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Fonte:
http://www.societalibera.org/

Marco Minghetti e le sue opere

Minghetti e la destra storica

Aldo Berselli *


Marco Minghetti non discendeva dalla tradizionale nobiltà cittadina. I suoi antenati erano stati, nel '700, cultores terrarum, proprietari di un fondo che coltivavano con le loro braccia. Il nonno aveva abbandonato la terra per venire in città ad esercitare il commercio della canapa e di coloniali. Abile, intraprendente, coraggioso ma anche fortunato. Gli era appena giunto nel porto di Marsiglia un forte carico di zucchero, caffè e spezie varie quando Napoleone Bonaparte, da Berlino nell'ottobre del 1806, emanò il decreto del blocco continentale in base al quale tutti i porti europei erano chiusi al commercio inglese, provocando uno smisurato rialzo dei prodotti importati e di conseguenza notevolissimi guadagni per il commerciante bolognese. 


Il figlio Giuseppe, padre di Marco, abbandonò il commercio e investì nelle terre. Sposò Rosa Sarti, di ricca famiglia borghese anch'essa proprietaria di terre. Alla morte del padre, Marco venne a trovarsi in una situazione di agiatezza - come scrive nelle sue memorie - che lo rendeva uomo libero e indipendente. Era in realtà un po' più che agiatezza. Se proviamo a farne una valutazione approdiamo a dati interessanti. Secondo il Catasto Gregoriano nel 1835 le proprietà terriere di Minghetti avevano una consistenza di 1598 ettari ed erano sparse in quasi tutti i comuni della provincia. E' importante aggiungere che egli non era estraneo al mondo delle banche e del credito: nel 1837, a diciannove anni, è azionista fondatore della Cassa di Risparmio in Bologna e intrattiene, poi, anche rapporti con la Banca dello Stato Pontificio, ottenendo somme cospicue di denaro per intensificare talune particolari colture e rendere più produttive le sue terre.


Per quanto riguarda la sua educazione è noto che fu affidato in parte a precettori per le lingue straniere e storia; ai padri barnabiti per il latino e a Michele Medici, fisiologo e letterato, per gli studi umanistici. Trascurabile l'insegnamento di Paolo Costa. Per quanto riguarda il suo risveglio alla coscienza politica, esso è dovuto all'influenza che esercitò su di lui lo zio Pio Sarti. Riferisco due episodi sui quali merita riflettere. Ecco il primo: nel luglio del 1830 Marco si trovava in campagna a Cadriano quando vede giungere, in gran fretta, su un carrettino lo zio Sarti che agitava da lontano alcuni fogli: erano i giornali francesi che recavano le notizie della rivoluzione scoppiata a Parigi. Madre e zio si misero a leggere insieme, lui presente, tutto quanto i giornali narravano, esaltando le cosiddette le giornate gloriose. Ne traevano grandi speranze per l'avvenire non solo della Francia ma dell'Europa intera. 


Lo zio era entusiasta. La rivoluzione spazzava via la monarchia di diritto divino restaurata dopo la caduta di Napoleone e con essa finiva il dominio di due suoi pilastri: il clero e l'aristocrazia ereditaria. Creava una nuova monarchia, nuova nel senso che era nata dalla volontà della nazione la quale, riappropriatasi di tutti i suoi diritti, aveva preparato una costituzione legittimata in particolare dalla volontà del ceto più illuminato, colto, attivo di produttori e delle professioni, vale a dire dalla borghesia. 

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Pio Sarti era un fervente fautore dell'idea liberale di lontana incubazione nella nostra città, risalente alla ribellione del Terzo Stato e al giuramento della Pallacorda, che si era fatta più consapevole, dopo la restaurazione, in ceti non titolati, di ricchezza più o meno cospicua frutto dell'attività, del lavoro e anche di professionisti (medici, notai, avvocati, docenti universitari). 

Penso ad esempio a Luigi Valeriani, docente di economia politica, il quale nel 1821, quando fiorivano le sette di varie specie, invitava i giovani studenti a prepararsi, con lo studio severo e l'impegno concreto, al compito di congregare tutte le terre d'Italia in un'unica unità di nazione indipendente con un solo re ad essa stretto con mutuo legame di un patto costituzionale.

