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Chi non ha mai sentito parlare almeno una volta delle Lettere Meridionali di Villari? Ovviamente parliamo di quelle del 1875 (riunite in volume per i tipi di Le Monnier a Firenze nel 1878, ripubblicate dall'editore Bocca a Torino nel 1885), diventate una sorta di paradigma della questione meridionale. Non a caso esse racchiudono lo stereotipo delle regioni meridionali giunto fino a noi inalterato, identificando quelle terre con la negatività personificata. Infatti, i temi delle lettere scritte nel 1975 all'amico Giacomo Dina, direttore del giornale moderato “L’opinione”, sono: LA CAMORRA, LA MAFIA, IL BRIGANTAGGIO, I RIMEDII.

Lo scritto che vi proponiamo (che vi consigliamo vivamente di leggere, è un testo che costituisce la perfetta sintesi del meridionalismo, melenso intruglio di denuncia sociale  e inconcludenza politica) è del 1893, sono passati 32 anni dalla unificazione del paese e il destino delle provincie meridionali è segnato per sempre. Esse divengono una sorta di categoria metastorica, uno specchio della immutabilità e della impermeabilità alla modernità, tema che diventerà il fondamento prima del Cristo si è fermato a Eboli e poi de  Il Gattopardo. Due testi che si sono trasformati chiavi di lettura adoperati finanche da storici famosi. E questo veramente ci sconvolge. Uno storico dovrebbe basarsi sui documenti e non su creazioni artistiche pubblicare decine di anni dopo gli eventi che si vanno a descrivere e a interpretare!

Villari, con le sue lettere del 1875, può essere considerato l'apripista di questa edificante letteratura che si fa narrazione storica senza averne i fondamenti per esserlo.

Dopo aver letto “Dove andiamo?”, se volete capire qualcosa in più rispetto alle vulgate correnti, vi consigliamo di leggere, di Villari, anche le Lettere del 1861, così vi renderete conto di cosa produssero i primi quindici anni di unità italiana nelle regioni meridionali. Soprattutto nella mente e nelle categorie interpretative di esponenti della borghesia meridionale come il Villari e tanti altri come lui.

Buona lettura.

Zenone di Elea – 13 Agosto 2013

DOVE ANDIAMO?

PASQUALE VILLARI

ROMA - TIPOGRAFIA DELLA CAMERA DEI DEPUTATI - 1893

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Questa è la domanda che oggi si fanno tutti, senza che nessuno sappia che cosa rispondere. Dacché il regno d'Italia esisto, giorni tristi ne abbiamo avuti parecchi; ma di tutte le passate sventure si vedeva, o almeno si credeva vedere una causa, a tutte pareva che un qualche rimedio ci fosse, e la speranza non ci abbandonava mai. Questa è la prima volta che lo sgomento ci assale in modo che dubitiamo di noi stessi e del nostro avvenire. E veramente, se guardiamo con calma la situazione, essa ci apparisce sotto ogni aspetto gravissima.

Che grandi disordini e abusi si siano scoperti in una Banca, che uomini politici abbiano in essa indebitamente attinto, e il Governo stesso non sia senza colpa, è certo un fatto assai grave, non però tale da produrre lo sgomento in cui viviamo. Altri paesi si sono trovati in simili condizioni, e ne sono rapidamente usciti, senza che la società intera ne fosse agitata e scossa. Ma noi siamo da più di otto me:i sotto una grandine che, con un crescendo continuo, ci percuote, e non si vede ancora speranza di tregua. Si accusa il Governo d'aver profittato dei disordini delle Banche, di aver tentato di lasciarli continuare, di avere iniziato il processo solo quando vi fu costretto, di non avere rispettato la indipendenza della magistratura, di aver serbato, a difesa degli amici e a minaccia degli avversari, documenti che doveva dare al giudice. Tutto s'interpreta dalla pubblica voce a suo danno, sia che il guardasigilli si dimetta, sia che uno degli accusati riesca a fuggire. E si conchiudo col dire che il processo non può finire, perché accusati ed accusatori sono ugualmente colpevoli, e, se potessero, si metterebbero volentieri d'accordo, per salvarsi ambedue.

Intanto ¡1 processo ancora non finisce, i colpevoli non sono puniti, gli onesti non sono lasciati in pace, e ogni giorno una nuova reputazione viene demolita o messa in discussione.

Ma si crede veramente o non si crede a tutto quello che si dice e che si scrive? So non ci si crede, quale immoralità è mai la nostra di calunniare così sanguinosamente il proprio Governo? E se ci si crede, qual valore ha mai la libertà politica di questo popolo, il quale sopporta cosi lungamente un Governo contro cui scaglia ogni giorno accuse, una sola delle quali, in un altro paese, basterebbe a seppellirlo per sempre? — Che cosa fareste voi, io domandai ad un alto magistrato inglese, se vi trovaste nelle nostre presenti condizioni? — Voi mi ponete, egli rispose subito, un caso impossibile. Alla prima di siffatte accuse, si manifesterebbe in tutta quanta l'Inghilterra una tale agitazione e così violenta, che o i calunniatori sarebbero subito smascherati e severamente puniti, o il Ministero cadrebbe. — E noi invece seguitiamo tranquillamente ad amministrare questo lento veleno al paese, il quale guarda sbalordito, e non sa più capire dove si debba andare a finire. Che cosa è il bene, che cosa è il male? Vogliamo noi colle proprie mani uccidere la nostra coscienza?

E mentre che questo caos morale continua, le condizioni economiche e finanziarie si aggravano in modo spaventevole. In pochi giorni il cambio salì dal 2 o 3 per cento al 12, e oscilla adesso fra il 13 ed il 14; la rendita abbassa; il deficit cresce; l'argento emigra dopo che emigrò l'oro. E i più comuni affari della vita d'ogni giorno sono per modo intralciati, che non si può addirittura andare innanzi.

