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Fonte:
http://www.unipv.it/

Marcello de Cecco

L'ITALIA GRANDE POTENZA: LA REALTA' DEL MITO


Dall' "Italia serva" alla grande potenza per destino

"Il cuore italiano del vecchio si scaldò al parlare ed egli disse: 'Sa cosa vuol dire l' unità d' Italia? Significa una nazione di venticinque milioni di persone, con più talento, intelligenza ed energia d' ogni altra nazione al mondo, con un esercito di trecentomila uomini, ed una flotta di trecento navi. La storia dimostra l' eminenza dei generali italiani , e i nostri ammiragli presto dominerebbero i mari. L' Italia lasciata a se stessa sarebbe presto la prima tra le grandi potenze del mondo e proprio per questo le cinque potenze europee impediranno sempre la sua unità' ".

Così parlava Pio IX, rivolgendosi a Odo Russell, inviato di Sua Maestà Britannica al Soglio, il 16 gennaio 1861. Il Pontefice romano mostrava in tal modo di essere contrario non alla realizzazione del sogno unitario, del quale nel passato si era fatto fautore, ma al modo col quale l ' Italia unita  stava in effetti venendo alla luce, frutto dell' iniziativa di un Piemonte che egli credeva asservito alle mire imperiali dei francesi in Europa. Dimentico apparentemente del fatto che gli stessi francesi gli avevano salvato il trono nel 1849 e glielo avrebbero preservato fino alla sconfitta di Napoleone a Sedan, papa Mastai sembrava convinto dell' inevitabile destino di grande potenza di una Italia unita, e altrettanto certo della opposizione delle altre potenze europee a tale progetto.

E' stato ripetutamente affermato che l' Italia, unita per l' azione congiunta di Cavour e Garibaldi, e con il beneplacito di Francia e Inghilterra, era grande potenza solo quanto alla propria popolazione, mentre certamente lo sembrava assi meno quando i dati che correntemente rappresentano le condizioni economiche di un paese fossero stati raffrontati a quelli delle grandi potenze europee, Francia Germania e Inghilterra.

Gli italiani, tuttavia, parevano sposare, in generale, la visione del papa. Era, come si direbbe oggi, una visione nella quale il capitale umano dominava assolutamente sugli altri fattori determinanti la crescita economica e politica, ed il paese unito ne possedeva, secondo questa visione, in misura talmente generosa da fargli superare, raggiunta l' unità, la scarsità di matere prime e capitale che certamente lo affliggeva.

Come si vede, al culmine dell' età del romanticismo, il soggettivismo economico, la convinzione che il destino della nuova nazione fosse nelle sue mani, che gli obiettivi più radiosi fossero appena dietro l' angolo, una volta superate le difficoltà che le altre potenze europee avrebbero frapposto all' emergere di un nuovo protagonista in Europa, dominava le menti e i cuori degli italiani. Non mancavano, è vero, alcuni più freddi analisti delle future sorti d' Italia, ma in verità le loro opinioni sembrano forse troppo pessimiste anche in vista dei dati comparati che riguardano il PIL totale e pro-capite forniti recentemente dall' OCSE. Se vogliamo credere ad essi, l' Italia, nel 1870, aveva un PIL totale di 42.814 milioni di dollari a prezzi del 1990, ed era la quarta tra le potenze europee occidentali ( quinta se si considera la Russia). Il suo PIL  pro capite, anch' esso misurato in dollari e a prezzi 1990, di 1500, confrontato ai 1821 della Germania e ai 1876 della Francia. Mentre la produttività per ora lavorata era di 1.05 dollari in Italia, di 1.38 in Francia, di 1.50 in Germania.

La vera differenza,  sempre a stare alle statistiche OCSE,  era a quel tempo non tra le tre potenze europee, ma tra esse e l' Inghilterra, nazione centro del tempo. Il PIL pro capite era , infatti, di 3000 dollari nell ' Inghilterra del 1870, e la produttività per ora lavorata era di 2.55 dollari.

Ai più attenti osservatori contemporanei, tuttavia, non sfuggivano altri e meno favorevoli elementi. Innanzitutto la dotazione di infrastrutture era in Italia notevolmente inferiore a quella di Francia e Germania. Assai meno sviluppata, inoltre, appariva l' attività industriale manifatturiera. E molto diversa dalle illusioni romantiche sembrava la dotazione di capitale umano. Che se, ai livelli più elevati, scienziati operanti sulla frontiera del sapere potevano contarsene in ogni vecchio stato italiano, il livello di alfabetizzazione della popolazione, e la presenza di scuole tecniche e di mestiere erano certo assai inferiori a quel che si osservava nelle altre potenze europee. Lo stesso si poteva dire per le applicazioni della scienza alla tecnologia.

