Eleaml


Ci sono dei testi che hanno fatto la storia del Sud, partecipando a quella "guerra delle parole" che ci ha ridotti a dei servi senza dignità. Ebbene i libri scritti da Marco Monnier, scrittore che ebbe accesso alla documentazione delle gerarchie militari piemontesi (del La Marmora tanto per citarne uno a caso...) fanno parte di quei testi. 

I suoi scritti sul brigantaggio e sulla camorra verranno scopiazzati da tutti coloro i quali si occuperanno di tali argomenti dopo di lui. Nessuno dirà più di lui nè aggiungerà nulla a quanto detto da lui. Salvo rare eccezioni, quali il Molfese, secondo il nostro modesto parere.

I termini scelti da Monnier, i suoi giudizi, la sua valutazione degli eventi, tutto verrà ripetuto migliaia di volte sui giornali, nelle accademie dove si formano le classi dirigenti, nelle scuole di ogni ordine e grado.

Le sue omissioni saranno le loro omissioni - vedi le deportazioni dei Soldati Napolitani, giusto per non restare nel vago.

Zenone di Elea, 23 Dicembre 2008


NOTIZIE STORICHE DOCUMENTATE
SUL
BRIGANTAGGIO

NELLE PROVINCIE NAPOLETANE
DAI TEMPI DI FRA DIAVOLO
SINO AI GIORNI NOSTRI

AGGIUNTOVI L'INTERO GIORNALE DI BORJES FINORA INEDITO

PER
MARCO MONNIER

FIRENZE
G. BARBÈRA EDITORE
1862

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AI LETTORI.


Il rinnuovarsi e il ripullulare in questi giorni istessi del brigantaggio nelle provincie meridionali del Regno Italiano, accresce pregio di opportunità a questo libro, sotto ogni aspetto commendevole. Imperocché in esso furono dall'Autore raccolte memorie e documenti, aneddoti e storie, che si riferiscono al brigantaggio cui nell'anno decorso fu in preda quella bellissima parte d'Italia, la quale di briganti non ebbe mai penuria anche in tempi quietissimi, e anche quando le commozioni politiche non poteano servir di pretesto alle rapine, agli assassinii, a,'delitti d'ogni maniera Or quest'idra, che credevasi doma mercé l'operosa vigoria del generai Cialdini, risorge, e allo sciogliersi delle nevi, al fiorir dei prati si formano nuove frotte di briganti indigeni e stranieri, per le quali da Roma partono danari e indulgenze, armi e benedizioni. Ma il brigantaggio che si tenta nuovamente organare, e contro il quale già si adoperano le milizie regolari e cittadine del regno, non é diverso da quello che Cialdini nell'anno decorso riusciva quasi a spegnere: e come pari ha con esso le imprese e gli effetti, cosi pari ha le cause o prossime o remote onde ha origine; e già si odono anche in questi giorni ripetere i casi atroci, che nel 1861 funestarono quelle contrade.

Questo nuovo lavorò del signor Marco Monnier, che, avuto il consentimento di lui, primi offriamo al pubblico, vólto dal francese nel nostro idioma, è della

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massima importanza per le rivelazioni che vi si contengono, pei fatti che vi sono registrati, per le cause che a que' fatti si assegnano, e in singolar modo poi per le disperate condizioni cui si trova condotta la fazione che eccita, anima, dirige, assolda e benedice tali imprese. Il Giornale di Borjès, che fa parte di questo lavoro, palesa appieno per quali arti si sorprenda la buona fede di uomini, i quali pur professando dottrine politiche che non son più de' tempi nostri, conservano onesto l'animo, e pongono a repentaglio la loro vita per principi la cui fama è ornai resa infame. Il Giornale dell'avventuriero Spagnuolo è la rampogna più fiera, la condanna più inesorabile dei disonesti raggiri de Borboni e della Curia Romana.

Ma il maggior pregio di questo lavoro sta, a nostro credere, nella qualità della persona che lo ha scritto. Non è un Italiano, cui le passioni di parte facciano velo all'intelletto, quegli che ha marchiato le imprese de' briganti incamuffatti da legittimisti, e de1 legittimisti in abiti di briganti: sibbene un Francese, il quale da molto tempo vive in Italia e ama l'Italia quasi come se nato vi fosse, pur conservando alla sua natura e al suo ingegno quell'impronta che ebbe dalla sua terra natale. Il che è da notarsi, imperocché il giudizio che sugli uomini e sugli eventi egli ha formulate» è vieppiù autorevole per la imparzialità onde fa prova in queste pagine, dove mentre da un lato ha narrato la storia dei delitti e delle colpe de' briganti, dall'altro non ha voluto nascondere gli errori e i meriti del Governo Italiano; il quale, giova sperarlo, potrà nell'anno che corre pacificare quelle provincie nobilissime, la cui fede all'Italia è stata ornai crudelmente provata.

Firenze, aprile 1862.


SOMMARIO.

I.

-  I Napoletani - I letterati e il popolo - La paura - II diritto del più forte - I Camorristi - I veri briganti - I riscatti - Ferdinando II e Talarico - Amato e Vandarelli - Una parola intorno al 99 Pag........5

II.

- II brigantaggio sotto Giuseppe Bonaparte e sotto Murat - Come si formasse - Àntonelli e i suoi due ingressi a Chieli - Tacconi - Bizzarro e sua moglie - Parafante - Gli ufficiali fucilatidai loro soldati - Gli eccidii di Parenti - 11 generale Manhès - Una città interdetta - Santo Manhès....12

III.

- II brigantaggio a' nostri giorni - I primi moti negli Abruzzi(ottobre 1860) - Le bande di Lagrange - Giorgi e il suo cavallo zoppo - I fatti della Scurgola - Aneddoti - Il signor De Christen - Come si formarono le nuove bande - I forzati evasi - I soldati licenziati - Parallelo fra l'armata di Francesco II e l'armata di Cromwell - I briganti d'Inghilterra....22

IV.

- La cospirazione - Napoli garibaldina - I partiti dopo la partenza del Dittatore - L'opposizione dei letterati - La consorteria e il municipalismo - L'opposizione del popolo - L'opinione della paura - Viva Garibaldi - L'opposizione del clero - Le leggi contro conventi - La falsa moneta e gli anelli di zinco - II brigantaggio assume carattere politico........37

V.

- II brigantaggio in Basilicata (aprile 1861) - Primi moti di Ripacandida - I capi - Donateli! - Crocco e consorti - Presa di Venosa - Tragedie e Commedie - Bocchicchio - Scritti di Crocco - Presa di Lavello - Insurrezione di Melfi - Crocco e la Madonna - Rivincita degli Italiani - Aneddoti - Bella condotta della Guardia nazionale - Una lettera da briganti - Atrocità - Un borbonico sincero....51

VI.

- Il brigantaggio sotto la penultima luogotenenza - (maggio,luglio Ì861) - Le aggressioni alle frontiere - II vero Chiavone - Aneddoti. - I muli dinnanzi a l'un consiglio di guerra - II conte Ponza di San Martino - I benefizi della conciliazione -II comitato di Roma, sue mene, sue ramificazioni - Giuramento degli affiliati - Complicità della Santa Sede - Cosa sperassero i Borbonici - La cospirazione a Napoli - II cardinale Arcivescovo - Miracoli - Elogio de' Napoletani e delle Guardie nazionali - Città tranquille, borgate assalite - Assalto di Casetta -Un documento officiale ed inedito - Fatti di Avellino - Eccidii di Montemileto - II governatore De Luca e gli Ungheresi - Arrivo di Cialdini Pag. 67

VII.

- La luogotenenza del generai Cialdini (luglio-novembre l'I86i) La reazione repressa - Riguardi al partito di azione - Popolarità del generale - II brigantaggio diminuisce - Storie di cannibali, Pontelandolfo e Casalduni - Loro delitti e loro gastighi - Le repressioni ne tempi passati, e il generale Manhès La pacificazione delle provincie meridionali .........91

VIII.

- Il brigantaggio straniero - Lettera del signor de Rotrou - Spedizione del signor De Trazégnies - Don Josè Borjès - Istruzioni del generale Clary - Giornale di Borjès - Sua spedizione in Calabria e in Basilicata - Sue dispute con il generale Crocco - Sua miracolosa ritirata - Sua tragica morte - Quel che rimane oggi del brigantaggio (febbraio, 1862) - II generale La Marmora e la leva - Conclusione............102



I.


I Napoletani - I letterati e il popolo - La paura - Il diritto del più forte - I Camorristi - I veri briganti - I riscatti - Ferdinando II e Talarico - Amato e Vandarelli - Una parola intorno al 99.

A ben comprendere gli avvenimenti di cui prendo a discorrere, è mestieri innanzi tutto avere un'idea del paese, o meglio degli uomini. Importa conoscere ciò che sieno i Napoletani. Io li veggo giudicati diversamente, quasi sempre con un po' di malevolenza. Si considerano in massa e si apprezzano male.

Qui vi hanno due classi ben distinte: i letterati e il popolo. Non parlo dell'aristocrazia; più non esiste: essa è a Parigi o a Roma. Nulla dico neppure della borghesia illitterata: qui non si trova.

I letterati per il loro numero e per la loro valentia ci indicano quello che addiverrà questo paese, quando avrà durante qualche tempo vissuto sotto una legge di progresso, di moralità e di giustizia. Fin'ora Napoli fornisce all'Italia il maggior numero di uomini considerevoli in ogni ramo di scibile. Anche prima della rivoluzione i suoi proscritti dominavano nell'Alta Italia; e nella emigrazione napoletana erano gli avvocati, e i medici più ricercati: essa popolava i pubblici uffizi; occupava le cattedre. Questo è opportuno ricordare, perché troppo presto si è obliato.

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E se dopo la rivoluzione, come avviene sempre, caddero alcune reputazioni incorruttibili, e alcuni puritani addivennero ciò che si addiviene quasi per una fatalità al potere, non è giusto dimenticare che per dodici anni, nella terra dell'esilio, nei bagni, o in una pretesa libertà più sorvegliata, più isolata della vita del carcere, i letterati napoletani hanno nella maggior parte fornito l'esempio della dignità, della perseveranza e del sacrificio. Sotto una sequela di monarchi pessimi, senza scuole, senza educazione, senza emulazioni, senza associazioni possibili, essi si formarono da sé medesimi, e divisi dal resto dell'Europa, non rimasero indietro, ma offrirono anzi all'incivilimento il loro tributo di opere, il loro contingente di soldati e di condottieri; eroi taluni, martiri quasi tutti.

Resa giustizia così, io parlerò liberamente del popolo. Non sono i letterati coloro che chiamarono, seguirono, acclamarono i briganti: non dovrò quindi tener proposito di essi in questi miei cenni.

Ma è mio proposito indicare il degradamento delle classi infime, nelle quali comprendo tutti coloro che in Francia costituiscono la piccola borghesia, i

mezzi galantuomini,

come qui son chiamati il piccolo commercio di Napoli, i piccoli proprietari delle campagne, tutti coloro infine che sanno appena leggere e non son miserabili. Trista popolazione, della quale può ripetersi ciò che fu detto di un altro popolo, esser cioè corrotta prima di giungere a maturità.

Queste classi viziose, o meglio viziate (dacché esse nascondono in loro stesse pregi positivi e virtù singolari), hanno già, come noterò in seguito, incontestabilmente progredito dall'ultimo anno in poi; ma in quell'epoca esse erano dominate da un sentimento, fatale, unico, che tutti gli altri assorbiva: la paura La religione che essi professavano era la paura del

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diavolo: la politica che seguivano, la paura del re. 11 governo e il clero tenevano vive queste inclinazioni, per le quali acquistavano onnipotenza e impedivano il disordine. Non si combatteva la miseria e l'ignoranza: non si prevenivano i delitti fondando scuole e opificii, ma minacciando la galera e l'inferno.

La paura teneva il luogo della coscienza e dell'amore al dovere. Per ottener l'ordine, anzi che rialzare l'uomo lo si deprimeva sempre più. In questo paese predestinato all'eguaglianza, perché il sentimento di nazionalità cerca di espandersi e di consociarsi, le gerarchie erano conservate in tal guisa: il soldato temeva i galloni del suo caporale: il cocchiere della vostra carrozza temeva i vostri abiti più eleganti de' suoi, e si lasciava bastonare. Quell'uomo istesso con uno de' suoi eguali si sarebbe, per un soldo, battuto a morte.

Che ne avvenne? La paura fu industriosamente usata dai violenti, e il diritto del più forte fu proclamato e riconosciuto, con maggior eloquenza, che non lo sia nel libro del signor Proudhon, in tutte le popolazioni di queste provincie.

Di qui il vero brigandaggio, che non cessò mai nelle campagne e nelle città. Gli uomini energici si riunivano in bande e opprimevano i deboli: tale è la origine della Camorra.

Oggi è conosciuta questa frammassoneria plebea, che ramificavasi in tutta la provincia, e che il potere, impotente a sopprimerla, si studiò sempre di non aver troppo nemica. Tutti coloro che osavano maneggiare un pugnale, erano fieri di appartenervi; subivano due gradi di iniziamento, e poi finivano per esservi arruolati. Aveano capi nei dodici quartieri di Napoli, in tutte le città del regno, in tutti i battaglioni dell'esercito: regnavano ovunque il popolo era riunito, prelevavano una imposta sul danaro che davate al conduttore della

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vostra carrozza; sopravvegliavano ai mercati, e sì attribuivano una parte della vendita; vigilavano ai giuochi di carte fra i popolani, e dal vincitore riceveano un tributo: dominavano perfino nelle prigioni, e la polizia non vi si opponeva: e occorrendo anzi li chiamava in suo aiuto, affinchè scuoprissero e arrestassero in nome del re gli uomini pericolosi. Non è molto tempo che essi seppero prendere un assassino, di cui eransi perdute le tracce; io stesso lo vidi passar per la via coperto di sangue, trascinato alla prigione dai suoi complici!

Talvolta il governo arrestava i camorristi, e li inviava in galera. Ma anche da codesto luogo spaventavano gli uomini onesti, gli uomini che viveano in piena libertà. Dal fondo di un carcere, colle mani e co' piedi avvinti dalle catene, ricevevano la visita di alcuni paurosi, i quali si recavano umilmente e regolarmente a pagare loro il tributo mensile.

Questa società avea luoghi dove riunivasi, una cassa comune, un forte organamento, leggi inflessibili. I capi si attribuivano spaventevoli diritti sopra gli affiliati: se ad essi veniva imposto un assassinio, erano costretti ad obbedire, sotto pena di morte. Il pugnale colpiva ogni infrazione, troncava ogni disputa. Ogni camorrista ne recava seco due: uno per se, l'altro per voi se resistevate ai suoi ordini; era un duello terribile; egli colpiva nella cassa, ossia nel cuore.

Di fronte a tali costumi il brigandaggio non può recare sorpresa. In queste contrade vi furono sempre briganti. Aprite le istorie, e ne troverete sotto tutti i regni, sotto tutte le dinastie, dai Saraceni e dai Normanni fino ai nostri giorni; le strade fra Roma e Napoli non furono mai abbastanza sicure. Immaginate dunque cosa dovesse essere la parte interna e meno frequentata di queste provincie: era un ricettacolo di assassini.

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In talune di esse non fu mai prudente viaggiare anche in uniforme. Paolo Luigi Courrier ha scritto in proposito alcune lettere che sono ornai notissime.

Tutto favoriva il brigandaggio: e la stessa configurazione del paese, coperto di montagne, e le idee del governo, che di quelle montagne non davasi cura, né vi apriva gallerie, ne vi tagliava strade: vi hanno distretti intieri per i quali non è ancora passata una carrozza: vi hanno sentieri, che i muli non si arrischiano di percorrere; aggiungasi a questo il sistema di agricoltura della Puglia, la vita nomade de' pastori che passano la estate sui monti, e vivono in quelle cime senza famiglia, in mezzo al loro gregge, in un isolamento selvaggio. I viandanti sprovvisti di ogni difesa, a torto si avventurano in que' deserti.

Coloro che erano costretti a percorrerli, si facevano scortare da' briganti. Nell'anno precedente, prima della rivoluzione, un viaggiatore volle salire il Matese: prese una guida e si affidò pienamente in lui. Fece una ascensione penosa in mezzo ad un paese magnifico: a due terzi del suo cammino, trovò un lago in fondo ad una valle selvaggia: trovò arbusti di abeti che cuoprivano gli scogli; dalla cima della montagna, da un lato e dall'altro si godeva la vista de' due mari. Il viaggiatore e la guida erano soli in mezzo a quella natura così bizzarra e tale da ispirare inquietudine. Si imbatterono in una croce. - Ve la posi io stesso, disse la guida. - E perché?- È un voto che ho fatto! - Con quale scopo? - Per una disgrazia avvenutami. - E quale? - Ho ucciso un uomo. - Tu? - Sì, o signore, là. - E mostrò la " croce. Sopra diversi punti della montagna ne avea poste altre ventinove.

Tutti i tribunali dell'Europa insieme riuniti non

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basterebbero a giudicare i delitti ignorati, commessi su quelle alture. Il governo li lasciava impuniti; il che permetteva ai più audaci di riunirsi in piccole bande, le quali prendevano dimora in qualche folta foresta, e tentavano poi delle spedizioni. Rileggete GilBlas, cambiate i nomi de' paesi, e voi avrete il racconto di queste avventure. I viaggiatori erano sempre più esposti a' pericoli, ma anche i proprietarii di terre vicine a questi luoghi male avventurati non dormivano tranquilli i loro sonni. Se i contadini loro non vigilavano attentamente in armi, correvano il rischio una bella notte di essere presi e condotti nelle montagne. Allora si imponeva ad essi un riscatto. Il prigioniero scriveva alla sua famiglia, e i briganti stessi portavano la lettera. La famiglia pagava.

Questi fatti avvenivano ogni giorno. Non è corso molto tempo che in una provincia fu rapito un uomo; i parenti di lui erano a Napoli: riceverono dai rapitori un messaggio: chiedevano un migliaio di ducati: i parenti ne offrirono la terza parte. Il messaggere tornò con un orecchio del prigioniero e colla minaccia di tagliar l'altro, se fosse stata necessaria una terza intimazione. Questa storia fu pubblicata dai giornali coi nomi delle persone e dei luoghi. I parenti pagarono tutto; oggi sono nella più squallida miseria.

Simili avventure sarebbero impossibili in qualunque altro paese; qui la paura le incoraggisce. Non si osa denunziare gli emissarii; si fa loro buon viso, si stringe ad essi la mano. Basta un uomo per gettare in costernazione una intiera popolazione. Io stesso ne fui testimone con i miei occhi. Era un operaio che aveva ucciso il suo principale; passeggiava tranquillamente a fronte alta nel villaggio. Il sindaco non ebbe il coraggio di farlo arrestare.

Sì; il governo tremava dinanzi a questa gente.

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Erasi istituita una guardia urbana per proteggere le campagne, ma que' villici armati spesso erano d'accordo co' briganti. Quando le bande erano troppo numerose e minacciavano di prendere una bandiera, il governo si risolveva a combatterle. Allora cominciavano le guerre sulle montagne che si combattono tuttora, le imprese contro un nemico che scappava sempre di mano, che si ricoverava nei boschi quando era cercato nei monti, che si nascondeva nelle macchie, dormiva fra i campi di grano, nemico invisibile, imprendibile, che fuggiva sempre più lungi e più in alto, fino a che il re, per una trista necessità, prometteva un'amnistia a quelli che si sarebbero resi. E il re talvolta manteneva la sua promessa.1

Lo stesso Ferdinando II un giorno dovè trattare con Giosafat Talarico, che lo cimentava e lo batteva da lungo tempo nel fondo della Sila in Calabria. È una foresta che è stata sempre ricovero de' briganti. Si convenne che Talarico e i suoi avrebbero non solo la vita salva, ma la libertà, e meglio ancora, una pensione dal re: solamente sarebbero stati confinati nella isola più bella e più ricca; in Ischia. Vi sono ancora, e riscuotono la loro pensione.

Tale fu il vero brigandaggio ne' tempi ordinarii 5 ne ha cessato mai di esistere. Negli ultimi giorni del regno di Ferdinando II erasi organizzato alle frontiere un servizio regolare per il trasporto di cavalli

1 Non sempre però. «I Borboni restaurati presero uà altro espediente per distruggere il brigandaggio di cui si erano serviti e che allora si riconobbero impotenti a reprimere. Il generale Amato scese a patteggiare con la banda di Vandarelli che infestava la Puglia, e le accordò non solo il perdono e l1 oblio, ma fu stipulato che essa sarebbe trasformata con un ricco soldo in una legione armata al servizio del re, al quale presterebbe giuramento. Stipulate queste convenzioni, la banda venne a Foggia per rendersi, e quivi disarmata per ordine del generale in capo, fu distrutta a colpi di fucile.» - Circolare del barone Ricasoli.

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rubati, di tappa in tappa fino agli Stati Romani, dove gli animali erano venduti. Un Borbonico, oggi celebre, aveva parte in questa impresa: non era però Chiavone. In tempi di crisi politiche il brigandaggio aumentava a dismisura, accogliendo la feccia delle popolazioni, delle prigioni dischiuse, i vagabondi e i malfattori in gran quantità. E si vide quasi sempre il partito vinto servirsi di questi banditi a difesa della propria causa. È mestieri forse ricordare la sanguinosa spedizione del Cardinal Ruffo nel 1799? Fra Diavolo, Mammone, Proni, Sciarpa, De Cesari furono in que' tempi celebri, «né di essi saprei dire altro, scrive il Botta, se non che io compiango la causa de9 Borboni per averli a difensori.» - Non è mio proposito descrivere le atrocità di codesto anno sinistro; sono ormai troppo note: ma mi fermerò alcun poco sul brigandaggio ai tempi di Giuseppe Bonaparte e di. Murat. Alcune pubblicazioni recenti mi servono di guida, e mi pongono in grado di narrarvi fatti nuovi e di trovar in essi singolari raffronti con gli eventi dell'anno che corre.

II.

II brigandaggio sotto Giuseppe Bonaparte e sotto Murat  - Come si formasse - Antonelli e % suoi due ingressi a Chieti - Tacconi - Bizzarro e sua moglie - Parafante - Gli ufficiali fucilati dai loro soldati - Gli eccidii di Parenti - II generale Manhès - Una città interdetta - Santo Manhès.

Anzi tutto ecco una pagina curiosa e quasi ignota di Pietro Colletta. Essa fa scritta or sono trent'anni rispetto ad eventi compiutisi già da mezzo secolo: la si direbbe scritta oggi intorno ad una storia d'ieri.

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«Cos'era dunque il brigandaggio? - si chiede Pietro Colletta.1 - Esaminiamolo in fatto e in diritto, ossia in coloro che lo «componevano, e nello scopo che si erano prefisso. Nel 1806 e nel 1807 vi si dedicarono gli antichi campioni del 1799, Fra Diavolo, i Pizza, i Gueriglia, i Furia, gli Stoduti e altri ancora di pessima fama. Ma in quelli anni istessi furono uccisi, presi o intimiditi, dacché le facili manovre del 99 non erano più bastevoli nel 1806, occorrendo altri tentativi e altri uomini. Era un mestiere difficile e fatale, cui soltanto la disperazione potea indurre. Ecco perché in Sicilia si vuotavano le prigioni e le galere, e si reclutavano i malfattori napoletani, i quali aveano fuggito la loro patria.

Orde numerose ne irruppero entro il regno durante i due primi anni, sia per ritardare l'assedio di Gaeta (appunto come avviene ai nostri tempi) sia per secondare le spedizioni di Maida e di Mileto. Ma dopo quell'epoca le imprese del brigandaggio furono più ristrette. Si sbarcavano pochi uomini in una spiaggia deserta, e bene spesso durante la notte: essi si gettavano nell'interno delle provincie. Se erano bene avventurati, uccidevano, rubavano, distruggevano case, mèssi, armenti: se erano perseguitati, si imbarcavano di nuovo, e ritraendosi in Sicilia o a Ponza (allora occupata dal principe di Canosa), più ricchi erano di spoglie e di misfatti, meglio venivano rimeritati e con lodi e con danaro. Soldati francesi presi all'improvviso e uccisi, un piccolo corpo di guardia sorpreso,

1. I generali Mariano d'Ayala e Enrico Cosenz, il duca di Cirella, U barone G. Marsico, il cavaliere Del Giudice, i signori Filippo Agresti e Giuseppe Del Re hanno riunito i manoscritti postumi del generale, che saranno pubblicati dalla Tipografìa nazionale, sotto il titolo:

Opere inedite o rare di Pietro Colletta.

Il primo volume, già stampato, non è per anco in vendita. Per caso ne posseggo un esemplare, dal quale estraggo il brano che cito.

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un corriere assassinato, una valigia postale rubata, erano allori quali non ne furon colti mai ne1 campi di Austerlitz e di Waterloo. Gli atti perdendo così la loro natura, il delitto divenendo sorgente di industria, questa lebbra infestò tutto il reame: i malfattori, gli oziosi, gli uomini avidi dell'altrui proprietà si univano ai briganti, ingrossavano le bande della Sicilia o si formavano in bande da loro medesimi. Tutti aveano per scopo e per trofeo il furto e la càrnificina.»

Vediamo ora quali fossero i capi di questi banditi. Parlo di tempi assai lontani da noi, di interessi che non sono i nostri. Oggi si possono esaminare senza passione i regni di Giuseppe Bonaparte e di Murat: non verrò dunque accusato di far servire gli uomini e i fatti a benefizio di un principio qualsiasi. E le verità del passato costringeranno a prestar fede alle inverosimiglianze del presente.

Durante questi due monarcati vi furono briganti per tutta quanta la estensione del regno. 1

In Basilicata v'erano Taccone e Quagliarella.

Ne'due Principati, Laurenziello.

Nel distretto di Castrovillari, Campotanese e nelle Montagne di Polino, Cannine Antonio e Mascia.

Nelle montagne delle Calabrie, Parafante, Benincasa, Nierello, il Giurato e il Boia: i quali occupavano anche la foresta di Sant'Eufemio.

1 Sul brigandaggio di que1 tempi, oltre le istorie del Botta e del Colletta, esistono due volumi interessanti dedicati al generale Manhès, uno assai curioso e assai raro, intitolato:

Notizia storica del Conte Ani. Manhès ec. ec, scritta da un antico ufficiale dello Stato maggiore del predetto generale Manhès, nelle Calabrie.

Napoli, Ranucci, 1846. - L' altro abilmente elaborato comparve nel mese scorso sotto questo titolo:

Memorie autografe del generale Manhès intorno ai Briganti compilate da Francesco Montefredini.

Napoli, Stamperia de1 fratelli Morano, 1861.

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Ne' boschi e nelle montagne di Mongiana, nell'Aspromonte e nelle foreste lungo il Rosarno, Paonese, Mazziotti e il Bizzarro.

Negli Abruzzi, Antonelli, Fulvio Quici, Basso Torneo, il quale facevasi chiamare il Re delle campagne. Ora una parola sopra taluni di questi capi.

Antonelli (nome celebre) originario di Fossaceca, non lungi da Lamiano, occupava tutto il territorio di Chieti. Giuseppe Bonaparte avea dovuto trattar con esso da potenza a potenza: gli avea inviato due plenipotenziari, il generale francese Merlin e il Barone Nólli, abruzzese, il quale divenne poi ministro delle finanze. Antonelli volle esser considerato come colonnello e gli fu promesso: anzi gli furono inviate perfino l'uniforme e le spallette di quel grado. I due plenipotenziarii andarono incontro a lui alla distanza di qualche miglio da Chieti, e con lui rientrarono quasi trionfalmente nella città, dinanzi al popolo stupefatto per questa ovazione.

Quando Murat salì sul trono, il colonnello Antonelli si pose nuovamente a batter la campagna, forse per diventar generale. Fu preso e ricondotto a Chieti, ove fece un ingresso ben diverso dal primo, cavalcando a rovescio un asino, di cui teneva, invece della briglia, la coda in mano. Sulle spalle gli avevano affissa la seguente iscrizione: Ecco L'ASSASSINO ANTONELLI.

Taccone, il quale devastava la Basilicata, entra un giorno in Potenza, capoluogo della provincia. Tutte le autorità erangli corse incontro in processione. Si reca con esse alla cattedrale, e fa cantare un

Te Deum

per glorificare i successi delle sue armi. Dopo di che, sceglie una fanciulla di una delle prime famiglie del luogo, e a viva forza la conduce seco.

Lasciando Potenza, corse ad assediare nel suo castello il barone Labriola Federici. Dopo averlo tenuto

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bloccato per diversi giorni, lo costrinse a rendersi insieme con la famiglia, promettendo che non sarebbe ad alcuno fatto male di sorta. Appena entrati i briganti, stuprarono la moglie e le figlie del barone: poi soddisfatte le loro voglie brutali, misero il fuoco alle porte del castello e gettarono nelle fiamme un fanciullo, che per miracolo fu salvato: venti anni or sono, egli viveva tuttora.

Un altro capo, soprannominato

Bizzarro,

aveva istruito alcuni grossi cani & fare la caccia agli uomini. Dopo essersi battuto, lanciava i cani sopra i fuggitivi. In tal guisa un officiale della guardia civica, addetto allo stato maggiore del generale Partoneaux, fu divorato. Dopo l'arrivo di Manhès, Bizzarro abbandonato dalla sua banda, non seguito che da due soli uomini, fu ridotto a tale disperazione, che per non farsi tradire dai vagiti di un fanciullo che eragli nato in quei giorni, lo sfragellò contro un albero. Allora la donna coraggiosa, che avea seguito là il bandito e che era la madre di quella creatura, risolvè di farsi giustizia da sé medesima. Aspettò che il brigante dormisse; prese il fucile di lui e lo uccise. Dopo di che osò presentarsi alle autorità di Mileto e richiedere il danaro promesso a chi avrebbe dato morte al Bizzarro. La somma le fu scrupolosamente pagata, ed essa si maritò e divenne una donna onesta.

Non parlerò di Basso Torneo, il

Re delle campagne,

che bruciò una caserma di gendarmeria, gettando nel fuoco i figli e le mogli de9 gendarmi assenti. Sono stanco di narrare questi orrori: pure voglio dirvi una parola di Parafante, che almeno avea potenza e audacia. Egli prese un giorno nel bosco di Sant'Eufemia un francese per nome Astruc, impiegato nell'amministrazione de' Reali possedimenti. Gli impose per riscattarsi le seguenti condizioni: che tutte le famiglie de' briganti detenute nelle prigioni dovessero esser

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poste in libertà; né bastava: dovessero anche esser fornite di viveri e di vesti. - Ora il governo disponeva di 60 mila baionette: vi erano 25 mila soldati nel campo di Piale sull'Aspromonte, riuniti per respingere qualunque sbarco si preparasse in Sicilia: e di que' 25 mila uomini avea il comando il re medesimo. Pure le condizioni imposte da Parafante furono accettate ed osservate.

Altro aneddoto. Da Cosenza dovéa partire un battaglione, completo, comandato da un ufficiale superiore, esecrato in particolar modo dai briganti. Parafante ebbe l'audacia di fargli sapere per una specie» di araldo d'armi, che lo avrebbe raggiunto e circondato nella strada principale che da Cosenza conduce a Rogliano, e precisamente nel luogo chiamato Lago. L'ufficiale disprezzò l'avvertimento e si mise in marcia. Appunto nel luogo indicato, i briganti si gettarono sopra di lui ad un tratto; tagliarono a pezzi e sbaragliarono il battaglione. Due luogotenenti, Filangieri e Guarasci furono presi con venticinque soldati. I briganti adunarono un consiglio di guerra con tutti i formidabili accessorii propri di questi sinistri giudizi. Fu deciso che i due luogotenenti sarebbero fucilati dai loro propri soldati. A tale condizione questi avrebbero salva la vita.

Rifiutarono tutti; ma i due uffiziali ordinarono loro di obbedire, sperando per tal guisa impedire la morte di venticinque uomini. Dopo lunghe resistenze, col cuore straziato, i soldati eseguirono infine ciò che loro era imposto. Filangieri e Guarasci comandarono il fuoco e caddero. Dopo di che i venticinque soldati furono trucidati.

Ho un ultimo aneddoto, fra tanti che potrei citarne, da narrare: non si riferisce però a Parafante.

Una compagnia di volteggiatori era partita da Cosenza per recarsi a raggiungere il suo reggimento

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(il 29°) a Monteleone. Fece una tappa sotto folti castagneti che costeggiavano la via non lungi da Eogliano. Sopraggiunse in gran fretta una deputazione: il sindaco e i notabili di Parenti, villaggio scavato a breve distanza da quel luogo nelle montagne della Sila. Tutti portavano coccarde tricolori sui loro cappelli a punta; il sindaco avea la sua fascia. Invitarono i volteggiatori ad allontanarsi un po' dalla loro strada per venire a riposarsi nel loro villaggio. Queste licenze aveano giustificazione nelle strade, dove i briganti retrocedevano e sviavano spesso le truppe. I volteggiatori accettarono quindi la cortese offerta dei deputati e li seguirono a Parenti, dove furono ricevuti a braccia aperte alle grida di

Viva i Francesi! viva i bravi!

si sparsero nelle case del villaggio, e ogni famiglia avrebbe voluto accogliere almeno uno di essi. Gli ufficiali dormirono nel palazzo municipale, e tutta la compagnia così disseminata si addormentò profondamente, dopo una faticosa giornata di marcia sotto la sferza del sole.

Nella notte, a un segnale prestabilito, gli abitanti di Parenti si gettarono sui volteggiatori francesi e li scannarono. Era un tranello teso da lungo tempo. Un sol uomo sfuggi da questo eccidio, e si recò a narrarlo al generale Manhès.

Il villaggio fu posto in fiamme. Manhès conosceva questa specie di guerra, ne la faceva co' guanti bianchi. Egli fu l'istrumento di una giustizia inesorabile; non indietreggiò di fronte a qualsiasi violenza, ma in breve tempo pacificò il regno: Sacrificando un uomo, bruciando un villaggio, ne salvava dieci; egli infine prese sopra di se la responsabilità terribile degli atti di rigore, che furono poi causa di salvezza del paese. «Io non vorrei esser stato il generale Manhès, dice il Colletta a lui nemico, in uno de' suoi scritti postumi; ma nemmeno vorrei che il generale Manhès noi

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fosse stato nel regno nel 1809 e nel 1810. Fu per opera sua, se questa pianta venefica del brigandaggio venne alla perfino sradicata.»

Più sotto avrò agio di narrare le punizioni di Manhès. Ora mi contento di accennare un solo atto, un atto di genio.

Nelle gole dell'Aspromonte stanno nascoste le comuni di Serra e di Mongiana, circondate di foreste interminabili e impenetrabili. Ivi imperavano i briganti più terribili: Calabresi senza paura, che attaccavano i battaglioni, i quali servivano di scorta agli ufficiali generali, quando essi recavansi a visitare le ferriere della Mongiana.

Un giorno questi briganti annunziarono alla autorità di Serra che essi erano pronti a sottomettersi: soltanto i capi non volevano presentarsi che di notte, e in una certa casa che designarono. All'ora stabilita, il sindaco, il comandante della Guardia Civica e il luogotenente francese Gerard della Gendarmeria reale, si recarono in questa casa. I quattro o cinque capi de' briganti furono esatti all'appuntamento e, per guadagnar tempo, presero a discutere lungamente le condizioni, che erano state loro imposte. La casa frattanto fu circondata dai banditi, poi ad un tratto invasa; e il sindaco, il comandante della Guardia e l'ufficiale francese brutalmente scannati.

Pochi mesi innanzi la moglie del luogotenente Gerard era stata uccisa sulle montagne del Galdo fra Lauria e Castelluccio in uno scontro, in cui i briganti aveano sorpreso un convoglio di uniformi destinato al 20° di Infanteria francese. La scorta fu battuta, il convoglio involato, e i vincitori trionfalmente indossarono le uniformi rubate e decorate di spallette francesi.

Torniamo a Serra. Questo colpo di mano non era stato prevenuto, né contrastato, né punito; lo spavento avea paralizzato tutti gli abitanti della città.

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Non appena Manhès fu consapevole del fatto, ordinò che fosse distrutta la casa, ove i briganti erano stati accolti: non si obbedì. Manhès domandò al re qual castigo dovesse infliggere alla città. Murat gli rispose: - Fate ciò che volete, ma fate da voi stesso. Correte a Serra, correte in persona, esaminate e punite. -

Manhès corse a Serra a spron battuto prendendo per le foreste onde giungervi più presto. Lo annunziarono soltanto le trombe della sua scorta, le quali suonarono ad un tratto, all'ingresso della città, minacciose come le trombe del giudizio finale. La popolazione fu esterrefatta. Agli alberi, che abbellivano la piazza di quel villaggio, pendevano alcune teste mozzate, rosse di sangue rappreso. Manhès chiese cosa fossero; gli venne replicato, esser una vendetta delle famiglie in lutto, che aveano decapitato i proprietarii della casa ove il delitto era stato commesso. Manhès volse la testa, e si recò in una camera dove si chiuse, e dove non volle vedere alcuno. Durante una notte intiera meditò la punizione.

Era difficile. Non potevasi trucidare una popolazione industriosa, occupata alle ferriere che alimentavano le fornaci del paese, tanto più poi quando la maggior parte dell'esercito stava a poca distanza a tutela delle coste minacciate. Bisognava risparmiare gli abitanti e nel tempo stesso dare un esempio terribile.

La gente del paese credeva che la città sarebbe stata distrutta, e passò quindi la notte trasportando nei boschi gli oggetti più preziosi.

Al mattino, Manhès ordinò che tutta la popolazione si riunisse sulla piazza pubblica. L' assemblea fu innumerevole; neppure uno vi mancò. Manhès entrò in mezzo alla folla e le parlò con veemenza e con una tale autorità di parola, da non potersi immaginare. Tutti tremavano. Ei disse loro che si erano

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condotti come uomini senza coraggio e senza onore, che neppur uno fra essi era innocente e che neppur uno sarebbe stato risparmiato. Immaginatevi lo spavento. Per punirli egli ebbe una luminosa ispirazione; fece ciò che il papa non osa più: mise la città sotto interdetto.

«Io ordino, esclamò, che tutte le chiese di Serra sieno chiuse, che tutti i preti, senza eccezione, abbandonino questi luoghi immediatamente e sieno trasportati a Maida. I vostri fanciulli nasceranno senza battesimo, i vostri vecchi moriranno senza sacramenti, voi sarete racchiusi nella vostra comune abbandonata; ne sfuggirete alla mia giustizia emigrando in un altro paese. Voi sarete per sempre isolati e chiusi nella vostra comune; gli abitanti delle vicine borgate vi faranno buona guardia, e se alcuno di voi tentasse uscire, sarà ucciso come un lupo.»

Bisogna conoscere il paese, per comprendere la desolazione e l'abbattimento onde fa cólto il popolo a tali parole. Manhès lasciò Serra il giorno stesso coi sessanta lancieri, che gli servivano di scorta. Quando partì, la città era deserta; ma appena entrato nella campagna, si imbattè in una processione di fantasmi; era la popolazione intiera in camicie bianche, co' cilizi al fronte, a piedi nudi, inginocchiata; tutti si colpivano il petto con delle pietre, implorando misericordia: Uccideteci piuttosto, esclamavano essi, meglio è morire.

Manhès spinse il suo cavallo al galoppo con una energia inesorabile: e, strana cosa, a malgrado del clero che se ne affisse molto, in specie nelle alte sfere, la sentenza fu eseguita: tutti i preti, e perfino un vecchio ottuagenario che non potea camminare, emigrarono in massa a Maida.

Il risultato di questo interdetto fa ammirabile. «Ove le leggi umane sono impotenti, ha scritto il

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Vico, l'unico mezzo di infrenare gli uomini è la religione.» Gli abitanti di Serra si levarono in massa all'appello di un proprietario del paese, e diedero la caccia ai briganti, caccia incessante, accanita, feroce, che non ristette se non per acquistar forze maggiori, e non ebbe termine fino a che l'ultimo di que' malfattori non fu morto di fame: neppur uno potè sfuggire alla loro vendetta.

Questa spedizione durò pochissimi giorni, e «dopo di essa l'interdetto fu tolto. La popolazione tutta intiera si recò in processione a Maida, per riprendervi i suoi preti. E dopo quel tempo per difendersi il paese non ebbe più bisogno di truppe: la guardia nazionale occupò un piccolo forte scavato in una gola della montagna, e vi si mantenne coraggiosamente. Alla loro esclamazione ordinaria

per santo Dia/volo,

i montanari di quella provincia sostituirono quella

per santo Manhès.

Da ottobre a dicembre, 1200 briganti furono racchiusi nelle prigioni delle Calabrie. Coloro che non si erano resi, caddero poco a poco nei boschi. L'ordine era ristabilito ai primi giorni dell'anno 1811.

III.

