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SVIMEZ, NEL 2005 MEZZOGIORNO IN RECESSIONE


Fonte:
http://www.svimez.it/ - Roma, 10 luglio 2006

SVIMEZ, NEL 2005 MEZZOGIORNO IN RECESSIONE

PIL A ­0,3%, NEGATIVE INDUSTRIA E AGRICOLTURA -20MILA POSTI DI LAVORO, 

MENTRE 1 SU 4 LAVORA IN NERO

Nel mirino la ridotta competitività e internazionalizzazione dell'area

Dal 2000 al 2004 16 $ l'anno di investimenti esteri al Sud contro i 900 della media Ue


Un Mezzogiorno in recessione all'interno di un paese che ristagna: questa la fotografia che emerge dal Rapporto sull'economia del Mezzogiorno 2005 in presentazione a Roma martedì 11 luglio. Nel 2005 il Sud peggiorato rispetto al 2004 in PIL e occupazione,  crescendo per il secondo anno consecutivo meno del Centro-Nord.

Il PIL per abitante è rimasto a 16272 euro, pari al 60,3% del Centro-Nord (26985 euro). nA livello regionale, al Sud sono cresciute solo Abruzzo (+2,1%), Sicilia  (+2,8%) e Sardegna (+0,9%)

bsp;

Principali imputate la riduzione della spesa per gli investimenti (-0,9%), il doppio rispetto al Centro Nord (-0,5%), dovuta alla flessione della  spesa in macchine, attrezzature e mezzi di trasporto (-2,8%), legata a sua volta all'impasse che ha colpito le leggi di incentivazione industriale, soprattutto la 488/1992.


La riduzione dell'occupazione si è ripercossa negativamente sui redditi da lavoro e quindi sulla spesa per consumi delle famiglie meridionali (-0,3%); il calo si è fatto particolarmente sentire nei beni primari : i consumi non durevoli si sono ridotti per la prima volta dopo molti anni

UN SUD POCO COMPETITIVO E SCARSAMENTE INTEGRATO  CON L'ESTERO


A livello di competitività il problema più grande del Mezzogiorno è il basso tasso di integrazione con l'estero.

Il Sud pesa pochissimo a livello mondiale: sono meridionali appena lo 0,4%, delle esportazioni di merci mondiali a fronte del 3,3% del Centro-Nord. Le esportazioni verso i paesi extra Ue sono cresciute del 14,7%, con dinamiche particolarmente positive in Sicilia (+31,2%) e Sardegna (+34,2%).


Situazione ancora comunque arretrata: nel 2005 le esportazioni di merci meridionali sul totale nazionale sono rimaste inchiodate all'11,6%. Una condizione resa ancor più critica dal fatto che le aziende meridionali a più alto tasso di export sono poche, grandi e controllate dall'esterno.

Gli investimenti diretti esteri (IDE) nel 2005 (che in Italia rappresentano appena l' 1,2% del PIL contro valori medi nell'Ue del 5%) sono stati concentrati per appena lo 0,7% al Mezzogiorno, contro l'83% del Nord e il 9,7% del Centro. Più in particolare, è stata la Lombardia a ricevere il 63% degli IDE a livello nazionale, seguita da Piemonte (12%), Lazio (5%) e Veneto (4,3%), ben lontana dalla prima delle regioni meridionali, la Campania, che ha raccolto lo 0,2%.

Nel periodo 2000-2004 il flusso di IDE medio Ue è stato di 900 dollari. Il Mezzogiorno ne ha ricevuti solo 16, a fronte di una media nazionale di 264, che vede il Centro-Nord a 271. Caso emblematico l'Irlanda, che ha registrato picchi di 5100 dollari.Tra i vincoli che penalizzano gli investimenti esteri nell'area la carenza di infrastrutture, la scarsità di servizi alle imprese (aggravata da una burocrazia inefficiente) e la criminalità organizzata

MEZZOGIORNO ALL'ULTIMO POSTO NELLA UE PER VITALITA' ECONOMICA DELLE IMPRESE


In base a quattro indicatori individuati dalla SVIMEZ (dotazione di reti e infrastrutture; propensione all'innovazione, ricerca e sviluppo; qualità e investimento nelle risorse umane; vitalità economica del tessuto produttivo) la debolezza del Mezzogiorno si conferma particolarmente evidente.


