Eleaml


IL RISORGIMENTO

E LE GUERRE COLONIALI DEL DICIANNOVESIMO SECOLO

Edoardo Spagnuolo


(se vuoi, scarica l'articolo in formato ODT o PDF)

Giugno 2012

La guerra coloniale dello stato argentino

Nel 1869 il neonato governo dei Savoia interpellò il governo argentino sulla possibilità di inviare in un'isola della Patagonia una porzione dei detenuti meridionali, che affollavano le carceri italiane, a causa degli avvenimenti del 1860. La richiesta, che fa intendere chiaramente quale fosse il profilo dello Stato sorto dal moto risorgimentale, non fu accolta, perché quell'isola doveva accogliere, nelle intenzioni del governo argentino, altri sventurati.

In quel periodo storico lo Stato argentino, che da soli cinquant'anni si era reso indipendente dal dominio spagnolo, occupava solo parte del centronord dell'attuale Argentina. Tutta l'area meridionale e alcuni territori del nord erano abitati invece da numerose comunità indigene, che da almeno quindicimila anni, risiedevano in quel territorio.

Nella seconda metà del diciannovesimo secolo il governo argentino pianificò una guerra di conquista al fine di ampliare i confini dello stato e al fine di liberare il territorio dalla presenza indigena. Fu l'inizio di un vero e proprio genocidio, non solo perché decine di migliaia di indigeni furono uccisi durante la campagna militare, ma soprattutto perché si realizzò il deliberato intento del governo di estinguere la sopravvivenza stessa di queste comunità. Queste comunità furono interamente rastrellate dal governo. Si cercò di separare gli uomini dalle donne, in maniera che gli indigeni non potessero procreare, Si separarono i bambini dalle madri. La madri vennero impiegate al servizio delle famiglie ricche dei bianchi, i bambini vennero spesso venduti, o dispersi in una condizione di servitù presso masserie o privati. Un gran numero di indigeni, uomini, donne, vecchi e bambini, furono internati in isole o luoghi remoti, in maniera che al termine della loro esistenza non lasciassero alcuna discendenza (1).

Alla camera dei deputati di Buenos Aires emerse che un comandante aveva fatto fucilare duecentocinquanta indigeni, comprese le donne, fucilate mentre stringevano al petto i loro bambini.

Tutta l'operazione ebbe il sostegno dell'Inghilterra, interessata a sfruttare le risorse argentine, e degli Stati Uniti, che, per l'occasione, armarono potentemente l'esercito argentino, con una massiccia fornitura di fucili a ripetizione, i famigerati Remington, che presso gli ambienti militari argentini divennero un mito per la loro efficacia nel far fuori i guerrieri indigeni, armati di archi e frecce (2).

Gli inglesi da parte loro avevano preceduto il governo argentino, dal momento che da tempo avevano invaso alcune terre nell'estremo sud del continente sudamericano, tra cui le isole Falkland, dove avevano ingaggiato dei "killer" professionisti per eliminare ad uno ad uno gli indigeni di quei luoghi, genocidio che si consumò nell'arco di pochissimi decenni.

Faustino Domingo Sarmiento

L'impossibilità di conciliare l'esistenza delle comunità indigene con la legge del profitto ne decretò la sorte. Gli indigeni argentini furono eliminati per la ragione precisa che il loro sistema di vita, perfettamente integrato nella natura, non si conciliava con la concezione liberale del lavoro, inteso come una corsa all'infinito verso la produzione. Gli indigeni dunque non potevano essere di alcuna utilità alla costruzione dello stato liberale, il cui obiettivo centrale era quello di eliminare ogni ostacolo possibile alla selvaggia espansione dell'economia capitalista. Gli indigeni non erano solo inutili, ma costituivano un ostacolo per la penetrazione nei loro territori e l'occupazione delle terre da parte della razza bianca, che, nei piani del governo, avrebbe dovuto rimpiazzare le comunità native.

