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La formattazione ipertestuale con i titoli del sommario che rimandano ai vari capitoli è nostra. Puoi trovare la versione originale del racconto a questo indirizzo: http://www.bookcafe.net/

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Donatello

di Carmen Cafaro

PREFAZIONE
capitolo primo
capitolo secondo
capitolo terzo
capitolo quarto
capitolo quinto
capitolo sesto
capitolo settimo
capitolo ottavo
capitolo nono
capitolo decimo
capitolo undicesimo
capitolo dodicesimo
capitolo tredicesimo
epilogo

FAVOLA LIBERAMENTE ISPIRATA
ALLA INFANZIA DEL BRIGANTE CARMINE CROCCO

Un progetto in cantiere da tempo, una rivisitazione dell'infanzia del brigante Carmine Crocco in chiave fantasiosa. E quale migliore occasione di un racconto per bambini, per poter trasmettere un messaggio di umanità e storia? Parlare ai bambini di un fenomeno così complesso, ma altrettanto affascinante, qual'è quello del brigantaggio è oltremodo difficile, soprattutto se l'intento è di ricostruire fedelmente scene e paesaggi, luoghi e personaggi della storia, senza che il piccolo lettore trovi l'argomento noioso e poco avvincente. In un'epoca come la nostra, alle soglie del Terzo Millennio urge che i nostri piccoli si avvicinino sempre con più interesse alla storia delle nostre radici, delle nostre tradizioni, dei nostri costumi, dei nostri dialetti; solo grazie alla memoria storica un popolo può dirsi civile e l'uomo sentirsi libero nella coscienza e nel cuore. Per la stesura di questo libro devo ringraziare coloro che ne hanno reso possibile la redazione, a cominciare da ........................ zelante come sempre ed ottimo consulente per la ricostruzione storica dei luoghi e dei personaggi dell'epoca; mio marito e le mie figlie per la pazienza dimostrata a sopportare le mie reclusioni forzate nello studio e per il tempo sottratto loro alle passeggiate, alle carezze, al dialogo.

 

capitolo primo

Quella notte il letto molliccio che dividevo con mio fratello era particolarmente scomodo; mi giravo e mi rigiravo, senza trovare pace; sudavo e la notte mi sembrava interminabile. Decisi che non avrei dormito e mi alzai, mettendomi a sedere sul gradino in pietra davanti alla casa.

Era una tiepida notte di aprile, in lontananza il rumore del vento che mi portava alle narici l'asprigno odore di erba bagnata; il Vulture maestoso era più torvo del solito e sembrava guardarmi arcigno; il latrato di un cane proveniva dalla vicina masseria di Zì Pasquale......

"Strana notte!" pensai, e rientrai in casa, urtando contro la piccola sedia impagliata, dove mia madre sedeva a scardare la lana, insieme alle donne del vicinato. Le galline e i conigli, nell'angolo in fondo alla cucina, erano stranamente silenziosi ed accovacciati fra loro. Nel braciere, in mezzo alla stanza, solo cenere calda; dietro la tenda che separa la cucina dai letti c'era mia madre con la sua guancia rosea poggiata sul cuscino, insieme alla sua doppia treccia di capelli neri; accanto a lei, stretto al seno, il più piccolo della famiglia Marco, e poco più in là mio padre, girato su un fianco, quasi al limite del letto a voler lasciare sufficiente spazio ai suoi piccoli; ai piedi dei miei genitori dorminavano, scomposti, Rosina e Antonio, mentre i più grandi, io e mio fratello Donato, dormivamo poco più in là in un unica brandina addossata al muro.

Com'era bello Donato: alto, robusto, forte, con due occhioni neri da far spavento, tutti lo rispettavano per la sua disponibilità e il suo coraggio. Aiutava la mamma nella cura dell'orto e degli animali, perché mio padre doveva badare alle sue pecore lassù in montagna. La sera andavamo insieme da Zio Martino dove, insieme ad altri cinque o sei ragazzi della nostra età, imparavamo a leggere e scrivere. Che bella vita la mia, così serena e semplice: una famiglia che mi adorava, un paese così unico, un destino così irripetibile.....! Sopra al comò, la statua della Madonna del Carmine racchiusa in una cupola di vetro, insieme alla figura di San Michele; l'avevamo comprata al Carmine, sulla bancarella del sagrestano che ogni anno metteva sempre più cianfrusaglie sul suo banchetto: ninnoli, rosari, acquasantiere.....

Cos'era quella smania che mi sentivo addosso? Cos'erano quei brividi che mi scorrevano lungo la schiena? Una strana sensazione: che qualcosa stesse per turbare la mia vita; in fondo cosa e chi poteva turbare la mia vita a me che, in fondo, ero solo un bambino di sei anni?

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capitolo secondo

Francesco aveva sposato Maria Gera di Santo Mauro in una serena domenica di settembre: che brulicare di gente vicino la casa della sposa; alcune ragazze intrecciano ghirlande di fiori, le più piccole, insieme ai monelli del vicolo, attendono da ore di lanciare i petali di rose e di ginestre che reggono in cestini di paglia ornati di nastro bianco. La sera prima, con i genitori, erano stati alla Voccaglia a raccogliere ceste di profumatissime ginestre e, insieme alle mamme avevano sfogliato le rose spampanate e i rami di ginestre. Ogni bambino aveva, poi, riempito il suo cestino che teneva gelosamente custodito tra le mani, pronto a lanciare il profumato contenuto, quando usciva la sposa.

Eccola, è bellissima nel suo vestito di raso bianco cucito dalle sorelle e ricamato da Zia Carmela; i morbidi capelli neri le scendevano sciolti lungo la schiena ed ondeggiavano insieme a lei; il velo, corto sulle spalle, le copriva la fronte alta; lei, austera, porgeva il braccio al padre vestito a festa;reggeva un fascio di garofani bianchi con l'altro braccio, mentre il corto strascico scorreva sui ciottoli del vicolo. Maria Gera portava in dote con sè, oltre ai quattro lenzuoli che si era ricamata con le sue mani, anche un tomolo di terra coltivata a vigna a Colonnello e due casupole, mentre Francesco portava qualche pecora e un paio di capre, insieme ad un mulo.

I due sposi erano felici, perché il Signore non gli faceva mancare nulla: la terra produceva grano, legumi, formentone e anche un pò di canapa, giusto il necessario per poter sfamare i figli; le pecore rendevano lana e latte; Maria Gera scardava la lana per quaranta carlini al giorno e così poteva anche mettere qualche soldo da parte. La domenica i due si recavano a Messa all Chiesa del S.S.Sacramento, al Rione dei Morti, a sentire la predica di Don Leonardo; lì si ritrovavano tutti, lavati e vestiti di tutto punto. In chiesa, i signori occupavano le panche in prima fila, i pastori e i contadini, poco più in là, divisi da uno stretto corridoio, mentre in fondo stavano i mendicanti e i bracciali.

All'uscita della Chiesa, gli uomini si scambiavano qualche battuta, mentre le donne si aggiornavano sull'ultimo pettegolezzo, i bambini correvano sul sagrato giocando a nascondino e le signorinelle lanciavano complici sguardi ad aitanti giovanotti, spiate da sorelle ruffiane. Il pranzo domenicale era un rito, perché finalmente a tavola sedeva il capofamiglia, che negli altri giorni era presente solo a cena; la sera, mentre le donne si attardavano sull'aia a recitare il Rosario, gli uomini si riunivano alla cantina di Zazzarino, dove si giocavano un bicchiere di vino.....poi la notte scendeva sul paese e sui boschi lì intorno.

