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I 450 deputati del presente e i deputati dell'avvenire per una società di egregi uomini politici, letterati e giornalisti diretta da Cletto Arrighi – 1865, Milano-Napoli


Proponiamo agli amici naviganti alcuni profili di parlamentari eletti nel parlamento nazionale dopo l'unità d'Italia. Qua è là già si intravvedono alcune frasi che cominciano a distinguere il tipo meridionale dal tipo centro-settentrionale. I nemici della libertà (i briganti!) imperversano nelle regioni dell'ex-Regno delle Due Sicilie e minano le fondamenta del nuovo stato: la damnatio memoriae deve iniziare il suo sporco lavoro.

Altro elemento d'interesse è il fatto che tutti i parlamentari meridionali sono ex-oppositori del governo borbonico. Gli emissari del Cavour avevano introdotto un buon metodo di lavoro: inviare a Torino una classe politica assolutamente malleabile e pronta a digerire ogni nequizia in nome della patria una!

Buona lettura e tornate a trovarci.


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PASQUALE STANISLAO MANCINI UBALDINO PERUZZI
FRANCESCO DE SANCTIS AGOSTINO DEPRETIS
FRANCESCO MAROLDA-PETILLI GIUSEPPE GARIBALDI
GENNARO DI SAN DONATO VINCENZO SALTONI
CARLO DE CESARE LUIGI TORNIELLI
GENNARO DE FILIPPO CESARE CORRENTI
GIUSEPPE PICA CARLO GORINI

PASQUALE STANISLAO MANCINI

La prima volta che ci fu dato udire il Mancini in Parlamento, memori di quella frase del Petruccelli che lo chiama l’oratore:

«...più monotono per dispiacenza di voce»

Restammo colpiti dall'ingiustizia di un tale appunto. È vero però che forse il Mancini non era mai stato tanto ispirato. Parlava in favore del­l’abolizione della pena di morte.

E giacché gli è un pezzo che non si cita il Petruccelli, non possiamo a meno in questo caso di cavarne il brano che riguarda l'onorevole personaggio, presentato in questo punto ai lettori, e allora ministro dell'istruzione pubblica.

La critica petruccelliana servirà a far risaltare più vivamente ogni lato di questa interessante biografia:

«Egli ha toccato infine la meta per cui aveva tanto fatto, tutto fatto per arrivare. Egli è ministro. Che il portafogli gli sia leggero. Mancini è una parola di gomma elastica; una parola fatta uomo, flessibile, profusa, incolore, dicendo tutto, non dicendo niente, buona alla prosa come al verso, buona a tutto, giustificante tutto. Ora Mancini è ministro d'istruzion pubblica, ma sarebbe domani con la stessa imperturbabilità, colla stessa capacità ministro della guerra o della marina, e tutto ciò che volete. E una stoffa di cui lascia fare a volontà un mantello o un berretto, purché qualche cosa se ne faccia. Mancini non sa nulla, ma comprende tutto, e se non lo comprende vi fa persuaso che l'abbia compreso e ve ne parla per due ore. Mancini è entrato a far parte in un gabinetto che non da indizii di vita; cadranno tutti sul sedere; Mancini solo sui suoi piedi. E' non far nulla, eccetto qualche cosa per il signor Oliva e per gli olivi che gli spargono la via di fiori, ma niuno avrà tanto detto di fare, di voler fare, di poter fare, di saper fare, di avere a fare e di tutte le combinazioni possibili che potete trovare a questo verbo magico, eccetto il preterito passato ho fatto! Mancini con un po' di pratica diventerà il tipo dei ministri parlamentari, vale a dire dei ministri minchionatori. Il no nella sua bocca sarà una parola introvabile, impossibile a proferirsi. Sta fresco però chi si addorme sul suo sì, accompagnato e preceduto da un franco sorriso e cementato da una generosa stretta di mano. Che volete? Sono le miserie del mestiere.

«La grande arte di un ministro costituzionale è quella di saper scacciare le mosche. Ora sfido chi mi trovi qualche cosa di più gaio, di più leggero, di più mobile, di più variopinto che Mancini, per tenere a distanza per un momento questi insetti petulanti. Uomo d'ingegno, pronto e vivace, di parola facile, di coscienza larga, di carattere compagnevole e non egoista, onesto e' liberale, vano ma non puerile, anzi modesto nella sua vanità, sibarita di buona compagnia, senza fiele e senza rancori, più studioso di parere che di essere; più credulo che cospiratore; abbindolato dai consorti, ma di costoro per ogni verso ripugnante ed in tutto superiore; fresco e roseo come una pasqua, inannellato il crine come un cherubino di villaggio, tale è il commendatore

Mancini, fra non guari conte del regno d'Italia. A Mancini mancano due cose per essere ministro: la tempra forte e la pratica; questa l'avrà presto; quella non mai. Sarà dunque un ministro ad uso del Parlamento ma non mai un ministro».

E tale fu infatti nel breve tratto di tempo che tenne il portafogli; che fra tutti i ministri d'istruzione pubblica del regno d'Italia il solo di cui non si parli mai né in bene né in male, come se. non fosse mai stato al potere, è appunto il Mancini.

Il Mancini è nativo di Castel Baronia, ma ha dimora in Napoli. Nella patria di Filangeri, di Vico, di Genovesi e del Giannone, il Mancini pose sin da giovinetto amore particolare alle discipline giuridiche ed economiche, non trascurando la letteratura che è per così dire il condimento d'ogni sapere. Le sue prime armi ei fece nelle Ore solitàrie, giornale che egli fondò a Napoli parecchi anni prima del 48 e che lo mise in relazione coi più distinti scrittori di quell'epoca; finché laureato in diritto cominciò a dar lezioni pubbliche, alle quali accorreva la gioventù napoletana come sempre avidissima di imparare ed entusiasta per chi sappia mostrar dell'ingegno. Ai successi della cattedra s'aggiunsero quelli del foro e gli applausi riscossi nei congressi degli scienziati che erano venuti di moda in Italia.

L'ora preparata ed affrettata coll'opera di tutti i migliori parve venuta nel 1848. Nella breve storia costituzionale di Napoli il Mancini ha delle pagine molto onorevoli. Compito il nefando spergiuro, anche il Mancini fu cercato dal Borbone, ma trovò scampo sotto la protezione della bandiera inglese. Esule riparò in Piemonte, dov'era già conosciuto mercé i vincoli di reciproca stima ond'era legato con varii de’ più distinti patrioti. In Torino consacrò la sua prodigiosa attività all'avvocatura, nella quale senza tante parole lo si* può dire sommo: scienza a profluvio; nerbo di logica; perizia di affari; fertilità di espedienti a lui non mancano certo. Si racconta, che una volta presentatosi dinanzi ai giudici a improvvisare una difesa, per uno strano scambio di idee, pigliasse le parli dell'avversario invece di quelle del suo cliente; accortosi a mezza strada esclamò: Questa arringa vi farebbe l'avvocato del mio avversario; ma a lui io rispondo...E qui si mise a ribattere trionfalmente le sue stesse ragioni. Le cause civili del Mancini mandale alle stampe formano autorità nelle scuole di diritto, e le sue polemiche economiche saranno certamente ricordate dalla storia della scienza.

Ma le troppe occupazioni distolsero il Mancini dal dedicarsi interamente ad essa; e la cattedra di diritto internazionale istituitasi a Torino e a lui affidata non è paga del fatto suo. Gli amici del Mancini dicono ch'ei poteva essere il Grozio del nostro tempo e superarlo di quanto i principii dell'era nuova superano i sofismi giuridici dell'età passata. Le conquiste testé fatte dal diritto internazionale nei gabinetti, nei protocolli, nella diplomazia furono da, molti anni in travedutici Mancini, il quale pose a fondamento di quelle la nazionalità e seppe trarre da essa lo scioglimento d'ogni più intricato problema dello jure gentium.

Nel periodo non molto felice della luogotenenza napoletana, il Mancini fu messo a capo del dicastero degli affari ecclesiastici, e mostrò, a dir vero, molta abilità; ma lasciò poca traccia di sé.

Il maggior trionfo del Mancini in Parlamento fu per l'abolizione della pena di morte. Là si rivelò più che mai uomo di cuore; e uomo di cuore si mostrò nella solenne adunanza tenuta dai membri della Commissione milanese, presieduta dal conte Renato Borromeo, allorché egli, non ricco e carico di famiglia, propose di fondare un premio di 500 franchi a chi sapesse scrivere una Memoria di osservazioni pratiche e statistiche in favore di quel grande principio, e volle sostener egli stesso la spesa del premio.

Spesso parlò il Mancini in Parlamento: Sui beni de' preti; dell'istruzione pubblica; sulla Polonin; sull'emigrazione italiana; sull'arresto Delafield; sulla tassa per la ricchezza mobile; sulla leva; sulle manimorte; sulle industrie private; sulla cessione di Nizza; sul codice per l'Emilia; sul prestito, ecc, ecc. Ma il più splendido ed efficace suo discorso fu contro la pena di morte. Di lui, in quell'occasione così dice il corrispondente della Perseveranza:

«La tornata di quest'oggi l'ha occupata il Mancini tutta. Aveva naturalmente tante cose a dire sopra una questione in cui se n'è dette tante, e le ha dette tutte. Discorrere così a lungo non si può, senza che in alcuni nasca il desiderio, che tal cosa o tal altra fosse messa da parte; e che si fosse fatta maggiore scelta d'argomenti e di esempi. E certo né all'oratore, né al soggetto nuoce il riassumere e il concentrare. Ma il Mancini è uomo dotto, che ha letto molto e ricorda molto, ed è ingegno analitico. Perciò va di reminiscenza in reminiscenza, e di raziocinio in raziocinio. Non ostante questa magagna della prolissità e dei difetti dai quali deriva, l'importanza del soggetto e la copia delle ragioni hanno fatto che il discorso del Mancini sia stato ascoltato sino alla fine ed applaudito anche quando fu finito. Ha fatta molta impressione sopratutto quella parte del suo discorso, dove ha mostrato come in Toscana, non ostante la varietà della legislazione sulla pena di morte, che v'è stata due volte abolita e due ripristinata, il numero dei delitti capitali v'è rimasto sempre il medesimo. Che, certo, è una gran prova per abolirla; giacché la pena di morte non può difendersi, se non si dimostra, con grande evidenza, che molti delitti non possono impedirsi che colla sola sua minaccia. Mancini ha anche dimostrata falsa una cotale statistica di delitti in Toscana, compilata molto confusamente, e comunicata dal governo nostro all'inglese, che gliela aveva chiesta, per mezzo del suo ministro qui, per uso d'una commissione parlamentare».

Mancini citò in quella sua arringa:

«...i grandi scrittori che discussero su questa tesi la pena di morte ricorda specialmente il venerando Carmignani, il quale, dopo avere per molti anni sostenuto la legittimità della pena di morte, al termine della sua vita dichiarò solennemente di essersi ingannato.

«Certo 1'opinione sulla legittimità è sostenuta ancora da autorevoli scrittori; ma ciò non prova altro che c'è ancora un gran dubbio. Ora nel dubbio, come si può ancora uccidere?

Come si può adoperare ancora la pena di morte, se non siete sicuri della sua legittimità?

«L'oratore dice che la sola esistenza di questo terribile dubbio dev'essere il più potente argomento per la abolizione. Che se si vuoi ancora attendere un momento opportuno, se 8Ì vuoi continuare a dubitare, qualora dopo qualche anno siate convinti doversi abolire la pena di morte, potrete voi ridare 1» vita alle vittime del vostro indugio?»

L'oratore si riserva in seguito:

«...a confutare le ragioni di coloro che vorrebbero attendere l'attuazione di altre riforme; ma se c'è una quistione in cui è pericoloso il ritardo, non si può indugiare su questo.

«Eliminata così la quistione della opportunità, rimane la questione della necessità.

«Riferendosi alle stesse parole dell'illustre Pellegrino Rossi citate dall'onorevole Massari dimostra come il grande uomo di Stato non ammettesse questo mezzo di giustizia estrema la pena di morte se non pel caso che ne potesse essere provata l'assoluta necessità. Ciò prova secondo l'oratore quanta differenza passi da questa opinione alla glorificazione del patibolo.

«Ad ogni modo egli disse dopo 36 anni di studi e di progresso, se l'illustre Pellegrino Rossi si trovasse a sedere in questo Parlamento, voterebbe per 1'abolizione della pena di morte.

L'oratore conchiude sostenendo che:

«...la pena di morte non è riuscita a produrre gli effetti che ne speravano i suoi difensori. Lesse a questo proposito un brano di un illustre scrittore inglese, il quale dice che, non essendosi ottenuto dalla pena di morte gli effetti sperati, era desiderabile che si tentasse il mezzo opposto, quello della dolcezza e dell'indulgenza.

«Perché l'esperienza non ci ha ancora abbastanza dimostrato che la società umana possa sussistere senza sanguinose repressioni, non si può dire che ciò non possa avvenire. Ma non è vero che l'esperienza non sia stata fatta in luoghi e tempi diversi, e non sia sempre riuscita favorevole al sistema della mitezza delle pene.

«Le vecchie leggi inglesi comprendevano a centinaia i casi, in cui era comminata la pena di morte. Tolto questo lusso di patiboli, i reati non moltiplicarono punto, se anche non erano più puniti coll’estremo supplizio. Ciò provi che, se le condizioni della sicurezza pubblica hanno presso di noi a migliorare, non lo dovremo certamente alle forche, ma ai benefici della civiltà.

«Frattanto nel Parlamento inglese, una Commissione sta occupandosi della abolizione assoluta della pena di morte; e lo stesso John Russel, nella prefazione alla recente edizione della sua Storia della Costituzione inglese, si dichiara apertamente partigiano dell'abolizione di questa inutile crudeltà.

«Anche le statistiche giudiziarie francesi dimostrano, colla eloquenza delle loro cifre, la inefficacia di questa pena.

«I reati, puniti di morte, prima del 1832, anno nel quale per questi reati medesimi fu abolita la pena di morte, non crebbero di numero dopo quel tempo, sebbene più mitemente puniti. Bando adunque al vano timore che i reati per effetto di questa abolizione abbiano a moltiplicarsi.

«In Toscana, la abolizione della pena di morte era consacrata di diritto sin dal 1786, sebbene due anni dopo venisse ripristinata.

«Ma non si creda che sia stata ristabilita perché i reati già colpiti da quella pena fossero aumentati.

«Finalmente la pena di morte è abolita nella repubblica <ii Amburgo, nel regno di Westfalia, ed in altri Stati della Germania e della Svizzera, e persino in qualche territorio americano, senza che sia avvenuto alcun aumento nel numero dei reati già designati per lo estremo supplizio.

«Anche poi in alcuni paesi, dove il patibolo non è soppresso di diritto, di rado però avviene che lo si erga. Serva d'esempio la Prussia.

«La pena di morte poi è a mille doppii più facile abolirla in uno stato grande, che in uno piccolo.

«In Portogallo, sino dal 1839, è abolita di fatto, sia per reati comuni, come pei militari; e si aspetta che lo sia in breve anche di diritto.

«Di fronte a questi precedenti, potremo noi ancora esitare? 0 vorremmo che la Francia ci abbia preceduto in questa riforma, per mostrare come senza di essa noi non sappiamo muover passo?»

Indi riducendo lo sguardo alla nostra penisola, prosegue:

«Ma veniamo finalmente all'Italia, al suo grado attuale di civiltà, allo stato della sua pubblica opinione. Or bene, abbiamo in Toscana un periodo non minore di 80 anni di esperienza, che grida a favore dell'abolizione del carnefice.

«Nessuno oserà credere che fra la civiltà della Toscana, e quella delle provincie sorelle, esista un abisso tale, da render pericolosa questa abolizione. In Toscana, però nel 1790, la pena di morte venne ristabilita pei delitti politici, e più tardi anche per l'omicidio premeditato.

e L'avversione al patibolo però, e la credenza della sua iniquità o superfluità, era così generale, persino nelle classi più colte, che la giurisprudenza vi aggiunse: freddamente premeditato; donde avvenne che neppure una volta fuvvi bisogno del carnefice, perché se anche vi furono condanne, non si fecero mai esecuzioni.

«Finalmente nel 1847 la pena di morte fu cancellata dal Codice. Ciò si fece in occasione che il piccolo ducato di Lucca passò a formar parte della Toscana. Abituati a questo spettacolo, e credenti nella sua salutare efficacia, a Lucca si accolse freddamente questa riforma, alla quale però si rese il debito onore dopo qualche anno di felice esperienza.

«Nel periodo dal 1852 al 1859, durante il quale questa pena venne ristabilita, una sol volta si presentò il caso di metterla ad esecuzione; ma la resistenza della opinione pubblica fu tale che il Sovrano dovette in grazia commutare al condannato la pena. Ebbene; cosa avvenne attraverso queste fasi così svariate della legislazione toscana?

«Vigente la pena di morte; i crimini minacciati da essa, crebbero invece di diminuire, e viceversa scemarono in luogo di moltiplicarsi quando questa pena fu tolta. Io deploro altamente a questo proposito che dal '59 ad oggi le statistiche ufficiali giudiziarie per la Toscana facciano difetto.

«Questa lacuna io non so spiegarmela, dacché nel bilancio sta iscritta una spesa, credo di lire 8 mila, per la compilazione di queste statistiche. Io però non ho mancato privatamente di far ricerca presso alcuni magistrati della Toscana di dati che son disposto a deporre sul banco della presidenza.

«Or bene, dai dati per me raccolti risulta che in Toscana, non sono niente più numerosi che altrove i reati che nel primo paese si puniscono coi lavori forzati, e altrove coll'estremo supplizio.

«Ho sottocchio però un preteso quadro dei reati avvenuti nella Toscana nel 1864. Questo quadro se non è compilato con malignità, lo è certamente con sorprendente ignoranza.

«Questo quadro venne presentato alla Camera dal Governo; laonde io deggio domandare su esso qualche spiegazione all'onorevole ministro della giustizia, che mi saprà dire a quali fonti furono attinte le cifre di queste tabelle, é con qual metodo raccolte.

«Io vedo che gli omicidi furono calcolati in complesso senza alcuna distinzione.

«E nei suicidii, per esempio, trovo compresi anche i casi di morte accidentale. Io respingo pertanto questa abborracciatura senza autorità. Mi duole però che sia stato comunicato dal nostro governo ad un governo estero a documento della moralità e della civiltà della Toscana.

«Ciò risulta da una lettera che non più tardi di questa mattina ho ricevuto dall'illustre Mittermayer.

«L'oratore prosegue dicendo che l'esperienza fatta dalla Toscana deve essere una esperienza decisiva anche per l'Italia. Del resto il governo ha già dichiarato di non respingere in massima 1* abolizione della pena di morte.

«II governo però ha domandato una specie di proroga a questa riforma. Ma ciò non toglie che esso non abbia dimostrato anche con questo solo che non crede alle barbarie della Toscana, come non credo io che un paese, culla di una civiltà anteriore alla romana, sia oggi addietro della rimanente Europa. Il patibolo adunque deve perire».

Qui oltre all'ingegno, c'è un nobil cuore.

La liberalità del Mancini è proverbiale. Mancini ha, come si dice, le mani bucate, e se avesse i tesori dell'Australia, egli è tale che saprebbe darvi fondo. Si racconta una storiella di quand'era ministro in cui mostrò come in certe strettezze giovi l'astuzia e la diplomazia.

Nel nuovo Parlamento il Mancini sarà uno dei capi dell'opposizione moderata.

Firenze, 22 maggio.



FRANCESCO De-Sanctis

Francesco De-Sanctis nato in Lettomanoppello, studiata a Napoli la giurisprudenza, vi ottenne la laurea d'avvocato.

Fornito di talento e di cuore, ei portò seco da Napoli nel suo paese fama di perito legista, di liberale sincero.

Tanto bastò per essere classificato dalla Polizia borbonica come attendibile; per cui, nell'esercizio di sua professione mille inciampi e forti ostacoli d'allora in poi gli si pararono innanzi, sicché dopo una viva lotta ei fu ridotto al silenzio.

Fin dai primi anni il De-Sanctis si die con solerzia ed annegazione a cooperare pel trionfo della libertà; lo troviamo infatti membro della Propaganda, e complice nella cospirazione che causò la pena di morte a Cesare Rossarelli. Partecipò ai moti di Pescara nel 1837, a quelli di Aquila nel 1841, e nel 1848 fu chiamato dal voto popolare al comando provvisorio della milizia cittadina, contribuendo molto colla sua fermezza a domare le reazioni ordite dalla camarilla di Corte.

Dopo il 1848 fu processato due volte, ma per deficienza di prove non venne condannato. Nel 1853 il colonnello del 1.° reggimento di fanteria di linea G. Pianel, ora luogotenente generale dell'esercito italiano, denunciava una vasta cospirazione, nella quale il De-Sanctis rappresentava non piccola parte; però seppe così bene schermirsi da uscirne illeso, anzi ebbe il coraggio di presentarsi in Pescara come difensore degl'imputati.

Quella causa che durò poco meno di tre anni, ebbe un esito tanto felice quanto inaspettato. La Commissione militare, nonostante la pressione del governo che volea condannato nel capo almeno il Clemente De-Cesaris, pronunciò il non consta, con giubilo e sorpresa di quattro provincie, giacché è da sapersi che quel processo tendeva a colpire i tre Abruzzi e la limitrofa provincia di Molise.

La Polizia, che volle attribuire unicamente alla splendida e brillante difesa del De-Sanctis quello smacco toccatole, raddoppiò le sue sevizie contro di lui.