Poche secondo la SVIMEZ le risorse destinate a ricerca e sviluppo, che fanno collocare il Mezzogiorno al 20° posto nella Ue. Ancora peggio in termini di risorse umane e formazione: qui il Sud precipita al penultimo posto, sorpassando solo la Grecia. In particolare pesa la scarsità di laureati nelle discipline scientifiche: solo 6 su 100 contro una media del 15 e picchi del 20-30% in Gran Bretagna o Francia.

Il Mezzogiorno è poi fanalino di coda a livello europeo per vitalità economica del sistema produttivo, con un valore di appena il 57,6% della media. A livello europeo il Mezzogiorno si presenta debole, chiuso in una sorta di "morsa competitiva", superato sia dai paesi tradizionalmente arretrati che dai nuovi stati dell'Est. Spagna e Grecia sono cresciute più del doppio del Mezzogiorno,l'Irlanda il triplo.

AGRICOLTURA, -3,3% NELLA PRODUZIONE

Nel 2005 l'agricoltura meridionale ha segnato ­3,3% nella produzione e ­1,6% nel valore aggiunto, con picchi particolarmente negativi in Molise e Puglia. Sono scesi soprattutto i prezzi dei cereali (-17,5%), vino (-20,6%) e agrumi (-8,1%), mentre crescono olio d'oliva (+17,1%) e ortaggi (+5,1%). In crescita anche le esportazioni, anche se del 3,3% contro il 9,3% del Centro Nord. Negative Abruzzo, Molise e Campania, mentre la Puglia vola a + 21,7%.


INDUSTRIA, -3,1% IL PIL, MA VOLANO LE ESPORTAZIONI DEGLI ENERGETICI

Nel 2005 il PIL dell'industria in senso stretto è sceso del 3,1%, a fronte di un più contenuto calo del Centro-Nord (-1,9%).


In discesa anche la produttività del lavoro (-1,3%), mentre sono cresciute dell'11,3% le esportazioni manifatturiere e addirittura del 55,7% quelle dei prodotti energetici. In controtendenza rispetto alla media nazionale soltanto le produzioni di minerali non metalliferi (+12,1%) e la fabbricazione dei prodotti in metallo (+7,3%).

SERVIZI, CRESCE LA PRODUTTIVITA' IN TRASPORTI E COMUNICAZIONI


Per il terzo anno consecutivo il valore aggiunto del settore dei servizi registra una crescita (+0,4%) inferiore a quella del Centro-Nord (+1%). In calo anche l'occupazione del settore (-0,5%), concentrata soprattutto tra gli autonomi (-4,2%).

A livello di produttività il Mezzogiorno segna +0,9%, soprattutto nel comparto trasporti e comunicazioni (+2,3%) e commercio e riparazioni (+1,3%). In flessione il settore dell'intermediazione immobiliare e finanziaria, dove però cresce il numero di occupati (+1,3%).

OCCUPAZIONE, -69MILA ADDETTI NEL 2002-2005, SEMPRE ALTO IL SOMMERSO

Nel 2005 il Sud ha perso 20mila posti di lavoro (a fronte di un aumento di 179mila unità nel Centro-Nord),che salgono a ­69mila se si considera il periodo 2002-2005 (in cui il Centro-Nord registra +700mila nuovi addetti). Il tasso di attività scende di due punti al Sud a dimostrazione di un crescente effetto scoraggiamento che induce le fasce più deboli a non cercare più lavoro. Come a livello nazionale, e in controtendenza rispetto agli scorsi anni, riprende a crescere il lavoro atipico (+16mila unità). Spina nel fianco, il sommerso, che colpisce quasi 1 lavoratore su 4 (23%), percentuale che scende al 10% nel Centro-Nord.

Nel 2005 i lavoratori irregolari al Sud sono scesi di 4mila unità (meno degli occupati regolari) e la cifra resta alta: 1 milione 540mila, cresciuti di 232mila negli ultimi 10 anni. Maglia nera alla Calabria, che nel 2005 registra più di 3 lavoratori irregolari su 10 .


Nel 2005 si approfondito il divario tra Centro-Nord e Sud e tra Mezzogiorno e distanze dagli obiettivi di Lisbona (che prevedono per il nostro paese entro il 2010 un tasso di occupazione del 70% e femminile del 60%). Le regioni meridionali mantengono una quota di occupati ferma a 45,8%,

inferiore di quasi 20 punti alla media europea, contro il 64% del Centro-Nord. Situazione ancora più drammatica per il lavoro femminile: il Sud registra il 30,1% contro il 53,8% del Centro-Nord.