 

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capitolo terzo

Quel giorno Zio Martino mi aveva insegnato a fare le asticelle della lettera " M " ed io, che era tra i più bravi, avevo imparato subito, tanto che diedi una mano anche mio amico Domenico, figlio di Zio Bartolomeo. Domenico era il mio migliore amico, tanto povero perché suo padre a mala pena riusciva a guadagnare di che vivere, per questo il bambino andava alla giornata per portare a casa 10 grana al giorno che gli bastavano appena per comprare una fetta di pane.

A casa mia, ogni venti giorni, la mamma impastava la crescenza e, messa sulla testa una lunga tavola dove aveva sistemato tre o quattro rotonde panellucce, andava ad infornarlo al forno di Sand'gric a Chian Cantin . Dopo qualche ora la casa sarebbe stata invasa da un fragrante odore di pane caldo; com'era buono quel pane, ma la mamma lo metteva sotto chiave in quella che era il mobile più odioso della casa: la cascia.

Era un grosso mistero quel mobile di vecchio legno mogano: da essa usciva ogni ben di Dio, quando sorprendevamo la mamma ad aprirla con la nera chiave di ferro. C'erano lunghi savoiardi, taralli, olio, conserva.....e la chiave era sapientemente custodita nei fianchi sotto il crett della mamma, tenuta legata da una robusta cordicella di spago.

Quante volte io e Donato avevamo progettato un attentato alla cascia, ma la mamma ci dormiva pure con la chiave appuntata alla camicia. Domenico, invece,..... doveva solo sognarlo tutto quel pane!

Una volta gli diedi un carlino e gli dissi: "Portalo a tua madre", e i suoi occhi brillavano dalla contentezza, mentre io mi auguravo di non soffrire mai la fame come lui. Zio Martino, come faceva di solito alla fine di ogni lezione, cominciò finalmente a raccontarci una favola vera. Lui diceva che si chiamava storia, ma io preferivo chiamarle favole per tutte le battaglie e gli eroi che vi partecipavano. Ce ne aveva raccontate tante ed io avevo preso simpatia per quel tale...Napoleone, basso e tarchiato, che aveva sconfitto tanti nemici a suon di baionette e di cannoni; mi piaceva quel nanetto che era diventato grande e famoso alzando la voce più degli altri e facendosi rispettare da tutti.

Seduto sull'enorme ceppo di quercia in mezzo alla stanza, Zio Martino cominciò a raccontarci una favola .....c'era un velo di tristezza nella sua voce, gli occhi erano lucidi per la commozione non per la nuvoletta di fumo che si levava dalla sua pipa. La favola era successa a Saragozza, una città della Spagna che sorgeva su un fiume, non mi ricordo il nome però.....che sonno che avevo! Non avevo chiuso occhio tutta la notte; Zio Martino parlò di un re, di nome Filippo, forse V, non so, ero troppo intontito dal sonno....che aveva sposato una principessa italiana.....uhaaa!uhaaa! quanti sbadigli; ma, all'improvviso dalla bocca di Zio Martino uscì fuori il nome di Napoleone, ed io mi scossi di botto, perché il mio eroe era il protagonista della favola.

Non potevo perdermela, ma la storia era già a buon punto, tuttavia riuscii a seguire il fatto che una cannonata aveva portato via con sè la gamba sinistra di Zio Martino che era sergente maggiore di artiglieria proprio a Saragozza.

Un lampo di cattiveria mi passò per la mente, come era possibile fare questo a Zio Martino, lui che era tanto buono e disponibile con tutti; ora capivo perché lui non voleva che i ragazzi del paese partissero per soldato. Un giorno, avrei vendicato Zio Martino, avrei sconfitto il nemico, ma chi era il mio nemico?

Non volli più pensarci, anche perché Donato mi prese per mano per ritornare a casa: dovevamo aiutare la mamma a governare gli animali.

Zio Martino ci salutò, mettendoci tra le mani un pugnetto di fave abbrustolite che erano il premio meritato per le ore di studio; ci saremmo visti l'indomani sera.

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capitolo quarto

"Donato vai a prendere un po' d'erba per i conigli" disse la mamma alle prese con la polenta che cuoceva nella grande pentola di rame, "e tu, monellaccio, vai a comprare un pugno di sale alla putea".

Non me lo feci ripetere due volte che di volata raggiunsi la bottega di Mastro Michele che si trovava nell'angolo in fondo alla piazza e, mentre aspettavo che pesasse la soda a comare Angiolina, io davo uno sguardo su e giù per il locale che era pieno di ogni ben di Dio.

La mia curiosità andava su dei misteriosi barattoli grigi conservati in una credenza bianca, gelosamente chiusi a chiave; non aveva mai visto nessuno che avesse chiesto di comprare quei barattoli; almeno così avrei saputo cosa c'era dentro.

Stavo ancora assorto a pensare al misterioso contenuto della credenza, quando Mastro Michele mi riportò alla realtà col suo vocione rauco; presi il pugno di sale e mi avviai verso casa. Lungo la strada incontrai Concettina che volle a forza regalarmi una caramella all'orzo che sua madre aveva preparato la sera prima scaldando un po' di zucchero in una vecchia sartasc'na.

Donato aveva finito di dare da mangiare ai conigli e la mamma stava portando i piatti in tavola; buttai di corsa il sale sulla credenza e mi sedetti a fianco a mio fratello; Rosina piagnucolava perché la polenta era troppo calda, mentre la mamma imboccava gli altri due "Aiuta tua sorella" disse la mamma ed io, che avevo già divorato l'intera scodella, aiutai Rosina a mangiare; per la verità i bocconi che raffreddavo li assaggiavo abbondantemente per verificare che fossero mangiabili; Donato tagliava il pane con un vecchio coltello che gli aveva regalato il nonno.....

All'improvviso dalla porta aperta entrò un bellissimo levriero che, come un fulmine, afferrò coi denti uno dei conigli bianchi e lo trascinò con incredibile violenza fuori la casa. A nulla servivano le mie urla e quelle di Donato, mentre il povero coniglio sanguinava da un orecchio, mentre il cane che non aveva nessuna intenzione di mollare la sua preda. Allora Donato prese un bastone che stava dietro lo spigolo della porta e si avventò sul cane, dandogliene di santa ragione finché rimase stecchito nel bel mezzo dell'aia.

Per i due animali non c'era più nulla da fare, quindi la mamma strappò finalmente dai denti del levriero il povero coniglio; pensai "domani si mangia carne", ma non potevo immaginare che la sciagura stava per abbattersi sulla nostra casa. I tre bambini si erano assai spaventati per le grida, ma anche la mamma era insolitamente silenziosa e pallida e, dopo aver bevuto un sorso d'acqua dalla ciarla mise i piccoli a letto per il riposino pomeridiano e, col volto accigliato e scuro, si accinse a spellare il coniglio privo di vita; cosa avrebbe detto a mio padre, quando all'imbrunire sarebbe arrivato dal lavoro?

Io dovevo andare con due monelli del vicolo alle Grotte di Asquino, a poche miglia dall'abitato sulla strada per Monticchio.

