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Fonte:
http://www.larivistadelmanifesto.it/

numero  12  dicembre 2000  Sommario

Sovversivismo storiografico

'REVISIONISMO' E NON SOLO

Gianpasquale Santomassimo

1.Nelle ultime settimane abbiamo dovuto registrare un salto di qualità rispetto alla lunga fase di costruzione di un nuovo senso comune a cui si era dedicato e si dedica quel 'sovversivismo storiografico' di cui parla in termini efficaci Gaetano Arfè in questo numero. Per alcuni, questa fase viene ritenuta evidentemente conclusa, e con largo successo. Si cerca di avviare ora un programma di bonifica della cultura, a partire dal campo della storia.


Le iniziative di Storace e della Regione Lazio sui libri di testo di storia, la proposta di commissioni di censura, le liste di proscrizione di insegnanti 'marxisti' (cioè democratici e antifascisti) avviate in altre regioni da Alleanza Nazionale hanno suscitato mobilitazione e allarme nel campo della scuola e delle residue istituzioni democratiche nel campo della cultura storica. Con appelli e raccolte di firme, con manifestazioni e iniziative che hanno segnato un primo tentativo di risveglio da parte di una cultura democratica 'usa a subire tacendo' negli ultimi anni. Abbiamo anche avuto risposte istituzionali per una volta ferme e dignitose.


Ma suscitano allarme anche i consensi e le giustificazioni, troppo diffusi, di fronte alla sostanza dell'iniziativa, al di là del 'metodo' di Storace, da cui molti si sono dissociati, dopo aver aderito in un primo momento. Ed è inquietante il convenire, divenuto pressoché luogo comune presso la grande stampa, sulla 'utilità' dell'iniziativa di Storace per avere 'messo il dito su una piaga' che si dichiara persistente, gravissima, incombente sulla società italiana. Qualità e sostanza delle argomentazioni sono, se possibile, ancora più preoccupanti.


Si ragiona per categorie all'ingrosso, come è da sempre nelle tradizioni della destra italiana e della sua incultura, ma come è ormai usuale da molto tempo anche presso la 'grande stampa'. I libri di testo, tutti 'marxisti'. Gli insegnanti, tutti succubi dell'ideologia marxista. (Chi avrebbe sospettato tanta diffusione e vitalità del marxismo oggi in Italia?). Gli editori, tutti ammanicati con il potere comunista.


Per difendersi, il responsabile editoriale del settore storico di alcune case editrici dell'ing. Romiti esterna sul "Corriere della sera" del 13 novembre il suo dramma. Cerca da molto tempo storici in grado di scrivere una storia 'diversa' rispetto all'ideologia dominante, una storia 'oggettiva', sulla base di alcune linee che segnano una buona esemplificazione del tipo di storia che si vorrebbe e del suo asservimento a un pensiero unico schiacciato sul presente: "Il Risorgimento, alla luce dell'esplosione del federalismo, assume oggi e assumerà sempre più un significato diverso, che tocca ai nuovi storici indagare. Così come il ruolo della Democrazia cristiana nel risollevare l'Italia dopo la Seconda guerra mondiale o quello degli Stati Uniti nell'imporre al mondo un modello liberale che tutti oggi, a destra e a sinistra, accettano, o così come ripensare agli anni Trenta in termini di scontro tra democrazie e totalitarismi, di qualsiasi colore essi fossero". Purtroppo il dottor Giacomo Pierini di storici così servizievoli non ne trova ancora, e se ne duole. Perché l'Università a suo dire è dominata in blocco dalla cultura di sinistra, e gli insegnanti sono tutti di sinistra. È un problema di generazioni. Bisognerà attendere, o imporre il prepensionamento forzato della generazione 'marxista'.


Perde una buona occasione per tacere anche l'"Osservatore Romano": i libri di testo di storia sono 'un tritume ideologico' che vuol colpire 'innanzitutto duemila anni di storia cristiana'. Addirittura. E darsi una calmata, al di là del Tevere, non sarebbe opportuno?


Su questa campagna si innesta, come sempre, il chiacchiericcio televisivo. Nel salotto di Vespa vengono messi alla berlina studiosi come Ortoleva e Revelli. Si legge un lungo brano in cui cercano di spiegare su quali suggestioni si fondasse il mito di Stalin e per quali motivi avesse conseguito tanto successo. Estrapolato dal contesto, il brano viene presentato come una esaltazione dello stalinismo.


