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AGOSTINO BERTANI, un garibaldino*
Tratto da “Rivelazioni ed altri documenti inediti riguardanti la rivoluzione italiana” Pag 37-44

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Bertani, segretario di Garibaldi, prima della spedizione della Sicilia (1860) era semplice officiale di sanità a Genova, facendo visite a un fr. e 50 cent. Oggi 1861 esso è colonnello di Stato Maggiore e la sua fortuna, secondo i più modesti calcoli, raggiunge almeno la cifra di 14 milioni! Non si conosce l'origine se non di 4 milioni. E l’origine ancora di questa non è pura!... Questi 4 milioni furono la mancia che Bertani pretese dai banchieri Adami e comp. di Livorno, perché loro fosse accordata una concessione di ferrovia, che essi grandemente sollecitavano.

Sotto il punto di vista politico, la situazione del regno di Napoli era di tal natura da ispirare gravi inquietudini al governo di Piemonte: i borbonici storditi per un istante dalla brusca e inesplicabile comparsa di Garibaldi, incominciarono a giudicare gli eventi con più sangue freddo e a contarsi un l’altro. S'udivano i primi moti degli Abruzzi, pronti a insorgere contro i nuovi arrivati (1). Per altra parte i mazziniani accarezzavano il progetto di porre il piede in Italia, instaurando la repubblica a Napoli, e influenzavano lo spirito di Garibaldi, cui circondavano molli dei loro partigiani. Di piemontesi non era parola.

Sarebbe bastato un accento di Garibaldi, o ancor più uno dell'esercito di Francesco II, per rovesciare da cima a fondo le speranze de' piemontesi.

In presenza a siffatte condizioni, che io esposi prolissamente al ministero, questo non poteva esitare senza venir meno al suo programma; dappoichè non sarebbe stato possibile si fosse altra volta potuto presentare più favorevole occasione per completar quasi l'unità italiana. Sarebbe riuscito ingrato pel Piemonte vedersi sfuggir dalle mani, all' ultimo momento, una conquista pressocchè compiuta (lo si credeva almeno in quel tempo), e di esso sapea bene d'aver comperata colla sua moneta. E pertanto il gabinetto di Torino non esitò.

Io trovavami ancora a Napoli, quando vi giunse Farini col titolo di luogotenente del re. Io fui applicato alla sua amministrazione nella qualità di capo della polizia. L'antico governatore dell’Emilia arrivava a Napoli pieno di fede nella sua abilità, e nel suo avvenire: in capo a pochi mesi ei ne partiva spogliato delle sue illusioni e nel più profondo scoraggiamelo (2)! E fu solo veggendo tornai Farini vinto, che il gabinetto di Torino incominciò ad aprir gli occhi sulla situazione di Napoli e fu d'uopo perché egli ne abbracciasse tutta la gravezza, che rompesse successivamente contro le accennate difficoltà.

Dopo Farini venne la volta del principe di Carignano e Nigra, quindi di Ponza di S. Martino,, e finalmente Cialdini, il quale sembra sia stato più avventurato de' suoi predecessori e che cedeva il suo posto a La Marmera. Ma non bisogna dimenticare che Cialdini riuscì a paralizzare per un istante la reazione appoggiandosi ai mazziniani, preparando in tal modo altri perigli per l'avvenire.

Ripeto che io qui non intendo stendere la storia degli affari di Napoli; la loro importanza e. la grande quantità di memorie che sono in mio potere circa alle luogotenenze di Farini, di Nigra, e di san Martino, m' obbligano a farne oggetto di una pubblicazione separata.

Posseggo un numero di documenti officiali e molte lettere, che emanano da principali personaggi, i quali in questi ultimi anni hanno recitato la loro parte nell'Italia meridionale, lettere e documenti che per felici azzardi son rimaste fra le mie mani e che saranno inserite in questo nuovo opuscolo (3). Vi sono poi alcune cose le quali, ciascuno m'intende, non possono azzardarsi se non colle prove alla mano.

Io abbandonai Napoli con Ponza di S. Martino arrivando a Torino, la mia dimissione m'ha resa la libertà.

Già da lungo tempo m'era risoluto di rientrare nella vita privata per trovarvi un riposo, di cui aveva gran bisogno dopo una vita straordinariamente attiva ed agitata delle occupazioni di oltre 30 mesi.