Il brigantaggio a' nostri giorni - I primi moti negli Abruzzi (ottobre 1860) - Le bande di Lagrange - Giorgi e il suo cavallo zompo - I fatti della Scurgoìa - Aneddoti - II signor De Christen - Come si formarono le nuove bande - I forzati evasi - I soldati licenziati - Parallelo fra l'armata di Francesco II e l'armata di Cromwell - I briganti d'Inghilterra.


È facile ora comprendere ciò che fosse il brigantaggio ai tempi di Giuseppe Bonaparte e di Murat; gli eventi stessi che si compierono in questo anno, ebbero

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allora luogo, ma furono più gravi e più feroci. L'antico regime era abolito, il nuovo non era consolidato, la dinastia era esule in Sicilia, come lo è oggi a Roma, e le bande venivano sfruttate dai partigiani della restaurazione. Aggiungete l'agitazione rivoluzionaria, le memorie del 1799 e quelle del 1848, le false notizie (sempre eguali) sparse altra volta, come lo sono ai dì nostri, l'opinione fatalista che i Borboni scacciati tornano sempre; e voi comprenderete le relazioni che esistono fra i moti repressi da Manhès, e quelli che oggi reprime il generale Cialdini. Unica differenza è la diversità dei luoghi, ove queste scene si compiono: quando Ferdinando I cospirava in Sicilia, simili fatti avvenivano in Calabria; ora che Francesco II cospira a Roma, le provincie più devastate sono quelle degli Abruzzi e di Terra di Lavorò.

Negli Abruzzi la controrivoluzione ebbe principio fino dall'arrivo di Garibaldi. Quelle provincie limitrofe cogli Stati Romani ancor soggetti al pontefice e alla Terra di Lavoro tuttora borbonica, situate assai lungi da quella linea del Volturno che tratteneva il dittatore, erano insorte o piuttosto aveano sposato la causa d'Italia, all'appello di Pasquale De Virgilii intendente di Teramo.1 .

Egli si era posto a capo deliberali, e avea indotte le città e le campagne nel moto italiano.

Ma i monti restavano realisti. Il forte di Civitella del Tronto posto sulla sommità di un mucchio

1 Pasquale De Virgilii cominciò la sua carriera scrivendo poesie, e fu uno de duci del movimento romantico a Napoli. Alla pari di ogni altro entrò nella politica del 1848, e vi tornò nel 1860 dopo dodici anni di persecuzioni. Intendente di Teramo, poi prodittatore, poi governatore della sua provincia, ebbe l'onore di accogliere per il primo sul ponte del Tronto Vittorio Emanuele, quando il Re d'Italia pose per la prima volta il piede sulla terra napoletana. Al signor De Virgilii debbo i ragguagli che vado narrando intorno ai moti degli Abruzzi.

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di scogli quasi inaccessibili, era ancora difeso da borbonici risoluti a non cedere; ed essi potevano mantenermi lungamente, perché il loro celebre castello respinse il Duca di Ghiisa, e in tempi a noi più vicini, nel 1805, resistè per molti mesi con un pugno di difensori all'assedio regolare di un'armata franco-italica: la guarnigione non si arrese, se non quando fu ridotta al numero di sette soldati.

Civitella era inutilissima alla difesa del Regno, nel quale potevasi liberamente avere accesso da ogni lato; ma, per tenere inquieta e in perpetua agitazione la provincia di Teramo, era una posizione eccellente. Molte centinaia di gendarmi vi furono racchiusi per proteggerli contro le popolazioni da essi esecrate, le quali li ricambiavano di pari sentimenti. Così le reazioni furono preparate fin da quando quella provincia si assoggettò al nuovo regime: interrotte al giungere di Vittorio Emanuele, rinacquero dopo la partenza del re, che, lasciando il Teramano sguarnito, si volse colle sue truppe verso Capua.

L'insurrezione scoppiò il 19 ottobre, l'antivigilia del plebiscito. Il popolo era chiamato a votare suffragio universale l'unione delle due Sicilie al futuro Regno d'Italia. I gendarmi uscirono dal forte di Civitella con bandiere borboniche, e a un segnale stabilito, i montanari di tutta la linea degli Appennini, che separano il Teramano dalla provincia di Aquila, si precipitarono nelle pianure. Furono invasi con violenza i villaggi, rovesciate le autorità, all'antiche sostituite le nuove, assalite le case, scannati i liberali come nelle invasioni de' briganti; tuttavia sarebbe ingiustizia assimilare questi movimenti al brigantaggio dell'anno 1861.

Negli Abruzzi potea trovarsi almeno, nell'ottobre 1860, una ragione politica per spiegare questi fatti. La dinastia, non ancora esautorata, si difendeva

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a Capua e imperava a Gaeta. Il re delle due Sicilie non avea abbandonato i suoi Stati. La rivolta scoppiava prima del plebiscito occasionata da quest'atto sovrano, che non avea legittimata per anco la rivoluzione e la unione all'Italia. Legalmente parlando, i montanari degli Abruzzi usavano del loro diritto.

Per un momento furono i più forti. Giunsero assai vicini a Teramo: respinsero le Guardie nazionali che il Governo avea inviato contro di essi. Per disperderli vi occorse l'ardente legione de' volontari abruzzesi di Curci, e quasi un battaglione di soldati di linea. Furono separati dai gendarmi di Civitella del Tronto, poi inseguiti di vallata in vallata fino alla Valle Castellana, sulla più alta cima degli Appennini, che domina tre provincie. In quel baluardo naturale poterono accamparsi solidamente, e resistere ancora per lungo tempo. Di tanto in tanto scendevano nelle mal difese borgate per rinnuovare le loro provvisioni, che pagavano colle palle de' loro fucili.

Diminuita allora colla sommissione de' montanari onesti, de' contadini disillusi, la banda non si compose che di briganti macchiati di delitti e indegni di perdono, i quali non si batterono che per scampare dalla forca, o dalle galere: e si batterono quindi da disperati; bisognò inviare contro di essi il generai Pinelli, uno fra i migliori officiali della armata piemontese.

Dopo alcuni conati infruttuosi contro il forte di Civitella, il generale si die ad inseguire i briganti; che tali erano quelli rimasti nella Valle Castellana. Fu allora che egli scrisse contro i medesimi quel formidabile proclama, che ha scandalizzato tanto l'Europa, e col quale minacciava di fucilare tutti i banditi, che avesse presi colle armi alla mano. Il generale fu richiamato dopo le grida di orrore gettate dai filantropi di Londra o di Parigi, i quali non si sentivano in

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guisa alcuna minacciati o negli averi o nelle famiglie dai briganti dell'Abruzzo. Pinelli lasciò dunque il suo comando; ma avanti di partire egli avea distrutto il brigantaggio. Poche fucilate avevano fruttato centinaia di sommissioni e salvato migliaia di vite; dappoiché i banditi di Valle Castellana non rubavano solamente, ma uccidevano.

Quanto a Civitella del Tronto, è noto che essa si difese bravamente, anche dopo la resa di Gaeta e di Messina, rifiutando fino all'ultimo di capitolare. Rendo onore alla bravura, e non confondo la intrepida resistenza di questa guarnigione con la ostinazione forzata de' malfattori, i quali null'altro cercavano se non di scampare dalla forca.

Così fu spento il partito borbonico nella parte degli Abruzzi, che confinava colle provincie romane annesse all'Italia. Pure gli Abruzzi e la Terra di Lavoro, essendo provincie limitrofe agli Stati rimasti in potere del Papa, erano minacciate e invase ogni giorno da grosse bande di partigiani.

In sulle prime di queste invasioni si ebbe poca cura, perché l'animo di tutti era rivolto a Gaeta; pur nondimeno furono più gravi di quelle, di cui tanto si parlò in appresso.

A dir vero, non si poteano chiamare neppure invasioni, ma mosse strategiche. Un tedesco per nome Kleischt, che facevasi chiamare Lagrange, procedea d'accordo col generale Scotti; questi dalla parte d'Isernia, quegli dalla parte di Aquila dovevano percorrere e sottomettere gli Abruzzi, e, marciando l'uno all'incontro dell'altro, ritrovarsi a Popoli. Kleischt avea anche annunziato alle popolazioni, che un' armata austriaca era per Teramo entrata nel regno. Forse ei lo credeva; non poche furono in quel tempo le illusioni. Per mala ventura questi Austriaci erano Piemontesi, e Scotti cadde nelle loro mani con 8000 uomini,

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due giorni prima che Kleischt partisse da Avezzano diretto ad Aquila.

Allorché gli fa noto che Scotti era stato circondato, il tedesca tornò indietro, e percorse sessanta miglia a cavallo senza far alto.

Kleischt aveva sotto i suoi ordini un individuo singolare, chiamato Giorgi, che figurò anch'egli come capo di briganti. Era il più buon figliuolo del mondo, morale quanto Gil Blas e alla pari di lui desideroso di avventure. Credo fosse di Civitella, avvocato, se non mi inganno: ma ciò poca monta, dacché avea esercitato molte altre professioni. Fu arrestato per i suoi trascorsi nel mese di settembre J860 e condotto ad Avezzano, innanzi al sottointendente, da due ufficiali della Guardia Nazionale. Non si sconcertò, e, per far buona figura, presentò i due ufficiali al sottointendente come suoi amici.

L'amnistia di Garibaldi restituì la libertà a Giorgi, il quale corse a Gaeta per offrire i suoi servigi a Francesco II. Il maggior torto di quel giovane monarca è stato quello di accettare servigii da chiunque. Giorgi dunque fu posto sotto gli ordini di Kleischt e molto si distinse in quel famoso combattimento della Marsica, in cui i volontari di Paterni e i volontari borbonici di Lagrange si volsero reciprocamente le spalle e fuggirono in trionfo, pretendendosi da ambe le parti di aver vinto una battaglia e aver tolto de' cannoni al nemico. Né gli uni né gli altri avean cannoni.

Giorgi divenne sottointendente d'Avezzano, e provvide al suo avvenire: ma di ciò non vo' dir altro. Poco tempo dopo vedendo giungere i Piemontesi, inforcò un cavallo che non gli apparteneva (il miglior degli Abruzzi) e si rifugiò a Soma. Il padrone del cavallo fu desolato, e offrì una forte somma a chi glie lo avrebbe ricondotto.

Un uomo di buona volontà tentò l'impresa.

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Corse a Roma, dove il cavallo appunto era in vendita. - Ecco un animale che zoppica; disse vedendolo. - Che dite mai? rispose Giorgi: è il miglior cavallo degli Abruzzi. - Vi dico che zoppica. - Ed io vi ripeto che non è vero. - La discussione si animò. Fu fatto camminar il cavallo al passo, al trotto, al galoppo: quel l'uomo pretendeva che zoppicasse, e sosteneva che avendo qualcuno in sella avrebbe zoppicato ancor più. - Montate, disse Giorgi furibondo, e vedrete se zoppica. - L'uomo inforcò il cavallo, e partì al galoppo. - Zoppica, gridava Giorgi, zoppica? - Zoppicava tanto poco, che Giorgi non potè più raggiungerlo.

Nella seconda quindicina di dicembre, mentre Gaeta si difendeva, e Pinelli assediava Civitella del Tronto, Lagrange e Giorgi tentarono una spedizione nel Napoletano. Dipendevano da un generale Luvara, uomo assai vecchio, se non m'inganno. Chiedo licenza di riprodurre su questo proposito alcune notizie che feci raccogliere sui luoghi e sui fatti.

1

Giorgi e i suoi compagni riunirono adunque quanti Papalini e Borbonici sbandati poterono trovare, e aggiungendo ad essi alcuni zuavi del papa, gli abitanti di Cecolano, alcuni contadini e alcuni monaci, pervennero a metter insieme forse quindici mila uomini. I quali erano armati, Dio sa come, con fucili da caccia a due canne, con vecchie carabine, con picche, pugnali, istrumenti da lavoro: i più terribili aveano pesto delle punte di ferro in cima ai loro nodosi bastoni, e ne usavano gagliardamente.

Tutta questa banda si rovesciò negli Abruzzi con Giorgi alla testa, decorato del gran cordone di san Gennaro.

1 Queste notizie compavero nel

Temps:

le riproduco nella loro integrità per non alterar i fatti, cambiando le parole. Dirò lo stesso per i documenti che fra molti altri del tutto inediti o sconosciuti, saranno pubblicati in queste pagine a render completo il mio lavoro.

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Occuparono e saccheggiarono con requisizioni forzate Tagliacozzo, Petrella, Curcomello ecc. Ecco quali furono le loro imprese, e qui si limitarono i loro trionfi. Non riuscirono a sollevare le provincie: rimasero/vinti dalla indifferenza popolare, prima di esser cacciati dalle vittorie del generale De Sonnaz. Pure avevano fieri seguaci. Un caporale napoletano per nome Biaz, che ad Avezzano era stato nell'esercito garibaldino e che si era gettato poi nelle bande borboniche, correva per i monti, predicando la santa causa, promettendo piastre, saccheggi, incendii, indulgenze ecc. Volete alcuni ragguagli sopra questa guerra di partigiani, nella quale sembra si gridi come altra volta:

Muori o uccidi?

Eccoli.

Martedì, 19 gennaio, circa le ore 3 e mezzo (mezz'ora prima del tramonto del sole) le alture della Scurgola e le case della parte superiore del paese furono assalite ad un tratto dagli uomini di Giorgi. Una sola compagnia, la quattordicesima del sesto di linea, comandata dal capitano Foldi, occupava la Scurgola. Attaccata all'improvviso, dovè ripiegare fuori del paese, dopo pochi istanti di fuoco: ma essa avea dato l'allarme a due compagnie, che erano a Magliano, scortate da un plotone di lancieri.

I rinforzi giunsero a Scurgola a passo di corsa. Il paese fu circondato: tutti gli insorti presi in un sol colpo, salvo quelli che non erano entrati per anco nel villaggio; questi furono dispersi e uccisi. Il capitano Foldi si distinse assai in quella giornata. Per una fortuna provvidenziale, l'il colonnello Quintini del 40° giunse da Sora la sera istessa. Ascendendo il Salviano, udì da lunge le prime scariche e corse immediatamente ad Avezzano, adoperandosi in ogni guisa per inviar rinforzi ne' punti ove ferveva la mischia. Quintini solo valeva due battaglioni. Il fuoco durò due ore vivissimo e sostenuto. Gli insorti vi perderono circa 130

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uomini, compresi i fucilati, che vennero puniti sul luogo e, senza indugio. Le truppe italiane non ebbero che due morti e quattro feriti; e queste non sono fandonie, jna cifre officiali. Giorgi, Luvara (il generalissimo che sottoscriveva i proclami) e lo stato maggiore erano rimasti al convento di Sant'Antonio, a mezzo miglio dalla Scurgola,. dalla parte di Tagliacozzo. Vedendo la rotta dei loro, si affrettarono a fuggire. Nel combattimento fu presa una delle loro bandiere. Era un vecchio crocifisso in legno, al quale avean legato con dello spago un pezzo di stoffa rossa, strappata da qualche parato da chiesa: l'asta era un bastone di tenda tolto ai soldati Piemontesi a Tagliacozzo. Ma questo cencio già forato nobilmente come una bandiera, non era l'orifiamma; essa non veniva esposta alle palle e non era uscita da Tagliacozzo. «Era un magnifico quadrato di seta bianca, scrive un testimone che l'ha veduta, adattatissimo per una processione. Da

un lato vi si scorgeva Maria Cristina (madre di Francesco II e principessa di Carignano) in ginocchio davanti ad una Madonna, nell'atto di calpestare la croce di Savoia. Dall'altro lato eravi una Immacolata Concezione. Quello stendardo era stato benedetto dal papa, e se ne attendevano miracoli. Cominciò assai male con questa sventurata spedizione.

Con Giorgi e Luvara

»

continuo a citare la lettera di un testimone oculare «marciava vestito da colonnello alla pari di Giorgi, quel famoso venezia no, che dapprima si credè un cardinale, e che alla fin de' conti era un semplice

monsignor di Corte.

Tra i prigionieri si trovavano molti antichi soldati, e furono graziati; ma ai partigiani non si concesse quartiere. Uno de1 loro capi, il medico Mauti di Luco, è stato fucilato, e, affrettiamoci a dirlo, è morto coraggiosamente. Gli fu promessa la vita, se avesse

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fatto rivelazioni. Rifiutò: si contentò di rispondere» che per caso trovavasi in mezzo agli insorti: stretto» dalle domande, da uomo d'onore si tacque. Avrebbe meritato la grazia: ma per sua malaventura aveva indosso testimonianze tenibili: è stato fucilato dinanzi al castello. - A Sora sono stati inviati tre prigionieri singolari, i tre individui che avevano portato a Tagliacozzo al maggiore piemontese una intimazione assai audace delle bande borboniche. Uno era officiale de' Cacciatori napoletani, un altro era caporale dello stesso corpo, e il terzo zuavo del papa,oriundo spagnuolo, antico capitano carlista. Questi tre disgraziati hanno narrato la loro storia, che è una lunga sequela di disinganni. A Roma erano stati assicurati che negli Abruzzi esisteva realmente un'armata, che le popolazioni li attendevano con entusiasmo, e che in quindici giorni sarebbero giunti a Napoli. Hanno trovato cinque o seicento soldati sbandati, due mila contadini male armati, e una plebaglia o indifferente o impaurita. A Carsoli si attendevano armi per tutta questa gente, ma i Francesi hanno arrestato il convoglio. - Fra i fucilati della Scurgola figuravano due preti, un monsignore e il curato di Monte Sabinese. A Poggio Filippo,villaggio vicino, è morto un disgraziato in seguito delle sue ferite. Spogliandolo, hanno scoperto che portava calze violette.»

Mi son giunti poi singolari ragguagli intorno alle disposizioni de' contadini abruzzesi ili codesto tempo oramai remoto.

Erano borbonici furenti. Si narra l'aneddoto di una giovane donna che fece morire un Garibaldino in casa di lei rifugiato, con una ferocia brutale ed oscena.. Non ardisco riferire le particolarità di questo lungo assassinio. Ma ecco un incidente che è lecito narrare. Dopo la disfatta di Giorgi, il quale non tornò

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più (questa volta, disse fuggendo, la mia balordaggine è stata eccessiva) restavano in Avezzano una cinquantina di prigionieri, non si sapeva che farne, non si potevano fucilare senza barbarie, né lasciarli liberi senza pericolo: si adottò un mezzo termine: ne furono scelti trenta, per esperimentare sopra di essi gli effetti del terrore. Il curato (che faceva parte di questa cospirazione umanitaria) li riunì nella chiesa, e diresse loro un discorso spaventevole; disse che si preparassero a morire, esser suonata l'ultima ora, e li rimproverò i loro delitti con focosa eloquenza. Caddero in ginocchio più morti che vivi. Allora il curato fu assalito da un movimento di pietà. Soggiunse che forse la giustizia umana di essi avrebbe pietà, ma che bisognava che tutti, uno ad uno, colla mano sul crocifisso giurassero che non farebber più parte di alcuna banda d'insorti. Giurarono tutti e vennero posti in libertà. Otto giorni dopo furono ripresi a Carsoli nella banda di Giorgi.

Fu verso quel tempo che la truppa un po' l'eterogenea del signor De Christen, dapprima scacciata, fu poi attaccata negli Stati Romani dal generale De Sonnaz. Il signor De Christen era un partigiano legittimista, che si batteva per il trono e per l'altare. Circondato in Bauco dai Piemontesi, di cui aveva respinto il primo attacco, consentì a negoziare con essi, e promise sull'onore di non più servire contro l'Italia. Ahimè! tenne parola come i prigionieri abruzzesi. Tentò ancora inutilmente alcune escursioni, poi venne in Napoli con nome falso e con passaporto inglese a fomentare nuovi disordini. Egli trovasi ora in potere della giustizia, ma potrebbe esser lasciato in libertà, perché non è più pericoloso.

Sono già corsi sette mesi1 che le spedizioni legittimiste sono cessate per la capitolazione di Gaeta (13 febbraio 1861). Francesco II dispensò i suoi

1 I primi sette capitoli di questo lavoro furono scritti nel settembre 1861.

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partigiani, e segnatamente De Christen, da ulteriori servigi ormai fatti inutili, come disse il dispaccio borbonico pubblicato ne' giornali del tempo. Il paese fu sollevato da un gran peso; le città illuminate, e a malgrado dei vescovi, cantarono senza di essi il

Te Deum.

Non già che fosse estinto il brigantaggio. Ma i malfattori che correvano le campagne nulla aveano di comune coi partigiani del re decaduto, non erano più che galeotti evasi dai bagni, profittando dell'ingresso di Garibaldi nel regno. Il Dittatore seguendo il suo cammino da Reggio a Napoli, non avea avuto tempo di ricostituire l'armata e la polizia nelle Comuni da lui traversate al galoppo. Tutte le prigioni al suo passaggio erano state aperte; i detenuti avevano indossato la camicia rossa e proclamato il trionfatore. Tutti attendevano la loro assoluzione dalla grande redenzione italiana; aveano vissuto nei bagni coi detenuti politici: confusi con questi nella pena, speravano esserlo nella liberazione. Non pochi aveano seguito Garibaldi fin sotto le mura di Capua, e si erano coraggiosamente battuti.

Ma quando l'autorità regolare venne ad un tratto a sostituire il potere fantastico del Dittatore, tutte queste speranze caddero.

Per molte ragioni, e sovra ogni altra per onestà, il governo italiano rifiutò i servigi degli antichi detenuti. Uno di essi, Cipriano della Gala, erasi offerto per inseguire i briganti; fa consegnato all'autorità giudiciaria; altera tutti questi individui, riuniti per caso, galeotti evasi, falsi liberali,.malfattori studiosi di scampar la forca rimasti elusi, antichi malandrini, mendicanti, vagabondi, e qualche montanaro affamato formarono le prime bande, e si misero ad assalire e a spogliare i viaggiatori. Tale fu l'origine vera del brigantaggio in quest'anno.

Ma queste bande non erano forti e non comparivano

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che in lontananza in due o in tre provincia Erano ventine d'uomini al più, che abitavano i boschi o le sommità ordinariamente praticate dai briganti, e specialmente la Sila in Calabria. Imponevano qua e là taglie, e se ne andavano contenti, se venivano loro pagate.. Di politica non si occupavano. Con pochi battaglioni di bersaglieri sarebbe stato facile disperderli.

Ma il governo piemontese era in quel tempo sopra up pendio di errori e di sbagli. Vero è che trovavasi assai impacciato, specialmente per le tre armate che avea sulle braccia, cioè la sua, quella di Garibaldi e quella di Napoli.

quest'ultima in specie gli era di grande imbarazzo. Tutti i soldati borbonici erano prigionieri di guerra e dovevano esserlo, ai germini della capitolazione di Gaeta, fino alla presa di Messina e di Civitella del Tronto.

Civitella fu l'ultima a cedere (20 marzo). Che dovea fare il governo dell'armata? Accordò due mesi di congedo a tutti coloro che erano usciti da Gaeta, e dopo questi due mesi, quelli che appartenevano alle leve posteriori al 1857 dovevano essere immediatamente chiamati sotto le armi. Gli altri avevano diritto di arruolarsi, se ciò tornava loro a genio.

Queste concessioni furono i più formidabili errori che potesse commettere un generoso potere. I due mesi di congedo soprattutto (condizione stipulata a Gaeta) compromisero gravemente nelle provincie meridionali la causa italiana. I soldati spesero ben presto la indennità che aveano ottenuta. Allora non seppero di che vivere. E noi non riamo in Inghilterra!

Macaulay racconta che al ritorno del re legittimo fu mestieri licenziare l'armata di Cromwell. Cinquantamila uomini abituati a battersi furono lasciati sulla strada. V'era da aspettarsi che avrebbero

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mendicato il pane o forse lo avrebber rubato. Così non avvenne peraltro: «Alcuni mesi dopo non restava traccia che» indicasse che l'armata più formidabile del mondo,era stata assorbita nella massa del popolo. I realisti stessi erano costretti a confessare che i vecchi soldati prosperavano più di ogni altro in tutte le oneste industrie, che nessuno fu accusato di furto o di brigantaggio, che nessuno ricorse alla carità pubblica, e che se un muratore, un carrettiere, un fornaio distinguevasi, per la sua assiduità al lavoro, o per la sua sobrietà, v'era da scommettere che egli fosse un vecchio soldato di Cromwell.1»

Né è a credersi che mancassero allora briganti in Inghilterra; testimone quel Guglielmo Nevison, di cui parla Macaulay, alcune pagine più indietro, quel generoso ladro della Contea d'York, che si facea pagare un tributo trimestrale da' mercanti di bestiame del settentrione, e che divideva co' poveri ciò che egli prendeva ai ricchi; testimone quel famoso capo di assassini, antico paggio del duca di Richmond, Claudio Duval, francese e sì galante con le signore. Egli fermò un giorno la carrozza di una bellissima dama, la quale recava seco 400 sterline. Non ne prese che cento a condizione, che ella si degnasse di ballare una contraddanza con lui sull'erba. Eranvi allora in Inghilterra de' briganti anche più serii e più cattivi, ma i veterani di Cromwell erano stretti al dovere dalla loro coscienza e dalla loro dignità di uomini liberi. Questo sentimento e quello dell'onora, che ne' Francesi ne tiene il luogo, mancavano affatto nelle caserme del regno delle due Sicilie. Qui i privilegi e le immunità della spada aveano demoralizzato fino all'abiezione quasi tutta l'armata di Francesco IL

La quale non potè quindi essere pacificamente assorbita dalla popolazione laboriosa. Abituati agli ozii

1 Macaulay,

Storia d'Inghilterra.

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della caserme o delle casematte, i soldati licenziati non vollero essere più operai o coltivatori; e molto meno vollero ingaggiarci sotto la Croce di Savoia, un po' per antipatia verso i Piemontesi (e ne vedremo più sotto le cause), e molto perché il servizio era più duro e meno pagato sotto la Croce che sotto i Gigli, e moltissimo poi (e ho questa notizia da venti borbonici che me lo hanno schiettamente confessato) perché Vittorio Emanuele era un re troppo guerriero, né si curavano essi di andare a far la guerra all'Austria.

Tali sono le vere cause della defezione de' soldati borbonici. Altri aggiungeranno una fedeltà catoniana alla causa vinta, l'affetto immutabile al re decaduto, una pia devozione all'eroina di Gaeta. E poiché molti vi credono per fede, così non voglio impugnare queste ragioni patetiche. Mi duole soltanto che abbiano spinto de' soldati a farsi ladri per le pubbliche vie, perocché, e su ciò insisto, ne' primi tempi a questo solo si adoperarono: e passaron de' mesi prima che inalberassero una bandiera qualunque. Nascosti la sera nelle macchie, col pugnale in mano, lungo le strade poco sicure, spiavano i passi di un viaggiatore, i sonagli d'un mulo, erano in cento ad aggredire un uomo solo, e, fatto il colpo, fuggivano in fretta ai loro nascondigli, come i Burgravi degradati di Vittore Hugo.

Non fu che in appresso, allorché i soldati licenziati e i refrattari si congiunsero ai malfattori già sparsi per le montagne, che la cospirazione borbonica organizzata a Roma, a Napoli e per tutte le provincie, mancando di soldati, risolvè di adoperare questi uomini. Allora soltanto il brigantaggio assunse un carattere politico. Vediamo frattanto ciò che fosse codesta cospirazione.

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IV.

La cospirazione - Napoli garibaldina - I partiti dopo la partenza del Dittatore - L'opposizione dei letterati La consorteria e il municipalismo - L'opposizione del popolo - L'opinione della paura - Viva Garibaldi - L' opposizione del clero - Le leggi contro i conventi  - La falsa moneta e gli anelli di zinco - Il brigantaggio assume carattere politico.


L'eroiche gesta di Garibaldi erano state una sorpresa, un colpo di fulmine. Già compiute, ad esse non si prestava fede. Tutti si chiedevano: È egli davvero sul continente? E nel tempo istesso Garibaldi entrava in Napoli. In nessun luogo avea trovato resistenza. Eroe leggendario avea colpito la immaginazione del popolo, continuando per conto suo le favole dell'Ariosto. Le sue avventure meravigliose in terra e in mare, nelle quattro parti del mondo, le tempeste e i combattimenti,le vittorie e i naufragi, l'interesse che in questo paese suscita quanto havvi di strano, d'irregolare, di superiore alla legge; perfino la parte spettacolosa, la camicia rossa, e per soprappiù il terrore, le memorie di Velletri narrate e sparse dai soldati sconfitti, e per ultimo la superstizione, che ingrandiva e consacrava il semiDio (quando è colpito, dicevano, scuote la camicia e le palle cadono), tutte queste circostanze insieme riunite aveano reso Garibaldi quasi eguale a san Gennaro...

Ho parlato di terrore, e torno a discorrerne, perché questo sentimento qui spiega tutto, nè mi stancherò mai di ripeterlo. La paura regola il mondo; è massima continuamente proclamata da Garibaldi. La paura rese trionfante la causa italiana, e non solo quel timore misterioso ispirato dall'eroe popolano, il quale a dieci anni di distanza sconfisse due volte da Roma e da Napoli a Gaeta l'armata del padre e' l'armato del figlio,

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ma ancora quel terrore sparso dalla turba sanguinosa ed oscena dei soldati borbonici. I loro recenti eccessi in Sicilia, l'incendio di Carini, il bombardamento di Palermo, e sovra ogni altra cosa le loro brutalità nella stessa Napoli, le memorie del 15 maggio 1848, le aggressioni del 15 luglio 1860, tenevano in un continuo spavento i pacifici borghesi. Dev'esservi noto quest'ultimo avvenimento. Alcuni granatieri del Re si erano slanciati una domenica al tramonto del sole, non già sopra sediziosi attruppamenti, ma sopra una folla tranquilla, e prendendo chiunque passava per la gola (anche gentiluomini in carrozza, e personaggi aventi carattere officiale, fra i quali il console d'Inghilterra), li aveano minacciati, colpiti e perfino uccisi a colpi di sciabola, urlando

Viva il Be!

Da quel giorno la città era rimasta in diffidenza: essa guardava i cannoni puntati sopra di lei in tutti i forti, e non vedeva dovunque che miccie accese. I ricchi negozianti avevano noleggiato vapori o brigantini per porvi in salvo dal saccheggio mercanzie e valori. I gentiluomini più borbonici erano nobilmente fuggiti. I vascelli stranieri ancorati nella rada erano popolati di fuggitivi a carichi di casse preziose. Gli stranieri aveano compilato l'inventario degli oggetti di loro pertinenza, e lo avevan depositato presso i consoli rispettivi. Ad ogni istante nellacittà, sopraffatti dalla paura i cittadini chiudevano le botteghe e le case, spopolavano le strade, facevano correre a precipizio carrozze, cavalli, pedoni, mercanti ambulanti, in una confusione strana, in una fuga insensata. Io stesso ho veduto questi fatti co'miei occhi, e giorno per giorno ne ho preso nota.

Così la stessa paura, ossia la pubblica opinione, intravide in Garibaldi un salvatore. Tutti lo chiamaron con gridi d'angoscia: e quando fu giunto, la città intiera calma? rassicurata potè liberamente respirare.

In realtà il pericolo cominciava in quel momento.

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II giorno dell'ingresso di Garibaldi seguito tutto al più da venti uomini, restavano sei mila soldati a Napoli. Una palla fortunata avrebbe messo la città a ferro e a fuoco. Il grosso dell'armata trova vasi a due miglia di distanza. I cacciatori, i Bavaresi volevano battersi, e si batterono infatti. Garibaldi rimase quasi per due mesi dinanzi a Capua senza prenderla. Il primo ottobre le truppe reali furono ben vicine a ritornare in Napoli; il giorno di poi ve ne erano tuttora molte migliaia in C^serta, che avevano presa, e che avrebber conservata forse, se non perdevano il tempo nel saccheggiare una casa. - Tuttavia tale era la fede in Garibaldi, che in faccia a questi gravissimi pericoli la città rimase gaia, Viva, imbandierata, illuminata tutte le sere, screziata allegramente da costumi diversi, ripiena di camicie rosse, affiochita e assordita a forza di fanfare e di acclamazioni, ebbra e pazza di giubbilo!

Durante questa esplosione di entusiasmo, non fuvvi partito borbonico, e non vi furono neppur borbonici. Alcune congreghe eransi formate intorno ai grandi capi di tutti i movimenti italiani, Mazzini, Cattaneo, Saffi e altri riuniti allora a Napoli, allettati o chiamati dalla giovane rivoluzione. Ma queste congreghe non erano che frazioni di tutto il partito liberale. Avevamo mazziniani, repubblicani indipendenti, democratici monarchici, garibaldini puri, garibaldini moderati, moderati non garibaldini, unitari e Unionisti, partigiani dell'Italia

ima,

e partigiani dell'Italia

unita,

annessionisti con o senza condizioni, Piemontesi i quali non giuravano che per Torino, e Napoletani che non pensavano che a Napoli; ma non un circolo, non una conversazione osava più pensare a Francesco II. - Tutto questo durò fino all'arrivo di Vittorio Emanuele e allo stabilimento dell'autorità regolare.

Allora i Napoletani si intiepidirono ad un tratto.

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Formaronsi due opposizioni, ogni giorno più distinte, l'una fra i letterati, l'altra fra il popolo.

Studiamoci di disegnare nettamente queste due opposizioni. Io mi avventuro in terreno lubrico, ma il miglior, mezzo per non cadére è quello di camminarvi risolutamente. Parlerò dunque con tutta la sincerità. Ho già bastante esperienza per sapere che l'arte suprema sta nella piena sincerità.

L'opposizione dei letterati (non dico borghesi, perché a Napoli sarebbe,una parola impropria) fu suscitata da mille cause, ma soprattutto da passioni di campanile e da ambizioni disilluse. Una consorteria potente erasi impadronita del potere, e componevasi in special modo degli emigrati. Queste vittime del 1848 erano i cittadini più ragguardevoli delle due Sicilie. Dispersi in tutta l'Europa, in gran numero congregati in Piemonte, vi aveano trovato non solo un asilo, ma l'accoglienza più simpatica e più generosa. Il Piemonte fu l'Olanda dei

whigs

di Napoli. Nell'esilio si cospira sempre un tantino; e i nostri emigrati cospirarono, ma con moderazione. Guidati dapprima da Manin, che li dirigeva da Parigi, consigliarono la resistenza legale. Scrissero manifesti e

memorandum,

ne' quali chiesero all'Europa un Ferdinando II liberale. Manin morì, e Ferdinando restò il monarca più assoluto. Allora gli emigrati sperarono salute da Francesco II, e taluni anche da Murat. Ma l'Inghilterra teneva avvinte le braccia del pretendente. Rispetto a Francesco II, ascendendo il trono, annunzio che non sperava poter agguagliare le sublimi virtù del padre.

Frattanto l'emigrazione erasi fortificata. Prima di morire il penultimo re di Napoli avea dischiuso le prigioni. Il barone Poerio ne era uscito con la sua lacrimevole coorte. Voi ricordate ciò che avvenne: deportato in America, ebbe l'audacia di sbarcare in Manda, d'onde si rese a Torino. Notate che egli era

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rimasto in relazione con tutti i proscritti e con tutta l'Europa. Sotto la sua veste di forzato, non avea mai cessato di cospirare. Egli dirigeva i liberali di Napoli; li frenava dal fondo della sua galera, e trascinando la catena, li confortava a sperare.

Perciò adunque essendo egli con i suoi compagni d'infortunio a Torino, l'emigrazione fu completa; falange stretta e ornai celebre e formidabile, in specie a causa delle sue sventure. Avea disperato di Ferdinando, di Francesco, di Murat: cresciuta sotto la protezione del Piemonte, era divenuta Piemontese. La campagna di Lombardia, l'annessione de' Ducati, delle Legazioni, della Toscana, sbozzò innanzi ai suoi occhi l'immagine sì lungo tempo sognata e tante volte respinta come una fatale illusione, dell'Italia una. D'altra parte era quella la soluzione sola possibile! E qui l'audacia e la saggezza si trovarono concordi.

Quando Francesco II proclamò la costituzione e l'amnistia, gli emigrati tornarono in frotte, e con ogni possa alimentarono la universale sfiducia, che respingeva le coatte franchigie strappate al giovane re. Tentarono di prevenire Garibaldi, che era ancora in Sicilia, e di sollevar il paese senza l'intervento di lui. Il cannone di Sant'Elmo glie lo impedì. Allora si rassegnarono a stender le braccia al Dittatore, a dirigere il Comitato segreto, che altre volte ho chiamato il governo secreto. Mercé loro, Garibaldi, fin dal suo arrivo, il 7 settembre 1860, non trovò soltanto un popolo preparato, ma un ministero già fatto.

Io ho insistito su questi precedenti de'

consorti

(come qui si appellano) per render giustizia ad essi. Ho voluto costatare i loro servigi, prima di censurare i loro falli. Aggiungo, che durante la dittatura essi forse salvarono il paese, dacché ebbero il coraggio e la forza di contenere la rivoluzione. Non prenderei giuramento che senza di loro essa non fosse corsa a urtarsi

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contro i Francesi alle frontiere romane. Con alte grida chiamarono Vittorio Emanuele.

Ma giunto il re, essi furono i padroni, e credo ne abusassero. Non raccolgo qui le calunnie della piccola stampa; non voglio credere alla venalità, al favoritismo de' nuovi signori: ma opino soltanto che fossero troppo ciecamente sommessi a Torino, d'onde mal giudicavasi la questione di Napoli.

In due parole, ecco qual' era tale questione. I Napoletani avevan dichiarato col plebiscito, che loro volontà era di unirsi all'Italia una sotto la monarchia costituzionale di Vittorio Emanuele. A Torino si credè che chiedessero di esser annessi e assimilati al più presto possibile. Di qui le discordie e i malcontenti.

I consorti posero le mani su tutto, non d'altro curandosi se non di affrettare l'assorbimento di Napoli nel nuovo Regno d'Italia. Le tariffe doganali furono rovesciate da un giorno all'altro; provvedimento del quale la industria locale soffrirà per lungo tempo. I codici furono modificati in senso piemontese; e fu grave rammarico per i giureconsulti dei paese, che giustamente considerano come ottime le loro leggi, e null'altro lamentarono, ne' tempi de' Borboni, che non fossero eseguite. In quasi tutti i rami dell'amministrazione si cambiarono i nomi conservando le cose, mentre l'arte suprema, dopo una conquista, sta nel cambiar le cose, conservando i nomi. Invece di render meno sensibile la transizione, si fece il contrario, aumentando i poteri di Torino a spese di quelli di Napoli. Invece di dissimulare la questione della capitale, la fu posta innanzi, e fu un fallo enorme, tanto più poi, perché quella capitale lontana, ignorata, quasi straniera, era in qualche modo una specie di

parvenue,

e non aveva a favore proprio che il suo re, per buona ventura galantuomo.

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In brevi parole tali furono le lagnanze dell'opposizione dei letterati. A questi malcontenti si unirono i borghesi senza politica, amanti de' loro affari, i quali accusavano il potere delle rimesse che non giungevano; poi gli impazientì, sempre innumerevoli, i quali esigono da ogni rivolgimento istantanei benefizi, e lo condannano senza misericordia, quando questi benefizi non si rivelano immediatamente. Napoli avea bisogno di scuole, di ospizi, di prigioni cristiane, di strade, di ferrovie, di porti, di fari, di tutto. Nulla si concedè, salvo leggi inopportune e premature. L'opposizione si sparse e divenne forse generale, o almeno i fiduciosi, gli ottimisti, i soddisfatti, si trovarono ben presto in minoranza.

Ma questa opposizione, è utile prenderne nota, restò conservatrice: non chiese reazione, ne rivoluzione, né Francesco II, né Mazzini. Si lagnò del Piemonte senza pensare in guisa alcuna a staccarsi dall'Italia: ed ecco come avvenne che un paese malcontento inviò in gran quantità deputati ministeriali in parlamento. A malgrado di tutto il malumore, questi uomini Conosciuti, illuminati, moderati erano ancora coloro che meglio rappresentavano la opinione pubblica. I liberali più spinti ispiravano paura e repugnanza, perché nella maggior parte patriotti scapigliati, inetti, violenti e ignoti.

L'opposizione non avea colore; era napoletana: nel Parlamento ne avemmo le prove. I Napoletani che hanno interpellato il ministero sul loro paese appartenevano a tutte le opinioni; ve ne erano della destra, della sinistra, del centro. Tutti i loro discorsi furono profondamente improntati di municipalismo, il quale è la vera opinione, il vero partito di Napoli. Più municipale di tutti è quegli che ha assordato la Camera sui mali del suo paese, il signor Ricciardi, uomo d'altra parte onestissimo. Ei si crede repubblicano; s'inganna: non è che napoletano.

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Ho discorso dell'opposizione de' letterati; ora scendo a dire di quella del popolo, che è più franca e più decisa, e dichiara che non ama i Piemontesi, né Vittorio Emanuele.

