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Ringraziamo la Redazione della rivista AGORA' per averci autorizzato a pubblicare questo articolo a firma di Fernando Mainenti.

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Webm@ster - 7 agosto 2006
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Un'eroina dimenticata 

Maria Sofia 

di Borbone

L'ultima Regina delle Due Sicilie

di Fernando Mainenti


Femme hèroique qui, reine soldat, avait fait elle meme son coup de feu sur les remparts de Gaete.

Così Marcel Proust ne La prisonnière, canta della regina soldato, la diciannovenne Maria Sofia di Borbone, che sugli spalti di Gaeta non esitò a sostituire un artigliere ferito a morte, continuando il fuoco contro gli assedianti piemontesi. Il mito dell'eroina di Gaeta non è stato mai offuscato dal passare del tempo, anche se i testi di storia hanno ignorato o addirittura vituperato la figura, la personalità e il comportamento eroico dell'ultima regina delle Due Sicilie. Gabriele D'Annunzio definì Maria Sofia "l'aquiletta bavara che rampogna", intendendo con queste parole disprezzare la regina che si oppose con tutto il suo coraggio all'usurpazione sabauda del Regno delle Due Sicilie. Maria Sofia, infatti, tentò di riconquistare sino all'ultimo della sua vita quella patria meridionale che lei, tedesca di nascita, aveva fatto sua e profondamente amata.

Maria Sofia era figlia di Massimiliano e Ludovica di Wittelsbach; Massimiliano duca in Baviera, mentre Ludovica, sua moglie, era una delle nove figlie del re. Massimiliano discendeva da un ramo cadetto e il suo titolo di duca era privo di poteri e diritti dinastici sulla Corona di Baviera. Ludovica era bellissima, ma non aveva avuto la fortuna delle sue sorelle, due delle quali avevano sposato il re di Prussia e il re di Sassonia, mentre lei si era dovuta accontentare di un partito più modesto, quello appunto dei Wittelsbach, membri cadetti della famiglia reale.

I Wittelsbach possedevano un magnifico palazzo a Monaco, ma abitualmente risiedevano nel castello di Possenhofen, sulle rive del lago di Starnberg, immerso in un grande parco. Il duca Massimiliano era un bell'uomo: alto, aitante, simpatico, sportivo, dotato di una forte carica di genialità e profondamente anticonformista.

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Spesso aveva apertamente violato le regole dell'alta aristocrazia cui apparteneva; frequentava le istituzioni borghesi, aveva studiato nelle scuole pubbliche conseguendo una laurea in Storia, cosa assolutamente vietata ad un discendente dell'imperatore Federico Barbarossa. A Monaco era famoso per le allegre brigate che frequentava e di cui era l'animatore. Lo chiamavano tutti il "buon duca Max". Era, come si suol dire, uno spirito libero, democratico, ben visto dai politici ostili alla Corona di Baviera.

Nel '48, in occasione della rivoluzione liberale scoppiata in tutta Europa, la Corte di Baviera si era rifugiata, prudentemente, nel suo castello: luogo sicuro, garantito dalla benevolenza che il duca Massimiliano godeva negli ambienti liberali europei e tedeschi in particolare. La moglie Ludovica viveva quietamente, come una buona massaia, a Possenhofen, occupandosi degli otto figli e dell'andamento sereno della famiglia, ignorando o facendo finta di ignorare le numerose scappatelle extraconiugali del marito, verso il quale nutriva una quieta e saggia condiscendenza. Si diceva, a quel tempo, che le vallate bavaresi fossero popolate di figli illegittimi che il buon Max seminava un po' dovunque, ma che, in ogni caso, assisteva con forti aiuti economici.

Una delle grandi passioni del duca erano i cavalli: lo si vedeva spesso in lunghe cavalcate a percorrere la natura fra i monti e i laghi della Baviera; questa passione per i cavalli, per le lunghe galoppate, il duca Max l'aveva trasmessa


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alle due figlie minori: Elisabetta, in casa detta "Sissi", e Maria Sofia "Spatz", (passerotto), l'ultimogenita. Bellissime fanciulle che avevano preso dalla madre un'altezza superiore alla media, corpi perfetti ed armonici, occhi di un azzurro profondo che facevano un dolce contrasto con i capelli bruni. Elisabetta e Maria Sofia si distanziavano di quattro anni, per cui la piccola differenza di età ed il temperamento esuberante le avevano legate profondamente tra di loro: un legame che si rivelò forte e duraturo per tutto l'arco della loro vita. Il padre, per le due ragazze, aveva preferito ad una educazione tutta scolastica un'educazione fisica, degna di uno sportivo professionista: infatti le due sorelle erano abilissime nel cavalcare, nel nuoto, nella scherma e nel tiro alla carabina. Elisabetta amava anche le letture poetiche, mentre Maria Sofia non mostrava grandi simpatie per la poesia e la letteratura: preferiva la vita della natura, amava gli animali, soprattutto i cavalli, e le lunghe escursioni sulle alpi bavaresi. La futura regina di Napoli imparò dal padre anche l'uso del tabacco: fumava quei sigarigli lunghi e sottili che, in seguito, dovettero scandalizzare la bigotta Corte di Napoli. Maria Sofia era nata il 4 ottobre 1841. Quando crollò il Regno delle Due Sicilie aveva appena diciannove anni, ed era sul trono di Napoli da poco più di un anno.

* * *

Quando per le sorelle Wittelsbach giunse l'età da l marito, la madre Ludovica cominciò a sognare per le figlie un matrimonio reale, anche perché intendeva riscattarsi per avere contratto lei, figlia del re, un matrimonio modesto con Max che, in fondo, era solo un cadetto del ramo reale con una situazione economica certamente non brillante.

L'attenzione della duchessa Ludovica si appuntò sul miglior partito del tempo: suo nipote Francesco Giuseppe, figlio della sorella Sofia, giovanissimo imperatore d'Austria.

Francesco Giuseppe era salito sul trono degli Asburgo in seguito a una serie di impressionanti fluttuazioni dinastiche, abilmente pilotate dalla madre Sofia. Poiché i danni della consanguineità avevano prodotto nella dinastia asburgica dei ritardati mentali, quali l'imperatore Ferdinando e lo stesso fratello del sovrano, Francesco Carlo, marito dell'energica Sofia, questa era riuscita a far dichiarare infermi di mente i due fratelli per favorire l'ascesa al trono del figlio, pur consapevole di rinunziare al titolo di imperatrice. Francesco Giuseppe era così salito sul trono d'Austria nel 1848, avendo da poco compiuti diciotto anni: era infatti il più giovane imperatore d'Europa. Alto, biondo, aveva ereditato la bellezza e gli occhi chiari della madre e della zia Ludovica. Quasi tutte le principesse reali d'Europa sognavano di sposarlo e parecchi sovrani avevano messo in moto sottili intrighi diplomatici per potere tessere relazioni sentimentali con il giovane. Le manovre di casa Wittelsbach per accasare le ragazze con principi e re di tutta l'Europa videro l'esclusione del duca Max dalle trattative per eventuali matrimoni: il duca, infatti, era uno spirito libero, privo di pregiudizi, in un certo senso rivoluzionario; non sopportava la vita di corte e aveva delle opinioni tutte particolari sui rapporti sociali e sulle relazioni di società. 

