Eleaml


LA DERIVA EDUCATIVA

di Zenone di Elea
RdS, 26 dicembre 2006

La scuola è sotto accusa. I media sguazzano sugli innumerevoli episodi di bullismo – è notizia di questi giorni quella di una classe di scuola superiore che vede oltre la metà degli studenti a rischio sospensione con i genitori inferociti che fanno fuoco e fiamme contro gli insegnanti incapaci di tenere la disciplina.

Sembra che tutti siano colpevoli – gli insegnanti accusano le famiglie, i genitori se la prendono con i docenti – e tutti siano innocenti. Il bandolo della intricata matassa della scuola italiana e del destino dei giovani che la frequentano appare inestricabile.

Noi pensiamo che siamo tutti colpevoli.

Le famiglie hanno abdicato al loro ruolo educativo presi dal vortice di una società dove il dio denaro è divenuto l’unico feticcio da venerare. La scuola si è fatta espropriare del proprio ruolo educativo rincorrendo stralunate mode pedagogiche che discettano di patetiche distinzioni tra formare ed educare:

- la scuola deve solo formare;

- la famiglia ha il compito di educare.

Nessuno vuole lo stato etico, il solo sentir parlare di “uomo nuovo” ci fa venire l’orticaria e ci fa tornare alla mente i forni crematori nazisti e le purghe staliniane o quelle del regime genocida di Pol Pot, ma è indubbio che la scuola ha di fronte a sé due strade, senza terze vie:

- la si chiude sposando le teorie descolarizzatrici alla Ivan Illich [1];

- oppure la si mantiene aperta, ma in tal caso non la si può ingabbiare in un irrealistico recinto dove all’insegna di un asettico culturalismo – o multiculturalismo[2] come più vi aggrada – ci si debba preoccupare soltanto di formare e giammai di educare!

Negli ultimi decenni un “impasto di sociologismo e di economicismo” – tradottosi finanche nella filosofia di un malinteso ‘milanismo’ divenuto “bandiera del facilismo, del voto unico, del voto politico sempre sufficiente” – ha portato ad una “sorta di concezione di descolarizzazione sociologica della scuola” con le conseguenze disastrose in cui versano oggi le istituzioni scolastiche[3].

Non si può invocare l’intervento dello psicologo se un alunno non si impegna nel suo lavoro o non rispetta le regole di convivenza andando a caccia di chissà quale disagio sociale che ne sia la causa recondita e poi invitare le scuole a fare “Educazione alla legalità” per insegnare il rispetto delle regole[4].

Questo non solo è sbagliato, è demenziale.

I bambini di oggi hanno tutto e sono infelici[5] ha detto il parroco al numeroso ma distratto uditorio, durante l’omelia della notte di Natale[6]. In effetti in questa società di balocchi e di luminarie perenni – dove pare, ad una superficiale analisi, che i minori siano ipertutelati dal mondo degli adulti – i bambini sono veramente soli, forse come non lo sono stati in nessun’altra epoca storica.

Genitori indaffarati, stretti fra lavori dove vengono spremuti come limoni, palestre ed erboristerie dove cercano l’eterna giovinezza e vacanze invernali al sole del Mar Rosso, da cui spesso ritornano più stressati di prima, non trovano neppure cinque minuti per ascoltare i propri figli, per ascoltare i loro racconti, le loro ansie e le loro speranze, i loro sogni. Sono gli stessi delle mediazioni infinite, i “genitori amici”, che, invece di guidare i propri figli fra le selve di un mondo ignoto e da scoprire, “conversano” alla pari – incredibile ipocrisia, fra adulti e minori la relazione non è assolutamente alla pari – quelle poche volte che decidono di parlarci. Altrimenti regalano loro bici fiammanti, l’ultima PSX, zaini firmati, astucci firmati, scarpe firmate, tute firmate, vestiti firmati, ma non ascoltano la loro voce.

La scuola stessa non li ascolta, presa in un vortice efficientistico e inconcludente, in una organizzazione che si preoccupa di far quadrare i tempi di servizio degli insegnanti su diverse classi – come prescritto dalle norme, ci riferiamo alla ex-scuola elementare, oggi detta primaria – senza preoccuparsi dei tempi di apprendimento di cui necessita un alunno che non ha ancora dieci anni.

