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AVVENIMENTI DEL 1866
SETTE GIORNI D'INSURREZIONE
a Palermo
CAUSE FATTI RIMEDI
critica e narrazione
per GIACOMO PAGANO

PALERMO
ANTONINO DI CRISTINA TIPOGRAFO
1867

Cadorna si rallegra dell'esistenza della legge crispina, ritenendolo valido strumento per la repressione della insurrezione palermitana - quella passata alla storia come la rivolta del sette e mezzo - ma non di questo ci scandalizziamo visti i tempi. Ci colpisce il fato che Cadorna avesse anticipato il potere politico dichiarando lo stato d'assedio!

Non si trattava di una regione dello stato sottoposta alle garanzie statutarie ma una colonia dove un militare qualsiasi si arrogava il diritto di proclamare lo stato d'assedio prima di esserne autorizzato dal potere politico.

Così si è fatta l'Italia nei territori dell'ex Regno delle Due Sicilie.

Zenone di Elea - http://www.eleaml.org

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Istruzioni pel Luogotenente Generale Cadorna, Comandante delle forze militari dell'isola di Sicilia, Commissario straordinario con ampli poteri pel ristabilimento della pubblica sicurezza.

Tutte le autorità politiche e militari saranno poste sotto la di lui dipendenza, e sarà prima loro cura di ordinare e far eseguire l'arresto di tutti i camorristi e di tutti i sospetti di connivenza con la bande dei malfattori o coi sediziosi.


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 —Provvedendo opportunamente la legge del 17 maggio 1866, sia allo arresto dei conniventi co’  briganti, sia a quello delle persone principalmente sospette di voler attentare all'unità dello Stato, non sarà bisogno di altre proclamazioni in forma eccezionale.

Contemporaneamente allo arresto dei camorristi e delle principali persone sospette, un altro opportuno provvedimento di urgenza pel ristabilimento della pubblica sicurezza sarà il disarmo generale della città di Palermo e di tutti i comuni, nei quali si ritenga di aver avuto i malfattori più facili aderenze; ed anche per questa parte senza bisogno di dichiarazioni di facoltà eccezionali, basterà un bando o provvedimento speciale col quale, avuto riguardo alle gravi condizioni della pubblica sicurezza, siano invitati tutti i cittadini indistintamente a consegnare fra tre giorni tutte le armi da fuoco, pistole o fucili, di lunga o di corta misura, di cui si trovino possessori, dichiarandosi da quel momento ritirate tutte le licenze di asportazione di armi che mai si fossero rilasciate dall'autorità politica. Scorso il termine di tre giorni, le autorità politiche e militari sorprenderanno le abitazioni delle persone indiziate di detener le armi in oltraggio del provvedimento militare, sequestrando le armi che saranno per ritrovarsi, e traendo in arresto i detentori (1).

Un altro bando od ordinanza con cui il commissario straordinario vietasse formalmente ogni attruppamento per le vie sarà pure importante; e nel pubblicarlo si accennerà egualmente alla gravità delle condizioni della pubblica sicurezza, e quindi si prescriverà che in caso di attruppamento le persone assembrate, che al primo

(1)Il Cadorna non adempì a coteste istruzioni.


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invito delle autorità politiche o militari non si sciogliessero, saranno arrestate o disperse con la forza.

Questi tre provvedimenti dell'arresto dei sospetti di connivenza, del disarmo generale, e del divieto degli assembramenti, che sono stati la parte più importante delle disposizioni eccezionalmente prese le altre volte che si è dovuto proclamare lo stato d'assedio per alcune provincie del regno, si possono oggi recare ad effetto senza bisogno d'una proclamazione formale di stato di assedio; tanto più che le stesse autorità giudiziarie avranno riservate le istruzioni dal Ministero della giustizia di tenersi in diretta corrispondenza col commissario straordinario, e di secondarlo in tutte le determinazioni che crederà opportune nello interesse della pubblica sicurezza (1).

