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ALCUNE NOTIZIE

SUL PLEBISCITO

delle

PROVINCIE NAPOLITANE

per

BIAGIO CARANTI







TORINO
TIPOGRAFIA DI ENRICO DALMAZZO
1864.

A MIA MADRE
EMILIA GROPELLI

Dedico a te queste pagine che narrano di un uomo che mi è sommamente caro, perché panni che gli affetti con gli affetti, come 1 fiori coi fiori, debbano essere raggruppati a reciproco abbellimento.

Egli, tu ben lo sai, con paterna cura indirtelo i miei primi passi nella pubblica vita, come tu sorreggesti quelli barcollanti della mia infanzia. Sulla sua fronte ho trovato sempre quella inalterata serenità di principii, che ho visto risplendere sulla tua per intemerata serenità di coscienza. Quindi, quando pur non l'avessi voluto, la somiglianzà dei ricordi m'avrebbe suggerita la promiscuità dei pensieri, e vi avrebbe ambiduo congiunti in questo modesto tributo, che gli rendo, in questo leale omaggio alla verità.

E poi, convien pur che il dica con franchezza, il mio cuore rifugge con senso di disgusto dalle irragionate frascherie delle convenzioni sociali, e ogni volta che gliene si porge il destro, corre con frettolosa ansietà in mezzo a quei campi

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nei quali ha incominciato a battere palpiti non limitati dai beneplacito altrui, e dove le microscopiche grandezze dell'artificio umano scompaiono Innanzi alla semplice maestà della natura animala da un Dio.

Là, accanto a quell'inavvertito fiorellino, che ha saputo rapire al raggio del sole i vaghi colori di cui sono adorne le sue fogliuzze, trovi il ruvido contadino, che nella sua semplicità ha conservato, più d'ogni altro, intatto il senso del rotto e dell'onesto, e rinvieni meno falsificata nel suo scopo la parte più nobile della creazione mondiale. Egli è pertanto assai sovente che il mio cuore, come il mio pensiero, mi trasportano al tuo fianco. E ben compiono l'ufficio loro, poiché tu sei quella che mi ponesti nell'animo questo insaziabile desiderio di vera bellezza, di reale grandezza, che ricopre con un velo di indefinita melanconia i laboriosi giorni della mia gioventù. Che ben rammemoro come tu, senza affettata ostentazione di sacrificio, per materna sollecitudine, rinunciasti volonterosa alla parte superflua delle muliebri vanità, per le quali, fra dolori e colpe, fra problematica allegrezza, s'agita con affannoso parossismo tanta parte dell'umanità.

Accogli adunque la dedica che mi consigliò il più riverente affetto, e la tema di farmi cosa spiacevole non ti tattenga dal deporta in quel segreto ripostiglio ove conservi i ninnoli che mi trastullarono bambino, imperciocché se quelli ricordano a le le tenere emozioni di giovine madre, a me fanno rammemorare quella nobile verginità del cuore, che assai difficilmente si conserva in mezzo ai torbidi trambusti della vita, e a difesa della quale, come scorgi, non ancora intieramente smarrita, lotto ogni giorno cogli altri e più con me stesso. Ama sempre il tuo

Biagio.

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I.

Non sono pochi quelli che hanno già preso a narrare, m tatto od in parte, la storia palese e segreto degli avvenimenti che hanno congiunto la meridionale alla rimanente Italia; e alcuni, par troppo, o per deplorevole leggereste, o per smania di procurare rinomanza a sé o ad amici, o infine per far danno a nemici, e usufruttare la lama di illustri trapassati, non esitarono a lare di pubblica ragione dei documenti che, o non dovevano uscire mai dal cosi-fidente segreto della corrispondenza privata, o dovevano servire soltanto come elementi di più coscienzioso giudizio delle cose nostre a coloro, che dopo di noi potranno essere storici impaniali di quei miracolosi avvenimenti.

Quanto, per tali rivelazioni, abbia acquistato U causa italiana dell’opinione dell'Europa pensante, saprei ben dire, ma certo non nasconderò ohe

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in me ed in moltissimi fecero triste e dolorosa impressione. Imperocché se vi hanno dei fatti che un'illimitata devozione al proprio paese può scusare, e forse, giustificare, essi ridiventano colpe, quando sono millantati e posti a base di un sistema di condotta che non onorerebbe certo la politica italiana.

Lo scopo è certo uno degli elementi che deve tenersi presente aUorquando vuoisi portare giudizio sul valore delle opere altrui. Ma non è tutto. Ed io ho ferma fiducia che l'Italia, all'indomani delle sue vittorie, non vorrà rimettere in onore una massima che ella ha severamente punita in una setta riprovata e riprovevole.

La fortuna delle nazioni, come la felicità degli individui, non può né deve aver fondamento che sopra certi principii che a caratteri indelebili stanno scolpiti nella coscienza dell'umanità, e che invano le convenzioni scritte, e gli arzigogoli dei trattatisti cercano di contorcere a seconda dei proprii bisogni e delle proprie convenienze. Nella storia dei popoli vi sono senza dubbio dei momenti in cui, per l'accecamento o la perfidia altrui, un uomo di Stato trovasi nella dura alternativa o di dover sacrificare qualche parte della intangibile integrità dei principii, o di dovere assistere inoperoso a gravi e lacrimevoli sciagure, e se, per evitare queste, si appiglia al primo espediente, conviene tener conto della gravita delle circostanze per menomargli la risponsa-bilità dell'atto. Ma millantarlo come felice concepimento di abile politica, è rendere un triste servizio alla sua fama e alla causa che fu patrocinata con mezzi così fatali.


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II.

Egli è quindi con un certo sentimento di titubanza che imprendo a dettare pochi e brevi cenni sul plebiscito di Napoli, diretti unicamente a rivendicare una gran parte del merito di un tale atto ad un uomo che venero profondamente. La sorte ha voluto che, sebbene ancor giovine aBsai, mi trovassi in relazione e fossi debole strumento in mano di quegli uomini che crearono e guidarono i prodigiosi avvenimenti dei 1860 (1).

(1) E per verità Il generale Garibaldi, prima di Imbarcarli per la gloriosa spedizione che ha eternato il nome di Marsala, mi scriveva:

Genova, 5 maggio 1860. Mio caro Caranti!

È quasi certo che partiremo questa sera per il Mezzogiorno. — In questo caso io conto con ragione sull'appoggio vostro.

Bisogna muovere la Nazione — liberi e schiavi. — Io non consigliai Il moto della Sicilia, ma credetti dover accorrere ove Italiani combattono oppressori. Io sono accompagnato da uomini ben noti all'Italia; e, comunque vada, l'onore italiano non sarà leso. Ma oggi non si tratta del solo onore, bensì di rannodare le membra sparse della famiglia Italiana, per portarla poi compatta contro più potenti nemici. Il grido di guerra sarà VITTORIO EMANUELE E L'ITALIA. Io assumo la risponsablllta dell'impresa; — e non bo voluto scrivere ai Re, né vederlo, perché naturalmente mi avrebbe vietato di fare.

Vedete tutti! nostri amici, che vi aiutino a dare al popolo italiano la sublime scossa di cui è capace certamente, e che

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Ho quindi avuto la fortuna di osservarli non dalla platea, ma dalle quinte del palco scenico. Ho potuto prendere notizie di qualche interesse, e alcuni documenti non privi d'importanza sono giunti insino a me.

Ma mi ero proposto di tacere intieramente insino a che, calmati gli sdegni fraterni, avessi potuto parlare senza tema d'essere scambiato per partigiano dell'uno o dell'altro; imperciocché, mentre ho sempre sentito un profondo affetto per tutti coloro che, col valore del braccio o colle possenti meditazioni della mente, seminavano sapientemente i germi della grandezza del mio paese, per istinto di natura poi provai sempre una repugnanza invincibile a farmi un idolo di chicchessia, per grande che si fosse; essendo unici oggetti di culto per me la sapiente onnipotenza del Creatore e l'unità del* l'Italia.

Ma avendo osservato in parecchie, e specialmente in una recente pubblicazione, che vien quasi dimenticata e ridotta ad una secondaria importanza la grande parte che vi compì quest'uomo, a me


deve emanciparlo. Non al tocchi al prode nostro esercito — ma quanto vi ha di generoso nella Nazione ai muova veno i fratelli oppressi. — Questi marceranno e combatteranno per noi domani. Oro, uomini, armi, l'Italia tutto possiede, bastante.

Presto avrete notizie di noi. -

Un saluto ai Pallavicini. —

Vostro per la vita

G. GARIBALDI


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carissimo, credetti fosse dovere di giustizia il rettificare così erronee asserzioni.

Quest'uomo è Giorgio Pallavicino. Mi si conceda che, non solo ad onor suo, ma principalmente ad omaggio alla verità, narri quel tanto solamente indispensabile per far palese che il plebiscito di Napoli è in massima parte opera di Lui; che, lieto del risultato, si ritirò modesto nel suo romitaggio di San Fiorano, senza curarsi di assicurare con prove incontestabili, che alla sua fermezza, alla sua prudenza, alla grande stima che della sua onestà e del suo patriottismo aveva Garibaldi, si deve, se l'Italia, alla vigilia del suo risorgere, non fu forse conturbata da fraterni dissensi e da lotte tanto sacrileghe quanto perniciose, che l'avrebbero ricondotta alle antiche divisioni.