La pubblica sicurezza è in alcuni punti seriamente minacciata. I fatti di Roma e i tumulti di Napoli, pei quali la città rimase più giorni in balìa della plebe, non sono forse tali da mettere pensiero? E come se tutto ciò fosse poco, un fenomeno nuovo apparisce sull'orizzonte. Lo spettro del socialismo, che nessuno finora aveva voluto credere possibile in Italia, si presenta improvvisamente nella Sicilia. Si parla di 300,000 soci, la massima parte contadini, iscritti ai Fasci. Chi pensa che i contadini sono fra di noi la grande maggioranza; ehi pensa alle tristissime condizioni, in cui essi si trovano in molte delle nostre province; che gli scioperi già più volte seguiti nell'alta Italia,

sono prova del malcontento che serpeggia anche colà; che, mentre nulla facemmo per migliorare queste loro tristi condizioni, abbiamo colle scuole, col suffragio amministrativo e politico cominciato ad aprir loro gli occhi, e date le armi per combatterci; chi pensa a tutto ciò, deve intendere che cosa potrebbe seguire quando queste associazioni si diffondessero, come è assai probabile, in tutta l'Italia. E si aggiunga che esse sono già in relazione coi socialisti francesi, da cui ricevono consigli ed aiuti; che il partito clericale ha interesse di soffiare nel fuoco; che tutto ciò avviene quando la borghesia s'indebolisce, come abbiam visto, sempre più, decomponendosi moralmente; che l'esercito è in grande maggioranza composto di contadini.

In presenza di questi fatti, gli errori o le colpe del Ministero, il destino che prima o poi dovrà toccargli, questione di capitale importanza per la politica militante, non è quella di cui vogliamo ora occuparci. A noi importa invece assai più di esaminare come si è andata formando, e come può mutarsi una condizione di cose, che il Ministero ha peggiorata di certo, ma l'ha trovata e non l'ha creata. Questa situazione di cui il Ministero stesso fu necessaria conseguenza, potrebbe darcene altri non molto diversi o anche peggiori; essa è la causa principale dei nostri mali presenti, e la minaccia permanente di futuri guai.

È un gran pezzo che sentiamo da molti ripetere: il livello morale del nostro Parlamento si va sempre più abbassando. Dove sono ora, senza parlare del Cavour, i D'Azeglio, i La Marmora, i Ricasoli, i Lanza e moltissimi altri, che in Piemonte ed altrove onorarono il nome italiano? Chi legge le biografie, le lettere, gli scritti dei nostri martiri, dei promotori del nostro risorgimento, e paragona tutto ciò al linguaggio, alle azioni di certi uomini politici che prevalgono oggi, deve credere che si tratti di due secoli, di due popoli, di due razze diverse. Come mai avviene adunque in 'Italia, che il dispotismo ha prodotto gli eroi, e la libertà produce gli arruffoni? E quello che è peggio, questa nostra discesa morale, cominciata una volta, ha continuato sempre e continua ancora, senza che accenni punto a volersi fermare.

Alcuni, per farsi coraggio, dicono che, dopo il primo entusiasmo, era naturale un momento di sosta.

Sono alti e bassi ch'hanno avuto tutti i popoli. E si cita ogni giorno fra noi l'esempio dell'Inghilterra, ai tempi del Walpole, che, con oro sonante, comprava i voti dei deputati. A questo, si dice, noi non siamo mai arrivati. Eppure, dopo la caduta del Walpole, l'Inghilterra si rialzò rapidamente, e la corruzione morale scomparve del tutto. È quello, si conchiude, che seguirà anche fra di noi. E con un tal paragone, che io qui ricordo perché l'ho sentito ripetere migliaia di volte, anche da uomini autorevolissimi, si va torturando Ustoria, per nascondere a noi stessi la verità. Il ministro Walpole fu certo un uomo assai poco scrupoloso, che si valse di mezzi i quali nessuno può approvare; ma fu nonostante un grande uomo di Stato, che, in momenti difficilissimi per l'Inghilterra, minacciata dentro dal Pretendente, fuori dalla Francia, seguì una politica accorta, savia, veramente nazionale, e seppe promuòverò grandemente la prosperità economica, industrialo, commerciale del suo paese, il quale egli lasciò in condizioni assai più floride di quelle in cui lo aveva trovato. Qual paragone si può mai fare di tutto ciò con una politica, la quale va da un pezzo rovinando l'Italia economicamente, finanziariamente, politicamente e moralmente?

Altri dicono: — Il guaio viene dal Mezzogiorno, che fu corrotto dal dispotismo borbonico. Noi abbiamo voluto far troppo presto l'annessione, ed il guasto di quelle province si comunicò ben presto a tutta l'Italia. — Quale uomo imparziale potrebbe mai negare il gran male che fecero le passate dinastie nel Mezzogiorno;, chi può negare che esso lo lasciarono in condizioni assai peggiori di molte altre province? Ma queste s'illudono troppo spesso, credendo di potere, col porre in evidenza i mali e le colpe dell'Italia meridionale, nascondere agli altri ed a sò stesse le proprie magagne. Se nel Settentrione e nel centro d'Italia ci fosse stato un popolo educato davvero alla libertà, le cose sarebbero andate ben altrimenti. E se vogliamo sul serio far il nostro esame di coscienza, dobbiamo mettere da parte tutte le ubbìe d'un patriottismo più o meno locale. A che giovano queste distinzioni, una volta che l'Italia si è unita, e quando si ammette per tutto l'esistenza del male?

Per giungere al vero, senza voler essere né ottimisti, né pessimisti, noi dobbiamo guardare da ogni lato la questione che stiamo esaminando, e ricordarci che i popoli hanno, come gli individui, quelli che possono dirsi i pregi dei loro difetti.

Un illustre straniero, sir James Hudson, il quale amò molto l'Italia, e con tutte le forze la consigliò, l'aiutò nel suo risorgimento, e meglio di molti altri conosceva gli uomini e la storia della nostra rivoluzione, diceva un giorno: Io non ho mai conosciuto un paese, nel quale, come in Italia, gli uomini si squagliano. Sono stato intimo, ho fatto vita insieme con molti Piemontesi e Lombardi, e li ho visti, coi miei occhi, pronti a sacrificar tutto per la patria: fortuna, vita, interessi provinciali, amor proprio municipale, ogni cosa. Li rivedo oggi, e non sono più quelli d'una volta. Molti di essi non li riconosco addirittura. Se non li avessi già prima visti alla prova, li direi egoisti, senza nessun ideale nella vita, pronti a sacrificare piuttosto il pubblico al privato interesse.