Contro i Piemontesi la plebe di Napoli ha (o almeno avea) l'avversione degli uomini del mezzogiorno per gli uomini del settentrione. Brusco e violento era il contrasto fra le camicie rosse e i cappotti bigi. Dopo i volontari veementi, rumorosi, pittoreschi, gloriosi, che spargevano il loro danaro a piene mani, desiderosi di viver bene pria di ben morire, dopo questi eroici zingari, giunsero a un tratto soldati ben ordinati, disciplinati, tranquilli, sobrii, poveri, freddi. I nuovi venuti andavano a piedi, non bevevano, e appena fumavano; non erano quindi in grado di recar guadagni alla classe povera. Avevano una sola uniforme, e la domenica erano vestiti come gli altri giorni; non gridavano nelle vie; sembravano spostati sotto il cielo di Napoli: parlavano un dialetto quasi francese. Il popolo s'allontanò da essi. I Piemontesi vissero fra loro separati, come altra volta gli Svizzeri.

Contro il re l'opposizione popolare fu anche più ingiusta. Quando Vittorio Emanuele giunse a Napoli, ebbe un gran torto; trascurò i galloni e gli ori: non sguainò la sua grande sciabola, ebbe stivali troppo corti. Il popolo ama le grandi sciabole e i grandi stivali. In breve il Re galantuomo non avea di Murat che il coraggio; ma qui neppure il coraggio riesce senza i pennacchi; forse né qui, né altrove.

Vi ebbero motivi più seri di opposizione. Il popolo non ha mai ben compreso, perché Vittorio Emanuele sia venuto a Napoli. La questione italiana pareagli complicata, e comincia ora soltanto a rendersene conto; per lo innanzi non l'ebbe mai a cuore. Nel primo momento la nostra plebe non vide che una cosa sola: il Re che giungeva e Garibaldi che partiva.

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La partenza trista, solitaria, sconfortante di colui che era stato padrone di Napoli, e avea dato nove milioni di sudditi al suo sovrano, suscitò rammarico. Vi si scorse un' ingiustizia flagrante, una ingratitudine crudele. E i Garibaldini malcontenti furono di questo parere. Lo scopo della rivoluzione, il plebiscito furono posti in oblio: si ripetè dovunque (e si ripete ancora nelle classi incolte) che Vittorio Emanuele, terza potenza nemica delle altre due, era venuto a prender Napoli e a scacciarne Garibaldi, il quale ne avea scacciato Francesco II.

Tali furono i motivi della opposizione popolare. Coloro che ne hanno enumerati altri, li hanno inventati. Dire che l'ex-lazzarone è francescano o repubblicano, è lo stesso che confessare che non si è mai posto piede in questo paese. Non si tratta qui di principii o di convinzioni, ma di simpatie o di antipatie.

Aggiungete frattanto che la paura (io ne terrò sempre conto) non assoggettava al Piemonte né i letterati, né il popolo. La estrema mitezza del governo tollerava nei giornali il linguaggio il più vivo, e lasciava che nelle vie si gridasse ciò che più piaceva. I soldati mostravano una mansuetudine e una pazienza ammirabile; perciò non spaventavano: non erano gli sciabolatori del 15 luglio, o i saccheggiatori del 15 maggio. Mi ricordo che un giorno pochi mascalzoni coll'intendimento di dar causa ad una sommossa, avevano cominciato dal fare una dimostrazione ad un ufficiale pubblico e dal percorrere le strade gridando:

Morte a Spaventa!

Volevano anche invadere il palazzo de' Ministeri. A guardia di questo furono inviati alcuni soldati coll'ordine espresso di evitare lo spargimento del sangue. Ebbene: io ho veduto que' soldati insultatì, oltraggiati ignobilmente: sulla faccia di essi si gettarono delle sozzure: aveano in cima ai loro fucili le baionette: tornavano dalla Cernaia, da Palestro, da Gaeta;

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erano valorosi, erano irritati, e ben si scorgeva dal loro volto alterato; sapevano che una finta scarica avrebbe disperso quella plebaglia. Eppure nessun di loro si mosse!

In qualunque altro luogo questa condotta avrebbe disarmato i malcontenti. A Napoli incoraggi al disordine; ma queste turbolenze non ebbero mai alcun che d'inquietante; la dimostrazione di cui ho fatto cenno fu la più violenta di tutte e terminò vilmente in schiamazzi. Spaventa restò come prima alla Polizia, ne si pensò neppure a innalzare barricate.

L'opposizione puramente popolare non fu mai politica. Si contentò di rimpiangere e di acclamare Garibaldi; e ciò fece in ogni occasione, a torto, o a ragione, con un costante entusiasmo. Tutte le volte che la città era illuminata, vedeansi passare per le vie processioni di plebei, che agitavano le loro bandiere e scuotevano le loro torcie alle grida di

Viva Garibaldi.

Talvolta portavano il busto dell'eroe, racchiuso in una cassa da santi, tolta in prestito da qualche chiesa.

Viva Garibaldi,

fu il grido di tutte le sere di trionfo. Quando Cialdini prese Gaeta,

Viva Garibaldi;

quando Oavour proclamò il Regno d'Italia,

Viva Garibaldi;

quando Napoli festeggiò l'anniversario di Vittorio Emanuele,

Viva Garibaldi.

Se per caso si dovesse celebrare il ritorno di Francesco II, il popolo per abitudine griderebbe forse

Viva Garibaldi.

Così noi avevamo un malcontento quasi generale nel paese; in alto, per spirito di contraddizione e di municipalismo; in basso, per pietà verso l'eroe di Caprera. Il partito borbonico vide queste disposizioni, e alzò la testa.

La reazione cominciò dal clero. I preti erano ostili al potere condannato dal papa; pure la loro ostilità era meno generale di quella che s'immagina. A Palermo il 4 aprile 1860 furono i monaci della Gancia che

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avevano dato il segnale della insurrezione. In Basilicata, provincia liberale che non avea aspettato Garibaldi per sollevarsi, erasi formata una legione di preti ed erasi armata per marciare innanzi al popolo. A Napoli stessa eminenti predicatori (fra gli altri il prete Giuseppe De Foria) aveano posto la loro eloquenza a servizio della causa italiana. Ne basta: la rivoluzione avea dalla parte sua alcuni vescovi, specialmente quello di Ariano, monsignore umilissimo, in particolar modo per i

Te Deum.

Sarebbe stato dovere l'incoraggiare queste inclinazioni. Il supremo buon senso di Garibaldi rispettava le superstizioni popolari.

Il giorno appresso al suo arrivo a Napoli, il Dittatore avea adempito il borbonico pellegrinaggio di Piedigrotta. Alla sua preghiera il miracolo di san Gennaro erasi operato, come d'ordinario, e anche più sollecitamente. Garibaldi religiosissimo si faceva seguire da un cappellano, al bisogno soldato e prete, nelle città, il quale predicava con unzione e con calore.

Il governo regolare dapprima segui la stessa via, e richiamò perfino il cardinale Riario Sforza che avea lasciato Napoli. Poi ad un tratto, mal consigliato dagli impazienti e dai logici (la logica è l'opposto della politica; ciò non si ripeterebbe abbastanza) la Direzione dei culti credè dar segno di forza facendo ciò che Garibaldi, il savio audace, non avea ardito, e pronunziò tre decreti contro il clero. Uno de' quali, il più violento, sopprimeva la massima parte delle corporazioni religiose.

In tempi ordinali questo sarebbe stato atto di giustizia. Ma allora era necessario non inasprire i preti, per le cause che ho già esposto, e perché poi il governo non avea tanta forza per lottare contro essi. Il coraggio di promulgare le leggi non mancò, mancò per altro il potere di imporne la esecuzione;

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errore irreparabile: i preti furono offesi e non colpiti, irritati e non indeboliti. Il governo avea mostrato il suo cattivo volere e la sua impotenza. Credo che anche oggi se ne penta.

Il clero dichiarò la guerra all'Italia in tutte le provincie e anche in Napoli: dapprima timidamente, di notte, in prediche clandestine, poi in pieno giorno, in prediche piene di allusioni in cui Vittorio Emanuele era designato sotto lo pseudonimo di Erode; in vece di Francesco II i curati dicevano Gesù Cristo. Nelle campagne la sottana e la cocolla peroravano apertamente contro il re scomunicato, congiuravano per una crociata regolare. I conventi si posero in corrispondenza con Roma: quelli di Napoli ricettavano uniformi e sopra tutto képis di guardia nazionali, per vestire poi mercenari e gettarli col pugnale in mano, nei corpi di guardia dei liberali.

All'ombra di queste frodi furono ben presto commessi furti e assassinio Ovunque vi erano depositi d'armi, magazzini di munizioni, fogli reazionarii. In Aquila, in casa d'un certo Cocco, assai sospetto, fu rinvenuta una lista di nomi liberalissimi. Gli fu chiesto cosa fosse: rispose che poteva essere una lista de' suoi debitori - «Vi debbo dunque qualche cosa?» domandò l'ufficiale che erasi recato ad arrestarlo: «vi trovo il mio nome!» - Cocco perde i sensi.

La fucina della cospirazione era a Roma, residenza del re decaduto. Era egli già d'accordo co' suoi partigiani? Lo ignoro, ma non lo credo. So bene che gli si è attribuito un motto patetico e fatidico, mentre ei partiva da Gaeta. Prima d'imbarcarsi, abbracciò uno de' suoi soldati, l'ultimo che trovò sulla spiaggia, e gli disse: - «Da' per me un bacio a tutti quelli che mi amano, e di' loro che prima che corra un anno, ci rivedremo.»

Ma d'altra parte Francesco II avea solennemente

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promesso innanzi all'Europa, in un proclama pubblicato ovunque, che non darebbe opera ad alcun tentativo per agitar il suo regno. l'Amo credere che «mantenesse la sua parola... da principio almeno.

Tuttavia a Roma, intorno a lui, nel seno della sua famiglia già si cospirava. Ignoro se i comitati, de' quali parlerò in appresso, fossero in que' giorni organizzati. Ma so che si riunivano armi, si batteva moneta in nome di Francesco II, e si spargeva questo denaro nell'exreame; e perché vi fosse ricevuto, le nuove monete aveano la data del 1859, ed erano state astutamente annerite, non so con quale preparato chimico. Ne ho avute in mano: erano false; avevano un valore nominale di venti centesimi, e saranno appena costate dieci.

Questo denaro serviva agli arruolamenti, i quali furono aperti in Napoli nei monasteri, e nelle case de' preti: una visita domiciliare in casa di uno di questi a San Giovanni a Carbonara, fece scuoprire una ragazza nascosta sotto un letto: narrò tutto, per non esser gettata nelle carceri delle prostitute. La polizia si stabilì nella camera del prete, e tenne essa stessa l'uffizio di arruolamento. Quanti vennero ad iscriversi furono presi e inviati, credo, nelle isole.

Nel tempo stesso fu arrestato il duca di Cajanello, che era stato ministro di Francesco II in Francia: si sospettava che ei corrispondesse con Roma: rimase molti mesi in prigione. Non ripeterò tutte le voci, calunniose forse, sparse a carico di lui: ne mancano le prove. È ignota la vera parte che ei potesse avere nella cospirazione, e si sa soltanto che questa esisteva, e doveva scoppiare in Napoli nel mese di aprile, che i prigionieri della Vicaria dovevano essere posti in libertà ed armati, che i loro custodi appartenevano al complotto, che la ribellione era fomentata nel tempo stesso nella città e nelle provincie,

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e che le bande de' briganti furono ben tosto riconosciute e pagate dai Comitati Borbonici.

Allora soltanto il brigantaggio divenne politico. La reazione trovò questi uomini già riuniti, già fuori della legge, né ebbe scrupolo di adoperarli. Per parte loro i saccheggiatori non domandarono meglio che ricevere venti, trenta e perfino cinquanta soldi al giorno, e legittimare così le loro rapine; non erano più ladri, ma partigiani: ebbero rosarii ed amuleti; le loro dita furono adornate di anelli di zinco: poi riceverono bottoni ne' quali era inciso una corona e una mano che impugnava uno stile con questo motto: Fac et Spera: fu loro concesso di continuare il loro mestiere, senza alcun timore: soltanto ebbero la raccomandazione di assalire di preferenza le proprietà de' liberali, di disarmare i picchetti della Guardia Nazionale, di svaligiare più volentieri i patriotti, di porre ovunque i Gigli dov'era la Croce di Savoia, e di saccheggiare le borgate al grido di

Viva Francesco IL

E questo fecero, ed ecco in qual modo i ladroni senza cessar di essere ladroni addivennero campioni del diritto divino.

Allora cominciarono ovunque i. disordini, eccitati dai soldati licenziati che portavano l'anello di zinco. La banda di Somma (montagna unita al Vesuvio) quelle di Noia, di Gargano, delle Calabrie si formarono. A Castiglione il giorno di Pasqua e il giorno successivo (31 marzo e 1 aprile) avvennero gravi turbolenze, orribili eccidii: per ultimo si manifestarono i moti di Basilicata, sola provincia in cui durante questa lunga annata di civili scaramuccie, l'insurrezione si mantenne per qualche giorno.

Io mi tratterrò quindi con maggior diffusione sopra questa male augurata istoria, che ci fornirà una idea esatta di tutte le altre, e ci permetterà di procedere in seguito con maggior velocità nella nostra narrazione.

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D'altra parte noi troveremo in Basilicata una guida preziosa nel signor Cammillo Battista, che ha pur voluto raccontarci con semplicità quanto egli stesso co' proprii occhi ha veduto nel suo paese natale.1 Ottimo esempio, che tutti gli scrittori dovriano seguire in tempi di rivolgimenti, anzi che sprecare il loro inchiostro in apologia o in sentenze premature. I cronisti esatti e modesti, come il signor Battista, forniscono un'opera migliorie, più utile e più duratura di quelle che non lo sieno le miriadi di opuscoli dei nostri oratori e dei nostri magistrati sorti per caso.

La istoria innanzi tutto esige i testimoni: vien poi il tempo degli avvocati e de' giudici.

V.

Il brigantaggio in Basilicata (aprile 1861) - Primi moti di Ripacandida - I capi - Donatela - Crocco e consorti - Presa di Venosa - Tragedie e Commedie Bocchicchio - Scritti di Crocco - Presa di Lavello Insurrezione di Melfi - Crocco e la Madonna - Rivincita degli Italiani - Aneddoti - Bella condotta della Guardia Nazionale - Una lettera da briganti - Atrocità - Un borbonico sincero. 


Entriamo dunque in Basilicata col pregevole libro del signor Cammillo Battista.

Da lungo tempo in quella provincia eranvi de' crassatori. Non se ne dava cura il governo; e la guardia nazionale, fatte alcune escursioni per le campagne,

1 Reazione e brigantaggio in Basilicata nella primavera del 1861, per Cammillo Battista (Potenza, Stabilimento tipografico di V. Stentarello, 1861) con questa epigrafe di Botta: «La moltitudine commette il male volentieri e si ficca anche spesso il coltello nel petto da sé, tanto i moti suoi sono incomposti, i voleri discordi, le fantasie accendibili, e tanto ancora sopra di lei possono più sempre gli ambiziosi che i modesti cittadini»

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nulla avendo trovato, erasene tornata pienamente tranquilla; di modo che i ladri ogni dì più numerosi e più audaci, levavano imposte sulle proprietà, involavano cavalli per il proprio uso, rapivano uomini, che venivano da essi restituiti in cambio di sacchi di piastre; padroni della campagna, essi occuparono ben presto le foreste e le alture di Melfi.'

Il governo di Napoli non avea soldati da inviare in quelle provincie: i ladroni quindi poterono operare a lor talento, ed a ciò si posero d'accordo con i capi della reazione. Presero coccarde rosse, e entrando il 7 aprile ne' dominii del principe Doria a Lagopesole o Lago Pensile, eccitarono i contadini a gridare con essi

Viva Francesco II,

promettendo loro sei carlini al giorno per cadauno, senza contare gli incerti, vale a dire il saccheggio. Contemporaneamente annunziarono che il Borbone era sbarcato sulle coste con migliaia di Austriaci; voci che i preti dal canto loro spargevano e raffermavano. Tosto centinaia di cappelli furono decorati di rosse coccarde, e bande di contadini armati alla rinfusa corsero le campagne gridando ciò che volevano.

Nella notte dal 7 all'8 aprile assalirono il corpo di guardia di Ripacandida. 11 capitano. Michele Anastasia, che comandava la guardia nazionale, uscì dalla caserma a' loro gridi, e fu ucciso. Questo assassinio fu una vendetta privata: l'omicida era un uomo di Melfi, chiamato Ciccio.

All'indomani giunsero rinforzi di contadini e di soldati sbandati: tre o quattrocento uomini, con i seguenti capi.

Cannine Donatelli di Rionero, soprannominato Crocco. Era un forzato evaso, fin d'allora colpevole di 30 delitti: 15 furti qualificati e consumati; 3 tentativi di furto; 4 carceri private; 3 omicidi volontari, 2 omicidi mancati, bestemmie, resistenza alla forza pubblica ecc. ecc.

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Carmine Donatelli prese il titolo di generale, e fu il capo della banda.

Vincenzo Nardi di Ferrandina era già stato 15 Tolte ladro e quattro volte assassino: per amore di brevità non dirò degli altri suoi misfatti. Prese il nome di D'Amati e il grado di colonnello. Fu lui che entrando a Rapolla pronunziò quel cinico motto «Si dice che Francesco II è un ladro. Or bene: io ladro di professione, vengo a restaurare un ladro sul trono.»

Michele La Rotonda di Ripacandida, accusato di 4 furti, di 2 omicidi premeditati e mancati, di due carceri private ecc. fa nominato luogotenente colonnello.

Ma Giuseppe Niccola Summa, il quale non avea sulla coscienza che tre furti qualificati e due omicidi mancati, dovè rimaner pago del grado di maggiore.

Questi capi e le loro milizie, impadronitisi di Ripacandida, fecero suonar campane, inalberare bandiere bianche, cantarono il

Te Deum

e nominarono un governo provvisorio. Nel tempo istesso vuotarono il magazzino di un ricco possidente chiamato Giuseppe Larusso, dopo averlo legato innanzi alla porta, perché fosse spettatore della sua rovina. La casa del capitano Anastasia ucciso da que' miserabili fu del pari saccheggiata. La famiglia di lui ne richiese il cadavere per dargli sepoltura: lo ottenne, sborsando una forte somma di denaro.

Durante due giorni Ripacandida fu in feste. Non vi furono che petardi, illuminazioni, balzelli imposti e percetti ad libitum: tutti rubavano allegramente.

Nel tempo istesso la reazione scoppiava nella borgata di Ginestra, e l'indomani a Venosa. Venosa è considerata come una città importante, non per la sua popolazione, che giunge a poche migliaia d'anime, ma per le sue memorie. Ha una cattedrale e un vescovo. Si ghiaino Venusia e fu patria di Orazio. È tenuta in conto di città, ed è una delle

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due, che sole nelle turbolenze di questo anno sono state occupate dai briganti.

Il sotto intendente della provincia, Racioppi, avea fatto quanto poteva per resistere al movimento. Avea chiesto truppe a Napoli, riunito Guardie nazionali di tutte le comuni della Lucania. Molte erano accorse all'appello. Quella di Venosa erasi preparata alla resistenza: la città era coperta di barricate; molti sospetti erano stati arrestati, fra i quali il fratello di Crocco.

Ma nella mattina del 10 una sessantina di guardie nazionali di Maschito, di Forenza e di Venosa, essendo uscite da questa ultima città, si imbatterono in una frotta di contadini, che fuggivano pallidi dalla paura. «Migliaia di briganti marciano contro di voi, esclamarono, rientrate immediatamente in città.» Rientrarono; il terrore si impadronì di Venosa, ma sopraggiunto un rinforzo di Guardia nazionale, fu risoluto di battersi. Le barricate, il campanile e il castello erano gremiti di difensori.

Giunsero i briganti, 600 all'incirca, 150 armati di fucili, il resto di zappe e di scuri. Tenuti a distanza da una delle porte della città assai ben difesa, l'attaccarono da un altro punto, donde vedevano agitarsi de' bianchi lini. Era la plebe che li chiamava e prestava loro le scale. I nazionali ammassati nel campanile volevano tirare sopra gli assalitori. «Per carità non tirate! gridò loro da una finestra un timido borghese; non tirate, son nostri fratelli e ci recano la pace.»

Non tirarono: e la città fu presa.

Il generale comandante (Crocco Donatelli) ordinò il saccheggio; fu con ardore obbedito: si cominciò dalla cassa della Comune: ciò che non si potè trasportare, fu bruciato; non si risparmiarono le finestre e le porte. Poi venne la volta delle case

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dei canonici Albano e La Conca: la nipote di quest'ultimo, fanciulla giovane e graziosa, ebbe la faccia tagliata a colpi di sciabola.

Un' altra donna giovane di Venosa, assalita da un brigante, gli diresse un colpo di pistola: l'arme non prese fuoco: allora essa si gettò dalla finestra. Ahimè! tutte non ebbero codesto coraggio.

Il procuratore del monastero di San Benedetto dovè pagare somme ingenti. La prigione fu aperta, e i detenuti lasciati liberi per la città. Svaligiarono la casa di un orologiaio, Raffaelle Montrone, e gli uccisero sotto gli occhi il figlio dodicenne. Entrarono in casa del dottor Francesco Nitti, medico e vecchio, e poiché egli veniva contro di essi, fu atterrato con un colpo terribile sulla testa, poi, già morto, forato di palle. Tali furono (e non mi dilungo) le imprese di questi forsennati.

Tuttavia il castello resisteva ancora difeso dai patriotti. Fu loro inviato un parlamentario colla promessa che sarebbe cessato il saccheggio, non appena si fossero arresi. Si arresero, e il saccheggio continuò liberamente.

Poi vennero le commedie. All'indomani dell'invasione, dugento soldati sbandati si riunirono dinanzi alla casa Rapolla, abitata dal generale de' briganti. Indi col tamburo alla testa e a bandiera spiegata uscirono dalla città per andare, a quanto dicevano, incontro al generai Bosco, che era per giungere alla testa della sua armata. Gli abitanti di Venosa lo crederono: in quel paese si crede tutto.

Si prestò fede perfino ad un soldato borbonico che, affannato, ansante, coperto di polvere, giunse un giorno sulla piazza pubblica. E il popolo a farglisi attorno e a chiedergli:

«D'onde vieni? che havvi?» - «Vengo da Napoli, don Francesco II è tornato sul trono di suo padre.»

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II saccheggio di Venosa durò tre giorni. Tutti i galantuomini furon posti a riscatto, salvo quelli che avevano agevolata l'invasione. Coloro che non pagavano erano fucilati. Un tal Giuseppe Antonio Ghiura parve esitasse a gridare

Viva Francesco II;

fu scannato sulla piazza pubblica.

Dopo di che il general Crocco passò in rivista i suoi prodi. Uno di essi, denominato Romaniello, chiese di tornare nel suo paese. Il generale si degnò di inviargli, colle sue proprie mani, una palla nelle spalle.

Nella mattina del 14 la banda lasciò Venosa, dopo essersi fatti precedere a Ripacandida, da nove muli carichi di una somma di ventimila ducati.

Ma partiti i briganti, restava la plebe che volea continuare il sacco. Non vi fu che un mezzo per pacificarla, cioè darle quanto essa chiedeva. Il 16 finalmente giunse una forte colonna di Guardie nazionali, più di 400 uomini, de' quali 130 a cavallo, comandata dal maggiore D'Enrico; erasi organizzata in due giorni: fu ricevuta con acclamazioni e al suono delle campane. Coloro che avevano gridato Viva Francesco II, gridarono a voce più alta Viva Vittorio Emanuele.

Fra i capi della milizia nazionale trovavasi il famoso Gabriele Bocchicchio di Forenza. Egli stesso con dieci uomini fidati, avea impedito quattro giorni prima l'invasione di Maschito. Imboscato sulla strada che percorrevano i briganti, a tempo avea assalito e disperso la loro avanguardia, composta di una ventina d'uomini che erano venuti a preparare il terreno.

Questo Bocchicchio era un' antica conoscenza di Crocco, come ne fa fede la seguente lettera:

Melfi, 16 aprile 1861. Carissimo Gabriele,

Oggi a Melfi da una Commissione militare è stato ristabilito il

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governo provvisorio. Le cose vanno bene. Io ho agito per ordine superiore: il Decreto è stato rilasciato a Roma il 23 febbraio da S. M. il nostro Re Francesco II (che Dio guardi e protegga). Se tu

vuoi prender servizio, i superiori di qui vi daranno armi e libertà e sarete elevato al mio grado. Riunite dunque, e prontamente, delle forze e praticate ciò che ho fatto, vale a dire il disarmo del paese e la distruzione della bandiera di Vittorio Emanuele, e sii sicuro che tutte le popolazioni, come un sol uomo, insorgeranno al grido di Viva Francesco II, Re delle Due Sicilie.

Se voi accettate fatemelo sapere con fatti splendidi, senza di che se i tuoi sentimenti sono diversi, sortite in campagna colla vostra armata e datemi appuntamento dovunque, perché io sono pronto a incontrarvi col fucile alla mano e a farvi pagare care le vostre imprudenze.

Son sicuro che farete tesoro delle mie parole e che non mi costringerete a perseguitarvi.

Il generale comandante le armi Carmine Donatella.1

È certo che Bocchicchio non rispose a questa lettera, e che si battè coraggiosamente per la causa italiana. Un brigante (quale lo accusano di essere) non avrebbe resistito a tutte queste tentazioni.

La lettera è datata di Melfi; là infatti Crocco si era condotto lasciando Venosa. Era passato per Lavello insorta con molte altre borgate della provincia, cioè:

1 Questa lettera è un capolavoro di Crocco, ma non è lui che l'ha scritta: egli l'ha firmata soltanto: il perché vi è un solo errore di ortografìa, e questo errore è appunto nella soscrizione -

Donatella invece di Donatelli.

- Esistono non pochi autografi del generale di Francesco II: non posso resistere al desiderio di trascrivere il più corto: così si conteranno gli errori. £ una ricevuta rilasciata da Crocco al signor Luigi Del Bene, agente del principe Doria, al quale egli aveva estorto 360 ducati:

«II Generalo si ha preso dalla genio D Luigi del Beno del prigipi Dorio docati trecento sessanta, perché servono per i miei soldati.

IL Generalo Carmini Crocco Donatella.»

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- Avigliano, sollevata dall'arciprete ottuagenario Francesco Clapo, di cui dovrò parlare più tardi; - Ruoti, dove ne un galantuomo né un prete (è fatto degno di nota) secondò il movimento; - Caraguso e Calciano, sole borgate forse ove vi fu reazione senza brigantaggio; - Rapolla, di cui gli abitanti gridavano con trasporto di gioia «I topi hanno mangiato i gatti,» intendendo per topi i borbonici; - Atella, Barile, Rionero, Grassano, San Chirico ove avvenne un fatto commovente. Le Guardie nazionali di Tolve recandosi a Grassano, doverono passar la notte in questa Comune. Vi furono ricevuti freddamente; gli abitanti non vollero alloggiarli. Dalle parole si venne ai fatti, e vi furono alcuni feriti e due morti, fra i quali un uomo di San Chirico, chiamato Lacava. Il capitano dei Nazionali di Tolve ebbe l'accorgimento di far battere la ritirata per risparmiare effusione di sangue. Ma sette de' suoi uomini rimasero nel paese, fra le mani degli abitanti ancora ardenti pel conflitto. Uno di questi disgraziati, fuggendo, cadde in casa della moglie di Lacava, madre di sette fanciulli, che gli uomini di Tolve aveano reso orfani. - Ebbene! codesta vedova accolse il fuggitivo che era cercato per porlo a morte: gli die da cena, e un letto nella sua casa, da donna cristiana. - Questo fatto non recherà sorpresa altrove; ma in paesi fanatici, in cui la religione eccita alla collera e assolve la vendetta, apparisce quasi divino.

In Lavello, fin dal 10 aprile, eransi preparati alla resistenza. Per combattere l'effetto delle voci sinistre di Venosa, i patriotti avevano perfino offerto pane e danaro alla gente del popolo. Fatica gettata, perché la paura soverchiò ogni altro sentimento. Lasciando Venosa, Crocco potè occupare Lavello senza resistenza, L'avanguardia a cavallo vi entrò colla pistola in mano, e, a guisa di avvertimento, uno de' cavalieri scaricò la

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sua arme sopra un certo Pietro Bagnoli, che cadde morto.

Entrati i briganti, saccheggiarono la città e presero quanto trovarono. Alle donne strapparono perfino gli orecchini. Dopo di che, a suono di tromba proclamarono che il furto era proibito, sotto pena di morte.

Un individuo fu colto sul fatto in contravvenzione a questa legge: subì tosto la pena: gli vennero bendati gli occhi, fu posto a distanza, e fu esplosa contro di lui una pistola. Cadde col capo in avanti. - Gli abitanti di Lavello seppero in seguito che la pistola era carica a polvere.

Quindi Lavello fu disarmato. Gli abitanti fecero i fasci con 300 fucili a munizione dinanzi al generale: ma nella città eranvi ancora 27 facili da caccia a due canne. Crocco li richiese come cosa a lui spettante, e bisognò consegnarglieli.

Si recò in seguito (il 15 aprile) con una scorta armata dal cassiere municipale, signor Palmieri, e gli chiese i 7000 ducati che restavano nella cassa della Comune. Palmieri rispose che la somma era stata esagerata. Crocco fece un segno colla testa e la cassa fu scassata. Allora Palmieri supplicò il generale di non prender tutto e di lasciare qualche cosa per i poveri. Crocco prese 500 ducati soltanto. Non basta: sottoscrisse u processo verbale (e questo documento esiste tuttora), dal quale apparisce come la cassa era stata forzata.

Lavello si aspettava maggiori sventure. Ventisette liberali dovevano esser fucilati l'indomani 16 aprile, e l'arciprete Maurizio non lasciava Crocco, che l'aveva nominato cappellano della sua brigata.

Ma per buona ventura alcuni messaggi, che ripetutamente giungevano da Melfi, attrassero i briganti sopra quella preda più importante. Crocco partì ad un

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tratto con i suoi uomini, non lasciando a Lavello che venticinque fucili pessimi. L' indomani le bandiere bianche e le coccarde rosse erano scomparse, e tutto era tornato tricolore.

La rivolta di Melfi è l'episodio più importante della reazione in Basilicata, e fors'anco di tutti i moti che,mentre scrivo, agitano l'Italia meridionale. Quasi dapertutto vediamo infatti invasioni violente che si limitano al disarmo de' corpi di guardia, al saccheggio delle ricche magioni, a prestar mano agli aggressori;ma è la popolazione povera, la plebe affamata che vuole una parte del bottino. Infine queste bande armate, in generale, non attaccano che impercettibili ca>solari, i nomi de' quali sconosciuti non si trovano neppur nelle carte geografiche. •

Ma così non è di Melfi, città famosa nella storia. Il terremoto che la rovinò, or sono quasi dieci anni, ringiovanì a tempo la sua celebrità: ha una cittadella, una cattedrale, un vescovo: Bouillet, gli assegna 7000 abitanti; è infine la città più importante, che siasi sollevata a prò della decaduta dinastia. La sommossa non fu qui esclusivamente plebea e comunista. Eccitata dai notabili, prese un carattere assai diverso e quasi moderato; nacque da una cospirazione, e fu frenata dai suoi stessi capi; insomma fu una vera e propria insurrezione; la sola che siasi manifestata ne' tempi che corrono.

Alcune famiglie aristocratiche di quella città (e segnatamente gli Aquilecchia) eran rimaste fedeli a Francesco II: sognavano una restaurazione, e chi vuole il fine vuole i mezzi; in quel paese è questa la prima regola di politica. Fino dall'apparizione de1 briganti a Venosa i borbonici di Melfi patteggiarono con essi: nel tempo medesimo istruirono il popolo: gli annunziarono l'ingresso di Francesco II negli Abruzzi con gli Austriaci, l'apparizione dei suoi soldati sopra navi

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francesi nel porto di Napoli, molti sbarchi sulle coste delle Puglie, e infine il prossimo arrivo del generale Bosco alla testa di 12 mila uomini.

Il sindaco si era adoperato a contrapporre menzogne a menzogne: dal canto suo avea annunziato ravvicinarsi di truppe italiane, avea nominato una commissione per preparare gli alloggi. Ma l'artifizio non riuscì: un dispaccio officiale proveniente da Foggia, e dissigillato prima che giungesse al sindaco, dichiarava dolorosamente che in quel momento il Governo non poteva inviar truppe.

La rivolta scoppiò dunque il 12 aprile. Il popolo si riunì in folla sulla piazza del mercato, gridando:

Viva Francesco li, morte ai liberali!

Furono aperte le prigioni, bruciate le carte della polizia, del municipio, de' tribunali. Un soldato dell'esercito licenziato, per nome Ambrogio Patino, assunse il titolo di generale, e costrinse quanti passavano a inchinarsi dinanzi a lui. Un Michele Proietto prese i ritratti di Garibaldi e di Vittorio. Emanuele, li portò sulla pubblica piazza, e li mise in pezzi a colpi di scure, dopo averli ricoperti d'ingiurie e di sozzure. Le Guardie nazionali, indossando vecchi spogli di guardie urbane e di guardie d' onore abolite, si unirono alla reazione. La plebaglia condotta dai preti convenne innanzi alla casa del cavalier Colabella che l'arringò e le gittò dalla finestra un immenso lenzuolo bianco. Questo lenzuolo tagliato in bandiera ondeggiò sopra diversi punti dell'attruppamento. Colabella e Aquilecchia furono condotti in trionfò. Nessun giornale entrò più in città, e le voci sparse non poterono esser smentite, né contraddette

Per quattro giorni Melfi appartenne al popolo, e fu quasi spaventevole veder una plebe armata di fucili, di pistole, di sciabole, di scuri, di coltelli da macellaio, che brandiva queste armi per le vie, gettando

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grida feroci, disarmando i cittadini, invadendo le case, entrando dovunque, assorbendo tutto. Le donne erano più inferocite degli uomini; una vecchia di sessant1 anni, vestita da soldato, minacciava di trucidare tutti. Era ubriachezza e furore.

Pure non furono molti gli eccessi: alcune case furono derubate, e non altro. Aquilqqchia nominato prodittatore impedì il saccheggio. Nella chiesa ove fu cantato il

Te Deum,

il curato raccomandò si rispettassero la vita, l'onore, le proprietà dei cittadini. Con molto denaro la plebe fu pacificata; la città fu decorata, si alzarono troni, si inalberarono da pertutto ritratti di Francesco II e di Maria Sofia. Per ultimo si accumularono provvigioni per ricevere 1 armata borbonica, e fu in gran fretta preparata un'uniforme di velluto verde per offrirla a Crocco, che la comandava.

Nella sera del 15, Crocco fece il suo ingresso in Melfi. Due carrozze erano uscite ad incontrarlo, piene di guardie d'onore, di preti ornati di medaglie borboniche, recando quattro bandiere bianche a frange d'argento e a galloni d'oro. Seguiva la folla agitando alcune torce. Fu un ingresso trionfale, e Crocco potè chiedersi se egli era o no il re.

Àquilecchia e Colabella lo riceverono alle porte della città in mezzo a frenetiche acclamazioni. Il generale fece una genuflessione ad una specie d'inginocchiatoio innalzato all'ingresso del palazzo municipale, ed osò ringraziare la Vergine santissima, dicendo che essa medesima avea guidato e protetto le sue armi vittoriose.

Dopo di che Crocco percorse la città fra le acclamazioni ognora crescenti. Poi impose tasse a tutti, levò balzelli e riempì le sue casse: furono eseguiti i suoi ordini, sotto pena della fucilazione. Egli dettava leggi a guisa di dittatore.

Questo stato durò tre giorni, fino al 18 aprile.

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Avvertito che sopraggiungevano i Piemontesi, Crocco fece prontamente i suoi bagagli, abbandonò la città indifesa alla repressione, ma portò seco 30,000 ducati.

E tosto Melfi riprese le sue bandiere tricolori, i suoi ritratti di Vittorio Emanuele e Garibaldi, la sua maschera italiana. La popolazione corse incontro all'Intendente che per prudenza l'avea abbandonata, e dichiarò che non avea cessato di esser liberale. Colabella e Aquilecchia furono trascinati per le vie in mezzo ai fischi della plebaglia, e racchiusi in una carcere fra i ladri.

Ho dimenticato di narrare che pochi giorni innanzi alla sua insurrezione a favore di Francesco II, Melfi, chiamata a nominare un deputato al parlamento nazionale, avea eletto uno de' patriotti più avanzati dell'avanguardia della rivoluzione: Francesco Domenico Guerrazzi.

Dunque gli Italiani giungevano. Un po' tardi, ma impotente a dar di più di quello che avesse, il Governo si era deciso a spingere contro i briganti alcune compagnie del 2° battaglione della brigata Pisa; furono ricevute con manifesti segni di gioia; bastarono a rianimare lo spirito pubblico, e subito le Guardie nazionali furono in ordine, pronte a battersi. Un attacco vigoroso in vicinanza di Barile e di Rionero, e in Barile stesso, durò sette ore, e mise fuori di combattimento 150 insorti.

Non voglio stancare il lettore narrando tutte le scaramuccie che avvennero; sarebbe cosa, monotona ed inutile. Senza aver sotto gli occhi una di quelle immense carte edite dalla tipografia officiale, non si potrebbe seguire questa insurrezione dei briganti, in mezzo a borgate sconosciute.

Mi limito ad un incidente che fornirà un'idea degli altri. Il capitano David Mennunni di Genzano, di un coraggio già esperimentato, ardeva dal desiderio di battersi.

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Si staccò quindi dalla colonna della Guardia nazionale, comandata dal maggior D'Errico, e si die a correre i boschi con un centinaio di uomini a cavallo. Giunse dinanzi a Lagopesole sopra l'estremità d'un bosco, ove dei tuguri raccolgono durante l'inverno le mandrie del principe Doria. Il luogo gli parve sospetto: si avvicinò ad uno di questi tùguri; nascondeva 20 briganti; una sentinella vigilava all'ingresso: vedendo Mennunni e i suoi compagni con vesti da contadini, la sentinella esclamò:

Son de' nostri!

Ma uno de' banditi accovacciato nel tugurio conobbe l'errore e mirò al capitano. Per fortuna la carabina di lui era mal caricata e il bandito stesso ne ebbe la morte. Mennunni aveva la mano pronta:

Avanti, figliuoli, Viva Garibaldi! gridò; e tosto, a piedi o a cavallo, uscendo dal tugurio e da una vicina capanna, i malandrini si posero in fuga, a tutte gambe, a spron battuto, stretti da ogni lato; ne caddero morti più di venti. Due uomini uscirono per gli ultimi, uno fu ucciso a pochi passi; l'altro vestito di una lunga casacca e col capo coperto di un enorme cappello era» stato già preso di mira. Ebbe appena tempo di gridare: «Son piemontese, sono de' vostri!» Lo era infatti. Alcuni giorni innanzi a Carbonara gli Italiani, partendo per una spedizione non avevano lasciato che undici uomini incaricati di guardare le provvisioni. Questi disgraziati assaliti all'improvviso avevano dovuto abbandonare il luogo..Uno di essi era stato forato dalle palle, in secondo (un furiere) fatto in pezzi a colpi di scure; il terzo, restato prigioniero, era quegli che gli uomini di Mennunni avevan preso di mira.

Sopra uno de' morti nel fatto di Lagopesole fu trovata una lettera indirizzata a S. E. Don Carmine Crocco da un tal Luigi Caputo di Rionero. Ne cito una frase preziosa: «Voi dovete accordarmi, secondo» la mia parola, di riunirmi alla vostra santa bandiera

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del nostro padre Francesco II, per la grazia» di Dio, di V. E. e di tutte le nostre truppe.»

I briganti si ritirarono saccheggiando ancora Monteverde, Carbonara e Calibri. L'arcivescovo di Conza fece loro una magnifica accoglienza a suono di campane e benedisse nel nome di Dio la loro sacra falange. Dopo di che diminuiti e scoraggiati gli uomini di Crocco si aggirarono per qualche tempo sulle rive dell'Ofanto, aggredendo i viaggiatori.

Un giorno alcuni preti liberali rientravano a Melfi, da essi abbandonata durante la reazione. A tre miglia della città udirono gridare dietro di loro

Al ladro, al ladro!

Accorsero a queste grida, credendo vi fosse da difendere la vita di qualcuno. Erano i briganti che con questo artifizio aveano attratto i preti. Uno di de' quali, per nome Ruggiero, cadde vittima di tale tranello; gli altri due avevano buoni cavalli, e furono inseguiti a colpi di fucile fin entro la città.

Le Guardie nazionali del paese fecero il loro dovere in questa aspra campagna. Vorrei pubblicare i nomi dei più valorosi, ma ne conosco alcuni soltanto, e sarei così ingiusto di fronte agli altri. Per equità dunque mi taccio.

Ricordo soltanto che poco tempo dopo la repressione del brigantaggio in Basilicata, sulla proposta di Terenzio Mamiani, il parlamento nazionale dichiarò solennemente che:

le guardie nazionali dell9Italia meridionale hanno, negli ultimi avvenimenti, ben meritato della patria.