Un altro vivo ricordo di Minghetti riguarda la mattina del 6 febbraio 1831 quando lo zio andò a prenderlo nella sua casa di Bologna e lo condusse in Piazza Maggiore: era stata alzata una bandiera tricolore; un mondo di gente che andava e veniva; vi erano uomini armati di schioppi da caccia; popolani e studenti, non pochi, affiliati a sette, che gridavano "viva la libertà" e cantavano anche la Marsigliese. Il Prolegato aveva ceduto il potere ad una commissione di governo da lui nominata con cittadini influenti di tendenza liberale che, sotto la pressione popolare, fu costretta a dichiarare cessato per sempre di fatto e di diritto il dominio temporale della Santa Sede sulle provincie sollevate e di lì venne la proclamazione dello Stato delle Provincie Unite con tutto quel che a essa seguì. Dopo 45 giorni il ritorno degli austriaci pose fine ad una rivoluzione che rendeva evidente l'impotenza delle insurrezioni.


Ricordando questi due episodi Minghetti maturò la convinzione che era impossibile sottrarsi al governo dei preti e al loro giogo mediante moti insurrezionali, sommosse popolari, organizzazioni settarie. Il cammino della nostra libertà era connesso con le evoluzioni, le trasformazioni e le guerre che in Europa avrebbero mutato i rapporti, a tutti i livelli, non solo fra Stato e Stato, ma anche fra le classi sociali entro ciascun Stato.


Intanto, in questo contesto, restava solo la possibilità e la volontà di promuovere una decisa attività riformatrice. Minghetti e altri liberali bolognesi diedero vita nel '39 al rinnovamento della Società agraria, dopo il '40 alle conferenze agrarie, nel '42 alla fondazione del "Felsineo" che dibatté problemi relativi alle riforme (lavori pubblici, scuole, ferrovie, sicurezza personale, amministrazione). Minghetti vi tenne una rubrica relativa ai movimenti che si manifestavano negli stati europei. L'11 giugno redasse un memoriale facendolo pervenire ai cardinali riuniti in Conclave con l'indicazione di tutte le riforme ritenute urgenti e necessarie. Fu fra i fondatori della Conferenza Economica che nel maggio del 1847 accolse con grande entusiasmo Richard Cobden salutandolo come il propugnatore del libero commercio. In quell'occasione prende la parola per esaltare la Lega di Manchester che ha già "operato immani imprese" e produrrà nel mondo profonde mutazioni nella libertà commerciale; e conclude che nella libertà commerciale si difende la libertà dell'uomo.


Quando viene eletto Pio IX, il papa che parve voler realizzare il sogno di Gioberti e assicurarne il suo corso, Minghetti accetta la nomina alla Consulta che egli stesso aveva ideata per collaborare al rinnovamento dello Stato; nel febbraio del '48 è nominato ministro di Polizia. Dopo l'allocuzione di Pio IX del 29 aprile '48, deluso e sconfortato, abbandona Roma e raggiunge in Piemonte il campo di Carlo Alberto che ha mantenuto fede allo Statuto concesso. Tornato a Bologna dopo l'esito infelice delle operazioni militari piemontesi, trova i circoli politici in fermento e orientati per una Costituente romana. Si rifiuta di promuoverla e si schiera nel partito contrario. Per impeto di coerenza? Per debolezza d'animo? Il cronista Bottrigari, liberale fervente e deciso anticlericale, esprime un giudizio che mi sembra molto puntuale: "Marco Minghetti è un diplomatico e non ha slanci di cuore. Non avendo fede nella Costituente vuol serbarsi intatto per un divenire che vagheggia e che forse non è lontano". Passato il biennio rivoluzionario, nella funzione di consigliere comunale, indica ancora,con insistenza, la necessità di riforme e chiede, appoggiato da don Ferranti, la secolarizzazione dello Stato.


Nei circoli bolognesi liberali democratici aperti alla sfida lo definiscono costituzionale pontificio, ma Minghetti non demorde e non cambia la sua tattica di creare strumenti nuovi, anche per lo sviluppo economico. Esisteva a Bologna una succursale della banca dello Stato Pontificio, ma i saggi di sconto e i cambi restavano elevatissimi. Nacque l'idea di fondare, con sede a Bologna, la banca per le Quattro Legazioni (Bologna, Ferrara, Ravenna, Forlì), banca di sconto per il Commercio, l'Industria e l'Agricoltura. Minghetti fu fra i promotori e i soci fondatori. La banca, nata nel '55, era indipendente da quella di Roma e autonoma nella gestione. Costituiva un embrione di autonomia in uno Stato sui generis al quale tale concetto era del tutto estraneo ed era un fatto che aveva un importante significato politico.