Tutte le cause politiche da questo egregio patriota trattate, non gli fruttarono veruna ricompensa; ma egli era pago della soddisfazione di difendere i suoi fratelli; anzi, cogli operai bisognosi condannali correzionalmente, ei fu sempre largo di soccorsi pecuniarì.

Il congresso di Parigi ridestò le speranze sopite; e il De-Sanctis die mano tosto a riannodare le corrispondenze rivoluzionarie; fu perciò imprigionato e mandato a domicilio coatto prima a Caramanico poscia a Tollo.

Dopo quattro anni di vessazioni tornò in Chieti; era stata promulgata la costituzione del 1860.

Oramai è conosciuta la ridicola commedia di quella effimera costituzione; quindi ci limitiamo a dire che in Chieti, come nei vicini Abruzzi, alla regale concessione si rispose colla rivoluzione.

Il 7 settembre, la forma di governo era già mutata; la dinastia dei Borboni avea cessalo di dominare nella parte orientale e meridionale del Napoletano; il De-Sanctis, uno dei capi del movimento, era in quei giorni al comando della milizia cittadina.

Modesto quanto disinteressato, rifiutò la carica di prodittatore che gli era offerta; accertò invece la nomina di presidente della Società patrio li ca e di quella degli operai. Gradì il posto di maggiore dell'unico battaglione della guardia nazionale di Chieti, a capo della quale si distinse nel combattere il brigantaggio, per cui fu decoralo della croce dei santi Maurizio e Lazzaro.

Stimato dai suoi concittadini per le sue virtù e pel suo amor di patria, fu in grado di vincere nella lotta elettorale il Pisanelli, pel potente appoggio che gli prestò il circondario di Chieti.

Ei siede alla sinistra, colla quale costantemente votò; ma non è a confondersi con quei piccoli astri minori che obbediscono e seguono le fasi e le evoluzioni dei maggiori pianeti; non è nemmeno un radicale, e come vuoisi dire, un dottrinario rosso; il suo voto non subisce alcuna influenza, come non è T espressione di un preconcetto sistema.

Il De-Sanctis gode fama di facondo oratore, dallo siile spigliato, dalla elegante maniera di porgere; ci sorprese perciò il suo costante silenzio in tulle le quistioni che si agitarono alla Camera. Vogliamo augurarci che nella ventura legislatura egli, rompendo il ghiaccio di una incomprensibile...modestia, faccia sentire nel Parlamento quella voce che tante volle tuonò in difesa di tanti martiri della libertà.

Milano, 12 luglio.


UBALDINO PERUZZI

Bisogna dire assolutamente che l'appellativo di volpe sia ben appropriato all'ex ministro dei lavori pubblici e dell'interno, se a noi è capitato di trovarlo usato da sei o sette che scrissero di lui.

Comunque sia, se la virtù della volpe è l'astuzia, noi non sappiamo in qual modo egli si sia meritato quel titolo, dal momento che fruiti dell'astuzia egli ne seppe mostrare assai pochi. Per quanto si voglia essere indulgenti verso di lui, è impossibile dissimulare che, come ministro dei lavori pubblici, ei sia stato fra i più inetti, e come ministro dell'interno fra i più sfortunati? «Fiasco su tutta la linea! esclama Petruccelli, parlando di lui Egli ha completamente fallito; ha sciupato i danari dello Stato con una prodigalità furiosa, e giammai ministro produsse risultati più meschini. Tutte le compagnie colle quali trattò a delle condizioni ruinose, gli si sono spezzale fra le mani. La parola infedeltà ha ulcerato, a torto forse, il suo segretario generale; e la sconfidenza nel successo accompagna ora qualunque progetto».

Noi crediamo che l'astuzia del Peruzzi non consista in altro che nel saper metter ganci dovunque, e in questo gli è assidua e fedele collaboratrice la consorte Emilia Toscanelli, sorella del frate terziario, framassone, deputato. La forza del Peruzzi sta dunque nel crearsi molti amici e nel tenerseli tali per mezzo delle conversazioni e della corrispondenza letteraria della signora Emilia; la quale si sa che in cuor suo la pensa come il frate fratello, ma transige colle opinioni altrui, purché l'aura spiri amica intorno a suo marito.

La biografia del Peruzzi è conosciuta; la sua famiglia è tra le più nobili della città, che per sua iniziativa divenne capitale provvisoria. Da giovine lo chiamavano a Firenze il nobile signorino; e suo zio, che era stato ministro del granduca, lo avea fatto nominare ciambellano, e nel 48 gonfaloniere.

In tale qualità aveva dato una mano a Ricasoli nella famosa restaurazione del granduca, avvenuta la quale nel modo che tutti sanno, egli aveva però data la dimissione.

Dal 48 al 59 però sir Ubaldino non era stato colle mani alla cintola, che ebbe la nomina di direttore delle strade ferrate livornesi con molta soddisfazione degli azionisti.

Sullo scorcio del 1857 formossi a Firenze una società editrice, che aveva per iscopo di eludere la legge, che proibiva la pubblicazione di giornali  politici collo stampare opuscoli che ne avessero la essenza, che trattassero di cose attinenti alla libertà e alla indipendenza del paese. Erano caporioni di questa società il Ridolfi, il Ricasoli, il Peruzzi, il Cempini e il Bianchi, tutta gente più o meno vincolata ai principii del 12 aprile, come quelli che avevano fatto parte di quel governo provvisorio che ne era stato 1'emanazione. Quella società editrice chiamavasi della Biblioteca civile dell'Italiano e rappresentava il partito dei conservatori toscani che sprezzanti o piuttosto ignari dell'idea d'un'Italia una, aspiravano a una modesta libertà sotto i Lorena, contenti di tenersi la loro piccola autonomia. Infatti il primo opuscolo consigliato dal Peruzzi ai suoi amici fu un'apologia delle leggi leopoldine, le quali costituivano ai Lorenesi un titolo di benemerenza presso i Toscani; apologia che forse doveva servire a non destar sospetto nella censura, ma che contribuiva certamente a ristabilire il credilo del principe straniero, e a screditare il concetto dell'unità d'Italia.

Che Ubaldino Peruzzi fosse allora uno dei più accaniti autonomisti, non abbisognano prove. Fra i nomi di quelli che esortavano, pregavano, scongiuravano il granduca e il Baldasseroni a salvar la dinastia e a non lasciare che la Toscana fosse confusa col resto della penisola, si legge il suo nome. Di questa storia esiste una lettera di lui, datata dal 26 aprile, che non gli fa certo un bell'onore. Questa lettera è in tutto paragonabile a quelle che i fautori di Massimiliano gli scrivevano perché facesse sua la Lombardia. E l'esito non rispose né a quello, né a questi. Eppure i così detti massimilianisti lombardi furono vilipesi e disprezzali; il Peruzzi diventò ministro di quell'Italia a cui non aveva mai voluto credere. Così è la giustizia umana.

Il municipio di Firenze, appena il granduca ebbe abbandonato il territorio toscano, nominò un governo provvisorio che riusci composto da Peruzzi, Malenchini e Danzini. Il Rubieri, avversario politico del Peruzzi, come triumviro così lo dipinge:

«II Peruzzi era certamente fornito di tutta la politica prudenza, e perspicacia amministrativa che avrebbe potuto avviar li Toscana verso quel riordinamento d'interna libertà costituzionale, verse quel grado di civile progresso e anche verso quel fine d'indipendenza nazionale d* onde avealo miseramente dilungato il precedente governo. Ma in lui, temprato ai gretti principii di quel politico consorzio a cui aveva appartenuto, non poteva trasfondersi quel popolare spirito oramai infervorato da un vasto, sublime, ardimentoso intento di nazionale rigenerazione.»

Al Peruzzi, da' suoi due compagni, fu lasciata tutta la cura degli affari esteri e interni; e chi volesse aver cognizione degli errori da lui commessi nel breve periodo del suo governo non avrebbe che a leggere attentamente e a criticare gli altri che si trovano raccolti nel Monitore toscano di quell'epoca. Una prova del resto della poca importanza di quest'uomo sta in ciò: che quando venne il momento di cedere il luogo ad altro governo di più stabile indole, il Peruzzi fu lasciato fuori, mentre il suo collega Malenchini restò alla guerra e il Bianchi al segretariato generale.

Fu poi mandato a Parigi dal Ricasoli in missione più o meno diplomatica, in cui la sua signora vuoisi avesse una parte importantissima. Chi fosse vago di aneddoti piccanti può andare in traccia di quello che si racconta sul loro soggiorno a Parigi.

Ma vediamolo al ministero del regno d'Italia.

La caratteristica del Peruzzi come ministro è di essere nemico di Rattazzi, e di attraversare ogni tentativo di riconciliazione fra questi e il barone Ricasoli. Questo innanzi tutto; gli affari d'Ilalia dopo. Il suo odio al Raltazzi e al suo partito egli lo sprizzò intero in un certo discorso pronunciato alla Camera sullo scorcio del giugno 1862, quando si trattò di dar un voto di fiducia al ministero del suo avversario. In quel discorso egli si rivelò uomo di passione più di quello che convenga a un diplomatico, e mostrò che le sue accuse al piemontesismo non gli erano dettate dall'amore d'Italia e dal desiderio del meglio, ma dalla sfrenala ambizione di portafoglio; il trasporto della capitale fu la sola cosa buona che sia stata prodotta da quell'antagonismo..

Il Peruzzi fu uno dei capri espiatori della Convenzione del 45 settembre.

Il Diritto lo tinse, alla lettera, di sangue; secondo quel giornale, che in que' giorni pareva briaco, Peruzzi per poco non ficcossi, travestito da carabiniere, nella folla a regalar coltellate a' Torinesi. Quel misterioso personaggio che, tra le tenebre del palazzo del Ministero dell'interno, mentre inferociva la zuffa nella sottostante piazza, pacificamente fumava il sigaro, fu detto esser Peruzzi. Ma chi tien conto delle stramberie dettate dalla passione, dal trambusto, dall'odio, dalla paura? Di queste colpe onde lo accusarono gli anticonvenzionalisti, egli è ora completamente assolto.

Torino, 17 luglio.


FRANCESCO MAROLDA-PETILLI

È degli ultimi arrivati, e siede alla sinistra. Democratico per eccellenza; di carattere fermo fino alla caparbietà. Finora non ebbe a fare con ministri, né con camarille; ma pure egli è voglioso di far conoscenze, non tanto per mira di interesse, quanto perché, nell'allargare la cerchia delle persone a cui poter far servizio e dalle quali aver onoranza, trova soddisfatto l'amor proprio e l'ambizione. Nel vederlo per tre quarti del giorno occupato a scrivere, vuoisi ammettere che il tubere dell'attività è in lui molto sviluppato.

Non stende meno di dieci note al giorno ai ministri in vantaggio dei suoi elettori, dei quali è tenerissimo. Della caduta amministrazione fu nemico implacabile, e la gridò ai quattro venti ingiusta e stolta, perché prodiga di pubblici impieghi verso gente che non li meritava. L'abituale taciturnità e il parlar sentenzioso e breve gli han dato l'aria di chi voglia studiare il Parlamento per formarsi un giusto criterio dei suoi colleghi. Per qualificarlo con una frase parlamentare, si può dire appartener egli alla categoria di quegli onorevoli che non hanno ancora rinunciato all'amor proprio.

Come scrittore non è un'aquila, ma mostra di aver nell'anima un grande spirito di iniziativa e di tendere al nuovo ed al meglio sempre. Santa irrequietudine che da vita al progresso sociale! Sfortunatamente in Italia la moltitudine è troppo lenta a tentar le proposte del novatore. Il  così faceva mio padre, e 1'orrore della riforma è tanto penetrato nel pubblico italiano, che tutti i suoi genii furono dichiarati pazzi e utopisti.

Marolda Petilli finora non merita il titolo di genio novatore; ma colla sua indole potrebbe esser tale pei nostri nipoti. Soffermiamoci su due soli dei tanti progetti del Marolda: I resoconti agli elettori e la istituzione militare pei fanciulli.

Se gli elettori in Italia non rispondono interamente al dovere, non è tanto che manchino di educazione e di pratica costituzionale, quanto dal vezzo nei deputati di aver pochissimo contatto con essi.

Una stolta, puerile, ridicolissima vergogna trattiene i deputati italiani dal parlare spesso e pubblicamente, e nei giornali e col mezzo di fogli volanti, e in tutti i modi ai loro elettori. Ora si domanda, come mai potranno gli elettori essere più solerti del loro stesso eletto?

Nei collegi inglesi, dove la stampa è tutto, dove il giornale forma per così dire la base della società, giorno per giorno, sia che il deputato si trovi al Parlamento, sia che visiti il collegio, le sue parole vengono stampale nel foglio locale, e sono lette dal primo lord all'ultimo contadino che sa compitare.

Per rimediare all'insufficienza di questa meschina e sparuta stampa italiana, il Marolda, come il Beilazzi e pochi altri, usa in ogni proroga parlamentare di visitare i proprii elettori, e di sottomettere loro il resoconto stampato dei lavori fatti nella Camera nell'anteriore tornata. E attuando questa.buona idea, porse ai colleghi un esempio di rispetto verso gli elettori da imitarsi come fecondo di ottimi risultati.

Nel primo resoconto 1'onorevole Marolda parlò forse troppo degli altri e troppo poco di sé stesso, il che non tolse però ch'esso abbia meritale le lodi della Gazzetta di Torino e dell'Opinione, due giornali certamente non sospetti di voler abbruciare incenso in onore di un deputato dell'estrema sinistra.

L'altro esempio della iniziativa democratica dell'onorevole Marolda si riferisce alla istruzione militare dei fanciulli e in genere, della nazione.

L'idea non solo non è nuova, ma è ormai più o meno accettata anche dal governo. È il solo mezzo di provvedere in avvenire alla economia dello Stato e alla sua sicurezza nello stesso tempo. Infatti non appena si sarà riuscito a far diventar soldati a suo tempo tutti i maschi italiani che possono portare le armi, l'esercito permanente potrà ridursi del 75 per cento, ancorché l'Austria minacci. Il bilancio della guerra invece di divorare quattrocento milioni annui, ne assorbirà poco più di cento, e ci guadagneranno l'agricoltura, l'industria e l'igiene nazionale. Il cancro economico sarebbe sradicato.

Con queste idee il Marolda istituiva a proprie spese nel comune di Muro una compagnia così della della Speranza, nella quale dovevano entrare fanciulli dai 9 ai 42 anni. Nello stesso tempo non ometteva di eccitar le guardie nazionali ad addestrarsi in compagnia e ad esercitarsi nel maneggio delle armi, come pure s'adoperava per diffondere su larga scala nella sua provincia l'istituzione del tiro a segno.

Il Marolda, in Muro, dove nacque nel 1822, è mollo stimato. Si rivelò la prima volta uomo di talento nel 1848 con certi suoi articoli stampati nel Lampione che urtarono i nervi del procuratore generale Longobardi, il quale da Napoli lo mandò a star nella nativa città. Ivi dimorò quasi ignorato fino al 1860. In quest'epoca tra le provincie napoletane, prima ad insorgere fu la Basilicata.

Mentre il generale Garibaldi non aveva ancora toccato la terra ferma, Potenza inalberava la bandiera dell'unità. Tutti sanno che il liberatore non approdò al continente che il primo settembre; già il 22 agosto Marolda-Petilli aveva assunta la carica di Commissario insurrezionale.

In quello stesso anno, dopo aver accettato l'incarico di recarsi a salutare il re a nome dei comprovinciali, entrò a far parte della Giunta per la formazione delle liste elettorali. Proposto dal comitato non riuscì eletto, ma di poi, rifiutata la presidenza della Giunta di statistica ed altre cariche offertegli, entrò in grazia dei suoi concittadini che lo elessero nel febbraio 1864.

Coloro che per conto del ministero fanno if mestiere in Parlamento di pescar anguille, s'accorsero subito ch'ei non era per le loro reti. Minghetti e Peruzzi speravano un momento ch'egli dovesse essere loro amico, perché in un opuscolo L'unità nella pluralità si mostrò regionista. Il Marolda vorrebbe infatti che il Municipio godesse le più ampie libertà se fosse legato alla regione per mezzo della provincia, dalla quale dovrebbe dipendere direttamente. A tutela degli interessi dei diversi collegi elettorali, in coda a quell'opuscolo, il Marolda propone che i deputati si abbiano a scegliere fra gli aventi domicilio nel perimetro della provincia, misura a parer nostro molto contraria all'interesse nazionale, e che farebbe discendere la missione di un deputato a quella, di ragioniere o di fattore.


AGOSTINO DEPRETIS

Questi è un altro veterano e dei più fortunati, finché non lo colpì la sventura. Ex-giornalista, ex-vice presidente della Camera, ex-direttore di ferrovie, ex-prodittatore, ex-ministro, forse è destinato, d'ora in poi, a non essere più nulla. Il ministero dei lavori pubblici nel gabinetto Rattazzi lo atterrò.

Venuto alla Camera nel 1849, mandatovi dal Collegio di Broni, egli si fece in breve notare per una svegliatezza d'ingegno superiore a quella della maggior, parte de' suoi colleghi e per una certa calma olimpica, la quale di rado si trova nei membri dell'estrema sinistra. Perciò, quando questo partito volle avere un giornale gettò gli occhi sopra il Deprelis, e nacque il Progresso che fu poi padre naturale del Diritto. Per una certa attitudine a considerare le cose sotto l'aspetto pratico, il Depretis, malgrado i suoi enormi difetti, fu dunque per molto tempo considerato nel Parlamento piemontese come capo della sinistra.

Ma l'indolenza e la debolezza della sua indole gli nocquero. È nolo cosa diceva Cavour di Depretis:

«E' un uomo di neve. È dominato dall'indecisione; il proponimento dell'oggi è dimenticato il domani per una futile circostanza. Somiglia a un palloncino di gas che ora è in balia del vento dell'opposizione, ma che si potrebbe rendere docile attaccandolo per un filo ad un portafogli».

Operosissimo fu il Depretis alla Camera. Nel solo anno 1860 parlò più di venti volte e di svariali argomenti. Votò contro il trattato di cessione di Nizza e Savoja.

Ma il più importante discorso del Depretis fu quello del 4 agosto 1864, in occasione della famosa discussione sulle ferrovie meridionali. Depretis come ognun sa era in allora ministro dei lavori pubblici. Lodò l'idea di appoggiarsi esclusivamente su capitali italiani, ma la lodò come una bella utopia, diffidando della sua pratica bontà. Volgendosi al Susani, credette bene anzitutto prevenirlo esser sua intenzione procedere colla massima buona fede, premessa cotesta che era un epigramma assai pungente. Poi parlò a favore di Rothshild, pezzo solido, secondo lui, e che ci ha resi segnalati servigi:

«Questa casa egli disse è potentissima in tutti i principali centri bancarii d'Europa. E da questo cosa avvenne? Avvenne che colla potenza del credito potè in un momento di crisi impedire che qtieste azioni delle ferrovie italiane corressero il mercato. Infatti noi abbiamo veduto, durante la guerra del 1859, spendersi tranquillamente, come he nessun accidente politico avesse turbato l'orizzonte d'Italia spendersi 50 o 60 milioni in Lombardia....

Poi si lagnò a ragione di esser stato accusalo d'aver assecondata l'Austria. Solite enormezze di partiti!...

«Ma io debbo pure adottare una frase parlamentare e la vado cercando. Io che fin dalla giovinezza ho lavorato contro l'Austria (a cosa servono i complimenti; parliamoci schietto) adesso ohe sono diventato quasi vecchio e che sono ministro del regno d'Italia, eccomi ad un tratto accusato d'averla assecondata...senza saperlo. In verità, nell'udire quest'accusa, non ho potuto difendermi da un senso di dolorosa sorpresa, sentendomi accusato di aver con questo contratto assecondate le viste dell'Austria, ed offeso il sentimento nazionale nella parte più sensibile...In verità non credeva di esser serbato a quest'accusa....»

Al che una voce cinica:

«Sedendo su quei banchi tutto è possibile».

Fu in questa tornala che il Susani come abbiamo dello nella di lui biografia interpellato dal Depretis che sarebbe avvenuto della Società Vittorio Emanuele, s'ebbe in risposta:

«La mangeremo....»

Depretis ebbe il portafogli, e questa fu la sua rovina. Noi crediamo fermamente che nell'accettarlo il Depretis avesse mire onestissime e degne d'un leale Italiano; ma gli avvenimenti furono più forti della sua volontà e delle sue intenzioni.

Al barbuto democratico, all'amico di Garibaldi, al socio dell'Emancipitrice, fu crudel sorte l'esser toccato Aspromonte:

«Garibaldi aveva torto; lo riconosciamo scrive un biografo II Governo aveva ragione di fargli rombar sul capo il fulmine della legge. Ma Depretis avvinto com'era al grand'uomo che errava; Depretis non poteva e non doveva lanciargli la pietra; e al pari di lui nessuno, o pochi dei ministri che firmarono la famosa relazione al Re. Depretis doveva dimettersi allora, e da semplice deputato, approvare, se la coscienza glielo permetteva, le prese misure repressive».

Perciò, come uomo politico, difficilmente egli potrà ritornare a galla.

Milano, 31 luglio.


GIUSEPPE GARIBALDI

È inutile dissimularlo. Su quest'uomo, che per molli aspetti è una delle più grandi figure storiche che abbiano mai vissute, ei è in Italia un terribile malinteso che potrebbe esser causa di triste conseguenze.

