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http://www.opinione.it/ - Edizione 197 del 19-09-2008

MA NAPOLI E’ ANCORA OCCIDENTE?

di Romano Bracalini

Recensendo un libro sulle ultime vicende di Napoli,dal Rinascimento fallito di Bassolino al capitolo “monnezza”,che ha inferto un altro colpo all’immagine della città,Giuseppe Galasso,storico napoletano,ha scritto che c’è da dubitare che Napoli faccia ancora parte dell’Occidente.Le ragioni non sarebbero soltanti visibili nel degrado urbano e nelle secolari abitudini cittadine che non trovano giustificazione in un canone medio di educazione civica,ma fanno parte di una psicologia e di cultura che hanno finito per dar luogo a una storia di “diseducazione morale e sentimentale”.Il giudizio severo di Galasso,pur legato sentimentalmente alla sua città,è tanto più significativo in quanto rompe un muro di omertà che ha sempre visto concorde e solidale l’anima cittadina che crede di avere diritto all’impunità e alla franchigia.

Solitamente gli uomini di cultura meridionali,in un impulso di difesa degno di miglior causa,evitano di parlare dei mali di Napoli,e meno che mai dei modi e dei rimedi per ripararli,e questo per non alimentare un “pregiudizio” nel quale si distinguerebbe il malanimo dei forestieri specie settentrionali che calano al Sud pieni di alterigia e di supponenza.Alla fine dell’Ottocento Edoardo Scarfoglio,direttore del Mattino,quotidiano napoletano,reagì all’accusa di essere complice e manutengolo della camorra scrivendo che erano tutte invenzioni “nordiste” per denigrare il povero Sud, secondo uno storico lamento.

La commissione parlamentare Saredo,incaricata di indagare sulle infiltrazioni camorriste nelle amministrazioni campane,portò allo scioglimento di quasi tutti i comuni della regione.“Il Mattino” non aveva mai ritenuto di indagare sulla grande miseria di Napoli per non doversi accollare qualche colpa,ed aveva dovuto farlo lo scrittore toscano Renato Fucini che in un suo famoso reportage,“Napoli a occhio nudo”,aveva rivelato al grande pubblico gli abissi di miseria e di criminalità nell’ex reame di Napoli.Fucini non aveva voluto ferire la città con la spocchia del civile toscano calato tra i barbari,e insieme alla denuncia riconosceva anche il lato generoso e “innocente” del popolo.

Negli anni 1944-45 un altro toscano,di maggior grinta,Curzio Malaparte nel libro “La pelle” descrisse Napoli ridotta a brandelli,preda di uno scoramento senza speranza,attirandosi le contumelie dei napoletani per aver osato scrivere ciò che loro avrebbero più volentieri taciuto.Malaparte,com’è costume di letterati toscani,che si tagliano i panni addosso anche fra loro,aveva descritto la Napoli com’era,senza fare sconti,senza tacere nulla,ma nella crudezza della narrazione traspariva anche una grande pietà,perfino comprensione,poiché la miseria materiale e morale di un popolo,il suo imbarbarimento e la sua rassegnazione,vanno ricercati in un complesso più vasto e reciproco di colpe.

La storia napoletana degli ultimi secoli ne spiega forse il decadimento civile che è poi la causa delle odierne brutture;brutture che contrastano con il paesaggio mirabile che dev’essere il compenso della sfortuna.Tra il cielo e la terra pesa un’antica maledizione,eppure il golfo inimitabile è ancora là,e nonostante tutto non è cambiata l’indole gentile del popolo che non merita una così fosca fama.Ma l’abitudine a campare alla giornata,fuori dei canoni consueti,ha appiccicato al napoletano un’etichetta d’infamia.

Lo spettacolo dei guaglioni cenciosi per la strada e dei loro modi per sopravvivere,aveva suggerito a Lord Rosebery,nobile inglese altezzoso,una definizione oltraggiosa di Napoli:“La sola città orientale senza un quartiere europeo”.Nel 1944 gli americani affissero un cartello fuori della città:“Napoli città di ladri”,che descriveva una necessità contingente e un’arte indiscussa.Ma Napoli aveva ragione di piangere.Non ha fatto altro nella sua storia.

Era stata la città del Sud più colpita dai bombardamenti alleati;e andandosene i tedeschi l’avevano depredata di ciò che era rimasto.Quel che veniva rubato agli americani era solo un modo di rifarsi.Il re,il sindaco,l’autorità non sono migliori del popolo,né il popolo si aspetta che lo siano. In nessun altra città si teme l’autorità nella misura in cui la si disprezza.

Lo spirito di Masaniello,lo spirito di rivolta,continua ad aleggiare negli antichi quartieri spagnoli,nei vicoli putrescenti,nei bassi senza luce;e non occorre sapere se il mariuolo è colpevole per scendere in suo soccorso e dare addosso alle forze dell’ordine identificate con lo spirito vessatorio del potere.

C’è un pregiudizio popolare che si nutre ancora oggi di una qualche verità,di una qualche umana ragione.C’è da una parte una storia di violenza e di soprusi,e dall’altra un popolo gentile ma fantasioso che passivamente la subisce.Le rivolte son fuochi di paglia.La camorra,fin da dominio spagnolo,è una difesa,un contropotere.Furono i re borboni a prendere a fucilate il popolo e a rinserrarlo nei propri orrendi abituri di animali.

Fu la gloriosa e funesta dinastia borbonica a riconoscere il carattere arretrato,tirannico e barbarico del proprio regno,che era il più esteso della penisola e che nello sviluppo delle norme civili era rimasto ai costumi del Medio Evo.Quando gli inglesi chiesero a re Ferdinando II di mettersi alla testa del moto risorgimentale per non scadere al livello dell’Africa,il monarca senza offendersi rispose.“L’Africa comincia da qui”.Prendeva atto che nulla avrebbe civilizzato il suo regno destinato perciò a un crollo precoce e irreversibile,mentre a Napoli non si vede redenzione.


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