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"Napoli ad occhio nudo"

di Zenone di Elea

RdS, 12 Maggio 2006

Non ho letto interamente "Napoli ad occhio nudo" di Renato Fucini ma il suo reportage mi è tornato alla mente guardando sul più grande quotidiano nazionale la foto di un orologio con al centro del quadrante una pizza. L’articolo accanto recitava: “Napoli regala ai turisti gli orologi antiscippo”. Praticamente orologi di plastica da esibire agli scippatori al posto dei rolex! Idee malsane per risolvere un problema reale e drammatico, la incolumità dei turisti e la salvaguardia dei loro beni oltrechè della loro voglia di ritornare a Napoli.


Così è ridotta una ex capitale, una città che a cavallo fra sette e ottocento rivaleggiava con Parigi. Ridotta ad una città di postulanti che sembra abbia dimenticato definitivamente la propria storia e la propria grandezza per divenire l’ultima metropoli plebea del mondo moderno, secondo la definizione datane da Pasolini.


In tanti – la stragrande maggioranza – affermano che la sua dignità finì impiccata agli alberi delle navi inglesi quando fu fatto fuori il fior fiore della borghesia napoletana e non sanno – o fingono di non sapere – che l’artefice di quell’eccidio fu Nelson, ammiraglio della civilissima Inghilterra, non il ‘sanfedista’ Ruffo che aveva stipulato un accordo con i capi della Repubblica Partenopea e vanamente cercò di onorarlo quel patto. Altri – una manciata di uomini, oggi derisi dai più – affermano che essa finì con la sconfitta della guerriglia contadina.


“Come è possibile” si domandava un amico ieri sera “che non si riesca – da parte dei meridionali – a fare una lettura diversa della propria storia nonostante recenti acquisizioni storiografiche anche da parte di penne illustri?”.


Non ci riusciamo – e  forse non ci riusciremo mai – perché noi siamo come gli Indiani d’America, siamo un popolo sconfitto e, in parte, ci siamo sconfitti da soli! Nel senso che la guerra civile che si combatté fra il 1860 e il 1870 non fu solamente una guerra fra italiani del nord e italiani del sud ma fu una guerra fratricida fra meridionali e meridionali, fra chi parteggiava per i piemontesi e chi li combatteva.


Uno scontro che attraversò non solo le classi sociali – contadini ed ex-soldati sbandati da una parte e borghesi detentori del nuovo potere costituito dall’altra – ma fra contadini che si armavano e prendevano la via dei boschi e quelli che non volevano combattere e intendevano vivere in pace, fra proprietari che speravano in un ritorno dei Borbone e divenivano manutengoli dei “briganti” e proprietari che avevano collaborato all’abbattimento del vecchio regime e ne temevano il ritorno quindi appoggiavano – anche militarmente attraverso la costituzione il foraggiamento delle squadre della guardia nazionale – il potere piemontese o italiano che dir si voglia.


Centomila (100.000) furono i morti della guerra fratricida, secondo la stima  di Giordano Bruno Guerri, storico, ex-direttore di Storia Illustrata – ospite di una trasmissione pomeridiana su Raiuno di qualche anno fa.


Una cifra che oggi farebbe gridare al genocidio e provocherebbe l’intervento dell’ONU, ma eravamo nell’ottocento e nel Sud, dove si poteva morire senza neppure essere ricordati nei libri di storia. Almeno così è stato.


Cosa fecero gli intellettuali meridionali – gli opinion maker si potrebbe dire con termine moderno – di fronte alla carneficina? Chiusero gli occhi e si turarono il naso nel nome superiore della patria, tutt’al più si diedero al lamento meridionalista.


Leggete le lettere del Villari[1] – sì proprio quello dell’invito al Fucini – del 1876 e poi quelle del 1861 e annotatevi le differenze. Ah, se non lo sapete, Villari fu pure ministro della Pubblica istruzione (1891-1892) della neonata patria.