Dove non esiste rapporto di fiducia – ogni buon insegnante e ogni buon genitore lo sa benissimo – non esiste rapporto educativo.

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In una società aperta – o cosiddetta “multiculturale”, come lo sono le società opulente che si basano sul libero scambio di idee e di merci – non è proprio semplice individuare dei valori condivisi ma esiste un nocciolo storico-culturale che fa da fondamento alla nostra civiltà occidentale. Una civiltà che deve rimanere aperta ma deve anche salvaguardare se stessa non genuflettendosi di fronte a quelle che per ora sono delle minoranze. Le quali vanno sì tutelate ma non possono dettare l’agenda delle festività, tanto per fare un banale esempio.

Aboliamo il Natale[7] per non offendere le altre religioni? Poi la Pasqua e tutte le feste comandate?

Questo significa aprirsi agli altri?

No, questo significa abdicare vergognosamente – e magari autocensurarsi senza che nessuno lo pretenda o prima che qualcuno lo chieda! – ovvero rinunciare a se stessi e alla propria storia e gettare i germi di conflitti pericolosi fra i nuovi arrivati e le loro pretese e alcuni gruppi oltranzisti che si organizzeranno per resistere, con tutto quello che ne potrà derivare, in termini di scontri anche violenti.

***

Forse dovremmo tutti quanti soffermarci a riflettere su quale destino vogliamo dare alla nostra società, se quello di una giungla dove vinca il più forte – dove, come leggiamo domenica 17 dicembre 2006 su uno dei maggiori quotidiani nazionali, dilaghino a tutti i livelli la menzogna e altri ‘valori’ simili – oppure una comunità di uomini liberi che si riconoscano in un qualche valore, quali la lealtà, la solidarietà, il senso del dovere, l’amore verso il prossimo e soprattutto l’amore verso i più deboli e i meno fortunati.

Non vogliamo tornare al “Dio Patria e Famiglia[8]. Anche se a qualche lettore superficiale potrebbe apparire scontato vedendo i simboli borbonici trionfare in questo sito. La nostra rivalutazione della dinastia borbonica è assolutamente strumentale. Non siamo portavoci di alcun movimento politico e ospitiamo scritti di varie anime ‘sudiste’, per intenderci, sia di destra che di sinistra.

Non pensiamo minimamente ad antistoriche restaurazioni di una dinastia che, nel bene e nel male, è stata consegnata alla storia. Rispetto a quanto accaduto nel 1860 noi rappresentiamo la posterità, ovvero coloro che possono guardare con distacco gli avvenimenti e raccontarli nella loro verità[9].

Ci interroghiamo su dove vogliamo andare, anche se – per parafrasare l’espressione di un bellissimo film di qualche decennio fa – non sappiamo ancora come andare.

Dove vogliamo andare noi – per restare al tema – vorremmo trovare una scuola che sapesse far esprimere ai giovani il meglio di sé e che conservasse un minimo potere di intervento in questioni educative senza essere messa alla gogna per ingerenza in compiti spettanti alla famiglia. In questo mondo futuro vorremmo trovare delle famiglie che – fino a prova contraria – dessero fiducia alle persone a cui affidano i propri figli. Dove, soprattutto, non venisse dilatato a dismisura il tempo-scuola considerando le famiglie incapaci di educare i propri figli e per sopperire alle loro difficoltà sociali ed economiche si finisse per proporre di tenere aperte le scuole tutto il giorno! Così come si va delineando da qualche mese mesi in Sicilia e nel Napoletano[10].

Se famiglie e scuola non la smettono di lanciarsi accuse reciproche senza intervenire in profondità, questa società secondo noi si trasformerà in uno zoombie, un morto vivente, in attesa o di un alito di vita o di una morte definitiva.

Forse, per intervenire, oggi è già troppo tardi.



