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Fonte:
http://www.larivieraonline.com/ - 14.04.2007 - Siderno

Prefetto De Sena, lasciamo perdere la sociologia

di Antonio Orlando

La Relazione del prefetto De Sena ha la pretesa, attraverso un’ampia descrizione antropologico-culturale, di delineare le caratteristiche della società calabrese al fine di predisporre e dispiegare un’azione a vasto raggio di intervento capace di determinare finalmente una svolta e generare sviluppo.

Operazione questa degna di grande rispetto e di altissima considerazione, e magari l’avessero anche solo tentata le centinaia di funzionari statali e di polizia che si sono succeduti nella nostra Regione; tuttavia si tratta di operazione delicata, rischiosa e dai risultati incerti, contraddittori e controproducenti se non viene condotta con strumenti adeguati e adatti alla realtà.

L’uso di categorie interpretative e di modelli elaborati altrove e meccanicamente applicati alla realtà calabrese rischia di perpetuare obsoleti luoghi comuni e dipingere un quadro oleografico assolutamente inesistente e del tutto anacronistico.

Ci sono due punti di partenza di questo documento che non collimano e non possono essere adoperati l’uno come specchio dell’altro. Si sostiene che le popolazioni mediterranee tendano ad assumere comportamenti di tipo fatalistico cui fanno da contorno atteggiamenti di rassegnazione o di opportunismo o, come li denomina De Sena, di “para impegno”, “pseudo-attivismo”, “finta indignazione” e, ancorché sollecitate a reagire, specialmente quelle calabresi, si arroccano in una sorta di attendismo che, sempre il Prefetto, chiama “arroganza dell’attesa”.

A questa apatia generalizzata, a questo modo indolente di comportarsi fa da contraltare l’ormai famosa ( e super abusata, a torto o a ragione) categoria del “familismo amorale”. Intanto bisognerebbe chiedersi com’è possibile che l’atavica “apatia” calabrese si trasformi, fuori dalla Calabria, in una specie di attivismo frenetico che ha consentito, e tutt’ora consente, ad intere generazioni di calabresi di avere successo in ogni campo in società, come quella nord-americana o australiana di per sé escludenti ed esclusive per mentalità e struttura. Forse proprio perché non di apatia si tratta intesa come impassibilità, come assenza di passioni si tratta bensì di “abulia”, di semplice indolenza, neghittosità, pigrizia.

La differenza non è di tipo puramente lessicale, bensì sostanziale ed è dimostrata dal fatto che non v’è traccia nel carattere del calabrese di quella imperturbabilità che i filosofi greci (Democrito ed Epicuro, se non vado errato) chiamavano “atarassia”.

Se non ammettiamo questo creiamo una contraddizione insanabile tra due aspetti della nostra società e cioè tra la situazione di rassegnazione e di accettazione dello status quo e la feroce passionalità della ‘ndrangheta che riverbera i suoi malefici effetti, come ammette lo stesso De Sena, su tutta la società civile.

Il “familismo amorale” di converso, da quando l’antropologo americano Edward C. Banfield nel 1958 ne ha elaborato il concetto, serve a descrivere la tendenza tipica della cultura meridionale e mediterranea, insomma delle società arretrate, secondo cui gli individui cercano di massimizzare solamente i vantaggi materiali immediati del proprio nucleo familiare, sulla base del presupposto che tutti gli altri individui della comunità si comportino esattamente allo stesso modo.

Questi rapporti familiari sono (o diventano?) “amorali” in quanto viene meno qualsiasi riferimento alla morale pubblica e cioè si tende a considerare e valutare i principi del bene e del male, di ciò che è bene e ciò che è male, solo ed unicamente in rapporto alle esigenze della propria famiglia.

L’amoralità non riguarda i comportamenti interni, ma l’assenza di qualsiasi “etica” comune e pubblica, la mancanza di qualsiasi regola o norma (“nomos”) concernente le relazioni extrafamiliari quindi sociali, politiche, economiche.