Evidentemente il lamento meridionalista paga.


La verità un po’ meno, il De Sivo per aver provato a fare il bastian contrario[2] rispetto agli unificatori non divenne certo ministro, anzi fu arrestato e perseguitato e morì in esilio. Se non sapete chi fosse De Sivo, ebbene ve ne dovreste vergognare, significa che non conoscete la storia della vostra terra – ovviamente parlo ai meridionali, gli altri son perdonati d’ufficio.

***

I giochi sono fatti quando Fucini giunge alla stazione ferroviaria di Napoli, il 3 maggio 1877,  per scrivere, su invito di Pasquale Villari, un ‘reportage’ sulle condizioni della popolazione e sullo stato dei quartieri poveri napoletani. Egli porta con sé qualche libro e una rivoltella per difendersi dall’attacco dei lazzari napoletani. Sembra cronaca dei nostri giorni. Siamo un popolo immutabile (sic!).


Sul Meridione, nel 1877, è già calata – e per sempre – la coltre nera della damnatio memoriae, se ne è fatto il paradigma di un luogo infernale[3] e incomprensibile, altro, che si è opposto e continua ad opporsi alla modernità.


Sono stati fatti sparire o falsificati documenti, sono state divelte insegne dai palazzi, sono stati cambiati i nomi delle vie, sono state erette statue agli eroi dell’unificazione, tutto per far dimenticare l’odiato regime borbonico, fonte di tutti i mali passati presenti e futuri del Meridione.


Inizia così la “questione meridionale”.



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FUORI DAL CORO


"Alle origini del Risorgimento, solo ed esclusivamente per come sono andate le cose, senza colpe particolari, c'è dunque una sorgente di acqua inquinata che ha infettato il corso del fiume della storia italiana impedendo al nostro Paese di diventare una democrazia come tutte le altre. Che gli storici, pur schierandosi pro o contro il Risorgimento, tornino su quegli anni e si comportino come chimici che cercano di individuare la natura di ciò che ha corrotto quelle acque, sotto questo profilo, è in ogni caso proficuo. E forse ci può essere d'aiuto per sciogliere alcuni nodi del presente."

Paolo Mieli, storico  (Risorgimento, fossa della democrazia - La Stampa 20/09/1998)

[...] quando io ho pubblicato questo libro, un collega, credo calabrese, che era venuto alla mia presentazione tre o quattro anni fa, mi ha detto cosí: "sai perché questo libro l’hai scritto tu e non io? Perché tu sei piemontese ed io sono calabrese". Questa è la dichiarazione di un complesso di inferiorità che talvolta il meridionale ha nel rivendicare i propri diritti. Questa cosa non la dice solo questo mio collega, la dice anche Leonardo Sciascia, il quale in una sua novella, nel mettere a confronto i racconti filopiemontesi di Bronte, "giustificazionisti" diciamo cosí, e i due o tre racconti, che invece denunciavano una violenza di base della ideologia del risorgimento nei riguardi di coloro che furono massacrati e ai quali si era fatto credere che si doveva fare davvero una rivoluzione culturale, lui commenta dicendo che i "giustificazionismi" sono fatti proprio da quelli che avrebbero tutto l’interesse a fare dichiarazioni diverse.

Lorenzo Del Boca (Intervista, Due Sicilie  N° 3 maggio 2001)

Il Sud borbonico era un paese strutturato economicamente sulle sue dimensioni. Essendo, a quel tempo, gli scambi con l'estero facilitati dal fatto che nel settore delle produzioni mediterranee il paese meridionale era il piú avanzato al mondo, saggiamente i Borbone avevano scelto di trarre tutto il profitto possibile dai doni elargiti dalla natura e di proteggere la manifattura dalla concorrenza straniera. Il consistente surplus della bilancia commerciale permetteva il finanziamento di industrie, le quali, diversamente dalle favole sabaudiste raccontate dagli accademici circonfusi di alloro, erano sufficientemente grandi e diffuse, sebbene ancora non perfette e incapaci a proiettarsi sul mercato internazionale, come, d'altra parte, tutta l'industria italiana del tempo (e dei successivi cento anni).