Questi concetti sono chiaramente espressi negli scritti dei liberali argentini del tempo, in particolare di Faustino Domingo Sarmiento, presidente della repubblica argentina proprio nel 1869, considerato un padre della patria e un padre del liberalismo argentino. Sarmiento, eminenza grigia della massoneria argentina, fu uno dei massimi ispiratori della guerra di sterminio contro gli indigeni. Nei suoi scritti questo signore ha affermato, tra l'altro, che la soppressione delle razze inferiori da parte delle razze superiori è uno degli spettacoli sublimi della storia. A questo personaggio ancora oggi in Argentina sono dedicati monumenti strade, scuole. Analoghi riconoscimenti vengono tributati al generale Roca, che diresse le operazioni militari contro gli indigeni. Solo un pugno di storici, di antropologi e i pochi indigeni che ancora sopravvivono in Argentina si battono per far conoscere la terribile realtà di quegli anni.

Fu dunque il pretesto della modernizzazione, il progetto di costruire uno stato forte, ricco e potente, uno stato di razza bianca, a spingere il governo argentino a estendere il suo dominio territoriale verso sud, spazzando via i legittimi abitanti. L'eliminazione dei veri argentini, consentì poi il progressivo trasferimento in Argentina di grandi masse di europei, processo che il governo argentino alla fine del diciannovesimo secolo

ha pianificato e fomentato in ogni modo. Questa forte immigrazione costituiva nei disegni del pensiero liberale argentino del tempo, una condizione necessaria per promuovere il modello di sviluppo liberal capitalista.

La guerra coloniale degli Stati Uniti d'America

Negli Stati Uniti avvenne il medesimo processo. La cinematografia statunitense ha inondato il mondo intero di film, che propagandano la presunta generosità e i "nobili ideali" della razza bianca, che conquistò il territorio del Nord, America e la contemporanea "malvagità" dei selvaggi pellerossa. La documentazione del tempo attesta invece una realtà opposta. Il governo dei bianchi nel nord America promosse infatti nel diciannovesimo secolo una guerra per conquistare le terre dell'ovest, ai danni dei legittimi residenti. Questa guerra produsse lo sterminio di tutte le comunità indiane superstiti del Nord America. Anche qui l'intento dichiarato fu l'estinzione pura e semplice di queste popolazioni. Furono massacrati a sangue freddo uomini, donne e bambini, furono occupate le loro terre, e i pochi indiani superstiti furono relegati in riserve costituite nelle terre più povere. Miseria e fame decimarono ulteriormente la popolazione nativa. Molti bambini indiani vennero venduti per pochi soldi (3).

La motivazione che spinse il governo statunitense a scatenare questa guerra contro gli indiani fu la stessa di quella argentina: l'obiettivo di costruire la grande patria statunitense, al fine di imporre la legge suprema del profitto, la concezione liberale dello sviluppo industriale, lo sfruttamento indiscriminato del territorio, senza alcun rispetto per uomini e cose. Fatti analoghi nel diciannovesimo secolo avvennero ovunque, in Canada, in Australia, in Africa, in Asia, soprattutto grazie al fatto che l'Inghilterra era padrone in quel tempo di mezzo mondo (4)

.Il colonialismo del diciannovesimo secolo corrispose pertanto alle esigenze dello sviluppo capitalista, che non a caso mosse i primi passi proprio in Inghilterra, un modello economico alla continua ricerca di risorse finanziarie e di materie prime, di grandi spazi per la penetrazione delle merci e di manodopera a buon mercato.