Ecco ora un documento che getta una viva luce sopra le inclinazioni del popolo ne' Comuni insorti. È lettera di una donna di Ripacandida indirizzata a suo marito. Trascrivo parola per parola, e conservo scrupolosamente la punteggiatura, non conservando però l'ortografia.

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Carissimo Marito,

Mi sono rallegrata che voi siate in buona salute e che Dio vi abbia liberato da ogni cattiva disgrazia io sono ad ogni momento pregando Dio di liberarti ma intanto si dice pubblicamente a Ripacandida che voi siete stato coraggioso per la patria e che il Signore vi accompagni fino nella fine di riportar la vostra vittoria per una sola cosa io mi sento molto dispiacente perché tutti i Ripacandidesi hanno portato ricchezze alle loro famiglie io piangendo e lacrimando diceva perché mio marito non si ricorda di me dicendo io povera donna non ho fortuna in alcuna ora e io diceva a me stessa mio marito aveva un cuor generoso perché mostra egli un cuore di macigno vi prego al più presto di togliere la mia miseria vi salutano caramente i miei fratelli e vi dicono che vogliono un ricordo di voi date un fucile a ognuno perché si ricordino del vostro buon cuore e il fucile che avete inviato non l'ho ricevuto. Vi abbraccio caramente. Scritta da me Michele Guglielmucci e anche a me mandate fucilino.

Vostra affezionatissima moglie

Teresa Sairna.

Alle mani di Donato RegaVenosa.

Io non mi sono esteso sulle atrocità commesse dai briganti, per non esser tacciato di inverosimiglianza. Ma ecco una testimonianza che non sarà posta in dubbio, un considerando di una sentenza pronunziata contro un calabrese di Feroleto Vecchio, chiamato Fertfinando Pietropaolo e capitano dello stato maggiore di Crocco:

«Considerando che la ferocità di Pietropaolo è posta in evidenza anche dalla scoperta di un mento umano con pizzo alla Napoleone (imperiale) tolto a qualche disgraziato di opinioni liberali, e che Pietropaolo portava barbaramente seco.... ecc.»

Diciamo pertanto tutta intera la verità. Fra questi miserabili vi erano alcuni uomini convinti e sinceramente affezionati ai Borboni.

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Tale era l'arciprete di Avigliano don Ferdinando Clapo. Questo vecchio ottuagenario e istruito era fedele al papa-re e a Francesco II, e dopo il Te Deum cantato il 21 aprile nella chiesa di Avigliano per celebrare la vittoria degli Italiani, ebbe il coraggio in faccia alle Guardie nazionali e agli officiali piemontesi di annunziare il prossimo ritorno di Francesco II in mezzo ai suoi ben amati sudditi, e di esortare gli assistenti a rimanergli fedeli.

L'arciprete fu invitato a parlare con maggior prudenza: crebbe in lui l'audacia, e fu arrestato. Condotto a Potenza, capo luogo della provincia, sostenne ancora la sua tesi, e volle assolutamente il martirio. Questa grazia non gli venne accordata.

VI.

Il brigantaggio sotto, la penultima luogotenenza - (Maggio, Luglio 1861) - Le aggressioni alle frontiere - II vero Chiavone - Aneddoti - I muli dinnanzi a un consiglio di guerra - II conte Ponza di San Martino - I benefizi della conciliazione - II comitato di Roma, sue mene, sue ramificazioni - Giuramento degli affiliati - Complicità della Santa Sede - Cosa sperassero i Borbonici - La cospirazione a Napoli - II cardinale Arcivescovo - Miracoli - Elogio de9 Napoletani e delle Guardie nazionali - Città, tranquille, borgate assalite - Assalto di Caserta - Un documento officiale ed inedito - Fatti di Avellino - Eccidii di Montemileto - II governatore De Luca e gli Ungheresi - Arrivo di Cialdini.


La Basilicata era dunque ricondotta in tranquillità sul finire di aprile, e il paese cominciava a rassicurarsi, quando si seppe ad un tratto che il 3 maggio verso le due del mattino, dugento uomini circa erano caduti su Monticelli, piccolo luogo della Terra di Lavoro presso la frontiera romana.

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Vi eseguirono le loro ordinarie prodezze, e fortificandosi nelle case respinsero una compagnia di soldati regolari inviati contro di essi da Fondi. All'indomani giunsero altre forze italiane con pezzi d' artiglieria, ma gli aggressori erano scomparsi colle loro armi e col bottino. Invasero, fuggendo, altre comuni, ove crederono bene di cambiar le autorità e di promulgar decreti con gravita dittatoriale. Si lavorava ad una nuova strada, aumentarono di dieci soldi il salario degli operai. Ciò fatto, si dettero alla fuga.

Il capitano borbonico che si dava l'aria di imitar Garibaldi, si chiamava Chiavone. Si è molto parlato di quest'uomo, e gli si è attribuita una importanza che egli non merita. Non è un partigiano, ne un brigante, è un birbo. Già guardacaccia a Sora, e così acquistata una certa influenza su coloro che cacciavano ne' feudi altrui per mestiere e senza licenza, e sui contadini. Durante l'ultime rivoluzioni, nel va e vieni de' patriotti e de' borbonici che passavano per Sora per partirne e lasciarla poi in libertà, egli si offrì di conservar l'ordine con pochi carbonai che teneva sotto i suoi ordini. Parlo di veri carbonai che esercitavano il loro mestiere sulle montagne e non de' carbonai, che congiuravano per i Borboni sotto Murat.

Chiavone fu in mancanza di meglio accettato, e scacciato al ritorno de' liberali. Fuggì allora co' suoi carbonai e accrebbe il numero de' suoi seguaci. Armati alla rinfusa, corsero le campagne con quel famoso tedesco già nominato che non si chiamava Lagrange, ma che portava questo nome al quale parea annettersi importanza. Lagrange fu messo da parte, e Chiavone continuò il mestiere per suo conto. Occupò le montagne che dominano il paese di Sora, tenendo in freno la città. Vi discese anche una volta, il 3 dicembre, e vi rimase un giorno fino all'arrivo delle truppe.

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Dopo quell'epoca la sua banda è rimasta continuamente sulle alture, che confinano cogli Stati romani. Egli, sempre nascosto, sempre indietro, non entrando mai ne' villaggi assaliti, ma rimanendo al di fuori per proteggere la fuga della sua gente dopo il saccheggio, davasi aria di viceré. Pubblicava proclami, inviava intimazioni e le datava da ogni luogo possibile. Ho visto un suo decreto dato dal Quartier generale di Sora; si sarebbe potuto credere che egli fosse stabilito nella città; pure stava nascosto a due ore di distanza dalla medesima, nel territorio del pontefice.

Il 27 maggio inviò dalla sua montagna un parlamentario alla guarnigione italiana. Le intimò di capitolare, offrendole salva la vita e un salvacondotto fino a Torino. Gl'Italiani trassero fuori un cannone. Chiavone era già rientrato in terra santa.

Perocché tale era il suo sistema. Non amava di battersi, e si teneva sempre agli estremi confini dell'ex-reame di Napoli. Appena attaccato, spiccava un salto all'indietro, e nulla avea a temere. Gl'Italiani si fermavano (immaginate il supplizio!) al confine di quella linea fatale, dacché era loro proibito di oltrepassarla. La Francia era in fazione davanti il Patrimonio di San Pietro. I briganti passavano e si ridevano della sentinella. Gl'Italiani dovevano retrocedere stizziti dalla rabbia.

Ed ecco come ha avuto si lunga vita questa banda di ladroni non ancora distrutta. Essa spiava la partenza delle truppe, e cadeva all'improvviso in qualche distretto abbandonato, come Luco, Monticelli, Castelluccio, Roccavivi. Poi si salvava sulla montagna, e Chiavone ritornava a Roma per raccontare le sue prodezze e chieder danaro.

Ad ogni viaggio cresceva in grado. Si nominò dapprima1 capitano, poi colonnello, poi generale, poi luogotenente generale.

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Tutte le sue fanfaronate non erano ingenuità, ma artifizii. Inviava intimazioni ai Piemontesi per mostrarle poi ai comitati borbonici. Evidentemente egli ne imponeva a coloro che gli davano delle piastre, perché null'altro ha fatto se non che raccoglier bottino. Temeva le palle: lo ripeto, non era ne un partigiano, né un brigante. Parmigiano è un eufemismo, brigante un'iperbole. Non era che uno speculatore, che poneva a riscatto i proprietari e che sovra tutto speculava sul re che serviva.

Alla perfine non era malvagio. Gli si condussero un giorno due carabinieri piemontesi: non li impiccò, anzi li colmò di cortesie, e offrì loro anche del caffè, che mandò a rubare nel paese vicino. Bevuto che ebbero il caffè, propose loro di arruolarsi al servizio di Francesco II o del Papa. Dietro il rifiuto di essi, li lasciò liberi, ritenendo le loro uniformi. All'indomani rientrarono a Sora, vestiti da contadini, latori di una carta preziosa, di cui non riproduco l'ortografia:

A tutte le autorità civili e militari. Lasciate passare questi due contadini.

II generale Chiavone.

Gli atti di crudeltà commessi dalla sua banda non sono a lui imputabili. Io non conosco che una sola esecuzione da esso ordinata. Avea rubato de' muli a un proprietario: offrì di renderglieli contro una somma di danaro: il proprietario non inviò la somma. Allora egli riunì un consiglio di guerra. I muli condannati a morte subirono immediatamente la pena. I chiavonisti tirarono sopra di essi 17 volte, gridando ad ogni scarica

Viva Francesco II, Viva Chiavone!

La mania di Chiavone è d'imitar Garibaldi. Si da aria di dittatore, ha conservato il suo pittoresco costume, i sandali, il cappello di feltro, l'abito, la sottoveste,

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i pantaloni di velluto, la cravatta rabescata, la sciarpa rossa, la cintura adorna di pugnali e di pistole. Gli mancano però alcune qualità, prima l'ardire, poi il disinteresse, e finalmente l'ortografia.

Posseggo un autografo di lui ripieno di barbarismi, e sigillato collo stemma di Francesco II. Non lo riproduco, perché non è intelligibile. Ma eccone un altro:

Comando della Brigata dell'armata Napoletana.

Signor Sindaco

Alla vista della suddetta subito si alzi la voce del nostro augusto Sovrano, e si togliono le bandiere di Savoia e si alzano quello di Francesco Borbone, se non altrimenti il paese sarà dato sacco e fuoco, e pronte di trovare due mila razionidi pane e formaggi, pronti nella mia venuta in Balsorano.30 giugno 1861.

Il tenente Generale in capo 

Chiavone.

Chiavone non era adunque molto pericoloso, e l'importanza che gli si è voluto attribuire, anche ne' giornali liberali di Francia, ha sempre fatto ridere i Napoletani. Si ingannano a partito coloro che affermano che egli fosse il generalissimo degli insorti in queste provincie.

Le bande non hanno giammai operato di concerto, né hanno avuto l'apparenza di esser d' accordo, salvo una volta, forse alla fine di luglio. Ma non vi siam giunti ancora. Lo stesso consigliere Ulloa (il solo uomo politico che sia rimasto presso Francesco II) se ne lagnava in una lettera confidenziale.

Tutti questi uomini erano riuniti dal caso in corpi indipendenti l'uno dall'altro; tutti questi corpi avevano capi separati, che seguivano la loro propria volontà. Chiavone ha fatto parlar molto di sé, perché è rimasto in continua comunicazione con Roma,

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dove pubblicava i suoi bollettini e i suoi ordini del giorno. Gli altri relegati nelle montagne dell'interno, non erano conosciuti che in Napoli, che si studiava di non esagerare le loro imprese: eppure furono ben più coraggiosi e pericolosi di Chiavone.

Ma ognuno operava per conto suo, senza direzione, ne guida. Così il brigantaggio politico non era molto temibile alla partenza del signor Nigra (seconda quindicina di maggio). Battuto ovunque, non ispirava inquietudine. I disordini dell'amministrazione rendevano i Napoletani assai più malcontenti dei disordini delle provincie. Fu quindi inviato loro un eccellente amministratore, il conte Ponza di San Martino. Il nuòvo luogotenente si adoperò a conciliare, sistema ottimo in teoria. Diede de' balli nel palazzo reale, ove gli stessi borbonici furono attratti, perché non crederono dover rifiutare l'invito: anzj porsero consigli

1 più pacifici, e referirono poi né1 loro circoli ciò che facevasi nel palazzo reale. Incoraggiti da questa benevolenza,raddoppiarono d'attività ne' lorò conciliaboli, e la cospirazione estese le sue fila nell'intiero, paese.

Il centro si ridusse più che prima in Roma, e Francesco II lungamente indeciso finì, credo, per dirigerla in segreto, disconfessandola ne' suoi Manifesti, II signor Del Re, ministro ostensibile, dichiarava che i moti spontanei delle popolazioni napoletane non erano ne provocati, né secondati da Francesco II. M& un principe del sangue, il conte di Trapani, zio del re, dirigeva un' immensa cospirazione borbonica. In grazia di corrispondenze intercettate si hanno oggi ragguagli completi intorno a codesta cospirazione. Un comitato generale si riuniva a Roma sotto lo pseudonimo di Associazione Beligiosa e sotto la presidenza del conte di Trapani.

Dopo di lui sedeva, come ministro della guerra, un giovane fratello

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del re, il conte di Trani, che per una somiglianza di nome è stato sovente confuso con suo zio. Sotto di essi il generale Clary esercitava le funzioni di segretario generale. Un comitato centrale risedeva a Napoli; altri erano sparsi nei capoluoghi e nelle città importanti delle provincie. Questi comitati componevansi: d'un delegato con un segretario di sua fiducia; di un presidente munito di poteri estesi e di un diploma stampato, che veniva inviato da Roma; di un segretario incaricato di attivare le comunicazioni cogli altri comitati; duna specie di cancelliere che autenticava colla sua firma le copie; di otto decurioni i migliori e i più influenti sul popolo, in specie al punto di vista religioso; d'un cassiere generale, uomo onesto, prete se era possibile; e di quattro censori necessariamente preti per sorvegliare l'amministrazione della cassa e gli atti degli affigliati; infine di otto deputati, coll'ufficio di soccorrere i poveri.

I comitati arruolavano e assoldavano quanti uomini potevan trovare. Per ammetterli, non si chiedeva a codesti uomini che di marciare e di fare insorgere le comuni vicine. Erano condotti da un comandante in capo e da officiali, de' quali i comitati stabilivano la scelta e il numero. Tutti avevano brevetti, che gli facevano riconoscere dalle altre bande, e che dovevano in appresso dar loro diritto ai favori del governo restaurato.

Si hanno oggi notizie complete sopra la cancelleria de' comitati. Non le riproduco. Ma ecco la formula del giuramento che mi piace trascrivere:

«Noi giuriamo dinanzi a Dio e dinanzi al mondo intiero di essere fedeli al nostro augustissimo e religiosissimo sovrano Francesco II (che Dio guardi sempre), e promettiamo di concorrere con tutta la» nostra anima e con tutte le nostre forze al suo ritorno nel regno; di obbedire ciecamente a tutti i

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suoi ordini, a tutti i comandi che verranno sia di» rettamente, sia per i suoi delegati dal comitato centrale residente a Roma. Noi giuriamo di conservare il segreto, affinchè la giusta causa voluta da Dio, che è il regolatore de' sovrani, trionfi col ritorno di Francesco II, re per la grazia di Dio, difensore della religione, e figlio affezionatissimo del nostro Santo Padre Pio IX, che lo custodisce nelle sue braccia per non lasciarlo cadere nelle mani degli increduli, dei perversi, e dei pretesi liberali; i quali hanno per principio la distruzione della religione, dopo aver scacciato il nostro amatissimo sovrano dal trono dei suoi antenati. Noi promettiamo anche coll'aiuto di Dio di rivendicare tutti i diritti della Santa Sede e di abbattere il lucifero infernale, Vittorio Emanuele e i suoi complici. Noi lo promettiamo e lo giuriamo.»

Dopo la lettura di questi documenti autentici non resta alcun dubbio sulla complicità dell'ex-re, o perlomeno della famiglia esautorata, nelle sanguinose mene della reazione. È positivo che la fucina delle cospirazioni era a Roma: è certo del pari che il governo di monsignor De Merode tollerava e un tantino incoraggiava anche gli arruolamenti. Su questo proposito le confessioni de' prigionieri sono concordi. Un Pietro Cimaglio della provincia di Campobasso, caduto nelle mani degli Italiani, ha narrato tutta la storia del suo ingaggio. Stabilito a Roma da molti anni(era calzolaio e padre di famiglia), avea ricevuto il 25 giugno la visita di un ex-gendarme di Napoli,accompagnato da poliziotti romani, che gli intimarono di entrare nelle bande di Chiavone, l'asserendo essertale l'ordine della polizia. Passò una cattivissima nottata con altri arruolati, nelle scuderie del palazzo Farnese: uscì poi di Roma sotto la condotta di uno sbirro pontificio e fu trascinato fino alla frontiera con

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i suoi compagni d'infortunio, passando in mezzo ai gendarmi di Sua Santità. Questi lasciavano andare ovunque la banda, dietro queste semplici parole del caporale Peppino che la conduceva:

È roba del re di Napoli.

Ciò risultò dall'interrogatorio de' prigionieri, e ne ho avuto il documento nelle mani. Senza prestar fede intiera alle loro denunzie intorno agli arruolamenti coatti (allegavano evidentemente la violenza a loro discolpa), si può ritenere almeno che la polizia e la gendarmeria romana, che avrebber potuto arrestarli venti volte fra Roma e Alatri, li secondavano. Hanno confessato anche che gli era stato promesso da bere e da mangiare e più quattro carlini al giorno. Giunti presso Chiavone, il famoso capitano diceva loro: «Voi beverete e mangerete come noi: quanto al denaro, vi sarà pagato quando Francesco H sarà a Napoli.» Caddero affamati nelle mani de' Piemontesi: non desinavano tutti i giorni, e dopo la loro partenza da Roma non avevano bevuto che acqua.

Questi sono fatti, e mi astengo dal narrarne dei consimili, onde non riempire questo mio lavoro di aneddoti. Aggiungerò soltanto questo singolare ragguaglio, che per sfuggire alla vigilanza de' Francesi, la cui bandiera era destinata a proteggere soltanto il Papa, gli arruolati furono più d'una volta travestiti da gendarmi pontificii.1 Passavano così baldanzosi davanti ai corpi di guardia francesi, e non riprendevano i loro costumi di Fra Diavolo che alle frontiere.

Così rimane constatata la connivenza di Roma. Molti altri fatti vennero addotti per giustificarla.

1 Una lettera datata di Roma, 5 settembre, e indirizzata da un antico soldato, Anmbale Saracino, a Michele Fammassino suo amico, e stipettaio a Larino (provincia di Campobasso) contiene questa frase: «Mi trovo in modo fittizio» nella gendarmeria del Papa; ma in realtà noi siamo al servizio di Francesco II.»

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Si è preteso che i briganti fossero pagati col danaro di San Pietro e armati con i fucili napoletani, consegnati dal signor de Goyon al governo papale. Ignoro quello che di vero può esservi in tali voci; solamente mi è noto, che in più di uno scontro si sono trovati ai prigionieri, o a lato de' cadaveri, fucili segnati collo stemma pontificio.

Che speravano dunque le corti di Roma e di Napoli, e che attendevano da queste inesplicabili incursioni? Forse una restaurazione? Non può supporsi un tale acciecamento. La dinastia dei Borboni sostenuta da 80 mila baionette, erasi sfasciata dinanzi a un pugno di volontari, né poteva rialzarsi in faccia ad un'armata regolare e potente, per opera di un pugno di banditi. Pure eranvi uomini di senno a Roma, intorno a Francesco II, e, a mo' d'esempio, il consigliere Ulloa. Bisogna credere che loro unico intendimento fosse quello di agitare il paese, di eccitare le moltitudini, di perpetuare l'anarchia e il disordine, sia per mostrare ali1 Europa che Vittorio Emanuele non poteva regnare a Napoli cosi bene come Francesco II; sia per farle credere che tutti que' furti e (quelli assassinii provavano l'attaccamento delle popolazioni alla dinastia esautorata; sia per attrarre verso il mezzogiorno le forze italiane, onde lasciassero sguernite le frontiere del Mincio e del Po; sia forse (se havvi qualche cosa di vero nell'ultima parola di un alleato potente al Governo italiano) per ritardare la pacificazione delle provincie del mezzogiorno e aggiornare quindi l'evacuazione di Roma.

Comunque siasi, la cospirazione era sparsa e organata. Il Comitato di Napoli operava nel mistero, i conciliaboli affiliati avevano luogo dovunque, in mezzo alla città, all'aria aperta. Il cardinale arcivescovo, monsignor Riario Sforza, contrapponeva conversazioni politiche a quelle del luogotenente del re.

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Il suo palazzo era il convegno de' reazionari. Il prelato stesso cospirava o almeno faceva resistenza, rifiutando il suo concorso a tutto quanto avrebbe potuto rassicurare e pacificare il paese. Si spingeva più lungi; sospendeva a divinis tutti i preti, che cantavano il Te Deum o predicavano in favore dell'Italia. Questa sospensione toglieva loro tutto, fino il diritto di dir la messa, meschino lucro de' ministri di Dio. Quelli che non cospiravano per convinzione, presero a cospirare per necessità. A Salerno, per eccitare i devoti, i preti fecero fallire non so qual miracolo. Tanto non si ardì a Napoli; ma invece si inventarono de' miracoli contro Vittorio Emanuele.

Un giorno, per esempio, in prossimità della Vicaria, vidi una gran folla riunita dinanzi ad una cappella, della quale era la porta aperta e l'interno illuminato. La moltitudine gridava, gemeva, infuriava come ne' giorni di sommossa: - «Cos'è mai?» - chiesi. Una donna del popolo mi rispose mostrandomi il pugno: «La porta si è aperta e la cappella si è illuminata da sé: è un miracolo della Vergine.» - «E che significa questo miracolo?» - «Che la Madonna è incollerita contro i Piemontesi.»

Molti giornali partecipavano al complotto, e facevano propagande borboniche: gli uni con precauzione e con una certa destrezza, gli altri a faccia scoperta. Si stampavano articoli in lode de' briganti: si ingiuriava il Governo nel modo più violento. L' opposizione radicale, furiosa contro la Luogotenenza, faceva coro e forniva le armi all'opposizione retriva. Un giornale rosso, Il Popolo d'Italia, inventava enormità, che l'indomani venivan riprodotte dalla Settimana, giornale borbonico. E un pessimo giornalùccio, di cui non ricordo più il nome, si spinse fino a profetizzare prossimo il ritorno di Francesco II.

Dovunque opposizione, e in specie nel campo degli uomini d'azione tenuti da parte dal sistema conciliante della Luogotenenza.

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Per fondere i partiti mezzani, i difensori moderati di Francesco II e i difensori moderati dell'Italia, si era irritato l'elemento garibaldino, ossia la classe popolare e viva che rimaneva nel paese. Che questa classe avesse elementi eterogenei, lo concordo; ma era una classe che esisteva e che aveva forza. Bisognava abbatterla o cercare di non farsela nemica; diciamo meglio, non potendo abbatterla era necessità non averla avversa. Nulla si fece, e fu male.

Io ho veduto molte volte il momento, in cui il popolo eccitato in tutte le guise era vicino a spingersi fino alla sommossa. I Borbonici inasprivano i rancori e compiangevano Garibaldi di gran cuore. Si mascheravano da patriotti avanzati, anche da Mazziniani per cominciare il tumulto, dividere e porre in collisione il partito nazionale.

E pure a dispetto di queste mene, Napoli non si mosse. Salvo alcune dimostrazioni inutili e che neppure vennero represse, la città passò un anno intiero di rivoluzione, senza agitarsi in apparenza. Naturalmente vivace e gaia, non cambiò, curandosi soltanto di dipingersi ai tre colori.

Indarno i giornali fremevano; indarno i confessionali porgevano nascostamente proclami di Chiavone e manifesti di Francesco II; indarno la fotografia spargeva i ritratti in carta da visita del generale Bosco, con una quartina morale che annunziava il suo prossimo ritorno

colla spada e colla face;

indarno il malcontento era quasi generale, sovreccitato dagli errori del governo, dai riflussi e dai rovesci che seguono tutti i rivolgimenti, dai disinganni, dalle sofferenze, dai timori e sovra ogni altra cosa dalla miseria. Il popolo napoletano non si mosse.

Questa è una giustizia che bisogna rendergli, e che, a senso mio, l'Europa non gli ha reso abbastanza.

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Evidentemente in questo popolo vi ha un buon senso supremo che l'ha salvato da molte catastrofi. Dopo il 25 giugno 1860, giorno in cui Francesco II ruppe il freno di lui, fino ad oggi, ha sopportato coraggiosamente molti mali e collettivamente non ha commesso un errore. In più d'una crisi terribile si è condotto con una concordia, con una saggezza, che non si sarebbero mai attese da lui. Si è manifestato molte volte a' suoi padroni, spontaneamente, pacificamente, ha imposto loro la sua volontà senza violenza, e, cosa strana, si è dovuto conoscere che quanto chiedeva era giusto. Dopo le concessioni di Francesco II il suo contegno ha fatto sì che quella pericolosa transazione non si consolidasse, e ci ha salvato da un nuovo 15 maggio, e dalla sequela di terribili reazioni. Né 'si dica che queste sono profezie arbitrarie: le brutalità del 15 luglio le hanno dolorosamente giustificate.

Colla sua indifferenza il popolo avea dunque detronizzato Francesco II. Consacrò Garibaldi col suo entusiasmo: respinse Mazzini con la sua opposizione. Ardì anche di resistere in seguito al suo diletto dittatore: affrettò lo stabilimento di un Governo regolare, richiedendo ad una sola voce il Plebiscito. Per ultimo dopo l'annessione, a ogni motivo di discordia, ad ogni tentativo di rivolta, si oppose continuamente un sentimento superiore, generale, quasi unanime, che ha reso vani gli sforzi de' partiti violenti, e conservato Napoli all'Italia.

Io non ho risparmiato i Napoletani: ho dunque diritto di proclamare questi, fatti in loro onore.

Un altro principio d'ordine ha salvato il paese, ed è stata la Guardia nazionale. È abitudine di schernir questa istituzione: gli schernitori sarebbero i mal capitati a Napoli. Quivi la milizia cittadina non è composta di borghesi ciarlieri, i quali dicono che la loro sciabola è il più bel giorno della loro vita.

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La Guardia nazionale è la gioventù del paese. Il primo giorno essa ha saputo marciare: i più vecchi militari l'hanno ammirata. Ha adempiuto al suo dovere costantemente. Noi ci siamo trovati per qualche tempo senz'armata, senza polizia; tutti i gendarmi, tutti gli sbirri erano scomparsi: i Garibaldini erano dinanzi Capua; l'armata reale a due ore da Napoli; la Guardia nazionale ha sostenuto le veci di tutti. Notte e giorno sotto le armi, durante due mesi, ha fatto la guardia ai forti, alle caserme, in tutti i posti, in tutti i palazzi: essa vigilava ne' corpi di guardia, pattugliava nelle vie, si trovava anche in faccia a Capua, e aveva il tempo di far le sue parate le domeniche sulla Piazza di Palazzo. Per due mesi questi dodicimila giovani tutto hanno abbandonato, tutto sacrificato, famiglia, affari, piaceri, per custodire la città, che mai dormì più sicura. Un nuvolo di avventurieri sconosciuti era piovuto in Napoli; eppure non fu commesso un furto, non fu rotto un vetro.

Né da quell'epoca un tale zelo si è smentito per un solo istante. Questi giovani soldati furono sottoposti a molte prove; furono inviati nell'alta Italia; ad ogni allarme chiamati, mandati nelle campagne contro i ladri e contro i briganti. Non hanno mosso un solo lamento. Comandati ora da un uomo di un'infatigabile operosità, il generale Tupputi, perseverano nella loro devozione con una ostinata pazienza. Passano le giornate al sole, le nottate in piedi senza rammaricarsi: e anzi che essere in urto con l'armata regolare, si studiano di farle amar Napoli, e di farla amare dai Napoletani. Le offrirono una sera un banchetto splendido nel teatro di San Carlo. Questi giovani hanno esposto la loro vita molte volte; al bisogno si batterebbero valorosamente: marciano già come veterani.

Non fu soltanto in Napoli che la Guardia nazionale e il buon senso popolare bastarono contro il disordine.

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Avvenne lo stesso in provincia, in tutti i capoluoghi, in tutte le città di qualche migliaio di abitanti. Dopo Venosa e Melfi la reazione non sollevò alcun Comune d'importanza. Mi assicurano che il 13 luglio i briganti poco mancò non attaccassero Cosenza; ma non lo osarono.

In ricambio, le borgate furono orribilmente maltrattate sotto la luogotenenza, del conte di San Martino. Non fu per colpa di quest'uomo dabbene, il quale era logico nel suo sistema di conciliazione; ei non voleva far la guerra a1 briganti; ma domarli con la paura. Era un'idea forse in teoria eccellente. Egli chiedeva sessanta battaglioni per battere in tutti i 'punti le provincie meridionali. Con queste forze avrebbe in prima spazzato le pianure e cacciato i briganti sulle montagne: allora facile diveniva lo assoggettarli. Non sarebbero stati attaccati, ma circondati soltanto e intimati a rendersi; si sarebbe promesso loro grazia e lavoro. Stretti da vicino, minacciati dall'inverno, sforniti di viveri, temendo insieme la fame,il freddo e le palle, si sarebbero resi senza alcun dubbio. Tutto ciò era magnifico... scrivendo.

Disgraziatamente era mestieri di sessanta battaglioni, e l'Italia dovea difender le sue frontiere. Un tempo prezioso fu perduto in negoziati e in discussioni fra Napoli e Torino. E frattanto la reazione, e in specie il brigantaggio si spargevano in tutte le provincie meridionali.

Nulla havvi in ciò di sorprendente. I tempi erano cattivi, il pane caro, il lavoro quasi nullo. Bisognava vivere: il mestiere d'insorto fruttava molto danaro e molto bottino; i curati spingevano alle rapine; si serviva una causa santa, e dopo l'era della conciliazione non si metteva a repentaglio la vita. Le fucilate aveano cessato: si poteva dunque assassinare a bell'agio. D' altra parte Garibaldi era morto, e Francesco II prossimo a ritornare.

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La polizia ha trovato sopra emissari borbonici istruzioni sulle voci che dovevano spargere: in esse era scritto che Francesco II era alle porte del Regno, che gli Austriaci stavano per passare il Po, che l'imperatole Napoleone dominato dai clericali faceva causa comune colla reazione, unico modo per conservare il suo trono.

Sopra un altro agente chiamato Spadafora, e arrestato in Calabria con un convoglio di muli, fu sorpreso un Avviso che annunziava che il conte di Cavour si era avvelenato, perché le sue carte segrete erano state consegnate all'Austria, che i Piemontesi erano stati costretti a consegnare Ancona a una flotta anglo-russa, lasciando dietro a sé i loro cannoni; che ogni notte giungevano a Napoli grossi convogli di feriti, che appena rimaneva un pugno di Piemontesi nella città, i quali stavano per ripartire per Torino, e che infine prima di settembre l'Italia intiera si sarebbe ritrovata nello stato in cui era prima del 1859, e mille altre fiabe. Queste notizie venivano narrate ai contadini, ai quali si dava del denaro perché le credessero: e le credevano.

Aggiungete che avevano paura, e la paura, che spiega tutto in questo paese, era così un potente ausiliare per la causa borbonica; se non tendevano le mani agli aggressori, erano saccheggiati e uccisi; ed essi tesero loro la mano. Si scrisse che in niun luogo le popolazioni hanno con essi fraternizzato. È vero per le città e per i grossi villaggi che potevano difendersi: ma le borgate derelitte, isolate, rendevansi senza trarre un colpo di fucile. La plebaglia abietta di certi luoghi non vergognossi di prestar man forte ai banditi e di indicar loro le case dei ricchi. La Guardia nazionale composta di cinque o sei uomini, lasciavasi disarmare senza resistenza. Potrei anche citare uno o due luoghi più che timidi, Vallerotonda (Terra di Lavoro)

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per esempio, ove le Guardie nazionali si lasciarono togliere 150 fucili da 17 briganti.

Queste Comuni invase avevano sindaci che nulla potevano. In questo tempo di conciliazione il sindaco non risicava altro ch'esser destituito, se faceva buona accoglienza ai pretesi borbonici: all'incontro, poteva esser bruciato vivo, aver la casa incendiata: fra i due mali sceglieva il minore. Dopo il saccheggio, diceva al capo della banda: ora bisogna che faccia il mio dovere di pubblico ufficiale: chiamerò i Piemontesi, perché vi scaccino; e il capo della banda rispondeva: fate pure.

I Piemontesi giungevano, i briganti erano scomparsi, e il sindaco Vantavasi di averli posti in fuga.

Ed ecco come sotto la penultima Luogotenenza il brigantaggio si sparse quasi per tutta la estensione dell'ex-reame. Si è preteso che cinque provincie sopra quindici (o sedici, compresa Benevento) ne avevano sofferto. Mi duole dover qui contraddire ad un documento celebre e d'altra parte pregevolissimo; ma se l'importanza di ciò che si voleva chiamare una insurrezione borbonica è stata accresciuta fuori di misura in alcuni giornali, mi pare eh' essa sia stata molto diminuita nelle circolari del Ministero. Si è voluto dire che cinque provincie furono più generalmente devastate delle altre; ma io posso assicurare che al giunger del generale Cialdini, quasi tutto il mezzogiorno della penisola italica era infestato dai briganti. Ve ne erano negli Abruzzi e nella Terra di Lavoro, appena pacificata da una brillante spedizione del generale Pinelli; ve ne erano nelle Calabrie, in Basilicata e in Capitanata; ve ne erano nella provincia di Salerno in quella di Molise, e sopratutto in quelle di Avellino e di Benevento. Perfino intorno a Napoli avevamo briganti; una banda girava verso i Camaldoli, un'altra più importante nella montagna di Somma, che tocca al Vesuvio; un'altra fra Noia e Cancello. Questa tirava quasi ogni dì

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sui treni della strada ferrata, poneva a riscatto o spogliava i cantonieri, e attaccava un giorno (23 giugno) la stazione di Cancello, ove rubava 75 ducati. Queste sono notizie officiali. Il padrone di un caffè vicino, per nome Gennaro Ferrara, tentò di sottrarsi per chiamar soccorso; i briganti lo scannarono. Alcuni giorni dopo ritornarono nel caffè, vi si istallarono tranquillamente e chiesero da bere: furono serviti non premura, e niuno pensò di andare ad avvertire la guardia. Uno dei soliti, a frequentare quel luogo chiese al garzone se quelli. uomini erano gli assassini del suo padrone. Rispose: non ne so niente.

I briganti riuscirono in un colpo ancora più audace a Caserta, che è precisamente per Napoli quello che Versailles è di fronte a Parigi. Cipriano della Gala, forzato evaso, capo di banditi e generale borbonico, assai più avventuroso e più importante di Chiavone, aveva un fratello nelle prigioni di Caserta e volle liberarlo. A tale effetto riunì alcuni uomini risoluti che vestì da guardie nazionali; egli stesso indossò tale uniforme, poi una bella sera con audacia inaudita, si presentò alle prigioni di Caserta, e, tenendo un uomo per il collo, disse ai custodi: «Ecco un malfattore che ho arrestato e che vi conduco.» Fu aperta subito la porta e la banda invase la prigione: i custodi furono assaliti, il fratello di Cipriano posto in libertà e i detenuti liberati si unirono quasi tutti alla banda. Alcune guardie nazionali vere, riunite per caso, tentarono di arrestar la banda mentre essa usciva, ma furono sconfitte e disperse. La banda così aumentata uscì baldanzosamente da Caserta, e ritornò nella sua montagna.

Non finirei, se volessi narrare tutti i fatti de' quali presi ricordo. Ho sotto gli occhi un lavoro istruttivo, che è stato compilato per me negli uffizi dell'interno e della polizia di Napoli.

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È la tavola de' documenti officiali conservati in quel dicastero intorno ai disordini e ai misfatti di cui debbo occuparmi. Estraggo da questo voluminoso registro una o due pagine soltanto; il sommario cioè di tutti i rapporti inviati nel mese di luglio dal governatore di Foggia sui torbidi della sua provincia. Da questo documento si rivelerà il vero carattere del brigantaggio: non è un brano di letteratura, ma è uno scritto esatto, officiale ed inedito.

1 luglio. -

Casalnuovo.

Assassinio commesso dai briganti sopra due individui di Casalvecchio nella fattoria chiamata Finocchito.

1 luglio. -

Casalvecchio.

Una banda di briganti imponeva a Giuseppe Antonio D'Alessio di pagare 2000 ducati, a Pasquale D'Elisi 6000, a Gennaro Cono 600, a Francesco D'Ondes 500, a Giuseppe Ferrecchia 200, con minaccia di bruciare le loro messi, se queste imposizioni non sono pagate: dal sindaco esigono abiti e 3000 ducati sotto pena di bruciare le sue messi e quelle del suo fratello.

3 luglio. -

Sansevero.

Tre briganti rubano un cavallo a un mercante di bestie, dopo di che svaligiano un cocchiere.

3 luglio. -

Torre maggiore.

I briganti uccidono tre giumenti a Tommaso Pensano e ne feriscono un altro. Impongono a Stefano Cataldo per la somma di 400 ducati; bruciano della vena e della paglia, molti fieni e molti grani in un possesso denominato Ripalta.

5 luglio.-

Sansevero.

Quattro briganti si impadroniscono di Don Ferdinando Parisi e gl'impongono un riscatto di 60 ducati: lo lasciano in libertà per 30. Lo stesso giorno, nel luogo medesimo, alcuni soldati sbandati rubano dei cavalli e delle armi a D. Paolo del Sordo; e dieci briganti con bandiera bianca impongono a D. Luigi Trotta la somma di 300 ducati, e si contentano di 48, prendendo anche un fucile. Finalmente sei briganti rubano un fucile ed altri oggetti a Don Antonio Gelanio.

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5 luglio. -

Serracapriola.

24 briganti rubano un cavallo a Pasquale Carità.

5 luglio. -

Bovino,

Sei briganti prendono il fucile a Niccola Toldo, milite nazionale.

6 luglio. -

Biccari.

Cinque briganti rubano a Lorenzo Goduti, in una cascina, otto forme di cacio cavallo, e due giumente, traendo colpi di fucile a oltranza.

6 luglio. -

Casalvecchio.

Orribile brigantaggio: furti, imposizioni forzate, ratti, fucilazioni.

7 luglio. -

Torremaggiore.

Tre briganti rubano delle bestie a Felice Di Pampo, a Pietro Inglese e ad altri. Tre altri s'impadroniscono di Alfonso Ferrante e gli impongono una taglia di 3000 ducati.

8 luglio. -

Cerignola.

Resistenza de' briganti alla forza pubblica.

8 luglio. -

Castelnuovo.

I briganti si impadroniscono di un tal Pettinano, e lo lasciano in libertà verso il pagamento di 236 ducati e di alcuni oggetti di valore.

9 luglio. -

Tenimento di Pietra.

Una banda si impadronisce del canonico Don Paolo Leo e lo sottopone al riscatto per somma ignota.

9 luglio. -

Torre maggiore.

Furto di un cavallo da sella e taglia di 5000 ducati a danno di Don Vincenzo La Medica. Egual fatto avviene a Lucera Mi giorno stesso con imposte di 4000 ducati, di munizioni e d' armi a carico di Don Tommaso La Medica: più 20 briganti rubano delle bestie a Giuseppe Montedoro.

10 luglio. -

IscMteUa.

Invasione di briganti in molte case colonicbe, saccheggi, porte scassate ecc. La Guardia nazionale avvertita si prepara a respingerli.

10 luglio. -

Apricena.

Riscatto di 1000 ducati imposto a Filippo Fiorentino. I briganti lo lasciano in libertà per 336 ducati e 40 grani.

10 luglio. -

Sanevero.

Riscatto di 4000 ducati imposto da 9 briganti a Pasquale Patruno, che vìen rilasciato per 230.

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12 luglio. -

Carlantino.

Invasione di questa comune per opera de' briganti, i quali fanno cantare un

Te Deum.

Prendono in seguito un1 altra direzione, saccheggiando, bruciando ec.

13 luglio.-

Castelluccio (Val Maggiore).

I briganti assassinano Michele Agresti.

14 luglio. -

Sannicandro.

Incendio delle raccolte (perdita calcolata a 2000 ducati) a danno di D. Eugenio Pisani, che non pagò la somma impostagli dai briganti.

18 luglio. -

Foggia.

Brigantaggio orribile in tutta la provincia; eccessi di ogni sorta.

18 luglio. -

Cerignola.

Furto di tre giumente a danno del duca di Bisaccia.

19 luglio. -

Serracapriola.