Chiamato in Francia nel '56 da Cavour, che partecipava al Congresso di Parigi, Minghetti collaborò alla stesura di due note nelle quali si dimostrava la situazione deplorevole e la condizione dolorosa e pericolosa dello Stato pontificio. 


Nell'estate del '57, Pio IX compì un viaggio nelle Legazioni; a Bologna il 6 agosto ricevette Minghetti in un colloquio che non fu privo di intima e spontanea sincerità. Il pontefice apparve irremovibile a concedere riforme. Minghetti lo avvertì che il Piemonte sarebbe rimasto l'unico erede delle speranze dei popoli. Il colloquio si fermò qui. Rappresentò lo strappo definitivo dal suo passato di costituzionale pontificio.


Cavour, entusiasta della collaborazione prestata da Minghetti a Parigi, lo volle a Torino per affidargli l'incarico di primo segretario al ministero degli Esteri con il compito particolare di seguire gli "affari italiani" e quindi a diretto contatto con lui. Affrontò le difficoltà con il suo personale metodo fatto di prudenza e di capacità di decisione. Per quanto riguarda le Romagne, perfettamente d'accordo con Cavour, affermò il principio della volontà popolare contro quello di legittimità della vecchia Europa. Presidente dell'Assemblea delle Romagne, il 7 settembre '59 presentò e fece votare una mozione da lui stesso preparata la quale dichiarava che "i popoli delle Romagne, rivendicato il loro diritto, non vogliono più governo temporale". 


Nel nuovo Regno d'Italia, nell'ottobre del '60, Cavour lo chiamò al suo fianco come ministro dell'Interno vincendo a fatica le resistenze del re. Lo riteneva, fra gli uomini politici, il più idoneo per attuare un nuovo sistema di amministrazione.


Per fare l'Italia Cavour aveva accantonato, ma non certo abbandonato, l'ideale di un Paese nel quale le autonomie locali fiorissero entro un saldo legame di unità politica. Non diversamente la pensava Minghetti che era fautore dell'autogoverno degli enti locali cui spettano le attività amministrative che portano a migliorare la vita dei cittadini. Aveva già dato prova di intendere il valore delle autonomie locali contribuendo alla creazione della Banca delle Quattro Legazioni. Diventato ministro dell'Interno, sempre più convinto come Cavour che bisognava realizzare la libertà nell'amministrazione, allargarla, estenderla a un livello più ampio, elaborò un progetto di riforma di carattere regionale e concepì la regione come consorzio permanente di province per provvedere all'istruzione superiore, alle accademie di Belle arti, agli archivi storici, a quei lavori pubblici che non sono essenzialmente retti dallo Stato, né sono propri dei consorzi facoltativi e delle singole province.


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Da questo concetto di regione, come consorzio permanente di province, derivava necessariamente la negazione del sistema di elezione diretta: la regione come ente autarchico è amministrata da una commissione composta di membri eletti dai consigli provinciali fra i consiglieri stessi; nel suo aspetto invece di circoscrizione amministrativa dello Stato, aspetto che vive accanto all'altro, essa è sede di un governatore rappresentante dell'autorità centrale nella regione, organo esecutivo della regione stessa e figura termine del massimo decentramento per via di delegazione. La figura del Governatore doveva, secondo Minghetti, garantire contro il rinascere "di piccoli Stati e di piccoli parlamenti".


Spentosi ai primi di giugno improvvisamente Cavour, Ricasoli, suo successore, si rivelò assolutamente contrario alle regioni: era persuaso che la regione fosse una ruota non solo inutile ma dannosa, e che il sistema regionale costituisse la "distruzione di ogni governo". Ribadì questi concetti nel discorso programmatico di governo. Minghetti si dimise. Ricasoli, il barone di ferro, era la personalità più forte e di maggior prestigio della Destra toscana che annoverava uomini come Cambray-,Digny, Peruzzi, Bianchi e Bastogi, per citare solo i vertici. Era un gruppo coeso che verrà fra poco definito, come altri gruppi della Destra, una "consorteria".