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1 Molti studenti, specie se poveri, sanno per istinto che cosa fa per loro la scuola: gli insegna a confondere processo e sostanza. Una volta confusi questi due momenti, acquista validità una nuova logica: quanto maggiore è l'applicazione, tanto migliori sono i risultati; in altre parole, l'escalation porta al successo. In questo modo si «scolarizza» l'allievo a confondere insegnamento e apprendimento, promozione e istruzione, diploma e competenza, facilità di parola e capacità di dire qualcosa di nuovo. Si «scolarizza» la sua immaginazione ad accettare il servizio al posto del valore. Le cure mediche vengono scambiate per protezione della salute, le attività assistenziali per miglioramento della vita comunitaria, la protezione della polizia per sicurezza personale, l'equilibrio militare per sicurezza nazionale, la corsa al successo per lavoro produttivo. Salute, apprendimento, dignità, indipendenza e, creatività si identificano, o quasi, con la prestazione delle istituzioni che si dicono al servizio di questi fini, e si fa credere che per migliorare la salute, l'apprendimento ecc. sia sufficiente stanziare somme maggiori per la gestione degli ospedali, delle scuole e degli altri enti in questione. (Ivan Illich - Descolarizzare la società, Perché dobbiamo abolire l'istituzione scolastica - Cuernavaca, Messico - novembre 1970)

Testo originale in spagnolo - Muchos estudiantes, en especial los que son pobres, saben intuitivamente qué hacen por ellos las escuelas. Los adiestran a confundir proceso y sustancia. Una vez que estos dos términos se hacen indistintos, se adopta una nueva lógica: cuanto más tratamiento haya, tanto mejor serán los resultados. Al alumno se le "escolariza" de ese modo para confundir enseñanza con saber, promoción al curso siguiente con educación, diploma con competencia, y fluidez con capacidad para decir algo nuevo. A su imaginación se la "escolariza" para que acepte servicio en vez de valor. Se confunde el tratamiento médico tomándolo por cuidado de la salud, el trabajo social por mejoramiento de la vida comunitaria, la protección policial por tranquilidad, el equilibrio militar por seguridad nacional, la mezquina lucha cotidiana por trabajo productivo. La salud, el saber, la dignidad, la independencia y el quehacer creativo quedan definidos como poco más que el desempeño de las instituciones que afirman servir a estos fines, y su mejoramiento se hace dependiente de la asignación de mayores recursos a la administración de hospitales, escuelas y demás organismos correspondientes.

2 Nella società multiculturale alla presupposta parità fra culture corrisponde in realtà una radicale differenza di potere politico perché diseguali e squilibrati sono i punti (i luoghi e le storie) a partire dai quali esse vengono costituite. Effetti controintuitivi e di stigma provocati dalle politiche tese al protagonismo degli immigrati e alla loro rappresentanza che si traducono tuttavia proprio nell’opposto. E’ curioso ad esempio, nota Zoletto, che i nomi delle sempre più numerose associazioni di stranieri o immigrati non siano altro che la ripresa del modo in cui gli stranieri vengono chiamati dagli altri. E’ poi curioso che in molti progetti di integrazione degli immigrati le associazioni di stranieri siano ad un tempo interlocutore privilegiato in quanto organi di rappresentanza degli immigrati e, per questa stessa ragione, indicatore del buon grado di protagonismo degli stessi. In realtà, nella maggior parte dei casi, esse sono tutt’al più l’indicatore di un processo che conduce solo a riprodurre in forma inversa lo stigma legato alla rappresentazione che si è voluto combattere. (Gli equivoci del multiculturalismo - http://www.scuolaer.it/)

Quello che va demistificato è l’uso che si fa del multiculturalismo per nascondere il terribile dramma dell’uniformazione planetaria: la diffusione generalizzata di McDonald’s, della Coca-Cola, di un modo di vita occidentale che viene presentato come ideale, e che colonizza le menti delle persone distruggendo al tempo stesso i loro mezzi di sussistenza. Quando si fa bere la Coca-Cola a delle popolazioni africane o latino-americane, si distruggono le imprese locali, l’artigianato locale, le tradizioni locale, in cui ci sono bevande particolari come succhi di frutta o succo di canna da zucchero, etc. La stessa cosa avviene per l’alimentazione, con McDonald’s e il fast food. Questa è un’uniformazione culturale. E la stessa cosa avviene per la musica: si esalta la musica folk, la musica etnica, ma tutto ciò in realtà passa attraverso una formattazione hollywoodiana, americana... (Contro l’universalismo Intervista a Serge Latouche - martedì 28 settembre 2004 di Antonio Caronia - http://www.socialpress.it/)