Niente di piú, la storia effettiva, non è impresa facile in un ambiente in cui il falso è glorificato come patriottismo. Farla conoscere è ancora più arduo, perché la verità si scontra con una falsificazione istillata nella mente dei fanciulli insieme al catechismo.

Nicola Zitara, storico (La storia proibita, Edizioni Controcorrente)

“Che il Regno delle Due Sicilie fosse lo Stato piu’ progredito della penisola al momento della sua annessione al Piemonte e’ una tesi ampiamente documentata ma che non e’ stata mai condivisa dalla storiografia ufficiale del nostro paese; accettarla significava mettersi controcorrente; per non irritare il potere, gli storici italiani hanno ignorato quanto avveniva a Napoli nella prima meta’ dell’ Ottocento “

Tommaso Pedìo, storico

Molti storici in epoca moderna hanno fatto luce sugli eventi che hanno caratterizzato l'unità d'Italia dimostrando, con certezza, che la cultura di "regime" stese, dai primi anni dell'unità, un velo pietoso sulle vicende "risorgimentali" e sul loro reale evolversi. Tutte le forme d'influenza sulla pubblica opinione furono messe in opera, per impedire che la sconfitta dei Borboni o la rivolta del popolo meridionale si colorasse di toni positivi. Si cercò di rendere patetica e ridicola la figura di Francesco II - il "Franceschiello" della vulgata – arrivando alla volgarità di far fare dei fotomontaggi della Regina Maria Sofia in pose pornografiche, che furono spediti a tutti i governi d'Europa e a Francesco II stesso. Risultò, in seguito, che i fotomontaggi erano stati eseguiti da una coppia di fotografi di cognome Diotallevi, che confessarono di aver agito su commissione del Comitato Nazionale; la vicenda suscitò scalpore e, benché falsa, servì allo scopo di incrinare la reputazione dei due sovrani in esilio.
Il Sud cancellato dalla Storia - http://www.cellamare.org

«[ ... ] Ogni giorno che passa diventa sempre più vivo in me il dubbio, se non sia il caso di solennizzare il cinquantennio [dell'Unità] lanciando nel Mezzogiorno la formula della separazione politica. A che scopo continuare con questa unità in cui siamo destinati a funzionare da colonia d'America per le industrie del Nord, e a fornire collegi elettorali ai Chiaraviglio del Nord; e in cui non possiamo attenderci nessun aiuto serio né dai partiti conservatori, né dalla democrazia del Nord, nel nostro penoso lavoro di resurrezione, anzi tutti lavorano a deprimerci più e a render più difficile il nostro lavoro? Perché non facciamo due stati distinti? Una buona barriera doganale al Tronto e al Carigliano. Voi si consumate le vostre cotonate sul luogo. Noi vendiamo i nostri prodotti agricoli agli inglesi, e comperiamo i loro prodotti industriali a metà prezzo. In cinquant'anni, abbandonati a noi, diventiamo un altro popolo. E se non siamo capaci di governarci da noi, ci daremo in colonia agli inglesi, i quali è sperabile ci amministrino almeno come amministrano l'Egitto, e certo ci tratteranno meglio che non ci abbiano trattato nei cinquant'anni passati i partiti conservatori, che non si dispongano a trattarci nei prossimi cinquant'anni i cosiddetti democratici».  Cfr. Lettera di G. Salvemini ad A. Schiavi, Pisa 16 marzo 1911, in C. Salvemini, Carteggi, I. 1895-1911, cit., pp. 478-81.

