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A volte i carteggi privati aprono uno squarcio su realtà che la documentazione ufficiale ignora o fornisce in maniera edulcorata. Mi vengono in mente i motivi di “alta polizia” di cui parla l'autore di “Colpo d'occhio sul Reame delle Due Sicilie nel corso dell'anno 1862” in merito ai rapporti dei militari mandati a combattere nelle provincie meridionali, rapporti in cui spesso si ometteva quanto effettivamente stava accadendo.

Il passaggio che riportiamo, tratto da una lettera (datata Macerata, 24 agosto 1864) di Pantaleoni a D'Azeglio, ricalca nella sostanza quanto affermava Proto nella interrogazione parlamentare finita direttamente in archivio senza essere manco iscritta per una eventuale discussione. 

“L’amministrazione attuale ha rigenerato qui malcontento gravissimo. Si sta certo peggio, che al tempo de’ preti. Si dipende nell’amministrativo per ogni cosa da Torino; e per tutto, sopratutto se trattasi di pagare, non si risponde mai, o ti obbligano a spese che ti mangiano il doppio dell’avere.”

In un'altra lettera del 24 agosto 1865 Pantaleoni descrive un paese con caratteristiche molto simili a quelle dei giorni nostri, a riprova di quanto siamo figli dell'Italia sabauda, checché ne dicano i Cazzullo, i Della Loggia e i Galasso.

“La ladreria (non posso impiegare altra espressione) del fiscalismo governativo è tale da noi, da far rimpiangere (orrendo a dire) il mal governo dei preti. 

Con la più triste delle economie il fisco rifiuta di pagare i debiti i più sacri e esige in antecedenza i crediti i più dubbi, e ancora, se tutto ciò andasse pel bene del Paese! Ma quando si vede, dopo due anni che si è detta soppressa, la Cassa ecclesiastica mantenere centinaia di mangiapane, i quali per farsi valere col Governo, tormentano i cittadini con ingiuste pretese; quando si vede 40 impiegati alla Prefettura d’Alessandria, ove 10 o 15 (è il capo che mel diceva) avanzerebbero; quando si vede tale prodigalità, di Tribunali, che mio cognato sottopresidente o secondo presidente a Bologna, mi dice che quando il De Foresta tornerà, egli pensa d’andar giornalmente a Modena per far qualche cosa, nulla avendo più che fare al Tribunale; quando si vede... ma non la finirei mai con il notare i disordini... tu comprenderai troppo bene, come il Paese s’inferocisca contro l'Amministrazione, che sventuratamente chiama piemontese.”

A nostro avviso, però, il passaggio più interessante che offre un quadro del destino dell'ex Regno delle Due Sicilie all'interno del nuovo stato lo troviamo in una lettera del 21 agosto 1861 che Diomede Pantaleoni indirizza a Massimo D'Azeglio.

“Per darti una buona idea del come infatti il nostro Governo ha formato l’Italia una, sappi che fra Napoli, Bari e Foggia, fra Napoli e Lecce, fra Napoli e Calabria, non havvi mezzo sicuro di comunicazione, salvo il telegrafo, perché le strade sono talmente infestate da briganti che il colonnello De Barral, che ha il suo reggimento a Foggia, sta qui, non potendo senza grave pericolo andare a raggiungerlo, ed io sono dieci dì che aspetto un imbarco per Paola e Pizzo promesso in stampa dieci volte e mai mantenuto in realtà. Le comunicazioni di mare non sono più che fra Reggio e Napoli e nessuna in un anno si è pensato a stabilirne sull’Adriatico o fra l’Adriatico e il Mediterraneo, mentre ai tempi borbonici ne esistevano parecchie. 

Spero fra tre di andare con un ricco calabrese, che prenderà la scorta de' suoi uomini per renderci il viaggio sicuro, come si faceva nei tempi feudali.” 

Qui sono delineati i poche righe tutti i mali che si porta dietro l'unificazione e che poi, per carità di patria e per evitare la disintegrazione del novello stato, verranno attribuiti al regime borbonico:

  • il brigantaggio e la conseguente spietata repressione rendono luoghi e strade insicuri, impediscono gli spostamenti e deprimono i commerci;

  • le comunicazioni via mare invece di aumentare con l'arrivo della libertà italiana diminuiscono rispetto al periodo borbonico;

  • chi se lo può permettere si rivolge a guardie private come ai tempi feudali per farsi scortare durante i viaggi e questa pratica – poco indagata dagli storici che preferiscono spostare all'indietro nel tempo l'origine di tutti i problemi delle provincie napolitane – secondo noi favorisce la nascita di consorterie che non riconoscono l'autorità dello stato o l'affiancano nella risoluzione dei problemi collettivi.

Buona lettura e tornate a trovarci.

Zenone di Elea – 8 Dicembre 2014

MASSIMO D’AZEGLIO E DIOMEDE PANTALEONI

CARTEGGIO INEDITO

CON PREFAZIONE DI GIOVANNI FALDELLA

1888

L. ROUX E C. - Editori

ROMA-TORINO-NAPOLI

PREFAZIONE DI GIOVANNI FALDELLA

CARTEGGIO INEDITO - pag. 409-517

(se vuoi, scarica il testo in formato ODT o PDF)

PREFAZIONE

Incaricato dall’on. amico Editore di preludiare al carteggio di Massimo d’Azeglio e Diomede Pantaleoni, io considerai i rischi dell'impresa col lodevole intendimento di evitarli. Fra essi vi è lo scoglio notato dal Giusti nel proemio alle Opere di Giuseppe Parini: «da un modo di considerare uomini e cose, largo, pieno e parco a un tempo medesimo, siamo cascati ai lavori d’intarsio, alle sminuzzature, a queste grettezze lussureggianti...».

Ma, per chi bene avvisa, il vezzo invalso nei prefazionai di soffocare il principale con l’accessorio, spesso è un omaggio innegabile alla verità. Imperocché il protagonista, sia pure colossale, è sempre minore dell’ambiente, che lo spiega, se non lo produce.

Lo stesso diligentissimo Chiala, che con larga messe di esordii, note e documenti in appoggio ha illustrato l’epistolario di Camillo Cavour presentandoci la storia del grande statista narrata da se stesso, non ha ancora esaurito l’argomento. E, quando egli si accingerà a darci il Cavour agricoltore, farà bene a non limitarsi, come nella prima appendice all'ultimo volume delle lettere cavouriane, a scrivere, che per coltivare i fondi di Leri, di Montarucco e del Torrone, il Conte si accontò dapprima con un certo Rossi; ma vorrà spiegare che il Rossi, di cui si tratta, era il povero ed avversato

geometra Francesco Rossi, propugnatore dell’idea di quel grandioso canale, che venne poscia intitolato allo stesso Cavour (1).

Le minuzie, anziché nuocere, approdano alle biografie veridiche degli nomini insigni, e corrispondono al progresso democratico e al calcolo infinitesimale applicati ai materiali storici. Vorrei bene averne delle minuzie curiose per far contorno illustrativo alle lettere di 31. d'Azeglio e Diomede Pantaleoni, ma io non posso guari esibirne di prima mano, poiché non ebbi punto occasione di accompagnarmi alle loro gesta.

Ero studente universitario a Torino, quando seguii mestamente il feretro dell’artista cavaliere e uomo di Stato; e del senatore Pantaleoni ebbi il piacere di conoscere personalmente soltanto i degni figli.

Nella mia qualità di postero indipendente posso però schivare lo scoglio, in cui incappano gli nomini e i partiti che vissero o sopravvivono esclusivamente nell’orbita di un grand’uomo, cioè l'impallonamento del medesimo con ingiusta diminuzione dei meriti altrui.

Quando siffatto impallonamento (che il Vallauri disse grecamente apocoricosi) è servito caldo o freddo in nna prefazione, i lettori trovano difficultà a sgonfiarsene e districarsene per farsi un giusto concetto degli nomini e degli avvenimenti.

Nella vita pubblica la detrazione delle altrui benemerenze a beneficiò di un idolo convenzionale, è nna iniquità partigiana ed una pessima educazione popolare, mentre nella scienza storica è nna bambineria rassomigliante a quella degli scolaretti, che entusiasmati o intontiti ai primi cujus del maestro proclamano con intima effervescenza non esistere in Europa una testa più quadra di quella insuperabile incarnazione d’ogni scibile umano, che loro insegna i latinetti.

Io invece nella mia qualità di postero riconoscente, ammiro l'opera della redenzione nazionale, come una complicatissima meccanica celeste, e cerco di riconoscere tutte le forze e i congegni svariatissimi, che concorsero alla meravigliosa risultante.

(1) V. Atti della Camera dei Deputati. Tornata 3 ottobre 1849, discorso Revel, e l'opuscolo Francesco Rossi, il Canale Cavour; rivelazioni storiche di Antonio Rossi figlio di Francesco), Torino, tip. C. Favaio e Comp. 1870.

Prima d’ora enunciai e fui lieto che assennati amici accettassero il mio concetto. Non potersi meglio dagli italiani dimostrare la loro gratitudine verso i principali cooperatori del risorgimento patrio, fuorché celebrandosi Garibaldi col panegirico di Vittorio Emanuele, e Cavour con l’apoteosi di Mazzini e viceversa.

Quando io pubblicai la mia Cronaca Dai fratelli Bandiera alla dissidenza, un critico domenicale, con quella piacevolezza di aperta contraddizione, che distingue alcuni critici in Italia, mi accusò in primis di non aver detto nulla di nuovo, e poi di non aver citato le fonti del mio racconto. Era cosi facile il difendermi che lo ritenni inutile, e perciò mi astenni persino dal rispondere, come non fosse veramente necessario il dimostrare, mediante documenti inediti, che nel 1837 si era fatta la spedizione di Sapri e nel 1859 la guerra del... cinquantanove. D’altra parte avrei dovuto infinitamente rallegrarmi, se davvero fossero state già universalmente diffuse le considerazioni e le convinzioni di sentimento patriottico ed imparziale. Ma ne facevano fortemente dubitare le commemorazioni e le pubblicazioni di quello stesso anno. in cui da taluno pare va non si potesse esaltare meglio Garibaldi fuorché ripetendo la stolta calunnia che Cavour ne avesse voluto attraversare la più bell'opera, né si potesse celebrare Cavour, fuorché dicendo corna di Mazzini, né render giustizia a Mazzini, fuorché mettendo in giro nuovamente la frottola, che prima del 1859 non vi fossero unitarii, eccetto lui. Anzi quest’eresia era stata sballata con sicumera veramente professorale da un pezzo grosso, professore di chincaglierie erudite, il quale aveva cosi dimostrato la più cara ignoranza delle varie edizioni del Rinnovamento di Gioberti, il cui proemio porta la data di Parigi, ai 16 ottobre 1851. — Rinnovamento. il cui programma si può dire sia stato copiato in azione, ossia precisamente eseguito nella formazione dell'attuale libero Regno d Italia con Roma capitale e leggi delle guarentigie annesse.

Per tutto ciò non mi parve allora né mai e non mi pare tuttavia superfluo di cogliere tutte le occasioni per dire qualche verità imparzialmente patriottica. E mi sembra buona ad hoc l’occasione della presente prefazione. Paolo Ferrari tradusse rettamente per epigrafe alla prefazione di Una poltrona storica: à quelque chose malheur est bon.; a qualche cosa può servire anche una prefazione».

Quindi non aspettatevi che io mi metta a lustrare eccessivamente i miei illustri protagonisti; piuttosto mi propongo di casellarli al posto che occuparono nel risorgimento italiano e che devono tenere nella nostra riconoscenza storica.

Massimo d’Azeglio, maggiore generale politico, e Diomede Pantaleoni, che in parecchie campagne gli fece da primo aiutante di campo, appartennero a quella categoria di patrioti, coll’opera esclusiva dei quali non si sarebbe compita e in molti punti non si sarebbe neppure intrapresa la rivoluzione italiana, ma senza i quali essa non sarebbe stata rispettata, non sarebbe attecchita e non si sarebbe consolidata.

*

**

Massimo d’Azeglio era un originale; affrettiamoci a dirlo, un buono e non un cattivo originale. Sentii Carlo Boncompagni nelle lezioni orali sulla tradizione liberale piemontese che premise al suo corso di diritto costituzionale nell’Università di Torino, chiamarlo un artista. Non basta. Massimo d’Azeglio fu un vero originale. Si fece artista, perché di carattere originale, e non divenne originale perché facesse l’artista.

La caratteristica degli originali è di pensare con la propria testa e di agire con i proprii umori; perciò di fare le cose diversamente dagli altri. anzi di brontolare volontieri contro ai detti e fatti altrui; insomma fare il Bastian contrario come dicono i piemontesi, il tutto-biasima, come dicono i cruschevoli, aver lo spirito di contraddizione che l’Azeglio a torto rinnegava, ossia erigere nel proprio animo ad instituzione permanente l’opposizione sistematica, come dicono gli articoli di fondo.

E siccome nelle epoche di convenzionalismi decrepiti, i più e i maggiorenti si trovano nel falso, cosi in tali epoche gli originali si trovano quasi sempre nel vero.

Quindi quanto più i tempi furono cattivi, tanto più si può dire che le benemerenze dell’Azeglio siano state eccellenti. È facile il dimostrarlo.

Egli esercitò sovranamente la franchezza in fatti e in detti. La lingua gli stava bine in bocca; la penna lo serviva ancora meglio.

E quantunque egli abbia lasciati i volumi dei suoi Ricordi interrotti dalla morte, essi si trovano a meraviglia continuai e completati dai numerosi epistolarii, che si intrapresero a pubblicare di lui, come a dire: il florilegio di lettere inserite negli Scritti postumi (1), le lettere alla moglie Luisa Blondel, al fratello Roberto, al genero Matteo Ricci, al nipote Emanuele, all’amicone Giuseppe Torelli, a Eugène Rendu, a Carlo di Persano, a Tommaso Tommasoni, al duca Sforza Cesarini e al generale La Marmora; non che quelle sparse nei carteggi già editi del Giusti, del Capponi, del Manzoni e del Panizzi, nel pregevole incunabulo dei Predari, nella preziosa commemorazione del Cibrario fatta dall’Odorici, non che in almanacchi, in riviste, in giornali, ecc. ecc. (2).

(1) Il vol. Scritti Postumi di d'Azeglio, a cura di Matteo Ricci, (Firenze, G. Barbera edit., 1871), contiene una scelta di lettere azegliane dirette alla figlia Alessandrina, alla marchesa Antonietta Beccaria Curioni, à monsieur Joseph Grassis, alla signora Silvia Ferrucci nata Brighenti, al sig. Filippo Garello, alla marchesa Marianna Trivulzio-Rinuccini, al conte Federigo Sclopis, alla contessa lsahella Sclopis, al conte Augusto De' Gori Pannilini, al sig. D. Vito Beltrani, al conte Francesco Arese, al marchese Carlo Stefanoni, al generale Cristoforo Ferretti, al conte Alessandro Spada, al comm. Cristoforo Negri, al sig. Federico Dogliotti, al conte Cesare Della Chiesa di Benevello, a madamigella Sofia Devecchi, à monsieur Emile de la Rue, al dott. Diomede Pantaleoni, al sig. Stefano Paretti, al comm. Michelangelo Castelli, al comm. Marco Minghetti, a mademoiselle Elisabeth Minto, alla contessa Elisabetta Gabardi nata Rossi, al cav. Pasquale De Vecchi, e al signor Gasparo Barbera.

(2) V. i seguenti volumi:

I. Lettere di d'Azeglio a sua moglie Luisa Blondel per cura di Giulio Carcano, (seconda ediz., Milano, 1871, stabilimento dei fratelli Richiedei, Redaelli e P. Carrara editori).

II. Lettere di d'Azeglio al fratello Roberto con cenni biografici di Roberto d'Azeglio per G. Biaano. (Milano, Carrara ed. 1872).

III. Lettere inedite di d'Azeglio a suo genero Matteo Ricci, pubblicate e annotate da Camillo Tommasi. (Milano, P. Carrara ed., 187!).

IV. Lettere inedite di d'Azeglio al marchese Emanuele d'Azeglio, documentate a cura di Nicomede Bianchi. (Torino, Roux e Favale ed., 1883).

V. Lettere di d’Azeglio a Giuseppe Torelli, con frammenti di questo in continuazione dei «Miei Ricordi», pubblicate per cura di Cesare Paoli. (Terza ediz., Milano. P. Carrara ed., 1877).

VI. L'Italie de 1847 à 1865 — Correspondance politique de d'Azeglio accompagnée d'une introduction et de notes par Eugène R c. noü. (2? éd. Paris, Didier et C. édit., 1867).

VII. Lettere di M. d'Azeglio a Carlo di Persano nel decorso di diciannove anni. (Torino, 1878, tip. ed. G. Candeletti).

VIII. Lettere inedite di M. d'Azeglio e F. Gualterio a Tommaso Tommasoni con una monografia e con avvertenze e note d. Gustavo Tommasom. (Roma, Forzani e C, tip. Del Senato, 1881).

Inoltre abbiamo le sue note diplomatiche (1).

Aggiungasi la raccolta dei suoi scritti politici, incominciata, mentre era nel più bel fiore la vita politica di lui (2).

Aggiungiamo ancora le pubblicazioni famigliari, che illustrano l’ambiente azegliano, le commemorazioni fatte e i profili designati dai suoi intimi (3). E possiamo dire, che se vi fu palazzo di cristallo, dove siasi esposta una carriera politica e chiamato lo stesso pubblico a farvi da giuri, questo è il caso di Massimo d’Azeglio.

Vediamo adunque, concentrando la forza visiva in una lente nitida, vediamo in tutta la sua limpidezza, l'originalità patriottica di Massimo d’Azeglio.

 Poiché nella scienza biografica moderna è indispensabile tener conto dell’atavismo e dell’ambiente, ricordiamo che egli nacque a Torino il 24 ottobre 1798 da una famiglia austera e bizzarra della ferrea nobiltà piemontese: i Tapparelli d’Azeglio e di Lagnasco.

IX. Scritti postumi di M. d'Azeglio, lettere al duca Lorenzo Sforza Ccsarini. (Roma, fip. Sociale, via Larga, n. I!. Issi, ediz. fuori di commercio).

Parecchie lettere di M. d’Azeglio ad Alfonso La Marmora vennero pubblicate dal Chiala nella Nuova Antologia dei 1871) sotto il titolo Le confidenze politiche di due uomini dabbene. Si trovano pure lettere azegliano nei seguenti volumi: Epistolario di Giuseppe Giusti, (Firenze, Felice Le Monnier, 1859. — Lettere di Alessandro Manzoni, raccolte e annotate da Giovanni Sforza. (Pisa, Milano, 1875). — Lettere di Gino Capponi e di altri a lui, raccolte e pubblicato da Alessandro Carraresi. (Firenze, successori Le Monnier 1882185’. — Cesare Alfieri per Domenico Berti (Roma, Voghera Carlo, Tip. di S. M., 177). — Lettere ad Antonio Panizzi. (Firenze, Barbera, 1880.

I primi vagiti della libertà italiana in Piemonte per F. Predari. (Milano, Vallardi, 1861l). — Il Conte Luigi Cibrario e i tempi suoi, memorie storiche di Federico Odorici, (Firenze, Civelli, 1872). — Il conte Cavour avanti il 1848 per Domenico Berti (Roma, Voghera Carlo, tip. di S. M., ISS1)’, — Almanacco dei Fanfulla pel 1872, ecc. ecc.

(1) Nicomede Bianchi, La politica di M. Azeglio dal 1848 al 1859; documenti in continuazione alle sue lettere al march. Emanuele d’Azeglio. (Torino, Roux e Favale, 1881).

(2) Raccolta degli scritti politici di Massimo d'Azeglio. (Torino, 1850, tip. I’orv e Dalmazzoï. — Scritti politici e letterarii di M. d'Azeglio preveduti da uno studio storico di Marco Tabarrini, 2 vol. (Firenze, G. Barbera ed. 1872).

(3) Souvenirs historiques de la marquise Constance d'Azeglio née Alfieri, tirés de sa correspondu ne ave son fils Emmanuel (Turin, Iioeca frères éditeurs, 1881). — Mostra dei dipinti di M. d'Azeglio fatta a cura dei Municipio di Torino nel Palazzo Carignano.

Catalogo preceduto da alcuni cenni riguardanti la vita e le opere dell’illustre artista, a] ri le 18 d (Torino, Eredi Botta). — Ritratti e profili di Matteo Ricci. (Firenze Mxxxxxi, 188x).

 

Egli, che senti appena il bisogno di voltarsi indietro e scrivere i Ricordi, nell'età di sessantaquattr’anni, e si chiamava aristocratico per nascita e democratico per scelta, dichiarò che fino a pochi mesi prima, quantunque nella sua scapestrata adolescenza avesse venduto due ritratti d’antenati per far baldoria, non aveva saputo nulla dei suoi maggiori, al di là di suo nonno paterno.

Solo nella mesta occasione della morte del fratello maggiore Roberto, avvenuta nel 1862, egli, dovendo svolgere carte e documenti, scopri che la sua famiglia era discesa di Bretagna con Carlo d'Angiò da un Giorgio Brenier Chapel o Capel «Dio sa come diventato Taparel», od era una famiglia guelfa preesistente a Savigliano, o tutte queste due cose insieme (1).

Certo è a consolazione degli alienisti, i quali proclamano la formola Genio e follia, certo è che «la razza Tapparelli aveva nome di non avere precisamente il cervello ove tutti riianno». Perché il nonno di Massimo era gran cultore della lingua e letteratura inglese, i suoi conoscenti... avranno detto: — Curioso il conte di Lagnasco col suo inglese! — E da ciò a concludere: — Già tutti i Tapparelli n’hanno un ramo, — la via è breve Nella magnificenza in dialetto piemontese, che l’Azeglio scrisse per stenografare il giudizio dell’alta Società torinese, quando nel 1820, egli si decise a darsi alla professione del pittore, il generale San Rouman «che ancora non si è saputo spiegare, perché Luigi XVIII abbia data la charta, mentre poteva contentarsi di rimettere i parlamenti» brontola: —Già, già, già! Taparel! Taparel! a l'an nen tuie le grumele a post (2).

Il padre di Massimo, marchese Cesare, ufficiale nel reggimento della Regina, era uno schietto e valoroso uomo dell’antico regime piemontese, per non dire un codinone. A ventiquattr’anni nel 1784, sentito predicare un frate in S. Giovanni a Torino, fece una pubblica conversione; indirizzato a maritarsi, perché i medici di casa, considerando elle era divenuto figlio unico, avevano consigliato, come si trattasse di un cavallo arabo, essere bene cuvante tosto la razza, egli, per non destare illusioni, si presenta alla fidanzata in abito trascuratissimo e con una lunga lista dei suoi difetti (3).

(1) I miei Ricordi, (4. ediz., Firenze, G. Barbera, 1869 vol. I, pag. 05. 2. 15 a 17.

(2) Ricordi. vol. I, pag. 21, 325, 329.

(3) Ricordi. vol. I. pag. 30. 37 a 39.

Combattendo fortemente l’invasione francese, col grado di tenente colonnello del reggimento Vercelli, in uno scontro sul Piccolo San Bernardo fra la Tuille e l’Ospizio, egli vide il suo reggimento fatto a pezzi ed egli stesso, spacciato poi per morto, era stato effettivamente fatto prigioniero; onde a Montbrison, poi a Feurs nel Forez, subi la più dura prigionia sotto il Terrore. La sua fedele ordinanza, un Giovanni Drovetti, montanaro della valle di Lanzo, non aveva voluto staccarsi da lui. Più eroico di Provenzan Salvani, accattava pel padrone commestibili nei giorni di fame, che erano ordinari, poiché la razione ufficiale era di un soldo caduno; onde il padrone lo gratificò del classico epiteto di Pilade; e Massimo, Plutarco moderno, institui per lui un bellissimo parallelo con Alessandro Magno, dando il disopra al Pilade delle valli di Lanzo, come diede giustamente il disopra a Ienner nel parallelo instituito fra l'inventore del vaccino «che ha salvato dalla morte Dio sa quanti milioni d’uomini ed asciugate le lagrime dei loro parenti» e Napoleone I, che «lia fatto morire per soddisfarsi un milione d’uomini e spezzato il cuore di tanti padri e madri «(1).

Dopo l’armistizio di Cherasco del 21 aprile 1796 e dopo la triste pace del 15 maggio, era stato dato il permesso al marchese Cesare di rimpatriare con la menzione onorevole della louable délicatesse du citoyen Azeglio en refusant sa liberté sous la condition de ne qilus ftorter les armes contre les ennemis de son souverain (2).

La consorte del marchese Cesare d’Azeglio era degna di tauto marito; fu di quelle forti e soavi madri piemontesi, delle quali lo spccimen più completo è riflesso nella corrispondenza della marchesa Costanza d’Azeglio Alfieri col figlio Emanuele. Una bisavola di quest’ultimo, una Alfieri — San Marzano, già s cri ve va al rampollo Carlo, che entrava nell’esercito: le véritable honneur consiste à bien faire ce que l'on doit (3).

Nei Souvenirs historiques de la marquise Constance, cognata di Massimo, si ha veramente un ampio e prezioso documento di

(1) Ricordi vol. I, pag. 12, 18, 61, 155.

(2) Ricordi, vol. I, pag. 1.

quella sezione d’aristocrazia, che fu in parte cagione della egemonia piemontese nel risorgimento italiano. Se ne colgono i principali caratteri, che furono: nna elevatezza ingenua e gennina, nu largo buon senso di giustizia, nna distinzione arguta, prudente patriottismo prima degli avvenimenti, e durante gli avvenimenti fiamme sincere, e sopratutto uno spirito di carità cristiana commovente.

La madre di Massimo, la cui anima ritratta dal figlio, si potrebbe paragonare ad un tronco di quercia con foglie di pudica mimosa, fu Cristina figlia del marchese Morozzo di Bianzè, e nipote di monsignor Morozzo, che fu poi cardinale e vescovo di Novara. Questi era stato padrino del futuro autore di Ettore Fieramosca (1).

Quando, sloggiata la monarchia sabauda da Torino, il Piemonte era stato riunito definitivamente alla Francia, dopo la battaglia di Marengo, il marchese Cesare d’Azeglio, che si era offerto due volte ostaggio pel suo re confinato nell’isola di Sardegna, deliberò di andare in esiglio a Firenze (2).

Quivi si può dire che il piccolo Massimo ricevette l’innesto di Italianità dall'allobrogo feroce Vittorio Alfieri. Di lui ben disse lo scrittore dei Ricordi, che «il primo e maggior merito fu di aver scoperta l’Italia come Colombo l’America ed iniziata l’idea d’Italia nazione fu di aver trovata Metastasiana l’Italia e di averla lasciata Alfieriana» (3).

L’italianità tirannicida dell’Alfieri era avvalorata dall'educazione spartana, che davasi in famiglia.

Se i bimbi tardavano a venire in tavola, il babbo ne faceva esporre le scodelle alla neve.

Un giorno che Massimo in una passeggiata cadde rompendosi una delle due ossa dell’antibraccio, il padre, pur pieno di sollecitudine, dopo avergli racconciò il bracciò al collo, gli raccomandò di non mostrare di aver male davanti la marama per non rimescolarla.

La mamma, un giorno che il birichino alle Cascine aveva alzata la piccola canna contra un servitore, lo fece mettere

(1) Ricordi, vol. I. pag. 65; vol. II. pag. 208.

(1) Ricordi. vol. I. pag. 75.

(1) Ricordi, vol. I. pag. 88 e 257.

in ginocchio e domandare in pubblico perdono a Giacolin (1).

La rigidezza della educazione domestica e lo sfasciume della vita pubblica producevano naturali dissonanze.

Ritornata la famiglia in Piemonte, Massimo non solo negò il rispetto al simulacro della Madonna nera d’Oropa, ma fini col picchiare il reverendo suo precettore, prete fanatico, incorrendo nella scomunica: si quis, suadente diabolo, violentas manus in clericum vel monacuni iniecerit, anathema fit (2).

Intanto era caduto Napoleone, e il marchese Cesare d’Azeglio lu spedito dal reduce re Vittorio Emanuele I a congratularsi col Papa ritornato a Roma.

Per non lasciare un demonietto di quella posta a far disperare la mamma. il babbo trasse alla città eterna eziandio Massimo insieme con l’altro figlio Prospero destinato a rendersi gesuita.

Cosi il picchiatore del reverendo ajo D. Andreis divenne attaché di una ambasciata alla Santa Sede. Qnivi ebbero cagione di scandalezzarsi non solo il figlio sbarazzino, ma altresì il grave papa cattolico puritano, il quale pertanto raccomandò un prudente silenzio su quegli abusi che erano visibili anche agli orbi.

A questo punto dei Ricordi, Massimo nota di suo padre (3):

«Egli certamente si affiggeva....; ma si confortava appoggiandosi all’idea del giudeo Abmam del Deccamerone; la miglior prova della verità della religione, quale la professa Roma, s tare appunto nel trovarsi in tali mani, eppur durare.

«Ragione che sussiste fino un certo punto, poiché se Boccaccio avesse avuto pazienza d’aspettare una quarantina d’anni, avrebbe imparato da Giovanni lluss pel primo e da Lutero e compagnia in seguito, che in certe mani le cose durano si, ma durano finché si strappano”.

Di ritorno dalla missione pontificia, il giovinetto si trovò fatto a sedici anni sottotenente di Piemonte Reale cavalleria, e quantunque l'elmo gli luccicasse persino in sogno, egli non tardò a disgustarsi della palese ingiustizia, per cui si davano gradi ai lattonzoli

(1) Ricordi, vol. I. pag. 101 o 106.

(2) Ricordi, vol. I. pag. 128, 177 e 178.

(3) Ricordi, vol. I. pag. 181 e 201.

alle mummie, e si facevano retrocedere di posizione i veri militari di Napoleone I.

Quello spettacolo di privilegi spudorati lo stomacò tanto, die cosi ebbe a confessare il suo stato d’animo d’allora: «non solo odiavo la nobiltà, ma mi disperavo d’esser nobile io, e quando era possibile, lo nascondevo. Un giorno a Fossano mi feci passare per figlio di Moussu Arajn fattore nostro a Lagnasco ed ero beato. Solo più tardi l’Azeglio ebbe a constatare, che anche parecchi altri individui senza essere nati nobili si divertivano a fare i prepotenti, purché ne avessero agio; onde conchiuse: «vivendo ho imparato che il vizio del soverchiare è attaccato alla umanità (e non alla sola nobiltà); e che l'uomo, quando ha il coltello pel manico senza nessuno che glielo contrasti e lo tenga in cervello, se ne serve per mettersi il suo pari sotto i piedi, e farlo diventar dispari. La conseguenza di ciò è che nessuno, in un Governo ben regolato, dev’essere irresponsabile: né individui, né classi; quindi non privilegi; quindi eguaglianza perfetta davanti alle leggi (1).

Intanto per togliersi di bocca l’amaro dei privilegi aristocratici, egli prese il brutto dirizzone di incanagliarsi. ma non tardò ad accorgersi, come il diversivo da lui scelto fosse riprovevole.

Il matematico Bidone, uomo, il cui buon cuore e la cui mente retta erano una geometria solida, fece da Mentore al giovinetto, che con una volontà alfieriana si sottrasse al vizio per darsi allo studio e al lavoro.

L’indirizzo. che gli dava Bidone, era il seguente: Cerchi il vero e trovato che l’abbia, lo dica apertamente e liberamente. — Ben inteso, vi sono riguardi e forme anche nella sincerità più compléta. — E sopratutto, aggiungeva, non mai misurare timidamente le parole dall’uditorio, non star a pensare se la sua opinione piace o non piace» (2).

La ginnastica del sacrifizio e la smania dell’arte libera e franca per l’applicazione del vero ammalarono il neofita, che per svago di convalescenza ottenne di essere ricondotto a

(1) Ricurvi vol. I. cap. XI.

(2) Ricordi vol. I. pag. 251.

Roma dalla mamma col fratello Enrico, tempra di nobile mestizia, che dovea presto soccombere alle disgrazie fisiche.

Fecero una punta a Napoli, dove il cav. Massimo conobbe per la prima volta un giovane di Macerata, che si occupava di musica e di disegno ancor esso, il marchese Domenico Ricci.

«Da Napoli in poi, narrano i Ricordi (1), non ci incontrammo mai più, né mai più seppi che cosa fosse di lui; fino ad un giorno del 1852, nel quale mi venne a domandare la mano di mia figlia Alessandrina per suo figlio Matteo, parentado che fu felicemente concluso».

A Napoli ritrovò pure segretario di Legazione un suo amico di infanzia, il conte Clemente Solaro Della Margherita, che doveva esser poi per sedici anni il ministro assolutista di Carlo Alberto, e l’oratore dell’estrema Destra nella Camera dei Deputati al Parlamento subalpino.

Il contino La Margherita allora scriveva poesie e tragedie.

Eravi con lui a Napoli un altro sardo, il marchese Amat di San Filippo, che di venne poi cardinale di Santa Madre Chiesa.

D’Azeglio smaniava sopratutto per l'arte pittorica; e ne fece ammirare i primi saggi al padre, che andò a raggiungere la famiglia, mentre villeggiava a Castel Gandolfo.

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Quivi pigliavano pure il fresco alcuni inglesi; ed era dinnanzi a loro che il pittorello già disperato di esser nobile, si vergognava pure d’essere italiano. Sentiamone da lui stesso la confessione:

«Un giorno, mi ricordo, miss Nuiglit mi parlava di patria. Io le risposi col fiele nel cuore: l'hanno forse gli italiani?»

«Non posso dire quai rossore sentissi dello stato politico dell'Italia d’allora. Mi pareva essere io il colpevole, averne scolpita in fronte la vergogna; mi pareva che tutte le parole vi alludessero, che tutti gli sguardi si fissassero in me.»

«Il freddo contegno degli inglesi, l'indifferenza che i più mostravano, com’era in regola, a un giovane inconcludente par mio, il tranquillo e sicuro orgoglio, che sta loro in fronte, mi parevano

(1) Ricordi vol. I, pag. 261.

tutte cose inventate apposta per me, per mortificarmi, per farmi sentire la mia inferiorità, per farmi capire che quando una nazione è da secoli di chi se la prende, quando essa permette che dai quattro venti ci venga chi vuole a rifarvisi, come i cacciatori vanno in certe regioni perché c’è molta selvaggina, allora chi appartiene a una nazione simile può essere tollerato fra gli stranieri, ma trovarsi alla pari con loro, questo no» (1).

E più in là: «Non sentivo più l’urgente bisogno di ammazzare un tirannoMa sempre più m’invadeva il desiderio, che la mia nazione fosse padrona di sé, come sempre più sentivo l’oltraggio della nostra umiliazione. Il contegno dei forestieri in Roma, coi Romani di ogni classe, nelle società, nelle feste pubbliche in ispecie, come le cappelle papali, le funzioni della settimana santa, quella loro superba sicurtà nel voler dominare, nel disubbidire e svillaneggiare gli ufficiali o soldati incaricati di mantenere l'ordine in quelle pompe, mi mettevano in cuore una stizza indicibile. Gli inglesi erano i più soverchiatori di tutti. Pur troppo, in difetto di altre industrie, l’Italia da Firenze in giù, ha esercitato quella del locandiere! Ma se il cuore mi faceva odiare il giogo straniero, l’intelletto non mi indicava nessun mezzo per ispezzarlo. Anche sui vent’anni, capivo già che i reggimenti austriaci non si mandavano oltr’alpe colle vendite dei carbonari e molto meno coi loro pugnali. Erano ancora lontani i tempi nei quali doveva apparirmi la possibilità di una soluzione a questo gran problema.

Allora invece le ombre di Villa Borghese, come tanti altri luoghi, furono le confidenti delle mie tristezze, delle mie lacrime talvolta, per le nostre onte, che giudicavo sempiterne» (2).

Con tutto questo spirito di liberalismo italiano in corpo, figuriamoci, come rimase, allorché nella primavera del 1820, ritornando con la famiglia a Torino, dovette accompagnare il papà nella visita al Duca di Modena! Invano egli si era scusato, perché non aveva l’uniforme. Il Duca fu troppo gentile di riceverlo come si trovava.

Massimo si rimpattò con le sue elucubrazioni patriottiche

(1) Ricordi vol. I. pag. 270 e 271.

(2) Ricordi, vol. I. pag. 283 e 288.

visitando l'Arzanà de’ Viniziani. Lasciamolo riparlar lui: lasciamogli ripetere:

«Oh come mi vergognavo d’essere italiano! come smaniavo d’aver un giorno occasione non dico di battere (mi contentavo anche di essere battuto) i Tedeschi! Ma nel 1820 in maggio come era probabile?» (1).

La probabilità gli sarebbe parsa maggiore, se egli si fosse accontato con coloro, che allora congiuravano per la libertà italiana. L’attività impressa negli italiani dal periodo napoleonico male poteva rimanere schiacciata sotto il cadavere dell’antico regime buttatogli sopra.

A Torino stesso ricordò il D’Azeglio la società era in quello stato d’inquietudine smaniosa, che provano gli ammalati alla vigilia di nna espulsione.

«Il ventuno o meglio la famosa costituzione di Spagna stava pelle pelle per apparire. Io ero parente, o conoscente almeno della maggior parte dei menatori, e molti frequentavano mia cognata.

«Ma non ero di nessuna combriccola, non ero carbonaro, non ero di quei muratori.... liberi.... Bisogna dire che la mia fisionomia non ispirasse fiducia come cospiratore, settario e simili: mai e poi mai m’è stata fatta la proposizione di entrare in società segrete, e perciò non ci sono entrato.

«Non ho il coraggio di affermare che per giudizio precoce me ne sia astenuto, poiché a diciotto o venti anni si va a fortuna e non a criterio» (2).

Fatto sta ed è, che mentre gli altri covavano la espulsione politica e la rivoluzione militare, egli fece nna espulsione artistica, e deliberò di ritornare a Roma a fare il pittore.

Meno male che nella deliberazione c'entrava un’aspirazione democratica.

 Allora il cavaliere Massimo d'Azeglio che lasciava il sito posto in Piemonte Reale o nelle Guardie, per andare a Roma a fare il pittore.... queste 21 parole accozzate insieme in un solo periodo, esprimevano per la nostra società il ritorno del mondo nel caos e l'abominazione della desolazione (3).

(1) Ricordi, vol. I, pag. 308.

(2) Ricordi, vol, I, pag. 209.

(3) Ricordi, vol. I. pag. 325.

D’Azeglio ci pigliava gusto di quella desolazione. Mi divertiva, egli dice, l’idea di far arrotare un tantino molti parenti e persone della mia classe che n'avevano seccato in più modi, rendendoli zii o cugini, o amici almeno. d’un nobil uomo, che si faceva pagare le sue pennellate.

«Se mi pagano onde farmi battere i quarti sulla sella, dicevo io, oh! perché non mi avranno a pagare per farmi dipingere un quadro? Se non è vergogna il comprare, come sarà vergogna il vendere? La rivoluzione francese del marzo 1821 sorprese Massimo d’Azeglio a pittoreggiare a Roma. Invano l’amico Bidone lo chiamava a Torino, perché si adoperasse in quelle mutazioni. Il padre lo tratteneva con tre lettere appostate a Roma, a Firenze e a Genova come triplice argine. Parimenti invano Massimo si offerse al cav. Micheroux, ministro di Napoli presso il Papa, domandandogli di servire nell'esercito. La tepida offerta ebbe fredda accoglienza. In quella rivoluzione, mentre il padre stava coi vecchioni, che si erano fatti mettere in sella per difendere il re Vittorio Emanuele I, e il fratello Roberto ufficiale di cavalleria e aiutante di campo del principe di Carignano si comprometteva indirettamente coi rivoltosi tanto che poscia si trovò costretto a cambia l’aria in Svizzera e in Francia, — Massimo non ebbe altra parte, fuorché quella di brontolarvi contro eziandio da vecchio.

«Anche a ventidue anni, egli assicurò nei Ricordi (1), già capivo che colla Santa Alleanza nel più bel flore, voler senza, forze, senza alleanze, proclamare per sorpresa la costituzione di Spagna in uno Stato italiano, era nient’altro che farsi il provveditore del patibolo.»

Perciò egli mostrava una sempre maggiore ripugnanza alle Società segrete. «Si ebbe, egli giudica, un nuovo esempio del buon servizio che rendono le sette: presentarvi la fantasmagoria di un mondo che non esiste. e quindi gettarvi nell’impossibile» (2).

«Il mondo non si commuove colle società segrete, nia colle società pubbliche» (3).

(1) Ricordi, vol. I. pag. 2.

(2) Ricordi, vol. I. pag. 212.

(3) Ricordi, vol. I. pag. 311.

Egli ci fa grazia del motto del Foscolo, che per fare l'Italia bisogna disfare le sêtte, motto contraddetto dal Bovio in Uomini e tempi non senza ragione.

Imperocché, in mancanza d’altro, nei tempi, in cui non è possibile una espansione pubblica, le sêtte possono servire a raccogliere, coagulare, custodire e trapiantare il fermento, il lievito, il seme delle idee; sebbene poi il seme a nulla vale se non trova il terreno acconciò.

D’Azeglio preferiva la resistenza passiva: proclamava che: «il diritto vien reso veramente immortale non dalla forza attiva, bensì dalla passiva (1).

Sopratutto a Massimo spiaceva la forma della rivoluzione del 1821. Il modo ancor lo offende. «La forma del 21, egli grida, lu d’una rivoluzione militare, che di tutte è la più brutta, la più corruttrice, la più dannosa per cattivi esempi ed interminabili conseguenze. S’io non stimo e non amo un sistema, non lo servo; se ho accettato servirlo mentre lo amavo e stimavo, e se poi a ragione o a torto mi sono mutato, lasciò di servirlo. Ma violare la fede data mai? (2).

Gli è vero che D’Azeglio ammette per i rivoluzionari del 21 la circostanza attenuante di una allucinazione patriottica. Ma non è meno esatto che il suo giudizio ci lascia freddi e inerti in paragone della febbre leonina, che ancora ci innonda e ci scuote, leggendo le memorie di coloro, che parteciparono a quella rivoluzione, e singolarmente il giornale del Santa Rosa.