Questi atteggiamenti erano stati perfettamente recepiti dalle due sorelle: Elisabetta e Maria Sofia avevano accentuato il loro carattere ribelle per natura ed avevano maturato sul matrimonio opinioni del tutto personali e spregiudicate. Ma la scelta dello sposo per le ragazze Wittelsbach spettava al capo della famiglia, lo zio Massimiliano II, re di Baviera.

L'arciduchessa madre Sofia esercitava sul figlio Francesco Giuseppe un forte ascendente, che le permetteva di manovrare le attività di governo e le relazioni di corte, per cui, quando giunse il momento di trovare una moglie per l'imperatore, pensò subito alle nipoti Wittelsbach, ad Elena in particolare, dimentica, per un momento, dei danni che la consanguineità aveva prodotto nelle due famiglie. Elena aveva da poco compiuto i vent'anni e Francesco Giuseppe ne contava ventiquattro.

Ludovica e Sofia, affezionate sorelle, si accordarono subito per organizzare un incontro fra i due futuri sposi. L'arciduchessa Sofia mostrava una particolare predilezione per la nipote Elena, perché primogenita e per il carattere dolce e remissivo della ragazza: nei suoi disegni, infatti, mirava per il figlio ad una moglie che mai avrebbe contrastato la sua egemonia sull'imperatore e sugli affari di Stato.

L'incontro fra i due promessi avvenne nel castello di Possenhofen, residenza dei Wittelsbach, nel maggio del 1854. Elena si presentò in un abito bianco a ricami d'oro e Francesco Giuseppe nella sua smagliante uniforme di Maresciallo dell'Impero; il primo approccio fra i due fu deludente per il giovane imperatore: la cugina gli apparve scialba e priva di carattere, pur essendo bella come le altre






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In alto: Ferdinando II




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sorelle. Dopo i soliti convenevoli, l'imperatore volle fare una passeggiata nel parco. Percorrendo un viale di tigli si vide venire incontro due ragazze a cavallo: Elisabetta e la piccola Maria Sofia. Sissi, accaldata e rossa in viso, era bellissima, ed in quel momento colpì i sensi di Francesco Giuseppe, che si vide abbracciare e baciare con foga dalla giovanissima cugina. Elisabetta aveva allora diciassette anni, ed era al culmine della sua straordinaria avvenenza. L'incontro fu fatale: tornato a Vienna, l'imperatore comunicò alla madre la sua intenzione di sposare la cugina Elisabetta. L'arciduchessa Sofia cercò di opporsi, sostenendo che Sissi era troppo giovane e spregiudicata come il padre, e da tempo aveva mostrato un carattere particolarmente ribelle. Ma Francesco Giuseppe fu irremovibile: chiese subito agli zii la mano della bella Sissi, ma la fanciulla non accettò subito l'offerta poiché non si sentiva ancora pronta per il matrimonio, anche se era rimasta gradevolmente impressionata dal bellissimo imperatore. Furono necessari lunghi ed estenuanti patteggiamenti per indurre la ragazza ad accettare il matrimonio: alla fine, il decisivo intervento del re sbloccò la situazione: nel luglio del 1854, a Vienna, avvennero le nozze imperiali. Tutte le teste coronate d'Europa fecero da cornice a quello che sembrava più un matrimonio d'amore che di Stato. La giovanissima imperatrice portò nell'austera Corte di Vienna una ventata di giovinezza e di entusiasmo, ma le sue impertinenze, l'inosservanza delle rigide regole di corte finirono per compromettere i suoi rapporti con la suocera e scandalizzarono, oltre misura, la bigotta e conservatrice nobiltà asburgica. Maria Sofia, ancora quattordicenne, rimase a Possenhofen priva dell'affettuosa compagnia della sorella divenuta imperatrice. Ma i rapporti fra le due sorelle rimasero intensi ed amorevoli per tutta la vita, malgrado gli avvenimenti drammatici che avrebbero caratterizzato il futuro delle due

Wittelsbach.

* * *

Quando giunse anche per Maria Sofia il tempo del ,, matrimonio, la ragazza aveva diciassette anni; la duchessa Ludovica, forte del buon esito del matrimonio dell'altra figlia, si adoperò per trovare anche per Maria Sofia una testa coronata. In Germania i partiti disponibili erano scarsi e poco ragguardevoli; per un momento la duchessa madre pensò al principe ereditario di Baviera, il futuro Ludwig II, omosessuale e pazzo, che per le sue stravaganti follie avrebbe portato in seguito il Regno al collasso politico ed economico. Per fortuna di Maria Sofia l'evento non si concretizzò mai, per cui Ludovica, con l'aiuto della Corte di Monaco, iniziò a scandagliare, con opportune iniziative diplomatiche, i migliori partiti delle case regnanti d'Europa. La risposta non tardò a venire: le comunicarono che il giovane principe ereditario delle Due Sicilie, un regno immerso nel sole del bacino del Mediterraneo, era pronto a convolare a nozze. Maria Sofia, pur non conoscendo il futuro sposo, fu infantilmente entusiasta della prospettiva di poggiare sul suo capo una corona di regina, e immaginò il suo futuro sposo bello e aitante come il marito della amata sorella. 

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In alto: Maria Teresa,
matrigna di Francesco II



La giovane Wittelsbach sognò quindi di vivere la stessa favola di Elisabetta e del suo principe azzurro.

Il duca Max, che trascorreva le sue vacanze, come al solito, all'estero, le inviò un telegramma con cui sconsigliava questa unione: evidentemente dal suo frequente vagabondare in Europa non aveva tratto buone informazioni sul principe ereditario delle Due Sicilie.

Le trattative matrimoniali furono condotte dal conte Carlo Ludolf, ambasciatore di re Ferdinando II, e dallo stesso zio di Maria Sofia, il re di Baviera. Re Massimiliano aveva già preso tutte le informazioni possibili sulla vita, le abitudini, il comportamento del giovane Francesco, duca di Calabria. D'altra parte si sapeva in tutta Europa che l'erede al trono di Napoli aveva ricevuto un'educazione confessionale, che preferiva gli studi di teologia piuttosto che le iniziative politiche, che non amava le donne, la caccia, le feste e gli altri svaghi di corte; preferiva la preghiera, la meditazione, tutto l'opposto del suo sanguigno genitore.

Francesco nutriva una particolare devozione per la madre, Maria Cristina di Savoia, detta "la Santa" dai Napoletani per la sua vita ascetica e di preghiera, ben lontana dalle attività della rumorosa e festaiola Corte Borbonica. La regina era morta a ventiquattro anni subito dopo il parto, lasciando il figlio privo per sempre dell'amore di madre. Questo avvenimento aveva fortemente inciso sul carattere chiuso, mite e remissivo di Francesco, e lo aveva spinto più ad una vita di meditazione e di pensiero che ad un'attività politica consapevole degna di un principe ereditario.