La storia del multiculturalismo è un buon esempio di come un ragionamento fallace possa intrappolare la gente in nodi inestricabili, da lei stessa creati. L’importanza della libertà culturale, fondamentale per la dignità di ognuno, deve essere distinta dall’esaltazione e dalla difesa di ogni forma di eredità culturale che non tenga conto delle scelte che le persone farebbero se avessero l’opportunità di vedere le cose criticamente e conoscessero adeguatamente le altre opzioni possibili nella società in cui vivono. La libertà culturale pretende, in primis, l’impegno a contrastare l’adesione automatica alle tradizioni quando le persone (compresi i giovani) ritengono giusto cambiare il loro modo di vivere.

[...] La tragedia è che, quando lo slogan del multiculturalismo ha guadagnato terreno, è aumentata anche la confusione su quali fossero i suoi requisiti. La prima confusione è quella tra il conservatorismo culturale e la libertà culturale. Essere nati in una particolare comunità non è di per sé un esercizio di libertà culturale, dal momento che non è una scelta. Al contrario, la decisione di restare saldamente all’interno della tradizione sarebbe un atto di libertà se la scelta fosse fatta dopo aver preso in esame diverse alternative. Nello stesso modo, la decisione di allontanarsi - di poco o di molto - da schemi di comportamento tradizionali, presa dopo un’attenta riflessione, sarebbe anch’essa un atto di libertà multiculturale.. (Confusione illiberale di Amartya Sen - Corriere della Sera, 23.08.2006 - Traduzione di Maria Sepa © Amartya Sen 2006 - Testoapparso sul «Financial Times»)

La parola “multiculturalismo”, infatti, è nata in Canada negli anni 1960 come evoluzione di “biculturalismo”, espressione ottocentesca creata per sottolineare la possibilità offerta alla comunità di lingua francese di mantenere la sua lingua e le sue tradizioni. Nonostante il separatismo sempre vivo nel Québec, l'esperimento è riuscito perché ai canadesi divisi dalla lingua è stata offerta quella che il sociologo inglese Tariq Modood ha definito a Toronto una «narrativa comune», un insieme di simboli e di riferimenti alla patria canadese cementati dal comune impegno nelle guerre mondiali. Il successo del biculturalismo in Canada ha permesso nel XX secolo la sua trasformazione in “multiculturalismo”, accogliendo anzitutto tre grandi comunità - cinese, italiana e giamaicana - che hanno mantenuto, molto più che negli Stati Uniti, la loro lingua e cultura. (Critiche al multiculturalismo: “Il laicismo francese che ripudia la religione è un modello superato” di Massimo Introvigne (il Giornale, 23 agosto 2005)

«Sull'insegnamento ho una obiezione di fondo. Vede, noi abbiamo un problema: l'integrazione degli immigrati. Se sposiamo il multiculturalismo del tipo "società arcobaleno", dove ciascun gruppo conserva la propria cultura, rischiamo di creare tensioni. E' il caso della Gran Bretagna, che si è mossa sulla base di questa dottrina e che ha fallito: non ha prodotto integrazione bensì ghetti, separatezza. Anche la Francia ha fallito partendo però da presupposti diametralmente opposti: niente multiculturalismo, tutti citoyens . Cioè niente velo, niente crocifissi, tutti con l'unica religione della nazione francese. Una forma di imposizione laicista di derivazione giacobina. Il modello a cui penso io è un altro: integrazione sulla base di principi accettati da tutti. Quelli scritti nella nostra Costituzione». («Prodi insegue i parroci ma promette i Pacs» di Carlo Fusi Il Messaggero, 26 marzo 2006)

3 Le espressioni fra virgolette sono di Costanzo Preve, autore di alcuni fra i più lucidi e pregnanti articoli sul destino della scuola italiana e sui tentativi di riformarla sia da parte dei governi di centrosinistra che di centrodestra. Vi consigliamo di leggere Gli intellettuali italiani e la questione scolastica (2002)  e LA QUESTIONE SCOLASTICA E LA RIFORMA BERLINGUER un evento catastrofico che si svolge in mezzo ad una colpevole disattenzione della cultura italiana (1999) .

