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Giornale di Brescia - Martedì 23 ottobre 2001

Il giornalista e storico Paolo Mieli ha presentato ieri per i «Lunedì del Sancarlino» il suo ultimo libro «Storia e politica. Risorgimento, Fascismo, Comunismo»

«Riscrivere la storia per capire il presente»

La storia non ha mai una sola faccia. E solo chi sa coniugare la memoria con l’oblio, ovvero con la capacità di rimettere in discussione verità che sembrano divenute dogmi, può raggiungere la verità di giudizio sui fatti, vicini e lontani, della nostra storia. Una sfida, quella lanciata dal giornalista e saggista Paolo Mieli (allievo di Renzo De Felice, già direttore della Stampa e del Corriere della Sera, ora direttore editoriale della Rcs) dirompente nella sua apparente banalità, almeno per la cultura italiana.


Tanto che il suo ultimo libro, «Storia e politica. Risorgimento, Fascismo, Comunismo», pubblicato da Rizzoli, ha sollevato polemiche tra gli intellettuali italiani, e ha raccolto ieri al Sancarlino un numerosissimo pubblico, per il primo incontro dedicato ai libri «Freschi di stampa», coordinato da Carla Boroni, ieri anche nelle vesti di intervistatrice.


Freschissimo di stampa, in realtà, il libro di Mieli non lo è (è uscito prima dell’estate) ma attualissimo rimane il suo insegnamento. Tanto più in un momento in cui la situazione politica internazionale azzera ogni certezza. E proprio alla guerra in atto in Afghanistan, e ai possibili scenari futuri, Mieli ha dedicato il «viatico» affidato al pubblico in chiusura dell’incontro, parlando da giornalista più che da storico ( «la storia - ha spiegato - comincia solo vent’anni dopo i fatti» ).


«Sugli sviluppi del conflitto in corso, un’idea chiara la avremo solo tra qualche mese, nella primavera del 2002. Se rimarrà un "braccio di ferro" tra Usa e talebani, se proseguirà con attacchi in tono minore, questa cosa tragica che è la guerra resterà entro un canale controllato, sia pure in una situazione complessa e non risolta. Se invece assisteremo ad un altro attentato terroristico della portata di quello delle Torri gemelle - ha aggiunto Mieli - e magari in un Paese diverso dagli Usa, allora potremmo parlare davvero dell’inizio della terza guerra mondiale. E in questo caso, la cosa migliore che possiamo fare, fin da ora, è prepararci un piano mentale per affrontarla, parlare con i nostri familiari, i nostri amici, cercare di capire cosa sta accadendo e come potremo reagire. Insomma, non arrivarci mentalmente impreparati».


La strada, ci dice Mieli, passa anche dalla nostra capacità di affrontare la realtà senza pregiudizi e preconcetti. E qui entra in gioco la storia, e l’incapacità, tutta italiana, «di saperla scrivere due volte, come avviene in tutti i Paesi normali: la prima dalla parte dei vincitori; la seconda, a distanza di tempo, dalla parte dei vinti. E questo per una malintesa idea di revisionismo, per il suo uso strumentale volto a colpire chi mette in discussione le verità che si ritengono acquisite».


È stato così per il Risorgimento, «che non fu un movimento di massa, come ci hanno raccontato, ma di una élite liberale»; per il Fascismo, «che non è mai stato riconosciuto, al di là di tutte le sue aberrazioni, come espressione di un sentimento di partecipazione popolare ad un’idea di nazione, dopo il primo momento di unificazione nelle trincee della Grande guerra»; infine per il dopoguerra, quando chi era stato fascista ha falsificato la propria appartenenza originaria, per accreditarsi una sorta di verginità, ha spiegato Mieli, ripercorrendo le «tappe» su cui è costruito il suo saggio.


E via così fino ad oggi, quando dopo la caduta del blocco sovietico, «nessuno, a parte Bertinotti, Diliberto e pochi altri, ha avuto il coraggio di riconoscere la propria fede comunista: sembrava che nessuno lo fosse mai stato.


L’Italia ha riprodotto il teatrino della mistificazione del proprio passato: negando di esser stati comunisti, tanti intellettuali di sinistra avevano bisogno di un’altra tradizione a cui ancorarsi, e così hanno rispolverato, anzichè rivisitarlo, quel groviglio che è la nostra storia dal 1860 ad oggi, facendosi eredi di quel pasticcio».


L’alternativa mancata, almeno fino ad ora, è invece il riconoscimento «di quei mille rivoli di cui si compose l’unità d’Italia, dall’opposizione dei cattolici a quella del meridione liquidata come "brigantaggio"», una eredità complessa «in cui ognuno avrebbe potuto riconoscersi». «Ogni storico - spiega Mieli - è un uomo del proprio tempo, che inconsapevolmente proietta sul passato le idee che ha sul presente».


E il rischio che si corre ancora oggi, proseguendo su questa strada, è altissimo: «Affrontare i nuovi problemi internazionali lasciando irrisolti quelli che riguardano il nostro passato, significa permettere che anche sull’analisi di questioni come l’islam e il terrorismo internazionale si riversino tensioni politiche, valutazioni che dipendono dalla "ex-eità" di chi le affronta, dal suo essere cioè erede di una cultura o di una appartenenza su cui non si è fatta chiarezza.


Tutto questo non aiuta a capire, ci rende fragili e deboli. E - conclude Mieli - in questa proiezione sul presente di vecchi schemi e modi di pensare, soprattutto disonesti».


Giovanna Capretti

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