La spiegazione del fatto io credo che sia questa. Non avendo noi avuto una lunga educazione alla libertà, né una severa, rigida educazione religiosa e morale, ci troviamo con tutte le qualità naturali, indisciplinate della nostra indole meridionale. Noi passiamo facilmente da un orgoglio presuntuoso ad uno scoramento senza confini. Dopo aver creduto al Primato del Gioberti, il quale ci voleva dimostrare che in lettere, in arti, in scienze, in armi, in morale, in politica, in ogni cosa, eravamo il primo popolo del mondo, ci crediamo a un tratto, non si sa perché, inferiori a tutti, buoni a nulla. Ma quel che è più, nei momenti di grande entusiasmo, diveniamo veramente maggiori di noi stessi, e diamo' una solenne smentita a tutte le critiche degli osservatori stranieri. Ma, passati questi momenti, tornata la calma, sembriamo uomini affatto diversi, minori di noi stessi. Dopo che fummo esaltati dal più nobile entusiasmo, dalla più eroica abnegazione, si direbbe che siamo invece divenuti freddi, egoisti, calcolatori, incapaci d'ogni ideale, e diamo una solenne smentita a tutti quelli che ci avevano poco prima ammirati. E ciò spiega come mai avvenne che, nel principio della nostra rivoluzione, gli uomini eminenti pareva che sorgessero dalla terra; poco dopo pareva invece che si facesse il deserto intorno a noi, e tutti andavano ripetendo: manchiamo di uomini.

Ma se questa nostra irrequieta e rapida mutabilità è da un lato argomento per noi di umiliazione, e dimostra quanto ancora ci manca, per arrivare ad una forte, salda e sicura educazione morale e politica, degna di nomini veramente liberi, essa può da un altro lato, nel nostro stato presente, esser sorgente di qualche conforto.

Mutata la situazione che ci opprime e ci soffoca, noi forse potremo vedere improvvisamente riapparire quelle medesime qualità, che sembrano ora scomparse del tutto. Ed invero, se negli anni 1848, 59, 60 il popolo italiano, così lungamente oppresso, potò dar prove tanto luminose del suo valore, della sua virtù politica e morale, perché mai dobbiamo credere che esso ne sia, come per incanto, divenuto assolutamente e per sempre incapace? Se non dobbiamo illuderci per esaltar noi medesimi, non è neppur necessario correre all'altro eccesso, e dimenticare il passato di pochi anni sono, pel gusto di calunniarci.

A voler comprendere davvero questo nostro carattere politico, queste presenti nostre condizioni sociali, bisogna ricordarsi ancora che presso di noi le moltitudini, massime quelle delle campagne, parteciparono assai poco alla rivoluzione, e punto alla vita politica. Tutto fu opera della borghesia, che divenne quindi padrona d'ogni cosa. E la storia di altri popoli c'insegna quali sono i pericoli, cui si va incontro ogni volta che la società intera è abbandonata in balìa di un solo ordine sociale, massime se questo è la borghesia. Il Governo prende allora assai facilmente l'aspetto di una consorteria, di una camorra, che sfrutta il paese a benefizio dei suoi propri associati. Il Tocqueville, che era un gran pensatore e poteva autorevolmente parlare, per esperienza propria, scrive ne' suoi Ricordi: «Lo spirito della borghesia può fare miracoli, quando è unito a quello dell'aristocrazia o del popolo, ma quando essa è sola, non produrrà mai altro che un Governo senza virtù e senza grandezza. In Francia, dopo il 1830, essa dominò ogni cosa, e fu non solo padrona, ma quasi direi appaltatrice della società intera, nella quale occupò tutti i posti, che andò moltiplicando straordinariamente, e finì col vivere in gran parte a spese del pubblico Tesoro. La posterità non saprà mai fino a qual segno il Governo prese allora il carattere e la forma di una compagnia industriale, nella quale gli affari si fanno solo in vista dei vantaggi che i soci possono cavarne. Io ho passato dieci anni della mia vita nella Camera, fra uomini di alto ingegno, i quali sembravano agitarsi a freddo, e mettevano a tortura la propria intelligenza, per scoprire fra di loro dissensi, che non riuscivano mai a trovare».

E la conseguenza necessaria di tutto ciò fu il rendere sempre più inevitabile, ed affrettare una grossa questione sociale, nella quale, così egli conclude, «comincerà la dotta fra coloro che possiedono e coloro che non possiedono. Il futuro campo di battaglia sarà la proprietà, e le grandi discussioni parlamentari verseranno sulle modificazioni più o meno profonde da apportare ad essa. È veramente cieco chi non lo vede (1).

La rivoluzione italiana ebbe un primo periodo, nel quale alcuni pochi spiriti veramente eletti, esaltati dalla letteratura, dalle memorie della nostra passata grandezza, sopra tutto da un amore irresistibile della libertà e della virtù, comunicarono il loro entusiasmo a tutta quanta la nazione, e scoppiò la guerra nazionale. Furono giorni di vero, di nobile eroismo. La gioventù del Settentrione si precipitò nel Mezzogiorno, per aiutare i fratelli alla conquista della libertà. E si vide rapidamente disfarsi un grosso esercito, cadere un trono che pareva incrollabile. È certo però che se gl'Italiani avessero dovuto, con le sole loro forze, cacciar lo straniero, la guerra d'indipendenza sarebbe durata lunghi anni, e si sarebbe formata una generazione nuova, educata dallo spirito dei nostri martiri, alla scuola, più di tutte efficace, del sacrificio, che invigorisce e nobilita gli animi. Invece, tutto fu rapidamente compiuto con l'aiuto della Francia. Dalla sera alla mattina gli schiavi si trovarono liberi, anche quelli che nulla avevano fatto per la patria, anche quelli che sino all'ultima ora avevano servito i caduti Governi. Liberi legalmente, la loro educazione, le loro idee eran sempre quelle d'una volta. Essi si avanzarono in massa, e furono per tutto accolti a braccia aperte dai liberali, che non volevano trovarsi in minoranza. Presero parte alla vita politica, entrarono nelle nuove amministrazioni, nel nuovo Governo, con uno spirito che non era certo quello dei nuovi tempi.

Se coloro che, in questo momento, dirigevano la società, avessero veramente avuto tutte quante le qualità morali, civili e politiche ---degli uomini liberi, essi avrebbero fatto le annessioni, sarebbero venuti nel Mezzogiorno a costituire il nuovo governo, con un programma assai semplice.

(1) Tocqueville, Souocnirs, pag. 6 e seg. Paris, 1893. Per noti allungar troppo la citazione, ho abbreviato le parole dell'autore, dandone solo un sunto.

