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http://camorraecamorristi.napolionline.org/
CAMORRA & CAMORRISTI - La storia della camorra - Dal 1850 al 1900

Il "patriottismo" napoletano

L'unificazione d'Italia era ormai in pieno atto; fin dal 4 giugno 1859, con la vittoriosa battaglia di Magenta, la Lombardia, liberata dal giogo austriaco, era stata annessa al Piemonte; l'11 maggio 1860, Giuseppe Garibaldi, coi suoi mille volontari, aveva dato inizio alla redenzione (o conquista che dir si voglia), delle regioni meridionali.

Sul malfermo trono delle Due Sicilie, sedeva adesso Francesco, un ventitreenne pavido e timido. Solo in seguito alle insistenze del suo confessore, il nuovo re, che i napoletani chiamavano Francischiello, si era deciso, alcune settimane dopo le nozze con la bella e affascinante Maria Sofia di Baviera, a compiere i suoi doveri coniugali.

 

I successi delle camicie rosse in Sicilia, le pressioni dell'ambasciatore di Francia Brénier e i consigli di molti uomini politici indussero Francesco I, il 25 giugno 1860, a richiamare in vigore lo statuto. Con questa mossa il re sperava di dare un contentino ai liberali e contemporaneamente di arginare le simpatie che Garibaldi andava conquistandosi nella popolazione, e di bloccare l'opera di sgretolamento dell'esercito borbonico che andavano compiendo gli emissari del conte di Cavour. E tuttavia quello statuto per il quale appena qualche decennio prima i liberali si erano tanto accanitamente battuti, ora non appagava più nessuno: si voleva, adesso, l'Italia unita e libera.


Nello stesso tempo, Francesco promulgò un'amnistia che riportò in libertà, con i patrioti, una enorme quantità di camorristi schedati come liberali; le strade di Napoli incominciarono ad essere percorse da turbe di scalmanati che, con la scusa di inneggiare a Garibaldi provocavano disordini.

Ancora sperando di salvare il salvabile, il re formò, il 27 giugno, giorno in cui si erano verificati gravi tumulti, un nuovo ministero a capo del quale mise il duca Antonio Spinelli e di cui chiamò a far parte, prima come prefetto e poi come ministro di polizia, l'avvocato Liborio Romano, uno strano e ambiguo tipo di liberale che nel passato aveva sofferto più volte il carcere e l'esilio.

Liborio Romano, il ministro dell'interno che trasformò nel 1860 i camorristi in poliziotti. In pratica, scavalcando il duca Spinelli, Liborio Romano diventò il vero arbitro della situazione, ma il re lo assecondò, convinto che il ministro fosse l'unico a poter sorreggere, tirando dalla sua parte i liberali, l'ormai traballante dinastia borbonica.


Da abilissimo mestatore politico, l'avvocato Romano faceva credere ai liberali di star preparando il terreno per l'avvento di Garibaldi, e lasciava intendere ai borbonici di essere l'ultimo strenuo difensore della monarchia: in realtà il ministro, resosi conto che, data la fluidità della situazione internazionale, le due Parti in lotta avevano eguali probabilità di prevalere, agiva in maniera da Poter, in ogni caso, mantenere se stesso a galla. Pressoché inviso a tutti, Liborio Romano era invece idolatrato dai camorristi. Perfino la sua personale guardia del corpo era un affiliato della Bella Società Riformata.


E fu proprio ai camorristi che Liborio Romano si rivolse per costituire la Guardia Cittadina. La sera del 27 giugno, segretamente, l'uomo politico convocò il celebre capintesta Salvatore De Crescenzo detto «Tore 'e Criscienzo» e gli domandò se fosse disposto ad assumere il comando della costituenda nuova polizia, che doveva prendere il posto di quella borbonica. Ottenuta una risposta affermativa, ricevette altri esponenti della camorra, fra i quali Ferdinando Mele, Luigi Cozzolino detto «il Perzianaro», il «Chiazziere» e lo «Schiavetto» e concertò con essi un piano d'azione.