La guerra coloniale italiana

Nel diciannovesimo secolo il regno sabaudo era governato da gente, che aveva la stessa mentalità dei liberali argentini, statunitensi e inglesi. Il regime dei Savoia, fortemente militarizzato, scatenò una guerra per la conquista della penisola italiana con le stesse motivazioni con le quali furono scatenate tutte le guerre coloniali del diciannovesimo secolo: l'obiettivo di costruire uno stato forte e potente, condizione necessaria per favorire lo sviluppo del modello liberal capitalista. Questa concezione fu la motivazione di fondo che spinse il conte Camillo Benso di Cavour, il vero, grande, artefice del risorgimento italiano, a teorizzare e perseguire tenacemente l'espansione militare dello stato sabaudo. Questa espansione militare non era l'obiettivo finale del moto risorgimentale, ma era solo una tappa intermedia per realizzare l'obiettivo vero, l'obiettivo finale, che consisteva in una presunta modernizzazione della penisola, da perseguire, esattamente come era avvenuto in Argentina, in America del Nord e ovunque nel mondo, senza tener conto di alcuna legge morale, anche a costo di produrre lutti e sofferenze a un gran numero di persone, anche a costo di stabilire dei rapporti di sfruttamento all'interno della stessa penisola.

Il nocciolo della questione è il seguente. Per avviare un processo di industrializzazione di ampio respiro nel diciannovesimo secolo erano necessarie tre condizioni: grandi risorse finanziare, grandi risorse umane e un grande mercato per la distribuzione dei manufatti. Il governo sabaudo prima del 1860 non poteva contare su nessuna di queste condizioni, perché lo stato dei Savoia era. profondamente indebitato e perché, riducendosi al Piemonte e alla Sardegna, aveva pochi abitanti e un territorio esiguo: dunque risultava necessario avviare una guerra di conquista coloniale verso il resto della penisola, e in particolare verso il Sud d'Italia, dove era concentrata una quantità di moneta circolante pari a più del doppio di quella complessiva circolante nel resto d'Italia.

La conquista del Sud corrispose alle tre esigenze fondamentali richieste da chi perseguiva l'obiettivo di costruire un grande apparato industriale nel Nord d'Italia. Il drenaggio sistematico di capitali che dopo il 1860 si realizzò da Sud a Nord contribuì in maniera determinante a costituire quell'accumulazione capitalistica che avrebbe reso possibile il decollo dell'industria padana e il risanamento di regioni, come l'Emilia Romagna, che fino al 1860 era la più arretrata d'Italia.

Questo spostamento colossale di capitali dal sud d'Italia a beneficio delle casse dell'erario piemontese avvenne inizialmente attraverso vari canali.

Avvenne attraverso l'incameramento da parte del governo dei Savoia dell'ingente patrimonio finanziario dello Stato delle Due Sicilie, attraverso la vendita dell'immenso patrimonio demaniale ed ecclesiastico meridionale incamerato dallo Stato sabaudo, attraverso l'estensione del sistema fiscale piemontese a tutta la penisola. Un altro canale formidabile e incredibile, attraverso cui l'erario dello Stato sabaudo ebbe modo di impinguarsi ai danni del Meridione d'Italia, provenne dalla repressione giudiziaria che si scatenò dopo il 1860 e che condusse in carcere centinaia di migliaia di meridionali. Tutta questa gente dovette accollarsi le spese giudiziarie e fu costretta a pagare delle penali, spesso del tutto spropositate. Il denaro che in questo modo particolare il governo dei Savoia rastrellò nel Sud d'Italia assunse dimensioni raccapriccianti.

Il Sud, inoltre, avrebbe assicurato nel tempo alla nascente industria del Nord manodopera in quantità (dal dopoguerra agli anni settanta le industrie del nord hanno funzionato grazie al lavoro degli emigrati meridionali) e, soprattutto, il Sud avrebbe assicurato da allora e assicura tuttora un immenso mercato di consumo per i prodotti del Nord.