Tale mentalità, tale cultura, secondo la Relazione di cui stiamo trattando, prospera e trova in Calabria facile terreno di coltura, quasi un laboratorio grazie “…alla forma rispettabile e formidabile di apatia”. A parte la considerazione, per nulla scontata, purtroppo, che la categoria del “familismo amorale” è stata costruita sul concetto di “arretratezza” elaborato dalla sociologia nord-americana in stretto rapporto con quello, altrettanto astratto, di “sottosviluppo”, non è un caso che il libro di Banfield si intitoli “Moral basic of a Backward Society” che al Mulino, l’editrice che nel 1976 pubblicò il volume in italiano, tradussero, sic et simpliciter, “Le basi morali di una società arretrata”.

Quello studio è stato condotto su un comune della Basilicata - Chiaromonte - cui venne dato il nome fittizio di “Montegrano”, come se si trattasse di una gigantesca officina e da qui viene la pretesa, tipicamente americana, di generalizzare delle conclusioni tutt’altro che dimostrate, chiare e definitive.

I termini “sviluppo”, “sottosviluppo”, “arretratezza” e “progresso” prima del 1951 rarissimamente ricorrevano nelle scienze sociali e nell’economia politica e quando venivano adoperati, specialmente i sostantivi “progresso” e “arretratezza”, assumevano il significato che aveva loro attribuito Smith quando si riferiva “al progresso materiale dell’Inghilterra verso l’opulenza e il miglioramento” che lui giudicava, fin troppo ottimisticamente, destinato a continuare per tutti i tempi futuri; oppure nell’opposto significato pessimistico attribuitogli da Stuart Mill il quale, invece, reputava ineluttabile se non una fine quanto meno una stasi della crescita produttiva.

Non si attribuivano a tali concetti, comunque, connotazioni negative nel senso di una contrapposizione netta tra due distinte categorie, l’una positiva e l’altra negativa. Né tantomeno s’intendeva esprimere un giudizio di valore sull’una o sull’altra delle categorie richiamate in modo che “sviluppo” e “progresso” significassero il bene in assoluto, mentre “sottosviluppo” ed “arretratezza” indicassero il male da eliminare ad ogni costo. Né infine si pensava che il capitalismo coincidesse con il bene e il resto del mondo, secondo, terzo e quarto mondo, fossero il regno del male.

Quando Gerschenkron comincia a porre “il problema storico dell’arretratezza economica” (si ponga particolare attenzione all’aggettivo “storico”) non intende riferirsi all’organizzazione e alla strutturazione di una civiltà, ma solamente intende chiarire le questioni che configurano l’arretratezza economica rispetto agli stadi di avanzata industrializzazione di alcuni sistemi economici occidentali e nord-americani D’altra parte “il familismo amorale” non è caratteristica né delle società arretrate né dei sistemi economici sottosviluppati visto che le fortune politiche di molti, se non di tutti, i presidenti americani sono dovute proprio al sostegno e alla organizzazione della famiglia.

Visto inoltre che qualunque politico italiano, di ogni colore, non appena ha la possibilità di, come si dice, “sistemare” qualcuno, pensa in primis ai propri familiari e famigli. Basti ricordare i portaborse, pardon, assistenti parlamentari, che sono mogli, figli, nipoti, cugini e parenti del deputato nazionale o europeo che dir si voglia ed ora anche regionale, a quanto pare.

Nel 2004 i deputati della Lega Matteo Salvini e Francesco Speroni hanno nominato propri portaborse il sig. Francesco Bossi e il sig. Riccardo Bossi, rispettivamente fratello e figlio del Grande Boss, tolta la “i”. Familismo amorale allargato!

La complessità e la varietà delle situazioni reali esistenti in una società come la nostra, anche in rapporto alla presenza e alla diffusione della criminalità organizzata, dovrebbero indurre a riflettere su certi stereotipi.

Se rappresentiamo le famiglie calabresi (o meridionali) chiuse in se stesse, isolate, arroccate in un egoismo gretto, malate di egocentrismo, tutti elementi che non lasciano spazio alla collaborazione tra i nuclei, che impediscono qualsiasi strategia parentale, che sono incapaci di costruire reti di relazioni, e per di più tutto questo sta alla base di una società arretrata, rischiamo di non comprendere le ragioni della grande forza, della formidabile coesione e della immensa potenza delle famiglie mafiose.