Assassinio di Aurelio Petroni commesso dai briganti.

20 luglio. -

Sansevero.

Giuseppe Manuelli, Salvatore Codipietro e altri briganti bruciano le raccolte di D. Francesco De Pasquale, gli rubano i carri e gl'istrumenti da lavoro, per non aver da lui ricevuto la somma di ducati 2000, per la quale lo avevano imposto.

22 luglio. -

Sannicandro.

Imposizione di 300 ducati a Vincenzo Vocale; non ne paga che 160: i briganti fanno altro bottino.

22 luglio. -

Sansevero.

Imposizione di 500 ducati a Pasquale Petracchione, O quale non ne paga che 200. Furto di attrezzi di cordami e di danaro per il valore di 2400 ducati sopra quattro barche di Giovinazzo.

22 luglio. -

Montesantangelo.

Bartolommeo Scarano è assassinato dai soldati sbandati per essersi volontariamente arruolato fra coloro, che reprimevano il movimento reazionario a Vico nell'aprile.

24 luglio. -

Torre maggiore.

Furto di un cavallo a Bocola: imposta di 1600 ducati a D. Pasquale Fusi. I briganti gli uccidono gli armenti nella sua fattoria.

Il sommario non procede più oltre. Gl'Italiani erano giunti; l'ordine venne ristabilito nella provincia.

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Non aggiungo alcun commento a questa serie di fatti officialmente constatati: essi mi dispenseranno di narrare in particolare i misfatti monotoni de' briganti, politici o no, sopra quasi tutto il territorio dell'ex-reame. Era dovunque la stessa storia, con maggior violenza ed accordo in alcuni luoghi, specialmente nel Principato ulteriore. Al giungere di Cialdini questa provincia era in fuoco. Cacciate dalla Terra di Lavoro per una brillante spedizione del generale Pinelli, le bande eransi gettate intorno ad Avellino, con una specie di furore. Una sessantina di briganti seguiti da soldati sbandati, da contadini armati di forche, entrarono, il 7 luglio in Montefalcione, gridando

Viva Francesco II

Invasero dopo Montemiletto, Candida, Chiusano e altri Comuni. Avellino stesso fu minacciata; gruppi di gente sospetta si formavano nelle vie. La Giunta municipale stette adunata in permanenza, e il governatore De Luca, uomo pieno di zelo e di coraggio, chiese istantaneamente a Napoli e a Torino rinforzi, che non si potè inviargli. Da principio il paese dovè difendersi solo. Un capitano della Guardia nazionale, Carmine Tarantino, uomo di 30 anni, professore al Liceo reale, e l'arciprete Leone sindaco di Montemiletto, che avea perduto il vecchio padre, suo fratello, tutta la famiglia in uno scontro precedente, partirono da Montemiletto con cinque soldati di linea e poche Guardie nazionali. Marciarono sopra Montefalcione che non poterono attaccare, non essendo in forze a ciò bastevole Retrocederono, e rientrando nella loro Comune, si racchiusero nel palazzo Fierimonte. Montemiletto fu invasa dai briganti nella notte dall'8 al 9 luglio. Erano sessanta: riceverono ben presto un rinforzo di 400 uomini; la plebaglia si unì ad essi. Questa ciurma assalì il palazzo Fierimonte al grido di

Viva Francesco II.

Tarantino e i suoi, comprendendo che andavano incontro alla morte, risposero ad una sol voce

Viva l'Italia.

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La fucilata fu lunga e inutile. I banditi appiccarono fuoco alla casa: le donne portarono le fascine. La porta principale e una barricata essendo bruciate a metà, furon fatte cadere a colpi di scure. Immaginatevi allora codesta folla irrompente nella casa! Fu un eccidio feroce. Tarantino, l'arciprete, donne, fanciulli furono scannati: un soldato di linea fucilato, due uomini che gridavano

Viva l'Italia,

trascinati al cimitero e gettati vivi in una fossa in mezzo ad un monte di cadaveri. Altri tre soldati di linea condotti più tardi a Montefalcione furono costretti a tirar sui loro commilitoni, che attaccavano il paese. Due fra essi rifiutarono e furono uccisi. Un terzo fece sembiante di accettare, e correndo verso gli Italiani per caricarli alla baionetta, entrò nelle loro file e si unì ad essi. Da ambo le parti gli furono tirati colpi di fucile: non rimase ferito. Anche a' dì nostri avvengono miracoli!.Diciassette uomini perirono crudelmente nel palazzo Fierimonte. Non mi estendo sulla ferocia degli assassini; ne ho parlato abbastanza, e dovrò in seguito parlarne ancora. Questi infami erano comandati da un tal Vincenzo Petruzziello di Montemiletto: egli stesso, colle sue mani, uccise Tarantino. In appresso fu preso e fucilato; confessò che il danaro col quale pagavansi i banditi veniva da Benevento e da Roma.

Tutti questi fatti resultano da un rapporto officiale inedito e assai ben compilato (ciò che non è comune) indirizzato dal signor Ferrara, vicegovernatore della provincia di Avellino alla Segreteria dell'interno e della polizia in Napoli. Mi fu concesso di consultar questo documento.

Frattanto il governatore De Luca era partito il mattino degli 8 alla testa delle sue Guardie nazionali. Aveva battuto i briganti sulle alture di Candida, traversato San Potito, Parolise, e ripreso Chiusano a passo di corsa.

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Tentò di attaccare Montefalcione, ma fu respinto dalla plebaglia, che gettava pietre e acqua bollente dalle finestre. Fu costretto a rifugiarsi fuori del villaggio, in un convento, dove poco mancò che non morisse di fame, circondato dai ribelli.

Per buona ventura fu liberato la mattina del 10 dagli Ungheresi di Garibaldi, che trattenuti a Napoli erano di guarnigione a Nocera. Per un ordine emanato da Torino essi accorsero nelle provincie sollevate. Liberato il governatore, rientrarono con lui, quasi furono senza combattimento in Montefalcione., Le rappresaglie sanguinose; una trentina di briganti, che si erano trincerati in una casa, perirono tutti.

Tuttavia dopo il combattimento cessarono le valenze. In codesta Comune, che era pienamente insorta, (essendo stati cacciati o uccisi i liberali) il Governo si contentò di sciogliere la Guardia nazionale e di togliere le armi al popolo: cinque uomini soltanto vennero fucilati.

All'approssimarsi degli Ungheresi, 4000 contadini o abitanti de' villaggi uscirono spaventati da Montemiletto, in confusione, e si dispersero fra i grani e nei monti.

La reazione era soffocata. Il governatore De Luca rientrò il 13 luglio in Avellino alla testa delle truppe, conducendo seco 40 prigionieri. Ricevè un'ovazione popolare e una croce di commendatore. Erasi condotto da uomo valoroso.

In mezzo a queste turbolenze il generale Cialdini giunse a Napoli come luogotenente del Re.

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VII.

La luogotenenza del general Cialdini (luglio-novembre 1861) - La reazione repressa - Riguardi al partito di azione Popolarità del generale - TI brigantaggio diminuisce Storie di cannibali - Pontelandol/o e Casalduni - Loro delitti e loro gastighi - Le repressioni ne' tempi passati, e il generale Manhès - La pacificazione delle provincie meridionali.


Il mio assunto d'ora innanzi è più facile, e procederò con celerità. I lettori, che ebbero la pazienza di seguirmi fin qui, sanno ornai ciò che fosse il brigantaggio. Non stancherò quindi la loro attenzione con una sequela di aneddoti, che ripeterebbero fatti già narrati, sotto nomi diversi. Furti, rapine, proprietari assaliti, rapiti, trascinati, riscattati, uccisi, se non pagavano il riscatto, borghi invasi, posti disarmati, gigli sostituiti alle croci di Savoia, case derubate e spesso incendiate, archivi bruciati, prigioni aperte, e, all'avvicinarsi delle truppe, fughe precipitose con un rinforzo di detenuti evasi, e di contadini saccheggiatori, tutto ciò al grido di Viva Francesco II.

Tali sono le spedizioni de' briganti, sempre eguali. Non mi fermerò dunque che sopra due o tre fatti importanti.

Domando scusa alle numerose Comuni delle quali non narrerò i combattimenti, ne le sconfitte, né i trionfi: ma io non faccio qui la storia del brigantaggio. Si tratta ora di affrettare il passo: noi marciamo dietro al general Cialdini.

Egli è un condottiero pieno di ardore, e a mala pena si può seguirlo. A quarantasette anni ha percorso tutta la carriera che un soldato può battere in Italia. È generale d'armata, cioè ha il grado più elevato nella gerarchia militare; è luogotenente del Re, prima autorità del paese; più in alto non può elevarsi.

A 16 anni egli combatteva nella insurrezione delle Romagne,

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poi è stato in Spagna, a Milano, in Crimea, nel Tirolo; ha sbaragliato Lamoricière, preso Ancona, Gaeta e Messina, e, lo ripeto, non ha 50 anni.

Al suo ritorno in Napoli aveva poche truppe e un nome impopolare a causa dei suoi dissensi con Garibaldi. Pure egli doveva distruggere il brigantaggio in due terzi delle provincie, la cospirazione nella capitale, la diffidenza e il malcontento ovunque, nani, mare lo spirito pubblico, affezionarsi il paese, ricondurlo alla causa italiana, rialzare o almeno sostenere la fede vacillante dell'Europa.

Evidentemente se il mezzogiorno rimaneva agitato, tormentato, travagliato, se il brigantaggio si volgeva, in guerra civile e il Piemonte continuava ad occupare queste provincie senza possederle, l'Italia non era ancor fatta.

- Voi avete Napoli, diceva egregiamente un generale francese, ma bisogna provare che l'avete.

Cialdini accettò la sua missione e si pose all'opera. Riuscì fin dal primo giorno. Il suo proclama ai Napoletani era ben pensato, li mise a parte nella sua impresa; disse loro che senza di essi nulla poteva. Poi annunzio che voleva colpire non solo gli assassini, mar anche i cospiratori, dicendo: «Quando il Vesuvio rugge, Portici trema.»

Era un' immagine ed un'allusione. Portici piccola città alle falde del Vulcano, le eruzioni del quale la scuotono, era un ricettacolo di cospiratori borbonici.

Tosto il gran partito della paura divenne favorevole a Cialdini. L'opposizione ritirò i suoi artigli. Alcuni giornalucci d'un soldo abbaiavano ancora; furono sequestrati, strappati e soppressi dalla popolazione: gli scrittori vennero sottoposti a giudizio. Più tardi, aumentando il successo, la cospirazione fu colpita nel cuore e nella testa: fu sorpreso un conciliabolo a Posilippo: vennero arrestate delle

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Altezze a Portici: in un sol colpo caddero nelle mani della polizia una ventina di generali, senza contare i prelati: zuavi pontificii e legittimisti francesi che eran qui a far propaganda furono esiliati; De Cristen posto in prigione. Infine si osò prendere un gran partito: il dignitario della Chiesa napoletana fu posto a bordo di una nave, e il popolo che, tredici anni or sono, avea pianto a calde lacrime, vedendo partire i Gesuiti, fischiò senza misericordia la carrozza, che. conduceva al porto il cardinale.

Il partito borbonico fu quindi abbattuto senza remissione. Restava il partito di azione, più pericoloso, perché più popolare. Messo da parte, disprezzato, perseguitato anche con un eccesso di rigore dalla consorteria ministeriale, continuava a vivere e cresceva ogni giorno in grazia degli errori del potere e del popolare malcontento. Nelle ultime elezioni i candidati radicali erano stati nominati, a malgrado gli sforzi e i mezzi adoperati da altri. Gli uomini di azione erano influenti, sopra tutto perché si dicevano legati con Garibaldi: rimasti infatti in corrispondenza coll'eremita di Caprera, pretendevano proseguire l'opera di lui. Per questo motivo, e per le loro idee ostili all'autocrazia militare, dovevano esser gli avversari naturali del generale Cialdini.

Furono invece i suoi fautori più risoluti. Cialdini avea loro steso la mano, fin dal suo arrivo in Napoli. Anzi che sognare una conciliazione impossibile fra i liberali e i retrogradi, decretò (è la vera parola) una coalizione necessaria fra tutti gli Italiani contro i borbonici. Chiamò a sé gli uomini più avanzati, i garibaldini, i repubblicani stessi e lì spinse insieme uniti contro il nemico comune. Usò ad essi anche qualche condiscendenza. Lasciò cadere il segretario Spaventa, loro capro emissario, a malgrado de' servigii prestati da questo funzionario, e a malgrado dei suoi dieci anni di galera sotto Ferdinando IL

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Alcuni mascalzoni, di quella setta, vollero fischiare i deputati ministeriali che tornavano da Torino; Cialdini li lasciò fare e non punì la mariuoleria. Ma quando più tardi si crederono assai potenti per imporsi al padrone e, per esempio, armar delle bande di quattro mila uomini per conto loro, Cialdini li fece imprigionare. Egli voleva trovare in essi un sostegno, ma a patto di tenerli nelle sue mani.

Non già che ei rifiutasse il concorso delle milizie nazionali: anzi lo richiese nella sua pienezza fin dal primo momento. In ogni distretto ordinò la formazione di due compagnie di guardie nazionali mobili. quest'arruolamento riuscì a meraviglia, e molti distretti fornirono %tre o quattro compagnie invece di due. In tal guisa vennero riuniti 14 mila uomini. Cialdini aveva bisogno di questi rinforzi? Ne dubito. I soldati bastavano contro i briganti. Ma era utile interessare il paese in questa campagna, e importava sovra ogni altra cosa mostrare all'Europa che l'armata non marciava sola, che essa combatteva per il popolo e col popolo, e che non era venuta a reprimere i moti spontanei delle popolazioni.

Infine l'abilità suprema di Cialdini consistè nel riconoscere e acclamare l'eroe popolare. Quando il municipio organizzò la festa del 7 settembre, anniversario dell'ingresso di Garibaldi, il luogotenente dichiarò che gli era stata tolta la sua idea. Ne felicitò il municipio per conto proprio e in nome del re: disse che «l'ingresso in Napoli del celebre dittatore, innanzi al quale fuggirono un'armata e una dinastia, era l'atto il più ammirabile, che la sagacia e la temerità abbiano compiuto, il fatto più fecondò di risultamenti che la storia ricordi e racconti.»

La sagacia e la temerità:  queste due parole significano molto. Si ammirano volentieri in altri le qualità che si riconoscono in se medesimi, senza pensarvi.

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Cialdini tesseva il proprio elogio. Molta arte e molta audacia, con un aria di franchezza e di buonomia; ecco qual era tal uomo.

Ei piacque a Napoli e, per piacere ancora di più, passò la Guardia nazionale in rivista, a malgrado del caldo, tutte le domeniche. Fu acclamato come Garibaldi.

In tal guisa egli divenne padrone nel tempo stesso de' borbonici repressi, de' patriotti accarezzati, e del popolo.

Restavano i briganti. In Francia ha recato sorpresa che egli non li distruggesse completamente in due mesi: pare che siensi dimenticate le guerre di Algeria e del Caucaso. E come prendere un nemico sempre nascosto, sempre fuggiasco, che si chiude ne' boschi, si ferma sulle alture, e vi sparisce dalle mani quando credete di averlo afferrato?

L'uomo che meglio di ogni altro ha fatto questa guerra di montagne, il generale Manhès, annientò alcune bande in pochi giorni, ma aspettò l'inverno per attaccarle. La neve caccia i lupi dalle alture, le foreste cui cadono le foglie non li nascondono più, il freddo e la fame li uccidono. Dovevasi imitare il rigoroso esempio, e attendendo le brezze lasciare le messi e le vendemmie in balia di queste tribù di banditi?

Cialdini cominciò dal dividere le bande. Prima occupò il territorio fra Avellino e Foggia, ristabilì le comunicazioni con l'Adriatico, e isolò i briganti del mezzogiorno. Quindi in Calabria e segnatamente nel distretto di Cotrone, ove eransi rifugiati, fu facile distruggerli. I proprietarii stessi si posero alla testa dei loro contadini e delle loro guardie armate, dacché là specialmente la guerra civile era un pretesto alla guerra sociale, era una sollevazione de' poveri contro i ricchi.


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Tutti quelli che sono vestiti con un po' di decenza si chiamano in quelle provincie galantuomini: e da ciò ne resultava una confusione d'idee favorevolissima ai ladri. Il galantuomo, Vittorio Emanuele, era il re delle classi ben vestite: Francesco, il re de' proletarii e degli indigenti. Dunque Viva Francesco II, e si rubava senza scrupolo.

I briganti delle Calabrie furono battuti dai proprietari e chiusi ne' boschi impenetrabili della Sila, ove rimarranno forse fino all'inverno. Ma nel centro e a settentrione il brigantaggio politico era più pericoloso, a causa della vicinanza di Roma. I ladri di Avellino eransi gettati nella provincia di Benevento, ove caddero un giorno su una quindicina di borgate derelitte. Il colonnello Negri si adoperò a tutt'uomo per sottometterli. Fuggirono finalmente verso il settentrione, nelle montagne del Matese. Il generale Pinelli spazzava nel medesimo tempo le pianure intorno a Nola, cacciando i falsi Vandeesi, che tiravano sui convogli e toglievano le guide delle strade ferrate.

Poi un giorno imbarcandosi, senza dir cosa alcuna, fece il giro della penisola, e cadde a un tratto in Puglia, a Viesti. Là con pochi bersaglieri mise in fuga quattrocento briganti, i quali avevano commesso ogni sorta di orrori, scannando, fucilando, bruciando senza pietà. «Furono uccisi nella mischia Tropiccioni e suo figlio, Giovannicola Spina, e di quest'ultimo mangiarono un pezzo di carne!» È un prete che ha scritto tali parole: ho letto la sua lettera, e altre testimonianze hanno confermato il fatto, aggiungendovi ragguagli mostruosi.

Volete ancora udire una istoria atroce? Ascoltatela, e sarà l'ultima: giova narrarla per giustificare le punizioni.

II 7 agosto i briganti chiamati da cinque canonici e da un arciprete, invasero Pontelandolfo, Comune

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sulla destra di Cerreto, nelle montagne. Accolti con gridi di gioia dalla plebe, al ritorno di una processione, saccheggiarono l'ufficio municipale, la polizia, il corpo di guardia, le botteghe, e ferirono Filippo Lombardi, settuagenario, che fu strappato dalle loro mani da sua moglie: entrarono di viva forza in casa del percettore Michelangelo Perugino, e dopo averlo ucciso, mutilato, spogliato, bruciarono la casa di lui e gettarono il suo cadavere nudo nelle fiamme.

Ma questo è nulla. Pontelandolfo rimase nelle mani della plebe; 3000 mascalzoni costituirono il governo: due villaggi vicini, Casalduni e Campolettere, insorsero.

Quattro giorni appresso, l'11 agosto, quaranta soldati italiani e quattro carabinieri furono inviati a Pontelandolfo per arrestare i briganti nella loro fuga. Non ebbero la pazienza di attendere, vollero attaccarli. Tutto Pontelandolfo fu sotto le armi. L'ufficiale italiano (Luigi Augusto Bracci, luogotenente del 36°) e i suoi 42 uomini (gli altri due erano rimasti indietro) furono assaliti e doverono rifugiarsi in una torre. Dopo una vigorosa resistenza, ripiegarono sopra Casalduni: un prete avea lor detto che questo villaggio era occupato dalle truppe. Per la via furono stretti e attaccati ai fianchi dalla gente di Pontelandolfo, poi arrestati da quelli di Casalduni, che eransi imboscati per attenderli. Circondati allora, sopraffatti dal numero, furono scannati tutti, eccetto un solo, che ebbe il tempo di gettarsi in una siepe e narrò poi questa orribile istoria. Non fu una carneficina, ma un eccidio. I contadini erano cento contro uno, e volevano tutti il loro pezzo di carne. - Non invento nulla, anzi cerco di attenuare.

La mattina del 13 giunse il colonnello Negri cogli Italiani: chiesero de' loro compagni; fu loro risposto che avevano cessato di vivere: domandarono i loro cadaveri:

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non furono trovati: essi stessi li cercarono, e sorpresero membra tagliate, brani sanguinosi, trofei orribili appesi alle case, e esposti alla luce del sole. Appresero che avevano impiegato otto ore a dar la morte a poco a poco al luogotenente ferito soltanto nel combattimento. Allora bruciarono i due villaggi.

«Giustizia è fatta contro Pontelandolfo e Casalduni.» Tale fu il dispaccio del luogotenente colonnello Negri.

Si è gridato molto contro questi rigori, si è lamentata la fucilazione di alcuni individui a Somma, convinti di aver prestato mano ai briganti. Il partito che glorifica gli assassini commessi dai borbonici, non ammette le punizioni inflitte dalla giustizia militare. Io nulla oppongo a questa generosa pietà.

Soltanto vo' ricordare le repressioni di Manhès, il quale bruciò anche alcuni villaggi, e le traggo non dal Colletta, l'autorità del quale è stata rifiutata, ma dallo storico Carlo Botta, che al generale francese fu legato di amicizia. È un bel brano che cito e che completerà questo studio.1 «Per arrivare al suo fine quattro mezzi mise (Manhès) in opera: notizia esatta del numero dei facinorosi, comune per comune, intiera loro segregazione dai buoni, armamento de' buoni, giudizi inflessibili.

Fé' ritirare bestiami e contadini ai borghi più grossi che erano guardati da truppe regolari, fé' sospendere tutti i lavori di agricoltura, dichiarò caso di morte a chiunque, che, ai corpi armati da lui non essendo ascritto, fosse trovato con viveri alla campagna, mandò fuori a correrla i corpi dei proprietari armati da lui comune per comune, intimando loro, fossero tenuti a tornarsene co' facinorosi o vivi o morti. Non si vide più altro nelle selve, nelle montagne, nei campi,

1 Botta, Storta d'Italia dal 1789 al 1814, Libro XXIV.

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che truppe urbane, che andavano a caccia di briganti, e briganti che erano cacciati. Quello che rigidamente aveva Manhès ordinato, rigidamente ancora si effettuava. I suoi subalterni il secondavano, e forse non con quella retta inflessibilità, che egli usava, ma con crudeltà fantastica e parziale. Accadevano fatti nefandi: una madre che ignara degli ordini, portava il solito vitto ad un suo figliuolo che stava lavorando» sui campi, fa impiccata.1 Fu crudelmente tormentata una fanciulla, alla quale furon trovate lettere indirette ad uomini sospetti...

I facinorosi intanto, o di fame, per essere il paese tutto deserto e privo di vettovaglie, perivano, o nei combattimenti che contro gli urbani ferocemente sostenevano, morivano, o preferendo una morte pronta alle lunghe angosce, o da se medesimi si uccidevano, o si davano volontariamente in preda a chi voleva il sangue loro. I dati o presi condotti innanzi a tribunali straordinari, composti d'intendenti delle provincie e di procuratori regii, erano partiti in varie classi; quindi mandati a giudicare dai consigli militari creati a posta da Manhès. Erano o strangolati sui patiboli o soffocati dalla, puzza in orribili  prigioni: gente feroce e barbara che meritava supplizio, non pietà. Né solo si mandavano a morte i malfattori, ma ancora chi li favoriva, o poveri o ricchi, o quali fossero o con qual nome si chiamassero; perocché, se fu Manhès inesorabile, fu anche incorruttibile.»

Seguono narrazioni atroci di gastighi che renunzio a recare. Invio il lettore al libro del Botta: vi troverà processione di suppliziati, vittime strappate al boia dai contadini che le laceravano vive colle loro

1 Quest'antica storia è stata riprodotta dai giornali clericali, i quali l'hanno narrata come un delitto recente, commesso dai soldati di Cialdini.

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unghie, torri spaventose ove i prigionieri erano gettati confusi con i cadaveri, e dove i moribondi rodevano i morti; infine (così chiude lo scrittore il libro XXIV della sua Storia) «le teste e le membra degli appiccati appese sui pali di luogo in luogo rendettero lungo tempo orrenda la strada da Reggio a Napoli. Mostrò il Grati cadaveri mutilati a mucchi; biancheggiarono e forse biancheggiano ancora le sue sponde di abbominevoli ossa. Così un terrore maggiore sopravanzò un terrore grande. Dovente la Calabria sicura, cosa più vera che credibile, sì agli abitatori che ai viandanti; si apersero le strade al commercio, tornarono i lavori all'agricoltura; vestì il paese sembianza di civile, da barbaro ch'egli era. Di questa purgazione avevano bisogno le Calabrie. Manhès la fece: il suo nome saravvi maladetto e benedetto per sempre.»

Ricordo ora che il generale conte Manhès, che erasi battuto per Murat, visse dipoi in Francia, ove gli fu conservato il suo grado e il suo titolo e fa particolarmente tenuto in onore da Luigi XVIII. Il re Ferdinando II, che gli fece più tardi la migliore accoglienza, più volte ha detto di lui: «Dobbiamo a Manhès la presente tranquillità delle Calabrie.»

Per ultimo trascrivo questa frase da un rapporto recente ed officiale di un governatore: «Manhès distrusse il brigantaggio delle Calabrie in pochi giorni. Quando noi leggevamo la storia di quest'uomo, lo chiamavamo tiranno sanguinario, oggi lo sospiriamo.»

Alla pari di quelle di Manhès, le punizioni assai più miti del generale Pinelli riuscirono contro gli insorti dell'anno in cui siamo. Si è esagerato il rigore di questo generale: all'incontro i briganti si lodano della clemenza di lui. Egli non ordina una esecuzione capitale, se non quando la grazia è impossibile. Non lascia fucilare (e non avviene sempre) che i delinquenti

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volgari presi colle armi alla mano. Coloro che si arrendono, hanno salva la vita: coloro che non hanno commesso nè furti, ne assassinii, sono posti in libertà. Così i briganti cacciati dapprima nelle pianure, poi respinti sulle alture del Gargano, del Matese, di Noia, di Somma, del Taburno, della Sila, si son resi in frotte, in specie i soldati sbandati, i disertori, i refrattari, dei quali 30 mila almeno son già partiti alla volta dell'Italia settentrionale.

Ecco dunque repressa la reazione. Essa procedeva a caso, senza un sistema, senza un concetto. Si potè credere un giorno che essa volesse gettarsi sopra Napoli; un colpo di mano sulla capitale sarebbe stata infatti la sola cosa da tentarsi. In questo piccolo stato sormontato da un capo enorme, basta comandare nel forte Sant'Elmo e risiedere nel palazzo reale per dirsi padrone del paese. Alcuni moti simultanei verso la fine di luglio e ai primi giorni di agosto, nelle provincie di Bari, di Foggia, di Salerno, le turbolenze di Gioia, di Viesti, d'Auletta, l'apparizione d'alcune piccolissime bande ne' dintorni di Napoli, alcune lettere anonime al luogotenente, che lo minacciavano di una pugnalata, una recrudescenza di furfanterie nei borbonici e ne' fogli clericali, gli imbarchi a Civitavecchia di zuavi pontifici vestiti colle camicie rosse, i conciliaboli di Roma e di Marsiglia, senza contare quelli di Napoli e di Portici, i proclami, gli eccitamenti, le minacce loro, tutto ciò fece credere ad un gran colpo che fortunatamente mancò. Cialdini fece armare i forti, per rassicurar Napoli, non per bombardarla (come dissero certi fogli rabbiosi), ordinò delle crociere sul littorale. raddoppiò di vigilanza e di vigore. Non vi furono sbarchi di zuavi, ne colpi di mano su Napoli, e neppure una dimostrazione in favore di Francesco II. In alcune borgate insorte la reazione fu schiacciata prima che conosciuta.

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E diminuite ogni giorno dalle sconfitte e dalle defezioni scompaiono le bande: l'autorità regolare ha il disopra: gli sbarchi tentati muovono a riso, e l'inverno spazzerà le alte cime e le grandi foreste.

VIII.

Il brigantaggio straniero - Lettera del signor de Rotrou - Spedizione del signor De Trazégnies - Don Josè Borjès - Istruzioni del generale Clary - Giornale di Borjès - Sua spedizione in Calabria e in Basilicata - Sue dispute con il generale Crocco - Sua miracolosa ritirata - Sua tragica morte - Quel che rimane oggi del brigantaggio (febbraio, 1862) - II generale La Marmora e la leva - Conclusione.


Queste pagine erano già scritte nel mese di settembre dell'anno precedente, e io sperava allora di aver compiuta la mia cronaca intorno al brigantaggio. Non facevo conto sugli stranieri. Dopo i banditi indigeni, avemmo gli avventurieri di tutti i paesi del mondo, inviati da Roma, da Marsiglia, o da Trieste dai Comitati borbonici. Questa volta non furono più la corte di Roma e quella di Napoli soltanto che fecero parte della cospirazione, ma tutti i sovrani spodestati, e fors'anche alcuni principi regnanti. Napoli divenne il punto di mira di tutta Europa legittimista, la quale sperò un momento riacquistare le provincie meridionali e l'Italia, e coll'Italia l'Europa o almeno la Francia, la quale sotto ogni regime è la testa e il cuore della rivoluzione.

Il momento era opportuno per tentare una grande impresa. Fermo in una risoluzione forse imposta dalle circostanze, il Governo di Torino erasi ostinato a. togliere a poco a poco ai Napoletani quanto restava loro di autonomo; avea annunziato la leva e il decimo di guerra, affrettato con ogni mezzo l'unificazione

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e l'assimilazione, che i Napoletani tentavano di aggiornare indefinitamente. Avea posto in giuoco la sua popolarità, quasi per diletto, nell'interesse della patria comune e dell'Italia futura. Avea scancellato violentemente il passato, e sacrificato il presente alle incertezze dell'avvenire. In que' giorni avea preso un grande partito con una audacia che mi fa spavento anche ora, quando ripenso alle angoscie di questa transizione piena di pericoli; avea soppresso la Luogotenenza e cambiato Napoli, la più grande capitale d'Italia, il capo di un regno ancora palpitante, in una prefettura subalterna. Avea richiamato Cialdini, il solo uomo popolare, il solo eroe influente, il solo signore avventurato, che, venuto dal settentrione, avesse retto queste provincie dopo la partenza di Garibaldi.

Il paese era malcontento: quindi opportuno potea sembrare l'arrecargli la guerra civile. E tosto spade benedette scaturirono da per tutto sull'antico reame. Credevano trovarvi armate già ordinate o farne sorgere dalla terra. Certamente lo splendido insuccesso di queste avventure, con sì prosperi auspicii intraprese, prova che l'Italia deve essere, e che Dio lo vuole. Le montagne sollevate dalla reazione partorirono le imprese di Borjès e di Trazégnies.

Cominciamo da quest'ultima che fu la meno interessante, e citiamo innanzi tutto una lettera preziosa del signor Rotrou.1 agente consolare di Francia a Chieti, intorno allo stato di quei paesi limitrofi alle frontiere romane. Tale documento indirizzato al Console Generale di Francia a Napoli, signor Soulange Bodin, uno degli amici più operosi e più intelligenti d'Italia, getta una viva luce sui punti della scena d'onde passarono i briganti.

1 Debbo alla cortesia del signor De Rotrou molte notizie da me inserite al principio di quest'operetta. Vedi il capitolo sui primi moti degli Abruzzi.

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Avezzano, 15 settembre.

Signor Console Generale,

Il brigantaggio nella parte degli Abruzzi vicino alla frontiera romana è da qualche tempo un po' meno attivo. Ma noi abbiamo speranza di vederlo cessare il giorno nel quale non riceverà più di fuori reclute, danaro e direzione. Chiavone ha nella sua banda gente di ogni nazione, Francesi, Svizzeri, Tedeschi, Napoletani, avanzi delle truppe di Francesco II e del Papa, uniti a' cattivi soggetti de paesi vicini.

Dicesi che in seguito di diversi scontri avvenuti in questi ultimi giorni, Chiavone sia partito, seguendo le sue abitudini, per Roma; non può negarsi che i contadini sieno in generale ben disposti per i briganti e che non prestino loro assai volentieri de' servigi, ma sono però poco inclinati a seguire la loro vita avventurosa. Essi applaudiscono alle loro imprese,, quando non ne sono vittime, e alla fine se forniscono loro viveri, ciò avviene più per paura che per simpatia.

La borghesia non si è ancora rassicurata, e non è persuasa che 1 antico regime non sarà restaurato.

Noi non abbiamo sentito ancora nelle nostre provincie che il male della rivoluzione, e il Governo non ha potuto peranco arrecar veri beneficii. Ciò che avviene oggi è la necessaria conseguenza del sistema demoralizzatore applicato da Ferdinando II durante i suoi ultimi 12 anni, con una perseveranza notevole. Dopo il 1848 non ebbe che un pensiero, uno scopo; render impossibile ogni restaurazione del regime costituzionale, assoggettando ad una completa schiavitù le classi medie: l'avvilimento così calcolato della borghesia, la licenza autorizzata e incoraggiata della classe infima dovevano alla prima togliere ogni fiducia, ogni forza, ogni risorsa in sé medesima.

Il ritorno senza transizione al regime costituzionale era tanto più pericoloso, che erasi avuta gran cura, da dodici anni, di far sparire tutto ciò che poteva agevolarne il ristabilimento. Il basso popolo, educato a non riconoscere che i diritti del Re, nulla scorgeva al di sopra di lui: nella sua mente la legge non era che la espressione della volontà del suo signore, d'ordinario clemente per lui, sempre inflessibile per il borghese.

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Nel 1860, allorché si invocava disperatamente codesta Costituzione, si spiegava nel tempo medesimo alle classi infime che essa non era che il resultato delle violenze della borghesia, la quale mirava a impadronirsi del potere monarchico per accrescere le gravezze del popolo, e per vendicarsi su di esso delle sue lunghe sofferenze. Era naturale che questa fosse pronta a difendere con tutti i mezzi possibili ciò che gli si mostrava come salvaguardia della sua indipendenza, come protezione contro la tirannia e l'insaziabile avidità de' borghesi, co' quali trovavasi in perpetuo antagonismo in tutte le relazioni dulia vita. Non è dunque da meravigliare se questa classe infima vide la rivoluzione con grande malcontento; anzi vi è da rimaner sorpresi, se essa non ha in un modo più efficace, concorso alla difesa di una causa nella quale le sorti del monarcato erano accomunate alle sue.

Mentre Ferdinando II lasciava alla classe infima una libertà quasi illimitata, per la borghesia accoglieva un sistema che doveva farle perdere ogni energia e perfino la coscienza de' propri doveri cittadini. Ognuno era spietatamente racchiuso nel suo luogo. Con gran fatica di tanto in tanto si concedeva ai cittadini migliori di recarsi al capo luogo della provincia.

I magistrati comunali erano per la maggior parte scelti fuori della borghesia, o al meno fra quelli di questa classe le opinioni de' quali eran servili tanto, quanto notoria la loro incapacità! Le elezioni comunali non aveano più luogo. Fin nelle radici era stato soffocato tutto ciò che potea rammemorare le franchigie liberali.

La lettura del giornale officiale era stata perfino proibita nei caffè! Ai padri di famiglia ricusavasi l'autorizzazione di inviare i loro figli ne' grandi centri per compirne la educazione. Le famiglie di ogni luogo non si visitavano più, onde non eccitare i sospetti di una polizia pronta sempre ad allarmarsi. I delitti de' borghesi erano puniti colle massime pene: non restavano a questa classe per esercitare la sua intelligenza che i meschini interessi personali.

Il Gabinetto di Torino non conosceva queste verità. Giudicò delle provincie napoletane dallo stato della opinion pubblica in Napoli, ad esse diametralmente opposta. A Napoli, la forza vitale erasi concentrata nella borghesia:

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nelle provincie, nel popolo: bisognava parlar dunque ad esso: bisognava spiegargli che quanto era avvenuto fino a questi giorni non era libertà, perché mancavano le guarentigie, che si volea appunto concedergli queste guarentigie, restituendogli la parte che gli spettava de1 suoi diritti verso la società; bisognava fargli intendere l'abbandono sistematico nel quale era stato lasciato, i mali che per i suoi interessi ne erano scaturiti, e colpire la sua immaginazione adottando grandi provvedimenti valevoli a provargli che cominciava un'era di riparazione e di giustizia.

A tante cause di malcontento si aggiunse quella nascente dalle cattive raccolte de cereali: i grani sono stati scarsissimi, i gran turchi mancarono, e questi ultimi sono il principal nutrimento de contadini. Bisognerebbe che ad ogni costo si mettessero subito in attività i grandi lavori di strade ferrate e ruotabili. La mancanza di vie di comunicazione ne' nostri paesi è sorgente di mali incalcolabili. E questo pure è un resultato del sistema di Ferdinando II. Se da un anno si fossero cominciati i lavori, molte simpatie avrebbe il Governo acquistate nelle provincia

La controrivoluzione, non avendo potuto riuscire con tutti gli elementi di successo de' quali disponeva, non potrà impadronirsi della situazione, prolungando l'agitazione.

ROTROU.

Ed invero, malgrado queste cause di malcontento, Chiavone quasi nulla operò nel territorio napoletano. Rapine, saccheggi, incendi; null'altro fuori di questo. In nessuna delle sue spedizioni potè fermarsi nel più meschino villaggio. I suoi rari successi non furono che sorprese, cui tenevan dietro fughe precipitose negli Stati di Sua Santità.

Una sola di queste invasioni merita qui d'essere registrata, perché fu comandata da un uomo d'alta società, dal signor Alfredo De Trazégnies, gentiluomo di Namur, stretto in parentela co' Montalto, col generale Saint Arnaud, con monsignor De Merode, il quale sedotto forse dalle menzogne de' clericali,

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sperò ben meritare dal cielo, col far la parte di Chiavone. Partì da Roma in una carrozza che lasciò alla frontiera, cadde all'improvviso a Isoletta sopra un posto italiano mal custodito, i difensori del quale in parte non poterono fuggire se non che aprendosi una strada sanguinosa in mezzo agli assalitori. I quali si recarono allora a San Giovanni Incarico, che misero a sacco, bruciandole case, violando le donne, rovinando tutto. Trascinato dall'esempio il signor De Trazégnies si spinse, dicesi, a furori e ad eccessi, che l'indomani avrebbe rinnegato. Al sopraggiungere de' soldati italiani, fu sorpreso e arrestato in una casa ch'ei devastava, rompendone colle sue mani tutti i mobili. Fu avvertito che sarebbe stato fucilato. Non lo credè se non quando cadde morto. Sul luogo stesso della sua esecuzione,colle spalle voltate contro un muro, sosteneva che non si oserebbe colpirlo. Si volse per parlare ai soldati;una palla gli spaccò il cranio.

II suo corpo fu restituito a una deputazione Franco-Belga che venne da Roma a richiederlo. I deputati doverono dichiarare che avevano ricevuto il cadavere del signor De Trazégnies, arrestato fra i briganti di San Giovanni Incarico. E in tal guisa un gentiluomo, forse sincero e leale, fu preso con i malfattori, e punito alla pari di essi, per aver creduto alle menzogne de' clericali.

Dello spagnuolo Borjès anche più dolorosa è la storia. Non voglio narrarla; egli stesso l'ha raccontata. Fra le sue carte furono trovate le istruzioni che il generale Clary, più volte rammentato, gli avea dato a Marsiglia. Fu trovato anche qualche cosa di più importante, il suo Giornale scritto di proprio pugno. È una testimonianza che non verrà rifiutata, e che conferma pienamente quanto ho scritto intorno al carattere dei briganti e alle inclinazioni del popolo.

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Josè Borjès, catalano, nelle guerre civili del suo paese erasi acquistato fama di coraggioso, di audace, di energico. Il suo passato non si riferisce al mio racconto, ed io lo lascio ai biografi. Importa soltanto sapere che esso fu arruolato in Francia dai Comitati borbonici.

Ecco il testo delle istruzioni che ricevè dal generale Clary. Ho avuto nelle mie mani una copia di questo documento trovato fra le carte stesse di Borjès. L'originale scritto in francese, e sottoscritto dal generale borbonico, trovasi oggi a Torino nell'archivio del ministero degli affari esteri. Lo traduco letteralmente.

ISTRUZIONI AL GENERAL BORJÈS.

All'oggetto di animare e proteggere i popoli delle Due Sicilie traditi del governo piemontese che li ha oppressi e disingannati

(détrompés);

Per secondare gli sforzi di questi popoli generosi che richiedono il loro legittimo Sovrano e padre;

Per impedire l'effusione del sangue dirigendo il moto nazionale;

Per impedire le vendette private che potrebbero condurre a funeste conseguenze,

II signor generale Borjès si recherà nelle Calabrie per proclamarvi autorità del legittimo re Francesco II.

In conseguenza osserverà le istruzioni seguenti, bene inteso, che le modificherà secondo le circostanze e la prudenza, perché è impossibile stabilire regole fisse, ma soltanto i principii generali che determineranno la sua condotta.

1.° Dopo aver riunito il maggior numero di uomini che potrà in ragione dei mezzi che gli verranno forniti, il signor generale s'imbarcherà per rendersi a un punto di sbarco sulle coste di Calabria, che possa offrire minori pericoli ed ostacoli.1

1 Questo punto potrebbe esser la marina di Bivona al punto denominato Santa Venere, in prossimità di Monteleone, centro delle Calabrie, in una situazione di facile difesa e che è stato sempre il quartier generale di tutte le armate, che hanno fatto operazioni in quel paese.