Da allora fino a dopo l'arrivo di Garibaldi, l'ordine pubblico venne diretto ed esercitato, a Napoli, esclusivamente dai camorristi. Contraddistinti da una coccarda tricolore sul cappello e armati apparentemente solo di un bastone, i membri della Bella Società Riformata arrestarono ladri e malfattori e impedirono quei saccheggi che sono tipici dei periodi di transizione politica. Salvarono insomma la città dal caos come hanno riconosciuto tutti gli storiografi tranne, naturalmente, quelli di osservanza borbonica.

Lo stesso Liborio Romano, in un suo volume di memorie, non poté evitare di rievocare quell'evento, sia pure minimizzandolo o comunque cercando di presentarlo nella migliore luce possibile.

Si tratta di una testimonianza storica di eccezionale valore che è indispensabile riportare, qui, per intera.

La violenza popolare del 27 giugno, rimasta necessariamente impunita, perché nei tumulti si sperdono le pruove dei reati; le miti intenzioni mostrate dal governo; il tolto stadio d'assedio; e le tradizionali abitudini di una generazione di uomini, che la civiltà non ha per anco spenta nella popolosa Napoli; erano incitamento ed invito a rinnovare il saccheggio, e le tragiche scene del 1799 e del 1848.

Agognavano mettere a sacco e a ruba la città; ed in tale intendimento avevano già tolti a pigione in diversi quartieri di essa i magazzini in cui si proponevano riporre le vagheggiate depredazioni.

La polizia, per mezzo della vigile ed onesta cittadinanza, conobbe questi nefandi propositi; tutti ne erano grandemente preoccupati; ma non era facile ripararvi.

Imperrocché le antiche guardie  di polizia ed i gendarmi, fatti segno alla pubblica deprecazione, erano fuggiti per salvare la vita; sulla milizia regolare non potevasi fare affidamento; ché se pur taluni di essi non allettavano l'idea del saccheggio, erano avversi al novello reggimento, e cercavano per lo meno ogni occasione per iscreditarlo, e dirlo causa di tutti i disordini: né alcun a altra forza pubblica era efficace.

D'altra parte la reazione, comunque sgominata, serpeggiava latente, e faceva temer e che si collegasse con il partito sanfedista, a fin di seppellire nel saccheggio e nel sangue le libere istituzioni.

Anch'essi i camorristi, dubbiosi e incerti, aspettavano il momento di profittare d i qualsivoglia perturbazione avvenisse. Or, come salvare la città in mezzo a tanti elementi di disordine e d'imminenti pericoli.

Fra tutti gli espedienti che si offrivano alla mia mente agitata per la gravezza del caso, un solo parvemi, se non di certa, almeno di probabile riuscita, e lo tentai.

Salvatore De Crescenzo detto «Tore 'e Criscienzo», il capo della camorra assurto nel 1860 a capo della Guardia Cittadina. Pensai di prevenire la triste opera dei camorristi, offrendo ai più influenti loro capi un mezzo per riabilitarsi; e così parvemi di toglierli al partito del disordine, o almeno paralizzarne le tristi tendenze, in quel momento in cui mancavami ogni forza, non solo che a reprimerle, a contenerle.

Laonde, fatto venire in casa mia il più rinomato fra essi, sotto le apparenze di commettergli il disbrigo di una mia privata faccenda; lo accolsi alla buona, e gli dissi che era venuto per esso e pe' suoi amici il momento di riabilitarsi alla falsa

Posizione cui aveali sospinti, non già la loro buona indole popolana, ma l'imprevidenza del governo, la quale avea chiuse tutte le vie all'operosità priva di capitali. Che era mia intenzione tirare un velo sul loro passato, e chiamare i migliori fra essi e far parte della novella forza di polizia; la quale non sarebbe stata composta di tristi sgherri e di vili spie, ma di gente onesta, che, bene retribuita de' suoi importanti servizii, avrebbe in breve ottenuto la stima de' propri concittadini.