Anche il padre Ferdinando II, conoscendo il debole carattere dell'erede al trono, non si era occupato della sua educazione come del resto aveva fatto nei confronti degli altri figli avuti dal secondo matrimonio con l'arciduchessa Maria Teresa d'Asburgo. Ferdinando amava moltissimo i suoi figli, ma alla stregua di un buon padre di famiglia 


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borghese e non con la responsabilità di un sovrano di una delle più antiche dinastie d'Europa. Di conseguenza Francesco, pur essendo l'erede al trono, era rimasto lontano dalla politica: il padre gli aveva inculcato l'idea che il Regno era sicuro e tranquillo, in quanto i suoi confini stavano fra l'“acqua santa" (lo Stato Pontificio) a nord e l'“acqua salata" a sud (le coste e la Sicilia).

I rapporti fra le Due Sicilie ed il papato erano ottimi. Pio IX aveva una particolare predilezione per il re di Napoli, memore della generosa ospitalità del sovrano negli anni del suo esilio da Roma.

Le nozze tra Francesco di Borbone e Maria Sofia furono celebrate per procura, a Monaco, l'8 gennaio 1859; la sposa giunse a Bari a bordo della fregata borbonica Fulminante la mattina del 3 febbraio. Quando la fregata entrò nel porto, tutte le navi alla fonda la salutarono con salve di cannone, mentre sulle banchine una folla impressionante salutava e batteva le mani. Le strade di Bari erano coperte da bandiere e le campane di tutte le chiese suonarono a stormo. Sulla banchina principale del porto dieci carrozze ospitavano tutta la famiglia reale venuta a rendere omaggio alla futura regina di Napoli. Maria Sofia, dall'alto del ponte, osservava con trepidazione la città festante cercando di scorgere, fra quella marea di gente, il suo giovane marito. Francesco era già salito a bordo della lancia reale, con la regina madre e tutto il seguito. Mancava solo re Ferdinando, che era rimasto in carrozza perché già colpito dal male che di lì a poco lo avrebbe condotto alla tomba. Francesco indossava l'uniforme di colonnello degli ussari, mentre Maria Sofia sfoggiava uno splendido abito di velluto cremisi appena coperto dalla pelliccia di zibellino. La fanciulla apparve a Francesco in tutto lo splendore della sua bellezza: occhi turchini, brillanti, i lunghi capelli neri sciolti sulle spalle, il portamento fiero ed elegante. L'avvenenza della sposa fece aumentare la timidezza congenita del giovane principe, che si limitò ad un «Bonjour, Marie» e ad un compassato baciamano. Nel tardo pomeriggio avvenne la cerimonia religiosa nel palazzo reale della città. Maria Sofia si adornò con i gioielli più fastosi della Corona di Napoli, portati appositamente dalla capitale per ordine di Ferdinando II. La benedizione nuziale fu impartita dall'arcivescovo di Bari, che lesse anche la speciale benedizione di Pio IX. Le navi nel porto spararono a salve e le bande suonarono l'inno di Paisiello. Il 7 marzo la famiglia reale fece ritorno a Napoli a bordo della fregata Fulminante e raggiunse in carrozza la splendida reggia di Caserta. Frattanto, nel Regno di Piemonte e Sardegna, Cavour, forte dell'alleanza con Napoleone III, si preparava ad una nuova guerra con l'Austria; il 29 aprile 1859 le truppe franco-piemontesi penetravano nel Lombardo-Veneto. Aveva inizio la seconda guerra dei Savoia contro l'impero asburgico (definita dagli storici "Seconda Guerra d'Indipendenza"), guerra di espansione militare e territoriale nella vasta pianura padana, indispensabile per l'economia e lo sviluppo del piccolo Piemonte chiuso nella morsa fra le Alpi e il mare.

Ferdinando II, malgrado la malattia che si era fortemente aggravata, seguì con apprensione le fasi della guerra, dimostrando un'aperta 

ostilità verso i parenti piemontesi e raccomandando al figlio di tenersi cara l'alleanza con lo Stato Pontificio e di non fidarsi mai dei cugini Savoia, che egli definiva «Piemontesi falsi e cortesi». Mai raccomandazione fu più profetica! Il re morì il 22 maggio 1859 a quarantanove anni. Un anno prima dello sbarco di Garibaldi, Francesco II salì sul trono di Napoli a ventitré

anni e Maria Sofia si ritrovò regina a diciotto anni.

* * *

Maria Sofia, forte del suo temperamento tedesco, malgrado la giovanissima età, capì subito che la politica del Regno era nelle mani di Maria Teresa, che godeva dell'appoggio della Corte e del partito filoaustriaco. La regina madre, infatti, aveva esercitato tutta la sua influenza sul marito, pur essendo Ferdinando autoritario e deciso, e pensò di continuare l'opera di soggezione con il nuovo re, di cui conosceva il carattere timido e remissivo. Le sue mire furono subito contrastate dal fiero orgoglio della Wittelsbach, che si mise subito in urto con la suocera e rivendicò con fermezza il suo ruolo di regina, avendo capito che Francesco non aveva alcuna competenza in fatto di politica e di affari di Stato. Fu Maria Sofia, infatti, a convincere il marito, subito dopo l'incoronazione, a concedere l'amnistia ai detenuti politici per gli avvenimenti del '48 e a ordinare l'abolizione della schedatura di tutti quei cittadini in fama di essere liberali. In pratica, gli affari di Stato passarono nelle mani della regina malgrado l'ostilità della Corte tutta schierata a favore della vedova di Ferdinando.

Maria Sofia rivelò subito un carattere forte e deciso, idee molto chiare ed un coraggio impensabile in una fanciulla appena diciottenne. La prima occasione in cui la regina dimostrò appieno il suo temperamento avvenne circa un mese dopo la sua incoronazione, quando a Napoli scoppiò la rivolta dei mercenari svizzeri.

Ferdinando II, molto consapevole ed esperto di arti





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In alto: Maria Cristina di Savoia
la "Regina Santa"


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militari, aveva infatti creato nel suo esercito quattro reggimenti di mercenari svizzeri coraggiosi, forti e bene addestrati al combattimento, costituivano l'orgoglio del re e rappresentavano la punta di diamante dell'esercito borbonico. Quando la Svizzera decise di abolire il mercenariato, che costituiva un residuo anacronistico degli eserciti dell'età moderna, il governo elvetico ordinò a tutti i mercenari svizzeri di togliere dalle loro uniformi i simboli cantonali, minacciandoli di privarli della cittadinanza. Questi soldati avevano sempre goduto della protezione e della benevolenza di re Ferdinando, che li considerava fedelissimi ed esperti nell'arte della guerra. Pertanto accusarono il nuovo re di avere ignorato i loro diritti e di non averli saputi difendere adeguatamente dai provvedimenti del governo svizzero.

