Eleaml


Fonte:
http://www.nazionenapulitana.org/

VALORE CORRENTE DELLE MONETE DEL REGNO DELLE DUE SICILIE 

Riferimento alla svalutazione intervenuta a tutto il 31 dicembre 2001

1 DUCATO = 10 CARLINI = 100 GRANA

1 GRANA = 2 TORNESI = 12 CAVALLI

Moneta
Valore anno 2001 Lit.
Ducato
31.028,90
16,03
Carlino
3.102,89
1,60
Grana
310,29
0,16
Tornese
155,14
0.08
Cavallo
25,86
0,01

Fonte ISTAT

Il valore del cambio preso a base del calcolo è quello imposto dai piemontesi nel 1861: 1 Ducato = Lit. 4,25.


La pubblicazione annuale del valore delle monete della nostra vecchia Nazione merita, quest'anno, un approfondimento non foss'altro perché, il 28 febbraio 2002, è uscito dalla scena un altro simbolo dell'occupazione piemontese: la lira.


La lira, infatti, non fu una moneta scelta liberamente da tutti gli stati che si erano uniti al Piemonte o che erano stati occupati. Essa era la moneta dello stato vincitore e fu imposta a tutti gli altri stati preesistenti con Regio Decreto del 17 luglio 1861, n. 452 della cronologia piemontese o n. 123 della raccolta del regno partita dopo la cosiddetta seconda guerra di indipendenza nel 1859. In effetti, però, la lira nuova del Piemonte era la copia autentica della lira nuova del Piemonte di inizio secolo ( Regie Patenti del 6 agosto 1816 rilasciate da Vittorio Emanuele I ) con un peso in grammi 5,00 di argento, con un rapporto di 1: 15,5 con l'oro al titolo di 900/1000 e con un fino, quindi, di grammi 4,50.


Fu in quest'ottica che essa venne cambiata con il ducato napoletano. Infatti, il ducato napoletano aveva un fino di grammi 19,109 che, rapportato ai 4,500 grammi di fino della lira piemontese dà un cambio di 4,246 volte arrotondato a 4,25. I dati possono essere empiricamente desunti dalla piastra napoletana da 120 grana la quale aveva un peso di grammi 27,53 al titolo di 833/1000 di argento che ci dà grammi 22,94 per ducato ed un fino, appunto, di grammi 19,109 di argento. La moneta da un ducato d'argento, infatti, coniata nel 1784 e 1785 da Ferdinando IV era pressoché scomparsa dalla circolazione nel 1861. Più comune era la piastra da 120 grana o da un ducato e venti.


LE MONETE CIRCOLANTI


Per gli amanti delle statistiche forniamo di seguito i dati relativi alle monete circolanti nella nostra Nazione ed il loro valore. Le monete napoletane si dividevano, com'era in uso all'epoca, in tre grandi categorie: d'oro, d'argento e di rame. Erano d'oro: lo Zecchino da due Ducati, la doppia da quattro Ducati e l'oncia da sei Ducati. Ferdinando II coniò un pezzo d'oro da tre Ducati, una quintupla da quindici Ducati ed una decupla del valore di trenta Ducati.


Tra le monete d'argento aveva limitata circolazione il Ducato da cento Grana; la piastra da 120 Grana era la più diffusa. Ferdinando IV, tra il 1784 e 1785 aveva fatto coniare anche il mezzo Ducato d'argento da 50 Grana, ma era più diffusa la mezza piastra d'argento da 60 Grana. Vi erano poi il Tarì da venti Grana, il Carlino da dieci Grana ed il mezzo Carlino da cinque Grana.


Tra le monete di rame, invece, la Pubblica da tre Tornesi, il Grano da due Tornesi, il Tornese ed il Tornese e mezzo o nove Cavalli, il tre Cavalli o mezzo Tornese. Vi erano anche pezzi da 8, 10, 6, 5 e 4 Tornesi, sempre in rame e sempre del periodo di Ferdinando IV. A tale proposito, in una prossima occasione, rifletteremo sull'andamento dell'inflazione di lungo periodo nell'ambito del Regno in quanto anche il lettore avrà notato una progressiva scomparsa delle monete di valore più basso a vantaggio di quelle di valore più alto tra il periodo di Ferdinando IV fino al 1799 e quello di Ferdinando II a partire dal 1830.

