzi di comunicazione.

Qui terminerò,lasciando all'onorevole interpellante il parlare di questa strada sotto l'aspetto tecnico, per mostrare alla Camera che realmente la strada d'Oneglia non sarebbe nemmeno tecnicamente possibile. Le ragioni che ho esposte avevano per iscopo di combattere l'ordine del giorno dell'onorevole Ara, il quale appunto tenderebbe a non altro che a lasciare in sospeso una questione ch'è oramai decisa, e che, senza portar utile ad Oneglia, sarebbe di gran nocumento a Savona, a Torino, al Piemonte ed alla nazione.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il ministro dei lavori pubblici.

Voci. A domani! a domani! Non c'è più alcuno! La seduta è levata alle ore 5 1|2.

Ordine del giorno per la tornata di domani:

1° Seguito delle interpellanze al ministro dei lavori pubblici;

2° Discussione relativa alla elezione del collegio di Avigliana;

5° Svolgimento della proposta di legge del deputato Musolino per l'abolizione del privilegio delle tonnaie nell'Italia meridionale;

't° Discussione dei progetti di legge:

Durata del servizio de' corpi distaccati della guardia nazionale;

Convenzione postale colla Francia; Proroga dei termini stabiliti per la rinnovazione delle inscrizioni ipotecarie.


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TORNATA DEL 25 APRILE 1861

PRESIDENZA DEL COMMENDATORE TECCHIO, VICEPRESIDENTE.

SOMMARIO. Congedo. = Omaggi. - Proposizione del deputato Gallenga per la stampa dell'appello nominale ogni giorno, approvata. - Relazione sui disegno di legge per facoltà ai carabinieri riammessi di cumulare la paga di attività e di riposo.

- Convalidamelo di elezioni

- Elezione del deputato Rusconi, segretario generale di un Consiglio di stato -Controversia sull'eleggibilità - Obbiezioni del deputato Massari, e spiegazioni del relatore Gallenga - Parlano i deputati Depretis, Di Cavour Gustavo, Mazza, Borgatti, Valerio, Conforti, Bertea e Pasini - L'elezione è annullata. - Lettura del progetto di legge del deputato Mirabelli per l'ordinamento giudiziario nelle provincie napolitane. - Proposta del deputato Massari per la discussione del progetto di legge relativo alla durata del servizio dei corpi staccati della guardia nazionale - Osservazioni dei deputati Depretis, Pepoli Gioachino, Bixio, Casaretto, Castagnola e del presidente del Consiglio - È rigettata - Deliberazioni circa le priorità. -Convalidamene dell'elezione di Avigliana. -Continua la discussione intorno alle interpellanze sulla ferrovia da Savona a Torino - Nuove risposte del ministro pei lavori pubblici - Risposte ed osservazioni dei deputati Bixio, Petitti e Valerio - La chiusura della discussione è pronunziata dopo istanza del presidente del Consiglio - Voto proposto dal deputato Borsanelli - Si passa all'ordine del giorno. - Interpellanza del deputato San Severino sulla ferrovia da Treviglio a Cremona - Spiegazioni del ministro pei lavori pubblici - Osservazioni e proposta del deputato Cadolini -Proposta del deputato Colombano - Osservazioni e spiegazioni del deputato Jacini - Repliche del ministro - Istanze e proposte dei deputati Menichetti, Allievi e Zanardelli - Le proposte risoluzioni sono ritirale.

La tornata è aperta all'una e mezzo pomeridiane.

MASSARI, segretario, legge il processo verbale della precedente tornata, che è in seguito approvato. Mischi, segretario, espone il seguente sunto di petizioni:

7016. I capitoli secolari delle diocesi di Perugia, di Città Castello e di Città della Pieve nell'Umbria,

7017. II clero delle diocesi medesime,

7018. Il clero della diocesi di Todi, chiedono la revoca del decreto del regio commissario straordinario 19 novembre 1860, col quale fa imposta una sopratassa del 2 per cento sui beni ecclesiastici per l'anno 1860.

7019. Le Giunte municipali di Crema, di Castelleone, di Madignano, di Pizzighettone e di Castelnuovo fanno istanza perché sia dichiarata nazionale la strada da Cremona a Soresina, e il tronco di strada da Castelleone a Pizzighettone.

7020. Il Consiglio comunale, il parroco e varii notabili di Macine, provincia di Chieti, domandano che il comune sia autorizzato a contrarre un mutuo per ristaurare un'antichissima chiesa.

7021. L'abate Giuseppe di Polignano, in Bari, presenta alla Camera un attestato sottoscritto da 62 suoi concittadini, dal quale risulterebbe come il medesimo sia stato indebitamente e ingiustamente espropriato dei fondi che possedeva e ridotto alla miseria, e domanda una qualche riparazione.

7022. Varii cittadini di Favale, nella provincia di Basilicata, chiedono l'abolizione dei vincoli e delle prestazioni feudali che tuttora gravitano sopra le loro proprietà.

7023. Simonetta Pasquale di Craco, in Basilicata, propone alcune modificazioni all'articolo 86 del progetto presentato dal ministro dell'interno sull'amministrazione comunale, per quanto riflette i pascoli.

7024. Il sindaco di Corleto Perticara svolge alcune considerazioni dirette a dimostrare la convenienza che la provincia di Basilicata, ora di quattro circondari, venga divisa in cinque, e che quel comune sia la sede del nuovo circondario.

7025. Martino Giovanni, di Saluzzo, appoggiandosi al disposto dell'articolo 95 della legge sul reclutamento militare, chiede che suo figlio Carlo Lodovico sia congedato dal servizio militare.

ATTI DIVERSI.

GALLENGA. Domando la parola.

PRESIDENTE. La Camera non è ancora in numero per poter prendere una deliberazione.

GALLENGA. Appunto per questo.

Pregherei il presidente di rimettere in vigore il costume che erasi adottato nelle cessate Legislature, di procedere cioè all'appello nominale, mandando inserirsi il nome dei deputati mancanti nella gazzetta ufficiale; poiché questa negligenza nell'intervenire alle sedute, oltre che nuoce grandemente all'andamento degli affari pubblici, nuoce anche a quei deputati più diligenti, i quali vengono alla Camera all'ora in cui sono dal presidente invitati ad intervenire.

PRESIDENTE. Quando la Camera sarà in numero sufficiente, si metterà ai voti questa proposta.

(Dopo breve intervallo si procede all'appello nominale, il quale e interrotto.

GALLENGA. Domando la parola.

PRESIDENTE. Il deputato Gallenga ha la parola.

GALLENGA. Vorrei rinnovare la proposizione che ho fatta prima dell'appello, ed è che ogni giorno all'una e mezzo si faccia l'appello Dominale per annotare chi è presente, e che il risaltato di esso si pubblichi nel foglio uffiziale, secondo l'antico costume del Parlamento nostro.

PRESIDENTE. Prego prima di tutto i signori deputati di prendere il loro posto.

Come hanno inteso, il deputato Gallenga fa la proposta, che ogni giorno ad un'ora e mezzo precisa sia fatto l'appello nominale per far constare chi è assente, e che i risanamenti del medesimo siano pubblicati nella gazzetta uffiziale.

Questa proposta è conforme al regolamento; mi corre quindi debito d'avvertire i signori deputati che fin dal giorno di domani essa verrà posta in esecuzione.

Il deputato Giovanni Morelli scrive:

Avendomi il signor ministro dell'istruzione pubblica affidata una missione nelle provincie delle Marche e dell'Umbria, prego la signoria vostra illustrissima a volermi impetrare dagli onorevoli miei colleghi un congedo della durata di giorni quarantacinque.

Se non vi sono opposizioni, s'intenderà accordalo questo congedo.

(E accordato.)

(Il deputato Mordini presta giuramento.)

694 - CAMERA. DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL

Il presidente della deputazione provinciale di Ferrara fa omaggio di un esemplare degli atti di quel Consiglio nella sua straordinaria sessione del 26 e 27 febbraio 1861.

11 sindaco di Avellino fa omaggio di 120 copie di un richiamo intorno alla formazione della nuova provincia di Benevento.

Il colonnello Cluseret fa omaggio di 300 esemplari di un suo scritto: Idée d'un corps spécial pour l'armèe italienne.

SAN SEVERINO. Nell'ultima sessione del Consiglio provinciale di Crema si è trattato e adottato quanto si è esposto nella petizione n° 7019 circa le strade tra Soresina e Cremona, e fra Castelleone e Pizzighettone.

Domando pertanto che la petizione medesima venga dichiarata d'urgenza.

(È ammessa urgenza.)

«Lincei. Domanderei l'urgenza per la petizione numero 6984, che si è letta nella seduta del giorno 17. (È ammessa l'urgenza.)

PRESENTAZIONE DELLA RELAZIONE SOPRA III PROGETTO DI LEGGE RELATIVO ALLE PENSIONI E ALLA PAGA DI ATTIVITÀ DEI CARABINIERI REALI RIAMMESSI IN SERVIZIO.

PRESIDENTE. Il deputato Monti ha la parola per presentare una relazione.

MONTI, relatore. Ho l'onore di presentare la relazione della Commissione sul progetto di legge presentato dal ministro della guerra nella tornata del 17 aprile 1861, intorno alla facoltà da concedersi ai sottoufficiali e soldati giubilati nel corpo dei carabinieri reali, che rientreranno in servizio, di cumulare la pensione alla paga d'attività.

PRESIDENTE. Questo rapporto verrà stampato e distribuito.

VERIFICAZIONE DI POTERI.

PRESIDENTE. Il deputato Panattoni ha facoltà di parlare.

PANATTONI, relatore. Il collegio di Sondrio ha eletto deputato il cavaliere Guido Susani.

Questo collegio è composto di quattro sezioni, in cui sono inscritti 986 elettori. Sono concorsi 414 elettori, numero che supera il terzo degl'inscritti.

Il cavaliere Guido Susani ha riportato voti 331, il signor Guicciardi Enrico 47; i voti dispersi furono 14, nulli 2.

Avendo quindi il cavaliere Guido Susani riportato il numero di voti prescritto dalla legge, venne proclamalo deputato del collegio di Sondrio.

Le formalità sono state regolarmente adempiute, non vi sono reclami, e per conseguenza ho l'onore di proporre il convalidamento di questa elezione.

(La Camera approva.)

FABRIZJ, relatore. Ho l'onore di riferire alla Camera, a nome del IX ufficio, sull'elezione fatta dal 5° collegio di Napoli.

Dividesi questo collegio in quattro sezioni, con elettori inscritti in numero di 1542. Alla prima votazione intervennero 264 elettori, i cui voti si ripartirono nel modo seguente:

Al signor Amilcare Anguissola voti 108, al signor Correrà Francesco Saverio 52, al signor Pepe Raffaele 42, al signor Gennaro De Filippo 38; voti dispersi 24.

Nessuno dei candidali avendo ottenuto il numero dei voti voluto dalla legge, si addivenne al ballottaggio tra i signori Anguissola e Correrà.

Presero parte a questa votazione elettori 404. Il signor Anguissola ebbe voti 265, il signor Correrà 134; voti nulli 5.

Quindi il signor Amilcare Anguissola venne proclamato deputato.

In questa elezione non si riscontrano irregolarità, nè fu sporta querela di sorta; per cui l'ufficio IX vi propone la convalidazione dell'elezione del signor Amilcare Anguissola a deputato del 5° collegio di Napoli.

(La Camera approva.)

GADDA, relatore. Ho l'onore di riferire alla Camera, a nome del V ufficio, sull'elezione del collegio di Brivio.

Questo collegio si divide in tre sezioni, con 656 elettori inscritti.

Alla prima votazione intervennero 369 elettori, dei quali 75 diedero il voto al dottore Cairoti Benedetto, 79 al signor Kramer ingegnere Edoardo, 63 al dottore Rusconi Pietro, 48 al signor Avignoni D. Giovanni Battista; gli altri voti andarono dispersi su altri candidati.

Nessuno avendo riportato la maggioranza voluta, si proclamò il ballottaggio, al quale intervennero 254 elettori.

Il dottore Cairoli Benedetto riportò voti 179, il signor Kramer ingegnere Edoardo 61; voti nulli 14.

Il dottore Cairoli fu quindi proclamato deputato del collegio di Brivio.

Le operazioni furono tutte regolarissime, nè fu sporta eccezione veruna; quindi, a nome dell'officio V, ho l'onore di proporvi la conferma di quest'elezione.

(La Camera approva.)

BERARDI ENRICO, relatore. Ho l'onore di proporvi l'approvazione, a nome del V ufficio, della elezione del collegio di Domodossola.

Questo collegio si compone di 1751 elettori. Se ne presentarono nel primo scrutinio 462, e furono distribuiti i voti fra l'ingegnere Belli Giovanni che ne ottenne 224, Belli cavaliere Carlo 142; gli altri andarono dispersi. Quindi di necessità si venne al ballottaggio.

Nel secondo scrutinio se ne presentarono 638, ed i voti si ripartirono per 479 al signor Belli ingegnere Giovanni, 152 al signor Belli cavaliere Carlo; nulli 7. Fu quindi proclamato dalla sezione centrale di Domodossola a deputato il signor Belli ingegnere Giovanni.

Tutti gli atti della elezione sono fatti a seconda della legge, e quindi, in nome del V ufficio, vi si propone la convalidazione.

(La Camera approva.)

GALLENGA. relatore. A nome del V ufficio ho l'onore di presentare alla Camera il risultato dell'elezione del collegio di Imola.

Elettori inscritti 66 .

Al primo scrutinio si contarono votanti 186, si ripartirono nel modo seguente:

Per l'avvocato Carlo Rusconi 143, per il cavaliere Carlo Toschi 33; voti dispersi 10.

Non v'ebbe nessun risultato definitivo.

Al secondo scrutinio intervennero votanti 181, idi cui voti furono per Rusconi 128, per Toschi 82; voti nulli 1.

Rimase adunque eletto l'avvocato Carlo Rusconi.

DEL 25

Le operazioni risultano regolari.

Il signor Carlo Rusconi è stato segretario generale del Consiglio di Stato delle Romagne, corpo deliberativo e legislativo, ed egli è ancora segretario generale in aspettativa.

L'ufficio V per 9 voti contro 4 ha deciso questo impiego di segretario generale in aspettativa non rendesse l'eletto ineleggibile; per conseguenza propone l'accettazione di questa elezione.

MASSARI. Io bramerei conoscere dall'onorevole relatore se la qualità di segretario generale d'un Consiglio di stato possa essere assimilala a quella di segretario generale di un dicastero; poiché, qualora quest'assimilazione non possa arer luogo, io credo la qualità di segretario del Consiglio di Stato tolga il diritto di eleggibilità.

PRESIDENTE. Il relatore ha facoltà di parlare.

GALLENGA. relatore. Il V ufficio a gran maggioranza ha deciso il titolo di segretario generale, non del Consiglio di Stato, ma di quel Consiglio di Stato fu stabilito dal cavaliere Massimo d'Azeglio, come commissario regio delle Romagne, perché procedesse all'organizzazione di quelle Provincie, fosse equiparabile ed equiparato al titolo di segretario generale di governo. E per questo motivo ha deciso a gran maggioranza per la conferma dell'elezione.

PRESIDENTE. Pongo ai voti

DEPRETIS. Non abbiamo capito la questione.

PRESIDENTE. In tal caso chiegga la parola, ed il signor relatore darà delle spiegazioni.

DEPRETIS. Non si è ben capito quale è la carica coperta dall'onorevole Rusconi, se cioè egli sia segretario generale di un Governo o di un Ministero o di un altro corpo funzioni nello Stato. Io pregherei quindi il signor relatore di volerci esser cortese di qualche maggiore spiegazione.

GALLENGA. relatore. Ho detto il signor Carlo Rusconi era segretario generale del Consiglio di Stato delle Romagne, corpo politico istituito dal cavaliere d'Azeglio, allo scopo di appoggiare il Governo nelle sue operazioni, con voto deliberativo, prima dell'elezione dell'Assemblea costituente; il qua! corpo, per conseguenza, faceva l'ufficio di Assemblea costituente. Secondo il voto dell'ufficio V,come ho avvertito, il segretario generale di questo corpo è da equipararsi ad un segretario generale di governo.

DEPRETIS. Mi spiace, ma mi pare non si possano ammettere le conclusioni adottate dall'ufficio V.

La legge sull'ammessibilità degli impiegati alla deputazione è chiarissima; e quanto ai segretari generali, non ammette quelli dei ministri. Qualunque altro segretario generale è escluso dalla legge.

Io prego la Camera di notare questa disposizione della legge ha una speciale importanza in quanto viene a limitare e a circoscrivere con esattezza di questa sorta di funzionari, eccezionalmente ammessi alla deputazione. Infatti il numero dei ministri essendo limitato, limitato in proporzione è il numero dei segretari generali.

Se in questo caso si procedesse col metodo di assimilazione, io non saprei quale numero d'altri impiegati col titolo di segretari generali, senza essere segretari generali dei Ministeri, invocherebbero il diritto di venire ammessi alla Camera, malgrado il disposto della legge.

Io quindi propongo la Camera proceda ad esaminare attentamente questa questione, e ne voglia fare oggetto di più matura discussione, rimandandola nuovamente all'ufficio. se questa mia proposta, semplicemente sospensiva, non fosse accolta, io pregherei la Camera di annullare questa elezione, siccome fatta in persona non può, secondo la legge, essere considerata come eleggibile.