Solo per la sospensione della libertà della stampa sorgerebbe la necessità di proclamare la provincia di Palermo in uno stato di amministrazione eccezionale; ma negli stessi editti che furono pubblicati all'epoca dello stato d'assedio del 1862, non fu nemmeno sospesa interamente la libertà della stampa, ed i commissari straordinari si limitarono a prescrivere che niun giornale potesse pubblicarsi senza una speciale autorizzazione dell'autorità politica. Ond'è che anche oggi potrebbe farsi per modo di disposizione particolare da comunicarsi verbalmente dai capi degli uffizi della questura, ai varì direttori dei giornali, senza bisogno di un'ordinanza stampata da affìggersi per la città. Tutti i buoni cittadini comprenderanno la ragionevolezza di questo provvedimento,

(1) Come si vede lo stato di assedio proclamato dal Cadorna non era autorizzato dal Ministero. Ciò giustifica duo assunti: l'uno che il provvedimento peggiore che può prendere un governo è quello di affidare una missione politica ad un generale; l'altro che il Ministero era debole in faccia a Cadorna e osava lasciarsi imporre da uno dei suoi agenti.

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né possibile, né moderato, in questa guisa, che potesse mai dar luogo a reclami.

Dunque tutte le facoltà date altra volta ai commissari straordinari possono oggi, che è in vigore una legge eccezionale, essere mantenute senza necessità di una solenne proclamazione dello stato d'assedio.

Se non pertanto, le cose si aggravassero, e con l’adempimento delle cerniate istruzioni e con le operazioni militari della forza, la pubblica sicurezza versasse ancora in seri pericoli, a rimuovere i quali, per la impressione' di terrore che è capace di esercitare nell'animo dei ribaldi uno stato d'assedio, si riconoscesse opportuno di proclamarlo, il generale militare potrà pubblicare da sè, nella sua qualità di commissario, un editto, e costituire la provincia di Palermo in istato d'assedio. Allora nella proclamazione dello stato d'assedio si prescriverebbe più apertamente il divieto degli assembramenti, il divieto dell'asportazione e detenzione delle armi, e si spiegherebbe in un modo più formale la sospensione di qualunque pubblicazione di giornale.

Il successo delle operazioni militari del commissario straordinario con queste sole facoltà sembra sicuro, non trattandosi per quel che è dato inferire da tutte le relazioni ricevute finora, che di bande di malfattori. Non pertanto gioverà prevedere anche il caso lontano che questi provvedimenti non bastassero, e che si trattasse di una specie di sedizione politica, la quale avesse reclutato i suoi agenti fra le bande dei malfattori, sicché vi fosse bisogno di maggiori e più eccezionali facoltà. In questa ipotesi ne soccorrerebbe il Codice penale militare con gli articoli 226, 231, 521 e 522, i quali elevano a semplici reati in tempo di guerra l'arruolamento, il tradimento nelle varie forme prevedute dal detto Codice, la rottura dei fili telegrafici, e fatti simili, e rendono giudicabili dai tribunali militari le persone anche non militari.


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Una operazione militare, ordinata su vasta scala, della durata di più giorni contro comitive di sediziosi che avessero innalzata la bandiera della ribellione, incontrerebbe in principio di diritto alcun ostacolo per essere considerata come un'operazione di guerra. Però la dignità del Governo italiano non consentirebbe mai che in una proclamazione ufficiale si mentovasse questa parola, quando si dà opera alla dispersione di orde di malandrini, o di gente sediziosa, senza patria e senza stato. In conseguenza il comandante militare dell'isola dovrebbe guardarsi sempre dal pronunciare nei suoi bandi la parola di guerra, ed in quella vece, nel caso estremo, che qui si prevede, dovrebbe proclamare lo stato di assedio in virtù delle facoltà concessegli dall'art. 226 del Codice penale militare (1).

Infine la missione del commissario straordinario con ampli poteri porta con sé la necessaria facoltà di potere al bisogno sciogliere e riordinare le guardie nazionali dell'isola, le quali debbono riguardarsi alla dipendenza del commissario medesimo, come lo è ogni altra forza di Sicilia.

Essendo poi incerte tuttora pel Ministero le vere condizioni in cui versa la sicurezza pubblica della provincia di Palermo, è inutile soggiungere che il commissario straordinario debba far uso in tutto o in parte di queste istruzioni, a seconda delle diverse circostanze, e dell'indole più o meno grave degli avvenimenti, dei quali è a lui riserbato di valutare la importanza.