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2.° Appena egli si sarà impadronito di qualsiasi luogo e dopo aver preso le precauzioni militari più adatte, vi stabilirà il potere militare 4i Francesco II colla sua bandiera. Nominerà il sindaco, gli aggiunti, i decurioni e la guardia civica. Sceglierà sempre uomini di una completa devozione al Re e alla Religione, prendendo cura speciale di evitare gli individui, che sotto le apparenze di devozione, non vogliono che soddisfare ai loro odii e alle loro vendette private, cosa che in tutti i tempi ha meritato la speciale attenzione del governo, attesa la fierezza di quelle popolazioni.1

3.° Il generale proclamerà il ritorno alle bandiere di tutti i soldati, che non hanno ancora compiuto il termine di servizio, e di coloro che vorranno volontari servire il loro amatissimo sovrano e padre. Avrà cura di dividere i soldati in due categorie: 1.° quelli che appartenevano ai battaglioni dei Cacciatori , 2. quelli dei reggimenti di linea e d' altri corpi.

Aumentando il loro numero, formerà i quadri delle armi diverse, artiglieria, zappatori, infanteria di linea, gendarmeria e cavalleria. Avrà cura di non ammettere antichi officiali, in proposito dei quali riceverà ordini speciali. Darà il comando de diversi corpi agli officiali stranieri che l'accompagnano; sceglierà un officiale onesto e capace, che sarà il Commissario di guerra, e successivamente officiali amministrativi e sanitarii. Il generale Clary invierà poco a poco delle guide di Borbone, che, sebbene armate di carabina, serviranno da officiali d'ordinanza e di stato maggiore. I battaglioni saranno di quattro compagnie; aumentando le forze, vedranno portate a otto.

L'organamento definitivo di questo corpo sarà stabilito da S. M. il Re.

I battaglioni prenderanno i seguenti nomi: 1.° Re Francesco; 2.° Maria Sofia; 3.° Principe Luigi; 4.° Principe Alfonso.

Se Bivona non fosse adattato, si dovrebbe cercare un altro punto che potesse condurre al Monte Aspramente e ai Piani della Corona. Il principe di Scilla fornirà notizie sulle persone e sui luoghi.

(Nota del generale Clary.)

1 Malgrado questa fierezza, i Calabresi sono capaci della massima generosità, purché abbiano che fare con uomini che rispettino la religione e non violino l'ospitalità, la proprietà, e l'onore delle donne

(Nota del generale Clary.)


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La loro uniforme sarà simile al modello che invierà il generale Clary.

4.° Appena egli avrà una forza sufficiente, comincerà le operazioni militari.

5.° Avendo per scopo la sommissione delle Calabrie, questo fine sarà raggiunto quando esse saranno assoggettate. Il generale Borjès farà noto al generale Clary tutti i suoi movimenti, i paesi che avrà occupato militarmente, le nomine dei funzionari da lui fatte in modo provvisorio, riservandone l'approvazione, la modificazione e il cambiamento alla sanzione reale.

6.° Non nominerà i governatori delle provincie, perché S. M. per mezzo del generale Clary invierà le persone che debbono sostenere questi alti uffici.

Il generale si darà cura di ristabilire i tribunali ordinari, escludendo coloro che senza dare la loro dimissione son passati al servizio dell'usurpatore.

Il generale Borjès potrà far versare nella cassa della sua armata tutte le somme di cui avrà bisogno, redigendo ogni volta de processi verbali regolari. Si servirà di preferenza: 1.° delle casse pubbliche; 2.° dei beni de' corpi morali; 3.° dei proprietari che l'hanno favorito l'usurpatore.

7.° Farà un proclama, del quale manderà copia al generale Clary, e prometterà in nome del Re un' amnistia generale a tutti i delitti politici. Quanto ai reati comuni, saranno deferiti ai tribunali. Farà intendere che ognuno è libero di pensare come più gli piace, purché non cospiri contro l'autorità del Re e contro la dinastia. Un proclama stampato sarà inviato dal generale Clary per esser pubblicato appena sbarcherà in Calabria.

8.° All'oggetto di evitare la confusione o gli ordini dubbi, resta in massima stabilito che il generale Borjès e tutti coloro che dipendono da lui, non obbediranno che agli ordini del generale Clary, anche quando altri si facessero forti di ordini del Re. Questi ordini non gli giungeranno che per mezzo del generale Clary. Gli ordini che il generale e i suoi sottoposti non dovranno seguire, anche provenienti dal generale Clary, sono soltanto quelli che tenderebbero a violare i diritti del nostro augusto Sovrano e della nostra augusta Sovrana e della loro dinastia.


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In questi tempi al primo splendido successo, il generale Borjès si vedrà circondato da generali e da officiali che vorranno servirlo; egli li terrà tutti lontani, perché S. M. gli manderà gli officiali che essa stimerà degni di tornare sotto le bandiere

9.° In Calabria debbono esservi molte migliaia di fucili, e_ di munizioni. Il generale Borjès li farà restituire immediatamente al deposito di Monteleone, e punirà severamente ogni individuo che non ne facesse consegna dentro un breve spazio di tempo.

La fonderia di Mongiana, le fabbriche d' armi di Stilo e della Serra saranno immediatamente poste in attività.

10.° Il signor generale Borjès farà le proposizioni per gli avanzamenti e le decorazioni per gli individui, che più si distingueranno nella campagna.

11.0 Avrà i più grandi riguardi per i prigionieri, ma non darà ad essi libertà, né lascerà liberi gli officiali sotto la loro parola. Se un individuo commette insolenze o offende i prigionieri nemici, sarà giudicato da un Consiglio di guerra subitaneo e immediatamente fucilato.

Il signor generale Borjès non ammetterà scuse in questo proposito; pure di fronte ai Piemontesi userà del diritto di rappresaglia.

12.° Di ogni modificazione che l'urgenza e le circostanze renderanno necessaria alle presenti istruzioni sarà reso conto al generale Clary.

Marsiglia, 5 luglio 1861.

G. Clary.

PS.

- Non appena avrete riunita la vostra gente a Marsiglia o altrove, e sarete pronto ad imbarcare in ordine alle relazioni e all'aiuto dei nostri amici di Marsiglia, voi mi scriverete per telegrafo a Roma, posto che io mi ci trovi sempre, ne seguenti termini:

Langlois, Via della Croce, Giuseppina gode sanità, si rimette parte del giorno...

G. Clary.

Questo documento è seguito da istruzioni particolari date dal principe di Scilla: non mi trattengo su questi particolari troppo personali, per risparmiare i nomi propri. Non ne pongo in rilievo che una frase:

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«il Principe raccomanda il suo guardia Lampo Lampo,

antico galeotto.»

E arrivo al Giornale di Borjès. - È preceduto da una lettera al generai Clary, importantissima. Essa è scritta in francese, alla pari del giornale, e rivela i primi imbarazzi dello Spagnuolo che era partito da Marsiglia per Malta coll'intendimento di imbarcarvisi con una squadra di Spagnuoli e scendere in Calabria.

[Di Calabria, settembre 1861.]

Mio Generale,

Dopo molte pene ed ostacoli per procacciarmi armi e munizioni, pervenni finalmente ad avere una ventina di fucili. E qui si offrì un nuovo impaccio; fu il modo di uscir da Malta. Dubitavasi di qualche cosa: non so come, ma è certo che i giornali parlarono del nostro tentativo, prima della nostra partenza.

L'11 corrente m'imbarcai sopra una specie di spronara co' miei officiali, e partii a 10 ore e mezzo della sera, abbandonandomi al volere di Dio.

Dopo una traversata di due giorni, trovandomi plesso la spiaggia di Brancaleone sorpreso da una gran bonaccia, che non permetteva di andare innanzi, risolvei di sbarcare, e al cader della notte del 13, scesi sulla riva, che era assolutamente deserta.

Senza guida, mi diressi a caso verso un lume che scuoprii in mezzo alla campagna: era il lume di un pastore. Una fortuna provvidenziale mi fece cader nelle mani di un uomo onesto, che ci condusse nel luogo denominato Falco, dove bivacammo a cielo scoperto.

Il giorno successivo (14) a cinque ore e mezzo del mattino, ci mettemmo in marcia, sempre condotti dal pastore, conducendoci alla piccola città di Precacore, ove fummo accolti dalla poca gente che vi trovammo e dal curato, al grido di Viva Francesco II. Il primo successo mi die buona speranza, speranza che presto perdei.

Frattanto una ventina di contadini si arruolavano sotto i miei ordini e con quest'armata microscopica, risolvei di proceder oltre nel paese.

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Due luoghi si presentavano vicini a Precacore, Sant' Agata e Caraffa; mi decisi per quest'ultima città, come quella che mi era stata accennata per la migliore quanto ai sentimenti. Io mi misi in cammino verso le 3 dello stesso giorno, ma passando in prossimità di Sant'Agata fui assalito da una sessantina di guardie mobili. Cominciarono contro di me una viva fucilata. Al primo colpo di fuoco le nuove reclute si dettero alla fuga, ed io mi trovai solo co' miei officiali.

Tuttavia, essendomi impadronito di una buona posizione, feci il mio dovere e sostenni il fuoco per un' ora e mezzo.

Poco dopo, quando fu cessato, ricevei un parlamentario in nome de' proprietari di Caraffa, i quali mi impegnavano a entrar nella loro città; mi vi rifiutai, e feci bene, perché mi avevan preparata un' altra imboscata, nella quale avrei dovuto soccombere.

Dalla gente che vennero intorno a me durante il fuoco, seppi che vi era una banda assai vicina, nel paese, comandata da un certo Mittica e che i monaci di Bianco poteano darmi notizie di lui. Non persi tempo, dacché sapevo che si era inviato ad avvertir i Piemontesi a Gerace.

L'abate del monastero di Bianco mi diresse verso Natile, ove giunsi dopo una marcia orribile il 15 alle 3 e mezzo. Prima d'entrare nel villaggio feci chiamare il notaio Sculli al quale ero diretto. Questi, dopo averci bene accolti, ci condusse in prossimità di Cirelia, nel luogo chiamato Scarrdarilla, ove era il campo di Mittica, composto di circa 120 uomini, la maggior parte armati. Mi accorsi che Mittica diffidava di noi, credendoci nemici; e infatti me lo disse chiaramente, aggiungendo che non si porrebbe sotto i miei ordini, che dopo il primo scontro che avremmo avuto. Fui quindi tenuto come prigioniero, del pari ai miei officiali, e ciò durò tre giorni: il che fu una grande sciagura. Attendendo quindi di potere comandare, dovei obbedire.

Frattanto Mittica mi fece sapere che aveva risoluto di attaccare la città di Plati, ove eranvi moltissime Guardie nazionali, e pochi Piemontesi: infatti nella notte dal 16 al 17 marciammo verso questa città. Dovevamo attaccarla da tre parti, ma in realtà l'attacco non aveva luogo che da una, e questa erasela riserbata Mittica.


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Alle 4 e 20 minuti fu dato il segnale con un colpo di fuoco. Il combattimento si impegnò con una viva fucilata. Se si fosse profittato del primo momento di

confusione cadendo sulla città, facile sarebbe stato l'impadronirsene; almeno avrei agito così, ma in quel momento ero impotente a fare, e mi trovava nella mischia come semplice amatore.

La guarnigione, che, a nostra insaputa, erasi il giorno innanzi aumentata di 100 Piemontesi, rispose vigorosamente di guisa che ci fu impossibile prender la città, e noi battemmo in ritirata a 10 ore e mezzo senza aver un morto o un ferito, mentre parecchi ne aveva avuti il nemico.

Di là ci dirigemmo verso Cimina per disarmarla; potemmo raccogliervi pochi fucili. Nel tempo stesso sapemmo che 400 Piemontesi sbarcati il di innanzi, quelli de' dintorni e le Guardie mobili si apparecchiavano ad assalirci. Togliemmo gli accampamenti subito, ascendendo la montagna; pioveva a rovescio: ci accampammo sul culmine del monte.

A 6 ore e tre quarti del 18 ci dirigemmo verso i monti di Catanzaro, ma dopo poco tempo cademmo in un1 imboscata. I nemici aveano tentato di girare la posizione. Retrocedemmo, e cademmo in un altra imboscata. Infine dopo pochi colpi di fucile potemmo uscir da questa pessima situazione e entrar alle 11 ore del mattino nel Piano di Gerace. Io non era seguito che dai miei officiali, da Mittica e da una quarantina di soldati di lui; il rimanente s'era sbandato. Scendemmo la costa e marciammo fino a un1 ora di distanza da Giffona, ove avendo fatto alto, cercammo un po' di pane. Ci fu mestieri contentarci di rimaner digiuni e partimmo a un' ora del mattino del 19. Mittica e il resto de' suoi ci abbandonarono. Feci alto sul monte chiamato il Feudo; genti armate, a colpi di fucile, ci costrinsero a sloggiare e a correre per qualche tempo. Trovammo finalmente un luogo appartato; ci riposammo, e a cinque ore e tre quarti partimmo per Cerri, ove arrivammo il giorno appresso a cinque ore del mattino. Facemmo alto alla Serra di Cucco presso il villaggio di Torre. Un antico soldato del 3° dei Cacciatori si presentò, chiedendo di accompagnarmi. E' il solo parmigiano che ho trovato fino ad oggi.

Il 21 settembre passammo sulla montagna della Nocella,

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e il 22 dopo una marcia assai penosa, giungo a Serrastretta, in faccia alla Sila, che spero ascender ben presto.

Ecco il Giornale che fa seguito a questa lettera, e che comincia appunto il 22 settembre.

GIORNALE DI BORJÈS.

[Calabria.]

22

settembre

1861.

Caracciolo1 spinto in parte dalla stanchezza, in parte dalle istanze di un tal Maura, mi fece sapere a due ore dopo mezzo giorno che egli erasi deciso a ritornarsene a Roma. Gli feci molte obiezioni per ritenerlo, ma inutilmente. Copiò l'itinerario, e, verso sei ore della sera, mi chiese 200 franchi, e se ne andò con colui che deve aver contribuito alla sua partenza.

Nota. - Le montagne della Nocella e di Serrastretta sono assai coltivate: tuttavia l'ultima è sguernita a mezzogiorno; folta di pini al settentrione, e di castagni a ponente.

23

settembre.

Dalla montagna di Serrastretta ho marciato verso quella di Nino, ma cammin facendo mi fermai ad una cascina di Garropoli, ove feci uccidere un montone che mangiammo. Le genti della cascina furono cattive con noi, e per conseguenza misero le truppe nemiche sulle nostre tracce. Esse rovistarono i boschi cercandoci; fortunatamente lasciarono un angolo di terra, ove come per miracolo ci trovavamo. A quattro ore della sera batterono in ritirata con nostra grande sodisfazione;

1 Questo Caracciolo, officiale napoletano, si mise allora in marcia, solo, per andare a Napoli. Fu arrestato per via dalla Guardia nazionale. Confessò e dichiarò con una lettera resa di pubblica ragione, che erasi arruolato con Borjès, sperando trovare in Calabria un armata realista, ma che non rinvenendovi che una banda di briganti, avea per disgusto lasciato il capitano spagnuolo. Rispetto a Mittica, di cui il Giornale non fa più parola, fu ucciso con tutti i suoi uomini da' liberali di Calabria e da' soldati italiani.

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e noi, non appena avemmo mangiato alcune patate arrostite su carboni, ci mettemmo in marcia (a sei ore) per seguire la direzione delle montagne.

Nota. - Le montagne di Nino e di Garropoli sono assai coltivate, ma hanno poco bosco. Vi è molta selvaggina, e in particolare delle pernici rosse: vi abbonda anche il bestiame.

24

settembre.

Dalla montagna di Nino mi diressi verso la valle dell'Asino, che in questi tempi ho trovata piena di capanne abitate da moltissima gente: gli abitanti vi raccolgono delle patate e vi nutriscono i loro armenti. Questa pianura da levante a ponente ha una lunghezza di un1 ora e un quarto di cammino, e una larghezza di un' ora. In fondo, e a levante, scorre un ruscello, il corso del quale parte da settentrione a mezzogiorno. Sulla sua riva sinistra si presenta una salita assai aspra, ma dopo una mezz'ora di cammino la via si allarga, la scesa diviene insensibile, tanto è agevole. Quand'ebbi raggiunto l'altura, la Provvidenza volle che io udissi un sonaglio: feci alto, e ben sicuro che alla nostra diritta eravi una cascina, lasciai la strada, e allettato dalla fame, mi ci indirizzai felicemente: dico felicemente, perché in quell'istante giunsero 120 Garibaldini, che si posero in una imboscata per prenderci, allorquando fossimo giunti alla sfilata che noi dovevamo traversare e che lasciammo così sulla nostra sinistra. Giungemmo alla cascina e fummo benissimo ricevuti: furono uccisi due montoni: ne mangiammo uno, portammo con noi il secondo per mangiarlo all'indomani. Indi ci sdraiammo, e alla punta del giorno ci riponemmo in marcia, accompagnati da un pastore, per recarci ad Espinarvo, o, come si chiama in paese, al Carillone, ove fummo alle sette del mattino.

25 settembre.

Giunto sulla montagna di Espinarvo feci alto affinchè i miei officiali si riposassero tutta la giornata. Al nostro arrivo incontrammo un contadino di Taverna, che se ne partiva con due muli carichi di legname da costruzione..Dopo averlo lungamente interrogato, gli detti dei danari, perché ci portasse delle provvigioni per l'indomani. L'attendemmo invano. Invece del pane e del vino, che gli avevo pagato a caro prezzo,

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ci inviò una colonna di Piemontesi, che ci costrinsero a partire in gran fretta: ma siccome essa non potè vederci, nulla ci avvenne, se non teniam conto della fatica di cui questo contrattempo ci fu causa. Marciammo dunque, perché essi perdessero le nostre tracce: a otto ore e mezzo di sera ci conducemmo ad una cascina della montagna di Pellatrea, che lasciammo alle undici, conducendo con noi uno de' pastori, e ci recammo a riposarci a poca distanza della medesima.

Nota. - Espinarvo è una montagna frammista di ricche pasture e per conseguenza abitata da molti bovi e da altro bestiame. Nella pianura sorgono pini ed abeti, e la chiamano Carillone: essa è cinta da un bosco assai folto e assai tristo: il terreno è ottimo e ferace: que' boschi sono, è vero, assai freddi, e in questa stagione la brinata si fa sentire assai duramente: ma se gli alberi fossero in parte atterrati, e le terre coltivate, è certo che la temperatura sarebbe più dolce, dacché gli alberi vi sono così fitti che il sole non vi penetra giammai; e questa è la causa naturale del freddo che vi si trova.

26 settembre.

Alla punta del giorno mi sono posto in marcia, e dopo aver traversato la montagna, sono entrato al Ponte della Valle: questa specie di piccola pianura che da levante va a ponente e che avrà all'incirca sei ore di lunghezza sopra dieci minuti di larghezza, abbonda di armenti, e di gente armata. Ma nessuno, ci recò fastidio. Pure quando la lasciammo per raggiungere il monte Colle Deserto, cinque uomini armati vennero a noi e ci chiesero chi fossimo. Ma siccome gli rispondemmo amichevolmente, ci lasciarono in pace. Frattanto giungemmo alla montagna nel luogo in cui essa offre il suo fianco diritto, e allorché fummo al vertice scuoprimmo la valle di Rovaio. Scendemmo tranquillamente per traversarla, e la traversammo. Ma allorché ci preparavamo a salire un altro monte, il nome del quale era ignoto alla guida, scorgemmo una casetta a trecento passi da noi e una sentinella che camminava dinanzi a quella e che non avvertì la nostra presenza.

Vedendo alcuni contadini che preparavano del lino, chiesi loro che significasse quella sentinella, ed essi mi risposero: «È la sentinella di un distaccamento Piemontese. - È egli numeroso? chiesi - 200 uomini, ma rassicuratevi, stamani

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hanno salito il monte, verso il quale vi indirizzate.» Questi schiarimenti mi costrinsero ad. una contromarcia di quattr'ore, credendo poter lasciare i nemici dietro di noi, e ho potuto farlo; ma essendo in vista della piazza di Nieto seppi che eranvi cinquanta custodi armati da Guardie nazionali; perii che rimanemmo nel bosco fino al cader del giorno. Allora, scendemmo, prendemmo una guida, e andammo a dormire sul monte Corvo, dove arrivammo verso mezza notte.

Nota. La montagna di Pelletrea, da noi lasciata la mattina del 26, è fertile e assai ben coltivata: produce patate, legumi, fichi e altri frutti eccellenti. I ricchi di Cotrone vi inviano i loro armenti a pascervi. Noi mangiammo un montone alla cascina del capitano della Guardia nazionale di quella città, chiamato Don Chirico Villangiere. Se potesse arrestarci, ci farebbe pagar ben cara la nostra audacia: pure abbiam dato quaranta franchi al pastore, e parmi che fosse ben contento di questo inaspettato guadagno. Ponte Della Valle è una pianura in parte descritta nell'itinerario dei 25 settembre: ma molto mi resta a dirne. Questa valle è traversata in tutta la sua lunghezza da un fiume che la bagna anche troppo. Quelle acque, mancando di un canale alquanto profondo per scorrere, rendono quel luogo paludoso; se vi fossero condotti per disseccarlo, diverrebbe il più bel giardino del mondo. Malgrado ciò, produce una gran quantità di lino, ed è una abbondante pastura. Gli armenti che vi si vedono sono innumerevoli. Le capanne di coloro che preparano il lino sono fittissime, di guisa che si scorge moltissima gente che va e viene. La montagna di Colle Deserto ha molto bosco; malgrado ciò, la parte meridionale di essa sarebbe suscettibile di produrre buon vino, se vi fosser piantate delle viti. La valle di Rovale, piccolissima, riunisce le stesse condizioni della precedente, con questo di più, che mi sembra più sana ed è meno umida. La valle di Nieto, che avrà forse una quindicina di leghe di circonferenza, è oltre ogni dire sorprendente. Giardini, pasture, ruscelli, casette, palazzi con ponti levatoi, e a piccole distanze, boschetti, rendono questo luogo il soggiorno di estate il più incantevole che io abbia mai veduto. Non parlo delle donne che vanno attorno con panieri pieni di formaggi, di frutta o di latte; degli uomini che lavorano o zappano; de' pastori che appoggiati al tronco de' salici, cantano o suonano


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il flauto o la zampogna. In breve è un' Arcadia, ove le pietre, se volassero, si fermerebbero per vedere, ascoltare e ammirare. - La montagna di Corvo ha molto bosco, e non offre d'interessante che i bei pini che cuoprono i suoi fianchi e coronano la sua cima. Pure la parte meridionale ben coltivata, compenserebbe largamente le fatiche di chi prendesse a lavorarla.

27 settembre.

Mi son posto in cammino per recarmi alla montagna di Gallopane, e verso le 9 del mattino ci siamo giunti: abbiam mangiato un pezzo di pane e delle cipolle, che andammo a cercare ad una casa situata all'orlo dei bosco, dove incontrammo una Guardia nazionale, che non riconoscemmo per tale. Questa circostanza, nota a noi più tardi, mi decise a raggiunger la cima, dove arrivai verso mezzogiorno. Là feci alto co' miei uomini, che estenuati dalla fame e dalla fatica non ne potevano più. Dopo un quarto d' ora di riposo, vedemmo un giovanetto di venti anni, snello di corpo, che mi parve assai sospetto; quest'idea mi fece prender il partito di cercare una strada, che conducesse a rovescio della montagna. Dopo dugento passi, il capitano Rovella, che ci precedeva in qualità di esploratore, mi fece segno di arrestarci, e mi disse che vedeva 15 Guardie nazionali, che venivano incontro a noi. A questa notizia m'imboscai: ma quando furono a un tiro di fucile da noi, ci videro e si fermarono. Li aspettammo una mezz'ora; e vedendo che non si muovevano, temei qualche accordo, e mi decisi subito a cambiar direzione. Seguii dunque, senza guida e per il bosco, la parte settentrionale, come punto del nostro viaggio per quella sera. Verso le cinque, io era estenuato dalla fatica e affranto dalla fame, e mi trovai sopra una piccola montagna chiamata Castagna di Macchia. Pieno di angoscia e di perplessità, non sapevo più dove andare, né che fare; ma siccome la Provvidenza veglia sempre sui propri àgli, essa ci fece apparire, pregata senza dubbio dalla Vergine Santa, un pastore, che si avvicinò a noi e ci disse che avrebbe dato vitto e alloggio a tutti; il che fece. Se per disgrazia il Cielo ci avesse rifiutato questo favore, eravamo perduti. Appena entrati nella casupola del pastore (ed è degno di nota che questa è la sola volta che abbiamo

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dormito al coperto dacché siamo sbarcati), scoppiò un terribile uragano. La pioggia cadde a torrenti per tutta la notte, e invece di soccombere sotto il peso della stanchezza, della fame e della tempesta, mangiammo e dormimmo benissimo, ringraziammo Dio con tutto il cuore per questa grazia accordataci.

Nota. - La montagna di Gallopane è in parte coltivata: potrebbe esserlo intieramente; e se lo fosse, non si può calcolare quanta gente sarebbe in grado nutrire, tanto il terreno ne è buono. Produrrebbe, senza grande fatica, grano, patate, gran turco e abbondanti pasture. La Castagna di Macchia è una montagna piena di castagni; nutrisce molti giumenti, bovi e montoni. Il basso popolo è là, come ovunque, eccellente.

28 settembre.

otto ore e mezzo ho lasciato la casa per raggiungere una tettoia, che si trova a un1 ora e un quarto di distanza. Due pastori ci accompagnano, e lasciandoci ci promettono che andranno in cerca di 20 uomini che voglion venir con noi e di condurceli prima di sera.

Sono le nove del mattino, e Dio solo sa quello che può succedere di qui alle 7 della sera.

Mezzogiorno.

- Nulla di nuovo relativamente al nemico. Gran regalo! Ci portano delle patate cotte nell'acqua.

Otto ore di sera.

- Gli uomini che mi erano stati promessi non giungono. Dubito che sieno immaginarii, o che diffidino di noi.

29 settembre.

Sei ore del mattino.

- Un corriere dell'agente del principe di Bisignano mi prega d'inviargli qualche documento che possa constatare la mia identità: gli invio due lettere del generale Clary, e sto attendendo con impazienza i resultati che produrranno.

Sei ore e

3/4. - Sono informato che il nemico si è messo in marcia per sorprendermi. Questa notizia unita alla paura de1 contadini che ci rubano assai, mi costringe a lasciar la mia tettoia per dirigermi verso il bosco di Muzzo, dove il corriere che è venuto a trovarmi atamani deve raggiungermi.

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Sette ore e m.

40. - Giungiamo al bosco.

Nove ore e

20

minuti. -

II corriere atteso giunge, ma io debbo seguirlo a Castellone, dove mi aspetta l'agente suddetto.

Dieci ore e mezzo.

- Lo incontro con una diecina d'uomini; mi saluta assai cortesemente, e subito dopo da ordine per riunir gente: ciò fatto, ci dirigiamo verso il territorio di Roce; ma gli uomini cbe accompagnavano la nostra nuova guida si dileguano come il vapore.

Nota. - Serra di Mezzo è coperta di boschi da costruzione, magnifici: vi sono anche molte terre coltivate e fertili e de' ruscelli di un'acqua assai limpida. - Territorio di Roce. È un paese sano, d un clima assai dolce: coperto di macchie assai folte e frondose. Si veggono qua e là alcune querce e sugheri molto rigogliosi. Devo notare che se si prendesse maggior cura di coltivare tali alberi, questi monti sarebbero in futuro miniere di oro. Molte casette e molte cascine sono seminate in questi luoghi. L'agricoltura è in buono stato, ma è suscettibile di miglioramento.

30 settembre.

Territorio di Roce, 5 ore di sera.

Un confidente arriva e ci avverte che i nemici hanno circondato i boschi di Macchia e di Muzzo per sorprenderci: hanno arrestato sette contadini che ci accompagnavano ieri sera. Questi disgraziati, vinti dalla paura, hanno indicato ai nemici la nostra direzione; il che significa che sarem costretti, malgrado l'oscurità, a toglier l'accampamento. I proprietari della Sila essendo pessimi, bisognerà prendere una direzione affatto opposta.

Dieci ore di sera.

Ci fermiamo al bosco di Ceprano, ad una ora di distanza dal luogo onde siamo partiti, con questa differenza, che invece di essere a mezzogiorno ci troviamo a settentrione.

Nota. - Sono senza calzatura, «ho i piedi rovinati, alla pari di altri officiali. Non sapendo come uscire da questo stato miserando, mi rivolgo ad alcuni contadini. Vedendo la nostra dolorosa situazione, partono ciascuno in direzione diversa, e ai portano le loro scarpe. Ne provo un paio, non mi stanno: ne prendo un altro paio, che pesa 3 chilogrammi, e lo conservo.

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Le altre son distribuite e pagate a carissimo prezzo.

ottobre.

Sei ore del mattino.

- Grande nuovità. Abbiamo pane bianco, prosciutto, pomodori, cipolle, e un bicchierino di vino'; cosa rarissima qui.

Un' ora dopo mezzogiorno.

- Sette guardie nazionali si presentano alla Serra del Pastore, di fronte a noi, mentre una ventina di esse percorre la Serra del Capraro; vi restano una mezz'ora, poi si ritirano dal lato di Roce, d'onde sono venuti.

Dieci ore di sera.

- Le guardie nazionali si riuniscono a Roce. Oggi hanno rubato cinque capre alle fattorie del principe di Bisignano.

Nota. - I proprietari della Sila sono antirealisti, perché quando il re fosse sul trono non potrebbero comandare dispoticamente ai loro vassalli. So che Roce e Castiglione sono buonissimi, e che quindi vi si può far conto.

ottobre.

Sei ore del mattino.

- Tutti coloro che presero parte alla sollevazione dei marzo decorso sono imprigionati.

Sette ore.

- Le spie ci recano che coloro che comandavano le forze da noi vedute ieri, erano i due figli del barone di Mollo e del barone Costantino, e che la forza da essi guidata era composta soltanto di loro guardie.

Otto ore.

- Mi si dice che ieri sono uscite tutte le forze di Cosenza per piombare sopra di me: ma avendo saputo per via che una banda de' nostri avea sconfitto un distaccamento nemico, queste forze hanno cambiato direzione per gettarvisi sopra. Non so quanto in ciò siavi di vero, ma è un fatto che, malgrado tutti i miei agenti, non ho potuto scuoprire una sola banda di realisti in campagna. Le guardie nazionali di Roce hanno inviato stamani un dispaccio a Cosenza, ma ne ignoro il contenuto. So che in questa città non vi sono forze disponibili: ieri furono costretti a far montare la guardia a contadini disarmati. Essendo morto un generale piemontese, non si è trovato che una cinquantina d'uomini per accompagnarlo al cimitero.

- 123 -

Cinque ore della sera.

- Nulla so ancora delle forze che l'agente credeva poter rinvenire: temo che questo sia un pio desiderio e nulla più. Vengo informato che il 22 del mese scorso furono arrestati due de' nostri e condotti a Cosenza: dicesi che avessero indosso alcune decorazioni, fra le quali una del Papa, e un po' d'oro: lo che m induce a credere che potessero essere gli sventurati Caracciolo e Marra,

Cinque ore e venti minuti.

- Le guardie nazionali hanno or è poco imprigionato tutta la famiglia dell'agente del principe di Bisignano.

Nota. - Ho trovato per tutto un affetto ai principio monarchico, che si spinge al fanatismo, ma per mala ventura accompagnato da una paura che lo paralizza. Malgrado ciò, ho compreso che se si potesse operare uno sbarco con due mila uomini, su quattro punti, vale a dire cinquecento nella provincia di Catanzaro, cinquecento in quella di Reggio, cinquecento in quella di Cosenza e il resto negli Abruzzi, la dominazione piemontese, sarebbe distrutta, perché tutte le popolazioni si leverebbero in massa come un solo uomo. I ricchi, salvo poche eccezioni, sono cattivi dovunque,1 e quindi assai detestati dalla massa generale. I figli del barone di Mollo furono coloro che ordinarono il furto delle capre, di cui ho parlato di sopra. Sono state cucinate e mangiate in casa del capitano della guardia nazionale di Rocè.

ottobre.

Quattro ore e mezzo di sera,

- Nulla di nuovo intorno agli uomini che mi erano stati promessi.

Sette ore e mezzo della sera.

- Malgrado la risoluzione presa di partire questa sera, rimango, vinto dalle preghiere dell'agente, al medesimo posto per attendere otto uomini che hanno ucciso, a quanto dicono, una guardia nazionale e un curato pessimo. Che orrore!

1 Questa confessione è degna di esser considerata. Sotto la penna di Borjès acquista un' importanza considerevole. Le classi agiate, come le classi istruite, sono dunque liberali e italiane nelle provincie. I miserabili e gli ignoranti parteggiano per Francesco II.


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ottobre.

Gli otto uomini che io aspettava non sono venuti. I Piemontesi hanno, dicesi, disarmato ottanta guardie nazionali perché eransi rifiutati a marciare verso...1 Ora gli stessi individui chiedono di porsi sotto i miei ordini, ma comprendendo i progetti che potrebbero nascondere essi e i Piemontesi, li respingo.

Dieci ore del mattino.

- Mi si parla di corrieri che debbono giungere, di numerosi attruppamenti che debbono aver luogo in senso realista, ma io non vi presto gran fede. Le guardie nazionali hanno saccheggiato ieri 5 ville, di cui due appartengono a Michele Capuano. Fra gli oggetti rubati da essi in una delle medesime si trovano 15 tomoli di fichi rappresentanti un valore di 70 ducati. I nemici ci credono a

Sila, e per questo battono il paese in tutti i sensi.

Dieci ore di aera.

- Mi dicono che un distaccamento dei nostri é sbarcato a Rossano. È un'illusione.

Nota. - Dal mio accampamento veggo in fiamme i casini dei baroni Collici e Cozzolino, uomini assai cattivi in politica, dacché il secondo ha dato 60mila ducati

(sic)

ai rivoluzionari. Anche il primo elargì loro una somma, di cui ignoro la cifra.

5 ottobre.

Sei ore del mattino.

- Siamo accampati nel bosco di Pietra Fevulla: al sudest scuopriamo il bosco di Pignola, popolato di castagni: il primo lo é di querce e di sugheri in abbondanza.

Nove ore della sera.

- II capo della banda Leonardo Baccaro giunge dal suo paese, Serra Peducci, ove avevo mandato in cerca di lui per vedere se era possibile far qualche cosa in senso realista; ma la sua risposta, come quelle di molti altri, é negativa. Gli ho domandato il perché, e la sua replica é stata conforme a quelle altrui. - Che il Re venga con poca forza, e il paese si solleverà come un solo uomo: senza di ciò, non vi è da sperare. - Ed io lo credo al pari di essi. Questa gente vuole la sua autonomia e il suo Re, ma il timore di veder bruciate lo loro case, imprigionate le donne e i fanciulli, li trattiene.

1 Nel manoscritto questa parola non è intelligibile.

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Se conoscessero la loro forza, ciò non avverrebbe. È un danno, perché questo popolo è più sobrio e più sofferente di ogni altro; ma è debole di spirito quanto è forte nel corpo. Se io fossi sbarcato tre settimane prima, avrei trovato 1067 uomini e 200 cavalli a Carillone, e ciò bastava per far loro vedere quanto valevano e in conseguenza per moralizzarli. Per mala ventura ai mio arrivo in quei luogo si erano da diciassette giorni sbandati, e presentati al nemico, e alcuni di essi arruolati nelle file della guardia nazionale mobile. Il tempo che mi fecero perdere a Marsiglia e a Malta ha recato un grave danno alla buona causa da un alto, senza contare dall'altro che io vo errando a caso, e, ciò che è più grave, questa circostanza mi toglie una gloria che avrebbe costituito la felicità della mia vita.

ottobre.

Sei ore e mezzo del mattino.

- Magnifico colpo d'occhio! Dal bosco di Fiomello ove sono accampato, scorgo il forte e lo spedale di Coaenza, Castìglione, Paterno, Castelfranco...

San Vincenzo, Santa File, Montaito, San Giovanni, Cavallerizza, Gelsetto, Monarvano e Cervecato;

di contro a me vedo un immenso bosco di castagni, poi una valle tanto fertile quanto bella, piena di campi, di case bianche come i fiocchi della neve; prati più verdi dell edera, boschetti di alberi disseminati come tanti bottoni di rose; piantate regolari, di olivi, fichi e altri alberi fruttiferi. Questo complesso di cose suscita la mia ammirazione, e susciterebbe anche quella di chiunque fosse meno di me affezionato ai prodotti di una natura dotata di tutto ciò che può renderla bella allo sguardo di chi ha il dono dell1 intelligenza.

Sei ore di sera

- Tolgo il campo per recarmi al bosco della Patrina, posto al mezzogiorno della pianura di questo nome, distante di qui circa tre ore.

ottobre.

Sei ore del mattino.

- I contadini passano sull'orlo del bosco dove siamo: li faccio interrogare: dalle loro risposte rilevasi, che si recano a portar danaro a otto briganti nascosti nella Valle di Macchia.

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Dieci ore,

- I nemici in numero di cento praticano una recognizione nel bosco di Piano d'Anzo, ma sono da noi distanti un miglio. Non so se ci scacceranno, ma è probabile.

Tre ore di sera.

- I Piemontesi si sono ritirati senza vederci; questa sera attendiamo una buona cena. Luzza, Busignano ed Astri che scorgiamo dal nostro campo sono appoggiati alla montagna di Cucuzzelo e offrono una graziosa prospettiva. Questi luoghi sono ben coltivati, e i boschi che vi si scuoprono debbono essere assai produttivi: specialmente i castagni e i sugheri vi debbono essere in abbondanza.

ottobre.

Ieri alle sette della sera lasciammo il bosco della Petrina e ci avviammo verso i fiumi Morone e Orati, dove io dovevo prendere, come infatti presi, la strada regia, chiamata Strada Nuova, dopo averli passati a guado.

Marciammo dunque seguendo la direzione di Canicella; giuntivi, prendemmo a sinistra, lasciando la strada sulla diritta. Ci arrampicammo sul monte di Campolona - Luongo, dove riposammo una mezz'ora continuando poi a marciare verso il fiume di San Mauro che traversammo tranquillamente e verso il fiume d'Essero, che fu da noi passato al luogo che divide i possedimenti del signor Longo da quelli del principe di Bisignano.

Alle cinque e mezzo accampavamo alle falde di Farneto, estenuati dalla fatica, lo che non è meraviglia, avendo percorso ben 30 miglia in quella notte. Siamo tre miglia lungi da Rossano, e ad un' egual distanza da Firma: a quattro miglia dal lato di mezzogiorno abbiamo Altamonte: e tutto ciò senza contare che questa notte abbiam lasciato sulla diritta Tarsi e Spezzano Albanese.

Bossano, toltine una ventina d'abitanti, è eccellente; ma Firma e Luongo sono cattivi, come tutti i paesi che si chiamano Albanesi. Altamonte è buonissimo.

Ho saputo oggi che tutte le forze rivoluzionarie che si trovano in questo paese sono state otto giorni in imboscata sopra diversi punti per sorprenderci: ma ho saputo altresì che, deluse in questa aspettativa, sono rientrate ieri proprio a tempo, per lasciarmi libera la via.

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Nota. - II fiume Morone, che scorre da ponente al settentrione, è assai stretto e rapido, il che rende difficile il suo passaggio. Le acque alimentano due molini e bagnano quasi tutta la pianura della Petrina, rendendola fertilissima: le zucche, i fagiuoli, i cocomeri, le patate, il formentone e altri legumi vi si trovano. - Se si aprissero passaggi alle acque che si scatenano dalle montagne a sinistra, questo paese se ne avvantaggerebbe assai. - Traversato questo fiume, prendemmo la strada nuova che in questo luogo non è ancora finita: non vidi cosa alcuna degna di essere osservata, salvo alcune cascine e la cattiva influenza dell1 aria, in specie in questa stagione.

ottobre.

Lasciammo ieri sera alle 7 il bosco Parneto diretti verso ì monti di Cermettano. Per la via traversammo la pianura Conca di Cassano piena di piccoli ruscelli e quindi assai incomoda. La notte è stata orribile: non ho mai sofferto tanto, fisicamente e moralmente. Fisicamente, per la fatica e per le piaghe de' piedi: moralmente, per le disgrazie che ci colpiscono tutti, a causa delle circostanze. Marciando e saltando questi innumerevoli fossi, anche assai profondi, uno vi cade colle armi e col bagaglio, vi perde il fucile che bisogna ripescare, l'altro la bajonetta, che bisogna abbandonare. Quegli co' piedi rovinati si getta in terra e chiede la morte: questo si toglie le scarpe credendo marciar meglio scalzo; un altro mette il fucile ad armacollo e prende due bastoni per apppggiarvisi. Soffro alla pari di essi, ma il mio animo non è scoraggiato: voglio comunicar loro questo mio coraggio, e a tale effetto rammento ad essi le imprese de' grandi uomini che. militarono prima di noi. Prendono, così rassicurati, ardire, e faccio loro operare prodigi, quello che non può marciare, si trascina alla meglio: e in tal guisa, senza rammaricarci, senza pane né acqua giungiamo ad un bosco di olivi dove passiamo la giornata del 9.