Ritornò al governo nel marzo 1863. Presidente e ministro delle Finanze, Peruzzi all'Interno, Visconti Venosta agli Esteri, Pisanelli alla Giustizia e Amari all'Istruzione: una compagine governativa quasi tutta costituita di non piemontesi. Si proponeva di procedere a riforme amministrative-finanziarie che molti esponenti del mondo liberale chiedevano con insistenza, convinti com'erano che i governi fossero sino allora stati subordinati ad una egemonia piemontese a tutti i livelli: nella corte, nella diplomazia, nell'esercito, nei grandi corpi dello Stato. Ma il paese era in quei giorni in ebollizione: meeting in favore del popolo polacco insorto, e Garibaldi raccoglieva volontari per muovere verso Roma. Minghetti capì subito che non si poteva accantonare il problema della Capitale nella quale erano ancora presenti le truppe francesi.


Riprese le trattative già avviate da Cavour con Napoleone III e, come tutti sappiamo, riuscì in assoluta segretezza, a concludere la cosiddetta Convenzione di settembre che presentò alla Camera e che fu immediatamente approvata. Tra i voti favorevoli erano quelli di Sella, Lanza e Lamarmora i quali, in particolare Sella, divennero perciò i massimi esponenti della Destra piemontese. Torino insorse. Il re, che era stato tenuto all'oscuro di tutto, definì Minghetti un "ipocrita". Questi si dimise. Fino al '69 non ci fu più spazio per lui. Nelle elezioni politiche dello stesso anno non riuscì ad essere rieletto nel tradizionale primo collegio della sua città: i liberali progressisti bolognesi ancora non gli perdonavano di essere stato ministro pontificio e devoto al papa.


Fu eletto nel collegio di Legnago che continuò a confermarlo. Sempre nel '69 finirono i cosiddetti governi del re e si formò il governo Lanza - Sella nel quale la figura dominante era Sella; agli Esteri sempre e ancora Visconti. Scoppiata la guerra franco-tedesca, Visconti inviò Minghetti a Vienna perché nessuno meglio di lui conosceva la situazione generale europea. Dopo la sconfitta di Sedan spetta a Sella il merito di aver fatto tutto quello che poteva per entrare in Roma. Minghetti era del tutto d'accordo con lui e, da Vienna, esortava Visconti a non avere esitazioni confortandolo. Aperta la breccia a Porta Pia, assicurava Visconti circa l'atteggiamento dei governi europei, nessuno dei quali nutriva più riserve anche sul plebiscito e l'annessione al Regno d'Italia. Entrati nella Capitale, la questione romana stava ancora davanti a loro nel suo aspetto più difficile che era quello di stabilire le condizioni che dovevano essere date per assicurare la libertà e l'indipendenza del capo della Chiesa Cattolica nell'esercizio del suo potere spirituale. Alcuni pareri. 


Ricasoli: la nazione deve spiegare la bandiera della libertà della Chiesa e della separazione completa e assoluta, compiendo così una rivoluzione politica e sociale la più splendida dopo la rivoluzione del cristianesimo, ma a patto che non si intenda la Chiesa una mera congregazione di sacerdoti. Sella: la nuova missione di Roma capitale è la scienza, Roma centro di scienza equivale a una Roma laica solidamente costruita di fronte al Vaticano e alla tradizione ecclesiastica.


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Molto vicino a lui Luzzatti, giovane recluta della Destra, il quale confessa di non riuscire a comprendere come si possano conciliare due principi opposti come sono la Chiesa Cattolica e lo Stato moderno. Minghetti: l'Italia una e libera è stata fatta; occorre determinare le garanzie dell'indipendenza del pontefice e del libero esercizio dell'autorità spirituale della Santa Sede: compito dell'Italia è quello di portare nel mondo una nuova idea: quella della libertà largamente applicata rapporti della società civile con la religione e porsi così all'avanguardia del movimento liberale europeo.


Il dibattito parlamentare fu avviato sul testo della Commissione che divideva la legge in due titoli. Il primo si intitolava Delle prerogative del Sommo Pontefice, il secondo aveva per oggetto Le relazioni della Chiesa con lo Stato in Italia. Deus ex machina del progetto fu Bonghi. Il progetto dimostrava né posizioni giurisdizionalistiche, né idee riformatrici ricasoliane. Il dibattito fu intenso e vi parteciparono fautori della formula cavouriana, deputati clericali, fautori del giuridizionalismo, cattolici liberali della statura di Stefano Jacini. Minghetti intervenne più volte con la sua seducente e raffinata eloquenza, ma lo fece con grande energia sull'articolo relativo al placet e agli exequatur contro coloro che, adducendo vari ordini di motivi, sostenevano la necessità dell'ingerenza dello Stato nelle nomine dei vescovi. 