Se era dunque quasi inevitabile che una nazione di 25 milioni di abitanti collocata, come l' Italia, in una impegnativa posizione geopolitica, si ponesse obiettivi di grande potenza, assai arduo pareva che potesse riuscire a raggiungerli senza sottoporre la stessa popolazione a sacrifici veramente considerevoli.

Si può dunque affermare che l' Italia fu condannata, dall' inizio della sua vita unitaria, a una strategia di sviluppo troppo costosa in termini delle risorse che essa era in grado di mobilitare effettivamente. Tale condanna, tuttavia, non le fu inflitta solo da una classe dirigente ambiziosa e con lo sguardo rivolto alle grandezze passate, aizzata da una casa regnante malata di avventurismo, ma dalla collocazione geopolitica alla quale si è appena fatto cenno. L' unità italiana fu favorita (perlomeno entro i  ridotti confini dell' Accordo di Plombieres) dalla dirigenza francese, realizzata nelle sue effettive dimensioni dalle manovre inglesi, che vegliarono discretamente sulla cacciata dei Borboni dal Regno delle Due Sicilie e la annessione delle provincie meridionali al nuovo regno, e limitata nella sua estensione settentrionale, almeno per i primi sei anni, dalla diffusa convinzione austriaca, ma anche prussiana, che le fortezze del quadrilatero servissero a difendere anche la soglia del Reno, il confine tra Francia e Germania. A quest' ultima visione strategica si sostituì ben presto quella che la difesa del Reno potesse benissimo farsi mantenendo Il Trentino e il Tirolo in mani austriache , mentre l ' invasione di Roma profittando della debacle francese a Sedan fu dettata, oltrechè dai richiami del glorioso passato romano, da assai più impellenti necessità di togliere ai rivoltosi che animavano la guerriglia nelle provincie meridionali, il santuario rappresentato da ciò che restava dello stato della chiesa, territorio nel quale le orde brigantesche potevano rifugiarsi impunemente quando erano minacciate dalla controguerriglia dell' esercito italiano, sortendone nuovamente, dopo essere state rifornite dagli emissari della monarchia borbonica rifugiatasi a Roma, quando l' occasione si presentava .

La mobilitazione militare necessaria per combattere la guerriglia anti-unitaria nel primo decennio di vita della nuova nazione unita richiese uno sforzo di uomini e di mezzi che solo un grande potenza poteva permettersi. Ad essa si aggiunse l' imponente mobilitazione necessaria per spostare i confini del 1860 verso le Alpi, combattendo, insieme ai prussiani, una costosa guerra contro l' Austria.

In queste impegnative attività si  sottrasse allo sviluppo economico del nuovo paese un intero decennio, il primo, della sua vita unitaria. Quelle che possono apparire come misure di politica economica volte a incrementare lo sviluppo delle attività economiche e la modernizzzione del paese, furono infatti spesso dettate , nei primi dieci anni, da imperativi di natura militare, come quelli che si sono appena notati. La costruzione delle due ferrovie litoranee, ad esempio, sebbene considerata anche sotto l' aspetto economico, non potè evitare di essere motivata dalla funzione prima , che era quella strategica di portare truppe verso le zone della guerriglia meridionale, verso regioni che, anche dopo la sconfitta della rivolta aperta contro il nuovo stato, si potevano ritenere capaci ancora di forti turbolenze per molti anni avvenire. Anche perché in tali zone più severa si abbatteva la pressione fiscale, paragonata alla assai più leggera mano del fisco borbonico, e perché la politica commerciale libero-scambista inaugurata dal nuovo stato conduceva in breve tempo alla asfissia delle iniziative industriali e anche agrarie che il protezionismo borbonico del trentennio precedente l' unità aveva fatto fiorire.

Alla politica di potenza il nuovo stato fu dunque costretto per assicurare l' ordine e la legge entro in confini e per raggiungere entro il minor tempo possibile quello che il pensiero militare del tempo riteneva un assetto geo-strategico equilibrato per la penisola e per il resto d' Europa, il confine alle Alpi orientali e occidentali. In nome di esso la casa regnante aveva acconsentito a sacrificare i propri domini originari in Savoia, aspettandosi che il riequilibrio si estendesse al Veneto e al Trentino. Non riuscendo le armi italiane a ottenere la parte estrema del nuovo territorio, ne sarebbe derivata una rivendicazione territoriale che solo la prima guerra mondiale avrebbe soddisfatto. E, perdurando lo squilibrio del confine orientale, ne sarebbe venuta una necessità pruridecennale di preparazione militare in attesa della occasione propizia per "completare il Risorgimento" che in buona parte determinò la direzione assunta dalla politica estera, commerciale e industriale del paese.