DI CAVOUR C. Io prendo la parola, come membro del V ufficio, per osservare all'onorevole Depretis sarebbe perfettamente inutile rimandare la questione a quest'ufficio, il quale ha già speso (re sedute in questa gravissima questione. Nella prima seduta, dopo di aver discusso forse per due ore, si passò ai voti, e su 12 eravamo, 6 furono in favore e 6 contrari; per conseguenza non vi potè essere formale deliberazione L'ufficio deliberò di riprenderla la seconda volta, e nulla pure si conchiuse. Alla terza ripresa si ebbero 9 voti per la convalidazione e A contrari.

Io poi credo di dire nel mio particolare ho votato contro la convalidazione. Siccome poi la questione fu già tanto dibattuta nell'ufficio, e ci sono in questa Camera antecedenti si possono invocare tanto da un lato dall'altro, cosi la questione oggigiorno debb'essere sciolta dalla Camera stessa.

Quindi allo stato delle cose non essendo ammessibile la proposta sospensiva, io prego l'onorevole relatore ad entrare pienamente nel merito della quistione.

MAZZA, Io fo ragione alle parole pronunciate testé dall'onorevole mio amico Depretis. Certamente, quando si voglia fare un'applicazione precisa del testo della legge elettorale, non potrebbero ammettersi in questo recinto i segretari generali dei Ministeri.

È vero, da quanto abbiamo sentito, il Consiglio di Stato, di cui si parla, cumulava in sè medesimo attribuzioni possono eguagliarsi a quelle competono al Governo medesimo; tuttavia, se si volesse fare un'applicazione rigorosa della legge, io concordo coll'onorevole Depretis, in qualità di segretario generale di Governo non potrebbe essere ammesso in questa Camera l'avvocato Carlo Rusconi.

Ciò non di meno parmi come segretario generale di quel Consiglio di Stato, noti la Camera, di quel Consiglio di Stato, il quale era evidentemente regolato da un'altra legge non è quella governa presentemente il nostro paese, cioè dalla legge del 1859 sul Consiglio di Stato, parmi, dico, come segretario generale di quel Consiglio di Stato possa essere ammesso, se non altro, come consigliere di Stato, e quindi possa essere compreso nella categoria dell'articolo 96 della legge elettorale, il quale ammette i consiglieri di Stato.

Sento a dirmi da un mio vicino, l'onorevole Biancheri, il segretario generale non è consigliere di Stato.

Signori, non bisogna lasciarsi abbagliare dai nomi: sovente gli stessi nomi si applicano alle cose più diverse. Bisogna vedere corpo era questo Consiglio di Stato.

Certo ei non era già il Consiglio di stato regolato dalla legge presente, era un Consiglio di Stato sui generis, il quale, se si volesse brevemente qualificare, dovrebbe riferirsi alla nostra legge dell'ottobre 1851, nella quale i segretari del Consiglio di Stato erano veri consiglieri, veri membri del Consiglio di Stato medesimo, e quindi godenti di tutte le prerogative, di tutti i diritti spettavano a questo grado.

Noti la Camera il signor Rusconi fu nominato consigliere di Stato, prima venisse fuori la legge ha stabilito il presente Consiglio di Stato. Se fu nomimato prima, e se si vuol riferire a qualche legge questa sua nomina, essa si deve riferire alla legge del 1831, e non a quella ancora non era in vigore.

696 - CAMERA. DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL

Se si riferisce alla legge del 1831, l'avvocato Carlo Rusconi è consigliere di Stato, e se non si vuole ammettere come segretario generale del Governo, deve però essere ammesso nella qualità di consigliere di Stato.

Egli farà parte di tutti gl'impiegati siedono in questa Camera; sarà soggetto alla riduzione, ove occorra; ma io credo la Camera non possa dispensarsi dall'ammetterlo.

GALLENGA. relatore. Faccio osservare vi sono segretari generali di Governi cessati, i quali già vennero ammessi alla Camera, ed è opinione della maggioranza dell'ufficio V, ha votalo per la validità della presente elezione, il signor Carlo Rusconi si trovi in circostanze perfettamente eguali.

BORGATTI. Siccome nel tempo in cui fu costituito il corpo di cui si parla, io l'onore di servire il regio commissariato delle Romagne in qualità di segretario generale, ed avendo anche nell'ufficio V votato colla maggioranza per la validità di questa elezione, mi credo in debito di dichiarare alla Camera le cose esposte dall'onorevole relatore, e anche dall'onorevole collega Mazza, sono veramente conformi, non solo alla lettera del decreto ordinò la costituzione del Consiglio di Stato delle Romagne, ma ben anco allo spirito.

Questo Consiglio non va considerato norme proprie del Consiglio di stato è costituito nella nostra capitale, sotto l'impero dello Statuto: il Consiglio di Stato delle Romagne era un corpo politico. Il regio commissario, per temperare, dirò cosi, la sua dittatura fino a il paese avesse una rappresentanza elettiva, pensò di circondarsi degli uomini i quali, alla capacità nei diversi rami di pubblica amministrazione, unissero la popolarità e quella fama vale ad attribuire forza morale a chi governa. Questo corpo insomma era una diramazione del Governo; quindi il segretario generale di questo corpo va necessariamente equiparato a quei segretari generali delle diverse diramazioni governative, sia del Governo centrale di Modena, sia del Governo centrale della Toscana, di cui e nella Legislatura passata e nella presente riconoscemmo la eleggibilità, e la riconoscemmo quando quei Governi già uon esistevano più.

Io credo adunque il signor avvocato Rusconi sia eleggibile per la qualità della carica egli occupò nelle Romagne, qualità gli venne conservata col regio decreto assicurò la sorte di tutti gl'impiegati dopo le annessioni; qualità in lui dura tuttavia, giacché egli attualmente non è un segretario generale in aspettativa, e la legge elettorale ci dice i funzionari in aspettativa sono, per gli effetti della eleggibilità, equiparati a quelli hanno attività di servizio.

VALERIO. Quand'anche si ammettesse la teoria d'assimilazione si é sinora sviluppata e ch'ebbe già nel Parlamento alcune applicazioni, mi pare bisognerebbe ancora cercare un altro estremo della questione.

Ho inteso a parlare d'un Consiglio di Stato nelle Romagne. Esiste questo Consiglio di Stato? Ecco una domanda alla quale pregherei il signor relatore di voler fare una risposta.

So nel tempo in cui il signor Massimo d'Azeglio reggeva quella regione si costituì un Consiglio di stato nominando varii consiglieri, e, se non erro, questo Consiglio di Stato si è riunito una volta per costituirsi. Certamente a questo Consiglio di Stato si era nominato un segretario oggi, per la prima volta, sento essere l'onorevole persona di cui si discute l'elezione.

Ma attualmente esiste questo Consiglio di Stato? Ecco la domanda. Essere segretario d'un corpo non esiste non sarebbe possibile. Se poi l'eletto percepisce uno stipendio sul bilancio dello Stato, a titolo percepisce questo stipendio? quale ò l'attuale impiego del signor Rusconi? Ecco le domande alle quali pregherei il signor relatore di fare una risposta.

GALLENGA. relatore. Certamente il Consiglio di Stato, a cui accenna l'onorevole Valerio, non esiste più; esso ebbe vita assai breve; ma il Governo del Re ha conservato il signor Rusconi nella qualità di segretario generale in aspettativa. Egli ha quindi una qualità uguale a quella di molti altri segretari generali sono in aspettativa, e sono stati ammessi nella Camera.

DEPRETIS. Prima di tutto mi permetterò di far osservare alla Camera nella discussione avvenuta in principio di questa Sessione per la verificazione dei poteri fu, se bene mi ricordo, da tutte le parti della Camera biasimato in tesi generale si adottasse senza riserva il principio delle assimilazioni.

Questo principio si credette sommamente pericoloso. Non credo quindi possiamo appoggiarci ad esso intieramente per ammettere l'onorevole Rusconi.

Noterò anche la questione è sembrata dubbiosa molto anche al V ufficio, perché nella prima discussione, come ha detto l'onorevole signor marchese Di Cavour, i voti furono pari, cioè 6 contro 6; e, se stiamo alle norme fissale nel nostro regolamento, a parità di voti la proposta doveva ritenersi respinta, e quindi l'elezione non poteva essere convalidata. Sta adunque nella prima prova l'ufficio avrebbe emessa un'opinione contraria all'ammessibilità del candidato.

Ma veniamo alla questione.

Nella legge elettorale noi abbiamo un'eccezione alla regola generale, per cui tutti i cittadini aventi le qualità volute dallo Statuto sono eleggibili, e questa eccezione è fatta per gli impiegati aventi uno stipendio sul bilancio dello stato: questi non sono eleggibili.

Questa eccezione diventa, a sua volta, regola generale per l'ammessibilità degl'impiegati, i quali sono tutti quanti esclusi dalla Camera, meno quelli sono contemplati da eccezioni espressamente fatte dalla legge.

Queste eccezioni la legge le enumera ad una ad una Cod una precisione straordinaria.

Ora, venendo al caso del signor Rusconi, parmi sono d'accordo, se non tutti, la più parte almeno dei preopinanti, a ritenere il signor Rusconi non può essere eleggibile per la sua qualità di segretario generale di uno dei grandi governi, qualità secondo l'opinione di alcuni, e secondo qualche precedente, lo potrebbe pareggiare ai segretari generali dei Ministeri, ma piuttosto si sostiene il signor

Ora io prego la Camera di notare con qual precisione sono scritte nella legge le due disposizioni si riferiscono tanto ai consiglieri di Stato, quanto ai segretari generali. La legge dice chiaramente non sono eleggibili gl'impiegati, tranne quelli indicati nelle particolari categorie nella legge stessa noverate; fra queste categorie quella dei segretari generali è indicata con queste precise parole: «segretari generali dei Ministeri.» E perché?

Perché in questo modo non può nascer dubbio chi riveste la qualità di segretario generale onde avere il diritto di essere ammesso nella Camera bisogna sia segretario generale di un ministro risponsabile. Ora non è questo il caso nostro, nemmeno procedendo per assimilazione.

697 - TORNATA DEL 22

E la legge ha disposto in tal guisa, perché il numero di questi impiegati sia limitato. Così dicasi anche dei consiglieri di Stato, intorno ai quali la legge non fa distinzione alcuna, ma dice solo: sono eleggibili i consiglieri di Stato.

Ma noi abbiamo una legge organica del Consiglio di Stato, nella quale il numero dei consiglieri è fissato, e questo numero non può essere aumentato se non per mezzo di un'altra legge.

Adunque il signor Carlo Rusconi consigliere di Stato non lo è; è segretario generale di un Consiglio di Stato, e d'un Consiglio di Stato più non esiste; ancora se esistesse, per esempio, la Consulta di Napoli o di Sicilia, od il Consiglio di Stato vi fu surrogato, io credo quei consiglieri di Stato dovrebbero avere le stesse prerogative hanno i consiglieri delle antiche Provincie del regno. La parificazione sarebbe ragionevole.

Ma questo Consiglio di Stato dell'Emilia non esiste più; il candidato non era veramente un consigliere di Stato, ma un segretario generale di quel Consiglio. Come adunque potremo sostenere senza flagrante violazione della legge, abbia diritto all'eleggibilità uno che non è consigliere di Stato, e verrebbe ad aumentare il numero degl'impiegati la legge ammette all'eleggibilità, senza neppure abbia una delle qualità la legge richiede?

Per queste ragioni prego la Camera, se non vuole vulnerare il disposto chiaro e preciso della legge, di annullare l'elezione di cui si tratta.

MAZZA. L'onorevole Depretis si è affaticato a dimostrare ciò io sin da principio ho ammesso, cioè in principio, si deve andare il più lentamente sia possibile ad ogni sorta di assimilazione.

Tuttavia fo notare la Camera, anche in questa stessa Legislatura, non ha talmente seguito questo principio, qualche volta non se ne sia leggermente rimossa.

Diffatti, noi abbiamo alcuni casi risolti in questa Legislatura, in cui il principio dell'assimilazione rigorosamente posto, come voleva l'onorevole Depretis, fu violato.

In effetto, la Camera ha ammesso, per esempio, i consiglieri di luogotenenza. Egli è evidente la legge del 1859 non risguardava i consiglieri di luogotenenza, i quali non erano ancora stati creati. Eppure la Camera ha credulo di dover praticare in questo caso l'assimilazione. Li abbia assimilali ai segretari generali, li abbia assimilati ai ministri, egli è chiaro i consiglieri di luogotenenza non furono ammessi in questa Camera se non ad una di queste due categorie: o a quella dei ministri, o a quella dei segretari generali.

Medesimamente abbiamo visto essere ammesso in questa Camera un direttore dei culli in Toscana, credo il signor

Nelli, ed anche questa carica non era punto contemplala dalla legge. Eppure la Camera non ha creduto di dover talmente insistere su questo principio, da farne una regola di assoluta esclusione.

Essa ha equiparalo questo direttore dei culti o ad un ministro o ad un segretario generale, ed ha ammesso il signor Nelli.

Si diceva l'avvocato Carlo Rusconi è in aspettativa; ma cosi è pure della fattispecie testé accennava, cioè quella del signor Nelli, il quale è appunto un direttore dei culti in aspettativa, poiché la legge riguarda, quanto alla loro ammessibilità, gl'impiegati in aspettativa come quelli sono in effettivo servizio.

Adunque, benché in generale, io ripeto, noi dobbiamo praticare il meno sia possibile cotesta assimilazione, tuttavia vi sono dei casi in cui si deroga a questa legge; imperocché, o signori, nessun principio è assoluto, nessun principio è esclusivo. Ci sono dei casi in cui non si può a meno di transigere alquanto con quelle massime, del resto, si devono da noi altamente proclamare.

Se ci è un caso in cui si debba deflettere alquanto dal principio esclude affatto l'assimilazione, egli è evidentemente il caso di quegl'impiegati, i quali non potevano essere contemplali dalla legge usciva, quando queste cariche, quantunque elevate, non meno di quelle la legge ha eccettuate, non erano ancora create. Ecco il caso in cui l'assimilazione si deve accettare, ed essa fu in effetto accettata dalla Camera, quando la carica è tale il legislatore l'avrebbe certamente eccettuata, ma quando ha fatto la legge non la poteva contemplare, perché non era ancora creala; ecco il caso dell'assimilazione. E non voler l'assimilazione in questo caso mi pare in realtà portare il rigore dell'esclusione oltre i giusti limiti.

Ora, siccome avvertilo sin da principio, la carica del signor Rusconi non era ancora creata quando la legge fu fatta. La legge non poteva contemplare questo ufficio nuovo, venne affidato al signor Rusconi, non meno di quello potesse contemplare i consiglieri di luogotenenza di Napoli e di Sicilia, non meno di quello potesse contemplare i direttori dei culti o di altri dicasteri in Toscana.

Io credo pertanto quando non si voglia respingere assolutamente, in tutti i casi, il principio d'assimilazione, egli debba segnatamente applicarsi al caso del signor Rusconi.

La Camera ha già adottato l'ammessione in casi affatto simili; io la prego per conseguenza a non voler adoperare un'altra misura per l'elezione del signor Rusconi, ed ammetterlo, non ostante la carica che egli ha occupalo, per la stessa ragione per cui ha ammesso il direttore dei culti di Toscana, i consiglieri di luogotenenza di Napoli e di Sicilia. Ella non derogherà in questo a' suoi principii; ella non farà applicare il principio d'assimilazione, in un caso ove il non praticarlo sarebbe veramente eccedere di rigore.

Del resto, l'onorevole Borgatti ha già detto quali erano gli uffici spettavano alla carica cui era addetto il signor Rusconi. Egli ha dello gli uffici spettavano a questa carica erano altamente legislativi e governativi. Quindi non può rimanere alcun dubbio la carica del signor Rusconi fosse alta non meno di quella e dei segretari generali e dei consiglieri di Stato la legge ammette a sedere in questo recinto.

Posta cosi la questione, in diritto siccome in fatto, io prego la Camera a voler approvare l'elezione del signor Rusconi, salvo a metterla in quella categoria d'impiegati, di cui sarà il

PRESIDENTE. Il deputato Conforti ha facoltà di parlare.

CONFORTI. Le ragioni addotte da quelli propugnarono la convalidazione dell'elezione del deputato Carlo Rusconi vennero già ampiamente sviluppate; io cercherò di rafforzarle.

L'onorevole Depretis sosteneva una proposizione troppo ricisa ed assoluta, parrai non possa essere ammessa dalla Camera, qualunque volta voglia tener dietro a' suoi precedenti.

Egli diceva il principio dell'assimilazione è stato compiutamente respinto. Ora, io dico chela Camera non l'ha respinto, ma lo ha ampiamente accettato.

698 - CAMERA. DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL

La Camera non poteva respingerlo, perocché essa doveva risolvere la questione dell'elezione con quell'ampiezza di vedute si richiede nelle presenti condizioni. Non l'ha respinto, come è stato provato assai bene dall'onorevole deputato IUazza,il quale ha rammentato svariali esempi, i quali dimostrano ad evidenza la Camera ba ampiamente accettalo il principio d'assimilazione.

Agli esempi citali dall'onorevole deputato Mazza io aggiungerò un altro esempio, certamente non può essere sfuggito all'onorevole Depretis.