Dicevano tutti che era un posto bellissimo, ma misterioso, tanto che tutti ci proibivano di andare, ma la curiosità di noi bambini era troppo grande, per cui armati di coraggio e fantasia eravamo disposti a tutto pur di scoprire quel luogo incantevole.

Perché quelle gocce di sudore sulla fronte?.....ancora quello strano senso di inquietudine e paura.....ecco, qualcuno che mi prende per il collo e mi poggia sulle sue ginocchia, con un frustino mi batte sul sedere e .... "Brutto fetente, assassino....." gridava l'uomo che non avevo ancora visto in faccia "che fine hai fatto fare al mio cane?" e giù botte anche a Donato che, nel frattempo era accorso in mio aiuto.

La mamma venne in nostro aiuto lanciandosi contro quell'aguzzino, ma questo le urla dietro una serie di improperi e ingiurie e, nel caotico parapiglia, sferrò un violento calcio nel ventre di mia madre che, all'improvviso, perde i sensi cadendo come morta per terra, quella terra insanguinata dal sangue del levriero.

"Mamma, mamma" gridò mio fratello, mentre le porgeva un sorso d'acqua sulle livide labbra. L'aiutammo ad alzarsi e la portammo sul letto dove i tre piccoli avevano, nel frattempo, preso sonno. "Va a chiamare comare Sisina" mi disse Donato "io resto qui con la mamma" e corsi con il cuore in gola sperando di fare in tempo; non sapevo di preciso cos'aveva la mamma, di sicuro non era una cosa di poco conto.

Neppure quando avevamo comprato Marco la mamma era stata così male, con quel pallore incredibile sul viso e quegli occhi sbarrati e fissi nel vuoto. La comare Sisina corse a casa mia e, poco dopo, mandò sua figlia Teresa a chiamare la levatrice . Solo allora capii che la famiglia si stava ingrandendo e pensai che non doveva essere così grave come pensavo. casa mia era un viavai di donne: chi piangeva, chi correva con pezze bianche strappate da vecchie lenzuola, chi porgeva brocche di acqua bollente.....pensai "Stavolta dev'essere più difficile l'acquisto del fratellino" e provai ad immaginarmi il nome che gli avrebbero messo.

Era ormai l'imbrunire quando giunse mio padre; buttò il cappello sulla sedia e corse dalla mamma.

"E' fatta !" esclamai tra me e me, ma quando la porta si riaprì lessi nel suo sguardo perso nel vuoto il terrore e l'angoscia ed allora fu l'inizio della fine.

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capitolo quinto

Mia madre aveva perso il bambino che aspettava, e anche in malo modo, per cui restò a letto per ben tre anni senza potersi riprendere.

La casa e la famiglia furono affidati ad una vecchia zia ladra e ghiottona che si prese cura della nostra vita, badando bene a prendere il meglio per sè e lasciando gli avanzi o le cose marcite per tutti noi. Come cambiò la nostra vita: papà andò a tosare le pecore e a mietere il grano a Venosa dai signori Santangelo , mentre io e mio fratello cercavamo di dare una mano a mio padre per mantenere i tre piccoli che, improvvisamente erano diventati più irrequieti e sembravano sempre affamati, e si sa, la fame è una gran brutta cosa.

Don Vincenzo Cavallari abitava in un superbo palazzo nel rione San Marco, nella parte alta del paese, dove noi bambini ci appostavamo spesso per contare il numero delle stanze dalle finestre che si affacciavano sulla strada, ma nonostante i numerosi tentativi, non eravamo mai riusciti a farci un'idea della reale grandezza della casa. Fatto sta, che era grandissima e all'interno doveva tenersi qualche festino il sabato sera, dato che il profumo che si spandeva per tutto il vicinato faceva acquolina a tutti, mentre la musica si udiva fino a notte inoltrata.

Nei vicoli attorno al palazzo, donne e uomini spiavano da lontano con umile rassegnazione pensando a quanta ingiustizia esistesse su questa terra: chi sudava per un tozzo di pane duro e chi, invece, faceva baldoria a base di succulente pietanze.

Sul retro del palazzo v'era una vecchia ringhiera arrugginita che portava in un sottano: attraverso una porticina la servitù cacciava fuori dei grossi fusti di metallo che contenevano gli avanzi del banchetto. Da qui, la mattina successiva, all'alba, venivano trasportati col carretto di compare Giovanni alla masseria del padrone al Trentatré per darlo agli animali, o meglio quel che ne restava, perché i gatti e i cani del vicinato raggranellavano un osso e qualche pezzo di callo dopo numerosi tentativi di scoperchiare il bidone con le zampe.

La ricchezza dei signori si notava anche dall'abbigliamento della famiglia: Don Vincenzo si cambiava d'abito anche tre volte al giorno a seconda dell'attività che doveva svolgere; pantaloni a coste larghe in velluto infilati negli stivaloni e gilet di panno se doveva andare a far visita ai bracciali della masseria; giacca e pantaloni di fustagna e un cappello in tinta a larghe tesa, se doveva andare a Potenza per servizi. Le signore, invece portavano candide camiciole bianche ricamate ad intaglio con lunghe gonne scure per andare alla Messa, mentre in casa portavano enormi grembiuloni di tela annodati alla vita. E pensare che i miei vestiti erano quelli di Donato, che me li passava in una catena lunghissima che si sarebbe fermata a Marco; Rosina, invece, vestiva abiti nuovi, perché la mamma le cuciva morbide gonnelline di flanella bleu ricavate da suoi abiti smessi con corpetti bianchi e vandera a due colori.

Don Vincenzo possedeva otto cani da caccia e quattro cavalli con i quali si accompagnava quando si recava nel bosco di San fele per le battute di caccia. Ci andava un paio di volte al mese, insieme ai signori Larocca e Santopietro di Atella e Barile e, se era buon tempo, trascorreva intere giornate a sparare pallottoloni; il rientro in paese era una processione trionfale con il signore tutto contento e le povere prede a testa in giù in una passerella mortificante.

I bambini gli si facevano intorno ad ammirare le quaglie, le pernici, i fagiani e qualche lepre, mentre molti lo guardavano con invidia pensando al pranzo che, di lì a poco, si sarebbe consumato; tuttavia all'arrivo a a palazzo, Don Vincenzo dava ordine ai suoi uomini di distribuire ai bambini che l'avevano seguito fin lì, manciate di caramelle e cannolicchi.

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capitolo sesto

Dio solo sa quant'odio avevo in corpo: il mio pensiero correva sempre a Don Vincenzo ogni qualvolta scostavo la tenda a fiori per vedere la mamma che giaceva nel suo letto di dolore; e ogni volta pensavo che avrei dovuto crescere in fretta per piantare una sonora fucilata nella fronte del vigliacco signore; forse solo quel sangue avrebbe placato il ribollire del mio. Ma come avrei potuto procurarmi un fucile, visto che mio padre era stato fatto cancellare dal ruolo delle guardie urbane- temendo una vendetta nei confronti di Don Vincenzo- e, quindi, non possedeva più un'arma? Non lo so, ma ci avrei pensato al momento.