Alcuni dati sulla repressione sabauda nell'ex Regno delle Due Sicilie

Ai giorni nostri si cerca di far credere agli italiani, ai bambini delle scuole elementari, che il moto risorgimentale, cioè la politica espansionista del regime sabaudo, si sia realizzata attraverso la mera declamazione di poesie, attraverso il pacifico sventolio di bandierine, attraverso il nobile richiamo alla fraternità tra gli italiani o attraverso il sacrificio personale di pochi eletti. Nella realtà l'unica cosa che fece il governo dei 'Savoia in quegli anni è sparare, sparare a tutta forza. Tanto per cominciare l'esercito dei Savoia, con la truppa regolare o con militari camuffati da garibaldini, uccise migliaia di giovani militari del regno delle Due Sicilie, migliaia di giovani meridionali, che non avevano offeso nessuno, e che spesso avevano delle mogli, dei bambini. Tantissime donne del Sud rimasero vedove in giovanissima età e ci furono tanti orfani di guerra.

Nel secondo semestre del 1860 e per tutto il 1861 il Sud continentale fu percorso da un gran numero di rivolte, di manifestazioni popolari. Gli atti processuali relativi a questi fatti, atti redatti da giudici, magistrati nominati dal governo dei Savoia, attestano con assoluta chiarezza che tutti questi movimenti ebbero un preciso profilo politico, dal momento che ovunque si insorgeva nel nome di Francesco II, si distruggevano le insegne sabaude e garibaldine, si sventolavano le bandiere bianche del regno, tutto ciò con l'intento dichiarato di opporsi a quella minoranza, possidente meridionale che nel frattempo aveva occupato tutti i posti di potere

e collaborava attivamente con gli eserciti invasori per il controllo amministrativo e militare del territorio. La gente manifestava, perché era legata naturalmente e logicamente alle istituzioni di casa propria. Nella provincia di Avellino dal luglio 1860 al luglio 1861 vi furono rivolte o manifestazioni popolari a Montella, ad Ariano irpino, a Bonito, a Montemiletto, a Pietradefusi, a Torre le Nocelle, a Castelvetere sul Calore, a Cervinara, a Rotondi, a Carbonara, a Bisaccia, a Villanova del Battista, a Rotondi, a Volturara Irpina, a Montefalcione, a Chiusano San Domenico, a San Potito; a Sorbo, a Salza, a Candida, a Manocalzati, a Tufo, a San Mango, a Lapio; a Taurasi, senza contare le manifestazioni minori e senza contare la favorevole accoglienza che l'armata di Crocco ricevette nell'aprile 1861 a Calitri, a Monteverde, a Carbonara e a Sant'Andrea di Conza. Un fenomeno enorme di cui nessuno parla.

I garibaldini prima e il regime dei Savoia dopo reagirono con l'unico sistema che conoscevano, con la repressione indiscriminata e con le fucilazioni. Secondo la documentazione d'archivio a Cervinara i garibaldini non si limitarono ad arrestare numerose persone, ma uccisero vari popolani e violentarono un numero imprecisato di donne. Nessuno dei garibaldini fu incriminato, ma al contrario furono arrestati i parenti e a volte i genitori delle donne violentate. A Montefalcione la legione ungherese, legione dell'esercito sabaudo costituito da ungheresi o da stranieri che erano scesi al sud al seguito della massa garibaldina, uccise circa 130-150 persone. Gli ungheresi fucilarono in una contrada di campagna anche un ragazzino di 13 anni, Giuseppe d'Amore.

Per la rivolta di Montemiletto del settembre 1860 furono incriminate qualcosa come mezzo migliaio di persone del luogo. Per la rivolta di Montefalcione e di altri paesi del luglio 1861, a parte tutti gli uomini fucilati, furono incriminate circa 800 persone. Almeno 171 persone furono incriminate per causa politica nel solo circondario di Montella, almeno 117 in quello di Montefusoo, almeno 236 nel circondario di Avellino. Manifestazioni e retate di meridionali avvennero ovunque. Consultando solo una parte delle sentenze della Gran Corte Criminale della provincia di Napoli, relativamente al 1860 e 1861 abbiamo già raccolto i nomi e i cognomi di circa mille napoletani incriminati per causa politica, per aver manifestato una qualche forma di dissenso verso il governo dei Savoia.