Dopo Ferdinando IV, infatti, i Cavalli, di qualsiasi valore, non vennero più coniati così come alcune tipologie di Tornesi, mentre videro la luce pezzi d'oro come quello da tre Ducati, la quintupla da quindici e la decupla da trenta Ducati che precedentemente non erano stati mai coniati.

Questa diversa coniazione, in assenza di moneta cartacea, può essere ricondotta a due fattori principali i quali, tra l'altro, non si escludono a priori. Un maggiore sviluppo economico il quale richiedeva delle monete più adeguate al superiore livello delle contrattazioni economiche o transazioni commerciali oppure, un generale aumento del livello dei prezzi, leggasi inflazione.


CENNI STORICI E CURIOSITA'


Ritornando al nostro discorso è sintomatico come solo alcune di queste monete siano rimaste nella memoria collettiva. Penso allo zecchino ( ancora oggi, infatti, alcune persone anziane chiamano il portamonete anche portazecchini ) o il Tornese reso immortale dalla celeberrima canzone nella quale la venditrice non rispondeva alla domanda circa il numero di " spingole francese " che avrebbe date " pe nu tornese ".

Il Tarì, invece, richiama alla memoria la moneta siciliana che fu mutuata dai Normanni e da Federico II dalla monetazione araba e ci riporta, quindi, alle radici fondanti della nostra Nazione. " Gli emiri aglabidi di Kairuan batterono dei dinar a partire dal IX secolo. Essi battevano anche pezzi da un quarto di dinaro, detti Ruba'i (quarto), che circolavano anche in Sicilia e nell'Italia settentrionale col nome di Tarì, dall'arabo tari che significa " battuto da poco ".

Negli anni intorno al 910 un emiro ribelle cominciò a battere dei ruba'i in Sicilia; la zecca siciliana riprese ufficialmente negli anni intorno al 950. … Il Tarì dell'Africa o della Sicilia comparve intorno al 910 ad Amalfi, a Salerno e più tardi a Napoli. Negli anni intorno al 970, il Tarì era diventato la moneta corrente del litorale Tirrenico, insinuandosi anche a sud del principato di Benevento (ad Avellino) e in quello di Capua.

Più sorprendente è il fatto che nell'XI secolo il Tarì e non il soldo bizantino circolasse nella Calabria bizantina…. I Tarì di Salerno e Amalfi continuarono ad avere corso per tutto il periodo normanno e anche oltre… Roberto il Guiscardo appena ebbe preso possesso di Palermo vi battè i Tarì ma ne abbassò il titolo. … Questo titolo restò immutato fino al XIII secolo, quando i re angioini smisero di batterlo ".


Nello stesso periodo normanno fece la sua prima fugace apparizione il Ducato. " Secondo Falcone di Benevento (che non lo amava) il re (Ruggero II ndr.) avrebbe pronunciato ad Ariano, nel 1140, un "editto terribile" col quale vietava la circolazione della Ramesina (moneta bizantina ndr.) e creava, per sostituirla, una moneta d'argento, il ducato, che valeva 8 ramesine ma conteneva più rame che argento. … Il ducato non sarebbe circolato in tutto il regno: non penetrò in Sicilia (dove veniva battuto ma per essere usato in continente); non detronizzò nemmeno i tarì di Salerno e Amalfi che Ruggero II continuò a battere. …

Negli anni intorno al 1140 la buona moneta d'oro di Sicilia (il tarì) cominciò a diffondersi sul continente a partire dalle regioni marittime. Essa si sovrappose ai ducati e ai tarì svalutati di Salerno e Amalfi … Guglielmo II smise di battere il ducato (che si era svalutato sotto il regno di Guglielmo I); ".

Ricordiamo che Guglielmo II regnò dal 1166 al 1189 e che il Ducato fu chiamato così perché inizialmente, come abbiamo già avuto modo di riportare, fu fatto circolare nel ducato a maggioranza bizantina di Apulia. Non è un caso che i tarì abbiano finito la loro storia sotto il periodo angioino perché, come tutti ricorderanno, proprio durante il dominio guelfo degli angioini la capitale del regno fu trasferita a Napoli e durante la rivolta dei Vespri i francesi furono espulsi dalla Sicilia la quale ritornò sotto il dominio degli unici discendenti diretti di Federico II: gli Aragonesi.

