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Fonte:
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Proposta di Legge sul decentramento verso gli Enti Locali.
La formazione e la promulgazione dei decreti Ottobre 1861


Estratto dall'intervento di Stefano Sepe al Seminario di Studio organizzato dal Centro di Ricerca sulle amministrazioni pubbliche "Vittorio Bachelet", su I modelli organizzativi delle amministrazioni pubbliche tra accentramento e decentramento: dalla riflessione storica alle prospettive di riforma. Roma 25 marzo 1996, pubblicati a cura di Stefano Sepe nella collana Quaderni n. 14, Giuffrè Editore, Milano 1999

Le parti in corsivo o in grassetto non fanno parte del testo originale né hanno riferimento alle opinioni dell'Autore del brano, ma sono commenti e sottolineature grafiche della Redazione di questo web.



Nell'agosto 1859 Cavour aveva inviato in Lombardia un suo collaboratore, Pier Carlo Boggio, affinché prendesse più diretta cognizione dell'ordinamento amministrativo di una zona nella quale era forte la tradizione autonomista derivante dalle riforme teresiane. Ciò non impedì al governo di operare in quella parte d'Italia l'estensione pura e semplice delle norme sabaude. Lo rilevava, non senza rammarico, lo stesso Cavour nel maggio dell'anno seguente, intervenendo nel corso di un dibattito alla Camera. Nell'occasione egli aveva difeso la scelta di concedere una limitata autonomia alla Toscana, motivandola come rettifica dell'orientamento errato tenuto dopo l'annessione della Lombardia: "E' un fatto - aveva osservato lo statista - che quando noi siamo venuti al Ministero abbiamo trovato la Lombardia irritatissima del modo col quale si era proceduto a suo riguardo, perché, cioè, in poche settimane si erano pubblicati non so quante migliaia di articoli di legge decretandone l'applicazione in un paese nuovo, con impiegati nuovi e con norme assolutamente nuove".

La pratica di estendere la legislazione sabauda ai territori annessi trovò il suo coronamento nell'emanazione - per tutto il regno - di un ordinamento degli enti locali ricalcato sulla Legge Rattazzi [del 1859]. Nella relazione sulle "disposizioni provvisorie" sull'amministrazione provinciale e comunale, l'onorevole Tecchio - dopo un richiamo rituale (che suonava come un ossequio formale) al "teorema ricevuto universalmente" del decentramento e dopo aver affermato che esso "rispondeva alle più antiche e generali tradizioni del popolo italiano" - aveva significativamente concluso con un'esortazione ("indebolirci è perderci") che esprimeva il suo effettivo punto di vista.

Nonostante alcune voci contrarie - tra cui quella di Crispi, a giudizio del quale lo sviluppo dell'accentramento era un "gran male" che minacciava "la libertà" - il Parlamento non concesse nulla ai sostenitori di una effettiva autonomia degli enti locali. Sulla scorta dell'indirizzo parlamentare, il governo (dopo le dimissioni di Minghetti dal Dicastero degli Interni) emanò, nell'ottobre 1861, una serie di decreti che sancirono la svolta centralizzatrice.

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Gli indirizzi governativi (e parlamentari) sanciti dai "decreti di ottobre" e concretizzatisi in un sistema amministrativo marcatamente accentratore sono stati da sempre - per i riflessi di lunga durata sull'intera storia nazionale - oggetto di acceso dibattito storiografico. E' prevalso, negli studi degli ultimi decenni, l'orientamento a considerare lo stato di necessità nel quale operò il gruppo dirigente della destra storica. Le profondissime differenze di sviluppo tra le diverse parti d'Italia, la situazione di crisi gravissima del Mezzogiorno originata dal collasso del regno dei Borbone; l'inesistenza, in diverse zone, di un tessuto sociale e civile in grado di operare per la costruzione di uno stato unitario [anche per la sostanziale indifferenza della popolazione e dei gruppi dirigenti locali alla fusione con il Piemonte, che infatti fu considerata un'annessione a tutti gli effetti, compresi i brogli elettorali nei "referendum popolari". Il grido di dolore non si è mai levato …] furono le condizioni che favorirono la scelta operata tra l'ottobre del 1860 e l'ottobre del 1861.

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