La nazione, riguardo a Garibaldi, è divisa in due campi: nel primo stanno le moltitudini che la adorano ancora colla cieca fede dei settarii del Vecchio della montagna, mentre nel secondo si numera una certa quantità di individui d'ambo i sessi delle classi aristocratiche, i quali dimenticando tutto ciò che Garibaldi fece e soffrì per l'Italia, esagerano i suoi difetti e lo riguardano quale un pericolo permanente alla loro beata tranquillità.

Coloro che stanno in mezzo a questi due estremi coloro che non vanno soggetti a esagerazioni, né di entusiasmo, nò di biasimo, coloro che non fanno di quell'uomo un feticcio e non lo credono esente di difetti, costoro non han voce in capitolo, giacché è d'uopo persuadersi che il partito della vera moderazione e del buon senso in Italia non ha ancora il predominio che dovrebbe avere, e la imparzialità in politica è riguardata come ipocrisia o come versatilità.

Noi comprendiamo però sempre più l'eccesso dell'ammirazione e dell'amore a Garibaldi, che non il biasimo e il disprezzo che certuni gli professano. Fra i due estremi saremo sempre piuttosto col primo, e non possiamo comprendere come ci siano delle anime abbiette che vorrebbero veder abbassato quest'uomo, di cui nel loro cuore sono obbligati ad ammettere la grandezza.

Nondimeno, quanto più proviamo amore e rispetto per lui, tanto più ci sentiamo chiamati a addolorarci e a commuoverci se ci pare che egli operi in modo da sminuire quella fama che rende ogni Italiano orgoglioso di averlo a concittadino; e crediamo di dimostrargli ben più rispetto notando francamente i suoi errori, che adulandolo con troppo comuni e volgari apologie.

Del resto noi crediamo che, come non possono essere che le anime ignobili quelle che desiderano veder umiliato Garibaldi, nello stesso modo non ci sono che i piccoli uomini i quali possono essere umiliati dai piccoli errori.

Noi aborriamo le iperboli e le esagerazioni, ma non sappiamo concepire come mai quest'uomo che nei giorni delle ansie patriottiche entusiasmò anche i più freddi, non abbia poi trovato grazia presso i suoi avversarii, neppur quando dopo un successo quasi miracoloso, invece di tentare ambiziosamente ciò che molli altri al suo posto avrebbero tentato, si decise di preferire il modesto soggiorno d'un isola del Mediterraneo alle dimostrazioni, alle ricchezze e agli onori che lo avrebbero atteso, solo che egli avesse voluto usufruttare tanta gloria e tanta popolarità.

È inutile aggiungere che della vita di Garibaldi noi non tratteremo che quella che ha riguardo alla rappresentanza nazionale. Ci sarebbe superfluo ripetere la storia tanto conosciuta della sua vita poetica e avventurosa. A noi spetta di giudicare Garibaldi non già come l'eroe di Montevideo, di Roma, e di Marsala; ma piuttosto come l'onorevole deputalo del primo Collegio di Napoli, essendo questo il compito che l'indole dell'opera ci impone.

Imaginarsi un Parlamento italiano senza Garibaldi, noi non lo sapremmo. Né Garibaldi come deputato potrebbe essere giudicato alla stregua comune. Egli è tale per titoli maggiori, immensamente maggiori degli ordinarii e sarebbe tanto ridicolo il fargli carico di non frequentar la Camera e gli ufficii, quanto il pretendere da Rossini o da Manzoni la presentazione di certificati musicali o letterarii.

Ora nella biografìa parlamentare di quest'uomo, ci sembra che 11 questione si riduca tutta a studiare quale influenza egli abbia avuto in passato e quale possa avere in avvenire sui destini d'Italia, sulle determinazioni dei futuri rappresentanti della nazione e sulla legislatura.

Se noi esaminiamo la parte che Garibaldi ebbe finora come deputato in Parlamento, siamo colpiti, contrariamente a ciò che comunemente si crede dalla moderazione ch'egli vi ha sempre spiegato.

Gli argomenti che dettarono parole a Garibaldi in Parlamento furono tre, e tutte e tre per lui dolorosi.

Il primo discorso fu quello della memorabile seduta dell'aprile 4860, dietro la interpellanza ch'egli mosse a Cavour sulla cessione della sua Nizza alla Francia. Garibaldi dal partito avversario fu acerbamente rimproverato per aver mossa quell'interpellanza. Ma in coscienza poteva egli tacersi? Quale è l'uomo giusto che non voglia concedergli il diritto di quello sfogo, e di quella protesta? Certamente la cessione di Nizza e Savoia fu un alto diplomaticamente e politicamente necessario; ma Garibaldi, cittadino di Nizza, in quale altro modo avrebbe potuto mostrar il dolore che ei provava nel veder staccata la nativa città da quel paese ch'egli tanto amava, se non in pieno Parlamento?

À ciascuno il suo. Fu dovere per Cavour la cessione, come crediamo essere stato dovere per Garibaldi la protesta:

«Signori egli disse in mezzo al più profondo silenzio l'articolo dello Statuto dice che i trattati i quali importino una variazione di territorio dello Stato non avranno effetto se non dopo ottenuto l'assenso della Camera».

E su questa pietra fondamentale, il generale dei volontari, con una calma esemplare, fondò le ragioni della sua interpellanza facendo osservare che:

«...la pressione sotto la quale si trova schiacciato il popolo di Nizza; la presenza di numerosi agenti di polizia, le lusinghe, le minacce senza risparmio esercitate su quelle povere popolazioni; la compressione che impiega contro il governo per coadiuvare l'unione alla Francia, come risulta dal programma del governatore Lubonis; l'assenza da Nizza di moltissimi cittadini nostri obbligati ad abbandonarla pei suddetti motivi; la precipitazione ed il modo con cui si chiede il voto di quelle popolazioni, tutte queste circostanze tolgono al suffragio universale il suo vero carattere di libertà».

Egli è per tutti questi motivi che egli chiese:

«...la sospensione di questa votazione».

Ma Cavour, destro schermitore, dopo aver detto che per quel momento, sul terreno politico, si ristringeva a questa sola dichiarazione, che, cioè, la cessione di Nizza e Savoia era condizione essenziale del proseguimento di quella via politica che in cosi breve tempo ci aveva condotti a Milano, a Firenze, a Bologna pregò Garibaldi e i suoi amici politici a voler rimandare la discussione all'occasione in cui doveva essere discusso il trattato. Ci fu lotta e lunga; ma la tornata e la questione vennero chiuse con un ordine del giorno dei deputati Boggio, Ara, gli stessi che ora portano a cielo il Garibaldi.

Ma procediamo con ordine; e lasciando in disparte, come dicemmo, le sue gesta di Sicilia, spiechiamoci dal giorno che imbarcatosi a Napoli sul Washington si fece ricondurre allo scoglio di Caprera, imitando l'eroe romano che invitato a lasciar l'aratro per lo scudo e la lorica, fé' ritorno al suo lampo dopo aver salvata la repubblica.

Impassibile alle diverse opinioni che sul continente si pronunciavano di lui, pronto a metter di nuovo la propria vita per la salvezza o la maggior gloria d'Italia, primo suo pensiero, giunto a Caprera, fu di rifiutare qualunque elezione politica che gli venisse offerta.

Se questo fu un moto di amarezza e di orgoglio, se con tale determinazione Garibaldi ebbe velleità di mostrarsi superiore agli altri449 rappresentanti della nazione, è bello sapere ch'ei seppe vincerla accettando da poi il mandato; se poi fosse stata modestia, e timore di non essere al suo posto sullo scranno del deputato, in tal caso il suo sentimento non è che lodevole.

Il fatto è, eh9 egli scrisse da Caprera una lettera al suo segretario Bellazzi avvertendolo che:

«... per circostanze eccezionali non avrebbe accettata alcuna canditatura, mostrando desiderio che ciò fosse noto a tutti i collegi onde evitare l'inconveniente di dover addivenire ad altre elezioni».

Son note le ragioni per cui Garibaldi mutò poscia consiglio. Nel tempo che scorse fra il suo arrivo a Caprera e le elezioni generali, i due partiti che erano rappresentati da Cavour e da Garibaldi si levarono a rumore. Cavour, fatto calcolo sul tempo che matura i consigli e obbligato a dipendere da inesorabili esigenze diplomatiche, doveva frenare, e potendo anche abbattere l'avversario che nella spensierata intrepidezza del non valutare gli oslacoli, avrebbe voluto aver Roma e Venezia quando sarebbe stato impossibile averli.

Costretto dal proprio partito ad accettare la candidatura che prima aveva rifiutata, Garibaldi scrìsse agli elettori del quartiere di San Ferdinando di Napoli, il 21 marzo 1860, che accettava, e il 2 aprile si recò a Genova e di là a Torino.

Giunto nella capitale, Garibaldi fu visitato dal presidente.

ÀI presidente della Camera, che era allora il Rattazzi, Garibaldi apri l'animo amareggiato dalle ingiustizie fatte a' suoi compagni d'arme, e gli comunicò un suo progetto per l'armamento nazionale con tutti quei provvedimenti che gli parevano più urgentemente richiesti dalle necessità della patria.

Il Rattazzi gli disse che avrebbe comunicato quanto prima alla Camera tale progetto e infatti nella seduta del 15 egli leggeva una lettera in cui, tra le giustificazioni e le amarezze Garibaldi, pregava i deputati:

«...di accordarsi nello intento di eliminare ogni superflua digressione, per portare tutto il peso della loro autorità nel dare spinta a quei provvedimenti».

Quella lettera fu seguita tre giorni dopo dalla comparsa di Garibaldi stesso, che entrò nell'aula vestito dalla gloriosa camicia rossa e avvolto in quella specie di clamide ch'egli aveva sempre usato portare sul campo di battaglia.

(1) Continuazione e fine vedi il Fascicolo 57.


L'assemblea non era mai stata tanto numerosa; e già da lungo tempo prima dell'apertura le tribune erano affollate di spettatori.

All'entrare dell'uomo straordinario applausi frenetici, immensi, scoppiarono nella sala. Garibaldi franco e modesto montò la scala fra gli stalli, e andò a sedersi al suo posto all'estrema sinistra. Allora un segretario diede lettura del progetto di legge, che era stato presentalo dal generale, dopo di che sorse l'onorevole Bettino Ricasoli a, muovere interpellanza al governo sull'esercito meridionale.

Chi non si rammenta con doloroso stringimento di cuore la tornata del 18 aprile 1861 in cui Garibaldi, vinto dalla passione che gli faceva gruppo sul cuore, disse le memorabili parole che portarono un fierissimo colpo al presidente de' ministri?

La Camera fu in preda ad un'agitazione non mai più veduta. La folla delle tribune si agitava come mare in burrasca. Gli amici di Garibaldi lo esortavano alla moderazione, mentre i moderati in varii modi gli mostravano la loro disapprovazione.

Il generale s'avvide tosto d'aver lasciato troppo libero il freno alla propria amarezza e ripigliò il suo discorso colla calma consentita ad un'anima che credeva d'aver ogni diritto di lamentarsi altamente del modo con cui era stato trattato il suo esercito glorioso. E conchiuse pregando i colleghi di occuparsi del suo progetto di riorganamento dell'esercito del mezzogiorno.

L'opposizione di destra allora si fece viva; la politica di Cavour si opponeva a tale progetto; sorse Bixio a tentare la riconciliazione e disse di quelle frasi che fanno un grande effetto sugli animi di un'assemblea commossa da grandi questioni politiche.

Fu allora che Cavour, ebbe a rispondere a Garibaldi parole giuste e vere:

«Mi si rappresenta come un nemico dei volontaria io eh* li ho chiamati pel primo? Me ne appello allo stesso gene'rale Garibaldi. Sono io, sono io che l'ho chiamato nel 1859 e che ho chiesto il suo concorso».

Volendo poi ad ogni costo non lasciar cadere la proposta della conciliazione prosegui:

«Accetto per mia parte l'invito del generai Bixio, e riguardo la prima parte della tornata come non avvenuta».

Ài che dopo altre spiegazioni acconsentì anche il generale dicendo:

«Mi dichiaro soddisfatto delle spiegazioni di Cavour. Ma vi sarebbe un mezzo di conciliare ogni dissidio politico. Io non dubito punto che il conte di Cavour non ami ritaglia; ma sarebbe d'uopo che adoperasse la sua influenza per far votare la mia legge sull'armamento e richiamare i volontari dell'esercito meridionale. Questo sarebbe il miglior mezzo per conciliare ogni casa».

È noto come poi un ordine del giorno del Ricasoli ammorzasse come secchio d'acqua l'incendio ch'egli aveva suscitato.

Ma quella seduta del giorno 18 rimarrà indelebile nel cuore degli Italiani, perocché da essa specialmente si assicura essere derivata la prima causa della morte del grande diplomatico, che certamente non meno di Garibaldi aveva contribuito alla indipendenza d'Italia.

Del resto, più che ai due sommi, la colpa di quello storico diverbio è da attribuirsi ai partigiani accaniti che soffiavano dai due lati. Non si aveva di mira che da pochi la grande causa che formava l'oggetto della dissensione. La questione principale era quella ispirata dallo spirito di setta.

Se le divergenze si fossero intese nel loro senso vero e genuino, se i cavouriani ad ogni costo non fossero stati spaventati dal fantasma di darla vinta all'avversario politico, si sarebbero facilmente conciliati subilo gli estremi della politica diplomatica e della politica avventurosa. A Cavour le parole amare del generale fecero certamente impressione penosa ma non maraviglia. Egli ebbe a dire che al posto di Garibaldi sarebbe stato forse più violento; e questo suo concetto lo espresse allorché ebbe dire:

«V'ha tra il generale e me un fatto che ci separa. Io ho creduto di fare il mio dovere consigliando al re la cessione di Nizza e della Savoja. Al dolore che provai io comprendo quello che prova il generale e mi spiego il suo risentimento contro di me».

Ma delle ragioni che dovevano eccitar in Garibaldi uno sdegno e un dolore a livello dei meriti patriottici che nessuno osava negargli si tenue poco conio al generale. La stampa ministeriale, i moderati della paura, i partigiani della politica che vuoi conservare a ogni costo cominciarono a dipingere Garibaldi nuovo Catilina nocivo alla sicurezza della patria; e lo stesso generale Cialdini nella famosa lettera indirizzatagli il 21 aprile in Torino, gli ritrattò l'antica amicizia e tentò demeritarlo nella personalità. Fu doloroso oltre ogni credere lo sviluppo delle accuse che scesero fino alla puerilità del rimprovero sul modo con cui era piaciuto a Garibaldi di entrar vestito in Parlamento. Ma più grave di tutte le accuse fu quella di essere egli legato a Mazzini, mentre a tutti era palese l'affettuosa devozione che il generale nutrì sempre per Vittorio Emanuele.

La lettera che Garibaldi rispose a Cialdini è secondo noi un modello di buon senso e di moderazione.

La trascriviamo perché ne resti più scolpita la memoria nei lettori:

«Generale!

«Anch'io fui vostro amico ed ammiratore delle vostre gesta. Oggi sarò ciò che voi volete, non volendo scendere certamente a giustificarmi di quanto voi accennate nella vostra lettera, d'indecoroso, per parte mia, verso il re e verso l'esercito; e forse in tutto eiò nella mia coscienza di soldato e di cittadino italiano.

«Circa alla foggia mia di vestire, io la porterò finché mi si dica che io non sono più in un libero paese, ove ciascuno va vestito come vuole.

«Le parole al colonnello Tripoti mi vengono nuove. Io non conosco altri ordini che quello da me dato: di ricevere i soldati italiani dell'esercito del settentrione come fratelli: mentre si sapeva che quell'esercito veniva per combattere la rivoluzione, personificata da Garibaldi.

«Come deputato io credo avere esposto alla Camera usa piccolissima parte dei torti ricevuti dall1 esercito meridionale dui ministero, e credo di averne il diritto.

«1/ armata italiana troverà nelle sue file un soldato di più quando si tratti di combattere i nemici d'Italia; e ciò non vi giungerà nuovo.

<c Altro che possiate aver udito di me verso l'armata, è una calunnia.

«Noi eravamo sul Voi turno al vespro della più splendida vittoria nostra, ottenuta nell'Italia del mezzogiorno, prima del vostro arrivo; e tutt'altro che in pessime condizioni.

«Da quanto so, l'armata ha applaudito alle libere e moderate parole di un milite deputate, per cui 1'onore italiano è stato un culto di tutta la sua vita.

«Se poi qualcheduno si trova offeso del mio modo di procedere, io, parlando in nome di me solo e delle mie parole, di cui sono garante, aspetto tranquillo che mi si chieda soddisfazione delle stesse.

«Torino, 23 aprile 1861.

«G. Garibaldi».

Perfino un corrispondente della ministerialissima Perseveranza scriveva su questo proposito:

«Non mi da l'animo di fare alcun commento alla lettera del generale Cialdini a Garibaldi. Mi limito soltanto a dirvi essersi tentate tutte le vie per dissuadere il Cialdini dal dare pubblicità a quella lettera. Particolarmente il generai Fanti si adoperò per impedire la pubblicazione, che rendeva men facile la concordia».

Ma due anime nobili non potevano restar nemiche a lungo.

La sera del 25 aprile vi ebbe una lunga conferenza tra Cavour e Garibaldi, nella quale si riconciliarono, colla promessa da parte di quest'ultimo di non muovere ulteriore opposizione al ministero; e la stessa sera, in casa del marchese Pallavicino-Trivulzio, Garibaldi incontrò Cialdini e fra i due soldati d'Italia le spiegazioni furono brevi e generose. Essi abbracciatisi e sui loro volti abbronzali fu vista scorrere una di quelle lagrime di sublime emozione che risuggellano indissolubilmente i legami del passato.

L'annuncio di questo fatto venne accolto con entusiasmo in tutta Italia.

Il 30 aprile Garibaldi giungeva a Genova e si imbarcava per Caprera.

«E qui ci sia lecito di continuare con dei brani d'un opuscolo quasi sconosciuto intitolato: Garibaldi sul Continente, che ci viene comunicato da un gentile amico e nel quale a grandi tratti si spiegano le cause della catastrofe di Aspromonte:

«Compiute le annessioni delle provincie meridionali, incominciato il laborioso lavorìo della unificazione legislativa ed amministrativa dell'Italia, e svampato quell'entusiasmo che aveva fatto miracoli nelle guerre del cinquantanove e del sessanta, videro gli Italiani quanto difettoso sarebbe stato per riuscire l9 edilizio nazionale, se non adempì vasi il voto solenne già consacrato dalla volontà dei rappresentanti del popolo, d'acquistare, cioè, il possesso della tanto desiata Capitale del regno.»

«...» Bastava un fiammifero perché l'incendio pigliasse fuoco e prestamente si dilatasse; e il fiammifero furono certe matte parole del cardinale Àntonelli con le quali s'insultava all'Italia.

E nel breve giro di una settimana, da un capa all'altro d'Italia, le fervide moltitudini raccoltesi nelle vie, nelle piazze delle città, e spiegate le bandiere come in segno di pubblica esultanza, levarono dappertutto un grido comune: Viva Roma capitale d'Italia, abbasso il Papare. E fu la risposta alle parole dell'Antonelli, il quale in una sua nota s'era lasciata scappare di bocca le parole: «che l'Italia era col Papare.»

«...In cosi grande ribollimento di spiriti, che faceva il generale Garibaldi? Rinchiuso nella selvaggia e pittoresca isola di Caprera, Giuseppe Garibaldi ingannava il tempo coi pacifici lavori dell'agricoltura e della pastorizia, coll'educare piante, col divertirsi a fabbricare con le proprie mani opere murarie. Ma la mente del generale varcava il piccolo spazio che lo disgiungeva dal continente, mulinava disegni arditi, pensava alla politica, studiava il lento ma continuo avanzare degli avvenimenti, e incuorava la gioventù italiana ad addestrarsi alle armi: «Voi foste mille nel 1860. Siate un milione nel 1S62 e non vi occupate d'altro. Dei risultati ne ciarleremo insieme». Queste parole egli dettava nel febbraio: e alla Società operaia di Manduria che lo acclamava presidente onorario, scriveva cosi: «Carissimi amici:.Piccola o grande, ogni città, ogni borgata deve gettare il suo ferro nella bilancia, e gli oppressori precipiteranno. Tutti! Tutti! al nuovo banchetto, e presto saran beati dell'amplesso dei liberi gli schiavi nostri fratelli».

«Coteste parole, e altre molte che il generale inviava come saluto e incoraggiamento agli amici suoi più intrinseci, e ai cittadini di questa e di quella città, erano fiamma potentissima che accendeva nel cuore degli Italiani infinite speranze. Fu allora che il partita così detto d'azione, creduto giunto il momento, incominciò quell'opera di agitazioni e di commovimenti, che doveva più tardi partorire sventura all'eroico capitano del popolo. Fu allora che si pensò di dare un impulso vigoroso ai comitati di provvedimento, é a tutte le associazioni patriottiche italiane, le quali avevano per iscopo di apparecchiare i modi più pronti e più efficaci onde la nazione potesse raggiungere la meta desideratissima. Fu allora che incominciarono a raccogliersi insieme i rappresentanti delle varie associazioni, a discutere, a rumoreggiare, a minacciar quasi il governo italiano, se egli si ostinasse a mantenersi in quella via di traccheggiamenti e di lentezze nella quale se ne stava accasciato. Si era intanto fissata una generale adunanza. per il 9 di marzo, e doveva ella riuscire tanto più autorevole, in quantochò lo stesso generale Garibaldi vi sarebbe intervenuto. Si non che al generale non garbavano certi arrisicati propositi, dei quali giungeva anche a lui il rumore, e nella sua lettera indirizzata ai comitati di provvedimento scriveva queste assennate parole: «Certo come sono che gli atti dell'adunanza saranno degni del senno pratico che distingue gli Italiani, e che le sue conclusioni risponderanno alle aspettazioni legittime dei serii amici di libertà ed ai bisogni della patria, io mi astengo da qualunque raccomandazione. Col programma che ci condusse a Palermo e a Napoli, e coi sommi principii del plebiscito 21 ottobre 1860, può avere glorioso compimento la rivoluzione italiana.»