Quando l' unità d' Italia fu raggiunta, comunque, la prima industrializzazione europea, quella basata preminentemente sulla industria leggera, in particolare tessile,  sulle piccole e medie imprese  e sulla costruzione della rete ferroviaria europea, era al proprio culmine, ma iniziava anche a conoscere il proprio declino. Con essa aveva coinciso la grande liberalizzazione dei commerci, all 'insegna del libero scambio interno e internazionale, portata avanti dalla politica dell' Inghilterra e della Francia del secondo impero. E' interessante notare come a tale politica il Regno delle due Sicilie si opponesse erigendo una rete protettiva destinata a favorire le industrie nascenti, entrando per questo  in numerosi conflitti con il governo e con il capitalismo inglese.  A un occhio smaliziato tale politica può sembrare aver motivato in qualche misura la "damnatio" continua del regime borbonico che aveva luogo nel parlamento inglese in quegli anni (con ampi riflessi sulla stampa britannica) e che seguiva non molto dopo il salvataggio della casa di Borbone  a opera di Nelson e della sua flotta nel periodo napoleonico. La mancata ferroviarizzazione del regno meridionale aveva anche comportato, nei decenni immediatamente precedenti l' Unità, che il bilancio del Regno stesso non era appesantito dalle rate di ingenti prestiti accesi con case bancarie inglesi e francesi, e che il fisco poteva dunque restare leggero per i sudditi meridionali . Al contrario, la costruzione di mille chilometri di strada ferrata e la organizzazione di un esercito moderno avevano significato per il Piemonte un appesantimento notevole delle finanze statali e della bilancia dei pagamenti, per le importazioni di capitali e di merci destinati alle costruzioni ferroviarie e agli armamenti. La dirigenza piemontese aveva dunque scelto di partecipare in pieno al modello di divisione del lavoro internazionale che l' Inghilterra promuoveva in quei decenni in Europa e nel mondo, attingendo dal mercato internazionale quanti più capitali era possibile e quindi instaurando non solo il libero scambio delle merci ma anche la convertibilità monetaria. Il regno del sud si era chiuso invece in una rivisitazione del sistema continentale estesa ad un solo territorio, quello proprio, praticando l' autosufficienza del risparmio generato all' interno dello stato, e in aggiunta, mettendo la sordina , per i timori generati dai moti del'48, ai tentativi di modernizzazione precedentemente espletati a partire dal 1830, per tutto il decennio prima dell' Unità.

E' stato più volte affermato che nessun vero paragone si può istituire tra Piemonte e Prussia nella fase di unificazione italiana e tedesca, per la inesistenza di una casta militare in Piemonte che si ergesse, a somiglianza degli Junker, a tutela dello stato e che imprimesse alla traiettoria di sviluppo una marcata direzione verso l' industria pesante indispensabile alla costruzione di armamenti.

E' tuttavia vero che, seguendo il percorso già iniziato in Piemonte dalla preparazione continua dell' apparato militare per le iniziative unitarie prontamente colte, e talora addirittura istigate, dalla dirigenza politica e dalla casa regnante, sia nel decennio pre-unitario che in quelli post-unitari, il cammino di sviluppo intrapreso venne  a somigliare sempre più a quello tedesco-prussiano e sempre meno a quello dettato dal libero-scambismo inglese.

Il modello di divisione del lavoro dettato dall' Inghilterra servì, nel primo decennio unitario,  essenzialmente a distruggere la capacità industriale meridionale, a favore delle imprese del Nord. I risultati positivi, se ce ne furono, si videro nelle regioni settentrionali. Ma a contribuire ad approfondire il distacco del mezzogiorno dal resto del paese fu anche l' irrompere, negli anni settanta, delle esportazioni agricole dagli Stati Uniti. Tra la seconda metà degli anni sessanta e la fine degli anni settanta, tuttavia, il sistema europeo di libero scambio entrò in crisi e la crisi si estese al sistema finanziario internazionale. L' irrompere degli Stati Uniti sulla scena mondiale, prima per le conseguenze sui prezzi e sulle monete della lunga guerra di secessione, poi per l' aprirsi alle esportazioni dell' agricoltura del Mid-West, ebbe conseguenze rilevanti per la vita economica e politica del nuovo stato italiano, che soffrì pure per la temporanea eclissi della Francia dalla scena finanziaria internazionale dopo la sconfitta di Sedan.