Tracce del ritorno in auge del Ducato le ritroviamo nella travagliata vita di Giovanna II " … tramite Ottone di Brunswick e Baldassarre Spinola, si propose Giovanna in sposa a Teodoro Paleologo, marchese di Monferrato. Furono nominati mediatori Gurello Origlia e Jacopo Pica di Gaeta e le fu assegnata una dote di 300.000 ducati. " e nel periodo appena seguente con l'entrata in città di Alfonso V d'Aragona ( 12 giugno 1442 ) attraverso l'acquedotto " Due muratori " usciti per fame " oltre le mura, gli hanno segnata la strada, pilotando trecento soldati di Diomede Carafa nell'interno della città, attraverso il pozzo che sbuca in un'abitazione privata, la casa di una certa donna Ceccarella, alla quale Alfonso assicurerà una pensione annua di 36 ducati.".

QUATTROCENTO ANNI DOPO


Facciamo ora un salto di oltre quattrocento anni e ritorniamo al nostro argomento principale. In merito al cambio stabilito per legge, nel 1861, bisogna fare alcune considerazioni. " In realtà, … i diversi sistemi monetari vigenti nel 1859 restarono in pieno vigore fino al decreto di unificazione del 1862. Così, anche prescindendo dal Veneto e dallo Stato Pontificio, seguitarono ad avere circolazione legale quattro tipi diversi di monete: la lira nuova del Piemonte e la lira nuova di Parma, pari alla lira italiana; la lira toscana pari a lire it. 0,84; il fiorino austriaco in Lombardia, pari a lire it. 2,47 e il ducato nelle province meridionali pari a lire it. 4,25.

Fuori dei confini del Regno, ma in frequenti rapporti con esso, circolavano nel Veneto come in Lombardia lo stesso fiorino austriaco, e nello Stato Pontificio lo scudo romano pari a lire it. 5,32, che naturalmente circolava ancora nell'Emilia, nelle Marche e nella Romagna, entrate a far parte del Regno." In effetti, il Regio Decreto del 1861 " … coordinava i vari provvedimenti presi dai governi provvisori in materia monetaria, dava corso legale nelle Province annesse alla lira nuova di Piemonte ( detta da allora lira italiana ) … e lasciava provvisoriamente in circolazione le monete dei cessati governi."

Era questa, quindi, una situazione transitoria da stato di guerra che trovò la sua soluzione definitiva solo nella " legge fondamentale del 24 agosto 1862 (n.788). In base a questa legge: a) il sistema monetario italiano era posto su base bimetallica al rapporto AU/AR di 1:15,5; b) unità monetaria legale del sistema era la lira d'argento da 4,5 grammi di fino corrispondente, per il rapporto legale AU/AR adottato, a grammi 0,29032258 di oro fino." Senonché, ma guarda i casi della vita!: " Nel 1862 il rapporto di mercato AU/AR era sceso a 1:15,36 ( contro quello stabilito per legge a 1:15,5 ). Al rapporto legale di 1:15,5 quindi la moneta argentea veniva sottovalutata e, per la legge di Gresham, sarebbe presto sparita dalla circolazione.

L'inconveniente era grave, e per evitarlo, invece di abbassare il rapporto legale adeguandolo a quello di mercato, o invece di abbassare la parità argentea legale della lira, si mantenne il primo a 1:15,5, si mantenne la seconda a 4,5 di fino, ma si coniò la lira con un intrinseco lievemente inferiore alla parità legale. Il pezzo da una lira cioè fu battuto al peso di gr. 5 ed al titolo di 835 millesimi, con un fino quindi di grammi 4,175."


In questa mutata realtà il cambio lira/ducato non era più a 4,25, bensì a 4,58. Questo risultato si ottiene semplicemente rapportando il fino del ducato napoletano, gr. 19,109 ed il fino reale della lira, 4,175 che dà, appunto, 4,577. Da bravi magliari i piemontesi adottarono il sistema in uso nel medioevo quando le monete venivano tosate per ricavarne il metallo prezioso o per gabbare il creditore.