Il ministro:—Ricasoli.

(1)È strano abbastanza questo linguaggio: la dignità in tal modo non è più il rispetto del dritto e della propria personalità, ma la finzione di un fatto per mezzo di parole!


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Da Termini, 24 settembre 1866.


A. S. E. Ministro Interni,

Ricevo ora (ore 16 30) suo dispaccio ore 23.

Gravità situazione non mi lascia dubbio sulla necessità stato d'assedio, che ieri ho già pubblicato con proclama nella città e provincia, e che ho spedito a V. E.

Ho tosto assunto comando e direzione affari concentrando tutti rami di servizio per vigoroso impulso ed unità di azione.

Già spedito Trapani, Girgenti, Termini ed altri luoghi forze coordinando operazioni.

Fin da ieri mattina mandato ristabilire comunicazioni telegrafiche interrotte con molti guasti.

Apparso, edera, portato da truppa proveniente Napoli, che ho imbarcata a quella volta. Date pronte disposizioni sanitarie.

Fatte congratulazioni Ministero alle autorità molto meritate.

Generale—Cadorna.


Al Gen. Cadorna Comm. straord.

Palermo 25 settembre.


La ringrazio delle pronte disposizioni date per l'apertura del filo telegrafico ed i rinforzi militari spediti a Termini, come assicura il sotto-prefetto di questo circondario. Credo però che una notizia segnalata dallo stesso sotto-prefetto, riguardante il primo giorno dello sbarco delle truppe, sia stata per errore riportata nel telegramma ai giorni successivi, dicendosi che fino a ieri sera si fossero fucilati 72 individui. Nel giorno del combattimento i malfattori o insorti con armi alla mano erano sorpresi in atto flagrante di resistenza; ma cessata la sommossa all'interno della città, e con essa il Combattimento,


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nessuno degli arrestati potrebbe essere sottratto ad un regolare procedimento innanzi alla autorità giudiziaria, di cui com'ebbi già osservarle, nel giorno 'delle istruzioni, non è dato ad alcuno d'immutare la competenza (1). Il desiderio del Ministero, del quale ella col suo avvedimento ben comprende 'la importanza, si è di poter ottenere un'energica repressione, ma senza trascendere le norme di legge; e quindi mi affido che ella avrà dato alle autorità di sua dipendenza tali direzioni, da esser sicuro che esse siano per mantenersi' nei limiti delle anzidetto istruzioni del Ministero.

Il ministro — Ricasoli


Da Termini, 25 settembre 1866 (ore 18).


A S. E. il Presidente dei Ministri


Appena sbarcato in Palermo ordinai riattivazione telegrafi rotti, molti i guasti, vi si lavora attivamente. Intanto stabilita corsa periodica per mare con Termini. Accoglienza con dimostrazioni a truppa e rispettivi capi al loro arrivo. Città tranquillissima. Accolto favorevolmente stato d'assedio, proclama agli abitanti. Ieri pubblicate ordinanze su attruppamenti e consegna armi. Ne spedisco copia nel corriere. Verranno in seguito restrizioni stampa e scioglimento guardia nazionale, che fu invocato da tutti compreso il suo capo, e che fu passiva ed inerte. Spedita truppa per tutta Sicilia e specialmente provincia Palermo per reprimere bande che hanno abbandonato questa città.

(1)Il Ministro poteva ben risparmiarsi queste osservazioni poiché Cadorna coi suoi atti illiberali ed ingiusti dimostrò che il regime militare non sente freno alcuno.


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Sempre più si scoprono saccheggi ed atrocità commesse.

Oggi spedisco rapporto con corriere all'E. V.

Casi colèra a tutt'oggi soli 24 molti dei quali assai dubbi Presi tutti necessarì provvedimenti. Eccitato municipio provvedere e provvederà.

Cadorna.


Firenze, 27 settembre 1866.