La legge elettorale dice non sono eleggibili i pubblici funzionari ed impiegati regii aventi uno stipendio sul bilancio dello Stato. Fra le svariale eccezioni a questa regola annovera i consiglieri delle Corti d'appello.

Ora, io ricordo la Camera dichiarò valida l'elezione del deputato Musumeci, quantunque egli non fosse consigliere d'appello, ma giudice di gran Corte criminale. E perché? Perché le istituzioni giudiziali dell'ex-reame delle Due Sicilie sono diverse da quelle dell'Italia settentrionale. Nell'Italia meridionale i giudici di gran Corte criminale rendono un ufficio somigliante a quello dei consiglieri della Corte d'appello. Ma non è men vero i giudici di gran Corte criminale appartengono ad un corpo separato e distinto da quello della gran Corte civile, ossia Corte d'appello; ma non è men vero i giudici di gran Corte criminale sono di un grado inferiore a quello di giudici di Corte d'appello.

Quindi è certo la Camera ammise ampiamente il principio di assimilazione. Né la Camera poteva fare altrimenti, perocché, quando si trattava di una piccola parie d'Italia, per cui erasi promulgala la legge elettorale, bisognava essere oltremodo severi ed attenersi alla lettera della legge; ma quando questa piccola parte d'Italia, mercé i plebisciti, si è trasformata in un regno di 22 milioni, il principio di assimilazione era dettato da un'inesorabile necessità.

Nel caso presente poi di si tratta? Si tratta di vedere se il signor Rusconi, qual segretario generale di un corpo politico e legislativo, sia eleggibile.

Si dice dall'onorevole signor Depretis: sono eleggibili solamente i segretari generali dei Ministeri; ma il signor Rusconi non è segretario generale di Ministero, e però non è eleggibile.

Ma quella legge elettorale riguardo precisamente alle condizioni in cui si trovava il reame settentrionale, e non poteva certamente prevedere il caso di un segretario generale di un altro corpo politico.

se, per avventura, il Consiglio di Stato in questione non si volesse riguardare come un corpo politico, il segretario generale si vuole riguardare come consigliere di Stato, giusta la legge del 1851, pubblicata da Carlo Alberto.

Se poi, oltre le condizioni emanano dalla legge, potessero valere le considerazioni personali, ciascuno di noi dee desiderare il signor Rusconi, il quale è uno de' più onorandi uomini d'Italia, faccia parte della rappresentanza nazionale.

PRESIDENTE. La parola è al deputato Depretis.

DEPRETIS. La cedo al signor Bertea.

BERTEA. Io parlo, non in merito della elezione di cui si tratta, ma per fare una riserva alla dichiarazione emessa dal mio amico Mazza circa le ragioni per le quali Sono stati ammessi dalla Camera i consiglieri di luogotenenza.

Disse l'onorevole Mazza i consiglieri di luogotenenza erano stati

ammessi o perché assimilati ai ministri, o perché assimilati ai segretari generali.

Io intendo di fare su ciò una riserva, perocché questa questione si dovrà poi ripetere, quando si tratterà di alcune delle elezioni già state ammesse, nell'occasione in cui verrà in discussione il lavoro della Commissione sull'accertamento del numero dei signori deputati impiegati.

Non è esatto il dire la Camera abbia fallo questa dichiarazione di assimilazione; anzi mi ricordo precisamente l'onorevole deputato Di Marco sostenne, e con molto fondamento, i consiglieri di luogotenenza non si potevano considerare come impiegati, ma partecipavano, direi così, in certa maniera a quel potere sovrano, era una necessità dello Stato rivoluzionario, dal quale usciva allora il regno di Napoli e di Sicilia.

Io chiedo quindi s'intenda riservato la Camera, quando pure si pronunzi per l'ammessione del signor Carlo Rusconi, non intende di approvare la massima i consiglieri di luogotenenza siano stati ammessi per assimilazione.

PRESIDENTE. Il deputato Depretis ha facoltà di parlare.

DEPRETIS. Mi sarò forse male spiegato, ma certamente io non ho inteso di respingere il principio di assimilazione in modo assoluto; anzi io ricorderò alla Camera allorché presi parte alla discussione sulla verificazione dei poteri, io stesso, e credo pel primo, volendo tener conio delle condizioni nuove in cui si trova il paese dopo le ultime annessioni, ho detto non si poteva in via assoluta respingere il principio dell'assimilazione, perché noi dovevamo, anziché alla differenza semplicemente nominale, guardare alla somiglianza, e in molti casi all'identità delle funzioni e degli uffici coperti, sotto diverso titolo, in una o in altra parte dello stato.

Rettificata così l'allegazione dell'onorevole Conforti, dirò in questo caso non mi pare nemmeno si possa procedere all'ammessione del signor Rusconi, fondandosi sul principio dell'assimilazione. Infatti, riguardo ai consiglieri di luogotenenza, io mi ricordo benissimo nella discussione si sostenne da molli si dovevano ammettere, perché coprivano un ufficio puramente politico, un ufficio transitorio e temporario, e non dovevano nemmeno considerarsi come impiegali. Non c'è dunque in questo caso induzione per la parità di trattamento.

Io non ricordo la questione del direttore dei culti signor Nelli, ma mi pare non si sia falla discussione nissuna in seno alla Camera intorno a questa questione, e non so se siasi vulnerata. Ora, in questo caso, me lo permetta l'onorevole Mazza, se la questione non fu dibattuta nella Camera, io non posso dar molto peso a questo precedente, nella sequela delle molle e rapide votazioni sulle elezioni ha potuto passare inosservato.

Nemmeno posso dare importanza all'esempio addottomi dall'onorevole Conforti circa i giudici delle gran Corti criminali delle provincie dell'Italia meridionale. In quel caso èvero l'onorevole relatore venne a presentare la questione alla Camera, ma la Camera ammise il giudice della gran Corte criminale senza discussione, e forse credendo la questione fosse riservata; e ciò è tanto vero è nato quasi immediatamente un riclamo, se questo precedente dovesse aver conseguenze anche pei casi ulteriori.

Ad ogni modo mi permetta l'onorevole Conforti ch'io gli dica qui l'assimilazione si potrebbe in ogni modo sostenere, perché, sotto il rapporto almeno della competenza, i giudici delle gran Corti criminali di Napoli si possono assimilare ai consiglieri di appello, i quali sono dalla legge ammessi alla Camera.

Di più osserverò, intorno a quanto si diceva per provare la legge non può contemplare questo caso, la creazione di codesto Consiglio di stato

699 - TORNATA DEL 22

delle Romagne avvenne precedentemente alla legge elettorale. Ora, come avviene

la legge elettorale, viene dopo questa creazione, contempli i consiglieri di Stato e non i segretari dei Consigli di stato, qualunque fossero le loro attribuzioni? Evidentemente la legge, in questo caso, poteva contemplarli, e non li ha contemplati, dunque stanno fra gli esclusi.

Io poi non posso ammettere quello ci si allegava, argomentando sulla parificazione degli uffici. Si diceva: è un segretario generale di una delle diramazioni del Governo. cosa vuoisi significare colla frase: una delle diramazioni del Governo? Si vuole forse parlare di uno dei corpi, dei consessi aiutano il Governo? Ma, o signori, camminando in questo modo, non so dove ci fermeremo. La legge è chiarissima; essa contempla o i consiglieri di Stato, o i segretari. generali dei Ministeri.

Ora, un'assimilazione precisa ai segretari generali di un ministro risponsabile non la troviamo. Trovatemi un'assimilazione precisa ad un consigliere di Stato, ed io so a disposto ad ammettere il principio di assimilazione; ma qui la parificazione, o signori, non sussiste. La legge, quando ha contemplalo in ispecie il Consiglio di stato, si è riferita ai consiglieri di Stato esistenti, a termine delle leggi organiche, di leggi, cioè, definiscono non solo le funzioni e le attribuzioni, ma benanco il loro numero.

Dunque non si possono contemplare i segretari generali dei Consigli consultivi creali dai Governi, i funzionari non vestono la qualità di segretari di Ministeri, né quella di consiglieri di Stato, tanto più quando questi funzionari non sono in funzione, e quindi verrebbero evidentemente ad aumentare quel numero anche tenuto conto del principio di assimilazione, è contemplato dalla legge.

Io comprenderei, o signori, si debbano ammettere alla Camera anche i segretari generali delle Consulte o dei Consigli di Stato di Napoli o di Palermo, se i segretari fossero considerati come consiglieri di stato; ma i segretari delle Consulte non sono tali, e per ciò non possono essere ammessi alla Camera; su del spero tutti i deputati dell'Italia meridionale saranno con me d'accordo.

Ora, dunque, non v'è pel segretario ' generale di un Consiglio di Stato parificazione possibile, e perciò credo assolutamente non si possa ammettere il signor Carlo Rusconi a far parte di questa Camera.

PRESIDENTE. Il deputato Mazza ha domandato la parola per la terza volta; prima però di accordargli facoltà di parlare, debbo interrogare la Camera se concede al deputato Mazza questa facoltà.

Varie voci. Parli! parli!

PRESIDENTE. Il deputato Mazza ha facoltà di parlare. azza.. Dopo le osservazioni fatte dall'onorevole nostro presidente, non rientrerò a trattare più lungamente la questione, a quest'ora mi pare esaurita; farò soltanto due avvertenze di fatto.

Una voce. La chiusura!

PRESIDENTE. Io non posso mettere ai voti la chiusura, se non è domandata da dieci deputati.

Voci. Parli! Non si tolga la parola!

PRESIDENTE. La Camera ha accordata la parola al deputato Mazza, quindi il presidente ha l'obbligo di mantenergliela. Dopo avrà parlato, se taluno domanderà la chiusura, io la porrò ai voti.

MAZZA. Non tema la Camera io voglia occuparla lungamente; farò, come dissi, due sole avvertenze di fatto, mi paiono importantissime nella quistione ci è sottoposta. La prima riguarda questo fatto.

L'onorevole Depretis ha detto la nomina del signor Carlo Rusconi a consigliere di stato nelle Romagne preceduto la legge, e ciò non pertanto la legge non l'ha ammesso. Ora io gli noto, ed è facile del resto il notare a questo riguardo bensì la legge venne dopo la nomina del signor Carlo Rusconi, ma non venne dopo l'annessione. Evidentemente la legge non poteva riguardare cariche di paesi non erano ancora annessi. Questa è una questione di mero fatto, a parer mio, toglie di mezzo ogni difficoltà. La legge, non poteva contemplare cariche di paesi non erano ancora annessi; per conseguenza, quando anche ci fossero state tutte le ragioni per comprendere nell'eccettuazione della legge elettorale la carica del signor Rusconi, evidentemente la legge non avrebbe potuto contemplarla, quando, torno a ripeterlo, le Romagne non facevano ancora parte dello stato.

Ammetto poi quello diceva l'onorevole Bertea, cioè, la Camera non ha sciolto in precisi termini la questione di assimilazione riguardo ai consiglieri di luogotenenza.

Io credo, e penso converrà meco la Camera, la ragione principale l'indusse ad ammetterli è questa, i consiglieri di luogotenenza fossero da paragonarsi, vuoi ai segretari generali, vuoi ai ministri; tuttavia è vero fu anche detto da alcuni oratori, nella discussione, non erano da considerarsi come impiegati; e può essere in alcuni abbia anche fatto senso questa opinione. Io ammetto insomma col deputato Bertea precisamente la questione non fu risolta dalla Camera.

Ma questo almeno non si può affermare riguardo a quel deputato fu ammesso, quantunque direttore dei culti in Toscana.

Il signor Depretis ha detto a questo riguardo la Camera non ha fatto questione alcuna; e io lo ammetto; ma la Camera ha precisamente conosciuta la qualità del signor Nelli; la sua qualità non fu dissimulala alla Camera; può anche esserci stata discussione nell'ufficio sulla qualità stessa, e ciò nondimeno la Camera lo ha ammesso.

Io adunque chiedo, e spero si unirà meco il signor Depretis per chiedere non si applichino due pesi e due misure a due deputati si trovano in analoghe condizioni; e per la terza volta domando sia ammesso in questa Camera il signor Carlo Rusconi.

Voci. La chiusura!

PRESIDENTE. Domando se la chiusura è appoggiata. (È appoggiala.)

PASINI. Domando la parola contro la chiusura.

PRESIDENTE. Ila facoltà di parlare.

PASINI. Io credo sia opportuno, prima di chiudere la discussione, di dar lettura del decreto del commissario straordinario D'Azeglio. Sonvi due articoli decidono affatto, a parer mio, la questione. Secondo questi articoli, il segretario generale del Consiglio di Stato, istituito dal regio commissario D'Azeglio, non aveva maggiori attribuzioni di quelle ha il segretario generale del Consiglio di Stato abbiamo qui nella capitale; ma questo segretario generale del nostro Consiglio di Stato non è eleggibile; dunque non è eleggibile neppure il signor Rusconi.

Domando perciò alla Camera che prima di chiudere la discussione voglia sentire i detti due articoli che sono nel decreto del signor D'Azeglio.

PRESIDENTE. Vuole la Camera, prima di chiudere la discussione, intendere la lettura di questi due articoli?

PRESIDENTE. (Al deputato Pasini) Legga dunque i due articoli.

PASINI. Il primo articolo è così concepito:

«È istituto un Consiglio di Stato, si compone di quindici consiglieri, scelti dal commissario straordinario sopra note presentate dai gerenti delle sezioni governative e formate dai nomi proposti dalle Giunte provinciali.»

Avverto qui il successivo articolo 8 stabilisce le attribuzioni di questo Consiglio di Stato consistono tutte nell'aver voce consultiva in alcune materie, e prego quindi la Camera a rifletter bene il Consiglio di stato non altro potere quello di dar pareri.

Vengo ora all'articolo 9:

«Al Consiglio di Stato è addetto un segretario generale, il quale assisterle adunanze generali, ne redige le deliberazioni, distribuisce, sia al Consiglio, sia alle sezioni, le materie rimesse dal commissario straordinario, e si occupa della corrispondenza subordinatamente al Consiglio.

Qui non v'è parola di compartecipazione del segretario generale alle deliberazioni del Consiglio; il segretario generale non ha voce deliberativa nemmeno nelle materie nelle quali il Consiglio di Stato viene consultato.

Ciò posto, io credo sia inutile ogni discussione sulle assimilazioni.

Qualunque fosse il nostro pensiero sull'ammessibilità delle assimilazioni, egli è certo il signor Carlo Rusconi non era un segretario generale del Consiglio di Stato, e quindi la sua elezione non può essere convalidata.

BORGATTI. Chiedo di parlare per un fatto personale.

L'onorevole preopinante, nel leggere un articolo del decreto relativo al Consiglio di Stato delle Romagne, ci ha confermato il segretario generale rapporti di dipendenza col Governo, ossia col regio commissario. Prego poi l'onorevole preopinante a leggere il primo articolo di quel decreto

PASINI. L'ho letto.

BORGATTI.... e l'ultimo. È vero questo corpo era chiamalo ad esercitare le funzioni si esercitano dai Consigli di Stato nei Governi costituzionali, ma nel primo articolo, o visto, è detto per lo appunto il commissario intendeva ancora di circondarsi degli uomini più autorevoli del paese; e nell'ultimo articolo, se non erro, dev'essere dichiarato fino a tanto il paese non avrebbe una rappresentanza legislativa, il Consiglio di Stato, ad ogni richiesta del regio commissario, vi avrebbe supplito. Dunque non è vero quella istituzione non fosse né più né meno di ciò è l'attuale nostro Consiglio di Stato. Era, ripeto, un corpo politico, il quale in talune attribuzioni partecipava della natura del Consiglio di Stato, ma vestiva ancora un'indole tutta sua propria, e in certi casi lo rendevano compartecipe del Governo; sicché è assolutamente impossibile il potere stabilire un'identità fra esso e l'attuale nostro Consiglio di Stato.

PRESIDENTE. II deputato Pasini ha la parola, ed è pregato di dar lettura dei due articoli coi ha accennato il signor Borgatti.

Pasini. Perdoni la Camera se devo tediarla ancora, ma devo dar lettura anche di questi articoli. Ecco il preambolo:

Visto nel nostro manifesto del tS luglio corrente fu annunziato sarebbe stata costituita quanto prima una rappresentanza centrale, e nel frattanto,

per circondarci fin d'ora dei lumi d'uomini rappresentino l'opinione del paese, venne ordinata la formazione di un Consiglio di Stato;

«Decretiamo:

i° È istituito un Consiglio di Stato

si compone di quindici consiglieri scelti dal commissario straordinario sopra note presentate dai gerenti delle sezioni governative, e formate dai nomi proposti dalle Giunte provinciali;

2° Il Consiglio di Stato sarà presieduto dal commissario straordinario, o da quello dei gerenti delle sezioni governative ch'egli sarà per destinare;

3° I consiglieri dovranno avere oltrepassato l'anno trentesimo di loro età;

«W I gerenti delle sezioni governative, o in loro vece i rispettivi segretari generali, potranno intervenire alle adunanze del Consiglio di Stato;

«5° Il Consiglio di Stato potrà essere richiesto del suo parere sopra i progetti di legge e sopra qualunque questione gli sia sottoposta dal commissario straordinario. Potrà ancora essere incaricato di compilare i progetti di legge.

