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http://www.larticolo.it - Lunedì, 20 Settembre

Economia - Sviluppo del Mezzogiorno - L’intervento

Banca per il Mezzogiorno: si può fare,

con regole di mercato e risorse della Cdp

Ci vogliono manager locali indipendenti e grandi azionisti anche stranieri
 di Mario Bartiromo

Siamo d’accordo con Tremonti: una banca per il Mezzogiorno ci vuole; ci vuole finanza privata che sostituisca quella pubblica che non ha funzionato. Dopo gli errori e gli sperperi della Casmez, della legge 64, della 488 e della programmazione negoziata, sotto l’occhio vigile di Bruxelles che tiene di mira il nostro debito pubblico, il Governo in carica ha deciso di tagliare i contributi alle aree depresse, che da questo momento hanno, per ovvia conseguenza, solo la possibilità di deprimersi ancora un po’.

Ad ogni modo, se il denaro pubblico non viene più giù dal cielo sotto forma di contributi, è venuto il momento di farne girare un po’ secondo le regole del mercato. E una banca vuol dire mercato, ché, lo abbiamo visto in più d’un’occasione – in Italia e all’estero - se una banca non si inchina al mercato, esce dal mercato.

D’accordo dunque con Tremonti, anche se poteva svegliarsi prima, magari quando contava di più. Non siamo, invece, d’accordo con quelli – soprattutto banchieri e industriali – che hanno approfittato dell’occasione per riaprire il processo al Banco di Napoli e per osannare le scelte di facciata delle banche del centro-Nord.

Non condividiamo l’affermazione che Il Banco di Napoli è crollato perché ha fatto credito senza guardare a fondo al merito creditizio, perché se lo ha fatto il Banco lo hanno fatto anche gli altri, come hanno dimostrato i bilanci delle maggiori banche italiane nei due-tre anni successivi alla scomparsa del Banco, e perché i forti recuperi della SGA (la bad bank del Banco di Napoli) hanno dimostrato che in quel calderone era finito di tutto, dai crediti in decomposizione a quelli in perfetto stato di salute; con la benedizione della Banca d’Italia.

Non è neanche vero che Sanpaoloimi, creando il Sanpaolo Banco di Napoli, la denominazione e il radicamento territoriale lo ha conservato. Se il Sanpaolo avesse inteso conservare denominazione e radicamento avrebbe fatto come per le banche della galassia Cardine, che, dopo la fusione della loro holding con Sanpaoloimi, hanno conservato la denominazione originaria – senza l’aggiunta “Sanpaolo” – e una considerevole autonomia, fatta anche di manager di casa, in posizioni chiave anche nella capogruppo Sanpaolo. Al contrario, al Sud il personale è stato fortemente marginalizzato, gestito in maniera standard ed in quanto ad autonomia non se ne vede neppure l’ombra. Quindi i risultati, pur positivi, raggiunti in questi mesi per essere strutturali devono essere accompagnati da una diversa governance della Banca.

Abbiamo letto che l’amministratore delegato del gruppo Sanpaolo ha detto che al Sud non servono le banche, serve il capitale di rischio e che se nascesse una società del genere, noi come Sanpaolo saremmo pronti a sostenerla. Ma come dimenticare che Sanpaolo gestisce un fondo chiuso per la promozione del capitale di rischio nel Mezzogiorno, che di fatto il capitale di rischio invece di promuoverlo l’ha bocciato? Che in due anni ha investito solo pochi spiccioli e per giunta in imprese che di fatto tutto sono tranne che del Sud? E come dimenticare che la Società di gestione del risparmio che gestisce questo Fondo ha da poco eliminato dalla ragione sociale il termine “Mezzogiorno”?

E veniamo alle proposte serie, che auspicano la creazione di una banca che sappia stare sul mercato e che dunque abbia nel capitale non solo lo Stato, ma anche investitori istituzionali “forti”, come banche straniere e istituzioni sovranazionali.

E perché la Cassa Depositi e Prestiti, ultima trovata del Governo Italiano per giocare un po’ col debito pubblico, dovrebbe comprare azioni di Stm, una multinazionale che è il quarto produttore mondiale di chip, o di Terna, un’utility a rischio zero che non ha certo bisogno dei soldi del risparmio postale per trovare compratori interessati? La CDP potrebbe investire una quota marginale delle proprie risorse nella creazione della banca per il Sud, o magari assisterla con garanzie che ne tengano alto il rating.

In sintesi, la ricetta è semplice ed è fatta di tre ingredienti miscelati con sapienza: a) fra gli azionisti devono esserci grandi istituzioni pubbliche e private, italiane e straniere, b) un’operatività a 360 gradi, dalla raccolta al capitale di rischio, c) la presenza di manager locali, indipendenti e dal track record brillante. E ce ne sono. Tanti.

Così facendo le banche del Nord (soprattutto quelle che hanno sostenuto investimenti consistenti e che giustamente attendono un adeguato ritorno reddituale) comprenderebbero meglio che il futuro del territorio e della banca sono strettamente connessi e che questa reciprocità debba essere assunta come un valore, più che come un vincolo.


 
Lunedì, 20 Settembre


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