Il  primo tentativo di sviluppo industriale e la sua derivazione dalla politica di potenza

L' instaurarsi deciso del nuovo modello di industrializzazione, alla tedesca, dovette quindi attendere il decennio successivo, gli anni ottanta, nel corso del quale i governi della sinistra, usciti dalla rivoluzione parlamentare del 1876, poterono utilizzare gli abbondanti capitali messi a disposizione dal sistema finanzario internazionale per procedere alla costruzione di una struttura industriale basata sulla siderurgia destinata agli armamenti e specialmente alla costruzione di una moderna e potente marina da guerra. Buona parte dei fondi reperiti sui mercati internazionali era allo stesso tempo destinata ad attizzare il fuoco di un grande boom edilizio che arse in particolare a Roma. Per dare fiducia al capitale straniero, si ritenne necessario stabilizzare la moneta nazionale e assicurarne la convertibilità .

La partecipazione in qualità di forte debitore al mercato finanziario internazionale negli anni successivi al 1882 non servì a rendere il sistema produttivo italiano più legato al mercato internazionale delle merci. Armamenti ed edilizia furono i settori privilegiati, entrambi con deboli legami al commercio internazionale. La politica di potenza e quella di megalomania urbanistica direttamente ad essa legata furono dunque seguite utilizzando fondi messi a disposizione dal mercato finanziario internazionale senza preoccuparsi di promuovore attività che avrebbero permesso il servizio dei debiti internazionali e il ripagamento dei debiti. Anzi, la stabilità della lira ottenuta coi prestiti non aiutò certo le esportazioni italiane di prodotti tradizionali dell' industria, come i tessili, mentre il ribaltamento delle alleanze e la guerra commerciale con la Francia colpirono duramente le esportazioni agricole e resero estremamente precario il credito dello stato italiano sulla piazza di Parigi, la sola dove veramente esso riusciva a finanziarsi.

Anche per questa fase estremamente turbolenta della vita economica e politica nazionale, che vide il vero sorgere di una strategia di potenza apparentemente non imposta dalle circostanze, come era stato per il primo decennio di vita unitaria, ma scelta dalla classe dirigente andata al potere con la sconfitta della Destra Storica, è importante chiedersi se tale svolta, tale scelta apparentemente libera, che condurrà . di avventura in avventura, al disastro politico, economico e militare degli anni novanta, sia stata in realtà dettata dagli sviluppi della situazione internazionale.

In verità, la situazione economica internazionale di quegli anni si caratterizza per il macroscopico fenomeno del crollo dei prezzi delle merci commerciate internazionalmente, tanto da andare sotto il nome di "gande depressione". E' senz' altro vero che il crollo dei prezzi ci fu. E' stato invece contestato trattarsi di una depressione della produzione, dato che l' offerta di merci aumentò in maniera cospicua. Certo, aumentò la concorrenza internazionale per l' entrata in produzione di nuove terre, nel settore agricolo, e la diffusione di alcuni procedimenti industriali caratterizzati da ampie economie di scala. E proprio per tale diffusione di processi produttivi ad alta intensità di capitale vennero riducendosi gli spazi, per nuovi arrivati sulla scena industriale come l' Italia, per seguire una traiettoria di sviluppo di tipo "inglese", legata cioè a produzioni a bassa intensità di capitale. Prevalse dunque, un po' in tutti i paesi della periferia, la decisione di servirsi della rinnovata disponibilità di capitali di prestito provenienti dai paesi-centro, per imboccare la via della industrializzazione ad alta intensità di capitale, meno attenta allo sviluppo delle esportazioni che alla sostituzione delle importazioni. I prezzi internazionali in forte declino, uniti alla stabilizzazione dei cambi favorita dai prestiti esteri, inducevano ben presto i nuovi arrivati sulla scena economica internazionale a chiudersi a difesa delle produzioni nazionali recentemente avviate, erigendo una barriera protezionistica molto estesa e robusta.

Per l' Italia, ciò volle dire difendere settori industriali più fragili, come quelli dell' industria pesante, ad alta intensità di capitale. Questi erano in massima parte collocati nell ' Italia centro-settentrionale, così che il protezionismo tese a rendere più profondo il divario di reddito crescita industriale e occupazione che esisteva tra Nord e Sud del paese dall' inizio della storia unitaria, e che si era andato aggravando nella maniera già notata. Ne seguirono conseguenze sociali pesanti, con aperti tentativi di rivolta, specie in Sicilia. Responsabilità supreme di governo erano attribuite allora a Francesco Crispi, siciliano egli stesso, e autore sia del ribaltamento delle alleanze, che della politica di stabilizzazione e ritorno alla convertibilità, che di quella di adesione al protezionismo industriale. E infine del ricorso , per uscire dalla crisi, alle grandi banche tedesche, invitate in Italia a farsi carico della soluzione della crisi bancaria ereditata dopo il crollo della banca mista alla francese.