Minghetti ricordò, a confutazione, che Cavour intendeva rinunciare a qualunque diritto di nomina o raccomandazione dei vescovi; e chiarì il proprio pensiero: "lo Stato ha il suo proprio fine e questo fine è distinto e indipendente da quello della Chiesa; non già che lo Stato, come con esagerazione straniera si dice, sia ateo, sia laico: esso è incompetente in materia religiosa. La Chiesa è una associazione libera la quale vive nello Stato e non deve avere vincolo alcuno che non abbiano le altre società. I diritti della Chiesa non sono privilegi che le provengono dalla propria essenza; scaturiscono dal diritto individuale di ciascun cittadino che si accoglie in associazione. Certo la Chiesa è grandemente rispettabile e per la nobiltà e per la grandezza della sua missione e pel numero dei suoi membri, ma non perciò deve avere privilegi: è una società che vive dentro lo Stato e quindi soggetta alla legge comune".


Quando la legge per le guarentigie fu votata, la Destra, nonostante essa fosse dal punto di vista giuridico non priva di antinomie e fosse di fatto frutto di un compromesso politico, si dichiarò soddisfatta dell'opera compiuta e di aver portato a termine una linea politica, iniziata con Cavour nel '55, quando era stata aperta la breccia per entrare nella fortezza del clericlarismo e costituire lo Stato moderno. E' un fatto innegabile che all'ombra della legislazione ecclesiastica liberale fu possibile la grande e mirabile ripresa delle istituzioni cattoliche nei decenni successivi al '70. 


Ma subito apparve una nuova urgente questione: quella del pareggio. Protagonisti Sella e Minghetti che proprio non si amavano, anzi non si sopportavano. Minghetti giudicava Sella un analitico al quale mancava nei grandi affari di stato la sintesi decisiva. Sella giudicava Minghetti un uomo di cultura letteraria, un uomo del Rinascimento al quale non si poteva affidare con tranquillità i sommi affari di Stato. 


Nel dicembre del '71 Sella presentò un piano inteso a raggiungere il pareggio entro cinque anni, un piano rigoroso e nello stesso tempo un omnibus, un insieme cioè di nuove imposizioni e di aggravi fiscali che indiscriminatamente ferivano a morte troppi interessi. 


Minghetti non si sentì questa volta di appoggiare e di avallare una pioggia di nuove imposte e che si dovesse invece trarre maggior introito riordinando quelle esistenti e rendendone più facile e meno dolorosa la riscossione: occorreva far fruttare le imposte esistenti e dar tregua e sollievo, nei limiti del possibile, ai contribuenti: sanare il deficit sì, ma evitando di soffocare lo sviluppo dell'agricoltura, dell'industria e del commercio. Sella rimase fermo nelle sue idee, ma la Camera, nella tornata del 20 giugno '73, bocciò il suo piano quinquennale. Votarono contro anche i seguaci di Minghetti e di Peruzzi. Fu segno grave di una scissione interna della Destra. A Sella non restò che dimettersi. 


La successione spettò al Minghetti. Riuscì a fatica a comporre un ministero. Dovette accollarsi le Finanze, rimase Visconti Venosta agli Esteri, agli Interni andò Girolamo Cantelli, consigliere di Stato, poco conosciuto, legato ai gruppi più conservatori della Destra. Ai Lavori pubblici andò Spaventa, politico temprato, coraggioso, di grande capacità di lavoro. A Minghetti però mancava l'appoggio di Peruzzi e di Sella: per sopravvivere aveva bisogno dell'appoggio di un gruppo della nuova Sinistra che veniva costituendosi in modo autonomo rispetto alla Sinistra, per così dire "storica". Con questa puntò alla creazione di una working majority per una politica di riforme.


Per rafforzare il ministero, Visconti e Minghetti indussero il re a intraprendere, nel settembre, un viaggio a Vienna e a Berlino che confermò un accordo morale, una entente pacifica, senza che fossero sottoscritti trattati. L'accordo comportava il riconoscimento definitivo dell'unità raggiunta e l'ingresso del nuovo Stato fra le potenze europee, a pieno titolo, come fattore necessario della pace e dell'equilibrio dell'Europa e garanzia per i principi di ordine e di conservazione sociale. Un altolà alla Francia e alle intenzioni del clericalismo francese. Un capolavoro di politica estera. Rassicurata la posizione internazionale Minghetti mirò a qualificare il suo ministero con una proposta di legge, intesa a disciplinare la circolazione cartacea, nel periodo e per il solo periodo forzoso. Con essa concedeva finalmente l'emissione a sei banche principali, con corso legale, non più regionale, ma in tutte le città dove avessero sedi succursali e rappresentanze. Era la prima legge organica sulle banche d'emissione. Accontentava interessi particolaristici e regionali e tutti coloro, ed erano tanti, che accusavano la Banca Nazionale di egemonismo. La proposta fu votata nella tornata del 13 febbraio '74 da una maggioranza compatta quale non si era mai vista alla Camera dopo Cavour: restavano all'opposizione il gruppo di Sella legato alla Banca Nazionale, e a sinistra, il gruppo Crispi-Nicotera.


