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Tratto da:
Il Corriere della Sera - 17/06/2003
GIUSEPPE GALASSO

Ma non santifichiamo quei principi italiani

ELZEVIRO Dinastie e revisionismo

Le case dei principi che regnarono sugli Stati italiani prima dell'unificazione risorgimentale erano state quasi tutte tenute in scarsa considerazione. Specialmente le ultime vicende di quelle dinastie nell'epoca, appunto, risorgimentale avevano influito negativamente sulla loro fama. I Lorena di Toscana erano mummie sonnolente e pavide. Gli Este di Modena e i Borboni di Parma erano tipi da operetta.


I Borboni di Napoli erano gente ignorante e retriva. Gli Asburgo regnanti in Lombardia e nelle Venezie erano stranieri oppressivi. I pontefici erano il potere temporale dei papi e un regime oscurantista e civilmente arretrato.


Si salvavano, naturalmente, i Savoia per le note ragioni risorgimentali. Prima del Risorgimento si erano estinte dinastie italianissime, come quelle dei Medici in Toscana, dei Farnese a Parma, dei Gonzaga a Mantova, verso le quali - soprattutto per i Medici - si aveva un po’ più di considerazione, ma anch'esse soggiacevano al pregiudizio sulla storia italiana post-rinascimentale, che appariva intrisa di decadenza materiale e morale, di soggezione e servilismo verso gli stranieri dominanti. Poi è venuto il tempo del revisionismo.


La vecchia Italia è stata largamente riconsacrata. Gli Asburgo? Solo da rimpiangere per la loro amministrazione-modello. I Borboni napoletani? All'avanguardia del progresso moderno. I granduchi di Toscana? Gente esemplarmente pacifica e civile. E così via, salvo forse che per i papi, i quali troppo bene, come sovrani del loro Stato, non se la sono cavata neppure adesso.


La realtà, com’è facile intendere, è lontana sia dal vecchio pregiudizio sfavorevole sia dalle recenti esaltazioni. Si può (si deve) largamente convenire sul giudizio relativo all'Italia post-rinascimentale come un Paese che passa dalla prima alla seconda o terza fila dello scenario europeo senza, per questo, mancare di apprezzarne la persistente vitalità e creatività e gli aspetti positivi (per grandi storici italiani come il Muratori, il tempo della prevalenza straniera era stato tra i più felici nella storia del Paese, perché aveva assicurato una lunga pace e tutto ciò che di buono si lega alla pace).


Si può guardare alle vecchie dinastie anche, se si vuole, con simpatia, senza ignorare che l'Italia ha dovuto poi operare una grande rincorsa all'Europa, che non è del tutto finita, per riprendere un posto più degno delle sue tradizioni e capacità. Anzi, più si approfondisce lo studio dell'Italia di quei principi, meglio si conoscono la storia nazionale e quella delle varie parti d'Italia, e meglio si penetra in alcune pieghe della storia dell'Italia di oggi.


Tra l'altro, nella diversità delle case regnanti le similitudini del sistema dinastico erano maggiori di quanto si potrebbe pensare, costituendo, a mio avviso, una delle non ultime ragioni per cui parlare di una storia d'Italia prima dell'unificazione del 1861 non è un’eresia; e aggiungo che, nello sforzo dei principi italiani dell'età moderna per europeizzare la loro figura, si ha una riprova di più per rendersi conto della parabola italiana nella storia dell'Europa moderna.


Sull’unitarietà del sistema dinastico nella penisola si diffonde ora Angelantonio Spagnoletti ( Le dinastie italiane nella prima età moderna , Il Mulino), che studia meritoriamente, anche per le dinastie più piccole che regnarono su territori marginali, le politiche matrimoniali, la vita familiare, l'onomastica, i cerimoniali, l'uso politico del culto religioso nonché il rapporto tra queste mentalità e i relativi comportamenti con la maggiore storia italiana ed europea.


Spagnoletti indulge, mi pare, a una certa benevola nostalgia per quelle casate e per l'identificazione con esse che, gli sembra, abbia caratterizzato le popolazioni degli Stati pre-unitari. Qui, però, non lo seguiremo. Egli afferma in ultimo che i Toscani avrebbero rimpianto i Medici e dato molto per riaverli e, soprattutto, per non avere i Lorena. Ma già la vecchia di Siracusa sapeva, venticinque secoli fa, che si rimpiange sempre il penultimo «come migliore dell'ultimo». Quell'antica saggezza popolana dovrebbe insegnare ancora qualcosa allo storico (e al politico) moderno.


 

 

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