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Appare certamente più grandioso del raziocinio Azegliano il quadro della fermentazione patriottica, che succede nel giovanetto Mazzini alla vista dei rivoluzionari piemontesi, che vinti partono dicendo: serbatevi a migliori destini. La colletta che si fa pei proscritti d’Italia, e la mamma che versa nel fazzoletto del barbuto capitano Ricci alcune monete, sono per Mazzini una iniziazione operosa di culto nazionale.

(1) Ricordi, vol. I. pag. 170.

(2) Ricordi, vol. I. pag. 312.

«Quel giorno (una domenica dell’aprile 1821), narra lo stesso profeta (1), fu il primo, in cui si affacciasse confusamente all’anima mia, non dirò un pensiero di Patria e di Libertà, ma un pensiero che si poteva e quindi si doveva lottare per la libertà della patria

L’anima di lui era già stata preparata dalle aspirazioni ingenite alla libertà, dalle abitudini democratiche dei genitori, che trattavano egualmente «col patrizio e col popolano e nell’individuo non cercavano se non l'uomo e l'onesto era stata preparata dai ricordi famigliari delle guerre repubblicane francesi, dalle traduzioni di Livio e di Tacito e dalla lettura di una Cronica girondina. «Ma l’idea, egli dice, che v’era un guasto nel mio paese, contro il quale bisognava lottare, l’idea che in quella lotta io avrei potuto fare la mia parte, non mi balenò che in quel giorno per non lasciarmi più mai.

L’immagine di quei proscritti, egli prosegue, mi seguiva ovunque nelle mie giornate, mi si affacciava tra i sogni. Avrei dato non so che per seguirli. Cercai raccoglierne nomi e fatti. Studiai, come meglio potei, la storia del tentativo generoso e le cagioni della sua disfatta. Erano stati traditi, abbandonati da chi aveva giurato concentrare i loro sforzi all’intento; il nuovo re aveva invocato gli austriaci; parte delle milizie piemontesi li aveva preceduti in Novara; i capi del moto si erano lasciati attendere dal primo scontro e non avevano tentato resistere. Tutte queste nozioni che io andava acquistando sommavano a farmi pensare: potevano dunque, se ciascuno avesse fatto il debito suo, vincere; perché non si ritenterebbe? quest’idea si impossessava più sempre di me, e l’impossibilità di intravvedere per quali vie si potesse tentare di tradurla in fatti m’anneriva l’anima. Sui banchi dell’Università;... di mezzo alla irrequieta tumultuante vita degli studenti, io era cupo, assorto, come invecchiato anzi tratto. ili diedi fanciullescamente a vestir sempre di nero; mi pareva di portare il lutto della mia patria. L’Ortis che mi capitò allora fra le mani mi infanatichi: lo imparai a memoria. La cosa andò tanto oltre che la povera mia madre temeva di un suicidio» (2).

(2) Scritti editi e inediti di Giuseppe Mazzini (Milano, G. Danilli. 1861, vol. I. pag. 11).

(2) Mazzini, vol. citato, pag. 15 e 16.

Un rimescolio di sdegno a tanti anni di distanza noi lo proviamo ancora nel leggere la chiusa del bando che Carlo Felice mandava da Modena il 16 marzo 1821: «persuasi che gli Augusti nostri alleati (i fucili austriaci), saranno per venire prontamente con tutte le loro forze in nostro soccorso nell’unica generosa intenzione da essi sempre manifestata di sostenere la legittimità dei troni, la pienezza del Real Potere (Governo assoluto) e l’integrità degli Stati, speriamo di essere in breve tempo in grado di ristabilire l’ordine e la tranquillità e di premiare quelli che nelle presenti circostanze si saranno resi particolarmente meritevoli della Nostra Gracia» (1).

L'ordine e la tranquillità furono le spietate condanne delle corti statarie.

È un orrore il leggere sentenziati alla pena di morte colla forca ed alla confisca dei beni, per alcuni previo il taglio della mano destra — per tutti previa degradazione dei loro rispettivi gradi ed una pubblica emenda da farsi ai piedi del patibolo secondo la formola che verrà prescritta dal signor Relatore delle Cause, — i nomi più belli, il fiore dei gentiluomini, degli ufficiali e dei patriotti piemontesi: il conte Santorre Santa Rosa, il conte Guglielmo Moffa di Lisio, Emanuele Dal Pozzo principe della Cisterna, il marchese Carlo Asinari di San Marzano, il cavaliere Lorenzo Provana di Collegno, il conte Carlo Vittorio Morozzo di Magliano, ecc. ecc.; e nella motivazione della sentenza notare come corpo del reato i non equivoci segni del loro attaccamento al sistema costituzionale (2).

Per buona ventura il Governo di Carlo Feroce dovette contentarsi di impiccare in effigie la più parte dei condannati; ma oltre il sangue del capitano Garelli, di cui per errore l’Azeglio dice essere stata l’unica sentenza capitale eseguita (3), si verso pure quello di Giovanni Rattista Laneri, già luogotenente dei Carabinieri Reali (1).

Massimo d’Azeglio riferì approvando la considerazione di Cesare Balbo che quel movimento come il suo compagno di Napoli,

(1) Brofferio, Storia del Piemonte (Torino, Magnani, 1850), parte II, pag. 3.

(2) Vedi Pantheon dei martiri della Liberti Italiana (Torino, Al. Fontana, 1851), volume I, pag. 265; vol. II. pag. 488 e 521.

(3) Ricordi, vol. II, pag. 6, 7.

(I) Vedi Pantheon citato.

ritardò di molti anni l'emancipazione nostra? (1).

No. Non è vero. Anche se vogliamo togliere nella peggior ipotesi ogni efficacia alle società segrete per il risveglio dei popoli e vogliamo concedere ogni benemerenza alla società pubblica, io domando: presso il pubblico che può mai contendere per valore di réclame e propaganda patriottica con i grandi fatti delle rivoluzioni e con i martirii che ne conseguono? I fatti (massime quelli grandi) sono maschi, le parole femmine.

Ancora adesso esercitano un effetto nella nostra immaginazione e nel nostro cuore le memorie di quel tragico patriottismo: — quei veliti di Minerva, quei sublimi maestri perfetti, quel Santa Rosa condottiero, che componeva salmi di libertà come un profeta biblico, quell'Amleto italico del Principe di Carignano ravvolto nella bandiera tricolore é messo fra l’incudine e il martello della fede data ai costituzionali e del giuramento prestato al Sovrano assoluto! Con molta lealtà una scrittrice repubblicana, la vedova di Alberto Mario giudicò immeritati i giambi avventati dal Berchet e dal Giusti contra Carlo Alberto. Infatti egli nel proclamare la costituzione di Spagna aveva conchiuso: giuro altresì di essere fedele al re Carlo Felice: — e avuta da costui Tamara disdetta, avverti i cospiratori, che non poteva più esserne il capo; e non fece delazioni (2).

Che vi fosse d’uopo di forti impressioni per scuotere l'ignavia delle moltitudini d’allora, le quali fecero la burletta dei martiri costituzionali, chiamandoli costipati, lo scrisse in confidenza un moderato eminente, Gino Capponi, il 26 aprile 1821 da Firenze al conte Federico Confalonieri a Milano: l’opinione sola, i cosi detti lumi, e tutte le idee speculative, non montano a nulla, ove manchi l'animo, la virtù; 0 in mancanza di questa (che manca, credo io, da per tutto nel mondo) degli interessi forti ed universali generati da patimenti presenti e da speranze...Ora mi pare che si sia veduto chiaramente che non sono le cognizioni, quelle che ci mancano, e che s’intende abbastanza ancora in Italia quello che è buono; ma manca l'energia del volere, il petto per sostenere e più di tutto la sofferenza del patire.

(1) Ricordi, vol. I, pag. 312.

(2) Della Vita di Giuseppe Mazzini per Jessie W. Mario (Milano, Sonzogno, 1886) capitolo II, pag. 3136.

Perché senza patire, e senza morire non si può ottenere da sé un miglioramento della nostra sorte; e noi se soffriamo nell’intelletto, non soffriamo abbastanza fisicamente; e il popolo.... ha ozio beato, e tutti i doni della natura, e quel maledetto dono velenoso della tolleranza dei nostri Governi, che favoriscono tutti gli abusi, che fomentano tutti i godimenti che addormentano.... (1).

Il conte Federigo Confalonieri, vittima designata dell’Austria, annuiva al Capponi con l’ammettere la massima «che le masse e non i lumi fan le rivoluzioni.... Le rivoluzioni non son l’opera che o delle esaltate speranze o delle estreme sofferenze; quindi potrebbersi definire il risultato del generale entusiasmo del bene che si desidera, o del male che si soffre. Dunque non v’hanno rivoluzioni senza generale entusiasmo: che possono dunque dei lumi freddi, calcolati, egoisti e, proporzione data, circoscritti a pochi?.... Può l'entusiasmo eccitarsi giammai, ove nella massa è nullo l’orrore, ed abbondangli agi e la corruttrice civilizzazione?

Però il Confalonieri non «divideva l’abbattimento e la disperazione per l’avvenire.... La gran lite non è ancor decisa.... Fra pochi mesi, fra pochi anni vedremo ancora la gran causa agitata e decisa, forse a favore, forse contro, giammai inappellabilmente per noi; forse bensì pei nostri avversarii. Le leggi di Solone dichiaravano infami quei cittadini che negli avvenimenti del loro paese non prendevano parte. Quei dunque che vogliono, e devono sfuggire a questa infamia, non hanno che a star saldi al loro posto, onde nel gran giorno i buoni si trovin federati, e si riconoscan fra loro, e sien visti abbastanza da lungi, onde essere centro ai ben intenzionati: (2).

Che più? lo stesso D’Azeglio non potè negare l’efficacia dei più baldi colori a quel quadro storico di rivoluzionarii, «che essendo essi la maggior parte nobili, quindi del partito privilegiato, e mettendosi a questi rischi, col solo fine di potersi spogliare dei loro privilegi,

(1) Lettere di Gino Capponi e di altri a lui raccolte e pubblicate da Alessandro Carraresi (Firenze, Successori Le Monnier), vol. I, pag. 160.

(2) Lettere di Gino Capponi re. vol. I. pag. 109-111.

neppure trovarono appoggio valido nella folla stessa degli esclusi, pei quali si faceva la rivoluzione» (1).

Lo stesso D’Azeglio ammise che «la mano del boia che appese alle forche gli onorati nomi di quei giovani, fu impotente ad imbrattarli.... L'infamia emerge dal delitto e non dalla pena: e se v’era stato delitto nel violare il giuramento militare, le intenzioni, il carattere dei colpevoli come pure le circostanze li mettevano al riparo d’ogni idea di disonore» (2).

Premessa la più valida scusa per quegli eroici e santi felloni, che abbandonarono il servizio ad una parvenza transitoria di diritto, quale è la tirannia, per consacrarsi alla moralità eterna dell’amore evangelico, che vive nella libertà, accettiamo pienamente il fervorino del predicatore Massimo per la bandiera italiana: — Chi diamine poteva palpitare alla vista della bandiera estense di Francesco IV, della borbonica del Duchino di Parma, di quella delle Chiavi, ecc. ecc.? «Ma ora, vivaddio, che c’è la bandiera italiana, sia opera di tutti, giovani e vecchi, grandi e piccoli, di spargerne, di fondarne il culto. Sia sentimento di tutti che la bandiera rappresenta l’Italia, la patria, la libertà, l’indipendenza, la giustizia, la dignità, l’onore di ventidue milioni di concittadini, che per questo la bandiera non si abbassa, non s’ abbandona mai, e che piuttosto si muore» (3).

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«Se Massimo d’Azeglio non partecipò al moto del 1821, diamogli però lode di essersi in quel tempo democratizzato nobilmente e cosi fortificato per l’avvenire con il sacrifizio e col lavoro.

La prima volta, che egli si era recato a Roma col padre ministro, «aveva un bello ed elegante uniforme, andava a cavallo e in carrozza, e viveva alla pari con tutti i signori e principi romani, con ministri ed ambasciatori» (4).

(1) Ricordi, vol. II, pag. 8.

(2) Ricordi, vol. II, pag. 7.

(3) Ricordi, vol. II, pag. 9.

(4) Ricordi, vol. I, pag. 363.

In seguito con la pensione mensile di venticinque scudi, che gli mandava suo padre, non c’era da sguazzare. Circa quindici se ne andavano per la dozzina, casa, tavola, bucato ecc. La pigione d’uno studio ne inghiottiva altri sei; ne rimanevano due o tre per colori, modelli, vestiari, calzatura, teatro, divertimenti e minuti piaceri: (1).

Ecco come racconta di essersela cavata: «Bisogna mutar modo, pensai. Coelum novum et terram novam. Bisogna scendere tanti scalini della scala sociale finché mi trovi a livello di quel mondo, nel quale i miei suddetti scudi rappresentino un appannaggio non solo conveniente, ma invidiabile.

A questo punto sfodero una superbia da Lucifero; e senza ricordarmi che esiste la modestia, dico alla nuova generazione: cercate di imitarmi (2).

Si alzava un paio d’ore avanti giorno, per prendere lezioni da un maestro a lume di candela (3); si era fatto amico di un cavallerizzo, che gli concedeva per pochi soldi di cavalcare un’ora in un cortile (4); — a fine di vestire a miglior mercato. comperò dalla sua affitta camere, antica ballerina, lo spoglio del defunto marito, compresi certi stivali, in cui egli entrava tre volte (5); in campagna faceva egli stesso la pulizia della cavalcatura (6); viveva in una società. non solo un peu mêlée, come la chiamava egli (7), ma discretamente primitiva e brigantesca.

Ciò gli faceva certamente comodo per conoscere meglio il mondo e l’umanità. Imperocché il sor Massimo aveva per massima che da ogni compagnia, come da qualunque individuo, v’è sempre qualche frutto da raccogliere, qualche cognizione da acquistare. V’è sempre (sia pur persona volgare), una cosa qualunque che essa sa, e che voi non sapete, tutto sta a farla scaturire. L’individuo alla peggio, fosse pure un balordo, è bene di sapere come son fatti anche i balordi e come si prendono» (8).

(1) Ricordi, vol. I, pag. 363.

(2) Ricordi, vol. pag. 314.

(3) Ricordi, vol. I, pag. 365.

(4) Ricordi, vol. I, pag. 315.

(5) Ricordi, vol. I, png. 369.

(6) Scritti politici e letterarii, vol. II, pag. 182.

(7) Scritti politici e letterarii, vol. II, pag. 201.

(8) Scritti politici e letterarii, vol. II, pag. 202.

Oltre questi vantaggi pratici, affinché il pubblico non lo ammirasse troppo, egli dopo essersi esposto all'ammirazione ingenua, per far parlare tutto se stesso, spiattella con modestia le circostanze attenuante del suo sacrifizio. «Prima di tutto ventun anno, buona salute, e piena indipendenza, sfido ad esser di cattivo umore. In secondo luogo mi pare d’averle già detto che nel mio carattere un’ombra del don Quichotte c’è.

«Lui quando dormiva alla frasca, a stomaco vuoto, e se non basta colle costole indolenzite per qualche picchiata, si godeva tutto, immaginandosi d’essere proprio davvero un cavaliere errante.

«Ed anch’io, mi pareva proprio d’essere un artista sul serio, quando mi trovavo senza quattrini» (1).

Ma la lepidezza artistica, con cui egli cerco di diminuire i suoi sacrifizi, non toglieva che egli sofferisse lontano dalla famiglia ed in una relativa bolletta.

Ne sono prova alcuni tratti di lettere che egli dirigeva allora al fratello Roberto esule per i moti del 21. Gli scriveva da Roma il 24 marzo 1823: il poco d’esperienza che posso aver acquistata delle cose del mondo m’insegna a non sperare vera amicizia fuori della propria casa, quando com’è stato fra noi non vi sono mai State scissure. Sono stanco, ti giuro, di vivere come un bastardo, senza un cane che prenda interesse alle cose mie».

Il padre avere aumentata per Massimo la retta mensile a 45 scudi. E il pittore con altra lettera da Roma, del 26 gennaio 1824, ne snocciola l’applicazione in dettaglio, scrivendone allo stesso fratello esule, che non doveva neppur egli navigare in buone acque finanziarie: «Ho 45 scudi al mese e debbo incominciare dagli zolfaroli; è vero che la pittura comincia a darmi qualche bajocco; nell’estate ho messo insieme 25 luigi. che non ho spesi tutti ancora; mi servono questi per procurarmi i comodi dello studiare, modelli, colori migliori, fuoco nello studio, ecc. ecc.... i 45 scudi di papa mi arrivano ai 20 del mese, e nemmeno sempre, e ti giuro che non spreco in nulla. Il mio pranzo non arriva a 4 paoli; sto in una cameretta unica e sola ai mezzanini in piazza di Spagna; al teatro vado di rado, e poche volte pagando; sai che qui chi va nei palchi va gratis.

(1) Ricordi, vol. I, pag. 370.

Ma il servitore mi costa 9 scudi al mese, poi lo studio 6, poi colori, poi tele, modelli e tante altre minchionerie, insomma al fin del mese i soldi non ci sono più.

Ciò nondimeno egli del suo poco avrebbe fatto parte al fratello. u Se hai bisogno, in ogni modo vedrò di mandarti il superfluo; se fossi come sono io, quando fossi vestito, che avessi da mangiare e qualche comoduccio, non me la prenderei tanto calda, e direi: ognun per sè e Dio per tutti; ma avendo tu figli che devi mantenere tu, ed io avendoli in pensione in casa altrui, cosicché non aggravano la mia borsa, è naturale che potendo ti metta a parte de’ miei tesori. T’avrei mandato quel poco che potevo, ma aspetto a sentire se veramente bai bisogno, perché altrimenti non voglio levarmi i mezzi di studiare con profitto; e sono la gran cosa i quattrini! Fino la scienza procurano. E a questo proposito mi dici una gran verità, che nessuno è libero senza denari».

E soggiunge più in là: «Mamma mi disse quest’ottobre che avrebbe sommamente desiderato d’avervi, ma che voleva pregarvi prima d’aver riguardo nel far relazioni e nel trattar persone invise per opinioni; perché stando con lei avrebbe dovuto rispondere di voi altri al padre nostro che non è nei cieli» (1).

Per una diecina d’anni, — mica un giorno (2) — durò a Roma nei castelli romani quella vita artistica, sulla quale, pare non abbiano avuto ripercussione né la risurrezione della Grecia, né i moti liberali di Francia, né quelli d’Italia. Dieci anni per studiare costumi del sor Checco Tozzi e compagni, per riferirli in un tentativo di romanzo o novella inglese di costumi briganteschi, che la signora contessa Fanella Persano Bacon doveva correggere (3), per ringalluzzirne poi i lettori del Cronista dell’amicone Torelli coi Bozzetti della vita italiana, e per rifonderli finalmente nei Ricordi da nuovo Plutarco, — dieci anni non sono troppi? Anzi tutto pagine vive, di quella grande salubrità morale che proviene dal vero, come quelle dei Bozzetti e dei Ricordi, valgono ben dieci anni e più di studi di costumi.

(1) Lettere di M. d'Azeglio al fratello Roberto, pag. 3, 9.

(2) Scritti politici e letterarii, vol. II, pag. 181,

(3) Lettere di V. d'Azeglio a Carlo di Persano, pag. 4, 5. — Lettere alla moglie Luisa Blondel, pag. 214.

E poi in quel tempo Massimo d’Azeglio fece qualche cosa altro che studiar costumi; mentre la moda era di vedute dal vero, soltanto con vacche e vaccari, egli dipinse soggetti da cui non si può escludere l’intento patriottico; tanto è vero, che questo intento sollevava la muffa in corte.

Nella citata lettera del 24 marzo 1823 al fratello Roberto, annunziava: «Ho fatto un quadro, finito, son pochi giorni, della morte di Leonida; rappresenta il momento in cui cade, difeso da pochi de’ suoi superstiti, da un lato l’armata di Serse, che incalza, dall’altro le Termopili, al secondo piano il M. Oeta, ecc. ecc.: nel fondo il seno Artemisio con barche, triremi, fuochi, tende, ecc., ecc. Papa m’aveva molto tempo messo in croce perché io gli mandassi un quadro grande fatto con quanta diligenza mi fosse possibile per mandarlo o regalarlo, per dir meglio, al Re. Io, quand’è stato quasi finito, gli scrissi che l’avevo servito, dicendogli il soggetto; ebbi la risposta, ma due corrieri dopo, e diceva che, avuto il parere delle persone più rispettabili, di tutti i codini parrucconi e secca co... del paese, era stato deciso che il soggetto era troppo liberale, e elle non si poteva decentemente presentare a S. M.» (1).

La morte di Leonida, giudicata indecente alla Corte di Carlo Felice, è una di quelle particolarità, che nella storia valgono un archivio.

Nel racconto al fratello Roberto, Massimo prosegue: «Io ho pensato, dietro a qualche parola coperta della lettera, di farne dono al genitore, e se pure mi ripagherà i colori, sono contento».

È strano, come in apparente contraddizione a questa narrazione epistolare fatta non solo a memoria fresca, ma sincrona, i Ricordi vergati una quarantina d’anni dopo, riferiscano: a Raccapezzai un quadro rappresentante Leonida alle Termopili. Lo mandai a Torino, e mio padre l’offerse al re Carlo Felice, che dal canto suo mi offerse una scatola con qualche brillante.

«Com’è l’uso, la vendetti per sua memoria al più presto possibile.

«Credo che il quadro ancora viva ritirato in un angolo di qualche palazzo reale» (2).

(1) Lettere al fratello Roberto, pag. 2, 3.

(2) Ricordi, vol. II, pag. 197.

Certo è che nella mostra dei dipinti di Massimo d’Azeglio fatta a cura del Municipio di Torino nel palazzo Carignano durante l’aprile 1866, La morte di Leonida non figura va fra i dipinti azegliani depositati dal Re e dal Duca di Genova (1).

Oltre al patriottismo in pittura, l’Azeglio ingrandiva la sua anima di originalità patriottica e morale, osservando e meditando: t Grande momento della vita quello, nel quale s’osa chiedere ai sistemi, ai principii sino allora indiscussi cagione dell’essere loro! (2).

Dal suo balcone di Rocca di Papa, donde dominava l’intero Lazio, con la prospettiva della cupola di S. Pietro sorgente nel deserto, egli si domandava: a Che cosa era in fine questa Roma? Se è vera la religione della carità, perché i cristiani venerano i trionfi della violenza?» E ripensava il sangue, le lacrime, tutti i dolori, le miserie, le desolazioni colle quali la massa dell’umanità ha dovuto pagare il gusto di questa grande fantasmagoria capitolina? (3).

Egli pure sentiva la magia della Città eterna. Ma le sue predilezioni erano per la Roma repubblicana lino ai Gracchi (4). Io ammiro, egli disse, quei tempi, durante i quali domino la legge, durante i quali le più bollenti passioni, agitate dai più vitali interessi, non cercavano altr’armi né altre vittorie che un voto ne’ comizii, quando un’intera plebe logorata dalle guerre, coperta di cicatrici e jugulata ciò non ostante dalle usure de’ grandi..., si limitava a uscire dalla città e domandare i tribuni» (5).

Ma ammirare un popolo, che tiene per articolo di fede di essere lui il padrone dell’universo, e mette là più sfrenata ed implacabile cupidità nella dolcezza di vivere di limosine regolari gli sembrava la più colossale corbellatura (G).

«Se è giusto e vero, soggiungeva, il principio fondamentale delle società moderne, essere la legalità d’un Governo dipendente dalla volontà del popolo che n’ è governato se è giusto» e vero

(1) Vedi Catalogo.

(2) Ricordi, vol. II, pag. 26,

(3) Ricordi, vol. II, pag. 26.

(4) Ricordi, pag. 27, 39,

(5) Ricordi, vol. II, pag. 27, 28.

(6) Ricordi, vol. II, pag. 17, 18.

che un uomo ne vale un altro e che l'ultimo de’ sciagurati germani scannato nel circo per divertire il primo fra i romani, aveva gli stessi diritti di lui... c’è ragione, perché rimaniamo sempre in ginocchio ad occhi chiusi davanti a quel colossale monumento della prepotenza umana? (1).

Condannando le riputazioni usurpate dal privilegio e dalla violenza, Massimo si proponeva: «Noi opinione pubblica, noi moltitudine, noi amministrati, noi interessati, proviamo un po’ a non più ammirare l’autorità che ci rende infelici, e ad ammirare invece quella, che ci rende felici» (2).. (Lodiamo ed ammiriamo chi rende gli uomini felici. Condanniamo sempre e teniamo in dispregio chi invece li fa miseri e infelici ” (3).

 & 4e Non gli mancava l’opportunità di studi e raffronti: «A Roma, egli riferisce, in quei tempi la politica era lasciata dormire, ed invece da quindici a sessant’anni, uomini e donne non s’occupavano d’altro che di far all’amore» (4).

....; Ero un giorno in mezzo alla macchia, sotto i cosi detti campi d’Annibale, i quali, messi dal Senato all'incanto, mentre li occupava l’esercito cartaginese, trovarono compratori.

i Dal non voler patteggiare con Annibale al venir a patti con Gasparone (capo banda di briganti)! distanza assai lnnga, che costo a Roma un viaggio di oltre duemila anni (5).

Egli osserva nella plebe le tradizioni, non scomparse, della vita scherana (6), e nell'aristocrazia, che ottiene dal Papa l’invidiabile facoltà di non pagare i debiti (7), l’avvilimento più incrociato. Profila lo specimen strano di quella principessa, che in mezzo alle file delle carrozze e della gente riceve uno scappellotto

(1) Ricordi, vol. II, pag. 26. 27.

(2) Ricordi, vol. II, pag. 34.

(3) Ricordi, vol. II, pag. 46.

(4) Ricordi, vol. II, pag. 51.

(5) Ricordi, vol. II, pag. 56.

(6) Ricordi, vol. II, pag. 57.

(7) Ricordi. vol. II. pag. 64.

dall’adorato cocchiere montato in gelosia (1), e filosofeggia: «dalle aristocrazie operose è potuto uscire qualche bene. La francese, la nostra, la germanica ed altre nella guerra; l’inglese nell’arte dello Stato, produssero uomini e cose utili e grandi; ma dall'aristocrazia del non far niente... che cosa aspettare?... ozio, avvilimento e rovina!?.

Ma si affretta a soggiungere more solito: «Siffatto vizio non è però specialmente annesso alle aristocrazie; può trovarsi in ogni classe alla quale si concedono privilegi, che la dispensino dall’avere in sè un valore, un merito reale, ed un virtuoso scopo alla sua esistenza «(2).

Egli osserva pure le magagne della magistratura, descrivendo la carnevalata della Informazione.

«In ogni paese del mondo l’andare a raccomandare una causa ad un magistrato, può condurre ad esser messo fuori dell’usciò con malo modo; o almeno a sentirsi dar qualche risposta poco piacevole. (Fosse cosi adesso anche per i deputati!) A Roma, invece, la vigilia del giorno in cui si chiamava una causa in Pretura o in altro Tribunale,,i curiali andavano in giro a raccomandarla ai giudici, talvolta accompagnati dai clienti e questo giro si chiamava andar all’Informazione.

«Per questo si notava nel conto al cliente: una carrozza a tutta giornata: ed erano sempre certi frulloni rossi usati, avanzi di eredità palatizie» (3).

Egli nota replicatamente l'importanza che si dava all’amore in Roma, dove il marito era messo non di rado in ultima linea; e pur deplorando l’ingiuria fatta alla fede coniugale, osserva che i sacrifizi imposti all’amante, sacrifizii che giustificavano pienamente il proverbio: «cicisbei e damerini, vita da facchini» avevano il loro lato buono (4).

«L’amore, che cercando soddisfazioni, accetta però i sacrifici; che sostiene indicibili dolori per l’ineffabile felicità di un minute, è bello e nobile; ha in sé, sto per dire, qualche cosa di virtuoso, come ogni dolore volontario virilmente portato.

(1) Ricordi, vol. II, pag. 66.

(2) Ricordi, vol. II, pag. 69.

(3) Ricordi, vol. Il, pag. 132

(4) Ricordi, vol. II. pag. 133.

«L’amore, invece, al quale si vuol tolta ogni spina, che cos’è? un’ignobile decadenza morale, ed un più ignobile istinto animalesco» (1).

Anche l’Azeglio si lasciò invescare da un amore romano, e si liberò dalla rete, praticando la massima che cita due volte nei Ricordi (2):

Le bruit est pour Je fat, la plainte est pour le sot;

L’honnête homme trompé, s’éloigne et ne dit mot.

A Torino fece poi una confessione generale a se stesso; perché egli ci teneva grandemente a godere della propria stima; e ragionava giustamente: «Finché uno si vergogni soltanto degli altri, la questione si riduce tutta a saperla far franca... Vergognarsi di se stessi è il buono ed utile modo di vergognarsi» (3).

*

**

Il 29 novembre 1831 gli era morto a sessantasette anni e nove mesi il padre, fondatore di Società cattoliche, e amante convinto dell’antico regime. Perciò quel vecchio riteneva quali sfaccendati sistematici gli italomani «che sono si amanti della patria Italia, ma che aspettano sia una per servirla» (4). Però quando fossero stati concessi legittimamente gli ordini costituzionali, scriveva al figlio Roberto: «formato il nuovo sistema, ne sarò tenace mantenitore» (5).

Sopratutto era un carattere disinteressato, austero e severo, tanto che la sua memoria servi poi di modello a Alassimo per il Niccolò de'  Lapi.

In occasione della morte del padre egli ebbe «quella triste e ripugnante discussione colla Parrocchia per la tariffa che regola le minime circostanze del mortorio. Bisognò sentirsi interrogare, sentirsi enumerare i prezzi, e tanto per le campane, tanto per le candele, e per la coperta della bara semplice, e per quella colle trine d’argento... e tutto ciò coll’evidente studio di speculare

(1) Ricordi, vol. II, pag. 145.

(2) Ricordi, vol. II, pag. 303. vol. II, pag. 122.

(3) Ricordi, vol. II, pag. 131.

(4) Ricordi, vol. II, pag. 253.

(5) Ricordi, vol. II, pag. 259.

sulla noncuranza e l’arrendevolezza di chi ha in cuore ben altri pensieri, per ricavar guadagni de’ quali arrossirebbe un usuraio.

«L’onore che rendiamo alla memoria de’ nostri morti, l’amore cosi puro d’egoismo elle sentiamo ancora per loro, parte dalle libre più sensibili del nostro cuore, e nessun popolo in nessuna delle epoche conosciute si mostrò mai indifferente a tali sentimenti. E noi, cosi civili, in momenti di tanto strazio, s’ha ad avere lacerato il cuore dall'ugne di quegli uccelli di rapina? Fra le cento riforme che dovrà incontrare il culto cattolico, conti anche quella dei funerali. Essi per ora sono una sua vergogna» (1).

Seguitiamo a lasciar parlare lui, che parla cosi bene: Pall’affizione nascono i riguardi sul passato, le rivelazioni di colpe o dimenticate o ignorate, i salutari rimproveri della parte buona di noi alla parte cattiva, le risoluzioni severe, le mutazioni dolorose, ma irrevocabili...

«Che cosa avevo fatto sin allora? Avevo studiato. è vero, con bastante costanza, ero entrato per una via non biasimevole certamente; molti alla mia età avevano fatto peggio.... Ma stringiamo il pugno, alla fine avevo fatto all'amore e dipinto: avevo 32 anni. Potevo viverne altri 30 o 40; e tutto doveva finir li. Far all'amore e dipingere? Mi pareva poco e non abbastanza (2).

Avrebbe potuto aggiungere alla confessione che nell’estate del 1826 aveva anche giuocato a Napoli, aveva perduto, e si era disgustato irremissibilmente del giuoco. come sempre l'emozione fu ricca di considerandi:

«Se anche vincessi molto, mi farebbe inale il vedere il viso stravolto di chi ha perduto; e se invece restassi io senza camicia, ci avrei gusto? E per questo bel diletto ho da passare le nottate a una tavola di morte!

«Animo! subito! risoluzione immediata e taglio netto! Non si giuochi più! — e non ho più giocato.

Ma poiché si sta in discorso del gioco, egli vi ricama su un po’ di socialismo cristiano.

«A vedere su quei maledetti panni verdi oro ed argento a mucchi

(1) Ricordi, vol. II, pag. 328, 329.

(2) Ricordi, vol. II, pag. 329, 330.

rimenato col rastrello versarsi da una mano all'altra a capriccio delle carte, e la gente che attende a questa maledizione coi visi tristi, le ciglia aggrottate, in un silenzio sinistro; non un sorriso, non nno sguardo sereno, fra tanti, non l’espressione di un bel pensiero, d’un buon sentimento; e pensare quanta gente «pochi passi, torse nella casa stessa piange, e sospira inutilmente un soccorso, un'assistenza, che gli procurerebbe la minima di quelle monete.... A questo bisogna pensare; e se non si è un pezzo di legno, sarà un sano, un fecondo pensiero per chi gioca e per chi non gioca.

«Il vero socialismo, la santa legge agraria è quella del Vangelo: qitod superest date pauperibus, se no, si potrebbe risentire il grido selvaggio d'àbas les riches, et la propriété c'est le vol. Dunque chi ne ha sprechi un po’ meno e ne dia. Cosi non glie ne verranno a pigliare (1) In punto a politica e ad affari di Stato completando la confessione, Massimo poteva pur ricordare di aver pranzato col prozio cardinal Morozzo condottosi a Roma pel Conclave che diede Leone XII a successore di Pio VII nel 1823; aveva pranzato settimanalmente in casa del cardinale De Gregorio; Se quell’ottimo vecchio avesse potuto sapere che alla sua tavola sedeva l’autore futuro degli ultimi casi di Romagna!.... (2).

Il commensale cardinalizio per sollecitazione patenta aveva pure corso rischio di essere nominato gentiluomo di bocca di Carlo Felice. Cosi egli racconta l’avventura: Sollecito del mio avvenire (mio padre) credeva potesse essermi utile l’attaccarmi in qualche modo alla Corte. A vedere quanti cercano ora di farne parte, non fa meraviglia che egli allora lo credesse opportuno.

«Fatto sta che un giorno mi propose di procurarmi un posto Ii gentiluomo di bocca.

«Mi cadde il cuore in terra. Io a corte! e gentiluomo proprio di bocca (che ha non so che ufficiò sui piatti e sulle vivande) mi pareva una tal desolazione, che non mi ci potevo adattare.

«Dall'altra parte dir di no a mio padre, contraddire alle sue idee, non ne avevo il coraggio; e difatti non l’ebbi e dissi di si.

(1) Ricordi, vol. II, pag. 282-285

(2) Ricordi, vol. II, pag. 318.

Ma lo dovetti dire con tale evidenza di ripugnanza, che la cosa andò fredda, e in appresso venne dimenticata e non se ne parlò più» (1).

Egli non potè però dispensarsi dal presentare il suo quadro (la morte di Montmorency) a Carlo Felice, i cui gusti artistici, secondo il Brofferio, si restringevano alla passione pei teatri, tanto che i genovesi ebbero a battezzarlo Carolus Félix rex theatrornm. Ma» al teatro drammatico non voleva mai tragedie né lacrimose rappresentazioni. Comandava che lo divertissero; e per divertirlo bisognava farlo ridere. La farsa intitolata l'Orso e il Bascià era l’opera sua prediletta» (2). Egli si tirava in villa la celebre Compagnia Reale per farsi rappresentare I tre salami in barca.

Massimo dovette far vedere il suo quadro a quel buongustaio incoronato, il quale non aveva pensato a far preparare un cavalletto. I portatori sudavano; e l’espositore pensava: «a momenti eccoti il quadro in capo al re, ed il re che m’esce dall’altra parte come i saltatori coi cerchi di carta; (3).

Contuttociò D’Azeglio non trascurava di far servire la pittura all'intento patriottico.

*

**

Quando scelse per soggetto di un quadro la Sfida di Barletta, oltre allo sfoggio di mezzi pittorici, vi ravvisava «il gran merito, o piuttosto la condizione sine qua non di tutto quanto ha fatto di un po’ di significante, servire al pensiero italiano Lavorava all'esecuzione con ardore febbrile. «Un giorno, racconta nei citati Ricordi, stavo terminando quel gruppo di cavalli azzuffati che sta nel mezzo; e mi venne considerato, che, data la importanza del fatto, e l'opportunità di rammentarlo per mettere un po’ di foco in corpo agli Italiani, sarebbe riuscito molto meglio, e molto più efficace, raccontato, clic dipinto» (I).

(1) Ricordi, vol. II, pag. 231 e 232.

(2) Brofferio, Storia del Piemonte, parte II, pag. 81.

(3) Ricordi, vol. II, pag. 233.

(4) Ricordi, vol. II, pag. 313, 311.

Molto tempo prima il suo mentore Bidone gli aveva consigliato: scriva — «ma perché?» — Scriva — «ma con che stilc, con quai lingua?» — scriva — «Ma, dicevo io in ultimo, se non c’è, si può dire né lingua, né prosa leggibile in italiano?» — Non c’è? Se ne inventa una apposta! (1) D’Azeglio si era provato a scrivere dei versi, che il Grossi doveva cosi giudicare: «Hin propi minga bei» (2).

Aveva descritta in stile artificioso la Sacra di San Michele; ed il Manzoni doveva bocciargli i passi, coi quali egli credeva di essersi fatto maggior onore, e richiamarlo ad una maggiore semplicità di dizione (3).

Dunque nello scrivere il Fieramosca fece il proponimento: «prosa, prosa, parlare per essere capito per le vie e per le piazze, e non in Elicona!» ¥ Dopo la morte del padre, separatosi di béni, non di cuore, dal fratello Roberto, Massimo passò a stabilirsi in Lombardia, dove il dominio austriaco era per lui quasi più sopportabile, per lo meno lasciava circolare un’aria più respirabile della tirannia paesana aristocratica, gesuitica, militare e pedantesca di Torino.

A Milano infatti sotto la censura austriaca egli potè pubblicare l'Ettore Fieramosca e poi il Nicolò de’ Lapi, nella cui prefazione si legge: «Questo secondo lavoro, che anch’esso si aggira su un fatto non meno onorevole al nome italiano, promette adunque uguale indulgenza a chi s’è disposto, insin che gli durin le forze e la vita, non avere un affetto, non un pensiero che non sia dedicato alla patria Nella capitale della Lombardia sposò una figlia di Alessandro Manzoni, che lo fece padre della Rina, futura marchesa Ricci.

Mortagli la prima moglie, ne sposò una congiunta, nel 1835,

(1) Ricordi, vol. I, pag. 284.

(2) Ricordi, vol. II, pag. 287.

(3) Studio di Marco Tabarrini, premesso agli Scritti Politici e Letterarii di Massimo d'Azeglio, vol. I, pag. XVIII e 4.

a Klagenfurt (1), la signora Luisa Maumari veuve Blondel, alla quale il Giusti scrisse le sue lettere più leggiadre (2).

Il genero dell’Azeglio, Matteo Ricci, cosi la giudicava in una nota necrologica, quando «essa venne rapita, quasi improvvisamente, agli affezionati parenti e ai numerosi suoi amici il 25 di aprile 1871: fu donna saggia, colta, spiritosa, gentilissima; in gioventù, bella e desiderabile. Ma tutta cuore, tutta immaginazione, tutta flamme, seppe forse qualche volta meno di altri sottrarsi aux défauts de ses qualitàs «(3).

Il Manzoni, allorché l’Azeglio lesse a lui e al Grossi il manoscritto del Fieramosca usci sorridendo nel noto giudizio: «Strano mestiere il nostro di letterato; lo fa chi vuole dall’oggi al domani! Ecco qui Massimo, gli salta il grillo di scrivere un romanzo, ed eccolo li che non se la sbriga poi tanto male? (4).

Se ciò diede un cuore di leone al romanziere improvvisato che nel 1833 potè dar fuoco alla miccia del suo Fieramosca, tutti questi ricordi possono indurre in un lettore superficiale la convinzione, che alla fin dei conti in quei tempi Massimo d’Azeglio fosse un dilettante letterario e un pittore di professione, che vendeva i suoi quadri anche al vicerè di Casa d’Austria (5), fosse un artista che senza seccarsi lasciava correre il mondo alla sua china o tutto al più lo pigliava in burletta, e che tutta la sua fatica di martire patriottico si restringesse a corteggiare la serva del Revisore per ottenerne l'imprimatur.

Volendo sbarazzarsi dei suoi beni di Piemonte per trasportare tutti i suoi penati in Lombardia, siccome allora i nobili vivevano sotto la tutela patriarcale del Re, Massimo d’Azeglio ottenne una udienza da Carlo Alberto, per i suoi affari, dei quali ebbe però cura di non parlargli.

La visita è cosi descritta in una lettera alla moglie Luisa Blondel da Torino, 26 gennaio 1839: «Ieri alle quattro dovevo andare da quell'unico.

(1) Souvenirs historiques de la marquise Constance d'Azeglio, pag. 15.

(2) Vedine Epistolario.

(3) Scritti Postumi di Massimo d'Azeglio a cura di Matteo Ricci, pag. 198.

(4) Ricordi, vol. II, pag. 3.50.

(5) Ricordi, vol. II, p.ig. 343.