Tutto questo però fu solo il preludio di quel che sarebbe avvenuto negli anni successivi, allorché decine di migliaia di giovani meridionali si ritrovarono fucilati da improvvisati plotoni di esecuzione, uccisi senza concedere loro una qualche autodifesa, senza accertare i reati, che eventualmente avessero commesso, senza curarsi di comprendere le ragioni che li avevano condotti alla latitanza. Tanta ferocia non si era mai vista nelle nostre terre.

La tragedia, che si abbatté in quegli anni al Sud d'Italia, è legata anche al fatto che il governo dei Savoia, incapace di sconfiggere le bande, che scorrevano le campagne, stabilì un regno di terrore, che condusse all'arresto di un numero incalcolabile di meridionali, con l'accusa di connivenza col brigantaggio, al fine di fare terra bruciata intorno alle bande. Furono incarcerati vecchi, donne e bambini e spesso gli stessi genitori e i parenti dei briganti. Negli archivi di mezza Italia si conservano migliaia di processi, di sentenze della gran Corte Criminale, della Corte d'Assise, dei tribunali militari per la. repressione del brigantaggio, delle preture di ogni luogo, che segnalano i nomi e i cognomi di centinaia di migliaia di meridionali incriminati per cause politiche o per cause riferibili alla generica imputazione di brigantaggio, materiale che mai nessuno si è andato a leggere.

Il gran numero di arresti eseguiti in quegli anni trasformarono le carceri meridionali in veri e propri inferni. La documentazione d'archivio, mi riferisco in particolare al fondo dell'amministrazione carceraria di Montefusco, di eccezionale rilevanza storica, attesta che già nei primi mesi del 1861 le carceri di Potenza, Salerno, Napoli, Avellino, Montefusco, Ariano erano stracolme di detenuti. Lo stesso materiale documenta il diffondersi in queste carceri di innumerevoli focolai di malattie infettive, tifo, scabbia, rogna, determinati dall'eccessivo sovraffollamento e dalla conseguente precarietà nelle condizioni igieniche, nell'assistenza medica e nel rifornimento alimentare. Queste malattie causarono la morte o la debilitazione documentata di centinaia di poveri disgraziati. Purtroppo ancora oggi si conosce molto poco del calvario sofferto da migliaia di giovani meridionali, appartenenti all'esercito delle due Sicilie, fatti prigionieri e deportati al Nord nei vari campi di raccolta di Milano, Alessandria, nella famigerata fortezza di Fenestrelle a duemila metri di altezza, a Nord di Torino, né si conoscono le condizioni di vita di quei meridionali condannati per brigantaggio e rinchiusi nei bagni penali del Nord. Mi riferisco in particolare al carcere duro di Portoferraio, nell'isola d'Elba, che fu uno dei luoghi privilegiati per l'internamento dei meridionali.

Il gran numero di arresti, i rastrellamenti per le campagne, allo scopo di catturare i fiancheggiatori, veri o presunti, delle bande ebbero conseguenze gravissime per il lavoro nei campi ed ebbe l'effetto di spopolare molti villaggi. La repressione ebbe durissime conseguenze sulla stessa condizione femminile di quegli anni. Un po' ovunque migliaia di giovani mamme, con una nidiata di bambini, rimasero sole, senza alcuna fonte di sostentamento.

"Briganti" ed "irochesi"

E interessante segnalare che un giornale sabaudo di Avellino salutò con toni trionfalistici il massacro di Montefalcione, affermando che era ora di finirla con questi "irochesi". Perché i rivoltosi di Montefalcione furono paragonati proprio con questa popolazione indigena del Nord America?