Fu il momento più fortunato del nuovo corso politico sperimentato da Minghetti. Ma quando presentò i provvedimenti finanziari l'appoggio cominciò a venirgli meno, in particolare era combattuto il provvedimento relativo agli atti non registrati. Si trattava di una misura ispirata a principi di giustizia e di moralità: si citava il caso di "ricchi e potenti elettori" che non avevano né denunciato né registrato proprietà appartenute a corporazioni religiose soppresse nel 1866, e numerosi erano i contratti simulati fatti in quegli anni per i beni dell'asse ecclesiastico. Minghetti non intendeva rinunciare al pareggio che aveva programmato di raggiungere nel '76, ma il provvedimento relativo agli atti non registrati venne respinto a scrutinio segreto per un solo voto. Sella e Peruzzi non gli erano venuti in soccorso, e tuttavia riuscì, con altre misure, a raggiungere il suo obiettivo. 


Minghetti presentò le dimissioni ma il re le respinse. Non riuscì mai più ad aggregare la Destra attorno a un obiettivo condiviso da tutti i gruppi che la componevano. 


Nelle elezioni politiche del novembre '74 produssero sgomento i risultati del Mezzogiorno: il partito liberale moderato aveva guadagnato nelle Provincie settentrionali, aveva conservato le posizioni in quelle centrali, ma era stato battuto in misura grave nel Mezzogiorno. Minghetti scriveva a Ricasoli: "Questo accentuarsi di due Italie, una meridionale e una settentrionale, è fenomeno grave". In effetti l'Italia dello sviluppo aveva votato la Destra, l'Italia dell'arretratezza la Sinistra. Era nel panorama generale del Paese un'altra anomalia che si aggiungeva alle troppe difficoltà di ogni genere che allarmavano la classe dirigente. 


In un contesto dominato, senza pausa, dal dibattito sulla strada da percorrere per mettere concretamente in moto il processo di trasformazione dei partiti e della società, intanto era spuntato e cominciava ad affermarsi il socialismo anarchico libertario per la predicazione affascinante di Bakunin. La lotta politica incominciò ad assumere un volto sino allora impensabile. La classe dirigente di destra, sempre vigile e dominata da paure di ogni genere, fu tratta ad usare lo strumento tradizionale della repressione per troncare con durezza "le mene dei sovversivi". Ciò avvenne nella primavera del '74, quando l'Internazionale bakuninista era una forza in espansione e anche Andrea Costa predicava la rivoluzione sociale, annunciandola imminente.


Uguale fu l'atteggiamento di intervento inteso a sgominare le fila del sovversivismo repubblicano. Ciò avvenne nell'agosto del '74 nei confronti di un gruppo di mazziniani romagnoli e di altre parti d'Italia che si erano riuniti a convegno a Villa Ruffi nel riminese. Si fece una retata di tutti i convenuti che vennero arrestati e incarcerati. Non si trovò nemmeno una striscia di carta né a Villa Ruffi né altrove a prova della temuta vasta congiura. In Sicilia, deputati di sinistra denunciavano che l'autorità dello Stato era quasi annientata, il diritto di proprietà violato e la sicurezza personale esposta a gravissimi pericoli, e chiedevano misure eccezionali per estinguere la mafia. Minghetti, al di là di ogni scrupolo costituzionale, accolse l'invito a restaurare l'ordine e presentò, nel dicembre '74, un progetto di legge contenente provvedimenti straordinari. 


Lo schema di legge incontrò subito aperte opposizioni alla Camera, nella stampa di ogni tendenza, siciliana e nazionale, nei gruppi politici, anche in uomini che si sentivano parte della Destra. La discussione della legge rivelò il disimpegno anche di suoi amici che finirono per svuotarla nel suo contenuto e a ridurla ad un articolo unico assolutamente riduttivo. Solo Ricasoli era apparso sicuro sostenitore di Minghetti. Per il Governo divenne infine una partita persa. E' però un fatto che, caduto l'ultimo governo della Destra, la Sicilia si trovò abbandonata a se stessa. 