Quell'uomo, da prima dubbioso ed incerto, si mostrò tosto commosso dalle mie paroe, smise ogni diffidenza, volea baciarmi la mano; promise anche di più di quello che io chie deva; soggiunse che fra un'ora sarebbe tornato da me alla prefettura.

E prima che l'ora fosse trascorsa, venne con un suo compagno; mi assicurarono di aver dato le debite prevenzioni ai loro amici, e che io potea disporre della loro vita.

E mantennero le loro promesse; e per modo da convincermi, che se gli uomini purtroppo non sono interamente buoni, neppure sono interamente perversi, se tali non si costringono ad essere.

Improvvisai allora, ed armai, senza por tempo in mezzo, una specie di guardia di pubblica sicurezza, come meglio mi riuscì di raggranellarla fra la gente più fedele e devota ai nuovi princìpi e all'ordine; frammischiai fra questo l'elemento camorrista, in proporzione che, anche volendo, non potea nuocere; disposi che si organizzasse in compagnie; posi a capo di essi coloro che ispiravano maggior fiducia; ed ordinai che, divisi in pattuglie, scorressero immantinente tutti i quartieri della città.

Questo provvedimento istantaneo, ed istantaneamente attuato, sconcertò i disegni dei tristi, colpiti assai più dall'attitudine che dall'impotenza della forza; e così l'ordine, la città e le stesse libere istituzioni, furono salvi dal grave pericolo che li minacciava.

Si condanni ora il mezzo da me adoperato; mi si accusi di aver introdotto nella forza di polizia pochi uomini rotti ad ogni maniera di vizi e di arbitri. Io dirò a cotesti puritani, i quali misurano con la stregua dei tempi normali i momenti di supremo pericolo, che il mio compito era quello di salvare l'ordine; e lo salvai col plauso di tutto il paese.


In realtà gli affiliati alla setta, per decidere sulla proposta del ministro di polizia, si riunirono in un'assemblea che fu movimentatissima: si pronunciarono immediatamente favorevoli i camorristi di rione Montecalvario e Pignasecca, mentre quelli di Santa Lucia furono molto più titubanti.

Infine la Bella Società Riformata, una volta accettata la proposta di Liborio Romano, deliberò che, anche nei ranghi della polizia, il grado più alto dovesse essere conferito al capintesta «Tore 'e Criscienzo».

Furono nominati commissari, fra gli altri, i camorristi Cozzolongo, cameriere di una locanda, Ferdinando Mele, il garzone di un parrucchiere di via Chiaia, un parrucchiere del «Teatro Nuovo» e un ex spazzino; al taverniere Callicchio toccò la carica di ispettore. Tali nomine vennero regolarmente ratificate da Liborio Romano.

Non si può dire che, almeno nei primi giorni del loro mandato, gli ex camorristi diventati poliziotti si fossero comportati molto bene. Incominciarono col pugnalare il loro collega Peppe Aversano, quindi passarono a compiere molte vendette private.

In piazza San Nicola alla Carità aggredirono il giovane ispettore della polizia borbonica Perrelli, che nel passato li aveva perseguitati; ferito gravemente, l'ispettore venne adagiato su una carrozzella e avviato all'ospedale, senonché Ferdinando Mele lo raggiunse e gli inferse il colpo di grazia, uccidendolo.


Un altro ex commissario di Pubblica Sicurezza, Cioffi, fu picchiato a sangue e si salvò per miracolo. Istigati da patrioti del comitato «Ordine», il 28 giugno i camorristi incominciarono a dare l'assalto a tutti i commissariati di Pubblica Sicurezza, distruggendo gli archivi e poi sedendosi pomposamente dietro le scrivanie, forti della loro nuova condizione.