Si sarebbero alleati cogli onesti, pochi o molti che fossero, senza contarli, e avrebbero con essi ricostituito il paese, convinti che la libertà solo sulla giustizia si può solidamente fondare. E chi si è in quei giorni trovato colà, ha potuto coi propri occhi vedere che questo era il desiderio, la speranza delle moltitudini più ignoranti e lungamente oppresse, che di politica nulla sapevano. Ogni atto di vera giustizia contro la violenza ed i soprusi stati così frequenti fra di noi, dava al nuovo Governo una forza morale, un favore, un'autorità non facilmente descrivibili. Era una propaganda assai più efficace di tutto le nuove leggi, (li tutte le guarentigie politiche, di tutte lo proclamazioni di principii. Ma le concepite speranze furono ben presto deluse. Nessuno teneva conto, nessuno conosceva i sentimenti di queste moltitudini, le quali sembrava che non esistessero di fronte alla borghesia dei così detti galantuomini, che era tutto, dominava tutto, spesso opprimeva tutto. E sbollito appena il primo e più generoso entusiasmo, quello che aveva iniziato e nobilitato la nostra rivoluzione, si cominciò subito a dire: le maggioranze sono ignoranti, corrotte, gli uomini onesti non possono riuscire a dominarle. Si guardò allora assai poco pel sottile, cercando dì guadagnare i più audaci, anche se disonesti, sperando di poter con ossi comandare, governare, fondare la libertà. E questo concetto, che in fondo era un portato della nostra antica servitù, s'impadronì spesso anche dei migliori, anche dei veri liberali. Un giorno io diceva ad un mio amico intelligente, colto ed onesto, che ora Segretario generale nel Ministero degl'Interni: — Ma perché anche tu vuoi contribuire alla rovina di quelle povere province del Mezzogiorno? Non vedi come i vostri prefetti, massime nello elezioni, si alleano con ogni specie di gente meno stimabile? Si direbbe che essi abbiano qualche volta il proposito deliberato di metter da parte i galantuomini, per far salir su la canaglia. —Mio caro, egli mi rispose subito, si fa presto a ragionare così nella solitudine del proprio studio. Ma il governo rappresentativo è un governo di maggioranze, e lo maggioranze sono fra di noi corrotte, non sono ancora educate alla libertà. Se questo o un altro Ministero volesse fondarsi solamente sugli onesti, dovrebbe subito cadere. In teoria tu hai ragione, in pratica tu hai torto. Bisogna aspettare che il tempo, la educazione, la istruzione formino una generazione nuova.

Una volta entrati per questa via, la logica inesorabile dei fatti ci trascinò di conseguenza in conseguenza. Gli onesti cominciarono a tirarsi da parte dinanzi alla massa crescente, invadente dei politicanti senza scrupolo del Nord, alleati ai politicanti senza scrupolo del Sud. E invece di fare l'alleanza del bene, si fece quella del male. Certi scrupoli, che, in conclusione, son pure il fondamento della pubblica moralità, cominciarono a sembrar puerili e propri solamente di uomini ignari del mondo, incapaci di capire le supreme necessità della politica e della ragione di Stato. Quante volte non abbiamo visto politicanti, della cui vita privata, del cui carattere personale si dicevano cose infernali davvero, cercati, carezzati, abbracciati, perché eloquenti, audaci, intriganti, da coloro stessi che ne laceravano la fama e l'onore? Non abbiamo più di una volta creduto, che a combattere i malfattori, il malandrinaggio delle campagne, sarebbe stato sistema davvero efficace il combatterli con altri malfattori, arruolati nella polizia? E restammo poi maravigliati, quando si vide che il male cresceva invece rapidamente, perché gli uni facevano segreta alleanza cogli altri. È ben vero, anche qui si può ripetere, che tutto il mondo è paese, ed esempi simili no abbondano per tutto. Ma è questione di numero, di modo e di misura. Il fatto è che dopo una rivoluzione la quale era stata un impeto generoso, leale, irrefrenabile d'un popolo intero verso la virtù ed il giusto diritto, e perciò solo era riuscita, il nostro Dio in politica fu troppo spesso il Machiavelli, non quello della storia, il quale diceva, che al pubblico bene, alla patria bisogna sacrificare tutto: le sostanze, la vita, l'onore stesso; ma il Machiavelli della leggenda, che fu creazione di un popolo schiavo. Era la vendetta che pigliavan di noi i despoti che avevamo cacciati.

È singolare davvero l'osservare in che modo, messo una volta il piede nella falsa via, noi ci trovammo come stretti da una catena, che di passo in passo, ci condusse al nostro inesorabile destino, senza che ci fosse mai possibile svincolarcene del tutto. A forza di furberie sempre più sottili, pareva che volessimo finire coll'ingannare deliberatamente noi stessi. Non abbiamo in buona fede creduto di potere, colla stampa sussidiata, creare una pubblica opinione artificiale, che tenesse luogo della vera? E così assai spesso riuscimmo solo a trasformare in strumento di corruzione ciò che di sua natura è strumento di educazione morale e civile.

Potrei qui addurre altri esempi infiniti. Ne citerò solo qualcuno. L'Italia, si disse, è un paese democratico e civile, deve avere la istruzione obbligatoria. Ma per ciò fare occorrevano nuovi edifizi scolastici, maestri, scuole in gran numero, il che voleva dire parecchi nuovi milioni, che i Comuni non avevano, e non li aveva il Governo. Pure si voleva la legge. Ma quando il Ministero la presentava, e si vedeva la spesa, la legge veniva respinta, senza perciò smettere di chiederla. Finalmente ne fu presentata una, che rendeva obbligatoria la istruzione elementare, riducendola quasi a due anni, il che era in fondo una illusione, per non dire una derisione. Non occorrevano però i molti milioni, e la legge fu votata. Avemmo così la legge, non la istruzione. Chi avevamo voluto ingannare? Un giorno che io m'affaticavo a dimostrare tutto ciò ad uno di coloro che l'avevano chiesta e l'avevano votata, egli esclamò impazientito: E chiudetele queste vostre scuole, le quali fanno più male che bene!

Continuando per questa strada, divenne sempre più generale l'errore di creare grandiosi organismi, superiori ai bisogni o alle forze del paese, senza dare ad essi i mezzi necessari a produrre quei resultati che istituzioni più modeste e più solide avrebbero dati. Soddisfacevamo il nostro amor proprio, la nostra vanità, indebolendo sempre più il paese, che riempivamo d'impiegati miseramente retribuiti. E questo è ora ciò che più di tutto rende difficile il fare quelle riforme organiche, veramente serie, che pur sono tanto necessarie. SI dovrebbe offendere l'amor proprio e la vanità locale o nazionale, assai spesso senza ottenere grandi e reali economie. Nè si vuol capire che l'avere istituzioni più modeste e più vitali, sarebbe un' economia d'altra natura, ma non meno efficace. Non avremmo un così grande sciupìo di forze, di uomini e di danaro.

