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Avvenire 10 ottobre 2001

INTERVISTE - Il «revisionismo» ha messo a nudo i limiti dell'unificazione che preparò il terreno al fascismo. Parla Viglione

Il Risorgimento e l'Italia tradita

«Questa rivoluzione venne dalle élites ma negò le identità e la storia della nazione»

di Gianni Santamaria

Il Risorgimento? Una rivoluzione post-illuministica e post-protestante che si è diretta soprattutto contro la religione cattolica. E che ha perseguito e ottenuto il suo scopo contro il popolo e a prezzo di una «guerra civile» con il Mezzogiorno.

Un po' la radice di tutti i mali dell'Italia futura, dal fascismo, alla guerra civile (stavolta quella seguita all'8 settembre), fino a quelli attuali. Sono le tesi di molti studi recenti, che stanno sottoponendo a un attento «revisionismo» gli albori della nostra Patria. In questo filone si inserisce un volume collettaneo, «La rivoluzione italiana» (Il minotauro, pagine 430, lire 45mila), che fa il punto sulla situazione storiografica in materia.

L'opera è frutto di un pool di studiosi. Tra essi Massimo Viglione, che ha coordinato il lavoro. «Una delle accuse sbagliate che vengono mosse a una certa corrente di revisionismo sul Risorgimento è di essere antinazionale. - dice il curatore del volume - È un errore. Nessuno mette in discussione l'unificazione italiana, ma le sue modalità errate, di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze.

Lo stesso "nemico numero uno" del Risorgimento, Pio IX, era un fautore dell'unificazione dell'Italia. Ciò che non voleva era la cancellazione da parte di una élite potente dei legittimi sovrani e una vera e propria forma di laicizzazione, se non ateizzazione dell'Italia stessa».


Ma la perdita del potere temporale non è stata, in fondo, un bene per la Chiesa stessa?


«Il compito dello storico è di studiare i fatti e le loro conseguenze. Noi denunciamo che per 140 anni si è nascosta una vera e propria persecuzione nei confronti della Chiesa. Coloro che ne furono protagonisti, Cavour e il cosiddetto partito piemontese, hanno portato avanti questo processo esclusivamente ai danni della Chiesa, dei legittimi sovrani, e soprattutto con una vera e propria persecuzione laicista, come avverrà negli anni Cinquanta, Sessanta e anche dopo Cavour.

Purtroppo in maniera peggiore lo statista piemontese capiva le situazioni, i suoi epigoni non avevano questa intelligenza. Ciò ha provocato una grande frattura all'interno del popolo italiano. Che dura ancora oggi. Come si evince dagli studi di Galli della Loggia, Rusconi, Emilio Gentile o Paolo Mieli. La prima di queste divisioni, a monte, è proprio dovuta al fatto che il Risorgimento come rivoluzione, invece di portare avanti il processo unitario secondo le linee della nostra nazionalità, civiltà e identità, le ha attaccate».


Questo un carattere della Rivoluzione. Altri?


«Il fatto del tutto illegittimo di aver abbattuto dinastie secolari. In qualche modo quello che accade nel Sud, dieci anni di guerra civile con almeno 60-70mila morti. Aver mandato negli anni Sessanta ben 120mila uomini per reprimere quello che è stato definito brigantaggio fa chiedere: ne occorrevano tanti? È chiaro che si trattava di una guerra civile. Metà del nuovo Stato era contrario all'unificazione».


Lei si è occupato delle Insorgenze. Perché la storiografia le ha considerate un fenomeno "oscurantista"?


«Qui entriamo nel solito discorso su chi ha fatto la cultura italiana negli ultimi decenni. Prima e durante il fascismo molti studiosi hanno scritto volumi sul fenomeno. Anche se poi, nazionalisticamente o fascisticamente, lo interpretavano come una specie di prima, orgogliosa, rivolta italiana. È stato dopo la seconda guerra mondiale, con il trionfo di quello che Augusto Del Noce ha chiamato "crociogramscismo accademico", che è calato un velo nero su questa storia. Fino all'ultimo decennio».


Cosa ha rotto questo velo?


«Sta cambiando molto. Tant'è che anche gli esponenti della vulgata risorgimentale sono piuttosto agitati. Sulle Insorgenze sono ormai uscite decine di libri, sia a carattere generale che a livello locale. Si fanno molte conferenze e anche gli intellettuali noti ne parlano. Il fenomeno ormai è venuto fuori. Nel '99 l'Istituto Gramsci è stato costretto, dopo 50 anni, a farci un libro».


Più in generale qual è stato il cambiamento nella storiografia risorgimentale?


«Siamo agli inizi. Molto hanno contribuito le opere di Angela Pellicciari. Speriamo che si possa riscoprire e rivedere la nostra storia. Per capire che nel Risorgimento ci sono le radici dei nostri mali attuali».


Nel libro viene indicato un "filo rosso" che unisce Risorgimento, fascismo e "guerra civile", seguita all'8 settembre con la «morte della patria», indicata da Galli della Loggia. Uno sviluppo davvero così lineare?


«Questo è l'aspetto più delicato della questione. L'attacco alla Chiesa – al di là dell'imprigionamento di vescovi e cardinali e della confisca dei conventi - è stato la volontà imperterrita, proseguita per decenni, di cancellare il cristianesimo, sostituendolo con una religione delle patria, di cui l'"Altare della patria" era l'ara. Avanzava il nazionalismo, incarnato soprattutto in Francesco Crispi, massone e anticattolico. Era una vera congerie spirituale generale, che è sfociata nelle fallimentari guerre coloniali e nella Grande Guerra. Ora, come si fa ad affermare che tutto il nazionalismo fascista e tutta la sua retorica sulla patria non sono stati la perfetta continuazione del cinquantennio precedente?».


Ultimamente alcuni studi tendono a non vedere Crispi come antesignano del fascismo.


«Nessuno lo è in se stesso. Ma è improponibile continuare a sostenere sulla linea di Croce che il fascismo è stato una "calata degli Iksos". Dal punto di vista delle idee e della mentalità la colpa va data al Risorgimento. Tanto che Mussolini, Gentile e Bottai (i due uomini di cultura del regime) hanno sempre detto: noi siamo i realizzatori di Giuseppe Mazzini. Lo stesso fascismo si autoproclamava secondo Risorgimento. Durante la guerra civile, i partigiani hanno voluto cancellare il fascismo e dire la stessa cosa. In realtà tutti e due i fenomeni sono riconducibili al Risorgimento».


Magari più la matrice azionista. E i cattolici?


«C'è la doppia faccia di Mazzini, nazionalista e azionista. L'anima cattolica è una novità. Dal Risorgimento era stata esclusa e si era riaffacciata col partito sturziano. Ma i cattolici non sono stati tutti con la Resistenza, una buona parte sono andati al Nord. Quindi gli italiani hanno continuato a essere divisi».


Ma c'era stato un regime, una guerra mondiale. La cosiddetta «morte della patria» si deve ricollegare proprio al Risorgimento?


«La Prima guerra mondiale è stata è conseguenza del nazionalismo Risorgimentale. A sua volta il fascismo ha estremizzato questo processo ed è entrato nella Seconda. È tutto collegato. Il vero problema è che, come lasciano intendere Galli della Loggia e Gentile, fascismo e antifascismo sono due facce delle stessa medaglia: la rivoluzione italiana. Gli italiani che si regolano i conti fra di loro».


 

 

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