La morte del Conte di Cavour, mio protettore aveva finito di staccarmi dalla politica. Egli era il solo uomo che m'avrebbe fatto conservare ancora qualche illusione, e che io credeva capace di vincere le difficoltà ondera circondato il gabinetto di Torino. Gli altri uomini che venivano al potere non m'ispiravano che una fede mediocre per l'avvenire: li aveva forse veduti troppo dappresso?... D'altronde, convien pur dirlo, l'esperienza da me acquistata aveva modificate singolarmente le mie idee. Avendo toccate con mano le cose e conoscendo meglio i bisogni e le aspirazioni d'Italia, io cominciava a dubitare assai del coronamento dell’edilizio, le cui base gettate a Plombieres, si erano così smisuratamente estese lo vedeva il Piemonte, accettato con ripugnanza e come una transazione dalla Lombardia, imporsi colla sorpresa e col raggiro a Parma a Modena, e nell'Italia centrale, e mantenersi a gran pena a forza di sangue, nel regno di Napoli, che parecchi uomini gli avevano di recente venduto (4).

Insomma io non aveva osservato da nessuna parte quel fanatismo per l'unità italiana, che, imbevuto dalle illusioni piemontesi, m'aspettava di veder scoppiare da ogni dove: per lo contrario avevo trovato dovunque e in tutta la sua vivezza l'istinto dell'indipendenza locale. Dapertutto, in una parola, il Piemonte era avuto in conto di straniero e di conquistatore.

In cospetto di tali sentimenti io era forzato riconoscere che il verace vessillo del movimento italiano non aveva cessato di essere l'indipendenza, ma non era stato mai l'unità, la cui idea non era per anche matura: riusciva evidente ai miei occhi che la Casa Savoia volendo falsarne il senso, per servire alle sue ambizioni, si era gettata in un'impresa ben superiore alle sue forze e che il fascio delle provincie che agognava di abbracciare, non tarderebbe a sfuggirle dalle mani troppo deboli. L'unità d'una nazione non si crea: conviene aspettare l'istante della sua nascita. Allora solo può esser forte e vitale.

E piaccia a Dio che, nel dissolvimento inevitabile che si apparecchia all'opera di Torino, i risultati del programma cosi deciso di Villafranca non sieno essi medesimi compromessi, e non ci troviamo risospinti anche più indietro.

Gl'intralci ognor rinascenti del Piemonte nel regno di Napoli, il malcontento ogni giorno più manifesto delle provincie annesse, non sono tali (vorrà convenirsene) da farmi pentire di queste dolorose convinzioni, frutto d'una esperienza che non ha potuto illudersi né sugli uomini, né sulle cose (5).


(1) È innegabile che gli abruzzesi, uniti ali' esercito del re di Napoli, avrebber disperse e distrutte le bande di Garibaldi. Le condizioni di costui eran troppo infelici anche dopo la giornata del 1 ottobre, e Cialdini gliel' ha imprudentemente rinfacciato nella nota sua lettera. Ma al Piemonte premeva troppo Napoli, almeno per usufruirlo temporaneamente, ed ecco perché si affrettò a discendere, calpestando ogni legge ed ogni ragione. Vittorio Emmanuele fu al solito, messo innanzi ad appagare gli stolidi illusi.

Il regno di Napoli era pel Piemonte quistìone di moneta come non hanno avuto ritegno di confessare gli istessi suoi uffiziali, e poi bisognava un' India ove mandar a sfamare gl’ingordi e affamati agenti che avevan lavorato al suo ingrandimento territoriale, cioè a dire per proprio utile. E il Piemonte li rovesciò tutti su Napoli; donde la lotta fra gl’indigeni rivoluzionarii, che avean creduto far la rivoluzione per proprio conto, e si vedevan strappato l'osso di bocca dai lupi subalpini e costoro; lotta che dura ancora, e che è l’anima di tutte le interpellanze napoletane in Parlamento, il riflesso di tutti i deputati di questa ragione, (eccetto i già venduti al Piemonte, come gli emigrati, Caracciolo di Bella, de Cesare, ecc.) — Anche qui, ripeto, non era quistion di repubblica; Mazzini si aspettava a proclamarla ad unità compiuta, all'epoca della Costituente in Roma, ove naturalmente cadeva. Egli abbisognava ancora dell' opera del Re Galantuomo per espugnare il quadrilatero, che i rivoluzionarii in camicia rossa certo non possono, ottenere amichevolmente Roma da Napoleone III che lui, Mazzini non avrebbe ottenuta di certo. E dopo ciò, giù la maschera, non più accordo fra repubblicani e Sabaudi, ma Repubblica; repubblica da proclamarsi in. Campidoglio, e prima che vi ascendesse quel dabben uomo di re Vittorio; egli l' annunciò fin dal 1889 a Firenze, i suoi lo replicarono colle stampe nel Popolo d'Italia, all’epoca di non so qual tumulto in Napoli, nello scorso inverno. E si firmarono tutti.

Gli Abruzzesi, neppur domi dalle valorose e oneste truppe sabaude, lo furono dai Mazziniani inviati da Cialdini ad esterminarli.

(2) Farini non pensò che a vuotar il tesoro. In nome della luogotenenza fecero man lassa sulla Tesoreria tutti i governatori delle Provincie, nell'epoca dei 47 giorni di pieni poteri, e Ruggiero Bonghi segretario della stessa. Le note che ha pagato allora la tesoreria sono scandalose; le si doveron sopprimere e mettere in salvo a Torino, quando il Popolo d'Italia minacciò di tutto rivelare. Ma esso non ne sapeva più di quel che espose, e gl'incolpati furono a tempo a salvarsi. Tenevano il primo posto tra essi Scialoja e de Cesare (stati entrambi ministro e direttore delle Finanze!!)

A suo tempo questa storia. Sappisi intanto una particolarità. All'epoca del plebiscito ei si fece fare una liberanza di 36,000 per le spese segrete che quest'atto richiedeva!! Ma di questa somma non versò nelle Casse della polizia che soli ducati 100!!! Gli altri entraron nella sua.

(3)Non sarà questa la parte meno interessante e soprattutto meno istruttiva; e la pubblica opinione mi saprà grado di averle conservato gli alti insegnamenti di questi preziosi autografi.

(4) Ciò è esattissimo. Cavour non sognò mai che un regno subalpino; ma avendo gettato le basi di questo sulla rivoluzione eragli impossibile combatter più la medesima apparentemente, allorché essa egli prese la mano e lo trasse dalla sua. Messo alle strette tra il re di Napoli e questa, che stava nel suo periodo di successo, esitò un istante, ma o abbagliato o costretto, si dovè lasciar trascinare da essa, senza però dissimularne i pericoli; che vi volle tutta la sua forza e destrezza per ischivare, vivendo. Egli non aveva alcun programma come Mazzini; e poi il suo compito di uomo di Stato non poteva esser quello di un rivoluzionario, che non ha a fronte serii e dignitosi gabinetti esteri, e teste coronate con cui camminare equamente nella via del legale progresso, e della vera felicità dei popoli. Cavour dunque dovè curvar la schiena sotto il pesante fardello rivoluzionario, più che per altro, per amore del suo re, che vide si miseramente compromesso, e in penitenza dei falli commessi; allora ricorse a tutto il suo ingegno e tutta la sua influenza presso il Bonaparte, per risolvere le supreme quistioni di Roma e Venezia, ma l'ingegno gli venne meno e la vita con esso. Non ci volevano che gl'ignoranti faziosi per proseguire l'opera impossibile cui era soccombuto, e si trovò Bettino Ricasoli Adesso un altro servitor devoto di re Vittorio, Rattazzi si sacrificherà alla stessa causa: ma si domanda, sarà l'ultima vittima di questa Sfinge e ce ne abbisognano altre ancora? E i tempi, non più imprevidenti ma già maturi, lasceran fare?

Un profondo Uomo di Stato diceva spiritosamente a questo proposito: il Piemonte non fa che pagare il suo fio per la lega stretta in tempore illo coi mazziniani, Questi a cui egli si vendè in principio non fanno, impadronitisi ora di lui, che incalzarlo colla spada nelle reni; precipitandolo di bestialità in bestialità, di errore in errore. Avemmo le usurpazioni sui diritti preesistenti e il mendacio officiale in forma pubblica; avemmo una guerra fatta da un re a un altro senza dichiarazione, e contro ogni diritto delle genti; avemmo le fucilazioni in massa fatte tacitamente, perché IN TEMPI NORMALI, ALMENO SOTTO UN GOVERNO MONARCHICO COSTITUITO!!! avemmo, per lo stesso motivo, ottanta e più villaggi saccheggiati e bruciati dalla milizia regolare civilizzatrice; avemmo la libera stampa imbavagliata, le libere Tipografie distrutte; avemmo il fiore dei cittadini, fuggito, e la povera gente lavoratrice e religiosa delle campagne, trucidata o gettata negli ergastoli e nelle galere, avemmo il clero perseguitato e vilipeso, la religione schermita e derisa anche pubblicamente sui teatri, la prostituzione invaditrice di tutto, e corrompitrice dei santi edificatori costumi di questo regno, avemmo la violenza nei Singoli officiali del potere, e la menzogna e la crudeltà primo requisito dei pubblici officiali in capo, e avremo, siatene certi, proseguendo di questo passo, il regno del terrore, i patiboli, e gli eccidii in massa col corteggio degli assignati e della fame; e tutto ciò sotto UN REGIME MONARCHICO COSTITUITO, un regno glorioso.

(5) E le cose vanno sempre più male. E la mano nella coscienza si può dire LA RIVOLUZIONE DEL 1860 HA ROVINATO IL PAESE.

* Titolo nostro [NdR – http://www.eleaml.org]








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