Dove però questo nostro sistema fece strage davvero, fu nella finanza, dopo la caduta del Sella, ai tempi del così detto trasformismo. Invece di guardare in faccia la realtà delle cose, di affrontare francamente le difficoltà, si cominciò a girarle. E quando il deficit cresceva, tutta l'arte consisteva, non già nel sopprimerlo, ma nel nasconderlo. Si presentavano come destinati a sollievo della finanza, provvedimenti, i quali o lasciavano il tempo che trovavano, o peggioravano sempre più le condizioni del bilancio.

E avemmo spese che non dovevano parere spese, debiti che non dovevano parere debiti, ed economie che non erano economie. Fu un continuo far vedere la luna nel pozzo. Ma quello, che veramente è strano, il più delle volte nessuno s'ingannava, e tutti capivano. Se la cosa veniva condotta con sottile accorgimento, presentata con garbo, pareva che la nostra coscienza riposasse tranquilla. Sembrava che si volesse solamente, come dicevano nel Cinquecento, un bellissimo inganno.

Il segreto di tutto ciò era che l'interesse personale, locale o del partito (che faceva l'interesse dei suoi associati) prevaleva sul pubblico. Un membro autorevole del Parlamento, che si è molto occupato di finanza, mi diceva un giorno: Io credevo che parecchi dei nostri maggiori errori di finanza si commettessero, perché i più non riuscivano a farsi un'idea chiara delle questioni. E ritenevo perciò che, quando si fosse riuscito a renderle di una evidenza matematica, tale da farle comprendere a tutti, l'errore non si sarebbe altrimenti commesso. Pure non è così. Qualche volta io sono certamente riuscito a far capire a tutti, che si commetteva un grosso errore; ma la maggioranza votò lo stesso, come se non avesse capito. Dovetti accorgermi che il mio era fiato sprecato, perché non è già che non capissero, ma non volevano capire.

Noi ci lanciammo, a occhi chiusi, nelle spese, un po' persuadendo a noi stessi che non erano spese o erano le così dette spese produttive; un po' supponendo d'essere più ricchi assai che non siamo, e dimenticando che la vera ricchezza, in fin dei conti, la fa sempre il lavoro. Alle avvertenze che ci venivano dall'estero, rispondevamo con un sorriso sdegnoso, ora pur troppo rientrato.

Che cosa avvenne con la nuova legge sulle pensioni? Il deficit era ormai innegabile. Si poteva cercare di farlo apparire minore, ma non era possibile nasconderlo, e ad alta voce s'imponeva al Governo l'obbligo di farlo sparire. Pure un Ministero era caduto, perché aveva proposto nuove imposte; un altro perché voleva grosse economie, e da più tempo si era solennemente promesso, che il libro del debito pubblico sarebbe restato ermeticamente chiuso. Che fare adunque? Si escogitò la nuova legge sulle pensioni. Era una riforma organica, che risolveva un problema difficilissimo, e senza dure economie faceva il pareggio. Non era una imposta e non era emissione di nuova rendita.

In tali condizioni la proposta doveva essere accettata. Ma dalla discussione risultò chiaro, che la riforma organica, assai poco studiata, non poteva essere attuata, e fu, d'accordo col Ministero, rimessa ad altro tempo. Risultò ancora che il pareggio non si faceva, che il deficit anzi cresceva, e solo si rimandava ai bilanci futuri, i quali si prevedevano in condizioni anche peggiori, aumentato dagl'interessi di un grosso debito redimibile, fatto colla Cassa dei depositi e prestiti. Tutto ciò appariva assai evidente dai discorsi fatti dai fautori stessi del Ministero, come appariva evidente che così non si diminuiva in nessun modo la necessità di nuove imposte. La legge fu nonostante votata. Si voleva poter tirare innanzi qualche anno ancora, e si adoperavano perciò i depositi delle Casse di risparmio. Chi vivrà vedrà. E pur troppo lo stiamo vedendo.

Il presente Ministero non ha certo iniziato esso il falso sistema di cui stiamo parlando. Ma la sua colpa fu quella di averlo continuato, di averlo lasciato andare fino alle sue ultime conseguenze, e di aver ciò fatto quando era divenuto evidente a tutti l'abisso verso cui si correva, quando il paese cominciava ad impensierirsene seriamente, ed era quindi venuto il momento nel quale bisognava invece aprirgli francamente gli òcchi. Il Ministero ha inoltre creduto che, una volta assicurata comunque la maggioranza della Camera, esso si sarebbe perciò solo trovato come in una fortezza inespugnabile. Pare non gli sia mai venuto in mente, che, facendo troppo a fidanza, per questa via appunto sono più di una volta, in altri paesi, andati a picco Ministeri e Parlamenti. Questo pericolo fortunatamente non minaccia ora l'Italia; ma è possibile non accorgersi di ciò che sopra tutto deve oggi impensierire ed affliggere i veri e fidi amici delle istituzioni, che esse cioè, per la prima volta dacché il regno d'Italia esiste, sono apertamente messe in discussione? Si può non tenerne conto?

Ma un obbligo supremo s'impone in questo momento a noi tutti, senza distinzione di partiti, di governanti o di governati, ed è di trarre profitto dalla solenne lezione, che manifestamente ci dà lo stato in cui ci siamo ridotti. E la lezione è questa: che il mestiere di far vedere la luna nel pozzo, con tanta scaltrezza esercitato da noi, è un mestiere fallito in tutto, specialmente in finanza; che due e due non faranno mai cinque, per far piacere a noi, non ostante le nostre sottigliezze; che questo nostro eterno tergiversare e transigere,

illudersi ed illudere è servito solo a provare ancora una volta la verità del vecchio proverbio fiorentino: ai sottili cascano le brache; che la finanza più accorta è la finanza sincera, come la politica più furba è la politica onesta. E se non vogliamo correre davvero il rischio di disfare il paese, bisogna avere il coraggio di mutare strada, e decidersi finalmente una volta a chiamar pane il pane e vino il vino.