La rivolta dei mercenari scoppiò la sera del 7 luglio e si estese rapidamente con violenza in tutta Napoli: furono incendiati negozi, infrante a fucilate le finestre delle abitazioni, distrutte alcune carrozze nobiliari; intorno alla mezzanotte i rivoltosi si piazzarono dinanzi alla reggia di Capodimonte, dove soggiornava la famiglia reale. La paura fu grandissima: la regina madre, presa dal panico, raccolse i figli e si preparò alla fuga; Francesco si chiuse in preghiera nella stanza della madre. Solo Maria Sofia dimostrò il suo coraggio ed il suo forte temperamento: si affacciò dalla terrazza e cominciò ad inveire in tedesco contro i rivoltosi, ordinando subito dopo ad un ufficiale della scorta reale di trattare con i mercenari in rivolta. La piena fermezza della giovane regina e il suo fiero comportamento ebbero l'effetto di placare gli animi e sedare la rivolta. Purtroppo, però, mentre i rivoltosi stavano per allontanarsi, giunse sul posto un reggimento di mercenari rimasti fedeli alla Corona e fu scontro a fuoco violentissimo, con morti e feriti da ambo le parti. Qualche giorno dopo questi avvenimenti giunse dalla Curia Pontificia la notizia che il Papa aveva proclamato "venerabile" la regina Maria Cristina. Francesco considerò questo fatto quale un celeste intervento della madre in occasione dei drammatici avvenimenti

di quei giorni.

* * *

Dopo la vittoria della coalizione franco-piemontese _ a Magenta, erano scoppiati a Napoli alcuni focolai insurrezionali rapidamente soffocati. Maria Sofia aveva percepito il campanello di allarme e, sebbene fosse ancora estranea alla politica del Regno ed agli affari di Stato, capì che al timone del governo napoletano occorreva un uomo forte, fedele e deciso. Nel Paese si erano andati delineando, da tempo, due partiti, non sempre chiaramente identificabili sul terreno dell'ideologia: uno era quello austriaco, legato alla burocrazia militare, alla nobiltà, all'alto clero; l'altro raccoglieva quella parte della borghesia più illuminata, vagamente liberale, riformista con presupposti costituzionali. La regina Maria Sofia si era schierata a capo del secondo movimento, avendo intuito che la salvezza del Regno andava riposta in un processo di svecchiamento e di rinnovamento 

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delle vecchie strutture burocratiche, atto a favorire il ricambio di una classe dirigente non più all'altezza del nuovo tempo che si andava profilando in Italia e in tutta Europa. 
Con un'azione sottile di convincimento, Maria Sofia convinse il marito a sottrarsi all'egemonia della regina madre, favorevole al partito austriaco, e lo indusse a nominare a capo del governo il principe Carlo Filangeri di Satriano.

La giovane regina aveva mostrato subito una grande simpatia per il Filangeri e lo considerava un politico accorto, deciso e soprattutto fedelissimo alla causa dei Borbone. La scelta del principe di Satriano quale primo ministro fu fortemente osteggiata dalla regina madre Maria Teresa, ma il re, confortato dall'appoggio della moglie, fu deciso nel suo orientamento politico anche perché sapeva che Filangeri era a favore di una Costituzione ed aveva in mente l'idea di favorire una distensione dei rapporti con Francia e Inghilterra, tradizionalmente ostili alle Due Sicilie. Maria Sofia, inoltre, diffidava fortemente dei Savoia e con uno straordinario intuito aveva messo in guardia il marito affinché non si fidasse dei cugini sabaudi. Intuito che in seguito si rivelerà confermato dai drammatici avvenimenti che porteranno al crollo del Regno. Purtroppo, il mite Francesco era convinto che la sorte del Regno fosse nelle mani di Dio e della sua "Santa madre". Questo convincimento gli fece perdere l'unica grande occasione di salvezza del suo trono: infatti Cavour, che aveva abilmente tessuto l'alleanza antiaustriaca con Napoleone III, dopo avere soddisfatto le sue mire espansionistiche nella pianura padana ed in Toscana, mirava ad un progetto politico di ampio respiro: la formazione in Italia di tre grandi Stati: il Piemonte sabaudo al nord, lo Stato Pontificio al centro, le Due Sicilie al sud. Nel progetto erano previste garanzie costituzionali, riforme liberali e amnistia per gli esuli politici. Il piano dello statista piemontese prevedeva, però, una parziale soppressione


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del territorio della Chiesa, con il territorio di Perugia ed Ancona che sarebbe stato annesso al Regno di Napoli. Le trattative furono condotte dal conte di Salmour, un francese abilissimo nelle trattative diplomatiche.

Il principe Filangeri aderì al progetto pur con qualche perplessità. Maria Sofia ci pensò a lungo e ne discusse favorevolmente con il primo ministro, ma fu Francesco a respingere con sdegno il progetto: non avrebbe mai accettato di sottrarre del territorio alla Santa Chiesa. I suoi scrupoli religiosi non gli permettevano di mettersi in urto con Pio IX, che lo aveva sempre protetto (e che lo proteggerà, in seguito, nella disgrazia). Il fallimento delle trattative determinò le dimissioni del principe di Satriano, ma la regina lo convinse a riprendere le redini del governo in un momento che si presentava particolarmente difficile per la Corona. Filangeri ritirò le dimissioni e, su consiglio della regina, preparò una bozza di Costituzione; il primo ministro, confortato da eminenti giuristi napoletani (Napoli aveva allora le più prestigiose scuole giuridiche d'Italia), portò a termine il suo lavoro in tutta segretezza per evitare reazioni da parte del partito austriaco, egemonizzato dall'ex regina. Malgrado ciò l'austriaca ebbe sentore della stesura della nuova Costituzione e, con l'appoggio dell'alta burocrazia militare, dell'aristocrazia e dell'alto clero, organizzò un complotto per destituire Francesco e porre sul trono il suo primogenito: Luigi conte di Trani. Un vero e proprio colpo di Stato! Ma l'abilissima Maria Sofia venne a conoscenza della congiura contro il legittimo re e, con l'aiuto del Filangeri, portò a Francesco le prove del complotto, chiedendo, infuriata, l'esilio della intrigante suocera e la messa al bando dei fratellastri. Francesco, terrorizzato dal prendere un simile provvedimento, non ebbe la forza di ascoltare il consiglio della moglie, anche perché la matrigna gli giurò, falsamente, che le accuse contro di lei erano volgari menzogne e che mai ella avrebbe avuto in animo di tramare contro il legittimo re delle Due Sicilie. Francesco, nella sua infinità bontà le credette e sopportò con rassegnazione l'ira della moglie, che giustamente lo accusava di essere un inetto e incapace a reggere il trono. Il principe di Satriano, questa volta, presentò le sue dimissioni irrevocabili e si ritirò definitivamente dalla politica. Al suo posto il re chiamò il principe di Cassano, un reazionario e persecutore dei liberali. Il partito austriaco aveva trionfato! Il successivo crollo del Regno pone le sue premesse proprio in questo iniziale tradimento nei confronti di un re onesto e leale come Francesco II.

