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Fonte:
http://www.adsic.it/

VITA QUOTIDIANA NELLA CAPITALE DEL REGNO DELLE DUE SICILIE

di Maria Russo

Tempo fa` una polemica breve ma intensa segno` sulla stampa l’apertura delle mostre sul Regno delle Due Sicilie. Nessuna voce discorde  si era levata quando iniziative analoghe erano state prese in altre citta` italiane – di grande successo le mostre fiorentine sui Lorena nei primi anni Ottanta – a celebrare  realta` storiche e sociali pre-unitarie. Solo per il Regno delle Due Sicilie valeva ancora l’antica maledizione della “negazione di Dio”. Ignorata la conseguenza naturale di privare meta` degli italiani di un passato storico, di una continuita` di tradizioni, cultura, modo di vivere che viene ampiamente concesso ad altri abitanti della penisola.

Questo appendice vorrebbe porvi rimedio. Chi scrive vorrebbe convincere i lettori che il filo della storia non si e` mai spezzato. Che almeno la capitale del regno non e` solo la citta` romana e medievale dei decumani o quella spagnola di Toledo. E` anche e soprattutto la citta` neoclassica di Largo di Palazzo, della Villa Comunale, della Riviera di Chiaia : la citta` dei Re Borbone. E se questa continuita` si avverte nella capitale del regno, ebbene lo stesso e` per il resto del reame, attraverso quella comunanza di tradizioni, di cultura, di modi di essere che  costituiscono l’identita` del nostro Meridione.

Solo non ci affidiamo ad argomenti troppo seri. Viviamo questa rivisitazione del nostro passato con leggerezza. Avviamoci percio`, per godere di una prospettiva privilegiata ma distaccata, a vivere un giorno qualunque nella Napoli borbonica, nei panni di un turista, di un Monzu`, anzi piu` di uno, tutti eccellenti Monzu` della letteratura europea ed extraeuropea. Nome una volta riservato solo ai cuochi, oggi –secolo XIX - a Napoli cosi` il popolo chiama i forestieri che sulle orme dei preromantici inglesi, dei romantici francesi e del mito di tutti i viaggiatori , Goethe, visitano il Regno come meta ultima , e piu` attesa del Gran Tour.

La scoperta di Ercolano e Pompei ha fatto molto per incrementare il turismo. Sin dalla seconda meta` del Settecento , la visita delle citta` sepolte e` diventata una esperienza spirituale irrinunciabile.  

Il nostro primo  Monzu` d’eccezione, uno scrittore americano  di successo, scende or ora - e` l’ alba - dalle pendici del Vesuvio, dove le guide hanno condotto in una scalata quasi gradevole, seguita pero` da una discesa a rotta di collo per pendii ripidi e franosi, a volte ricoperti da un pericoloso velo di ghiaccio. Al primo pianoro il Monzu` prende fiato, ma lo perde subito. Davanti agli occhi, nel rosa della prima luce, gli appare la citta`

<<   Vedere Napoli come l’abbiamo vista noi, alle prime luci dell’alba dall’alto del crinale del Vesuvio e` vedere un quadro di meravigliosa bellezza. A quella distanza anche gli edifici malmessi apparivano bianchi – e cosi` file e file di balconi, finestre e tetti montavano gli uni su gli altri dal blu del mare sino a che l’imponente  castello di Sant’Elmo faceva da vertice alla grande piramide bianca e dava al quadro simmetria, enfasi e completezza. E quando i gigli diventarono rose – quando la citta` arrossi` al primo bacio del sole – apparve di una bellezza indescrivibile. Si poteva davvero dire “ Vedi Napoli, e poi muori”. Perfino la cornice del quadro era affascinante. Davanti il mare tranquillo – un vasto mosaico di  molti colori;  lontano le superbe isole fluttuanti in una fantastica foschia; dalla nostra parte i due picchi del Vesuvio e i suoi poderosi costoni neri di lava che si stendevano all’infinito verso la piana della campagna – un tappeto di verde che incanta gli occhi e conduce sempre piu` avanti, passati le radure di alberi e le case isolate e i villaggi coperti di neve, sino a sframmentarsi in una frangia di nebbia e di vaghezza. >> (1)

Il Monzu` ricorda che pero`, viste da vicino, le cose cambiano e << a guardare troppo in dettaglio, si perde un bel po` di romanticismo >>. Lo stesso commento che, nel suo colloquio con il Cavaliere di Chevalley, il Principe di Salina mette in bocca ai militari inglesi, che dall’alto della sua villa avevano guardato Palermo poco dopo lo sbarco di Marsala. Il Principe formula dentro di se` la risposta ( “una cosa e` derivata dall’altra”) (2) . Cosi` fa forse il Monzu`  che senza molti pregiudizi si getta nella vita della citta`, ora completamente desta.