Ma da chi, di dove e come si comincia? La difficoltà più grave sta in ciò, che noi dobbiamo andare a cercar la medicina appunto là dove è la sorgente del male. Se la nostra classe governante, che è in sostanza la borghesia, avesse fin dal principio voluto riconoscere le condizioni infelici delle nostre plebi, e migliorarle, facendo volontariamente i sacrifizi necessari, ossa le avrebbe avvicinate a sè, rialzandole moralmente ed economicamente, ne avrebbe fatto una forza nuova di progresso industriale e morale, le avrebbe condotte a partecipare più largamente alla civiltà, alla vita nazionale, ed avrebbe in un medesimo tempo aumentato il suo ascendente sopra di esse, migliorato, nobilitato il proprio carattere morale. Ma pur troppo, in un tempo nel quale tutti i popoli civili hanno promosso una serie di grandi riformo sociali, le quali grandemente migliorarono le condizioni dei lavoratori nelle città e nelle campagne, noi non abbiamo fatto nulla addirittura, salvo a gettar qualche volta polvere negli occhi. La prova no è che l'Italia riman sempre infestata dall'accattonaggio, e va sempre crescendo la emigrazione di coloro che la fame caccia dal proprio paese, in cerca di pane e di lavoro, spesso invece ricevendo insulti. A che valse la grande Inchiesta agraria, per la quale si spese tanto tempo e tanto danaro? Qual provvedimento fu preso? I coltivatori della terra, che son pure in Italia quelli che producono la ricchezza nazionale, in molte delle nostre province, dopo una giornata di lavoro più lunga o più dura assai di quella d'ogni altro operaio nel mondo civile, non hanno ancora tanto da scarnarsi.

E quando la necessità ci ha costretti a far pure qualche cosa per le classi più infelici, lo abbiamo quasi sempre fatto in modo da volgere tutto a nostro proprio vantaggio, a danno manifesto di coloro che pretendevamo di volere aiutare. Esempio assai chiaro ne è lo sventramento di Napoli. Cento milioni dati per migliorare le condizioni igieniche della città, a vantaggio specialmente dei più miseri, si spesero rendendo la loro sorte anche più disperata, demolendo i loro tuguri,

costruendo invece palazzi signorili, senza occuparsi di sapere se e dove quegl'infelici avrebbero trovato un tetto; cacciandoli dai luoghi dove solamente potevano guadagnarsi un tozzo di pane. E quando si ottenne che, per qualche anno almeno, tanto da dar loro tempo a trovare un tugurio altrove, venissero accolti nelle case della Società, con fitti di favore, diminuiti cioè in modo che potessero pagarli, chi profittò di questa concessione? Basta visitar le case per trovarvi, come v'ho trovato io, gente che ha il salotto col canapè e i mobili di mogano, la sala da pranzo con cristalli e porcellane eleganti. Questi sono i pretesi abitanti dei fondaci, che godono della riduzione del fitto. I veri poveri, e non i più miseri, arriveranno forse al 25 per cento. E poi ci maravigliamo dei Fasci sorti in Sicilia, dei tumulti seguiti recentemente a Napoli, e non vogliamo persuaderci che questo è il principio di mali maggiori. La Commissione mandata per esaminare, e render conto al Governo dei fatti di Napoli, indagò che cosa aveva fatto il prefetto, che cosa aveva fatto il questore, e trovò che i tumultuanti erano gente senza sentimento d'onore né di patria; ma non osò dire che nome spettava a noi, i quali, dopo avere per trenta anni governato il paese, li abbiamo condotti al delirio della fame.

E così da ogni lato il male apparisce sempre maggiore. Se noi avessimo un quarto stato assai più colto e civile, che potesse, come nella Svizzera, come nella Scandinavia e negli Stati Uniti d'America, pigliar parte operosa, intelligente alla vita politica, al governo stesso del paese, ci potremmo forse un momento abbandonare alla speranza disperata di vederlo insorgere e, vincendo la borghesia, condurci finalmente, anche attraverso la guerra civile, ad uno stato di cose più razionale e più morale. Ma se la Francia, con un popolo tanto più innanzi del nostro, arrivò alla Comune di Parigi, dove arriveremmo noi il giorno in cui il cafone delle Puglie, l'abitante dei fondaci di Napoli, i contadini, i gabellotti, i carusi della Sicilia avessero un giorno il dominio della società? Per quante simpatie si nutriscano verso coloro che sono ingiustamente, iniquamente oppressi, bisognerebbe essere ciechi per non vedere che, per ora almeno, la borghesia riman sempre fra noi la sola classe, che possa, che debba dirigere la Società ed assumerne il governo. Ma noi abbiam visto in quali condizioni essa ora si ritrovi. Bisognerebbe riformarla. E chi la riforma?

Alcuni dicono: ci vorrebbe una guerra. Certo una lunga guerra, per difendere l'esistenza nazionale ci potrebbe redimere. Ma chi vorrebbe a questo solo fine provocarla, e chi potrebbe nelle presenti nostre condizioni economiche, politiche e morali desiderarla? Noi siamo pur troppo sotto l'incubo continuo di un grosso conflitto in Europa, e dovremmo pensare piuttosto a riordinarci economicamente, per trovarci apparecchiati agli eventi che possono da un momento all'altro seguire. Dicono altri, senza osare neppur essi di sperarlo: ci vorrebbe una di quelle riforme religiose, che hanno tante volte trasformato moralmente i popoli. Ma pur troppo, noi possiamo in Italia immaginare un forte partito clericale, che non sarebbe nazionale, sarebbe internazionale e nemico della patria. Possiamo immaginare anche un partito pretofobo, che faccia consistere il suo democratico liberalismo nel combattere la Chiesa, il clero e la religione. Quello che non possiamo per ora sperare è un movimento religioso, nazionale, liberale, progressivo. La Chiesa è in continuo conflitto con lo Stato, e non può quindi dare a noi nessun aiuto politico e sociale veramente efficace. La sua forza ci è avversa, tende a dissolvere piuttosto l'attuale ordine di cose. E le conseguenze di queste condizioni tanto anormali, si risentono nella famiglia, nella scuola, nella letteratura, in tutta la società. Nè c'è per ora rimedio. Parecchi scrittori, che traversarono l'Atlantico, per esaminare la società e la vita politica americana, cosi tumultuosamente agitata, furono sempre concordi nel riconoscere la straordinaria e benefica azione che ivi esercita la religione. Essa, così scrive uno di loro, educa alla fede sicura e ferma in un ideale, pone certi freni e limiti insuperabili nella vita privata. E tutto ciò rimane, si direbbe, nel sangue stesso, anche quando più non ci si crede, e quando dalla vita privata si passa alla pubblica. Lo spirito umano, educato a non veder mai dinanzi a sè un campo senza confini, sente che deve di tanto in tanto arrestarsi di fronte a barriere insormontabili, e sottopone quindi le sue idee più audaci a certe leggi, le contiene fra certi confini, che rispetta anche nella vita pubblica. — Noi, diceva a questo proposito un Americano al signor Bryce, che è un altro degli scrittori cui ho accennato, corriamo un gran tratto sulla tavola; ma ci fermiamo sempre prima d'arrivare al punto in cui bisognerebbe dare il tuffo.