«Ma se queste prudenti considerazioni attestavano la lealtà del generale, non dissipavano, anzi accrescevano i timori che i delegati dei comitati di provvedimento potessero trascendere. Fu allora che il deputato Boggio nella memorabile seduta del 25 febbraio mosse interpellanza al ministero intorno ai comitati medesimi; e porse occasione al ministro Rica8oli di fare una splendida orazione. Il diritto di adunarsi pacificamente e senz1 armi (così disse il ministro) esfiere scritto nello Statuto; non potersene impedire l'esercizio fino a che rimanga nei termini prescritti dalla legge. Non potere il governo, senza necessità provata, ricorrere ad atti coercitivi, ma come tutore e vigile custode dell'ordine pubblico e degli interessi nazionali, non potere il governo permettere lo sfregio delle leggi, o lasciar libero ad altri di turbare la quiete con agitamenti illegali. Questo discorso del barone Ricasoli (chi lo crederebbe?) parve troppo ardito alla Camera; fu seguito da interminabili commenti, se ne esagerò la importanza, fece nascere sospetti, paure, dissidii, senza numero; tantoché il ministero dovette mandare le proprie dimissioni al re, il quale accettandole incaricò il commendatore Rattazzi di formare il nuovo ministero. E il ministero fu sollecitamente formato; ma più che la fiducia della Camera e 1'assentimento della maggioranza della nazione, servì a fortificarlo e a renderlo gagliardo fin dal suo nascere la venuta del generale Garibaldi in Terraferma, e le sue aperte dichiarazioni di votar sostenere il nuovo ministero».

«S'avvicinava intanto il giorno della generale adunanza dei comitati di provvedimento in Genova, e tutti si domandavano se il generale Garibaldi l'avrebbe presieduta o no» Non si sa bene se il re e il ministero consigliassero al generale di astenersi: fatto sta che nel giorno 9 di marzo, fra un'immensa folla plaudente, il Garibaldi fu accompagnato nella sala del teatro Paganini, dove presiedette la prima adunanza. Furono belle o generose e patriottiche le sue parole: «Sono fortunato (egli disse) di vedere qui i rappresentanti di un popolo libero che ebbe il plauso del mondo intero pel'avere abbracciato i principii dell'umanità. Qui sono rappresentate anche le provincie schiave che noi abbiamo giurato di redimere. Oggetto principale della riunione odierna» è di coordinare e riunire tutte le associazioni liberali italiane, per formare una sola associazione, a immagine del fascio romano, dinanzi a cui s'inchinarono tutte le nazioni. Desidererei che il concetto di questo sodalizio si estendesse anche oltre l'Alpi, e che l'Italia stendesse la mano agli schiavi di tutto il mondo». Come si poteva parlar meglio? E quando meglio che allora, potevano sembrare opportune le istanze alla nazione di apparecchiarsi con la concordia e con le armi a compiere i proprii destini? Ma bastarono due sedute dell'assemblea genovese, bastarono i discorsi di pochi oratori ai quali assentì la maggioranza degli adunati, perché Genova e l'Italia tutta andassero persuase che in seno a quella assemblea, anziché elementi di conciliazione, v'era stata portata la fiaccola della disunione, della discordia, della intolleranza. «Una assemblea (così scriveva molto opportunamente un assennato e onesto giornale di Genova), un'assemblea di cui la grande maggioranza applaudì entusiasticamente feroci invettive contro tanti buoni liberali, e declamazioni il di cui vero senso (qualora si prendessero sul serio) sarebbe quello d'una guerra civile, e che fece comparire come codini degni di riprovazione, come sospetti ai quali s'interrompe clamorosamente il discorso, perfino deputati della più avanzata sinistra, solo perché ragionevolmente esposero alcuni chiari corollari del programma liberalissimo, legale ed adottato per la nuova associazione una tale assemblea non può credersi strumento di conciliazione, non rappresenta che una sola parte1 del liberalismo italiano, e quindi non può dirsi tutta d'accordo con Garibaldi e co' suoi sinceri amici e fedeli compagni».

«E sia detto a onore del generale Garibaldi, egli amaramente si dolse dell'indirizzo al quale i suoi scompigliati amici volevano travolgere i comitati di provvedimento, t fece comprendere a tutti che suo scopo nel tornare sulla terraferma non era già quello di agitare illegalmente, e di creare imbarazzi al governo (funesti sempre, ma funestissimi e pericolosissimi quando i tempi grossi s'avvicinano), ma di animare i popoli alla concordia, d'infiammarli sempre di più nel santo amore di patria, d'infonder nei loro cuori un odio più cocente alle tirannidi militare e sacerdotale che affliggevano l'Italia.

«E che questo fosse il proposito onesto del Garibaldi, e* lo dimostrò in quelle sue corse trionfali da una all'altra città, dove inaugurava la Società del Tiro a Segno, e dove liete e commosse le popolazioni italiane accorrevano a fé aleggiare e a fare onore al diletto capitano.

Prima fra tutte le città fu Milano. Dire l'entusiasmo di quel generoso popolo, descrivere i festeggiamenti, ripetere i discorsi che furono pronunziati, le riunioni che furono fatte, sarebbe un voler sorpassare i limiti che ci siamo imposti. Da Milano a Parma, da Parma a Casalmaggiore e nelle principali città della Lombardia le medesime accoglienze sempre, sempre le medesime ovazioni. Il generale parlava dappertutto calorosamente delle speranze comuni, del bisogno di stare uniti, che è appunto ciò che forma la vera forza degli Stati. Bellissime sopra tutto ci paiono le parole che fra un'immensa moltitudine di popolo egli pronunziò a Cremona, dove s'era condotto per inaugurare la Società del Tiro Nazionale: «Vi raccomando (egli disse) la concordia, la unione sono qualità che ci faranno forti, potenti. Dobbiamo ricordarci del fascio dei nostri padri il fascio romano. A quel fascio nulla può resistere. Una sola verga anche un fanciullo sa romperla. Ma molte verghe riunite non si rompono. Noi siamo già forti più forti dei nostri nemici, ve ne assicuro. II re merita il suo nome di galantuomo. Egli vuole che noi ci armiamo. Unito dalla concordia il prode esercito italiano, coi battaglioni delle guardie nazionali, coi valorosi volontari... trionferà il pensiero che oggi ha invaso ogni mente, ogni cuore».

«Ma di questo entusiasmo dei popoli italiani volle giovarsi il partito d'azione per una inconsiderata impresa, della quale i viaggi trionfali nella Lombardia furono la principale occasione. E l'impresa si risolvette in un folle quanto magnanimo tentativo contro l'Austria nel Veneto, col quale il partito d'azione intese di trascinare il governo italiano ad una guerra, che per non essere ancora preparata, avrebbe potuto riuscire fatale. S'era alla metà di maggio; e al governo erano giunte notizie che i capi del partito democratico si adunavano insieme con molti dei loro seguaci verso il confine bergamasco. E quando l'autorità giudiziaria credette d'avere in roano le prove della cospirazione, portatati sul luogo, perquisì in molte case armi e munizioni, che non fu allora più dubbio essere destinate per una spedizione nel Tirolo, arrestò il colonnello Nullo (quello che più tardi moriva gloriosamente per la indipendenza della Polonia) e con lui un centinaio di volontari. Fortuna volle che la pazza impresa rimanesse troncata in sul nascere. Ma per varii giorni ci fu in quelle provincie uno straordinario agita* mento; a Bergamo ebbe luogo una dimostrazione che venne disciolta pacificamente; ma a Brescia la popolazione pretese d'invadere le carceri dov'erano custoditi i prigionieri; e non ubbidendo alle intimazioni di ritirarsi, si dovette sciogliere con la violenza l'assembramento. Luttuoso avvenimento ma necessario forse; subito ché appariva di somma necessità in que' momenti di bollore il far capire che il governo non era punto disposto a lasciarsi torre di mano il freno dell'autorità.

«II nome di Garibaldi fu messo innanzi dagli agitatori; e in sul principio credemmo che egli, per quanto ardesse dal desiderio di vederla rompere una volta coi nemici d'Italia, non potesse approvare, e tanto meno partecipare a movimenti, eh* erano atti a far precipitare la patria in una serie di cose, in fondo alle quali stava aperto l'abisso. Sapeva il generale che non si può far sempre a fidanza con la fortuna; che un'impresa riuscita prodigiosamente a buon fine non da ragione di mettersi in un'altra, nella quale avrebbe trovato un nemico ben più forte e più preparato e desideroso ancora di venire assalito; che essa non sarebbe stata veduta indifferentemente dalle altre potenze, ma avrebbe involto tutta l'Europa in una grande conflagrazione. Ma fu univereale la meraviglia, quando si vide stampata nei giornali la seguente dichiarazione del generale Garibaldi: «Poiché il colonnello Nullo fu arrestato a Palazzuolo, credo mio dovere dichiarare che quel valoroso ufficiale era andato ed aveva agito conformandosi esattamente ai miei ordini». E nella piena del dolore che gli traboccava dall'animo all'annunzio che in Brescia v'erano stati dei morti e dei feriti, il Garibaldi scrisse parole severe contro i soldati italiani che per obbligo del loro ufficio dovettero pigliar la difesa della legge. Il dolore e l'ira furono al Garibaldi cattivi consiglieri, imperocché la sua protesta andava contro soldati, i quali trovavansi nella trista alternativa o di lasciare aprire le carceri, liberare i prigionieri e calpestare le leggi, o disperdere con la forza gli assembramenti.

«Svampato così in un tratto l'ardore suscitato per il tentativo di quella impresa temeraria (che finì poi con la scarcerazione del Nullo e dei suoi compagni) il generale Garibaldi continuò il suo viaggio trionfale per la istituzione dei Tiri a segno. Si condusse nel mese di luglio in Sicilia; e di quale accoglienza, e di quante feste fosse fatto segno da quel popolo riconoscente, che rammentava con orgoglio i giorni non tanto remoti delle patrie battaglie combattute al fianco di Garibaldi, può immaginarlo chiunque pensi all'indole focosa ed espansiva del popolo meridionale. Ma già un'idea grandiosa avea balenato alla mente di Garibaldi. La istituzione dei Tiri, la presidenza delle società democratiche non erano più per lui un fine, bensì un mezzo potentissimo per suscitare un'altra volta gli spiriti dei Siciliani, e tentare un'impresa che la mente acuta del conte di Cavour seppe in altri tempi attraversargli. I discorsi del generale, informati dapprima a una prudente riserva, tuonarono in seguito più veementi: quel che disse a Palermo destò la viva attenzione del governo centrale, che fin d'allora temette ciò che più tardi doveva accadere; ma il discorso pronunziato a Marsala fra le più vive acclamazioni d'una immensa folla, nel giorno diciannove di luglio, fu, come dire, la prima parte del nuovo programma del Garibaldi. Crediamo utili di riportarne un brano: «Da Marsala (così disse il generale) esordì il generoso grido di libertà, e questo grido valse a rendere indipendenti 9 milioni d'uomini.

Quello che sin oggi è stato un voto dovrà essere un fatto. Or siamo 25 milioni d'uomini, e tutti abbiamo un solo voto, e questo voto ve lo dirò io qual è: Soma e Venezia; sciogliere dal vile servaggio i nostri fratelli. L'Italia ha le cento volte domandata la sua Roma con reiterate proteste, con dimostrazioni pacifiche ed inermi; ma le si è risposto con sotterfugi, cabale e menzogne. Oggi le menzogne dovon cessare, e poiché non son valsi i pacifici mezzi, che valgano le armi»

«Né, a dir vero, l'ardimentoso linguaggio del Garibaldi stonava troppo coi pensieri che agitavano allora le popolazioni tutte italiane. Di fronte alla questione romana il Garibaldi rappresentava un voto, un bisogno, una necessità della nazione. Finché la cosa pareva dovesse essere trattata dalla diplomazia, gl'Italiani furono per questo mezzo; e tutte le volte che sorgeva una voce di spedizioni e d'uso della forza, rigettarono da sé persino l'idea di questi conati. Riuscirono vane le arti diplomatiche dinanzi alla perfidia della C uria Romana e alla politica delle Tuilleries; l'Italia, e per un logico trapasso, dagli inutili arbitrati volgeva il pensiero a uno di quelli scioglimenti, per cui soltanto procedette di vittoria in vittoria dalla Sesia al Garigliano: i mezzi materiali erano entrati nella coscienza universale a prendere il posto delle pacifiche trattative. Però nell'adoperare la forza vedevano tutti un pericolo grave e forse mortale per l'Italia, imperocché a Roma v'erano ancora (comò vi sono oggi) quelle medesime insegne che sventolarono a salute d'Italia nei campi di Magenta e Solferino. È naturale dunque che insieme al cocente desio di finirla una buona volta con la mostruosa tirannide di Roma, fosse in tutti una trepidazione incessante, la quale si accresceva, a misura che sentivasi dei giovani volontari accorrere dal Napoletano e dalle provincie centrali e settentrionali, e stringersi intorno alla nuova bandiera che il generale Garibaldi aveva palesemente innalzata.

«In questo stato di cose, e mentre disputatasi se il generale Garibaldi avesse 0 no il diritto di assumerei come accennava di fare, la iniziativa di un'impresa, che avrebbe potuto gravemente compromettere le sorti della nazione, il re Vittorio Emanuele pubblicava un proclama, quel famoso proclama del 3 agosto, col quale faceva cadere le voci che dappertutto correvano, di accordi segreti fra il governo e il Garibaldi: «Guardatevi (così concludeva il proclama) dalle colpevoli impazienze e dalla improvvida agitazione. Quando l'ora del compimento della grand'opera sarà giunta, la voce del vostro re si farà udire fra voi. Ogni appello che non è il suo, è un appello alla ribellione, alla guerra civile. La responsabilità ed il rigor delle leggi cadranno su coloro che non ascolteranno le mie parole».

«Come ascoltò il Garibaldi quelle parole? Ritiratosi nel bosco della Ficuzza (circondario di Corleone) insieme ai volontari che lo avevano raggiunto, il generale pubblicò anch'egli il suo proclama, col quale infiammava gli animi dei suoi giovani commilitoni: «Anche oggi (egli disse nel suo ordine del giorno) ci riunisce la santa causa del paese; anche oggi senza chiedere dove, che si fa, ove si va, col sorriso sulle labbra accorreste a combattere i prepotenti dominatori stranieri». Ed erano sante, patriottiche le intenzioni: i prepotenti dominatori che il generale intendeva di combattere non erano più, come nel sessanta, i soldati d'un esercito, che sebbene devoto alla causa del dispotismo, pure era composto dei figli della patria italiana: i dominatori erano per il Garibaldi i soldati francesi, l'intervento dei quali a Roma appariva allora, come apparisce oggi, odioso, ingiusto e tirannico alla pari del dominio austriaco nella Venezia. Però al disopra delle intenzioni, dovevano nel Garibaldi essere un freno salutare le convenienze diplomatiche, le ragioni della sicurezza, il bisogno di non compromettere con temerari tentativi la causa italiana. A questo non badò il Garibaldi; ed ecco la origine de' suoi errori nei quali forse egli non sarebbe caduto e per il prevalere del suo naturale buon senso e per la dirittura del cuor suo magnanimo e generoso, se gli amici imprudenti, e coloro che per pescare nel torbido gli. si mostravano amici, non ne avessero aizzati gli sdegni, non gli avessero infuso nell'animo uno sprezzo esagerato per tutto, ciò che partiva dai rappresentanti del governo.

«Senza la malefica influenza di cotesti amici, il generale Garibaldi, al primo annunzio del proclama reale, si sarebbe allontanato dal bosco della Ficuzza, e avrebbe abbassato quella bandiera, che in faccia alla legge doveva considerarsi come bandiera di ribellione. E invece egli persistè nei giurati propositi, raccolse intorno a sé un maggior numero di volontari, distribuì a tutti le armi. Come potevano, in questo stato delle cose, essere bene accolti gli amici suoi veri e sinceri, il duca Della Verdura e il deputato La Loggia, che si portarono al quartier generale della Ficuzza e gli presentarono il proclama del re? Le loro parole furono calde e appassionate, come convenivansi a due specchiati cittadini che scorgevano il Garibaldi avviarsi precipitosa•mente a certa rovina. Desistesse egli (così dicevano quei due egregi) dalla impresa impossibile, e risparmiasse alla patria giorni di pericolo e di dolore. Esser folle tentare una fazione guerresca contro Roma, a custodia della quale vigilavano le milizie francesi. Già fin dui primi moti il governo francese avere rinforzato l'esercito di occupazione, ed esser pronto a far pagar cara ai volontari la loro audacia. Non essere più per la Francia questione diplomatica o religiosa, ma questione militare; e compromesso l'onor militare, la nazione tutta francese avrebbe favoreggiato la resistenza, né si sarebbe acquietata fino a che non fossero state vinte, disperse e trucidate le bande dei volontari, che anda,vano ad assalirla in luogo, che poteva allora dirsi luogo appartenente alla Francia. Kè esser minori i rischi che correva l'Italia. L'Italia, che non poteva certo approvare in que' momenti la condotta del generale, sarebbe stata quella che maggiormente avrebbe risentito il danno e la vergogna, imperocchè la Francia, colto il destro, avrebbe forse varcati i confini del regno, e col pretesto della tutela del pontefice e delle cose sue si sarebbe spinta innanzi. I sospetti dell'Austria, le gelosie dell'Inghilterra partorirebbero proteste e interventi; e siccome in politica accadono spesse volte avvenimenti, ai quali la previdenza umana non era pervenuta, niente di più facile che la favilla accesa dal Garibaldi avesse a cagionare un vasto incendio di guerra, della quale l'Italia sarebbe stata il teatro e la vittima miseranda.

«Ma queste ed altre considerazioni non scrollarono punto il Garibaldi dai fatti divisamente Accolse con aperta cordialità que' suoi amici, ma disse loro che non poteva accettarne i consigli, e neppur volle leggere la lettera che il generale Medici glf inviava. E liberatosi in bel modo dalla presenza dei due parlamentari, il generale raccolse in fretta i tremila volontari che aveva seco, e dubitando di quel che doveva veramente succedere, che, cioè, le milizie del general Cugia avessero ordine d'inseguirlo, si mosse dal luogo riposto dove aveva rannodato le forze, e s'internò nel paese. Le truppe italiane allora, costrette dal penoso dovere che imponeva loro la salute della patria, uscite di Palermo inseguirono i volontari, e avevano ordini precisi di arrestarli nel loro cammino, dovesse anche usarsi la forza. Qual dolore non provarono i soldati italiani, che ricordandosi d'aver combattuto le nazionali battaglie a fianco dei volontari, non potevano capacitarsi come oggi quei volontari medesimi si fossero così apertamente ribellati alla legge?

«Garibaldi intanto, valendosi della lunga pratica che aveva alle rapide marce per deludere la vigilanza di un più gagliardo nemico, sfuggi alle ricerche delle milizie italiane avviandosi verso Messina. Era forse allora intenzione su» di varcare lo stretto, e per le montagne della Calabria giungere su su con i suoi fino al confine romano. Ma in molti dai suoi soldati il sentimento del dovere e della obbedienza alle leggi ne potè più dell'affetto e della riverenza che portavano all'amato generale; e considerando quali luttuosi avvenimenti si preparavano alla patria, si allontanarono dal campo deponendo le armi. Un forte nerbo di truppa rimaneva però devota al Garibaldi, e con questa egli procedette nell'intrapreso cammino. Non lo atterrivano le difficoltà: non lo spaventavano i pericoli; e anzi nei pericoli e nelle difficoltà trovava, come dire, un aculeo, che lo spronava ad operare più energicamente. Il Garibaldi ben si accorgeva che la impresa sua non riscuoteva gli applausi della nazione, sentiva bene che egli era incorso nello sdegno del suo vecchio compagno d'armi Vittorio Emanuele, e pur troppo sapeva che la rappresentanza nazionale del paese lo aveva giudicato con un atto solenne di biasimo. Però il Garibaldi, grande e magnanimo anche nell'errore, anziché sdegnarsi di tanto abbandono, si riconfortava pensando che l'ottima riuscita della sua impresa avrebbe ricondotto a lui gli animi di tutti. Ma lacrime amarissime egli sparse, quando gli giunse notizia che a Santo Stefano una colonna di volontari s'era incontrata con una compagnia di soldati reali; e che di qua e di là erano state tirate alcune fucilate, e che fra i volontari v'erano da lamentare due morti. Egli è certo che in quel doloroso momento al pensiero del Garibaldi deve esser balenata l'idea, ch'egli forse sarebbe la prima e funesta origine d'una guerra civile, la quale poteva anche chiudersi con una servitù più obbrobriosa, più pesante. Ma egli s'era troppo innanzi condotto, perché la via a ritirarsi dovesse sembrargli agevole di troppo; e serrando nel fondo dell'anima il dolore, continuò il suo viaggio, fermandosi a Caltanissetta, movendo poi di là verso Castrogiovanni, e mandando ordini ai volontari che trovavansi presso Girgenti di riunirsi tutti intorno a lui.