L' acuirsi della crisi economica nelle provincie meridionali, specie a causa della guerra commerciale con la Francia, che colpiva duramente le nuove colture vinicole in quelle provincie rigogliosamente cresciute proprio per servire le necessità francesi

di vini da taglio, venne ad aggiungersi alla crisi bancaria che colpì il paese a partire dal 1887. Guardandola con la esperienza di anni a noi assai vicini, quella crisi, indotta dalla disordinata utilizzazione di prestiti internazionali, ma anche dal ritiro del capitale internazionale verso i paesi centro dai quali proveniva, risulta assai familiare, basata come fu sulle difficoltà del settore immobiliare sovradimensionato per la bolla speculativa precedente e di quello dell' industria pesante, che si propagava alle banche finanziatrici comunicando ad esse le proprie insolvenze, indotte dalla illiquidità di mercati sui quali l' offerta diveniva a un tratto preponderante sulla domanda.

 

E' difficile razionalizzare le scelte dei governi della Sinistra, se non le si colloca all' interno di un panorama geopolitico in rapida trasformazione nello stesso periodo. L' ingresso dell' Italia unita aveva indotto qualche contraccolpo e riaggiustamento, ma l' arrivo sulla scena della Germania unita, seguito alla sconfitta a Sedan, e cui seguì a breve scadenza l' episodio rivoluzionario della Comune di Parigi, di contraccolpi doveva causarne di ben più forti. Sulla scena l' Impero Austriaco era stato ridimensionato a Sadowa e quello francese sgominato a Sedan. Sorgeva l' astro tedesco e restava ben fermo all' orizzonte quello inglese, mentre si profilava la grande massa della potenza economica americana, come perturbatrice dei mercati internazionali delle materie prime agricole, delle derrate e dei metalli preziosi. Iniziava anche, con l' apertura del canale di Suez, la lotta per l' Africa. Aggiunto all' arrivo della seconda rivoluzione industriale, questo coacervo di fattori può in qualche misura spiegare l' attivismo politico dei governi italiani, assorbiti dal turbine degli avvenimenti e con un gran desiderio di esserlo. E' stato autorevolmente affermato che la politica di potenza, coi suoi pesanti risvolti economici, fu la risposta della classe politica post-risorgimentale alla minaccia di regionalizzazione che incombeva sulla lotta politica in Italia, in mancanza di veri partiti nazionali, minaccia che poteva aggravarsi in dissoluzione dell' unità stessa del paese.

Non è fuor di luogo, comunque, annettere qualche responsabilità per la caduta della Destra, nel 1876, alle manovre dei capitalisti anglo-francesi che vedevano minacciati dalle intenzioni di Silvio Spaventa e del governo del quale egli faceva parte di nazionalizzare le ferrovie i propri interessi finanziari e industriali nelle stesse. Sospetto credibile, vista la provenienza siculo-toscana dei deputati che misero in minoranza il governo.

La prosecuzione sulla via di una industrializzazione ancella della politica di potenza risulta quindi dal sovrapporsi e coesistere di disparati fattori, che non è usuale trovare al lavoro insieme. Di talchè il paragone con episodi successivi non è agevole, anche se le tentazioni a farlo possono essere forti.

Nascita del complesso militare-industriale

Quale che sia la concatenazione di cause, l' effetto netto è che si costruisce, nel centro-nord del paese, proprio in quegli anni, un forte gruppo di interessi economico- politici, costituito da industria pesante,banche finanziatrici e ceto politico locale e nazionale che nessun rappresentante politico potrà dall' ora in poi ignorare . Dopo la discesa delle banche tedesche e la loro veloce costruzione di un apparato industriale quasi interamente finanziato con intrecci tra industria e finanza, il venir meno, a causa della crisi mondiale del 1907, e in particolare dopo la crisi di borsa dello stesso anno, delle risorse che permettevano al complesso gioco industrial finanziario di continuare, permette agli analisti di quelle vicende di intravedere il capovolgersi, per la prima volta nella storia dell' Italia unita, della catena causale. Ora la politica di potenza è figlia della struttura industriale, e non viceversa, come era stato fino ad allora. Sono ora banchieri e industriali , tramite le loro capacità di organizzare il consenso, a cercare nella politica di potenza la soluzione ai loro problemi di squilibrio tra una offerta industriale sovradimensionata e una domanda che ha difficoltà a espandersi alla stessa velocità. Se, nei decenni precedenti, erano stati generali e ammiragli, esprimenti la volontà della casa reale, e uomini di stato  ansiosi di partecipare al grande gioco della politica internazionale, a costruire le industrie che producessero gli armamenti capaci di dare credibilità alla politica estera italiana, ora è la struttura industriale costruita per soddisfare questi imperativi a dettare la politica estera. In particolare, a imporre il riarmo che caratterizza il quinquennio precedente lo scoppio della Grande Guerra, e la partecipazione italiana ad essa come belligerante, con un nuovo ribaltamento delle alleanze dettato dalla coscienza delle dure realtà del mercato delle materie prime, indispensabili al funzionamento dell' industria italiana, in tempo di guerra, e dell' altrettanto chiaro dominio dei mercati finanziari internazionali da parte delle potenze dell' Intesa.