— Questo è ciò che non succede a noi. Educati, invece, a veder sempre dinanzi al nostro sguardo un mondo senza confini, finiamo pur troppo col dare qualche volta il tuffo. E lo stato presente lo prova.

Molto potè, altra volta, fare in Italia la letteratura, che fu lungamente, insieme con l'arte, la sola forza ideale rimasta ad agire con efficacia sullo spirito nazionale. Ma oggi anch'essa ha ceduto all'andazzo generale, e quando non è ricerca filologica e scientifica, puramente intellettuale, imita i cattivi romanzi francesi; si perde in un verismo che è la negazione del vero, e per evitar l'ideale, cado nel volgare, perdendo ogni azione morale sulla società. Una riforma perciò è divenuta anche qui necessaria, se ne sente il bisogno, e se ne vedono già i primi segni. Ma si richiede tempo, e intanto la casa brucia.

Dunque bisogna disperare affatto? Ma allora perché scrivere, perché discreditare il proprio paese agli occhi nostri e degli altri? Quanto a discreditare il paese agli occhi degli altri, è inutile illudersi. Basta leggere i giornali stranieri, per vedere che lo stato nostro presente è noto a tutti, e se mai, lo dipingono assai peggiore che non è. Io credo poi che clii piglia in mano la penna, deve cercar sempre, con tutte le sue forze, di porsi nel vero. Ed il vero è che più si esamina questa nostra presente condizione, più essa ci apparisce, sotto ogni aspetto, difficile. E possiamo percorrere l'intero universo, senza trovare una soluzione al difficile problema, perché questa soluzione è possibile trovarla dentro di noi, non fuori di noi. Il destino dei popoli liberi deve essere Opera delle loro mani. Se abbiamo eternamente bisogno che ci salvino il caso, la fortuna, la stella d'Italia o un uomo, non dovevamo chiedere la libertà.

Ci piaccia o non ci piaccia, dinanzi al mondo civile e dalla storia, si è ora posto questo problema: L'Italia, che ebbe un glorioso passato, che lungamente oppressa dal dispotismo, seppe trovare la forza, la virtù, l'eroismo per liberarsene, ha veramente le qualità necessarie per saper profittare della libertà, e prosperare con essa? Io sento ripetere ogni giorno: Le nazioni non muoiono. Ed è vero. Ma esse possono decadere nell'oscurità e nella miseria, E se ciò a noi avvenisse, dovremmo incolpare solamente noi stessi. Chi infatti ci assale, chi ci opprime, chi ci combatte? Nè si può negare che la necessità di mutare strada non sia più un mistero per nessuno, perché è ormai ad ognuno evidente.

Le conseguenze del nostro stato presente non solo le vedono, ma debbono dolorosamente sentirle tutti. Coloro che si occupano delle cose ideali e morali, e desiderano davvero una patria grande, rispettata e rispettabile, soffrono crudelmente, vedendola decadere nella stima del mondo e di sè stessa. Coloro che si occupano invece dei materiali interessi e li preferiscono, leggono ogni giorno nel listino della borsa in quali tristi condizioni ci troviamo, e lo sentono ogni volta che concludono un affare, che spediscono un vaglia all'estero, che entrano in una bottega. Coloro che ambiscono sopra tutto il potere, e pei quali il problema principale della vita nazionale si riduce a sapere se questo potere debba restare nelle loro mani, o andare in quelle dei loro avversari politici, se non sono ciechi affatto, debbono pur capire, che continuando a lungo nella via in cui siamo, può arrivare il giorno in cui questo potere tanto ambito verrà dal quarto stato tolto violentemente di mano agli uni ed agli altri. Se dunque non muteremo strada, non sarà certo, perché non se ne veda da tutti la necessità urgentissima; ma perché non vogliamo, perché ce lo impediscono le nostre passioni partigiane, i nostri personali interessi, la nostra vanità. E allora nessuno ci potrà commiserare, se dovremo subirne tutte le conseguenze.

Le virtù e le vie per cui l'Italia può salvarsi, sono quelle solamente per cui essa seppe costituirsi. Ciò che sopra tutto destò allora l'ammirazione del mondo civile, e fece riuscire la nostra rivoluzione, fu la improvvisa e spontanea unione, intorno alla Monarchia ed alla Casa di Savoia, di tutti i partiti, di tutte le opinioni, di tutte le province in un solo pensiero. Vedere che Garibaldi e Vittorio Emanuele, Mazzini e Cavour, monarchici e repubblicani erano divenuti di un animo solo innanzi al pericolo della patria; vedere gli antichi odii, le antiche divisioni sparire, come per incanto, dinanzi al gran nome d'Italia; le antiche capitali divenire città di provincia, in mezzo agli applausi delle popolazioni; vedere questi sentimenti riaccendersi sempre più vivamente, ogni volta che il pericolo si rinnovava, questo fece credere agli altri, fece credere a noi stessi e ci fece allora essere veramente un popolo degno della libertà e della indipendenza, che sapemmo di fatto conquistare.. Siamo a un tratto divenuti tanto diversi, da essere indegni di noi stessi e del nostro recente passato? Se cosi fosse, ogni speranza sarebbe vana.

Ma non siamo noi lo stesso popolo, non siamo gli stessi uomini? Non fummo capaci di superare difficoltà più gravi assai delle presenti, che a noi ed agli altri erano per sì lungo tempo sembrate insuperabili davvero?