E mentre dico che il plebiscito in massima parte è opera sua, non si pensi che io voglia accennare ad abili ed opportuni intrighi per assicurare il favorevole concorso delle popolazioni. Di essi non faceva d'uopo; che, entusiastiche quasi per istinto, indovinando la grandezza dell’opera che il loro voto avrebbe cementato, corsero alle votazioni agitate da una così nobile febbre di impazienza, che ancor ne sono commosso quando vi penso, sebbene trascorsi alcuni anni. Ben sentii far parola di corrotti e di corruttori. Ma io non esito a dare in anticipazione il titolo di mentitore a chicchessia voglia sostenere di tali fiabe. Furono troppo frequenti i giorni in cui il Ministro delle Finanze, il Barone Coppola, ora Senatore del Regno, venne dal Prodittatore a dichiarare che non sapeva in qual modo far fronte ai quotidiani bisogni dell'armata de’ volontarii che

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combatteva sol Volturno, perché noi potessimo neppur in sogno vedere i molti milioni che ci sarebbero abbisognati per comperare 0 voto di un intero popolo. Ma se a qualcuno questa mia dichiarazione non bastasse, Io pregherò di leggere la nota che pongo qui a piedi. Essa fammi consegnata dal Ministro delle Finanze l'11 ottobre, onde potessi far presente al Prodittatore tutta la gravita della nostra situazione finanziaria (1).

(1) Senza rivenire «il disavanzo risultante dagli stati discussi, e sugli antichi debiti della Tesoreria Generale verso il Banco e la Cassa di Sconto, e limitando questa nota alla sola posizione attuale della Finanza, si osserva che presentemente, e non al di là del corrente mese, la Tesoreria deve eseguire forti ed urgenti esiti:

1° Per liberarne spedite per crediti liquidati anteriormente e posteriormente al 7 settembre debbono eseguirsi esiti ammontanti a circa Duc. 1,000,000.

Di questi esiti alcuni sono urgenti, come quelli pel prezzo di tabacchi già consegnati dal fornitore, e per altri servizi pubblici che non ammettono differimenti.

Sicché della predetta somma dovrà pagarsi nel corrente mese una parte non minore di

300,000

2° È anche urgente il pagamento alla Cassa di Sconto de boni emessi dalla Tesoreria Generale e scaduti fin dal 14 settembre dell'ammontare di

176,891

3° È richiesto con urgenza il pagamento di 800 mila lire per compera di armi, pari a

190,000

4° Alla fine del mese pel pagamento de’ soldi e delle pensioni occorre la somma di circa

500,000

5° Per spese imprevedute e straordinarie d'ordine della Dittatura, e per spese di guerra, può prevedersi che sia richiesto il pagamento senza dilazione di una somma almeno di

900,000

Totale Duc.

1860,391

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Il concorso delle popolazioni non poteva essere più spontaneo, e potrei qui riprodurre una grande quantità di dispacci, che conservo, come cara memoria di quei tempi, le cui entusiastiche parole pare che abbiano assorbito la virtù di quel fluido elettrico che le trasmise dai più lontani paesi della Calabria e degli Abruzzi. Potrei provare che perfino i servi di pena domandarono come sommo favore di potere testimoniare la loro adesione al risorgimento della patria. Ma amo essere breve. Ben comprendo che in questi momenti di fredda apatìa possano sembrare esagerate le mie asserzioni, e che le mie parole si credano improntate di giovanile eccitamento. Ma non è punto; e coloro che ebbero la fortuna di assistere, o di prendere parte a quegli atti, converranno meco che le parole saranno sempre al dissotto del vero.

In questa somma non è compreso l'esito di L. 2,700,000 ordinato dal Dittatore a favore della Compagnia Rubattino, e della Cassa di Commercio ed Industria di Torino.

Ed in generale può essa ritenersi al dissotto della cifra degli esiti effettivi che sarà forza eseguire.

A fronte di questi gravi esiti non si può far fondamento sugli introiti ordinari dello Stato. Nella percezione della fondiaria evvi un arretrato di oltre a Duc. 800,000.

I redditi doganali sono decimati per la paralisi del commercio.

Sicché la Tesoreria ha fatto finora e continua a Zar fronte agli esiti mediante le alienazioni giornaliere della sua rendita iscritta, cioè accrescendo ogni giorno ed a condizioni onerose il debito dello Stato.

Attualmente non esiste nella madrefede degli introiti che la somma di Duc. 830,000 prodotto nella massima parte delle suddette vendite.


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III.

Dico che il plebiscito è in massima parte opera di Giorgio Pallavicino, poiché ho il fermo convincimento che solo la sua fermezza e la profonda fiducia che Garibaldi aveva pel suo vecchio amico furono quelle che rimossero gli ostacoli, che, non per opera delle popolazioni, ma di altri, si frapponevano all'esecuzione del plebiscito, come dirò in appresso. Narrando del plebiscito, non intendo punto entrare nel campo vasto e ancor melmoso della politica; non intendo far tutta la storia di quegli agitati momenti; non intendo avventurare giudizii sugli uomini che vi presero parte, sugli effetti che ne risultarono. Questo è opera di momenti più calmi e più lontani. E in me ancor troppo si agita convulso il sangue nelle vene, quando penso che l'Italia, condotta da miracolose imprese di eroi omerici a' piedi del trono sul quale doveva assidersi maestosa regina, poscia dagli stessi, più per una fatale coincidenza di cose, che per tristizia di intendimenti, trascinata all'estremo limite di spaventoso precipizio, fu salva dall'onesto vegliardo, cui i ferri dello Spielberg ed i sequestri dell'Austria non fecero mai piegare la onorata fronte ad un atto di viltà.

Tal cosa è talmente nota in Napoli e nelle Provincie Meridionali, che non so nascondere la mia meraviglia, come scrittori di cose contemporanee abbiano potuto ignorarla. Pure in una recente pubblicazione, che ha per titolo II Marchese Salvatore

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Pes di Villamarina, Memorie e documenti inediti per Ferdinando Bosio, a pagina 246, ho trovato il seguente periodo: «A me piuttosto incontra di toccare come, della facoltà lasciata dal Governo di Torino al Villamarina di condursi, indipendentemente da novelle istruzioni, in quella guisa che il suo senno e le sua esperienza gli consigliassero migliori per la patria e per il Re, egli prudentemente usasse, giovandosi della sua sempre più crescente influenza, ad affrettare, con l'aiuto del Pallavicino Trivulzio Prodittatore, del Conforti, del Pisanelli ed altra siffatta gente, il plebiscito, che alcuni di contraria parte, per ragioni forse generose, ma reputate, non giudico se a diritto od a torto, da moltissimi inopportune, volevano non impedire, ma ritardare».

Da esso, chiaro si rileva che chi, secondo il Bosio, timoneggiò il plebiscito di Napoli, fu il Marchese Pes di Villamarina, e che Giorgio Pallavicino, Conforti, Pisanelli, ed altra siffatta gente, furongli semplici coadiutori.

Per verità, per quanto il libro del Bosio, per essere interpolatamente corredato di brani di lettere private, scritte dal Conte Cavour al Marchese di Villamarina, possa sembrare pubblicato con una qualche sua annuenza, pur non esito a dichiararmi convinto che l’illustre gentiluomo fu il primo, quando ciò lesse, a riconoscere l'inesatta esposizione del suo biografo. Il Marchese di Villamarina ha troppi titoli alla stima de’  suoi concittadini, perché abbia bisogno che gli si vadano mendicando fronde di alloro delle corone altrui.

E d'altra parte essendo egli il diplomatico che era stato dal Governo Sardo accreditato presso la

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caduta dinastia borbonica, son certo che respinge con nobile fierezza l'imprudente elogio che il suo biografo vuoi fargli, col dichiararlo il più efficace promovitore di quel voto che bandiva per sempre dalle Due Sicilie la dinastia, presso la quale era stato inviato in segno di non ostili rapporti.

L'essere stati esecutori della manifesta volontà della nazione è senza dubbio titolo di gloria per chi non avea né vincoli né rapporti con quella famiglia e quei governanti, che sì male compivano l’ufficio loro, ma non potrebbe dirsi altrettanto per chi trovavasi moralmente vincolato da precedenti convenzioni di ufficiale amistà.

Una tal cosa quindi, oltre al non esser vera, non è neppure verosimile.

Ma ad ogni modo veniamo ai più minuti particolari della storia, che daranno a ciascheduno il suo.



IV.

Il generale Garibaldi, eseguita felicemente la sua discesa a Marsala, aveva col prestigio del suo nome, col valore dei suoi volontarii, e con intelligente e rapido impiego delle sue forze, conquistata la Sicilia; e, in mezzo all'applauso dei popoli percorse trionfalmente le Calabrie, era entrato in Napoli, che lo aveva accolto con eccessi di così frenetico entusiasmo, che si confonderebbero colla follia, se non fosse nota l'indole eminentemente espansiva delle popolazioni meridionali.