«Strane voci intanto faceva divulgare il partito d'azione, e fra l'altre, che nelle file dell'esercito italiano si cedessero frequentissime diserzioni, vi fossero del continuo grida sediziose, vi si manifestasse ognora più viva una agitazione e una concitazione così universale degli spiriti, che non dava a sperar nulla di buono per il governo di Torino. Ma quelle voci erano così esagerate, che, nonostante qualche diserzione alla spicciolata, e specialmente dei soldati che avevano appartenuto ali1 esercito meridionale, non dubitiamo di qualificarle per false. L'esercito italiano amava e venerava in Garibaldi uno dei più operosi campioni della indipendenza nazionale. L'esercito italiano avea combattuto ai fianchi dell'eroe di Corno, di Milazzo e del Volturno; e sui campi di battaglia s'era avvezzato a riguardarlo come uno dei suoi, perché sapeva ch'egli operava a nome di Vittorio Emanuele, e che Vittorio Emanuele onorava l'illustre capitano della sua amicizia. Ma quando la voce del re si fece sentire nel proclama del 3 agosto, e tolse via le incertezze, e chiamò ribelli coloro che alla sua parola non piegassero il capo, il soldato italiano doveva, come fece, porre da parte ogni affezione individuale; e devoto a quei sentimenti che lo hanno reso grande, seguire la via alla quale era chiamato. I principii d'ordine e di legalità,• a volere che uno Stato non cada in isfacelo, debbono sempre avere il disopra sulle passioni, anco generosissime, che trasmodino; e a tutela di quei principii veglia l'esercito, chiamato così a difendere dalle esterne prepotenze, come a reprimere le aberrazioni e a soffocare le minacele di dentro.

«Ed erano fora'anche esagerati i timori d'una guerra civile. Avevamo allora un governo, deliberato a fare osservare a chicchessia la legge; avevamo un esercito incrollabile nella sua fede antica alla libertà sancita dallo Statuto; uvevamo un popolo intero, che deplorando i fatali errori (sieno pure giustificabili) del Garibaldi, s'era stretto intorno alla santa bandiera dove brilla di luce splendidissima la Croce di Savoja; avevamo un re di cui la storia non ricorda l'uguale, un re che è l'amore di venticinque milioni d'Italiani, un re che raccogliendo sul campo di battaglia la corona insanguinata, avea giurato di vincere o di morir per la libertà della patria. E quel governo, quell'esercito, quel popolo, quel re, volevano in sostanza una cosa sola, anelavano tutti alla medesima meta, formavano insieme una sola famiglia. Qui dunque. non e'era davvero i sin, tomi, gli elementi, i principii della guerra civile.

«...E il Garibaldi continuava frattanto la sua rapida marcia; e deludendo la sorveglianza dei reggimenti italiani che lo inseguivano, sfuggendo quasi dalle loro mani, entrò nella notte del 19 agosto in Catania. V'entrò come si addirebbe a un conquistatore: s'impossessò dei telegrafi, nominò alcuni dei suoi a reggere le sorti della città; si fece consegnare dalle autorità reali le casse; impose contribuzioni sui cavalli, sui carri, sulle vetture; proibì le comunicazioni coll'esterno della città; alzò barricate, fece incetta di fucili.1 Non v'era più dubbio: Garibaldi ponevasi in aperta collisione col governo; minacciava veramente la sicurezza dulia patria; e fu allora che con decreto del 21 il governo proclamò lo stato d'assedio in Sicilia, e con decreti del 23 nominò commissario straordinario della Sicilia il generale Cialdini, e sciolse la Società Emancipatrice di Genova e tutte, le società a quella affiliate. Con decreto poi del 26 pròclamò lo stato d'assedio nelle provincie napoletane, imperocché Garibaldi, prima d'esser raggiunto dai soldati regi, raccolta una parte delle sue forze era salpato dall'isola sopra due vapori postali, e sbarcato a Melito in Terraferma con un migliaio di volontari. Aveva trovato tranquilla e* pressoché indifferente la città di Catania; lasci a vai a ora tranquilla, e oltremodo lieta perché le autorità legittime potessero riprenderne il governo. Un migliaio di volontari, lasciati dal Garibaldi in Catania, furono fatti prigionieri, senza che un grido, una voce sola si levasse in loro favore.

Non v'era da dubitare: nessuno parteggiava per un'impresa, la quale apparendo giusta e santa nel fine, doveva da tutti gli uomini di senno esser considerata come riprovevole nei mezzi.

«e Pochi erano i volontari che nella furia del partire avevano seguitato a Melito il generai Garibaldi. Con cotesti pochi non v'era da arrisicarsi contro le milizie reali che guarnivano Reggio e le altre città della Calabria; cosicché, voltosi dapprima dalla parte di Reggio, retrocedette fino a Melito, perché seppe che l'ingresso in quella città gli sarebbe stato contrastato con la forza. Sua intenzione allora fu di recarsi a Catanzaro; ma da Melito a Catanzaro ci vogliono quattro giorni di cammino; né poteva a bene riuscire con con poche truppe. Era poi sua idea di stabilire in Potenza il quartiere generale; perché di là, per la posizione strategica del luogo, egli avrebbe potuto facilmente signoreggiare una gran parte del territorio napoletano, troncando le comunicazioni fra Napoli, le tre Calabrie, le tre Puglie, la provincia di Àvellino e la provincia di Salerno.

«Molte e gravi apparivano le difficoltà da dover vincersi in Calabria; e fra queste non ultima l'animaversazione delle popolazioni, che dappertutto accoglievano festosamente le milizie regie, e il 'pericolo d'esser raggiunto e circondato e predo dallo truppe che in tutta fretta uscivano di Reggio, e arrivavano da Messina e da Catania. Ma chi avrebbe potuto fermare Garibaldi? Certo è che nell'animo suo dovette allora combattersi più veemente che mai la lotta fra il dovere di cittadino e il desiderio di combattere i veri nemici d'Italia: certo è che l'accoglienza fredda e quasi ostile delle popolazioni fra le quali passava deve avergli suscitato in cuore un amarissimo disinganno. Ma nulla dal suo viso traspariva, eccetto il ferreo proposito di continuare la incominciata impresa. Sarebbe stato lodevole il desistere fino a che si era in tempo, prima che il s*ngU3 dei fratelli fosse versato per mano dei fratelli: ma a lui sarebbe parsa co test a la più schifosa delle viltà, preferendo di cederà in faccia alla violenza, piuttostoché addimostiare paura.

«E perché questo sapevano tutti in Italia, tutti vivevano in un'ansia, in una aspettativa dolorosa; non potendosi ormai dubitare che il Garibaldi ed i suoi riuscissero a sfuggire dalle mani delle milizie regie che li inseguivano con alacrità straordinaria. Tutti si aspettavano a funeste notùie; v'era in tutti il presentimento che una sventura irreparabile sarebbe occorsa per ovviare a sventure più grandi, più universali, più terribili. Quand'ecco improvvisamente giungere la notizia che il Garibaldi, occupata la forte posizione d'Aspromonte, era stato raggiunto dai bersaglieri del colonnello Pallavicino, aveva avuto luogo un vivo combattimento, e nel combattimento erano caduti morti dodici volontari, e dugento rimasti feriti; e fra questi il generale Garibaldi, colpito da due palle, una alla coscia, l'altra al piede.

«Sebbene le cose fossero giunte a tale nell'Italia del mezzogiorno da non potersene aspettare d'altra maniera, pure a tanto dolore la patria non poteva esser ben preparata. Cotesta vittoria della legge e dell'autorità del Parlamento e del re, sebbene necessaria a liberare la nazione da gravi pericoli, non potè arrecare gioia a nessuno che avesse animo d'Italiano: la gioia in que' casi sarebbe stata un delitto. Le armi che dovevano esser rivolte solamente contro l'oppressore straniero, il destino volle che fossero adoperate a reprimere gl'impeti inconsiderati d'un uomo che tanto aveva operato per la patria comune. Chi lo trasse a questo coi mali consigli, chi volle servirsene di strumento per procurare il trionfo d'idee fatali alla patria, non potrà mai levarsi dal cuore la spina d'un crudele rimorso; se chi fu sempre avvezzo a servirsi degli uomini in questo modo, può esser capace di sentir rimorso per aver fatto il suo mestiere.

«...Terminato il dramma luttuosissimo d'Aspromonte e il generale Garibaldi venne trasportato alla Spezia, e custodito nel forte di Varignano. Chiarissimi professori dell'arto medica furono solleciti a visitarlo: citeremo fra questi il Porta, lo Zannetti, il Rizzoli, il Prandina, il De Negri, il Riboli. <c La lesione del generale Garibaldi (quella, cioè, del piede) non è lieve ed insignificante; dappoiché una ferita d'arma da fuoco penetrante nell1 articolazione tibiotarsale con frattura di un malleolo, scopertura dei frammenti ed inevitabili necrosi dei loro margini denudati, in qualunque individuo, e specialmente nel paziente in discorso, che più volte ebbe attacchi articolari, è un'offesa grave, che può essere susseguita da tutti quegli accidenti locali e generali, ohe le persone dell'arte conoscono, e che sarebbe stato fuori' di proposito di avvertire in presenza dell'infermo». "Così diceva il rapporto del professore Porta sulla ferita di Garibaldi. E ch'egli non s'ingannasse lo dice quella lunga trafila di mesi nei quali il generale patì, disteso sopra un letto, dolori ineffabili. Quando il suo stato cominciò a migliorare, fu per consiglio dei medici trasportato a Pisa, dove il mite cielo invernale ringagliardì alquanto le forze esauste, e da Pisa salpò più tardi per la sua Caprera. Perché seguiremo noi il generale Garibaldi, e assisteremo allo spettacolo d'un uomo, che avendo amato d'amore ardentisslmo la patria, travolto da un momentaneo errore, paga con trafitture atroci il fio d'un'impresa temeraria e quasi stolta, ma alla quale più che l'animo suo e la volontà propria, lo spinsero le mene dei falsi amici? Non ci reggerebbe il cuore a descrivere minutamente quanti giorni, quanti mesi trascorsero 9 prima che il generale ricovrasse la cara salute. Diremo sol*: tanto che nel cuor suo nobile e generoso non sminuì punto l'affetto alla patria, alla libertà, all'unità, all'indipendenza. Dal suo romitaggio egli inviava ogni tanto un caldo e. patriotico saluto agli Italiani tutti che di lui non potevano, scordarsi; incitava i popoli oppressi a risorgere; li confori tava e gì'incoraggiava se insorti, scagliava maledizioni agli oppressori.

«Così trascorse tutto l'anno 1863, così passarono i primi mesi del 1864. Ma in sul finire del marzo di quest'anno»

«Un bel giorno si sente dire che un vapore postale s'è avvicinato alla costa di Caprera, ha preso con sé il generale insieme con pochi amici, e lo conduce in Inghilterra. Se ne commuove l'opinione pubblica; gli ammiratori di Garibaldi portano a cielo quel suo divisamente, perché sembra loro di scorgervi la speranza d'una prossima ed eroica spedizione. I timidi e i sospettosi dubitano, vorrebbero vedere il Garibaldi starsene quieto nella sua isola, e nulla di buono si, ripromettono dalla gita improvvisa e inaspettata del generale. Ma il generale intanto tocca il lido ospitale dell'Inghilterra, dove lo aspettavano accoglienze così entusiastiche, che nessun vincitore di popoli debellati che ritorni in patria ebbe mai le uguali nell'antica e nella moderna storia.

«E questi entusiasmi, queste ovazioni che gli stranieri hanno fatte per il Garibaldi pienamente si giustificano.

«II generale Garibaldi che vive nella sua isola, che sii mostra ora in questa, ora in quella provincia italiana, non è quel medesimo che apparisce agli occhi degli attoniti stranieri, che parla loro della indipendenza e della libertà della patria, che rammenta loro, con la sua presenza, i sacrifizi, le sventure e le glorie splendidissime che precedettero e accompagnarono la resurrezione nazionale di un popolo.

«Per noi, che fummo testimoni così delle gesta eroiche

come degli errori scusabili del Garibaldi, la luminosa figura

di quest'uomo straordinario s'è, a quando a quando, lieve

mente offuscata; e non ostante che, uscendo dalle nuvole che,

la circondavano, apparisse vestita di luce anche più scintillante; pure la memoria di quel che era intervenuto ci metteva nell'animo una certa esitanza, senza che scemassero perciò l'ossequio, la riverenza, l'amore.

«Ma per gli stranieri non v'ha cosa, per quanto grande* ella sia, che uguagli la grandezza del generale Garibaldi. Egli vive in un mondo a parte, in un mondo eh'è tutto suo: la gloria che lo circonda cou aureola immortale, si direbbe quasi esser gloria quale a nessuno è toccata mai Leonida che si fa uccidere coi suoi trecento alle Termopili, Ferruccio che tenta di salvare la libertà. della cara patria immolando sé stesso a Gavinana, Washington che salva l9 America dalla dominazione forestiera, bastano appena a dare un1 immagine di quello che sembra l'eroe nostro agli stranieri, di quello che ne diranno maravigliati i posteri.

«Noi rammentiamo con una tal quale compiacenza le ardimentose fazioni di guerra di quell'invitto nella prova infelice del quarantotto, e l'ingresso suo temerario, e pur ferace di tanto bene, nella Lombardia, quando gli eserciti alleati d'Italia e di Francia ricacciavano via dal Ticino il nemico irrompente. Noi stupiti e commossi pronunciamo i nomi di Marsala, di Palermo, di Milazzo e del Volturno, perché in quei nomi troviamo la più splendida parte della epopea nazionale, troviamo che il Garibaldi gli ha illustrati con fama tanto duratura, che l'ombra dei secoli non potrà oscularli giammai.

«Ma gli stranieri non curano cotesta minuta analisi; essi non voglion sapere, punto per punto, quel che precisamente ha fatto il Garibaldi, quali arti ha adoperate, quanto eroismo gli c'è voluto per vincere, quanto ingegno militare, quanta costanza, quanta bravura. Agli occhi degli stranieri Garibaldi è, se così possiamo esprimerci, il masso solitario di granito che leva e nasconde la testa fra le nuvole, e che tu non puoi neanche immaginare di vederlo diviso a frammenti, senza che dispaia o sminuisca di tanto la idea della grandezza, della terribilità. Che più? Mentre noi, che amiamo e veneriamo in Garibaldi, l'eroe della indipendenza italiana e il capitano del popolo italiano, sinceramente addolorati dubitiamo che una gran parte del suo prestigio sia rimasta sepolta sotto l'infame Aspromonte, gli stranieri non vi pensano neppure, o se vi pensano, lo fanno per avere una prova di più di quel che possa in cuor nobile e generoso l'amore ardentissimo della terra natale, lo sdegno delle domestiche viltà, l'odio cocente della oppressura forestiera.

Se ad Aspromonte noi diciamo che il Garibaldi errò, gli stranieri vi trovano cagione di magnificare sempre di più 1'eroe, inquantochè apparisce" a loro, come è di fatti, cinto d'una gloria. che fino allora manca vagli, la gloria del martirio.

«Non dobbiamo dunque fare le meraviglie se l'Inghilterra accolse con tante protestazioni di affetto, con tante dimostrazioni di entusiasmo quest'uomo che non ha titoli, né fregi» ne ciondoli, quest'uomo che è l'orgoglio non dell'Italia soltanto, ma dell'Europa, quest'uomo che ha stancato del suo nome la fama non pure del vecchio ma ancora del nuovo mondo. Le accoglienze festose, le acclamazioni frenetiche, le ovazioni inenarrabili con le quali è stato ricevuto il Garibaldi sulla terra inglese non sono indirizzate soltanto al campione detta libertà e della indipendenza italiana, ma all'eroe delle nazionalità, al salvatore degli oppressi. Nomi cari e venerati hanno gì'Inglesi nella storia splendida del loro passato; ma nessun nome può raggiungere il nome di Giuseppe Garibaldi; perché mentre gli altri soffrirono, combatterono e vinsero per la prosperità e la grandezza della patria, Giuseppe Garibaldi non consacra la operosa sua vita all'Italia soltanto, ma abbraccia nel suo amore 1'universo tutto, propugna i diritti di tutti. Come fu detto già di Francesco Ferruccio, cosi può dirsi di Giuseppe Garibaldi: «...concesso da Dio alla terra, per far fede tra uomini degenerati, quale nel suo pensiero divino avesse concepito la creatura: anelante di sacrifizio, avrebbe notte e giorno supplicato che i misfatti e le pene degli uomiui la giustizia eterna sopra il suo capo accogliesse, e vittima di espiazione l'accettasse.»

Non possiamo terminare questo informe schizzo senza segnalare un ultimo errore del generale in materia di rappresentanza parlamentare.

È noto che nel 1864 egli insieme a diciotto compagni di sinistra prese la risoluzione di dimettersi per la ragione che si trovava in disaccordo colla maggioranza della Camera e con altri colleghi del suo stesso partito.

Con tale alto noi non diremo come il Bonghi che egli recasse grave offesa allo Statuto, ma crediamo fermamente ch'egli l'abbia recata alla logica del sistema costituzionale, e che facesse mostra di una suscettibilità che l'Italia sarebbe stata felice e superba di non trovare in lui.

E da quell'alto gliene derivò una severa lezione infinta gli da quelle stesse moltitudini che pur l'adorano come l'eroe del secolo, e come la personificazione del amor patrio e del disinteresse. Avvenne infatti che alle rielezioni dei collegi vacanti Garibaldi candidato in cinque collegi pur non riuscì la prima volti in alcune definitivamente e si vide battuto in due o tre da uomini quasi sconosciuti e solo in ballottaggio, non per molti voti, venne di poi riconfermato nel primo Collegio di Napoli.

Oggi Garibaldi più che mai rappresenta un grande principio: quello della resistenza alla corrente di. reazione che come la marea montante si avanza sul lido della politica italiana.

Il suo soggiorno calmo e misterioso nell'isola dove egli attende con febbrile impazienza che spunti il giorno di poter sguainar di nuovo la spada in feccia agli Austriaci, egli si potrebbe paragonare al: sacro fuoco che i Gentili tenevano acceso continuamente sull'allure di Vesta.

Firenze, 40 settembre.


VINCENZO SALTONI


Ebbe i natali nella città di lesi nell'agosto del 4821. Le condizioni poco floride della sua famiglia non permisero a9suoi genitori di provvedere bastantemente, come avrebbero desiderato, alla sua educazione. Dovette perciò accontentarsi di quanto offriva il paese, e colà compiere il corso degli studii ginnasiali e filosofici.

Giovinetto era cospiratore nella Giovine Italia; dal 1846 al 1849 copri alcune cariche municipali, e quella di capitano della Guardia nazionale.

Allo scoppiare della guerra contro l'Austria quel periodo di tempo, voleva con suo fratello guire i suoi amici nella Venezia, ma dovette cedere alle preghiere e alle lagrime di sua madre a cui non reggeva il cuore che ambedue i suoi figli partissero; lasciata la decisione alla sorte, questa arrise a suo fratello che partì colla compagnia di volontarii di quella città.

Nell'anno 1849, dalla Repubblica romana al Saltoni fu affidato il comando di due compagnie della Guardia Nazionale spedite contro una specie di brigantaggio, che si andava propagando sulle colline subappennine, missione che fu coronata di pronti e felici risultati, e senza lasciar pretesto agli sgherri pontifici d'inveire poscia contro coloro che parteciparono all'impresa.

Poco tempo prima del ritorno del Governo papale, interessi privati di famiglia lo obbligarono a portare la propria dimora in Rimini.

Invitato a far parte dei Comitati rivoluzionari mazziniani, egli vi si mantenne affigliato sino al 1855, epoca in cui francamente si divise da quel partilo, ponendosi a capo d'un nucleo di giovani coi quali fondò in Rimini la Società Nazionale Italiana, le cui ramificazioni, si propagavano in Pesaro ed Ancona. A seconda delle istruzioni del Lafarina, e del Comitato di Bologna, preparò il movimento del 1859 nelle Marche ove sgraziatamente allora doveva abortire. Dal municipio di Rimini gli venne affidata la presidenza della Giunta Provinciale di governo, sciolta la quale passò a presiedere la Commissione governativa.

Il suo nome si trovò sempre immischiato in tulli i processi politici austriaci di Bologna e d'Ancona; però non fu mai arrestato, ad onta che pressanti consigli d'amici gli consigliassero più volte la fuga. Ebbe però replicatamente severe ammonizioni dai comandi militari austriaci e dalla polizia pontificia.

Dal Governo delle Romagne fu nominalo consigliere di Stato, istituzione che non diede segno di vita, e dal governo dell'Emilia, maggiore comandante la Guardia nazionale di Rimini, la qual carica tenne sino a tanto che il governo italiano Io nominò sindaco di quella città.

Da un Collegio di Rimini rappresentante all'Assemblea delle Romagne, fu scelto a far parte della deputazione, che nella Villa Reale di Monza presentava al Re il volo d'annessione di quelle provincie. In quell'occasione ebbe due volle a parlare al popolo di Milano dal terrazzo del teatro alla Scala, dopo il banchetto offerto da quel Municipio, e si fu per ringraziare l'emigrazione veneta del dono patriottico di una ricca bandiera, e i Milanesi della fraterna ospitalità e delle tante dimostrazioni d'affetto e di simpatia prodigale a quella deputazione in quei memorabili giorni del patrio risorgimento. In tal epoca il deputato Salvoni riceveva da S. M. la croce dei ss. Maurizio e Lazzaro.