Da zio Martino non ci si andava più per le lezioni serali, perché adesso io e Donato eravamo impegnati a lavorare il piccolo pezzo di terra della mamma e, quando finiva la giornata, eravamo troppo stanchi e sporchi per andare ad ascoltare quelle magnifiche storie; ma io, soprattutto, non volevo più sentir parlare di eroi e uomini per bene, di giustizia e di morale: ormai avevo un'idea tutta mia della vita e non credevo più in quel Dio infinitamente buono che mi faceva soffrire un'infanzia cos' desolata e triste.

Si avvicinava la festa della Madonna del Carmine; Rionero era tutto un trepidare di preparativi in onore della santa protettrice del paese: Don Leonardo si dava un gran da fare in chiesa, insieme alle parrocchiane che andavano avanti e indietro con i ciciniedd' sulla testa per lavare il pavimento e l'altare. Tutto doveva essere pronto per la processione: le tovaglie, il baldacchino, i fiori, le luminarie, i botti, la banda di..... Gli uomini che tornavano dalla campagna, dove erano impegnati nella trebbiatura, si prodigavano a tenere i bambini perché le loro mogli erano troppo affaccendate a preparare taralli, abiti nuovi e tendine candide alle finestre.

Quell'anno la mamma non ci aveva preparati per la festa: si sentiva troppo debole per alzarsi dal letto e il dottore diceva che era ancora in pericolo di vita. I miei fratelli più piccoli vennero accompagnati dalla zia Filomena alla processione, mentre io e Donato preferimmo andare fuori paese a lanciare pietre ai buatt'; non volevamo assistere a quella festa senza la mamma e poi...... forse la Madonna avrebbe capito la tristezza che c'era nei nostri cuori.

Il giorno dopo ci attendeva una dura giornata di lavoro, perciò dovevamo andare a letto presto non prima di aver mangiato l'insipida ciotola di brodaglia che ci rifilava la zia. La zia Filomena era la moglie del fratello di mia madre: bassa, tarchiata, con quei capelli color di carota ricci e ispidi, la faccia lentigginosa e acida. Aveva preso lei le redini della casa, da quando la mamma si era ammalata e accudiva i piccoli fratelli, giacché lei, poverina, non ne aveva potuti avere.

"Strano" avevo sempre pensato "i soldi li aveva per comprarne, i miei erano addirittura riusciti a permettersene cinque". Le chiavi della cascia erano ormai passate a lei che continuamente prelevava ogni ben di Dio senza che noi assaggiassimo mai nulla di quella roba.

Quando papà tornava da Venosa era una festa, perché ci portava una fresca caciotta di caprino che divoravamo con ingordigia per paura che qualcuno potesse portarcela via. Quella caciotta era l'unica cosa che la zia Filomena non poteva gestire personalmente ed io, per quanto le fossi affezionato, non sopportavano la sua presenza nella nostra casa. Quanto mi mancava la mia mamma: le sue risate, il suo camminare superbo, le sue cantilene.......eppure era lì a pochi passi da me, dietro la tenda e......

Mi ricordo che sotto le feste di Natale lei ci prendeva in braccio e cantava: "N' casa nci facimo ri petl, i cauzunciedd ri crust'le pùr facimo, rumpìm lu carusiedd. Pò sciuquam' a la l'oca, quattr' e cinc', tre e sei uh! vi, che cannafoca si mett'no quiri giurei catarr' e pantullino sampogn' e tutaredd'. Malat' a lu stintino i è muort Cascitedd cantàm la ninna nanna a Giesù Bamminiedd'".

Dopo tre anni la mamma si alzò dal letto, ma era ridotta proprio male: pallida, spenta, silenziosa; già, silenziosa; non cantava più la mia mamma.

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capitolo settimo

La strada che costeggia la Torre era polverosa e dissestata, ma il cavallo lanciato al trotto si era abituato a quella terra senza un filo d'erba; in sella una specie di cavaliere antico con due pistole all'arcione , un fucile a bandoliera e un pustale alla cintola.

Era Don Vincenzo che andava in campagna fischiettando allegramente per la magnifica giornata. Aveva percorso circa tre miglia dal paese, quando, improvvisamente, una ciocca di capelli gli saltò per l'aria, mentre dalla fronte un sottile rivolo di sangue gli scorreva sugli occhi e il naso. Il cavallo nitrì e stava quasi per disarcionare il suo cavaliere, perciò l'uomo, con uno scatto fulmineo, balzò giù dalla sella e guardò una siepe che era lì vicino; strisciando col ventre per terra e asciugandosi il sudore misto a sangue che gli colava dal viso, raggiunse il nascondiglio e solo allora il suo cuore, che sembrava essersi fermato, ricominciò a battere.

Una fucilata, così all'improvviso in quella che si era preannunciata una bella giornata, aveva sconvolto i suoi piani; no, non poteva essere un colpo partito per caso da un cacciatore inesperto; cos'era e, soprattutto chi aveva attentato alla sua vita? D'un tratto cominciò ad avere paura; fino a quando avrebbe dovuto rimanere nascosto lì dietro quella siepe; era veramente al sicuro? quei rovi secchi lo avrebbero coperto sufficientemente dal suo assassino?

Restò lì immobile, senza quasi respirare, tentando di percepire i rumori in lontananza, ma l'aria vibrava solo di un tiepido venticello spezzato dal canto di qualche fringuello. Forse erano passate più di due ore, quando uscì guardingo dal suo nascondiglio e sperò di rimettersi in piedi senza fatica; aveva le gambe indolenzite per la lunga attesa, la ferita sulla fronte si era asciugata e una crosticina marrone lasciava il segno di quel terribile gesto. Pensò di rientrare in paese e cercò il suo cavallo che era appostato vicino ad una quercia; anche l'animale sembrava partecipe di quella disavventura, il suo pelo sembrava meno lucido e la sua andatura meno imponente; forse anche il cavallo si era spaventato, ancor più per l'odore del sangue misto a sudore che impregnava la camicia del suo padrone.

Quando lo videro arrivare in paese, i paesani lessero negli occhi di Don Vincenzo la paura, la rabbia, l'odio e non osavano avvicinarsi per chiedergli cosa gli fosse accaduto; passò per il Rione dei Morti, ma stranamente non stava dirigendosi verso il suo palazzo.

Il generale Del Carretto stava sonnecchiando con i suoi sbirri alla scrivania di mogano antichizzato, quando il vocione inviperito di Don Vincenzo lo destò dal suo torpore. Capì subito, sbirciando la ferita, che il ricco signore cercava vendetta, più che giustizia e, sicuramente l'avrebbe voluta in poco tempo. Il generale si fece in cerimonia per far accomodare l'illustre ospite, ma Don Vincenzo era troppo nervoso per apprezzare tanta gentilezza.

"Entro ventiquattro ore, voglio il colpevole" sibilò nella stanza, mentre un attendente ci accingeva ad intingere il pennino nel calamaio per verbalizzare l'accaduto.

"Ma...." provò a replicare il generale.

"Niente ma...." lo precedette Don Vincenzo "avete ventiquattro ore di tempo, passate per il palazzo per la firma del verbale, stasera cenerete da me" e, senza aspettare alcuna risposta andò via come una furia.

"Che mi venga un accidente !" esclamò il generale infastidito da tanta prepotenza "chi diavolo gli porta tra ventiquattro ore; mi mancano i mezzi, gli uomini......".