POPOLAZIONE IN LIEVE CRESCITA, MA SI CONTINUA A EMIGRARE

Nel 2005 la popolazione residente nel Mezzogiorno è di 20,7 milioni, con una crescita di 24mila unità rispetto all'anno precedente (+1,1 per mille), decisamente inferiore a quella del Centro-Nord: +2810 mila unità (+7,4 per mille). Quasi due italiani su tre ormai risiedono al Centro-Nord. Nel Sud pesano la bassa natalità, l'invecchiamento della popolazione e la scarsa capacità di attrarre flussi migratori dall'estero.

La quota di stranieri ferma al 12,4%, concentrati soprattutto in Campania e Sicilia. Nel 2005 continuano le emigrazioni del Sud: sono partite dall'area 57mila persone, provenienti dalla Campania per il 53% e dalla Sicilia per il 18. Il Nord Est si rivela la meta principale degli emigrati meridionali, anche se tra i giovani laureati spicca la Lombardia e l'Emilia Romagna.

SCUOLA: SI PREFERISCONO ANCORA GLI ATENEI DEL NORD, MA 824MILA GIOVANI NON STUDIANO NE' LAVORANO


Il tasso di scolarità nei vari livelli di istruzione è simile al Centro-Nord e in linea con la media nazionale, ma resta alta la percentuale di giovani meridionali che scelgono università del Centro-Nord.

Rimane sostenuto il divario di istruzione con la media dei paesi OCSE: tra i 25 e i 64 anni i diplomati sono il 40,1% nel Mezzogiorno (il 44,4% in Italia), lontani dal 64,9% dei francesi e dall'83,4% dei tedeschi. Stessa situazione per i laureati, il 9,4% nel Mezzogiorno (10,9 nel Centro-Nord) contro il 35% degli Stati Uniti.


Nel 2005 i giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano né lavorano è cresciuta di 5mila unità, portando la quota di inattivi a 824mila. Un fenomeno quasi esclusivamente meridionale (il tasso di inattività del Centro-Nord è dell'8%) femminile: due inattivi su tre sono donne.

INFRASTRUTTURE: GIOIA TAURO PERDE LA LEADERSHIP NEL MEDITERRANEO


Fatto pari a 100 il valore Italia, il Sud è fermo alla 77,7% per autostrade e al 64,8% per le ferrovie, con l'aggravante delle linee a doppio binario bloccate al 54,2% contro il 131,6 del Centro-Nord. Non va meglio per le reti idriche (58,9) contro il 141,9 del Centro-Nord. Sottodotate anche le linee di trasmissione elettrica (75%) e di distribuzione del gas (44,6%).Accettabile il livello degli aeroporti (103,5), anche se mancano strutture in Molise e Basilicata .


Superiore ai valori medi nazionali, la dotazione di porti. Ma esistono problemi di competitività Particolarmente carente la presenza di strutture intermodali (37,8%) e di magazzini all'interno dei porti, ancora troppo piccoli e orientati soprattutto al traffico passeggeri. Gioia Tauro ha incrementato il traffico container del 51%, ma ha ceduto alla spagnola Algeciras la sua leadership nel Mediterraneo.

Fermo al 20,1% il livello di dotazione dei nodi di scambio, fondamentali per lo sviluppo della logistica, a fronte di una domanda di traffico marittimo nel Mediterraneo che nei prossimi dieci anni crescerà mediamente del 6% annuo.

PROPOSTE TECNICHE DERIVANTI DAL RAPPORTO SVIMEZ ·

Aumentare le risorse destinate al Mezzogiorno, assicurando un ammontare adeguato, certo e costante. · A livello di politica industriale, promuovere e sostenere la crescita delle dimensioni delle aziende, i loro processi di specializzazione produttiva e di attrazione degli investimenti esteri con politiche orizzontali. Ma non bastano. ·

Puntare su

1) progetti di cooperazione con le altre grandi economie europee;

2) progetti nazionali di valenza strategica per l'evoluzione del modello di specializzazione;

3) politiche non protezionistiche di gestione e contenimento delle crisi · Incentivare le Regioni a lavorare su due fronti: infittimento delle filiere produttive e potenziamento delle città. ·

Adottare una reale fiscalità di compensazione, negata a livello Ue perché assegnata soltanto a paesi interi e non a macroaree arretrate, fondamentale per aumentare l'attrattività degli investimenti esterni ·