4 A chi non ha molta dimestichezza col mondo della scuola dei giorni nostri, diciamo che i progetti di “Educazione alla legalità” si fondano principalmente sulla prevenzione dei comportamenti devianti, ovviamente.

5 Da quello che vediamo, da quello che sentiamo incontrando amici e parenti che abitano a Sud, ci rendiamo conto che il detto “I figli so' piezz'e core” ha subito forti incrinature e le famiglie meridionali ormai tirano su i figli esattamente come al nord, fra balocchi e luminarie, corsi di piano, danza, palestra, e chi ne ha più ne metta, in un corsa perenne contro il tempo. Per andare dove?

6 Ci son venute in mente le parole di Buzzati tratto dal suo "Milano nostra": Dovunque le bestie guardassero, ecco uomini e donne fare pacchi, preparare buste, correre al telefono, spostarsi fulmineamente da una stanza all'altra portando spaghi, nastri, carte, pendagli e intanto entravano giovani inservienti con la faccia devastata portando altri pacchi, altri scatole altri fiori altri mucchi di auguri. E tutto era precipitazione ansia fastidio confusione e una terribile fatica. Dappertutto lo stesso spettacolo. Andare e venire, comprare e impaccare spedire e ricevere imballare e sballare chiamare e rispondere e tutti correvano tutti ansimavano con il terrore di non fare in tempo e qualcuno crollava boccheggiando.

- Mi avevi detto - osservò il bue - che era la festa della serenità, della pace.

- Già - rispose l'asinello. - Una volta infatti era così. Ma, cosa vuoi, da qualche anno, sarà questione della società dei consumi... Li ha morsi una misteriosa tarantola. Ascoltali, ascoltali.

Il bue tese le orecchie.

Per le strade nei negozi negli uffici nelle fabbriche uomini e donne parlavano fitto fitto scambiandosi come automi delle monotone formule buon Natale auguri auguri a lei grazie altrettanto auguri buon Natale. Un brusio che riempiva la città.

- Ma ci credono? - chiese il bue - Lo dicono sul serio? Vogliono davvero tanto bene al prossimo?

E le parole tratte dal Racconto di Natale, "La boutique del mistero" 1968: Anche fuori, benché fosse Natale, non c'era traccia di Dio. Dalle mille finestre accese giungevano echi di risate, bicchieri infranti, musiche e perfino bestemmie. Non campane, non canti.

Don Valentino uscì nella notte, se n'andò per le strade profane, tra fragore di scatenati banchetti. Lui però sapeva l'indirizzo giusto. Quando entrò nella casa, la famiglia amica stava sedendosi a tavola. Tutti si guardavano benevolmente l'un l'altro e intorno ad essi c'era un poco di Dio.

"Buon Natale, reverendo" disse il capofamiglia. "Vuol favorire?"

"Ho fretta, amici" rispose lui. "Per una mia sbadataggine Iddio ha abbandonato il Duomo e sua eccellenza tra poco va a pregare. Non mi potete dare il vostro? Tanto, voi siete in compagnia, non ne avete un assoluto bisogno."

"Caro il mio don Valentino" fece il capofamiglia. "Lei dimentica, direi, che oggi è Natale. Proprio oggi i miei figli dovrebbero far a meno di Dio? Mi meraviglio, don Valentino."

E nell'attimo stesso che l'uomo diceva così Iddio sgusciò fuori dalla stanza, i sorrisi giocondi si spensero e il cappone arrosto sembrò sabbia tra i denti.

Via di nuovo allora, nella notte, lungo le strade deserte.