Dieci ore della sera.

- Lasciando JTrancavilla alla diritta, Castrovillari alla sinistra, ci rechiamo sulla montagna Serra Estania. La prima conta sei mila abitanti, la seconda dodici mila. In entrambe lo spirito pubblico è buono. Giungendo nel cuore della montagna abbiamo trovato una mandra di capre, e ne abbiamo fatte uccider due, che erano pessime,

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perché magrissime: ma siccome eravamo digiuni, le mangiammo quale cosa prelibata. Dopo questo pasto abbiamo marciato anche un'ora, poi ci ponemmo sdraiati.

10 ottobre.

Quattr' ore e mezzo del mattino.

-«Giunge un giovanetto di 12 anni montando un ronzino, e io l'arresto. Lo interrogo, e resulta che può recarmi del pane dal convento della Madonna del Cannine. Mando perciò con lui un soldato.

Sette ore.

- Non vedo né il giovanetto né il soldato, sebbene in un1 ora si vada al convento e in un ora si ritorni: ciò comincia a rendermi inquieto.

Sette ore e 10 minuti.

- Grazie al cielo, il pane giunse.

Otto ore e venti minuti.

- Abbiam fatto colazione, e ci rimettiamo in marcia per giungere al culmine della montagna.

Dieci ore.

- Vi giungiamo, e ci riposiamo per non scuoprirci.

Quattr'ore di sera.

- Ci rimettiamo in marcia per le montagne di Acqua Forano o Alberato di Pini, ove contiamo mangiar qualche cosa, se é possibile. La nostra aspettative fu delusa.

OSSERVAZIONI GENERALI. -Ho notato che i monti da me percorsi fino ad oggi, 10 ottobre, sono suscettibili di moltiplicare le loro ricchezze intrinseche; ed ecco come, secondo le osservazioni da me fatte in fretta. 1° Circondare di grandi strade, che sbocchino al mare e nei paesi, i fianchi delle montagne. 2° Alle cime di queste, porre corpi di guardia di dieci uomini, d'ora in ora, e aprire una comunicazione dall'uno all'altro in tutta la sua estensione, vale a dire sulla cima di tutte le montagne di questa provincia. Ne resulterebbe: 1° che non vi sarebbero più ricoveri per i ladri, che é impossibile prenderveli, e che quindi sono il flagello non solo de' monti, ma delle valli e delle pianure vicino.

2° che gli alberi da costruzione che vanno perduti per mancanza di comunicazioni non lo sarebbero più; e siccome il trasporto al mare costerebbe poco, tutti questi boschi diverrebbero una miniera d'oro inestinguibile, tanto per il paese in generale, quanto per le casse dello Stato in particolare. Nelle grandi strade laterali bisognerebbe porre dei cantonieri, di due ore in due ore, una brigata di gendarmi a

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piedi sia per recar le corrispondenze, sia per esercitare sorveglianza. - I corpi di guardia che sarebbero sulle cime dei monti dovrebbero esser chiusi al principio dell'inverno, e trasportati ne luoghi ove la neve non giunge, onde non lascino riposo o tregua ai ladri, fino a che non fossero scomparsi. Questi provvedimenti, che potrebbero essere adottati senza grandi spese, accrescerebbero la popolazione, i bestiami, i fieni, i grani, gli orzi, la vena, le patate, e poi si potrebbe trame delle legna da ardere in gran quantità, che si riporrebbero in magazzini dove fosse più facile procurarne la vendita. - Ho osservato anche che i monti non boschivi racchiudono minerali di ogni sorta; e siccome non son privi di acqua che bagnino le loro falde, così si potrebbero aprir miniere che produrrebbero valori inestimabili. Qualora i filoni di esse non fossero fruttiferi, il che non credo, si potrebbe profittare di tali acque, sia per lavorare il ferro, sia per preparare le lane e il lino.

[Basilicata.]

11 ottobre 1861.

Un' ora dopo mezzanotte.

- Giungiamo alla destra della Donna, dove, perduti, ci ricoveriamo sotto una tettoia e ci sdraiarne), a malgrado della prossimità di Torre Nuova. Questa notte abbiamo passato quattro ore pessime, ma Dio ha voluto che giungessimo senz' altra perdita fuori di quella di un uomo il quale era un po' l'malato. Si chiamava Pedro Santo Leonato, figlio di Rosa.

Ore tre e mezzo di sera,

- Ci mettiamo in marcia e passiamo dinanzi a Torre Nuova, la cui popolazione è assai buona, e fra San Costantino, Casale Nuovo, Noja e San Giorgio. Costantino e Casale Nuovo sono pessimi, come tutte le popolazioni greco-albanesi.

12 ottobre.

Sei ore del mattino.

- Siamo giunti alla montagna Silfera, ai confini di San Giorgio a due ore del mattino, vale a dire dopo dieci ore e mezzo di marcia per strade detestabili, tanto il terreno è scoglioso. Ieri fummo senza pane, e quindi dovemmo fare strada digiuni. Comincio a disperare di giungere a Roma:

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le nostre forze diminuiscono e il mio malessere aumenta. Poco nutrimento e quasi sempre mal sano, acqua sola per bere, e molte fatiche, distruggono i più robusti. Pure io marcierò fino a che potrò: ma se Dio vuole che io soccomba, consegnerò questi appunti a Capdeville, affinchè li faccia pervenire al generale Clary, o a Scilla, e se Capdeville morisse, dovrebbe consegnarli al maggior Landet, affinchè questi faccia ciò che Capdeville dovea fare. Mi preme che questo scritto pervenga a S. M., affinchè Ella sappia che io muoio senza rimpianger la vita che potrei aver l'onore di perdere servendo la causa della legittimità.

13 ottobre.

Ieri sera avemmo del pane e della carne: il pane ci è giunto da Colobrara, la carne siamo andati a mangiarla alla Serra di Finocchio, ove siam giunti alle 7 circa di sera. Dopo il pasto ci sdraiammo sulla paglia in luogo coperto: il che ci fu di gran sollievo. Avevo pensato di passarvi tutta la giornata d'oggi: ma sventuratamente non ho potuto farlo.

Verso le quattro del mattino un pastore è venuto a dirmi che le guardie nazionali di San Giorgio a Favara, eransi riunite per attaccarci oggi, e sebbene io l'abbia tenuta in conto di falsa tale notizia, pure si è avverata... Alle sette del mattino sono stato avvertito dal maggior Landet che una compagnia di guardie nazionali percorreva i boschi, ove passai la giornata di ieri. Ho guardato col cannocchiale, e infatti l'ho veduta. Allora ho pensato che un pastore che ci aveva rubato cinque piastre sotto pretesto di recarci delle scarpe, aveva fatto il colpo, lo che mi ha dato a temere di qualche tradimento. In questa previsione ho ordinato che i miei soldati prendessero le armi, e poi immediatamente ho tentato di raggiunger la cima della montagna per non esser preso tra due fuochi. Non appena fui sul punto culminante, ho veduto una compagnia che ci prendeva alle spalle, il che mi ha obbligato a ritirarmi verso il settentrione della montagna, ove mi sono imboscato. Là ho saputo che questa forza era la guardia nazionale di Rotondella.

Mezzogiorno e dieci minuti.

- I nemici prendono riposo alla fonte dove noi attingevamo l'acqua stamane.

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Tre ore della sera.

- I nemici ripiegano sulla nostra diritta a mezz'ora di distanza: tuttavia ne rimane ancora una parte a tiro di fucile che ci cerca ne' boschi: pure, a malgrado di ciò, persisto a credere che non ci vedranno.

Tre ore e un quarto.

- La squadra che avevamo sopra di noi batte in ritirata, dirigendosi sulla nostra diritta come la precedente.

Tre ore e venti minuti.

- Sono informato che quegli che ieri ci portò il pane, ci ha venduti al capitano della guardia nazionale Don Gioacchino Mele di Favale.

Tre ore e 35 minuti.

- II restante de' nemici si ripiega sulla riserva.

Tre ore e 40 minuti.

- I nemici si ritirano prendendo la direzione di Rotondella e di Belletta.

Quattro ore e 45 minuti.

- I nemici si fermano.

Quattro ore e 46 minuti.

- I nemici si ripongono in marcia.

Quattro ore e 50 minuti.

- Levo il mio piccolo accampamento per dirigermi verso il fiume Sinna, che ho l'intenzione di passare un poco al disotto di Favanola, se è guadabile.

Nove ore di sera.

- Passo il fiume al punto indicato per seguire la direzione del bosco di Columbràra. Per la strada chiedo ovunque del pane, e ne ho a mezzanotte per tutti.

14 ottobre.

Un'ora del mattino.

- A un quarto di lega dal bosco faccio fare alto e do riposo alla mia truppa, fino alla punta del giorno. A tale ora mi metto in via per imbarcarmi, e mi accorgo, una volta stabilito, che il sottotenente Don Benito Zafra è scomparso, sebbene lo abbia veduto seguire il nostro accampamento. Questa circostanza unita alla poca o punta fiducia che m'ispira Zafra, mi costringe a cambiar posizione e direzione.

Sei ore del mattino.

- Mentre io stava per partire, Zafra ricomparisce, dicendo che si era smarrito, ed io fingo di crederlo; perché ciò mi permette di conservar lamia posizione, e la conservo.

Sei ore e mezzo della sera

- Ci mettiamo in marcia per passare il fiume Acri, ma verso mezzanotte scoppia un uragano e ci costringe a ritirarci nel casino chiamato Santanello, ove giungiamo verso un1 ora del mattino, bagnati fino alla pelle. Due contadini, profittando della nostra stanchezza e dell1 oscurità della notte per evadere, si recano a darne avviso alla guardia nazionale di Sant'Angelo,

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luogo che trovai sulla nostra diritta, a 4 miglia di distanza dai nostri alloggi.

15 ottobre.

Il mattino verso cinque ore e mezzo i contadini si presentano infangati fino ai ginocchi. Questa circostanza risveglia i miei sospetti, e mi decide a dirigermi verso il fiume sopra indicato, e a condurre meco quelli che mi hanno venduto, perché mi servano di guida. Appena l'ebbi guadato, vidi la guardia nazionale di Sant'Angelo che marciava verso di noi. Minacciai allora le guide se non ci salvavano; e tale minaccia ha fatto loro operar miracoli: ci hanno condotto così bene, che poco dopo non abbiamo visto nemici da alcuna parte. Un po' più tardi abbiam passato il fiume di Rosauro, lasciando Albano alla sinistra, e ci siamo diretti verso la taverna Canzinera, dove abbiamo mangiato un boccone. Di là abbiamo fatto strada, con una pioggia tremenda, verso il fiume Salandra, che avevamo traversato verso le due dopo mezzogiorno: e siccome avevamo percorso una ventina di miglia, facemmo alto per riposarci: ma dopo una mezz'ora la pioggia riprese e ci costrinse a ricoverarci in una villa di proprietà di Don Donato Scorpione, capitano della guardia nazionale di Formina. A sei ore della sera, ci ponemmo nuovamente in marcia per raggiungere i boschi della Salandra; ma verso le sette una pioggia forte ci sorprese, e il terreno, che è assai grasso, cominciò a divenir talmente melmoso, da impedirci di marciare. Tuttavia pazientammo fino alle dieci della sera, e vedendo che la pioggia non cessava e che era impossibile proceder oltre, ci arrestammo alla montagna Ferravante nelle stalle di Niccolo Provenzano; ci rasciugammo un poco, e dopo aver dato ordine al padrone che nessuno dalle baracche si muovesse senza mio ordine, ci sdraiammo.

Nota. - I contadini sono realisti qui come altrove, ma molto più vili. Il timore di esser imprigionati e il desiderio di aver danaro fa loro commettere ogni sorta di bassezze II 12 non mi sono state restituite quattro piastre, il 13 mi hanno rubato 30 franchi che dovevano servir per comprare scarpe e altre cose necessarie.

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In quel medesimo giorno, o meglio nella notte, mi hanno denunziato alla guardia nazionale di Sant'Angelo, e stanotte hanno fatto lo stesso, ma ignoro dove.

16 ottobre.

Sei ore del mattino.

- Il padrone e due de' suoi pastori sono scomparsi furtivamente, e indovino il perché. Ciò mi decide a fuggire al più presto verso il bosco della Salandra, a malgrado della pioggia che cade a torrenti. Conduco meco un fanciullo che avrà dodici anni, per conservarlo in ostaggio tutta la giornata.

Sette ore.

- Ci fermiamo per mangiare un pò1 di pane.

Sette ore e mezzo.

- Ci mettiamo nuovamente in marcia.

Otto ore e dieci minuti.

- Vedendo che debbo scuoprirmi se vado più oltre, mi fermo per attendere gli eventi o l'ora propizia per mettermi in via.

Due ore della sera.

- L'umidità, il freddo e la fame mi costringono a togliere il campo.

Tre ore e mezzo.

- Scuopriamo una baracca, ove troviamo una mezza razione di pane, che fo dividere, e mi ripongo in cammino.

Quattro ore e mezzo.

- Giungo ad una casupola, dove trovo degli armenti. Faccio uccidere due montoni: ne mangiamo uno, e serbiamo l'altro per domani.

Otto ore.

- Mi ripongo in via per traversare il fiume Grottola.

Nove ore.

- Avevamo appena passato il fiume, che cinque uomini armati si slanciano sopra di noi, intimandoci di fare l'alto. Noi cadiamo loro addosso, fuggono a gambe, e passano in senso opposto il fiume, che io lascio dietro di me, senza far fuoco. Subito dopo prendiamo la via di Grassano, ove havvi una guarnigione piemontese, per evitare un lungo giro.

Undici ore.

- Giriamo attorno alla parte settentrionale esterna delia città aspettando un

chi va là

che non udiamo. Siamo passati vicinissimi alla chiesa e senza nessuno incidente.

Nota. - II bosco della Salandra è magnifico, e vi occorrerebbero 15 ore per farne il giro. Il terreno è assai buono e quindi suscettibile di produrre tutto, anche fichi e olivi, ma non vi si è tentata la minima cultura:

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gli alberi che abbondano sovra ogni altro in questo grande spazio, sono le querce. Potrei parlare di altre specie, se ne avessi il tempo; ma credo che ciò basti per dare un'idea della bella vegetazione di questo luogo. I secoli passarono sulle frondose cime di questo Be delle foreste, e non hanno lasciato traccia sulla loro freschezza. Sono ciò che potevano essere cento anni indietro, e credo che un secolo di più non cangierà il loro aspetto, se il fuoco o la scure non se ne immischiano. Un ceppo colossale ed intiero, rami proporzionati alla loro altezza e alla loro grossezza, una fronda fitta e fresca come le acque delle fontane che spesso scorrono a7 loro piedi, completano questo ritratto disegnato a grandi linee. Tuttavia debbo dire qualche cosa delle foglie di questi alberi: ne ho colte in diversi luoghi alcune lunghe quattro pollici e larghe tre. La parte superiore ha una forma ovale, senza cessare per questo di essere sui bordi graziosamente smerlata.

17 ottobre.

Quattro ore del mattino.

- Giungiamo alla montagna Piano della Corte, e alloggiamo in una baracca di Don Giuseppe Santoro, capitano della guardia nazionale di Tricarico, ove io mi decido a passare la giornata, sebbene abbia a diritta e a mezzogiorno Montesolero, città di sei mila anime, e Tricarico alla sinistra e per conseguenza a settentrione.

Tre ore e mezzo di sera.

- Mi ripongo in marcia per raggiungere la provincia di Avellino, ove arriveremo fra due o tre giorni, se U tempo si rimette, e se le circostanze lo consentono.

Nota. - Abbiamo traversato una pianura assai grande e ricca, ma io ho osservato che l'agricoltura è molto addietro. Pure, siccome la terra è buona, produce molto grano e molte frutta, quasi per forza naturale. Che sarebbe, se vi fosse a Napoli un buon ministro che desse impulso al lavoro, e un altro che regolasse con mano franca la giustizia, che trovo incurata dappertutto? A senso mio, è necessaria una legge, se non esiste, che proibisca il matrimonio alla gioventù, prima che non abbia servito e ottenuto il congedo.



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18 ottobre.

Due ore e mezzo della sera.

- Mi pongo nuovamente incammino senza guida, come ieri, per seguire a tasto la direzione di Napoli.

Tre ore e mezzo.

- Zafra mi significa che vuoi, partir col soldato Moutier, ed io vi consento. L'intemperie della stagione, la fame, la fatica, il letto a ciel sereno non possono convenire a uomini di fibra molle e di costumi effeminati. Avrei potuto fucilarlo, ma forse non sarebbe stata una pena. Quando potrò, farò conoscere la loro vigliaccheria dovunque, e in specie in Spagna, perché sieno da per tutto e sempre spregiati.

Tre ore e tre quarti.

- Mi dirigo facendo un gran giro, per evitare un villaggio, verso il famoso bosco di Barile, e di là verso il bosco di Manguesci Pichitello, ove conto mangiare qualche cosa.

Cinque ore e mezzo.

- Erriamo nel bosco di Barile, senza trovare un egresso, e per conseguenza senza sapere dove andiamo.

Cinque ore e tre quarti.

- Udiamo una campanella e la seguiamo! Poco tempo dopo ci imbattiamo in una baracca e in tre uomini che guardano i giumenti. Ne prendiamo due che ci guidano al bosco Manguesci, ove mangiamo un montone e un agnello con del pane, che trovammo per miracolo.

Undici ore di sera.

- Ci mettiamo in cammino per prender posizione nel bosco di Monte Marcone; strada facendo lasciamo sulla nostra sinistra Barile, Gensano e Forenza.

19 ottobre.

Bosco di Lagopesole. -

Due ore e mezzo del mattino.

- Giungemmo al bosco sopra indicato non senza fatica. La pioggia ci incomoda assai, e i giri cui siamo costretti ci fanno perdere un tempo immenso: per quattro miglia e mezzo abbiamo impiegato più di otto ore. Piove tutto il giorno: siamo senza pane, ma ho preso provvedimenti per averne.

Dieci ore del mattino.

- Abbiamo avuto un pò di pane e un po' di piménto.

Tre ore della sera

- Alcuni soldati de' nostri giungono, e mi dicono che a otto miglia di distanza si trovano mille uomini sotto gli ordini di Crocco Donatello. Mi decido a inviargli il signor CapdevUle con una lettera, scortato da due soldati per vedere se possiamo intenderci, del che dubito, giacché osservo il più grave disordine.

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Qual danno che io non abbia trecento uomini per sostenere i miei ordini! Oh allora le cose prenderebbero una piega favorevolissima per la causa di S. M.

Quattro ore della sera,

- Cambiarne di luogo, ma restiamo nello stesso bosco.

Tre ore

- Sono informato che le forze piemontesi del circondario son poche, sebbene non mi sia noto giustamente il loro numero mi dice che siano bersaglieri e che abbiano seco due pezzi da montagna.

20 ottobre.

Sei ore del mattino.

- Nulla di nuovo; la notte è stata assai rigida.

Dieci ore.

- Mi dicono che qui avviene quello che ordinariamente ha luogo in tutti i posti da cui sono passato: si imprigionano i realisti a torto o a ragione.

21 ottobre.

Sette ore del mattino.

- I due soldati che hanno scortato Capdeville ritornano senza di lui e senza sue lettere lo che per parte sua non è regolare: ci dicono che dobbiamo andare a raggiungere la forza, e lo faremo dopo aver mangiato.

Dieci ore.

- Ci mettiamo in marcia per raggiungere 1 altra truppa e Capdeville che non è tornato, e che si trova con essa nel bosco di Lagopesole.

Un'ora e dieci minuti della sera.

Facciamo alto per riposarci.

Tre ore e mezzo.

- Ci riuniamo ad una piccola banda; la credevamo più numerosa; ma altre devono giùngere col suo capo.

22 ottobre.

Sei ore del mattino.

- II capo della banda è giunto questa notte, ma io non l'ho veduto. Egli è andato a dormire con una sua concubina, che egli tiene in uno de' boschi vicini, con grande scandalo di alcuni.

Otto ore e mezzo.

Il capo della banda giunge: gli faccio vedere le mie istruzioni, ed egli cerca di esimersi con falsi pretesti. Temo di non poterne trarre partito, tuttavia non ho perduto ogni speranza:

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mi dice che dobbiamo attendere l'arrivo di un generale francese, che è a Potenza e che giungerà domani sera, e da lui sentiremo cib che dice, prima di decidete qualche cosa di definitivo.

Due ore della sera.

- Il capo della banda parte, senza dire dove va: fei fa dare il titolo di generale. Ho dimenticato di dire che gli ho proposte di prendere 500 uomini d'infanteria e 100 cavalli, assicurandolo che con questa forza mi sento capace di tener la campagna: mi rispose che i fucili da caccia sono inutili per presentarsi in faccia al nemico; io combatterò quest'obiezione, ma senza frutto.

23 ottobre.

Otto ore del mattino,

- II signor De Langlóis giunge con tre ufficiali: si spaccia come generale e agisce come un imbecille. Lo lascio fare per vedere se la sua nascita lo ricondurrà ai dovere: ma vedendo che egli prende maggior coraggio dai mio silenzio, lo chiamo a me e gl'intimo ad esibire le sue istruzioni. Risponde non averne in scritto; e allora abbassa il suo orgoglio.

Carmine Crocco, capo della banda, per il momento è assai attento, ma non si da cura di riunire le sue forze per organizzarle. Qual danno che io non abbia 500 uomini per farmi obbedire prontamente!

24 ottobre.

Sei ore ad mattino.

- Nulla di nuovo per ora. Passiamola giornata nello stesso luogo.

25 ottobre.

Sei ore e un quarto del mattinò.

- Tre colpi di fucile ci annunziano l'apparizione del nemico.

Sette ore.

- Ci scontriamo col nemico a cento passi di distanza; una viva fucilata s'impegna fra una quarantina de' suoi bersaglieri e una ventina de' nostri. Sostengo gli sforzi dei nemico per un' ora.

Otto ore.

- I nemici ci hanno circondato: abbandoniamo questi che ci attaccane di fronte per gettarci su quelli che ci attaccano di dietro.

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Otto ore e mezzo.

- Gravi perdite: il mio ufficiale della diritta, il maggiore La Candet, è colpito alla testa da due palle e rimane sul campo. Quattrocento piastre che avea indosso e il suo fucile rimangono in potere de1 nemici, i quali lo spogliano di tutto, meno de1 pantaloni e della camicia. Nel tempo stesso vien ferito gravemente uno de' quattro Calabresi che mi hanno accompagnato, per nome Domenico Antonio, il Rustico: la palla che lo ha colpito mi ha salvato da una ferita.

Due ore e mezzo della sera.

- II nemico si pone in imboscata nella foresta, mentre io invio il Calabrese al medico. Ho decorato due individui della banda per la bella condotta da essi tenuta la mattina; ma non so i loro nomi. Il capitano di cavalleria Salinas non è più con noi: ignoro se sia morto,

26 ottobre.

Sei ore del mattino.

- Occupiamo lo stesso bosco. Il capitano Salinas manca sempre: son convinto che egli è morto.

Otto ore.

- Crocco, che è assai astuto, guadagna tempo e non mantiene la promessa di organizzare da lui fattami. ' Non posso intendere quest'uomo, che, a dir vero, raccoglie molto danaro: cerca l'oro con avidità.

Nove ore.

- De Langlois mi narra che Crocco ha ricevuto una lettera di un canonico che gli promette completa amnistia se si presenta colla sua banda, il suo silenzio di fronte a me in un affare si grave mi fa temere che egli, ricolmo di danaro, vinto dalla sua concubina che egli conduce con noi, non commetta qualche viltà. L'affare di ieri non diminuisce i miei sospetti. Allorché vedemmo che il nemico veniva a noi, egli si è messo in marcia per il primo; ma giungendo ad una certa distanza ha fatto una contromarcia, talché quando io mi credeva appoggiato da lui sulla diritta, mi son trovato attaccato a rovescio. In breve Crocco, De Langlois e gli ufficiali napoletani non hanno udito fischiare una palla: co' miei uomini e con due della banda di Crocco ho pagato le spese del combattimento, e mi è costato caro.

27 ottobre.

Il capitano Salinas é ricomparso or é poco in buona salute. I nemici hanno ucciso Niccola Falesco ammogliato con cinque figli, mentre ci recava del vino. La vedova di lui si è presentata a me, ed io le ho assegnato nove ducati mensili

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in nome di S. M. Ieri l'altro i nemici hanno bruciato le capanne e le casette che si trovano alle falde del bosco.

28 ottobre.

Sette ore del mattino.

- Dal medesimo bosco. - Ci riuniamo per saper quanti siamo e per organizzarci.

Sette ore e mezzo.

- II capo da un contr'ordine, e dice che non vuole che noi formiamo due compagnie, fino a che non sieno giunti 130 uomini che egli attende, ma inutilmente.

Dieci ore e mezzo.

- De Langlois, uomo che temo assai intrigante, mi narra che ieri sera ha avuto una conferenza di più di due ore con Crocco, e che questi gli ha detto: «Se io ammetto una organizzazione, non sarò più nulla; mentre restando in questi boschi sono onnipotente, nessuno li conosce meglio di me: se entriamo in campagna, ciò non accadrà più. Del resto i soldati mi hanno nominato generale, ed io ho eletto i colonnelli e i maggiori e gli altri ufficiali, i quali nulla più sarebbero, se cadessi. Del resto io non sono stato che caporale, lo che vuoi dire che di cose militari non me ne intendo, dal che ne segue che non avrò più preponderanza il giorno in cui si agirà militarmente.»

29 ottobre.

Sette ore del mattino.

- Dallo stesso luogo di ieri.- De Langlois mi riferisce quanto segue: «Ieri sera ho avuto un colloquio col nipote di Bosco, il solo cui Crocco si confidi e gli ha detto...1 Egli pretende, e mi ha incaricato di dirvelo, un brevetto di generale sottoscritto da S. M. e altre promesso che non specifica per il futuro, una somma corrispondente di danaro, e non so che altro ancora.» De Langlois avrebbe risposto che non può garantire tutto, ma che il modo di. regolarizzare queste faccende era quello di riconoscere i capi. Crocco e i suoi hanno rubato molto, e quindi hanno molto danaro che vogliono conservare e aumentare; se vedono che si aderisce a questo loro intendimento, consentiranno a lavorare

1 Il manoscritto non è intelligibile; però lasciamo questi spazii, che indicheranno al lettore non essere stato possibile raccogliere il pensiero di chi scriveva il Giornale.

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per la causa di Sua Maestà, ma in caso contrario non si adopereranno che per loro medesimi, come hanno fatto fin qui.

Mezzogiorno.

- Sono informato che quattro guardie nazionali di Livacanti, hanno fucilato ieri la donna Maria Teresa di Genoa, perché il suo fratello era con noi.

Nove ore di sera.

- Giungono in questo momento alcuni nostri uomini che si sono imbattuti in una guardia nazionale che ha fatto villanamente fuoco sopra di essi Sono saltati addosso a lui, e dopo avergli tirato cinque colpi di fucile l'hanno ucciso e disarmato.

30 ottobre.

Nove ore del mattino.

- Siamo nel medesimo luogo: in questo momento abbiamo un allarme, la gente di Crocco fugge come un branco di pecore: resto con i miei officiali al posto e mostro disprezzo per quei vigliacchi, onde farli arrossire, e costringerli a condursi meglio, se è possibile; ma tutto è inutile.

Dieci ore e mezzo.

- Cambiamo luogo a un'ora di distanza da quello da noi lasciato ma sempre nel medesimo bosco.

Cinque ore della sera.

- De Langlois viene ad avvertirmi che il padre di Crocco si trova in relazione con il generai La Chiesa, e che questi ha scritto una lettera a Crocco, esortandolo a presentarsi colla sua banda. Questi avrebbe risposto, secondo Langlois, che il generai La Chiesa dovea presentarsi a noi. La Chiesa avrebbe soggiunto che se gli davano sei mila ducati e 30 pezze al mese, avrebbe dato in nostro potere la provincia. Ora siccome io vedo che la reazione è fatta, ciò che ho di meglio a fare si è di trame il miglior partito possibile. Non ho, è vero, i ducati in questione: ho detto a Langlois, malgrado ciò, che appena La Chiesa ci avesse consegnato una grande città, gli avrei sborsato i sei mila ducati

So però fatto notare a De Langlois che io dubitava di quanto mi diceva, e che Crocco non mi aveva di ciò fatto parola. Crocco vi presta fede, rispose, ma non ve ne parla, perché vuoi far <ciò senza discorretene.


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De Langlois mi ha detto ancora che Crocco vorrebbe conservare in apparenza il comando di generale. Sta bene, ho detto, che ei faccia trionfar la causa e vi acconsento; ma io so che egli pensa ad una cosa, e potrebbe accader che no avvenisse un'altra. I soldati e il paese ci ammirano dopo il fatto dei 25, ed io credo che il giorno in cui mi converrà alzar la voce, Crocco non sarà nulla. Qualunque cosa ei trami, son deciso a rimanere, per assistere allo scioglimento di questi intrighi, e per vedere se essi offriranno alcun che da permettermi di trame partito. Se io avessi qualche centinaio di migliaia di franchi, trecento uomini, e un numero di officiali, probabilmente diverrei il padrone della situazione.

31 ottobre.

Sette ore e mezzo del mattina

- Crocco mi legge una, lettera di un capo di una banda, nella quale pone 500 uomini a mia disposizione. Se non cambia consiglio, stanotte senza fallo anderemo a raggiungerli e formeremo domani il primo battaglione

1 novembre.

Ieri ci siamo posti in marcia per andare al bosco... di Potenza. Cammin facendo abbiam costeggiato la Serra Iacopo Palese che va dal settentrione a mezzogiorno: alle sue falde abbiamo trovato il fiume della Serra del Ponto, e siamo giunti verso le 2 del mattino al luogo sopra indicato.

novembre.

Un'ora di aera.

- Nulla di nuovo, se ne eccettuiamo la mancanza di razioni. Ci dicono che ne avremo più tardi: ione dispero, perché l'ora è avanzata; i soldati muoiono di fame.

novembre.

Nulla di nuovo,

Undici ore. -

Usciamo dal bosco, ci rechiamo a Trevigno, distante di qui quattro miglia,

Un'ora mezzo della sera. -

Giungiamo al luogo indicato e siamo ricevuti a colpi di fucili.

Tre ore e mezzo.

- Dopo un combattimento di oltre due ore, ci impadroniamo della, città; ma debbo dirlo con rammarico,

- 142 -

il disordine più completo regna fra i nostri, cominciando dai capi stessi. Furti, eccidii e altri fatti biasimevoli furono la conseguenza di questo assalto. La mia autorità è nulla.

novembre.

Sei ore e mezzo del mattino.

- Lasciamo Trevigno e ci dirigiamo verso Castelmezzano, ove arriviamo alle undici e mezzo. Vi facciamo un alto di due ore.

Tre ore della sera.

- Ci mettiamo in marcia dirigendoci verso il bosco di Cognato, ove giungiamo alle 7. Alle 8 e 1/2 sono informato che Crocco, Langlois e Serravalle hanno commesso a Trevigno le più grandi violenze. L'aristocrazia del luogo erasi nascosta in casa del sindaco, e i sopraddetti individui, che hanno ivi preso alloggio, l'hanno ignobilmente sottoposta a riscatto. Più; percorrevano la città, minacciavano di bruciare le case de' privati, se non davano loro danaro. Langlois interrogato da me intorno alle somme raccolte in quel luogo, mi ha risposto che il sindaco gli aveva dato 280 ducati soltanto, e che questo era tutto quanto avean potuto ottenere.

novembre.

Sei ore e mezzo.

- Ci vien dato l'ordine di riunirci, per dirigerci non so in qual luogo.

Undici ore.

- Ci imbattiamo in otto guardie nazionali, che inseguiamo fino a Caliciana; là ci arrestiamo: è stato saccheggiato tutto, senza distinzione a realisti,o a liberali in un modo orribile: è stata anche assassinata una donna, e, a quanto mi dicono, tre o quattro contadini.

Cinque ore e mezzo.

- Giungiamo a Garaussa, ove il curato insieme ad altre persone è uscito col Cristo, chiedendoci una pace che io gli accordo ben volentieri. Dio voglia che gli altri facciano lo stesso. - Non racconto cosa alcuna della scena che è avvenuta dopo la mia partenza, cagionata dall'indignazione che mi avea suscitato il disordine.

novembre.

Dieci ore del mattino.

- Ci mettiamo in marcia per andare ad attaccar la Salandra, ma havvi una guarnigione di

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un centinaio di Garibaldini e un distaccamento di Piemontesi. Appena ci hanno scorto, hanno preso posizione sopra un'inespugnabile altura a settentrione. Allorché sono stato a mezzo tiro di fucile, ho spedito il maggiore Don Francesco Pome alla testa di una mezza compagnia, che malgrado il declivo del luogo e il fuoco che si faceva contro di lui, si è impossessato del punto che i nemici occupavano pochi momenti prima. I nemici respinti hanno preso le case, dove hanno provato una più vigorosa resistenza; ma essendosi accorti che io andava a prenderli alle spalle colla mia colonna, hanno lasciato la città a passo di corsa. Quando li ho veduti, son piombato sopra di essi; ne abbiamo uccisi dodici, abbiam preso la loro bandiera e abbiam fatto de' prigionieri. Dal lato nostro Serravalle è stato ferito, ma non gravemente, alla testa. - La città è stata saccheggiata.

novembre.

Serra di Cucariello, Comune di Salandra, 2

ore e mezzo di sera.

- II signor Angelo Serravalle muore in questo momento. Mi pregano di scrivere a S. M. di far innalzare un castello in questo luogo.

8 novembre.

ore del mattino.

- Riuniamo la truppa, e prima di partire Crocco fucila in una sala della città Don Pian Spazziano; poi noi abbiam fatto strada verso Cracca, ove noi siam giunti a tre ore di sera: la popolazione intiera ci è venuta incontro; e malgrado di ciò, avvennero non pochi disordini.

novembre.

Sei ore e mezzo del mattino.

-Usciamo da Cracca e marciamo verso Alliano: ma circa due pre dopo mezzogiorno nella pianura bagnata dall'Acinella, troviamo una quarantina di guardie nazionali, che attacchiamo con vigore. - Vedendoci, si danno ad una fuga precipitosa e si nascondono in un bosco vicino; malgrado ciò, la cavalleria li raggiunge, ne uccide quattro, fa un prigioniero, che ho posto in libertà, perché non aveva fatto uso dei suo fucile.

Sette ore della sera.

- Giungiamo ad Alliano, dove la popolazione ci riceve col prete e colla croce alla testa, alle grida

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di

Viva Francesco II;

ciò non impedisce che il maggior disordine non regni durante la notte. Sarebbe cosa da reca sorpresa, se il capo della banda e i suoi satelliti non fossero i primi ladri che io abbia mai conosciuto.

10 novembre.

Nove, ore del mattino:

- I miei avamposti mi avvertono che una forza nemica è comparsa sull'Acinella. Io esco immediatamente per incontrarla e mi accorgo che è un corpo di 550a 600 uomini. Faccio riunire la mia gente, che non supera i400 uomini, in faccia ad essi, e attendo le disposizioni del nemico per prenderle noi. Mi persuado ben presto che il capo piemontese era un nemico che non conosceva il suo mestiere. Vedendo la sua inesperienza, mi rivolgo ai miei soldati e prometto loro la vittoria, ove mi prestino fede: me ne fanno sicuro, ed io mi pongo in marcia. Allorché, ebbi raggiuntola cappella, distante un tiro di fucile e sul declive dei villaggio, invio la prima compagnia sotto gli ordini del (maggiore) capitano Don Francesco Farne prevenendolo di spiegare in bersaglieri la metà della sua forza e di seguire col rimanente per proteggerli, percorrendo la via che da Alliano conduce al fiume. Nel tempo medesimo ordino al luogotenente colonnello di cavalleria comandante la seconda compagnia; di marciare sopra una cresta che il terrena forma a dritta,e di prender il nemico di fianco; il che esegui con grande precisione, mentre la prima compagnia lo attaccava difronte.

Siccome lo spazio del letto del fiume è assai grande, così ho posto la cavalleria a retroguardia della prima compagnia ordinandole, di passar il fiume e di porsi m un'isola piantata di olivi per prender il nemico alle spalle.

Quanta a me, col resto dell'infanteria marciai in colonna al centro delle due ali per proteggerle in caso di scacco: ma r impulso delle due compagnie è stato così vivo, che il nemico non ha potuto sostener il primo scontro. Vedendolo sbandato, attesi che la cavalleria gli facesse mettere le armi a basso. Vana speranza. Guardo e la vedo alla mia dritta a piedi, in un burrone che faceva fuoco, anzi che. eseguire i miei ordini. Questa circostanza ha reso dubbiosa l'azione; ma siccome a colpi di sciabola ho fatto avanzare

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la cavalleria, e ho marciato rapidamente colla riserva verso il centro del fiume, ho avuto il di sopra anche una volta sul nemico,il quale si è riunito ai piedi di un mulino. Vedendolo in una posizione forte, ho staccato una sezione della mia compagnia di riserva per prenderlo alle spalle, mentre la prima compagnia lo attaccava di fronte e la seconda a sinistra. Questa manovra è bastata per sloggiarlo dalla sua formidabile posizione; ma siccome l'altezza della montagna che dal mulino si spinge fino a Steggiano è piena di piccoli colli che si difendono da sé stessi, il nemico si è nuovamente riformato e ha preso 1 offensiva caricandoci alla baionetta. La seconda compagnia ha sostenuto la mischia per dieci minuti sulla dritta e la prima ha fatto altrettanto a sinistra. In questo tempo son potuto giungere con la riserva, e allora la sconfitta del nemico è stata completa. Egli si è sparpagliato per i boschi, ma noi abbiamo ucciso 40 individui, fra i quali un luogotenente che è morto da eroe mentre ci caricava alla baionetta: abbiamo fatto cinque prigionieri che si sono arruolati nelle nostre truppe... Abbiamo fatto alto a un miglio da Astagnano lasciando in pace i nemici.

Le nostre perdite sono meschinissime, il che è piuttosto un miracolo che frutto del caso. Il luogotenente colonnello Don Agostino Lafont ha ricevuto un colpo di una bocca di cannone al di sopra del sopracciglio dell'occhio sinistro: ma non è nulla: un altro soldato ha avuto una parte della testa sfiorata da una palla; ecco tutto.

Dopo un'ora di riposo, un corriere di Astagnano viene ad avvertirci che la popolazione ci attende, e ci prega di andarvi. In conseguenza di che faccio metter la truppa sotto le armi, e mi pongo in marcia. Appena avevamo sfilato, scorgo delle croci e de' preti che venivano verso di noi, e una folla immensa che riempiva la strada con bandiere bianche e gridava

Viva Francesco II.

In mezzo a tale entusiasmo siamo entrati trionfalmente nella città, con ordine ai soldati, che abbiamo pagati prima di alloggiarli, di osservar la più stretta disciplina. Ma siccome hanno l'abitudine del male, hanno cominciato a farne delle loro solite, di guisa che siamo stati costretti a fucilarne due; provvedimento che ha ristabilito subito l'ordine.

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11 novembre.

Astagnano. Abbiamo passato la giornata tranquillamente,o meglio lavorando. Ci si presentarono 300 uomini di diversi paesi, di guisa che... contiamo 700 uomini assai bene armati.

12 novembre.

Nove ore del mattino. -

Partiamo da l'Astagnano per recarci a disarmare i Nazionali di Cirigliano e al primo luogo siamo rimasto due ore, o per meglio dire ne siamo usciti a un ora e mezzo della sera per recarci al secondo: ma quando siamo stati al principio della salita, fummo avvertiti che il nemico era ad un miglio di distanza. Vedendo la mia posizione assai compromessa, inviai il maggior Forne comandante la prima compagnia al villaggio, ed io col resto della forza presi posizione sulle alture che avevo alla mia sinistra: una volta che fui in grado di difendermi, attesi, spiegato in battaglia, gli eventi. Dopo un quarto d'ora scorsi la testa della colonna nemica forte di 1200 uomini, che si poneva nella strada che divide i due villaggi suddetti; ma era troppo tardi. Comprendendo la forza della mia posizione ho offerto la battaglia al nemico, il quale ha manovrato fino al cadere della notte, senza nulla intraprendere. Dopo di che ci ponemmo in marcia diretti al bosco di Montepiano di Pietra Portassa.

13 novembre.

