Eleaml


PUNTI DI VISTA SU

separatismo - meridionalismo - federalismo
nazionalismo - maladevolution - indipendenza
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Riportiamo una sintesi - ovviamente arbitraria in quanto nostra - del punto di vista di due cari amici sul destino politico dell'ex Regno delle due Sicilie. Vi invitiamo a leggere i documenti originali dei due autori, che potete trovare agli indirizzi seguenti:

- Brigantino, alla URL http://www.brigantino.org

- Nicola Zitara, alla URL http://www.eleaml.org

 

MERIDIONALISMO

Siamo degli appassionati del Sud, e vorremmo vederlo inserito nella comunità italiana con pari dignità e opportunità. Escludiamo progetti d'indipendenza, federalismo, secessione, in quanto contrari agli interessi delle nostre popolazioni, che hanno bisogno di sicurezza e normalità, lavoro, sevizi sociali, strutture ed opere pubbliche. A nostro parere, stante l'attuale divario economico Nord-Sud, il progresso può essere conseguito solo se si mantiene un sistema fiscale centralizzato, con distribuzione delle risorse secondo necessità. La capacità contributiva del Sud è infatti la metà del Nord, per cui da soli non possiamo svilupparci. Non siamo a favore dell'assistenzialismo, ma ci battiamo per una distribuzione della ricchezza pubblica fatta in funzione delle esigenze, non dei localismi, e che non dimentichi l'apporto determinante dato dal Sud all'Italia, in termini umani, culturali, economici: un atto dovuto, cui non intendiamo rinunziare.

L'indipendenza, ancorché anacronistica, non garantirebbe nulla, tranne l'impoverimento e continueremmo ad essere dipendenti in tutto. Per noi il Regno delle Due Sicilie rappresenta un grande amore, ma non siamo disponibili ad anteporlo all'amore per l'odierno Sud. In tale contesto, la valorizzazione delle radici storiche e culturali non è nostalgia, ma necessità. Per esempio, non ci sembra giunto che nelle nostre scuole si studino Carlo Alberto e Santorre di Santarosa, e non si parli del nostro Stato preunitario, se non genericamente, come obsoleta tirannide. A causa dell'attuale impostazione scolastica, tanti meridionali difettano di quell'orgoglio delle radici, che molto aiuterebbe a contrastare cattive abitudini, quali il vago senso di sudditanza che ci portiamo dietro verso gli altri Italiani.

Dobbiamo d'altro canto sottolineare che alcune (non tutte!) frange elitarie di "meridionalismo" (l'una contro l'altra armate) rincorrano utopie ideologiche, nutrendosi di retorica, perdendo di vista gli interessi reali del Sud. Non sarebbe peccato, se fatto con sincerità. Invece, questi "patrioti" non esitano ad allearsi con il nemico, pur di imporsi in qualche modo all'attenzione. La Storia riporta precedenti di "patrioti" che, nonostante le buone intenzioni, finirono fatalmente per fare solo dell'intelligenza con il nemico. Così fu per i rivoluzionari del 1799, per i liberali pre-unitari, per molti politici post-unitari, per l'epoca fascista, ecc. Evidentemente, l'insegnamento non è bastato! Oggi vi è ancora chi fa il collaborazionista di forze antimeridionali, quali la Lega, sperando di trarne profitto. Non è un mistero che la Lega persegua devoluzione e federalismo fiscale per deprimere il Sud nella via della crescita, innescando così nuova emigrazione da impiegare al Nord, sempre in posizione subordinata. Sparute frange autonomistiche meridionali, gridando "indipendenza!", senza aver ben chiaro cosa significhi (Confini presidiati? Far tutto da soli?) e, soprattutto, senza la benché minima idea sul come attuarla, si gettano tra le braccia di chi per primo ha urlato "Secessione!" (ma in funzione antimeridionale!). Costoro compiono, in scala intellettualmente miniaturizzata e rischiando molto meno, l'errore dei rivoluzionari del 1799!

Brigantino, giugno 2003

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MALADEVOLUTION

Le Due Sicilie e la Devolution

Può un nostalgico delle Due Sicilie, quale io sono, essere contro la Devolution? Io dico di sì, perché il Sud vale più della nostalgia.