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<<Le strade in genere sono larghe piu` o meno quanto una carrozza, ma  davvero brulicano di gente! E` Broadway – ricordiamo che il nostro e` un Monzu` americano- che si ripete in ogni strada, in ogni piazza, in ogni vicolo. Una tale massa, una tale valanga, una tale moltitudine di esseri umani che corrono, si danno da fare, sgomitano! Da noi non si vede mai una cosa del genere, credo, nemmeno a New York. Solo a tratti si trovano dei marciapiedi, e dove ci sono non sono larghi abbastanza perche` un passante ne sorpassi un altro senza spingerlo. Quindi tutti camminano in mezzo alla strada – e se la strada e` larga abbastanza allora ci si mettono anche le carrozze a sfrecciare nella folla. Non riesco a capire come non ci siano migliaia di persone investite ogni santo giorno! >>

Il Monzu` si e` preparato bene: Sa che la citta` passa il mezzo milione di abitanti. Una folla, rispetto alle altre citta` europee. E questa folla deve trovare ricetto da qualche parte. Visto che il territorio cittadino e` quello di una citta` media, l’eccezionalita`  di Napoli e` il suo crescere in altezza., o almeno il crescere in altezza dei suoi edifici. Che lui guarda a bocca aperta

<<Se c’e` un’ottava meraviglia al mondo, devono essere gli edifici di abitazione di Napoli. Onestamente credo che molti di essi siano alti piu` di cento piedi! E lo spessore dei muri sara` almeno di sette. […] Lo spettacolo di uno di questi budelli di strada, con le sue due file di palazzi alti che  l’occhio vede unirsi nella distanza come i binari della ferrovia;  i fili di biancheria che si incrociano a tutte le altitudini con le loro bandiere  di stracci  sul brulichio di gente, le donne biancovestite che si sporgono dai precari balconcini ad ogni piano – bene, questo spettacolo fa` si` che in fondo valga proprio la pena di vedere Napoli anche da vicino >>

Ma la giornata avanza e  il Monzu` e` stanco. troppe emozioni. Un pasto leggero e il riposo e` quello che gli ci vuole. Raggiunge il suo albergo con gli occhi e le orecchie piene dei colori e dei suoni della citta`. Forse il mitico Albergo Vittoria, dove, come dice Dumas (3), apri una finestra e vedi il capo di Posillipo e l’arco di Mergellina. Ne apri un’altra e si affaccia il Vesuvio con il suo pennacchio. Una terza e ti trovi davanti il Chiatamone con il suo misterioso Monte Echia e gli ipogei dei primi abitanti di Palepolis. Conquistato il letto, il Monzu` vorrebbe seguire la napoletanissima  tradizione della “cuntrora”. Ma non puo`. Un tremore, un boato scuote le mura. Gesu`, e` il Vesuvio? No, per carita`. Sono solo le sei. E` l’ora della “passeggiata” per la Riviera.

<< Bambini di nove anni vestiti di niente, altri abbigliati di tutto punto come signorini; stracci e pezze, e uniformi scintillanti; carrettini tirati da un asino e carrozze di rappresentanza; mendicanti, principi, e vescovi lottano gomito a gomito lungo la  strada.  Cosi` ogni sera alle sei, tutta Napoli va a farsi una passeggiata in carrozza per la Riviera di Chiaia […] e per due ore si puo` star li` a guardare la piu` variegata, la piu` disomogenea delle parate mai vista da occhio umano. […] per due ore il rango e la ricchezza , l’ oscurita` e la poverta` contrastano fianco a fianco nella folle parata. Poi se ne vanno a casa, sereni, felici, coperti di gloria! >>

