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Fonte:

Corriere della Sera – 28 novembre 2004

Secondos

La nuova identità dei figli degli immigrati

di PAOLO DI STEFANO


C’è gia un freddo tagliente nel primo pomeriggio, in Claraplatz, poco lontano dal polite sul Reno. Gli addetti del comune  montano le luminarie di Natale sui pali, sui tigli e sulle facciale dei palazzi, mentre i tram verdi vanno e vengono silenziosi, i chioschi fumanti di caldarroste, Heissi Marroni, funzionano a pieno regime e i ragazzi allestiscono banchetti con torte di carote fatte in casa per raccogliere qualche franco per la gita scolastica.

Guglielmo Bibione  ha 15 anni ed esibisce una tuta azzurra della Nazionale italiana. Suo padre arrivò qui bambino da Ciminna, provincia di Palermo, e ora, dice Guglielmo, «lavora in una firma inglese di medicaments. Firma è tedesco e significa azienda. Sua madre è spagnola e lui dice di sentirsi prima svizzero, poi spagnolo e infine italiano. Pur essendo nato a Basilea, ha un passaporto tricolore. I ragazzi come Guglielmo in Svizzera li chiamano i «terceros» e i loro genitori sono i «Secondos», gli immigrati di seconda generazione. Quelli che il primo maggio 2002 furono ingiustamente accusati di aver fomentato gli scontri con la polizia a Zurigo. E da allora si sono uniti con gli spagnoli e si sono organizzati in un'associazione con il preciso obiettivo di far valere i loro diritti (anche politici). I «secondos» italiani sono quasi 170 mila nella Confederazione, lavorano, parlano benissimo lo Schwitzertutsch (le varianti elvetiche del tedesco) e il romando (la variante elvetica del francese), e se non vivono in Ticino, conoscono la nostra lingua da stranieri.

Per lo più sono nati in Svizzera ma per ottenere la cittadinanza devono superare esami di lingua, di educazione civica, di geografia, sborsare l’equivalente di due stipendi, giurare fedeltà a Guglielmo Tell e ai suoi discendenti. L’ultimo referendum per facilitare le naturalizzazioni degli immigrati, in settembre, è fallito. Cosi, i «secondos» rimangono «secondos» e basta: né svizzeri né veri italiani né immigrati né stranieri a tutti gli effetti, perchè  avendo frequentato le scuole sul suolo elvetico, sono perfettamente integrati. In ottobre è nata pure una lista, Second@s Plus, che si è presentata alle legislative di Zurigo.

Il pallone rossocroclato. Guglielmo si chiama Guglielmo come l’eroico arciere medievale. Palleggia sul marciapiede di Claraplatz con un bel pallone rossocroclato. Gli piace la tv italiana, segue il nostro campionato, ha visto il Colosseo e Milano. Sorride e passa il pallone alla sua compagna di classe, Sofia Todaro, padre sardo, madre spagnola anche lei.

Le insegne dell'UBS ci guardano dall'alto mentre un odore di salsicce si infiltra nelle giacche a vento e nei cappotti.

«Ora i figli vanno crescendo... e noi non sappiamo che futuro si disegnano», dice a un amico un anziano signore con una gran pancia e due baffoni grigi e spioventi. Un «primeros», probabilmente. Incontrare i «primeros» in pensione non è difficile. Basta salire al quarto piano del grande magazzino Manor, Kafee und Restaurant. Li trovi seduti a bere cappuccini tutta schiuma.

Raccontano storie di partenze remote. Speranza Giuseppe, partì da Potenza nel 1961:  “Per gli svizzeri ero l’uomo della valigia, un miserabile. Non posso dire che mi hanno accolto,  sopportato sì. Ma ho dovuto lavorare, lavorare e lavorare.

C’era Schwarzenbach che diceva: zingari di qua zingari di là, ci voleva mandare via. Paese che vai campana che trovi.”

 Del-Pin Giuseppino arrivò nel ’60 dal Friuli, via Francia, muratore, poi capocantiere.  Stravede per il Milan e per Berlusconi. Qualche mese fa ha conosciuto Facchetti e porta in tasca una sua foto.

Dice: “ho fatto già testamento. Se muoio al mio paese, in Friuli, devono portarmi qua, dove ho avuto tutto quello che volevo. Mio figlio invece è ancora drogato dell'Italia.”

Nocera Angelo, calabrese, barbiere per una vita: “Noi siamo rimasti italiani e qui non siamo al nostro posto, la generazione dei nostri figli invece ha trovato la strada facile, perché tutti  sanno che la Svizzera I'hanno fatta  i loro padri ferraioli, carpentieri, muratori”.

Saluta gli  amici che si allontanano. Fiderseen, fiderseen, ciao.

 Trupia Michele aveva 15 anni nel ’61, quando è arrivato. Come presidente dell’Associazione siciliani organizza gite culturali, “per far conoscere l’Italla ai nostri figli” e vorrebbe che le autorità di Basilea mettessero a disposizione dei vecchi immigrati italiani una casa di riposo apposta per loro, «come quelle che hanno gli ebiei».

Parla dell’orgoglio di sentirsi italiani»: “Anche i giovani lo manifestano a voce alta, nel modo di vestirsi e di parlare, quando si incontrano hanno preso il vizio di mescolare parole svizzere e italiane. I turchi per sentirsi più integrati imitano il look degli italiani, perché sanno che piace agli svizzeri".