La campana della chiesa batteva mezzogiorno, perciò il generale decise di andare a pranzo perché a stomaco pieno avrebbe avuto le idee più chiare e, per il momento non volle pensare a Don Vincenzo e al dannato che aveva avuto l'infelice idea di tendergli un agguato.

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capitolo ottavo

Nella masseria di Nicola Santangelo furono radunati tutti gli uomini di fatica: serve, stallieri, coloni, mezzadri, pastori. In tutto erano ventotto persone, tutte oneste e legate tra loro da profonda amicizia oltre che da raporti di parentela o San Giovanni.

"Siete pronti a testimoniarlo davanti al giudice a Potenza?" gridò il generale Del Carretto che li aveva convocati tutti davanti all'enorme cortile antistante la masseria.

"Si" rispondono in coro e Nicola Santangelo, con uno scatto d'ira, buttò il cappello per terra e replicò: "Si può sapere perché dobbiamo ripetervi centinaia di volte che Cecco era a Venosa a quell'ora?".

"Siete proprio sicuro Don Nicola che Francesco Crocco pascolava le vostre pecore a S. Lorenzo ieri mattina?" continuò imperterrito il generale.

"Santa pazienza!.....", non ce la faceva più Don Nicola a difendere il suo pastore che lui stesso aveva incontrato proprio quella mattina e con il quale si era anche accordato per la tosatura delle pecore; eppure il generale faceva il tonto, non credeva né a lui né a tutte le persone a suo servizio.

Cos'era mai successo a Rionero? Perché erano venuti a cercare Francesco e se l'erano portato via come un malvivente? Don Nicola non si dava pace, certamente però quel generale cercava grane; nemmeno un goccio di rosolio aveva potuto offrirgli, forse nell'alcool avrebbe saputo qualcosa di più. A Rionero la notizia giunse all'imbrunire; la piazza era un vocio continuo, le donne vennero informate all'uscita dal Vespro e dal gruppo qualche commara, battendosi il petto, si diresse verso casa mia.

"Maria, cummà Marì" urlavano isteriche, mentre la mamma stanca e pallidissima quasi non l'ascoltava, intenta com'era a preparare la cena.

"Che guaio grosso" continuavano pietose le donne del vicinato; "Si può sapere che cosa andate farneticando?" intervenne brusco mio fratello Donato che stava rientrando dalla campagna.

"Figlio, povero figlio...." rispose una donna ormai in lacrime e singhiozzi "carcerato, tuo padre carcerato....." e non riusciva più a parlare. Non dimenticherò mai la scena che mi si presentò agli occhi: un urlo lancinante si levò dalla casa, mentre la mamma si strappava i capelli e si buttava per terra in preda ad una crisi isterica.

Questo colpo non l'avrebbe sopportato la mia mamma, già tanto provata dalla recente malattia. Le donne le si fecero intorno, cercando di rianimarla, ma il suo volto era una maschera di dolore e il suo sguardo era come inebetito. Lo avevano portato a Potenza, dove mio zio si recò a fargli visita per portargli qualche abito e del cibo; i vestiti passarono, ma la pezza di formaggio e la pagnotta di grano nero fu trattenuta per ispezione; chissà se poi, alla fine, mio padre l'avrà ricevuta mai quella roba. Insieme a mio padre furono arrestati altri cinque poveri diavoli che, come lui, potevano aver avuto qualche plausibile motivo di risentimento nei confronti di Don Vincenzo Cavallari che, a quanto pare, era stato vittima di un attentato.

Tentato omicidio: questa era l'accusa che teneva in carcere mio padre, un'accusa molto grave, ma io ero convinto che egli sarebbe riuscito a dimostrare la sua innocenza che, tra l'altro, era testimoniata dal suo datore di lavoro che era pronto a giurare che mio padre si trovava a venosa al momento dell'accaduto. Ma, a undici anni, ero ancora troppo piccolo per capire che esisteva una giustizia per i ricchi ed una per i poveri!

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capitolo nono

Ormai non si nutriva più, appena qualche sorso d'acqua, un corpo scheletrito..... Usciva in camicia, distruggeva tutto ciò che trovava davanti, tentava di strangolare chiunque le si avvicinasse, i capelli radi e stopposi erano un groviglio di peli arruffati, i cerchi neri attorno agli occhi e un filo di bava bianca le colava costantemente da un lato delle labbra.

La mia mamma era diventata completamente pazza e la vita insieme a lei era diventata insopportabile; l'unico che riusciva ad avvicinarla era suo fratello Domenico che l'accarezzava dolcemente, stentando a nascondere le lacrime, e cercando inutilmente di entrare nella sua mente assente, fredda, sterile attraverso le lettere che mio padre le scriveva dal carcere. nessuna emozione, nessuna reazione, solo il silenzio totale e quello sguardo fisso nel vuoto a cercare qualcosa o qualcuno che non c'era più.

Con lo zio Domenico la mamma restava calma, senza contorcersi nel letto, ma lo zio non poteva stare da noi tutta la giornata e, quando lui andava via, ricominciava l'inferno in quella casa che era diventata un ammasso di rovine, tra piatti rotti,ferri divelti e sedie sgangherate.

Era una sera d'ottobre quando, stranamente, turro il parentado era riunito a casa mia; di solito le zie si accordavano fra loro per fare i turni accanto alla mamma, ma quella sera c'erano proprio tutti.

Noi ragazzi fummo mandati fuori, perché dovevano parlare di cose importanti; almeno così disse lo zio Domenico. Io ero troppo curioso di sapere cosa diavolo avessero di così importante da dirsi, perciò mi appostai sotto la finestra della cucina che, avendo il vetro rotto, mi permetteva di sentire cosa si diceva all'interno. Prese a parlare per primo lo zio Domenico; notai che la sua voce tremava, mentre una tossettina nervosa inframmezzava le sue parole, tuttavia mi sembrava l'unico a mantenere la calma.

"Bisogna prendere un parere" disse rivolgendosi agli altri "Maria è uscita di testa ! , i soldi di Francesco e quelli che avevano da parte se ne sono andati per i figli e per le spese della causa" continuò lo zio con tono grave. Nessuno rispondeva, ma capivo che era in ballo il nostro futuro, di noi figli e di tutta la mia famiglia...."il dottore dice che ad Aversa c'è un posto dove la possono curare bene" interruppe la zia Filomena.

Cos'era quel posto? E dov'era Aversa? Non lo sapevo, ma di certo era un brutto posto, lontano da noi; conveniva ascoltare ancora un pò per capirne di più. "I bambini si possono sistemare un pò per parte: Rosina va a stare con Incoronata, Antonio da Luigi e Marco resta con noi; Donato e Carmine li mandiamo a guardare le pecore; di più non possiamo fare" erano le ultime parole sommesse dello zio. Avevo sentito quanto c'era da ascoltare, ora potevo anche allontanarmi a cercare un posto in cui sfogare tra le lacrime tutta la mia disperazione.

Dentro il cuore solo rabbia e desiderio di vendetta, la voglia di crescere in fretta per dimenticare, ma cosa sarebbe stato della mia vita da adesso in poi? Chi lo sa. So solo che la mia vita è sconvolta per un banale levriero. So che adesso un brutto posto accoglierà mia madre, delle acide zie si occuperanno dei miei fratelli, delle stupide pecore brucheranno l'erba di chissà chi, mentre io le guardo mesto e silenzioso.