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Va, quantunque il Re fosse vigliaccamente fuggito, non era però finita la lotta, poiché colle migliori sue truppe mostrava di volere difendere la linea del Voltano; e, nella speranza forse che la rivoluzione, come suoi generalmente accadere, esaurisse le sue forze negli eccessi e nelle intemperanze, attendeva il momento propizio per riprendere l'offensiva. Ciò ben comprese il generale Garibaldi, e però, dovendo continuare le operazioni di guerra e guidare i suoi bravi volontari a ulteriori vittorie, non poteva consacrare le sue cure a dare un po' di assetto alle cose civili dello Stato, intieramente sconvolte da cosi rapido rimestìo di governanti e governati. Pensò quindi affidare questo grave incarico ad un uomo che godesse di tutta la sua fiducia, e il cui nome fosse un' ampia garanzia e riconferma dei suoi leali intendimenti. Scrisse pertanto l'11 settembre al Pallavicino con eloquente brevità.

Mio caro amico,

Venite. Io e l'Italia abbisogniamo di voi, e dilazione, perché urge ch'io lasci Napoli. Un caro saluto alla Marchesa.

Vostro sempre

G. Garibaldi.

Il Pallavicino, il giorno 18, a bordo del Washington parti per Napoli, ove giunse dopo burrascoso viaggio il 21. Colà trovò che erano sorte gravi e pericolose complicazioni, di cui fra breve farò discretissimo cenno. Desideroso di incominciare l'opera sua col

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ristabilire buoni rapporti fra il suo amico e il Gabinetto di Torino, accettò una missione dal Dittatore; e, il giorno stesso del suo arrivo, alle 3 della sera, riparti per Genova, ove approdò il 23 alle 7 del mattino. Volò a Torino; e dopo alcune esitanze, di cui non farò parola, ottenne di. presentare al Re una lettera consegnatagli dal Dittatore, ed ebbe con lui un lungo colloquio. Il 24 ebbe luogo una vivace discussione col Conte di Cavour, nella quale quest'ultimo, compenetrato delle gravi osservazioni fattegli dal Pallavicino, vergine ancora di quelle insinuazioni che rendono così pericolosi gli amici troppo zelanti o troppo cortigiani, era entrato in un ordine di idee di conciliazione, da cui si ritrasse in un secondo colloquio che ebbe luogo il giorno susseguente.

Pallavicino non aveva ottenuto tutto ciò che desiderava, ma aveva ottenuto quanto bastava per impedire qualche grave sciagura all'Italia. Quindi riparti il 25 per Genova; ma il mare oltremodo burrascoso non gli permise di imbarcarsi sull'Elettrico che alla sera del 26.

Dirò poche parole, come promisi, a spiegazione dell'incidente a cui ho accennato.

Il generale Garibaldi, che era fieramente indignato col Conte di Cavour, perché, a parer suo, non cedendo ad un' invincibile prepotenza di cose, ma per freddo calcolo di diplomatica combinazione, aveva ceduto alla Francia la sua città natale; temendo che l'opera, che il suo ardente patriottismo andava compiendo, potesse divenire istromento al freddo diplomatico di nuovi baratti o compensi, come da molti andavasi artificiosamente sussurrando; aveva scritto una lettera al Re, nella quale gli chiedeva che,

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a dissipare le sue prevenzioni, togliesse la suprema direzione delle cose dalle mani del Cavour. La lettera era stata recata a S. M. dal Conte Trecchi, valoroso soldato, del pari accetto al Re ed a Garibaldi. Se essa fosse rimasta ignorata dal pubblico, senza cercare di indagare quale accoglienza avrebbele fatta il Re, è facile l'arguire, che l'autorevole parola di un principe, il cui nome suona lealtà, avrebbe sicuramente bastato ad evitare un pericoloso inasprirsi di diffidenze e di recriminazioni. Ma essendosi, per imprudenza di chi non so, fatta pubblica la richiesta del Garibaldi, è evidente che la Corona, per riguardi di dignità, doveva respingerla; e il Conte di Cavour, vedendovisi sospettato come uomo cui al molto ed incontestabile ingegno non andasse congiunto un bricciolo di cuore per quella causa che egli aveva così strenuamente patrocinata, doveva vivacemente risentirsene.

Cosi fu infatti, e vive ed amare doglianze si scambiarono dall'una e dall'altra parte. Il Pallavicino giunse nell'infierire della lotta; e, Cavouriano a Napoli, Garibaldino a Torino, si adoperò affannosamente e intelligentemente, secondo che la patria carità richiedeva, a seminare sentimenti di pace e di concordia.

I timori di Garibaldi, se non giustificati, erano scusabili, il risentimento del Cavour legittimo. Di chi la colpa? Non pronuncierò una sentenza. Ma certo penso che quella meschina falange di interessati amici o cortigiani, che sempre circondano e raramente comprendono i grandi uomini, sono quelli che più abitualmente concorrono a rendere impossibile l'armonica cooperazione delle loro forze.

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Ritorno al racconto, n Pallavicino, restituitosi in Napoli dopo l'ardua missione, non assunse subito le funzioni di Prodittatore. Volgevano momenti di estrema agitazione; e il primo ottobre, mentre dopo sanguinoso e contrastato combattimento la vittoria sorrideva di bel nuovo alla bianca croce di Savoia che sventolava sugli stendardi dei volontari italiani, il Pallavicino compiva un atto di somma abilità e di delicato patriottismo, rivolgendo al Mazzini, la cui presenza in Napoli destava tante apprensioni e giustificava tanti sospetti, la seguente lettera:

Al chiaro sig. Giuseppe Mazzini.

L'abnegazione fu sempre la virtù dei generosi, lo vi credo generoso, ed oggi vi offro un'occasione di mostrarvi tale agli occhi dei vostri concittadini. Rappresentante del principio repubblicano, e propugnatore indefesso di questo principio, voi risvegliate, dimorando fra noi, le diffidenze del Re e dei suoi ministri. Però la vostra presenza in queste parti crea imbarazzi al Governo e pericoli alla Nazione, mettendo a repentaglio quella concordia che torna indispensabile all'avanzamento ed al trionfo della causa italiana. Anche non volendolo, voi ci dividete.

Fate dunque atto di patriottismo, allontanandovi da queste provincie. Agli antichi aggiungete il nuovo

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sacrificio che vi domanda la patria; e la patria ve ne sarà riconoscente.

Ve lo ripeto: anche non volendolo, voi ci dividete: e noi abbiamo bisogno di raccogliere in un lascio tutte le forze della Nazione. So che le vostre parole suonano concordia, e non dubito che alle parole corrispondano i fatti. Ma non tatti vi credono; e molti sono coloro che abusano del vostro nome, col proposito parricida d'innalzare in Italia un'altra bandiera.

L'onestà v'ingiunge di metter fine ai sospetti degli uni ed ai maneggi degli altri. Mostratevi grande partendo, e ne avrete lode da tutti i buoni.

Io mi pregio di dirmi

Vostro

Giorgio Pallavicini.

Il 5 d'ottobre il Pallavicino accettò alfine ufficialmente il grave ed onorifico incarico, scrivendo al Dittatore la seguente lettera:

Amico carissimo!

Ieri ho ricevuto il Decreto col quale vi piacque nominarmi Prodittatore di queste Provincie. La gravita dei tempi mi persuase ad accettare un carico, che probabilmente avrei rifiutato in altre circostanze. Vi ringrazio della fiducia che avete in me riposta, e tutte le mie cure saranno rivolte a meritarla.

Né Cavouriano, né Mazziniano!   Come voi,

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mio grande amico, io voglio l'Italia una — e indivisibile— collo scettro costituzionale di Casa Savoia. Incrollabile nel mio proposito, io vi rinnovo i miei sentiti ringraziamenti, e sono tutto vostro Napoli, 5 ottobre 1860.

Giorgio Pallavicino.

Il 6 lo annunciò alle Provincie Meridionali col seguente proclama:

CITTADINI,

Chiamato dall'eroe che vi redense con una serie di miracoli, io vengo a dividere con voi le fatiche e i pericoli che accompagnano la grande impresa da noi assunta in prò d'Italia. Incanutito nelle battaglie della libertà, io avrei diritto a quel riposo che suoi concedersi al soldato dopo lunga e laboriosa milizia: ma la patria mi chiama, ed io non fui mai sordo all'appello della patria.

CITTADINI,

In nome Sei Dittatore io vi prometto uno splendido avvenire: prometto a queste nobili provincie, regnando Vittorio Emanuele, l'ordine colla libertà. E ciò significa, o cittadini, amministrazione imparziale della giustizia, base d'ogni Governo civile: sollecito riordinamento dell'esercito e della flotto; accrescimento e migliore organamento della Guardia Nazionale, scuole popolari, strade ferrate, incoraggiamenti d'ogni maniera all'agricoltura, al commercio, all'industria, alle arti, alle lettere ed alle scienze,

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 rispetto alla religione ed ai suoi ministri, ove costoro siano davvero gli apostoli di Cristo e non quelli del Borbone.

Ma, soprattutto, il nuovo Governo promuoverà l'unificazione, bisogno supremo d'Italia. Non salverà l'Italia la fiducia nel patrocinio straniero, non la sonora ciancia delle sette impotenti; ma la concordia e le armi italiane.

