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Nazione Napoletana - DUE SICILIE
 
La prima pulizia etnica 

 

LE PERLE MERIDIONALI

IN PASTO AI PORCI SAVOIA

Pietrangelo Buttafuoco

La prima pulizia etnica della modernità occidentale -- accuratamente occultata nel fondo della coscienza nazionale e dell'unto azionismo ideologico -- è stata tutta italiana e post-napoleonica. O meglio: piemontese e liberale.


Consumata all'indomani dell'Unità d'Italia, la repressione delle popolazioni meridionali eufemisticamente dettata dalla Legge Pica promulgata dal governo Minghetti del 15 agosto 1863 «per la repressione del brigantaggio nel Mezzogiorno», scatenò violenze e tragedie pari a quelle su cui oggi si esercitano pietosi i bravi borghesi, davanti ai loro televisori. Milletrentacinque esecuzioni in due mesi, seimilacinquecentosessantaquatto arresti.


Non da un elettrodomestico invece, ma da un grande schermo cinematografico, a partire dall'autunno prossimo, l'orrore della guerra contro i cafoni sarà raccontato da «Briganti!», un film assolutamente eversivo dell'assolutamente eversivo Pasquale Squitieri. Sarà la storia raccontata al modo dell'antistoria, «con le lagrime agli occhi e veleno nel cuore».


Una storia che si svela capovolta, giustamente capovolta, attraverso le mani feroci di aguzzini le cui divise, quelle di Carabinieri e Bersaglieri, ci sono anche care, ma sono le stesse mani che uccidono i preti, sputano addosso all'Ostia, rubano l'oro a Dio e il pane ai Poveri. Fu allora che scappò dalla bocca della disperazione l'urlo della rivolta: «A chi ti leva il pane, levaci la vita». Fu la stagione che diede avvio alle tasse e al servizio di leva.


Se fosse possibile immaginarne un esito della pubblica visione di «Briganti!», già si vedono gli eredi di quelli che furono i cafoni, eredi di tutti gli Zapata e i Pancho Villa sconfitti, all'assalto delle prefetture. Il film ha momenti di epica lazzarona, bellissimo quando il prete esce dal confessionale per trascinare fuori dalla chiesa una spia al soldo dei piemontesi.


Epico, perché la storia ha verità che saturano oltre la rassegnazione delle sconfitte. E comunque un film che cerca nel pubblico una reazione che va oltre il rimpianto, certamente una presa di coscienza, magari lo stravolgimento di un'abitudine, quella di sollevare i terroni &endash;- per come spiega Ulderico Nisticò, studioso revisionista -- dal senso di colpa «per non essere nati a Milano».


In un libro di Fulvio Izzo, «I lager dei Savoia», un volume ormai affidato al passaparola, la storia del Risorgimento che passa attraverso il sentiero infame «dei campi di concentramento per meridionali» descrive un affresco inedito. Ma inedita è anche l'immagine del Sud che in età borbonica era già quella California che tutti, oggi, vorrebbero far diventare: i pastifici di Gragnano, le acciaierie di Pietrazza, le antiche ferriere di Mongiana sullo Ionio.


 L'indebitato Cavour potè riprendersi dalle sue fruste, con i quattrocentomilioni di ducati sottratti alle casse del felicissimo Regno delle Due Sicilie. La Calabria, come spiega Ulderico Nisticò, «era ufficialmente indicata ancora nel 1870, ancora per poco dunque, come un'area ad alta densità industriale».


L'attuale Sarno, nota per essere diventata l'inferno di fango che ha portato appena ieri morte e distruzione, era un gioiello agricolo in virtù di quella ridistribuzione idrica e dal terrazzamento cancellati dopo con l'abusivismo edilizio, le cave e lo sradicamento degli alberi, conseguenze tipiche dell'urbanistica democristiana.


La California di Terra di Lavoro aveva il sole e il sudore di un popolo che nutriva un'unica superstizione: quella di farsi la croce ogniqualvolta veniva speso un soldo. Chiunque si affidi all'attuale «viceré» di Caserta, Nicolò Cuscunà, potrà infatti farsi raccontare quello che fu San Leucio nel casertano, la filanda dove si lavorava la seta, una cittadella socialista voluta dal Borbone con le casette a schiera per gli operai, un esempio di lungimiranza sociale.


Oppure visitare Carditello, il casino di caccia, o gli straordinari Ponti alla Valle, l'acquedotto carolino che sovrasta la strada dove ci sono ancora le tracce dei soldati arrivati da ogni parte della Penisola per concludere la più incomprensibile delle guerre. La questione meridionale fu innanzi tutto un capitolo di rapina.


Lo stesso panettone altro non è che il buonissimo panreale borbonico catanese riaggiustato al gusto stoppaccioso della nebbia eterna.


Fu un capitolo di ruberia e saccheggio in concerto con una congiura internazionale. Ma all'origine della minorità sociale ed economica del Sud, c'è dunque un genocidio la cui portata è mitigata solo dalla fuga e dall'emigrazione forzata, quella stessa che chiude il film di Squitieri nell'inesorabile comandamento di destino: «O briganti, o emigranti».


Deportazioni, l'incubo della reclusione nella fortezza di Fenestrelle a Torino, persecuzione della Chiesa cattolica, profanazioni dei templi, fucilazioni di massa, stupri, perfino bambine («figlie di briganti») costretti ai ferri carcerari.


I contadini erano decapitati e le loro teste erano inscatolate in burnie di vetro con la formalina: feticci su cui si sarebbero adoperati gli scienziati della criminologia, quelle avanguardie di Cesare Lombroso che, pur accettando la sentenza di cretinismo per i pellagrosi del Nord, certificavano al Sud l'inesorabile determinismo dell'antropologia delinquenziale.


Una pulizia etnica peraltro consumata in un territorio dove i «serbi» di allora, i garibaldini, non potevano certo rivendicare altro diritto di redenzione patriottica se non l'esplicito sopruso, a differenza dei serbi di oggi che nel Kosovo hanno comunque la «culla sacra» della loro nazione, sacra tanto quanto per gli irlandesi l'Irlanda.


La conquista del Sud è il capitolo più lordo di sangue della storia italiana, ed è contemporaneamente il capitolo più fortemente ignorato. Non esistono foto, se non le surreali documentazioni dei medici lombrosiani. Esistono libri faticosamente strappati alla nebbia dell'archivio, esiste una vaga nostalgia di quel Regno che parlava napoletano ai napoletani e siciliano ai siciliani, esiste il deserto culturale e sociale di oggi, quello di una terra dove la politica è spesso preda di «avventurieri, delinquenti o avvocati falliti».


Quando i ragazzi rinchiusi nelle carceri vedranno i film, quando lo vedranno i sindaci, i parroci, i nullafacenti che nulla tengono di quel destino con cui si fa la storia, quando finalmente Pasquale Squitieri potrà raccontare questa inedita e terribile storia fatta di atrocità e sangue, il Sud non sarà altro che la vittima dimenticata, irrigidita mummia qual è, nell'armadio delle fortune altrui.


 Dietro ad ogni fortuna c'è appunto un delitto, dietro al trionfo dell'ideologia italiana, dentro il panettone, c'è solo la conquista del Sud.


Pietrangelo Buttafuoco

 

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