Al Commissario Straordinario,


Il Governo, privo tuttora delle notizie richieste per potersi formare un preciso concetto sulla vera indole dei fatti avvenuti dai giorno 16 al 23, la prega vivamente di voler nominare una Commissione d'inchiesta amministrativa, e darle l'incarico di raccogliere al più presto le maggiori notizie possibili e sul modo come le bande riuscirono a concentrarsi fino alle porte della città, e sulle cause che ne agevolarono l'entrata, e sulla connivenza incontrata all'interno della città, e se momentanea o predisposta, e sulle principali persone compromesse, e sugli atti operati dalle bande e dagli insorti nel tempo della invasione, e sul contegno spiegato dalle diverse autorità, cosi prima come nel giorno della sommossa.

Le relazioni di questa Commissione d'inchiesta, non aventi nulla di comune con le prove istruttorie per l'accertamento della reità degl'imputati già in arresto o da arrestarsi, le quali si appartengono all'autorità giudiziaria, e che credo siansi già alacremente iniziate sotto la direzione di cotesto procuratore generale, il Ministero desidera di averle nel minor tempo possibile per prenderne norma ai suoi provvedimenti.

Il ministro—Ricasoli.


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Firenze, 2 ottobre 1866.

Al Commissario Straordinario—Palermo.


Poiché i provvedimenti a prendersi sulle cause che originarono i dolorosi fatti di questi giorni passati, ed a riguardo delle persone che ebbero a figurarvi, saranno tanto più efficaci, per l'impressione pubblica dell'autorità e giustizia del Governo, quanto più pronti e sicuri, io la prego voler affrettare il lavoro della commissione d'inchiesta, rammentandole essere particolare desiderio del Ministero di avere un giudizio esatto sul contegno spiegato dai funzionarì ed impiegati pubblici di ogni classe. E forse in questo esame non sarà inopportuno si tenessero presenti vari telegrammi e varie note riguardanti la sicurezza pubblica di coteste provincie che, dal 1 agosto in poi, sono state spedite dal Ministero a cotesta Prefettura.

Una coscienziosa inchiesta mi metterà in grado di segnalare all'attenzione del Governo e del paese quei funzionari che si distinsero per abnegazione e per patriottismo, e di colpire con energiche misure coloro che mancarono ai propri doveri.

Ricasoli.


27 settembre 1866.

Dal Comm. straord. di Palermo al ministro dell'interno.


Rispondo al telegramma del 24—ore 21—testè ricevuto confermando che avvennero saccheggi, depredazioni, . barbarie, uccisioni prima di arrivo truppa; spedito ieri. rapporto con vapore postale. Rispondo telegramma 2-> —ore 11—che non mi consta assolutamente che dopo occupazione Palermo siasi in alcun modo passato per le armi nessuno degl'insorti. Dato ordini contrari, non solo,


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ma spontaneamente truppa si asteneva da ogni eccesso (1), e nello stesso combattimento suo contegno troppo moderato in proporzione delle barbare provocazioni insorti, Palermo fortemente occupata compresi i conventi e monasteri, che furono rifugio ladri insorti. In tutta la provincia stabilita rete di truppa con zone e sottozone, distaccamenti truppa coordinati; fuori della provincia mandate truppe a Trapani, Girgenti, Catania, Messina, e tutto già stabilito e imbarcato, o in marcia. Fatti già importanti arresti.

Cadorna.


Palermo, 2 ottobre 1666.

A, S. E. il presidente del Consiglio dei Ministri


Non posso astenermi dallo svolgere come ho promesso col precitato mio telegramma, le ragioni per le quali credo indispensabile che sia adita la giurisdizione del già istituito tribunale militare. Non bisogna dissimularselo, la gravità della situazione non è ancora del tutto cessata; numerose bande di rivoltosi scorazzano ancora i dintorni di Palermo, e minacciano qualche colpo di mano ai comuni adiacenti. Le stesse apprensioni del colera, giustificate dai pochi casi già verificatisi e rinnovatisi in Palermo, vengono in aiuto alle mire dei ribelli e dei nemici del Governo stesso. Il paese aspetta giustizia, e pronta; l'opinione pubblica, quella stessa di eminenti funzionar! dell'ordine giudiziario, unanimemente riconoscono che le lungaggini delle forme ordinarie dei procedimenti distruggerebbero l'effetto morale di quella esemplarità punitrice che tanto è più efficace, quanto più immediatamente tien dietro alla colpa. La stessa denominazione di tribunale militare ne impone grandemente alla ribaldaglia.