Armiamoci dunque, ed uniamoci tutti sotto il vessillo tricolore colla croce sabauda, che tiensi inalberato dal salvatore delle due Sicilie: ecco l'oriftamma, ecco il palladio della Nazione. Rannodiamoci intorno ad esso, gridando: viva Garibaldi! Viva il Re Galantuomo! Viva l'Italia! — Italia una e indivisibile! L'Italia degli Italiani!

Napoli, 6 ottobre 1860.

Il Prodittatore

GIORGIO PALLAVICINO TRIVULZIO.



VI.

Tutto era a farsi per dare al paese un organamento che potesse preservarlo dall'anarchia e condurlo ordinatamente infino a quella votazione, per la quale avrebbe uniti i suoi destini a quelli delle altre provincie italiche. Provvedere d'armi e di armati il generale Garibaldi, e fornirlo del denaro necessario per continuare attivamente la guerra. Mantenere la pubblica tranquillità nelle provincie, e in quella popolosa metropoli in cui erano accorsi i più rinomati fomentatori di popolari agitazioni, è la coi custodia era unicamente affidata alla gattàia cittadina,

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 che in quei tempi diede splendida prora di illimitato patriottismo. Far fronte agli impegni del debito pubblico anteriormente contratto e pienamente riconosciuto. Provvedere alla custodia delle prigioni, armare ed organizzare le guardie nazionali delle campagne. Ristabilire l'ordine, e comprimere le reazioni là dove i fautori della cessata dinastia, per estranei incitamenti, cercavano, preludiando al brigantaggio, di intimorire le popolazioni. Creare ospedali pei feriti e provvederli dell'occorrente per la loro cura. Eliminare dalle pubbliche amministrazioni quel personale che non poteva più esservi tolleralo col nuovo ordine di cose, ma in modo che non sembrasse e non fosse opera di intollerante rivoluzione, ma giustificata da argomenti di ragionata prudenza. Accogliere e rimeritare nei martiri politici le passate sofferenze, senza divenire zimbelli di abili mestatori. Contenere i partiti. Ristabilire le comunicazioni telegrafiche e postali, e trovar modo di riscuotere i tributi dello Stato, onde fronteggiare a tanti e cosi imperiosi bisogni.

E tutto ciò in mezzo ad un fluttuante succedersi di contraddittorie notizie, di popolari dimostrazioni.

Ma egli non si intimori per si grave condizione di cose; e, efficacemente coadiuvato dal Conforti e dagli altri ministri, di cui farò menzione in seguito, si pose energicamente all'opera.

Non dirò che egli abbia creato ed attuato un grande piano di organamento intento, che a far ciò riehiedesi l'opera meditata e lungamente costante di tempi tranquilli, ma diede alcune di quelle opportune provvidenze, che bastano a salvare una

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situazione eccezionale e temporanea, e resse con intelligente fermezza quelle provincie, insino al momento in cui doveva e poteva incominciare il lento e faticoso lavorìo della unificazione legislativa ed amministrativa, alla quale stassi ancora tuttodì lavorando.

Volendo anzitutto far rientrare il paese in uno stato normale per quanto il consentivano le speciali condizioni dei tempi, con un primo decreto annullò gli eccezionali poteri che erano stati conferiti dal Dittatore ai Governatori improvvisali dalia vittoriosa rivoluzione: poteri non mai stati circoscritti da esatte istruzioni o disposizioni. Per tal modo la legge riprendeva il suo impero sopra il beneplacito degli uomini. Volendo però riservarsi il modo di provvedere ai casi eccezionali che poteano presentarsi, dichiarò che, abbisognando in casi straordinari di conferire a qualche Governatore poteri eccezionali, sarebbero dati per iscritto.

Contemporaneamente soppresse la Segreteria Mia Dittatura, nella quale l'allora colonnello Bertani aveva concentrato tutte le facoltà ohe erano di vera competenza dei ministeri, creando così usa duplicità di forse direttive, le quali, anche involontariamente contrastandosi ed elidendosi, accrescevano la confusione e il disordine.

La creazione di questo ufficio eccezionale, che era, per mo' di dire, la sintesi di tutti i ministeri, che dava disposizioni all'insaputa dei diversi ministri, e che non aveva poi né il modo, né la volontà dì far regolarmente procedere quella numerosa falange di piccoli affari che costituiscono il quotidiano lavoro delle amministrazioni, e il cui armonico e

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sollecito disbrigo è il cardine regolatore di tatù la generale amministrazione dello Stato, composto per sovrappiù di uomini in gran parto nuovi agli affari ed a quelle provincie, era stato un concetto altamente impolitico. Per esso si era fatto palese un sentimento di. diffidenza verso le amministrazioni che non si aveva avuto il coraggio di intieramente distruggere, e si era recato offesa all'amor proprio locale.

Quindi fu accolta con sommo favore la oculata provvidenza del Pallavicino, che lo sopprimeva.

Con tali disposizioni il Pallavicino mostravasi strettamente logico.

O quelli volevansi considerare come tempi di vera rivoluzione, ed allora faceva d'uopo avere l'energia e la franchezza della rivoluzione, e tutto distruggere l'antico, e tutto riedificare il nuovo.

O quelli consideravansi come momenti di semplice transazione, ed allora abbisognava aggiungere o togliere all'antico solo quel tanto che bastasse a mantenere in moto il congegno meccanico che costituisce l'amministrazione di uno Stato. Gli uomini che avevano preceduto il Pallavicino erano stati rivoluzionarii nelle parole e forse nei desiderii, ma non negli atti. Essi avevano disordinatamente agglomerati alcuni elementi per il nuovo, ma non avevano distrutto l'antico edificio amministrativo. La questione era compromessa.

Pallavicino non perde un istante in discussioni teoriche. Accettò la condizione di cose che era stata creata, e con lo sguardo fisso al plebiscito, vero ed ultimo scopo della sua missione, si adoperò a far rientrare le cose in uno stato normale.


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Erasi già perduto troppo tempo, perché si poteste addossare, con patriottica abnegazione, al governo temporaneo della Prodittatura tutta l'odiosità degli atti distruttivi, per lasciare un terreno sgombro di ostacoli al governo del Re, il quale, declinando la risponsabilità dei fatti compiuti, avrebbe potuto poi più facilmente corrispondere ali' aspettazione dei popoli. In un solo ministero si fece qualche cosa dal Crispi, ed io mi sforzai di completare l'opera sua, appena che il Prodittatore me ne diede la temporanea reggenza, vo' dire il ministero degli affari esteri.

La tema di popolari violenze aveva allontanato da Napoli una gran parte delle più nobili e doviziose famiglie. Ciò sconfortava il paese e toglieva a molti argomento di quotidiano lavoro. Non tutti, come si cercò far credere, si erano appigliati a tale risoluzione per far prova di attaccamento a quella dinastia, a cui un Dio giusto e riparatore aveva numerati i giorni della sua esistenza.

Il Pallavicino con pratica opportunità rivolse loro il seguente invito onde rientrassero:

«Parecchie onorevoli famiglie, o troppo timide o mal consigliate, esularono spontaneamente per timore della rivoluzione. Ma qui non esiste la rivoluzione demente, quella rivoluzione che troppo spesso si accompagna coll'anarchia. Parlò il popolo e la libertà maritavasi coll'ordine.

«In questo stato di cose io invito gli assenti a ritornare, assicurandoli che un Governo forte ed onesto saprà proteggerli contro qualsiasi sopruso dei partiti estremi. Lo prometto sull'onor mio.

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Dunque fiducia nel governo inaugurato da Garibaldi sotto gli auspici! di Vittorio Emanuele. Questi due nomi sono arra di sicurezza per noi tutti. Tenersi lontani dalla terra natale in queste congiunture non è prudenza, è delitto verso la patria.

Giorgio Pallavicino».

Quest'invito, ampiamente diffuso, accompagnato da molte assennate disposizioni, emanato da un uomo che, per appartenere ad una delle più nobili e doviziose famiglie della Lombardia, non potevasi mettere in dubbio, che non professasse veri sentimenti di devozione ai principii dell'ordine sociale, giovò assai, sia a far rientrare gli assenti, come a rincuorare i rimasti.

Tutto ciò aveva generalizzato l'opinione che una mano forte ed energica aveva preso a maneggiare le pubbliche cose, e ciò era già un grande risultato e un immenso aiuto a proseguire; ben sapendosi come, assai più della forza brutale, concorra il prestigio morale nel reggere i Governi e guidare le popolazioni.

Mi sono un po' diffuso nello spiegare la natura delle date provvidenze, perché dal modo con cui furono accolte trovansi spiegati i fatti posteriori, e il valido aiuto dato dall'opinione pubblica alla resistenza del Pallavicino.

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VII.

Il Pallavicino presentiva che non sarebbesi giunti al giorno del plebiscito senza prima sostenere qualche lotta con coloro che non sapevano rassegnarsi a rinunciare alle loro fatali utopie, e che, come ci era ben noto, attivamente e sordamente lavoravano intorno al generale Garibaldi onde ravviluppare con speciose argomentazioni la sua onesta lealtà. E però, volendo precipitare gl'indugi, fé approvare dal Consiglio dei ministri e pubblicare un decreto, che ordinava pel giorno 21 la votazione con scheda affermativa o negativa del seguente plebiscito:

Il popolo vuole l'Italia una ed indivisibile, con Vittorio Emanuele Re costituzionale, e suoi legittimi discendenti? (1).