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capitolo decimo

Ero rientrato a Rionero da poco più di un'ora, per rivedere i miei fratelli; venivo dalla Puglia dove guardavo il gregge di un ricco signore per due lire al mese.

Il sole era a mezzogiorno e dovevo decidere da chi fermarmi a mangiare, da quale zio?, dove c'era Marco o da Rosina? Nonostante fosse grande il desiderio di vedere i miei fratelli, non me la sentivo di affrontare lo sguardo carico di pena dei parenti e poi io non gli avevo mai perdonato la decisione di rinchiudere mia madre in manicomio.

"Levatemi quel serpente davanti agli occhi" mi aveva urlato contro, quando ero andato a trovarla ad Aversa; non mi aveva riconosciuto, ma forse nelle sue parole c'era quasi una profezia.

Non era così diverso da come me lo immaginavo il brutto posto della mia fantasia; non immaginava che potessero esistere ospedali per malati di mente così grigi e spente, con pesanti sbarre alle finestre, con i letti che sembravano tante macchine da tortura e con quelle infermiere che assomigliavano più a mastini napoletani che ad esseri umani. Quando mi voltai a guardarla, decisi che quel giorno sarebbe stata la data della sua morte, perché io non sarei più andato a trovarla in quel posto e lei, date le condizioni sempre peggiori, da lì non sarebbe mai uscita. Era meglio crederla morta che viva in un posto così orrendo...

Decisi di andare dai miei parenti dopo pranzo, nel frattempo avrei fatto una sosta in piazza a salutare qualche amico, ma la piazza era insolitamente vuota e, mentre stavo chiedendomene il motivo sentii le campane della chiesa suonare a morto.

"Dev'essere un morto importante" pensai tra me e me "visto che fanno il funerale a mezzogiorno" , mentre mi affrettavo verso la chiesa alla ricerca di qualcuno che potesse darmi notizie.

Erano tutti lì davanti il sagrato della chiesa: le donne col velo nero di pizzo poggiato sui capelli e gli uomini con la coppola tra le mani; il carro funebre, guidato da due superbi cavalli neri con il parato viola, proveniva da San Marco preceduto da Don Leonardo Cecero e due chierichetti. Dietro al carro i parenti del morto vestiti a lutto sorretti da amici e paesani più intimi; riconobbi allora la famiglia, anche se non avevo ancora certezze sull'identità del morto.

Quando i cavalli furono fatti fermare davanti alla chiesa, mi tolsi anch'io la coppola e, avvicinandomi a zì Vincenzo d'Cecci domandai: "Chi è?" .................Era un venerabile uomo dabbene, un certo Cecco De Angelis, che io stimavo molto per quello che si raccontva di lui in paese; si diceva, infatti, che aveva sempre aiutato i poveri in difficoltà; alla sua tavola non mancava mai un mendicante in cerca di un pasto caldo; lui e la sua famiglia reggevano la parrocchia dei Morti sopperendo alle necessità della chiesa.

Si, ricordo anche che aveva accolto in casa un'orfanella presa alla ruota delle Clarisse a Ripacandida e che l'aveva allevata come una figlia; per la verità non sapevo che fine avesse fatto, dato che non la vedevo lì al funerale,forse l'avevano maritata, in fondo mancavo dal paese da più di sei mesi. Decisi di assistere alla funzione religiosa, in fondo quell'uomo meritava più di un Requiem o, forse, la mia anima aveva proprio bisogno di riappacificarsi con Dio dopo gli ultimi trascorsi disgraziati della mia vita.

Mi poggiai al muro della navata laterale e spiavo tra la folla uno sguardo amico, ma non riuscivo a scorgere nessuno. Non so perché, ma quel misterioso brivido mi stava percorrendo la schiena; avevo paura ogni volta che mi succedeva; tutte le volte che mi era capitato erano capitate cose brutte. Cosa poteva succedermi in una Chiesa, davanti a tutta quella gente? Sarebbe crollata a pezzi per un terremoto? Le gocce di sudore cominciavano a scorrermi dalla fronte lungo lo zigomo e poi sul labbro e già assaporavo il gusto salato, quando il canto del coro mi riportò alla realtà..... la Messa stava incominciando.

Don Leonardo, di solito era breve nella predica; stavolta forse avrebbe speso due parole in più trattandosi di un benefattore non solo del paese, ma soprattutto della canonica; quindi, non prestai molta attenzione alle sue parole, ma ad un tratto il suo dire si fece solenne e minaccioso allo stesso tempo: "Fratelli, il nostro amato Cecco ha voluto purificare la sua anima in punto di morte, perciò mi ha pregato di leggere a tutti voi questa lettera" esclamò l'anziano prete.

Un brusio si levò per tutta la chiesa, mentre i parenti, evidentemente imbarazzati per il fuori programma, sussurravano fra loro: "Cosa dovrà dirci davanti a tutto il paese?" e probabilmente il loro pensiero andava a questioni legate all'eredità, dimostrando un'aria più scandalizzata che incuriosita.

"Un innocente è in carcere per colpa mia, per questo mi sono deciso a parlare solo adesso che la vita mi sta lasciando.Quel giorno alla Torre fui io a tentare con un colpo di fucile di accoppare Don Vincenzo Cavallari" leggeva a voce alta Don Leonardo che la notizia doveva averla appresa già dal confessionale in tempi precedenti. Mi tremavano le gambe e, a stento, avrei potuto raggiungere l'uscita, quel brivido lungo la schiena era ormai dichiaratamente un segno premonitore, ma stavolta di buone notizie.

"Mio padre libero !" provai ad immaginare; non poteva essere così semplice, ma....."c'era una carta scritta e, non solo, scritta da un ricco signore del paese" la mia mente viaggiava lontanissimo. Un sogno si stava avverando, la mia famiglia finalmente riunita, la mamma fuori di lì, ma....... ancora quel brivido lungo la schiena.

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capitolo undicesimo

Erano passati trentuno mesi da quando papà era stato portato via con i ferri e, anche se la sua libertà era condizionata lui che era un uomo mite non si ribellò. Io, che avevo adesso quindici anni, lavoravo la terra di Don Biagio Lovaglio guadagnando discretamente; i soldi mi servivano per realizzare un progetto grandioso: ottenere l'esenzione dal servizio militare. Ciò mi avrebbe permesso di curare la mia famiglia e di garantire a mia sorella Rosina un matrimonio decente; poi avrei pensato a prendere moglie anch'io. Del resto avevo già da parte una bella sommetta che avevo ricevuto come ricompensa da quel tale, un certo Giovanni Aquilecchia di Atella che stava annegando nell'Ofanto ed io, che pascolavo lì vicino con il gregge, mi era tuffato a salvarlo. Mi occorrevano altri centocinquanta scudi per raggiungere l'intera somma, ma con un pò di sacrifici ce l'avrei fatta; ero già un uomo e nulla al mondo avrebbe frenato i miei sogni e le mie aspirazioni,nulla più avrebbe potuto strapparmi alla famiglia che mi era rimasta: un padre triste e sconsolato, un fratello lontano di casa e mia sorella Rosina.