A tale proposito riportiamo un episodio narrato dal Muratori e riportato dal Cipolla ( opera citata in calce ): " … anche alla Lombardia circa questi tempi ( anno 947 d.c. ndr ) toccò una indiscreta visita degli ungheri per attestato di Liutprando (1.5,c.5) essendo comparso in queste contrade Tassi, re di quei barbari con un copioso esercito. Berengario colla forza non delle armi, ma di gran quantità d'oro li fece ritornare addietro; e non già coll'oro suo, ma con quello che raccolse dalle chiese e dal povero popolo, con avere imposto un testatico di un denaro d'argento per cadauna persona; e lo pagavano infino i fanciulli lattanti dell'uno e dell'altro sesso.

Colla somma di tanto argento raccolto, con cui mischiò del rame (corsivo nel testo ndr), fece battere dieci moggia di denari, co' quali soddisfece all'accordo stabilito con gli Ungheri e per sé ritenne, da buon economo, tutto quanto egli aveva tolto alle chiese". Oltre 900 anni dopo i piemontesi adottarono il medesimo sistema per drenare la ricchezza monetaria del Mezzogiorno. Un illustre, compianto, economista ha detto: "

Lo svilimento della moneta è la soluzione comune a tutta una gamma di problemi ed è anche la soluzione più facile: quella che, come avrebbe detto Pantaleoni, " ogni imbecille saprebbe immaginare " ". ( Oggi, tanto per parlare di economisti imbecilli, si procede allo stesso modo quando si aumenta il prezzo del carburante). Ma i piemontesi non erano imbecilli, erano soltanto delinquenti, ed usurpatori, aggiungerei. Perché non sfuggirà a nessuno che moltiplicando quella piccola differenza che passa tra 4,25 e 4,58 per il numero totale dei ducati circolanti nel Sud si arrivava a cifre ragguardevolissime. In lire del 2001 è come se il cambio, da lire 31.028,899 si effettuasse a lire 33.438,202, con una differenza di ben 2.409,303 lire per ducato pari ad euro 1,24.


Tutto ciò significa che con una moneta di valore inferiore fu acquistato più metallo prezioso del Sud o che il metallo prezioso del Sud fu pagato ad un prezzo inferiore a quello di mercato. E, tra le pieghe del nostro discorso, emerge anche un'altra realtà che anche in altre occasioni abbiamo sottolineato: " … i fatti dicono che, mentre alcune monete furono valutate ad un cambio inferiore alla stessa lira italiana, vedi il caso della lira toscana a lit. 0,84, la migliore delle preesistenti monete, il fiorino austriaco, moneta ricordiamo coniata da una delle superpotenze dell'epoca, fu cambiata a lit. 2,47 di molto inferiore a quello del ducato meridionale, ripetiamo a lit. 4,25." " …

Ora, se il valore del cambio di una moneta è dato soprattutto dalla forza economica dello stato che la emette ed anche dalla fiducia che vi ripongono coloro che la accettano, risulta chiaro ed evidente che i nuovi regnanti, nonostante tutto il favore di cui avevano potuto godere nel periodo a cavallo tra il 1860 ed il 1861, relativamente alla perdita di valore del ducato meridionale a causa dei noti eventi, non potettero fare a meno di accettare un corso del cambio della moneta napoletana che, sebbene non eccezionale, comunque economicamente risultava per essi mortificante".


La moneta napoletana, in quanto simbolo dell'economia e della ricchezza delle Due Sicilie valeva oltre quattro volte quella piemontese perché conteneva metallo prezioso in misura più che quadrupla rispetto alla moneta sarda. A che cosa poteva servire una moneta di questo valore se non a supportare una ricchezza vera e consistente, frutto del valore del commercio, degli immobili, delle terre e delle industrie di uno stato? Da quanti, in questo periodo, sbavano per il ritorno dei carnefici, aspettiamo una risposta.


Luigi Assante
 


Ai sensi della legge n.62 del 7 marzo 2001 il presente sito non costituisce testata giornalistica.
Eleaml viene aggiornato secondo la disponibilità del materiale e del web@master.