6° I consiglieri di Stato adempiono le loro incombenze o riuniti in adunanza generale o divisi in sezioni.

Pregherei il deputato Borgatti di dirmi se ho da leggere altro.

BORGATTI. Sì, fino all'ultimo articolo, perché questo appunto è quello contiene una disposizione, la quale dà un carattere speciale a questo Consiglio.

PASINI. In seguito adunque il decreto, dopo di aver fissalo il numero delle sezioni e le norme delle riunioni, dopo avere stabilite le funzioni del segretario generale, le quali sono affatto diverse da quelle dei consiglieri, dice all'articolo 10:

«Nelle disposizioni governative si farà menzione, se furono emanate, riportato «parere del Consiglio di Stato. Sempre il parere.

Art. il. In casi d'urgenza, e fino a

il paese non avrà la rappresentanza centrale, annunziata dal manifesto del 18 corrente, potrà il Consiglio di Stato, ottenuta l'autorizzazione del commissario straordinario, rendersi interprete dei voti e dei bisogni delle popolazioni di queste provincie.»

Da questo ultimo articolo emerge vieppiù confermato le attribuzioni date al Consiglio sono meramente consultive, anche perché esso Consiglio non fa rendersi interprete dei voti e dei bisogni, e, ciò facendo, non credo faccia alto legislativo.

BORGATTI. Prego il preopinante di leggere ancora l'articolo riguarda le attribuzioni del segretario generale, ove sta scritto egli una dipendenza dal commissario straordinario, rappresentante del Governo.

PASINI. «Al Consiglio di Stato (ecco l'articolo 9) è addetto un segretario generale, il quale assiste alle adunante generali, ne redige le deliberazioni, distribuisce, sia al Consiglio, sia alle sezioni, le materie rimesse dal commissario straordinario, e si occupa della corrispondenza subordinatamente al Consiglio.

È vero il segretario generale distribuisce, sia al Consiglio, sia alle sezioni, le materie rimesse dal commissario

PRESIDENTE. Se non vi sono opposizioni, è approvata la chiusura della discussione.

Il relatore ha diritto di aver ultimo la parola.

DEL 25

una volta a sei deputati contro sei, l'ufficio, dopo tre giorni di attenta e lunga discussione, ha votato alla maggioranza di nove voti contro quattro in favore della convalidazione dell'elezione.

La Camera può certamente mettere da parte il voto dell'ufficio, ma era necessario essa ne avesse conoscenza.

PRESIDENTE. Metto ai voti le conclusioni dell'ufficio sono per la convalidazione dell'elezione del collegio d'Imola in persona dell'avvocato Carlo Rusconi.

(Non sono approvate, e l'elezione è annullata.)

GRELLA, relatore. Il V uffizio ha esaminata l'elezione avvenuta il di 7 corrente mese nel collegio di San Giorgio la Montagna.

Questo collegio è diviso in sei sezioni, e conta 1660 elettori inscritti. Quelli intervennero all'elezione furono in numero di 799, dei quali 690 diedero il loro voto al signor Nicola Nisco, a D'Onofrio Pasquale 90; voti dispersi 18, nulli 1. La sezione di Pietradefusi però non procedette alla votazione, o almeno mancano i verbali.

Questa sezione ha 202 elettori, talché l'assenza dei medesimi non altera punto il risultato dell'elezione, giacché il signor Nisco ha riportato il terzo del totale degli elettori inscritti e quasi l'intero dei presenti.

Il signor Nisco, la cui precedente elezione fu annullata perché trovavasi direttore del dicastero di agricoltura e commercio in Napoli, diede la sua demissione da tal carica, la quale demissione fu accettata da S. A. il luogotenente di quelle provincie il 36 marzo, prima cioè si procedesse all'elezione.

Niun reclamo poi è insorto, e niuna protesta; tutti gli atti sono in regola; perciò l'ufficio V, per mezzo mio, vi propone la convalidazione dell'elezione del signor Nicola Nisco a deputato del collegio di San Giorgio la Montagna.

(È approvata.)

MACCHI, relatore. A nome del VII ufficio riferisco sull'elezione del collegiodi Afragola. Il numero degli elettori è di 771; quello dei votanti fu di 537.

Il signor Pisanelli ebbe fin dal primo scrutinio voti 365, il professore Mandoj-Albanese 156; gli altri 16 andarono dispersi. Quindi il signor Pisanelli avendo avuto il numero dei voti richiesto dalla legge per essere deputato, l'ufficio VII vi propone la convalidazione della sua elezione, non essendovi difficoltà alcuna.

(La Camera approva.)

RUSCHI, relatore. A nome del IX ufficio ho l'onore di riferire alla Camera sull'elezione del 7° collegio di Napoli.

Questo collegio consta di quattro sezioni; gli elettori inscritti sono 823

Alla prima votazione nessuno dei candidati ottenne un numero sufficiente di voti, poiché il duca di S. Donato ebbe solo voti 167, il signor Aurelio Saliceti 100, Ventriglia Francesco 28; voti dispersi 51, nulli 13. Si addivenne quindi al ballottaggio tra il signor duca di San Donato ed il signor Aurelio Saliceti. Votarono 357 elettori.

Il duca di San Donato ottenne voti 179 e il signor Aurelio Saliceti 176; furono dichiarati nulli 2. Fu quindi proclamato deputato il duca San Donato.

Le operazioni sono tutte regolari; quindi, a nome del IX ufficio, propongo alla Camera venga convalidata questa elezione.

(La Camera approva.)

LETTURA DI UN DISEGNO DI LEGGE DEL DEPUTATO MIRABELLI PER L'ORDINAMENTO GIUDIZIARIO NELLE PROVINCIE NAPOLETANE.

PRESIDENTE. Tutti gli uffici hanno ammessa la lettura del progetto di legge presentalo dal signor Giuseppe Mirabelli, così concepito:

«Art. 1. L'esecuzione dell'ordinamento giudiziario e delle leggi di procedura penale, pubblicate con decreti del 17 febbraio per le provincie napolitane è prorogata al 1° gennaio 1862. Ben vero, anche venuto tal termine, la cognizione dei reati punibili con pena correzionale continuerà ad appartenere ai giudici di mandamento sino al definitivo ordinamento dello Stato, e l'appello avverso le loro sentenze, sono per legge appellabili, sarà prodotto innanzi al tribunale del circondario, nella cui giurisdizione il mandamento è situato.

«Art. 2. Dalla pubblicazione della presente legge comincieranno ad aver vigore in quelle provincie la prima parte dell'Art. 55, il capo Vii del titolo I, ed il capo u del titolo III dell'additato decreto.

Favorisca il signor Mirabelli d'indicare il giorno in cui desidera di sviluppare il suo progetto.

MIRABELLI. Quando la Camera lo creda.

PRESIDENTE. Allora dopo le materie sono all'ordine del giorno.

MIRABELLI. Si compiaccia di fissare il giorno sin da questo punto.

PRESIDENTE. In tal caso faccia una proposta, perché bisognerebbe invertire l'ordine del giorno. Mirabelli. Allora s'intende fissato dopo le materie sono all'ordine del giorno.

INCIDENTE SULL'ORDINE DEL GIORNO.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno recherebbe ora la continuazione della discussione sull'interpellanza al ministro pei lavori pubblici circa la strada ferrata da Savona a Torino.

Do la parola al deputato Massari sull'ordine della discussione.

MASSARI. Ieri, a motivo dell'ora tarda e dello scarso numero dei deputati erano in quest'aula, non potei fare la mozione intendo di fare quest'oggi.

Io vorrei pregare la Camera ad invertire per un momento l'ordine delle sue deliberazioni, ed a dare la priorità immediatamente alla discussione sul disegno di legge relativo alla durata del servizio dei corpi distaccati della guardia mobile.

L'opportunità e l'urgenza di questo disegno di legge mi paiono incontrastabili. La Commissione eletta dagli uffici per esaminarlo se ne è penetrata, e per questo motivo si astenne,

Né parmi questo progetto possa dare luogo a discussione, e quindi prego la Camera a decidere di occuparsene immediatamente, prima di procedere alla continuazione della discussione sollevata dall'interpellanza per la ferrovia di Savona.

DEPRETIS. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Parli.

DEPRETIS. Non posso astenermi dal far notare alla Camera sta dinanzi agli uffici, in questo stesso giorno, il disegno di legge stato presentato dall'illustre generale Garibaldi, relativo alla guardia mobile.

702 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL

Ora io temo l'entrare immediatamente nella discussione di questo progetto di legge non venga a pregiudicare quell'altra discussione più ampia si dovrà intraprendere quando verrà presentato quello schema di legge.

Io quindi sarei per un sistema diverso, anzi affatto contrario a quello proposto dall'onorevole Massari; vorrei, cioè, riunire la discussione di questi due progetti, rimandandola a quando sarà presentata la relazione su quello stato proposto dall'illustre generale.

Tuttavia, quando la Camera credesse di non dover prescindere dalla discussione del disegno di cui ora si tratta, io vorrei fosse ben inteso questa discussione non potrà pregiudicare quella più estesa si dovrà aprire sul disegno di legge relativo all'armamento nazionale.

PRESIDENTE. Il deputato Pepoli Gioachino ha facoltà di parlare.

PEPOLI GIOACHINO. Ho dimandato la parola, perché la Commissione incaricata dell'esame di questo progetto essa pure veduta la difficoltà alla quale oggi accennava l'onorevole Depretis e stimò opportuno chiamare il ministro nel suo seno a questo proposito. Il ministro dichiarò non avere nessuna difficoltà di accettare la discussione fosse rimandala allorquando si tratterà la discussione del progetto di legge presentato dal generale Garibaldi, ma ai membri della Commissione parve di ravvisare l'urgenza di questa legge fosse manifesta sovratutto dopo le dichiarazioni dell'onorevole ministro, sarebbe forse stato necessario di mobilizzare subito alcuni corpi di guardia nazionale per essere mandati nelle provincie meridionali.

Ora, era evidente questa legge conveniva farla prontamente.

La legge del generale Garibaldi sarà discussa per urgenza, Io spero e lo desidero, ma, per quanto sia breve la discussione, essa durerà qualche tempo.

Oggi è urgente di organizzare immediatamente questi corpi distaccati; e se questi corpi devono andare in Toscana o nelle provincie meridionali, è cosa evidente un mese solo di tempo non è sufficiente, perché, se si calcola il tempo ci vuole per andare e per tornare, sarebbe inutile Io inviarli.

Io quindi credo d'interpretare il sentimento della Commissione aderendo pienamente alla proposta dell'onorevole Massari e domandando alla Camera di voler subito discutere la legge sui corpi distaccati della guardia nazionale.

PRESIDENTE. Il deputato Bixio ha facoltà di parlare.

BIXIO. Non dirò poche parole su questo argomento, contrariamente all'opinione emessa dal deputato Massari ed appoggiata dall'onorevole Pepoli.

Soltanto una cosa mi sta a cuore: io vorrei il Ministero dichiarasse alla Camera esplicitamente il progetto del generale Garibaldi non si troverà per questo in nulla pregiudicato,

Molte voci. No! no!

PEPOLI GIOACHINO. Lo ha già dichiarato il ministro.

BIXIO. Perfettamente, ma le dichiarazioni ripetute mi paiono migliori.

CASARETTO. Aggiungerò una sola osservazione a ciò ha detto il deputato Pepoli, la quale risponde alle obbiezioni fatte dal deputato Depretis e rinnovale dal deputato Bixio, cioè, nella nuova relazione, per incarico espresso avutone dalla Commissione, è detto precisamente con questa legge non s'intendeva per nulla pregiudicato il progetto del deputato Garibaldi; anzi ci eravamo astenuti

dal proporre altre riforme a questa legge, le quali però si credevano urgenti e necessarie, appunto perché credevamo

si potevano queste comprendere nel progetto presentalo dal deputato Garibaldi.

Avevamo detto il carattere di questa legge era semplicemente l'urgenza, per le cose delle poco fa dal deputato Pepoli, perciò fosse del pari urgente il progetto del deputato Garibaldi; ma siccome questo comprendeva molti articoli, epperciò molle questioni, si poteva prevedere non sarebbe stato discusso e votato in un tratto di tempo cosi breve, da portare lo scioglimento prematuro di quei corpi di guardia nazionale si trovano già mobilizzati, e non sarebbe forse stato votato in tempo, perché il Ministero potesse mobilizzare altri battaglioni, di cui avesse bisogno prontamente, sotto l'impero di questa nuova legge si voleva votare.

In questo senso adunque, essendo ben inteso non resta per nulla pregiudicato il progetto del deputato Garibaldi, in quanto questo progetto è urgente e ne è sentito il bisogno, in questo senso io credo sarà utile di accettare la proposta Massari, e di passare immediatamente alla votazione del progetto di legge indicato.

PRESIDENTE. Il deputato Castagnola ha facoltà di parlare.

CASTAGNOLA. Osservo è ora assente il ministro dell'interno, è quello ha presentato il progetto di legge; e dico questo perché, per quanto io non mi opponga a si discuta fin d'ora quella legge, non posso dispensarmi dal fare qualche osservazione sul merito della legge medesima; quindi, a meno non vi sia qualche altro dei suoi colleghi voglia sostenere la discussione, io credo non si possa in questo momento procedere alla discussione ed alla votazione della legge.

PRESIDENTE. La Presidenza dichiara appena si parlò di questa discussione, l'ufficio si fe' carico di mandare ad avvertire il ministro dell'interno, pregandolo perché intervenisse alla come il medesimo già dichiarato in anticipazione essere sua intenzione, se fosse venuto in discussione questo progetto di legge.

DI CAVOUR C., presidente del Consiglio. Io non mi oppongo a si voti questa legge prima delle interpellanze o degli altri progetti di legge; ma mi pare non si debba intervertire l'ordine naturale delle cose, il quale stabilisce le relazioni sulle elezioni hanno sempre la priorità. È di diritto comune chi ha le sue carte in regola debba essere giudicato. (Si ride.)

Una voce. Non si tratta di elezioni!

DI CAVOUR C, presidente del Consiglio. C'è l'elezione di Avigliana; quell'infelice eletto (Ilarità) si trova nella condizione di accusato da molto tempo.

Il processo è istruito; a me pare la Camera debba portare il suo giudizio; e poi dopo si discuterà il progetto di legge si è accennato; e, quanto a questo, io mi rimetto interamente al giudicio della Camera.

PRESIDENTE. Vi sono due proposte per invertire l'ordine della discussione.

Il deputato Massari propone anzitutto sia discussa la legge relativa alla durata del servizio dei corpi distaccati della guardia nazionale. Il presidente del Consiglio poi propone prima si discuta la elezione del deputato Genero, fatta dal collegio di Avigliana.

Infatti la Camera stabilita la di giovedì per discutere di quella elezione; quindi prima metto a partito la proposta del deputato Massari, debba anzitutto essere discusso il progetto di legge sulla durata del servizio dei corpi distaccati della guardia nazionale.

(È rigettata.)

DEL 25

Quelli intendono si debba sin d'ora discutere intorno alla relazione sull'elezione del deputato Genero, vogliano alzarsi.

(La Camera approva.)

MASSARI. Parmi se la Camera vuol permetterlo, e l'onorevole presidente del Consiglio non dissente, subito dopo la discussione dell'elezione del collegio di Avigliana potrebbe aver luogo la discussione del progetto di legge da me accennato.

Voci. No! no!

PRESIDENTE. Domando alla Camera se intenda approvare la proposta del deputato Massari, cioè, dopo la discussione sull'elezione del collegio di Avigliana debba immediata mente discutersi la legge, della quale più volte abbiamo fatto parola.

CHIAVES. Domanderei uno schiarimento. S'intende forse saranno sospese le interpellanze dell'onorevole deputato Pescetto?

PRESIDENTE. Questo è l'intento del deputato Massari, cioè, la legge relativa al prolungamento della durata del servizio dei corpi distaccati della guardia nazionale debba essere discussa prima venga ripresa la discussione delle interpellanze Pescetto.

CHIAVES. Non parmi conveniente, se non vi è una necessità mollo più dimostrata di quella di cui si è parlato, d'interrompere ora la discussione di quelle interpellanze, tanto più mi pareva le interpellanze relative alla ferrovia di Savona non potevano più andare molto in lungo; mentre, invece, se fossero riprese dopo la discussione proposta dal deputato Massari, molte cose sarebbero ripetute, ed avrebbero luogo dissertazioni mollo più lunghe non vorrebbe la Camera.

PRESIDENTE. S'intende quelli, i quali sono dell'avviso del deputato Chiaves, respingeranno la proposta del deputato Massari; quindi io pongo ai voti la proposta

MASSARI. Permetta, signor presidente; parmi tutto quello siamo venuti dicendo finora sia perfettamente inutile, perché rimane l'ordine del giorno tal qual è. All'ordine del giorno è portata, in secondo luogo, la discussione relativa all'elezione del collegio di Avigliana, e prima il seguito delle interpellanze Pescetto, poi un'altra proposta. A me pare aver inteso la proposta dell'onorevole presidente del Consiglio nel senso immediatamente dovesse aver luogo la discussione relativa all'elezione del collegio di Avigliana.

PRESIDENTE. Questo fu già deliberato dalla Camera. Ora si tratta di vedere se essa, invertendo ancora il suo ordine del giorno, intenda accettare la proposta del deputato Massari, si discuta, cioè, dopo l'eiezione del collegio di Avigliana la legge sul prolungamento della durata del servizio dei corpi distaccati della guardia nazionale.