Oltre al necessario adeguamento delle dotazioni di trasporto, puntare sul ruolo della logistica a livello infrastrutturale. Serve un progetto nazionale che pianifichi lo sviluppo delle strutture portuali e delle imprese logistiche e di trasporto integrato · A livello contrattuale rendere compatibili tutela centralizzata dei diritti dei lavoratori e sostegno alle realtà locali a livello decentrato, con deroghe territoriali inserite in progetti di sviluppo e risanamento

LE PROPOSTE POLITICHE DELLA SVIMEZ

"Riconoscere l'esistenza e le implicazioni di divari, squilibri e ritardi regionali e territoriali, da misurare non rispetto a valori medi, ma rispetto a chi sta nei primi posti di una qualsivoglia graduatoria del Paese e/o dell'Europa ­ ha detto il Presidente della SVIMEZ Nino Novacco e riconoscere le implicazioni dualiste che tutto ciò ha sull'economia e sull'occupazione nel nostro Paese, in termini di unitarietà dei problemi delle Regioni deboli considerate nel loro insieme. Lo Stato e i suoi livelli di governo e di intervento dovrebbero adottare parametri che assicurino alle macro-regioni interventi ripartiti secondo il "peso naturale" della popolazione e del territorio.

Gli interventi ordinari - ha aggiunto il Presidente - dovrebbero tendere a localizzarsi nel Centro- Nord per almeno il 60% e nel Mezzogiorno per circa il 40%. Oggi, invece, la proporzione che il Mezzogiorno riceve del 26,1% (e si indica come obiettivo, peraltro mai raggiunto, la percentuale del 30%).

Inoltre lo Stato e i poteri pubblici dovrebbero dichiarare ed esplicitare finalisticamente nei documenti programmatici e nelle Leggi Finanziarie quanto realizzare per il riequilibrio tra le due grandi macro-regioni del Paese A tal fine occorrerà rendere evidente il rapporto tra gli interventi ordinari, di base e per tutti, e gli interventi addizionali finalizzati alla coesione facendo sì che l'insieme della spesa in conto capitale possa essere verificato nella sua coerenza e portata economica.


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Fonte:
http://www.opinione.it - Edizione 153 del 13-07-2006/

In base al rapporto Svimez 2006 

il divario tra Sud e Nord è cresciuto in modo allarmante

Il Mezzogiorno come Cenerentola d’Europa
di Biagio Marzo

La fotografia in nero di seppia è quella di sempre: l’Italia duale, come se non fossero mai esistite le politiche dello Stato a favore del Mezzogiorno d’Italia: dalla Cassa del Mezzogiorno al trasferimento a Regioni e Ministeri degli investimenti. Grazie alla Svimez - Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno - fondata nel 1946 da Donato Menichella, Rodolfo Morandi e Pasquale Saraceno, la questione meridionale è uscita dal cono d’ombra che, per via anche della questione Settentrionale-Nord-Est, era stata confinata lì. In base al rapporto annuale Svimez 2006, si potrebbe aprire un dibattito che porti al rilancio della questione, evitando di parlare di aiuti assistenziali per mano dello Stato. Mentre la questione meridionale ha una cifra storico-economica, quella settentrionale ha solo una peculiarità innanzitutto politica, visto che il suo “blocco sociale”, nella stragrande maggioranza, ha votato per il centrodestra.

Dal rapporto si evince che il divario tra Sud e Nord è cresciuto notevolmente e in modo allarmante. E, comunque, è riemersa l’antica piaga della migrazione interna: il disoccupato meridionale è costretto a lasciare la propria casa e i propri affetti per trovare lavoro nel Nord. Ma il dramma di “Rocco e i suoi fratelli” si presenta nel 2006 con una grande differenza da quello degli anni Sessanta: gli immigrati hanno un titolo di studio. L’altra Italia vive ancora come un Paese a sé, isolato dal resto del mondo. Pochi prodotti sudisti sono esportati all’estero e scarsi gli investimenti stranieri in Italia, nel Mezzogiorno men che meno. Gli imprenditori esteri hanno un rapporto privilegiato con il Settentrione in quanto servito meglio sul piano delle infrastrutture, per la maggiore efficienza delle amministrazioni locali e per la minore presenza della criminalità organizzata. L’83% delle aziende e delle risorse estere sono impiegate al Nord e solo lo 0,7% nel Mezzogiorno.

