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Fenestrelle, Fenestrelle…

Connie Castellano
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24 Maggio 2009

- “Francesco La Gala a rapporto.”- Gli scarponi chiodati si erano fermati davanti alla porta della cella. Si udì il rumore metallico di un mazzo di chiavi e il pesante battente di legno fu aperto bruscamente facendo entrare la fioca luce di una lanterna.

- “Francesco La Gala, in piedi. A rapporto dal comandante.“-

Il pallido chiarore del mattino che cominciava a filtrare tra i luridi stracci attaccati alla finestra senza vetri, rivelò uno stanzone grigio; alcuni tavolacci erano fissati alle pareti e tutto il pavimento era coperto da giacigli e corpi umani. Dalle sagome informi addossate strettamente si alzò un uomo magrissimo, ricoperto da qualcosa che una volta doveva essere stata un’uniforme militare. Destreggiandosi tra gli uomini sdraiati il giovane e affermato medico Francesco La Gala, allievo prediletto di Stefano Trinchera, archiatra Sua Maestà Ferdinando II di Borbone, re delle Due Sicilie, guadagnò la porta. I due soldati savoiardi si affiancarono e prendendolo ciascuno per un braccio si avviarono nello stretto corridoio verso l’uscita superando alcune porte da cui provenivano lamenti e grida soffocate. In fondo al lungo budello li accolse la luce livida di una fredda mattina di autunno.

Il giovane uomo gettò un rapido sguardo alle cime dei monti già coperti di neve. “E’ il 10 Ottobre 1861 ed io sono ancora vivo. Vorranno sicuramente che accerti altri casi di febbri catarrali o infezioni cutanee purulente. Speriamo che non sia scoppiato il colera o il tifo.” Senza parlare il gruppetto cominciò a scendere gli scalini della stradina che costeggiava la caserma adibita a prigione e dopo aver superato altre due costruzioni simili destinate ad alloggiare la truppa, giunse al cortile interno del Forte San Carlo dove c’era la palazzina del governatore, quella degli ufficiali e la chiesa.

Le dita dei piedi del prigioniero, gonfie e ricoperte da geloni, sbucavano da due scarpe ormai quasi completamente aperte e ispessite dall’umidità; L’uomo scivolò sul bordo di uno scalino bagnato ma i due soldati lo tenevano saldamente e lo pilotarono come di consueto verso la palazzina degli ufficiali.

Quello che a La Gala apparve un dolce tepore paradisiaco accolse i tre uomini. Un caporale prese in consegna il dottore e lo scortò nella stanza del comandante.

L’ufficiale, calvo e grassoccio, squadrò il medico e sembrò soppesare l’uomo in piedi davanti a lui, il colorito terreo di chi vede poco sole e pochissimo cibo, i capelli castani e ricciuti, i profondi occhi azzurri; si schiarì la gola. – “La Gala, il governatore, che non è insensibile ai disagi di voi italiani del Mezzogiorno ha stabilito di costruire un ospedale per curare quelli di voi che si ammalano. Fra pochi giorni l’edificio sarà pronto: tu ti prenderai cura dei tuoi compaesani e mi terrai scrupolosamente informato su tutto quello che succede.” -

Fece un cenno con la mano ed il caporale dopo aver preso per un braccio il prigioniero lo condusse fuori della stanza dove lo aspettavano i due soldati che lo avevano prelevato dalla cella.

Quando si trovò fuori dalla palazzina La Gala incespicò di nuovo sugli scalini bagnati. Già sapeva della costruzione del nuovo edificio; da giorni tra i prigionieri circolava la voce che parecchi soldati ancora in forze tra gli ultimi arrivati avevano tirato su una baracca appena fuori dal bastione San Carlo davanti al fosso e al ponte levatoio. “Il governatore non è insensibile ai disagi dei miei conterranei… Gelido e ipocrita bastardo. Dì piuttosto che hai paura di una epidemia per il prossimo inverno che arriva. Altrochè ospedale…. vuoi un lazzaretto dove farci morire.”