(1)Sulla proposizione del Ministro dell'Interno, deliberata in Consiglio dei Ministri,

DECRETA

ART. 1 Il popolo delle Provincie continentali dell'Italia meridionale sarà convocato pel di 21 del corrente mese di ottobre in comizii, per accettare o rigettare il seguente plebiscito:

«Il popolo vuole l'Italia una ed indivisibile, con Vittorio Emanuele, Re costituzionale, e suoi legittimi discendenti?

Il voto sarà espresso per si e per no, col mezzo di un bollettino stampato.

Art. 2 Sono chiamati a dare il voto tutti 1 cittadini che abbiano compiuti gli anni ventuno, e si trovino nel pieno godimento dei loro diritti civili e politici.

Sono esclusi dal dare il voto tutti coloro, i quali

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sono colla formola del plebiscito era ampia, e concepita in modo da potere raccogliere il voto di tutti quei

colpiti da condanne, alano criminali, siano correzionali, per imputazioni di frode, di furti, di bancarotta e di falsità.

Sono esclusi parimente coloro i quali per sentenza sono dichiarati falliti.

Art 3. Dal Sindaco di ciascun comune saranno formate le Uste dei votanti, ai termini dell'articolo precedente, le quali verranno pubblicate ed affisse nel luoghi soliti pel giorno 17 ottobre.

I reclami avverso le delle liste saranno prodotti fra le 14 ore seguenti dinanzi al Giudice di circondario, che deciderà inappellabilmente per tutto il di 19 detto mese.

Art 4. 1 voti saranno dati e raccolti in ogni capoluogo di circondario, presso una Giunta, composta dal Giudice presidente e dai Sindaci dei comuni del circondario medesimo.

Si troveranno nei luoghi destinati alla votazione, su di un apposito banco, tre urne; una vuota nel mezzo, e due laterali. In una delle quali saranno preparati i bullettini col si, e nell'altra quelli del no, perché ciascun votante prenda quello che gli aggrada e lo deponga nell'urna vuota.

Art 5. Compiuta la votazione, la Giunta circondariale, in seduta permanente, invierà immediatamente l'urna dei voti, chiusa ed assicurata, per mezzo del Giudice, suo presidente, alla Giunta provinciale.

Art. 6. In ogni capoluogo di provincia vi sarà una Giunta provinciale, composta dal Governatore presidente, dal Presidente e Procuratore Generale della Gran Corte criminale, e dal Presidente e Procuratore regio del Tribunale civile. Tale Giunta, anche in seduta permanente, procederà allo scrutinio dei voti raccolti nelle Giunte circondariali, ed invierà immediatamente il lavoro, chiuso e suggellato, per mezzo di un agente municipale o di altra persona di sua fiducia, al Presidente della Corte Suprema di giustizia.

Art. 7. Lo scrutinio generale de’  voti sarà fatto dalla indicata Suprema Corte. Il Presidente di essa annuncerà il risultato del detto scrutinio generale da una tribuna, che verrà appositamente collocata nella piazza di S. Francesco di Paola

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cittadini, per avanzati che si fossero nelle loro opinioni, che non sacrificassero ad una forma speciale di reggimento interno la sicura unificazione della patria sotto una monarchia ampiamente liberale, e costante e scrupolosa mantenitrice delle date promesse. Vi si era espressamente posta la parola indivisibile, onde porre un veto ad ulteriori rimesti di territorii, se veramente se ne aveva da qualcuno il pensiero, e tranquillare così le apprensioni di molti.

Quindi, o credeasi che fosse tanta la lealtà del Principe che doveva riceverlo, da tenersi per vincolato dalla formola del patto bilaterale che passavasi fra lui e quel popolo, e in essa eravi quanto potevasi desiderare; o credeasi che esso sarebbe poi divenuto inutile freno ad un re potente e guerriero; ed allora diveniva inefficace qualsiasi cautela che si fosse soltanto affidata alla carta.

Art. 8. Per la città di Napoli la votazione si farà prono ciascuna delle dodici sezioni, nelle quali è divisa la capitale.

La Giunta di ogni sezione sarà composta dal Giudice di circondario presidente, dall'Eletto e da due Decurioni, all'uopo delegati dal Sindaco.

Saranno applicate per la città di Napoli tutte le regole stabilito per gli altri comuni, in quanto alla formazione delle liste ed alla discussione dei reclami.

Art 9. I Ministri dell'Interno e della Giustizia sono incaricati dell'esecuzione.

Napoli, 8 ottobre 1860.

Il Prodittatore

Giorgio Pallavicino.

Il Ministro dell'Interno e Polizia

Raffaele Conforti

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Ma gli astuti oppositori non si fecero a discutere sulla formola del plebiscito, ma si sulla convenienza che, prima di darvi esecuzione, si convocasse un'assemblea che stabilisse le condizioni dell'annessione. Essi ben sapevano che il Parlamento dell'Italia superiore aveva decretato, con saggio consiglio, che le annessioni dovevano essere incondizionate; quindi, qualora fosse sorto nell'Italia inferiore un altro Parlamento che, al contrario, si fosse occupato di stabilire e imporre le condizioni dell'annessione, il geme della discordia era gettato. Il Re di Sardegna avrebbe dovuto sospendere il suo cammino, non potendolo giustificare colla chiamate dei popoli; assai probabilmente la diplomazia, poco amica dell'unità italiana, avrebbe ripigliata l'opera sua con inutile intromissione e diluvii di note e contronote. Ciò avrebbe dato ii tempo alla reazione europea, stordita dalla rapidità degli avvenimenti, di correre in aiuto della Borbonide pericolante; e forse l'Italia, vie più manomessa pei suoi generosi tentativi, avrebbe dovuto di bel nuovo, carica di straniere e domestiche catene, essere miserando ludibrio del mondo.

Dissi che con saggio consiglio il Parlamento dell'Italia superiore aveva decretato che le annessioni dovessero essere incondizionate; imperciocché se vi erano delle provincie che avessero qualche prospettiva di perdita, dal lato della loro condizione materiale, coll'unificazione della Penisola, queste erano quelle che più energicamente l'aveano promossa. Ma ella panni un'idea tanto assurda, quella che le parti debbano farsi delle reciproche condizioni per la composizione di quel tutto per cui

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sussistono, che il mio pensiero è sempre corso a quel grazioso apologo con cui Menenio Agrippa condusse a più ragionati consigli le turbe Romane.

Imperciocché, se lo stomaco per far dileggio al cervello, o il cuore ai polmoni, rifiutassero di stare uniti e funzionare, essi, in particolare, e l'individualità in complesso, ritornerebbero nel nulla e quindi in eguali proporzioni avvi la convenienza di ciascuna delle parti di adempiere all'ufficio loro. Per me penso che se simile proposizione non era consigliata dal perfido intendimento di rovinare le patrie fortune, està rivelava almeno in coloro che t'enunciavano e sostenevano, una completa assenza del convincimento dell'esistenza in diritto dell'unità morale della nazione, che dovea tradursi in fatto, e di cui m parole menavano tanto vanto.

VIII.

Ma, si dirà, come mai un'idea cosi assurda, e pericolosa al tempo stesso, poteva venire accolta e divisa dal generale Garibaldi, senza lasciare fondato argomento a credere che fosse un'utile finzione la formola Italia e Vittorio Emanuele, che egli aveva impresso sulle bandiere dei suoi volontari, e che aveva posto in fronte a tutti gli atti da lui emanati? Facil cosa è spiegare l'apparente contraddizione, qualora si pensi che quando il cuore ha preso o temporaneo o costante predominio sulle altre facoltà, soventi accade che impedisca alla fredda ragione di compiere l'opera sua. E quest'era appunto il caso. Gli oppositori del plebiscito sapevano che nell'animo di

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Garibaldi v'era una corda, il cui tocco non poteva ohe produrre una nota lugubre e dolorosa. Di quella si valsero. Dissero al Generale: Se fra il plebiscito di Napoli e quello di Nizza voi non porrete un qualche atto che stabilisca fra di loro una evidente differenza di esecuzione, voi implicitamente riconoscerete la legale validità del plebiscito di Nizza, contro del quale protestate. Che se al contrario il plebiscito di Napoli sarà da voi corroborato ad esempio, colle solenni decisioni di un'assemblea, essendo questa mancata alla votazione di Nizza, non cadrete in contraddizione, continuando a dichiarare quella nulla ed inefficace. Che questa fosse la principale argomentazione dei patrocinatori dell'assemblea, oltre le orali dichiarazioni che intesi in quei giorni, si fa ampiamente manifesto dalla lettera del Cattaneo, che riporto in appresso.

Rimasero perciò assai indispettiti del frettoloso procedere del Pallavicino, e raddoppiarono il loro lavoro intorno al Generale, il quale alfine, sia soffermandosi sulla speciosa argomentazione che si opportunamente blandiva la più grave ferita dell'anima sua, sia altresì per un profondo risentimento verso gli uomini che allora presiedevano alle pubbliche cose in Torino, s'indusse a corroborare coll'autorità del suo nome il fatale ed infelice concetto di pochi.