La Destra visse in quegli anni momenti di grande tensione e di dissenso interno nell'impegno di salvaguardare insieme la libertà e l'ordine sociale. Il suo comportamento non fu mai monolitico e dogmatico e la formula "la libertà nella legge" non venne adottata senza la consapevolezza della sua astrattezza e del suo equivoco formalismo. E dunque non senza travaglio, talvolta drammatico e profondamente sofferto. 


Infine, si presentò un altro grosso nodo da sciogliere e che riguardava "il conflitto degli interessi". Dopo il '70, le Società delle strade ferrate avevano cominciato a trovarsi di fronte a difficoltà sempre crescenti che finirono per coinvolgerle tutte dalle Romane alle Meridionali e infine all'Alta Italia. Il Governo si trovò ingaggiato con esse in una serie di conflitti a non finire. Spaventa, nel maggio del '74, presentò alla Camera le convenzioni recentemente stipulate con le Romane e con le Meridionali e preannunciò, non lontano, il momento in cui lo Stato avrebbe dovuto sostituirsi alle Società e ne disse anche le ragioni.


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L'autonomia della industria ferroviaria non è conciliabile con gli interessi supremi dello Stato; le strade ferrate, in certe circostanze, assumono un'importanza eccezionale per la difesa nazionale, perché esse sono le vene e le arterie per le quali si raccoglie e circola il sangue della ricchezza nazionale e quindi il loro stato di salute si ripercuote istantaneamente e profondamente sul corpo sociale. Lo Stato perciò deve vigilare e intervenire, e l'industria ferroviaria non può considerarsi industria come le altre: in essa non è possibile la concorrenza, e dunque è un monopolio. Lo avevano accusato di statolatria e tanto più lo fecero in quest'occasione. Egli riaffermò la sua idea dello stato "civile" che è "la coscienza direttiva per cui una nazione sa di essere guidata nelle vie, la società si sente sicura nelle sue istituzioni, i cittadini si veggono tutelati negli averi e nelle persone".


Anche Sella, che aveva vissuto l'esperienza del Piemonte dove le ferrovie erano state costruite dallo Stato con ammirabile efficienza, era d'accordo con Spaventa nell'inflessibile difesa dello Stato e in pieno rispetto dei patti con i padroni delle Società ferroviarie. Quando Spaventa propose il riscatto delle ferrovie, soprattutto delle Meridionali e dell'Alta Italia, lo appoggiò. Nacque così un conflitto tra il Governo e uomini della consorteria toscana: Peruzzi, Bastogi, Cambray- Digny, tutti coinvolti nella gestione delle Meridionali e dell'Alta Italia. Il conflitto di interessi fu durissimo. Occorre precisare, a questo punto, che era in atto uno scontro tra Ferrara e Luzzatti. Ferrara, liberale e liberista intransigente, seguito da Peruzzi, muovevano a Luzzatti accuse di germanismo economico, bismarckismo, statolatria, diserzione dal campo liberale e così via. Luzzatti e i suoi seguaci (erano tanti: da Sella a Villari, Fortunato, Morpurgo) erano convinti che il progresso, rendendo più complessi i rapporti sociali, postulava l'intervento dello stato entro i limiti che non offendono in nessun caso la libertà, per equilibrare e armonizzare le contraddizioni esistenti nella società.


Il conflitto si estendeva anche ai trattati commerciali e quando Minghetti ne affidò la negoziazione a Luzzatti, i liberisti lo ritennero un traditore. Minghetti non era un seguace del liberismo puro, astratto e dogmatico: gli pareva che dietro la lotta dei liberisti ad oltranza si nascondesse, al di là dei sacrosanti principi, il fine egoistico proprio degli affaristi di non trovare intralci in uno Stato che si poneva accanto alla libera iniziativa privata, assumendosi campi di controllo, di coordinamento, di promozione e di integrazione. Aveva in qualche misura ragione. 