Nel frattempo Cavour ordiva la sua rete di corruzione che avrebbe minato alle fondamenta la già traballante mo-narchia borbonica. Consapevole della debolezza del re di Napoli e dell'infedeltà della sua Corte, lo statista piemontese reperì una forte somma di denaro (gli storici parlano di 4.800.000 ducati) da appoggiare con fedi di credito al Banco di Napoli. Con questo denaro vennero corrotti generali, ammiragli, funzionari dello Stato; fu corrotto lo stesso ministro di Polizia, Liborio Romano, e lo zio di Francesco, fratello del padre, Leopoldo conte di Siracusa. Il Piemonte, con la tacita complicità dell'Inghilterra, organizzò l'aggressione al libero e sovrano Regno delle Due Sicilie, affidandone l'esecuzione a Garibaldi. L'invasione del Regno di Napoli, infatti, doveva apparire agli occhi della comunità inter-

nazionale come l'iniziativa autonoma di un'avventuriero, poiché il Piemonte temeva la reazione della Santa Alleanza, Austria in testa.

* * *

16 gennaio 1860 Francesco II compì ventiquattro anni, e fu grande festa in tutta Napoli; i sovrani accolsero la nobiltà borbonica a palazzo reale, e fu uno spettacolo di divise, grandi uniformi, fregi, ricchi abbigliamenti; ministri, alto clero, diplomatici stranieri; le carrozze della nobiltà fecero la spola tra i fastosi palazzi aviti e la piazza di palazzo reale. Purtroppo i sovrani di Napoli erano circondati, anche in questa occasione, da una massa di cortigiani, funzionari, militari, uomini di governo ignoranti e incapaci, tutti pronti al tradimento. Da questi emergeva un solo statista degno di rispetto, quel Carlo Filangeri che, deluso dalle circostanze, aveva abbandonato la barca del governo nel momento in cui si addensavano, paurosamente, le nuvole della tempesta. Maria Sofia, sul trono accanto a Francesco, era splendida, affascinante, la corona reale le riluceva sull'acconciatura dei capelli, opera del più rinomato parrucchiere napoletano, quel Totò Carafa, del quale si serviva la migliore aristocrazia del Regno. Accanto alla regina sedeva l'ambasciatore di Spagna, don Salvador Bermudez de Castro, un hidalgo dai modesti natali che si era conquistato sui campi di battaglia il favore dei sovrani di Spagna, che lo avevano nominato marchese di Lema e ambasciatore presso il governo delle Due Sicilie. Bermudez de Castro era un uomo affascinante: appena quarantenne, aveva guadagnato l'amicizia incondizionata di Francesco e la simpatia piuttosto interessata della regina. Le malelingue del tempo, compresa Maria Teresa, lo attribuirono come amante della regina, ma in realtà fra lo spagnolo e Maria Sofia ci fu solo una forte, leale e sincera amicizia, anche perché la regina di Napoli vedeva nel de Castro tutte quelle doti e virtù che avrebbe voluto trovare nel marito.

Il genetliaco del re fu anche l'occasione del varo a Castellammare di Stabia di una potente nave da guerra, la nuova fregata Borbone, che era armata con sessanta moderni cannoni. Una delle migliori navi a vapore del tempo, che andava a rinforzare la già potentissima squadra navale napoletana: la migliore nel bacino del Mediterraneo. Nel porto di Napoli, una grande città di cinquecentomila abitanti, la quarta metropoli d'Europa, stavano ancorate le navi militari di molti Paesi: la Bretagne, ammiraglia della flotta francese; l’Algeciras, l'Imperial; le inglesi Hannibal, Agamemnon, London; pericolosa intrusa, anche l'ammiraglia della flotta del Regno di Piemonte e Sardegna: la Maria Adelaide, comandata dall'ammiraglio Carlo Pellion di Persano, che ritroveremo nel mare all'assedio di Gaeta, e poi quale responsabile del disastro navale di Lissa nella guerra del 1866 contro l'Austria. Fra le navi straniere la Borbone, con il suo gran pavese e i suoi lucidi cannoni schierati, faceva un bell'effetto. Ironia della sorte, la fregata, consegnata ai Piemontesi dal suo comandante traditore e ribattezzata Garibaldi, la ritroveremo con i suoi sessanta cannoni a sparare sulla piazzaforte di Gaeta contro quegli stessi carpentieri e marinai napoletani che l'avevano costruita e varata.

Frattanto gli eventi precipitavano: il Piemonte, dopo l'occupazione della Lombardia con l'appoggio militare francese, aveva conquistato tutta l'Italia centrale: Toscana,


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Emilia, Romagna (queste ultime terre sottratte allo Stato Pontificio) con il sistema dei plebisciti truccati. Pio IX aveva comminato la scomunica agli usurpatori: questo atto della Chiesa aveva turbato profondamente il cattolico Francesco, che aveva rafforzato in sé la convinzione che i Piemontesi fossero i primi nemici della fede cristiana in Europa. Nel marzo successivo giunsero dalla Sicilia i primi segni della crisi che avrebbe sconvolto e distrutto il Regno: le campane del convento della Gancia suonarono a martello annunziando lutti e sciagure. I servizi segreti napoletani avvisarono il re dei preparativi che Garibaldi andava effettuando in Liguria con il tacito consenso del governo sardo. Fu individuato anche il luogo dello sbarco: la Sicilia. Maria Sofia, consapevole del pericolo più del marito, spinse il sovrano ad emanare disposizioni urgenti per fronteggiare l'imminente aggressione; il re allertò la flotta, concertò personalmente le misure di difesa per bloccare sul nascere l'impresa di Garibaldi. La squadra navale napoletana era allora la più potente del bacino del Mediterraneo: comprendeva fra navi grosse e piccole 36 vascelli, fra cui 11 fregate (l'equivalente oggi dei moderni incrociatori); a capo della squadra navale era Luigi conte d'Aquila, zio del re.

L'esercito napoletano era il più potente di tutti gli Stati italiani: comprendeva 83.000 uomini bene armati e bene addestrati, senza contare i mercenari svizzeri e bavaresi, che costituivano il nocciolo duro di tutte le forze armate. Impensabile, dunque, che 1072 borghesi guidati da Garibaldi potessero battere un siffatto esercito. Infatti, il gruppo capeggiato dall'eroe dei Due Mondi era costituito da professionisti: medici, avvocati, ingegneri, commercianti, capitani di marina mercantile, chimici; c'erano pure alcuni preti che avevano abbandonato da tempo l'abito talare. I Siciliani erano 34:24 palermitani, 3 messinesi, 3 trapanesi, 1 catanese, e rispettivamente uno di Trabia, uno di Gratteri e Francesco Crispi, con la moglie Rosalia, di Castelvetrano.