Alle tre mi son vestito, e poi mi son messo al camino, a pensar bene e quanto dovevo dire. È venuta la carrozza, e prima dell’ora fissata ero al palazzo. Ho traversato saloni e sale, in mezzo a tutta la marmaglia gallonata, procurando di non avere l'aria e l’aspetto né imbrogliato, né umile, né superbo; e mi son fermato in una sala ov'erano tre o quattro.... non so chi, che mi squadravano; e io mi scaldavo, e guardavo le pitture della volta. Credevo d’aspettare un pezzo, e che fosse lontano lui. Invece s’è aperta una porta: Passez — e me gli son trovato faccia a faccia. Riverenze. — Mille grazie d’avermi permesso di presentarmi vestito del mio. — Vous savez que nous sommes vieux amis! — Altra riverenza, e mi ha fatto sedere nel vano d’una finestra. M’ ha domandato delle cose mie, se mi ricordavo delle nostre passeggiate a cavallo, che andassi a trovarlo in villa, che la vedrei abbellita, ecc. Poi m'ha domandato di Firenze, di Parma, Modena, Roma, Napoli e Milano! e che pensavano di noi i protetti di Danker. {Gli austriaci: cosi D’Azeglio li chiamava, poco fidandosi della Posta, col fare allusione a un tale suo conoscente, che ne prendeva sempre le difese, anche quando arrestavano e bastonavano). Gli ho risposto che pensavano che nous faisions la cour à la même maîtresse, e m’è parso che l’idea risvegliata da queste parole non gli dispiacesse. Si è seguitato a parlare un pezzo dei suddetti, e del loro modo di condursi; gli ho detto che ave vano il dono di saper procurare un doux sommeil: a questo proposito, gli ho detto, che avevo ricevuto una tua lettera che mi raccontava un aneddoto curioso, e gli ho narrato quello dell’abate Giani; poi tante altre bellissime cose, che sarebbero troppo lunghe per iscritto e ti dire a voce. Dopo mezz’ora, m’ha mandato in pace, con una stretta di mano, e dicendomi: Quand vous reviendrez à Turin, venez me voir; je vous verrai toujours avec plaisir. Ed io, riverenze; e.... ho trovato l’usciò, e me ne sono tornato a casa. —» (1).

Lo spirito patriottico in Azeglio c’era sempre, ma condito di spirito di società.

Da Genova, dove aveva avuta la mamma gravemente ammalata, il 2 febbraio 1838 scriveva alla Luisa:

(1) Lettere di Massimo d'Azeglio a suo moglie Luisa Blondel, pag. 40, 41.

Ieri sono stato a far la visita che mi hai ordinato. Ho trovato mad. P...... a letto con un raffreddore. Abbiamo chiacchierato un pezzo, con la compagnia d’una sua cognata, se non isbaglio. M’ha domandato molte cose di Milano, a chi faceva la corte D......., e ho risposto che non lo sapevo; e poi si parlava che, a Milano, gli uffiziali non vanno per le case, e lei diceva che era esprit de parti; io le ho risposto che era qualche cosa di più elevato, e che doveva dirsi esprit de nationalità; poi mi ha detto che i milanesi hanno più educazione dei piemontesi, e a questo non ho risposto niente (1).

Egli eccitava l’entusiasmo patriottico eziandio nelle muse provinciali; ma ne mostrava il gradimento che appare da questo resoconto maritale diretto dal castello d’Envie, dove egli era ospite dei Guasco: «Envie, 21 settembre 1813L’ospitalità di que sto castello somiglia a quella di Sicilia, che è tutto dire: e per farti ridere, ti porterà una canzone, che un poeta di Saluzzo gentilissimo, ma che si vede deve avere un gran bon temp, ha fatto ad onore e gloria dell’umile scrivente. Ma non è niente questo. Io, com’era dovere, gli ho scritta una lettera di ringraziamento, con tutte le frasi di modestia che ho potuto trovare nella mia immaginazione, e pensavo che eravamo patta paga.

«Niente affatto. Stamattina è arrivato il maestro di musica di Saluzzo, che vien qui due volte la settimana per far musica la sera; ed i padroni di casa m’annunziano ridendo, com’era naturale, che il poeta aveva avuta un’ altra visita della sua musa, e il maestro al prodotto di questa visita aveva messo le note; e che stasera mi sarebbe stata servita una cantata, nella quale l’Italia guardando i suoi stracci, sta un po’ melanconica un momento; ma poi si consola pensando al merito esimio d’un tale che non voglio nominare; e ti lasciò considerare le ondulazioni che dovrà dare alla mia spina dorsale, tra un paio d’ore al momento della digestione! (2)

(1) Lettere di Massimo d'Azeglio a sua moglie Luisa Blondit, pag. 23.

(2) Lettere di Massimo d'Azeglio a sua moglie Luisa Blondit, pag. 26.

Misurando la febbre patriottica nei contemporanei dell’Azeglio, certo troviamo minor grado in lui, che in Mazzini, in Gioberti, in Cesare Balbo e in Carmillo Cavour.

Che linguaggio diverso, oh quanto diverso dell’Azegliano, è quello che Giuseppe Mazzini teneva col Gioberti, scrivendogli nel settembre 1834: «Ho avuto tanti rifiuti immeritati, che un di più mi darebbe un dolore, ma non nuovo — e avrei tanta gioia, invece se accettaste, s’io vi trovassi come v’avevo creduto e giudicato dal vostro scritto, e se appoggiaste anche la vostra mano a questa vostra bandiera! — dico vostra, perché ella è pur vostra — l’unica, questo mi è concesso dirlo, bandiera italiana davvero, la sola che rappresenti un concetto italiano; e mire italiane, e avvenire italiano; e quando ho scritto: Se ci credcte inetti a sorreggerla, cacciateci, ma sottentrateci; abbiate sacra la vostra bandiera, vi ho scritto coll’anima, e lo scriverei col sangue, a patto di poter rompere non le nimicizie e le invidie dei tristi, che poco importano, ma l’inerzia dei buoni; quel silenzio, che par disapprovazione e non dà consiglio; quel ritrarsi che molti fanno dall’arena italiana, quando noi vorremmo averli con noi, quando domandiamo a tutti aiuto e consiglio, e collaborazione in quell’opera santa e vasta d’una rigenerazione italiana.

«Perché non siete con noi? Perché, dopo aver salutata la bandiera della Giovane Italia, dopo aver detto: grideremo con voi Dio e il Popolo, e studieremo di propagar questo grido, venuto in Francia ci avete lasciati soli e vi siete isolato?....

«.... Agli italiani conviene insegnare l’azione anzitutto, e penserete che l’azione s’insegna coll’azione

«.... Cacciando uno sguardo all'Italia, vedrete che l’educazione voluta da voi forse non può darsi al popolo; che il popolo non può progredire, perché tutti i mezzi di progressione son tolti, vietati; che l’insurrezione per esso e per noi dev’essere un mezzo per far la rivoluzione; che, non potendo con un lento apostolato instillargli le idee e sviluppargli nell’animo i germi della legge comune, non abbiamo altra via che sommoverlo; affacciandogli la legge splendida,

brillante di bei colori e di vita, perché ei vi si cacci, spinto dalla potenza del vero più che dal lento e minuta esame; riabilitarlo insomma a un tratto col porlo in faccia della sua missione. — Poi se un tentativo non riesce, riescirà il terzo, riescirà il quarto. che monta il numero?. Scrivete un catechismo al popolo; un catechismo repubblicano, un catechismo italiano, dove la religione s’affratelli col risorgimento, dove gli si insegni che ha dei fratelli, dei diritti, dei doveri, degli stranieri in casa, dei corruttori in mezzo, una patria ed una missione».

Gioberti rispondeva al Mazzini il 25 settembre 1834, premettendo: «io soffro, e soffro assai, quando mi tocca di disdire agli ottimi, come voi siete, specialmente se si tratta di imprese forti, di partiti rischievoli ed animosi.... Non è già che le mie opinioni si accordino da ogni parte colle vostre; ma io convengo con esso voi nel più delle cose, e intorno all’oggetto principale, che sono le dottrine....

«La discordia è nella pratica. «Io al contrario porto opinione che le invasioni annate dei fuorusciti, salvo casi rarissimi e non applicabili alla odierna Italia, non possono avere buon successo e non riuscendo, i loro effetti siano ad ogni modo calamitosi.

«.... Voi dite inoltre, se vi ho bene inteso, che le mosse, ancorché sventurate, sono utili per instruire il popolo, il quale, non potendosi ormai colle parole e coi libri, si deve addottrinare colle azioni.... E fra i vantaggi osservabili da noi, derivanti da simili imprese, ha luogo quello che voi accennate, come pure quel grido di giustizia e di vendetta che si leva dal sangue innocente contro quelli che lo versarono. Nientemeno, siccome noi nel governarci dobbiam pesare i béni coi mali, e l’utile col danno, nel caso, di cui discorriamo, credo questo di gran lunga maggiore. I tentativi falliti di rivoluzione indeboliscono vieppiù e spaventano i fiacchi ed i buoni, scemano il numero dei forti, avvalorano i malvagi, scoraggiano l’universale e porgono ai principi e ai governi occasione giustificata non solo d'incrudelire, ma di restringere ed annullare al possibile quei mezzi d’istruzione che in una civiltà rozza c debole come la nostra sono pure di tanto rilievo».

Cionondimeno il Gioberti non disperava. i Disperare non ha mai potuto, e la mia fede civile, non che vacillare od illanguidire per le avversità dei tempi, va tuttavia facendosi più salda e più viva.... La mia speranza è riposta in due cose sole ugualmente essenziali, cioè il popolo e la guerra».

Pel popolo credeva utile l'apostolato del Mazzini. «A niuno l’esempio, il governo e l’esortazione di questo nobile apostolato può essere meglio affidato che a voi, poiché avete ingegno, avete cuore e quella fede ardente ed ineluttabile, che sola può conquidere gli animi di chi ascolta e di chi legge.... Penserò al catechismo che mi proponete» (1).

È parimenti un bel spettacolo di chimica patriottica l’assistere al fermento che suscita nell’anima concisa di Cesare Balbo, il Gioberti, allorché questi prende a rivolgere all’idea del riscatto nazionale le forze preesistenti e già organizzate in Italia.

Le lettere del Balbo a mozziconi di considerazioni storiche e d’entusiasmo patrio vergate come pausa alla lettura d’ogni pagina giobertiana, quella figliazione di libri, che sono battaglie, riempiono l’animo nostro di ammirazione educatrice (2).

Di non minore maraviglia si è la crescenza patriottica nella psicologia giovanile di Camillo Cavour. È storia documentata in nno dei più preziosi libri di Domenico Berti (3).

Si rileva da tale documento come «circa il fine dell'anno 1828, Cavour toise da qualche scritto o compose da sé, valendosi principalmente del libro di Santorre di Santa Rosa, un sunto dei fatti della rivoluzione piemontese del 1821, col titolo di Giornale della Rivoluzione piemontese...

«... Da questo sunto raccogliesi che il Conte di Cavour non solo ben conosceva il libro più liberale che fosse uscito sui rivolgimenti del 1821, ma partecipava col cuore alle idee italiane in quello espresse. Aggiunse pure al Sunto il brano con cui Santorre di Santa Rosa lamenta che il generale Gifflenga non si fosse tolto l’assunto che gli veniva offerto di liberare l’Italia dall’Austria,

(1) Ricordi biografici e carteggio di Vincenzo Gioberti, raccolti per cura di Giuseppe Massari (Torino, Eredi Botta, 1860-1862).

(2) Vedi cit. Carteggio, voi. ii, pag. 177, 351, ecc.

(3) Il Conte Cavour avanti il 1848, per Domenico Berti (Roma, Voghera Carlo. Tipogr. di S. M., 1880).

come Washington accolse quello di liberare l’America dalla dominazione straniera» (1).

Cosi penetrava nel rigoglio da economista di Camillo Cavour la psicologia mistica e guerriera del Santa Rosa, che nell’epopea garibaldina può trovare una figliazione d’esempio in Giuseppe Sirtori.

Santa Rosa, prima di morire eroe per la libertà, della Grecia, si proponeva nel suo esilio a Londra: «Possiamo onorare il nome italiano nella Gran Brettagna coll’interezza della vita, coll'utilità dei lavori, colla dignità dei discorsi e dei costumi, e col sopportare, anzi vincere la. povertà colla costanza e col lavoro» (2).

Sono cose che dovrebbero spremere lacrime di virile commozione dai giovani! Camillo Cavour scrive di Ventimiglia il 30 novembre 1828 al fratello Gustavo: «Come? Perché in una lettera scritta in fretta, io dimentico quelle formalità d’uso che non hanno nessun significato, poiché sono le stesse per tutti, mi si accusa di soffocare, per orgoglio filosofico, i sentimenti della natura!?... L’oblio che mi si rimprovera d’una frase non è che un pretesto, e so benissimo che si è costi inteso di alludere alle idee liberali che io non ho mai voluto sacrificare...

«Io m’ero taciuto, quando mio padre, in un accesso di collera, aveva minacciato di farmi perire di fame in America, quando mi disse che volevo farlo morire di dispiacere...

«Ma nulla può farmi mutare. Rover Collard ha dimostrato vittoriosamente non esservi diritti contro il diritto, nello stesso modo che non può esservi affezione contro affezione...

«Io morirei mille volte pel mio paese o pel bene del genere umano, se credessi di essergli veramente utile...

«Certo tutte le considerazioni personali, i vantaggi probabili nel rispetto politico e materiale, m’invitavano a militare sotto le bandiere dell’assolutismo.

«Ma un sentimento innato di dignità morale, che ho sempre conservato con cura, mi ha respinto da una via, nella quale era necessario per prima condizione disdire il proprio convincimento,

Vol. citato, pag. 75.

(1) Lettere ad Antonio Panizzi (Firenze, G. Barbera, edit, 1880), pag. 14.

non più vedere, non più credere che cogli occhi e coi lumi degli altri... (1).

Durante quel soggiorno a Ventimiglia, Cavour fu stomacato della protezione d’asilo, che la Chiesa pretendeva accordare ad un fratacchione reo d’aver assassinato il marito della sua druda (2).

L’anima veramente nobile del Conte insorgeva contro tutti gli abusi; ed egli sapeva fortificare i suoi sentimenti con la dottrina più soda o positiva; tantochè Domenico Berti, inaugurando il 14 agosto p. p. la lapide commemorativa della dimora giovanile di Cavour ad Exilles, potè dire giustamente, che nel Cavour del 1830 era giâ preparato il Cavour del 1859, del 1860 e del 1861.

Non a torto nel 1832 (3) il conte rivelava alla marchesa Barolo il sogno da lui fatto di svegliarsi un bel mattino presidente del Consiglio dei Ministri in un regno d’Italia.

Adunque tastando il polso a tutti questi patrioti, non solo si nota, che la febbre patriottica di II. D’Azeglio era di minor grado, ma a momenti lo si trova senza febbre.

Per di più si trova in lui a prima vista, e fino ad una certa epoca, un maggior isolamento patriottico: ciò appare sopratutto dalla più completa assenza in lui d’ogni spirito di congiura o di semplice cospirazione. La sua amicizia col Balbo si dimostra da principio più che altro di interesse erudito, per aver dati e consigli nella preparazione dei romanzi storici; l’amicizia col Grossi si dimostra più che altro una simpatia personale e letteraria; ci entra poco o punto di politica nei legami di tali amicizie.

Ma se l’Azeglio dinota poca febbre, e se egli non cospira, si potrà dire, che anche le sue prime azioni patriottiche siano State inutili? Appunto perché egli è con poca febbre o senza febbre, egli sprigiona una corrente, se non più forte, più sana.

Se egli vive appartato dalle congiure, può dirsi, con l’autorità stessa di congiurati emeriti, che le congiure allora erano dannose.

«Verso la metà del 1832, un giovane ligure si recava nello studio di Angelo Brofferio...

(1) Il Conte di Cavour avanti il 1848, per D. Berti, pag. 81 e 83.

(2) Il Conte di Cavour avanti il 1848. per D. Berti, pag. 97.

(3) Lettere edite ed inedite di C. Cavour, raccolte ed illustrate «la L. Chiala, vol. I,

pag, 6.

«Lo sconosciuto visitatore si chiamava Jacopo Ruffini e portava da Marsiglia la parola di un altro sconosciuto che aveva nome Giuseppe Mazzini.

.. Balzava di gioia il cuore a Brofferio nell’ascoltare che v’era ancor sangue nelle vene della oppressa Italia; ma di mano in mano che il giovane apostolo gli andava svolgendo il piano della congiura, troppo esperto il prigioniero del 1831 delle umane irresolutezze, giudicava insano il rischio, impossibile il trionfo.

«Maravigliava il Ruffini della sfiducia di un uomo già noto per nazionali ardimenti; e persisterà nelle proposte, alle quali cosi rispondeva Brofferio: «Troppo ho veduto dappresso le segrete.. associazioni per avventurarmi un’altra volta a lasciare il capo sul patibolo colla certezza di non migliorare le condizioni della «patria. Le congiure portarono nel passato qualche utile risultamento, ma ora finché il giorno non venga di congiurare in piazza, nessuno si lusinghi di cangiare lo Stato con arcane provocazioni e impotenti sforzi... Se v’ha speranza, è nel tempo, nell'educazione e nell’enormità dei nostri oppressori; tutto il 4 resto è folle audacia o vano garrito. Voi ed i vostri amici pou tete riposare sopra di me per tutto ciò che può ottenersi col. 4 l’opera dell’intelligenza e colla dignità cittadina, ma di congiure a non mi parlate mai più; e se volete credere ad un uomo che ebbe «dinanzi agli occhi il carnefice, desistete dalla vana impresa e fate guerra ai despoti senza mettere il collo sotto le loro mannaie».

«Ruffini stava alquanto sospeso, poi soggiungeva:«In quai altro modo può dunque adoperarsi un Italiano per la libertà nazionale?» Per me, rispondeva Brofferio, tutti i modi son buoni, fuor «quello delle cospirazioni» (1).

*

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Se Massimo d'Azeglio non cospiro con i pochi, egli inspirò il patriottismo al pubblico, con cui si mise meglio di chicchessia a contatto, scegliendo nel romanzo la forma di scrittura che ha maggiore efficacia popolare.

(1) Brofferio. Storia del Piemonte. Parte terza, pag. 36 e 37.

Che l'Ettore Fieramosca abbia avuta pronta diffusione lo dimostra il fatto, che gli fruttò di botto 5000 lire (1), successo che parrebbe straordinario anche ne’ nostri giorni di più estese letture.

DAzeglio si era formato un vero piano di letteratura nazionale. «Io pensavo, narra nei suoi Ricordi (come ancora lo penso), che del carattere nazionale bisogna occuparsi, che bisogna fare gli italiani se si vuol avere VItalia, e che una volta fatti davvero, allora l’Italia farci da sè. M’ero in conseguenza formato un piano d’azione sngli animi per mezzo d’una letteratura nazionale, ed il Fieramosca era il primo passo in questa direzione» (2).

Perché non sorga dubbio sullo scopo nazionale del Fieramosca, egli ha cura di ripetere: «Il raio scopo, come dissi, era iniziare un lento lavoro di rigenerazione del carattere nazionale. Io desideravo esclusivamente ridestare alti e nobili sentimenti ne’ cuori, e se tutti i letterati si fossero riuniti per condannarmi in virtù delle regole, non me n’importava affatto, ove senza regole mi riuscisse d’infiammare il cuore di un solo individuo... (3).

Voleva elettrizzare i caratteri (4).

Per conseguenza la scelta del tema per un nuovo romanzo venne fatta col precipuo criterio di essere tutto nel senso liberale italiàno (5).

Indi il Nicolò de’ Lapi e la cominciata Lega Lombarda.

La mia giornata in Milano, egli narra, non mi lasciava il tempo d’annoiarmi. Scrivevo con ardore capitoli nuovi del Nicolo de’ Lapi; mi ci compiacevo, non tanto pei sublimi compensi che, nella creazione, la intelligenza suol dare a chi crea, quanto per la coscienza di seguitare il mio programma: quello di scuotere gli italiani e chiamare la loro attenzione sopra affari un po’ piè importanti che non fossero quelli delle scritture di ballerine e cantanti».

Per studiare il colorito storico e locale del Nicolò, fece una visita al teatro storico di quelle straordinarie virtù da popolo libero.

(1) Ricordi, vol. II, pag. 351.

(2) Ricordi, vol. II, pag. 315.

(3) Ricordi, vol. II, pag. 355.

(4) Ricordi, vol. II, pag. 350.

(5) Ricordi. vol. II, pag. 300.

Sulla piazza di Gavinana gli venne mostrata la casa Battistini.

«Qui fu ammazzato il virtuoso Ferruccio da Maramaldo... Mi sentii, racconta, fremere dentro fine alle midolle vedendo questi luoghi, e gonfiarraisi gli occhi: quai cuore rimarrebbe freddo a tali memorie?...

«Mi nacque tosto la voglia di porre una lapide sulla sua tomba perché non rimanesse cosi inonorata... Volli stringere e combinare perché la cosa avesse effetto: divennero a un tratto tutti freddi. Ebbi bel dire che avrei pagato del mio; fu inutile. Credo che avean paura; di che? lo sa Iddio. In Italia un uomo che dette la vita per la patria, che potendo salvarsi senza infamia, scelse morire per non veder l’ultima sua ruina; un uomo che in otto mesi seppe far immortale se stegso con le sue virtu, seppe ritardare l’eccidio di Firenze, e rimase esempio ai posteri di quanto possan riuniti, l’amor patrio, il valore, la costanza e l’oblio d’ogni privato interesse, quest’uomo non può, perdio, aver né croce, né sasso sulle sue ossa, perché si ha paura! Ed alla Elssler si alzano monumenti! Che maledette sian le cortigiane, e i teatri, e le musiche, e i balli, che hanno spento ogni generosità, ogni valore, e non ci fanno oramai aver in pregio altro che i buffoni e saltimbanchi dei due sessi, che senz’essi ci parrebbe non aver aria per respirare Una nota dei Ricordi aggiunge: la lapide che l’Azeglio voleva fosse posta al Ferruccio potè essere collocata nel 1840 all'esterno della chiesa di Gavinana. L’iscrizione è di Massimo d’Azeglio, il quale ne sostenne la spesa (1).

*

**

È curiosa la difesa, che Massimo dovette fare di alcuni tratti del Nicolò de’ Lapi dagli appunti mossigli dal fratello Roberto.

Il marchese Roberto, al pari di Massimo, apparteneva alla Cavalleria cristiana; che, come ben disse il gran mastro Re Umberto

(1) Ricordi. voi. Il, pag. 379-81.

a Cesare Correnti, primo segretario degli Ordini cavallereschi:. aveva assunto l’impresa di difendere i deboli e di soccorrere i feriti nelle battaglie della vita». Se non che, ove Massimo poteva paragonarsi al soldato San Maurizio, Roberto doveva paragonarsi «San Lazzaro l’infermiere del popolo».

Egli dimostrò effettivamente di sapere «che la beneficenza, il sacrifizio e il lavoro sono sempre stati e oggi sono più che mai le sorgenti legittime dell’onore» (1).

Quel monumento della parte buona dell’aristocrazia piemontese, che sono i Souvenirs Historiques de la marquise Constance d’Azeglio, dimostra come la vita di Roberto d’Azeglio, buon intenditore di Belle Arti, siasi principalmente consacrata alla cura dei colerosi, all'emancipazione degli ismeliti, alle dimostrazioni popolari per la libertà, italiana, e all’educazione dei bambini del popolo.

Questo passo dei Ricordi dipinge Roberto e Costanza d’Azeglio nella loro abnegazione filantropica e cristiana:

«Mio fratello e mia cognata erano veri modelli d’ogni miglior dote morale; il nome che lasciarono di sè fu quello di veri benefattori del popolo. Ambedue tenevano scuole a proprie spese pei figli dei poveri, nelle quali impiegavano somme non piccole. Ma la spesa lion la conto come un merito. Conto per un gran merito l’aver essi in persona passato ore ed ore ogni giorno con quei poveri bambini, insegnando ad essi a leggere, ad essere puliti, sinceri, buoni, a correggersi finalmente di tutte le male abitudini che si prendono nelle classi, cui nessuno finora aveva pensato iii altro modo che mandando in galera, quando occorreva; ed alle quali si era però dimenticato procurare la possibilità di essere galantuomini! Conto per un gran merito, in una parola, la carità di pelle; e, merito minore, ne’ ricchi, la carità di borsa.

Io mi ricordo talvolta, d’inverno, d’essermi trovato in casa di mio fratello il dopo pranzo, in quel momento che una persona non giovane, grave di membra, più desidera il riposo. Suonava l’ora della scuola; Roberto diceva alla moglie: «è ora d’andare». Le si leggeva in viso lo sforzo, poverina, ma s’alzava con un po’ di

(1) Parole indirizzate a Sua Maestà dal primo segretario del Gran Magistero in occasione del collocamento della prima pietra del nuovo Ospedale Mauriziano. (Torino, Tip. e Lit. dell'Indicatore delle Strade Ferrale, 1881).

sospiro, ed usciva, fosse nebbia, neve o pioggia, per andarsi a chiudere tutta la serata in quell’ambiente poco fragrante e soffocato della scuola! Qai sta il vero merito. Alla morte d’ambedue, la loro barafu accompagnata al camposanto da un nuvolo di bambini, e dai loro parenti, tutta povera gente, che il cuore, non l’interesse, conduceva a far. secondo le loro forze, onore a chi aveva pensato ad essi in vita. Mio fratello e mia cognata ebbero cosi il più raro dei premi quaggiù, la gratitudine non imposta, non pagata, ma spontanea dei beneficati: e speriamo n’abbiano ora da Dio un altro maggiore (1).

Questa cristianità religiosa spiega altresì l’appiccicatura dell'abate Gioberti con il marchese Roberto, mentre vi era certa antipatia fra Gioberti e il cavaliere Massimo d'Azeglio, che dolevasi persino della dedica che Cesare Balbo fece delle Speranze all’autore dei Primato. Roberto d’Azeglio era un evangelista di opere pietose: Massimo aveva la cristianità cavalleresca, di chi picchia volontieri, uso Fanfulla, tipo che gli fu inspirato dalla Cronaca della Novalesa (2).

Anche l’eleganza classica e la pompa oratoria dissociavano Gioberti dalle spiritosità di buon tono e popolaresche, in cui eccelleva Massimo.

Invece il glutine della maggiore fede religiosa avvicinava Roberto e Vincenzo, come lo provano l’epistolario Giobertiano e le lettere della marchesa Costanza.

La democrazia cristiana non poteva essere osservata meglio che da questa alta gentildonna.

Nel 1835, mentre infieriva il cholera, il marchese Roberto attendeva con entusiasmo alle opere evangeliche. Narra la marchesa in una lettera al figlio:«Un valet d’écurie de Bonafous a été portà au lazaret par ton père, Rorà, M. Cugian et Sommariva. Il était si lourd que les gens qui le portaient ne pouvaient plus suivre; alors ton père a pris les barres et les autres de suite aussi. C’est cette impulsion qu’il sait donner et qui fait que les choses généreuses s’entreprennent et viennent à bien» (3).

(1) Ricordi vol. II, pag. 335.

(2) Ricordi, vol. II, pag. 301.

(3) Ricordi, pag. 10.

Quell'aristocrazia evangelica non si sdegnava di notare le buone opere delle più basse disgraziate che dai più ritengonsi come perduta gente. «A Coni il est arrivé une chose surprennante. On était tout-à-coup restà sans infermiers et on ne savait où donner de la tête. On a demandé conseil à l’Évêque, qui a proposé de prendre le filles publiques. On a essayé. Ce sont les gardes les plus exactes, le plus attentives, le plus dévouées. Il n’y a jamais eu un reproche à leur faire» (1).

In occasione del matrimonio del Duca di Savoia (primavera del 1842), essa scriveva: «On jase beaucoup sur les présentations qui, diton, vont avoir lieu. On nomme une madame J... femme du commandant de la Citadelle et très belle femme, mais madame tout court, dont la mère était servante d’auberge; pour mon compte je déclare que cela m’est fort égal» (2).

In occasione dei fuochi artificiali, che si bruciarono per le stesse feste, essa commenta: «quelqu’un disait que nous avions tant de généraux qui n’avaient jamais vu le feu, qu’on voulait leur en fournir l’ocasion Fa meraviglia che con questo spirito di bontà e libertà evangelica in famiglia, il marchese Roberto siasi lagnato con Massimo di veder malmenato il personaggio di Troilo nel Nicolò de’ Lapi, come se fosse stata un’offesa alla aristocrazia, e di veder troppo accarezzato il mutuo soccorso dei poveri.

Massimo si difendeva scrivendo al fratello Roberto, il 18 settembre 1841, da Milano: «Il tuo giudizio sul mio lavoro è proprio da fratello e da amico, e perciò un po’ parziale; ma dove è parzialità, è benevolenza... Ora ti dirò l’animo mio sulla persona di Troilo e sulle riflessioni che t’ha suggerito. La condizione del mio argomento, nel quale i Medici e compagnia dovevano per necessita far cattiva figura, m’ha condotto a far Troilo un birbante; e non il progetto di rendere odiosa la gentilhommerie, nel modo stesso che non ho inteso dar addosso al papato mostrando chi era Clemente VII. Essendo io nobile, sono andato allegramente, pensando che nessuno direbbe: «parla per rabbia o per invidia» come si potrebbe dire, se Troilo fosse fattura d’autore non nobile.

E manifesta un concetto penetratogli per tutta la esperienza umana:

(1) Souvenirs, pag. 7.

(2) Souvenirs, pag. 13.

«Non credere del resto che abbia nessun furore contra i nobili in particolare. Le combinazioni della mia vita hanno fatto che ho dovuto vivere in tutte le classi della società e conoscerle assai intimamente, ed ho veduto che gli uomini sono all’incirca gli stessi nelle stesse circostanze, ma appunto per questa ragione, messi al caso di avere potere e poco rendiconto altro che a Dio, il più delle volte, presi in massa, ne abusano...

«Riconosco giusta la critica su Fanfulla, che m’è venuto un po’ troppo buffo. Quella riguardo ai poveri non vorrei dire assolutamente ho ragione io o hai ragione tu, poiché credo che vi è molto da dire in pro e in contro. Forse i poveri che tu vedi, poveri di città non sempre venuti a povertà per sola sventura, ma per vizi, sono come tu dici. Ma questi sono piuttosto mendichi.

«I poveri che dico io, cioè le persone che lavorando campano appena appena, e nella mia vita di pittore gli ho trattati e tratto assai, mi pare che abbiamo proprio fra loro una specie di massoneria per aiutarsi manualmente; forse per lo stesso principio che i soldati, i marinai, s’aiutano facilmente ne’ bisogni. Provandoli, ogni individuo tutto giorno sente più vivamente quanto vale alle volte un aiuto e sente (ci sarà egoismo) che è bene mantenere la legge che si debba prestarsi gli uni per gli altri» (1).

«Alla signora cognata, Massimo scriveva da Milano il 30 settembre 1841 sullo stesso argomento: «Se avessi da fare un atto di pentimento, lo farei per Selvaggia, che trovo un carattere di repertorio; di quelli che hanno un po’ troppo la smania di far effetto E tracciava queste regole del romanzo, che sono ancora eccellenti al giorno d’oggi: «Se mai farò qualche altro lavoro di questo genere, vorrei sforzarmi a produrre effetto, non con fatti o caratteri strani, né con un intrigue avviluppato, ma colla semplicità del vero e coll’andamento ordinario della vita umana, nella quale l’esperienza lo mostra pur troppo, accadono cose che commuovono più che tutti i romanzi...

«Quanto alla lingua, tutto il mio studio sta nel renderla piana, e, in apparenza almeno, non studiata; ché lo stile non sta nelle pompe e nel suono delle frasi, ma nelle idee;

(1) Lettere al fratello Roberto, pag. 21-24.

e conosco anche io che i libri italiani stancano appunto per quella maledetta affettazione di liipua, dove invece i francesi portano il lettore che non se ne accorge. Ma in Francia la lingua parlata è ammessa come testo; ed in Italia, come in tutto il resto, non v’è due scrittori d’accordo sul dove s’abbia ad attingere questa benedetta lingua. Quanto a me sto alla lingua parlata» (1).

La maggiore modernità dell’Azeglio diede una vivacità più popolare al Nicolò de'  Lapi, che non ne avesse l'Assedio di Firenze, pubblicato dal Guerrazzi sotto la data di Parigi, presso i principali lïbrai, 1836, con il nome di Anselmo Gualandi.

L’anima del Guerrazzi era forte e rovente, ma un tal po’ antiquata.

E îiiuuo la raffigurò meglio del Mazzini, quando raccontava la sua prima punta patriottica fatta in Toscana nel 1829: Viaggiammo (Mazzini e Carlo Bini) insieme a Montepulciano, dov’era allora relegato Guerrazzi, colpevole d’aver recitato alcune solenni pagine in lode d’un prode soldato italiano, Cosimo Del Santo...

«Vidi Guerrazzi. Ei scriveva l'Assedio di Firenze e ci lesse il capitolo d’introduzione. Il sangue gli saliva alla testa, mentr’ei leggeva, ed ei bagnava la fronte per ridursi in calma. Sentiva altamente di sè, e quella persecuzioncella che avrebbe dovuto farlo sorridere, gli rigonfiava l’anima d’ira... Non aveva fede. La fantasia potente oltre modo lo spronava a grandi cose: la mente incerta, pasciuta di Machiavelli e di studi sull'uomo del passato più che d’intuizioni sull’uomo avvenire, lo ricacciava nelle anatomie dell’analisi, buone a dichiarare la morte e le sue cagioni, impotenti a creare e ordinare la vita» (2).

Nella precitata lettera alla signora cognata, M. d’Azeglio proseguiva: «Abbracciate Roberto e ditegli che sto ruminando e studiando un'epoca, nella quale non avrà più a far entrare un Troilo, e vi sarà un papa galantuomo. Lo farò volontieri, perché non credano che fo l’adulatore di un partito o d’una classe, ché non è proprio mia intenzione; ma invece, fin dove giunge la mia intelligenza, cercare il vero e dirlo, senza guardare in faccia a nessuno

(1) Lettere al fratello Roberto, pag. 25 e 26.

(21 MAZZINI, Scritti editi ed inediti, Politica, vol. I, pag. 31.

La Lega Lombarda, che doveva tratteggiare tale epoca, rimase agli otto capitoli pubblicati negli Scritti postumi. Da essi possiamo però trar molto di buono, per es. questa sentenza di storia del diritto, riferita alla lotta fra il sacerdozio e l’impero, fra la cristianità e la romanità, ma che si può applicare ad ogni transizione umana: «Ne’ grandi sconvolgimenti dell’umana famiglia, volendo por mente al principio che li dirige più che agli uoraini, che ne sono soltanto istrnmenti, si conosce che da un principio, ossia da un diritto ammesso universalmente, nasce la quiete e l’ordine, se non altro apparente. Ma ove a fronte dell’antico ne sorga un nuovo, nasce allora il contrasto e il disordine; sinché i due diritti riescano a porsi in equilibrio fra loro» (1).

Nella Lega Lombarda si rivendica il primato d’Italia nella libertà comunale.

«Mentre dall’Oriente all’Occidente la sola forza materiale, anzi la violenza era dominatrice del mondo, lo spirito italiano ebbe solo il vanto di levarsi all’alto concetto dello stato indipendenre, retto da proprie leggi e non dall’arbitrio. Mentre in tutta l’Europa chi non era chierico, barone o non portava almeno gli sproni d’oro, viveva, si può dire, nella condizione dei bruti, neppure sognando gli si facesse torto,le città d’Italia, prime le marittime, poi le mediterranee, mosse non dalla voce de’ dotti e de’ filosofi, mada un virtuoso e spontaneo slanciò, ordinavano il viver civile, proclamando giusta l’indipendenza, e dovuta ad ogni popolo la signoria della terra, sulla quale lo ha collocato Iddio... (2).

«L’audacia, colla quale in quell’età le città italiane combatterono per la loro indipendenza contro un nemico per numero, se non per altro, insuperabile, sarebbe in oggi detta pazzia; ma da questa pazzia sorsealla fine il pensiero della Lega contro gli stranieri, e la virtù di condurla a glorioso fine.

 Può talvolta essere sprecato il sangue, l'esempio mai» (3).

(1) Scritti postumi pag. 111. Lega Lombarda, capo VII.

(2) Scritti postumi, pag. 110.

(3) Scritti postumi, pag. 133.

Ma ha dalla Lega Lombarda, rimasta tronca e inedita durante la vita dell’autore, ritorniamo per un momento al Nicolò de’ Lapi. che fece la sua bella e ampia sortita a tempo opportuno, quantunque il metterlo alla luce sia stato per l’autore, come egli scriveva al conte Federico Sclopis: «parto lungo e difficile, come lo sarebbe per una povera donna il partorire un obelisco» (1).

Alla zietta, marchesa Antonietta Beccaria Curioni scriveva da Nervi nell’agosto del 1841:» Quello che mi fa maggior piacere di tutto il resto, è che il mio lavoro v’abbia fatto darmi il nome di buon italiano. Questa è la mia più ardente ambizione come l’amore pel nostro povero paese è il primo, il più costante pensiero della mia vita; e quello col quale, a Dio piacendo, chiuderà gli occhi. Cosi potessi, chiudendoli, consolarmi nell’idea di aver destato nel cuore degli italiani qualche favilla di quella generosità di pensieri, che fu altrettanto comune, quanto è rara oggi fra noi!» (2).

È incontestato e incontestabile il patriottismo del Nicolò de’ Lapi, uscito a’ primi d’aprile del 1811 (3). Nè quel patriottismo era destinato a rimanere nelle regioni letterarie. «Mi fo un nome, diceva fra sé il romanziere: mi fo un nome e cosi avrò autorità per le cose più importante, alle quali tosto o tardi voglio rivolgere i miei pensieri (4).

A dimostrare la pienezza italiana del carattere di M. d’Azeglio, che per sè non giudicava bastare l’attività letteraria e formava propositi superiori ai più degni successi romanzeschi, giovi notare, come consigliasse poi al nipote Emanuele di non contentarsi dell’attività diplomatica e de’ successi politici. In una lettera che gli scriveva da Roina in data del 23 agosto 1845, dopo averlo rimpinzato di burle della mondanità più atroce, gli fa sul serio la seguente chiusa: u II solo uniforme di Ministro del Re di Sardegna non darà gran peso in Europa, riuscissi anche a far entrare il tuo lungo individuo in quello di primo Ministro.

(1) Scritti postumi, pag. 133.

(2) Scritti postumi, pag. 400 e 401.

(3) Ricordi, vol. II, pag. 101.

(4) Ricordi, pag, 403.

Dunque bisogna far il ministro e un’altra cosa. Quale? tocca a te trovarla. Trova idee nuove e giuste. O trova il modo di vestir di nuovo le idee vecchie. Studia, pensa, scrivi, il campo è vasto, le quistioni sociali ed importanti non mancano, ed in tutto quel che farai ricordati (Barba Cacheran disia chi se Cacheran e chi se Cristian), ed io ti dire che sei italiano e che al tempo presente non è più permesso dimenticare il proprio paese» (1).

Non parendogli di servire abbastanza il proprio paese artisticamente, Massimo si arrovellava, sentendo il bisogno di una grande occupazione di intelletto e di cuore (2).

Non gli era stato un sufficiente diversivo il viaggio fatto a Parigi con la seconda moglie nel marzo 1836. Ivi i quadri gli parvero fatti non coll’olio, ma con la salsa dell’arrosto, come scrive al fratello Roberto (3): ivi osservò con disgusto la moda imperare tirannica da per tutto, come scriveva alla zietta: Questo pubblico è composto, come altrove, d’individui; ma questi, per non prendersi l'incomodo di fabbricarsi un'opinione, ricevono bell’e fatta quella della moda; e, secondo questa, dicono bello e brutto... Dunque cosa fare? Diventar di moda, vestirsi di moda, andare con chi è di moda, e dove vuole questa benedetta moda, che possa crepare chi l’ha inventata» (4).

 Pei rimasti in Italia migliore soddisfazione che intraprendere viaggi all’estero, era felicitare il buon ritorno dei patrioti fuorusciti, già esiliati o catturati.

La marchesa Costanza in data di Torino, 3 aprile 1842, scriveva al figlio: Lisio a été jeudi matin chez S. M. qui Va parfaitement reçu avec quatre baisers sur les joues (5). Era il ventuno, che rientrava, e riuniva, combinava e combaciava vittime e di espiatori.

(1) Lettere di M. d'Azeglio al marchese E. d'Azeglio, pag. 11.

(1) Ricordi, vol. II, pag. 12?.

(3) Lettere al fratello Roberto, pag. 18.

(4) Scritti postumi, pag. 3!.

(5) Souvenirs Historiques de la marquise Constance d'Azeglio, pag. 37.

Se si fosse trattato di un complimento da Giuda, quattro baci sarebbero stati troppi.

In un viaggio, che la marchesa Costanza faceva a Milano nel luglio 1843, poca descrizione lascia tralucere dell'interno domestico di Massimo afflitto dal male di denti; il più gran punto per la gentildonna è la conoscenza del martire Confalonieri. Essa trova smodato il lasso dell’aristocrazia milanese, specie nella fuga dei saloni: «La vieille duchesse Visconti vient de décorer un salon, qui lui coûte 120 mille francs». La marchesa va a nessun teatro, fuorché a una compagnia di bambini, che canta il Barbiere di Siviglia al teatro Re: «La musique est tout-à-fait perdue avec ce qu’on veut appeler des voix blanches et qui sont des voix bleues».

Del Manzoni si contenta di scrivere: «Je n’ai été voir que Manzoni à Milan, que j’ai trouvé bien vieilli». Ma si allarga nella soddisfazione di aver conosciuto Confalonieri: «J’ai eu le plaisir. de connaître Confalonieri qui vient souvent chez Maxime avec sa femme. C’est le point saillant de mon voyage. Je lui ai trouvé comme à Pellico cette douceur dans les manières si affectueuses.. qui est vraiment attachante. C’est un beau caractère. Soutenir avec fermeté un malheur si prolongé, sans apparence d’en sortir que par la mort, soutenir le malheur de leurs familles, sans se démentir jamais, quand, en capitulant avec leur conscience, ils pouvaient se racheter; on a beau dire, mais ce sont des hommes qui font honneur à notre époque, qu’ils l’ajent comprise ou non, et je me sens en leur présence une vénération pour leur caractère et une satisfaction de les apprécier qui me dédommage de tant de choses qui choquent et blessent mes sentiments pour notre pays. C’est le contrepoids de tant de petitesses, bassesses et misères qui passent sous nos veux» (1).

