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Se nel Sud l'autonomismo comincia a pagare politicamente i due poli ne vedranno delle belle. Certo, una parte di questo elettorato può rientrare nelle due "case" (destra o sinistra) ma una altra parte non rientrerà mai più - esiste un retroterra cullturale anche nel meridione continentale che può costituire la base per la creazione di nuove aggregazioni politiche di tipo autonomistico o per lo sviluppo di quelle già esistenti.

Con questo dato occorrerà fare i conti volenti o nolenti perchè la spinta probabilmente non si risolverà con qualche ampolla d'acqua del Volturno - tanto per parafrasare recenti ritualità padane.
Grazie e tornate a trovarci.

Web@master - 21 maggio 2005
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Fonte:
http://www.ilfoglio.it/ (18/05/2005)

Il prezzo di Scapagnini

Caro Cav. Catania non è gratis. I ribelli dell’Udc presentano il conto

Lombardo e Cuffaro consegnano la testa di Follini a Berlusconi. Si prendono in cambio la Cdl siciliana Catania. Certo, se la matematica non c’inganna, il grande vincitore è lui: Umberto Scapagnini, riconfermato sindaco di Catania contro ogni previsione, contro ogni sondaggio, contro ogni uccellaccio di malaugurio che il “partito della sconfitta” aveva fatto svolazzare qui, all’ombra dell’Etna, con la segreta speranza di sotterrare il centrodestra e, con il centrodestra, Silvio Berlusconi.


Ma se provi a raffreddare poco poco gli entusiasmi dell’ultim’ora e a scalfire la crosta zuccherosa che dall’altra notte avvolge il 52,2 per cento ottenuto lunedì dal candidato del Polo, scopri che la cassata siciliana nasconde un impasto forse più intrigante e sostanzioso. Altro che ricotta e canditi.


E’ l’impasto “autonomista” cucinato per Scapagnini, ma soprattutto per il Cav., da due cuochi di eccezionale furbizia e di innumerevoli clientele: Raffaele Lombardo e Totò Cuffaro – uno presidente della Provincia, l’altro governatore della Regione siciliana – che su Catania hanno voluto sperimentare la possibilità di staccarsi definitivamente dalla casa madre, l’Udc, e di mettersi in proprio. Ci sono riusciti, eccome.


E sono le cifre a dimostrarlo: le quattro liste presentate da Lombardo hanno raccolto il 20,4 per cento. Che, messo a confronto con il 4 per cento ottenuto dai fedelissimi di Follini e Casini o con il 16,2 per cento di Forza Italia, appare un’enormità. “Un risultato mostruoso”, gridava l’altra notte Lombardo, rispondendo agli abbracci e ai baci di Cuffaro. “Se non fosse stato per voi, col cazzo che avrei vinto”, gli faceva eco dall’altra stanza Scapagnini, già fradicio di sudore e di champagne.


Un risultato così vistoso non lascia più spazi al dubbio: da ora in poi la scialuppa siciliana degli “autonomisti” seguirà la propria rotta. “Con l’Udc stiamo seguendo strade separate, senza rancori e risentimenti”, ha annunciato ieri Lombardo. E per Follini sarà il crollo di ogni velleità. Il “granaio” siciliano ha finora garantito all’Udc la possibilità di attestarsi, su scala nazionale, oltre il 6 per cento. Se i voti di Lombardo e Cuffaro finiranno in un’altra bisaccia, la forza contrattuale del partito potrebbe precipitare al 3,5.


“Non gli resteranno che gli occhi per piangere”, annota il professore Alfredo Carabillò, docente di Filosofia della Storia e attento osservatore delle vicende politiche, al di qua e al di là dello Stretto. E così dicendo ricorda tutti i tentativi fatti sin qui da Follini per sbarrare la strada non solo a Cuffaro, ma soprattutto a Lombardo: prima gli ha appiccato il fuoco della rivolta interna, quella dei quarantenni; poi, quando Berlusconi si era finalmente deciso a nominarlo ministro, Follini ha messo il veto e ha imposto Mario Baccini. Sono cose che non si dimenticano”.