Marco era morto di tisi e Antonio bruciato in un incendio. Rosina, intanto, ricamava qualche pezza di tela che le suore del Convento le regalavano e nei suoi occhi leggevo l'ansia in attesa di un amore semplice che potesse finalmente liberarla e gratificarla dopo una vita di umiliazioni e stenti alla mercé dei dispetti dei parenti. Il lavoro non mi pesava, avrei voluto soltanto che mio padre avesse accettato la mia proposta di acquistare un pezzo di terra con i soldi che avevo da parte, perché così avrebbero reso di più e anche perché volevo che tra le sue labbra rispuntasse il sorriso che ormai si era spento da anni.

Papà era un uomo provato dal carcere e dalle sventure familiari e restava comunque un galeotto, se pur scagionato da una confessione scritta. E i giorni scorrevano con incredibile monotonia, mentre molto vicina era la data della mia chiamata alla leva.

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capitolo dodicesimo

Stavo strappando l'erba sotto gli alberi di ciliegio chino col viso a terra ed immerso nei miei pensieri, quando un latrare di cani mi distolse dal mio pensare.

Potevano essere almeno sei o sette bracchi che, con la lingua penzoloni, venivano verso il campo di grano che stava crescendo rigoglioso. Mi alzai di scatto e vidi che c'era un superbo giovanotto al loro seguito che cavalcava uno splendido cavallo purosangue "Chiama a te i cani" gridai furioso "il grano è tenero e un anno di lavoro andrà in fumo per colpa dei tuoi cani" continuai bruscamente.

Avevo riconosciuto il giovane, figlio di Don Vincenzo Cavallari, l'uomo che aveva rovinato la mia vita e non volevo che il figlio cominciasse a tormentarmi, perché stavolta avrei reagito malamente.

"Certamente, giovanotto" rispose e, con un fischio, richiamò i cani che l'ubbidirono all'istante accucciandosi sotto le zampe del cavallo che si era ormai fermato dinanzi a me.

"Il ragazzo non ha battuto ciglio" pensai soddisfatto, evidentemente lo avevo spaventato con quel mio fare provocatorio e deciso, ma aveva un non so che di particolare quel giovane; troppo educato, gentile nei modi e nelle parole; troppo di tutto per essere figlio di tale padre e mi ripiegai a continuare il mio lavoro, mentre con la coda dell'occhio osservavo i movimenti del giovane pronto a reagire alla minima provocazione.

Don Fernandino, questo era il nome del giovane Cavallari, aveva cambiato sentiero e si stava allontanando dal terreno che io coltivavo, d'un tratto ancora quel brivido: "Maledizione !" bestemmiai conoscendo il motiv della mia rabbia, "stavolta non la farai franca se solo proverai a toccarmi con un dito" gridai dentro di me come se il giovane potesse sentirmi.

Non volli più pensarci e, poiché il sole era già alto, mi sdraiai sull'erba per mangiare la colazione che mi ero preparato la sera prima: una frittata di due uova e una fetta di pane di casa, il tutto abbondantemente innaffiato con rosso Aglianico . All'imbrunire rientrai a casa per cenare insieme a mio padre e andai a lavarmi le mani e a cambiarmi la camicia; quando stavo asciugandomi le spalle, vidi Vito, il massaro della fattoria alla Torre, che parlottava insieme a mio padre, ma non badavo a quello che i due si dicevano.

Dopotutto mi faceva piacere che qualcuno venisse a far visita a mio padre lui che era tutto solo e relegato ad una vita d'inferno, e me ne stavo per uscire fuori alla porta per lasciare i due uomini alla loro conversazione.

"Carminuccio" gridò papà "Zì Vito è venuto a portarti un'imbasciata" e mi avvicinai al tavolo dove i due uomini erano seduti davanti a un bicchiere di vino.

"A servirti Zì Vito" risposi controvoglia.

"Il signorino ti vuole al castello; vedo che ti sei già cambiato, vieni con me a cavallo, così non lo farai attendere" disse tutto d'un fiato. "Cosa vuole da me" pensai infastidito "se provocazione cerca, provocazione avrà" decisi incattivito e, nell'infilarmi la giacchetta, nascosi nella cintola un lungo coltellaccio.

Avevo diciassette anni e non potevo lasciarmi sfuggire l'occasione di vendicare tutto il male che avevo ricevuto da suo padre e Dio solo sa quanta rabbia covavo nel mio cuore.

Arrivati a destinazione Zì Vito sparì discretamente e mi lasciò solo nel grande atrio della casa; Don Fernandino sarebbe sceso di lì a poco. Era alto, biondo e di corporatura robusta; gli occhi color del cielo e un sorriso benevolo; già, non era beffardo come quello di suo padre. Mah! Il figlio del mio peggior nemico mi stava risultando simpatico, mi ispirava fiducia, la cosa mi lasciava perplesso e infastidito.

"Che mi mancasse una rotella" pensai e non ebbi tempo di replicare perché lui mi sorrise e mi fece: "Salve , siedi con me e facciamo due chiacchiere".

La sua sicurezza e la sua gentilezza mi imbarazzavano: "Sarà mica una trappola" sospettai furbesco e non riuscivo a dire una parola.

"Ehi, dico a te Carmine Crocco" riprese il ragazzo "siamo quasi coetanei io e te, potremmo diventare amici" continuò.

"Un signore non può essere amico di un pezzente come me" replicai frettolosamente. "E chi lo dice?" Al diavolo, quel ragazzo era proprio simpatico, come avrei potuto spiegargli che da secoli c'erano queste distinzioni sociali? e come avrei dovuto raccontargli che la mia vita era stata stravolta da un capriccio di suo padre?

"Raccontami di te" riprese. Ecco, questo è il dilemma e non mi accorsi che mi aveva poggiato una mano sulla spalla. Nella sua voce non avvertito né inganno né perfidia, solo un esagerato calore umano che io non avevo mai conosciuto; e fu proprio quel calore a sciogliere la mia reticenza nei suoi confronti aiutato da un fresco vinello rosato che nel frattempo aveva fatto servire da un giovane garzone.

Mi aprii completamente ed arrivai a chiamare "Carogna" quel vile che aveva distrutto la mia famiglia. Il giovane si fece triste e pensieroso e, poggiandosi sulla mensola del camino mi parve impietosito dalla mia storia. Eh! no, non mi serviva la sua pietà, con quella non avrei placato l'odio che serbavo nei confronti di suo padre, ma lui continuò a fissarmi e disse: "Le colpe dei padri non devono ricadere sui figli.Posso ripagare all'errore di mio padre?".

Non gli feci terminare la frase che stavo già per imboccare la via dell'uscita, ma lui mi bloccò: "C'è un posto di fattore alla Masseria al Trentatrè, se vuoi potresti andarci tu".

No, non volevo, avevo già i miei tre tumuli di terra che mi permettevano di vivere e di mettere da parte i soldi per la leva. Già, la leva; mancava un anno e a me mancavano ancora cento scudi, forse non ce l'avrei fatta.

"Che ne diresti di prestarmi dei soldi per l'esenzione alla leva" dissi coraggiosamente.

"Certo" rispose il giovane di scatto "quanto ti serve?".

"Tra un anno mi darai la cifra che mi mancherà, per ora lavorerò sodo e metterò via quanto più è possibile" ripresi ormai rincuorato dal nuovo amico e ci stringemmo la mano in segno di un patto sigillato.