PETRUCCELLI. Si segua l'ordine del giorno!

PRESIDENTE. Pongo ai voti questa proposta del deputato Massari. (Non è approvata.)

Prego il signor Serra, relatore dell'elezione del collegio di Avigliana, di venir alla tribuna.

MASSARI. Scusi, se insisto (Rumori); ho un'altra osservazione a fare per chiarire la cosa.

Le interpellanze al signor ministro dei lavori pubblici sono complesse; vi sono interpellanze sulla ferrovia di Savona ed altre per una ferrovia lombarda. Io prego la Camera di decidere.

Voci. Ma se è deciso!

MASSARI. ...quando avrà luogo la discussione della legge sulla guardia nazionale, se in mezzo alle due interpellanze o dopo.

PRESIDENTE. Domando alla Camera se, dopo le interpellanze relative alla ferrovia di Savona, intende abbiano luogo quelle relative alla proposta del deputato San Severino. (Si! si!)

(La Camera delibera affermativamente.)

APPROVAZIONE DELL'ELEZIONE DI AVIGLIANA.

PRESIDENTE. Prego il deputato Serra Francesco di venire alla ringhiera per la elezione del collegio di Avigliana, nella persona del signor Genero.

La Camera ricorda l'altro giorno fu già letto il rapporto relativo all'inchiesta fattasi sopra quest'elezione.

Domando ora se vi abbia alcuno intenda di perorare o in favore o contro di quest'elezione.

Se non v'è alcuno intenda prendere la parola, pongo ai voti le conclusioni dell'ufficio come la Camera già sa, sono per il convalidamene di quest'elezione.

Chi approva le conclusioni, si alzi.

(La Camera approva.)

SEGUITO DELLA DISCUSSIONE SULLE INTERPELLANZE RELATIVE ALLE FERROVIE DI SAVONA E DI CREMONA.

PRESIDENTE. Segue la discussione sull'interpellanza relativa alla ferrovia da Savona a Torino.

Il ministro dei lavori pubblici ha facoltà di parlare.

Peruzzi, ministro dei lavori pubblici. Ieri, al fine dell'adunanza, io chiesto di parlare per tentare di porre termine ad una discussione mi pareva inutile, nel caso la Camera fosse disposta a far buona accoglienza agli argomenti io dedotti nel mio primo discorso.

Per quanto grandi e sincere fossero le dimostrazioni d'interesse ch'io manifestate per una seconda ferrovia da Torino al mare, pur non ostante io non potuto tacere nelle condizioni attuali mi pareva difficile si potessero trovare degl'intraprenditori per questa linea, a meno di aumentare notevolmente i sussidi o i sacrifizi d'altra maniera il Governo dovesse fare per tale impresa.

Parevami quindi fosse superflua una discussione intorno alla scelta di questa o quella linea per mettere in comunicazione Torino col mare della Liguria occidentale.

Avendo tuttavia veduto anche dopo le mie osservazioni, continuavano alcuni a proporvi la linea ii Savona, al

Esporrò quindi brevemente alla Camera quale è lo stato della questione.

704 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL

si pronunziò all'unanimità per la preferenza da darsi alla linea di Savona. Inoltre, ad una maggioranza molto notevole, credo di otto su nove voti, dichiarò tenuti a calcolo i confronti fatti coi risultati della linea di Genova, motivo di argomentare l'interesse del 5,65 per cento fosse sperabile sul capitale necessario a mettere in esercizio questa strada.

Dopo tali dichiarazioni della Commissione, il Ministero vide chiaro come fosse impossibile di trovare privati attendenti, i quali, colla sola speranza del lucro ricavabile dall'impresa, potessero dar opera all'attuazione di questa strada.

Quindi pose avanti il sistema dei sussidi, e con una legge già presentata al Parlamento, e poi promulgata dai pieni poteri, fu accordato un sussidio di quattro milioni ad una società rappresentata dal signor Gombert.

Questa società essendo decaduta dalla concessione, si presentarono altri, e pareva con una sovvenzione di sei milioni dati dal Governo, e qualche altro sussidio accordato dai vari corpi morali interessati, sarebbesi dato opera all'impresa; ma forse per la peggiorata condizione del credito non è stato possibile dar seguito a questa pratica, e sono stati domandati 15 o 14 milioni di sussidio.

In questo stato di cose il Governo, come già dissi ieri, essendo sotto il peso di molte imprese di strade ferrate sono assai più urgenti, non credè di poter allargare maggiormente la mano, almeno allargarla tanto quanto nelle condizioni attuali sarebbe necessario per dar vita all'impresa di cui parliamo.

Questa impresa potrà giungere al suo carattere di grande importanza per queste interessanti provincie, per la città di Torino, e più ancora pell' interesse generale, quando, come fu ieri osservato, sarà compiuto il traforo del Moncenisio.

I lavori preliminari per il traforo del Cenisio, anzi i lavori veramente del traforo, mercé l'applicazione della preziosa invenzione, è dovuta ad un nostro collega e ad altri distinti ingegneri, sono adesso spinti innanzi in guisa da farci assai sperare, e, direi quasi, tener per fermo nel corso della campagna attuale, riuscendo di completamente installare tutti gli apparecchi necessari, si potrà pronunziare con molta approssimazione l'epoca, nella quale quest'opera gigantesca potrà essere ultimata. Io credo allora sarà veramente opportuno il discutere di questa strada di ferro, e allora molto più facilmente, e l'industria privata vi rivolgerà i suoi capitali, ed il Parlamento potrà essere indotto ad usare colla necessaria larghezza del credito dello stato per favorirla.

Quindi io sarei d'opinione oggi una discussione in questo proposito non potrebbe avere alcuna importanza pratica.

Se il Parlamento crede d'impegnare il credito dello Stato fin d'ora in quest' impresa, al di là dei limiti il Ministero schiettamente ha segnati, siccome quelli attualmente non sarebbero da oltrepassare, sta bene l'occuparsene.

Il ministro dei lavori pubblici non domanda di meglio dar vita a grandi imprese di questo genere; ma, in coscienza, debbo ripetere nel momento attuale, non lo crederei opportuno. E sembrami il discutere oggi di questa linea, il discutere delle altre potrebbero essere preferibili, mentre varrebbe ad illuminare l'animo del ministro, il quale accoglierà molto volentieri nel suo gabinetto chiunque brami conferire su tale argomento, e gliene sarà riconoscente, riuscirebbe a far spendere al Parlamento un tempo può essere molto più utilmente impiegato.

Devo dunque dichiarare nelle condizioni attuali la questione di una linea ferrata da Torino al mare si trova, non dirò pregiudicata, ma certamente molto più risolta da uomini tecnici e da una Commissione composta di soggetti riputatissimi, in favore della strada ferrata di Savona.

Il Ministero, non è certamente legato da questa deliberazione della Commissione ho testé ricordata, e molto più il Parlamento il quale non lo è in nessun modo, potranno accogliere tutte quelle indicazioni verranno date dai partigiani della strada ferrata d'Oneglia: e se, per caso, per le mutate condizioni dei tempi, per le cambiate circostanze del nostro paese, per nuove notizie, per avventura fossero sfuggite alle indagini precedentemente fatte, noi avessimo argomenti sufficienti per preferire questa nuova linea, sarebbe fare ingiuria al Ministero ed al Parlamento il credere volessimo chiudere gli occhi alla luce, e non vedere questi miglioramenti; ma, nelle condizioni presenti, ripeto, questa discussione mi parrebbe inopportuna, né io potrei fare dichiarazioni diverse da quelle risultano dal rapporto della Commissione, il quale, a dir vero, e per il modo onde è fatto, e per la coscienza vi portarono gli uomini onorevolissimi e autorevoli vi presero parte, mi pare venga a conclusioni molto importanti e tali da esercitare una grande influenza sull'animo di chiunque prenda ad esaminare questa quislione.

Ultimamente, quanto alla strada ferrata d'Oneglia, fu, come avvertirà l'onorevole marchese Di Cavour, presentato al mio predecessore un progetto, il quale, sebbene patrocinato da onorevolissimi nostri colleghi, non è, industrialmente, d'una grande importanza. Il promotore di questa strada è un certo signor ingegnere Lue, il quale ha una concessione di una strada ferrata a cavalli da Cremona a Piacenza per Monticelli. Questa concessione, è stata fatta già da molto tempo, e non è di grande entità per la spesa richiesta all'uopo, non ha ancora avuto vita per mancanza di capitali. A dire il vero, mi pare difficile se questo concessionario non ha potuto dar vita a questa piccola impresa, possa attivarne una grande come è quella della strada ferrata da Torino al mare.

Quanto alla città di Mondovi, di cui ieri parlava un onorevole deputato, io credo l'attenzione del Ministero e del Parlamento dovrà portarsi sopra quest'importante città, la quale sarebbe ben disgraziata, se, avvicinata allora da varie ferrovie, non si trovasse in condizione da veder soddisfatti i suoi interessi. Se qualche cosa avvi a dire sulla strada ferrala da Torino a Savona quale fu decisa dalla Commissione, forse sarebbe intorno alla convenienza di far venire la ferrovia direttamente fino a Carmagnola, oppure di farla andare a Fossano in mqdo da poter servire o direttamente o con una diramazione la città di Mondovi.

Per conseguenza credo questo punto meriti un'attenzione, non uno studio specialissimo; ed io non potrei far altro pregare la Camera a non voler prolungare una discussione, la quale, nelle condizioni attuali, non avrebbe alcun risultato pratico, perché non potrebbe pregiudicare quelle trattative poi si facessero dal Ministero con una società privata per quella linea conciliasse gl'interessi dei concessionari e del Governo, e molto meno poi potrebbe pregiudicare le deliberazioni del Parlamento, quando gli si portasse avanti un disegno di legge. Quindi mi pare più conveniente rimandare la discussione a quell'epoca.

PRESIDENTE. Il deputato Buio ha facoltà di parlare.

DEL 25

BIXIO. L'onorevole ministro dei lavori pubblici ha messa ieri la questione in termini tali, io credo sia necessario intenderci bene; perché, dal momento si fa un paragone tra le strade ferrate ed i fucili, io naturalmente prendo i focili e lascio le strade ferrate. (Si ride)

Havvi però una questione stata sollevata dall'onorevole marchese Di Cavour, sulla quale assolutamente non posso dispensarmi dal rispondere. Se io accettassi quanto egli disse senza dargli una risposta, i marinai ed i Genovesi mi direbbero io sono stato ventisei anni nella casa dell'onorevole Di Cavour, invece di essere stato sul mare.

Io ho detto e lo sostengo il porto di Savona è l'unico noi abbiamo nella riviera di ponente. Senza essere un ingegnere, od un grand'uomo, dico un porto deve avere almeno queste due qualità: tranquillità d'acqua, profondità.

Ora, io desidererei dei porti ce ne fossero cento; se io eolla mia voce potessi fare in modo si creassero i porti come Dio ha creato il mondo, lo farei subito.

Ma effettivamente non ce ne sono altri.

Porto Maurizio non è porto propriamente detto; si dice ci sono stati fino a mille bastimenti; saranno stati mille battelli. (Si ride)

Ma bisogna vedere cosa s'intende per bastimenti, perché ci sono molti danno il nome di bastimenti ai vascelli, e gli uomini speciali sanno cosa s'intenda per vascello; è una cosa ben diversa.

Dunque nella riviera di ponente non abbiamo nessun altro porto all'infuori di quello di Savona.

10 non posso ammettere di essermi sbagliato. Io non ho detto il porto di Savona sia il porto di Tolone, di Cherbourg, di Brest, e via dicendo; ma io dico è un porto dove ho veduto caricare bastimenti di 600 tonnellate di carbone.

Ora, io so i vapori da Genova vanno a Porto Maurizio hanno una immersione niente maggiore di sei piedi, e quindi un porto dove non si ha sei piedi d'acqua, io domando porto sia.

Si potranno fare degli altri porti in avvenire; ma questa è quistione di milioni; e tutte le volte il ministro mi dice ha bisogno di milioni per comperare fucili, io gli dico: comperateli, a preferenza di scavar porti.

Il signor ministro dice l'Italia ha bisogno di strade di comunicazione interna. Capisco prima di unire i porti coll'interno del paese, è meglio unire i popoli fra loro, e fra gli altri quelli dell'Italia meridionale; e poi vengono le strade dal mare tendono all'interno, e non solo nella valle del Po, ma dalla valle del Po passano le Alpi e vanno nelle valli del Reno e del Danubio.

Quello non poteva lasciar passare senza replica era si dicesse io ammetteva come cosa provata il porto di Savona non è un gran porto, e fosse preferibile quello di Oneglia.

Io francamente dico se il marchese Di Cavour ha denari molti per fare una strada per poter andar a prendere i bagni, è ben padrone; ma per andare in un porto dove si fanno operazioni commerciali è un altro affare, e si deve preferire il porto di Savona, anche dal lato militare.

Il deputato Airenti ba detto i motivi si fanno valere per la ferrovia di Savona, me lo permetta, non hanno base speciale.

Queste cose possono dirsi alla Camera, ma io, per parte mia, non le posso lasciar passare. È padrone il deputato Airenti, a cui io auguro tutti i porti del mondo, di considerare il porto di Oneglia qualche cosa d'importanza; ma esso è quello noi chiamiamo uno sfogo; non è un porto.

Questo è tutto quello voleva dire.

PRESIDENTE. Il deputato Petitti ha facoltà di parlare.

PETITTI. Era mio desiderio si evitasse la gara è nata ieri fra i deputati dei collegi, i cui interessi locali sono in opposizione; e per questo avrei posta di buon grado la mia firma ad un ordine del giorno più largo di quello proposto dall'onorevole Pescetto.

Siccome però la questione è sorta, e la discussione s'avviò, era mia intenzione di prendere la parola per muovere alcune osservazioni sopra gli argomenti furono addotti ieri, e per ristabilire la questione sul suo vero terreno. Ma, dopo le parole dell'onorevole ministro dei lavori pubblici, quali ci fece intendere questa discussione non avrà risultato pratico, dacché non è disposto ad appagare i nostri desiderii, e crede anzi sia lontano il tempo in cui potremo veder decretata questa ferrovia, per risparmiare alla Camera il suo preziosissimo tempo, tralascio di esporre quello intendevo dire relativamente alle opposizioni fatte all'ordine del giorno Pescetto.

Non posso però lasciar passare inosservata una teoria esposta dal ministro dei lavori pubblici nella seduta di ieri.

Egli ci disse: quando si operò la felice unione di quasi tutta l'Italia in un sol regno, il Piemonte una rete di strade ferrate quasi compiuta. Se esso avesse continuato a rimanere separato dal resto d'Italia, avrebbe potuto por mano alla costruzione di strade ferrate secondarie, a suo avviso; ma ora l'unione è venuta, bisogna abbandoni questo pensiero, bisogna si adatti a veder prima compiuta tutta la rete principale delle altre parti d'Italia prima s'inizi la benché menoma nuova strada sul suo territorio.

Io mi permetto di osservare al signor ministro dei lavori pubblici se gli antichi Stati hanno una rete, se la sono fatta con danaro proprio, se la sono fatta con sagrifizi immensi, sottoponendosi perciò a pesi ed imposte, dalle quali andarono e sono tuttora esenti la maggior parte delle altre parti d'Italia.

Gli antichi Stati sono disposti a concorrere largamente a tutte le opere occorrono nel rimanente d'Italia, e non saranno sicuramente parsimoniosi dei danari contribuiscono in larghissime proporzioni nel pubblico erario; ma io amo di andar persuaso i deputati delle altre parti d'Italia sono felicissimi di poter concorrere anch'essi in ciò possa essere di vantaggio all'antico Piemonte, e tra queste opere io credo ci sia la ferrovia di Savona, la quale, per quanto si voglia dire, non è d'interesse secondario, ma fa sistema e complemento al traforo del Moncenisio, e nessuno per certo vorrà sostenere l'opera gigantesca del traforo sia d'interesse locale, parziale e non generale.

Ieri si parlò molto di strategia, parola della quale, a mio avviso, molto si fa abuso; come militare desidero di esporre il mio avviso al riguardo.

L'onorevole marchese Di Cavour disse se la strada

706 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL

Io contesto grandemente questa opinione; tutti sanno Napoleone I ha fatto di Alessandria una delle piazze più importanti del suo vastissimo impero. Alessandria è e sarà sempre una posizione militare di grandissima importanza, e ogni linea la metta in comunicazione con altre egualmente importanti è, checché se ne voglia dire, eminentemente strategica.

Nell'esame delle condizioni di difesa di un paese non bisogna solamente badare ad un lato, né fare una sola supposizione. Nello stabilire un sistema di difesa bisogna considerare tutti i lati e fare tutte le supposizioni di eventualità probabili. Nell'opinione del marchese Di Cavour, davanti ad Alessandria, verso oriente, evvi una prima linea di difesa, e per ciò egli considera la seconda di poca importanza. Ma fra le varie eventualità potrebbe accadere la prima linea fosse forzata, ed in questo caso si è fortunatissimi di averne una seconda.