Anche perché, in concreto, ogni 900 dollari esteri che arrivano in Europa, soltanto 16 dollari sono investiti nel Sud d’Italia. Sono dati sconfortanti che debbono far riflettere sulla classe dirigente meridionale che non è a misura della situazione. “Nel Parlamento e nell’intero ceto politico non si avverte più il peso determinante di una classe dirigente che stia a Roma, per dare voce al Mezzogiorno, ma che sia anche riconosciuta e considerata, nel Mezzogiorno, come la classe dirigente nazionale, per autorevolezza, capacità di comando e possibilità di incidere sul destino della nazione. Tutti sappiamo che nella storia italiana, al contrario, questa osmosi tra comando e rappresentanza della classe dirigente meridionale su quella nazionale ha avuto ben altro peso. Sia nelle maggioranze di governo che nello schieramento di opposizione, a destra come sinistra” (Massimo Lo Cicero, “Il Riformista”).

Non a caso scarseggia il capitale umano. Si investe poco e male nella formazione: meno del 10% dei cittadini meridionali ha una laurea; 824 mila sudisti non lavorano e non studiano e sbarcano il lunario a spese della famiglia. E la famiglia meridionale - e qui bisogna far ricorso ai dati Istat - è in crisi e, per di più, è poco prolifica: il Nord con 1,33 figli per donna, il Centro con 1,27% e il Sud con il 1,32% figli. Complessivamente la crescita degli italiani è da attribuire in gran parte agli immigrati, che rappresentano il 4,5% della popolazione che è in aumento rispetto al 2004, quando erano il 4,1%. L’incidenza delle nascite di bambini stranieri è in costante aumento. E la famiglia, inoltre, è il rifugio sicuro dei giovani meridionali. Questi preferiscono “vivere a casa”, in Basilicata il 70% dei ragazzi, mentre in Campania il 65% e in Puglia il 67%.

Basterebbero i dati Pil e occupazionali della Campania, Puglia, Basilicata e Calabria per capire che il Mezzogiorno vive una fase di recessione, all’interno dell’Italia che ristagna. Che la crisi non è congiunturale, semmai strutturale. Nella fattispecie, un Mezzogiorno a pelle di leopardo, visto che le regioni come l’Abruzzo, Sicilia e Sardegna hanno dati, prevalentemente, in crescita. Diciamo chiaro e tondo che la Svimez non fa altro che il suo mestiere, quando scopre il “vaso di Pandora” dei malanni italiani, concentrati nell’Italia meridionale soprattutto. Il primo dato che balza sotto gli occhi, in modo preoccupante, è quello che indica quanto il Sud sia andato indietro nell’arco di un anno, dal 2004 al 2005, a livello occupazionale e di ricchezza prodotta. Di fatto, si è interrotta la fase iniziata nella seconda metà degli Novanta del secolo scorso che ha visto il tasso di crescita del Mezzogiorno in aumento rispetto a quello del Centro-Nord. Dopo 15 anni, questo tasso torna a essere inferiore, -3%- al resto del Paese.

Inutile dire che nel Centro-Nord i posti di lavoro sono cresciuti di 179 mila unità, nel Sud se ne sono persi la bellezza di 20 mila. La forbice si allarga se viene preso in considerazione il periodo 2002-2005. Centro–Nord: +700 mila; Mezzogiorno: -69 mila. In compenso è cresciuto il dato del lavoro precario, 16 mila unità, per non parlare dei lavoratori pagati in nero: 1 su 4. Sennonchè, i lavoratori irregolari senza alcun euro di contributo, sono più di un milione e mezzo con indici impressionanti in Calabria dove arrivano a 3 ogni dieci. Ma il dato che rammarica di più è quello della emigrazione intellettuale, ossia il lavoratore disoccupato con laurea che lascia la Campania -57%- e la Sicilia -18%- per trovare occupazione in Lombardia e in Emilia e Romagna. Strano a dirsi, tra le regioni di maggiore dimensione demografica ed economica del Mezzogiorno quella che cresce di più è la Sicilia, per via della spinta propulsiva del comparto dei servizi - +2,8%, a fronte del +0,4% della media del Sud -, delle costruzioni-+3,8% - e soprattutto dell’agricoltura - +3%, in controtendenza rispetto al dato medio del Mezzogiorno -3,1%-.