È il metodo usato, del resto, in tutta la compilazione di questi 'dossier'. Alle richieste urlate da Storace di dire tutta la verità al 'popolo italiano' che da tanto tempo la chiede, la aspetta, la esige (vale solo per le foibe, o anche per le bombe nelle piazze e nei treni?) si contrappongono sublimi disquisizioni sulla possibilità o meno di attingere alla Verità (con la maiuscola).

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Mi pare che in questo tipo di discussione si dimentichi l'elementare distinzione tra accertamento dei fatti e libera interpretazione storica, vale a dire l'abc del mestiere di storico.


Un esempio concreto: se su libri, periodici o anche in trasmissioni recenti della televisione di Stato (giovedì 26 ottobre, Rai Tre, trasmissione Correva l'anno) si torna ancora una volta a parlare, a proposito di Via Rasella e delle Fosse Ardeatine, del rifiuto di scambi di ostaggi, di partigiani che non si consegnarono, ecc., va detto che qui non siamo più sul terreno delle libere interpretazioni. Siamo sul terreno delle balle pure e semplici, contraddette dall'evidenza dei fatti, da cinquant'anni di processi, dai risultati della ricerca storica (si veda in ultimo il bel libro di Sandro Portelli L'ordine è già stato eseguito). In casi come questo i singoli cittadini e le associazioni democratiche avrebbero il diritto e il dovere di chiedere e ottenere rettifiche.


Se Storace e camerati hanno casi del genere da denunciare lo facciano pure; ma non si permettano di porre in discussione la libertà di interpretazione dei fatti storici, che è garantita dalla Costituzione repubblicana. Una Costituzione che, in tema di fascismo, contiene anche giudizi molto precisi e non 'equidistanti'. Finiranno anch'essi nei dossier sulla 'faziosità' della cultura di sinistra?


Tutto questo è frutto di una campagna mediatica che va avanti da molto tempo (senza il supporto dei mass-media il cosiddetto 'revisionismo' non esisterebbe), ma sarebbe sbagliato considerarlo solo un 'complotto' mediatico.


È anche il frutto di una disfatta della sinistra sul terreno di quella che un tempo si sarebbe definita 'politica culturale'. La destra ha una sua politica culturale: rozza, a volte primitiva, ma pervadente e invadente. La sinistra non sa neppure più cosa significhi politica culturale, e solo in rare occasioni emerge dalla sua sudditanza psicologica per condurre deboli battaglie di rimessa sul terreno imposto dall'avversario.


2.C'è da chiedersi da dove derivi questo ossessivo interesse per la storia in un paese che pochi anni fa si raffigurava postideologico, affrancato dalle eredità del passato, con il passato ormai alle spalle dopo la caduta dei muri.


La contraddizione è solo apparente, e conviene riflettere sul percorso attraverso il quale siamo giunti a questo clima e sulle implicazioni nuove e inedite di questo uso della storia. Siamo di fronte a un nuovo rapporto tra storia e politica, che ha abbandonato il terreno tradizionale, più che secolare, della legittimazione storica della politica. Terreno che non è affatto da rimpiangere, perché era permeato di un ricorrente e il più delle volte inconsapevole tasso elevato di teleologismo. Parola difficile, ma che si può spiegare facilmente: il ritenere, in forme e modi che possono essere molto diversi tra loro, che esista un fine della storia che dà coerenza ai singoli atti. Con la sensazione di muoversi nell'alveo di un fiume che scorre nella giusta direzione, o di un treno che marcia nel giusto 'binario della storia'. Si pensi alla ricorrenza di metafore ferroviarie di cui è piena la storia del socialismo: una storia che si muoveva lungo un binario, con tappe, stazioni del socialismo, ritardi sulle tabelle di marcia ecc. Si finiva poi per scoprire che il Binario non esisteva, o era un binario morto, e che nulla garantiva dai deragliamenti.


Ma questo atteggiamento valeva a sinistra come a destra. La ricerca dei precursori e di un legame di forte continuità con il passato è propria anche dei movimenti nazionalisti e fascisti. Tutta la politica del Novecento si è mossa sulla base di questa ossessione di legittimazione nella storia.


