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Migranti


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Questo intervento è dedicato ai meridionali, ex-migranti, che vivono nel Nord Italia o nelle opulente città d'Europa, che si sono ben inseriti nel tessuto sociale, che mandano i figli all'università, e che hanno la puzza sotto il naso nei confronti dei nuovi arrivati da altre parti della Terra.


"Siamo i marciapiedi più affollati.

Siamo i treni più lunghi.

Siamo le braccia le unghie d'Europa il sudore diesel.

Siamo il disonore la vergogna dei governi

L'odore di cipolla che rinnova le viscere d'Europa.

Siamo un'altra volta la fantasia gli dei.

Milioni di macchine escono targate Magna Grecia.

Noi siamo le giacche appese nelle baracche nei pollai d'Europa.

Addio, terra.

Salutiamoci, è ora. "

Franco Costabile


Un giorno di marzo [2004], in una città della Padania

Ci son venute in mente le parole di Franco Costabile, poeta calabrese, mentre eravamo nella fredda saletta d'attesa della questura - dove ci trovavamo per sporgere denuncia - e un via vai di cittadini stranieri vagava tra un ufficio e l'altro, per documenti di soggiorno, per le impronte digitali (Legge Bossi-Fini) o per una disavventura come quella di chi vi scrive, ovvero per aver subito un miserabile scippo.

Ad un tratto sulla porta che dava sulla stradina, su cui s'affacciano i vari uffici, appare un anziano signore, tutto imbacuccato da testa a piedi nonostante il freddo non fosse pungente come nelle giornate passate, anzi la temperatura fosse quasi primaverile.

Saluta educatamente e si siede di fronte a noi, iniziando a smazzare e a rimazzare alcuni fogli, un tagliando verdastro e due foto formato tessera, per poi passarseli e ripassarseli tra una mano e l'altra nervosamente. Ed intanto farfuglia delle frasi, come dei pensieri a voce alta che cercano delle risposte: "… sono in Italia da 18 anni…vuole redditi 2004… redditi 2004 maggio giugno…dice, porta redditi!… non buon lavoratore… non sa fare suo lavoro… sempre pagato tasse… redditi 2004".

D'improvviso ci allunga il tagliando verdastro domandando: "Cosa c'è scritto"?

Confessiamo che il quel momento avremmo voluto avere dei raggi x e riuscire a sviscerare quel maledetto fogliettino in tutte le sue più piccole diciture e - soprattutto - riuscire a farlo in un baleno.

Invece in quel tagliando non ci capivamo granché, gli unici elementi che risaltavano erano un nome lunghissimo per noi assolutamente incomprensibile ed una data - 15/03/2004 - scritta a sinistra in alto con penna ad inchiostro nero; verso destra una serie di cifre misteriose 20052003 vergate velocemente (più tardi avrei concluso che probabilmente si trattasse di una altra data, quella in cui il signore era venuto in questura a far la richiesta).

Glielo restituiamo, dicendo con tono incoraggiante "c'è scritto la data di oggi", ma la reazione alle nostre parole che traspare dal suo volto mentre allunga la mano per riprenderselo non è delle più entusiasmanti.

E comincia a smuovere di nuovo tutto ciò che ha nelle mani, quasi fosse alla ricerca di qualche altra cosa da mostrarci o da chiederci. Intanto riprende con la sua litania: "… porta redditi!… non sa fare suo lavoro… sono in Italia da 18 anni… sempre pagato tasse… vuole redditi 2004… redditi 2004 maggio giugno…".

Alza poi gli occhi e ci fa "moglie malata… io andare poi tornare… io sempre lavorato… sempre pagato tasse… vuole redditi 2004… redditi 2004 maggio giugno…".

Noi proviamo a incoraggiarlo, a dargli ragione, ripetiamo qualcuna delle sue frasi: "infatti, i redditi 2004 si portano a maggio… gli porti i redditi 2003, gli dica se vuoi ho questi". E ci infiliamo la domanda che covavamo, sia noi che tutti gli altri presenti, da tempo: "Da dove venite?".