Di li a poco, da Torino, l’11 ottobre 1843 la marchesa scrive al figlio di aver conosciuto un altro patriota: «J’ai fait ces jours-ci la connaissance du brigadier Durando, qui a fait d’abord la guerre en Portugal, puis en Espagne avec Espartero avec distinction. Il a eu 7 à 8 mois Zurbano sous ses ordres autant que Zurbano est sous les ordres de quelqu’un. Il est fort curieux à entendre le brigadier.

(1) Souvenirs citati, pag. 54.

On voit qu’il a de l’esprit, de l’activité, de la résolution et pas du tout d'impostura. Ce que deviennent le bons piémontais à l’étranger on n’étant pas comprimés, les ressorts de leur caractère ont tout leur jeu» (1).

Poiché i fuorusciti patrioti cominciavano a rientrare in Italia, non era davvero il caso che ne uscissero i patrioti rimastivi.

Quindi Massimo d’Azeglio fece benissimo a rinunziare a un viaggio ad Algeri, di cui gli era frullata la voglia.

Alla moglie ne scriveva in data di: Torino, 11 maggio 1844: «M’era anche venuto in capo d’andar a Algeri, ma la stagione, prima, non è adattata; poi Cesare Balbo, che ride molto di tutto il mio progettare, mi sta addosso perché pensi a lavorare, che è il più importante per me e per la mia carriera, e non mi perda in cose inutili» (2).

Col fratello Roberto da Envie, 22 giugno 1844, lagnavasi, perché il suo quadro nel catalogo dell’Esposizione del Valentino fosse stato scritto come commissione del Re: Ti prego di dire che non ci ho che far niente; e da quel che vedo, non solo non è commissione, ma sembra che il Re non pensi a farsene regalo. Sarebbe stato uno slargo, ma posso farne a meno benissimo, onde non ci penso altro. GiA, mi era mezzo passata la voglia d’Algeri, e cosi mi passa affatto.

Lo slargo venne; e Alassimo da Envie, addì 9 luglio dello stesso anno, incarica il fratello Roberto di ringraziarne Cesare Balbo e il Re col miglior garbo. «Avevo deposto il pensiero d’Algeri, come ti scrissi, trovando les raisins trop verts; ora che invece sono maturati, o, per dir meglio, scesi a portata della mano, me n’è tornata la voglia; ma non so se potrè eseguirla cosi subito o (3).

In definitiva fece bene a rinunziare ad una gita inutile, seguendo il consiglio di Cesare Balbo (il suo Grossi di Torino), il quale non si limitava a dar consigli di lavoro patriottico, ma ne dava il bnon esempio; infatti, anche adoperando il riserbo necessitato dalle poste anstriachc, Massimo aveva giA avuto occasione di annunziare brevemente e segnalare ripetutamente alla moglie un libropolitico del Balbo di grande importanza: niente meno, che le Speranzc d’Italia (4).

(1) Sovvenirs citali, pag. 56.

(2) Lettere alla moglie, pag. 112.

(3) Lettere al fratello Roberto, pag. 53, 56.

(4) Lettere alla moglie, pag. 106, 109.

Come preludio di futuro regno democratico, il duca e la duchessa di Savoia fecero una scappata da Corte per visitare le botteghe sotto i portici.

È descritta in una lettera della marchesa Costanza al figlio in data del 31 dicembre 1842: «Malgré tous le refus, elle s’est bien voilée, bien encapuchonnée, avec son mari e les voilà partis» (I)Il 14 marzo 1844 Vittorio Emanuele e Maria Adelaide salutavano alla luce il loro primo figliuolo, che è il presente Re d’Italia.

Ecco come la marchesa Costanza ne dà l’annunzio al figlio Emanuele attaché a La Haye: «Turin, 14 marz 1844. Un enfant nous est né. Je ne sais, mon cher fils, si on te le notifiera d’office. Mais je trouve qu’il vaut la peine de mettre la main à la plume pour te donner la nouvelle...

«Mon père (Carlo Emanuele Alfieri di Sostegno) avait été appelé à 9 h. ½ pour aller saluer le nouveau né, qui est dans un état très prospère et qui à été reçu avec d’autant plus de joie «qu’on redoutait une princesse, et il sera baptisé ce soir a cinq ~ heures, appelé, diton, Humbert et portera, selon la coutume, le: titre de prince de Piémont. Nous illuminons ce soir et voilà «tout ce que je sais» (2).

Silvio Pellico, con la musa un po’ fiaccata dal carcere duro, innalzava questo canto di esultanza:

Letizia a Carlo Alberto, alla Regina,

Letizia ai figli loro, un Prence è nato!

….......................................................

Festeggiamo e festeggi Italia intera,

Non verran meno i forti suoi custodi,

Dell'Alpi l'antichissima bandiera

Suscitatrice ognor sarà di prodi

….....................................................

Benediciamo l'inclita Lombarda

Che alla Corona dà pronti gioielli,

Benediciam lo Sposo suo beato

E i regnanti parenti e il Neo-Nato.

(1) Souvenirs citati, pag. 51.

(2) Souvenirs citati, pag. 60.

La poesia, un po’ deperita dello Spielberg, presenta in anticipazione la semplicità, con cui dovevano essere salutati in Campidoglio dall’assessore Biagio Placidi, Margherita e suo marito.

I versi apparvero un po’ slombati; ma gli augurii di buona fede cristiana c’E allorché un tempo (ah sia lontano assai!)

Il quarto Umberto canteranno i vati,

Se qui sfavilleran di pace i rai,

I suoi riposi sian di gloria ornati;

Cessar non veggia nobil gara mai

Fra minor cittadini e fra ottimati:

Fioriscan sotto lui da tutte parti

Religion, leggi, costumi ed arti.

…..........................................................

Se Umberto assaliranno empi stranieri,

Un serafin difenda il suo stendardo:

Indomiti leoni i suoi guerrieri

Sieno al Prence e alla patria baluardo:

Additino con plauso gli altri impori

Quasi modello il Subalpin gaglianlo:

Braccio invitto degl'Itali il Piemonte,

De' nemici comun respinga l'onte (l).

Desideriamo che i voti del cristianello Pellico si avverino anche sotto il ministero di Francesco Crispi dall'aspetto di fierezza saracena.

Massimo d'Azeglio descriveva cosi rimessamente e malinconicamente alla moglie le feste per la nascita di Umberto. Torino, 24 maggio 1844. — Ora vi saranno grandi feste per la nascita dell'erede al soglio; ma credo ch'egli non abbia più smania di me d'assistervi.

Racconta di un povero facchino, che davanti la sua finestra si ammazzò sul colpo per guadagnare una terza borsa di dodici lire appesa a un albero della cuccagna. La cuccagna per lui, che  aveva la moglie paralitica e i figli malsani, e uno a balia, sarebbe stato di avvinghiare tanto da poter pagar la balia.

Azeglio, a cui non mancava l'embrione del socialismo di cuore, esclama: «che romanzo semplice e terribile!

(1) Epistolario; Appendice (Firenze, Le Monnicr, 1880), pag. 112.

In data di Torino, 3 giugno 1844, rescriveva alla moglie: «non ho altro da raccontarti che nuove di feste; ma, col tempo che fa, se fossero i ranocchi che celebrassero la nascita del re travicello, avrebbero molto più fortuna che gli uomini. Andate a monte le feste all’aria aperta, vi fu quella a teatro, con concerto, illuminazione a giorno, e biglietti d’invito, e perciè societâ sceltissima. u I banchi di platea erano in bianco e pieni di signore; e dall’alto quelle file di spalle e pettinature, e penne e fiori, parevano veramente un giardino. In ogni palco erano quattro signore; ognuna doveva avere un bracciere, e non pin, che l’accompagnasse dopo il teatro negli appartamenti di Corte. Io ho accompagnata la marchesa Alfieri, essa era in una gala da levar il lume degli occhi......

«.... Salvo però i diamanti, ho trovato le toilettes alquanto fanées; e m'han detto, per ragione, che le signore hanno pochi soldi, e li riservano per le occasioni de’ balli, non trattandosi qui che di chiacchierare e prender gelati.

«Il re girava e parlava umanamente a tutti senza distinzione, essendovi tutti i ceti; anch’io ho avuta la mia parola, e mi ha detto che il mio quadro gli piaceva. Se ha logica, dovrebbe comprarlo» (1 Adunque Massimo d’Azeglio avrebbe bolognato volentieri un altro quadro a Carlo Alberto, per festeggiarne la nascita del nipotino.

Ma allora, fra le speranze della patria non nasceva soltanto un futuro Re d’Italia, nascevano pure le istituzioni di civiltà patriottica, che lo avrebbero fatto regnare.

La marchesa Costanza nelle sue relazioni di diplomazia materna al figlio Emanuele, già lo aveva informato, con lettera del 2 febbraio 1844, che Cesare Alfieri si era bisticciato con Camillo Cavour all’Associazione Agraria. «Avant hier à l’Agraria mon frère a eu une prise avec Camille Cavour, en suite de quoi il a donné ses démissions de président. La majorité en est très fâchée et voudrait faire changer cette résolution. Ce sera difficile. C’est malheureux que les piémontais ne sachent pas discuter sans se fâcher et que dans ce moment l’esprit de parti qui semblait s’éteindre se rallume sans sujet (2).

(1 ) Lettere alla moglie, pag. 115, 117.

(2) Souvenirs citati, pag. 58.

L’Associazione agraria fu ima specie di sala d’anni, in cui si addestravano i futuri uomini politici della libertà statutaria: essa era sorta nel 1840 «per impulso spontaneo di tutte le frazioni della parte liberale piemontese» (1).

In occasione della caduta della vecchia dinastia francese, Cesare Alfieri con la sua saviezza togata ma ferma, ave va scritto al non meno magistrale Federigo Sclopis: «I governi, che convengono all'infanzia dei popoli disdicono alla loro adolescenza.... È un fatto che oggi non vi è popolo il quale voglia commettere ad un uomo solo, fosse pure Confucio o Zoroastro, le sue sorti. Il Governo migliore è quello che tutela i diritti dei cittadini, assicura l’adempimento dei loro doveri e provvede coi mezzi più semplici alle necessità delle nazioni; perciò Par® trio nel Governo e il privilegio nell’aristocrazia sono dei tutto da bandire» (2).

Cavour sorpassava l’Alfieri nell’impeto liberale.

Cesare Balbo era furioso perché Gustavo e Camillo Cavour non scrivessero in italiano. a È un peccato, grida, che due giovani d’ingegno non vogliano servire la causa della loro nazionalità (3).

Nell’agosto dei 1842 il Governo aveva approvata l’istituzione della grande Associazione agraria, che raccolse circa 4000 soci, ebbe biblioteca e giornale; e fu cospicuo fomite di progresso economico, intellettuale e politico (4).

Il giovane duca di Savoja (Vittorio Emanuele II) fu dei primi soci inscritti.

Avendo portata in Piemonte la primizia dello spirito d’associazione, l’Agraria mérità che ad essa si régalasse la primizia principesca dei risveglio d’indipendenza nazionale.

Fu al conte di Castagneto, presso il Congresso agrario di Casale, che Carlo Alberto scrisse in data di Torino 2 settembre 1847, la famosa epistola, letta in parte a quell’adunanza: «Si jamais Dieu nous fit la grâce de pouvoir entreprendre une guerre d’indépendence, que c’est moi seul qui commanderai l’armée et qu’alors je suis résolu à faire pour la cause Guelplie

(1) Cesare Alfieri, per Domenico Berti, pag. 56.

(2) Cesare Alfieri, per Domenico Berti, pag. 41.

(3) Il conte Cavouir avanti it 1818. per D. Berti, pag. 237.

(4) li conte Cavour avanti il tH'iS, por Domenico Berti, pag; 24.

ce que Schiarail fait contre l’immense empire russe.... Espérons.... ah le beau jour que celui où nous pourrons jeter le cri de l’indépendance nationale!» Al fatto dell’Associazione agraria si aggiungevano altre note di progresso, come a dire le patenti per la costruzione della strada ferrata da Torino-Genova, la fondazione del Ricovero di mendicità, contro cui invano tuonò l’eloquente gesuita padre Magrini (1), la Società degli Asili d’infanzia, i Congressi scientifici ed altre opere di lumi e beneficenza, a dimostrare sicuramente come la redenzione della patria sotto tali auspicii benedetti era una inspirazione della più illuminata bontà, che potesse raggiare dall'incivilimento cristiano; verità storica degnamente ricordata da Re Umberto nell’inaugurare la XV legislatura.

Intanto nascono nuovi principi al futuro primo re della nuova Italia.

Quasi che il sangue sabaudo sia smanioso di versarsi, si ha notizia di numerosi salassi fatti a Corte dall'eminente chirurgo Riberi.

Passa a Torino la Corte di Russia.

La nomina di monsignor S. Marzano a nunzio a Bruxelles si conta quasi per un passo liberale.

Come se pure l’arte più allegra volesse rendere omaggio al più mite patriottismo, la Taglioni, celebre ballerina, seguitata da un principe Troubetzkoi, il cui nome il popolino racconcia in Trous d'coi (Torso di cavolo), si reca a visitare Silvio Pellico.

 E Massimo d’Azeglio che cosa fa? L'oncle Maxime all’apertura della stagione invernale 1845-46, arriva al teatro Regio, quando il sipario è calato per improvvisa indisposizione dell’altra celebre ballerina Cerrito (2).

Ma sor Massimo aveva fatto pure qualche cosa di meglio.

(1) Souvenirs historiques citati, pag. 65, 66.

(2) Souvenirs historiques, pag. 60, TI.

Nella bibliografia intima con la moglie si era lasciato andare a più larghi giudizii e a maggiori confessioni sulle Speranze d'Italia: anzi ne rivendicava a sé la spinta in una lettera del 5 giugno 1844. u Realmente il libro (del Balbo) malgrado qualche idea, che potrà parer sogno, e forse lo sarà, è il più sensato, il più logico, il più razionale, che sia stato fatto da trent’anni. C’è poi un altro merito, quello del coraggio. Egli ha la sua fortuna, e otto figli, in mano di chi poteva fargli costare salata la sua verità. Ha una salute rovinata, e se gli avessero dato lo sfratto, era affare serio per lui.

«La fortuna aiuta gli audaci, dice il proverbio, e gli è andata bene; bisogna dir la verità, che il padrone non s’è portato male. In tutto questo, ci ho anch’io il mio pezzetto di amor proprio, ché son io che ha sonné le sermon. L’anno scorso alla sua villa, leggeva Gioberti, e parlandomene faceva osservazioni, e diceva: si potrebbe dir questo, dir quest’altro, ed io gli dissi: «Fallo», e glielo dissi tanto che lo cominciò, e me ne veniva leggendo ogni giorno quel che era fatto. Se seguitavo a star con lui, non avrei lasciato che lo dedicasse a Gioberti, ché proprio non ci voleva; ma ora è fatta; pazienza! «(1).

In una lettera da Saluzzo, 30 luglio 1844, racconta pure la buona accoglienza fatta da Carlo Alberto al libro del Balbo: u Non è certo gran merito per il nostro padrone l’aver approvato il libro di Balbo, che è tutto in suo vantaggio: e la cosa sarebbe talmente in regola, che non se ne parlerebbe a circostanze ordinarie. Ma bisogna pensare alla vergognosa soggezione, alla quale per minchionaggine anche più che per viltà, si sono adattati i principi italiani verso l’Austria» (2).

Per rimeritare Carlo Alberto di non essere un minchione, gli rifila qualche altro quadro; e si lagna che il monarca vada col piede di piombo nel pagare i dchiti secondo l’usanza (3).

Contuttociò, Massimo raccapezza i denari per fare un altro viaggio in Sicilia, dove rifornisce il fratello gesuita di zucchero, rosolio e cotognate, e si prende il gusto di fargli assaggiare lo champagne.

(1) Lettere alla moglie, pag. 110.

(2) Lettere alla moglie, pag. 127.

(3) Lettere alla moglie, pag. 128.

Nel leggere descritta nelle lettere al fratello Roberto e alla moglie, la vita priva di agi e quasi dura che conduceva il gesuita Taparelli, s’impara ultra volta, come tanto gli individui quanto le conventicole potenti si ritemprino nel sacrifizio.

Alla fine di novembre del 1844, ritroviamo Massimo a Roma, dove pesca notizie e copia dai dipinti foggie della corte papale del secolo XII pel suo nuovo romanzo.

Questa pare diventata l’unica preoccupazione della sua vita; tiene la moglie al corrente dei passi che fa La Lega Lombarda in carta; e appena gli rimane il tempo di raccontarle, che quasi gli cadeva addosso un allievo di Propaganda buttatosi dalla finestra (1).

Ma il romanzo è solo un istrumento di guerra. Egli studia il modotenendi, la procedura politica per accoccarla più vantaggiosamente ai nemici della patria.

In una scorsa a Fiumicino, scrive il 15 maggio 1845: «Avevo il progetto, in questo lavoro, di non incaricarmi della Censura, e se non me l’avesse passato, farlo stampare in Francia; ma ho poi pensato che, volendo farsi l’illusione di essere di qualche utilità allo spirito pubblico cogli scritti, bisogna procurare prima di tutto, che possano spargersi e girare liberamente.... E però mi tengo sul fare del Nicolò; andar fino all’orlo di meritar la galera, ma non entrarvi».

Egli spera di accaparrarsi persino i preti. Scrive alla moglie da Roma il 27 giugno 1845: «I preti saranno mezzo contenti di me che ho messo Gregorio VII come una delle principali cagioni della ricuperata libertà italiana; non pretenderò che questo fosse precisamente il suo disegno, ma mi pare certo che, volesse o no, vi cooperò moltissimo» (2).

Quest’intenzione di allacciare i preti al liberalismo contemporaneo, quantunque non si ritenesse storicamente sicuro «sulla influenza del principio papale a promuovere la libertà ed indipendenza italiana» (3) gli faceva piacere il Prete Pero del Giusti.

Però in quanto a preti non riusciva a digerire le opere dell’abate Gioberti; e seguitava ad aversela a male peranco col suo amicissimo Balbo per il dichiarato giobertismo.

(1) Lettere alla moglie, pag. 42.

(2) Lettere citate, pag. 155.

(3) Lettere alla moglie, pag. 159.

«Sono amico di Balbo, scriveva alla moglie da Roma il 5 giugno 1845; ma la sola cosa, ove non siam d’accordo, è quel suo giobertismo» (1).

Solo quando il Gioberti comincia a dar botte ai Gesuiti, Massimo d’Azeglio si degna compiacersene, quasi gli si fosse finalmente allargato il cuore in favore dell’abate.

Eccone le impressioni alla moglie in data del 16 agosto 1845: u ho avuto finalmente, e da qualche giorno, il Gioberti. Bagatelle! che reff! (che botte!). Questa volta i reverendi sono stati proprio minchionati; ché lo portavano a cielo, per far contraltare a Rosmini; e lo credevano un amicone» (2).

*

**

È altresì importante il conoscere l’intimo giudizio di Massimo d’Azeglio sulla spedizione dei fratelli Bandiera.

Ne aveva scritto alla moglie da Sarzana il 12 luglio 1845 in proposito dello stesso Gioberti:

«Non ho potuto ancora avere la nuova prefazione di Gioberti, ma ne sapevo lo spirito. Da Firenze in giù lino al Lilibeo aveva bisogno di rimettersi in grazia, e cosi ci riuscirà: ho però veduto cosa che si riferisce al suo scritto, ed è la corrispondenza dei poveri Attilio ed Emilio Bandiera, morti cosi virtuosamente ed inutilmente (salvo l’esempio) a Cosenza, ed è proprio da stringere il cuore» (3).

Eccettuate le scorse a Fiumicino, a Genzano e a Sarzana, si può dire che l’Azeglio ha imperniato di nuovo la sua dimora a Roma; da quel degno capo non più laziale, ma italiano, egli prende degnamente le mosse per entrare nella vita d’azione patriottica.

La vita di pensiero nazionale fino allora da lui condotta gli aveva procurata giusta rinomanza ed influenza.

La fama dei suoi romanzi patriottici era corsa fino all’estero.

L’esule Pecchio in una lettera da Brighton, forse del 1833, dava notizia al Panizzi,

(1) Lettere alla moglie, pag. 151.

(2) Lettere citate, pag. 101.

(3) Lettere citato, pag. 157.

che il genero del Manzoni, Azeglio, sta scrivendo un altro romanzo, Cesare Borgia» (1).

Il Nicolò de’ Lapi nel 1844: era comparso tradotto nelle appendici del Costitutionnel di Parigi (2).

Erano conosciuti ed avevano sortita efficacia i propositi di Massimo d’Azeglio di insegnare storia patria e patriottismo per mezzo del romanzo.

 Egli era maturo per avere un mandate politico.

E questo egli lo ricevette dal misterioso medico Filippo A. di Cesena, che per la quadratura di un romanzo storico si potrebbe convertire nel dott. Diomede Pantaleoni.

Si incontrarono nella casa della signora Clelia Piermarini, già cameriste di Cristina di Spagna.

Filippo gli domandò un abboccamento serio e lungo.

Il resoconto dell'abboccamento è nei Ricordi.

Cominciò con la procedura del segreto professionale pei congiurati.

Massimo declinò al medico le palpitazioni per cui intendeva consultarsi soggiungendo: «vi ricorderete, come ad un bisogno mi ricorderò io, che questa sera in casa della Clelia nell’abboccamento avuto insieme in una camera separata, io v’ho consultato pel mio dolore, che voi avete giudicato affar nervoso da non farne caso, e dopo il consulte ci siamo lasciati, e niente altro?.

Ciò stabilito di fronte alle possibili noie della polizia, Filippo fece il suo discorso, di cui D’Azeglio ri corda il sunto sostanziale: «esser Papa Gregorio oramai cadente, ed impossibile campare a lungo; essere, come benissimo conosceva, la Romagna in puntelli; ed avere le persone savie ed oneste avuto molto che fare e dire per trattenere i popoli dal rompere in quelle solite imprese mazziniane, sempre pazze e sempre fatali, essere da pensare sul serio al caso della morte del Papa, e cercare per quanto fosse possibile, di prepararvi gli animi, dovere gli uomini influenti impiegare tutta la loro autorità onde persuadere, che neppure alla morte del Papa non si facessero novità, che, intraprese coi soliti modi violenti e rivoluzionari, non portavano altro frutto se non la comparsa degli austriaci,

(1) Lettere ad Antonio Panizzi, pag. 119.

(2) Lettere alla moglie, pag. 129.

colla prigionia, l’esilio e la morte di molti, ed un peggioramento nelle condizioni di tutti».

Filippo aggiungeva poi:

«In Romagna tutte le persone di giudizio sono stanche delle sêtte, delle congiure, della Carboneria, della Giovine Italia e si sono convinte che tutto ciò non serve se non a mandare poveri giovani in esilio o sul patibolo».

Ora dunque molti dei più influenti hanno immaginato, che essendo importantissimo d’antivenir pure i guai, che senza dubbio avverranno alla morte di papa Gregorio, ci vorrebbe un uomo nuovo, e non logoro come loro, un nomo che ispirasse fiducia e cercasse di rannodare, dirigere e raffrenare al bisogno tante volontà, tanti desiderii, tante idee in contrasto e prive di ogni disciplina, e quest’uomo parrebbe loro, caro signor Azeglio, che doveste esser voi».

L’Azeglio confessa:

«Io m’aspettavo cosi poco a questa nomina di generalissimo delle (più o meno ex) società segrete dello Stato Pontificio (nomina tanto più strana in quanto, com’è noto, io non solo non avevo mai appartenuto a nessuna, ma nemmeno avevo mai incontrato chi mi trovasse abbastanza viso di cospiratore da propormi di farne parte) che non trovai altra risposta se non un: io? pieno di grandissima meraviglia».

«Sicuro voi!» rintostava l’amico con un panegirico di complimenti.

E D’Azeglio ripigliava: «Ma io non sono né fui mai carbonaro, o calderaro, o che so io; di tutte le idee della Giovine Italia, salvo articolo indipendenza, non ne divido una....»

E l’altro: «il non essere voi settario è meglio; e poi già vi ho detto che quasi tutti si sono ritirati da queste buffonate; e quanto all’aver voi idee opposte a quelle di Mazzini, su menti stanche del passato ed incerte del futuro, produrrà anzi miglior effetto».

 Cosi, seguita a narrare l'Azeglio, di un discorso in un altro, mi venne sempre più manifestando questo desiderio dei caporioni liberali dello Stato, di vedermi prendere una specie di direzione del partito, e prima di tutto conoscermi di persona ed abboccasi con me».

A prima impressione la cosa non dispiacque all’Azeglio. Contuttociò seguendo il suo costume di prendere sempre tempo a pensare, disse a Filippo: «ci penserò e vi saprò dire qualche cosa».

Quindi mulinò e sfaccettò da tutti i lati la proposta.

Da un pezzo. sentiva il bisogno di una grande occupazione di mente e di cuore».

E non gli pareva trovarne una migliore.

«Ora, egli confessa, mi pareva principio di qualche cosa d’importante, ora una pura ragazzata, ora un mezzo soltanto di conoscere meglio l’Italia e gli Italiani, ora un affare da esser messo in mezzo, e finire in prigione senza utile nessuno....

«Alla fine mi decisi pel si per più ragioni: la principale, egli snocciola, era il desiderio, dovrei dire il senso di dovere, che mi consigliava a non tralasciar nulla di fattibile per impedire i disordini, che senza dubbio sarebbero accaduti alla morte di papa Gregorio, con danno dell’Italia e degli Italiani, e con guadagno certo per la sola Austria».

E siccome all’Azeglio tornava faticoso l’atteggiarsi e posare seriamente, esclusivamente da eroe, soggiungeva modestamente e scherzosamente: poi veniva l’altra ragione d’aver un modo di passai’ la malinconia e finalmente il mio gusto per la vita di avventure e d’azione» (1).

La peregrinazione patriottica nelle Romagne è pure raccontata distesamente con serietà ed umorismo nei Ricordi.

*

**

«Noi appinzeremo ciò, che in quella propaganda vi fu di più fecondo per l'avvenire.

Un mitologo direbbe che egli nuovo Cadmo seminava i denti del serpente a procreare guerrieri.

Un mineralogo da articoli di fondo direbbe che egli spargeva per la via le pietre fondamentali del risorgimento italiano.

Un oratore da commemorazione politica direbbe che egli dava la scossa elettrica alla trafila nazionale.

(1) Ricordi, vol. II, da pag. 122 a pag. 129.

Ed egli ragionava con l’allegria coraggiosa del buon senso:

«Che eosa volete voi altri — ed io con voi? — Volete metter fuori d’Italia i tedeschi, e fuor dell'uscio il governo dei preti? A pregarli che se ne vadano, è probabile che vi diranno di no. Bisognerà dunque sforzarveli; e per sforzare ci vuol la forza, e voi la forza dove l’avete? Se non l’avete voi, bisogna trovare chi l’abbia. E in Italia chi l'ha — o per dir meglio — chi ne ha un poco? Il Piemonte: perché almeno ha nna vita sua indipendente, ha denari in riserva, ha esercito, ecc.»

Ciò sollevava smorfie, obbiezioni: — Carlo Alberto? — Ma il 21 — Ma il 32?

E D’Azeglio con la sua santa pazienza: — «Il 21, il 32 non piacciono a me più che a voi — quantunque anche su questi fatti ci sarebbe da dire: — ma ammetto quel peggio che voi vorrete; ripeto però che o in lui v’ è da sperare, o in nessuno.

«Del resto consideriamo la cosa a mente fredda, e ragioniamo. Se da noi si domandasse a Carlo Alberto l’impegno di far cosa contraria ai suoi interessi, per puro eroismo, per giovare all’Italia, a voi, a noi tutti, potreste dirmi — come vi volete fidare del traditore del 21? del fucilatore del 32? — e forse avreste ragione. Ma alla fine che cosa gli si domanda? gli si domanda di far del bene a noi, ma più a sè: gli si domanda, venendo la occasione, di lasciarsi aiutare a diventare più grande, più potente di quello ch’egli è; e v’ha da parer dubbio ch’egli vi s’accordi? ’ — E qui aggiungendo un paragone molto irriverente.... diceva: t: se invitate un ladro ad esser galantuomo, e che vélo prometta, potrete dubitar che mantenga; ma invitare un ladro a rubare e aver paura che vi manchi di parola, in veritù non ne vedo il perché; (1).

Cosi egli preparava quei popoli al piemontesismo monarchico rigeneratore della libertà d’Italia.

Quei popoli «finivano dopo molti scontorcimenti ad accomodarsi all’idea di Carlo Alberto. E quel che li fermava era il celebre ed impertinente paragone del ladro,

(1) Ricordi, vol. 11, pag. 131. 133.

che a tutti pareva argomento senza replica (1).

Non bisogna però credere che l’albertismo e il piemontesismo nazionale fossero nna specialità dell’apostolato azegliano, per cui il sor Massimo potesse domandare il brevetto d’invenzione.

*

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Nelle lettere del Pecchio al Panizzi troviamo un pisaller, che raie il celebre paragone del ladro, cosi efficace nella conversione dei romagnoli operata dall’Azeglio.

Allorché Francesco IV duca di Modena apparve rubar le mosse a Carlo Alberto, il Pecchio scriveva da Brighton, 27 settembre (1830?) al Panizzi: «Alcuni sono persino caduti nella rete della Polizia austriaca, che per dividere gli italiani e staccarli dal principe di Carignano (il nostro pis aller) voile far credere che quel Tiberio, quello sbirro del duca di Modena, era pronto a mettersi alla testa del partito degli indipendenti....» (2).

Mazzini giustamente scomunicava il tradimento del duca il quale avea protetto la congiura tessuta in suo nome dal povero Ciro Ménotti, poi, al momento dell’esecuzione, lo aveva assalito coll’armi e tratto poi prigione, fuggendo, a Mantova, per poi impiccarlo, quando l’Anstria gli spianò le vie del ritorno; (3).

Il Pecchio aveva continuato a scrivere: «Quanto al Principe di Carignano, persisto a crederlo il migliore pus aller, e forse nnico pis aller che abbiamo.... «(4).

Lo stesso Pecchio poi, quantunque dispettasse i francesi come spaccamondi e vedesse materia da riempire un volume in folio di un secondo Misogallo, prevedeva il risorgimento italiano aiutato dalla Francia.

In una lettera del 2 novembre 1830 scriveva allo stesso Panizzi: «Se non v’è guerra tra la Francia e l’Austria (il che non è molto improbabile), io non muovo un dito in favore dei progetti immaturi che si fanno».

(1) Ricordi, vol. II, pag. 442.

(2) Lettere ad Antonio Panizzi, pag. 83.

(3) Mazzini, Opere, vol. I, pag. 46.

(4) Lettere ad A. Panizzi, pag. 84.

Aggiungeva in postilla:

«Riguardo alle cose d’Italia non abbiamo per naturali alleati che i Francesi». E suppeditava, come ben dice l’annotatore del Panizzi «uno degli argomenti dei quali trent’anni dopo si valse il Conte di Cavour per far accettare dall'Europa e specialmente dall’Inghilterra il nuovo Regno d’Italia» (1).

Il Pecchio coronava l’argomento con nna frase fin troppo colorita: «Venga questa benedetta guerra, e tutti vi ci metteremo con inani, piedi e cuore. Ma dal mio canto sempre con l’intenzione di adoperare le budella dei francesi per strangolare gli Austriaci» (2).

Tutto ciò è opportuno ricordare per dimostrare, come l’Italia liberata ed imita da Casa Savoia con l’alleanza dei francesi non sia stato un fungo spuntato in nna notte, ma un’idea lungamente radicata in buoni e preclari italiani.

Ritorniamo specialmente all’Azeglio.

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Egli scrivendo alla moglie da Rom a il 16 agosto 1845, annunzia la sua partenza per le Romagne, dando, ad uso postale, come scopo del viaggio il bisogno di far ricerche per il romanzo: u Ho allargato ancor più il mio piano: e per questo ho il progetto di far varie ricerche a Perugia e Ancona forse, e raccoglier anche i disegni dei luoghi onde illustrai l’edizione. Tra dieci o dodici giorni partirò, e mi fermerò a Terni ed a Foligno; onde impiegherò una settimana per andare a Perugia (3).

Nella lettera da Roma, 23 agosto 1845, dice ancora: «Partirò sabbato, 30, e fermandomi un giorno a Terni, Foligno e Perugia, andrò ad Ancona, ove ne starò due. Di là, per Urbino e Sant’Angelo in Vado, andrò in Casentino e a Firenze. Non posso ancora sapere se dovrò passare per Bologna, o per Genova....

(1) Lettere ad A. Panizzi, pag. 85 e 86.

(2) Lettere ad A. Panizzi, pag. 91.

(3) Lettere alla moglie, pag. 162.

Il lavoro che ho intrapreso mi porterà d’andare, anche più di una volta, in quasi tutte le città d’Italia; e l’andar più in nna che in un’altra dipende da notizie che vado ricevendo sui documenti interessanti che posso trovare. come vedi, per questo lavoro devo incontrare fatiche e privazioni, ma è il più importante che sia in mia mano di fare e mi sottopongo di gran cuore.... Si stamperà un giornale nell’Umbria, intitolato H Fanfulla....» Da Ancona il 9 settembre 1845 annunzia alla moglie: «Partii da Roma lunedi (della settimana scorsa — 1° settembre) e in nove giorni sono venuto precipitosamente qui. Mi son trovato però in varie città per le mie faccende e tra l’altre a Perugia.... Mi sono trattenuto a Terni, Foligno, Perugia e Loreto e dappertutto, con molte accoglienze, ho trovato aiuti e notizie per il mio lavoro.... Domani o doman l’altro partirò di qua per Firenze, seguitando le mie fermate per istrada» (1).

Da Firenze scrive alla consorte in data 15 settembre 1845: «Ieri sera arrivai dopo un viaggio di quindici giorni» e da Pisa il 28 settembre successivo: «È nato uno sconquasso in Romagna, del quale per ora si sa poco. Pare che un corpo di truppe si sia ammutinato. Speriamo che non sia altro e che i cittadini non vi abbiano preso parte; se poi saranno pazzi, e vorranno farsi calpestare, peggio per loro.... Prega Dio che il nostro povero paese non abbia a cadere in peggio per le pazzie di pochi» (2).

Da Genova il 29 settembre 1845: «Sono arrivato due ore fa da Livorno sul Dante Ho lasciato la Toscana con dispiacere. Passai tredici giorni a Firenze». E parla delle amiche e degli amici frequentati. «H povero Gino non ci vede più affatto». E Massimo vorrebbe cedere uno dei suoi occhi a Gino Capponi, come avrebbe voluto tagliarsi le sue orecchie per guarire l’orecchia malata alla figliuola (8).

Notifica u Parto per Torino col Corriere di domani». Quindi comunica il misterioso progetto di un nuovo viaggio a Palermo, di cui è pentito di aver fatta parola al Giusti, portatosi allora in casa di Manzoni (4).

(1) Lettere citate alla moglie, pag. 163, 166.

(2) Lettere citate, pag. 166-169.

(3) Lettere citale, pag. 149 e 169.

(4) Lettere citate, pag. 170.

Da Torino il 27 ottobre annunzia un altro misterioso lavoro «che non t’aspetti» e che sarà l’opuscolo sui casi âi Romagna.

Chi sa che cosa avrà sospettato la buona moglie immaginosa e sensitiva di tutti quei misteri romantici, che nascondevano un’opera patriottica cosi produttiva; e chi sa come se ne sarà adombrata e rivalsa in brontolamenti! D’Azeglio fa una corsa in Lombardia; spiega i misteri gaudiosi, parte col magon del distacco e con la speranza di riunirsi presto alla famiglia.

L’ardore patriottico riaccende il calore famigliare; novella dimostrazione che tutti i degni affetti sono complici e consorti.

Balbo è contento del nuovo campo aperto all’attività letteraria, approva il nuovo lavoro di Massimo d’Azeglio sui casi di Romagna. «Torino, 16 dicembre 1845. —Anche un altro n’è contento. che più importa, e pare che si permetterà che giri qui» (1).

L'altro contento è, s’intende, Carlo Alberto, a cui il pellegrino patriottico aveva fatto con occhio furbesco la relazione delle sue gesta di piacere in Romagna.

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L’udienza reale è pure stenografata nei Ricordi.

Noi rammenteremo solo che Massimo entrò u alle sei di mattina, che in quella stagione voleva dire prima di giorno, nel Palazzo reale tutto desto e illuminato, mentre la città ancora dormiva; entrò col batticuore, e con una voce interna, che gli ripeteva: — Massimo non ti fidare...» (2).

Massimo narrò al Re in disteso del disgusto degli assennati e degli onesti per quelle che egli, parziale ed impenitente anche nei Ricordi, chiamava scioccherie e birberie mazziniane (3).

(1) Lettere alla moglie, pag. 178.

(2) Ricordi, II, pag. 457, 468.

(3) Ricordi, II, pag. 160.

. 1 Maestà! Io non fui mai di nessnna società segrbta;... ma siccome tutti ini conoscono e sanno che non sono una spia... cosi ho sempre saputo tutto come fossi stato un settario... tutti si son persuasi che senza forza non si fa nulla, che forza in Italia non è che in Piemonte; e che tuttavia, neppur su questo non è da far assegnamento, finché dura l’Europa tranquilla ne’ suoi ordini presenti... Credo che sugli uomini ora influenti in quei paesi (di Romagna) io possa dire d’aver molta influenza pel momento. Son riuscito a persuaderne la maggior parte; ma il moto di Rimini, scoppiato due settimane dopo che avevo lasciata la Romagna, è una prova che non tutti erano persuasi; o che se erano persuasi i capi, non lo erano gli uomini in second’ordine Chi soffre, è il solo giudice della grm qaesüone del non poterne piii. Gli uomini son cosi fatti; e la politica saggia e previdente deve par. tire dallo stato reale delle cose, e accettarlo, se non vuol andar fuor di moda... Ora la Maestà vostra mi dirà, se approva o disapprova quel che ho fatto e quel che ho detto».

Carlo Alberto, senza punto dubitare né sfuggire lo sguardo del suo interrogatore, ma fissando invece i suoi occhi in quelli di Massimo, rispose tranquillo e risoluto: «Faccia sapere a quei signori, che stiano in quiete e non si muovano, non essendovi per ora nulla a fare; ma che siano certi, che presentandosi l’occasione, la mia vita, la vita dei miei figli, le mie armi, i miei tesori, il mio esercito, tutto sam speso per la causa italiana» (1).

Qnantunque Massimo risentisse in petto il «non ti Mare» e l’abbracciò drammatico, con cui l’accomiatò Carlo Alberto, gli sembrasse. freddo, quasi funebre (2), nondimeno quella fu per lui una bomba, che diede la mossa ai tuoni. Gli parve persino che Carlo Alberto lo incoraggiasse, e lo incaricasse direttamente o indirettamente a scrivere sui Cosi di Romagna.

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I Casi di Romagna sono il punto, dove cessano i Ricordi di Massimo, e dove comincia la sua vita più apertamente pubblica di patriota.

(1) Ricordi, II, pag, 160, 402.

(2) Ricordi, II. pag. 403.

Egli sperava di potere pubblicare il libretto a Torino.

Lo scriveva alla moglie da Torino il 26 dicembre 1845: «Mi stavo ingegnando per ottenere di stamparlo qui, valendomi di una frase dettami in questo senso dal nostro cimico; ma allo stvingere sono rimasto con le mosche in mano» (1).

Ma poiché il nostro amico fa tuttavia il Retentenna e rimangia il permesso lasciatogli balenare, D’Azeglio, dopo aver ricevuto da Domenico Promis, bibliotecario di S. M. e membro della Censura, un no tondo come la bocca d’un pozzo (2), decide di avviarsi per far stampare in Toscana, allora refugium peccatorum e paese del lasciar correre.

Alessandro Repetti nella commemorazione del martire Luigi Dottesio da Como, suo socio nella Tipografia Elvetica di Capolago, la quale con. le sue coraggiose pubblicazioni fu una fonderia di cannoni per il Risorgimento italiano, racconta: «Ecco un giorno il mio Dottesio presentarmi Massimo d’Azeglio, che si trattenne a Capolago per assistere alla stampa dei suoi Ultimi casi di Romagna, poi mi condusse Cesare Balbo, e si stamparono le sue Speranze d’Italia» (3).

La notizia riguardo all’Azeglio appare contraddittoria ed erronea.

Anzitutto Le Speranze d'Italia del Balbo, scritte nel nov. 1843, pochi mesi dopo la pubblicazione del Primato di Vincenzo Gioberti, pubblicavansi primieramente a Parigi nel principio del 1844; solo a Capolago se ne faceva una seconda edizione nello stesso 1844 e poi una terza nel 1845 (4).

Ma riguardo agli Ultimi casi di Romagna} tanto la narrazione finale dei Ricordi, quanto la testimonianza sincrona delle lettere alla moglie e al fratello Roberto provano, che la stampa siane stata fatta in Toscana.

Non è questa l'unica inesattezza che riscontrai nell’opuscolo pur prezioso e patriottico del Repetti. Ad es. ivi leggesi pari menti che il 26 agosto del 1842 giunge a Capolago

(1) Lettere alla moglie, pag. 176.

(2) Ricordi, ii, pag. 477.

(3) V. l'opuscolo: 1810-1811. Luigi Dottesio da Como e In Tipografia Elvetica da Capolago. Ricordi di Alessandro Repetti. (Roma, Tip. Nazionale di Reggiani e soci, 1882

(4) V. Della vita e degli scritti del Conte Cesare Balbo, rimembranze di Ercole Ricotti (Firenze, Felice Lo Monnier), 1850, pag. 201, 202 e 451).

«un calesse scoperto coll’avvocato Carlo Battaglini di Lugano, Angelo Brofferio, amicissimo suo, che da poco aveva acquistato nna villa alle Fraccie presso Locarno, e con loro erano Berchet e Giuseppe Giusti «(1).

Ora che il Giusti si trovasse quel giorno o mai a Capolago negano le date dell’Epistolario Giustiano, e gli accesi moccoli, che nello stesso Epistolario, nelle prefazioni e in pubbliche proteste egli con l’animo crucciòso tiré contro gli editori svizzeri, perché questi in nna edizione di straforo gli avevano attribuiti versi da lui rifiutati o non suoi (2).