- “Francesco La Gala, a rapporto dal comandante.”-

Il medico inginocchiato accanto al lercio saccone dove agonizzava un giovane marinaio di Sorrento non si era accorto dell’arrivo dei due soldati; si volse a guardarli e lo colse un impeto di odio irragionevole come se i due fossero responsabili dell’incubo angoscioso che lui e i suoi uomini stavano vivendo in quella grigia prigione.

Si raddrizzò a fatica; sentiva le spalle pesanti come dopo un lungo digiuno o una bastonatura. In realtà da tre mesi mangiava un rancio sufficiente a tenerlo in forze e aveva ricevuto dal comando cappotto e scarponi che lo difendevano dal freddo intenso della montagna. I tre uscirono dalla baracca: la neve che nella notte era caduta abbondante, era stata spalata e il gruppetto dopo aver percorso la strada che dallo spiazzo del lazzaretto portava al ponte levatoio, si trovò nel grande cortile interno del forte. Francesco si avviò meccanicamente verso il portone della palazzina ufficiali e considerò che ormai avrebbe potuto percorrere quel tragitto ad occhi chiusi. “Esimio Dottor La Gala, si sente pronto per la macabra buffonata che sta andando a recitare? Cosa mi chiederà oggi il rotondo bastardo? Se i miei sono morti di stenti o di qualche malattia che potrebbe far scomparire in fretta anche la sua rosea pancetta?”

Il medico entrò nella stanza del comandante Medici dove scoppiettava il fuoco di un camino e si fermò davanti all’ufficiale seduto al tavolo ingombro di carte.

-“La Gala,mi hanno riferito che oggi don Giacomo ha dato i sacramenti sette volte.” –

Francesco avvertì un impalpabile tono di ansia nella voce dell’uomo.

-    “Comandante,i miei pazienti muoiono per il freddo e la fame. Se mi procurerete una borsa dei ferri,cibo,medicine e coperte posso cercare di contenere la diffusione di queste febbri.”- Mentre parlava il duosiciliano cercava di incontrare lo sguardo dell’uomo ma gli occhi dell’ufficiale indugiavano ostinatamente sopra un foglio.

-“La Gala,il comando fa quello che può. Stiamo attraversando momenti difficili e bisogna far bastare ogni cosa per tutti.”-

Francesco capì che anche quel giorno aveva perso la sua battaglia e si avviò verso l’uscita. Si sentiva stanchissimo; le due sentinelle gli furono accanto e si mossero verso la gelida caserma dove trascorreva la notte con gli altri prigionieri. Mentre salivano verso la prigione udirono un forte scoppio seguito da urla disperate provenienti dal grande camino della polveriera dove venivano scaricati i fucili. La Gala si mise a correre in quella direzione e presto si trovò davanti due suoi giovani soldati che fissavano immobili e ammutoliti lo scempio di brandelli e sangue schizzato fuori dalla piccola costruzione. Capì cosa era successo; un prigioniero era stato mandato a raccogliere i mucchietti di polvere da sparo ed una scintilla aveva provocato lo scoppio.

Francesco si infilò nel camino e vide che nessuno poteva fare più nulla per quel poveretto; riuscì solo a pensare che presto quei miseri resti sarebbero stati cancellati per sempre nella vasca di calce viva dove i loro carcerieri credevano di annullare con i corpi anche lo spirito e la dignità dei soldati duosiciliani.

I prigionieri aspettavano il rancio della sera parlando tra loro sottovoce in stretta lingua napoletana. Francesco non prestava attenzione a quei discorsi che in fondo erano sempre gli stessi:le condizioni dei malati, progetti più o meno realizzabili di fuga, previsioni sarcastiche e amare sulla consistenza del cibo in arrivo. Qualcuno si lamentava anche del tempo; nevicava da più di tre giorni e dalla finestra filtrava una luce grigiastra che annunciava l’oscurità. Lui non temeva la neve. La famiglia di sua madre era originaria dell’Irpinia e ricordava ancora le corse e i giochi con i suoi fratelli sui pendii innevati.