Gia` gli era balzato agli occhi la diversita` della societa` napoletana, rispetto a quella di altre citta` europee. Anche in quelle ha assistito a spettacoli di ricchezza e lusso e di estrema poverta`. Ha visto i potenti da una parte e i miserabili dall’altra. Non qui. Questo gli da` da pensare. Qui ricchi, poveri, potenti e miserabili passeggiano tutti insieme a godersi la strada che da nemmeno un secolo il Re ha fatto costruire per la citta`, accanto alla Villa Reale, aperta giorno e notte. Mentre anche lui si unisce alla folla, pensa a quello che gli ha detto sul gioco del lotto un altro Monzu`, un inglese, , uno scrittore pure lui, dicono. E sorride. <<Ecco, ho capito. I miserabili si stanno allenando a fare i signori. Non si sa mai, se uscissero i numeri giusti . . .>>

E riportando l’orologio indietro di qualche ora,  eccolo qui il nostro  Monzu` britannico, nella sua spedizione a Castel Capuano, dove  assiste alla estrazione dei numeri  del lotto. Cosi` qualche giorno dopo descrivera` la sua avventura i lettori del giornale che lo spedito nel Grand Tour

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<< Sono le quattro del pomeriggio e possiamo andare ad assistere all’estrazione del lotto. La cerimonia ha luogo, ogni sabato, al Tribunale […] – questo ambiente o galleria singolare con un forte odore di terra, pieno di muffa come una vecchia cantina e umido come una prigione. In fondo alla sala c’e` una piattaforma, con sopra un grande tavolo a ferro di cavallo; intorno vi siedono il Presidente e il Consiglio – tutti magistrati. L’uomo  sullo sgabello dietro il Presidente e` il “Capo Lazzarone”, una sorta di tribuno del popolo, loro rappresentante eletto a sorvegliare che tutto si svolga correttamente. Accanto a lui un seguito di amici. […] L’intera capacita` della sala si va riempiendo di gente tra la piu` comune: e tra loro e la pedana una fila limitata di soldati fa la guardia a quest’ultima.

C’e` un certo ritardo nell’arrivo del numero precostituito di giudici; se ne approfitta per prestare la massima attenzione all’urna nella quale si vanno a depositare i numeri. Quando e` finalmente riempita, l’attenzione si concentra sul ragazzino che dovra` estrarre i numeri . Indosso ha gia` il vestito adatto alla sua funzione, una  giacca aderente di tela d’Olanda, dotata solo della manica sinistra, lasciando cosi` il braccio destro nudo sino alla spalla, pronto a tuffarsi nel misterioso canestro.

tra i silenzi e i bisbigli che pervadono la sala, tutti gli occhi si volgono a questo giovane ministro della fortuna. la gente vuole conoscerne l’eta`, pensando gia` alla prossima giocata, e ancora il numero di fratelli e sorelle, e l’eta` del padre e della madre, e se gli si trovano sul corpo nei o foruncoli e dove e quanti, quando l’arrivo del penultimo magistrato (un omettino da tutti temuto come jettatore) crea una breve diversione, che sarebbe anche piu` rilevante se non si verificasse anche l’arrivo del prete officiante, il quale avanza solenne verso il posto destinatogli, accompagnato da un ragazzino abbastanza mal messo, che porta i paramenti sacri e l’ampolla con l’Acqua Santa.

Ecco che finalmente l’ultimo dei magistrati prende posto al tavolo a ferro di cavallo. Corre un mormorio d’ irrefrenabile agitazione […] Il ragazzino rimane fermo al suo posto, mentre un impiegato porta in giro l’urna sul bordo della piattaforma, scuotendola leggermente, come a dire << Guardate, non c’e` trucco e non c’e` inganno>> Come un prestigiatore.

Infine si depone l’urna davanti al ragazzo e questi, dopo aver sollevato e mostrato il braccio nudo e la mano, li tuffa nell’apertura […] e ne trae un numero,  arrotolato intorno a qualcosa di rigido, come un bonbon. Lo porge al magistrato che gli siede accanto, il quale lo svolge parzialmente e lo consegna al Presidente seduto al suo. Il Presidente lo distende molto lentamente. Il “Capo Lazzarone”, dopo aver sbirciato sopra la sua spalla, grida con voce acuta << Sessantadue!>> marcando il due con le dita mentre proclama il numero uscito. Purtroppo il sessantadue non e` tra le giocate del “Capo Lazzarone”, che fa la faccia lunga e alza gli occhi al cielo. Ma dal momento che e` un numero ‘fortunato” e` ben ricevuto, cosa che non sempre accade. per gli altri numeri si segue la stessa cerimonia […].L’unico diversivo e` data dal cambiamento avvenuto nel “Capo Lazzarone” che deve essersi giocato sino all’ultimo centesimo . All’estrazione dell’ultimo numero, avendo costatato che nessuno dei suoi  numeri e` uscito, prima di proclamare l’ultima uscita, si torce le mani, alza gli occhi al cielo, elevando una segreta protesta al suo santo patrono, colpevole di una tale prova di slealta`. Speriamo che il “Capo Lazzarone” non lo abbandoni in favore di un altro membro del Calendario […] (4)