(1)Vedi a pag. 129 e 130.


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Non più tardi di ieri fu aggredita la vettura corriera da un'orda di briganti, tra Misilmeri ed Ogliastro, vuoi dire al limite di questo circondario, ed ivi ieri stesso venne pure aggredita una vettura particolare. Ciò prova che la baldanza de’  malfattori non è ancor doma; ciò prova che il procedere in suo danno con le forme ordinarie renderebbe inefficace l'opera della legge...

Del resto, com'ebbi già a dichiararle per telegramma, io sarei pronto ad assumere tutta la responsabilità della istituzione del tribunale militare, di che mi è data facoltà nelle istruzioni ministeriali del 18 sett. scorso, e precisamente in quella parte di esse che comincia dalle parole Non pertanto gioverà prevedere anche il caso eco. , e termina con le parole: 226 del Codice penale militare. Io sarei pronto a dichiarare pubblicamente, revocando il già emesso editto, che il Governo ispirato da maggior mitezza abbia disposto di richiamare al giudice naturale ed ordinario la conoscenza ed il giudizio sui fatti della insurrezione, ma prevedo che ciò produrrebbe una penosa impressione nel pubblico, che invece ha accolto con tanto plauso la istituzione del tribunale di cui trattasi e tutto questo senza tener conto di una tal quale esautorazione, che ripercuoterebbe sulle facoltà straordinarie di cui sono rivestito, con la revoca di un provvedimento di così grave importanza e così vivamente reclamato dalla presente situazione (1).

Il R. Commiss. straord. —Cadorna.


Firenze, 3 ottobre 1866.

Al Commissario straordinario di Palermo


La dichiarazione di stato di guerra secondo codice militare

(1)Non c'è male; questo suggerimento sulla esautorazione pesa quanto tutto il Governo di Cadorna.


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era nell'istruzione preveduta come caso estremo in cui tutte le altre facoltà non bastassero, e si trattasse di una insurrezione con bandiera politica, che minacciasse di durare per molti giorni ed avesse bisogno di operazioni militari su vasta scala. Era allora una estrema necessità per reprimere l'insurrezione. Ma la posizione attuale Ella vedrà bene di essere diversa da quella ipotesi. Oggi la sommossa è sedata; oggi non vi ha che bande di malfattori fuggitivi da Palermo, che scorrono disperse la campagna, e la istituzione dei tribunali militari, secondo uno stato di guerra, non avrebbe altro scopo che di punire militarmente gli autori di una sommossa già vinta, ciò che non è permesso dalla legge, ed il Governo, anche volendolo, non avrebbe potestà di autorizzarlo. La condizione essenziale preveduta nell'articolo 226 del Codice militare per potersi da un comandante militare proclamare lo stato di guerra si è che i nemici in una marcia aggressiva si trovassero poco lontani dai territorio di una divisione militare ed oggi questa condizione non si risconta nel fatto.

Così stando le cose, il mezzo per conciliare tutte le esigenze della giustizia da una parte e del prestigio della sua autorità dall'altra, sarebbe questo: di far trascorrere tre o quattro altri giorni, e quindi limitarsi a dichiarare, che, sedata ogni sommossa, non avendo più le reali truppe che a perseguitare i malfattori nella campagna ove sonosi dispersi, e dalle relazioni delle autorità militari risultando che più del Codice militare, il solo editto della istituzione dei tribunali militari abbia a ritenersi come rivocato, ferma rimanendo per le altre sue conseguenze la dichiarazione dello stato d'assedio (1).

Il ministro — Ricasoli.

(1)Dunque Ricasoli, capo del Governo, si accorgeva dell'ingiustizia, e per non esautorare Cadorna si faceva imporre la violazione del dritto!


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Palermo, 4 ottobre 1866.

Al Ministro Interni.