Certo la nevicata era stata poderosa e durante la mattina trascorsa al lazzaretto don Giacomo gli aveva detto che a fondovalle un albero appesantito dalla neve era caduto davanti all’imboccatura della galleria, che collegava il San Carlo al Forte Carlo Alberto; la guarnigione però non era completamente isolata perché la strada che saliva da Fenestrelle con ripidi tornanti attraverso i boschi era ancora agibile. Il parlottare tacque quando le guardie entrarono nel lungo corridoio e si fermarono davanti alla cella di Francesco. La porta si aprì e la lanterna illuminò un soldato.

-“La Gala, dal comandante.”-

L’uomo trasalì; ripensò agli avvenimenti della giornata ma non trovò nulla che giustificava quell’insolita chiamata. Accompagnato dagli sguardi interrogativi dei suoi raggiunse la porta e seguì le due guardie; quando giunsero alla palazzina del comando fu guidato in una stanza vicino alla cucina dove lo attendevano una fumante zuppa di ceci e carne ed un grosso boccale di vino rosso. Francesco mangiò senza porsi domande perché sapeva che presto tutto si sarebbe spiegato. Quando fu introdotto nella stanza riscaldata dal fuoco del camino il comandante passeggiava fumando un grosso sigaro.

- “Seduto, La Gala, seduto. Vuoi fumare? ”- Era veramente la serata dei prodigi.

-“No, grazie comandante, non fumo.”-

L’ufficiale si sedette al tavolo e guardò dritto in viso il prigioniero.

-“La Gala, la nevicata eccezionale di questi ultimi giorni ha praticamente interrotto i contatti con la pianura. Il nostro valente dottor Ricci è bloccato a Pinerolo e non potrà tornare prima di due o tre giorni. Come tu certamente saprai – gli occhi dell’uomo si abbassarono sul tavolo indugiando tra le carte che lo ingombravano – il nostro ottimo dottore all’occorrenza si occupa anche dei casi urgenti giù in paese.”-

Francesco percepì che questo lungo e insolito discorso era stato preparato scegliendo accuratamente le parole. Il comandante rialzò la testa e i suoi occhi ebbero un guizzo improvviso. -”Devi scendere a Fenestrelle per visitare un bambino.”-

Quest’ultima frase era stata pronunciata con la forza di un tappo che esce da una bottiglia di vino frizzante.

-“Comandante, io sono un medico e vado dove c’è bisogno della mia opera.”-

-“Bene bene, La Gala, ero sicuro che avresti collaborato; andrai subito e ti fermerai finchè la situazione non si sarà chiarita.”-

Uscendo dalla palazzina Francesco si trovò davanti una robusta carrozza con due uomini già a cassetta; un soldato gli aprì lo sportello. – “Presto, dottore.”-

Salì agilmente; non si sentiva così sazio e in forze da tempo immemorabile. Sul sedile c’era una grossa borsa: l’aprì e sotto i suoi occhi si materializzò tutto ciò che aveva più ardentemente desiderato in quei durissimi mesi: ferri, bende, medicine.

“Bene, ottimo anzi ottimissimo dottor Ricci, oggi mi cederai un po’ del tuo armamentario.” Francesco si appoggiò al sedile guardando la neve che cadeva silenziosa e si chiese chi era questo bambino misterioso che induceva il comandante a riempirlo di cibo, mentire spudoratamente sulla sollecitudine del governatore del forte verso i malati del paese e soprattutto a trattarlo con il rispetto dovuto ad un soldato che non aveva tradito il giuramento fatto al suo Re. La carrozza continuava a scendere velocemente e quando giunse in paese si diresse in una stradina isolata, fermandosi davanti ad una casa modesta.

La donna era bella:si muoveva con la grazia leggera di un giovane gatto. Fece sedere i due soldati nel piccolo vestibolo, salutò il dottore con un cenno e lo invitò a seguirla su per una breve scala mentre in un italiano misto a dialetto piemontese gli dava notizie sulle condizioni del malato.