Sei ore del mattino.

- Partiamo dal bosco, facendo via verso l'Autura: arrivando in questo luogo ho fatto, malgrado la volontà di Crocco, accampar la truppa per prevenire una sorpresa e il disordine, ordinando che ci fosse recato del pane e del vino, il che è stato eseguito di buon grado. Mentre si distribuivano le razioni, il clero vestito dei suoi abiti sacerdotali, colle croce alla testa, si è presentato per complimentarci, e per pregarmi di andar ad ascoltare una messa co' miei officiali: l'ho ringraziato, dicendo che sebbene io desiderassi moltissimo di accettar tal proposta, non mi era possibile: tuttavia ho aggiunto che quanto era differito non era perduto. In questo mentre fui avvertito che il nemico veniva incontro a noi: ho fatto riunire la truppa e ho congedato i preti.

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Nove ore e mezzo.

- Gli avamposti scuoprono il nemico, ed io mi pongo in moto per prendere posizione ad Arause, ove, giungo a mezzogiorno.

Due ore della sera.

- II nemico è alle viste. Faccio battere la generale e gli offro battaglia: il nemico si pone sulle difensive.

Sei ore della sera.

- Mi ripiego nel bosco chiamato

la macchia del Cerro,

dove ci accampiamo per passarvi la notte.

14 novembre.

Sei ore del mattino.

- Ci mettiamo in marcia verso Grassano, dove giungiamo a 10 ore del mattino. Alloggiamo la truppa, e i nostri capi vanno a rubare dove più lor piace.

Due ore. della sera.

- Il nemico si avvicina, e gli offro battaglia, ma egli non l'accetta, sebbene abbia il doppio della mia forza. Ci scambiamo alcune fucilate nel resto della giornata.

Otto ore di sera.

- Vedendo che il nemico non sa decidersi, lascio gli avamposti, e mi ritiro con tutto il rimanente della mia forza in città per passarvi la notte.

15 novembre.

Sette ore e mezzo del mattino.

- II nemico rimane nelle stesse posizioni d'ieri sera.

Otto.

Ritiro i miei avamposti per andare verso San Chirico, ove sono giunto verso le undici: ho fatto alloggiare un officiale in casa del capitano delle guardie nazionali per impedire che gli si arrecasse del danno, e credo che questi me ne fosse grato. In questo luogo vi è stato un po' d'ordine; il che mi ha fatto un gran piacere.

Tre ore dì sera.

- Ci mettiamo in via per attaccare il villaggio Loagle: ma ad un miglio di distanza ci accampiamo e aspettiamo il giorno.

16 novembre.

Sei ore del mattino.

- Riconosco la posizione e la trovo fortissima; malgrado ciò, mando innanzi la quarta compagnia per attaccar la sinistra del villaggio: invio la terza sulla diritta: la prima al centro: il resto dell'infanteria rimane con me sull'altura a dritta della nuova strada e in faccia al villaggio.

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Destino una parte della sedicente cavalleria a sinistra e una parte a diritta, e questa per togliere la ritirata del nemico a Potenza. Allorché l'infanteria è giunta al ponte che trovasi a' piedi della salita, il nemico fa una forte scarica e ferisce un uomo della prima compagnia; ma la truppa si slancia all'assalto. Il nemico, accortosi della nostra fermezza, ripiegò e si racchiuse in un gran palazzo: una parte fugge per cadere nelle mani de nostri, che li massacrano.

Il capitano della prima compagnia attacca1 il palazzo e l'incendia con della paglia e con delle legna resinose: il nemico cominciò a saltare da un balcone: ma in questo mentre, taluno, non so chi, si permette di far batter la generale: la truppa si riunisce e l'operazione rimane incompiuta. Due de' nostri feriti rimangono nel villaggio: abbiamo due morti e alcuni feriti.

Cessato l'allarme, ci mettiamo in marcia per attaccare Pietragalla, dove giungiamo alle 3 della sera. Riconosciuta la posizione, invio la terza e la quarta compagnia sulla diritta della città, la quinta e la sesta con porzione della cavalleria verso la sinistra, la prima e la seconda verso il centro. Il nemico in forti posizioni dietro una muraglia apri un fuoco vivissimo. Ma il maggior Don Pasquale Marginet, luogotenente delle seconda compagnia, si slancia come un fulmine seguito da alcuni soldati e si impadronisce delle prime case della città.

Il capitano lo segue col reato della compagnia, e la città meno il castello ducale, ove i nemici si sono racchiusi, fu presa in un batter d' occhio. Abbiamo avuto quattro morti e cinque feriti, o piuttosto 9 feriti ne' punti che abbiamo attaccato, e fra essi il luogotenente Laureano Carenas. Compiuto il fatto, abbiamo preso alloggio, per non esser testimonio di un disordine contro il quale sono impotente, perché mi manca la forza per far rispettare la mia autorità. Temo che Crocco, il quale ha molto rubato, non commetta qualche tradimento.

17 novembre

Dieci ore del mattino.

- Ci riuniamo per accamparci nel bosco di Lagopesole, ove giungiamo a quattro ore della sera.

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Crocco ci lascia sotto pretesto di andare a cercare del pane, ma temo che sia piuttosto per nascondere il danaro e le gioie che ha rubato durante questa spedizione.

18 novembre.

Un ora dopo mezzogiorno.

- Siamo nel medesimo bosco senza Crocco e senza pane. La condotta del capo ha fatto sì che in tre giorni abbiamo perduto la metà della forza, circa 350 uomini.

Quattro ore della sera.

- Noi sloggiamo per accamparci ad un miglio più lontano. - Crocco non è venuto.

19 novembre.

Otto ore del mattino.

- Crocco è giunto, ma non si è presentato ancora dinanzi a me.

Mezzogiorno.

- Crocco ha fatto battere l'appello dopo aver tirato diversi colpi di fucile. Monto la collina e chiedo cosa significhi ciò. Crocco mi risponde che noi dobbiamo andare ad attaccare e prendere Avigliano, città di 18 mila anime. Gli dissi che era impossibile, che i Nazionali di quella città erano assai superiori in numero. Mi obiettò che in qualche luogo dovevamo andare: gli risposi che ci attendeva con impazienza: replicò che ciò gli andava a genio e che mi vi condurrebbe. Dopo ciò disparve, e andò a consigliarsi con gente che non avrebbe mai dovuto né vedere né ascoltare, e venne a dirmi che potevamo metterci in cammino; il che facemmo.

Dopo aver marciato per qualche tempo chiesi ad un uomo del paese, quale era la via che noi seguivamo. Mi rispose esser quella di Avigliano. Non ho di ciò parlato ad alcuno: ma ho pensato che quell'uomo senza fede mi aveva ingannato. Non era passato un quarto d'ora che il maggiore di cavalleria venne a dirmi: Mio generale, noi prenderemo una graziosa città. - Noi andiamo a Avigliano, dunque? gli chiesi - Sì, signore - Ebbene io protesto contro questa impresa.

Tre ore e mezzo di sera.

- Siamo giunti ad Avigliano. Crocco mi dice di prendere le disposizioni opportune per assalirla e impadronirsene. Gli rispondo che avendo fatto egli il contrario di quanto avevamo stabilito, prendesse le disposizioni che più gli piacevano, dacché io non voleva assumere

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la responsabilità di una impresa che non poteva riuscire. Allora ha fatto attaccare la piazza con tutta la forza e senza lasciar riserva; aperto il fuoco, egli si è ritirato sulle alture e vi è rimasto per vedere ciò che accadeva.

Il fortino che è al fianco della città e al settentrione fu preso di primo slancio dalla prima compagnia sostenuta dalla seconda: ma non si è potuta prendere una cappella che si trova sulla stessa linea e protegge le vicinanze del centro della città. La diritta è stata attaccata dalla forza rimanente; ma è stata tenuta in scacco da un muro che servì di barricata alla parte di ponente della città. In breve, la notte è sopraggiunta e con essa una nebbia e una pioggia intollerabile, tanto era fredda. Crocco ha fatto suonare la ritirata e ci siamo condotti ad una piccola borgata chiamata Favolo Duce, dove abbiamo passato gelati e bagnati fino alla pelle una pessima notte...

Questa circostanza, unita ai disordini precedenti, ha scemato la nostra forza, che era assai piccola. Durante la notte non ho mai potuto sapere dove fosse Crocco.

20 novembre.

Cinque ore del mattino.

- Faccio battere la sveglia.

Sei ore e mezzo.

- Faccio batter l'appello. Ninco Nanco si presenta e mi dice che mi servirà di guida, come ha poi fatto. Dopo una mezz'ora di marcia, mi vien detto che Crocco si trova ad una piccola casa di campagna alla distanza di 200 passi a sinistra della strada da noi percorsa. Nel momento medesimo (8 ore) mi fa avvertire di far alto; mi fermo e l'aspetto, ma inutilmente.

Nove ore del mattino.

- Ninco Nanco, Donato, e un altro degli ufficiali mi dicono che Crocco ci ha lasciati. Riunisco gli ufficiali tutti per chieder loro ciò che intendono di fare, assicurandoli che io era deciso di andar fino in fondo, se avessero persistito nei loro propositi. Bosco prende la parola e discorre assai bene: ma un altro ufficiale dice, che i soldati non ci seguiranno se saranno comandati da ufficiali spagnuoli; che d' altra parte io era destinato al comando in Basilicata, il che mi spiegò tutti gli intrighi di costui. Pure ho fatto dare la dimissione a tutti i miei uffiziali, per provare a quelli

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della banda che noi servivamo per devozione e non per interesse. De Langlois durante questa riunione si è tenuto in disparte, ma ascoltandone il resultato. Comprendendo che egli era l'anima di tutto ciò, ho detto agli uffiziali della banda di deliberare fra di loro, promettendo di aderire alla loro decisione. Terminata la deliberazione, hanno posto gli ufficiali della banda a capo delle compagnie e De Langlois alla loro testa, senza che io sia stato fatto consapevole di quanto avevano risoluto, sebbene mi sia facile intenderlo, giacché De Langlois da ordini, fa batter l'appello ecc. senza dirmi perché, senza domandarmene licenza. In breve, sono stato destituito e anche con mal garbo.

21 novembre.

Ieri sera De Langlois mi inviò il suo, aiutante per prevenirmi di esser pronto a partire oggi alla punta del giorno: pure sono le otto e siam sempre nel bosco di Lagopesole.

Otto ore e mezzo.

- Ci mettiamo in marcia per andare non so dove

Nove ore e mezzo.

- Facciamo alto in uno spulito donde scopriamo Rionero.

Dieci e 45 minuti.

- Ci mettiamo in marcia per andare a Santa Laria, dove arriviamo a un'ora 45 minuti.

22 novembre.

Noi ci mettiamo in marcia a 6 ore e mezzo del mattino diretti alla Bella, ove giungiamo a mezzogiorno. De Langlois si ferma, riunisce la truppa, ed io che mi trovo alla retroguardia mi fermo del pari. De Langlois viene a trovarmi per chiedermi se contavo di prendere il comando per attaccar la città. Gli rispondo, che colui che tutto, si arroga deve dar la direzione anche a questo affare. Non sapendo che rispondere, se ne é andato e ha preso le sue disposizioni, per provarmi senza dubbio che non è mai stato militare: ora sono quattro ore da che abbiamo attaccato questa posizione, senza che siasi potuto prenderla, e pure un quarto d'ora bastava per impadronirsene.

Quattro ore

1/4

della sera.

- La città é attaccata da ambo le parti, poiché vedo bruciare tre case; ma il fuoco del nemico non rallenta in guisa alcuna.

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Sei ore della sera.

- Abbiamo preso una strada verso la parte meridionale della città: il centro e una gran parte del settentrione resta in potere dei rivoluzionari. La parte di cui ci siamo impadroniti comincia a bruciare in un modo spaventoso.

23 novembre.

Sei ore e mezzo del mattino.

- Usciamo dalla città o meglio dalla terza parte di cui ci eravamo impadroniti. Un luogotenente vi resta ferito mortalmente. Andiamo a riunirci al levante sotto il tiro de' nemici.

Otto ore e mezzo.

- Ci mettiamo in marcia per raggiungere le forze sparse, che si trovano dalla parte meridionale della città.

Dieci ore.

- Crocco, che è ricomparso ieri, brucia le ville che si trovano nella parte di ponente della città.

Undici ore.

- Ci mettiamo di nuovo in marcia diretti a Mure.

Mezzogiorno.

- Alcuni colpi di fucile si odono dall'avanguardia: l'infanteria grida ali1 arme: la cavalleria si spinge innanzi. Ben presto mi accorgo che si distribuiscono le compagnie in varie direzioni e malamente.

Un'ora.

- Arrivo al culmine, della serra e vedo tutta la nostra gente dispersa. Alcuni colpi di fucile si scambiano contro una capanna: vi vado per veder di che si trattava. A mezza strada trovo Crocco e Ninco Nanco che fuggono a spron battuto. A malgrado di ciò mi inoltro, sebbene non avessi alcun ordine, per sapere il numero de' nemici che ci attaccavano. In questo istante scorgo De Langlois che, solo, si mette in salvo dalle palle nemiche. Gli chiedo dove sono i capitani delle sue compagnie. Non mi risponde. Tiro innanzi cogli ufficiali che mi rimangono e con alcuni soldati italiani e scuopro il nemico, che uccide con un colpo di fuoco uno di questi ultimi. Faccio una recognizione, e mi accorgo che la sua sinistra si da alla fuga e che la destra, appoggiata ad un boschetto di querci, sostiene la posizione. I nostri soldati vedendosi senza ufficiali si sbandano, abbandonano i feriti, il frutto delle loro rapine, i bagagli e alcuni fucili e fuggono dinanzi a 40 guardie nazionali, provenienti da Balbàno. In mezzo a questi disordini, noi ci siamo riparati verso un piccolo fiume,

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che scorre ai piedi di una montagna, e traversatolo, De Langlois ha fatto riformare la sua truppa, lo che non gli è stato difficile, non avendo il nemico osato seguirci. Indi dopo aver fatta via, seguendo il corso del fiume che dal settentrione scende a mezzogiorno, e dopo un'ora di marcia abbiamo incontrato una compagnia di 47 uomini, egregiamente formata e disciplinata. Questa forza ci ha preceduti e noi l'abbiamo seguita nella direzione di Balbano, ove siamo giunti a 7 ore di sera. La città era illuminata, e al nostro ingresso fummo gradevolmente assordati dalle grida di

Viva Francesco II.

Il vescovo, alcuni preti e la guardia nazionale si racchiusero nel castello situato al mezzogiorno, in una posizione inespugnabile. I nazionali ci han fatto dire che sarebbero ben contenti se avessimo rispettato le proprietà, e che non avrebber fatto fuoco sopra di noi, se non quando i nostri avessero tirato su di essi. Il capitano è uscito e si è abboccato con Crocco. Don Giovanni e De Langlois sono stati al castello, ma ignoro ciò che abbian detto e fatto. So unicamente che la cosa che mi è più grato scrivere si è che 1 ordine il più completo è regnato nella città durante la notte.

24 novembre.

Balbano, sette ore e mezzo del mattino.

- Ascendiamo la montagna, e allorché siam giunti a mezza via per una contromarcia ci dirigiamo a Ricigliano, dove siam giunti a un' ora dopo mezzogiorno, e dove siam ricevuti con ramoscelli d' olivo in mano.

Undici ore della sera.

- I disordini più inauditi avvennero in questa città; non voglio darne i particolari, tanto sono orribili sotto ogni aspetto.

25 novembre.

Sei ore del mattino.

- Ci riuniamo: ma siccome a ciò si richiede un gran tempo, non so se per marciare o per qualche altro motivo.

Otto ore e mezzo.

- Crocco ordina l'all'avanguardia di Avanzare, perché il nemico segue le nostre traccie.

Nove ore.

- Odo una fucilata assai viva.

Nove ore e cinque minuti.

- ... e i nazionali si ritirano.

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I Piemontesi in numero di 100 hanno preso una forte posizione e non si muovono.

Mezzogiorno e 45 minuti,

- Ci riuniamo e riprendiamo la marcia diretti ad alcune baracche distanti cinque miglia, nelle quali ci riposiamo assai male, avendo un freddo orribile.

26 novembre.

Nove ore e mezzo del mattino.

- Ci mettiamo in marcia in mezzo a monti altissimi e freddissimi. A mezzogiorno scendiamo la montagna e scuopriamo un distaccamento di 40 uomini: si preparano al combattimento, ma senza aver il coraggio di resistere al primo scontro; una carica di cavalleria bastò per farli fuggire a Castello grande.

Due ore e mezzo di sera,

- Proseguiamo il nostro cammino alla volta di Pescopagano, ove giungiamo a 3 ore e 45 minuti della sera. La città è investita; una viva fucilata si impegna: ma i nostri soldati oscillano. Il luogotenente colonnello Lafont e il maggior Forne, fermandosi, dicono alla truppa: «noi non abbiamo comando: pure, se volete seguirci, prenderemo la città.» Ottenuta risposta affermativa, si slanciano e si impadroniscono della posizione in un quarto d'ora.

27 novembre.1

Cinque ore del mattino.

- Invio il capitano di cavalleria Martinez a Crocco per fargli dire esser tempo di suonare la diana, ma egli non presta attenzione alla mia preghiera.

Sei ore del mattino.

- Vedendo che non si fa suonar l'appello, vado in cerca di Crocco: egli era nella strada discorrendo con taluno de' suoi. Giungo e lo saluto, e gli dico subito esser mestieri uscire dalla città, altrimenti avremmo perduto molta gente. In questo momento giunge un trombetta, ed io gli ordino di suonar l'appello alla corsa. Crocco glielo proibisce: lo prego allora di far suonare l'appello ordinario: lo nega. Riflette un momento e subito dopo se ne va, ed io, prevedendo il pericolo che ci minaccia, me ne vado del pari. Il resultato di ciò è stata la perdita di 25 uomini,

1 Qui nel manoscritto sono cinque versi cassati in guisa tale, che è impossibile leggervi ciò che vi era scritto.

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secondo gli uni, di 40 secondo gli altri. È certo però che abbiam perduto molti soldati di linea e anche alcuni cavalli.- La mancanza di soldo, il disordine e l'apparizione di una forza assai considerevole producono la dispersione della, banda.

Quattro ore di sera,

- La forza nemica di cui ho parlato di sopra sta sempre di fronte a noi, ma non osa attaccarci.

Cinque ore.

- Entriamo nel bosco di Monticchio, dove ci accampiamo, digiuni e senza pane.

Sette ore del mattino.

- Ci mettiamo in marcia per internarci nel bosco.

Mezzogiorno.

- Facciamo alto nel centro del bosco senza aver pane: la banda si scioglie.

Mezzogiorno e mezzo.

- Ci prepariamo a marciare, ma non so dove; se la direzione che prenderanno non mi anderà a genio, prenderò la via di Roma.

Tre ore della sera.

- Scena disgustosa. Crocco riunisce i suoi antichi capi di ladri e da loro i suoi antichi accoliti. Gli altri soldati sono disarmati violentemente; prendono loro in specie i fucili rigati e quelli a percussione. Alcuni soldati fuggono, altri piangono. Chiedono di servire per un pò di pane: non più soldo, dicono essi: ma questi assassini sono inesorabili. Si danno in braccio a capitani della loro tempra, e li congedano dopo un digiuno di due giorni.

Tutto ciò era concertato, ma lo si nascondeva con molta astuzia. Alcuni soldati venivano da me piangendo, mi prendevano le mani e me le baciavano dicendo: - Tornate con una piccola forza, e ci troverete sempre pronti a seguirvi. -

Per conto mio pregai Crocco a salvar questa gente, e piangendo con i soldati, per quanto era in mio potere, cercai di consolarli.

29 novembre.

Abbiamo marciato tutta la notte.

30 novembre.

Abbiamo marciato assai, e vinti dalla fatica facciamo alto...1

1 II giornale ora non contiene che appunti disordinati. Così sotto la data del 1° dicembre troviamo i seguenti l'appunti:

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Qui il giornale di Borjès ha fine. Alcuni appunti che vi si trovano, sono privi di nesso fra di loro.

12° Rocca di Cerri; 13° Colli Catena; 14° Carruzzole; 15° Rio fredo. 1° Esquiave: 21° Anone: 3° Caprecotta: 4° Tolete: 5 Preteniera: 6° Roccarasa: 7° Rocavalle scura: 8° Purca Caruse: 9° Arco di Paterno: 10° Lasactura: 11° Tagliacozzo.

In mezzo ad alcune pagine bianche trovasi la seguente lettera, probabilmente diretta al generale Clary:

«26 ottobre 1861.

Mio Generale.

È tempo che io vi dia segno di vita. L'avrei fatto innanzi, se avessi saputo come, ma non ho trovato una persona abbastanza devota in alcun luogo per affidarle l'incarico di rimettervi le mie lettere. Oggi che De Langlois mi offre mezzo di farvi giungere questa mia, profitto di tale occasione, non per darvi i lunghi e penosi ragguagli della mia spedizione, che è andata a vuoto per mancanza di una forza di 300 uomini che sostenesse la mia autorità, ma per dirvi ohe mi trovo nelle vicinanze di Melfi con Crocco, col quale conto rimanere, se egli vuole sottoporsi a me, e ammettere la necessità di un po' d'ordine, del che dubito assai.

Lo spirito delle cinque provincie da me percorse è eccellente, o per meglio dire, vi sono nove realisti sopra dieci persone. Se Crocco volesse disciplinarsi e io potessi aver un po' di danaio e cinquecento fucili, la rivoluzione

(l'affaire révolutionnairé)

sarebbe terminata, ma se quest'uomo agisce in senso contrario, nulla si può fare senza una forza di cinquecento uomini, colla quale si costringerebbero i recalcitranti a marciare. Crocco tuttavia mi promette, se me lo da, terrò la campagna; se me lo rifiuta, non ho altro partito da prendere che tornarmene a Roma, per rendervi conto della mia missione, e per esporre nel tempo stesso ciò che importa fare per riuscire.

Ieri a sei ore e un quarto siamo stati avvertiti che i nemici in numero di 150 bersaglieri venivano incontro a noi; siamo andati subito incontro ad essi; Crocco si è posto innanzi, ed io co1 miei Spagnuoli ho marciato alla retroguardia, ma allorché Crocco è stato ad una certa distanza, ha fatto una contromarcia senza avvertirmi, per il che mi sono trovato di fronte ai nemici e ad una distanza di cinquanta passi. Una viva fucilata si è impegnata immediatamente: noi siamo andati avanti, credendomi sostenuto sulla diritta, fino


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Certo è per altro che ei prese la risoluzione, che avea accennato prima della scena disgustosa della quale ei da

a venti passi dai nemici, che ci cedevano il terreno: ma vedendo che facevamo poco fuoco, si sono avanzati nuovamente fino a dieci passi da noi, e noi abbiam sostenuto l'attacco, sebbene non fossimo che venticinque uomini. Abbiamo ucciso nove bersaglieri: ma io ho avuto ferito gravemente il soldato Domenico Antonio Mistico, e il maggiore Don J. Landet, è morto al momento della ritirata. Questa perdita è irreparabile, perché un tale uomo era dotato di qualità eccezionali.

Debbo ritornare sulla nostra ritirata e sui motivi che l'hanno cagionata: mentre noi ci difendevamo con accanimento al fronte e alla dritta, una forza piemontese si è presentata alle nostre spalle. Non scorgendola, continuavamo a resistere: ma ad un tratto i nemici che erano dietro di noi ad alta voce ci ordinano di arrenderci. A questa ingiunzione caccio un grido a miei Spagnuoli e agli altri sei che trovavansi meco, e mi slancio co' miei contro il nemico fu allora che il maggior Landet colpito da due palle alla testa è morto. La cosa è stata talmente pronta che io non ho, veduto il colpo, e non ho potuto far prendere il suo fucile e le 400 piastre che aveva indosso.

Ho nella mia compagnia il fattore del signor principe di Bisignano, per nome D. Michele Capuano, il quale mi ha reso rilevantissimi servizi e desidera che il suo padrone sappia che ei si trova meco, ed io pure lo bramo.

Mettetemi ai piedi delle LL. MM, e voi, mio generale, fate conto sempre sul profondo rispetto del vostro sottoposto

Borjès.»

A questa lettera seguono moltissimi appunti di spese fatte e di requisizioni ordinate che non sono intelligibili. - È notevole però quanto segue:

Spese occorse.

A 18 febbraio. - Dato a Niccola Sansaloni per num. 32 carabinieri corrotti alla reazione per 2 piastre per ciascuno............76. 80.

Idem, per corrieri ed altri individui che componevano il partito..............................................................................34 60.

Preparativi per formare altre reazioni ......................111. 40.

Polvere conto id. 3....................................................300. 00.

Piombo id. l'3..............................................................70. 00.

armi comprate num. 30.............................................192. 00.

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pochi cenni, ma dalla quale apparisce che gli uomini di Crocco, non avendo più villaggi da saccheggiare, spogliarono gli stessi loro compagni d' arme.

Finalmente gli riesce di fuggire con 24 uomini; che farà egli? Si dirige verso gli Stati Romani; non ha più tempo di scrivere; la ritirata era una impresa più difficile della restaurazione dj Francesco II. Dinanzi a questa terribile avventura non indietreggia, ma è impossibile seguirlo; sì perdono le tracce di lui, si ignora da quali luoghi sia passato, e non lo ritroviamo che in Terra di Lavoro, quasi alla frontiera. Il 4 dicembre fu veduto nella pianura di Cinque Miglia, mentre dirigevasi a Pescasseroli. Poteva seguire due strade per raggiungere gli Stati Romani, il monte o il piano, il Valle di Roveto, o la gran via di Avezzano. Costretto dalle nevi, seguì quest'ultimo sentiero.

A due miglia di Avezzano fece un giro e prese per Cappelle e Scurgola. Dovè traversar quest'ultimo villaggio a dieci ore di sera, e passar davanti il corpo di guardia della nazionale. - Chi va là? gridò la sentinella - Buoni amici, rispose Borjès, e passò oltre senza ostacoli co' suoi uomini.

Potè anche spingersi al di là di Tagliacozzo senza essere arrestato. Sul consiglio della sua guida rispose al milite nazionale che era in fazione fuori di quella Comune:

Siamo castagnari che andiamo a Santa Maria.

Borjès si credè in salvo, dacché non era che a cinque ore di distanza dalla frontiera. Fece alto, accordando ai suoi uomini estenuati poche ore di riposo.

Mi resta a narrare la sua tragica morte. Vedemmo come per miracoli di audacia e di fortuna era riuscito

Ciberne 18...........................................................................18. 00.

Per la formazione di 400 individui a due piastre

per cadauno.......................................................................990. 00.

Spesa cibaria per dodici giorni circa 500 individui..........364. 00.

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a traversare in tutta la sua estensione il continente dell'antico regno delle Due Sicilie, in mezzo a popoli nemici, a migliaia di guardie nazionali, di guardie mobili, di carabinieri, di soldati spinti contro di lui, imboscati sul suo sentiero, che battevano i boschi, occupavano le alture, custodivano i villaggi ove era costretto a passare; tutti in piedi, coll'arme in pugno, coll'occhio attento, vigili, irritati e valorosi. Aveva in tal guisa traversato non so quante provincie, soffrendo e sfidando tutte le privazioni, dormendo la notte nella melma e nella neve: si era gettato negli Abruzzi, quasi toccava i confini, oltre i quali sarebbe stato libero sotto la paterna protezione di Pio IX. Poche ore ancora, e non avrebbe avuto nulla a temere. Fu preso e ucciso alle porte della terra promessa, nell'ultimo villaggio italiano.

Intorno alla sua cattura, abbiamo ragguagli completi in un rapporto del valoroso uffiziale che l'operò, il maggior Franchini. Ecco il documento indirizzato al generale La Marmora:

N. 450. Tagliacozzo, 9 dicembre 1861.

Alle ore 11 e Ij2 della sera dei 7, una lettera del signor sottoprefetto del circondario m' avvisò che Borjès con 22 suoi compagni a cavallo era passato da Paterno dirigendosi sopra Scurcula, ed altra, alle ore 3 e 1\2  del mattino degli 8, del signor comandante i reali carabinieri, da Cappelle mi faceva sapere che alle 8 di sera dei 7, avevano i medesimi traversato detto paese, e che tutto faceva credere avessero presa la strada per Scurcola e Santa Maria al Tufo.

Dietro tali notizie io spediva tosto una forte pattuglia comandata da un sergente verso la Scurcula colla speranza d'incontrarli, ed altra a Santa Maria comandata da un caporale per avere indizii se mai i briganti fossero colà arrivati, ma costoro prima degli avvisi ricevuti avevan di già oltrepassato Tagliacozzo e traversato chetamente Santa Maria, dirigendosi sopra la Lupa, grossa cascina del signor Mastroddi.

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Certo del passaggio dei briganti, io prendeva con me una trentina di bersaglieri, i primi che mi venivano alla prima, ed il signor luogotenente Staderini che era di picchetto; ed alle due prima di giorno, mi metteva ad inseguire i malfattori.

Giunto a Santa Maria trovava la pattuglia colà spedita, e da questa e dai contadini aveva indirizzi certi del passaggio dei briganti, ed aiutato dalla neve, dopo breve riposo, celermente prendeva le loro tracce, per alla Lupa.

Erano circa le 10 antimeridiane allorché io giunsi alla cascina Mastroddi, ma nulla mi dava indizi che essa fosse occupata dai briganti, quando una cinquantina di metri circa da quel luogo, vedo alla parte opposta fuggire un uomo armato. Mi metto alla carriera, lo raggiungo e gli chiudo la strada, i miei bersaglieri si slanciano alla corsa dietro di me; ma il malfattore, vistosi impedita la fuga, mi mette la bocca della sua carabina sul petto e scatta; manca il fuoco; lo miro alla mia volta colla pistola ed ho la medesima sorte ma non fallì un colpo sulla testa che lo stese a terra. I bersaglieri si aggruppano intorno a me ed a colpi di baionetta uccidono quanti trovano fuori (cinque): altri circondano la cascina; ma i briganti, avvisati, fanno fuoco dalle finestre e mi feriscono due bersaglieri.

S'impegna un vivo combattimento, ed i briganti si difendono accanitamente. Infine, dopo mezz'ora di fuoco, intimo loro la resa, minacciando di incendiare la casa; ostinatamente rifiutano, ed io volendo risparmiare quanto più poteva la vita ai miei bravi bersaglieri, già faceva appiccare il fuoco alla cascina, quando i briganti si arrendevano a discrezione.

Ventitré carabine, 3 sciabole, 17 cavalli, moltissime carte interessanti cadevano in mio potere, 3 bandiere tricolori colla croce di Savoia, forse per servire d'inganno, non che lo stesso generale Borjès e gli altri suoi compagni descritti nell'unito stato, che tutti traducevo meco a Tagliacozzo, assieme ai 5 morti, e che faceva fucilare alle ore 4 pomeridiane, ad esempio dei tristi che avversano il Governo del Re ed il risorgimento della nostra patria.

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Alcune guardie nazionali di Santa Maria [col loro capitano che mi avevano seguito, si portarono lodevolmente, per i quali mi riserbo a far delle proposte per ricompense al signor prefetto della provincia.

Il luogotenente signor Staderini si condusse lodevolmente, e mi secondava con intelligenza, sangue freddo e molto coraggio.

I bersaglieri tutti grandemente si distinsero.

Rimetto alla S. V. illustrissima lo stato dei candidati per le ricompense, non che tutte le carte, corrispondenze interessantissime del nominato generale Borjès e suoi compagni, persuaso che da questo il Governo potrà trarre grandissimo vantaggio.

Il maggior comandante il battaglione

FRANCHINI.

Ecco ora alcuni ragguagli intorno alla morte di Borjès. Quando fu preso alla cascina Mastroddi, non volle rendere la sua spada che a Franchini; e quando lo vide, gli disse: Bene! giovane maggiore. - I prigionieri furono legati due a due e condotti a Tagliacozzo. Durante il tragitto Borjès parlò poco e fumò delle spagnolette. Disse a varie riprese: Bella truppa i bersaglieri! Poi al luogotenente Staderini: «Andavo a dire al re Francesco II che non vi hanno che miserabili e scellerati per difenderlo, che Crocco è un sacripante e Langlois un bruto.» Manifestò anche il suo dispiacere di essere stato preso tanto vicino agli Stati romani.

Franchini fece quanto potè per ottenere delle rivelazioni. Gli Spagnuoli furono muti e conservarono un fiero contegno. «Tutte le torture non mi strapperanno una parola,» disse Borjès, al quale non si pensava di infligger veruna tortura; e aggiunse:«Ringraziate Dio che io sia partito questa mattina, un' ora troppo tardi; avrei raggiunto gli Stati romani e sarei venuto con nuove bande a smembrare il regno di Vittorio Emanuele.»

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Garantisco queste parole: resultano da un secondo rapporto inedito del maggior Franchini.

A Tagliacozzo Borjès e i suoi compagni vennero condotti in un corpo di guardia, ove dettero i loro nomi. Uno spagnuolo, Pietro Martinez, chiese inchiostro e carta, ove non scrisse che queste parole: «Noi siamo tutti rassegnati a esser fucilati: ci ritroveremo nella valle di Giosafat, pregate per noi.»

Tutti si confessarono in una cappella e dopo furono condotti sul luogo dell'esecuzione. - «L'ultima nostra ora è giunta, sclamò Borjès: muoriamo da forti.»

Abbracciò i suoi compatriotti, pregò i bersaglieri a mirar diritto, poi si mise in ginocchio co' suoi compagni e intuonò una litania in spagnuolo. Gli altri in coro gli rispondevano. Il cantico fu rotto dalle palle: dieci Spagnuoli caddero; dopo di che venne la volta dei Napoletani, fra i quali eravi un ultimo straniero, il quale prima che fosse fatto fuoco, gridò ad alta voce: «Chiedo perdono a tutti!»

Tale fu la fine di Borjès e di tutti i suoi compagni. Uno solo fra essi, Agostino Capdeville, malato, era rimasto indietro. Borjès aveagli dato sedici napoleoni prima di lasciarlo. Questo disgraziato restò nascosto ancora un mese in una grotta in Basilicata, ove la guardia nazionale lo arrestò. Le sue deposizioni confermarono pienamente quanto fin qui ho narrato. Gli Spagnuoli tutti hanno confessato che sedotti dalle menzogne de' generali e de' comitati, aveano fatto conto di trovare delle armate già raccolte, e non eransi imbattuti che in briganti fuggiaschi. Dicevano essere stati traditi dal generale Clary.

È stata censurata la fucilazione di Borjès. Vittor Hugo ha esclamato: Il Governo italiana fucila i realisti! - Ma che poteva egli fare? A qual indizio riconoscere l'uomo onesto dal brigante?

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con qual diritto giustificare l'uno degli assassinii e dei furti commessi dall'altro? Borjès era stato con Crocco in tutte le sanguinose avventure della Basilicata: d'altra parte la legge era inflessibile:

saranno fucilati tutti coloro che verranno presi colle armi alla mano.

- Questa legge era stata fatta per i banditi, dappoiché non vi ebbero che banditi in queste parodie di guerre civili. Non un Italiano di cuore, non un ufficiale del re decaduto, non un uomo a cui i capi della reazione avrebber voluto stringer la mano erasi unito alle bande di Crocco e di Mittica. A che era dunque venuto fare Borjès, spagnuolo, in mezzo a queste ignobili scene di sangue? Dovevasi usargli indulgenza perché Spagnuolo?

I Napoletani avrebbero declamato contro questa ingiustizia. Tanto è vero ciò, che quando in appresso, sulla preghiera del principe di Scilla, il generale La Marmora consentì a che il corpo di Borjès fosse disumato per trasportarlo a Roma, non vi ebbe che un gride di indignazione in tutti i villaggi delle frontiere. Un nuvolo di proteste partì per Caserta, per Napoli e per Torino. L'implacabile rancore delle popolazioni non fa più distinzione: legittimismo per esse vale brigantaggio.

La mancanza di successo e la splendida testimonianza di Borjès addimostrano che io posso qui porre termine al mio lavoro. Dopo la morte dello Spagnuolo la banda di Crocco si disperse: il suo celebre capo non pensa che a porre in salvo il suo danaro e sé medesimo in qualche luogo. Dopo aver indarno tentato di unirsi a Cipriano della Gala, ricomparve nelle alture di San Martino nella provincia di Avellino. Una brillante spedizione diretta dal generale Franzini lo mise in fuga. Fu veduto un giorno sulle coste della Terra di Lavoro al disopra del Volturno: da quell'epoca se ne persero le tracce. Forse è giunto sano e salvo al Quirinale, o chi lo sa? al Vaticano.

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Alle frontiere romane l'intervento de' Francesi ha reso il brigantaggio impossibile. Una nuova frotta di legittimisti schiacciata nel suo germe ad Alatri ha provato l'impotenza e la miseria di questo morente partito. Un altro tentativo abortito a Castellamare in Sicilia null'altro ha fatto che rianimare in quell'isola, che avea cominciato il fuoco, gli antichi odii contro i Borboni, e la fede nella causa nazionale.

Mentre io scrivo, vi hanno ancora alcune bande nel Gargano e in Capitanata, sulle coste dell'Adriatico, vicina allo sprone dello stivale. Non meritano qui neppur menzione. Lo Zambro, TurriTurri, il Muratori, Codipietro sono già dimenticati, forse morti. Tutto il resto del regno è tranquillo. Il generale La Marmora, prefetto di Napoli e comandante il 6° corpo d'armata, si fa amare per pregi tutti piemontesi. Pieno di riserva e di buon senso, attivissimo senza parerlo, vigile e rigoroso al bisogno, senza dirlo, tiene Napoli in sua mano e non se ne vanta. Egli solo in Italia poteva riuscire dopo il brillante vincitore di Castelfidardo e di Gaeta.

Il generale La Marmora ha avuto l'audacia di compire il grande atto innanzi al quale avevano esitato tutte le luogotenenze: ha ordinato la leva di 36 mila uomini; e la leva si è fatta quasi ovunque senza opposizione, ma con entusiasmo. Per la prima volta da che Napoli è Napoli vedemmo i coscritti accorrere sotto le bandiere al grido di

Viva il Re!

E' quando ricordiamo ciò che era l'Italia alla fine del 1860, con Francesco II a Gaeta, organizzato e in forze il brigantaggio negli Abruzzi, ancora soggette al Borbone Civitella del Tronto e Messina; tre armate sulle braccia, quella di Francesco II, quella di Garibaldi, quella di Vittorio Emanuele, in rivoluzione il paese, esauste le finanze, destituito di autorità il potere, incerta la Francia, minacciosa l'Austria, furente il papa;

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e quando consideriamo che, procedendo diretto per la sua via, in mezzo a mille ostacoli, il Governo italiano non ha solamente sfidato le folgori del Vaticano, le rappresaglie austriache, superato le esitanze delle Tuileriesv raffrenate le impazienze della rivoluzione, conquistato Gaeta e Messina, distrutto Francesco II, posto da banda Garibaldi, battuto costantemente il brigantaggio ognora rinascente, ma ha ancora affrontato tutti i malcontenti e le resistenze del municipalismo napoletano, ostinandosi nella sua idea di annessione immediata e di assimilazione ad ogni costo; ha avuto maggior cura di quest'opera ne' momenti più difficili e più disastrosi; vi ha compromesso la fama di tre uomini ragguardevoli, Farini, Nigra e San Martino, e più ancora la gloria del conte di Cavour; senza distrarsi un momento, senza deviare di un passo da questa idea fissa; si è reso impopolare quasi per diletto, togliendo ai Napoletani la loro autonomia briciola per briciola, e non solamente la loro autonomia, ma anche ogni egemonia sulle provincie meridionali, ristringendo l'autorità di una capitale di 500 mila anime in una provincia di poche leghe; sopprimendo infine la luogotenenza quando appunto ai cittadini era per divenire gradita, in grazia del generale Cialdini; e che infine a malgrado di questi errori, forse necessaria, fors'anco volontarii, ogni giorno egli si è ravvicinato al suo scopo invariabile, con miracolosi successi, senza turbolenze, senza scosse, senza che avvenissero moti nelle strade della città, a malgrado del brigantaggio sulle montagne e nelle foreste, senza innalzare una sola baionetta, a malgrado dell'opposizione violenta de' borbonici, de' garibaldini, e de' mazziniani, a malgrado le libere parole pronunziate alla Camera e la licenza estrema della stampa; che infine egli ha compiuto la leva nel peggior momento, dopo la soppressione della luogotenenza, durante una recrudescenza del brigantaggio,

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e che questa leva si è operata quasi ovunque al suono di allegre fanfare, e i coscritti si sono presentati a folla sotto quelle bandiere che forse alla prossima primavera saranno crivellate dalle palle; quando consideriamo tutto questo, siamo pur costretti a riconoscere che Dio lo vuole, e che l'Italia ha la sua stella.

Marco Monnier.

Napoli, febbraio 1862.



RdS - 23 dicembre 2008 - http://www.eleaml.org/












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