AI convocarsi dei collegi elettorali per la settima legislatura, quello di Rimini, quasi ad unanimità di voli lo onorava del suo mandato. Prese parte ai fatti che precedettero il passaggio del nostro esercito nelle Marche, e dal defunto regio commissario Valerio fu inviato nella provincia di Fermo. Quantunque gli toccasse il difficile e ingrato incarico di eseguire il regio decreto di soppressione di quella provincia per aggregarla a quella di Ascoli-Picena, tuttavia seppe meritarsi la stima e l'affetto di tutti. Declinò la candidatura di Fermo per accettare quella di Rimini, e fu allora che si dimise dalla carica di sindaco di quella città per attendere meglio a quella di deputato; ma quel Consiglio ogni anno lo elesse e confermò assessore. Nel 1860 fu nominato al Consiglio provinciale e vicepresidente.

Nella vita parlamentare non brillò gran fatto; fu però assiduo, frequentò gli uffizi, cercò di addestrarsi a vincere la propria ritrosia nelle rare volte in cui ha preso la parola.

Fu relatore di petizioni e membro di parecchie commissioni: pella Convenzione sul servizio postale e Commerciale nel Mediterraneo e nell'Adriatico: Riduzione delle tasse universitarie: pei Lavori del porta & Ancona: per le Strade ferrate di Sardegna e dotazione della Corona. Per motivi di famiglia e di malattie, in seguito si astenne dal recarsi alla Camera.

Incominciando dalla votazione per la cessione di Nizza e Savoja appartenne sempre alla maggioranza. Probo e sincero patriota, saremmo dolenti non rivedendolo in Parlamento.

Milano, 8 settembre.


GENNARO DI SAN DONATO

Da una illustre ed antica famiglia napoletana discende l'onorevole deputato d'uno tra i collegi di Napoli. I suoi antenati figurano nelle storie di quel reame; uno di essi fece prodezze nella famosa battaglia di Ben evento.

Gennaro di Sambiase duca di San Donato, sebbene appartenga all'alta aristocrazia, ama caldamente il proprio paese, e favorisce lo sviluppo morale e materiale delle popolazioni. Epperò lo troviamo nei moti liberali di Napoli del 1847; per lo che fu imprigionalo insieme a tanti distinti cittadini, tra i quali il marchese Di Bella, ora ministro in Isvizzera.

Liberato nel 1848, prese parte nelle vicende della rivoluzione e fu insignito del grado di maggiore della guardia nazionale.

Ma ricadde nelle unghie borboniche con altri tre giovani napoletani, colpevoli d'essersi opposti, anche con argomenti più persuasivi delle ragioni, ad una dimostrazione sanfedista nel settembre di quell'anno.

L'elezione a deputato al Parlamento napoletano per parte del collegio di Castellammare, lo liberò una seconda volta dalla prigione.

Sempre in sospetto al governo d'allora ed alla polizia, San Donato, nell'imperversare della reazione, all'indomane della sventura di Novara, si salvava dall'ira borbonica rifugiandosi su d'un legno francese, insieme al Pisanelli, al Mancini, al Conforti e ad altri deputati ed ex-ministri. Esulò a Genova, ove prese cura grandissima dei miseri suoi compagni d'esilio. Perciò fu nominato membro del Comitato, con Alberto Mario ed altri patrioti.

Da Genova passò in Francia, ove svelò nei giornali francesi le nequizie del governo di Ferdinando IL

Per intrighi della diplomazia napoletana e specialmente del ministro borbonico Antonini, fu cacciato da Parigi. Riparò in Inghilterra e di là in Piemonte, ove scrisse nell'Unione del Bianchi-Giovini. Ivi fondò un giornale francese: Le courrier d'Italie, soffocato appena nato dalle rigorose misure del generale Espinasse, che ne proibì rigorosamente l'introduzione in Francia. Eppure l'Espinasse doveva morire a Magenta per la libertà d'Italia....

All'indomani del trattato di Parigi, San Donato pubblicò a Torino uno scritto intitolato: Le due Sicilie ed i governi d'Europa, nel quale con vivi colori descrisse la misera condizione del Napoletano e i vituperii di chi lo governava; opuscolo che incontrò molto favore in Italia e fuori. Emilio Girardin lo tradusse in un articolo della Presse; lord Palmerston e lord Clarendon ne tennero parola nelle Camere inglesi.

Nel 1859 ebbe il brevetto di maggiore nel 1° reggimento Cacciatori degli Appennini.

Alla partenza di questo reggimento per Alessandria, San Donata venne destinalo al deposito di Aqui. Mal soffrì l'onorevole deputato la sua nuova destinazione, nella quale credere ravvisare poca fiducia nei suoi talenti militari o nel suo coraggio; si dimise perciò y e deponendo le spalline di maggiore, vestì la semplice tunica del soldato e raggiunse il generale Garibaldi su quel di Brescia. Garibaldi lo accolse affettuosamente; gli conferì lo stesso grado che avea nei Cacciatori degli Appennini, ascrivendolo al suo Stato maggiore.

Terminata la guerra, il San Donato ritornò a Torino; decorato della croce dei SS. Maurizio e Lazzaro, diede la dimissione e dedicossi al giornalismo.

Nel 1860 fu nominato colonnello della Guardia Nazionale di Napoli. Sul finire di quell'anno, mentre conduceva due sue sorelle al teatro, fu proditoriamente pugnalato alle reni da mani ignote. Fortuna volle che la ferita, sebbene grave, non fu mortale.

Questo tentativo di assassinio chi lo disse opera della reazione, chi della famosa camorra del teatro San Carlo che il San Donato tentò distruggere.

Eletto deputato della città di Napoli, siede in Parlamento alla sinistra.

Il San Donato è un potente svegliarino per i ministri. Nel maggio del 1863 chiese la parola per un'interpellanza; la quale poi risultò invece un mazza di interpellanze. Domandò dapprima provvedimenti circa gli impiegati siciliani; poi sulla tassa che gravava gli stipendii degl'impiegati civili e militari. Si lagnò che Bastogi, more suo, gli avesse promesso di riparare a diversi sconci burocratici, ma che non tenne la promessa. Poi se la pigliò col ministro delle finanze perché:

«...nella furia delle abolizioni, abbia abolito e sciolto il tribunale supremo di nobiltà di Napoli, in virtù del quale nessuno a Napoli poteva intestarsi un titolo, senza che la Commissione avesse riconosciuto che legalmente poteva portarlo».

E dice ritenere utile quest'istituzione:

«...e che pel regno d'Italia sarebbe stata utilissima».

Non siamo di parere del duca di San Donato. Poi scese a parlare de' sigari, e dice che a Napoli si fuma molto male:

«Io desidererei disse punire l'onorevole ministro delle finanze con fargli fumare uno dei sigari che siamo condannati a fumare in quelle provincie».

Limitandosi ad un sigaro soltanto, il San Donato mostra buon cuore. Ma accorgendosi che proseguendo in quest'argomento radeva un po' basso:

«Vedete esclama a che punto di dettagli un deputato deve discendere!»

Parlò inoltre contro il malvezzo di concedere troppo facilmente congedi ai deputati; e sul lotto; e sui pugnalatori di Palermo, e sul brigantaggio, e sulle condizioni della Sicilia, opponendosi alla chiusura della discussione che le trattava, e facendo il panegirico dei cappellani militari in generale e del padre Pantaleo in particolare.

In occasione dell'interpellanza del deputato Romano, attaccò calorosamente l'operato della luogotenenza di Napoli, che dimentica dei patrioti, accarezzava un po' troppo i borbonici. Si mostrò schietto e vivace, di ottimi sentimenti, ma un po' troppo esclusivo per gli interessi de' suoi conterranei.

Che il San Donato poi sia spiccio e d'una chiarezza mirabile nelle sue proposte, lo provò nella tornata del 1.° luglio dello scorso anno, proponendo contro il ministero, quest'ordine del giorno:

«La Camera disapprova la politica del ministero che attenta la libertà e l'unità nazionale».

Sviluppando questo suo ordine del giorno, biasima il ministero per la condotta tenuta a Napoli in occasione dell'arrivo di Garibaldi ad Ischia, e sopratutto per aver vietato che la guardia nazionale gli andasse incontro. Entrò poi in molti particolari sulle condizioni delle provincie meridionali, ch'egli dice essere infelicissime.

Afferma che una ristaurazione borbonica avrebbe perseguitato meno i liberali di ciò che abbia fatto il governo presente colla legge Pica (sic).

Descrive tutte le iniquità ch'egli assicura essere state commesse in forza della legge Pica:

«Se il ministero non muta sistema egli dice o non abbandona la sua politica di provocazione, io temo per l'avvenire d'Italia.

Il ministero meriterebbe di essere messo in istato d'accusa anche per la recente provocazione fatta a Palermo. Io non esagero, o signori; son troppo moderato. «Sarebbe poi impossibile fare le elezioni generali, finché nelle provincie meridionali circa sei mila elettori, in forza della legge Pica, sono condannati al domicilio coatto».

Che dirà ora l'onorevole San Donato pensando agli attuali casi della Sicilia!

Amico personale fin dall'esilio di Urbano Rattazzi, il San Donato ne divise le idee; lo appoggiò anche; tuttavia non si può dire che appartenga al terzo partito, o che servilmente abbia votato in lui favore, che anzi parecchie volte lo combatté.

Un po' di calma, e di senno pratico delle cose di questo mondo, minor tenerezza pel nativo campanile, aggiunti alle ottime qualità che adornano il San Donato, faranno di lui, speriamolo, un buon deputato dell'avvenire.

Milano, 24 maggio.


LUIGI TORNIELLI

Ha fama di buon amministratore; destinato a percorrere la brillante carriera delle armi, per una di quelle circostanze comunissime nella vita dei giovani, fini invece ad annegarsi nelle cifre; in luogo della spada gloriosa, si trovò tra le mani un mastro.

Nato e cresciuto a Novara, entrò nell'accademia militare nel 1825, e ne usci sottotenente, coll'immaginazione fissa di un avvenire illuminato da fuochi del Bengala.

La carriera militare poco prometteva a quell'epoca; nessuno, massime in Piemonte poteva presagire le splendide gesta a cui era destinato l'esercito piemontese. Perciò il Tornielli fu consigliato dagli amici e dai parenti ad abbandonare il servizio, e cosi fece, accortosi che i suoi sogni dorati erano svaniti.

Data la dimissione nel 1843 si ridusse a Novara. La sua famiglia, e principalmente il padre suo godevano molta considerazione nel paese e l'èx-cavalleggiero fu nominato membro dell'amministrazione gratuita dell'ospitale maggiore, uno dei più ricchi e grandiosi nosocomii. del Piemonte.

Per la sua attività e abilità incontestata fece parte in seguito di quasi tutte le amministrazioni: municipali e de9 Luoghi Pii della sua città natale, rifiutandone sempre la presidenza, che in tempi più difficili si persuase poi di accettare.

Nel luglio del 1848, allorché l'esercito sardo incominciava la sua ritirata in Lombardia, e si disponeva in tutta fretta l'ordinamento della guardia nazionale mobile in Piemonte, Tornielli fu insignito dei grado di colonnello dal governo e riconfermata poi alla unanimità dai suoi concittadini nelle elezioni regolari. Nello stesso tempo era alla testa della direzione dell'ospitale, rigurgitante di feriti e di malati d'ogni sorta provenienti dalla Lombardia.

La stessa incombenza gli fu serbata nel 1849,. quando alle porte di Novara fu combattuta l'infausta battaglia che ne porta il nome, seguita dalla memorabile notte nella quale re Carlo Alberto abdicava. La città era immersa nel lutto per le prostrate sorti dell'esercito, l'ospedale riboccava di feriti. Notte di spavento e di desolazione fu quella, ma più triste ancora il domani, in cui la città venne occupata dagli Austriaci. In tale frangente non venne meno l'attività e l'annegazione del Tornielli, che coll'opera sua si rese superiore ad ogni elogio.

La riconoscenza dei Novaresi lo volle nel 1850 deputato; egli però ne declinò l'onore.

Riordinati i municipii e la guardia nazionale, poco prima della guerra del 1859, gli fu offerta la carica di sindaco di Novara, che rifiutò.

Come assessore anziano gli toccò accettare di nuovo il comando della guardia nazionale, conferitogli per telegrafo poche ore prima della partenza delle truppe sarde per la linea della Dora. Incontrava con questa nomina una gravissima responsabilità, trovandosi forse alla vigilia di una nuova invasione austriaca.

Nell'ottobre dell'anno seguente fu mandato di guarnigione in Alessandria con otto battaglioni di guardia nazionale mobile delle provincie annesse; e nel gennaio del 1861 si portò con sei di quei battaglioni nel Napoletano, per agire coll'esercito, sotto il comando del generale DellaRocca. In una spedizione sulla frontiera pontifìcia, quella guardia nazionale ebbe l'onore d'essere menzionata nell'ordine del giorno del generale DeSonnaz. Caduta Gaeta, quei battaglioni furono sciolti, e ciascuno ritornò alla propria famiglia.

I disagi sofferti causarono al Tornielli una grave malattia; ma la convalescenza però fu rallegrata dall'annunzio che il Collegio di Biandrate lo inviava suo rappresentante al Parlamento.

Accettò il mandato, indirizzando agli elettori poche parole di ringraziamento, e dichiarando quale sarebbe stata la sua linea di condotta:

«Ogni volta che crederò di potere contribuire alla grandezza ed alla prosperità di questo nuovo regno, non mancherò di concorrervi col mio voto, persuaso di rispondere per questa guisa alle vostre aspirazioni ed al concetto che informa la politica nazionale».

E invero il suo voto sempre libero e coscienzioso, sebbene ispirato dalla moderazione, fu l'espressione del suo convincimento, giacché quantunque conservatore, egli votò non rare volte contro il ministero.

Piemontese di nascita, italiano di cuore, votò per la Convenzione e pel trasferimento della capitale, ed onesto patriota fu tra i pochissimi, che forti della loro coscienza e profonda convinzione, accettarono T ordine del giorno Ricasoli, reso indispensabile sotto il punto di vista morale e politico.

Non parlò mai alla Camera, né pubblicò opere di sorta, essendosi sempre occupato in lavori amministrativi.

Per la morte del marchese di Cavour, fu accolto qual membro del Consiglio d'amministrazione del Canale Cavour e poscia eletto presidente.

De'così detti uomini politici ne abbiam tanti che, il non esserlo il Tornielli, non fa freddo né caldo. In quella vece abbiam bisogno di amministratori abili e zelanti, ed egli in questo può servir di modello.

Torino, 27 maggio.


CESARE CORRENTI

La vita di quest'onorevole deputato di Abbiategrasso, consigliere di Stato e commendatore, è tanto strettamente collegata con quelle di parecchi de9 suoi colleghi che, se ci diffondessimo a rilevarne i particolari, correremmo rischio di ripetere il già detto. Questo inconveniente ci si presenta ad ogni pie sospinto, ed è uno dei mille pericoli e delle mille difficoltà di quest'opera, che dal deputato Capone fu chiamata impossibile.

Correnti, uno dei protagonisti della rivoluzione milanese del 1848, fu l'anima del governo provvisorio.

Il primo proclama che corse tra le mani degli insorti e che finiva colle parole: ordine, concordia, coraggio, uscì dal Correnti. E dopo il rovescio andò esule anch'egli dodici anni e visse scrivendo ammirabili volumetti, che gli meritarono d'esser chiamato il Cellini dello stile. Egli aveva studiato di legge, ma attirato dall'estro alla letteratura e alla scienza aveva sempre scritto fin dalla sua prima gioventù. Non aveva ancora 20 anni che fondava il Presagio, raccolta di studii giovanili, sotto i quali, come lo stesso titolo lo dimostra, covava l'idea fissa della gioventù liberale.

Vi scrivevano con lui i due Giùlini, De Filippi, Giulio Spini, Verga, Diego e Pietro Molinelli, Zoncada e Giulio Garcano, sparsi or quasi tutti nella penisola a civilizzar le genti e a godere i frutti dell'opera passata.

Nel 1842 lo troviamo a Milano, vicesegretario di governo alla Commissione liquidatrice del Debita pubblico, e poco dopo relatore della Commissione che riferì al Congresso degli scienziati italiani che sedette quell'anno a Milano, sull'argomento del lavoro dei fanciulli nelle officine.

Intanto non dimenticava la letteratura, e nella Rivista contemporanea, con Tenca e Porro, dettava stupendi articoli. Raccolse di poi e pubblicò col Maestri le poesie del Giusti che correvano manoscritte, e il Correnti fé precedere quei versi di una prefazione, che creduta di Mazzini fece di subito la fortuna del libro. Per questa edizione alla macchia, che costò loro non pochi quattrini e pericoli molti, il Giusti li regalò in benemerenza del titolo di ladri.

Nel 1845, colla pubblicazione dell'opera l'Austria e la Lombardia, il Correnti pose la prima pietra di quell'opposizione sorda e terribile che la gioventù lombarda spiegò nei tre anni che scorsero prima del 48 e nei dieci che seguirono. Di là ebbe origine quel duplice comitato d'azione e di cospirazione di cui parlammo anche alla sfuggita nella biografia del Visconti Venosta. Il Correnti fu il primo anello fra i due gruppi, e senza permettere che uno ingrandisse a scapito dell'altro, li spingeva innanzi entrambi coll'emulazione.

Era naturale che allo scoppiar della rivoluzione il Correnti ne fosse l'anima. Ognuno sa come le cose andarono; ma gli atti del Correnti resteranno. Egli, su quel periodo maraviglioso della storia lombarda scrisse un giorno a un suo amico queste schiette e nobili parole:

«Io so di non aver fatto tutto il mio dovere; so di essere poltrone, un po' per bizzarria d'artista, un po' per umiltà, un po' per orgoglio. Ma che vuoi? Per far le follie eroi che che abbiam fatto noi, ci volevano uomini così; per governar l'Italia ci vuoi altro. Fate presto voi altri giovani ad allacciarvi i calzoni e mandateci a dormire che è tempo».

Non possiamo resistere alla tentazione di pubblicare un'altra lettera del Correnti, che lo metterà dinanzi a9 nostri lettori più chiaramente che se noi ci dilungassimo a descriverlo per dieci anni colle nostre parole. Questa lettera, che avrebbe forse dovuto restar segreta, a noi è parsa tanto bella e per lui tanto onorevole, che abbiamo vinto il rispetto umano, certi come siamo che nessuno crederà al male che il Correnti dice di sé stesso; e se a lui spiacesse, ci perdoni per l'amore d'Italia:

«...Io sono tanto malcontento di me e de' fatti miei, mi sento tanto inferiore alla grandezza degli avvenimenti che mi nacquero in parte tra le mani, che se dovessi giudicarmi mi concerei per le feste; ma d'altra parte ho una certa compassione di me e di tutti, la quale mi toglie il coraggio di aguzzar troppo i ferruzzi; compassione ch'io non ho saputo mai e non so ancora se venga da altezza di giudizio o da una cotal femminilità e stanchezza d'animo. Come le dissi, ho veduto nascermi tra le mani cose ultramirabili; e da questo lato testimonio e autore, capisco che devo rassegnarmi ad essere uomo pubblico. Ma quanto io abbia orrore di quella che ora chiamano pubblicità, lo può capire da ciò, che tutte o quasi tutte le cose mie, meno quelle che non mi importano straccio, le pubblicai senza nome cominciando dalla Fede d'un giovane che mi toccò però di veder travestita e ristampata sotto il nome di un altro, venendo fino all'Austria e Lombardia e alle Dieci giornate di Brescia, di cui mi occorsero più volte citati e tradotti interi brani sotto il nome d'amici e di avversarii miei....

«Meno quando la coscienza marcia mi ci tirò proprio pei capelli, come nelle discussioni per la Crimea, in quella pél trasferimento della marina militare alla Spezia, in quelle perla riforma della legge di leva e sull'assassinio politico, io non aprii bocca mai, se non per sbadigliare; e quelle poche volte che m'indussi a sciupare il fiato, lo feci per meno disagio leggendo. Codesta consuetudine è prova di miseria d* animo. Temer di non trovar parole quando le infila perfino il... Ma che vuole? Io ho un, terrore puerile del pubblico, della critica e delle mie orecchie, e sono certo che sem'avesse a scappar una stonatura cadrei sotto la seggiola.

«Ma se non parlai che cosa ho fatto? Quello che feci nel 1848 ella lo sa o lo può sapere, che io già su questo punto mi confessai pubblicamente nell'Archivio triennale, dove si trova nel primo volume, e dove si riconosce, sebbene anonima, la mia deposizione. Quello che non riuscii a fare tutti lo sanno; come tutti sanno quello che invano tentai di fare nel 1859, quando, tre giorni prima che ci capitassero i Francesi, venni a Milano, sognando di rifare le cinque giornate, oppure, come scrisse a' suoi bei tempi Y Unione, cercando di strappar dal nuovo albero della cuccagna un grasso impiego.

«Infine; lasciamola stare! Vuoi proprio che le dica una cosa che non ho detta e non dirò mai a nessuno, e ch'ella avrà la cortesia di tener segreta?

«I miei primi e ultimi versi fatti a 20 anni sono ancora la sola cosa di cui non mi pento affatto. Versi e progetti. Tutti i miei articoli sono progetti di libri amoreggiati da anni, temporeggiati per anni, e che sino all'ultimo giorno di vita mi immaginerò d'aver tempo e voglia di fare.

Chi si pigliasse la fatica disperata di mettere insieme i miei scritti, anonimi quasi tutti, che sparpagliai nella Rivista Europea, negli Annali di Statistica, nella Concordia, nel Cimento, nel Progresso, nel Diritto il quale deve il suo battesimo alle mie mani profane si accorgerebbe che la mia malattia è un ristagno di flussi poetici.

