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Due Sicilie
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Burocrazia, credito e sottosviluppo

di Angelo D’Ambra


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11 Maggio 2012

Il dibattito meridionalista non riserva troppo peso alla problematica dell’accesso al credito, eppure buona parte del sottosviluppo meridionale si deve proprio alla legge n. 253 dell’11/04/1953 ed alla regolamentazione dell’erogazione di credito definita ai primordi del miracolo economico.

Negli anni cruciali del dopoguerra la DC punta ad espellere le sinistre dal governo ed a controllare il consenso sociale e per farlo deve assolutamente accrescere il proprio peso elettorale ed il proprio potere economico. L’obbiettivo è quello di costruire un ampio sistema clientelare che le garantisca la necessaria autonomia dalle forze finanziarie per contrattare, in una posizione di forza crescente, con quelle imprenditoriali. L’intervento pubblico diventa la leva del meccanismo di consolidamento del potere politico; è l’ora della creazione di una pletora di enti inutili e soffocanti.

In tale quadro la legge 253 impone che l’esercizio del credito industriale a medio termine venga affidato a tre nuovi  istituti speciali costituiti ad hoc - l’Isveimer (Istituto per lo sviluppo economico dell’Italia meridionale), l’Irfis (Istituto regionale per il finanziamento alle medie e piccole industrie in Sicilia) e il Cis (Credito Industriale Sardo) – e compì una evidente discriminazione ai danni del Sud delineando il criterio di finanziamento delle aziende in rapporto alle dimensioni in modo da penalizzare i grandi complessi industriali.

Il senatore Ziino a ragione affermò in Senato: “Pensate voi forse che nell’Italia meridionale non possano o non debbano sorgere grandi industrie e che comunque se tali industrie dovranno sorgere questo dovrà accadere all’infuori di ogni iniziativa ed assistenza da parte del Governo?”.

La stessa legge soppresse poi le sezioni speciali di credito industriale del Banco di Napoli e del Banco di Sicilia (oltre che del Banco di Sardegna). Tutto finì nelle mani del partito di governo. I tre nuovi istituti divennero tanto importanti per la DC quanto influenti nel processo di sottosviluppo meridionale. I rispettivi consigli di amministrazione ebbero la facoltà di esaminare e decidere sulle richieste di finanziamento, mentre durata, termini ed ammontare del finanziamento venivano fissati annualmente dal Comitato interministeriale per il credito e il risparmio, sentito il parere del Comitato dei ministri per il Mezzogiorno. Ebbe inizio così quel processo di occupazione “per tessere” degli apparati dello Stato e della società che produsse inefficienze e deformazioni amministrative. La burocrazia italiana imbrigliò il sistema di credito nel Mezzogiorno tra lentezza e insufficienza dell’erogazione. Solo negli anni appena successivi al miracolo economico, quando la grande impresa settentrionale, per sfuggire agli alti salari del Nord, calò al Sud, si assisté all’intensificazione degli incentivi e alla dilatazione dei beneficiari, il che portò a slittare verso l’alto i limiti della impresa media finanziabile.

Questa non è solo la storia dell’Isveimer (che ha seguito la classica parabola decadente “privatizzazione-tangenti e fondi neri- messa in liquidazione”), è la storia del risparmio meridionale che finisce al Nord, ma anche quella di controllo del credito che al Sud finanzia solo i consumi e non gli investimenti: “Con questo sistema il Sud spreca i suoi surplus in consumi e non può finanziare l'allargamento delle sue produzioni. Se la banca usa i soldi che Ciccio ha risparmiato per fare un prestito a Mico, che vuole comprare una bella cucina Scavolini, il risparmio dei meridionali finisce nel consumo di merci nordiste. Certo Mico ha la sua bella cucina, ma la collettività meridionale ha sacrificato, a favore di un consumo vistoso, dei mezzi che sarebbe stato meglio destinare ad investimenti produttivi…” (cfr. Nicola Zitara, SUD ITALIA: ARRETRATEZZA O COLONIALISMO INTERNO? - http://www.rivistaindipendenza.org).








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