Debbo insistere mantenersi tribunali militari. Già molto dannosa esitanza questi giorni per farli funzionare, né potrebbe protrarsi. Revoca sarebbe tanto più pericolosa, e tale da compromettere situazione. Consta bande armate ingrossano vicinanze Palermo; che moto questa città era collegato a quelle altre città isola. Giornalismo, opinione pubblica reclamano contro lentezza procedimento a danno rivoltosi. Risulta istruttoria esistessero Comitati che prepararono rivolta appoggiatisi su malandrini e ladri. Mantengo che farei dichiarazione che Governo più mite che regio commissario restituirebbe reati insurrezione giudici ordinari; ma mia coscienza (1) altamente ripugna a dichiarare che non sia più bisogno tribunali militari e che da autorità militari risulti non essere più necessario. Revocherei qualunque altro provvedimento eccezionale, non quello. Caso ministero creda indispensabile revoca tribunali, prego delegare ad altri mie funzioni regio commissario. D'altronde sarei esautorato e quindi più dannoso che utile.

Cadorna.


Firenze, 5 ottobre 1866.

Al Commissario straordinario,


Attese le varie circostanze espresse nel suo telegramma io intendo consultare dei ragguardevoli giureconsulti e magistrati, e prendere di poi una definitiva determinazione intorno ai tribunali militari. Prosegua frattanto nelle istruzioni, ma sospendendo qualunque giudizio, e domani avrà le ulteriori risoluzioni del Governo;

(1)Ha una eccellente coscienza il Generale Cadorna!


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il quale è sicuro che trattandosi di una questione di principi, ella non sarà mai più per insistere sulle idee accennate nell'ultima parte del suo telegramma.

Il ministro —Ricasoli.


Firenze, 6 ottobre 1866.

Al regio Comm. straord. di Palermo,


Circostanze segnalate suo ultimo telegramma, come ha dovuto rilevare dalla risposta di ieri sera, colpirono grandemente l'attenzione ministero. Nelle istruzioni ministeriali era appunto preveduto il caso di estreme condizioni in cui sicurezza isola non potesse mantenersi che' con estreme misure, e quindi le si dava facoltà di potere in quel caso proclamare stato assedio con la istituzione tribunali militari.

Della esistenza o meno di tali condizioni estreme dubitava sulle prime il ministero, ma poiché Ella insiste ad assicurare di essersi quelle condizioni avverate, e non esserle altrimenti possibile ristabilimento pubblica sicurezza, il ministero non trova più nulla ad osservare sulle sue assicurazioni, e quindi sull'attuazione del suo ultimo editto. Tale fu pure lo avviso dei giureconsulti all'uopo interpellati, che cioè, quando gravi pericoli sovrastano alla pubblica sicurezza, possa in principio proclamarsi lo stato d'assedio ed essere sospese talune guarentigie costituzionali, e che in fatto debba la valuta/ione di quel pericolo lasciarsi allo accorgimento di chi rappresenta sopra luogo autorità del Governo. Prosegua dunque innanzi: Ministero si affida alla sua prudenza, limitandosi ad avvertirla essere nella necessità e nel pericolo della pubblica sicurezza la misura ed il limite di questo eccezionale provvedimento, affinché posto in atto colla maggiore temperanza, abbia a cessare non appena ne cossi la necessità.


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Infine comprenderà di leggieri che le condanne capitali abbiano ad essere riferite al ministero, sospendendone la esecuzione fino a che esso non avrà disposto di non esservi difficoltà ad eseguirle.

Ricasoli.


XXI.


Ecco il telegramma a cui si accenna nella pag. 138 e che per ordine del Ricasoli spediva il duca della Verdura:

«Opportuno che Deputazione Provinciale, Giunta o Consiglio Comunale con loro deliberazione appoggino presso Governo del Re stato d'assedio, e istituzione consigli di guerra; onde ottenersi pronta punizione i rei con severa ed illuminata giustizia.»