Alla vigilia della prima guerra mondiale: il debutto dell' imperialismo economico italiano

Sempre con l' aiuto delle statistiche dell' OCSE guardiamo ora all' esperienza dei primi cinquant' anni di unità italiana, per tentare di dare un giudizio in merito al successo relativo della strategia di sviluppo economico seguita in quei decenni.

Chiariamo innanzitutto che, se prima avevamo messo l' accento sulla inadeguatezza della sola massa della popolazione del nuovo regno a farlo inserire nel novero delle grandi potenze, è pur vero che, quanto a PIL totale, misurato come si è detto sopra dall' OCSE, e a PIL pro capite, la posizione dell' Italia nell' insieme dei principali 20 paesi del mondo non poteva dirsi, al 1870, relativamente troppo diversa da quella che sarebbe apparsa dopo cinquant' anni , nel 1913. Rispetto a Francia e Germania le distanze erano quelle già riferite sopra, ma, al 1870, solo una manciata di paesi mostrava PIL totali e PIL procapite superiori a quelli italiani. Inghilterra, Francia e Germania, Stati Uniti, Russia( comprese Ucraina, Bielorussia e paesi baltici). Il Giappone non faceva ancora parte della pattuglia di testa, e gli Stati Uniti e la Germania non avevano ancora compiuto il grande balzo che li avrebbe portati a guadagnare molte posizioni relative nella classifica relativa al 1913.

Dunque, dopotutto papa Mastai e chi la pensava come lui non era del tutto fuori della realtà quando vedeva una Italia unita guadagnare rapidamente il novero delle grandi potenze. Se ciò appariva realistico già nel 1870, nonostante la retorica risorgimentale abbia sempre tentato di sminuire le posizioni di partenza della nuova Italia per esaltarne i progressi successivi all ' unificazione, ciò si mostrava tanto più vero nel 1913. L' Italia aveva tenuto le posizioni relative rispetto alle altre nazioni. Ma, se si restringeva il distacco dalla Francia, in termini sia di popolazione che di PIL totale, era aumentata la distanza dalla Germania,  dagli Stati Uniti, dalla Russia, i tre protagonisti della storia dello sviluppo economico nella seconda metà del secolo XIX, mentre restava uguale quella dall' Inghilterra. E, appena sotto l' Italia, in termini di PIL totale, si mostrava ora il Giappone. Quanto al PIL pro capite, la distanza era cresciuta a sfavore dell' Italia nel confronto con Germania, Francia e Stati Uniti, mentre era diminuita nei confronti dell' Inghilterra, che già mostrava i segni del declino che l' avrebbe afflitta nei decenni successivi. Nel considerare il PIL pro capite c'è da aggiungere che, nella seconda parte del periodo in questione, l' Italia aveva perduto parte della propria popolazione, emigrata nel Nuovo Mondo .Se si calcolassero anche gli emigrati, il Pil pro capite ne risulterebbe cresciuto di meno.

Con la prima guerra mondiale viene a mancare un importante pilastro che permette qualche ragionevolezza ai confronti appena fatti, la relativa stabilità monetaria. L' inflazione rampante degli anni della guerra e del primo dopoguerra in paesi come la  Germania, la sestuplicazione dei prezzi in Italia, impediscono il formarsi di una base significativa ai confronti, perché si inaugura l' età della moneta manovrata e delle grandi svalutazioni. La famosa "quota novanta" di Mussolini, infatti, pur risultando fortemente deflazionistica per l' Italia, è ben lontana dal cambio di 25 lire per sterlina che aveva prevalso per molti degli anni dell' anteguerra. Questo pone seri problemi alla continuazione dei confronti per gli anni tra le guerre, e anche la seconda guerra mondiale porterà con sé turbolenze per gli stessi paesi. I confronti ricominciano ad essere significativi a partire dai primi anni cinquanta, quando si inaugura una nuova era di stabilità monetaria sotto l' egida del dollaro, fino a che la crisi del petrolio del 1973 non farà nuovamente traballare i pilastri, rafforzati solo a partire dagli anni ottanta.