Il Monzu` inglese da` un ultimo sguardo, condividendo quasi il senso di delusioni degli spettatori. Accanto a lui un sospiro si alza da uno di loro, modestamente, ma dignitosamente vestito. << La prossima volta! >> dice per rincuorarsi. L’inglese non puo` fare a meno di attaccare bottone. Viene cosi` a sapere che la giocata del buon uomo e` una giocata “ereditaria”, di quei numeri che le famiglie si tramandano da una generazione all’altra, sempre con la speranza di cambiare improvvisamente di stato. Non succede, ma intanto si sogna un po`. Il giocatore si chiama don Raffaele, e` violinista ( << di fila>>  ci tiene a rimarcare con modestia) al San Carlo. La cosa solletica la curiosita` dell’inglese, che chiede con insistenza dei retroscena e delle vicende private dei maestri e dei cantanti. Intanto si e` fatta sera e, passando davanti ad una taverna, i loro sensi si illanguidiscono per un odorino che si spande, caldo, sensuale e rassicurante allo stesso tempo. << Bollito?>> chiede l’inglese. << Qua bollito, monzu`, questa e` la minestra maritata, il pignato grasso >> Don Raffaele e` nel suo elemento. << Napoli, come avete potuto vedere, e` una citta` dove ricchi e poveri si dividono le stesse abitudini. Certo ognuno secondo le proprie capacita` economiche. Non c’e` niente di meglio della minestra maritata per farvelo capire. Ma lo sapete che se la mangiano pure a Corte? Anzi, e` uno dei piatti d’obbligo nel menu` del primo dell’anno.. E pero`, se entriamo qua ce la mangiamo pure noi. Forse non la stessa, pero` la minestra maritata tiene tante ricette quante sono il borsellini delle famiglie. Certo, la ricetta principe e` quella del Signor Cavaliere Ippolito Cavalcanti Duca di Buonvicino >>. Don Raffaele si mette in posa e declama:

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<< Miette a bollere dint’ a na marmitta doje rotola de carne de vacca, na bella gallina, no ruotolo nfra verrinia, prosutto e buccularo de puorco, scummarraje, e po nge miette miezo ruotolo de lardo pesato, quanno tutta la carne s’e` cotta, nne la lieve e la miette dint’a nauto commodo co acqua cauda pe farla sta ncaudo; po passa lo brodo per dint’a lo scolamaccarone, e torn’a mettere lo brodo dint’a marmitta, e quanno volle miette na bella menesta de cappucce, torzelle, na scarolella, e no poco de vasenicola, la farraje cocere bona, e po mme sapraje a dicere che menesta acconcia stommaco che te mange >>  (5)

Ma aggiunge con fare confidenziale << Mamma mia la faceva co’ o’ cuollo e e’ scelle de pullaste, n’uosso ‘e preciutto e ‘na crosta ‘e furmaggio. Pero` ce metteva a’ meglio scarulella  de Cajvano . E vi assicuro che era uguale a quella  del Duca.>> Ride l’inglese e spinge gentilmente il suo nuovo amico verso l’ingresso della taverna. Seduti al tavolo continua il discorso sull’argomento << Caro Don Raffaele, ma sapete che la vostra minestra maritata ha un posto nella storia? >> Don Raffaele guarda perplesso. << Quella che mi avete recitato e` una delle tante ricette della “olla podrida” spagnola che, a sua volta, e`, nobilitato, niente altro che il rancio dei soldati che si spargevano per tutto l’impero. E` una ricetta, come dite voi, a fisarmonica, ricca e povera . Che si puo` fare con  gli avanzi di ieri o con quello che si trova sotto mano in un accampamento. O, ancora meglio, con la carnesecca e le croste di formaggio che i soldati portano nella giberna. Erbette fresche si trovano dappertutto, scarola, cicoria, e con un po’ di fortuna acchiappare una gallina non e` difficile. Persino i soldati di Napoleone la cucinavano. Forse lo hanno fatto anche a Waterloo.>>  Don Raffaele si mostra dovutamente colpito, pero` ordina una bella zuppiera di maccheroni.

