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L'amico Antonio Nicoletta ci ha inviato copia della sua ultima pubblicazione (ERO BAMBINO NEL 47 - Antonio Nicoletta - Morrone Editore). Si tratta di un testo denso di ricordi, di piacevole lettura, che testimonia le doti di grande affabulatore dell'autore.

Buona lettura e tornate a trovarci.


Webm@ster, RdS 26 giugno 2006

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Antonio Nicoletta

ERO BAMBINO NEL ‘47

(Il matrimonio - pag 15)

La prima volta che andai in auto fu in occasione del matrimonio di una mia zia; ne furono affittate alcune per far corteo agli sposi ed io godei immensamente quel tragitto che, seppur breve, per me divenne un viaggio che avrei voluto non finisse mai. Ero nel sedile posteriore, ma ancora ricordo l’invidia che provai verso chi sedeva a fianco dell’ autista.

La macchina era una Lancia di colore verde scuro con due strisce molto sottili rosso e blu che sottolineavano le modanature della carrozzeria.

Quel giorno mi sentii un piccolo principe, anche se non lo sapevo.

Il tragitto in macchina derivava dal fatto che la zia abitava lontano dalla chiesa; per quelli che la chiesa l’avevano sufficientemente vicina, il tragitto veniva effettuato di solito a piedi, con un corteo dove gli sposi stavano in testa ed i parenti dietro, coi bambini che si sbizzarrivano in corsette e schiamazzi.

ERO BAMBINO NEL ‘47

Al corteo seguì la cerimonia in chiesa. Il momento più atteso era l’uscita degli sposi, accolti da una pioggia di confetti e monetine fuori corso lanciati dai parenti, che disposti in semicerchio applaudivano e urlavano frasi augurali che investivano gli sposi con la stessa violenza con cui venivano colpiti dai confetti. Per noi bambini era il momento in cui ci buttavamo nella mischia, incuranti dei vestiti nuovi e dalle ginocchia che si graffiavano sui sassi e sulle basole della piazza, intrufolandoci fra le gambe dei partecipanti, cercando di accaparrare quanto più confetti e monetine si poteva.

Queste ultime erano ricercatissime, poiché essendo la moneta corrente soprattutto di carta (mi ricordo pure le banconote di occupazione, le amlire) esse venivano utilizzate per i giochi appresso descritti anche perché non avevano alcun valore reale ed erano disponibili in quantità. A commento dirò che le monete metalliche reintrodotte nel 1946, erano di alluminio, e non era possibile, per ovvi motivi, averne a sufficienza per giocare – d’altronde le monete vecchio conio, per costituzione, essendo più pesanti,  erano più adatte per il gioco. Arrivammo alla casa degli sposi che aveva gli stipiti della porta adornate da due rami di palma legate alla sommità con un grande fiocco di velo bianco; in seguito seppi che le palme erano il simbolo della verginità, come il bianco del velo, e mi resi conto solo quando ero più grande, del significato del giuramento molto praticato “subba a parma i figghiuma” (sulla  palma - la verginità – di mia figlia).

Mentre si aspettava che venissero preparate le mense, si svolgeva già, nella strada, un anticipo dei giochi che mettevano in palio le monete ed i confetti da poco conquistati. I bambini mangiavamo seduti attorno ad una tavolata improvvisata e realizzata con tavoloni da muratore posati su mattoni mentre i sedili erano costituiti da altre tavole sorrette anch’ esse da mattoni ma ad un livello più basso. Il primo piatto era costituito da ziti al sugo, che talvolta sparivano appena serviti, ancora in bianco, prima che venissero aggiunti del sugo.

Alla fine ognuno tornava a casa propria per poi ritrovarsi la sera e partecipare al ricevimento che completava i festeggiamenti nuziali. Durante la serata venivano serviti guantiere di biscotti, cioccolatini, confetti e, per bere, marsala, vermuth, rosolio e liquori fatti in casa aromatizzando una miscela di alcool, acqua e zucchero con essenze di vari nomi e le cui bottigliette vuote erano tesaurizzate da noi bambini. I nomi di questi liquori, dedotti dalle etichette sulle bottigliette di essenze erano molto strani ed alcuni ancora me li ricordo: latte di giovane, latte di vecchia, curacao d’olanda, alchermes, millefiori, menta, caffè sport, anice forte (queste due ultime erano quelle preparate più frequentemente a casa mia). Naturalmente per gli uomini non mancava il vino, ed in cucina per i famigliari, pane e salsicce.

Molte volte c’era anche l’orchestrina di cui il pezzo forte era la fisarmonica ed allora si ballava al suono di canzoni dell’epoca e ballabili vari.

Per noi bambini il divertimento era girare vorticosamente su noi stessi, anche se poi finiva che ci sentivamo male. Le bambine, invece, nei loro vestiti confezionati per l’occasione e con in testa enormi nocche (nastro legato a fiocco), si esibivano coi grandi, perché loro, quasi tutte,  sapevano già ballare.

Alla fine gli sposi si ritiravano e  non uscivano di casa per una settimana. Quando, alla fine lo facevano, per recarsi in chiesa, lo sposo indossava l’abito del giorno del matrimonio e la sposa indossava un vestito nuovo portato in dote e dedicato all’occasione, detto l’abito “degli otto giorni” (a vesta i l’ottu jorni) con i gioielli (a parata) regalateli al fidanzamento. Dopo la messa andavano a pranzo a casa dei genitori dello sposo. Il perché di tutto questo allora non lo capivo, anzi, non mi chiedevo nemmeno il perché.




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