Riportato in Federalismo, socialismo e questione meridionale in Gaetano Salvemini Lucchese, Salvatore - Manduria-Bari-Roma, Piero Lacaita, 2004, pag. 117

“L’unita’ d’Italia e’ stata purtroppo la nostra rovina economica. Noi eravamo nel 1860 in floridissime condizioni per un risveglio economico sano e profittevole, l’unita’ ci ha perduti. Lo Stato italiano profonde i suoi benefici finanziari nelle province settentrionali in misura ben maggiore che nelle meridionali “

Giustino Fortunato (da una lettera a Pasquale Villari del 1899)

"Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l' Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare col marchio di briganti. "

Antonio Gramsci (da “Ordine Nuovo” del 1920)

"Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Sono convinto di non aver fatto del male, nonostante ciò non rifarei oggi la via dell'Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio .”

Giuseppe Garibaldi (da una lettera ad Adelaide Bono Cairoli del 1868)

"Noi siamo proceduti innanzi dicendo che i governi non consentiti dai popoli erano illegittimi: e con questa massima, che credo e crederà sempre vera, abbiamo mandato a farsi benedire parecchi sovrani italiani; ed i loro sudditi, non avendo protestato in nessun modo, si erano mostrati contenti del nostro operato, e da questo si è potuto scorgere che ai governi di prima non davano il loro consenso, mentre a quello succeduto lo danno. Così i nostri atti sono stati consentanei al nostro principio, e nessuno ci può trovare da ridire. A Napoli abbiamo cacciato ugualmente il sovrano, per stabilire un governo sul consenso universale. Ma ci vogliono, e pare che non bastino, sessanta battaglioni per tenere il Regno, ed è notorio che, briganti e non briganti, tutti non ne vogliono sapere. Mi diranno: e il suffragio universale? Io non so niente di suffragio, ma so che di qua del Tronto non ci vogliono sessanta battaglioni e di là si. Si deve dunque aver commesso qualche errore; si deve, quindi, o cambiar principi, o cambiar atti e trovare modo di sapere dai Napoletani, una buona volta, se ci vogliono sì o no. Capisco che gli Italiani hanno il diritto di far la guerra a coloro che volessero mantenere i Tedeschi in Italia; ma agli Italiani che, rimanendo Italiani, non vogliono unirsi a noi, non abbiamo diritto di dare archibugiate... perché contrari all'unità". 

Massimo D'Azeglio, ministro piemontese 

(da una lettera al senatore Carlo Matteucci, 2 agosto 1861 

stralcio tratto da "Due Sicilie 1830/1880" di Antonio Pagano - Capone Editore, 2002 ) 

Sino all’anno passato, ricchi di pace, di memorie, di costumi, dl prosperità, di commercio e di arti, noi eravamo la invidia delle genti: drammatica nostra, musica nostra, arti ed industrie napolitane, opere d’ingegno e di coltura, maravigliosi musei, strade ferrate, gas, opificii, opere di carità, esercito, marina, bacini, arsenali, tutte cose ne facevan forti e rispettati.

Giacinto de’ Sivo (La Tragicommedia, Napoli 1861)


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[1] “Ma se io vi dicessi che tutti sono contenti, io v'ingannerei. Il disordine amministrativo ha portato un ristagno ed una confusione grandissima negli affari. Coll’accentramento, che progredisce ogni giorno, questi affari dipendono sempre più da Torino; ed il governo centrale, per se stesso non molto rapido e ordinato, non può operare con prontezza ed energia, a cagione degli estesi poteri del Cialdini, che non è uomo da tollerare impacci alla sua volontà.” (Villari, 1861)


“Lo vedremo in appresso. Intanto, per cominciare dalla camorra, noterò che la legge di sicurezza pubblica suppone che il camorrista non faccia altro che guadagnare indebitamente sul lavoro altrui. Invece esso minaccia ed intimidisce, né sempre per solo guadagno; impone tasse; prende l’altrui senza pagare; ma ancora impone ad altri il commetter delitti; ne commette egli stesso, obbligando altri a dichiararsene autore; protegge i colpevoli contro la giustizia; esercita il suo mestiere, se così può chiamarsi, su tutto: nelle vie, nelle case, nei ridotti, sul lavoro, sui delitti, sul gioco.” (Villari, 1876)