PERUZZI, ministro pei lavori pubblici. Dirò poche parole per rettificare alcune cose dette dall'onorevole Petitti.

lo non ho detto sia lontana l'epoca nella quale si dovrà pensare alla strada ferrata da Torino al mare; non ho detto si debba aspettare tutta la rete ferroviaria italiana sia fatta, si debba aspettare a far questa ferrovia di Savona il momento in cui l'Italia tutta, in fatto di strade ferrate, si trovi nelle condizioni in cui era il Piemonte quando si cominciò a parlare sul serio della ferrovia di Savona, cioè, credo, nel 18S7; questo è lontanissimo dal mio pensiero.

Non discuterò sulle osservazioni fatte dall'onorevole Petitti relativamente alle relazioni fra il Piemonte e le altre parti d'Italia; nessuno più di me è ammiratore dei sacrifici fatti dal Piemonte nell'interesse generale d'Italia, e credevo di averlo ieri abbastanza esplicitamente dichiaralo; dico solamente quando si tratta di reggere la cosa pubblica, bisogna prendere le cose al punto nel quale si trovano nel momento della discussione. Nelle condizioni attuali io credo non convenga abusare del credito del quale abbiamo bisogno per molle altre cose; e vedere qual è la misura nella quale possiamo usarne convenientemente, e fare subilo ciò ci è necessario dentro questa misura. Le cose non urgenti le faremo più tardi.

Riguardo al quando sarà questo più tardi, ciò dipende appunto dalla prudenza nostra, dal modo col quale adopreremo il credito, si rialzerà tanto maggiormente e tanto più presto, quanto più grande sarà la prudenza colla quale ne useremo; e quanto meglio scelte saranno le opere pubbliche nelle quali impiegheremo il danaro dello Stato e l'industria privata verrà a darci la sua mano. In conseguenza non dico l'Italia debba essere in tale o tal altra condizione, relativamente alle ferrovie, ma dico oggi dobbiamo dar vita alle le più importanti, sono quelle alle quali io accennava ieri; non dico si debba aspettare d'averle terminate per incominciarne altre; intendo bene potrà darsi, fra pochissimo tempo, mano alla strada ferrata da Torino al mare, a mio giudizio, è pur essa fra le strade più urgenti per l'Italia. Dissi anche ieri, e lo ripeto quest'oggi, la linea da Torino al mare è una di quelle alle quali il Governo penserà prima ad altre, quanto perché è in relazione con quella passerà sotto il Moncenisio, ed ha cosi un carattere d'interesse generale, quanto perché,

se si trattasse di interessi provinciali, appunto per le ragioni addotte dall'onorevole deputato Petitti, credo

le provincie più interessate a questa strada sono quelle alle quali tutti gì' Italiani rivolgeranno più specialmente il loro pensiero, pei sentimenti tutti abbiamo nell'animo. Ma non posso precisare il tempo.

E ben lontano da me il credere questo tempo sia remoto, perché ho fiducia nell'avvenire d'Italia. Sono convinto il Parlamento ed il Governo, usando con prudente moderazione del credito, usandone solamente per quelle opere possono produrre un vero utile, potranno rialzarlo, e allora, venuti in condizioni favorevoli, potremo eseguire questa strada.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il deputato Valerio.

BIXIO. Mi permetta la Camera di fare un'osservazione.

PRESIDENTE. Può parlare, se si tratta d'un fatto personale.

BIXIO. Non è un fatto personale, ma è una questione di delicatezza per me.

Quando ho parlato, credeva il signor marchese Di Cavour fosse presente.

Siccome vedo non ci è, e se ci fosse stato, m'avrebbe probabilmente risposto, io non vorrei si credesse io abbia parlato perché non c'era

Voci. Oh! No! no i

PRESIDENTE. È una supposizione nessuno può fare. La parola è al signor Valerio.

VALERIO. Le dichiarazioni fatte oggi dal signor ministro dei lavori pubblici, le quali spiegano, se non modificano, quelle io credeva di avere da lui intese nella seduta di ieri, facilitano molto questa discussione, la quale era stata ieri dal ministro condotta sopra un terreno, sul quale poteva essere necessario un maggiore e più importante sviluppo.

L'onorevole ministro dei lavori pubblici ieri detto il voto dato dal Parlamento subalpino, nell'accingersi a trovar modo di effettuare la strada ferrata di Savona, era stata un'opera patriottica; ma sembrava nel fine del suo discorso venire nell'opinione ciò era stato patriottico allora e di alto interesse nazionale fosse invece diventalo di un interesse municipale soltanto e provinciale, dappoiché al Parlamento subalpino successe il Parlamento italiano. L'onorevole ministro, colla dichiarazione oggi fatta, mi chiarisce io male compreso ieri la portata delle sue parole quando io le traduceva nel suesposto senso.

Infatti egli ci dice oggi l'impresa della strada ferrata di Savona è una delle prime a cui lo stato si deve accingere quando abbia soddisfatto alle urgenze maggiori, e quando il credito sia in condizioni tali da potere, con probabilità di buon successo, volgere le forze del paese alle industrie più necessarie.

Io pregherei il signor ministro di notare coll'ordine del giorno del deputato Pescetto non gli si chiede la strada si faccia né domani, né fra un anno; non si domanda altro se non la Camera faccia una dichiarazione, colla quale quest'opinione del Ministero, e di quanti patrocinano caldamente quest'ordine del giorno, l'opinione cioè la strada di Savona è d'interesse generale, d'interesse tale, da indurre il Governo a procurare sia fatta, questa dichiarazione sia sanzionate! dal Parlamento italiano, ratificando cosi (seguo il nesso delle idee del signor ministro dei lavori pubblici) il voto del Parlamento subalpino.

Io sono dell'opinione dell'onorevole signor ministro, quando

DEL 25

Veggo anch'io i sacrifici dovrebbero essere gravi; e d'altra parte, come diceva l'onorevole Bixio, oggi ben altri sacrifici ci sono domandati, di cui non possiamo neppure misurare la portata; ma tuttavia è pur necessario in una questione di tal maniera il Parlamento si pronunci, onde il Governo, in caso fossero per presentarsi speculatori, possa loro dire è disposto, a condizioni discrete, a trattare per l'intrapresa di questa strada.

Io dico questa dichiarazione del Parlamento è necessaria, perché possa il Ministero iniziar trattative, ove se ne presenti il caso.

Mi permetterò ora di dare uno sguardo retrospettivo alla discussione d'ieri per fare qualche osservazione all'onorevole ministro dei lavori pubblici, il quale, dicendoci egli riconosceva ben applicato il voto del Parlamento subalpino rispetto alla strada ferrata di Savona, egli riconosceva ciò come un impegno assunto dal paese, soggiungeva il paese e l'Italia accettavano queste deliberazioni senza inventario.

lo vorrei pregarlo ad avvertire se parliamo di strade ferrate, l'inventario delle provincie subalpine porta una rete di attualmente gettano di prodotto netto in media il cinque per cento della spesa reale, per costrurle si dovette iscrivere nel debito pubblico.

Vorrei pregarlo a notare come l'inventario delle vecchie provincie si è accettato, cosi si doveva accettare (ed io fui fra quelli votarono in questo senso nella passata Legislatura, e il sarò pure fra quelli voteranno secondo lo stesso principio nell'attuale), si doveva accettare, dico, l'inventario delle nuove.

Vorrei ora domandare all'onorevole signor ministro, se l'inventario delle nuove provincie potrà essere nelle condizioni in cui si presenta quello dell'antico regno subalpino.

Questo non è merito delle vecchie provincie, ma del Governo le reggeva, come pelle nuove provincie è un demerito dei loro antichi Governi.

Ciò nulla importa; ma egli è ben certo se noi mettiamo in confronto la rete del Piemonte reti del LombardoVeneto, colla rete centrale, reti toscane e napolitane, noi non troveremo certamente il confronto riesca a favore di queste ultime.

Io non ammetto, mi perdoni il signor ministro vedo accennare ai deputati da cui muoveranno le interpellanze da farsi sulle ferrovie lombarde), io non ammetto le mie parole suonino contro la rete lombarda; io dico solo e confermo l'inventario si doveva accettare tanto per le vecchie, come per le nuove provincie, e per quanto riflette le vecchie provincie, il loro inventario è attivo.

LEOPARDI. Domando la parola.

VALERIO. L'onorevole signor ministro dei lavori pubblici ci ha detto pure, l'avvenire della strada ferrata di Savona sarebbesi solo potuto dichiarare all'epoca in cui egli ci potesse dire con qualche fondamento, la grande opera del traforo del Cenisio sarà possibile

PERUZZI. ministro pei lavori pubblici. Ho detto: precisare il tempo in cui sarebbe finita.

VALERIO, Sta bene; in cui sarà finita. A questo riguardo, io credo mio dovere di prenderne occasione per pregare l'onorevole signor ministro a non voler lasciare il paese sotto l'effetto di cotesta dichiarazione.

L'impresa del traforo del Moncenisio è impresa di grande lena, importa grandi spese, a cui s'interessa l'avvenire del paese commerciale, a cui s'interessa anche la parte, direi, artistica e scientifica del paese.

Come è possibile dall'epoca in cui questi lavori sono condotti sino al giorno d'oggi, non si possa ancora in qualche modo, con presunzioni sufficienti, almeno tali da lasciar avviare le altre imprese da questa dipendono, stabilirne l'epoca di ultimazione? E qui sarebbe forse opportuno d'esprimere il desiderio l'andamento di quest'opera fosse, con resoconti anche periodici, voglio dire di sei in sei mesi, dichiarato al paese. Questo è uno dei più gran problemi siano stati tentati in fatto di meccanica e di costruzioni. L'onore di questo tentativo, e l'onore, io spero, della soluzione di questo problema è dovuto ad egregi ingegneri italiani, dei quali ho il piacere di vederne uno tra i nostri colleghi. Il ministro, spero, si unirà con me nel riconoscere il paese non può a meno di sentire il desiderio di conoscere il progresso di questo lavoro, anche i tentativi, gli errori stessi nel proseguirli sonosi fatti, poiché un uomo, per potente sia il suo ingegno, mettendosi in questa via non può pretendere di non isbagliare, e talvolta, da questi errori commette, egli può raccogliere il mezzo con cui sciogliere il nodo delle difficoltà non previste gli si presentano; nel mentre stesso questi errori dicono al paese il modo in cui si conducono le cose, lasciano pure aperta la via all'ingegno intero della nazione, per sovvenire dei suoi lumi gli egregi uomini ai quali venne affidata quella grande intrapresa.

Una terza considerazione, e sarà l'ultima, rispetto alla ferrovia di Savona.

L'onorevole ministro pei lavori pubblici confrontava la ferrovia di Savona principali ferrovie debbono vincere il grande ostacolo Napoleone I rinfacciava all'Italia, quello, cioè, di essere troppo lunga per poter essere unificata.

Nessuno, io son certo, proporrebbe all'onorevole ministro dei lavori pubblici di abbandonare una qualunque delle ferrovie debbono accelerare la comunicazione delle varie provincie italiane fra di loro, o di posporla ad una linea non avesse questo scopo. Ma io lo vorrei pregare a notare come tutte le principali ferrovie longitudinali sieno fatte o materialmente o virtualmente: materialmente quelle sono già eseguite, virtualmente quelle i cui contratti sono già stipulati.

Noi abbiamo approvata la ferrovia ligure non è lungo tempo. Io stesso dimostrava al Parlamento, nella passata Legislatura, come certamente la rendita della ferrovia ligure non possa produrre il 9 od il 3 percento di quanto si spende; a malgrado di ciò, volontieri ho dato il mio voto perché si procedesse senza ritardo a tradurla in fatto, ancorché si dovesse passar sopra una condizione di cose non mi piaceva nel modo con cui il contratto era fatto, condizione di cose la sua ragione di essere (non voglio con ciò gettare biasimo su quello io stesso ho sostenuto); e questo perché non si frapponesse intoppo alla costruzione di quella linea, della quale io vedeva l'assoluta necessità.

Dopo questa linea, si distende per lungo tratto, a partire dalle nostre Alpi, lungo le coste liguri, a congiungere la rete subalpina reti toscane, abbiamo la ferrovia dell'Emilia, la quale ci conduce a Bologna, dove entriamo nella rete delle ferrovie romane, noi sappiamo concedute, ed il cui inventario dobbiamo pur anche certamente accettare: poi abbiamo la rete toscana; quella le rannoda alla romana; abbiamo la linea maremmana. Tutte queste sono concedute.

Se entriamo poi nelle provincie meridionali, il signor

Queste Adami e Lemmi daranno, se non prendo sbaglio, uno sviluppo di 880 chilometri.

Questi 850 chilometri, costituiscono la linea delle Calabrie e le siciliane, sono, non sussidiate, ma assunte dal Governo. Sono nella stessa condizione o dovranno esserlo le concessioni delle ferrovie delle Puglie, sia quelle fatte alla società Melisurgo, sia quella è pretesa dalla società De la Hante, le quali ci daranno luogo a discutere qualche po' d'imbroglio troveremo nell'inventario vecchio del Governo borbonico dobbiamo anche assumere.

Con tutte queste si avrà la comunicazione fra Napoli e Roma, per due traverse dell'Apennino; una comunicazione diretta fra Napoli e le coste dell'Adriatico; il rilegamento di tutta questa ricca costiera da Ancona fino a Brindisi, e ancora l'altra linea longitudinale da Napoli a Reggio, e perfino le principali ferrovie della Sicilia.

Ma dopo queste io domando, qual è la linea in Italia presenti una maggior somma d'interessi della ferrovia di Savona? Questa linea abbrevia la via allo sbarco sopra un importante mercato estero di un porto importante del Mediterraneo. E qui non posso tacere come mi sia stato carissimo l'udir ieri l'onorevole deputato Bixio, genovese, a propugnare l'importanza del porto di Savona; poiché ricordo trattasi di un argomento nel quale altre volte certe gare municipali sorsero a vedere modo coi loro attriti d'impedire il progresso di un'opera, da cui molto giovamento si aspetta il paese.

La ferrovia poi di Savona raccoglie in sè uno degli elementi mancano al sistema di fortificazione delle vecchie Provincie; il quale, voglia notarlo il signor ministro, sarà ancora per lungo tempo il sistema di fortificazione di tutta Italia; perché la vera base della nostra difesa è nella valle del Po, e la parte più forte e più essenziale di questo sistema sta nella parte superiore di questa valle.

Ora questo sistema non sarà mai completo, se non quando la linea da Casale a Bologna sia legata colla Liguria, colla linea di Savona, e quando sia pure costruita un'altra linea, affretterò coi miei voli, ed appoggerò certamente quando sarà proposta, la linea cioè da Parma deve condurre alla Spezia; ed in questo pure sono lieto di essere d'accordo coll'onorevole generale Bixio.

Conchiudo adunque, coll'ordine del giorno del deputato Pescetto, al quale noi facciamo adesione, ed a cui mi parve essere disposto ad aderire l'onorevole ministro dei lavari pubblici, non si chiede nè oggi nè domani questa strada; si dimanda solo una dichiarazione della Camera, riconosca questa strada, com'è, di interesse generale.

Io non parlo per ora dell'ordine del giorno Ara, finora non venne sviluppato, uè sostenuto. Se viene ad essere propugnato, mi riservo di prendere la parola per parlar contro; perché, per dire una sola ragione, mi pare la interminabile questione, sollevatasi di nuovo per riguardo ad Oneglia, dovrebbe essere oramai definitivamente sciolta, poiché essa fu discussa dal 1831 al ed è già passala per quattro, cinque o sei appelli. Ora, sotto il solo Governo clericale si ammette la indefinita discussione di una questione; ma nella nostra, come nella legislazione di tutti i Governi civili, nessuna questione si vuole protendere oltre il terzo grado di giurisdizione.

Mi pare adunque questa discussione dovrebbe essere finita; ma, se essa si volesse continuare, io mi riservo di prendere la parola.

ARA. Chiedo di parlare per l'ordine della discussione.

PRESIDENTE. II deputato Ara ha facoltà di parlare.

ARA. L'onorevole Valerio ha fatto cenno nessuno ba preso la parola per sostenere il mio ordine del giorno. Io osservo ho chiesto ieri di parlare; ma, siccome vi erano cinque iscritti prima di me, non ho potuto sviluppare il mio ordine del giorno. Ora, siccome quei cinque oratori sono quelli hanno già parlato sull'ordine del giorno dell'onorevole Pescetto, mi pare sia più regolare la Camera mi permeila di dire poche parole sul mio ordine del giorno, perché in tal modo si potrà venire alla votazione dell'uno o dell'altro degli ordini del giorno proposti.

AIRENTI. Domando mi sia permesso di parlare, perché furono fatte delle osservazioni non posso lasciar senza una risposta.

DI CAVOUR C., presidente del Consiglio dei ministri. Io faccio appello agli onorevoli deputati portano un vivo interesse alla strada, non dirò di Savona, se non si vuole pregiudicare la questione, ma alla ferrovia dalla valle del Po al mare, e li prego di por termine a questa discussione.