I 26 Consiglieri Comunali ai quali si accenna a' detta pagina 138 e che votarono la deliberazione come al documento di N. XIV furono i signori: marchese di Rudini, prof. Albeggiani, Meli, dott. Cuzzaniti, Stagno, Pirandello, Varvaro, Fileti, sac. Camarda, barone Anca, Baita, cav. Trigona, cav. Di Giovanni, Giuseppe Ciotti, Costantino Ciotti, principe di Sant'Elia, barone Paino, cav. Balsano, dott. Santocanale, Traina, dott. Deltignoso, dott. Sangiorgi, prof. Sampolo, cav. E. Lanza, cav. M. Lanza, D'Antoni.

(Dal libro rosso)


XXII.


Pubblichiamo qui appresso una lettera indirizzata jeri da S. E. il Luogotenente generale e Regio Commissario, non che la risposta di quest'ultimo.


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Dopo le scelleratezze e gli orrori deplorati in Palermo nel moto anarchico dei giorni trascorsi, dopo che tutti sanno qual influenza vi abbiano esercitato e frati e preti, anche col loro materiale concorso, l'Arcivescovo non ha avuto una sola parola di riprovazione per siffatta offesa alla morale, alla civiltà ed al Vangelo.

Giudichi adunque l'opinione pubblica sulla portata della scusa ch'egli allega, per contrapporla alla energica e assennata interpellanza rivoltagli (1).


Palermo, 28 settembre 1866.

Permetterà la Em. V. che io chieda francamente delle spiegazioni sulla condotta da Lei tenuta nelle ultime dolorose vicissitudini che hanno contristato Palermo e dintorni.

Io debbo credere che Ella abbia troppo la coscienza dei propri doveri per potersi menomamente dubitare che vi abbia potuto contravvenire per incertezza sul modo come regolarsi.

Ella non potea ignorare che il clero regolare, e in non poca parte anche il secolare, avevano da tempo dato opera a sconvolgere l'ordine pubblico, e ad inspirare alla plebaglia massime immorali e sovvertitrici.

Non poté del pari disconoscere, che frati e preti, e monache perfino, non si guardarono, con una impudenza senza esempio, o dal mettersi alla testa delle orde dei

(1)Queste parole leggevansi nel Giornale di Sicilia del 30 settembre 1866, N. 211, e precedevano le due lettere che seguono. Con tali parole, uscite dal Gabinetto di Cadorna come appare dallo stile appassionato, il potere militare chiedeva ad un ottuagenario conto del perché non era sceso tra le masse combattenti ad esercitare il suo ministero di pace! C' è da credere con molto fondamento di certezza, che se il Cadorna fosse stato Arcivescovo non avrebbe ambito di far la fine di M.r Sibour a Parigi.


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rivoltosi, o dall’incitarle alla rapina ed al saccheggio.

Ebbene, cosa fece la Eminenza Vostra a prevenire che questi indegni ministri del Santuario, che queste vestali fanatiche di bugiardo fervore e di superstizione, si fossero fatti complici dei più atroci reati?

Mentre le primarie autorità sono rimaste ferme ai loro posti, là ove il loro debito di coscienza e di onore richiedeva che stessero, perch'Ella, che avrebbe dovuto esser d' esempio, agli altri, si è tenuta completamente in disparte?

Com'è ch'Ella non si sia interposta, arca di pace e di alleanza, fra una gente briaca di ladronecci e di stragi?

Ma non è questo che vien prescritto dal Vangelo. Ma non è cosi che si adempie ai dettami di Cristo. Ma non si giunge in tal modo a render gli animi inchinevoli al rispetto ed alla devozione verso coloro che dovrebbero essere estranei, e pur troppo nol sono, ad ogni passione politica.

In nome dell'autorità di cui sono rivestitolo chiedo alla Eminenza V. che mi renda stretto conto del suo operato; perché il Governo ed il paese possano giudicare se, e sino a qual punto sia Ella responsabile degli eccidii perpetrati e del versato sangue cittadino.

Attendo sua particolareggiata risposta, e Le dichiaro sin da ora che reputerei il Suo silenzio come una esplicita confessione di colpa.

Il Luogotenente Generate

Comandante delle Truppe in Sicilia Com. M.

RAFFAELE CADORNA


A, S. S. Dima e Rev. ma

Mons. Arcivescovo di Palermo


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Palermo, 28 settembre 1866.