La prima guerra mondiale riesce a porre in difficoltà anche il concetto di grande potenza, che sarà definitivamente trasformato dall' esito della seconda guerra mondiale. Dalla prima guerra mondiale gli Stati Uniti emergono come l' unica vera grande potenza, anche se la distanza della sua capacità economica, politica e militare da quella degli altri principali paesi  non ha ancora raggiunto le dimensione degli anni successivi al 1945.  Un altro gigantesco stato federale, l' URSS, emerge dalla prima guerra mondiale potenzialmente in grado, quanto a dimensioni , di essere considerato una vera grande potenza. Ma la consacrazione della polarizzazione geopolitica mondiale dovrà attendere il 1945 per esplicitarsi completamente.

Fino al 1913, dunque, le grandi potenze sono ancora quelle affermatesi negli ultimi secoli,  e agibilità politica, economica, militare, coincidono con il concetto di stato nazione europeo. Fanno eccezione l' Impero Russo e quello Austro ungarico, e gli Stati Uniti d' America. L' Impero tedesco è uno stato nazione forte di molti abitanti, ma la sua multi etnicità dipende solo dai territori ottenuti fuori d' Europa.

Non si può dunque far torto alla dirigenza del Regno d' Italia di avere impostato il proprio cammino di sviluppo economico, come d' altronde ha fatto il Reich tedesco, come ricostituzione di una grande potenza dei popoli di una stessa lingua e civiltà, divisa dalle traversie di molti secoli di storia, ma tendente a riguadagnare il posto in Europa e nel mondo che si crede debba storicamente competerle. Dunque, sulla scorta degli esempi disponibili, la dirigenza italiana ritiene che sia necessario dotarsi di un complesso militare-industriale che permetta al nuovo stato di misurarsi alla pari con gli altri d' Europa di uguali dimensioni.

Il boom giolittiano, la grande guerra e la vittoria : l' Italia raggiunge lo stato di grande potenza economica e politica proprio quando si affacciano alla storia le super-potenze

Alla prova della prima guerra mondiale, si può concludere dando atto alla classe dirigente italiana di essere riuscita nel proprio intento.  Anzi, non è esagerato affermare che proprio gli anni di guerra mostrarono quale potenzialità potesse esprimere , in termini di produzione attuale e di crescita rapida di molti settori ad elevata intensità di tecnologia e di capitale, l' economia italiana presentatasi alla prova di una guerra totale, quando fossero ad essa tolte le pastoie che l' avevano frenata negli anni di pace, la disponibilità di materie prime e di capitale straniero in misura inconcepibile negli anni di pace, e il non doversi preoccupare degli sbocchi della produzione e della sua redditività. Sono elementi importanti, perché proprio essi vennero a mancare nella seconda guerra mondiale, per la sciagurata scelta delle alleanze che il regime fascista e la monarchia sabauda ritennero di dover compiere.Ma essi sarebbero venuti a mancare già negli anni venti e specialmente negli anni trenta, determinando gravi difficoltà e la necessità di trasformare profondamente la struttura e le modalità di governo dell' economia italiana.

Se si accetta che il fine precipuo della dirigenza italiana dopo l' unità sia stato quello di mettere il paese in condizioni di giocare un ruolo adeguato alla sua posizione geostrategica in Europa e nel mondo, e' questione irrisolta per gli storici se il successo nel raggiungere questo obbiettivo, certamente ottenuto alla vigilia della Grande Guerra, sia da considerarsi come gradualmente approssimato nel corso dei primi cinquant' anni di vita nazionale, o se invece il successo abbia arriso veramente agli sforzi delle dirigenza italiana solo a partire dalla fine della grande depressione mondiale e delle sue nefaste conseguenze sulle vicende economiche italiane, e cioè più o meno dal 1898. In particolare, si segnalano dissensi nel giudicare il decennio  che inizia con il ritorno della lira alla convertibilità ( 1882) e che si conclude con il disastro economico, finanziario, politico, sociale e militare dei primi anni novanta.

In comune, il decennio citato e quello che lo segue hanno un certo numero di caratteri. Innanzitutto, la dirigenza è più o meno la stessa. Due banche miste che, sebbene il capitale delle prime sia francese e tedesco quello delle seconde, hanno lo stesso management, che si trasferisce dalle anche in dissesto a quelle nuove, mietendo lusinghieri risultati nel secondo periodo, laddove il disastro aveva coronato il primo. Un mercato dei capitali internazionali aperto, sul quale  però gli italiani compaiono come debitori negli anni 80 , mentre nel scondo periodo si imbarcano in una grossa operazione solo in occasione della conversione della rendita del 1906.