Se per dibattere una questione, sappiamo tutti non potrà essere decisa attualmente, impieghiamo due giorni; se tutti i deputati, il di cui collegio può essere interessato a questa strada, credono dover prendere la parola, come potremo fare gli affari d'Italia? (Bravo! Si parla vivamente)

Mi permettano: mi pare si sia già abbastanza discusso a questo riguardo, e forse soverchiamente, ed io faccio appello ai deputati caldeggiano l'esecuzione di tale linea, alla quale, non come ministro, ma come deputato, m'interesso anch'io, perché rappresentai anche collegi, ai quali essa riescirebbe vantaggiosa; ma, nell'interesse loro proprio, io li prego di finire, perché altrimenti, se essi credono di aver la Camera più favorevole per questa strada, s'ingannano; la indispongono contro di essa. (Ilarità)

Se si potesse decidere domani la questione, capirei si continuasse a parlare sulla medesima; ma, per una decisione da prendersi fra due o tre anni, se si proseguisse a discorrere, non si farebbe una discussione accademica; quindi formalmente io prego la Camera di votare la chiusura di questa discussione. (Bene!)

Molte voci. Sì! sì! la chiusura!

PRESIDENTE. Domando se la chiusura è appoggiata!

(È appoggiata.)

AIRENTI. Domando la parola per un fatto personale.

Voci. La chiusura!

AIRENTI. Ho chiesto la parola per un fatto personale; mi sono state attribuite parole non ho dette.

PRESIDENTE. Se si limita al fatto personale, ha la parola; altrimenti debbo porre ai voti la chiusura.

AIRENTI. L'illustre generale Bixio ba fraintese le mie parole. Io non ho mai detto nel porto di Porto Maurizio navigano i vascelli; io non ho nemmeno parlato di questo porto. Mi fa piacere però ch'egli ne abbia parlato, perché ciò mi offre l'occasione di rettificare, spero, l'opinione erronea egli ha di quel porto. Ammetto questo porto non corrisponde ancora a tutti i bisogni di un'estesa navigazione; però fin d'ora offre sicuro asilo, non solo ai battelli, ma a bastimenti di una sufficiente portata, vi approdano e fanno operazioni di commercio.

Il disegno di que

PRESIDENTE. Allora bisogna rientrare nella discussione.

Voci. Non si può!

PRESIDENTE. Essendo stata dimandata e appoggiata la chiusura, il debito del presidente è di metterla ai voti. Domando se intenda la Camera di chiuder la discussione. (La discussione è chiusa.)

Sono al banco della Presidenza i due ordini del giorno, dei quali già si è dato lettura ieri; uno del deputato Pescetto, l'altro del deputato Ara. Ora ne sopravviene un terzo del deputato Borsarelli, così concepito:

«Ritenute le dichiarazioni e le riserve del Ministero, la Camera passa all'ordine del giorno.

Questo essendo il più largo, lo metterò per il primo ai voti.

PESCETTO. Domando la parola.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare.

Pescetto Anziché accettare l'ordine del giorno del deputato Borsarelli, propongo io stesso l'ordine del giorno puro e semplice; cosi almeno lo scopo avevano le mie interpellanze resterà meno pregiudicato.

So esiste l'articolo 5° della legge 15 ottobre 1857, il quale prescriveva al Governo di presentare nella Legislatura successiva un progetto di legge portante concessione della ferrovia, della quale abbiamo discusso; il quale articolo di legge, a mio avviso, ha certo molto maggiore importanza, ha un effetto attuale e pratico, superiore a quello dell'ordine del giorno Borsarelli. Quindi, poiché mi sembra il signor presidente del Consiglio sia anche disposto ad accettarlo, io propongo alla Camera l'ordine del giorno puro e semplice.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno puro e semplice avendo la precedenza, lo metto ai voti.

(È approvato.)

L'ordine del giorno reca l'interpellanza del deputato San Severino al ministro dei lavori pubblici.

Il deputato San Severino ha facoltà di parlare.

SAN SEVERINO. Nel fare questa interpellanza, debbo premettere se prendo le mosse da una questione riguarda una città di provincia, dopo le dichiarazioni del signor presidente del Consiglio mi sarei taciuto, se questa questione non fosse di un interesse più generale.

La città di Crema, assai decaduta dalla sua antica floridezza, cominciò a rialzarsi, dallo stato di prostrazione in cui si trovava,

sotto la bandiera nazionale e le libere istituzioni. Ma molta fiducia riponeva Crema, per rialzarsi dall'abbattimento in cui si trovava, nella ferrovia fra Treviglio, Crema e Cremona, la quale dovrebbe essere compiuta col 1° novembre 1863, secondo la convenzione ch'ebbe luogo fra il Ministero e la società delle strade ferrate lombardovenete, la qual convenzione, avendo ottenuto la sanzione dei poteri dello Stato, acquistò forza di legge.

Mi sembra che non possano veramente spandersi le ricchezze intellettuali e materiali se non per mezzo delle strade ferrale; perciò non parrà strano se Crema desidera ardentemente di unirsi alle grandi arterie della civiltà.

Nel caso speciale poi la strada ferrata in discorso presenta per Crema i massimi vantaggi.

Questa strada si volge da un lato a Soresina, ricco mercato di cereali, ed a Cremona, capoluogo della provincia; dall'altro per Treviglio a Milano, centro del sapere in Lombardia ed a Bergamo, e centro dei traffici, i quali potranno prendere molto maggior sviluppo quando sia compiuto il tronco di strada ferrata da Bergamo a Lecco. Anzi quest'ultimo tronco dovrebbe essere condotto a compimento prima di quello di cui io parlo, cioè in luglio dell'anno venturo.

Ma dico il vero mi trovo impacciato in questa cerchia d'interessi municipali..

La strada in discorso è del massimo interesse. Le ricche pianure del Lodigiano, del Cremonese, del Basso Bresciano provvedono di grani la parte montuosa della Lombardia, come i paesi circostanti al lago d'Iseo, le valli di Bergamo, il Comasco, la Brianza e persine la Valtellina. Chi volge uno sguardo alla carta della Lombardia, vede la linea in discorso è forse la più razionale per congiungere le parti montuose pianure.

Di più, questa strada, prolungandosi secondo il progetto stesso da Cremona a Casalmaggiore ed a Parma, si congiungerebbe così alla linea dell'Italia centrale, dove potrebbe ancora congiungersi da Crema per Pizzighettone, per modo le parti montuose della Lombardia, e particolarmente il Bergamasco, ricco di produzioni minerali e di manifatture, potrebbe avere un largo spaccio nell'Italia meridionale.

Dico il vero quando io chiesi di fare la presente interpellanza, quasi esitava, e non mi decisi se non per condiscendenza verso i miei elettori e verso il mio paese. Però, dopo le dichiarazioni fatte dal ministro dei lavori pubblici, il 20 corrente nel Senato, vedo pur troppo si pone in dubbio la costruzione di questa strada già decretata.

Io, per il momento, non voglio estendermi maggiormente; chiedo soltanto spiegazioni in proposito al ministro dei lavori pubblici, il quale, spero, vorrà mantenere la promessa della legge dell'8 luglio 1860.

PERUZZI, ministro pei lavori pubblici. Io non risponderò poche parole all'onorevole deputato Sanseverino.

Qui c'è una legge del Parlamento, votata e sancita da tutti i tre poteri dello Stato; il Ministero non ha un solo dovere, io l'ho già dichiarato al Senato, quello di far eseguire la legge; in conseguenza il Ministero dei lavori pubblici ha agito energicamente presso la società delle strade ferrate lombarde perché gli rimettesse i progetti per le ferrovie da Treviglio a Cremona per Crema, e da Bergamo a Lecco; questi progetti sono stati rimessi, ed in questo momento si trovano presso il Consiglio superiore dei lavori pubblici per il loro esame.

Ripeto quindi ciò ho detto al Senato, i termini assegnati alla società per il compimento di queste opere sono sufficientissimi perché la società

710 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

possa adempiere ai suoi impegni, purché nel corso della campagna attuale abbia messo mano alla fondazione delle opere d'arte sui fiumi non sono di grande importanza, essendovene uno sul Serio per la linea da Treviglio a Cremona, ed un altro, non mi rammento più su qual fiume, per la linea da Bergamo a Lecco.

Sarà cura del Ministero di sorvegliare a chela società faccia quello è necessario per mantenere i suoi impegni, e non mi pare ci siano ostacoli tali in quella costruzione da far ritenere difficile l'esecuzione della legge.

Questo stato di cose, per altro, mentre preclude al Ministero la via a fare altrimenti di quello che la legge ha disposto, non Io impedisce di dar ascolto a quelle proposizioni di miglioramento di una rete ferroviaria che per avventura gli vengano fatte, e credo che il Ministero mancherebbe ai suoi doveri se, quando gli vengono presentati dei miglioramenti alle reti già deliberate in Parlamento, chiudesse gli orecchi, e dicesse: il Parlamento ha votato, dunque non posso neppure esaminarle.

Lo stato delle cose è precisamente questo. Non è stato presentato neppure alcun progetto; solo si è parlato di qualche modificazione alla rete lombarda.

Io credetti manifestare schiettamente quanto sento, perché credo che la discussione sopra tutto quello che interessa il pubblico servizio non possa altro che recare giovamento ed illuminare particolarmente il Ministero e la Camera nelle deliberazioni che fossero per avventura chiamati a prendere.

Ma presentemente non v'è nessunissima proposizione formale a questo riguardo. Io penso che una discussione su ciò sarebbe inutile, giacché non potrebbe vincolare il Ministero a fare, nella sfera delle sue attribuzioni, quegli esami che credesse utili, e molto meno vincolerebbe la deliberazione del Parlamento, quando, per avventura, un progetto di legge fosse dal Ministero riputato opportuno. Pertanto, quando la legge non sia modificala, il Ministero adopererà tutti gli sforzi dei quali è capace, perché sia puntualmente eseguita, essendo indubitato quello che pur diceva il deputato San Severino, che le provincie di Crema e Cremona, e tutta quella parte della Lombardia, si trovano in condizioni peggiori di quasi tutte le altre provincie italiane relativamente a strade ferrale.

Io credo che queste mie dichiarazioni, siccome varranno a tranquillizzare l'onorevole interpellante, cosi potranno prevenire una discussione, la quale, ripeto, oggi sarebbe completamente prematura.

SAN SEVERINO Domando la parola.

PRESIDENTE. La parola spetta al deputato Cadolini.

SAN SEVERINO. È solo per ringraziare l'onorevole signor ministro di ciò che mi ha detto.

Presidente II deputato Cadolini ha facoltà di parlare.

CADOLINI. Era mio desiderio, fino dalle prime tornate del Parlamento, di rivolgere alcune interpellanze al ministro dei lavori pubblici intorno al soggetto di cui si tratta. Ma per risparmiare alla Camera di preoccuparsi di questioni d'interesse locale, mentre ha davanti importanti questioni d'interesse generale, e di supremo interesse nazionale, me ne astenni interamente.

Ora però che la discussione è stata iniziata, e che l'onorevole ministro dei lavori pubblici ha dato anzi nuovo argomento a promuoverla colle parole pronunziate in Senato, è mio debito presentare alla Camera alcune considerazioni,

affinché prenda una deliberazione in proposito, di conformità a quelle prese dalla Camera stessa nell'anno precedente.

Premetto anzitutto che fo omaggio altamente al nobile intendimento col quale l'onorevole ministro pei lavori pubblici pensa di promuovere la rapida costruzione di ferrovie in tutto lo Stato, specialmente ricordando che si propone di condurci con ferrovie fino a Napoli entro soli diciotto mesi.

Ma, per quanto riguarda la linea in discussione, non posso a meno di fare alcune osservazioni.

Nella condizione attuale delle ferrovie lombarde, il bisogno sentito dalla provincia di Cremona più ardentemente è quello di avere una ferrovia, qualunque essa sia e comunque diretta, purché sia nel più breve termine possibile costrutta; finora in questa provincia non vi ha un chilometro di ferrovia;

importa quindi, sia in una direzione, sia in un'altra, che una ferrovia sia fatta.

Ora una ferrovia è già contrattata, è già convenuta colla società concessionaria delle ferrovie lombarde, ed ha avuto la sanzione della Camera. Se pertanto importa sopratntto che la provincia di Cremona abbia, in genere, una strada ferrata, imporla di attuare quella che è già decretata. Io dico cbe qualunque proposta, la quale tenda a far deviare dall'intendimento di soddisfare a questo bisogno della detta provincia, si debba assolutamente respingere.

Quanto poi alla proposta cui accennava l'onorevole ministro, cioè di sostituire alla linea tra Cremona e Treviglio due altre linee, cioè fra Crema e Lodi, e fra Cremona e Codogno in congiunzione a Lodi e Codogno colla linea fra Milano e Piacenza, io debbo far osservare, in primo luogo, chela somma di queste due linee è molto minore della lunghezza dell'intiera linea già contrattata. Dunque, sotto questo riguardo, sarebbe accordare alla società un vantaggio a cui non ha diritto; in secondo luogo osservo che questi due tronchi sarebbero utili per le città di Crema e Cremona, e nulla per la provincia.

Crema si trova già al confine della provincia; dopo pochi chilometri, la linea fra Crema e Lodi sarebbe già nella provincia di Milano; la linea da Cremona a Codogno poi percorrerebbe soli 18 o 19 chilometri entro i limiti della provincia e sopra una direzione assai prossima al Po, per cai specialmente verso il sud avrebbe una ristrettissima zona della provincia che ne sentirebbe vantaggio. Oltre a ciò, non toccando alcuno dei principali centri di commercio, non sarebbe che di una tenue utilità all'industria agricola della provincia. La provincia ha una sfera molto stretta dalla parte del sud, e poi non tocca alcun centro di commercio.

Emerge da ciò che la provincia non ricaverebbe dalle due linee in discorso notevoli vantaggi, mentre la linea che da Cremona dovrebbe, secondo il contratto, andare a Treviglio, toccando moltissimi centri di commercio, come Casalbuttano, Soresina, ecc., e ponendoli in comunicazione colla parte settentrionale della Lombardia, oltre a soddisfare in qualche modo ai bisogni delle città di Crema e Cremona, soddisfa anche a quelli d'una gran parte della provincia, perché per tutta la sua notevole lunghezza passerebbe nel cuore e nella parte più ubertosa di essa; nè voglio tacere poi che l'interesse della provincia rientra in quello delle stesse città.

In presenza a queste considerazioni cadono, mi sembra, quelle concernenti l'abbreviamento delle distanze fra Cremona e Crema con Milano, offerto colla sostituzione delle due nuove linee proposte.

711 - TORNATA DEL 25 APRILE

Quindi, anche sotto questo riguardo, insisto perché sieno mantenute interamente le condizioni convenute colla società.

Ben so che l'onorevole ministro sarebbe nell'intendimento che, anche dopo fatta la sostituzione delle due linee alla sola di Treviglio, si dovesse esigere che esse fossero ultimate entro l'ottobre.

Io intanto osservo che la sola discussione, qualora si ammettesse di questionare sulla sostituzione, richiederebbe un tempo tale da far perdere la campagna di quest'anno.

Allora, come sarebbe possibile ultimare quelle due ferrovie entro l'ottobre 1862, mentre si dovrebbero fare due importanti ponti sull'Alida?

Dobbiamo osservare che la linea da Treviglio è stata studiata fin da principio sopra una direzione tale che facesse risparmiare un nuovo ponte sull'Acida.

Infatti quella linea, andando a congiungersi a Treviglio colla centrale lombardo-veneta, evita un ponte sull'Acida, mentre le altre due liuee di Crema e Lodi, Cremona e Codogno, ne richiedono due.

Qui poi si rileva facilmente anche un danno dal lato economico, perché quelle due linee, che portano una spesa presso a poco uguale alla linea di Treviglio, sono poi mollo più brevi.

Or dunque la linea più breve costerebbe come una più lunga; quindi dal lato economico ci sarebbe per lo Stato una perdita.

L'onorevole signor ministro ha dimostrato il desiderio che si debba fare una discussione. A me pare molto giusto e commendevole questo principio di far discutere la questione; ma io osserverò che questa questione è stata già ampiamente discussa dai giornali delle Provincie, dalla Gazzella di Milano e da molti altri giornali fin dall'epoca in cui per la prima volta si sentì il bisogno di ferrovie anche in quei paesi.

Quindi mi pare che non sia opportuno ora rinnovare questa discussione, tanto più che, se si dovesse rinnovare, lo si dovea nel Parlamento l'anno scorso, quando il Parlamento stesso ha discusso e approvato il contratto. Dunque questa sostituzione delle due linee all'unica che è stata approvata, mi sembra non solo contraria agli interessi della industria, perché queste linee non toccano alcuno dei centri principali di commercio e d'industria della provincia, ma mi sembra proposta del tutto intempestivamente e contro le previsioni di chiunque.

Faccio altresì osservare che la società concessionaria aveva assunto verso l'Austria l'obbligo nel 1856 di dar compiuta questa strada entro il 1861. Ora, con una nuova convenzione, che l'onorevole predecessore dell'attuale ministro ha credalo di stipulare colla società, avendone dalla società stessa alcuni vantaggi, accordò a questa alcune agevolezze, e fra le altre quella di ritardare l'ultimazione della ferrovia in questione fino all'ottobre 1863.

Per verità non saprei come fosse opportuno che una provincia, la quale non aveva ancora un chilometro di ferrovia, dovesse essere vittima questa volta dell'interesse generale. Sfa, tacendo ora inutili recriminazioni sul passato, dirò solo i he, in conseguenza di mutamenti di contratti successivi, la provincia di Cremona rimase fin qui senza strade ferrate.