[2] La Tragicommedia, che nasce anche con l'intento di "[...] ricordar le ricchezze dileguate, l'armi perdute, fra' rimbombi de' cannoni, e i gemiti de' fucilati, e i lagni de' carcerati", viene soppresso dalle nuove autorità dopo i primi tre numeri. Imprigionato per la terza volta, lo storico napoletano sceglie la via dell'esilio e il 14 settembre 1861 parte per Roma, da dove non farà più ritorno. Gli ultimi anni della sua vita sono dedicati alla difesa, spesso polemica, dell'identità nazionale del paese - appartengono a questo periodo gli opuscoli Italia e il suo dramma politico nel 1861 e I Napolitani al cospetto delle nazioni civili - e, soprattutto, alla riflessione e alla ricostruzione storica. Dà alle stampe una Storia di Galazia Campana e di Maddaloni e porta a termine la Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, che rappresenta il culmine della sua produzione letteraria e storica. Il primo volume è recensito su La Civiltà Cattolica dal gesuita Carlo Maria Curci (1809-1891), che lo giudica lavoro di "altissimo pregio" quanto "a sanità di principii, a nobili sentimenti di onestà e di religione, a coraggiosa franchezza nel qualificare le cose e le persone coi proprii loro nomi, e, per ciò che noi possiamo giudicarne, eziandio quanto a veracità di fatti narrati".De' Sivo, fedele alla dinastia legittima, è destituito dalla carica di consigliere d'Intendenza e imprigionato. Scarcerato alcune settimane dopo, è nuovamente arrestato il 1° gennaio 1861; finalmente liberato due mesi dopo, vuole sperimentare la "vantata libertà della parola" e inizia la pubblicazione di un giornale legittimista, La Tragicommedia. Il vessillo del giornale è il "prepotente amore" alla patria, che non è la "Patria" astratta e letteraria dei rivoluzionari, bensì "idea semplice cui ciascuno intende senza dimostrazione; è il suolo ove siam nati, ove stan l'ossa degli avi, la terra de' padri". La Tragicommedia, che nasce anche con l'intento di "[...] ricordar le ricchezze dileguate, l'armi perdute, fra' rimbombi de' cannoni, e i gemiti de' fucilati, e i lagni de' carcerati", viene soppresso dalle nuove autorità dopo i primi tre numeri. Imprigionato per la terza volta, lo storico napoletano sceglie la via dell'esilio e il 14 settembre 1861 parte per Roma, da dove non farà più ritorno. Gli ultimi anni della sua vita sono dedicati alla difesa, spesso polemica, dell'identità nazionale del paese - appartengono a questo periodo gli opuscoli Italia e il suo dramma politico nel 1861 e I Napolitani al cospetto delle nazioni civili - e, soprattutto, alla riflessione e alla ricostruzione storica. Dà alle stampe una Storia di Galazia Campana e di Maddaloni e porta a termine la Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, che rappresenta il culmine della sua produzione letteraria e storica. Il primo volume è recensito su La Civiltà Cattolica dal gesuita Carlo Maria Curci (1809-1891), che lo giudica lavoro di "altissimo pregio" quanto "a sanità di principii, a nobili sentimenti di onestà e di religione, a coraggiosa franchezza nel qualificare le cose e le persone coi proprii loro nomi, e, per ciò che noi possiamo giudicarne, eziandio quanto a veracità di fatti narrati". Cfr. Giacinto de' Sivo (1814-1867) di Francesco Pappalardo


[3] Una damnatio memoriae che si perpetua nel tempo fino ai giorni nostri e diventa un filtro, una lente attraverso cui si guarda il Meridione d’Italia, vedi il Bocca de L'inferno: Profondo sud, male oscuro (1993) e quello de Napoli siamo noi (2005), tanto per fare esempi noti al grande pubblico.















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