I sostenitori del nuovo corso erano caratterizzati da un'ammirazione incondizionata verso il Piemonte e la sua storia. Ebbene nella storia dello stato sabaudo si narra di una spedizione militare, realizzata nel diciassettesimo secolo, su precisa richiesta della Francia, che in quel tempo contendeva con l'Inghilterra il dominio dell'America del Nord. L'esercito piemontese doveva contribuire ad eliminare la popolazione indiana degli irochesi, coinvolta dagli Inglesi pel loro conflitto contro i francesi, impresa che venne compiuta con zelo. Per il giornalista, autore del passo citato, l'eccidio dei rivoltosi di Montefalcione fu cosa ben fatta, così come ben fatto era stato il massacro degli irochesi, donne, vecchi e bambini compresi, ad opera dei militari piemontesi. Se si può comprendere il compiacimento per l'eliminazione dei rivoltosi di Montefalcione, non si comprende l'uguale compiacimento per l'eliminazione degli irochesi, che col risorgimento non c'entrano nulla.

Per spiegare questa avversione non basta rifarsi allo spirito di fanatica adulazione di cui erano animati i "patrioti" meridionali nei riguardi delle "imprese eroiche" della storia piemontese. La risposta vera è inscritta nella mentalità del tempo, secondo cui il partito liberale era investito dalla missione storica di fondare una nuova era di progresso per l'umanità, attraverso l'espansione planetaria del modello liberal capitalista. I rivoltosi di Montefalcione e gli irochesi meritavano una sorte simile ed un uguale disprezzo perché costituivano un ostacolo lungo la via della "modernizzazione" in senso liberale. Il risorgimento italiano, in effetti, fu solo uno dei tanti episodi di questo processo planetario, che condusse negli stessi anni in cui si realizzava l'espansione coloniale dello stato sabaudo, attraverso la conquista del Sud d'Italia, alla fondazione dell'attuale Stato Argentino, mediante lo sterminio degli indigeni della Patagonia e della grande nazione degli Stati Uniti, attraverso il contemporaneo sterminio degli indiani del Nord America. Un processo analogo, del resto, avvenne un pò' ovunque, grazie al fatto che in quel tempo le potenze coloniali europee, in particolare l'Inghilterra, dominavano gran parte del mondo. Non a caso in quegli anni il governo inglese aveva assicurato tutto il suo appoggio al risorgimento nostrano e alla guerra dei bianchi di Argentina contro i legittimi abitanti della Patagonia.

L'imperialismo inglese

La mentalità del conte di Cavour, vero, grande artefice del risorgimento italiano, fu assolutamente identica alla mentalità dei contemporanei governanti inglesi, statunitensi, argentini, ecc. Gli uni e gli altri scrissero esattamente le stesse cose. Gli uni e gli altri perseguivano l'obiettivo di costituire uno stato forte e di grandi dimensioni, condizione necessaria in quel tempo per rendere possibile, do sviluppo dell'economia capitalista, operazione da realizzare senza tenere in alcun conto i diritti delle popolazioni aggredite. Per perseguire questo obiettivo vennero commessi in quel secolo crimini, genocidi efferati, ovunque, nel Sud d'Italia, in Canada, in Argentina, in India, in America del Nord, in Australia. L'ideologia, che dava una parvenza di giustificazione all'espansione coloniale bianca del diciottesimo secolo, era identica in ogni luogo, così come identica era l'assimilazione degli indigeni di ogni latitudine, dei nostri "briganti", e persino delle nostre stesse popolazioni ai selvaggi e agli antropofagi.