7 I nemici del presepe, dei canti natalizi o comunque della festa della nascita di Gesù, abbiano il coraggio di dire che sono nemici di questa civiltà occidentale e cristiana, sappiano che di fatto sono alleati degli integralisti e degli estremisti islamici, ma la smettano di tirare in ballo i musulmani impegnati a condividere un’identità italiana e una comune civiltà dell’uomo. (Canti cancellati, bambinelli rimossi. «Battaglia che ci danneggia» di Magdi Allam – Corriere della Sera 18 dicembre 2006)

8 Una breve parentesi sulla tradizione e sulla modernità. Si potrebbe banalmente aderire alla modernità come fanno i tanti considerando tutto ciò che viene prima da buttare. Se guardiamo alla storia del nostro Sud - e non solo, a meno che si facciano differenze fra le anime morte gogoliane e le vittime dei campi sterminio portati dai venti della modernità - non possiamo certo affermare che il nuovo porti comunque e sempre dei vantaggi. Abbiamo visto milioni di meridionali sradicati dalle loro terre e sparsi per il mondo intero, se per voli questo è progresso...

Se volessimo poi fare il discorso della rottura con la tradizione, andremmo lontano. Vogliamo solo riportare le profetiche parole scritte da Charles Peguy ne "Il padre di famiglia: il vero avventuriero":C'è un solo avventuriero al mondo, e ciò si vede soprattutto nel mondo moder­no: é il padre di famiglia. Gli altri, i peggiori avventu­rieri non sono nulla, non lo sono per niente al suo confronto. Non corrono assolutamente alcun perico­lo, al suo confronto. Tutto nel mondo moderno, e so­prattutto il disprezzo, è organizzato contro lo stolto, contro l'imprudente, contro il temerario, Chi sarà  tanto prode, o tanto temerario? Contro lo sregolato, contro l'audace, contro l'uomo che ha tale audacia, avere moglie e bambini, contro l'uomo che osa fondare una famiglia. Tutto è contro di lui. Tutto è sapientemente organizzato contro di lui. Tutto si rivolta e congiura contro di lui. Gli uomini, i fatti; l'accadere, la società; tutto il congegno automatico delle leggi economiche. E infine il resto. Tutto è contro il capo famiglia, contro il padre di famiglia; e di conse­guenza contro la famiglia stessa, contro la vita di famiglia.

9 “Il tempo – afferma, in un frammento, Euripide – dirà tutto alla posterità. E’ un chiacchierone, e per parlare non ha bisogno di essere interrogato.”

10 A Napoli, il 27 novembre una rappresentanza di studenti delle scuole secondarie di primo grado ha firmato, alla presenza del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e del ministro della Pubblica Istruzione Giuseppe Fioroni, la Carta della Legalità, che prevede una serie di impegni, con al primo punto quello di “rispettare gli altri, anzitutto tramite il rispetto della nostra Costituzione”. L’intento è quello di “togliere il terreno sotto i piedi agli esponenti della camorra sconfiggendo la cultura, o meglio, la subcultura mafiosa”, facendosi promotori della cultura della legalità.
(http://www2.tecnicadellascuola.it/ - Carta della legalità e “scuole aperte e sicure” - di A.T.04/12/2006)

Scuole aperte tutto il giorno? Una voce dissenziente viene dalla docente Flavia Piro, preside della scuola media «Carlo Levi» di Scampia (istituto pluripremiato per l’impegno didattico e sociale, anche recentemente dal presidente Napolitano e dal ministro Fioroni a Roma). «Il ministro non fa i conti con tutto ciò che è intorno alla scuola - ribatte la Piro - Abbiamo paletti di tipo economico, amministrativo, e anche di sicurezza. Si vorrebbe curare la dispersione scolastica a costo zero, ma non è possibile. Abbiamo i drogati che girano intorno alla scuola fino a tardi, e altre persone poco raccomandabili». E rimarca: «Quando chiamo una pattuglia della polizia non sempre viene, perchè sono poche, manca una rete protettiva intorno. Non a caso quando ho cercato di attivare i doppi turni per un problema di agibilità, i genitori mi si sono rivoltati contro. In una parola, occorre investire nell’istituzione scuola, primo campo sociale dove i ragazzi crescono». Crimine minorile, illegalità diffusa e fuga dalle aule: un solo grumo, a Napoli - Carla Di Napoli - 25 settembre 2006 - Il Mattino









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