Al dualismo economico, fotografato dalla Svimez e non solo, si aggiunge, drammaticamente, il dualismo politico, due componenti che non fanno dormire sonni tranquilli né al Paese in generale né al Mezzogiorno in particolare. Quale terapia per curarlo? Più che mai serve una politica di investimenti produttivi basata sull’adeguamento dell’offerta e sullo sviluppo di settori competitivi sui mercati internazionali. “Occorre creare - aggiunge il direttore Svimez, Riccardo Padovani - le condizioni per accrescere l’attrazione di capitali esteri, una delle principali leve dello sviluppo delle altre aree deboli dell’Ue, puntando sia l’incremento della competitività dei territori che su un’azione industria “attiva”.



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Fonte:
http://www.denaro.it/ - 12-07-2006
Campania - Mezzogiorno & sviluppo 

La Svimez rilancia la questione meridionale

Non è corretto contrapporre la questione meridionale, grave e duratura, a una questione settentrionale «che in larga parte risulta alimentata, all'opposto del Sud, dai problemi posti dall'eccesso di sviluppo». Mentre le otto Regioni meridionali, i sindacati e Confindustria presentano le quattro proposte del piano per il rilancio della politica di sviluppo del mezzogiorno, il presidente della Svimez Nino Novacco introduce così la presentazione del Rapporto 2006. Dati che parlano di un sud in recessione che ha fatto registrare un decremento del Pil dello 0,3 per cento e un calo degli occupati nell'ordine di 20 mila unità.


di Massimo Gallo

Sud in recessione: dati sotto la lente della Svimez. Nino Novacco, presidente dell’associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, rilancia la questione meridionale, illustrando il Rapporto 2006.

“Non è corretto contrapporre la questione meridionale, grave e perdurante — dice — a una questione settentrionale che in larga parte risulta alimentata, all'opposto del Sud, dai problemi posti dall'eccesso di sviluppo”.

Alla presentazione del Rapporto 2006 non manca il viceministro dell' Economia, Sergio D'Antoni, che raccoglie il grido d'allarme dell’economia meridionale presentando una sua proposta: la fiscalità di vantaggio.


Patto a tre

D’Antoni auspica un patto tra Governo, parti sociali e Regioni per il sud per far fronte ad una situazione “preoccupante”. “A fronte di un' Italia che non cresce - spiega Sergio D'Antoni - il sud decresce. La situazione è quindi pesante per la vita e per il reddito delle popolazioni meridionali”. La questione meridionale torna dunque di stretta attualità anche per D'Antoni, che esorta il Governo a mettere in campo ogni sforzo per rilanciare il Paese partendo proprio dal Mezzogiorno. In particolare, secondo il vice ministro per l'Economia bisogna partire da “misure nazionali che abbiano una priorità meridionale” attraverso il coinvolgimento delle “Regioni, le parti sociali con un'azione decisa e determinata”.


Lotta alla criminalità

E tra i problemi da affrontare D'Antoni mette anche la lotta alla criminalità per attrarre investimenti pubblici e privati. Ma se il vice ministro dell'economia elogia il programma del Governo per il Sud, di parere opposto è il ministro dei Trasporti Alessandro Bianchi.


Bianchi contro il Dpef

Bianchi punta l'indice contro il Dpef in cui non sarebbero previste risorse sufficienti per il Sud. Secondo Bianchi, bisogna individuare “politiche a carattere infrastrutturale, ambientale, produttive e occupazionali”.

Mirata la ricetta del governatore della Regione Campania Antonio Bassolino, secondo il quale “bisogna mettere insieme tutte le risorse, quelle europee, che le Regioni hanno imparato a gestire meglio, e gli investimenti pubblici nelle infrastrutture”.

Per quanto riguarda il cuneo fiscale, per Bassolino, “serve un rapporto che guardi alla struttura dualistica e dunque che non sia indifferenziato per tutto il Paese, altrimenti al sud tocca una quota minima e, paradossalmente, si andrebbe a sperequare ancora di più”.


Il timore dei sindacati

Duro il segretario della Cgil Guglielmo Epifani che parla di vera emergenza.

“La fotografia del rapporto Svimez - afferma - ci dice che per la seconda volta negli ultimi dieci anni il Mezzogiorno non è cresciuto, sta sotto la media della crescita del Paese e che l'occupazione è diminuita di ventimila unità.

I segnali di ripresa e speranza nel tempo si sono arrestati”.