Il bambino, suo figlio, aveva la febbre alta da quattro giorni, delirava e talvolta perdeva conoscenza. Francesco fu introdotto in una camera da letto arredata con semplice comodità: il bimbo all’apparire del medico assunse un’espressione spaventata e l’uomo ebbe la sensazione di averlo già conosciuto. Visitandolo non ebbe difficoltà a diagnosticare una grave forma di febbre catarrale che aveva aperto la strada a sintomi di mal caduco. Spiegò alla madre come somministrare una medicina che avrebbe curato la tosse e abbassato la febbre; per l’altro problema non poteva fare nulla ma diede alla donna alcuni consigli sul da farsi quando si fossero presentate nuovamente le crisi di incoscienza.

Il piccolo malato, un bel bimbo di cinque anni, si era tranquillizzato e giaceva con il facciotto rilassato sui cuscini. Francesco lo guardò con attenzione e capì dove aveva già visto quel viso:era quello del suo nemico quotidiano, il comandante Medici. La scoperta lo sorprese solo un momento perché sotto questa nuova luce gli avvenimenti del pomeriggio acquistavano una nuova logica: il grasso bastardo nascondeva una relazione e l’assenza del dottore, bloccato dalla nevicata, si era rivelata una fortunata combinazione per mandar lui giù in paese.

La donna guardava il medico con malcelata preoccupazione e Francesco la rassicurò sulle condizioni del figlio: il bambino si sarebbe rimesso presto e quelle assenze della coscienza comunemente attribuite al mal caduco, potevano essere causate esclusivamente dalla febbre elevata.

La giovane madre rasserenata insistette per offrirgli dolcetti squisiti e un liquore fortissimo; Francesco sorridendo fra sé e sé delle cose incredibili che possono accadere, immaginò i frizzi divertiti dei suoi compagni quando avrebbe raccontato nelle gelide notti della prigione che lui e la donna segreta del loro nemico si erano scambiati conforto e gentilezze.

Le condizioni del piccolo malato non richiedevano la sua presenza così si congedò dalla giovane; uscì da quella casa ospitale e i soldati accesero i quattro fanali per illuminare la strada, che nel frattempo aveva assunto un aspetto fiabesco e irreale. I cavalli avanzavano lentamente ma il conducente era esperto e finalmente giunsero ai piedi della salita. Francesco nella carrozza rifletteva che avrebbe potuto facilmente liberarsi dei due con un colpo del bisturi contenuto nella borsa ma valutò subito che era un’idea folle e la scartò: le strade erano bloccate dalla neve, senza contare che non aveva denaro né documenti; in quelle condizioni non sarebbe andato molto lontano. E poi non era escluso che per ritorsione alla fuga il comando avrebbe potuto peggiorare le già terribili condizioni dei suoi; così si limitò a prendere dal borsone bende e medicine e le distribuì nelle tasche del suo cappotto.

La carrozza frattanto si inerpicava a fatica perché i cavalli dovevano aprirsi la strada in una spessa coltre di neve, finchè ad una curva si fermarono; il postiglione li frustò ma fu tutto inutile e i soldati scesero per vedere cosa era successo: una grossa pietra impediva il passaggio e i due convennero che i cavalli dovevano stringersi verso l’interno della strada. Così mentre il postiglione sedeva a cassetta, l’altro soldato cercava di sbloccare le ruote.

Francesco guardando i tentativi dei due alla luce delle lanterne fu folgorato a un’idea; soppesò velocemente ogni possibilità e decise che poteva tentare. Chiamò il soldato dicendogli che voleva aiutarlo e si mise dietro alla ruota posteriore esterna; finalmente dopo qualche tentativo la carrozza si mosse.

I due soldati si scambiarono espressioni di sollievo ma quando si rivolsero al dottore videro che l’uomo, stringendo le braccia al petto con un’espressione di dolore sul viso, indietreggiava barcollando verso il ciglio della strada finché scomparve con un lamento soffocato.

 I due raggiunsero il bordo e guardarono sotto di loro illuminando con una torcia; il prigioniero era rotolato giù per lo strapiombo, non si vedeva dove si era fermato e non rispondeva ai loro appelli. Calarsi giù per cercarlo era impensabile così dopo un po’ decisero di tornare al forte e riferire l’accaduto.