La scivolata orlandista di Bianco

E Lombardo non ha dimenticato. “Però, attenzione: se Follini piange, siamo certi che Berlusconi rida?”, si chiede il professore Carabillò. La campana della vittoria catanese ha certamente allontanato ogni uccellaccio del malaugurio e ha costretto il “partito della sconfitta” a raggomitolare, almeno per il momento, i fili di tutte le trame tese a disarcionare il Cavaliere da palazzo Chigi.


Ma una campana non fa primavera e meno che meno una pasqua di resurrezione. La bandiera dell’autonomia –“ammaliante per quanto si vuole, ma sempre infida”, osserva Carabillò – comincia a slabbrarsi. Rischia di comprendere troppe cose e di nascondere troppe ambizioni.


La scialuppa sicilianista è sempre più affollata di dissidenti e naufraghi, di contestatori e trasformisti. L’ultimo arrivato è Nello Musumeci, 117 mila preferenze alle ultime elezioni europee, fino all’altro ieri tra i fedelissimi di Gianfranco Fini e oggi tra quelli che rivendicano dal partito maggiore libertà di movimento. Se si sommano i suoi voti a quelli di Lombardo e Cuffaro, la forza degli “autonomisti” potrebbe sfiorare in prospettiva il 30 per cento. “Insieme – spiega Carabillò – rischiano di diventare una straordinaria macchina di pressione. O di ricatto”.


Parola grossa, non c’è che dire. “Ma l’esperienza insegna che alla base di questi gruppi c’è spesso la logica dei due forni: oggi governo con Berlusconi, domani forse con Prodi. Sempre in nome dell’autonomia”. La prova sta nel fatto che il risultato di Catania accelera un altro appuntamento: le elezioni regionali. Secondo la scadenza naturale dovrebbero svolgersi in contemporanea con quelle nazionali, giugno del 2006. Ma Cuffaro ha detto che si dimetterà in anticipo, per far sì che i siciliani vadano a votare in aprile.


Ufficialmente, così sostiene, “per tirare una bella volata a Berlusconi”. In realtà per segnare sull’asticella un’altra vittoria e trattare col Cav. – da una posizione di maggiore forza – l’assegnazione dei collegi. “E’ la strategia dell’istrice: prima chiede ospitalità alla talpa e poi si allarga fino a che non diventa il vero padrone della tana”, sentenzia il professore Carabillò. “E’ vero che gli autonomisti, con le elezioni di Catania, hanno portato in dono a Berlusconi la testa di Follini. Ma è altrettanto vero che da ora in poi penseranno soltanto a come impadronirsi della Casa delle libertà. Vedrete: prima o poi chiederanno le chiavi e poi vorranno forse cambiare pure la serratura. Fossi io al posto di Berlusconi comincerei a preoccuparmi”.


L’altro elemento da non sottovalutare, per la Casa delle libertà e Forza Italia in particolare, dovrebbe essere quello che i dirigenti siciliani della Margherita chiamano ormai “il fattore Bianco”, un fattore che in futuro difficilmente potrà riproporsi. Lo sfidante di Scapagnini è arrivato all’appuntamento elettorale con la baldanza di un sondaggio che lo dava vincente addirittura al 61 per cento. E parlando e straparlando, si è via via abbandonato a un linguaggio che, nei toni e nei temi, ricordava sempre più Leoluca Orlando, il sindaco che negli anni Ottanta, assieme ai gesuiti di padre Pintacuda, sognava di trasformare Palermo in un grande Ucciardone e di instaurare la repubblica delle forche.


Quando a Enzo Bianco fu chiesto perché tornava a candidarsi a Catania, lui rispose: “Mia moglie voleva che provassi a fare il presidente della Regione; ma lì c’è il core-business della mafia; mi ammazzerebbero dopo sei mesi”. Poi tracciò l’organigramma: “Se a Catania vinco io, l’anno prossimo avremo Romano Prodi a Palazzo Chigi, Leoluca Orlando di nuovo sindaco di Palermo, Ferdinando Latteri presidente della Regione”.


Un errore di grammatica, uno scivolone, uno sbandamento politico buono solo per spaventare i moderati e che i compagni della Margherita ancora non gli perdonano. “Si è ubriacato prima di bere”, dice Carabillò. E questo i sondaggi non potevano prevederlo. (g. sot.)






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