Federalismo

Il trasferimento di sempre maggiori competenze agli Enti Locali sta creando non pochi problemi. La spartizione clientelare di strutture e risorse si è infatti espansa di pari passo con l'aumento dei settori passati dall'amministrazione centrale a quella periferica. Il federalismo non ha portato la sperata responsabilizzazione ma, come forse c'era da aspettarsi, solo un volume più ampio per il maneggio degli interessi particolari, attraverso assunzioni, nomine e concessioni. Va così aggravandosi, con il decentramento, il distacco tra la cittadinanza e la classe politica. Si inasprisce l'antico difetto di comportarci da sudditi quando siamo elettori e da baroni quando veniamo eletti. È una realtà di cui non si può non tener conto in un momento in cui l'esecutivo propone, con la devolution, un ulteriore ampliamento delle competenze locali.

Brigantino (settembre 2003) 

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Nazionalismo

Alcuni usano un neologismo, oggettivamente brutto: “duosiciliano”. I più lo fanno per entusiasmo. Noi contestiamo tale termine, in quanto potrebbe sembrare un auto-accreditamento di un’identità fantasma, storicamente mai esistita. Le Due Sicilie, tra le varie definizioni di “Stato” che ne da il Diritto, furono in parte e/o in epoche uno Stato Patrimoniale (sovranità ripartita tra Re, Clero, Nobiltà). Fu anche uno “Stato Assoluto”, poi uno “Stato Illuminato”, e di “Diritto”. Ma non fu mai uno Stato Nazionale, nel senso che i liberali ottocenteschi diedero alla parola: Stato forte, concorrente ed antagonista degli altri stati, in cui il materialismo economico è allo stesso tempo propellente ed elemento unificante. A tale struttura portante, i liberali aggiunsero importanti e numerosissimi orpelli, ossia i miti. Primi tra tutti la “Patria”, la “Nazione”, intese non solo più come terra natale e collettività con regole comuni accettate, ma come entità “reali”, da difendere, per cui immolarsi, da esaltare ed illustrare, da contrapporre a quella degli altri. Nacquero così i “Martiri”: rivoluzionari d’ogni tempo (non contemporanei: quelli vanno messi in prigione); i “Beni Supremi” ecc. Con tale simbolismo lo stato nazionale riesce a mandare i giovani in guerra, tiene sotto controllo il consenso, rimpiazza la religione. Nello Stato Nazionale solo il “Mercato” resta al di sopra delle leggi, anzi ne detta una “universale”. Nei miti degli Stati Nazionali abbondano gli eroi, gli strenui difensori, gli impavidi, indomiti condottieri ecc. Un linguaggio questo che proviene dal Risorgimento e che pur trasformandosi, mantiene inalterate i principali ingredienti: enfasi altisonante, retorica, pochezza di contenuto, contaminazione emotiva. 

Brigantino (novembre 2003) 

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Indipendenza

Nel 1859, Milano aveva meno di un terzo della popolazione di Napoli e un decimo dei suoi commerci. Che faranno, porteranno i due terzi degli abitanti di Milano a Napoli? Nello stesso 1859, Roma aveva meno della metà degli abitanti di Napoli. Che faranno? Porteranno a Napoli due milioni di romani, con in testa Veltroni, Ciampi e D'Alema?

Che faranno, porteranno la Banca d'Italia, la Commerciale, il Credito Italiano, il Banco di Roma (o come si chiamano attualmente), la Banca Nazionale del Lavoro, da Milano e da Roma a Napoli, e con i loro depositi rifaranno il vecchio Banco?

Chiuderanno i porti di Genova e di Trieste, e riattiveranno il porto di Napoli?

Chiuderanno i cantieri di Monfalcone e li sposteranno a Castellammare?

Se non si passerà alla politica in senso pieno, qualunque cosa possa comportare, la rievocazione del passato rimarrà folclore e i meridionali continueranno a spiegare che un tempo erano un grande popolo, che questo popolo viveva in uno stato importante, il più importante nell'Italia del tempo, che avevano regie, palazzi, chiese e certose. Ciò mentre continueranno a contendersi in mille modi un posto di lavoro, a emigrare per trovarlo, ad avere Comuni indebitati e impotenti, idem quanto a Regioni, a tenersi la mafia che porta i soldi a Milano ma scassa qui il comportamento sociale, ad arruolarsi nelle polizie e nell'esercito nazionali per una paga.