"Da Pakistan", la sua secca risposta, e continua nel suo monologo. Trascorsa un'altra manciata di minuti, in quel borbottio infinito, cogliamo la parola "impronte" ed allora gli diciamo in coro: "DEVE ANDARE NELL'ALTRO UFFICIO!".

Avevamo letto il cartello prima mentre seguivamo la stradina per raggiungere la nostra destinazione: l'ufficio denunce.

L'uomo ci guarda per una frazione di secondo, abbassa il capo e ricomincia a rovistare tra quei quattro fogli, quasi non avesse inteso la nostra indicazione.

Dopo cinque o sei minuti - che a noi sembrano tanti di più in quanto temiamo non abbia compreso la nostra indicazione - si alza stancamente, va verso l'uscio e scompare.

In quell'uomo ed in quel suo peregrinare tra gli uffici della questura per il PDS, tra fogli, dichiarazioni, domande inevase e risposte arroganti, vediamo l'emblema di una umanità vagante tra gli interstizi delle cittadelle assediate dell'Occidente opulento.

A proposito delle normative sugli stranieri, Moni Ovadia in un'intervista recente dichiara che esse servono "solo a creare dolore a gente che potrebbe trovare più facilmente il proprio assetto, invece è vessata, sottoposta a controlli burocratici, a file esasperanti, a umiliazioni, a disperazioni, perché non si possono ricongiungere padri con figli, madri con figli, nonni con nipoti" e più avanti aggiunge " fa comodo il cosiddetto 'badante', questa nuova figura. Certo, fanno comodo filippini, sudamericani, con la loro pazienza, la loro devozione, il loro bisogno di lavorare. Perché noi siamo diventati così schifosi e vigliacchi che non sappiamo neanche occuparci dei nostri vecchi. Dopo di che invece, di stendere tappeti a questa gente che ci solleva da corvée pesanti di cui non siamo più capaci perché siamo corrotti da questa gozzoviglia consumisti, dalla mistica del divertimento. Invece di essere grati a questa gente, ci permettiamo anche il lusso di insultarli e di vessarli. Devo dire solo una cosa: che schifo!"

E sulla Bossi-Fini si esprime così: "Lo dicono ormai in molti, la legge sostanzialmente cambia poco, ma inasprisce cose già previste dalla legge precedente, la Turco-Napolitano, crea un'ulteriore ambiguità, non risolverà la questione dell'immigrazione clandestina, farà delle sanatorie, magari chiamate in altro nome, sottoporrà a vessazioni continue gli stranieri, che saranno posti sotto ricatto anche con questa cosa della schedatura-impronte digitali. Sostanzialmente una legge ipocrita, a mio parere, mirante solo a creare la sensazione di "tenere a bada gli stranieri", come se gli stranieri andassero tenuti a bada, come se non fossero esseri umani, che vengono a cercare un po' di vita come hanno fatto 28 milioni di italiani che sono emigrati da questo Paese in un secolo."

Parole dure.

Difficile però negare che esse rispecchino una situazione reale - e i meridionali dovrebbero esser i primi ad esserne consapevoli, lo hanno vissuto sulla propria pelle per le strade di Amburgo, Francoforte, Lione, Zurigo, nelle miniere del Belgio, nelle Americhe, nella lontana Australia.

Guai a voi, meridionali ex-migranti , e a voi europei dal ventre ben pasciuto!

Anzi, guai a noi, perché nessuno può tirarsi fuori. Se non riflettiamo sulle nostre scelte, sui nostri pregiudizi, e soprattutto sui nostri comportamenti quotidiani.

Tutti indistintamente, con un 'nonnulla', un gesto o una parola apparentemente in significanti, potremmo aver dato il nostro piccolo contributo alla proliferazione del terrore.