Al commissariato del rione Stella, dal quale i poliziotti borbonici non avevano voluto sloggiare, vi fu una sparatoria nutritissima. Dopo aver compiuto simili bravate, i membri della setta si toglievano dal capo il berretto con la coccarda tricolore, simbolo della loro qualifica di tutori dell'ordine, e si abbandonavano a pubbliche questue. Chi rifiutava di dare qualche soldo, veniva accusato di essere nemico della patria italiana e riceveva bastonate.

Per fortuna, sfogatisi abbondantemente nei primi giorni, i camorristi- poliziotti si rivelarono, successivamente, integerrimi paladini della legge e furono proprio essi a tutelare il passaggio dei poteri dopo la partenza di Francesco. Il re Borbone lasciò Napoli, ove già erano entrati alcuni bersaglieri sbarcati dalle navi inviate da Cavour, il 6 settembre.


Qualche ora prima di uscire per l'ultima volta dalla reggia, il sovrano si rivolse al ministro di polizia e, per fargli capire che, se fosse ritornato sul trono, l'avrebbe fatto impiccare, gli disse: «Guardatevi la testa».

Liborio Romano, che già aveva spedito un telegramma di benvenuto a Garibaldi, rispose: «Maestà, rimarrà a lungo sul mio collo». L'eroe dei due mondi entrò in Napoli all'una del pomeriggio del 7 settembre, e furono ancora i camorristi a badare, durante quei drammatici momenti, al mantenimento dell'ordine pubblico.

Anzi, in testa al corteo che seguiva la carrozza di Garibaldi, si erano messi i camorristi Jossa, Capuano, Mele, lo stesso «Tore 'e Criscienzo» nonché la tavernaia Marianna De Crescenzo detta «La Sangiovannara».

Costei, secondo gli storiografi di parte borbonica Giacinto De Sivo e Giuseppe Buttà, aveva fama di esser camorrista e come tale si comportava contraddicendo una regola e una tradizione che negava alle donne la possibilità di appartenere  alla Bella Società Riformata. Venne effigiata da un celebre pittore. Saverio Altamura.

Nel nuovo ministero formato da Garibaldi, a capo del quale fu messo Luigi Carlo Farini, la carica di ministro della polizia continuò, per poco ancora, ad essere occupata da Liborio Romano. E i camorristi, coccarda tricolore sul cappello, serbarono saldamente i gradi di commissari di polizia. Col pieno assenso di Garibaldi, naturalmente. Del resto in Sicilia il «Dittatore» era stato ben lieto di accogliere fra i suoi volontari, tramite il barone Giuseppe Sant'Anna, moltissimi picciotti reclutati nelle file della mafia.

Nelle prime settimane successive all'ingresso di Garibaldi, Napoli poté far esplodere tutta la sua pittoresca esuberanza che, come sempre, presentava in molti casi aspetti anche ridicoli e patetici.

Usciti dalle fortezze in cui si erano asserragliati, gli ultimi soldati borbonici in procinto di raggiungere il grosso delle truppe a Capua, circolavano ancora, in perfetta uniforme, per le strade della città, e si scambiavano saluti d'ordinanza con i bersaglieri piemontesi, con i garibaldini e con i componenti della Guardia Nazionale e della Guardia Cittadina.

Chi governava?

Ufficialmente il ministero insediato da Garibaldi, ma vi era poi un consiglio di dittatura e vi erano comitati vari. In tale guazzabuglio i camorristi, ancora con la coccarda tricolore sul cappello, erano forse i soli a non aver perso completamente la testa.

Era però assurdo pretendere che i membri della Bella Società Riformata, per il solo fatto di essere stati inquadrati in un corpo di polizia e di essere stati nominati chi commissario e chi ispettore, potessero comportarsi eternamente da galantuomini.

Dopo i primi momenti di euforia, infatti, i camorristi si accorsero che la loro nuova condizione di tutori dell'ordine, poteva favorirli nell'esercitare più agevolmente i tradizionali soprusi.