Personalmente non credo che dai toscopadani avremo altro che un'elegante presa per i fondelli.

Il lupo perde il pelo, ma non perde il vizio. Usurai erano, e usurai sono ancora.

Nicola Zitara

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Il lavoro
e l’indipendenza nazionale

No, l’unità d’Italia non ci ha solo impoveriti, ci ha anche rincretiniti. Il deprecabile evento ci è costato in termini di sangue cinquecentomila, e forse un milione di morti nella guerra di liberazione, dai padroni definita brigantaggio; morti ammazzati da baionette italiane, a cui noi oggi siamo obbligati a inneggiare; morti per i quali non è lecita una lapide che li ricordi. A questi morti di morte cruenta bisogna aggiungere i 30 milioni di meridionali (il doppio della popolazione residente al censimento del 1936) a cui è stato imposto di lasciare il loro paese e di perdere una patria.

In termini economici, l’unità d’Italia è costata a noi meridionali più di cinque eruzioni del Vesuvio e più di venti terremoti di Reggio e Messina. Sei o sette generazioni completamente bruciate! E oggi i giovani non hanno un lavoro perché – in effetti - la patria così vuole. La situazione è questa. Tutto il resto è presa per i fondelli. Se i giovani meridionali non vogliono continuare a essere privati della libertà, e trovarsi fra dieci anni (il tempo prescritto da Bossi) nella condizione in cui oggi si trovano i palestinesi, costretti a difendere la propria identità di popolo lanciando pietre contro i carri armati, bisogna che smettano di aspettare il miracolo e si mettano subito a fare politica. Per loro stessi, per i loro figli, che patiranno più di loro, per i morti in difesa della nostra indipendenza, per i villaggi bruciati e le popolazioni passate per le armi, per i loro nonni, padri e fratelli, deportati al servizio di altri, come gli antichi magnogreci ridotti a Roma in schiavitù, per i nostri campi devastati e resi improduttivi, per le nostre fabbriche chiuse o rubate, per i nostri risparmi, frutto di sudore e di sangue, che vengono sprecati e sporcati da capitalisti inetti e degeneri; per questo e molto altro ancora bisogna che essi – i giovani – decidano di porre fine a una truffa politica – l’unità - che ci ha portato a una condizione peggiore di quella che avevano gli Iloti sotto la sferza degli Spartani.

Coraggio, è l’ora di prendere il vostro destino in mano. Domani sarebbe troppo tardi!

Nicola Zitara

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Introduzione al separatismo
La banca toscopadana,
vero potente e pervicace nemico del Sud


Con la moneta unica - l'euro - l'idea di una banca centrale e di un sistema creditizio centrato al Sud, il Sud si allontana ulteriormente. (Spiega concretamente e brevemente l'importanza che vi attribuisci].

Peraltro, passata l'euforia delle prime ore, l'Unione Europea si va palesando come una mera agenzia avente per fine il lucro di oligarchie imprenditorial/finanziarie. Che ripercussioni vedi al Sud dall'euro?

Per il popolo meridionale, scarso di redditi e totalmente spogliato di un apparato produttivo, sicuramente l'euro è meglio della lira. La moneta comunitaria si è rivelata parecchio più debole di quanto qualcuno (compreso me) immaginava. Tuttavia, nonostante il calo sul dollaro, l'euro aspira a conservare la sua capacità d'acquisto all'interno dell'area monetaria europea, cosa che sicuramente non si può dire della lira, che, nei cinquant'anni trascorsi, gli italiani furono loro malgrado costretti a vedere passare senza soste da una parità a una minore. E non tanto per debolezza propria, quanto perché FIAT & C. imponevano alla Banca d'Italia l'aggiotaggio al ribasso, affinché essi non perdessero i mercati a moneta forte.

Certo la scala mobile opponeva una qualche difesa a tali giochetti, ma al Sud, dove di grandi aziende, obbligate al rispetto dei contratti collettivi di lavoro, ce n'erano (come ce ne sono) poche, il meccanismo fu un ftatus voci per la generalità degli occupati. Figurarsi per il senza lavoro! Di fronte all'inflazione, il venditore di merci reagisce subito aumentando i prezzi, il lavoratore dipendente (se manca un automatismo che fa scattare il salario) prima o poi impianta una lotta per tentare di recuperare la capacità d'acquisto perduta, ma il lavoratore senza lavoro e senza salario può solo impetrare la giustizia di Dio.