Quanto allo scritto Degli ultimi casi di Romagna, l’autore a Torino ne aveva data lettura a Balbo, Lisio, Villamarina, Sauli e Provana, riportandone il giudizio che tutt’insieme poteva andare, quindi avea toccata Genova nel principio di gennaio del 1846, — ed il 22 dello stesso mese scriveva già da Firenze alla moglie che aveva letto il giorno innanzi il lavoro a Gino Capponi; e andava in brodo di succiòle, perché il venerato nomo gli aveva detto con quel suo vocione: questa è la via da tenersi; questo il tuono; queste le cose da dirsi; Dio vi benedica! «Mi sento, esclama, mi sento sempre nel cuore quel: Dio vi benedica! che non ho mai udito parola che mi facesse piu piacere. Ho mezzo combinato per la stampa, e credo potrò farla qui. Tutto insomma, a vele gonfie. Ho saputo che altri preparano lavori nel mio genere. Meglio. Insomma, fronte alta, dir la verità, e avere il suo bravo nome scritto sul cappello, questa è la via» (3).

Nella successiva lettera da Firenze, 27 gennaio 1846, riscrive alla consorte: «Credevo quasi di non poter combinare per la stampa, e d’essere obbligato a tornare a Torino, per provare più in là: poi ho combinato. Ora la restituzione di E. m’obbliga a metter una nota alla pagina delle lodi r. (P. Eenzi, uno dei principali del moto di Eimini era stato consegnato al governo pontificiò dal ministro del Granduca di Toscana) (4).

La nota, di cui sopra, doveva produrre gli effetti che vedremo in appresso.

(1) Commemorazione del Dottesio cit., pag. 10,

(2) V. Versi editi ed inediti di Giuseppe Giusti (Firenze, Felice Le Monaier, 1852, pag. XIV, XV e XXI.

(3) Lettere alla moglie, pag. 178,179,

(4) Lettere alla moglie, pag. 179.

Come riferimmo, D’Azeglio esultava nel non sentirsi solo a scrivere nel buon senso nazionale.

Già da Torino, addì 16 dicembre 1845, aveva annunziato alla Luisa:» Si va combinando, con Cesare (Balbo) ed altri, anzi si è già combinato un nuovo giornale, sotto la forma di rivista, pel quale si promette di darci corda un po’ lunga» (1).

Era N Antologia Italiana ideata da Francesco Predari «per dare all'Italia una rivista mensile che sopperisse in qualche modo alla perdita dell'Antologia di Firenze, del Viesseux, e fosse non solo istrumento di progresso scientifico e letterario, ma scintilla che tenesse vivo in Piemonte quel fuoco patrio che doveva poi ravvivarsi a poco a poco in tutte le altre provincie d’Italia» (2).

«Antologia Italiana comparve nel luglio del 1816; ed ebbe in processo di tempo fra i più fervidi collaboratori Cesare Balbo (3).

Intanto Massimo scrivendo da Firenze alla moglie il 2 febbraio 1816, strepita e si arrabbia dell’inazione pel giornale: «Come vedrai dalla lettera di B. (Balbo) il giornale, o per dir meglio la sua coperta, è là beante, che aspetta d’esserc empita; io qui predico a tutti di darsi moto, e scrivere e mandai roba; predica anche tu costi. Io, appena posso, farà bene o male; ma pure non mi si può dire che stia colle mani in mano. Sarebbe proprio bionda, se quando il lie ha detto che accorderebbe libertà di scrivere, nessuno scrivesse e il giornale non potesse farsi! Se vedo queste, prendo tutti i ferri del mestiere, li butto in Arno, poi mi sdraio al sole a grattarmi il corpo come i lazzaroni».

Ritornando alla nota per la consegna del Renzi, prevede che l’aria di Toscana gli farà male e che potrà poi dire anch’egli come un personaggio del Giusti: io che ho sofferto persecuzioni... e soggiunge: «Il pubblico qui è furioso per la consegna; e se non fosse che, grazie a Dio, ci sono otto teatri aperti, e i balli di due casini, Dio sa cosa succederebbe» (4). Ed ecco in una bottata ritratto da par suo lo spirito pubblico toscano di quei giorni.

(1) Lettere alla moglie, pag. 7.

(2) Primi vagiti della Libertà Italiana in Piemonte per Francesco Predari, capo II, pag. 61.

(3) Id. Id. pag. 70 e seg.

(4) Lettere alla moglie, pag. 180.

In una successiva lettera fiorentina del 10 febbraio 1840 rinfocola la moglie per la propaganda di collaborazione al giornale.

Riguardo alle sue occupazioni dice: «mi son messo a dipingere non avendo altro da fare per ora, che un’ora al giorno di correzioni. Il mio parrucchiere m'ha ordinato un quadretto; un altro l’ha voluto Grimaldi».

Ma egli fa pur altro che correggere le bozze dei Casi di Romagna ed eseguire le ordinazioni artistiche del mecenate parrucchiere.

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Ha già raccomandata per mezzo del fratello Roberto l’accettazione nell’esercito piemontese di un conte Ferro della Marca, licenziato da Lucca; con lettera da Firenze del 1° marzo 1846 allo stesso fratello raccomanda l’accettazione di un nuovo eroe in erba, un francese, Léopold, figlio di Augusto Michel d’Orgon, (Bouches du Rhòne).

E non contento di fare il sergent rêcluteur raccomanda a Carlo Alberto di comperare un gruppo colossale del Bartolini «Pirro che lancia Astianatte non so dove; ed Andromaca che cade svenuta; meraviglia delle meraviglie» (1). Gli aveva già raccomandato di comperare un quadro di Bruloff rappresentante «Inés de Castro coi figli, quando gli sgherri vengono ad ammazzarla»; e questa compera era stata suggerita per soccorrere la vedova di un negoziante morto fallito (2).

Non solo esorta Carlo Alberto, in cui vedeva il pernio della risurrezione italiana, ad accettar soldati, e a proteggere artisti, ma tiene d’occhio il movimento dei nemici naturali dei nuovi tempi. Narrando al fratello Roberto con lettera da Firenze del 31 gennaio 1846 la consegna del Renzi al Papa eseguita nella notte del 23, ne incolpa il partito gesuitico e narra: «L’indignazione del pubblico è grande. Si trova scritto pei muri: Abbasso il Ministero e i gesuiti, e non mi stupirebbe, se tornando il Granduca, che è in Maremma,

(1) Lettere al fratello Roberto, pag. 63, 65 e 67.

(2) Lettere al fratello Roberto, pag. 67.

gli si dessero segni di disapprovazione non equivoci. Nel mio scritto, dove lo lodavo del primo atto, ho dovuto mettere una nota, per la quale, forse, avrai il piacere di vedermi prima che non si pensava» (1).

Nella lettera del 1° marzo ragguaglia il fratello di un tumulto pisano, contro le dame del Sacro Cuore, che volevano far arrivare i Gesuiti per confessarsi da loro due volte alla settimana (2).

 Finalmente scoppia la grande bomba; l’opuscolo Degli ultimi casi di Romagna.

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Con lettera del 10 marzo da Firenze l’Azeglio lo preannunzia alla moglie: «domani finalmente arriva il libretto e sarà distribuito qui. Te ne manderò qualche esemplare, ma del resto sarà reperibile in ogni città, e perciò anche a Pisa; ed avrò cura di farti sapere da chi».

Esclama: «tal qual’è, se tu sapessi che cifra colossale di noie e di fatiche Costa!» E nella dubbia previsione dell’accoglimento che riceverà, l’autore comincia a farsi un po’ di intima bibliografia: «Quanto all'effetto, che farà, Dio voglia indovinino i nostri amici! Ma in certe epoche di parti, chi ragiona... o tenta ragionare... dai freddi è chiamato caldo, e dai caldi freddo. Vero modo di far furore come vedi. Del resto, tagliar la verità, come un vestito al dosso della passione, non fa per me; e per certi feroci avrei pronta una risposta, che non ho voluto far entrare come proposta, per non metter troppo i nostri cenci al pubblico; e potrei dire: Chi ha in corpo questa gran ferocia dovrebbe, quando ha pur dato mano a uno schioppo, scaricarlo almeno una volta prima di darla a gambe; e che io quel pochissimo che predico agli altri lo fo; e se verrà giorno, che predichi di più, e non mi vedano a farlo io per il primo, mi mutino nome» (3).

(1) Lettere al fratello Roberto, pag. 63.

(2) Lettere al fratello Roberto, pag. 68.

(3) Lettere alla moglie, pag. 183.

Per studiare il carattere politico di Massimo, sarà opportuno rimetterci innanzi le sentenze sostanziali del suo primo opuscolo. Cosi ci faremo direttamente un’idea esatta delle aspirazioni moderate d’allora.

Conforme all’epigrafe tolta all'Ecoles. (XII) verba utilia quaesivi, l’Azeglio insiste sul principio elle «l’opportunità è la massima delle condizioni in tutte le cose umane; nelle cose di stato poi è tutto». Per attendere il momento opportuno, consiglia all’Italia che prenda a modello di rassegnazione l’Irlanda e la Polonia.

Qui con tutto il rispetto all’autore, la filosofia pratica e la critica storica dei fatti compiuti ci inseguano come la Polonia non è ancora libera e l’Irlanda non è ancora autonoma, sebbene non abbiano mancato di fare frequentemente onore al sistema dell’Azeglio e di meritarne le lodi.

Invece l’Italia è libera e riunita e porta la sua testa alta, è intangibile in Campidoglio, perché non ha accettato senza benefizio di inventario quel sistema di rassegnazione ed ha creduto col Giusti

che la pazienza in questo struggibuco

la mi diventa la virtù del ciuco;

ed ha messo l’ira tra i santissimi sacramenti.

Ad onor del vero dobbiamo però affrettarci a soggiungere che se l’Azeglio consiglia la dolcezza al gregge, si mostra coraggioso contra i lnpi travestiti da pastori.

Egli bolla le magagne del governo papale dalle più piccole alle più grosse.

«Il capo dello Stato, egli osserva, non ha giorno d’udienza pubblica, come hanno tutti i sovrani assoluti. Ma questo è nulla. Se un suddito dello Stato domanda di parlare al Papa, non gli viene concesso se non promette formalmente prima che non gli parlerà d’affari».

Le gabelle sono date in appalto col programma adottato poi pur troppo anche in qualche fase del Regno d'Italia libera ed unita: «impoverir tutti per arricchir qualcuno».

«Roma ha detto, io non credo alle Strade ferrate».

«Parlando in generale, più le derrate sono cattive a questo mondo, più s’hanno a buon mercato. Ma non è cosi de’ governi.

Più son cattivi e più costano. E lo sanno i sudditi pontifici... i quali sono costretti a saldare alla cieca i conti di un improvvido sistema che li rovina, sono costretti a mantenere un’armata di impiegati inutili (fossero soltanto inutili!)... Son costretti a pagar grassamente alti ministri, spesso forestieri, che occupano cariche, alle quali non possono aggiungere i comuni cittadini, se non entrando negli ordini sacri, abbiano o no la vocazione a questo augusto ministero».

Il pittore politico non solo dipinge all’olio bollente il governo papale, ma ne frigge pure i sanfedisti suoi scherani.

«È in Romagna, egli bolla, una generazione d’uomini, vile, oscnra, di rotta e scellerata vita, usa all’ozio, al bagordo, alle risse da taverna, che si grida devota al Papa, al suo governo, alla fede, alla religione, e con questo vanto si tiene sciòlta d’ogni freno, di ogni legge, stima lecita ogni violenza (forse la stima meritoria), purché sia contro uomini che professino altre opinioni delle sue; lo che, come ognuno vede, è lo stesso che dire contro chiunque le sia odioso o nemico».

Di fronte alle prepotenze e alle angherie dei manigoldi, l’autore esclama col cuore compunto di cristiano fervore: «Nella nostra età, oggi, ora, mentre scrivo, pensare che tuttociù accade o può accadere non in paese rotto d’ogni freno ed in pieua rivoluzione, ma in paese retto in nome di Colui, del quale sta scritto che amò gli uoraini sino a dar la vita per loro; in nome di quella legge che comanda di perdonare al fratello sette volte settanta, vale a dire sempre; pensare che ciò non sia fa vola, sogno od esagerazione di parti, ma cosa,'per disgrazia dell’umanità e della religione, vera pur troppo e reale, è tale idea, che la mente umana non la sostiene, è idea che ti farebbe dubitar della luce del sole, e ti mette in cuore vera desolazione».

Quindi l'autore si scaglia contro la pertinace inquisizione, che pretende amministrare la giustizia commettendo delle vere ingiustizie.

«In questi Tribunali gli stessi uomini sono insieme accusatori e giudici; non v’è libertà nella difesa e neppure nella scelta del difensore, dato dai tribunali e preso tra le persone a lui devote; i processi oscuri, occulti, composti nell’interesse dell’accusa; i costituti ingannevoli, suggestivi e pieni d'artificio, ed impiegata la tortura morale, e si potrebbe dir anco la materiale...».

Onde nota curiosamente: «Per aver idea della stima che si fa in Romagna della prigione, è da sapersi che se domandate colà ad un giovane: siete mai stato in carcere? vi risponde quasi con rammarico: non posso ancora dire d’essere uomo».

In fine l’autore pianta un altro caposaldo politico:» Non v’ê principato, non autorità al mondo, che possa star su ultra base, che sull’opinione, sul consenso dell’universale. Unico legame che impedisca l’umana società, di dissolversi, è l’idea di un diritto ammesso da tutti».

Figuratevi, se un governo, come quello dipinto piu sopra, poteva avere per sè l’opinione pubblica e il diritto comune! Mancandogli tali basi, il governo vuol sorreggersi su armi mercenarie e straniere; e con ciò dimostra da se stesso di essere invalido ed iniquo.

Il fatto di provvedersi d’armi mercenarie dimostra che non ha nel suo Stato di che fidarsi; dimostra perciò che non è amato da nessuno; ed allora il suo principato non si fonda se non sulla violenza, tenuta da tutti per modo che implica illegittimità; e mancando questa violenza, è forza che rovini.

«L’armi straniere... di giunta poi lo rendono odioso agli Italiani che ogni di più s’accendono per l’indipendenza e vedono rinnovarsi a danno di questa l’antica colpa del papato, di chiamare in Italia gli stranieri, onde valersi di loro contro gli italiani... È brutto spettacolo veder l’Austria tener pe’capelli la Romagna, onde possa il papa farne quel governo ch’ei vuole. E di qui avviene che in Italia e fuori d’Italia non solo i protestanti od altri avversari di Roma, ma gli stessi cattolici più a lei devoti e gli stessi preti, ove non sien mossi da private passioni, si spogliano d’ogni stima pel principato temporale del Papa, lo predicano dannoso alla fede ed alla religione, lo vorrebbero o tolto affatto o ristretto almeno in brevi confini: in una parola, le due forze su cui vuol reggersi, non potranno aiutarlo alla prima occasione di qualche' grave disordine nell’equilibrio d’Europa, ed ognun vede quante prossime, per non dire imminenti, ne siano».

Adunque Massimo d’Azeglio propugna come base del diritto in politica il consenso universale, frase, che secondo lui rende meno ostico e più lisciamente accettabile il principio della sovranità del popolo.

Però egli consiglia sempre a fuggire le troppo rapide transazioni, e vuol insegnare l’arte di maturare i disegni e non rompersi il collo.

Panacea comoda è secondo lui la cospirazione pubblica.

Quando in una nazione tutti riconoscono giusta una cosa e la vogliono, la cosa è fatta; ed in Italia il lavoro più importante per la nostra generazione si può far colle mani in tasca.

(Quanto maggiore sarà in Italia il numero di coloro, che pubblicamente e saviamente discuteranno le cose nostre, che protesteranno in qualunque modo contro l’ingiustizie che ci vengono usate, tanto più rapidamente e felicemente progrediremo nella via della rigenerazione. Questa congiura al chiaro giorno, col proprio nome scritto in fronte ad ognuno, è la sola utile, la sola degna di noi e del favore dell’opinione, ed a questo modo anch’io di gran cuore mi dichiaro congiurato al cospetto di tutti; anch'io a questo modo conforto ogni buon italiano a congiurare» (1).

Questo pensiero conclusionale veniva poi, come si sa, rubato a Massimo d’Azeglio dal suo empio rivale Camillo Cavour, quando il gran Ministro nel memorando discorso per Roma Capitale diceva il 27 marzo 1861: u l’onorevole deputato Ferrari, valendosi d’una figura rettorica, ed accennando ad un nome che pareva che questa Camera non volesse udire (Giuseppe Mazzini) ha soggiunto che non amava i cospiratori, neppur quando quelli che cospirano sono sul banco della Presidenza. L’onorevole deputato Ferrari ha voluto quindi farmi l’onore di annoverarmi fra i cospiratori. (Si ride). Io ne lo ringrazio, e colgo questa occasione per dichiarare alla Camera, che fui per 12 anni un cospiratore. (Oh!). Si, o signori per 12 anni ho cospirato con tutte le mie forze; ho cospirato per giungere a procacciare l'indipendenza alla mia patria. Ma ho cospirato in un modo singolare, ho cospirato proclamando nei giornali, proclamando in faccia al Parlamento intero, proclamando nei consigli d’Europa quai era lo scopo della mia cospirazione. Cospirai poi col cercare degli adepti, degli affigliati, ed ebbi a compagni tutto o quasi tutto il Parlamento Subalpino;

(1) Vedi l'opuscolo Degli ultimi casi di Romagna negli Scritti politici e letterari di

Massimo d'Azeglio (Firenze, G. Barbera, 1872) vol. I, e segnatamente alle pagine

41, 54. 67, 71, 72. 71, 77, 78, 79, 98, 102. 106, 107, 109, 115 e 119.

ebbi poi adepti in tutte le provincie d’Italia; ebbi negli scorsi anni ad adepti e compagni quasi intiera la Società Nazionale, e in oggi io cospiro con 26 milioni d’Italiani» (1) (Applausi).

Quegli applausi erano un po’ anche dovuti all'inventore del nuovo metodo di cospirare in pubblico, Massimo d’Azeglio.

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Dagli applausi di rimbalzo del 1861 retrocediamo a quelli diretti del 1847.

Come abbiamo già rilevato in proposito dell'Ettore Fieramosca, la maggior prova del favore del pubblico è lo spacciò del libre.

Da Firenze Massimo può scrivere con ragione al fratello Roberto il 18 marzo 1846: «Modestamente, ho fatto furore. L’edizione di duemila copie in otto giorni è partita. La granduchessa ha fatto comprare il libro, ma non so ancora che ne dica. Essa era contraria alla restituzione di Renzi, e si crede dirà al marito: Ve lo dicevo io? — Una dama di Corte, mia arnica, s’è incaricata di scoprire cosa se ne pensa a Pitti. I frati di S. Marco, miei amici, perché gli ho celebrati nel Nicolò, m’hanno fatto complimentare e dire che bisognerebbe mandare una copia a tutti i cardinali. Ma non lo fo, mi parrebbe bravata» (2).

Nella successiva lettera fiorentina del 21 marzo conferma al fratello ed amplifica le notizie, del buon incontro, senza esempio, che ebbe il libretto; — e soggiunge:» quel che m’ha fatto più piacere, è stato approvato da tutte le persone oneste, gravi, da frati, preti, ecc. Capisci quanta conseguenza abbia questo fatto. Quel che più fa meraviglia, ha incontrato anche quasi con tutti quelli del partito feroce Alfieriano, Mazziniano, pur sang, morte ai tiranni, e simili, e questo m’ha stupito e mi par buon segno, ciòè che c’entri un po’ di giudizio finalmente... la diplomazia è tutta in mio favore... I Ministri (alcuni almeno) hanno detto che era bello il libretto... (3).

(1) Il conta Cavour n Parlamento. — Discorsi raccolti e pubblicati per cura di F. Artom e A. Blanc. (Firenze, Barbera ed. 1868) pag. 65

(2) Lettere al fratello Roberto, pag. 70 e 71.

(3) Lettere al fratello Roberto pag. 71. 70 e 77.

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Per otto giorni l’Azeglio fu lasciato stare.

«Per otto giorni, egli scrive, nessuno mi ha detto nulla... ieri l’altro poi (19 marzo) m’arriva un dispaccio del buon Governo (cosi chiamato per la figura di rettorica che fa chiamar Eumenidi le furie) che mi dice di far fagotto Del termine di otto giorni (1).

Lo sfratto preveduto era per la nota risentita sul rilasciò del Renzi, quantunque Gino Capponi gliel’avesse fatta ridurre (2).

Ricevuto il 19 sera «l’avviso, per lettera cortesemente concepita, che alla scadenza della sua carta di sicurezza (26 marzo) avesse a desmovbagh la ca’» egli compiega la lettera al Carrega, incaricato d’affari del Re di Sardegna, scrivendogli «come qualmente essendo suddito piemontese e perciò sotto la sua protezione credeva dover suo aspettare le istruzioni prima di muover un passo» (3).

«Costa gran seccature rigenerar l’Italia!» egli esclama, scrivendo alla moglie il 20 marzo: ma si propone di tirar innanzi allegramente. «... Scriverò al Constitutionnel, m’ainteré mani e piedi: giacché mi son tagliato il filetto alla lingua, ne voglio profittare.

Quasi si diverte fieramente dello sfratto ingiuntogli. Riscrive alla moglie il 22 marzo: «non son disposto ad andarmene ad orecchie basse, senza spiegazione, come i ladri. Se non vogliono dirrai il perché, ho risoluto di non muovermi, se non per forza; e può accader che mi veda arrivai’ a Pisa coi gendarmi, e t’avviserè, perché inviti gli amici allo spettacolo» (4).

Continua ad occuparsi della diffusione del libretto; e scrivendone al fratello Roberto il 23 _marzo gli dice: «far pazzie è male, ma far niente e contentarsi di soffrir come i selvaggi, che non urlano, quando gli scorticano, è peggio» (5).

Comincia a scaldarsi ad agitarsi davvero; raccomanda spesso il giornale di là a venire.

(1) Lettere al fratello Roberto pag. 71.

(2) Lettere alla moglie, pag. 182.

(3) Lettere alla moglie,, pag. 186.

(4) Lettere alla moglie, pag. 186.

(5) Lettere al fratello, pag. 80 e 81.

Succede un po’ di tiramolla nel governo granducale, tiramolla notificatogli da Carrega. Partirà, non partirà. Finalmente si ha la gentilezza di certificarlo, che l’unico motivo dello sfratto è un motivo esclusivamente politico, quello dell’opuscolo; ed egli si accinge ad andarsene.

Gli si ammanniscono parecchie consolazioni; Lord Holland ambasciatore d'Inghilterra lo invita a pranzo; gli amici gli offrono un banchetto patriottico, che egli accetta però con la condizione che sia senza brindisi (1).

Egli si mantiene sempre allegro; ed il 28 marzo scrive tuttavia da Firenze alla moglie: «non potevo far l’eroe e la vittima con minor spesa» (2). Il buon umore gli è ragionevolmente aumentato dalla comica tremarella del governo granducale, che gli impedisce di toccar Pisa; perché c’era poca guarnigione; (la gendarmeria dormi vestita)» (3).

Abbracciata la moglie e la figliuola a Livorno, s’imbarcò per Genova, dove il 4 aprile annunzia affettuosamente alla consorte il suo arrivo, chiudendo la sua lettera cosi: «ricordati di quello che t’incaricai per Collegno; e addio; t’abbracciò con Vittoria e Rina e il fratello in erba» (4).

Il giorno seguente le riscrive da Genova un letterone riboccante d’affetto riconoscente e di esaltazione politica. Si felicita, perché il Collobiano sia stato nominato presidente dei Comizii agrarii (la famosa associazione) che aveva «sofferto quai che oscillazione, perché uno dei suoi membri, di que’ tali, che vogliono far camminare l’orologio colle dita, aveva pronunziato un discorso inopportuno; il solito partito, che fa bottega degli spaventi de’ nostri principi, aveva dipinto un inferno al re... Il Collobiano è uomo retto, di moderate opinioni, e son certo, che nel suo nuovo carico, cercherà e promuoverà il bene, andando innanzi però a ragione di sessanta minuti per ora; e farà bene, ché il tempo è inesorabile, come l’aritmetica?» (5).

(1) Lettere al fratello, pag. 81, 82, 83, 81 e 89.

(2) Lettere alla moglie, pag. 189.

(3) Lettere al fratello, pag. 89.

(4) Lettere alla moglie, pag. 190.

(5) Lettere alla moglie, pag. 191.

Il governatore di Genova, stato al servizio di Russia e percib memore del Codice dello hnout, aveva data una reprimenda inurbana ai presidenti delle Società, scientifiche per certo discorso un po’ avanzato. «Questi si son lagnati a Torino ed il governatore ha dovuto far una riparazione. È una vera scena, veder questi servitori vecchi perder la tramontana e non saper più da che parte venga il vento».

Quanto a sé racconta, come il solito partito avesse spacciato la fola, che egli non fosse stato accolto o accolto male in Piemonte e costretto ad andarsene a Marsiglia. Invece incarica la moglie di dire per suo conto al caro zio Saluzzo: «che all’uffizio della polizia ho avuto sorrisi con riverenze; alla dogana m’hanno appena guardato, e neppur parlato de’ tuoi foulards; che tutti m’hanno ricevuto con festa, anche i preti; e che stassera anderò ad assaggiare i gelati del governatore, dal quale non sono stato mai; ma ora, questa corvée bisogna sciropparsela».

«... Dirai al suddetto signor zio che, quando dissi che il mio libro era proibito, ma si chiudeva un occhio, ho detto il falso. Non è proibito, e si vende pubblicamente; bensì colla cautela massima, frase di censura, che vuol dire che chi lo vuole, ha da firmare il suo nome; e cosi fu venduto il libro del Balbo» (1).

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Da Genova, addì 6 aprile 1846, manda una lettera al caro Roberto, dicendogli: «Starò qui qualche giorno per varie faccende (non signore, non è per quello che crede lei) tra l’altre per avviare un bellissimo pensiero di Giacinto (Collegno), cioè, all’epoca del Congresso, d’indurre la municipalità, di Genova a rimandar in dono, con complimenti, a Pisa le catene di Porto Pisano, prese, come sai, giorni sono, e tenute come trofeo. Se questo si farà, penseranno il modo di far lo stesso a Firenze, e sarebbe bene che tutte le città italiane, che hanno di codesti trofei vcrgognosi, li rimandassero donde furono tolti. Non son gran cose, ma fanno un buon effetto, e poi il mondo si muove più coi fuscelli che colle stanghe.

(1) Lettere alla moglie, pag, 192.

Se credessi opportuno che andassi a Torino prima di quel che avevo disegnato, scrivimelo» (1).

Due giorni dopo, l’8 aprile, carteggia già da Torino colla moglie descrivendole col solito stile una uscita rientrata del Re accaduta il giorno prima per scansare una dimostrazione d’entusiasmo popolare in seguito a un articolo della Gazzetta, che ave va fatto furore; — le assicura la prossima liquidazione del partito gesuitico-austro-biscottinesco; — e le annunzia la fondazione di una società per commerciò dei vini. Aggiunge in fine le scappellate riverenti e gli applausi studenteschi, che il re aveva riportato ritornando dalla manovra (2).

L’opuscolo dell’Azeglio era piaciuto al Re. «Dice solo mancarvi che seguano i miei consigli» (3).

Il marchese Roberto aveva informato il figliuolo a Bruxelles, con una lettera da Torino del 29 marzo 1846, che si rimproverava all’opuscolo dello zio Massimo le ton un peu déclamateur. Ma lo trovava inevitabile davanti a ingiustizie e crudeltà cosi salienti, come quelle del governo pontificio, poiché il governo papale «c’est le plus mauvais et le moins éclairé des gouvernements». E soggiungeva: «l'Italie est en un état d’irréquiétude qui annonce de grands événements».

Nè egli risparmiava al figlio l’informazione del nuovo giornale in gestazione, al quale avrebbero collaborato Massimo, Balbo, Gioberti, Ginsti, Provana ed altrettali compilatori, rappresentanti dell’opinione liberale moderata. Secondo tali informazioni il periodico avrebbe il titolo di Rivista Italiana» qui exprime sa tendance. C’est un grand pas. J’ai même de la peine à v croire et ne serai convaincu qu’en le vovant. On m’v a enròlé» (4).

Massimo dà un altro balzo a Genova, dove l’il aprile notifica alla moglie che lo spacciò del suo libro è incoraggiato persino dalla Polizia (5); rinfocola la proposta di restituire le catene ai Lellere al fratello Roberto, pag. 92.

(1) Lettere alla moglie, pag. 192, 195.

(2) Lettere alla moglie, pag. 137.

(3) Souvenirs Historiques, pag. 73 e 74.

(4) Lettere alla moglie, pag. 195.

Pisani, atto di concordia patriottica, che doveva solo effettuarsi nel 1860; combina la celebrazione dell’anniversario o centenario della cacciata dei Tedeschi, e annunzia che il Mamiani da Parigi è chiamato in Piemonte. Il 18 aprile riscrive da Genova alla moglie che circa l’affare delle catene Pareto e Rovereto gli dissero asciutto asciutto: È impossibile! Ed egli si incoccia vieppiù nella santa opera. Sapendo per esperienza che la donna trascina il mondo, incarica dell’apostolato in capite la marchesa Teresa Doria. Ed esclama: «Sempre più mi persuado che la volontà, quando è di quella che dico io, è una potenza non disprezzabile. Predica questa massima da parte mia e sarà buona predica. Dieci in Italia, che dicessero: Voglio, come l’hanno detto Maometto, San Francesco, Napoleone, Sant’Ignazio, e poi si vedrebbe. Pur troppo invece, il Non è possibile, vera divisa della pigrizia, è la risposta che si dà più spesso in Italia a tutte le questioni. Su, perdio, dormiglioni! ché a quel che avete dormito, dovreste aver voglia di muovervi» (1). Egli non dorme davvero nell’immobilità. Il 24 aprile è già di ritorno a Torino, donde con lettera del 25 regala alla moglie umoristicamente il bisticciò piemontese, con cui ha consigliato gli scienziati genovesi un po’ bisticciati a rappattumarsi con il Re: «ho predicato il mio sistema — quando si riceve un calciò nel sedere, non risponderne un altro, ma voltarsi e dire: J saria a preghelou ch'am deisa nen d' P nt'l Q » (2). Gli amici e parenti liberali gli fanno festa. «Balbo dice, che la mia ritirata di Toscana, disputando il terreno, vale quella di Moreau! So che il Re è tutt’altro che in collera I gros bonnets di Corte mi fanno bocchino, un po’ forzato, un po’ provvisorio se vuoi, per lasciarsi aperta la via, nel caso d’un cambiamento nel principale, ma pure me lo fanno» (3). Gli fa tenerezza il sapere della sottoscrizione apertasi in Toscana per il suo ritratto, e della parte importante presavi dai calzolai e legnaiuoli di Pescia. Ma ciò, che più gli dà lo sgallettio, è la guerra o rappresaglia commerciale intavolatasi cum patanïbus. coi patani (tedeschi), preludio della guerra militare e politica.

(1) Lettere alla moglie, pag. 193.

(2) Lettere alla moglie, pag. 200.

(3) Lettere alla moglie, pag. 231.

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Il 3 maggio porge alla moglie il magno annunzio, che la Gazzetta Ufficiale porta un manifesto di risposta coraggiosa, che il Governo fece all’Editto del 20 aprile, con cui l’Austria raddoppiava le gabelle su tutti i vini del Piemonte. Per di più si combina di fondare a Genova una Casa per l’esportazione vinaria. Generale entusiasmo. Il Re salta sulla sedia per l’animazione allegra. E d’Azeglio nella chiusa della lettera abbraccia patriotticamente la moglie, la figlia e la nipote Vittoria, esclamando: Viva l'ltalia e Iddio aiuti la buona causa! Egli desidererebbe comunicare direttamente il suo entusiasmo al Re; ma, avendolo fatto tastare sulla opportunità d'una visita, ne ebbe per risposta: «Gli dica che non ho niente con lui, e lo vedrei molto volentieri, ma, per certi rispetti, aspetti un po’ più in là» (1).

D’Azeglio fa la voce tanto grossa che alcuni amici residenti in Lombardia ne restano un po’ impacciati. Ad es. egli rivela alla moglie con lettera del 23 maggio il contegno del suo factotum Devecchi: «Devecchi, le rarissime volte che mi scrive, vedo, che invece di firmare affezionatissimo amico, vorrebbe poter mettere affezionatissimo nemico, pel caso che la lettera venisse aperta Nonostante il riserbo degli spericolati, si va avanti. Il Ministero reazionario minaccia di cadere. «Si dice che La Margherita possa lasciare il Ministero, e se ciò accadesse, credo che la città si illuminerebbe da sè» (2).

Ma i ministri anziché andarsene loro, si provano a far cambiar aria all’Azeglio.

Egli racconta cosi alla moglie con lettera del 31 maggio il complotto ordito per sfrattarlo: «In questi giorni v’è stata una battaglia a mio riguardo principalmente e anche riguardo di Balbo; il partito La Margherita, La Tour, Saluzzo, eccetera, ha fatto un’adunanza in una villa vicina; dicono sia venuto anche Maistre, e hanno dato poi l’assalto al Re, onde mi mandasse via».

(1) Lettere alla moglie, pag. 204.

(2) Lettere alla moglie, pag. 206.

Ma gli antimaximistes, come li chiama la marchesa Costanza in una lettera del 14 giugno al figlio, rimasero sconfitti. «Heureusement le Roi a de l’esprit et de la raison pour tous ces messieurs» (1).

Riuscito vano il tentativo di cacciare l’Azeglio, il partito reazionario inesauribile nei suoi mezzi di ingranchimento, fece muovere il gesuita Tapparelli, con lettera privata, perché tentasse di infrenare il paterino fratello toccandogli il cuore, prima che fosse necessaria una lotta pubblica. Massimo il 13 giugno dà cosi contezza alla moglie delle impressioni ricevute per le mosse fraterne gesuitiche: «Prospero m’ha scritto una lunga lettera sul mio libro, lettera affettuosa e da quell’ottimo uomo che è. come puoi credere, non approva il mio lavoro; e dicendomi che non lo vuol considerare, né come cattolico, né come gesuita, ne parla però sempre, vedendolo particolarmente dal punto di vista gesuitico. Ho letto la sua lettera a Balbo, a Roberto, a Lisio e ad altri: tutti hanno trovato che la lettera era bella, affettuosa, ma debole di raziocinio. Ho fatto uua lunga risposta, ch’è stata approvata dai suddetti e che, appena avrò finito di copiare, spedire» (2).

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La risposta è pubblicata negli Scritti postumi; e siccome è eccellente e contiene in modo conciso tutta la purezza della politica azegliana, sarà bene averne dinanzi i tratti principali.

Il Gesuita per commuovere l’anima nobilmente affettuosa del fratello gli aveva richiamato innanzi la memoria dei genitori, e specialmente quella della santa mamma. Massimo gli risponde: «Del desiderio della mamma ti posso assicurare che non ne avevo la menoma idea. E poi, se non ho dimostrato in altre cose, come dovevo, la pietà, figliale, sa Iddio se ne provo profondo dolore. Ma, domando a te: supponendo che i nostri genitori avessero avute le mie opinioni e non le tue, e che t’avessero chiesto di pensare e scrivere sempre a mio modo; se avresti creduto tuo dovere di sottometterti a questa che potrebbe dirsi falsificazione dell’intelletto?»

(1) Souvenirs Historiques, pag. 75.

(2) Lettere alla moglie, pag. 207 a 209.

E alla coscienza del gesuita indirizza una domanda di una logica vie più incalzante, cioè: se la stessa religione di Gesù Cristo avrebbe mai potuto fondarsi, ove i figliuoli avessero sempre tenuto per obbligo di seguire le credenze dei genitori.

Come sappiamo, Prospero aveva cominciato la lettera, protestando di non voler parlare né come cattolico, né come gesuita. E Massimo gli risponde: «Come gesuita, hai ragione; perché finalmente né lo sono, né mi corre obbligo d’adottar le opinioni della Compagnia. Ma, come cattolico, puoi parlarmi; non alzerei mai una paglia contra le idee religiose».

Il cattolicismo appartiene al cristianesimo, che è la religione degli oppressi su questa terra. «Se ho mostrato maggior benevolenza ai sudditi che ai governanti, egli argomenta, non se ne deve stupire un’anima come la tua. Anche tu certamente senti più affetto pel perseguitato che pel persecutore... »

«... Il dire che non si può essere insieme cattolico e liberale, è una di quelle accuse che ogni partito getta al partito contrario, o, per dir meglio, gettava, e che ormai non trovan più luogo né negli scritti, né nei discorsi di chi pensa un po’ seriamente...  Caro fratello, si tratta di leggi, di sicurezza personale, di gabelle, d'imposizioni, di commerciò, d’istruzione, e non di questioni teologiche. Ed il voler essere Principe per opprimere e consumare i sudditi; e diventar poi Papa per impedir loro, come cattolici, di alzar un lamento, lasciò a te il giudicare che modo sia».

«... Il cercare poi, come e quando si potrà, d’ottenere l’indipendenza, se ciò lo chiamassi grido di rivoluzione, sarebbe inutile il discutere più oltre tra noi. Io lo tengo per il primo dei diritti......

«... La verità, dici bene, ha una gran forza. Ma allora, per ché non dirla? Perché v’hanno ad essere sistemi che hanno per base il non dirla? Ti ricordi la tua lunga e bella nota contro il giuoco del lotto? Perché non te la lasciarono stampare?....».

Condotto dalla forza della verità e del rispetto leale per essa, il moderato Massimo schizza sul fratello gesuita certe zaffate di diritto o filosofia delle rivoluzioni, di cui si contenterebbe il politico più avanzato.

«Il porre per base che non si devono cercar miglioramenti come 10, perché vi sarà poi chi li vorrà come 20 e come 40, non mi pare accettabile.

Certamente l’abuso è accaduto e potrebbe accadere; ma non so se abbiano maggior colpa quelli che dal giusto, trovandosi avviati, trascorrono all’ingiusto; o quelli che, col negare il giusto, hanno dato cagione che s’avviassero. Insomma, viene pure pei popoli quel giorno impossibile a prevedersi che il senno umano crede pure poter fissare, ma non riesce ad anticipare o ritardare se non di pochi momenti; giorno tremendo, in cui tutti i vincoli che univano il popolo e il Governo, cadono infranti; tutti si sentono vittime d’una oramai incomportabile ingiustizia, e, non trovando più gli uomini nell’ordine stabilito, né protezione, né sicurezza, tornano al diritto selvaggio e primitivo d’opporre forza a forza, violenza a violenza; giorno che io non oserei né assolvere né condannare, ma che sembra condotto dagli arcani giudizi della Provvidenza, affinché la perversità d’una parte del genere umano non possa rapire per sempre all’altra parte que’ beni che a tutti ha conceduti Iddio».

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Intanto una verità Massimo puù profetare al fratello: «Io dico che gli ordini dello Stato papale o si riformeranno o cadranno» (1). Avendo questo spirito di sicurtà in corpo, l’Azeglio vede il ministro La Margherita non battere più che un’ala, e Villamarina, cui l’antico Papa aveva inutilmente appuntato di poca religione, prender piede e corbellare tutti sul preteso sfratto dell’Azeglio. Carlo Alberto sentenzio: «se volesse andare, lo pregherei di restare». Il Re di Sardegna concentrai, come una sfinge patriottica, meritava di essere chiamato nuovamente dagli Austriaci Re d’Italia. Lo racconta Massimo alla moglie con la lettera del 13 giugno: IIo saputo da Milano che Torresani ha mandato per Porro, e l’ha sgridato perché vede cattiva compagnia.... come Confalonieri, e gli ha detto poi: Si, si! sperino su questo Re d'Italia, se ne accorgeranno... »

(1) Scritti postumi di M. D'Azeglio (Barbera, 1871), pag. 150 a 156.

Se tale è lo spirito pubblico a Milano, il Balbo da Torino fa salti montoni, perché un articolo del Portefeuille lo gabella come ex-austriacante, mentre D’Azeglio è tassato da quel fogliaccio come pittore, poeta senza stoffa d’uomo politico (1).

La marchesa Costanza cosi caratterizza il cambiamento generale succeduto a vista negli urnori subalpini: «le reproche vous êtez autrichien épouvante autant que celui de libéral naguère». La stessa gentildonna pronostica male del Re, se ritrosisce. «S’il parle le langage d’une légitime indépendance, il aura un immense écho dans la nation, mais s’il lui plaisait de revenir sur ses pas, il reviendrait seul et se trouverait dans une très fausse position».

«Però essa al 14 luglio 1846 crede ancora assurdo il progetto di ostilità contra l’Austria. È pur notevole la freddezza da lei enunciata per il Papa nuovo, che, da un sollecito Conclave era stato eletto il 16 giugno, per la morte di Gregorio avvenuta il 1°. «L’élection de Ferretti n’a étà reçue à Rome sans aucune espèce d’acclamation. On voulait Gizzi».

Per la marchesa Costanza risulta suo cognato Massimo quasi più papa di Pio IX. «Le livre de Maxime circule dans les provinces. Il est entre les mains des curés. Ce que je remarque c’est qu’il entre dans tout ce qui s’écrit actuellement dans les pays étrangers sans être cità. Mais ces idées sont dans la tête de tout le mond» (2).

In prova della papalità di Massimo, essa aggiunge come allegato ad una successiva lettera del 24 luglio un estratto di un carteggio romano: «Il libro di Massimo girava molto a Roma al tempo del Conclave. Quando il popolo acclamò credendo creato Gizzi, Macchi disse: — Che? credevano si desse loro il Papa D’Azeglio».

«Lambruschini confessò che c’era molta verità nel libro. Miccara disse: — Bravo, è tutto vero. — Con la stessa franchezza il Miccara aveva spiattellato a Lambruschini: — Se lo Spirito Santo c’entra, sarà Mastai; ma se il diavolo ci mette la coda, sarete voi».

(1) Lettere alla moglie, pag. 210 a 213.

(2) Souvenirs historiques, pag. 76 a 78.

«La gente poi a Roma diceva che Massimo era la quinta potenza che entrava nella nomina del Papa» (1).