Il capintesta Salvatore De Crescenzo decise di avocare alla sua squadra tutte le tangenti sul contrabbando di mare, mentre il capintrito Pasquale Merolle si riservò le tangenti sul contrabbando di terra. Alla testa dei loro fidi, i due camorristi sorvegliavano tutti i varchi della città, ogni volta che arrivavano casse di merci, essi dicevano ai doganieri: è roba di zio Peppe, è roba di Garibaldi.


Gli importatori furono esonerati  così dal versare il dazio all'erario, ma non dal consegnare ai poliziotti- camorristi grosse somme che finivano nei forzieri della Bella Società Riformata.

Altri varchi cittadini erano piantonati dai gregari del capintrito Antonio Lubrano detto «Totonno 'a Porta 'e Massa». «E roba di zio Peppe», ripetevano anche loro ai doganieri, e pure il dazio sui bovini veniva dirottato verso le casse della criminale setta.

Gli introiti della dogana, che normalmente, malgrado la secolare presenza della camorra, si aggiravano sui 40.000 ducati al giorno, scesero rapidamente a 1.000 ducati; e vi fu anche un giorno in cui, in tutta Napoli, i gabellieri riscossero appena venticinque soldi. Nel mese di dicembre, in una sola notte, vennero arrestati, dai militari, novanta poliziotti-camorristi: già 1'indomani la dogana riuscì a incamerare 800 ducati.

Nella confusione politica e amministrativa della città, comparve una schiarita il 3 gennaio 1861, quando il principe Eugenio di Carignano sostituì nella luogotenenza Luigi Carlo Farini, dimostratosi troppo debole. Il nuovo ministro era affiancato dal giovane diplomatico Costantino Nigra, il quale aveva il compito di inviare dettagliate relazioni a Cavour sulla situazione napoletana.

La carica di direttore della polizia andò al patriota Silvio Spaventa che, immediatamente, sciolse il corpo delle Guardie Cittadine e lo rimpiazzò con quello delle guardie di Pubbli ca Sicurezza, licenziando insomma i camorristi.

Naturalmente questo fermo atteggiamento gli procurò innumerevoli inimicizie; per poco, anzi ' non gli costò la vita. Il 19 gennaio vi fu una prima dimostrazione contro il nuovo funzionario. Gruppi di camorristi, chiedendo di essere reintegrati nei ruoli della polizia, percorsero le strade di Napoli e provocarono tumulti gravissimi.

Ma la manifestazione più massiccia, i camorristi l'organizzarono tre mesi dopo, il 26 aprile, quando Spaventa, d'accordo col generale Tappeti, emanò un'ordinanza che faceva divieto ai componenti della Guardia Nazionale, anch'essa inquinata, di indossare l'uniforme fuori dalle ore di servizio.

Una fiumana di ex Guardie Cittadine, di Guardie Nazionali e di garibaldini, guidati dai capi della Bella Società Riformata invasero il ministero chiedendo la testa di Silvio Spaventa. Il patriota fu salvato dalla presenza di spirito dei segretari Giuseppe Colucci ed Emilio Vaglio i quali riuscirono a farlo fuggire da una scala segreta.

Delusi, ma decisi a non darsi vinti, i camorristi si avviarono verso il palazzo Latilla, dove Silvio Spaventa, ospite di Onorato Croce, aveva preso dimora e, trovatolo deserto, lo devastarono.

Un camorrista, per bravata, si affacciò da una finestra e, mostrando alla folla un coltello , gridò: «Ho ucciso Silvio Spaventa! L'ho ucciso con questo!».


La folla applaudì a lungo. Informato, nel suo rifugio, di questi drammatici avvenimenti, Silvio Spaventa si rese conto che gli rimaneva un sol sistema per recuperare il suo prestigio di direttore della polizia: dimostrare, ai camorristi, di non temerli affatto.

Volle dunque uscire a piedi e, accompagnato da Costantino Nigra, da Federico Quercia e da Tommaso Arabia, andò a cenare al Caffè d'Europa che allora era diventato, appunto, il quartiere generale della polizia camorristica.