La guerra scatenata dallo Stato sabaudo contro il Regno delle due Sicilie è dunque perfettamente assimilabile alle guerre coloniali, che vennero condotte nel diciannovesimo secolo. In tutte queste guerre identiche furono le motivazioni, identici gli effetti: genocidio di popolazioni, genocidi culturali, asservimento e sfruttamento coloniale, razzismo. Non è un caso che il moto risorgimentale fu favorito in ogni modo dall'Inghilterra. Sono note le coperture logistiche che la marina britannica assicurò alla sbarco di Garibaldi in Sicilia, i finanziamenti che il governo inglese procurò per l'impresa, l'attività intensa dispiegata dalle ambasciate inglesi nel sud d'Italia per favorire il crollo del regno delle Due Sicilie, che costituiva un territorio impermeabile al condizionamento dell'imperialismo inglese. Per realizzare questi scopi l'Inghilterra si servì potentemente della massoneria, che era una sorta di longa manus dell'imperialismo inglese, il quale tra l'altro scatenò una campagna internazionale di denigrazione verso lo stato delle Due Sicilie. Il governo inglese si permise di calunniare il sistema carcerario meridionale, laddove l'Inghilterra da secoli disseminava il pianeta di genocidi, gestiva in proprio la tratta dei negri, e commetteva ogni sorta di crimine in ogni luogo, dall'estremo sud dell'Argentina, all'America del Nord, dall'Irlanda all'Egitto, dall'India all'Australia. I crimini efferati dell'imperialismo inglese non attiravano alcuna attenzione da parte dei cosiddetti patrioti italiani, che al contrario vivevano nel culto del liberalissimo governo inglese e potettero agire sempre attraverso la potente protezione del governo inglese.

Anomalia delle guerra coloniale italiana

La guerra coloniale dello Stato sabaudo, presenta però un'anomalia rispetto alle guerre coloniali del tempo. Mentre le guerre coloniali del tempo venivano condotte ai danni di altri popoli, considerati inferiori, l'espansione coloniale dello Stato sabaudo fu realizzata all'interno di un popolo, che si voleva uno, fu realizzato da italiani ai danni di altri italiani, considerati inferiori. La seconda anomalia, logica conseguenza della prima, è che diversamente da tutti gli altri paesi lo sviluppo produttivo non fu promosso in maniera omogeneo in tutta la penisola, ma venne concentrato solo in una parte del paese, solo nella pianura padana. Fin dall'inizio risultò chiaro che nelle intenzioni del governo sabaudo il Sud doveva rinunciare ad avere un suo apparato economico. Negli anni successivi c. al 1860 molte industrie meridionali vennero letteralmente smantellate e i macchinari vennero trasferiti nel nord d'Italia, il polo siderurgico calabrese, che nel 1860 si avviava a divenire uno dei più importanti d'Europa, venne ben presto soffocato. Lo stabilimento metallurgico di Pietrarsa, vicino Napoli che nel 1860 dava lavoro a circa mille operai e costituiva l'unico, vero grande, polo industriale italiano di quel tempo, venne ben presto abbandonato. Pochi sanno che i primi scioperi di operai in Italia avvennero proprio a Pietraroja negli anni immediatamente successivi al 1860, scioperi che vennero repressi, con morti e feriti, dal cosiddetto esercito italiano. Non parliamo poi della produzione agroalimentare meridionale, in buona parte annientata in questi 150 anni.

Diversamente dallo Stato sabaudo il regno delle due Sicilie era l'unico stato della penisola ad avere le carte in regola per avviare una rivoluzione industriale su vasta scala. In effetti il regno delle due Sicilie aveva già dato dei primi passi significativi in questa direzione. La conquista del Sud bloccò questo processo, per cui il Sud precipitò inevitabilmente in una spirale di sottosviluppo. Lo Stato risorgimentale, in definitiva, assorbì tutte le risorse umane e finanziarie della penisola per promuovere il decollo dell'industria padana. Il Sud fu deliberatamente sacrificato sull'altare dello sviluppo economico delle regioni del nord. In sintesi mentre il Nord ebbe un suo stato che ne promosse l'economia, il sud non ebbe un suo stato che facesse altrettanto.