Le differenze, tuttavia, superano le somiglianze. Innanzitutto perché gli anni ottanta vedono il pieno dispiegarsi della deflazione dei prezzi mondiale e, comunque la si giri, non sono esattamente un periodo di boom internazionale, tranne che per esportazioni di capitali. In secondo luogo, perché al centro del sistema finanziario la classe politica sostituisce la Banca Nazionale con la Banca d' Italia, una istituzione che evita i difetti statutari della prima, mostrando caratteri assai più chiari di ente pubblico e soggetto al controllo dell' alta burocrazia, dalla quale proviene Bonaldo Stringher, che resterà alla testa del nuovo istituto sino al 1930. Continuando ad elencare, salta agli occhi il ruolo giocato nel secondo decennio dalle rimesse degli emigranti, un fiume di denaro che abolisce il vincolo estero cui l' economia italiana era stata soggetta almeno dall' unità. Con i proventi delle rimesse, gli italiani saranno in grado di riacquistare buona parte della rendita italiana circolante all' estero e soggetta alle frequenti manovre, strettamente collegate a fini di politica estera, specie da parte dell' alta finanza francese, restituendo un grado di libertà alla politica estera italiana.

Ma forse la maggior differenza tra i due periodi è da trovarsi nella assai diversa situazione di finanza pubblica dei due periodi. Deficit pesanti e squilibranti nel primo periodo, equilibrio tra entrate e spese nel secondo periodo, che tuttavia rapidamente si perde dopo il 1907. E nella assai maggiore disponibilità dei mercati internazionali ad assorbire merci italiane, sia prodotti tradizonali che, per la prima volta, prodotti a maggior contenuto di tecnologia.

Comunque si vogliano caratterizzare gli anni in cui la convertibilità della lira si riguadagna e si perde di nuovo, il periodo che inizia col 1898 e termina con la conclusione vittoriosa della grande guerra vede la ferma costituzione di quel complesso militare industriale che, tra proprietà privata e pubblica, durerà fino alle doppia crisi del petrolio e alle successive  privatizzazioni di cent' anni dopo. Per quasi un secolo,  la classe dirigente italiana ha mostrato di voler difendere tale coacervo di banche e imprese, senza badare a spese. Lo hanno fatto i governi democratici, lo ha fatto quello totalitario. Quel che tale complesso produceva è evidentemente sembrato l' essenza stessa della sovranità economica, guardando a ciò di cui avevano ritenuto indispensabile dotarsi in tal campo gli altri grandi paesi europei.

Al difuori di tale complesso considerato essenziale alla sovranità nazionale, altre seppur grandi realtà produttive sono state lasciate fallire e scomparire. Negli ultimi quindici anni, tuttavia, siamo stati testimoni della radicale modifica della percezione di essenzialità riferita allo stesso complesso militare industriale di cui si è parlato. E' opportuno cercare di trovare una spiegazione a questo radicale cambiamento di atteggiamento, da parte della classe dirigente italiana. Di nuovo, lo si può vedere aver luogo gradualmente nel corso di molti anni o addirittura di decenni, o invece accadere in maniera assai più subitanea e discreta rispetto ad anni poco lontani da oggi.

 

Come si era già accennato sopra, a partire dalla fine della Grande Guerra comincia a farsi strada nel mondo la percezione che sia iniziata una importante trasformazione del concetto di grande potenza. Innanzitutto perché la divisione del mondo in blocchi all' insegna di ideologie contrapposte comincia a delinearsi, anche se per raggiungere una polarizzazione quasi totale bisogna attendere la fine della seconda guerra mondiale. All' interno di questa prima divisione, che serve a spiegare le origini di quella guerra, con le democrazie schierate contro le dittature fasciste, se ne può cominciare a vedere un' altra, quella tra super-potenze e medie potenze. In questa divisione si scorge l' origine di quella crisi degli stati nazionali di medie dimensioni, assurti fino ad allora al rango di grandi potenze e destinati a ridimensionarsi nel secolo ventesimo, che  appare subito chiara ad alcuni ma che le nazioni coinvolte impiegheranno molto di più a percepire e a mettere alla base delle proprie decisioni politiche. Per i paesi dell' Asse, sconfitti nella seconda guerra mondiale per il decisivo intervento contro di loro della sola super potenza effettiva, strumentalmente alleata a quella che si percepità, e sarà percepita, come l' altra super potenza negli anni del bipolarismo, sarà obiettivamente più facile  indirizzare di la propria politica economica per tener conto del proprio  ridotto ruolo geopolitico. Le medie potenze come la Francia e l' ex paese centro, la Gran Bretagna, alleate del vero vincitore delle due guerre mondiali, impiegheranno un tempo assai maggiore a prendere coscienza della riduzione di ruolo cui sono state assoggettate malgrado la vittoria militare, con conseguenze che non si sono a tutt' oggi completamente esaurite.

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