Ora, tutto questo è crollato nell'89. Si è verificato il fenomeno inverso. Tra le implicazioni del cosiddetto nuovismo c'è anche e soprattutto la visione di una politica che si legittima perché nuova, radicalmente diversa dal passato. Si cerca di recidere anziché annodare i legami con il passato, che appare imbarazzante e scomodo. In tutto l'Occidente ma in modo particolare in Italia, dove all'89 si è sommato il '92, vale a dire Tangentopoli e il discredito della cosiddetta Prima Repubblica.

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Il nuovo clima vede l'inedita e paradossale compresenza di una cancellazione del passato come elemento di continuità e di un uso ipertrofico dei riferimenti storici nel discorso pubblico, con uso e abuso della storia come elemento non più di legittimazione, bensì di delegittimazione degli avversari, interni ed esterni. Gli eterni nipotini di Stalin all'interno, i nuovi Hitler che spuntano come funghi all'esterno.


Ma quello che emerge oggi in tutto l'Occidente è una vera e propria Tirannia del Presente, che elimina in realtà qualunque dimensione storica nell'agire politico e culturale. Oggi il presente delegittima il passato, lo condanna perché è diverso da sé: che è quanto di più antistorico si possa immaginare.


Un presente eterno che subordina alla propria logica ogni dimensione, ogni immagine del passato e soprattutto impedisce di guardare a un futuro diverso. Un presente eterno che modella un passato di comodo per impedire qualsiasi alternativa a sé nel futuro. Il motto del Grande Fratello di Orwell era:


"Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato".

Tutto ciò che non rientra nell'imbuto di una 'liberaldemocrazia' pacificata e immaginaria, priva delle tensioni del grande pensiero liberale dell'Ottocento, viene condannato e lasciato cadere. I fascisti cercano e ottengono un posticino nel cantuccio di questa visione rassicurante, come forza che ha tentato di impedire con preveggenza la 'bolscevizzazione' dell'Europa. Chiedono e ottengono che i contorni storici del loro movimento vengano edulcorati e annacquati, con tanta comprensione verso la loro 'buona fede' e il 'fervore patriottico' che li animò. Ottengono soprattutto - ed è il cedimento più grave ma che pare ormai acquisito - che la condanna del fascismo sia sostituita, nel discorso pubblico attorno alla storia, da quella di un astratto 'totalitarismo'. La cultura politica della sinistra e il suo personale politico hanno già pagato tributi molto alti sul terreno di questa ipocrisia storica, e il riferimento ai 'totalitarismi di ogni colore' è immancabilmente presente anche quando si discute della giornata della memoria dedicata alla Shoa.


3.Al di là delle polemiche bisognerà pure trovare il tempo di cominciare a riflettere seriamente e con freddezza sulle categorie correntemente adottate nel discorso storico, sulle loro implicazioni sul terreno storiografico e su quello della formazione del senso comune.


In primo luogo sull'uso della categoria del totalitarismo, la fortunata astrazione che ha accomunato esperienza tedesca ed esperienza sovietica, e che ha ormai dato, a mio avviso, tutto quello che poteva dare. Ha imposto indubbiamente un terreno di comparazione che si è rivelato utile e indispensabile, che ha fatto capire gli elementi convergenti, epocali, di una intera e drammatica fase della storia del Novecento. Ma si è dimenticato che la comparazione storica serve in primo luogo a far emergere peculiarità e differenze, non ad annegare ogni specificità in una indistinta e forzata identità 'totalitaria' che spazia dal terreno sistemico a quello ideologico. Affermatosi ormai un uso ideologico e moraleggiante della categoria di totalitarismo, essa rischia di diventare una gabbia interpretativa che impedisce sviluppi alla ricerca e allontana dalla comprensione dei fenomeni.


Ma è solo uno dei tanti esempi di un riesame che andrà avviato al di là delle contingenze polemiche. Cominciare a contrapporre al cosiddetto 'revisionismo' la revisione dei luoghi comuni vecchi e nuovi, consolidati e sedimentati ormai nel discorso pubblico attorno alla storia, è l'atteggiamento più serio e più utile che la sinistra possa adottare.


Fonte: http://www.larivistadelmanifesto.it/

 

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