Qualcuno potrebbe osservare che queste cose, tutta questa violenza appartengano al passato, che ora invece viviamo in una società pacificata, che l'Italia è unita, che siamo in democrazia, e così via. Nella realtà mai come oggi la violenza nei rapporti umani è un fenomeno endemico, anche se essa ha assunto forme diverse. Ai giorni nostri per colonizzare un popolo non c'è bisogno di sparare, di scatenare guerre. Queste cose provocano morti e i morti danno fastidio. Attualmente c'è un metodo "più pulito", e soprattutto più efficace. Per colonizzare un popolo basta penetrare nel suo territorio con una massa enorme e variegata di prodotti industriali. Il costo nettamente inferiore di questi prodotti determinerà la conquista del mercato. Questa penetrazione produrrà una spirale perversa di desertificazione economica e il progressivo asservimento economico e politico della popolazione alle potenze colonizzatrici. Questo processo di estrema violenza avviene sistematicamente nei paesi poveri dell'America latina e dell'Africa e avviene quotidianamente anche al Sud d'Italia, dove l'80% di tutti consumi è costituito da prodotti che provengono dal Nord d'Italia. Ogni giorno dunque, attraverso gli acquisti dei meridionali, un flusso enorme di danaro scorre da Sud a Nord e va ad alimentare incessantemente l'apparato produttivo della pianura padana, conservando il Sud d'Italia in una condizione di sottosviluppo. Uno squilibrio che comporta tra l'altro la mancata valorizzazione delle immense potenzialità del territorio meridionale. Un esempio di questi meccanismi perversi è il crollo del prezzo del grano meridionale. Molti produttori della nostra terra sono tentati ad abbandonare le terre adibite alla produzione di grano. Faccio notare che con il grano si fa il pane, elemento primordiale della sussistenza umana. In questo momento in cui scriviamo queste note decine di migliaia di bambini in Africa, Asia, America latina stanno esalando l'ultimo respiro perché non hanno nulla da mangiare. Il progressivo abbandono di queste terre determinato dall'incoscienza della classe politica liberale costituisce dunque un crimine gravissimo.

Il Sud d'Italia da centocinquant'anni è una colonia dell'apparato produttivo del Nord d'Italia. È necessario prendere coscienza di questa situazione gravissima e agire di conseguenza.

_________________

1 In America latina queste azioni criminali verso le popolazioni indigene vengono realizzate ancora oggi. Il governo di Fujimori, in Perù, avviò negli anni novanta un piano di sterilizzazione di massa verso alcune popolazioni indigene del Perù. 

2 Su queste vicende si vedano le opere fondamentali di CARLOS MARTINEZ SARASOLA, Nuestro Paisanos los Indios, Buenos Aires 2000 e di DAVID VINAS, Indios, ejército y frontera, Buenos Aires 1983. 

3 Su questa questione esiste una ricca pubblicistica. Fondamentale il testo di DEE BROWN, Seppellite il mio cuore a Wounded Knee, Milano 2010. 

4 Il saccheggio delle risorse materiali degli altri popoli, senza creare sviluppo economico nei paesi conquistati, fu una regola costante fin dai primi anni della colonizzazione europea. Un gran numero di storici dell'economia sostiene, dati alla mano, che lo sfruttamento durato per secoli delle immense miniere d'argento di Potosì, in Bolivia, sia stato un fattore determinante per costituire quell'accumulazione capitalistica, che ha reso possibile il decollo della rivoluzione industriale in Europa. Lo sfruttamento di queste miniere è stata realizzata al prezzo della vita di un numero incalcolabile di indigeni boliviani, centinaia di migliaia, forse milioni, costretti con la violenza a lavorare in condizioni disumane in queste miniere. Lo sfruttamento di questa gente e delle loro risorse ha contribuito dunque in maniera forse decisiva a realizzare la prosperità delle nostre società, mentre invece ora la Bolivia è il paese più povero del Sud America.








Creative Commons License
This article by eleaml.org
is licensed under a Creative Commons.







vai su









Ai sensi della legge n.62 del 7 marzo 2001 il presente sito non costituisce testata giornalistica.
Eleaml viene aggiornato secondo la disponibilità del materiale e del Webm@ster.