L’arretratezza non deriva dai comportamenti familiari, ma dall’emarginazione e dalla marginalità, dalle caratteristiche del sistema di produzione agricola, dai rapporti tra le classi sociali.

Esiste, è sempre esistita, una varietà delle forme familiari che si è estrinsecata nella molteplicità delle strategie messe in atto allo scopo di intervenire in maniera attiva sulle condizioni della sussistenza e delle relazioni sociali, così da utilizzare le risorse disponibili seguendo progetti articolati e complessi di organizzazione delle relazioni sociali al di fuori dello stretto nucleo familiare.

Le strategie familiari non sono esclusivo appannaggio dei ceti superiori, ma fanno parte dell’orizzonte culturale e pratico di tutti i gruppi sociali. Inoltre, le risorse che si possono sfruttare grazie alla “famiglia”, al suo ruolo, alla sua funzione, alla sua articolazione non sono solo quelle materiali ed economiche.

Esse riguardano anche relazioni che è possibile avviare, coltivare, manipolare, allargare, modificare, interrompere; sono, ad esempio, i rapporti professionista/cliente che possono generare reciproche collaborazioni; l’amicizia di genere che crea altri rapporti e via discorrendo. Si tratta, dunque, di vere e proprie risorse, convalidate e rafforzate da un contesto extrafamiliare di relazioni sociali comunitarie in grado di produrre beni immateriali quali l’amicizia, la fama, l’onore.

La categoria del “familismo amorale”, dunque, non è in grado, con le sue semplificazioni, di rappresentare la trama delle reti di solidarietà specifica che qualunque tipo di società, a maggior ragione una arretrata e contadina, è in grado di elaborare.

Questa nozione lascia fuori giusto tre aspetti peculiari del modo di relazionarsi dei calabresi e cioè l’idea di parentela, il comparato e l’ospitalità.

L’idea di parentela è molto larga nella nostra regione e tende ad includere, per un verso o per l’altro, tutti coloro che abbiano un legame con un componente della famiglia. Sono considerati parenti, infatti, quelli di entrambi i coniugi, che li assumono come tali e li “rispettano” dando a questo verbo un significato convenzionale di altissimo valore.

Nel rapporto di comparato poi, che nasce su basi del tutto disinteressate e d’amicizia e viene consacrato attraverso una cerimonia religiosa quale può essere un battesimo, una cresima, un matrimonio o altro, è insito un senso di complicità, di mutualità, di aiuto reciproco, di assistenza che va ben al di là della relazione da cui è stato originato.

Infine il senso di ospitalità è connaturato al carattere di generosità spontanea e tradizionale propria dei calabresi che, veramente, accolgono l’ospite, si prodigano al limite dell’invadenza e sono contenti di avere ospiti perché questo è segno che si è tenuti in considerazione, che si è stimati e che si gode di una buona fama.

Quanto poi al rapporto che necessariamente s’instaura tra famiglie e istituzioni pubbliche, quanto cioè a quello che, con un termine onnicomprensivo, potremmo denominare “senso civico”, il “familismo amorale”, che presuppone l’assenza dell’idea di cooperazione, di associazionismo, di interesse pubblico, non è in grado di spiegare perché in quanto “norma” non è applicata e rispettata dall’intera comunità.

Se, infatti, all’interno di questa “società arretrata” vi è anche una sola famiglia che non segue il codice del “familismo amorale” e, invece, consapevolmente rispetta la norma statale, inevitabilmente si crea un conflitto e si mette in discussione il modello tradizionale, il quale non è più in grado di assicurare l’accaparramento delle risorse materiali ed immateriali. Il paradigma del “familismo amorale” va completamente ribaltato.

Non è la mancanza di senso dello Stato che favorisce la mafia, ma è proprio la capacità straordinaria della mafia ad instaurare rapporti con la politica e quindi con le istituzioni che le consente di prosperare.

Torniamo a riflettere sulla sconfitta dei movimenti di massa in Calabria e ancor più in Sicilia dovuta al ruolo della mafia come componente essenziale e fondamentale di un blocco dominante ed alla sua interazione con il potere costituito. Il resto sono tutte, come dicevano i nostri nonni, “americanate”.




















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