Ogniqualvolta abbiamo negato un diritto a questa umanità vagante, ogniqualvolta abbiamo diretto verso di essa uno sguardo di disprezzo o una parola arrogante, ogniqualvolta abbiamo dato loro come salario 4 € quando ad un italiano avremmo dovuto dare 10 €, ogniqualvolta noi ex-migranti ci siamo lasciati andare a ridicole distinzioni, tipo "noi non eravamo così, noi abbiamo lavorato duro, questi son tutti delinquenti", ogniqualvolta abbiamo emarginato i loro figli nelle scuole con l'alibi che "sono tutti così".

Così? Cosa?

Perché non la pensano come noi o perché non vestono come noi? O piuttosto perché siamo invidiosi che i loro figli sono più determinati dei nostri caratterialmente segati dall'abbondanza di beni materiali e da stupide teorie psicopedagogiche che ne fanno dei mollaccioni senza avvenire.

E noi, ex-migranti, ricordiamocelo: non siamo stati tutti "'gran lavoratori", "brava gente", noi abbiamo ingrossato le file della malavita ovunque siamo arrivati. Perché i migranti fanno anche questo, a volte spinti dagli atteggiamenti razzistici.dei paesi ospitanti che invece di accogliere ed aiutare, rifiutano ed emarginano.

Oggi, nella ricca Europa, bisogna capire che chi viene nelle nostre città non ce l'ha con noi, giunge pieno di belle speranze, di trovare un lavoro, una casa per abitare, farsi una famiglia e mandare i figli a scuola.

Alcuni sono più disposti a sopportare e strutturalmente preparati a ingoiare rospi. Altri non lo sono, per ogni diniego sia esso contenuto in una parola o in uno sguardo, accumulano rancore e desiderio di rivalsa.

Un desiderio che o si canalizza verso la conquista di una posizione sociale e poi muore lì oppure permane come un carbone ardente sotto una coltre di cenere grigia che divora l'anima e aspetta solo di esser riacceso per esplodere e farsi fiamma.

E oggi, nelle cittadelle assediate dei paesi ricchi, questi sentimenti di rivalsa hanno trovato il grande soffio che li attizza e li esalta in un terrore cieco e senza altre giustificazioni, se non storiche o storicistiche inerenti le colpe dell'Occidente, che sono in parte vere ma che non spostano la questione e non aiutano a trovare una soluzione.

Un terrore che rischia di far arroccare questo Occidente sempre di più in se stesso, con conseguenze inimmaginabili per le sorti dell'intera razza umana.

La nostra unica speranza è che i mussulmani più ragionevoli si rendano conto che non è col terrore che si rinverdiranno i fasti medioevali, quando la biblioteca della splendida Cordoba contava 800.000 volumi, che dobbiamo cercare altre strade per vivere insieme pacificamente.

Ed agli europei con la pancia piena di cibo e di supponenza diciamo: se non volete scegliere la comprensione, la bontà e la solidarietà verso questa umanità vagante che preme sulle nostre città opulente, siate almeno non stupidi.

Non alimentate il loro odio con la vostra idiozia.

Zenone di Elea


SE QUESTO E' UN UOMO

Voi che vivete sicuri

Nelle vostre tiepide case,

Voi che trovate tornando a sera

Il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo

Che lavora nel fango

Che non conosce pace

Che lotta per mezzo pane

Che muore per un si o per un no.

Considerate se questa è una donna,

Senza capelli e senza nome

Senza più forza di ricordare

Vuoti gli occhi e freddo il grembo

Come una rana d'inverno.

Meditate che questo è stato:

Vi comando queste parole.

Scolpitele nel vostro cuore

Stando in casa andando per via,

Coricandovi alzandovi;

Ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa,

La malattia vi impedisca,

I vostri nati torcano il viso da voi.

Primo Levi




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This article by Zenone di Elea
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