«Ma, dirà lei, e la politica?

«Ah, caro signore; nella politica non oso lasciarmi tirare dalla natura balzana del mio cervello. Si tratta della sola cosa di cui nessun galantuomo possa ridere; si tratta della vita della madre nostra, e dell'anima dei nostri figliuoli. Dirò anch'io con Boileau che la religione cristiana, e la mi lasci dire anche la religione della patria che ne è 1'apocalisse, è una cosa troppo grave per lasciarla sciupare in fantasticaggini. In questo punto io voglio andar sicuro, e ad ogni costo avessi a perderci 1'anima, come ci ho già perduta la gioventù e la popolarità, s'ha da fare l'Italia. L'avvenire, spero, farà gli uomini degni di lei. Non potendo essere fiori contentiamoci di esser radici. Nondimeno alle volte dubito che anche questa politica che ci fa andar carpone per paura di ogni inciampo non sia, come il ticchio dell'anonimo, una pretta poltroneria e che tutto il timore dei pubblici giudizii e la meticolosa prudenza non siano vanità bell'e buona, e ipocrisa di quella fina, e che tutta la umiltà e la rassegnazione non si risolvano in un presentimento di non poter fare, e nel gusto di poter dire: se avessimo voluto!»

Infatti in Parlamento, Correnti non è muto; legge però, forse per risparmiar la fatica com'ei pare confessi del porgere oratorio.

Nel mese scorso, come relatore della Commissione per la vendita delle ferrovie, lesse la sua relazione che fu giudicata un capolavoro su tutti i rapporti.

Parlando di questa relazione così si esprime il corrispondente della Perseveranza:

«...egli Correnti non ha saputo vincere la sua ripugnanza o timidezza e però anziché parlare si accontentò di leggere. E in queste condizioni ha ottenuto il massimo» successo che si possa avere; è stato ascoltato con silenzio attentissimo e molta benevolenza. È d'uopo confessarlo però: sarebbe impossibile immaginare una forma più elegante, più peregrina, e nello stesso tempo più vera con cui tradurre i proprii pensieri, di quella che sa usare il Correnti».

Nella modestia quasi morbosa del Correnti sta tutta la sua vita. Ma egli è ancora cosi giovane di cuore che noi non gli meniamo buone le sue mestizie. Noi auguriamo all'Italia che il Correnti continui a servirla, e che dalla nuova generazione sorgano uomini pari a lui, e che più di lui conoscano ed apprezzino i proprii meriti.

Firenze, 20 maggio.



GIROLAMO CARAFA

Non si sa se l'onorevole Carafa senta più ritrosia a parlare nella Camera, che a far parlare di so nel pubblico.

Quanto rinomato è il suo nome nelle più cospicue famiglie napolitane, altrettanto oscura è la di lui vita politica. Ignorasi pure per quale intento gli elettori di Napoli lo abbiano deputato al Parlamento. Il Carafa infatti non tende ad alcuna riforma, né promuove principio, alcuno. Nelle condizioni attuali d'Italia non basta l'appigliarsi alle vaghe frasi di cercare il bene del paese e propugnarne la libertà, per essere un buono ed utile legislatore. Ma anzitutto bisogna dimostrare e proporre con quali mezzi può trovarsi questo bene e conservarsi ed estendere tale libertà. I nemici d'Italia nuova, per arrivare ad un intento contrario, sanno benissimo quale via scegliere e quali dottrine propalare. Sarebbe follia quindi il volerli combattere e vincerò senza prima essere muniti di solidi mezzi di difesa, senza poter controminare le ostilità che ne accerchiano.

Questa incuria, o meglio imprevidenza, se è riprovevole in un legislatore di reami provetti nel costituzionalismo, è incompatibile nel deputato di una nazione che sta costituendosi.

Nella oscurità della sua inerzia politica, l'onorevole Carafa assicura di aver sempre votato nella Camera a seconda della propria libera coscienza. Questa pure è una frase estremamente elastica. La coscienza del legislatore rappresentativo dcvesi informare alla coscienza dei rappresentati; epperò finisce essa di essere individuale e diviene collettiva. Ora il sentimento degli elettori è un riflesso di un programma politico; il quale mancando, perturba inevitabilmente tutto il congegno rappresentativo, lasciando fare al mandatario una cosa, mentre il mandante ne vuole un'altra.

Il Carafa, a giustificare questa sua inerzia, suol dire: non avere egli ambizione alcuna.

Con ciò il Carafa confonde, al pari di molti altri suoi colleghi, la cosa pubblica colla privata.

Altro è l'ambizione personale, altro il nome pubblico per pubblico mandato. Appena accettato tale mandato, la pubblicità del pensiero e dell'opera del legislatore diviene un dovere. Se poi di questo dovere gli ambiziosi si fanno sgabello per salire, questo per nulla esonera i patrioti dal dovere, dall'obbligo loro; e non impone loro il bivio, o abdicare vera diserzione o di diventare nullità politiche.

Insomma, riunendo il Carafa tutte le facoltà negative di un'impossibilità parlamentare onorando sempre in lui i pregi privati noi siamo d'avviso che egli, entrato nel Parlamento senza sapere perché e per chi, dovrebbe uscirne appena gliene venga offerta un'occasione.

Napoli, 26 maggio.


CARLO DE CESARE.

Non fa bisogno di essere napoletano per sapere che la famiglia De-Cesare è fra le più illustri dell'antico regno di Napoli. La loro casa al tempo della famosa reazione fu incendiata dal cardinal Rutto di esecrata memoria, non prima d'averla fatta saccheggiare dalle truppe e d'averne devastati i poderi. Gli antenati dell'attuale rappresentante di Spinazzola perdettero la vita sul palco e le Joro ricchezze vennero confiscate dal Bofbone.

Carlo De-Cesare che oggi ha 41 anni, dopo essere stato educato a Potenza in Basilicata, andò a Napoli per studiarvi filosofia e come tutti i giovani napoletani, si dedicò con amor grande alle Muse. Scrisse versi a Cioè e a Nice, alla luna ed alle stelle, dettò romanzi e tragedie, oggi dimenticate, finché incontratosi in Matteo De Augustinis, distinto patriota e libero pensatore, diede un addio alle Muse e dedicossi invece alle scienze economiche e politiche.

Apparecchiato cosi alla redenzione della patria, il De-Cesare si gettò a capofitto nella rivoluzione del 1848 e combattè colla penna nei giornali liberali dell'epoca, e col fucile alle barricate del 15 maggio. Egli trovavasi al fianco di Biagio Miraglia che oggi copre una carica nel ministero dell'interno, di Giuseppe del Re, or ora rapito a'suoi colleghi, di Silvio Spaventa e di D'Errico, entrambi deputati.

Vinta quella resistenza dalle truppe borboniche, il De-Cesare potè fuggir da Napoli e guadagnar le foreste dell'interno. Cercato, errò per 27 giorni in que'boschi di Basilicata che oggi sono ricettacolo dei nemici della libertà; ma non trovando asilo, fu costretto a presentarsi spontaneamente ali* autorità. Fu condannato a domicilio coatto in Spinazzola, dove messosi a ristudiare economia pubblica, diede poco dopo un libro alle stampe sulle condizioni della Puglia, libro che gli procacciò nuovi affanni.

Nel 1853 i patrioti delle provincie meridionali avevano copertamente apparecchiato un movimento insurrezionale. Il segnale fu dato pel 2 agosto, e in quel giorno infatti Spinazzola per opera de'fratelli De-Cesare si provò a insorgere; ma siccome nessuno si associò al movimento, essi furono carcerati e posti sotto processo. Però aiutali dal silenzio o dalle testimonianze a loro scarico da tutta la popolazione, furono rilasciati dopo cinque mesi di carcere e di esami, e non furono obbligati che al solito domicilio coatto in Napoli, sotto l'attiva sorveglianza della polizia.

Negli anni che fece dimora in Napoli, il De-Cesare pubblicò molte opere di economia, di statistica e di studii sociali. Abbiamo di lui: il Mondo civile e industriale una Statistica del Comune di Spinazzola e un Trattato dell'enfiteusi un altro sulle Prove, in materia civile un saggio sull'Industria asiatica sulla Proprietà letteraria sulla Protezione e sul libero scambio. Abbiamo un libro dell'Educazione alle arti e mestieri del Metodo statistico delle Condizioni economiche e morali delle classi agricole nella provincia di Puglia, che fu premiato dall'Accademia pontoniana.

Nello stesso tempo egli aveva accettato di essere segreto corrispondente della Rivista contemporanea di Torino e dell'Archivio storico del Viesseux, nel quale ultimo comparve tra il 1857 e il 1858 un lungo articolo: Sul Progressivo svolgimento degli studii starici nel reame di Napoli e Sicilia dalla seconda metà del secolo decimoUavo fino alla metà del secolo decimonono quest'articolo ebbe in quell'epoca in Italia un successo di entusiasmo, per la ragione che, parlando sugli studii danteschi, vi si diceva che l'allegorico veltro del primo canto, altri non era che Vittorio Emanuele.

Il Borbone avuta la prova ch'egli era autore di quegli articoli, k) confinò a Torre del Greco per tre mesi, sicché gli fu necessario interrompere i suoi studii e le altre pubblicazioni.

Era naturale che il De-Cesare non dovesse essere lasciato in un canto appena spirarono aure di libertà. Quando infatti dopo Solferino e Marsala fu proclamato a Napoli lo Statuto del 1848, e un ministero costituzionale ebbe preso il posto del ministero dispotico, il Manna, amicissimo del De-Cesare, lo chiamò a collaborare nel ramo della finanza. Se egli accettando abbia fatto bene o male, ciascuno può giudicarlo colla propria opinione. Dicono gli amici del De-Cesare ch'egli sulle prime rifiutasse, ma che quando il Manna gli ebbe detto non trattarsi di opinioni politiche, ma di salvare il paese dal saccheggio e dal sangue, accettò e fece il suo dovere. Quando il Manna fu mandato a Parigi, ei dovette resistere alle richieste di Francesco II che voleva denaro a ogni costo; glielo negò dicendo essere ormai il denaro pubblico denaro della nazione, e in tal modo contribuì a tener le casse in buono stato fino all'arrivo di Garibaldi, che vi trovò quindici milioni di lire, colle quali gli fu possibile fondar la dittatura e aprir la campagna di Capua e del Volturno. Diversamente la rivoluzione avrebbe dovuto ricorrere ad imposte forzate e a misure odiose, che l'avrebbero forse schiantata sul più bello. Il generale apprezzò il benefìcio, e volle che il De-Cesare restasse segretario generale di Antonio Scialoja, chiamato da Torino a dirigere la finanza napoletana.

I nostri lettori conoscono il valore dell'amministrazione di questi uomini della cosi detta consorteria; non ripeteremo il già detto. Il De-Cesare fra costoro non fu certo il peggiore; ma quando il Berlani, segretario generale cominciò a far da despota, il ministero di cui faceva parte Scialoja, lasciò il posto al Conforti, e cominciarono allora lo lotte fra i partili autonomo, liberale e repubblicano. Alla venuta del re, nel novembre del 1860, un nuovo ministero fu composto. Lo Scialoja tornò su e rivolle il De-Cesare a suo segretario generale, e fu allora che i partiti, sdegnati per 1'allontanamento di Garibaldi, si scagliarono più che mai contro i consorti. Questi tollerarono in pace le offeso,. alcuni per amore della monarchia, altri per amore del portafogli; quanto al De-Cesare, ebbe dal generale alla vigilia della sua partenza da Napoli questo autografo:

«Signor De-Cesare.

«Le devo una parola di lode e di ringraziamento in nome d'Italia per tutto quello che ho fatto nell'interesse della patria e gliela do liberamente.

«Garibaldi».

Il Collegio d'Acerenza, che poi mandò il Saffi al Parlamento, aveva eletto il De-Cesare nel gennaio del 1861. Annullata quell'elezione, ei fu rieletto nel secondo Collegio di Napoli, che è quello di Chiaja. Alla Camera egli sedette sempre al centro sinistro, facendo parte, ben inteso, della maggioranza. Si può francamente metterlo fra i deputati assidui alle sedute; è buon lavoratore e quando parla non provoca gli sbadigli. Consigliò sempre le economie in tutte le amministrazioni, e formulò anche un piano di finanza nel luglio 1862, il quale, se fosse stato accettato, forse non saremmo oggi al mal partito in cui ci troviamo.

Egli fu per tre volte eletto membro della Commissione nel bilancio; due volte per la vigilanza della Cassa dei depositi, altre volte nella Commissione governativa della perequazione, della fondiaria, delle decime feudali ed ecclesiastiche, dei trattati di commercio e navigazione, della riforma delle leggi di registro e bollo, ecc, ecc.

E trovò tempo anche di scrivere opuscoli, tra i quali giova citare: il Primo unitario italiano; il Potere temporale del papa risguardato sotto l'aspetto storico, religioso, giuridico e politico; un Manuale di economia politica ad uso delle scuole del regno; il Tavoliere di Puglia e la legge d'affrancamento; il Credito fondiario e il Credito agricolo; ed oggi stesso egli sta presso il Lemonnier stampando un libro II passato, il presente e l'avvenire dell'amministrazione del regno italiano, nel quale sappiamo ch'ei si propone di svelar tutte le piaghe e porgere salutari consigli per rimpianto d'un'amministrazione che non trascini l'Italia alla rovina.

Se saranno rose fioriranno.

Firenze, 5 giugno.



GENNARO DEFILIPPO

Nacque in Napoli, ove finiti gli studii ottenne la laurea d'avvocato, professione che esercitò con onore, giacché gode fama di distinto forense.

Di sentimenti liberali, ei prese parte nelle mene preparatorie dei moli 1848.

Nei processi politici di quell'epoca egli difese strenuamente gli imputati, non solo presso la Corte speciale di Napoli, ma anche negli altri tribunali del regno, prestando sempre gratuita e disinteressata T opera sua. Fu difensore del Poerio nella causa della setta dell'unità italiana, malgrado l'opposizione del tristo Novarra, presidente della Corte speciale di Napoli, potente per i sozzi servigi da lui prestati al Borbone.

Per l'operosità e l'abnegazione, come pel coraggio e l'intelligenza mostrati per la causa dei liberali, non che per l'attività nelle cospirazioni, fu il De-Filippo, severamente sorvegliato dalla polizia.

Egli fu capo del comitato segreto detto dell'ordine, ed ebbe parte principale nella compilazione del foglio clandestino il Corriere di Napoli.

Nel 1859 fu carcerato, e nei primi giorni del 1860 esiliato. Se ne venne a Torino, ove legossi in stretta amicizia col Pisanelli, e colle persone più notabili dell'emigrazione napoletana.

Promulgata la costituzione dal Borbone, il De-Filippo rientrava in Napoli, e di là portavasi a Messina, per concertare con Garibaldi 1'entrata dei volontarii nel regno.

Il Pisanelli, reggendo il ministero di giustizia sotto la luogotenenza Farini, chiamò il De-Filippo al posto di direttore di quel dicastero. Più tardi fu nominato prefetto di Foggia, carica che però non volle accettare.

Eletto deputato, appartenne sempre alla maggioranza, colla quale votò, tranne nel ministero Rattazzi, tutte le leggi quali che fossero. Fu oppositore dell'amministrazione Rattazzi, e lo sarebbe stato del ministero Peruzzi-Minghetti, se al ministero di grazia e giustizia non era il Pisanelli.

L'amicizia non diciamo lo facesse travedere, ma lo rese ingiusto co' suoi antichi amici politici dell'opposizione e -con quanti non vollero appoggiare la nuova amministrazione per riguardo del Pisanelli.

Non pertanto, per la coscienza del suo passato, non osò prender parte attiva nelle discussioni, ed appoggiò i suoi amici più colle opere estra-parlamentari e col voto che altrimenti.

Siede al centro sinistro; parlò rare volte alla Camera; ma è stato abbastanza assiduo e laborioso negli uffici; appartenne a varie Commissioni, e spesso fu relatore d'importanti progetti di

Napoli, 13 giugno.


CARLO GORINI

Lo scorso lunedì spirava il deputato Carlo Gorini, dilettissimo nostro e di tutt'Italia, che in lui ammirava l'egregio cittadino e il deputato dell'avvenire.

Sulla di lui fossa l'onorevole Robecchi, il dottor De-Cristoforis, fratello del capitano — l'eroe di San Fermo — e il deputato Allievi dissero calda e generose parole.

Quest'ultimo, deplorando il lagrimevole fine dell'egregio Gorini, ne tesseva la biografia che noi riproduciamo perché in essa sono compendiate alcune pagine 'importanti della storia d'Italia di questi ultimi anni:

«La vita di Carlo Gorini è una delle più belle, delle più nobili che compendiano ed onorano le fatiche ed i dolori di un'intera generazione. Egli è stato in eminente grado quello che noi tutti avremmo voluto essere in una sfera di aspirazioni più modeste: egli ha amato e servito la patria, così nobilmente come la si può servire da un uomo egregio, a cui riescono facili tutti i doveri di quel patriotismo operoso, che è fiamma ed impulso alle cose più grandi.

«Carlo Gorini è stato a sua volta studioso, soldato, maestro, e poi di nuovo scrittore, rappresentante della nazione, sempre e valorosamente soldato.

«La sua vita è specchio luminoso di quelle virtù che hanno fatto l'Italia. Assidua applicazione del pensiero alla redenzione del proprio paese, annegazione intera ed oblio di sé stesso, eroismo invitto e purissimo.

«Carlo Gorini è un modesto figlio del popolò. Egli attendeva nel 1845 con fervore agli studii legali nell'Università di Pavia. Colpito dalla leva austriaca nel 1845, la ristretta fortuna della famiglia non gli permette so^trarsi immediatamente all'odioso obbligo, ma quando al principio del 1848, cessata la fallace condiscendenza a continuare gli studii del governo straniero, fu chiamato a vestire l'abborrita divisa, egli prendeva la via dell'esilio e scampava in Piemonte.

«Le giornate di marzo lo richiamavano entro le mura della sua vittoriosa Milano. Per poco vi indugia a discutere e scrivere di politica cogli amici suoi: alle notizie allarmati del Veneto, egli prende un fucile e si avvia volontario con una colonna di valorosi giovani lombardi, un centinaio, i quali vanno a ricevere tutti il battesimo del fuoco nella breve e non ingloriosa difesa della nobile città di Treviso.

«Tornato a Milano dopo la caduta delle città venete, egli prende nuovamente il suo posto nella legione di Garibaldi. A Luino, a Morazzone è tra i più valorosi a combattere. A Morazzone è tra quelli incaricati di difendere la ritirata: audace e fermo già come vecchio soldato, il giovane sergente è tra gli ultimi a far la fucilata e ad abbandonare il contrastato terreno.

«Ritraevasi quindi nel Cantone Ticino. Due mesi dopo una colonna di armati, con miracoloso e, pur troppo inutile, ardire varca, guidata da Medici, le altissime cime del Morio, una spedizione, in cui duecento e più giovani per poco errando due giorni e due notti fra le nevi di quei dirupi, non perirono di freddo, di stanchezza, di fame, perduti nei ghiacciai o sepolti dalle valanghe. Il Gorini era con quel drap- _ pello di valorosi.

«Più tardi moveva a Firenze. Deposta la penna, per un momento appena impugnata, egli si arruola ancora, sotto la direzione di Medici, nella legione dei Bersaglieri italiani, e vi è nominato tenente. Quella legione, venuta la ristaurazione toscana, passava sotto il nuovo nome di battaglione dei Volteggiatori italiani al servizio della romana repubblica. Il Gorini era capitano a Roma: egli fu tra gli animosi i quali hanno illustrato le pagine di quella difesa eroica tra le diroccate mura del Vascello.

«Un giorno, ed era degli ultimi di quella sanguinosa e non infeconda protesta, con cui l'Italia affermava il suo diritto su Roma, egli si slancia alla testa della sua compagnia, assistito da pochi altri giovani lombardi, a riprendere la breccia già occupata dagli assalitori francesi. Egli si batte corpo a corpo col nemico: ferito gravemente da una palla di moschetto al braccio sinistro, si trova appuntate contro le baionette che lo feriscono pure al fianco sinistro, e se ne schernisce audacemente colla spada. Fu miracolo se ebbe salva la vita.

«Roma è caduta. La fortuna italiana, mortalmente ferita a Novara, par disperata d'ogni resurrezione. Venezia resiste ancora, è vero; ma chi l'aiuterà se tutti cadono da tutte le parti?

«II Gorini penava molto a riaversi della sua ferita al braccio, la quale gli doveva lasciare traccia di debolezza insanabile ai muscoli, e cagione segreta di lenta e ostinata estenuazione. Rimessosi appena un po'in salute, pensava a guadagnarsi un pane, onde non essere d'aggravio alla non agiata famiglia. Nessun ufficio pareva umile alla.sua modesta virtù, purché gli procacciasse indipendenza di vivere onorato. E fu infine lieto di trovare nell'istruzione, negli studii, quel compenso a cui anelava. Maestro in una scuola tecnica e di marina del Comune di Sampierdarena, egli vi attendeva agli studii di geografìa, di scienze naturali, in cui fra breve accennò a farsi distinto, quantunque propriamente educato nella prima gioventù agli studii di legge. Dal 1850 al 1858 furono per lui anni di annegazione, di lavoro oscuro, di virtuosa rassegnazione, in cui non splendevano meno le qualità dell'animo gentile, onesto, amante della scienza e della patria.