Massimo godendo del suo papato potenziale e popolare, e per non demeritarne, si permetteva'  di usare frasi scottanti a riguardo del Ministro degli Esteri nella supposizione che questi facesse aprire e delibasse le lettere di lui alla moglie. Cosi cerca di punirlo nell’esercizio stesso del peccato (2).

Sa che il padrone (Carlo Alberto) è di cattivo umore (3), ma è certo che il bel tempo ritornerà. Oramai è giunto il gran momento, in cui si sfoga la pubblica congiura da lui predicata. Contro essa è inutile la polizia austriaca. «Sfido Bolza, egli scrive, a trovare il bell capp che cerca; crede che gli Italiani siano minchioni in eterno. La congiura attuale non è più pane per i suoi denti; è aperta, alla luce del sole, senza giuramenti né pugnali; è una congiura che somiglia a quella di chi, l’estate, dice che fa caldo e cerca di ripararselo; e noi diciamo che i ladri in casa sono un inconveniente e cerchiamo di metterli fuori dell’usciò» (4).

Le azioni dell’Azeglio sono cosi in rialzo che il suo libretto è salito a 5 franchi per copia (5).

Mentre lascia che il volume continui il suo corso trionfale, egli ritorna a Genova. Quivi scrivendo alla moglie in data 17 luglio, manda nuovi moccoli contro il ministro La Margherita imputato di violazione del segreto postale: «Devi sapere, scrive, che s’è scoperto che, a Torino, La Margherita apre le lettere, e non solo quelle di noi altri canaglia, ma ancora quelle dei ministri, suoi colleghi, che n’hanno fatto gran lamenti» (6).

Nella epistola del giorno seguente annunzia che l'affare delle catene e del centenario è andato a monte, ma non si scoraggisce per questo. «Per fortuna la partita non si giuoca a Genova, si giuoca in Inghilterra, in Germania, in Piemonte, a Roma, e abbiamo orinai dieci punti su dodici. Il vento è sempre più prospero, le vele ben orientate, la strada sicura.

(1) Souvenirs historiques, pag. 80 e 82.

(2) Lettere alla moglie, pag. 214.

(3) Lettere alla moglie, pag. 210.

(4) Lettere alla moglie, pag. 219.

(5) Lettere alla moglie, pag. 220.

(6) Lettere alla moglie, pag. 221.

È lunga e ci vuol pazienza; ma l'energia della pazienza, com’è la più rara e difficile, cosi è la più meritoria. Questa si deve predicare ed avere; e vedo che in generale si ha e si ha poderosa. La maggior consolazione che possa avere un uomo al mondo è veder le proprie opinioni adottate con profitto. I consigli di coraggio civile, d’agitazione pacifica, che ho procurato dare, li vedo seguiti in Romagna e fruttano vantaggi nell’interno, lodi all’estero, come avrai veduto sui Débats. Ringrazio Dio nel profondo del cuore di questo che considero il massimo dei suoi benefizi» (1).

Anche il Papa nuovo si mette bene, e non fa rimpiangere lo scacco del Gizzi. D’Azeglio scrive alla moglie da Genova il 27 luglio: «Avrai saputo il carnevale fatto a Roma per l’amnistia: il Papa chiamato fuori, gettati i bouquets e le corone come alla Cerrito».

Perciò in una lettera del 30 luglio si felicita e si loda della Provvidenza, perché ha fatto uscire il suo libro nel momento più opportuno, cioè quando erano «ancora in piedi tutti gli abusi e le brutte cose dell'amministrazione Gregorio Lambruschini e quando, per la morte del Papa, si avvicinava la possibilità di potervi rimediare» (2).

Scrivendo colla stessa data al fratello Eoberto, gli raccomanda una sottoscrizione per i fuorusciti e per i prigionieri politici liberati, ed annunzia una scorsa a Lucca (3).

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A Lucca si avvede che la sua presenza torna un po’ incomoda, ma egli non vuole essere sfrattato; e siccome pare che il Carrega margheritista non sia molto caldo in suo favore, egli scrive alla moglie il 15 agosto: «Per restar qui, almeno fino a settembre, tanto che ci possiamo vedere, spero più in me che in altri, come la Medea di Racine». E come, alla fine dei conti, non ha mai ammazzato nessuno, confida di riuscirvi, anche dovesse scrivere al duca, dicendogli umilmente le sue ragioni.

(1) Lettere alla moglie, pag. 222.

(2) Lettere alla moglie, pag. 224 e 225.

(3) Lettere al fratello Roberto, pag. 93 a 93

Egli vede il gioco del famone stabilito ed approvato per rovina delle famiglie; e ragiona: «Bisogna ch'io sia peggio del famone, ché lui lo tengono e me voglion cacciare» (1).

L’11 novembre si indirizza da Genova alla moglie, scotendo le ali desiose di ritornare a Firenze e sovratutto a Roma, dove lo attira come allodola allo specchietto, il miracolo del Papa nuovo, che scattolicizza il partito cattolico minacciandogli la borsa, e rende fanatici di lui persino i protestanti di Germania e d’Inghilterra, poiché, secondo un invidiabile motto del sig. Rendu, «il a trouvé du génie dans sa conscience» (2).

A Torino oramai anche La Margherita parla in favore dell’Azeglio, perché oramai «il faut compter avec nous» (3).

È addirittura il finimondo anche a Corte. Narra la marchesa Costanza al figlio in una lettera del 3 novembre: «il y a eu à la Cour une altercation d'une dame.... qui a fait grand bruit, littéralement, car on prétendait qu’il y avait eu imposition des mains.

«Je ne le crois pas» soggiunge l’austera, santa e patriottica gentildonna, che dal trono delle sue virtù può ascoltare e riferire gli scherzi spiritosi di Massimo, senza che la tocchino. «Se volete darvi in braccio alle vostre malnate passioni, me disait Massimo à propos de Grossi, ce qui scandalisait fort Luisa sa femme. Et je respondais: Merci, cela n’est pas nécessaire» (4).

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A Genova si stendono ancora delle code.

Il marchese Brignole ha inaugurato il Congresso. degli scienziati con un discorso di un’ora e mezza; facendo l’elogio dei gesuiti e delle corporazioni religiose; ma «il s’est relevé par des bons diners» (5).

(1) Lettere alla moglie, pag. 221.

(2) Lettere alla moglie, pag. 231. — Corrcspondance politique par E. Rendu, pag. 2.

(3) Lettere alla maglie, pag. 232.

(4) Souvenirs historiques, pag. 86 e 87.

(5) Souvenirs historiques, pag. 85.

Da Genova Massimo anela vieppiù a Roma: «ché là si giuoca veramente la partita, ora? (1), come scrisse alla moglie nella lettera precitata.

Ma il 14 novembre espone al fratello Roberto: «sono sempre a Genova. A Roma il Papa mi ha fatto dire di aspettare un altro poco ad andarmene» (2).

Intanto non è rimasto con le mani alla cintola.

Ha scritto una lettera per consigliare una dimostrazione di stima affettuosa al Re, che difendeva la sua dignità contra le prepotenze straniere. «E cosi 25000 persone erano pronte agli applausi, ma egli non usci r (3).

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Fa un nuovo fascicoletto di appendice all’opuscolo Degli ultimi casi di Romagna.

È la lettera al Signor N. N. datata da Genova, 2 ottobre 1846. come nell’opuscolo aveva demolito lo sgoverno gregoriano, nella lettera cerca rassodare le pie speranze snl nuovo Papa.

Lo vede «nelle feste e nelle allegrezze di Roma, mettersi animoso e confidente nell’onda del popolo, accoglier sereno la sua gioia senza che trascorra, fra gli applausi, a voci di disordine e ad inopportune domande; non turbarsi nel tumulto della moltitudine, cui voleano le guardie vietare di tòrre l’afficiò ai cavalli nel ricondurlo al Quirinale; non vedere infine pericoli ove non sono; ché cosi usano i veramente animosi» (4).

E spera che cosi continuera: «Che a voler anco negare a Pio IX le doti di mente e di cuore da esso mostrate in modo cosi spontaneo e generoso nei suoi principii (e sarebbe sconoscenza ed ingiustizia enorme), converrebbe supporlo privo affatto d’intelletto per creder possibile che nello stato présente dell’opinione in Italia e fuori, si fosse cosi francamente spinto innanzi per poi retrocedere.

(1) Lettere alla moglie, pag. 232.

(2) Lettere al fratello Roberto, pag. 96.

(3) Lettere alla moglie, pag. 233.

(4) Scritti politici e letterarii, vol. II, pag, 157 e 158.

«.... I preti son sempre preti, nota; è la sola ragione che molti forse opporranno alle raie parole....» (1).

Infatti i sanfedisti fanno aperte preghiere a Dio, affinché converta il Papa; e ne diede eserapio un prete di Genova che pero venne ripreso e punito da quel venerando arcivescovo (2).

E Massimo d’Azeglio batte la solfa «che in ogni età, tanto più nella nostra, la più sottile astuzia sta nell’essere leale, sincero, nell'aver rette intenzioni ed a norma di queste apertamente operare» (3).

La marchesa Costanza chiama la lettera al signor N. N. «la II' aux Romains» (4).

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L’autore del Fieramosca, ritrova pure nella storia contemporanea un soggetto di romanzo politico, da rigenerare l’Italia.

Egli scopre l’America patriottica di Garibaldi ed Anzani; il 31 ottobre ne scrive alla moglie con lacrime di esaltazione virile; fomenta la sottoscrizione per la spada d’onore a Garibaldi, per la medaglia d’oro al capitano Anzani, ed una d’argento ad ogni loro soldato; e si propone di narrare il fatto eroico. Il padrone (Carlo Alberto) approva la sottoscrizione (5).

Francesco Predari, l’editore della Antologia Italiana con fiuto di buon editore e patriota, domanda da Torino il 6 novembre 1846 al gentilissimo signor Massimo: «Il lavoro, a cui mi scrive di essere applicato su la legione italiana di Montevideo, sarebbe mai destinato, o potrebbe essere destinato alla nostra Antologia? Sarebbe pure la bella ventura per essa, giacché ottenuta dal Re la facoltà di inserirvi questa Memoria, l’Antologia verrebbe per questo fatto stesso, per reale sanzione emancipata dal legame di non poter toccare a storia moderna, che pel Ministero degli esteri è politica! N

(1) Scritti politici e letterarii, vol. I, pag. 159.

(2) Scritti politici e letterarii, vol. I, pag. 166.

(3) Scritti politici e letterari, vol. I, pag. 167.

(4) Souvenirs historiques, pag. 89.

(5) Lettere alla moglie, pag. 234 e 235.

Con ragione il Predari soggiungeva: «io farei tirare a parte un buon numero di esemplari della Memoria, e con essi si farebbe una bella speculazione per l’autore e per l’editore» (1). È straordinaria la popolarità degli scritti azegliani. «Se anche, Massimo scriveva alla moglie il 20 novembre, dessi dei pugni, ora, trovan che tutto va bene, tutto è che duri» (2).

Il Fieramosca viene tradotto in inglese ed è portato a cielo anche a New York. «Non avrei creduto, egli dice, di far tanto furore coi Yankees» (3).

% 5f Assolutamente si sentirebbe di fare lui persino da Papa: e lo farebbe meglio di Pio IX, di cui critica l’Enciclica distendendosi a discorrerne colla moglie da Genova il 22 dicembre 1846, ma prima la ringrazia degli stracchini «che saranno belli e buoni sicuramente».

Qtianto ail’enciclica la trova semplicemente una platitude. Rileva i soverchi elogî di convenienza prodigati al papa morto; «quando si diceva: La veneranda memoria del nostro antecessore, ecc. cli’è lo stesso che dar del lustrissimo, bastava». Giudica inopportuno lo scagliarsi contro i persecutori della religione; anzi egli nega la persecuzione al cattolicismo; «ora chi non crede, non per questo perseguita; o perseguita i preti bricconi e non il dogma.... E quel deplorare di continuo i tempi difficili e la persecuzione quando non c’è, è cosa plate, roba di segreteria».

D’Azeglio avrebbe voluto scriverla lui l’Enciclica. «Mi pare che avrei trovato cose da dire in tale occasione, che potessero uscire di bocca a un papa, ed avessero qualche cosa di più elevato, vero e importante» (4).

Dopo tutto questo, egli non crede che l’infelicità dell’Enciclica abbia a rovinare il mondo.

(1) I Primi vagiti della Libertà Italiana, pag. 366.

(2) Lettere alla moglie, pag. 236.

(3) Lettere alla moglie, pag. 232.

(4) Lettere alla moglie, pag. 239 e 240.

«A tutti accade d’esser goffo qualche volta (1).

Non ostante la goffaggine dell’Enciclica, la marmitta del risorgimento continua a bollir bene. C’è fermento a Lucca. «A Pisa, riferisce l’Azeglio, hanno cacciato molti studenti. Fenzi, che alla loro testa m’aveva fatto lo speech a Pontedera, è stato esiliato. In somma da per tutto si bolle» (2).

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Gli errori dei liberali sono compensati ad usura dalle nuove bestialità, prodotte pel peccato originale, o per la decadenza, senza rimessione, dei reazionarii.

D’Azeglio nelle sue confessioni epistolari alla moglie non manca di rilevare, come il partito reazionario europeo sia a corto di uomini eminenti, come di buone ragioni e di buone carte.

Perciò non si inquieta degli opuscoli anonimi, che gli si arrandellano addosso (3).

Si sdegna solo, quando gli schierano contro pubblicamente il fratello Prospero. E sfoga lo sdegno con la moglie e col fratello Roberto. Alla moglie annunzia da Genova il 3 febbraio 1847: «il padre Taparelli me l'ha fatta grossa. Ha scritto un opuscolo Sulla nazionalità, stampato e pubblicato in Genova, pochi giorni la, ed estratto dalla sua opera sul Diritto Naturelle. La conclusione di nna serie di sofismi e miserie scolastiche è che non si ha il diritto di riconquistare l’indipendenza. Ti dico che è cosa da non credere; e gli stessi ultra si fanno i segni di croce.

«È proprio vero, che non c’è bell’ingegno che resista all’influsso di convento, come non c’è forza di temperamento che resista all’aria di maremma. Sul primo mi son andato scervellando per capire come mai i gesuiti volessero, per gusto, finir cosi di rovinarsi nell’opinione, poi mi son detto: «Minchione! è morto l’Arcivescovo di Milano che non li voleva; ci sono i quattordici milioni di Mellerio da beccare; vogliono essere riammessi a Milano e tornar a Brera, ci vuol poco a capirla».

(1) Lettere alla moglie, pag. 240.

(2) Lettore al fratello Roberto, pag. 98.

(3) Lettere alla moglie, pag. 238 e 230.

Ma mi è stato di profondo dolore che un mio fratello fosse stato istrumento di una tale infamia, e il mio nome vi fosse legato. Vedi che birbi! Mai, sinora, mio fratello si era firmato altrimenti che padre Luigi Taparelli; questa volta, ha aggiunto Azeglio.

«Ti prego e t’incarico di dire a chi vorrai che anco mio fratello lo credo buono, onesto, ma raggirato da chi non lo è, e reso complice delle loro birberie; che poi, comunque sia, rinnego e detesto il suo opuscolo e la sua dottrina; e se non fosse la sconvenienza d’una polemica domestica, gli risponderei in stampa; ma spero vi sia chi lo faccia per me. Questa cosa m’ha messo la febbre addosso; e scrivo ai quattro venti, perché tutti sappiano il sudicio interesse che vi sta sotto; ma spero anche senza la mia lettera, che quello che capisco io lo possan capire molti; e tu adopera la lingua più che puoi (1).

Col fratello Roberto si espande nella lettera del 6 febbraio prima di imbarcarsi per Roma: «ti do la nuova poco piacevole, se non lo sai, d’un opuscolo di Prospero, che è stato stampato e pubblicato qui son pochi giorni, e che ti mando, e che vedrai; tratta della nazionalità, e conchiude che si può averla anco co’ stranieri in casa, e volerli cacciare è peccato».

Anche al fratello liberale svescia il segreto della pubblicazione, consistente nell’avidità gesuitica di ritornare a Milano, ingraziandosi l’Austria, per beccare i 14 milioni dell’eredità Mellerio, di cui furon spogliati i veri eredi legittimi, fra cui Arese e parecchi Visconti; «e però bisogna dire agli Italiani, l’indipendenza è fra i peccati riservati».

Fa osservare a Roberto la malignità di apporre stavolta il Taparelli d’Azeglio «per far l’antitesi e procurare a noi il gusto di veder il nostro nome insudiciato in queste porcherie».

Soggiunge: «Né io, né te non possiamo rispondere per non mettere in commedia l’Eteocle e Polinice; ma vi sarà, spero, chi risponderà e sarebbe buona occasione di far una bella dichiarazione di principii. Potrebbesi mandar una copia a Gioberti a Losanna, se crede che potrebbe dargli motivo ad una nota di 300 pagine.

(1) Lettere alla moglie, pag. 246 e 247.

Bisognerebbe però fargli conoscere la cosa com’è, e che, povero Prospero, è candido, e onesto e raggirato dai birboni, e che non gli dessero addosso personalmente» (1).

Al Predari aveva già accennate le stesse cose in un poscritto del 31 gennaio 1847, aggiungendo: «se l’impegno dei gesuiti è di finir di rovinarsi affatto bisogna ammirare la loro abilità... Spero che vi sarà chi risponda, che può servir di tema a dir delle belle cose, e ragionar la dottrina dell’indipendenza; non già che creda quel libretto possa farle del male» (2).

Anche la marchesa Costanza con una lettera, la cui data del 13 novembre 1846 è evidentemente errata di fronte alle date delle lettere succitate, informa il figlio Emanuele: «Maxime qui va s’embarquer pour Rome était furieux du livre de son frère Prospero. Je crois qu’il va fournir quelques pages à Vincent Gioberti dans le Gesuita Moderno». (Infatti l'ultimo volume di quest’opera consacrato a Documenti e Schiarimenti porta infine al n. xxx un magnifico trattatello di diritto nazionale intitolato Della nazionalità in proposito di un'operetta del P. Luigi Taparelli D'Azeglio).

Oltre agli opuscoli pubblici si avventavano libelli privati contro ai liberali, che se ne pigliavano poca, a giudicarne dal seguente scherzo della marchesa Costanza.. On a envoyé à Balbo un sonnet d’injures, où on l’appelait l'ostinato Fabio. Il a répondu sans donner cours à sa réponse et m’a envoyé le tout sur un papier fort sale et tout griffoné. Je me suis permis d’ajouter en tête de la réponse, croyant que personne ne verrait ce chiffon: Fabio ai trecento fabiocchi» (3). In piemontese fabioc significa citrullo.

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 Si era cosi sicuri della buona causa che si scherzava sulle difficoltà e nelle opposizioni che si incontravano e si tirava innanzi a fare sul serio. Improntate a serietà tipica sono le istruzioni, che il marchese Roberto d’Azeglio in quel torno mandava al figlio:

(1) Lettere al fratello Roberto, pag. 100 e seg.

(2) I primi vagiti della Libertà Italiana, pag. 377.

(3) Souvenirs historiques, pag. 88.

«Ainsi donc courage, travail, diligence, esprit de conduite.... C’est un bel avenir que tu as devant le veux. Il est fait pour flatter une noble ambition, celle de servir utilement son pays, de lui consacrer ses travaux, son intelligence, son dévouement» (1).

Anche all’estero si poteva lavorare per l’Italia; ma il centro del movimento italiano in quel tempo era Roma anche a giudizio di M. Azeglio, che quattordici anni dopo, si direbbe, per fare a picca con Cavour, tirò fuori il programma della capitale a Firenze, giudicando Roma, quasi un monumento di archeologia, trascurabile nella vita ed utilità moderna.

Allora l’Azeglio fremeva di portarsi a Roma.

Frattanto il re Carlo Alberto aveva domandato per lui il permesso di passare in Toscana. «Fiasco!» (2).

Finalmente egli termina bene l’anno 1846, ricevendo il permesso di recarsi alla Città Eterna. Il Papa aveva letta la sua lettera di paralipomeni ai Casi di Romagna; «e la gh’a faa i galitt» (3).

L’Azeglio comincia meglio l’anno nuovo, sottoscrivendo per un monumento a Confalonieri e rispondendo agli augurii della moglie: «ti ringrazio del tuo augurio per un mezzo secolo: ma preferisco che mi faccia quello di seguitar innauzi e far la chiusa, secondo sarà più utile al paese» (4).

A Genova egli ha ancor tempo di brindare a Cobden e di ammirare e coadiuvare il gran James Balbi, che affratella alle frutta genovesi e piemontesi (5); poi viene il gran giorno, in cui può finalmente annunziare la sua partenza alla volta, di Roma, partenza fissata pel 6 febbraio.

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Fa fagotto e giunge alla città dei Cesari, il lunedi 8 a sera. Evita le dimostrazioni popolari: ed il Governatore lo ringrazia di tanta modestia che torna cosi comoda al buon governo.

(1) Souvenirs historiques, pag. 90.

(2) Lettere alla moglie, pag. 283.

(3) Lettere alla moglie, pag. 241.

(4) Lettere alla moglie, pag. 213.

(5) Lettere alla moglie, pag. 245.

Ma il giorno dopo del suo arrivo il Papa gli fa dire, che voleva tosto vederlo; e glie lo fece dire per mezzo di certo avvocato Cattabene u allevato col Papa e suo amico».

L’udienza, che ebbe luogo la sera del 13 febbraio, è narra ta dall’Azeglio in due lettere brillanti alla moglie e a Cesare Balbo: di più non potrebbesi desiderare per un romanzo storico.

L’artista politico, che per far piacere al Papa si sgabellava dai pranzi numerosi, piantò in quella sera un desinare «di misura permessa, 8 o 10 persone» alle 6 e mezza, ora stabilita, e andò al Quirinale, allorché il Papa aveva già cercato di lui. Intanto era entrato il cardinal Lambruschini, che, a farlo a posta stette dentro un’ora e mezza. L’Azeglio si trattenne in anticamera con monsignor Stella cameriere segreto. Questi gli fece l’onore di paragonarlo a San Paolo, che prima perseguitò la chiesa, poi eccetera. «Feci, scrive l’Azeglio alla moglie, una riverenza di ringraziamento, ammirando l’acutezza aperçu». Finalmente egli è introdotto.

Il Papa era vestito di bianco, seduto su di un sedione di cuojo rosso, sotto un baldacchino, avanti nno scrittoio, sul quale eravi un monte di carte, una brochure con suvvi gli occhiali, due candele e due paralumi trasparenti a passi in colore. D’Azeglio gli baciò il piede, poi la mano, tesagli per rialzarlo; e rimase in piede accanto allo scrittoio. Il Papa cominciò col tono di buona società: Massimo Azeglio, bo il piacere di vederla ecc» Ed Azeglio: «Santità, Ella conosce quello che sento in questo momento e che vorrei dirle e che non trovo modo di esprimerle». «Conosco, riprese Pio IX, e so che Ella è uomo di buone intenzioni».

Il discorso si ingolfò nella politica; cominciando dalla lettera al signor N. N. Il Papa disse che n’era stato contento, aggiunse poi che nel primo libretto Azeglio era stato troppo rigido col suo antecessore. Azeglio dolente di quella semicritica pur replicò, che aveva agito in coscienza a fin di bene, e per un senso di indignazione delle cose vedute in Romagna.

Allora il Papa rispose mezzo sospirando: «Veramente le cose non potevano più andare avanti cosi Da quella confessione mezzo sospirata, l’Azeglio si senti intieramente inanimito.

Egli si trovava in una posizione desiderata invano dal Mazzini. il quale in fondo della sua famosa lettera a Pio IX Pontefice Massimo aveva scritto: «S’io potessi esservi vicino, invocherei da Dio potenza per convincervi col gesto, coll’accento, col pianto: cosi, non posso che affidar freddamente alla carta il cadavere, per cosi dire, del mio pensiero; né mi riuscirà pure d’aver la certezza che avete letto e meditato un momento quello ch’io scrivo» (1). D’Azeglio, che si trovava vicinissimo al Sommo Pontefice, cacciò nella macchina papale tutto il combustibile della lode, di cui poteva disporre, per riscaldarla vieppiù; e sospettando che le sue lodi venissero prese per luoghi comuni, soggiunse con un po’ di passione: «Ma io, Santità, non ho mai lodato nessuno».

Il Papa gli tese nuovamente la mano, che egli. ribaciò. Quindi Pio IX, ebbe la bontà di ricordarsi che aveva pranzato in casa d’Azeglio nel 23. E d’Azeglio: «di questo V. S. mi permettete che me ne vanti». Il Papa sorrise e poi dopo qualche espressione di bontà, lo congedò. L’Azeglio riferiva al Balbo, di cui aveva promesso di portare a S. S. le lettere: «me ne andai contentissimo di tutto fuorché di me che mi sentivo realmente commosso e m’ero trovato minchione nel modo d’esprimermi».

Ecco il profilo epistolare, che il pittore politico schizzò del Papa dopo l'udienza, nella lettera allo stesso Balbo: «è uomo di bella e vegeta presenza, somigliante ai ritratti, bene impersonato, occhio ed aspetto sereno, sicuro e tratto sciolto, cordiale nella perfetta misura dei gran signori che sanno esser tali. Parla bene, trovando sempre la parola più adatta, senza esitar mai, s’esprime con bon goût sulle cose triviali, con semplicità nelle elevate e non ha ombra di affettazione. Non ho mai visto un insieme d'uomo più piacevolmente armonico di questo».

Ed alla moglie: «È uomo distinto per intelletto, cuore e maniere, che sono del miglior tuono. Ti dico io, che el gh’a tornur, nel suo genere: è il prevosto un po’ più vecchio; aspetto signorile, aperto, dolce e un’ indicibile espressione di sincerità» (2).

(1) Scritti di Giuseppe Mazzini, voi. vi, pag. 161.

(2) I primi vagiti della libertà italiana, ecc. pag. 188 e seg. — Lettere alla moglie, pagine 217 e 218.

La relazione della udienza papale scritta a Cesare Balbo giovò grandemente a persuadere Carlo Alberto che Pio IX doveva essere imitato, od era giunto il momento delle riforme sa più vasta scala (1).

D'Azeglio il 10 marzo riscrive alla moglie di aver avata una altra udienza dal Papa. «Sono di nuovo stato dal Papa. Si faceva a Roma un giornale clandestino moderato, ma criticante il governo; mi pareva male per molti motivi, per l’anonimo, per mettere il governo fra il ridicolo di soffrirlo, e l’odioso di perquisizioni ed arresti. Parlai agli autori: li persuasi a desistere; portai al Papa la loro sottomissione e i nomi, d’accordo, ben inteso, cogli autori. Fu assai contento, e al congedarmi mi disse: i. Marchese Azeglio, lo benedico; e continui nella via di moderazione che ha presa» (2).

Le replicate visite dell’Azeglio a Pio IX facevano rodere i reazionarii. Ad esempio l’arcivescovo di Torino, cui il Predari poco cristianamente avrebbe voluto che Dio rimunerasse tosto richiamandolo presso di sé, ebbe a dire in un’estasi beghina: «il Papa dopo il marchese d’Azeglio può ricevere anche il signor re di Prussia: oh la vuol finire molto bene con questi soggetti!» (3).

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D’Azeglio è diventato una vera potenza. Predari scrivendogli la lettera, da cui ho ricavato l’antecedente aneddoto, esordisce: Carissimo e pregiatissimo! Veramente scrivendo ad una potenza politica, quai veggo essere Ella divenuta costi, non so con quali predicati incominciare questa raia, ccc.» (4).

La marchesa Costanza che ha copiata pel figlio Emanuele la lettera di Massimo a Cesare Balbo esclama: «C’est vraiment une puissance en ce moment que Maxime!» (5).

Egli è diventato al pari del Papa e della Cerrito celebre; il celebre

(1) Predari, I primi vagiti, ecc., pag. 187.

(2) Lettere alla moglie, pag. 249.

(3) Predari, I primi vagiti, ecc., pag. 420.

(4) Predari, I primi vagiti, ecc., pag. 419.

(5) Souvenirs historiques, pag. 91.

marchese Massimo d’Azeglio, è detto anche nelle intestazioni pubbliche, come nella lettera del prof. Francesco Orioli (1).

Nel pranzo del Natale di Roma ha varii bis: e la chiamata fuori come la Cerrito (2).

L’Azeglio non usufruisce a ufo la sua celebrità; agisce pel bene pubblico a Roma; e si spande al di fuori con lettere radiose di entusiasmo, che paiono un’aurora.

Fonda a Roma la Società della Concordia per operare al chiaro sole: risponde pubblicamente ail’Orioli; pranza e parla al Casino degli artisti suirEsquilino accanto al Colosseo pel suddetto Natale di Roma, dove dice: «Ogni quai volta piacque alla Provvidenza imprimere al mondo grandi commozioni, fece Roma istrumento dei suoi voleri, della sua potenzaSembra veramente che questa città sia destinata da Dio ad esser in certo modo arsenale dell’armi celesti.... (3).

Lo spettacolo che dava Roma in quei giorni era certamente magnifico, ma pieno di perigli: e l’Azeglio ha d’uopo di mettere a nscita tutta l’accuratezza e la saldezza della sua ternpra. Si trova fra l’incudine e il martello dei retrogradi e degli esaltati.

Ed egli non si stanca di imprimere lo slanciò agli arrembati, il freno agli scavezzacolli.

Trova in padron Angelo, specie di Cola di Rienzo, trasteverino, un apostolo coadiutore di moderazione (4).

Ha, come avviene nel mare grosso, le ondate portano la barca di qua, e un po’ di là.

Il Papa fa delle sorti te stupende, delle improvvisate esemplari; «è sempre amato, esoe talvolta la sera, vestito da prete, in carrozza di nolo, per vedere cogli occhi propriiAndò cosi a scuole notturne d’artigiani; lasciò denari e ricompense.... «(5). Figuriamoci che benedizione di popolarità! A questa rugiada di benedizione, Roma rende l’aspetto di pianta che rimette le foglie (6).

(1) Scritti politici e letterari di Massimo d'Azeglio, vol. I, pag. 218.

(2) Lettere alla moglie, pag. 252.

(3) Scritti politici e letterari ecc., vol. I. pag. 251.

(4) Lettere alla moglie, pag. 253.

(5) Lettere alla moglie, pag. 250.

(6) Lettere al fratello Roberto, pag. 102.

Ma c'è chi vorrebbe sbancarle quelle foglie.

La polizia faceva ritirare dai caffè il Contemporaneo, clic pubblicava i discorsi pronunziati pel Natale di Roma; e si sospetto l'intromissionc dell’ambasciatore d’Austria (1).

Però all’arrivo della circolare che chiamava intorno al trono i deputati delle provincie, si fanno fiaccolate, che paiono fiumi di fuoco: l’inno di Pio IX diventa la marsigliese italiana; cinquantamila persone muovono con musica cantando a fare una dimostrazione al Quirinale. «Il Papa comparve sulla loggia; i varii fuochi del bengala s’accesero in quel momento, e illuminarono più di tutto la loggia ed il gruppo del Papa, che dava la benedizione, con viso ridente; tutti in ginocchio, risposero alle orazioni; poi il Papa si ri tiré, c al momento tutte le torde e i lumi furono spenti, e tutti quanti si ritirarono in perfetto ordine» (2).

D'Azeglio comprende vieppiù quanto sia importante il centro romano, per condurre ed irradiare il movimento nazionale in modo ordinato, leale, saldo, ascendente, giusto ed efficace.

Il 28 aprile chiude la corrispondenza alla moglie:.. io non mi muovo per ora, o almeno non ne ho il progetto: ché qui mi pare luogo più importante d’Italia (3).

Una notte viene svegliato di soprassalto, perché stenda un indirizzo diretto a calmare il popolo ed eccitare e spingere il Papa.

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Nel luglio pubblica la proposta di un programma per l’opinione nazionale italiana; dove stabilisce, che dopo altri ingredienti liberali.. l’esaltazione di Pio IX, ed il sapiente e generoso programma della sua futura amministrazione sottointeso nell’editto dell'amnistia converti all’opinione moderata progressista quella frazione ancora numerosa che teneva incompatibile colla religione ogni idea di miglioramento sociale e politico, e l’indusse ad entrare anch’essa nella nuova via; cosi il partito moderato progressista italiano si compone oramai pressoché dell’intera nazione».

(1) Lettere alla moglie, pag. 252.

(2) Lettere alla moglie, 253 e 251.

(3) Lettere alla moglie, pag. 254.

Il credo della moderazione liberale è formulato nel seguente modo: «Crediamo che le sole e reali fondamenta d’un migliore ordinamento futuro, impossibile ad ottenersi oggi coi nostri attuali mezzi, stia nel cercare intanto di ottenere quello che è possibile per trovarci a portata dei mezzi de’ quali possiam disporre. Crediamo nostro dovere e nostro diritto l’usarli a questo fine, e ci onoriamo di usarli con piena ed assoluta pubblicità».

Considerata la condizione degli Stati italiani contraria alla dignità e agli interessi della nazione, giudica di primaria nécessita una unione fra i principi diretta a guarentirsi la reciproca indipendenza. L’unione dei principi italiani, cementata da tendenze analoghe verso utili riforme, potrà guadagnare loro l’amore dei popoli e stabilire su fondamenta più salde la loro autorità. «Vi sono due modi onde mantener tranquilli i popoli: la forza e la giustizia. La forza porta con sé pericoli e spese; la giustizia è sicura per sé stessa e non costa nulla».

Dal canto loro i popoli devono coadiuvare i principi mirando insieme al vantaggio della nazione.

L’unione leale fra principi e popoli avvierà l’Italia a godere dei diritto alla nazionalità; che D’Azeglio deriva sempre dall’idea della giustizia universale e dei diritto cristiano. «Il carattere più importante per la civiltà universale degli atti di Pio IX, nel primo anno dei suo pontificato, stimiamo loro sia stato appunto impresso dall’applicazione pratica e rigorosa di questa deduzione dei principio cristiano...».

«Gli interessi dei principi sarebbero più sicuramente raccomandati al suolo ed alla nazione (la quale non perisce) che non a vincoli di dinastia, che il tempo e la fortuna ha tante volte spezzati».

Per seguire il Cristianesimo nella politica, l’autore stima utili soltanto i mezzi aperti, leali, conseguenti alla massima di cercar forza nella verità e nella giustizia appoggiate al consenso dell’opinione ed al senso retto dell’universale. «lu oggi più che mai crediamo, che l’ingiustizia e la slealtà siano egualmente colpa e stoltezza». Onde bisogna fuggire non solo la slealtà, ma evitare al tempo stesso ogni mezzo che sappia di simulazione o d’astuzia. Ed è necessario dar vigore al senso morale.

Intendiamo per senso morale l'intera sottomissione dell’intelligenza ad una verità e della volontà al dovere di trarne tutte le logiche e pratiche conseguenze... La grandezza e la potenza son vere e durevoli, finché non si scostano dal senso morale. L’istoria dei conquistatori e delle conquiste lo dimostra. Gli uni e le altre violando la nazionalità, massima ingiustizia da popolo a popolo ed offesa al senso morale, si son preparati od una immediata rovina o una lunga serie di calamità ed una rovina finale».

La ripugnanza all’arbitrio e lo spirito di legalità è dovere ed interesse non solo dei governi ma altresì del popolo, a cui sta.. ne’ suoi veri interessi soffrire con rassegnazione talvolta l’arbitrio piuttosto elle imitarlo».

Le leggi, gli ordinamenti o ingiusti o irrazionali, offendono e scemano il senso morale quanto l'arbitrio. Se una legge non rappresenta un bisogno od un utile reale della società, è spesso ineseguibile e sempre, più o meno ineseguita. La forza, dalla quale si fa proteggere, ha il solo effetto di suscitare la reazione di una forza opposta, che i deboli trovano nella frode, nel sotterfugio, e nella dissimulazione o simulazione: tutti modi che indeboliscono il senso morale».

Pio IX che agisce conforme a verità e giustizia diventa «il più valido propugnatore del senso religioso togliendo le volontà alla corruttrice dipendenza della forza, e sottomettendole alla rigeneratrice e volontaria dipendenza della persuasione e della carità... Il pensiero di Pio IX basta a ricondurre a sensi onesti e generosi, e domina oramai tra il popolo come un istinto od una superiore influenza.. Il consenso dell'opinione, ove in essa sia potente il senso morale, crediamo ottenerlo professando principii politici fondati sulla giustizia e la realtà delle nostre condizioni presenti, e sulla necessità delle applicazioni che ne sono la conseguenza.

«... Noi crediamo che la tendenza generale della civiltà moderna verso il sistema rappresentativo sia la conseguenza dei varii stadii che ha sin qui attraversati, e sia l'espressione delle necessità sociali portate dalle sue condizioni presenti. Questa tendenza, che giungerà alla sua meta probabilmente prima della fine del secolo, crediamo sia quella che principalmente lo distingue, abbia a lasciargli il suo nome, e che il XIX sia presso le generazioni future per dirai il secolo della restaurazione del sistema rappresentativo».

«Le generazioni sono costrette a sodare progressivamente le une per le altre».

«Crediamo che la vera civiltà consista nell’ordinata proporzione e nell’armonia tra il perfezionamento morale ed il materiale; che lo stato d'agitazione della società nasce dall’essere il secondo corso innanzi al primo; che il suo riposo sia per avverarsi quando ambedue progrediscano uniti e d’eguale passo».

«È utile il ricordare, che in oggi le baionette pensano, i cannoni vengono acquistando anch’essi il senso morale» (1).

Mazzini doveva poi dire il 5 giugno 1818 al battaglione degli studenti:: Ognuna delle vostre baionette porti sulla punta un’idea, l’idea nazionale» (2).

Intanto l’Azeglio già si appresta a manovrare le baionette libere pensatrici, i cannoni dotati di senso morale, e le daghe messesi a servizio della causa italiana.

È suonata l’ora dell’avanti.

I retrogradi Freddi, Nardoni, Benvenuti, Minardi, ecc. sono arrestati a furore di popolo (3).

D'Azeglio rivede il Papa; e stende un articolo approvato dal Cardinale Ferretti per la protesta contro l’occupazione di Ferrara fatta dagli austriaci.

Egli vorrebbe rivolare in Romagna; ma il Papa lo trattiene, vorrebbe piombare a Torino, per darvi una scossa a quei posa piano, per feie bougie, quei bougianen (4).

Ma i piemontesi sono posa piano per fare un bel colpo; a Torino si organizzano dimostrazioni patriottiche cosi colossali da determinare battisoffiole irragionevoli; imperocché, come scrive la marchesa Costanza al figlio Emanuele

(1) Scritti politici e letterari, vol. I, pag. 259-315.

(2) Scritti di Mazzini, VI, pag. 217.

(3) Lettere alla moglie, pag. 257.

(4) Lettere alla moglie, pag- 250 e 260.

«si d’avoir peur est déjà un énorme inconvénient, de le laisser voir est tout ce qu’il y a de plus impolitique (1).

I coniugi Plezza di Mortara portano a Torino la nota patriottica agraria di Lomellina. Valerio fa da Cajo Gracco.

La cronaca di Corte non registra più soltanto salassi al Re o alla duchessa di Savoia.

Si direbbe, che si opera invece una trasfusione di sangue patriottico. Carlo Alberto modifica persino la voce «Je ne reconnaissais, scrive la Marchesa Costanza, plus du tout sa voix, qui était jadis fort basse et un peu goguenarde. Maintenant il a une voix claire et tendre à laquelle je ne m’attendais pas du tout (2).

Anche Milano si muove. Al ballo del Viceré appena sei dame accettarono l’invito.

Si marcia innanzi; si ha gli occhi dappertutto. Si segnala un bell’articolo di Gioberti sul Contemporaneo, maestoso senza acrimonia (3). Si inanimisce Carlo Alberto con un articolo del Times (4).

Si appuntano massimamente gli sguardi su Roma, dove i giornali forestieri vengono ammessi, non eccettuati il Constitutionnel e il National, e dove si noverano già ben 35 giornali romani de Roma, e dove bisogna sbrattare il governo dagli impiegati traditori (5).

Roma, come la descrive D’Azeglio nelle sue magiche lettere, è tutto un luccichio, tutto un’eco di esercizii militari; «dalle strade si sente ogni tanto, nelle case: Portât'am! puntat'ann! d’istruttori che insegnano».

Finalmente il 20 agosto 1847 egli può dare un sublime annunzio alla moglie: «Il governo s’è deciso a concentrai truppe intorno a Ferrara, e preparare una difesa. Il non farlo era troppa vergogna. Il papa è ferma a resistere con tutti i mezzi. Capisci, se si mettesse un solo battaglione in linea, e io non vi fossi, sarei disonorato. Ho fatto la domanda in conseguenza, e sono stato accettato; parto, domani, per il quartier generale che è a Porli... r.

(1) Souvenirs historiques, pag. 93.

(2) Souvenirs historiques, pag. 95.

(3) Souvenirs historiques, pag. 91-97.

(4) Lettere di Massimo d'Azeglio al fratello Roberto, pag. 103.

(5) Souvenirs historiques, , pag. 96-99.

E chiude la lettera:.. Per quanto tutto questo non sia che un primo principio, e tanto incerto, pure non credevo, prima di morire, di poter neppure avere la consolazione di mettermi in moto, colla sola possibilità di andar contro i tedeschi! Mi fa un effetto, che non ti posso dire, ma che capirai, sapendo come penso e sento...» (1).

La semplice notizia dell’affare di Ferrara aveva già fatto si, che egli più non sentisse un dolore di gamba che lo trafiggeva.

«Coll'aiuto di Dio, egli si propone, spero di non far vergogna alla memoria di miò padre.

Ad Ancona, come scrive alla moglie il 29 agosto, egli vede gli schioppi scaturire di sotto terra; e sente risvegliarsi in lui uno entusiasmo strategico (2).