Quando uscii da quella casa ebbi l'impressione di essere un altro; avevo ricevuto da quel giovane una lezione di vita e la cosa non mi succedeva dai tempi di Zio Martino. Già, Zio Martino; era morto sei mesi prima e, insieme a lui, una parte di me era morta per sempre.

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capitolo tredicesimo

Nel primo reggimento di artiglieria a Napoli l'esercito di Sua Maestà Ferdinando II si preparava all'addestramento. I soldati correvano nel cortile per l'adunata, badando bene a che la divisa fosse in ordine, per evitare la punizione dell'ufficiale di turno. Carmine si era ormai abituato a quella vita; era a Napoli da tre mesi e pensava sempre al suo paese, a suo padre senza lavoro, a Rosina che lavorava quattordici ore al giorno per campare se stessa e suo padre. E lui, era lì con uno stupido fucile a correre nel cortile polveroso e scuro, mentre avrebbe voluto essere lì, al suo paese, a coltivare il grano di Don Biagio e a partecipare alla trebbiatura che, di lì a qualche giorno, sarebbe incominciata. Paga doppia per la trebbiatura e la sera avrebbe potuto pagare da bere agli amici alla cantina dietro la piazza.

Tutto nella sua vita era andato storto, aveva perso la fiducia negli uomini, nelle istituzioni, nell'amicizia....l'unica persona che gli aveva regalato un attimo di felicità era stato proprio Don Fernandino, quel giovane biondo e con gli occhi azzurri, ma la vita non aveva ancora smesso di riservargli delle sorprese.

Durante la rivoluzione del 15 maggio 1848 sotto il palazzo del Duca di Gravina dei sanguinari mercenari svizzeri avevano trucidato il giovane Cavallari accusato di essere coinvolto politicamente nella rivoluzione.

Un altro dolore si aggiungeva agli altri e tutto per quelle strane associazioni " Giovane Italia ", " Carboneria " che avevano reclutato anche i giovani nobili della Lucania, ma a cosa servivano non l'aveva mai capito. Tempi duri per l'Italia, aveva pensato Carmine, ma con la morte di Fernandino furono tempi duri anche per lui; con la morte dell'amico era tramontato un sogno: il sogno di un'amicizia vera e il mancato raggiungimento della somma per evitare la leva.

Questi i pensieri del soldato semplice Carmine Crocco che, con la baionetta in spalla, viveva angosciosamente quegli ultimi giorni di maggio. Era a Gaeta quando gli giunse la lettera, una lettera della famiglia che avrebbe ........... ......"Torna al paese con una licenza" recitava la missiva "brutte notizie di tua sorella Rosina" continuava il fratello di mia madre e la cosa doveva essere assai grave se gli chiedevano di rientrare.

Questa volta il brivido lungo la schiena non l'aveva avvertito; o forse non vi aveva fatto caso, in effetti le tragedie familiari lo avevano temperato e sembrava che anche la sua pelle si era indurita per le avversità. Avrebbe chiesto al licenza e avrebbe finalmente rivisto con piacere i suoi monti, il Vulture, gli amici, Rosina...... "Cosa sarà successo a mia sorella" pensava Carmine preoccupato da tanta fretta, forse si era ammalata anche lei?, ma adesso non voleva pensarci, di lì a qualche giorno sarebbe rientrato al paese e allora avrebbe pensato ad una soluzione, per ora preferiva dimenticare quella lettera.

Quando arrivai a Rionero era già notte fonda e all'allegria per il ritorno si mescolava il rincrescimento di trovare tutti a letto e non poterli salutare. Che aria, che stelle, le cime innevate dei monti si distinguevano in lontananza; respiravo a pieni polmoni l'aria secca di quel freddo giorno di novembre prima di svoltare l'angolo che mi portava a casa mia.

"Strano, il lume acceso in cucina" pensai curioso "bene, papà e Rosina mi hanno aspettato" brontolai felice, perché potevo riabbracciare i miei cari. La cucina era riscaldata da un braciere in mezzo alla stanza e, intorno sedevano quattro uomini che si voltarono non appena spalancai l'uscio di casa mia; donne non ne vedevo e di Rosina nemmeno l'ombra.

"Salve figliolo" disse mio padre con voce stanca.

"Tata come state?" dissi volgendo lo sguardo anche al resto della compagnia. Un silenzio di tomba.......

"Che è successo, perché mi avete scritto, parlate per l'amor di Dio" gridai furioso; "Assett't" ringhiò categorico lo zio Domenico "tua sorella ha passato un brutto guaio". Ed eccolo finalmente il segno lungo la schiena che mi faceva rabbrividire, mentre lo zio parlava capii che i miei guai erano appena cominciati; una nuova creatura stava per nascere dentro di me, un nuovo uomo, un malvivente, quello che poi sarebbe diventato il più famoso brigante della zona: Carmine Crocco detto Donatello.

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epilogo

Don Peppino gagliardi aveva mandato la sua mezzana a portare la notizia a Rosina che sgobbava tutto il giorno per mandare avanti la baracca; ora che Carmine era partito per soldato era lei a gestire la casa. Correva da una casa all'altra a fare la serva di annoiate signore e la sera, quando rientrava nell'umile casa, rubava qualche ora di luce al fioco lampione del vicolo per ricamare qualche lenzuolo di tela. Sognava un matrimonio semplice, dei figli e una casa da accudire, mentre suo padre sarebbe stato con Carmine e nelle feste di Natale e Pasqua avrebbero mangiato tutti insieme o sarebbero andati ad Aversa a trovare la mamma.

Questo, e poc'altro ancora, sognava la sventurata giovane quando le giunse la notizia dalla commara Rosa: il ricco signore Don Peppino l'avrebbe ricoperta d'oro, se solo avesse accettato di convivere con lui. Paonazza e livida in volto Rosina le si scagliò contro con una violenza inaudita e con l'ago che aveva in mano le sfregiò il viso cacciandola in malo modo dalla sua casa.

"Come si era permessa a farle una proposta così indecente?" pensò furiosa, ma la vecchia continuava ad urlare da fuori la porta "Figlia mia, non sai cosa t'aspetta se ti rifiuti" e corse via asciugandosi il sangue che le colava sulla camiciola.

"Ah! Ha osato dirmi di no" gridò furioso Don Peppino "se non sarà mia, non lo sarà di nessun altro" continuò in preda all'ira, mentre i servi della casa chiudevano tutte le porte per evitare le reazioni incontrollate del vecchio padrone. Essi sapevano che quell'inferno sarebbe durato per giorni e, forse, prima o poi sarebbe finita in tragedia.

E così fu! Fatta girare la falsa notizia che Rosina era stata ospite di notte nel castello del vecchio Gagliardi, tutti i giovanotti del paese cominciarono a scansarla come fosse un'appestata; ormai il suo destino era segnato: nessuno mai l'avrebbe chiesta in sposa.

La calunnia era troppo grande e andava lavata col sangue; questo il pensiero fisso di Carmine, quando quella stessa sera si recò dal vecchio Don Peppino e gli ficcò nel petto un lungo pugnale. Il petto dell'uomo si squarciò e un mare di sangue inondò il letto; il rosso vermiglio del sangue si confondeva col funereo pallore del morto.

Giustizia era fatta!

Ora Carmine si dava alla macchia e, insieme ad altri tre bagordi, fece dei monti del suo paese il suo nascondiglio.

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Il Sud e l'Unità d'Italia (9. La Sicilia)

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