Quindi, assolutamente solo, si recò al teatro San Carlo, entrò in un palco di seconda fila, di cui erano titolari i suoi amici Petroni, assisté tranquillamente allo spettacolo, e andò infine a farsi una passeggiata notturna per via Toledo.

Ammirati e sorpresi per il suo coraggio, i camorristi non osarono molestarlo. Purtroppo, quella di sgominare la setta rimase un'illusione per Silvio Spaventa. La lotta iniziata da Silvio Spaventa fu proseguita, nel 1862, dal questore Carlo Aveta.

La situazione era più che mai disastrosa. Ufficialmente estromessi dalle forze di polizia, gli affiliati alla setta avevano tuttavia guadagnato altre innumerevoli leve di potere: ogni volta che faceva arrestare un camorrista, Carlo Aveta riceveva almeno venti lettere di deputati i quali lo pregavano di annullare il provvedimento.

La verità è che i camorristi, sebbene analfabeti, erano già in grado di manovrare le masse elettorali, per cui quei napoletani i quali ambivano ad occupare un seggio nel parlamento di Torino, dovevano ricorrere al loro appoggio.

Nel luglio del 1862, approfittando di quello stato di assedio che era stato proclamato nelle province meridionali per consentire al generale Lamarmora di combattere il brigantaggio, il questore Aveta decise di condurre un'azione massiccia contro la camorra.

E tuttavia non trovò niente di meglio da fare che seguire, mutatis mutandis, l'esempio di Liborio Romano. Considerato che a Napoli, oltre ai camorristi imperversavano i guappi, quegli individui che, pur comportandosi da sopraffattori non erano affiliati alla Bella Società Riformata, Carlo Aveta pensò di chiedere il loro aiuto.

Volle mettere, insomma, guappi contro camorristi.

I guappi Nicola Jossa e Nicola Capuano, i quali già, sebbene per poco, avevano ricoperto incarichi nella Guardia Cittadina furono convocati dal questore Aveta e promossi delegati di Pubblica Sicurezza.


Il provvedimento, per la verità, si rivelò quanto mai efficace. Fu soprattutto Nicola Jossa a rendere grossi servigi all'ordine pubblico. Il delegato ex guappo, che conosceva i camorristi di Napoli uno per uno, li andava a scovare nei posti più impensati, perfino nel bosco di Capodimonte, li fissava con occhi sprezzanti, li colpiva a scudisciat e sulle mani, e: «Avanti! Dirigiti verso il carcere di Castelcapuano. Io ti seguo a due passi di distanza!», urlava.

Ogni giorno, scovati da Jossa. decine di camorristi, diventati improvvisamente docili e arrendevoli, entravano nelle prigioni. Spronato dal questore, Nicola Jossa volle poi compiere un'azione di bonifica al Ponte della Maddalena dove, ritto sull'uscio dell'ufficio doganale, il celebre capintesta Salvatore De Crescenzo imperava indisturbato.

Andò lì tutto solo, Nicola Jossa. Si avvicinò al capintesta, il quale, come sappiamo, nel periodo di transizione aveva ricoperto il grado di caposquadra della Guardia Cittadina, e gli disse: «Da oggi in avanti, tu qua non comandi più. Il ponte della Maddalena appartiene alla legge» .

Una lunga e pacata discussione indusse i due a decidere di sfidarsi a una zumpata: se avesse vinto «Tore 'e Criscienzo», il ponte della Maddalena sarebbe rimasto nelle mani della camorra; in caso contrario sarebbe passato allo Stato.

L'indomani mattina Nicola Jossa e «Tore 'e Criscienzo» si incontrarono al Campo di Marte. Entrambi a torso nudo, ciascuno armato di un affilato coltello, essi disputarono una drammatica zumpata. Nicola Jossa ebbe il sopravvento ma, generosamente, anziché uccidere il suo avversario, si limitò a ferirlo al braccio. «Il ponte della Maddalena appartiene alla legge. Accompagnami al carcere», disse Salvatore De Crescenzo.

 









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