Il Consiglio dei ministri della Prodittatura si componeva del Conforti, che teneva i portafogli dell'interno e della polizia; del generale Cosenz, ministro della guerra, ma che, quasi sempre assente per dirigere attivamente una parte delle operazioni della guerra, facevasi rappresentare dal

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colonnello Zambeccari; del Crispi, ministro degli affari esteri; del Barone Coppola, per le finanze; dello Scura, per grazia e giustizia; del Giura, pei lavori pubblici, e del Conte Anguissola, per la marina.

Il De-Sanctis stato nominato ministro della pubblica istruzione, essendosi trovato quasi sempre assente, prese poca o ninna parte a quegli avvenimenti. Se se ne eccettua il Crispi, gli altri tutti andavano all'unissono col Prodittatore. Il Crispi era partivano dell'assemblea. E per me fu sempre cosa inesplicabile, poiché è uomo che, per mente come per carattere, non poteva né può andar confuso colla turba dei tribuni, gonfi di parole e vuoti di pratici concetti, che non mancano mai di mettersi in evidenza nei momenti agitati, e che anche in allora ampollosamente rumoreggiavano in prò dell'assemblea. Essi erano già riusciti a far decretare che in Sicilia, ove era Prodittatore Mordini, si fosse convocata un'assemblea per il 4 corrente. Quindi avevano acquistato un argomento di più onde insistere a che del pari si operasse in Napoli, non essendo certo cosa conveniente che due paesi, che avevano uno stesso Dittatore, in diverso modo e con diverse condizioni sanzionassero il patto di unificazione.

Perciò il giorno 11 il Pallavicino ni invitato a recarsi a Caserta per conferire col Dittatore su tale argomento. Io l'accompagnai.

Eranvi già state vivaci parole fra il Pallavicino e il Crispi; e il Cananeo non aveva trascurato di fare il possibile onde smuovere la fermezza del Palla-vicino. Ma in Caserta la discussione si fece aspra e violenta. Garibaldi, Crispi, Cattaneo, il ministro

 

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dell'interno di Sicilia, e, se non erro; Mario e qualcun altro peroravano per l'assemblea. Pallavicino solo la combatteva. Furono scambiate dure e vivacissime parole da ambe le parti. L'ora erasi fatta tarda assai; Pallavicino, convulso dallo sdegno e dal dolore, dichiarò che egli non voleva aver alcuna partecipazione a questo tradimento dell'unità nazionale, che era ben dolente di dover vedere che colui che con una mano aveva tanto operato in suo prò, coll'altra la atterrasse; che egli ali' istante rassegnava i suoi poteri, e che il domani avrebbe abbandonato Napoli. Tanta era in lui l'agitazione dell'anima esasperata, che, quasi di peso appoggiato sul mio braccio, dovetti portarlo alla ferrovia onde restituirci in Napoli. Era notte avanzata quando vi giungemmo, ma, essendo stata presentita da molti la cagione della nostra gita a Caserta, numerosi ci attendevano per saperne il risultato.

Quando seppero la presa risoluzione, indignati andarono raccontando l'accaduto, e in un batter d'occhio tutte le vie di Napoli e caffè rigurgitavano di popolo che discuteva sul da farsi. È in quella notte che fa organizzata la celebre dimostrazione dei sì. La formola del plebiscito decretata da Pallavicino costituiva una domanda. Stabilissi di rispondervi in anticipazione, e far così intendere la generale disapprovazione alla riunione di quell'assemblea tanto disapprovata e paventata dal Pallavicino.

Infatti, il domani mattina, pareva che per un incanto in Napoli fossevi stata una grande nevicata di Sì. Essi stavano affissi su tutte le porte, le finestre, le mura delle case, sulle vetture, sui cappelli degli uomini, sui loro abiti, sui vestiti

 


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delle donne, nelle vetrine dei negozii, nei poetici tempietti degli acquaiuoli. Ovunque vi foste rivolto, dappertutto avreste trovato un Sì con cui quella nobile popolazione sanzionava il dogma dell'unità nazionale.

IX.

Il 12 mattina assai per tempo, il Prodittatore, fattomi chiamare, mi consegnò la sua dimissione in iscritto da far pervenire al Dittatore, alla quale senza esitanza vi aggiunsi la mia e l'inviai.

Tutta la popolazione di Napoli stava riversata nelle vie, visibilmente agitata, e molli e numerosi capannelli s'andavano qua e là ingrossando innanzi al palazzo della Foresteria, residenza della Prodittatura.

Intanto la seguente lettera del dottore Cattaneo ci annunziò la imminente venuta del Dittatore.

«Sig. March. G. Pallavicino Prodittatore

«12 ottobre 1860.

«Il Generale viene in Napoli. A mezzodì adunerà i ministri nel palazzo D'Augri; e mi ha pregato di farvi sapere con parola d'amico che spera vi vorrete essere anche voi, perché si tratta della patria.

«Se voi giudicate tanto funesto a Napoli ciò che riconosceste provvido in Sicilia, mi sia lecito dirvi che non seguite un principio.

«Vi ricorderete che domenica in casa vostra il primo ministro, Conforti, fu di un parere e votò nel parere opposto lunedì.

«Tali sono gli uomini che lasciarono senza cartucce m faccia al nemico i nostri figli, e che negano al

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Dittatore ottantamila franchi per facili comprati e ricevuti.

«Non vi può essere dualità tra il plebiscito e l'assemblea tutrice, che deve giustificarlo e sollevarlo sopra l'informe squittinìo di Nizza.

«Non vi può esser dualità tra gli uomini che il popolo manda all'assemblea locale, e gli uomini, quasi certamente gli stessi, ch'esso manda al Parlamento nazionale. Non si vedono mai siffatte funeste dualità nelle assemblee Svizzere e Americane, che sono pare rivestite di poteri sovrani. È un sogno, e non è vostro.

«Io credo alla necessità di assemblee permanenti nella duplice mira della concordia e del progresso. Si tratta di affratellare i popoli d'Italia e non di sopprimerli.

«La dualità vera e funesta è tra il guerriero virtuoso e gli uomini che vi hanno detto d'aver pronto il cuore anche alla guerra civile.

«Da qual parte scrivete voi il vostro nome! Un ministero Garibaldi è Tunica salute. Sono con tutta considerazione

«Devotissimo vostro

«D. Carlo Cattaneo».

Ho riprodotto questa lettera, perché panni che essa caratterizzi gl'intendimenti dei fautori dell'assemblea. Essa per altro contiene due grandi menzogne: l'una che Pallavicino avesse riconosciuta provvida l'assemblea in Sicilia; l'altra che qualcuno si fosse dichiarato pronto alla guerra civile. In quel giorno però il Generale non potè venire, trattenuto

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dalle operazioni di guerra. Si riunì nondimeno il consiglio dei ministri, e deliberò di dimettersi in massa, pienamente approvando l'operato del Prodittatore.

Le popolari dimostrazioni si succedevano e andavano crescendo. Era vi pericolo che esse potessero seriamente compromettere la pubblica tranquillità. Il Generale non doveva indugiare ad accorrere, onde col prestigio del suo nome e della sua popolarità porre un termine a tanta agitazione. Venne il 13 mattina. Accolto con applausi al suo nome, a Vittorio Emanuele, a Pallavicino, ma accompagnato con grida di morte e di abbasso ai fautori dell'assemblea, dovette arringare il popolo, per dichiarare che gli parevano poco riverenti a Lui e poco degne di un popolo libero parole cosi selvaggie. La guardia nazionale era tutta accorsa sotto le armi, e non meno chiaramente dell'altra parte della popolazione dichiarava la sua adesione alle idee del Pallavicino.

Sull'anima del Generale aveva fatta grave impressione la decisa attitudine presa da Napoli. Chiamò pertanto intorno a sé a consiglio alcuni degli uomini più noti per senno e per patriottismo, e tutti lo scongiurarono ad abbandonare la fatale idea.

Venne sul mezzodì alla Foresterìa, e pregò il Pallavicino a recarsi ad una nuova riunione che avrebbe avuto luogo alle ore 2 al Palazzo d'Angri, ove egli prendeva stanza quando veniva in Napoli, e gli fece facoltà di condurvi chi meglio avesse creduto. Manifestò la speranza che la cosa si potesse risolvere con reciproca soddisfazione.

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Alle due il Pallavicino v'andò. Il Conforti ed io l'accompagnammo. Il passaggio tutto lungo la popolosa via di Toledo fu una indescrivibile ovazione popolare. Anche la nostra vettura fu tempestata di Sì.

Tutta l'ufficialità superiore della guardia nazionale aveva già, sin dal giorno innanzi, rivolto al Generale il seguente indirizzo, segnato dai due generali comandanti De Sauget e Tupputi:

«Napoli, 12 ottobre 1860.

«Illustre Generale Dittatore!

«La Guardia Nazionale è gravemente commossa nel vedere il Paese in preda ad una nuova, ed impensata agitazione, che minaccia l'ordine e la tranquillità pubblica.