A comandare l'esercito napoletano erano in tanti: Landi, Lanza, Nunziante, Clary; tutti incapaci, corrotti ed invidiosi l'uno dell'altro. Landi e Lanza erano addirittura ultrasettantenni e non erano più in grado di montare a cavallo: seguirono le operazioni militari in Sicilia seduti in carrozza! Pur tuttavia, se i due generali non fossero stati corrotti e inclini al tradimento, i garibaldini non sarebbero certo riusciti neanche a sbarcare.

Ma Landi, a Calatafimi, pur disponendo di una posizione strategica favorevole, le colline, e di una forza di 3000 uomini di truppa scelta, di un reggimento di cacciatori, di 20 pezzi di artiglieria, di una cavalleria forte di 1500 unità, si ritirò senza combattere, così come Lanza a Palermo consegnando la città a Garibaldi. Del resto Landi non poteva combattere poiché Garibaldi gli aveva già rifilato una mazzetta di 16.000 ducati in cartelle del Banco di Napoli, che poi risultarono essere false.

Quando giunse a Napoli la notizia che in Sicilia la situazione stava drammaticamente precipitando, la regina chiese a Francesco di

intervenire personalmente e lo incitò a mettersi a capo delle truppe per combattere la sfiducia che serpeggiava fra i soldati, già consapevoli del tradimento dei loro generali. Maria Sofia consigliò con energia di fare arrestare Landi e Lanza e farli processare per alto tradimento. Poi chiese che fosse richiamato a capo del governo il principe di Satriano, l'unico uomo politico in quel momento capace di padroneggiare la situazione che si andava profilando disastrosa. Il principe di Satriano, convocato dal re, in un primo tempo declinò l'invito poiché l'età e le malattie legate alla vecchiaia non gli consentivano di adempiere con la solita premura ed attenzione all'incarico di primo ministro; cedette poi alle insistenti richieste di Maria Sofia, che si recò di persona nella villa di campagna dove il principe si era ritirato da tempo. Filangeri dettò subito le sue condizioni, previa accettazione del suo incarico di primo ministro: proclamazione immediata della Costituzione, invio di un contingente di 40.000 uomini a Messina, che dovevano essere guidati dallo stesso re. A queste condizioni, il vecchio generale era disposto ad assumere la carica di Capo di Stato Maggiore. La regina rinnovò con entusiasmo la sua disponibilità a cavalcare accanto al re, alla testa dei soldati, ma Francesco, sempre dubbioso ed esitante, non si mostrò favorevole alle proposte del principe di Satriano, anche perché la Corte, controllata da Maria Teresa, non vedeva di buon grado la concessione della Costituzione. Filangeri, deluso ed amareggiato dall'atteggiamento del re, declinò il suo incarico e, sollevato, se ne tornò nella sua residenza di campagna. Furono contattati i generali Ischitella e Nunziante perché assumessero il comando supremo in Sicilia, ma essi rifiutarono.





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 In alto: Il re Francesco
e la moglie Maria Sofia



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L'alto incarico fu affidato, pertanto, al generale Ferdinando Lanza.
Francesco II, su consiglio di Maria Sofia, inviò ai comandi di Sicilia delle direttive precise ed avvedute, purtroppo disattese da comandanti incapaci di applicarle, o per inefficienza, insipienza, o per serpeggiante tradimento. La regina continuò ad insistere affinché il marito concedesse la Costituzione, malgrado l'ostilità aperta della regina madre e di tutta la corte filoaustriaca. Segretamente trattò col Papa, e lo convinse ad inviare una lettera al re di Napoli. Il dispaccio di Pio IX giunse nella reggia di Caserta il 24 maggio 1860. La parola del Papa fu per il re di Napoli verbo divino, anche perché il Pontefice lo esortava a non fidarsi troppo dei Savoia e di un Piemonte abilmente padroneggiato da Cavour. Il re convocò i ministri e il Consiglio di Famiglia, ed espose fermamente la sua intenzione, scatenando la fiera opposizione di Maria Teresa, che lo accusò di mancanza di coraggio, di insensibilità e di aver ceduto alle intimazioni dei cugini sabaudi. La sfuriata della regina madre mortificò il timido Francesco, che piegò il capo in silenzio senza reagire; reagì, pesantemente, invece Maria Sofia, che rintuzzò con orgoglio e fierezza le parole dell'ex regina ingiungendole con dura voce, appena frenata dalla rabbia, di rispettare il re e di piegare il capo dinanzi alla volontà sovrana. In quel frangente, Maria Sofia si comportò da vera regina dimostrando, ancora una volta, il suo carattere deciso e fermo e la piena lealtà che la legava al marito. Quel giorno stesso Francesco II promulgò l'atto sovrano di concessione della Costituzione. Ma questa decisione ormai tardiva non suscitò gli effetti sperati; i liberali rimasero indifferenti anche perché i Borbone avevano già concesso altre tre Costituzioni: nel 1812, nel 1820 e nel 1848, tutte disattese nella loro promessa di libertà e riforme.
Quando giunse a Napoli la notizia della conquista di Palermo da parte di Garibaldi, la situazione precipitò drammaticamente: in città scoppiarono tumulti e violenze, ci furono scontri a fuoco fra i filoaustriaci e i liberali, e come al solito furono saccheggiati negozi, abitazioni civili; alcuni commissariati di polizia furono abbandonati e dati alle fiamme. In questo frangente drammatico il re proclamò lo stato di assedio e nominò ministro di Polizia quel Liborio Romano che poi sarebbe passato anche lui, come gli altri traditori, dalla parte di Garibaldi. Quel momento drammatico segnò anche la divisione della Corte: Maria Teresa, i suoi figli e molti dignitari e funzionari abbandonarono la capitale per rifugiarsi nella fortezza di Gaeta. Accanto al re rimasero pochi ministri fedeli e l'indomita Maria Sofia, che assunse subito la guida del governo, rivelando, ancora una volta, le sue doti di coraggio, equilibrio e saggezza.

*  * *

Passato lo Stretto con la complicità delle navi inglesi e americane e con il favore dei comandanti di marina traditori, Garibaldi si affacciò sul continente e avanzò verso Salerno non trovando alcuna seria resistenza ad eccezione delle truppe comandate da Von Mechel e dal colonnello siciliano Beneventano del Bosco. A Napoli il generale Nunziante, che aveva fatto carriera e accumulato ricchezze sotto i Borbone, prezzolato da Cavour stilò una vergognosa "Proclamazione" per esortare i soldati fedeli al re alla diserzione: Compagni d'arme! Già è pochi dì, lasciandovi l'addio, vi esortavo ad essere forti contro i nemici d'Italia

dar prove di militari virtù nella via aperta dalla Provvidenza a tutti i figli della patria comune... forte mi sono convinto non esservi altra via di salute per voi e per cotesta bella parte d'Italia che l'unirci sotto il glorioso scettro di V. Emanuele: di questo ammirevole monarca dall'eroico Garibaldi annunziato alla Sicilia, e scelto da Dio per costituire a grande nazione la nostra patria... I soldati, ben consapevoli del tradimento del generale Nunziante, respinsero con sdegno le parole del traditore e si prepararono alla resistenza, disconoscendo, purtroppo, che nelle file dell'esercito serpeggiavano altri traditori pronti alla resa.