Tra un silenzio e un  bicchiere di vino l’Inglese e Don Raffaele attendono, gomito a gomito, la fine di quella giornata. La notte e` calata da parecchio. I due si avviano per la strada che una volta era un letto fluviale e giungono nell’immensa apertura del Largo di Palazzo. Diagonalmente vedono avanzare un gruppo di giovani. E` una serenata. Un paio suonano chitarre, uno dimostra grande abilita` con il difficile mandolino. Gli altri portano fiaccole, uno solo e` “la voce” il cantante, sporadicamente aiutato dal volenteroso coro degli amici:

<< Saccio ca nun vuo` scennere
li grare quann’ e` scuro.
Vattenne muro, muro
appojate ‘ncuollo a me >>

Don Raffaele non si trattiene. << ‘A sentite? Questo si` che e` un terno a Lotto! >>

Spiega al Monzu, perplesso. << La canzone. Io te voglio bene assaje. La musica sarebbe del maestro Donizzetti, un poco arremediata, naturlamente. Ma le parole, le parole sono state il vero affare. E sapete chi le ha scritte? Uno che si chiamava come me, Raffaele Sacco. Lui pero` fa l’ottico, anzi e` uno scenziato. Ha inventato l’Aletoscopio . . .>> Il suo compagno lo guarda ancora piu` perplesso. << Si`, l’ aletoscopio. Non lo conoscete? E` una cosa … una macchina che serve a sbrovognare i falsi, banconote, titoli, documenti. Insomma tutto. Ma la cosa piu` importante e` che Don Raffale ha venduto le parole a piu` di un tipografo e ci ha fatto dei bei soldi, E anche loro, i tipografi. Perche` I’o te voglio bene assaje e` stata una pazzia, una mania generale. La prima volta fu suonata la sera del 7 settembre 1835, erano quasi le due di notte, quando la fini` di cantare un tenore del Teatro Nuovo. Embe` dopo nemmeno un paio di giorni per tutta Napoli non si sentiva altro, non si cantava e non si suonava altro. Vi piace? >>  (6) Non aspetta risposta Don Raffaele . << Si`, puo` piacere. E` una cosa facile, moderna. Ma volete mettere con una bella canzona antica, di quelle che impegnavano tutta la voce del cantante. Che so`? Fenesta vascia , per esempio. La conoscete? >> Il Monzu` scuote il capo con un vago senso di diperazione . Don Raffaele intona con solennita` e un filo di voce:

Fenesta vascia e patrona crudele
quanta suspire m’hai fatto jettare.
Arde ‘stu core comm’  ‘a  na cannela
Bella, quanno te sento annummenare

Il Monzu`, stanco, accaldato  e appesantito dalla zuppiera di minestra , con tutti i suoi ingredienti vegetali e animali, con l’ animo in subbuglio per tutte quelle sensazioni, odori , sapori che lo hanno attraversato nel corso della giornata, prende coraggio e si allontana da Don Raffaele. Che, ignaro,  continua sottovoce:

Vorria addiventare nu picciuotto
co na langella  a’ ire vennen’ acqua

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Ma non e` ancora finita.

Nell’ampio ingresso dell’Albergo Vittoria un capannello agitato di ospiti, camerieri, personale vario  circonda un cliente di cui non si intravedono le fattezze, ma si capisce seduto su una delle ampie poltrone. Il Direttore sembra dare un asnsioso benvenuto al Monzu` britannico, come se lo attendesse da un pezzo.

<< Meno male che siete arrivato voi, milord. Che figura, che figura! E come mi dispiace! Fatecelo capire voi al vostro compaesano, qua! Era solo uno scherzo , nessuno gli voleva fare niente. E` la tradizione. E poi anche lui, andarsi a mettere in mezzo a una banda di Luciani proprio oggi!>>

Seccato per certe antiche ostilita` post-coloniali che sfuggono al povero Direttore, l’Inglese risponde irruento;

<< Intanto mi pare di vedere che si tratta di quel signore americano. Quindi non e` paesano mio. E lo sapete anche voi che con gli americani non si puo` parlare. Se gli date un consiglio e` tempo perso. Ma insomma che e` successo? >>