Alla figlia doveva poi scrivere da Bologna il 3 aprile 1848: «La marchesa Arconati t’avrà detto in quali circostanze si trovi l’Italia, e quale sia l’obbligo d’ogni italiano in questi momenti. A tutti ci tocca fare grandi sacriiizi, e tutti dobbiamo farli volontieri; perché si tratta di liberare il nostro paese dal peggior dei mali, il giogo straniero. Per questa ragione anche Pio IX ha mandata la sua arma ta in Lombardia; e se io non fossi andato con essa, capisci, bimba mia, che avrei mancato al mio dovere, e sarebbe stata per me una tal vergogna che avresti dovuto arrossire di essere mia figlia. Se dunque non ci siamo veduti ora, ci vedremo più in là, a cose finite, se piace a Dio. Intanto stà tranquilla, sii buona, e prega per me, affinché adempia a tutti i miei doveri; (3).

*

**

A questo punto è già cominciato il carteggio dell’Azeglio col dott. Diomede Pantaleoni.

Ci siamo diffusi nel riferire la vita documentata dell’Azeglio prima di quest’epoca, perché milia meglio dei precedenti spiega e rischiara le conseguenze.

Potremmo proseguire la relazione biografica, in modo non meno ampio, illustrando il periodo cui si riferisce il carteggio.

(1) Lettere alla moglie, pag. 260-262.

(2) Lettere alla moglie, pag. 262 ecc.

(3) Scritti postumi, pag. 312.

Ma con ciò temeremmo che la mole dell’introduzione ingombrasse l'intelligenza genuina ciel testo, già accompagnato e illustrato dalle note postume dello stesso Pantaleoni.

Ad esse l’editore altre ne aggiunse, che porteranno la sigla AE (aggiunte dall’Edit.), mentre quelle colla sigla P si intendono essere dell’illustre senatore, che prima di morire potè ancor rivedere parte delle bozze di questa edizione.

Acciòcehè però la nostra prefazione non manchi di qualche proseguimento laterale, che si avanzi ad abbracciare il carteggio ed affinché il nostro compito non si restringa a quello di semplice compilazione compendiosa, ci crediamo in obbligo di dire ancora qualche cosa, parlando anzitutto di chi fa l’interlocutore epistolare di Massimo d’Azeglio.

Ma saranno a tale riguardo poche parole. Imperocché Diomede Pantaleoni si rivela da sé stesso completamente in questo carteggio a chi non possedesse altra notizia di lui.

Egli fu uomo di dottrina e di mondo, di patria e di religione.

Medico della colonia signorile dei forestieri in Italia da Rom a a Nizza Marittima, egli nella pratica delle convenienze sociali, e nello studio indefesso della scienza terapeutica sentiva temperarsi, al grado del possibile da lui traveduto, il bollore di patriota e riformatore religioso; fa qualche volta visionario di difficoltà non avvenute e di imbarazzi non avverati; pareva sempre un dottore guardingo, che temesse per la sua principale cliente, la malata Italia, ogni riscontro di aria fredda, ogni dieta un po’ rilassata.

Pure, con tutti i cuscinetti di prudenza, che egli voleva si adoperassero, Pantaleoni si mantenne saldo sui cardini dell’unità e della libertà nazionale; e non si lasciò trascinare dal suo maggior amico nelle velleità di fare Firenze capitale definitiva rendendo Roma «municipio libero con sovranità nominale al Papa».

Anzi Pantaleoni si rese straordinariamente benemerito della Storia Nazionale, distruggendo dalle fondamenta la credenza messa in giro dai conciliatori eccessivi, come il Rendu, che Cavour avesse proclamata Roma capitale, solo proforma, mentre inviava a Parigi un legato particolare per accomodarsi col Papa.

«Fui io quel desso! gridò il Pantaleoni; fui l’ultimo inviato di Cavour a Napoleone III per la questione romana e posso squadernarvi (e squadernò)

le stupende istruzioni avute il dott. Pantaleoni dire apertamente che per noi si vuole andare a Roma, che Roma è indispensabile alla costituzione del Eegno italiano... Il Governo del Re persiste nel suo proposito di unificare l'Italia e fare di Roma la capitale».

Gli è vero che si trattava di garantire il Papa di non lasciare penetrare nel suo territorio alcun armato dalla nostra frontiera. Ma cié era sottigliezza di diplomazia patriottica. «Ma per niente al inondo assumevamo di garantire il governo papale dal lato di sua lunga marittima frontiera da Terracina a Montalto».

Lo scopo di quel progetto di trattato era di fare un ultimo esperimento per convincere il mondo sulla impossibilità dell’esistenza del governo del Papa. Le nostra trappe sarebbero State tenute in misura di accorrere in meno di 24 ore a mettere l'ordine, cioè la libertà nazionale nello Stato Romano pontificio (1).

Pantaleoni fu un moderato apostolico e scientifico.

A dimostrare l’ardore che lo animava, basti citare la dedica calorosa, che egli fece all’Italia della sua Storia Civile e Costituzionale di Roma dai primordi fino agli Antonini (2).

.. A te, Italia mia, a te quest’opera inscrivo e dedico, perché tu l'inspiratrice, tu Muspice in altri di ne fosti; e fu il tuo Nume, che ne ravviva adesso il pensiero, ne conforta il lavoro, ne stampo le carte.

«Erano i neri, erano gli amari giorni, in che sopra di te e sopra i tuoi figli l’onta, il disprezzo e ciò che ad animo forte e virile ancor più duro è a sopportare, la limosina d’una stabile commiserazione, a piene mani lo straniero versava; ed io giovane allora, correa ramingo le terre d’Europa meditando il di, meditando le lunghe e desolate notti, come te giovar potessi, ché in ci ma stavi d’ogni mio pensiero, e per quai modo aiutar le tue sorti potesse chi, tapino e solo, aveva pur fitto in cuore, profondo, ardente per te raffetto».

In questo pezzo, in questa tirata d’applausi, si sente una retorica ingenua, che pare declamata da un alunno in una distribuzione dei premi.

(1) Vedi l'opuscolo pubblicalo a Firenze coi tipi di M. Cellini e Comp. Alla Galileiana, intitolato: D. Pantaleoni — l'ultimo tentativo del Cavour per la liberazione di Roma imi 1861, e segnatamente le pag. S, 10 e lo.

(2) Torino, Unione Tip. Edit, 1882.

Nel suo stile il Pantaleoni, quantunque abbia vissuto molto a contatto con i forestieri di maggiore distinzione, trasuda sempre una italianità d’imitazione classica, ma faticosa, impacciòsa, della quale l’Azeglio si era liberato, e per cosi dire sgrassato fin dopo la Sagra di San Michele.

Pero quella stessa imitazione classica, di cui alcuni patrioti si erano fatta una abitudine invincibile, dimostrava in loro uno sforzo primitivo di anima libera e antica nella grettezza del servaggio moderno.

L’Azeglio aveva definitivamente adottata la disinvoltura popolare, dando il predominio «alla modernità più schietta.

La sua semplicità logica ed educata, di ripicco più che di affettazione, lo portò persino a non voler più dare del tu o del voi al lettore: altro che all’Italia! Egli dà del lei al lettore: e, quando discorre con pietosa stima di Carlo Alberto, della sua catastrofe patriottica e del suo martirio, si guarda bene dall’esclamare: povero re! e tanto meno povero monarca! come avrebbe esclamato il Pantaleoni; ma scrive replicatamente: povero signore! (1), come un farmacista direbbe alla vista di un droghiere caduto da un omnibus.

Questa discordanza di stile piano, quasi umile, da quello altezzoso, fu pur anche cagione della antipatia fra l’Azeglio e l’olimpico Gioberti, che, colta l’occasione di amarezze politiche, si sfogò a chiamare l’Azeglio con etimologico orribile bisticciò, asellus, asinello (2).

Procedendo ad esaminare il carteggio di Massimo e Diomede, il lettore di gusto artistico c di osservazione psicologica, si divertirà a notare l’intromissione, l’incrociamento di due caratteri letterari diversi, che si opera in una corrispondenza epistolare, in cui chi scrive una lettera si acconcia quasi sempre volontariamente od involontariamente, un tal po’ all’indole di chi deve riceverla.

Ma, a scrutare l’anima di due autori ed attori siffatti, rimossa la difformità delle loro vesti letterarie, si trova fra loro un'affinità ed una consonanza di pensieri e di sentimenti e di metodo e non si ha uopo, per spiegarne l’amicizia, di ricorrere alla teoria della attrazione fra due elettricità di polo contrario.

(1) Ricordi, pag. , 403.

(2) Vedi II Piemonte negli anni 1850-51-52. Lettere di Vincenzo Gioberti o Giorgio Pallavicino, per cura di H. E. Maineri. (Milano, 1875, Richiedei).

Anche Massimo d’Azeglio, non ostante la sua ammirevole rigidità, la sua continua persuasione di buon senso pratico, e la sua dichiarata mondanità fisiologica, tanto che la severa cognata notava che egli si prendeva troppo i suoi comodi, per fare il presidente dei ministri (1), permettendosi troppo sovente passeggiate a cavallo (2), — in fondo in fondo Massimo d’Azeglio è anch’esso un ingenuo della più bell’acqua classica, e della più buona pasta apostolica.

Il suo signor genero marchese Matteo Ricci, l’insigne traduttore e scrittore, che dallo studio di Aristotile e di Erodoto ritrasse e tramanda una giocondità, una semplicità e un’armonia greca, un po’ intorbidata ed affaticata dagli arcaismi accademici, riferisce con la sua trasparenza perlacea, genuina ed erudita, un irato giudizio pronunziato dal Cavour sulla ingenuità azegliana.

Si era ai tempi, in cui Cavour portava le pagliuzze per fare il nido con Rattazzi, celebre connubio. Uno dei primi regali alla sposa della democrazia politica, doveva essere di elevarla alla presidenza della Camera.

D’Azeglio, allora Presidente dei Consiglio dei ministri, vi era enormemente restio; Cavour, che, quando si impuntava in un disegno, voleva riuscirvi, rida l’assalto al Presidente dei Consiglio, mentre fa colazione da lui al ministero degli esteri, presenti Alfonso Lamarmora e lo studioso Ricci.

D’Azeglio per parare l’assalto, divagava il discorso sulla prima attrice della compagnia francese; e Cavour a riportarlo su Rattazzi.

D’Azeglio seccato, e, secondo il suo solito, insofferente di seccature, si alza a dire in modo tagliente: an fèn, mi d'monssù Rattazzi i veut nen saveine.

A quella risoluzione Cavour scoppia come un bollente Achille, gitta per terra piatto e frittata, pianta tavola, commensali e testimoni, e fugge, urlando come un ossesso: a Vè na ciûla, a l’è na ciûla: — come è riferito testualmente e integralmente dal testimone

(1) Souvenirs historiques, pag. 358, 376, 431.

(2) Souvenirs historiques, pag. 396.

Ricci colla sua calma storica e schiettezza coscienziosa (1).

Se per qualche parte della vita politica di Massimo d’Azeglio i posteri dovessero ratificare la proclamazione fatta dal furibondo Cavour, sarebbe giustizia aggiungere un epiteto; e dire, che D’Azeglio fu qualche volta un minchione, ma un eroico minchione.

E se seguitando la terminologia piemontese, poco complimentosa, che in quei nuovi tempi omerici pare fosse in uso eziandio fra Re e primo Ministro (Vittorio Emanuele e Massimo d’Azeglio si trattavano a countacc e a bousaron) (2), — qualcheduno, considerando la ingenuità magistrale del Pantaleoni, si attentasse a dichiararlo una subiola, sarebbe pur tenuto ad aggiungere l’appellativo di magniïca.

L'eroica ciula e la magnifica subiola (eroico minchione e magnifico minchione) si sforzano sopratutto ad emettere note stridenti, strazianti, contro ad altri patrioti, che alla loro coscienza davano il raccapricciò di guastare le uova nel paniere e compromettere orribilmente le sorti della madre patria.

Anzi i giudizii, che l’Azeglio e il Pantaleoni scagliano spesso contra chi non la pensava e non agiva a modo loro, sono cosi violenti cd eccessivi, che un amico di cuor tenero, leggendo le bozze del carteggio, suggeri all’editore molte abrasioni, correzioni e non pochi raddolcimenti.

Certamente quei giudizii feriscono la riconoscenza patriottica d'ogni buon italiano.

Però io approvo il coraggio dell’editore, che non voile adottare i temperamenti proposti.

Annullare, correggere od addolcire i giudizii, eziandio enormi, di Massimo d’Azeglio e D. Pantaleoni, sarebbe sostituire i posteri a quei personaggi storici, cioè sarebbe, come bene avvisò l’editore, falsare la storia, sarebbe mettere dell’acqua nel gagliardo vino della verità.

Alla fin dei conti Massimo d’Azeglio e D. Pantaleoni erano uomini politici e patrioti di buona fede; sarebbe un’ingiuria alla loro sincerità cavalleresca il farli ritrattare, senza loro consenso.

(1) Ritratti e profili politici e letterarii di Matteo Ricci (Firenze coi tipi di M. Cellini C, 1882).

(2) Souvenirs historiques, pag. 319.

Il loro carteggio, in ciò che non riguarda affari privati, è una vera corrispondenza fra uomo politico e agente politico, ed appartiene perciò al dominio pubblico della Storia nazionale.

Già il Pantaleoni, rivedendo la copia e le prime bozze di queste lettere, attenuo o tolse ciò che, eziandio senza offendere, concerneva intimamente persone private e specialmente donne, che, secondo il proverbio persiano, non si devono battere neppure con fiori.

L’editore seguitù lodevolmente tale linea di condotta, mantenendo scrupolosamente i giudizii politici e storici acerrimi, ma evitando che tali giudizii resi dai morti impingessero nel Codice penale che tutela dalle ingiurie le persone viventi.

Del resto la più parte degli esagerati giudizii di Massimo d’Azeglio contra Mazzini, Garibaldi e i napoletani, erano già stati replicatamente pubblicati negli altri epistolarii azegliani e negli stessi Ricordi; quindi il volerli sopprimere in questo volume sarebbe un custodire il segreto di Pulcinella.

Ad ogni modo ogni patriota, di qualsiasi scuola politica, può darsi equa ragione degli eccessivi giudizii e delle gridate stonanti, che si sentivano fra i varii operai del Eisorgimento.

Noi ci troviamo come sul vertice di una piramide fabbricata da loro. Quindi abbracciamo la loro opera con un solo sguardo e quasi da un unico punto di vista.

Ma gli operai, che lavoravano ai diversi tratti della larga base, si trovavano molto distanti; da ciò le loro temporanee discrepanze.

Ciononostante si può dimostrare che riuscirono tutti ad innalzare per la loro sezione di lavoro lo stesso edifizio dell’Italia una e libera, che ora noi abitiamo e godiamo per loro lascito.

Ed ora noi non dobbiamo disfare l’Italia per vedere come si è fatta; ma dobbiamo pagare a tutti gli autori e cooperatori il tributo dell’affetto imparziale.

L’uomo del giorno, Francesco Crispi, l’antico mazziniano e duce della sinistra storica, facendo per l’Associazione della Stampa la commemorazione di Marco Minghetti, dopo uno stringato parallelo fra sé e l’onorato capo della parte avversaria e fra le due scuole diverse, replicava una generosa verità. «L’opera della emancipazione nazionale fu cosi complessa, che difficilmente vi si potrebbe distinguere la parte presa da noi e la parte presa dagli uomini, che impropriamente furono detti moderati.

«Le due scuole furono esse entrambe necessarie? L’Italia avrebbe potuto vincere i suoi nemici e si sarebbe potuta costituire in unità di Stato con l’audacia di una sola di coteste scuole e senza la prudenza dell’altra? Coloro clic verranno dopo di noi, dovranno sicuramente affermare, che le cose non potevano procedere diversamente; e che se diversamente fossero procedute, forse non saremmo riusciti (1).

A me cittadino ed artista piemontese, tarda il dire, che la lodata figura della gentildonna subalpina, quale scaturisce dagli ampii e preziosi Souvenirs Historiques della marchesa Costanza d'Azeglio Alfieri, ha un degno e stupendo riscontro nel tipo della gentildonna napolitana, nella madre di Pasquale Stanislao Mancini. Questa, imitando la madre di Salomone, che regalò di buoni avvertimenti suo figlio, scrisse per la sua fiorente speranza un breve libriccino, che è un tesoro, dove si accolgono le gemme della religione e della civiltà, l’amor di madre, e l’amor di patria. il pensiero più alto e il sentimento più commovente. «Non posso, dilettissimo figlio mio — essa scrisse, — mostrarti amore più grande che incitandoti sempre ad amare Dio e gli uomini, e rafforzare la filosofia col cristianesimo, a desiderare il regno della giustizia, ad aborrire e maledire l'iniquità, perdonando agli iniqui, ad operare sempre pel bene de’ tuoi simili (2).

L bello dall’altezza della riconoscenza patriottica, ravvisare gli stesi meriti negli uomini insigni d’ogni parte d’Italia e nelle loro donne, madri, inspiratrici.

Per alleviare i torti, che gli uni usarono involontariamente agli altri, non abbiamo mestieri di applicare una compensazione giuridica e tanto meno la pena del taglione.

Non abbiamo d’uopo rilevare, che se fu ingiusto l’Azeglio, quando chiamò birbi i mazziniani, parimenti ingiusto si mostrava il Mazzini, allorché scriveva «il rivivere d’Italia (nel 1861) ridato a materialisti immorali, celebrati grandi da un volgo ignaro e corrotto

(1) ASSOCIAZIONE DELLA STAMPA - Commemorazione di Marco Minghetti - Resoconto stenografico (Roma, Stabil. tipogr, ital., diretto da L. Perelli, 1887).

(2) Il manoscritto della nonna, pubblicato per cura della nipote Grazia Parantoni-Milano, Roma. Tipografia del Senato, 1878).

chiamava faccendieri i moderati e singolarmente quel Santo civile di Terenzio Mamiani (1); ed egli il capo, il fondatore della Giovane Italia salutava il governo nazionale plébiscitais, come lo sgovernar sistematico di una sella (2).

Se è ostica l’impressione dell’Azeglio, che per far contraltare al programma di Cavour dichiarava Roma capitale pericolosa e da evitarsi, è forse vieppiù amara l’immagine del Mazzini, che nel 1870 si appurecchiava a rivoltare la Sicilia contra la Monarchia liberale, prossima ad acquistar Roma, e che, liberato dalla prigione politica della nostra Gaeta, passò nell’Eterna Città definitivamente redenta, passò una notte colla grande anima muta, inavvertita, quasi offensa.

Lasciamo a qualche epico poeta dell’avvenire il ritrarre la psicologia di quella notte dell’immenso profeta e triumviro, reso dagli altri o sentitosi per se stesso in quell’attimo, come una quantità oscura, occulta, perduta nel fuoco del maggior problema dalla civiltà e dall'umanità finalmente risolto dentro quella Roma magica, il cui amore aveva dato ai suoi sogni, alla sua parola, al suo pensiero, alla sua agitazione la più alta e vasta potenza.

Piuttosto avanziamoci lieti e fidenti nei raggi d’amore, che avvolgono tutti i patrioti.

Cerchiamo, rintracciamo un lembo dell’anima di Massimo d’Azeglio nel programma della Giovine Italia.

Il giuramento dell’iniziato alla Giovine Italia era pure formulato pel rossore ch’io sento in faccia ai cittadini dell’altre nazioni. del non avere nome né diritti di cittadino, né bandiera di nazione — né patria — pel fremito dell’anima mia creata alla libertà, impotente ad esercitarla, creata alla attività nel bene e impotente a farlo nel silenzio e nell’isolamento della servitù....; (3).

E che altro diceva e sentiva Massimo d’Azeglio, quando si vergognava di essere italiano, quando si disperava di essere nato aristocratico? E che altro egli fremeva fra le ingiustizie militari della ristorazione o alla vista dei campi d’Annibale o nelle solitudini pittoresche di Villa Borghese?

(1) Scritti editi ed inediti di Giuseppe Mazzini, vol. I, pag. 100 e 119.

(2) Scritti editi ed inediti di Giuseppe Mazzini, vol. II, pag. 236.

(3) Scritti editi ed inediti di Giuseppe Mazzini, vol. I. pag. 118.

E il rispetto all’opinione pubblica, e la persuasione nell’efficacia immancabile della volontà eletta, non sono eguali in Giuseppe Mazzini e in Massimo d’Azeglio? (1) E quando Massimo d’Azeglio nella Lega Lombarda scrive che può essere talvolta sprecato il sangue, l’esempio non mai, sentenzia forse diversamente dal Mazzini? Se nella finalità delle loro intenzioni o delle loro opere i più disparati patrioti si mostrano concordi, quale bisogno avete, ci obbietterà qualche signor lettore, di rimetterci sott’occhi i loro sberciamenti passeggieri, e di riaccostarci alle orecchie le loro stonature transitorie? Risponderò brevemente.

Anzitutto nel leggere queste lettere, nell'apprendere le fatiche dei patrioti, nell’entrare in mezzo ai documenti e alle pitture contemporanee dei loro sforzi e delle loro dissensioni, proviamo un incubo salutare, l’incubo che l’Italia non sia ancora fatta; e risvegliandoci dal sogno, ricordandoci che effettivamente siamo a Roma, a Roma capitale d’Italia, e che andiamo a Montecitorio a sedervi o a vedervi rappresentanti dei libero popolo; riconosciamo che ciò non è piccola cosa, come sarebbe l’andarvi per isvago o per ispacciare le faccende private nostre o degli elettori. Sentiamo l’unica importanza dell’avvenimento; ne ringraziamo Dio; e di fronte alla dovuta gratitudine, ne pare impossibile che a cosi breve distanza dalla breccia rigeneratrice di Porta Pia siano giit ripullulate in una particella della gioventù italiana anime cortigiane e sgherre, a cui il grande spettacolo assorbente d’una patria risorta, non impedisce di aprire i bordelli delle loro poesie o di stendere la rete dei loro baratti e delle loro insidie per rimettere a capo d’Italia la foja dei briganti prelatizii o delle principesse amasie spudorate di cocchieri, quali le descrive e bolla l’Azeglio nei Ricordi.

Rinfranchiamoci ritornando alle font! saluberrime della nostra redenzione.

(1) Lettere di Massimo d'Azeglio alla moglie, pag. 195.

Noi abbiamo baratri, tesori di forza nella letteratura politica, elle procacciò il risorgimento italiano.

In quelle fucine ciclopiche, in quelle lotte titaniche, spruzzarono faville, si divinarono, si addensarono chimiche di pensieri e di sentimenti, quali rade volte aggiunge l'anima umana! Leggere una pagina di Mazzini od uno squarciò di Gioberti imprime pulsazioni, irradia calorico d’elevato beneficiò.

È peccato, che la gioventù italiana non s’affacci più frequentemente a quella miniera incandescente.

È una fucina, un arsenale per tutte le battaglie solenni della vita pubblica.

Data eziandio l’ipotesi più lontana, che il cattolicesimo si spogli presto del s. uo materialismo e raggiunga l’unità spirituale della umanità, facendo del Papa un arbitro santo e sapiente della coscienza mondiale, ecco il Primato, l’utopia del Gioberti, ecco la lettera di scandaglio gittata da Mazzini su Pio IX: diventano libri di testo.

Giovani, ritornate alle fonti nazionali del sublime.

Non date lo spettacolo miserrimo di erudituzzi per stringhe da calzette e per lacciuoli da scarpe, o di poetini slombati, che ostentino forze priapee e grazie animalesche, come se volessero aprire una casa di tolleranza mascolina.

*

**

Nell’arsenale del risorgimento patriottico. le buone armi ce le appresta tuttavia Massimo d’Azeglio.

Imperocché egli fu degli italiani più italiani, più completamente italiani, ossia di quella scuola complessa veramente italiana, che dava Dante, Petrarca, Franco Sacchetti, Salvator Rosa, Leonardo da Vinci, Benvenuto Cellini, uomini a un tempo gravi, forti e geniali, poeti, novellieri, storici, pittori, scultori, architetti, musici, oratori, uomini d’arme e di Stato.

Ben disse il conte di Sambuy, presidente dell’Accademia Albertiua di Belle Arti, inaugurando testa l’anno scolastico 1837-1888,

ben disse che dovrebbe incidersi in quell’aula a lettere d’oro il nome di Massimo d’Azeglio cogli attributi di: artista eletto letterato insigne statista. integerrimo.

Ma sopratutto Massimo d’Azeglio voile essere e fil, secondo un'espressione di Gino Capponi, un moralista politico (1).

Ora la più sincera espressione della moralità, si è la sincerità, ossia lo voluta conformazione dell’anima al vero.

E D'Azeglio riusci nell’alta sfera politica, sociale e religiosa, una specie di quel Pierre le Véridique romanzato nel L'homme tout nu da Catulle Mendés. Questo romanziere di fantasia grassoccia, cavalleresca, ariostesca, ritoccata dai veleni della raffinatezza odierna, narra di un Pierre le Véridique che si era tratto il male, i malanni e l'usciò addosso per dire la verità in penitenza impostagli da una Corte d’amore, e che anche prosciolto da quella penitenza e devoluto alla pace ed alla felicità. della bugia, almanaccava pur sempre in conclusione «s’il n’eût pas étà plus digne d’un noble homme tel qu’il l’était, de préférer encore, de préférer toujours, à la paix, à l’estime, à l’amour, l’honnête et rude devoir, même an péril de la vie, de dire la vérité» (2).

L’Azeglio affermerebbe: oui! oui! Anche quando abbraccia idee e nozioni sbagliate. egli palesa l’evidente desiderio di esser vero.

Di lui si puù dire ciò che Giuseppe Mazzini diceva di Tomaso Carlvle: Ei non solamente pensa, ma sente quant’egli scrive. Ei può talora ingannar se stesso; non noi. S’anche ciò ch’ei proferisce non fosse il Vero, rivelerebbe pur nondimeno una potente realtà, l'individualità dello scrittore, i suoi errori, il suo modo imperfetto di guardare alle cose — io potrei dire, la verità limitata, dacché tale é l’errore, quando sorge per convincimento sincero in un alto intelletto. Non è in lui artificio di menzogna... Traviando o no, tu senti ch’ei cerca il bene, ch’ei non segue se non un impulso, l’amore del proprio simile, un profondo, attivo senso di dovere inseparabile per lui dalla nostra missione quaggiù (3),

Niuno spettacolo è più edificante moralmente che l’amore costante della verità.

(1) une politique Azeglio par Ergene Rendu, XXXV.

(2) C Mondes - L'homme tout nu (Paris. Victor-Havard, Éditeur, 1887)

(3) Mazzini, Scritti, vol. IV. pag. 221.

Pertanto riesce maravigliosamente esemplare la sincerità e la serenità di spirito, che Massimo d’Azeglio sa mantenere anche sfogando per fus o per nefas nella confidenza epistolare le sue bizze politiche.

Quindi, anche se fosse unica questa ragione di metodo e di forma, secondo me, l’Azeglio dell’Epistolario va studiato come uno dei nostri primarii e saluberrimi scrittori. Laonde ogni nuova lettera di Azeglio, che si aggiunga a quelle già pubblicate, è un accrescimento del nostro tesoro letterario, intellettuale e morale.

Ammetto che la lingua confidenziale dell’Azeglio è tutt’altro che pura. Egli si serve del piemontese, del lombardo, del romanesco, del francese, dell’inglese e dello spagnuolo per scrivere italiano.

Ma oltre l’omaggio che egli rende cosi alla fratellanza umana nella linguistica epistolare, il suo pensiero è sempre limpido, il suo spirito è sempre italianamente sincero.

A chi mi fa l’onore di domandarmi consigli di letture fondamentali per la migliore forma letteraria italiana, io ho già suggerito e suggerisco, oltre le lettere del Giusti, quelle dell’Azeglio.

Anzi meglio l’Azeglio che il Giusti, per le buone ragioui detteue da Matteo Ricci, il quale grazie alla affinità azegliana che gli fece apprezzare se non agguantare sempre il vero popolare, ravvivò la ingenita leccatezza e freddezza accademica: «Io per me, egli scrive, non dubito di anteporre l’Azeglio. Perché nell’uno si vede le mille miglia lontano l'artificio continuo di parer vivo e naturale, mentre l’altro è sempre naturale e vivo senza artificio. Ma se il Giusti, dirà più d’uno, fece professione apertissima di voler seguire, e segui in effetto, con gran gelosia la lingua dell’uso, e proprio come la corre per le bocche del popolo toscano? Lo so. Ma essendo le sue scritture, e specialmente le lettere, un riavvicinamento, e come un conserto espresso e perenne di tutto quanto il linguaggio toscano, o fiorentino, che dir si voglia, ha di più speciale, di più spiccato, di più curioso, di più nuovo, di più casalingo, ne viene che di tanti modi freschissimi e parlatissimi, si è costruito, senza volerlo, un museo. Non voglio dire con ciò (Dio me ne guardi!) che le lettere del Giusti non abbiano grandissime merito: ma quello scoppiettio continuo di fiorentinismi mi offende; e mi offende segnatamente perché sotto la specie dello spontaneo e del naturale s’intravede di troppo il lavorio delle seste e del lambicco.

«Onde dire, concludendo, che per il rispetto massimamente della vera naturalezza, per il rispetto del predominio costante e assoluto del pensiero sulla parola, lo stile epistolario dell’Azeglio, è, a mio vedere, uno dei migliori esempi che possano preferirsi» (1).

Certamente, se, a detta del Foresi, l’oscurità deriva quasi sempre nel Giusti più dalla parola fermentata, che dal pensiero profondo (2) — la limpidezza sgorga nell’Azeglio più dal getto, dalla polla del cuore convinto, che dal balzo dei vocaboli indovinati.

Ma pur troppo ai palati guasti dalle salse oltremontane, alle anime accivettate, alle coscienze affatturate dalle lustre e dalle convenzioni, e dalle convenienze, e dalle abitudini odierne, oramai non piacciono più né il Giusti, né l’Azeglio.

Il commesso di negozio, avvezzo alla prurigine dei romanzi francesi e delle loro imitazioni, non soffre neppure l’alito della schiettezza paesana del Giusti. La signora lettrice contorta negli aggettivi del sentimentalismo corrotto dall’ozio falsario, appena si arrischia a sfogliare le lettere di Massimo d’Azeglio alla moglie Luisa Blondel: ché accorgendosi, come non vi sia respice dello scandalo braccheggiato invano, le butta via, o le manda a riporre per sempre.

Eppure anche al commesso di negozio, ed anche a quella signora lettrice farebbe bene una doccia di letteratura azegliana.

Come ne riposa il buon senso di Massimo d’Azeglio! come ne riposa eziandio il buon umore che egli sapeva distillare altresi dalla pratica mondana! L’Azeglio e la sua seconda moglie vissero materialmente separati per semplice incompatibilità di carattere. Ma, poiché c’era schiettezza nella loro condotta, essi poterono mantenere fino alla line la più spiritosa amicizia epistolare.

L’avv. Giuriati nelle Leggi dell'amore li cita come modelli di armonica separazione coniugale (3).

(1) Scritti postumi di Massimo d'Azeglio, a cura di Matteo Ricci. Al lettore pag. X\ E XII.

(2) Raffaelo Foresi (Marco) - Dalle carte di un morto, (Firenze, fratelli Boccia, 1886) pag. 81.

(3) Domenico Giuriati le leggi dell'aviere (Torino. Roux e Favale. 1881) pag. 497.

Per lo contrario la menzogna e l'ipocrisia devono essere il peggior veleno della vita anche matrimoniale.

La letteratura schietta, sana e salubre dell’Azeglio è sopratutto da consigliare in contrapposto alla letterata bugiarda, putrida ed infettiva venutaci massimamente dai paesi, donde egli temeva l’infezione. Deve essere stato un atleta scettico della letteratura, per cui ci vorrebbero gli antisettici, quegli che giudicò certe lettere d’Azeglio inferiori moralmente a un libello famoso. Inferiori quelle lettere perché l’Azeglio non copriva con fiori finti la vanità di un’aniuia (l’anima egli ce l’aveva piena di sentimenti reali), inferiori quelle lettere, perché egli non cantarellava con imitazione di sirena dolori e sdegni immaginari, entusiasmi di para ta! La stessa mondanità dell’Azeglio, che zampilla schiettamente dal suo epistolario privato, e si risolve in uno spirito di tolleranza cristiana, serve a correggere la rigidità del puritanismo da manichino, in cui altri lo foggiarono sulla base delle sue sentenze destinate direttamente al pubblico.

Vi furono vere vittime dell’Azeglio sfoggiato, trasfigurato ed ipotetico, vere vittime, perché hanno preso troppo alla lettera il puritanismo formulato dell’eroe, come vi furon vittime dei primi libri d’igiene.

Un mio amico per applicare immediatamente i dettami degli almanacchi igienici del Mantegazza, da cui aveva appreso, che si deve respirare l’aria libera e non rinchiusa e che le fessure degli usci e delle finestre sono tante benedizioni per i nostri organi respiratorii, si avventurò deliberatamente a tanti riscontri e a tanti spifferi, pernottò tante volte a balconi spalancati, che dopo una procuratasi serie di polmoniti, bronchiti, ecc., soccombette.

Quintino Sella cavalcando di buon mattino nella malaria della campagna romana busco febbri micidiali.

Cosi chi per troppo pretesa imitazione dell’Azeglio entrò nella nostra società bottegaia a passi da cavaliere errante, cadde alle prime mosse donchisciottesche, si sfiancò e miseramente perì.

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Ma dovete completare con la tolleranza mondana verso il prossimo il programma morale di Massimo d’Azeglio che si mantenne irreprensibile per proprio conto; ed esso diventa un programma indicato ed osservabile ai giorni nostri tanto nei suoi dettagli, quanto nel suo complesso.

Una delle mende della nostra nuova vita, per la cui correzione occorre rievocare le staffilate del pittore statista, si è la teatralità; e intendo per teatralità, non solo la maggiore pompa nella vita politica e sociale, ma altresì la maggiore importanza ridata al teatro in musica, cose da far ricordare i tempi di Radetzky.

Mi ricordo, che allorquando l'animo mio era preoccupato pei fatti d’Africa, dopo la catastrofe di Dogali, cercando avidamente i telegrammi nelle gazzette e sui bollettini, il mio senso patriottico fil offeso dal vedere i bollettini e i giornali tutti impelagati dal resoconto dell'Otello di Verdi e dall’elenco degli intervenuti alla colazione nella Casa musicale editrice. E non si videro forse in questo stesso anno accaldarsi il municipio di Roma e quello di Milano per disputarsi un capo orchestra? Ed i giornali capitolini e quelli busecconi versare perciò sdegni d’inchiostro? Oh poesia di Salvator Rosa, oscurati! O giovani italiani, i cui padri crebbero forti, dispettando le saltatrici e le cantarine offerte da Radetzky, da Carlo Felice, da Canapone, dal Borbone e dal Cardinal Vicario, risentite Massimo d’Azeglio, ché era egli pure artista, e fu direttore della Regia Scuola di Ballo: «Uno dei segni più certi della decadenza d’un popolo è la stima esagerata per coloro che gli si offrono in spettacolo e lo divertono; è la moda degli amori e delle adorazioni sceniche. La depravazione e la sazietà conducono gli istinti sensuali alla crudeltà e allo scandalo...

 Quando in Italia ho sentito sul teatro urlare, stonare e non saper più né fermarla voce, né modularla, ho pensato: l’Italia risorge» (1).

(1) Ricordi, vol. I, pag. 358.

Massimo d’Azeglio voile porsi in prima linea fra i cittadini utili alla Società, fra gli autori di libri, che lascino il lettore migliore di quel che era:» in questa classe, egli ammette, possono entrare anche i letterati, i romanzieri ed i poeti (1).

Dovrebbero le accademie scientifiche nelle loro classi di scienze morali e storiche, porre a studio, invece di tanti altri quesiti inutili, il seguente: — verificare il contributo storico e valutare l’influenza sociale della letteratura e specialmente del romanzo contemporaneo.

Col magistero della letteratura e della vita pratica Massimo d’Azeglio insegnò massimamente il disinteresse e l’indipendenza del carattere, virtù che sono sempre necessarie e sono principalmente da insegnarsi oggi.

In molti paesi latini, per la immorale eredità dei governi dispotici, e per il miscuglio torbido degli elementi nuovi, a parecchi sembra cosa naturale corrompere, ingannare, sopraffare la giustizia, anche quella distributiva.

Tutti coloro, che nelle funzioni di avvocato, giudice, consigliere comunale, provinciale o deputato al Parlamento hanno dovuto accostare qualche cliente, giudicabile o postulante, hanno potuto raccogliere bozzetti di tentata o sperata corruzione: dall’accattone, che vuol lasciar scorrere un marengo al Pretore, perché lo assolva, all’imprenditore milionario, che pretende di far traslocare un consigliere d’Appello sospetto di dargli torto. E quello che è più notevole in tali spettacoli si è la vistosa naturalezza di coscienza falsata nei petenti protagonisti.

Toccò financo a qualche ingenuo novellino il dar lezione di moralità a professori, che per propiziarsi la grazia e la giustizia supponevano lecito, possibile e doveroso l’ungere certe ruote superiori od infime. Tutto ciò è una cosa che ne rattrista, e che a noi fa venire una febbre di sdegno, mentre altri forse, senza offendersi, l'intasca con disinvoltura le mani piene.

Veggansi in Francia le scopertesi agenzie tra muliebri, militari, parassitarie ed affaristiche, che trafficavano decorazioni, piani strategici ed influenza politica.

(1) Ricordi, vol. I, pag. 356.

Il mondo, sopratutto quello latino, è pieno d’indulgenza verso titoli improvvisati, mercanteggiati o barattati, e verso ricchezze impure o non giustificate. Accade che tribuni e censori d’occasione attacchino qualche ladro pubblico, e ad un tempo facciano comunella con qualche altro ladro, non meno pubblico; ed accarezzino, od esaltino noti cialtroni, anche se ciò serva semplicemente ad una manovra di partito o ad una mira d’interesse o di vendetta privata.

Si combatte una ruberia, un carrozzino, per organizzare un carrozzino, una ruberia maggiore.

Per tutto ciò recipe Massimo d’Azeglio, che, sceso dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, vendeva i cavalli e si rimetteva a lare il pittore per vivere. Recipe Giovanni Lanza che viveva con semplicità eroica, degna di un nuovo Omero: Presidente della Camera, egli spendeva 5 lire al giorno; rimasto con quattro camicie casalinglie, scriveva alla moglie, che gliene facesse fare ancora nna mezza dozzina al paese perché quelle di Firenze «costano troppo e non sono neppure cosi ben cucite, e prima di lasciare la capitale, dopo aver autorizzata la moglie a vendere vitello, fascine c vinetto, la pregava di mandargli 50 lire per disimpegnarlo dalla spesa dell’albergo (1).

Cinquanta lire! Ora farebbero sorridere un grande uomo pubblico, che volesse cenare con gusto, anche senza donnine! ché se ci entrassero donnine. sarebbero forse cinquemila lire.

Gli eroi del quartiere latino di una volta potevano vivere coi prodotti della stiratura della moglie, brava operaia; gli eroi parigini d’adesso, aspiranti alla repubblica ateniese, sarebbero incapaci di campare con meno di duecentomila lire all'anno.

Cinquanta lire! ora si pagano a testa nei banchetti politici dagli epuloni della democrazia costituzionale.

Ma se mani pure ed anime semplici, come quelle di Giovanni Lanza dovevano condurre l'Italia a Roma, contrapponendosi al fasto, che il Segretario del Papa giudica necessario per la Corte Pontificia, ciò era un segno di Dio, che la breccia di Porta Pia non doveva essere soltanto una redenzione italiana, ma altresì un rinnovamento cristiano.

(1) Giovanni Tavallini, La vita e i tempi di Giovanni Lanza (Edit. L. Roux e C, 1877) vol, II, pag. 500, 506, 507, 521, ecc.

Ritorniamo a Massimo d’Azeglio.

L’austerità della vita ne spiega l’indipendenza del carattere, che erompe nella ribellione a tutti i pregiudizii e a tutte le tirannidi accettate.

È salutare tuttavia e sarà sempre salutare questa avversione dell’Azeglio contra tutte le idolatrie, contra tutti i privilegii, e contra le conseguenti tirannidi; e non solo contra le tirannie e contra i privilegi sistemati ufficialmente, ma contra quei privilegi e quelle tirannie, che gli uomini, massime quando sono assuefatti da gran tempo a servire un padrone o ad adorare un idolo, si creano, per bisogno consuetudinario di groppone, anche allorché divengono liberi.

Queste tirannidi privilegiate, o siano sorte per generazione spontanea od incatenate dai rottami dell’antico spirito settario, sono non meno e forse sono più perniciose di quelle altre ufficiali d’una volta. Imperocché le tirannie governative, ufficiali, in ciò che non riguardava la politica, erano magari capaci per mantenersi in credito, di rendere giustizia ed amministrare rettamente. Ma le tirannidi spontanee, sentendosi create dalla altrui dedizione per la conquista, per la rapina o pel semplice sopraffare, e non mai per una pretesa o per una missione di diritto divino od umano, si dispensano agevolmente d’ogni idea giusta e santa.

L’Azeglio ad esempio combatte egregiamente le tirannie create dal giornalismo.

«Tutte le leggi del mondo, egli dice, non possono impedire le soverchierie, le prepotenze degli uomini; se questi non seguono di propria volontà le grandi leggi, anteriori a tutti i codici, della giustizia, della verità, dell’amore vicendevole e della vicendevole carità...

«Anche pel duello gli usi sociali hanno trovate leggi; eppure s’è veduto uomini d’occhio e di polso migliore degli altri, passando la vita a schermire, a tirar di pistola, venire ad ottenere grandissimo vantaggio su coloro, che non avean praticato cotali esercizi; ed usar tale vantaggio a sostegno delle loro insolenze, facendosi ciò che i francesi dicono bretteurs, e che noi chiamiamo, spadaccini».

Cosi si rifanno i nonni, e si rifigliano gli antichi condottieri!

«Gli antichi condottieri avean robustezza per portar l’armi, denari per comprarle, esercizio ad usarle, e, stretti insieme dovevano necessariamente sbigottire, e potevano molto bene tiranneggiare le altre classi della Società, prive di tutti questi vantaggi: e si capisce che un barone bardato di ferro, con poche barbute facesse stare a segno un intero paese di cittadini o villani in farsetto. E cosi fil appunto finché costoro poi non trovaron modo di levarsi d’addosso quella tribolazione».