A Napoli alcune navi piemontesi sbarcarono circa 3000 fanti di marina e bersaglieri disposti ad attaccare la città dalla parte del porto. Caduta Salerno, Francesco II decise di lasciare Napoli per evitare un bagno di sangue alla sua amata città. Il 6 settembre il re lasciò la capitale con oltre 40.000 uomini di fanteria, 6000 di cavalleria e 200 pezzi di artiglieria pesante: una forza più che sufficiente per battere Garibaldi che disponeva ancora di poche migliaia di vo-lontari. Lo scopo del re era quello di concentrare le sue forze tra Gaeta e Capua, costituendo una linea di difesa tra il Volturno e il Garigliano. Neppure immaginando che l'esercito piemontese avrebbe fatto irruzione nel Regno, senza dichiarazione di guerra e violando la neutralità dello Stato della Chiesa.

Maria Sofia avrebbe voluto cavalcare con il re alla testa delle truppe ma Francesco preferì lasciare la città in carrozza. Il re portò con sé casse colme di documenti e atti di governo, il sigillo reale e gli effetti personali trascurando tutti gli oggetti di valore: un'enorme quantità di vasellame di oro e di argento, che rimase al palazzo reale. Francesco lasciò nel Banco di Napoli anche tutto il suo patrimonio personale: undici milioni di ducati più cinquanta milioni di franchi d'oro (l'enorme somma confiscata da Garibaldi andò a finire nelle casse di Vittorio Emanuele). Furono confiscati anche i maggiorati dei principi reali, le doti delle principesse ed i beni dell'Ordine Costantiniano, eredità privata dei Borbone, avuta da Casa Farnese. Furono rubati anche sessantasettemila ducati di rendita, dote ereditaria di Maria Cristina di Savoia, madre di Francesco II. Per non parlare poi delle ceramiche di Capodimonte, dei mobili, dei letti d'argento, dei tappeti, dei quadri di palazzo reale che presero la via di Torino per arredare la reggia del cugino Savoia. La coppia reale raggiunse il porto di Gaeta sulla fregata Il messaggero; solo la nave a vela Partenope seguì i sovrani: tutte le altre navi militari rimasero alla fonda nel porto di Napoli. Infatti i comandanti si erano venduti all'ammiraglio piemontese Persano con la promessa che sarebbero stati incorporati nella marina sarda con il loro grado ed il loro stipendio (promessa che non fu poi mantenuta). Solo due navi spagnole si misero sulla scia del Messaggero, a bordo il fedele Bermudez de Castro, che non aveva voluto abbandonare i sovrani di Napoli in quel drammatico momento.

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Sulla linea di difesa fra Capua e Gaeta il re venne raggiunto dalle truppe rimaste fedeli: i reggimenti di Von Mechel, tre divisioni di fanteria, una di cavalleria, 42 pezzi di artiglieria, in tutto 28000 uomini pronti a battersi. Maria Sofia, che aveva indossato un'uniforme militare, si offrì di cavalcare alla testa delle truppe insieme con il marito


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ma Francesco preferì affidare il comando al vecchio generale Ritucci. Il primo ottobre del 1860 iniziò la battaglia del Volturno, l'unica vera battaglia di quella strana guerra. Lo scontro fu durissimo e i garibaldini furono costretti a ripiegare. Furono travolte e messe in fuga anche le riserve di Bixio e lo stesso Garibaldi, caduto dal cavallo che era stato colpito, stava per essere ucciso o fatto prigioniero. Il re, incurante del fuoco nemico, cavalcò in prima linea esortando i combattenti ad inseguire il nemico ed al momento opportuno lanciò all'attacco la Guardia Reale.

La Guardia Reale napoletana era abituata alle parate in città, ma non aveva alcuna esperienza di combattimento; i soldati erano poco addestrati alle manovre militari e per di più erano stati sempre male comandati da generali inetti ed incapaci. La prima carica della Guardia fu arrestata dalla fucileria garibaldina e i granatieri reali furono costretti a ripiegare in disordine. Il re in persona, incurante del pericolo, si gettò fra i suoi uomini incitandoli al combattimento, e fu proprio in quel momento che il tanto vituperato "Franceschiello" dimostrò tutto il suo coraggio. Postosi al comando di due squadroni a cavallo del 2° reggimento ussari, il sovrano penetrò nelle file nemiche portando lo scompiglio fra le truppe piemontesi che presto si posero al contrattacco utilizzando le riserve di Cosenz; intervennero nella lotta migliaia di bersaglieri e granatieri sardi, mentre le riserve borboniche comandate da Colonna rimasero inattive lungo le rive del Volturno. Il piano di battaglia voluto dal re, perfetto nella sua formulazione, fallì come al solito per la insipienza e la incapacità dei generali napoletani.
Il 3 ottobre Vittorio Emanuele II, alla testa dell'esercito, attraversò lo Stato Pontificio, violando apertamente la neutralità della Chiesa, senza dichiarazione di guerra, portando le truppe sarde alle spalle dei Napoletani. Fu necessario pertanto ripiegare nella fortezza di Gaeta. Sugli spalti di Gaeta Francesco II e Maria Sofia si guadagnarono gloria, ammirazione e rispetto. Gli storici sabaudi hanno sempre liquidato con poche parole l'assedio di Gaeta e hanno scritto di re Franceschiello e dei suoi poveri soldatini napoletani come delle marionette cui il puparo abbia spezzato il filo.



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In alto: Stampa sull'assedio di Gaeta



Quei soldati napoletani, invece, che avevano condotto con coraggio estremo una lunga e disastrosa campagna, dimostrarono a Gaeta come si riscatta l'onore militare di un esercito e di tutto un popolo.