Napolitano: Fiducia al Sud

Il rapporto Svimez è l'occasione anche per un intervento del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

“L'Italia -dice- può contare sul potenziale di risorse rappresentato dal Mezzogiorno come componente essenziale della sua competitività e della sua futura crescita, ed è chiamata a rivolgere, dunque, alla realtà meridionale il necessario investimento di fiducia”.




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Fonte:
http://www.salernonotizie.it/ - 12/07/2006

DPEF-Risanamento delle finanze, rilancio dello sviluppo

Gianni Pittella

Il Documento di programmazione economica e finanziaria presentato dal Ministro Padoa Schioppa è all'attenzione di analisti economici, politici ed economisti, che commentano la manovra da 35 miliardi con la quale il Governo Prodi cerca di mettere mano ai problemi delle nostre finanze.


Il Dpef italiano definisce un quadro preciso prevedendo tagli nel pubblico impiego, riduzione del cuneo fiscale e l'impiego di misure volte a far ripartire il Mezzogiorno. E da Bruxelles le prime reazioni sono positive.


Il commissario per gli affari economici, Joaquin Almunia, ha espresso infatti soddisfazione per le scelte che l'Italia si impegna ad operare in materia di liberalizzazioni ed aspetta di vedere il profilo della prossima finanziaria di settembre. Inutile ricordare che la situazione economica e finanziaria dell'Italia non è affatto tranquillizzante.


I dati contenuti nella relazione annuale della Svimez sono allarmanti soprattutto riguardo la situazione nel Sud Italia. La constatazione che il Mezzogiorno non sperimentava più segnali di recessione da oltre 10 anni, come invece sta avvenendo secondo i dati del 2005, è una ragione in più per imporre, senza ulteriori ritardi, una drastica inversione di tendenza.


Un buon inizio dunque apprendere che sono ben 13 i miliardi che il Dpef stanzia per il sud e che è previsto, per il prossimo quinquennio, un aumento degli investimenti pubblici per il meridione di circa 4 punti percentuali. Un chiaro segno di voler invertire rotta rispetto alla totale indifferenza dimostrata dal precedente governo rispetto ai problemi del Mezzogiorno.


Entro l'estate l'Italia definirà, inoltre, il Quadro Strategico Nazionale 2007-2013 per accedere all’utilizzo dei fondi europei. Nel prossimo settennio 2007-2013, in base all’accordo sulle Prospettive finanziarie dell’UE raggiunto lo scorso mese di dicembre, le risorse comunitarie da utilizzare con Programmi nazionali, regionali e interregionali ammonteranno a circa 29 miliardi di euro.


Ampiamente condivisibili le priorità individuate nel Dpef su come utilizzare tali fondi, indirizzandoli allo sviluppo di circuiti della conoscenza, al miglioramento dei tassi di sicurezza e inclusione sociale, al potenziamento delle filiere produttive e per agevolare l'internazionalizzazione e modernizzazione delle imprese.


Siamo del parere che le regioni del Mezzogiorno non debbano perdere l'occasione dell'ultima erogazione dei Fondi strutturali dell'UE, utilizzandoli al meglio e con una progettualità mirata.


Ritengo che Padoa Schioppa abbia incassato i primi segnali di approvazione dall'Europa proprio grazie all'evidenza con la quale con questo Dpef il Governo di centrosinistra ha la manifesta volontà di agire contemporaneamente su due versanti: risanamento delle finanze pubbliche e rilancio dello sviluppo.


Ma la buona reazione di Bruxelles deriva anche dal fatto che si tratta di un documento perfettamente in linea con gli indirizzi, in materia di politica economica e riforme strutturali richiesti dall'Europa in questi anni. Ho già avuto modo di ricordare come la riforma delle professioni e l'intervento strutturale di liberalizzazione in atto in Italia, seguano in pieno le indicazioni e le scelte europee.


Restando in Europa credo che il governo Prodi debba insistere sulla Commissione europea per ottenere il via libera per quella "fiscalità di vantaggio" che rappresenta uno strumento importante per la crescita e lo sviluppo del Sud.


Con il Dpef la squadra di Prodi si è impegnata al rispetto di importanti misure programmatiche. Sono certo che a settembre, quando il confronto si sposterà sulla legge finanziaria, il Governo confermerà ancora una volta la concretezza delle scelte e il rispetto delle indicazioni europee.


Gianni Pittella

Membro della commissionee economica e monetaria del Parlamento europeo





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