<< ‘A ‘Nzegna! >> (7)

<<Che? >>

<< ‘A ‘Nzegna. Sarebbe come dire “l’incignamento” , cioe` l’inaugurazione. Di vestiti nuovi, di una carrozza nuova per chi se lo puo` permettere, naturalmente. E` una festa del quartiere nostro di Santa Lucia. Oggi che e` l’ultimo giorno d’agosto si festeggia la Madonna della Catena.  A mezzogiorno, dal vico Storto del Pallonetto, parte un corteo, con tutti i nostri luciani tirati a zuco ‘e caramella – -ben vestiti, cioe` - Vanno in processione sino al mare, guidati da un ‘capo’ vestito in uniforme e con un mazzuolo d’oro in mano. nel percorso suonano, cantano, ballano. Qualcuno di loro e` vestito da femmina e gli altri lo prendono in giro. Poi arrivano alla marina. Si mettono torno torno ad una vecchia barca in disarmo e la incendiano. Ci girano attorno sempre piu` svelti. Sino a che gli gira la testa a tutti. Allora si mettono sotto le lucianelle piu` aggraziate e le fanno fare un bel bagno a mare. Cosi` i vestiti nuovi si bagnano, si “incignano”, come vi avevo detto. E anche le cammeselle diventano piu` trasparenti . . . mi capite >>

Il Monzu` segue con tanto d’occhi . << Ma che c’entra in tutto questo il nostro amico americano ? >> << Hanno buttato a mare pure a lui! >> << A mare?>> << Era lui, quello vestito da donna . Ha fatto amicizia con degli scugnizzi e loro lo hanno convinto che stesse partecipando ad un antico rito pagano. Nun saccio quanti frottole l’hanno cuntato. Lui poi si era invaghito di Pompei. Parlava di riti dionisiaci. Fatto sta che da quando e` sceso dal Vesuvio non so che gli ha preso. E meno male che fa caldo e certo non si prendera` un male di petto. Anzi. ha avuto l’onore di attirare l’attenzione del Re. Anche il Re partecipa alla festa, da un pontone galleggiante al largo, addobbato come se fosse una marina, una specie di piccolo mercato dei pescatori. percio` qualche forestiero si e` pensato che davvero il Re si mettesse a vendere il pesce, per abitudine. Basta, fatto sta che quando il Re a visto il povariello che stava per affogare, con tutte quelle pezze addosso, gli ha mandato uno dei luciani della sua scorta. e` uno famoso, un piezzo d’uomo che si diletta pure di poesia. Ha fatto tirare l’amico nostro sul pontone, gli ha fatto cambiare i panni e l’ha rispedito a riva con la Lancia Reale >>.

Imbarazzato e irritato per la dabbenaggine del suo quasi-compatriota, il Monzu` britannico decide di farsi un’ultima passeggiata lungo la riva, oramai pacificata. Sul mare c’e` un aria leggera, che sa d’alghe, di frutti di mare e di limone. Gli ultimi luciani se ne stanno intorno alle luci di qualche lampada, stanchi, a parlare stranamente, sottovoce. Il Monzu` guarda il nero inchiostro dell’acqua e i riflessi argentei della luna. D’improvviso un bagliore rossastro e un brontolio cupo. Sulla sinistra il Vesuvio, la “Montagna” per antonomasia, fa sentire la sua presenza. Un avvertimento? No, si dice il nostro Monzu`, e di che? Che cosa potrebbe mai accadere  per turbare quella pace e quella tranquilla armonia tra natura e uomini ?

Maria Russo

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Note

(1) MARK TWAIN, Innocents Abroad,  da The Unabridged Mark Twain, a cura di K. Vonnegut, Running Press, Philadelphia 1976

(2) GIUSEPPE TOMASI DI LAMPEDUSA, Il Gattopardo, Feltrinelli , Milano 1958

(3) ALESSANDRO DUMAS, Il corricolo, Rizzoli, Milano 1963

( 4) CHARLES DICKENS, Impressioni di Napoli, Colonnese, Napoli 1993

(5) VITTORIO GLEIJESES, Feste, Farina e Forca, Societa` Editrice Napoletana, Napoli 1977

(6) SALVATORE DI GIACOMO, Napoli: figure e paesi, Newton, Roma 1995

(7) VITTORIO GLEIJESES, Op. cit.




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