Con somma mia sorpresa, e grave rincrescimento ho preso lettura del suo foglio d'oggi stesso n. 34, col quale si vuole mettere a mia responsabilità, l'opera del clero, tanto regolare, che secolare, che si suppone che avesse da tempo dato opera a sconvolgere l'ordine pubblico, e ad inspirare nella plebaglia massime immorali e sovvertitrici.

Su di ciò credo opportuno sottomettere a Lei che il clero regolare, non è per le Leggi di Sicilia sottoposto alla mia giurisdizione, ma bensì a quella del Giudice della monarchia.

Per quanto riguarda le monache recluse, può Ella esser sicuro che nessuna di esse ostata giammai in contatto colla plebaglia, e che perciò non ha potuto giammai mirare ad ispirare alla stessa massime immorali e sovvertitrici.

Relativamente poi al Clero Secolare io credo che in nessuna altra città d'Italia vi fosse un clero, che nella sua generalità fosse modello di buoni costumi e che fosse alieno dall'inspirare alla plebaglia idee di simil natura.

Che, se qualche eccezione potesse esistere tra taluno di esso, è inutilmente che a me se ne vuole addebitare la responsabilità.

L'Autorità Arcivescovile in questi tempi è esautorata sino agli estremi, e quando ha voluto ricondurre taluno traviato al retto sentiero secondo le Leggi del Vangelo, l'Arcivescovo è stato attaccato sotto tutti i rapporti dal giornalismo, il quale è stato quello che precipuamente ha fatto opera per inspirare a questa plebaglia le idee sovvertitrici di ogni Religione, di ogni potere costituito, e di ogni rispetto dovuto alle proprietà.

D'altronde sino a questo giorno nessuna doglianza è a me pervenuta da parte del R. Governo e delle autorità politiche circa la condotta del clero secolare, che è appunto quello che esclusivamente è sotto la mia giurisdizione.


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Sino a questo giorno nessuno appartenente a questo clero è stato a me denunziato come quello che avesse dal Sacro pergamo profferito parola che attentasse all'ordine costituito ed alle massime ispirate dal Vangelo, ed io ho ferma coscienza di non avere neanco dei privati e delle autorità ecclesiastiche denunziato persona che munita della facoltà di predicare ne avesse abusate) contro i poteri costituiti per sovvertire l'ordine pubblico.

Ella poi chiede perché non mi sia interposto fra una gente briaca di ladroneggi e di strage ad impedire tanti danni.

Se Ella intende con ciò annunziare che era mio dovere di scendere fra le barricate nel momento del conflitto, credo che vi fosse grave equivoco sul proposito, poiché oltre che lamia età compie già l'ottantesimo anno, ed è gravemente affiaccata in salute, certamente essendo il palazzo Arcivescovile per la tutela dell'ordine occupato dalle Truppe reali, appena che io mi sarei affacciato, sarei stato ricevuto com'altro mio predecessore a colpi di archibugio e senza alcun utile effetto.

In quei momenti terribili ciò che mi era lecito di fare si era di accogliere con ogni ospitalità le Truppe che si erano stanziate nel mio palazzo, e son fiducioso che coloro che vennero da me non ebbero ragione a rimanere scontenti di cosa.

Io ho salda coscienza che il Governo ed il Paese giudicando di me non mi riverseranno neppure una bricciola degli eccidii perpetrati e del versato sangue cittadino, che sono da imputarsi a chi è contemporaneamente nemico alla religione, al Governo del Re, alla proprietà, e che oggi per discaricarsi della grave responsabilità che pesa su di loro tentano di rovesciarla su di altri.


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In ogni evento siccome nei precetti del Vangelo vi ha di essere ossequioso ai Governi costituiti, io dal mio canto non potrei permettere che nell'esercizio dei suoi doveri il Clero potesse ribellarsi a questo precetto, e quindi se Ella avesse qualche cosa con ispecialità da imputare contro alcuno che si appartenesse al Clero secolare io sono pronto a sottoporlo a quelle misure di rigore che sono nei miei poteri di attuare.

L'Arcivescovo

Giovanni B. Naselli



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