«Il plebiscito da Lei con tanta previdenza decretato, aveva rallegrato tutti i nostri cuori; il Prodittatore, in cui Ella, o Eroe, aveva riposto la sua fiducia, seppe guadagnarsi la somma stima ed immenso affetto di tutta la popolazione, col togliere ogni abuso, ogni disordine, con tanti benefici provvedimenti.

«Ora, con gravissimo dolore, con infinita costernazione dell'animo, si sente che una legge tanto provvida e tanto desiderata, perché affrettava il supremo dei nostri desideri, facendoci prontamente proclamare a nostro Re Vittorio Emanuele, che questa legge debba essere abrogata, e che il Pro-dittatore da Lei scelto, da noi tonto amato, debba esserci tolto.

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«Dittatore dell'Italia Meridionale! la Guardia Nazionale vede con cordoglio che la tranquillità, che, com'è di suo dovere, ha conservala con grandi sacrifizi, ch'è sempre pronta a ripetere, sia grave-mente minacciata.

«Guardia Nazionale, rivolgendosi all'idolatrato Giuseppe Garibaldi, lo supplica, perché l'opera delle sue mani rimanga intatta; perché la tranquillità che già regnava in questo Paese ci sia mantenuta; perché a noi ed a tutta l'Italia sia evitatala grande sventura che ci minaccia, e che noi siamo decisi allontanare con ogni mezzo.

«I Generali comandanti

la Guardia Nazionale della città

e provincia di Napoli

De Sauget — Marchese O. Tupputi.

Ora un altro a migliaia di copie circolava per la città, e si andava coprendo di numerose firme di militi e di cittadini. Eccolo nella sua integrità:

A

GIUSEPPE GARIBALDI

DITTATORE DELL'ITALIA MERIDIONALE.

«Generale Dittatore!

«Voi avete salvo il paese dalla tirannide de’  Borboni col prestigio del vostro nome, e con quello del Re Galantuomo, carissimi a questi popoli italiani.

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 Voi, dopo ciò, ci avete salvi dall'anarchia in cui eravamo caduti, dandoci a Prodittatore un illustre e forte carattere italiano, Giorgio Pallavicino Trivulzio. Egli in pochi giorni ricomponeva la sgominata macchina dello Stato, e la confidenza rinacque nell'animo di ogni buono. Il Paese senti-vasi superbo di esser governato da Giuseppe Garibaldi e dal Pallavicino. Ora ricade nello sgomento in udire come questi avesse rassegnato i suoi poteri. Generale Dittatore, non vogliate distruggere tanto benefizio e tanta gloria del vostro nome, ora che siamo per vedere la faccia desiderata del nostro Re. Deh! non togliete le redini del Governo dalle mani onorate ed espertissime, a cui testé le fidaste, e la Patria ve ne saprà grado come dì novella vittoria riportata sopra i suoi nemici».

Giunti al palazzo d'Angri, in sul principio si discusse con calma e temperanza. Poscia mano mano riscaldati gli spiriti, ricominciò aspra e violenta battaglia. V'erano quelli dell'altra volta, più Libertini, credo, e alcuni altri. Il Generale continuava a propendere per l'assemblea, e il Pallavicino, alfine stanco di questo affannoso e inutile dibattersi, erasi alzato per ritirarsi, persistendo nella sua dimissione, quando sopraggiunse il generale Turr, allora comandante della città e piazza di Napoli, carico oltremodo di copie dell'indirizzo, testé riportato e segnato da molte migliaia di firme.

Lo presentò al Garibaldi a nome della Guardia Nazionale che di ciò gli aveva dato incarico, ed egli, rientrato in sé, stette per un istante profondamente concentrato, poi ripresa quella

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ilare serenità, che rende altamente simpatica la sua fisionomia, quando sta per prendere una qualche decisiva risoluzione, disse: «Se questo è il desiderio del popolo napoletano, esso sia soddisfatto. Niuno meglio di noi è pronto a chinare la fronte innanzi ad un'autorità così solenne.

«Pallavicino, ritornate ai vostri lavori e proseguite a circondarvi della stima e dell'affetto di questo popolo, che oggi vi ha dato un così nobile attestato di devozione».

X.

La questione era risoluta, e a seconda dei sacri interessi della patria unità.

Risaputosi ciò in un lampo dalla città, diè motivo a pubbliche ed entusiastiche manifestazioni di gioia.

Il leone colla sua istintiva generosità aveva trionfato delle arti delle volpi.

Che tali si possono ben chiamare coloro, t quali avevano blanditi i personali risentimenti di qualcuno degli amici del Garibaldi e di lui stesso, per farli divenire involontarii stromenti di rovina di quella causa, per la quale si erano tanto adoperati.

Ma Dio da più tempo protegge con evidente influenza le sorti italiane, e dispose che gli errori dell'uno, dall'assennatezza dell'altro dei più benemeriti patrioti, venissero riparati.

Se facessi la storia della Prodittatura, molte cose mi rimarrebbero a dire, ma questo non è il compito mio per ora.

 

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Quindi con l'uguale frettolosa brevità, con cui narrai, conchiuderò questo scritto. Il Crispi con la seguente lettera si ritirò:

«Signor Prodittatore!

«Dopo gli ultimi casi a voi ben noti, essendo incompatibile la mia presenza in un Ministero, del quale siete il capo, vengo col presente a rassegnarvi la mia dimissione di Segretario di Stato degli affari esteri.

«13 ottobre 1860.

«F. Crispi».

Egli eravi incompatibile davvero dopo quanto era accaduto. Palla vicino stesso lo surrogò, e poscia viste le gravi cure che in quel momento tenevano occupato il capo del Governo, nel bisogno di alleviarsi di un peso senza apportare nocumento al servizio, decretò ch'io ne assumessi la provvisoria reggenza.

Da ogni parte giungevano congratulazioni perla fermezza da lui dimostrata; e il Municipio Napoletano, volendo che il Pallavicino potesse prendere parte a quella solenne votazione, e che aveva così strenuamente difesa, con solenne deliberazione gli conferì la cittadinanza.

Il 21, infatti, egli si recò a deporre il suo voto nell'urna, e poscia passò in rivista quei numerosi battaglioni di guardia cittadina che clamorosamente lo applaudivano.

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Il conte di Cavour il 24 incavagli il seguente telegramma:

«Italia esalta per lo splendido risaltato dei plebiscito, che al suo senno, alla sua fermezza ed al suo patriottismo è in gran parte dovuto. Ella si è acquistata così nuovi e gloriosi titoli alla riconoscenza della nazione.

«C. Cavour».

Il 9 novembre il Farmi, a nome di S. M., invia-vagli la seguente lettera:

«Eccellenza,

«La virtù dell'animo e la fermezza de' propositi, con cui Ella, rimovendo gravi ostacoli, secondava l'ardente desiderio, che avevano queste popolazioni di pronunciare il voto d'unione alla rimanente Italia, hanno avuta ed avranno gran parte al finale compimento di questa meravigliosa impresa. L'Italia ne serberà grata memoria, ed io son lieto di significarle in nome del Re l'alta sua soddisfazione per ciò che Ella ha con tanto zelo ed affetto operato a prò della patria comune.

«Ella si compiacerà di esprimere altresì a nome di S. M. simili sensi ai ministri della Dittatura, per la parte che loro spetta nell'avere cooperato coll'Eccellenza Vostra al conseguimento del lodevole fine, che ora è raggiunto coll'universale compiacimento dell'intera nazione.

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«È per me una buona ventura quella di farmi interprete dei sentimenti di S. M. e di aggiungerle l'espressione della particolare mia stima ed osservanza.

«Napoli, addi 9 novembre 1860.

«Dev.mo  Obb.mo

«FARINI».

«A. S. E. il Marchese GIORGIO

PALLAVICINO, cav. dell'Ordine

Supremo della SS. Annunciata,

Senatore del Regno

NAPOLI».

Il Pallavicino aveva anche in quei giorni ritentato un'opera di conciliazione fra le impossibili esigenze del Garibaldi e il vivo desiderio del Re di testimoniargli la sua riconoscenza per quanto aveva fatto in prò dell'Italia. Il Garibaldi persisteva nel volere essere nominato Luogotenente del Re nelle Due Sicilie con poteri quasi dittatoriali. Ciò era al tutto impossibile. Colla presentazione ed accettatone del plebiscito quelle provincie entravano a parte dei diritti e doveri delle altre provincie, in cui uno Statuto esattamente circoscrive i poteri del Sovrano.

Non era per certo Vittorio Emanuele quello che li avrebbe oltrepassati mai di una linea, anche per compiacere alla persona a lui più cara.

Pallavicino fu intermediario, ma sfortunatamente non riuscì; che troppi dall'una e dall'altra parte pensatamente esageravano il valore delle parole, e malignamente commentavano gli atti i più semplici, i più naturali.

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XI.

Garibaldi partì quindi per Caprera, povero come prima, dopo d'avere compiuta una delle più meravigliose imprese che registri la storia, e dopo d'avere tenuto in momenti di grave trepidanza i suoi veri amici e l'Italia intiera, pel troppo facile ascolto ad ampollose insinuazioni di mestatori.