Per quanto riguarda le ferrovie, vi faccio un esempio. Nella relazione del consiglio di amministrazione delle Meridionali del 15 giugno '74 si legge: "Nascemmo Italiani e fummo sempre Italiani e possiamo dire alto agli amici e ai nemici che fummo benemeriti della Nazione. Ma tutto ha un limite. Noi non abbiamo la missione della Provvidenza e non dobbiamo farci strumento di civiltà a grave scapito nostro. Un patto assurdo stabilisce un antagonismo fra gli interessi nostri e quelli del pubblico e dell'erario: ebbene, si abbia il coraggio di accettarne tutte le conseguenze, e di riconoscere che noi abbiamo il diritto e il dovere di non occuparci ormai che dei nostri interessi". 


Si capisce bene allora l'atteggiamento tenuto da Peruzzi e dai suoi soci quando giunse in Parlamento la legge sul riscatto delle ferrovie nazionali. D'accordo con la Sinistra il 18 marzo 1876 fecero cadere il governo. L'evento fu detto allora "rivoluzione parlamentare".


Così finì l'età della "Destra storica" che, pur con le sue luci e le sue ombre, appare come un'inconfondibile stagione della nostra storia. Fu una classe di governo, tenuta unita sda forti elementi di coesione: decisa volontà di portare a termine la loro opera preparando per l'Italia, finalmente unita, l'ingresso in piena dignità nel concerto delle potenze europee, con la questione romana risolta e con le finanze in ordine, tenuta unita da grandi elementi di coesione: decisa volontà, forte senso dello stato, la ferma ispirazione liberale e il rifiuto ben determinato di slittamenti verso posizioni reazionarie.


Minghetti tentò un accordo organico con Depretis, ma fallì. Le ragioni e gli obiettivi della lotta politica condotta nei suoi ultimi anni sono testimoniate nel brano di una lettera , scritta il 6 novembre 1883, alla regina Margherita, della quale era divenuto intimo consigliere: "Impedire che la democrazia venga a partecipare ognor più al Governo sarebbe vano, è questa l'ubbìa dei partiti retrogradi che pur dovrebbero aprir gli occhi alla verità: bisogna dunque educarla, chè se la democrazia istruita e morale viene a partecipare al Governo la condizione delle nazioni civili potrà vantaggiarsene d'assai, se viene a parteciparvi ignorante e brutale avremo quell'alternativa di anarchia e di dispotismo di cui già la Francia ci diede saggi non pochi. Perciò il compito della Monarchia è nei tempi nostri ancora più necessario e importante che nei tempi passati".


Il "roseo" Minghetti, come erano soliti definirlo amici e avversari, sempre sorpresi e talvolta irritati per la serenità con cui affrontava difficili tornanti del suo impegno politico, incominciava a volgere verso uno stato d'animo con toni di pessimismo per quanto riguarda l'evolversi politico e sociale del nostro paese. 


Scrive Bonghi che tre giorni prima di por fine al suo cammino terreno, Minghetti disse alla moglie:" Io voglio morire nella religione dei miei padri; ma non intendo che neanche mi si chieda ritrattazione o dichiarazione di sorta sugli atti della mia vita politica; li ho tutti compiuti con chiara e sicura coscienza e con convinzione profonda". Fu la regina Margherita a inviargli il sacerdote che gli amministrò gli ultimi conforti della religione. Si spense a Roma il 10 dicembre 1886.




Bibliografia

Riferimenti bibliografici relativi a questo mio intervento: 
1. Lettere fra la Regina Margherita e Marco Minghetti (1882 - 1886) a cura di Lilla Lipparini, Milano, Longanesi, 1947; 
2. L. Lipparini, Minghetti, Bologna, Zanichelli, 1942 - 1947; 
3. Luigi Dal Pane, Economia e Società a Bologna nell'età del Risorgimento, Bologna, Zanichelli, 1969; 
4. Giorgio Porisini, Condizioni monetarie e investimenti nel bolognese. La Banca delle Quattro Legazioni, Bologna, Zanichelli, 1969 ; 
5. Aldo Berselli, La Convenzione di settembre e il trasferimento della capitale da Torino a Firenze, in Il Parlamento Italiano, vol. II, 1861 - 1869, Milano, Nuova CEI, s. d., pp. 147 - 171; 
6. A. Berselli, Marco Minghetti e le leggi di unificazione amministrativa, in L'unificazione amministrativa e i suoi protagonisti, a cura di F. Benvenuti - G. Miglio, Vicenza, Neri Pozza, 1969; 
7. A. Berselli, Il governo della Destra. Italia reale e Italia legale dopo l'Unità, Bologna, Il Mulino, 1997.

* Professore ordinario di Storia Contemporanea Università di Bologna








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