Parimenti oggi uno dei «nuovi condottieri esercitato nella polemica, nello stile, nel maneggio delle armi del ridicolo, dell’ironia; e talvolta pur troppo delle maligne insinuazioni e delle calunnie; dedicato unicamente al suo esercizio, ed aiutato da una schiera concorde e disciplinata, ha bel gioco col rimanente, col maggior numero dei cittadini, che non hanno o tempo, o voglia, o possibilità, od anche talenti, per difendersi; e che si trovano perciò nella precisa condizione di que’ poveri villani in farsetto a fronte de’ baroni coperti di ferro e colla lancia in pugno».

Difatti mettete un nuovo tirannello, un nuovo idolo, il cui trono od altare si innalzi sopra un foglio di grande tiratura, la cui sedia gestatoria sia portata sulle spalle da duecentomila lettori del foglio, che se ne fa réclame, — ecco! diventa un crimenlese, se una mosca passa radendo la fronte ad un principe della aristocrazia o della democrazia cartacea, senza abbassare riverenti le ali.

Ponete questo principe di fronte a un semplice droghiere, onesto padre di famiglia, che non ha nessun giornale a sua disposizione. Se il buon droghiere nega al principe di carta l’omaggio delle sue droghe ed il suono del suo pestello, dalla Valdosta alla Lucania, tutti gli alveari (per non dire canili) settarii, (si chiamino associazioni monarchiche o sodalizii repubblicani) ronzano (per non dire abbaiano, urlano): al ladro! alla spia! crucifuje! crucifige! Ed il povero diavolo di un droghiere si troverà in una condizione deteriore a quella di un reale assassino; a cui, quando egli non può fare la scelta, viene assegnato gratuitamente un difensore d’ufficiò fra gli aspiranti alla réclame forense.

Invece il droghiere in lotta con un principe della democrazia o della aristocrazia cartacea, difficilmente troverà, un avvocato, che voglia buscarsi delle noie e delle contumelie per difenderlo.

E questa sarà vera libertà, vera uguaglianza? Sentenziava l’Azeglio: «Se il giornalismo vuol essere una potenza, accettata come tale dall’universale, conviene si faccia interprete del diritto e del retto senso universale: conviene che rappresenti l’opinione pubblica, quando è giusta e ragionevole: e sappia anco ricondurla sul buon cammino quando si svia...

«Allora la sua parola sarà sulla terra una potestà, gli uomini la troveranno benefica, e contrasteranno concordi a chi la volesse abbattere.

«Ma se invece il giornalismo sarà un monopolio, una bottega {per usare la parola proverbiale del giorno) di pochi, mantenuta collo stringersi insieme, col difendersi a diritto o a torto, e sostenersi in modo che chi tocca uno de’ loro gli abbia tosto tutti addosso: se questa consorteria, valendosi dell’intrigo, delle relazioni, delle amicizie ed anco del talento, della pratica nello scrivere: ed abusando della timidità degli uni, della vanità e dell’ambizione degli altri, delle passioni, degli appetiti, nobili e ignobili che serpeggiano Ira la Società, vorrà costituirsi quasi tribunale, o potenza, parte pubblica arcana; mettersi sotto i piedi i privati ed i governi, trattando coi primi come imperadore co’ vassalli, coi secondi da potenza a potenza, e farsi arbitra della società; se la gente d'avvedrà che quest’arbitrato non ha altro scopo alla fine, che il dar portafogli o toglierli, o speculare a pro de’ membri di detta consorteria; allora gli uomini malediranno la stampa, come tutte le altre tirannie; ne spezzeranno il giogo, e non vorranno patire di vedersi in balia dei condottieri della penna, come non vollero alla fine patire di essere a discrezione de’ condottieri della lancia» (1).

In questa sentenza vi è certamente dell’esagerazione.

Ammettiamo che la stampa possa facilmente opprimere un individuo; ma come potrebbe sorreggersi, conculcando il pubblico, a cui serve o di cui vive? Ad ogni modo le considerazioni dell’Azeglio sono ottime contro il libello.

Per tutelare il libello contro le querele private, si invoca la libertà della stampa.

Ma tutte le libertà in una nazione veramente libera, devono coesistere. E la libertà della stampa non deve distruggere la libertà dell’onore.

(1) Scritti postumi, pag. 235-241.

Venga a corredo la statistica.

Quanti sono i signori, a cui accomoda la licenza, l’abuso della stampa? I signori giornalisti e pubblicisti sono poche centinaia; i libellisti, la Dio mercé, sono poche diecine o poche unità.

Quanti sono i cittadini, a cui deve importare la tutela dell’onore? Sono milioni.

Non distruggete la libertà dei milioni per il comodo o per la licenza o per il guadagno di poche centinaia, di poche diecine o di poche unità.

La libertà generalizzata è il vento, che spazza tutte le putredini.

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È considerevole la differenza fra l’Azeglio, che sferzava la prepotenza, la corruttela e l’ignavia in tutti i privilegiati, e certi nuovi scrittorelli che si vendono e si guastano organicamente a piaggiare i ricchi e i potenti.

Il programma azegliano si può riassumere in: fede e buon senso.

E la società italiana ci guadagnerebbe assai sostituendo tale programma a quello, che si vuole rimettere in voga, concretato nelle parole: scetticismo e superstizione.

I popoli meridionali non possono essere impunemente scettici.

Lo scettico tedesco può essere un onesto filosofo, perché là, in tedescheria, col divertimento del dubbio ideologico rimane una solidità morale nella compagine secolare della famiglia.

Invece lo scettico italiano, corrotto dalle lustre del materialismo cattolico e dalla rilassatezza gesuitica. o dalla sbrigliatezza fisiologica, è spesso un delinquente od almeno un brigante; di fuori, alla superficie, si ammira come nell’ultimo famoso assassino condannato a Parigi, retorica di calorico sentimentale più seducente massime per il sesso debole; di dentro ne offende l’egoismo più calmo, più freddo, più ardito e più scellerato.

Lo scettico meridionale spesso è una sirena che ti alletta; e poi nei momenti solenni della vita e della patria ti trovi innanzi un mostro, che non sai con quai santo nome commuovere.

È  rara avis od nna mosca bianca da noi lo scettico benevolo.

Le virtù di fede e di buon senso insegnate dall’Azeglio sono buone per se stesse in qualunque tempo ed in qualunque siasi paese, anche a volerle considerare astratte dai problemi e dalle contingenze, a cui egli le aveva o le voleva applicate.

Ma il punto di vantaggio si è, che permane nella sua piena vitalità ed importanza la questione agitata in tutti gli scritti dell’Azeglio, e segnatamente nel suo carteggio col Pantaleoni: la questione religiosa.

Chetata col fatto ottenuto l’agitazione per la capitale italiana, restano da osservare e curarne le conseguenze morali.

È una cosa da lasciar dire agli omacciòni per guadagnare le cattedre, le cariche e gli onori opimi, che sia risibile parlare di riforma religiosa, coi lumi del secolo XIX.

La questione della riforma religiosa supera in entità quella esaurita dall’abolizione del potere temporale dei papi, come il fine generale supera un singolo mezzo, — come la meta altissima supera un tratto di viaggio od un gradino della salita.

È impossibile, che una società accetti la costante contraddizione fra le sue formole ed i suoi atti; e che instituisca i suoi bambini, le sue più care e liete speranze in alcuni riti coll’intelligenza implicita, che quei riti siano trasandati da grandi.

Come il commerciante straricchitosi sente il bisogno di consolidare la sua ricchezza mobile negli appagamenti morali, cui fornisce la proprietà fondiaria anche a detrimento del reddito; — cosi la società, che ora si affanna dietro i godimenti sensuali e le conquiste materiali, terminerà per saziarsi e nausearsi di materialismo e ricercare l’ideale e proseguire la spiritualità.

Gli stessi fuorviamenti dello spirito volgare, di cui si vale oggidì la setta clericale per i suoi fini profani, ne sono una prova.

La società e la scienza borghese si accorgeranno pure che avranno quandochessia bisogno di fondamenti religiosi e dirizzoni morali.

Ora cercano di beneficare e migliorare il popolo con una serie di congegni economici tratti però, donde è più forte il sentimento morale e religioso.

Ma per fare attecchire qui le banche cooperative, e tutti gli istituti di cooperazione, ossia di cristianità operosa, incivilita, che si ammirano nelle popolazioni religiose e morali della Svizzera e della Germania, bisognerebbe eziandio trapiantare qui i caratteri umani analoghi.

Non bastano le macchine; ci vogliono i macchinisti.

E come per la direzione pratica di alcune industrie, noi siamo tributarii agli stranieri, cosi di fronte a meccanismi economici, che troverebbero opportunità locale materiale nei nostri paesi noi siamo costretti a domandare: ma dov’è l’abnegazione spirituale, la probità, l’intelligenza scrupolosa di chi deve far manovrare il meccanismo? È troppo esigere solo dalle macchine che formino i macchinisti.

Ci vuole la scuola santificata al pari dal tempio.

La redenzione economica delle plchi è inscindibile dalla redenzione morale e religiosa, che forse dovrà precedere quella.

Ai giovani, che si lagnano di aver avuto in sorte giorni destituiti di ideale, è tempo di indicare i due grandi problemi della riforma religiosa e morale.

Per risolverli essi troveranno un tesoro di dati e di idee nei forti ed onesti pensatori, cittadini, soldati, scienziati ed artisti, che prepararono il risorgimento nazionale; imperocché il risorgimento di una nazione è una delle opere di maggiore grandezza morale che la Divinità possa concedere di attuare ai mortali sulla terra.

Singolarmente Massimo d’Azeglio e Diomede Pantaleoni possono tornare istruttori utili alla gioventù, poiché essi si applicarono specialmente al lato morale religioso del risorgimento italiano.

È belle, edificante sentir discutere nella intimità epistolare l'autore dell’opuscolo La politique et le droit chrétien au point de vue de la question italienne (1), e lo scrittore Del presente e dell'avvenire del cattolicismo (2).

Sentite Massimo d’Azeglio ridomandare: «Des populations entières auraient elles donc moins d’importance aux veux de la justice sociale que l’individu devant la loi civile?»... e ragionare:

(1) Scritti politici e letterarii di Massino d'Azeglio, vol. II, pag. 331 e seg.

(2i Firenze, Libreria Uomini, 1870.

«Si l’esclavage de l’individu est et demeure condamné, au nom de quelle logique admettraton l’esclavage d’une nation et la confiscation de ses droits?» Egli, visti gli avversarii clericali, soliti a mettere le cose sante a servizio dei materiali interessi, appigliarsi come ad ultima ratio alla manovra sacrilega di collocare il tabernacolo fra i loro corpi e i colpi della civiltà, presagiva grandi pericoli per lo stesso cattolicismo! u Ce n’est pas d’aujourd’hui que cet enchevêtrement des choses de Dieu et des choses de l’homme est la perte de l’Église. Sans ce fléau, eûton eu la Réforme? Sans ce fléau, auraiton aujourd’hui l’immense apostasie qui se prépare?...

«... Ne vovezvous pas que les populations refusent de se plier à la doctrine sainte, quand les représentants de cette doctrine prêchent l’humilità sur le tròne, la pauvretà dans les splendeurs du luxe, la charità au milieu des victimes de leur ambition, le pardon et le sacrifice entre les souvenirs d’une restauration opérée à coups de canon, et les projets de vengeanee que cache la guerre nouvelle à laquelle on aspire? «L’anima religiosa dell’Azeglio scongiura il giorno, in cui «un désert moral, plus désolé cent fois que la campagne romaine, soit le seul domaine qui reste en Italie à la Papautà acharnée à se détruire ellemême (1).

Il Pantaleoni avvisa al modo di far risorgere la religione; lo ricerca sopratutto col suo opuscolo: Del présente e dell'avvenire ciel cattolicismo, che porta un frontispizio da tempietto, in eui si notano le statue di Gioberti e Rosmini, i medaglioni di Arnaldo da Brescia, Savonarola, fra Paolo Sarpi e Padre Ventura e l’epigrafe pro Christo et Ecclesiae puritate.

Il medico spirituale indaga la formola liberale della religione cattolica e risale alla sua ragione d’origine nell’essere religione umanitaria universale; nota con la storia e la cronologia il rigoglio e l’espansione della Chiesa, quando essa era priva di beni terreni conforme allo spirito di povertà cristiana, e si reggeva col sistema dell’elezione popolare conforme allo spirito di fratellanza cristiana; nota invece le restrizioni, le perdite e il decadimento di essa chiesa, quando la predicazione della povertà cristiana

(1) Scritti politici e letterarii di Massimo d'Azeglio, vol. II, pag. 359, 360, 365, 373 e 400.

venne in fatti contraddetta dalle possessioni e dal lusso dei prelati, e il reggimento democratico fraterno venne sostituito dalla monarchia teocratica.

Con felice paragone il Pantaleoni chiama «l'ammirabile primitivo ordinamento della Chiesa, rappresentato da una piramide, la cui base larghissima era formata da tutte le popolazioni credenti, e che andava restringendosi e salendo graduatamente fino alla cima, rappresentata dal Papa.

«Vedemmo, egli dice, come si cerca di falsare questa bella struttura; ma ora v’è anche di peggio. Trattasi di capovolgere esattamente, mettere sossopra tutta la piramide, e di fare con la destrezza d’un saltimbanco (mi si passi la vile espressione) posai la piramide sulla sua punta; trattasi di dichiarare che la Chiesa non è più l’unione di tutti i fedeli, come ci s’insegnava nel catechismo, ma che la Chiesa è il Papa, presso a poco con tanta verità, con quanta Luigi XIV diceva già: la Francia son io (1).

Per far risorgere e rifiorire la Chiesa, bisogna ritornare ai metodi per cui crebbe e fiori altre volte, ciò sono la rinunzia alla temporalità e il sistema elettivo di fratellanza democratica riprodotto nello spirito moderno di civiltà e libertà.

Il papato, o almeno il gesuitismo romano si sforza di impiantare la Chiesa sulla punta; noi con la proposta elezione la rimettiamo sulla base, su quella base che la rese grande, prospera, civile, benefica, per molti secoli» (2).

Il gran merito di Massimo d’Azeglio e Diomede Pantaleoni fu di avere per tempo avvertita la portata religiosa della rivoluzione italiana.

Fin dal 12 aprile 1847 in una sua epistola romana a monsieur Doubet, parente del Rendu e confondatore del Cercle Catholique a Parigi, l’Azeglio raccomandava il movimento italiano «qu’ est bien le plus grand mouvement politique et religieux produit depuis trois siècles «(3).

(1) Opuscolo citato, pag. 39 e 40.

(2) Opuscolo citato, pag. 73.

(3) Correspondance politique di M.d'Azeglio par E. Rundit, pag. 3.

Il Pantaleoni conservò tale coscienza e tale giudizio sull’importanza religiosa del moto italiano fino ed inclusivameute alla completa abolizione del potere temporale.

«Questa soppressione del dominio temporale nella Chiesa, egli scriveva nel citato opuscolo profetico, sarà uno dei fatti certo più gravi ed importanti del secolo, non per l’Italia, ma per la Chiesa; imperocché liberato il papato dalle pastoje del temporale, dalla catena degli interessi mondani, esso per il vantaggio degli interessi spirituali, sarà ricondotto verso le popolazioni, verso la loro civiltà, rinnovando cosi l’antica alleanza con la libertà che fece un giorno la sua vera grandezza: e la libertà contenuta dalla morale cristiana procederà più spedita nelle vie del progresso» (1).

Nobile veduta od augurio troviamo nella conclusione di quella profezia incitatrice: «Ad ogni modo gli è chiaro che il mondo procédé concorde verso una riforma nella religione ed allo stesso tempo con uua tendenza unanime ed assimilatrice. Si slanci la Chiesa italiana nelle vie di libertà, e si vedrà come tutte le altre le terranno dietro, ed il giorno, in che i due barocchi ultimi avanzi del medio evo, il poter temporale del Papa, ed il banco dei vescovi alla camera dei Lords d’Inghilterra, spariranno dal mondo civile, quel giorno non sarà molto lontano dall’altro, che vedrà la riunione di molte Chiese cristiane in una sola, e specialmente fra i popoli liberi» (2).

Per queste avvertenze Diomede Pantaleoni, il cui nome se non ignorato, non è certamente troppo conosciuto dai giovani studiosi, merita di essere considerato, come uno dei profeti minori della religione e della patria.

Opportunamente intorno alla sua vita, lavora la studiosa e morbida lentezza del prefetto Davide Silvagni, raccoglitore ed illustratore di aneddoti della storia romana.

Il Pantaleoni, prima di morire, merita che i preti temporalisti sostenitori di quel potere, che egli chiamava il più grottesco anacronismo politico (3), invano si arrabattassero per farlo ritrattare a forza.

(1) Del Presente e dell'Avvenire del Cattolicismo, pag. 114.

(2) Opuscolo citato, pag. 78 e 79.

(3) L'Italia e il Papato spirituale. Nuova Antologia, Novembre 1870.

Egli si raccomandò alla famiglia, affinché lo liberasse da quei tormentatori. Allora per volere della esimia consulte signora Isabella venne chiamato monsignor Anzino, il cappellano del Re nazionale, il sacerdote benemerito, per cui tanti cattolici patrioti poterono avere il passaporto di diritto canonico dall’Italia a Dio.

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Gli spiriti ottenebrati dalla fumida superbia della loro carnosità v della loro mediocrità scientifica, fortunata, impallonata, assicurando che è morta ogni questione religiosa, ignorano lo stesso movimento fattosi negli uomini di pietà e di chiesa, contemporaneamente all’opuscolo del Pantaleoni, prima che si radunasse l’ultimo Concilio.

Il 23 gennaio 1869, l’avvocato Tancredi Canonico, allora professore di Diritto all’Università di Torino, e ora consigliere di Cassazione e senatore del Regno a Roma, rimetteva in udienza particolare, alla Santità di Pio IX, uno scritto di Andrea Towianski. Era un nobile ed ardito tentativo di elevare e purificare il sentimento della Chiesa sostanziandolo nelle opere buone veramente cristiane. Pensando che tale scritto venne comunicato nell’anno, che fu antivigilia alla breccia di Porta Pia, noi sentiamo in esso, e specialmente nella perorazione un’eloquenza storica e profetica.

Towianski constatava lo stato miserando della Chiesa spirituale:

«Quando le forme, pel rigettare che si fa la loro essenza, diventano oggidì una funte di si numerosi deviamenti; quando col calmare la coscienza inquietata per il peccato del rigetto dell’essenza, esse allontanano sempre più dalla vita cristiana; quando per conseguenza, la Chiesa di Gesù Cristo è abbandonata, e si (leva la Chiesa delle forme, bisogna pur sentire che il male è giunto al sommo del suo trionfo; perché dei mezzi che Nostro Signore ha dato per l’estensione del suo regno, pel trionfo della sua Chiesa, e per la salute dell'uomo, il male si serve per la rovina della Chiesa, e la perdizione dell'uomo...

«Per tal modo la cosa la più sauta, la cosa celeste è sottoposta alla legge terrestre, è misurata colla misura terrestre;

il tesoro ciel regno di Nostro Signore è impiegato ad arricchire ed elevare il regno di questo mondo; gli organi terrestri sono coltivati, l’organo cristiano è negletto; ricchezza nella testa, povertà, aridezza e morte nell’anima; nell'abbondanza della luce, tenebre profonde!....

«Lo spirito dell’uomo, stimolato sempre più dalle forze visibili ed invisibili che lo spingono a progredire, non potendo restare immobile, varia i confini dell’epoca antica e penetra nell’epoca superiore; ma, impedito quivi di ricevere dall’opera di Dio l’appoggio e l'aiuto che gli sono destinati per camminare nella via retta, si getta nelle vie torte: a quel modo che le acque, il cui corso naturale è attraversato, straripano, inondano i campi e vi fanno strage. A motivo di ciò, in questi giorni destinati all’elevazione del cristianesimo, mediante l’attuazione di esso sulla terra, si moltiplicano più che mai le deviazioni e gli eccessi dell’uomo. Si elevano la falsa pietà e l’empietà dichiarata: si elevano il paganesimo e l’idolatria coperti di forme cristiane; e l'uomo s’avvicina rapidamente all’estremo grado d’abbassamento del suo spirito, — abbassamento ch’egli considera, sia come una prova della sua fede ferma e della sua fedeltà alla Chiesa, sia come il colmo del suo incivilimento!

«Quando l’uomo, rigettando lo spirito della religione, si allontana dalla Chiesa, o, tutto al più, cerca di tranquillarsi colla pratica delle forme della Chiesa, Iddio permette che la religione ne sia perseguitata, che le Chiese e le forme siano abolite dalla forza e dalla violenza; Iddio toglie i mezzi che si considerano come scopo, affinché l’uomo accetti il suo scopo vero e vi si diriga; Iddio toglie la terra affinché l’uomo aspiri al cielo.

È la grande profezia, che cominciò ad avverarsi il 20 settembre 1870.

Prima d’allora Andrea Towianschi diceva coraggiosamente a Pio IX: «Santo Padre! Mentre lo stato cosi triste del cristianesimo nella Chiesa rende la vostra posizione sempre più difficile, obbedendo alla volontà di Dio, vi addito la via che, in questa posizione, è destinata a guidarvi al vostro scopo, alla salute dell’anima vostra.

Adempio a questo dovere, prostrato davanti ai decreti supremi; i quali tosto o tardi, dissipando le tenebre e mettendo in luce la verità, giudicano e colpiscono secondo questa verità i governanti ed i governati, i più grandi e i più piccoli di questo mondo.

«Sentite, santo Padre, la vostra immensa responsabilità come Capo della Chiesa, della quale Nostro Signor Gesù Cristo vi affidò la purificazione e l’elevazione; e, col sentimento di questa responsabilità, deponete a nostro Signore, il dolore dell’anima vostra sullo stato della Chiesa, causa principale della sventura si grande di questo mondo e dell’altro inondo; deponete il vostro dolore sul rigetto della Croce di Gesù Cristo e sull'abbassamento della Chiesa nei nuovi suoi ministri; deponete il vostro dolore sulla crocifissione dello Spirito di Nostro Signore, crocifissione più dolorosa che non fu quella del suo corpo «In questo dolore confcssatevi davanti a Gesù Cristo.

«Non mantenendo la grazia che vi assisteva al principio del vostro pontificato, voi avete rinnegato ciò che questa grazia aveva fatto per mezzo di voi, avete condannato e respinto il raggio dell’epoca superiore che per mezzo di voi si era manifestato....

«Vicario di Cristo, avete operato colla forza di questo mondo, avete combattuto i vostri avversari colle armi dell’odio e della vendetta, avete punito i peccati terrestri colla forza che dà il peccato di spirito; per tal modo siete disceso ai traviamenti dei sovrani della terra, ed avete interrotto la vostra missione celeste, la quale non può essere compiuta, fuorché mediante la forza del regno di Nostro Signore, (la forza della croce).

«... Separatevi in ispirito dalla Chiesa attuale, occupate nella Chiesa di Gesù Cristo il grado che in essa vi è destinato... — Per tal guisa la Chiesa attuale, rigenerata, diventi la Chiesa di Nostro Signor Gesù Cristo, e, secondo la sua promessa, Nostro Signor Gesù Cristo governi in questa Chiesa sino alla consumazione dei secoli.... Abbiate fiducia che, quando la Chiesa vera vivrà sulla terra, Nostro Signore, che veglia eternamente sulla sua Chiesa, le darà dei beni terrestri ciò che le è necessario; e questo, nessuna forza, ne della terra, né dell’inferno, non glielo rapirà.

 Cosi, o santo Padre, voi adempirete per la salute dell’anima vostra e per l’edificazione della Chiesa e del mondo intero,

le parole di nostro Signor Gesù Cristo: Quaerite primum régnant Dei et justitiam ejus, et haec omnia adjicentur vobis» (1).

Me litre l’inspirato ed illuminato polacco manda va a dire tali verità a Pio IX, alti ed arditi pensieri erano pubblicati da un mite e sapiente canonico vercellese, Tommaso Mora nella sua Opera La Vita dell'Essere, saggio di una sintesi della teologia e della filosofia (2). Questi studi, che mirano a cercare l’armonia della fede e della ragione, egli offriva ai padri del Concilio Ecumenico, che stavano per radunarsi.

L’opera del Morafu necessariamente poco popolare per il formalismo o formalismo scientifico applicato alle più alte sfere della idealità.

Egli espone uua teoria nobilissima della vita che si avvera in modo eminente in Dio, si avvera finitamente in tutte le cose e in tutte le vite, che vogliono sempre essere un’armonia di dualità contrarie. Nella astronomia sarà la forza centrifuga e la centripeta armonizzanti in un punto centrale; nell’uomo l’anima razionale e il corpo; nella società la Chiesa e lo Stato. Non vuolsi separare l’anima razionale dal corpo; ma vuolsi assolutamente distinguere, e unirsi cosi che ne venga fuori l’individuo uomo, che è insieme anima e corpo, ossia è la sintesi, non la collezione dell’una e dell’altro.

Cosi alle formole «separazione della Chiesa dallo Stato» vorrebbe sostituire questa: «distinzione della Chiesa dallo Stato». Separare un elemento sociale da un altro elemento sociale è impossibile; mentre vuolsi del tutto distinguere l’uno dall’altro.

Torna lo stesso, che se uno dicesse nella vita del sillogismo: vuolsi separare la maggiore dalla minore; mentre è solo vero, che vuolsi distinguere la maggiore dalla minore; le quali si debbono combaciare e trovare sinteticamente nella conclusione. Tale è la teoria non solo in questo caso, ma in tutte le Vite da Dio all’atomo, che è sempre la sintesi di due forze opposte, ma armonizzanti nella loro conclusione finale. Ogni essere ha il suo principio, il suo mezzo. e il suo fine, che non è altro che la sintesi dei due primi.

(1) Scritto di Andrea Towianski a Fio IX, pubblicato in italiano da Tancredi Canonico (Roma, 1878, Tip. Artero e Comp.).

(2) Vercelli, 1869, Tip. e Litog. Guidetti-Perotti già Degaudenzi.

Il filosofo e teologo vercellese crede che la vita o meglio le vite non siano che tanti sillogismi.

In forza della precitata dualità che si compie in trinità médiante l'unica sintesi, a cui viene condotta, —l’essere nella sua vita universale, ha una vita interiore. esteriore, contingente: cioè in sè, nel mondo eterno delle idee, nel mondo creato, che è cosa per dir contingente. Cosi la Chiesa, come taie, ha la sua vita interiore, senza nessun riguardo al di fuori; poi la sua vita esteriore, che ha riguardi verso lo Stato; poi la sua vita contingente e accessoria, che può avere o non avere secondo le varie condizioni sociali. Questa è la vita politica, è il possesso delle ricchezze, ecc.

Applicando queste teorie svolte nell’opera concettosa del teologo filosofo vercellese, noi possiamo dedurre: — la Chiesa come tale, essendo fuori degli ordini naturali, vive di una vita tutta sua; è affatto all'atto per se stessa indipendente. L’indipendenza, per cui fanno rumore alcuni, è necessaria tanto alla Chiesa, quanto a qualsiasi altra vita; però questa indipendenza non la dà il Governo politico, bensì la forza interiore della Chiesa stessa e l’ambiente sociale. La storia della Chiesa dimostra, che essa non fu mai tanto dipendente, quanto nei tempi della massima sua potenza politica. La Chiesa dovendo vivere nella Società umana, è impossibile che non abbia delle relazioni coi poteri stabiliti. Queste relazioni saranno più o meno buone secondo le condizioni svariatissime della società, e la maggiore o minore prudenza ed abilità di chi tiene il governo della Chiesa; ma queste relazioni costituiscono la vita esteriore della Chiesa, non la vera e interiore sua vita.

Lasciando queste deduzioni algebriche, che noi abbiamo voluto trarre dai principii disseminati nell’opera del Mora, è bello vedervi direttamente ammessa con limpido coraggio la vita progressiva, non pur dello Stato, ma della stessa Chiesa.

«Vuolsi tenere per certo, egli dice, che il domina, ad essere divino, deve avere in sé queste due indissociabili proprietà; che esso, cioè, sia immutabile nella sua sostanza, e quindi sia sempre quello che è, in tutti i tempi, in tutti i luoghi, in tutte le condizioni sociali. Sotto questo rispetto, la penitenza, (che nel linguaggio dell’Azeglio potremmo chiamare sacrifizio) è un vero assoluto, invariabile, universale; perciò che, in tutti i tempi, in tutti i luoghi,

in tutte le condizioni sociali, l’uomo ha nu bisogno assoluto di sottomettere il senso alla ragione e di domare le sue passioni. Ma non basta che il domina, ad essere divino, sia immutabile, esso deve anche essere cattolico; il che vuol dire, che esso deve potersi adattare a tutti i tempi, a tutti i luoghi, a tutte le forme dell’umana società. E ciò, perché il domina è di sua natura riferibile alla società umana; la quale non può a meno che di riceverlo in modo particolare, sotto una forma determinata, sotto condizioni speciali. In questa guisa, il domina dell’unità di Dio è concepito diversamente dal fanciullo e dall'adulto, dalla donnicciuola e dal dotto, dal barbaro e dall’uomo colto. Né la cosa può essere diversamente; perciòché, se è vero che la religione cristiana, appunto perché è divina, deve col tempo invadere ed occupare tutta la terra, ne viene, che mentre la sua dommatica per una parte è una e immortale; per l’altra, nell’applicarsi che fa e nel riferirsi verso gli uomini, deve per necessità assumere tutti i più svariati aspetti dell'umano consorzio; tanto che il domina stesso sia compreso barbaramente in tempi barbari, e civilmente in tempi civili. Nè con ciò vuolsi credere, che cangi il domina; mentre cangia solo la relazione, che ha il domma verso gli uomini di quel dato tempo, di quel dato luogo, di quella data coltura. Sotto questo rispetto, la religione cristiana ha potuto rimanere immutabile e integra sostanzialmente, passando per le varie fasi del mosaicismo e del cristianesimo; perciò che queste varie fasi non cangiavano per nulla il domma; ma il domma, rimanendo uno ed immutabile, assunse diverse forme, secondo la varietà dei tempi e la diversa coltura degli uomini.

«Questa bella proprietà, che ha il domma divino di potersi applicare infinitamente; voglio dire, la cattolicità infinita, che è nel domma divino, è quella che deve dare al cattolicismo una eterna giovinezza. E, siccome il concetto di vita, che è il regolo sicuro per giudicare dell’opportunità di alcune forme speciali di disciplina, facilmente ci apprende, quali sieno le discipline, che realmente sono morte, ne viene che abolendo queste forme morte, ed instaurandone delle vive, noi avremo una religione sempre giovine e sempre viva. Si tenga per fermo, che ciò che è morto è morto, e che la vita, il progresso, il moto, sono condizioni essenziali della umana convivenza (1).

(1) La Vita dell’Essere, pag. 553-590.

La Vita dell'essere termina coi voti di progresso conformi alla tradizione cristiana: - Facci voti che ai nostri giorni, nei quali senza dubbio la ragione predomina al sentimento, il cattolicismo si mostri più presto nella sostanza, che non nella corteccia; e che quindi, in questi tempi di attività e di vita, lasciate da parte tuttc quelle forme disciplinari, che oramai sono morte del tutto, il cristianesimo fatto vivo e contemporaneo, assuma le nobili e care sembianze della moltiforme e operosa carità cristiana» (1).

Certo il voto che il cattolicismo scortecciandosi d’ogni materialità accidentale riassuma il valore intimo, operoso di carità cristiana, farebbe rinverdire il Cristianesimo nel Cattolicismo, mentre la frase del cardinal Rampolla, secondo cui occorre il fasto alla Santa Sede, e le cantilene dei vescovi italiani per la ripetizione del poter temporale, dimostrano lo sviamento del materialismo cattolico nel paganesimo. Cosi l'artificiosa conciliazione, che era venuta a galla, ha dato un tonfo.

Ma se la pubblicazione del cardinale Rampolla ha fatto rimpiattare il tema palpitante della conciliazione diplomatica politica, essa ha lasciato però a suo posto il tema della riforma religiosa, che sanl di attualità perenne. Imperocché anche sparita la questione fra le rappresentanze ufficiali, rimane la questione veramente importante della conciliazione fra i sentiinenti e gli ideali civili e religiosi nella vita sostanziale dei popoli. Qnesta è la vera questione. Imperocché le rappresentanze ufficiali, a forza di ufficialità e di esteriorità, arrivano a non rappresentare intimamente più nulla; sono corteccie, a cui manca, per usare una frase del Mora, la vita interiore. Questa vita invece permane nel popolo, nell’umanità; ed è questa vita, che bisogna curare liberandola dalle corteccie e frondi caduche e rifornendo di succhi le salde radici.

Istrumento principale a ciò, deve essere la religione; che instituisce l'uomo morale in tutti i ceti, con maggiore guarentigia che non dia e non faccia la larva dell’onore ristretta alle classi agiate. Pertanto con santa ragione scrisse Diomede Pantaleoni: «No; l'uomo non vivrà mai senza una religione, come egli non visse mai né vivrà senza l’amore (2).

(1) Opera citata, pag. 611.

(2) Del presente e dell'avvenire del cattolicesimo, pag. 53.

Nella propaganda della ri forma religiosa i profeti minori trovano il maggior ausilio negli scritti del grande profeta Giuseppe Mazzini.

A compenso delle bottate contra il Mazzini e contra i Mazziniani, che si trovano nelle confidenti espansioni di Massimo d’Azeglio e Diomede Pantaleoni, voglio che sulla soglia del loro carteggio si trovino sante sentenze dello stesso profeta massimo.

È un compenso dovuto, poiché il Mazzini nella Westminster Review rendendo conto del moto letterario in Italia del 1837 fece omaggio al merito reale e all’ardore di sentimento patriottico che anima le ultime scene del Fieramosca.

Premettiamo che niuno meglio del Mazzini pose alle giovani generazioni il problema morale. Egli scrisse: «il materialismo — possano i giovani ascoltarmi, perché in verità, l’avvenire italiano è riposto nella questione alla quale io non posso qui che accennare — perpetuò il nostro servaggio attossicandoci l’anima di egoismo e di codardia: all’idea che la vita è missione e dovere sostituì, tra il rogo di Giordano Bruno e la prigionia di Campanella, l’idea che la vita è la ricerca della felicità» (1).

Per riscattarci dal materialismo, Mazzini insiste costantemente sul carattere essenzialmente religioso, che deve avere il progresso liberale. Egli predica ripetutamente, incessantemente, che il carattere predominante della rivoluzione da lui intrapresa è religioso. Difatti più che fibra opportuna di condottiero politico e militare (il suo svenimento fra le armi, in marcia, nella abortita spedizione di Savoia ne è prova, nonostante la dichiarazione ammirativa di Giacomo Medici per le sue funzioni d’alfiere nel 1848) egli aveva nerbo di apostolo e riformatore religioso, nerbo le cui vibrazioni dureranno nei secoli.

Le sue parole pensose danno pulsazioni elevate, irradiano calorico potente. Egli per la propaganda della libertà nazionale rinunziò ai fantasmi artistici, agli embrioni di capilavori, che si agitavano nella sua anima letteraria; pur la sua opera è una cattedrale di arte, in cui ogni angolo è un propulsore d’idee elevate. Egli illumina commuovendo ed esaltando. Fa del romanticismo letterario una battaglia contro la vieta oppressione politica, fa della letteratura una scala di religione operosa per il perfezionamento sociale.

(1) Scritti di Mazzini, vol. IV, pag. 13.

Combatte «l'arte per l'arte»; vivifica i fatti con l’ardore del pensiero presente, che si attacca al passato per ispingersi all'avvenire divino. Nel suo frasario di prosa epica si sente dominare il fermento del baronismo e si sente tuttavia il rombo della epopea Napoleonica; infatti ricorrono spesso le frasi: Napoleone della libertà, Napoleone del pensiero, popolo Napoleone, Napoleone della musica.

Ma i pensieri ai preti italiani intorno all’Enciclica di Gregorio XVI, l’appello ai preti delta mia patria hanno il suono di tromba di un angelo della riforma religiosa.

«Esiste, egli ripete con Lamennais, una legge sovrana, freno essa sola al potere e base al dovere. Quanto si opera contro questa legge è nulla. Essa viene da Dio: è Dio stesso.

«La Chiesa è depositaria ed interprete della legge suprema.

«Or la questione che s’agita da tutte le parti è questa: se il deposito e l'interpretazione della legge suprema abbiano a starsi in un solo, dotato d’autorità incontrovertibile, o in tutti i cittadini, in tutti i credenti, in tutti i filosofi, in tutti gli scrittori, cioè nel voto liberamente espresso dalla maggiorità d’essi tutti.

«Dove i sensi, il ragionamento, la coscienza non valgono, l'autorità, che deve pur discendere da queste sorgenti di credenza e in esse formarsi, non vale...

«Il mondo ha sete di unità, e quella fra le due bandiere, che ha potenza di costituirla, avrà la vittoria...

«L’autorità sola cioè il consenso universale forma unità; dove questo consenso non esiste, è anarchie...

«Dei settecento quaranta milioni d'uomini che popolano la terra seicento vi sono sottratti, e vi pretendete cattolici? «Che avete voi fatto di quella santa parole: amatevi l'un l'altro come fratelli. che racchiudeva l’avvenire del mondo? che avete voi fatto di quella promesse d’emancipazione all’uomo del popolo, al povero, che solo diè trionfo al Cristianesimo sul materialismo pagano? i.... Dovevate proteggere il fiacco contro il potente, indurre la pace fra i cittadini, e avete chiamato il sicario ad arrotare il coltello omicida sulla pietra dell’altare, avete detto allo schiavo: non t’attentare di sorgere...

Il progresso umano — l'eguaglianza, l'associazione: — ecco il pensiero che cova in tutte le rivoluzioni, la necessità che le domina.

«... Il prete, immemore dei primi tempi che lo costituirono protettore dell'uomo del popolo contro la prepotenza feudale e la tirannide dell’impero, s’è fatto satellite della prepotenza, che un giorno s’incurvava davanti a lui...

«L’umanità non s’arresta, perché un pugno di traviati s’ostini a non procedere con essa e indugi nelle rovine.

«La religione, nella propria essenza, è una, eterna, immutabile, come Dio stesso, ma nel suo sviluppo e nelle sue forme esterne soggiace alla legge del tempo, che è quella dell’uomo.

«Quando il tempo è maturo per un mutamento, nessuna umana potenza può far che non sia; e se i sacerdoti ricusano inaugurarlo, l’umanità si volge dagli uomini a Dio, e si costituisce sacerdote, pontefice, sacrificatore. Il sacerdozio dei popoli vale il sacerdozio di pochi privilegiati...

«Ma i preti sono uomini e cittadini. Il Clero, non conviene dimenticarlo, è parte di patria.

«Forse, se i preti, rimossa l’ira mal fondata e le pretese irragionevoli d’un dominio oggimai perduto, si dipartissero dalla servilità cieca al pontefice per discendere ad un esame individuale, si avvedrebbero che il tempo è giunto d’una grande rivoluzione sociale che nessuna forza può contrastarla — che perciò appunto essa è segnata nei decreti della Mente che creava il moto...

«S’avvedrebbero che le accuse versate sugli uomini della libertà sono calunnie, smentite dai fatti, e affidate alla loro credulità da una aristocrazia che paventa il principio oggi predominante nella politica, non si comunichi anche al governo della Chiesa, ch’essa ha convertito in monopolio tirannico.

«S’avvedrebbero, ch’essi sono schiavi alla lor volta di pochi, i quali, distrutto lo spirito di Cristo fino dal xv secolo, distrutto il libero reggimento statuito dai fondatori della Chiesa, hanno concentrata ogni cosa in sè, e ridotto il clero a gregge di volgari satelliti — che il concetto religioso è convertito dal Papa in materialismo sterile e iroso, il culto in bottega, i preti in arnesi di governo dispotico e in ciechi strumenti d’una cabala di gesuiti...

«... Se i fautori delle rivoluzioni, invece di cedere a un risentimento degno di scusa pei fatti che l’han generato, ma gretto nell’intento e funesto nei risultati, pensassero maturamente ai fini e ai mezzi dell’impresa che tentano,

vedrebbero che il principio rivoluzionario deve estendersi a tutte le classi, a tutti gli elementi sociali.... che mal si tenta spegnere il sentimento religioso dei popoli, ingenito in essi dal murmure della coscienza e dall’istinto di fratellanza che li affatica.... — che a tutte le grandi imprese sociali ha presieduto la sanzione religiosa; che Roma non conquistò l’universo, se non perché i suoi Dei le comandavano conquistarlo; che Mosè sollevò all’altezza di Nazione potente un pugno d’uomini seminudi, senz’asilo, e sforniti di tutti i mezzi, sol prefiggendo ai suoi decreti il cenno di Jéhovah; e il Cristianesimo muta la faccia del mondo europeo col grido: Iddio lo vuole. Vedrebbero che a ridestare nell’uomo prostrato dalle arti di una lunga tirannide tutte le potenze d’azione che stanno nelle sue mani, è necessario rialzarlo prima ai suoi occhi medesimi, cancellargli di fronte l’impronta della schiavitù, insegnargli la potenza divina, che gli dorme dentro, insegnargli l’altezza dei suoi destini, insegnargli l’inviolabilità, della sua natura. — E vedrebbero che a fondare stabilmente la libertà sulla terra, è d’uopo collocarne il decreto, dove non giunge potenza d’uomini, — e che se essi avessero incominciato da questo, se avessero affacciato ai preti la parola evangelica, se avessero indirizzato ad essi la chiamata dei Cristianesimo morente per colpa di chi pur osa farsene interprete, non avrebbero forse a lagnarsi d’avere in ogni prete un nemico, in ogni Chiesa un centro di resistenza.

È prodigio, come nessuno osi raccogliere l’eredità dei Sinodo Pistoiese e restituire agli uomini di Dio i diritti d’esame e di suffragio che facevano della Chiesa degli apostoli e dei primi successori, