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Fonte:
http://www.laltrosud.it/

La politica dei due pesi e due misure.

di Giovanni di Lecce

L'Altro Sud


La difficile trattativa che ha visto per giorni interi impegnati Fiat e sindacati per discutere i punti più delicati della vertenza Pomigliano, sembra essere giunta alla sua conclusione.

L’accordo a cui si è pervenuti però risente della posizione di forza che la Fiat si è ritagliata nelle diverse fasi della vertenza, visto che da subito ha ventilato la possibilità che nel caso le sue proposte non fossero state accettate, c’era il grosso rischio per gli operai di vedersi chiuso lo stabilimento.

E’ chiaro che siamo di fronte ad un atto ricattatorio, che ha fortemente compresso la libera volontà contrattuale dei lavoratori, con buona pace di chi vuol farci credere che ancora viviamo in uno stato di diritto. Qui la libertà contrattuale prevista dal codice civile è andata a farsi benedire. Chi versa in uno stato di bisogno non potrà mai trattare su un piano di parità. Gli operai avevano poco da scegliere se l’alternativa alla richiesta di migliori condizioni di lavoro era la certezza di perdere il posto. Più che di accordo si è trattato di resa incondizionata, come succede a chi esce sconfitto da una guerra.

Certamente in uno Stato in cui i cittadini si sentano parte integrante di esso, si può anche pensare di negoziare sui propri diritti, soprattutto quando questo dovesse contribuire a far crescere il benessere generale, ma in uno come il nostro, dove le classi dirigenti mirano esclusivamente al proprio tornaconto personale, ricorrendo spesso a metodi banditeschi, è difficile che i ceti più deboli si facciano carico di ulteriori sacrifici.

Purtroppo i politici che ci governano stanno facendo passare l’idea che sia giusto che le imprese agiscano fuori da ogni regola di mercato, tanto da far dire al ministro sacconi che Pomigliano deve ‘fare scuola’. Un’affermazione grave detta da un ministro chiamato a mediare su temi che richiedono ponderazione e senso dello Stato. Se ancora ce ne fosse bisogno, questa è la prova che i lavoratori del Sud sono lasciati sempre più senza tutela, in balia di forze economiche che hanno il loro centro di interesse al Nord.

Per la Fiat Pomigliano D’Arco e Termini Imerese sono solo impianti industriali da cui spremere quanto più plusvalore è possibile. La Fiat è arrendevole al Nord e prepotente al Sud, segno che non considera i nostri politici interlocutori capaci di contrastarne le decisioni. Si è dovuto così assistere allo scandalo di vedere il governo suo alleato nell’imporre agli operai scelte aziendali lesive di diritti loro garantiti costituzionalmente. Limitazione del diritto di sciopero, imposizione di turni defatiganti, riduzione dei tempi di pausa, aumento a dismisura delle ore di straordinario, sono tutte misure che fanno tabula rasa delle conquiste sindacali operaie, e che esasperano la conflittualità aziendale, riportandoci ad un tempo in cui imperava un capitalismo selvaggio disumanizzante. C’è da chiedersi come mai tutto ciò sia potuto succedere a Pomigliano e non a Torino. Evidentemente da noi manca una forza politica come la Lega Nord capace di condizionare tutta l’economia del paese. E’ difficile che si possa incrinare il blocco di interessi che si è saldato tra politica ed economia nordiste, senza la formazione di un movimento politico al Sud che sappia incidere pesantemente sulla egemonia politica del Nord.

Non è più tollerabile che si permetta al Nord di guardare al Sud come terra di conquista, colonia su cui scaricare tutte le tensioni sociali che lì si accumulano, o come mercato di consumo dei suoi prodotti. Dice Maurizio Zipponi ex sindacalista e responsabile lavoro dell’IDV: “C’è una campagna (denigratoria) che dipinge i lavoratori di questa fabbrica come lazzaroni e assenteisti. Ma è la stessa Fiat a dire che l’assenteismo a Pomigliano è in media con quello del resto d’Italia.” E poi, per dare la misura di quanto straccione sia il nostro capitalismo, così continua: “La Fiat non può pensare di guadagnare margini di competitività scaricando tutto sui lavoratori. In Germania, alla Mercedes, BMW, Audi…, un metalmeccanico percepisce 3.300 euro al mese netti, e il venerdì sera ha finito di lavorare.”

Eppure i nostri micragnosi industriali, nonostante dispongano di manodopera a basso costo, continuano a minacciare di trasferire la loro produzione in Polonia, dimenticando che già ora la gran parte delle loro vetture sono prodotte all’estero. Ma i meridionali veramente sono così disarmati di fronte a queste minacce ricattatorie della Fiat? Io penso proprio di no. Dovrebbero solo limitarsi a boicottare l’acquisto di macchine Fiat. Vedrebbero allora i vari Marchionne i danni che ne riceverebbero. Il Sud non può limitarsi a guardare, a sperare che le cose cambino per chissà quale ‘congiunzione astrale’: le cose cambieranno solo se decideremo di diventare i padroni del nostro destino. L’impotenza e la rassegnazione rendono solo schiavi. Non si possono più barattare lotte di alto valore civile con un piatto di lenticchie. E’ vero che quando ci si trova a vivere in uno stato di permanente precarietà economica, è forte la tentazione di rinunciare al ruolo di cittadini consapevoli dei propri diritti, e di consegnarsi armi e bagagli nelle mani dei propri aguzzini. Mai è stata più vera di oggi la sentenza hobbesiana che vuole l’uomo lupo per l’altro uomo. Ma è forse tutto questo sufficiente per fare di noi i propugnatori di una filosofia della rassegnazione? Noi pensiamo invece che una tale pratica vada evitata e contrastata, perché essa è sempre stata foriera di gravi sciagure sociali.

Abbiamo assistito con quale sprezzo viene trattata la gente del Sud anche in occasione di manifestazioni di protesta. Si era subito capito quali fossero le reali intenzioni del ministro leghista Maroni nei confronti degli operai di Pomigliano intenti a manifestare: la parola d’ordine era: manganellare. Così ci è toccato di vedere poliziotti meridionali avventarsi con i manganelli contro i loro fratelli conterranei costretti a piatire un po’ di lavoro.

Invece agli allevatori del Nord, complice la Lega, è stato permesso di manifestare in modo violento per un diritto che tra l’altro non avevano, essendo le quote latte quasi sempre frutto di frode, lasciando che lanciassero sui poliziotti tonnellate di letame.

E’ ora che il popolo meridionale prenda coscienza del suo stato, e non permetta che simili discriminazioni abbiano in futuro ancora a verificarsi.












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