«Tratto tratto gli riardeva il malore del braccio; ma le apprensioni, divenute qualche volta paurose negli "amici, nei fratelli, non fiaccavano, non annebbiavano la serena fiducia delibammo suo. Anche le ingiuste persecuzioni politiche non gli provocarono che qualche impeto di passaggiero sdegno: l'animo buono non poteva durare nell'ira.

«II Gorini aveva appartenuto a* quella schiera di giovaci, e nel 1848 erano molti in Lombardia, a cui pareva che i rivolgimenti di quelP epoca annunziassero una fortunata e compiuta rinnovazione sociale. La grande missione del redimere l'Italia pareva facile cosa alle giovani immaginazioni, le quali vedevano per la prima volta ondeggiare tutti i vecchi Stati d'Europa, e quasi inabissarsi nelle proprie rovine. Le vittorie popolari di tutte le nazioni esaltavano questa ebbrezza di grandi speranze.

La prudenza politica, l'opportunità, il bisogno della disciplina, il vantaggio di avere capo all'impresa un vecchio Stato e un valoroso re, non potevano essere allora apprezzati al loro giusto valore da intelletti animosi, a cui nulla pareva impossibile, impazienti d'ogni freno per la stessa dura servitù patita e per la lunga scuola delle cospirazioni. Era un'età di entusiasmo, di giovinezza e di fede. Noi non possiamo però né anche oggi, né vogliamo quell'età rinnegarla. Più tardi le dure lezioni dell'esperienza, la necessità di una preparazione decennale, il bisogno di una forte iniziativa e di una concorde azione ci additeranno bene quali sieno le condizioni pratiche di successo della politica nazionale, ma questa conoscenza più intera, questa "esperienza più adulta, riusciranno infruttuose affatto se non sieno sospinte, agitate, scaldate da quella fiamma di sentimenti generosi, che ebbe alimento nelle poetiche commozioni del 1848.

«Carlo Gorini non conosceva le passioni e le esagerazioni dei partiti. La sua anima generosa e sincera, accettava le oneste inspirazioni del suo paese. Egli non aveva che una sola regola di azione: il proprio dovere, il sagrifizio ogni qualvolta il paese lo chiedesse.

«II 1859 ha veduto raccogliersi nei Cacciatori delle Alpi quasi tutti gli avanzi più valorosi delle passate rivoluzioni. Garibaldi capo a tutti, richiamava tra gli altri il Medici, e questi a sua volta aveva ancora tra gli uffiziali del suo battaglione il capitano Gorini. Come ei si comportasse, vel dicano le solenni dichiarazioni d'onore che gli furono compartite. Al 9 giugno otteneva una menzione onorevole per il coraggio dispiegato nei primi combattimenti del maggio 1859; più tardi è fregiato della medaglia al valor militare per l'intelligenza e valore con cui ha guidato un battaglione nelle giornate di Varese e di San Fermo al 26 ed al 28 maggio. Carlo Gorini, un giovine modesto, timido, se mi permettete dirlo, siccome una fanciulla nelle relazioni ordinarie della vite, sul campo di battagliasi esalta, si trasfigura, e diventa un poderoso e fiero combattente, che il proprio ardire per contagio mirabile negli altri trasfonde. Egli si manifesta allora come una di quelle nature superiori,. riservate ed ardenti ad un tempo, sensitive e indomabili, di cui l'Italia sola, da Dante a Garibaldi, c'ha offerto i più splendidi tipi.

«II valere spiegato nella campagna del 1859 gli valse anche la insegna della legion d'onore francese.

«Dopo Villafranca, il Gorini non abbandonò il suo posto nell'esercito. La potenza delle armi francesi gli aveva, per cosi dire, reso più chiaro il concetto di ciò che all'Italia mancava per essere una nazione libera e forte. Non era il valore, non era il patriottismo, non era 1'entusiasmo, ma sì quella forte pazienza degli ordini militari, senza cui un grande esercito non esiste, il quale a sua volta è condizione prima per l'indipendenza di un grande paese.

«La lunga incertezza in cui si lasciavano gli ufficiali dei Cacciatori delle Alpi rispetto alla lor sorte non valse in alcun modo a smuoverlo dal suo proposito. Egli aspettò. Ogni sfacimento di forze già fatte, ogni battaglione che si sciogliesse, ogni ufficiale che desse la dimissione, gli pareva principio di quella disordinata mutazione di pensieri e di cose da cui erano usciti i grandi guai del 1848. Da questo punto egli ha compreso che il posto d'onore, il posto assegnato dal dovere è nell'esercito italiano, ed egli non l'abbandona più.

«Nel 1860 sedeva in Parlamento rappresentante della nazione. Egli portava nell'ufficio politico quella severa inspirazione, quella indipendenza di animo che erano, si può dire, indivisibili dalla sua natura. Gli interessi del nascente esercito italiano lo spinsero pressoché unicamente a prendervi la parola e vincere la ritrosia istintiva della modestia. Egli diffidava, come di pericolo per l'Italia, delle troppo accese passioni di parte, e però se ne teneva fuori. Alla carità della patria, più ancora che alle simpatie ed agli stessi propri più gloriosi ricordi, egli chiedeva la inspirazione del voto.

«Carlo Gorini parve destinato a combattere tutte le battaglie più dure, per cui si è fatta l'Italia. Nel 1861 era spedito a capo di un battaglione nella provincia di Basilicata a combattervi il brigantaggio. Qual fosse il suo valore in quella dolorosa e terribile campagna si conobbe ben tosto, allorché gli fu solennemente conferita una nuova medaglia al valor militare per essersi distinto nel combattimento di Colle, in cui si dovette alla bravura ed ali1 energia con cui egli Beppe spingersi innanzi col proprio cavallo in mezzo alla mischia, se venne liberato un picchetto di 18 soldati già caduto nelle mani dei briganti. Ciò avvenne il 3 agosto 1861. E più tardi, per nuovi atti di energia ed indefessa alacrità di movimenti, otteneva nuove insegne di onore.

«Del brigantaggio egli non vedeva unicamente il fenomeno di violenza contro cui lottava il soldato. Egli vedeva anche le cause più remote, nel mal governo del passato, nella superstizione ed ignoranza, nella cattiva ripartizione della proprietà territoriale, nella miseria delle classi agricole.

«Egli studiava la terribile piaga con intelligenza d'uomo politico, con passione di onesto italiano, il quale vuole ad ogni modo guarirla. Il ferro ed il fuoco, egli diceva, non bastano: bisogna rialzare dalla sua condizione tristissima codesto sciagurato cafone, il quale, nell'abbandono in cui è, somiglia piuttosto al bruto che all'uomo. È tutta una opera di civiltà e di redenzione da compiere. Bisogna dare al paese le strade, alle popolazioni rurali l'amore della terra e l'interessamento nei suoi prodotti, alle classi più agiate il sentimento della loro responsabilità e dei loro doveri.

«Brevi, ma sapienti scritture, delle quali alcune anche fatte di ragion pubblica (1) ci hanno provato la passione patriottica, con cui il Gorini studiava le difficoltà del brigantaggio nelle provincie del mezzodì.

«Per qualche mese, in assenza di generale, fu come anziano nel comando militare a capo dell'intera provincia.

Nell'adempimento di un duro e terribil dovere, si guadagnò stima, si conciliò affetto fra le popolazioni, e da privati, e da Municipii, ebbe testimonianze di onore e oli riconoscenza moltissime.

«Dopo un anno e mezzo di continua guerra contro i briganti, stremato di forze, ma ancor più addolorato di animo, ritornava a.breve riposo nelle provincie settentrionali.

«Ma, colla nomina a tenente-colonnello, egli era chiamato di nuovo alla dolorosa missione. Furono pochi mesi di una febbrile attività, aiutando e seguendo le mosse del generale Pallavicino nelle selvose e dirupate montagne, che dividono la Basilicata dalle finitime provincie di Avellino e di Capitanata. Lo stesso generale Pallavicino, rendendo conto dei risultati della sua campagna contro i briganti, citava, or non ha guari, ad onore i grandi servigi di tre sruoi luogotenenti-colonnelli, tra cui era il nostro Gorini.

«Al suo comando era soggetta la zona militare di Lacedonia, distesa tra 1'alta valle dell* Ofanto e del Carapella, una triste regione, non sapremmo se più infausta per le scene del brigantaggio o per il pestilenziale influsso della mal'aria e delle febbri che vi dominano in molta stagione dell'anno. Gli stenti e il micidiale aere affransero del tutto una organizzazione già debole per l'antica ferita, e sostenuta più dall'energia del volere che dalla fortezza nativa del temperamento. Febbricitante, estenuato, egli riducevasi, ora sono circa tre mesi, a domandare un po' di riposo in seno alla famiglia».

E il riposo l'ebbe dalla morte. Ma sopravvive il di lui esempio, guida sicura per tutti coloro che verranno dal pubblico suffragio chiamali a dirigere la cosa pubblica.

Milano, 15 giugno.


(1) Alcuni cenni sul Brigantaggio pubblicati nella Perseveranza.



GIUSEPPE PICA

Nello stesso modo che gli astronomi si rendono immortali battezzando col loro nome l'astro scoperto, cosi quest'onorevole si è reso, se non immortale, famoso al certo colla legge che, da lui che la fece, prese il nome.

Il perno su cui s'aggira questa legge sta nell'essere il Pica d'opinione che, per assicurare la libertà e l'indipendenza nazionale, è necessario qualche sagrifizio della libertà individuale. La legge Pica è del resto assai più mite di quella presentata dalla Commissione; e perciò fu adottata all'unanimità. La cattiva esecuzione, specialmente in sul principio, sollevò contro di essa innumerevoli lagnanze, ma il legislatore non è il potere esecutivo, e sarebbe ingiustizia farne carico al Pica; tanto più che, nonostante gli errori gravissimi commessi nel mettere in pratica questa legge eccezionale, segnalati ne sono i vantaggi; sicché è sempre da preferirsi all'inesorabile legge militare che avrebbe fatto strage di tutti i manutengoli. In quella vece il domicilio coatto avrà bensì fatto versare qualche lagrima innocente, ma ha salvate innumerevoli vite.

Nacque il Pica negli Abruzzi nel 1813 da civile famiglia; compì in patria gli studii e intraprese giovanissimo la professione d'avvocato, nella quale acquistossi una certa fama. Le -di lui opinioni liberali e le simpatie attestate co' fatti verso i perseguitati politici, l'avversione ch'egli ebbe sempre per i Gesuiti e i loro affigliati, gli valsero la sorveglianza della polizia borbonica. Soppravvenuti i casi di Rimini nel 1845, d'ordine di Ajossa, in allora intendente d'Aquila, fu arrestato e posto in segreta con altri quattro suoi concittadini, fra i quali il dottor Tartaglia ed il Falconi.

Sottomessi al giudizio della Giunta di Stato, dopo circa otto mesi furono scarcerali. Al Pica però venne consigliato — era questa, lo vedemmo già, la frase cortese d'una positiva ingiunzione — di trasferire la sua dimora in Napoli.

Concesso dal Borbone lo Statuto del 10 febbraio 1848, Pica pubblicò un opuscolo per dimostrare la necessità di un piccol censo per gli elettori politici, eliminando ogni condizione eccezionale per gli eleggibili. Nominato al primo scrutinio uno fra i deputati della provincia di Aquila assistette alle riunioni preparatorie del 12, 13 e 14 maggio. Propose la forinola del giuramento che si richiedeva dai deputati, in modo da assicurare ad essi il diritto di modificare lo Statuto; formola che venne accettata dalla riunione; e Pica, Capitelli, Baldacchini e Poerio furono incaricati di comunicarla al Ministero e di farla accettare da esso. La mattina del 15, quando già le barricate erano sorte, Pica e gli accennati suoi colleghi tentarono ogni via di onesta conciliazione col Ministero medesimo; ma le fucilate, cominciate pochi momenti dopo il loro arrivo, mandarono fallito quest'ultimo tentativo.

La catastrofe del 15 maggio 1848 è ormai nota in tutti i suoi particolari. Sciolta l'assemblea nazionale, Pica, rieletto alla seconda convocazione, prese posto sugli scanni della opposizione; gli atti parlamentari di quell'epoca attestano com'egli abbia compiuto il suo dovere. Arrestato nel giugno del 1848 sotto, la imputazione di essere stato uno degli autori del movimento del 15 maggio, declinò la competenza de' tribunali ordinarii, invocando il giudizio de' Pari, e rifiutando ogni risposta all'interrogatorio. Dalle carceri di Santa Maria Apparente, fu tratto a quelle criminali di Castel Sant'Elmo, quindi al carcere-ospitale di San Francesco e finalmente alle prigioni della Vicaria. Apertosi, dopo il colpo di Stato di Napoleone III, il pubblico dibattimento avanti la «orte speciale di Napoli, Pica sedette con altri quarantaquattro accusati. Subì sette mesi di processo, prendendo questa volta spessissimo la parola per rilevare le violazioni dello Statuto e delle leggi penali continue in tutto quell'infamissimo processo, e facendo meno la sua difesa, che quella del diritto violato. Fu condannato a ventisei anni di ferri. Inviato dapprima al bagno di Procida e quindi a quelli eccezionali di Montefusco e Montesarchio, ove erano Poerio, Castromediano, Nisco ed i suoi intimi Schiavoni e Braico, co' quali ultimi divise tutte le sofferenze di quella durissima prigionia.

Con essi e coi parecchi altri, nel gennaio 1853, fu imbarcato su lo Stromboli e quindi, a Cadice, su di un legno americano per essere deportato agli Stati-Uniti. Invece approdarono in Irlanda; di là si recarono di poi a Londra, come più volte ripetemmo parlando delle vittime di quel processo.

Pica rimase in quella città lino all'ottobre 1860. Tornato in Napoli riprese l'esercizio dell'avvocatura. Fece parte però della Consulta, officio gratuito e temporaneo allora instituito.

Avversario del piemontesismo e riputando falso il sistema di raggiungere l'unificazione importando le leggi e gli ordinamenti del Piemonte, non fu in troppo buona nominanza presso coloro che erano allora al potere. Rieletto deputato, le sue opinioni furono moderate;. credette però convenisse spingere il governo sopra una via più larga e meno esclusiva; perciò s'accostò in diverse circostanze e questioni alla sinistra. Il Petruccelli lo collocò fra i deputati indipendenti e non andò errato.

Milano, 15 maggio.




LUIGI GRECO

Un giornaletto di Siracusa — il Popolano — per qualche tempo empì le sue colonne di cose risguardanti l'onorevole Greco, che è appunto deputato di Siracusa. Questo giornaletto deplora la di lui elezione al Parlamento, e, come Geremia sulle rovine della città santa, piange dirottamente sulle colpe parlamentari del Greco e specialmente per aver egli osato di proporre misure eccezionali per frenare i birbanti eccezionali che desolavano la provincia di Siracusa.

Ecco le cupe parole del tragico-comico giornaletto:

«Era serbato al deputato della gloriosa terra dei Geloni, di quella terra che per frutto della più strepitosa vittoria, a imperituro monumento di virtù umanitarie, stipulava soltanto in prò della umanità il lasciarsi sfuggire dalla bocca la sacrilega fiase misure eccezionali, e ciò, innanzi alla maestà della rappresentanza del popolo italiano, sulla quale, attenti sono rivolti gli sguardi dell'Europa tutta, amica o avversa all'unità, alla libertà ed alla indipendenza della patria nostra.

«Era serbato al deputato della terra dei Timoleonti d'incitare il ministro a non lasciarsi lusingare dalia vana gloria di poter dire: «sotto la mia amministrazione ho potuto fare andare avanti le cose senza che fossi costretto a ricorrere a leggi eccezionali:» Era a quest'onorevole serbato di contaminare la vergine parola libertà con un epiteto qualunque, temperata, e di scimmiare così il vezzo dei despoti i più fini della terra per dissimulare che, sotto le viste di meglio garantirla, la rapiscono ai popoli.

«E noi siamo oltremodo sorpresi e dolenti, perché invece di correggersi colle confutazioni altre volte fattegli, siccomes l'uovo al fuoco,'più sta più indurre in errori così madornali».

Lasciando da parte la peregrina comparazione dell'uovo che si rassoda al fuoco, è un fatto che il Greco si mostrò conservatore, ciò che non è un biasimo né elogio, che tutto sta nel vedere cos'è che si vuoi conservare, se il bene o il male.

Com9 è naturale l'elezione del Greco fu molto combattuta dai compatrioti d9Archimedea come molto a proposito il Popolano chiama gli elettori del Collegio di Siracusa.

Ebbe infatti parecchi competitori, tra cui il signor Mario Landolina Interlandi sostenuto a spada tratta dal suddetto giornaletto, il quale in quell'occasione cosi si esprimeva:

«Noi vogliamo un deputato che vadi alla Camera non per leccare i calcagni ai ministri sulla depravante speranza d'un impiego o di un onore; non per dare ciecamente un voto di fiducia ai più liberticidi ministeri; non per approvare senza alcuna osservazione una legge terribile come quella del registro e bollo».

Ma lasciamo le eccentricità linguistiche di questo fremente giornaletto, e occupiamoci della parte che il Greco ebbe in Parlamento.

La di lui proposta in favore di misure eccezionali sollevò molte recriminazioni per parte de9 suoi colleghi siciliani e specialmente del La Porta; e ciò era naturale per chi conosce l'elasticità e i pericoli di una legge eccezionale. Lo stesso Greco dichiarava proporla spinto soltanto dalla stringente necessità.

«Convengo — egli dice — che nel momento attuale le bande che infestano i luoghi circostanti a Siracusa sono state disperse, convengo pure che molti altri malfattori siano già arrestati; ma il signor ministro deve riflettere che non sono gli arrestati soltanto quelli che hanno prodotti i mali che deploriamo, che molti altri malfattori spargono lo spavento per la campagna presentandosi ai ricchi proprietarii, i quali, intimoriti dalle minacce che loro si fanno di bruciare le loro case, devastare i loro campi, predare i loro armenti, si prestano a pagare le ingenti somme che loro vengono imposte. Oltre ciò vi sono quelli che soccorrono le bande armate, le provvedono di vettovaglie, le avvertono a tempo utile di tutti i movimenti della forza pubblica»

Però questo quadro, per quanto cupo, non bastò a cancellare la poco favorevole impressione lasciata dalla proposta Greco, per cui egli dovette riprendere la parola e, in certo modo, giustificarsi:

«Io non dissi che debbano di lancio e fin d'ora proporsi delle leggi eccezionali; ritengo anzi che qualora si sentisse la necessità di doverle proporre, si dovrebbe pensarci prima e procedervi colla maggior possibile ponderazione. Ricordo pure d'aver detto che se il ministro è sicuro di poter restituire la pubblica sicurezza coll'esatta e vigorosa applicazione delle leggi vigenti, e poi col fatto egli arriverà a raggiungere lo scopo, sarò io il primo a rallegrarmi con lui...Se però venisse riconosciuto il bisogno di proporsi in linea transitoria qualche legge eccezionale che dovesse colpire non le opinioni politiche, qualunque esse si fossero, ma il ladro, 1'assassino, colui il quale, non volendo sentire il freno di qualunque governo, dice al pacifico cittadino che incontra: 0 la borsa o la vita! io sono nella piena certezza che l'onorevole La Porta sarebbe il primo ad accettare questa legge. Questo e non altro poteva essere il senso a cui poteva alludere il mio concetto quando pronunciai le gravi parole: leggi eccezionali».

Un altro grave peccato rinfaccia al Greco il giornaletto della terra dei Geloni; quello cioè, d'aver ritirato il suo ordine del giorno a favore del porto di Siracusa, e ciò dietro invito del ministro delia* marina che lo aveva dichiarato inutile e intempestivo.

Però, se il Greco ha dei nemici in patria, vanta in compenso dei fautori in famiglia e di molta vaglia. Lo prova il seguente fatto.

Mentre il direttore del Popolano passeggiava tranquillamente nella Via Maestranza, pensando forse a qualche nuovo articolo contro il deputalo Greco, un ragazzo gli andò dietro pian piano alzando un bastone per colpirlo. Avvisato il direttore dalle grida degli astanti:

«...fu in tempo col suo badin di riparare il colpo e di ricambiarglielo celerissimamente con uno o due alla testa che produssero qualche ferita e gli insanguinarono il viso».

Ma quando il direttore s'accorse che il ragazzo assalitore era il figliuolo del deputato Greco:

«...afferratolo per le orecchie gliele tirava ben bene per dargli quelle lezioni che un ragazzo di quella fatta si meritava, ecc.».

Si seppe di poi:

«...che la causa per cui quel ragazzo o inconsideratamente motu-proprio si spinse — è il Popolano che scrive — o per mal consiglio, era l'articolo dell'ultimo numero del nostro giornale, col quale si metteva in chiaro e si censurava coscienziosamente la parte che rappresentata aveva il cavaliere consigliere Luigi Greco deputato di questo collegio, di lui padre, nelle tornate del 17 e 24, e precipuamente per la proposta di leggi eccezionali, ecc.».

Il direttore recatosi alla Questura chiese:

*...ni facesse sentire ai genitori del ragazzo che sappiano meglio educarlo e ispirargli principii di onore».

L'avvocato Luigi Greco è d'opinioni liberali, ma d'un colore monarchico-costituzionale, ciò che spiega ti livore de' giornali frementi.

Nel 1848 prese parte alla rivoluzione siciliana e fu membro del Comitato rivoluzionario.

Egli si adopera a tutto potere per ottenere dal governo che la sua città natale sia elevata a capoluogo di provincia. Favorì il caduto ministero; ma è del terzo partito.

Milano, 17 maggio.


RdS, 22 Novembre 2008 – http://www.eleaml.org












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