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L'esercito piemontese disponeva di un'artiglieria moderna: nel 1850 l'ingegnere balistico Cavalli aveva avuto un intuito fondamentale: dotare di una rigatura elicoidale dapprima i fucili e poi i cannoni; la rigatura della canna consentiva ai proiettili una straordinaria accelerazione e un forte impatto di penetrazione. A Gaeta, il generale piemontese Cialdini disponeva di tali pezzi di artiglieria mentre i cannoni napoletani sugli spalti della fortezza erano ancora di vecchio modello e con una gittata limitata; nessun cannone era rigato. La quantità dei proiettili e delle cariche per l'artiglieria era scarsa, mancava il legname per riparare gli affusti in caso di rottura, ipotesi probabile data la vetustà dei pezzi; inoltre mancavano del tutto i sacchetti di sabbia a difesa dei pezzi più esposti sugli spalti della fortezza. Scarseggiavano, inoltre, i generi di prima necessità, le provviste erano poche e spesso malandate; c'erano centinaia di cavalli e di muli che nel giro di pochi mesi morirono di fame per mancanza di foraggio. I soldati dormivano sulla nuda terra poiché non c'erano brande, né materassi, né coperte da campo; non c'erano divise di ricambio e neppure biancheria, molti soldati indossavano abiti civili raccattati fra la popolazione tenendo in capo soltanto il berretto militare. Mancavano i medicinali e le bende per curare le ferite, i pochi ufficiali medici dovevano provvedere lacerando a strisce vecchi lenzuoli e tele da tenda. La situazione a Gaeta era difficilissima, al limite delle capacità umane, eppure in queste condizioni paurose i soldati napoletani si batterono con un coraggio tale da destare il rispetto e l'ammirazione dei nemici. L'eroina di Gaeta fu la regina Maria Sofia, una fanciulla appena diciannovenne, che a cavallo, incurante dei micidiali bombardamenti del generale Cialdini, correva in mezzo al fumo dei cannoni per arrecare incitamento e portare entusiasmo fra gli artiglieri delle batterie. La giovane regina visitava tutte le batterie di fronte di terra e quella di mare dell'Annunziata. Un giorno, proprio in quest'ultima batteria, comandata dal 1° tenente Raffaele Mormile, un proiettile nemico scoppiò a poca distanza dalla regina, che si salvò per la presenza di spirito dell'ufficiale che di un balzo l'afferrò per la vita riparandola nella casamatta, mentre lo scoppio distrusse un pezzo del bastione coprendo la sovrana di calcinacci. Assolutamente non turbata e sorridente, Maria Sofia si limitò a criticare la scarsa precisione dell'artiglieria nemica. Giorno e notte la regina visitava i feriti che giacevano nell'ospedale centrale di Torrion, portando loro del cibo che ella sottraeva alla sua mensa e che divideva personalmente ai soldati. Confusa fra gli infermieri e le suore di carità, apprestava le prime cure ai soldati che arrivavano, lavando e disinfettando le ferite meno gravi. Spesso il suo abito di velluto nero brulicava di pidocchi, che i soldati portavano in gran quantità: erano gli stessi infermieri che spazzavano via dagli abiti della sovrana quei disgustosi insetti. 


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Il 18 novembre il generale Vial, governatore della piazzaforte, scrisse una lettera a Cialdini nella quale si comunicava che sugli ospedali di Gaeta era stata issata una bandiera nera affinché fossero preservati dai bombardamenti gli infermi gravi ed i feriti ivi raccolti. Cialdini chiese che venisse specificato il numero delle bandiere innalzate sugli ospedali, e Vial confermò la presenza di tre bandiere. Il generale piemontese, preso da una crisi di galanteria per la bellissima regina, invitò Vial ad innalzare una quarta bandiera nera, più grande delle altre, sul palazzo abitato dalla sovrana. Maria Sofia rispose personalmente a Cialdini chiedendogli di poter esporre la quarta bandiera nera sulla monumentale e preziosa chiesa di S. Francesco, opera dell'architetto Guarinelli, a preservarla dalla distruzione, confermando l'intenzione di fare sventolare la bandiera nazionale con i gigli sul palazzo reale.

* * *

Il 19 novembre arrivò a Gaeta il generale Ferdinando Beneventano del Bosco, colui che a Milazzo aveva dato scacco a Garibaldi. L'arrivo di Bosco entusiasmò i soldati, che riconoscevano in lui il carisma del condottiero. Nessuno dei generali borbonici aveva più ascendente di Bosco sulle truppe, ed il generale aveva raggiunto il suo re nel momento più difficile e drammatico per la dinastia. Consapevole del coraggio e della fedeltà del generale, la regina sperava in un'azione militare incisiva per rompere il cerchio dell'assedio. Purtroppo, per la mancanza di uomini e mezzi, quest'azione non ebbe il successo sperato, ma la presenza di Bosco a Gaeta aiutò moltissimo il morale della truppa, che vedeva in lui il più devoto e fedele servitore del re.

Per i difensori di Gaeta il conforto maggiore era rappresentato dalla visione della bellissima regina che, vestita con semplicità, ogni giorno, appariva loro a cavallo per incitarli e rincuorarli. Maria Sofia era diventata dunque il simbolo vivente dell'assedio. I giornali diffusero la sua immagine di grande regina in tutta l'Europa, e molti aristocratici, affascinati da quella giovane donna che indossava una vecchia uniforme militare, come volontari le offrirono la loro spada e il loro ardimento. Maria Sofia visse a Gaeta i giorni più memorabili ed esaltanti della sua lunga vita; la regina porterà in seguito nel suo cuore quei momenti indimenticabili negli anni del suo lungo e doloroso esilio.

Il 13 febbraio il fuoco delle batterie piemontesi con più di 8000 proiettili distrusse completamente la piazzaforte di Gaeta e buona parte della città. Un proiettile colpì la polveriera Transilvania, che esplose con le sue 18 tonnellate di polvere. Morirono due ufficiali e cinquanta soldati, morti che si potevano evitare poiché la fortezza era prossima alla resa. Nel pomeriggio dello stesso giorno Francesco II firmava la "Capitolazione per la resa della piazza di Gaeta". All'alba del 14 febbraio Francesco II e Maria Sofia uscirono dalla casamatta per percorrere lo stretto corridoio che portava alla porta di mare, seguiti dai principi reali, da ministri, generali, diplomatici. Dietro il corteo reale tutti gli ufficiali con le loro armi e i cavalli, infine i soldati: laceri, feriti, con le stampelle, piangevano senza vergogna, mostrando le armi e gridando: "Viva 'o re". La banda intonò l'inno borbonico scritto da Paisiello; i Piemontesi presentarono le armi in segno di onore per i combattenti di Gaeta, mentre veniva ammainata la bandiera bianca con i gigli. 

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In alto: Ufficiale dell'esercito borbonico


Molti ufficiali spezzarono le loro spade sulle rocce della strada. La regina era pallidissima, ma avanzava al braccio del marito con la solita fermezza e la dignità regale, salutando la folla piangente che si assiepava lungo il percorso; rotti i cordoni, molte donne si gettarono a baciare le mani della sovrana, gridando: "Viva 'o re, viva 'a reggina".

Laggiù, sugli spalti di Gaeta, un raggio di gloria venne a posarsi sul capo dell'ultima Regina delle Due Sicilie.


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BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE


ALIANELLO, La conquista del sud. Il Risorgimento nell'Italia meridionale, Rusconi, Milano 1972

BERTOLETTI, Il Risorgimento visto dall'altra sponda, Napoli, 1967

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DE ANTONELLIS, Non mi arrendo Controcorrente, 2001
Agorà è presente nelle edicole delle provincie di Catania, Siracusa e Ragusa.

Fernando Mainenti, La regina in esilio,
 Agorà XVIIXVIII (a. V, Apr.Set. 2004)
http://www.editorialeagora.it


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