La luce era splendente e l’aria calda per le vie che scendevano al mare; si udivano le grida dei venditori di mostaccioli e taralli. Francesco guardando i dolcetti si chiedeva per quale strana ragione si vendevano i dolci natalizi con quel gran caldo. Le urla dei tarallari diventavano sempre più forti procurandogli un gran stordimento e la testa cominciò a dolergli in modo quasi insopportabile. Istintivamente si toccò la fronte: un liquido caldo gli impiastricciò la mano e si trovò immerso in una gelida oscurità. La testa gli faceva molto male e capì che era svenuto per l’impatto con un grosso ramo di abete che frenando la caduta lo aveva punto e ferito in viso. Mosse con cautela braccia e gambe e constatò che era tutto sano.

Il dirupo in cui si era lasciato andare non era molto scosceso, come aveva intuito guardando dalla strada alla luce dei fanali, in più il cappottone e la neve avevano attutito la caduta. Le cose andavano secondo i suoi piani; i due soldati avrebbero riferito l’accaduto e su al forte avrebbero concluso che il dottore, indebolito dalla prigionia non aveva retto allo sforzo di spingere la carrozza ed era stato colto da un colpo apoplettico; poi, se già non era morto, il freddo della notte, lupi, orsi e gli altri animali del bosco avrebbero completato l’opera.

“Devo muovermi al più presto verso il paese finché il cibo e l’alcool mi aiuteranno a sopportare il freddo.”

Si frugò nelle tasche e constatò con sollievo che non aveva perso garza e disinfettanti; trovò anche la scatola di zolfanelli che aveva preso dalla borsa del dottore pensando alle emergenze nelle buie notti del carcere. Ne accese uno: alla luce tremolante apparvero per poi sparire velocemente due grandi occhi in un muso appuntito. “Una volpe, era una volpe o una faina. Bene, le volpi girano intorno ai pollai….il paese è vicino.”

Il silenzio della notte fu rotto da un suono che giungeva ovattato attraverso la cortina di neve che continuava a cadere: era una campana e batteva la mezzanotte.

Francesco quasi gridò dalla gioia: non poteva essere che la chiesa di Fenestrelle e la direzione da cui proveniva era inconfondibile. Accese un altro zolfanello per guardarsi intorno e cominciò la marcia verso quei rintocchi; la neve avrebbe cancellato presto le sue orme. La testa continuava a fargli molto male e ogni passo lo faceva sprofondare fino a mezza gamba…era faticosissimo ma doveva arrivare alla chiesa prima che albeggiasse e ognuno di quei passi lo avvicinava alla libertà.

Don Giacomo, era sicuro, lo avrebbe accolto e protetto…

Connie Castellano


Il racconto che abbiamo ricevuto venne pubblicato sul n. 1 del 2007 della Rivista Due Sicilie diretta da Antonio Pagano.

Zenone di Elea – 24 Maggio 2009

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DUE SICILIE nr. 1 anno 2007
DUE  SICILIE
nr. 1 anno 2007
SOMMARIO
3. Largo 'e Palazzo 
4. Commemorazione di Francesco II ad Arco (Trento)
5. Quell'uom dal fiero aspetto 
6. La Civiltà Cattolica 
8. I Borbone 
10. Non tutti sanno che …
11. Stanno preparando la commemorazione di scalippione
12. Un vero eroe del Sud 
13. Chi uccise Ninco Nanco? 
14. Il colpo di testa di un Principe Reale
15. Borbone contro Savoia a Bari 
16. Ai Napoletani
17. Caiazzo: la vittoria mancata 
25. Lo Scaffale duosiciliano
26. Fronte nazionale siciliano 
27. Lo Stato contro
28. Caravan Petrol
29. A proposito di civiltà
30. Morte di un anarchico siciliano
32. Fenestrelle, Fenestrelle
35. Quale rotta per le Due Sicilie?
36. José Borges, valoroso soldato cristiano








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