La casa di riposo. Se nel primo pomeriggio passi all'Associazione Regionale Umbra, dove si ritrovano i «primeros» per giocare a ramino o a briscola, senti parlare dialetti che in Italla non si parlano più, tra boccali di birra Feldschlosschen, espressi, bicchieri di Chianti.

Tutto l'opposto dei «secondos».

Tra i «primeros» e i «secondos» sembrano passate tre o quattro generazioni. invece sono genitori e figli. L'appartamento di Massimo Carluccio e Daniela Biondo si trova al primo piano di una casetta anni '50, nella periferia ovest della città, dove la sera puoi imbatterti in due giovanotti come tanti che ti mostrano la tessera della Polizei, ti chiedono i documenti e con una pila ti perlustrano lo zaino. Cosi  tanto per gradire. Daniela e Massimo hanno due figli, Eliano, 10 anni, Enea, 6.

“In tutto basilesi”, precisa Massimo. Psicologo, 39 anni, nato in Svizzera come sua moglie, e come sua moglie ha il passaporto italiano. I suoi, in pensione, dividono l'anno in due: una parte qui, una parte al paese, Castelbottaccio, in Molise. Stanze piccole e soffitti bassi, mobili stile lkea, pareti chiare, divanetti sobri, ficus benjamin ovunque. Niente di tipicamente italiano. Solo una macchina da carte Lavazza in cucina.

Massimo lavora nel management di un'assicura/ione. Nessun problema e si vede. Solo qualche fastidio: “L'anno scorso, quando hanno eletto Blocher, che è un auslanderfeindlich, ero a Heidelberg, ho telefo-nato a Daniela e le ho detto: basta, prepara le carte, ci facciamo svizzeri...». Ausl... significa nemico degli stranieri. Cosi sono partite le pratiche.

Mister Latte Macchiato. Identità divisa?  Ambivalenza? Neanche a parlarne: «Mi sento  talmente integrato da definirmi un basilese  italiano, ein italienischer Baslcr, seguiamo i  riti e la cultura svizzera con emozione, nè  Dante nè Garibaldi, ma la festa nazionale del  Primo agosto e il Carnevale».

Allora, svizzero?  «No, mi sento una nuova cosa, mi sono guadagnato a poco a poco la mia identificazione:  ho sempre saputo di non essere italiano nè  svizzero ma qualcos'altro. Che è una bella risorsa, però con la sensazione di essere sempre percepito come un estraneo».

Un tempo  gli amici lo chiamavano tschinkeli («cinque»:  gli italiani venivano identificati come giocatori di morra). Oggi in ufficio lo chiamano Mister  Latte Macchiato o Mister Espresso: perchè dietro la scrivania ha una bella Cimbali  italiana. Mi piace mettere in evidenza la mia  diversità. Porto le scarpe marroni, parlo con  parole italiane e vesto italiano. Mi piace sentirmi dire: ah. voi italiani... Lo faccio apposta».

Ride. Fino al matrimonio si sentiva molisano, anzi castelbottacccse: «Durante l'adolescenza è un continuo rispondere alla domanda: chi sono? dove mi trovo? Non una battaglia per l'integrazione ma per la sopravvivenza: il dover essere te stesso, il volerlo essere,  dover rispettare la famiglia, la società svizzera anzi basilese eccetera. Non è facile... In Italia sei svizzero, in Svizzera sei italiano...».

Daniela guarda suo marito con un sorriso interrogativo. Non vuole saperne di discorsi troppo complicati. «Io mi sento svizzera e basta». 

Italia significa Villorba una volta l'anno, provincia di Treviso, per andare a trovare i genitori, che sono rientrati al paese da un paio d'anni, con qualche eccezione se capita che ci sia  una partita di calcio interessante. Per esempio, lo scorso agosto. a San Siro: Inter-Basilea. E andata a Milano. Con le bandiere rosso-blu, ovviamente. 

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Fonte: 

Corriere della Sera – 28 novembre 2004

Ma il sociologo dice: l'integrazione lontana

Il processo di Integrazione dei giovani adulti spagnoli e italiani immigrati in Svizzera. Questo il sottotitolo del libra Secondas-Secondos pubblicato dalle edizioni Seismo di Zurigo.

Autori: Claudio Bolzman, Rosita Fibbi e Marie Vial. Quali i risultati dell'indagine? «Le seconde generazioni di italiani immigrati — dice la sociologa Rosita Fibbi — hanno un successo scolastico comparabile a quello dei ragazzi svizzeri di origine sodale simile. I naturalizzati ottengono persino risultati migliori degli svizzeri...

Le ragioni? «Le motivazioni dei ragazzi e delle loro famiglie sono maggiori; inoltre rispetto a vent'anni fa la popolazione svizzera dimostra una maggiore disponibilità all'integrazione degli Italiani. Infine, i nuovi gruppi di immigrati turchi e slavi, si sono sosti agli italiani e agli spagnoli nel gradino più basso della società. 

La percezione però non cambia. «La nostra ricerca ha lasciato increduli gli svizzeri: per loro gli Immigrati italiani pongono sempre problemi. L’immagine generale rimane negativa, nonostante tutto».

 


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