Se ora si volessero studiare nuove proposte, nuovi progetti, si provocherebbe una lunga discussione altra volta esaurita, che condurrebbe manifestamente incontro al pericolo di rinnovare ed eternare le procrastinazioni, con danno sicuro dell'industria

e del commercio, ed anche degli interessi morali di quella provincia.

Io quindi insisto che il contratto convenuto l'anno scorso colla società concessionaria lombarda sia mandato ad effetto in tutta la sua estensione.

Perciò propongo alla Camera il seguente ordine del giorno:

«La Camera, mentre invita il Ministero a sorvegliare la piena ed esatta esecuzione della convenzione concernente la ferrovia tra Cremona e Treviglio, stata stipulata addì 25 giugno 1860 colla società concessionaria delle ferrovie lombarde, e sanzionata dalla Camera, passa all'ordine del giorno.

Confido grandemente nello svolgimento che sarà per ottenere fra noi il sistema delle ferrovie, e tutti nella provincia di Cremona riconoscono principalmente il bisogno della linea da Codogno a Cremona, la cui somma utilità è sotto tutti i rapporti incontestabile; come non meno utile, anche strategicamente, sarebbe da Cremona a Brescia; e quindi sembra opportunissimo che il Governo possa accettare proposte dalla società anche per quelle linee. Io domando soltanto che il Governo, nello entrare in nuove trattative per le ferrovie della

Lombardia e nello accettare nuove proposte, escluda sempre quelle che possano frapporre il più piccolo indugio o trascuratila del progetto già adottato dalla Camera nel 1860, giacché sono da tutti paventati i ritardi e le cause che li possono rinnovare.

PERUZZI, ministro pei lavori pubblici. In verità io non ho nessuna ragione per non accettare l'ordine del giorno proposto dall'onorevole Cadolini, inquantoché mi pare che lasci le cose precisamente nelle condizioni in cui sono; mi parrebbe peraltro superfluo, inquantoché un invito del Parlamento a che il Ministero faccia il dover suo mi pare inutile, in ispecie dopo le dichiarazioni che ho fatte, semplici quanto era possibile.

In conseguenza, se mai la Camera volesse adottarlo, io intendo che non sia nè nello spirito del proponente, né in quello della Camera, di esprimere un dubbio con questo ordine del giorno, un dubbio, dico, intorno alle intenzioni del Ministero, che mi pare siano state abbastanza dichiarate.

Se poi con quest'ordine del giorno il deputato Cadolini intendesse di precludere al Ministero la via di prendere in esame delle proposizioni che per avventura gli venissero fatte, dichiaro esplicitamente che sarò costretto a non accettarlo, giacché, mentre la Camera è sempre liberissima di rigettare quei progetti di legge che le vengono presentali, mi pare che entrerebbe in una sfera ehe non è sua, se volesse impedire al Ministero di prendere in esame delle proposizioni che gli fossero presentate e di portarle alla discussione del Parlamento a suo rischio e pericolo.

Oggi è un fatto che, per una legge votata da tutti i poteri dello Stato, la strada ferrata da Treviglio a Cremona e quella da Bergamo a Lecco devono essere ultimate in un'epoca stabilita dalla legge stessa.

Il Ministero ha dichiarate che, non solamente ha l'intenzione di farla eseguire nel termine stabilito, ma che di più ha cominciato a dar opera agli alti necessari perché questo scopo sia raggiunto.

Però dichiaro che, mentre accetto con moltissima riconoscenza le notizie e i consigli che l'onorevole Cadolini mi ha dati in questa adunanza con una larghezza maggiore di quella con che già me li aveva offerti in privato, mentre accetterò egualmente tutti quei suggerimenti e consigli che mi venissero favoriti, io non saprei precludermi la via ad esaminare le proposizioni che per avventura mi fossero presentate, e se i poteri dello Stato non modificano la legge esistente, il ministro, senza curarsi di progetti,

712 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

di proposizioni, né d'altro, la farà eseguire puramente e semplicemente.

Dopo queste dichiarazioni, mi rimetto alla Camera quanto all'ordine del giorno proposto dall'onorevole Cadolini.

PRESIDENTE. Domando prima di tutto alla Camera se è appoggiata la proposta del deputato Cadolini, che rileggo:

«La Camera, mentre invita il Ministero a sorvegliare la piena ed esatta esecuzione della convenzione concernente la ferrovia fra Cremona e Treviglio stipulata il 35 giugno 1860 colla società concessionaria delle ferrovie lombarde e sanzionata dalla Camera, passa all'ordine del giorno.

Quelli che intendono di appoggiare questa proposta, favoriscano di alzarsi.

(È appoggiata.)

COLOMBANI. Chiedo di parlare per fare un'altra proposta.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare.

COLOMBANI. Le spiegazioni date dal deputato Cadolini sulla sua proposta contengono il confronto fra due tracciamenti e sembrano voler imporre implicitamente al Governo di non prendere ad esame le modificazioni che la società chiederebbe al suo primo contratto.

Credo che la questione non debba essere in questo modo pregiudicata, perché vi sono molti altri interessi che sono complicali nella quistione attuale.

PRESIDENTE. Il deputato Colombani entra nel merito della discussione. In tal caso, siccome debbo serbar l'ordine d'iscrizione, darò facoltà di parlare al deputato Jacini.

Colombari. Allora presento la proposta di un ordine del giorno che depongo sul tavolo della Presidenza.

PRESIDENTE. Il deputato Colombani presenta questa proposta:

«La Camera, soddisfatta delle dichiarazioni del Ministero, passa all'ordine del giorno.» Domando se è appoggiata. (È appoggiata.)

Ha facoltà di parlare il deputato Jacini.

JACINI. Non posso dissimulare che alcune parole pronunciate dal mio onorevole amico il ministro dei lavori pubblici, sabbato scorso nella tornata del Senato, ed imperfettamente riferite o riepilogate da qualche giornale, produssero non poco allarme in buona parte della Lombardia. Me ne fanno fede parecchie lettere che ho ricevuto dalle provincie di Bergamo e di Cremona.

Sono trascorsi pochi mesi da quando il Parlamento nazionale con voto solenne approvò una convenzione che assicurava alle provincie lombarde il beneficio di un certo numero di ferrovie da ultimarsi in un determinato tempo molto prossimo a scadere. - Assai di rado avvenne che un progetto di legge incontrasse tanto favore in Parlamento. Esso fu accettato in entrambi i rami di esso non solo con grande maggioranza, ma quasi all'unanimità. Le provincie interessate ne giubilarono. Ciò nondimeno nè il Governo, nè il Parlamento, né il paese credettero che con quelle linee si fosse soddisfatto compiutamente a tutti i bisogni della Lombardia. Il Governo espressamente lo dichiarò; io, come ministro dei lavori pubblici, esposi nella relazione di aver instalo presso il plenipotenziario della Compagnia, perché si fossero aggiunti alcuni nuovi tronchi, ma che il plenipotenziario sene era riportato al nuovo Consiglio di amministrazione che si sarebbe istituito.

Comunque sia, tutte le linee della convenzione 25 giugno 1860 erano state

ritenute buone; e le provincie interessate riposarono tranquille nella aspettativa, che quando in un avvenire, che speravano prossimo, si sarebbe parlato nel Parlamento di ferrovie lombarde, questo non sarebbe avvenuto per altro motivo che per approvare nuovi tronchi complementari.

Rimasero pertanto non poco meravigliati i paesi interessati, quando ebbero notizia che, malgrado un così solenne e recente voto del Parlamento, in Senato si venne a discorrere di strade ferrate lombarde non già da aggiungersi, ma da sostituirsi a quelle sancite nella legge, il che implica l'idea di togliere.

Se non che, dalla lettura del resoconto della seduta del Senato di sabbato, e dalle parole dette poc'anzi dall'onorevole ministro, ho riconosciuto che quegli allarmi non sono fondati.

Il ministro non ha fatto altro che dichiarare in Senato come la Compagnia concessionaria delle ferrovie lombarde avesse proposto di sostituire alcune linee ad alcune altre, e come il Governo credesse di prendere in considerazione l'argomento e di esaminare la questione.

La cosa essendo a questo punto, io rimango completamente tranquillo. Io non ho dubbio circa ai risultati a cui arriverà l'onorevole Peruzzi dietro l'esame che egli è per istituire. - Il ministro dei lavori pubblici ebbe occasione già due volte di esporre le sue vedute sulle grandi questioni ferroviarie del regno. Io trovai le sue idee cosi consonanti colle mie, che ne provai la più profonda compiacenza. Ora io sono convinto, che quando egli avrà esaminata la questione, come io l'ho già fatto, egli arriverà ai medesimi risultati a cui sono arrivato io: essere cioè necessario che la Compagnia lombarda eseguisca fedelmente le disposizioni della legge 25 giugno 1860, e che il Governo si adoperi perché alle Unte stabilite nella legge altre siano aggiunte.

Una sola proposizione sfuggì in Senato all'onorevole Peruzzi, che io non posso lasciar passare inosservata; egli disse che: al di lui predecessore mancò il tempo di portare il suo esame sopra le varie linee e di indurvi cambiamenti. Ciò è inesatto. Quattro lunghi mesi durarono le trattative, incagliate come erano dai vincoli del trattato di Zurigo, per concretare quella convenzione. Ogni singolo punto del contratto fo minutamente discusso e mi feci coadiuvare anche da Commissioni tecniche e militari. Mi ricordo di aver chiamato allora a consulta anche qualche membro di questo Parlamento. Fra gli altri l'onorevole generale Cugia, insieme al defunto generale Chiodo, mi fecero la gentilezza di rappresentare l'elemento militare. - Fu trovato che nessuna delle linee che si trovano indicate nella convenzione si poteva eliminare, salvo però il bisogno di attuarne alcune nuove.

Ma sento poi il bisogno di rispondere a quelle parole dette dal ministro in Senato, non solo come di lui predecessore, ma anche come statista.

Sei o sette anni fa io ebbi occasione di scrivere un'opera, in cui era descritto e analizzato l'organismo economico della Lombardia. In quel libro io giunsi, mediante l'analisi degli interessi, alla conclusione, e proclamai la necessità che, oltre ad altre ferrovie, una linea solcasse longitudinalmente li Lombardia nell'intervallo che è posto fra l'Adda e l'Oglio, li qual linea è appunto la ferrovia Treviglio-Cremona, che ori si tenterebbe eliminare, se sono vere le voci a cui sembrò illudere il ministro nella tornata del Senato.

Ad ogni modo, vede il mio onorevole amico Peruzzi che ho avuto tempo di approfondire l'argomento.

E in vero, la provincia di Cremona è il granaio della Lombardia.

713 - TORNATA DEL 25 APRILE

Essa manda l'esuberanza dei suoi cereali e le materie prime agli altipiani, alle valli del Bergamasco, del Lecchese, della Valtellina, e ne riceve in contraccambio il ferro, gli oggetti manifatturati, i prodotti della montagna. Esiste una corrente naturale di scambi, che coinciderebbe appunto colli direzione della ferrovia Tre viglio Crema-Cremona.

Esaminate d'altronde la rete delle ferrovie della valle del Po sulla sponda sinistra del fiume. Oltre ad una linea latitudinale già costruita in tutta la sua lunghezza da Susa e Cuneo fino a Venezia, dappertutto troverete linee longitudinali che servono al commercio locale. Nell'intervallo fra la Stura e la Dora Baltea, la linea d'Ivrea; nell'intervallo fra la Dora Baltea e la Sesia, la linea di Biella e quella da Vercelli a Casale; nell'intervallo fra la Sesia e il Ticino, la linea d'Arona; nell'intervallo fra il Ticino e l'Olona, la linea di Gallarate; nell'intervallo fra l'Olona e l'Adda, la linea di Como;

È dunque naturale che anche nell'intervallo fra l'Adda e l'Oglio, più che altri mai fertile, ricco e popoloso, vi sia li ferrovia Bergamo-Lecco e Treviglio-Crema-Cremona.

Mi sia permessa un'altra considerazione.

La ferrovia Treviglio-Cremona, insieme al suo prolungamento Bergamo-Lecco, era stata ideala per raggiungere quattro scopi ben distinti, cioè: 1° quello di corrispondere ad una corrente del commercio interno già stabilita; 2° di collegare fra loro le quattro città di Cremona, Crema, Bergamo, Lecco, fra le quali attive relazioni commerciali esistono; 3° di servire, toccandole od accostandosi ad esse, ai bisogni di molte floride e industriose borgate di cinque, sette, otto mila abitanti ciascuna, che si trovano lungo o presso il percorso della linea, quali sarebbero Soresina, Casalbuttano, Socino, Castellone, Quinzano, Verola, Pontevico; h" di riunire le città di Crema e di Cremona, e quelle borgate a Milano. - Ora la Compagnia, se le voci che corrono sono esatte, verrebbe a dire al Governo: esentatemi dall'obbligo della ferrovia Treviglio-Cremona; in compenso io riunirò le due città di Crema e di Cremona a Milano ed al resto del regno molto meglio di quello che si sarebbe fatto altrimenti; e ciò, mediante due bracci, l'uno dei quali, partendo da Lodi, raggiunga Crema, e l'altro, partendo da Codogno, raggiunga Cremona.

Senza dubbio, e nessuno lo potrebbe seriamente contestare, una parte di uno dei quattro scopi a cui mira la ferrovia Treviglio-Cremona sarebbe cosi molto meglio raggiunta di prima. Ma e gli altri tre scopi? Perché una proposta di sostituzione sia seria, occorre che sia trovato ed aggiunto il modo di provvedere anche a questi.

Ho parlato dell'importanza della linea Treviglio-Cremona per il commercio interno. Essa non ha che un'importanza locale; né vorrei tentare di trarre in inganno la Camera descrivendola diversamente. Ad ogni modo la somma di molli interessi locali finisce poi per costituire un interesse generale. Ma non posso tacere come, conversando di strade ferrate, pochi giorni sono, col generale La Marmora, egli mi facesse rimarcare l'alta importanza strategica di quella linea, la quale ci potrebbe rendere servigi segnalati nel caso di una guerra coll'Austria. Essa ci darebbe modo di raccogliere dietro il corso dell'Oglio l'esercito, sia per la difensiva, che per l'offensiva.

Noi abbiamo dunque una linea importante, commercialmente e strategicamente, sancita da una legge recentissima, la quale non porla il minimo aggravio all'erario, imperocché la garanzia del 5 per cento abbraccia il complesso delle linee lombarde, e quand'anche questa, presa isolatamente, introitasse meno, del che non temo, la maggior parte delle linee della rete dà mollo di più. Il Governo e il Parlamento devono

pensarci dieci volte prima di permettere che venga eliminata.

Ma taluno potrebbe osservare: se la linea è buona, perché la Compagnia vorrebbe respingerla'? Ciò significa che per lo meno esistono in Lombardia linee migliori da eseguirsi. D'altronde, non sono essi identici gl'interessi delle grandi Compagnie con quelli dello Stato? Rispondo che quest'ultima teoria è buona fino ad un certo punto, ma non assolutamente. È vero, per esempio, che, riguardo alla direzione da darsi alle grandi arterie commerciali e a ciò che concerne l'esercizio di esse, i due interessi, a mio avviso, sono conformi. Ma vi è un punto dove i due interessi sempre divergono. Quando cioè avviene che uno Stato accorda in concezione una linea, o un complesso di linee molto lucrose, esso tende ad accollare al concessionario delle linee lucrose alcune diramazioni che servono ad estendere il sistema delle comunicazioni ferroviarie del paese, rendendo di qualche cosa meno lauto l'affare.

Le Compagnie invece tendono a respingere l'onere di quelle diramazioni, appunto perché queste rendono di qualche cosa meno proficuo il complesso dell'affare.

Questa considerazione si applica alla Lombardia.

Le linee contemplate nella convenzione 25 giugno 1860 appartengono a due distinte categorie. A quella delle linee di importanza generale e a quella delle linee d'importanza locale.

D'importanza generale sono: i la linea dal Lago Maggiore per Gallarale, Milano, Lodi e Piacenza; 3° da Milano a Pavia tendente a Genova; 3° la Lombardo-Veneta dal ponte di Buffalora a Milano, Treviglio, Bergamo, Coccaglio, Brescia, Desenzano. Notisi bene che per riguardo a quest'ultima la Compagnia, nella convenzione 25 giugno 1800, assume l'obbligo di costruire la rettificazione per Treviglio e Coccaglio quando il Governo gliene faccia richiesta, e terminate che siano le altre costruzioni, il che vale a dire nell'anno venturo.

D'importanza locale sono, secondo quella convenzione, le linee Milano-Monza-Como, e, come ho già detto, l'altra Bergamo Lecco, Treviglio-Crema-Cremona.

È inutile avvertire che la linea di Como potrebbe acquistare un'importanza generale qualora diventasse sezione della grande arteria che deve essere condotta attraverso alle Alpi Elvetiche. Ma è inutile che io sollevi oggi questa questione.

Ora un semplice sguardo su queste linee basta ad indicare quali debbano essere i tronchi complementari immediati da aggiungersi a quanto è stipulato nella convenzione 35 giugno 1860.

Tali tronchi complementari, altri riguardano l'alta, altri la bassa Lombardia.

Tronco complementario più immediato nell'alta Lombardia si presenta quello destinato a congiungere la rete lombarda colla grande arteria che deve attraversare le Alpi Elvetiche, nel caso 'che una delle linee attuali non diventi essa medesima una sezione dell'