Ciò che rende tanto paurose quelle dinanzi a cui ci troviamo ora, non è già che la loro intrinseca natura le renda insuperabili davvero; ma èlo stato d'animo, sono le condizioni morali e politiche in cui ci siamo ridotti. Perché mai il sopprimere una pretura senza cause, una scuola senza scolari o una delle nostre più inutili accademie è divenuto problema di una difficoltà insuperabile a coloro, che trovarono così facile sopprimere tante capitali? Perché il nostro stato d'animo è mutato. Perché non riusci a noi ciò che a tanti altri è pur riuscito, l'avere cioè una buona legge sulla istruzione obbligatoria? Ignoravamo forse quello che bisognava fare? Egli è che coloro i quali votarono milioni, per far passare nel proprio collegio elettorale una strada ferrata di dubbia utilità, non volevano votar migliaia per le scuole. Per qual ragione tutte le nostre leggi sociali sono riuscite così inefficaci e vane? Non sapevamo noi forse quello che avevano fatto l'Inghilterra, la Germania, il Belgio, la Svizzera e tanti altri paesi; quello che sarebbe stato opportuno fare in Italia? Ci mancavano forse l'ingegno o le cognizioni necessarie? Egli è che in sostanza veri sacrifizi per le classi diseredate non volevamo farne, e non volevamo confessarlo. Perché noi che non ci siamo altra volta spaventati d'un deficit di mezzo miliardo, e non ci siamo spaventati quando la rendita era al 50 per cento, ci spaventiamo tanto ora che essa è al 02, che il deficit è tanto minore? Certo siamo infinitamente più aggravati d'imposte e di debiti, ma, ciò nonostante, quel che più di tutto ci manca è l'animo che faceva una volta sembrare così facili i sacrifizi stessi che ora ci paiono cosi difficili. E, in conseguenza di ciò, manca ancora la volontà deliberata di guardare in faccia il pericolo, e preferiamo di far come si dice dello struzzo, che ficca la testa nella rena, per non vedere il nemico che lo insegue. Ci vorrebbe poi tanto per esporre al paese la verità, e fargli capire che se non vogliamo nuove imposte e nuove economie; che se in conseguenza di ciò si dovesse arrivare, come presagiscono i nostri nemici, alla riduzione della rendita, questo non vorrebbe dir altro che essere costretti a subire una imposta più grave ancora?

Il vero è che, invece d'unirci per affrontare, con animo deliberato e di buona fede il problema, noi ci siamo divisi, per sapere a chi spetta il potere, quando grandi questioni politiche non ci dividono, o se anche ci dividessero, dovrebbero sparire "dinanzi a quelle che sono di supremo interesse per tutti. Ed in questa lotta inesorabilmente succede, che si pensa assai meno a superare le difficoltà, che a dimostrare di saperle superare meglio ed a miglior mercato degli avversari, le cui proposte bisogna, per necessità di partito, sempre combattere, le cui intenzioni bisogna sempre sinistramente interpetrare. A che giova il dire: Voi volete le imposte, perché non siete riusciti a fare il pareggio con le sole economie; andate via che lo farò io, quando si è poco dopo costretti a dichiarare che le imposte sono necessarie? Non è questo uno spreco di tempo, di uomini e di forze, quando la barca minaccia di far acqua? Non si aumenta la sfiducia del paese, che finisce col non credere più al suo Governo, col non credere più a nessuno, e col dubitare se i sacrifizi chiesti siano davvero necessari, riescano davvero a salvarlo?

Se in un momento come questo, piuttosto che riunirci dinanzi al pericolo comune, continueremo a disputare se il potere spetti alla Destra, alla Sinistra o al Centro, noi ci avvieremo per quella strada medesima in cui sono da un pezzo entrato lo repubbliche dell'America meridionale, e chi sa quando ne potremo uscire. Dobbiamo invece aver l'abnegazione ed il patriottismo di unirci, come in passato, intorno alla Monarchia, chiamandola, ora che supremi doveri s'impongono a noi tutti, ad assumere di nuovo la sua storica importanza. Essa, che si trova e deve restar fuori, al di sopra dei partiti, più facilmente potrà riunirci. L'entusiasmo che questo medesimo fatto desterebbe nel paese, muterebbe improvvisamente l'aspetto delle cose, farebbe a un tratto sembrare assai minori le difficoltà da superare, farebbe aumentare le forze necessarie a superarle. La casa di Savoia non mancherà di certo, come non mancò mai, al suo posto, alla testa del popolo, ogni volta che questo fece sentire la sua voce, ogni volta che la patria era in pericolo. E la patria è oggi in pericolo, minacciata noi dagli stranieri, ma da noi, ed invoca l'iniziativa, l'azione comune, concorde di tutti. È in gioco la stessa nostra esistenza morale. Nè è troppa al bisogno l'unione delle forze nazionali.

Non è un Governo di partito quello che ora può salvarci, più facilmente ci salverebbe un governo onesto di nessun partito, che sapesse riunirli tutti, ristabilendo la concordia degli animi, l'armonia del Parlamento col paese, e delle classi sociali fra di loro, appoggiandosi sulla enorme maggioranza del popolo, a cui non importa nulla di Destra o di Sinistra, né di questo parlamentarismo che tanto male ci ha fatto e ci fa. Verrà il giorno delle divisioni reali e non artificiali, delle feconde lotte politiche. Le farà nascere, non foss'altro, la questione sociale che s'avanza minacciosa, alla quale molti ancora non voglion credere; ma che dovrebbe anch'essa riunire la borghesia, e farla più accorta dinanzi al pericolo, che direttamente la minaccia.

Oggi è l'ora solenne in cui la patria impone la concorde unione, richiede la iniziativa di tutti. Questo sgomento doloroso che invade il paese, questa sete di giustizia che irresistibilmente, irrefrenabilmente si manifesta, fanno sperare che un risveglio generale sia per cominciare davvero fra di noi. Ogni volta che uomini politici dello più opposte opinioni, esclamarono, in questi giorni, che tutti i partiti dovevano riunirsi nel comune sentimento della giustizia, le loro parole furono come la voce della coscienza popolare, la quale in fatti vibrò potentemente da un capo all'altro d'Italia.

Tutto dipende dal vedere quale è la forza di questo sentimento. Se esso è davvero generale, profondo, sarà anche irresistibile. Avremo allora un Governo che sarà costretto ad "esporre, senza reticenze e senza ambagi, senza questo eterno dire e disdire, senza promesse che non si possono mantenere, lo stato vero delle cose ad un popolo, che sarà pronto ad ogni più duro sacrificio, perché saprà dove il Governo vorrà condurlo, saprà che si tratta di salvare la patria, rendendo giustizia a tutte le classi sociali. Questo, è vero, non è che il primo passo, ma da esso tutti gli altri dipendono. Intanto è bene che il grido d'allarme, già cominciato, risuoni e si ripeta dovunque; che ognuno compia il suo dovere, senza aspettare che altri lo compia per lui; che gli onesti escano dalla loro inazione, e si faccia capire al paese, che la presente situazione non è per sé stessa disperata; ma che la nostra indolenza; questo nostro eterno stare a guardare, cóme se si trattasse di altri; le nostre divisioni, i nostri rancori l'hanno veramente ridotta a questione d'essere o non essere. La concordia, l'abnegazione e la virtù fecero l'Italia. Esse sole possono salvarla.













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