Grave debolezza in Lui, senza la quale avrebbe potuto in parecchie circostanze dare un più efficace aiuto al suo Re, onde condurre a termine il glorioso edificio della completa unità, intorno al quale stanno faticosamente e dolorosamente lavorando molte e molte generazioni di Italiani, e per la quale non ponno riposare su lui con tranquilla fidanza le ansiose speranze dei suoi connazionali.

Pallavicino, partito anch'egli per l'Italia superiore, scrivevano il venticinque la seguente lettera, che ampiamente lo caratterizza:

«Mio carissimo Biagino,

«Malgrado il mare alquanto agitato, il tragitto dell'Elettrico fu prospero; e noi approdammo a Genova domenica, alle 8 del mattino. Ci riposammo colà fino alle 5 della sera, e nell'intervallo visitammo il buon Deideri (1), il quale disponevasi a partire, colla moglie e colla Teresita, alla volta di Caprera.

(1) li colonnello Deideri, Nizzardo, è un amico d'infanzia del Generato, e può chiamarsi Il secondo padre dei suoi tigli, polene li tenne presso di so nei più agitati momenti della vita di Garibaldi.

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 Teresita non può dirsi bella, ma è fresca e bionda; d'un biondo traente al fulvo come il padre, a cui  somiglia altresì nella parte superiore del viso. Partimmo da Genova coll'ultimo convoglio, e giungemmo felicemente a Torino dopo le 9. Il domani mi recai subito dal Principe di Carignano, il quale mi fece gratissime accogliente chiamandomi cugino, ed abbracciandomi nel modo più cordiale; ma non mi fu possibile vedere in quel giorno il Conte di Cavour, perché assente. Lo vidi mercoledì al suo ritorno da Leri; e noi avemmo insieme una lunga conversazione intorno alla politica italiana. Io profittai di quella congiuntura per far ben conoscere al Presidente del Consiglio gli uomini e le cose di Napoli, che mal si conoscono in Piemonte. Svolgendo il mio tema, biasimai la nomina del medico Farini a luogotenente del Re, in un paese dove regnano ancora i pregiudizi aristocratici; e soggiunsi essere questa nomina un guanto di sfida gettato a Garibaldi... Qui Cavour m'interruppe dicendomi: ma chi dunque poteasi mandare a Napoli nelle presenti circostante?

Anima nobile, carattere franco, erasi egli pura energicamente adoperato contro l'assemblea. Egli (come Fruscianti e alcuni altri, modestamente operoso), ha sempre coadiuvato le imprese dell'amico, senza pretenderne in contraccambio onori o rinomanza. Se tutti coloro che circondano il Generale a questi uomini si assomigliassero, non sarebbero così facilmente possibili i conflitti fra l'augusta maestà del potere che rappresenta la nazione e l'illustre cittadino che prima di ogni altro ha il dovere di curvare la fronte innanzi alla volontà di quel paese, di cui è senza dubbio uno dei più nobili ornamenti

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 R..., io risposi. — R... forse, sarebbe stato opportuno, egli riprese; ma non è facile l'andar d'accordo con Garibaldi, e non tutti possono imporsi a lui come ha fatto il Prodittatore, perché nessuno può vantare i suoi antecedenti. Nel resto anche il Prodittatore ha dovuto lottare più d'una volta — e fieramente — per vincere le resistenze del Dittatore. Oh la causa italiana, prima di trionfare, consumerà molti uomini! — Ma non il Conte di Cavour, io ripigliai — Anche il Conte di Cavour, replicò egli alquanto commosso. E ci separammo amicissimi, almeno in apparenza.

«L'uomo di Stato non s'illude. Egli vede gli errori che furono commessi in questi ultimi tempi, vede i pericoli da cui siamo minacciati; e vien riflettendo, ma troppo tardi, su quella terribile verità: «Rien de plus grave que les situations illogiques». — Cavour raccoglie ciò che ha seminato.

«Eccomi da tre giorni in questa mia villa, occupato unicamente d'affari domestici e comunali. Ieri Prodittatore a Napoli, oggi Sindaco di San Fiorano: qual cambiamento di scena! Ma io non mi cambio. Io noo sono, e non sarò mai, né Cavouriano, né Mazziniano, né Garibaldino: un solo pensiero sta nella mia mente — un solo affetto nel mio cuore: l'Italia.

«Oggi aspetto qui la famiglia; e noi passeremo in queste parti tutto il dicembre. Però Ella, scrivendomi, si compiacerà dirigere le sue lettere a Milano, coll'aggiunta: per Codogno. E ciò fino a nuovo avviso.

«Ier l'altro ho scritto a Comello. Ha egli ricevuto la mia lettera? Me lo saluti, e mi saluti al tempo

  

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istesso l'ottimo Ghiron, unitamente ai signori Bourcard e Miraglia.

«Ella ebbe gran parte al felice risanamento della mia Prodittatura: le debbo quindi schietta lode e molti ringraziamenti, ai quali aggiungo un bacio paterno. Cento cose affettuosissime al nostro caro fidanzato. Ella mi creda invariabilmente

«San Fiorano, 35 novembre 1880.

«Il tuo secondo papà

«GIORGIO PALLAVICINO».

L'ho riportata intieramente, perché per intiero soltanto può lasciare travedere all'accorto lettore la nobile espansività del suo pensiero.

Non ho voluto, per ostentazione di modestia, togliere le lusinghiere parole che mi riguardano, perché so che egli me le ha scritte per sentimento, non per convenienza; ed io ho l'intima assicuratila della coscienza d'avere fatto quanto per me si poteva onde agevolargli il compito glorioso. D'altra parte poi l'encomio di un uomo, che stimo profondamente, mi è il più onorato e caro guiderdone delle mie fatiche, e son ben lieto di avere inaugurato la mia pubblica vita sotto tali auspicii e in così gloriosi momenti.

XII.

Potrei far rilievo di parecchie altre inesattezze in cui cadde il signor Bosio, ma essendo esse di poca importanza, mene asterrò: aggiungerò invece alcune osservazioni.

Il nome di Garibaldi è tuttodì fatto segno ad ingiuste e vigliacche accuse, o ad ipocrite, ed anche sincere idolatrie irragionate.

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Garibaldi non è né un demone, né un Dio. Uomo, per quanto straordinario, ha parecchie delle debolezze che sono inseparabili colla nostra origine. Carattere nobilissimo, in lui non hawi quel perfetto equilibrio delle facoltà riflessive e sensitive che costituirebbe l'uomo perfetto, se questo potesse venire al mondo, e venutovi si potesse conservare tale mercé una così perfetta educazione che non alterasse punto l'equilibrio delle due grandi facoltà.

In lui le facoltà sensitive prevalgono sulle riflessive. In Cavour, al contrario, queste ultime padroneggiavano le prime. Quindi la diversità delle nature e degli effetti. E sembranmi tanto ridicoli quelli che pretendono in Garibaldi il freddo ed oculato raziocinio di Cavour, quanto coloro che avessero ricercato in questi l'immaginoso ed operante entusiasmo di Garibaldi.

Dissi operante, per distinguerlo dal vacuo e ridicolo entusiasmo di qualcuno che si limita a sonore ciance e codardi tentativi.

Garibaldi è un uomo straordinario, uno di quegli uomini a cui la Provvidenza dice con più chiare parole lo scopo della loro esistenza; ma appunto perché straordinario, malamente si adatta a discutere ed accettare le idee che sono la regola dell'andamento degli affari ordinarii. In tutto egli vuole portare l'applicazione dei mezzi eccezionali che si convengono solo e raramente in pochi casi. E collo scopo il più leale di aiutare, è invece qualche volta causa di deplorevoli esitanze e dolorosi avvenimenti.

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Quindi coloro che, più che gl'interessi del proprio paese, hanno a cuore di far trionfare il proprio partito, o dar rinomanza, mercé sua, al proprio nome, blandiscono le istintive tendente del suo animo, impiccioliscono lo scopo delle prudenziali misure altrui, e quand'egli alfine si scuote e si rabbuffa, come la celebre mosca della favola di Fedro, si gonfiano della immaginaria loro potenza. Triste potenza, qualora pure con tal nome si potesse chiamare, quella di far divenire un oggetto di continua trepidanza l'uomo che dovrebbe essere la sentinella avanzata della libertà ed unità italiana.

Ho parlato di Garibaldi Dittatore colle impressioni di quei momenti, perché io non appartengo a quella scuola che dimentica il molto del ieri per quello dell'oggi.

So che le impressioni di allora sono molto mutate; ma a me ripugna del pari l'essere cortigiano degli individui come delle moltitudini.

D'altra parte nutro viva speranza che il giorno in cui il cannone annunzierà di bel nuovo all'Europa che l'Italia in armi intende completare l'opera della sua unità, una cordiale stretta di mano data sul campo di battaglia dissiperà molti timori esagerati e molte infondate diffidenze, e gl'Italiani tutti dimostreranno una volta di più agli stranieri che, se piccole divergenze intorno al modo possono tenerli divisi nel momento della pace, queste divisioni cessano incontanente, appena che si tratta di cacciare lo straniero dalle patrie terre.

http://eleaml.org – 23 aprile 2009 







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