Ogni collettività produttiva (un'azienda-nazione), se vuole continuare a produrre, deve risparmiare una parte del valore prodotto (surplus) e investirlo in macchine e impianti (capitale). Accade, però, che l'azienda-Sud (coloniale rispetto all'azienda-Italia e al sistema capitalistico europeo) sia invisibilmente depredata del suo risparmio ad opera del corso nazionale della moneta; e già ora - e molto più in futuro - della moneta comunitaria.

La ragione per cui ho spesso parlato di banca centrale del Sud (insieme con uno Stato funzionale alla produzione e all'occupazione) non sta certamente nel corso dei cambi, sibbene nella funzione predatoria che lira cosiddetta nazionale ha svolto e svolge in un assetto cripto-coloniale, qual è quello meridionale.

Mi spiego. Oggi, il risparmio si fa in danaro. Il danaro risparmiato, di regola, viene messo in banca. A sua volta la banca lo dà in prestito ai suoi clienti. Ciò è funzionale allo sviluppo economico. Infatti la persona che realizza un risparmio (per esempio, un pensionato che incassa la liquidazione) non lo investe personalmente. Dall'alto lato, chi decide l'investimento (per esempio, un commerciante, un agricoltore, un industriale, un appaltatore) raramente ha tutti i soldi necessari. Il ruolo che l'economia moderna ha assegnato alla banca consiste nel raccogliere il risparmio per metterlo in mano a chi lo impiega. Se questi effettua un buon investimento, la produzione nazionale aumenta.

Fino a qualche tempo fa, nel sistema italiano la borsa contribuiva poco al finanziamento delle imprese, e queste preferivano fare ricorso molto più alla banca che alla borsa. Inutile, poi, ricordare che le borse operanti al Sud sono state chiuse dalla prima all'ultima, ancor prima che i padani fagocitassero i banchi di Napoli e di Sicilia e le banche regionali.

L'idea che l'italiano qualunque ha della banca è parecchio stonata. Altrove, le banche si dividono in base al diverso modo di raccogliere il risparmio e secondo la finalità produttive e non produttive in cui esso viene impiegato. Le banche che finanziano l'agricoltore, di regola, non finanziano l'industriale, quelle che danno danaro alle imprese per un tempo lungo non finanziano chi importa baccalà. In Italia, invece, esistono solo due modelli, le banche e le Poste, che emettono buoni fruttiferi e con il ricavato finanziano lo Stato e gli altri enti territoriali. La banca italiana fa tutto. Quando le cose vanno bene, guadagna danari da tutti le parti, e solo Dio può sapere come li spende. Quando le cose vanno male, paga lo Stato - cioè voi che leggete e io che scrivo. La banca italiana, inventata anch'essa da quel grand'uomo di Cavour, non fallisce mai. Se qualcuno ha sbagliato, a sbagliare sono stati gli altri. Il caso del Banco di Napoli è la spaventosa riprova che la regola non subisce eccezioni.

Quanto al Sud, il problema sociale e politico non è rappresentato tanto dal fatto che il risparmio meridionale è sempre finito a Milano, quanto dall'altro che la banca, qui da noi, finanzia soltanto i consumi, mentre si guarda bene dal finanziare gli investimenti, evidentemente molto più rischiosi.

Con questo sistema, in Sud spreca i suoi surplus in consumi e non può - dico non può - finanziare l'allargamento delle sue produzioni. Se la banca usa i soldi che Ciccio ha risparmiato per fare un prestito a Mico, che vuole comprare una bella cucina Scavolini, il risparmio dei meridionali finisce nel consumo di merci nordiste. Certo Mico ha la sua bella cucina, ma la collettività meridionale ha sacrificato a favore di un consumo vistoso dei mezzi che sarebbe stato meglio destinare agli investimenti produttivi.

Nicola Zitara

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"LA STORIA PROIBITA" Intervista a Carmine Crocco Donatello

 

Monologo di Carmine Crocco Donatello

 

Interrogatorio di Crocco

 

Stralci dall'autobiografia

 

Stralcio di un articolo pubblicato nel 1992 su "Il Calendario del Popolo"

 

Il Sud e l'Unità d'Italia La Sicilia (G. Ressa)

 

 

 

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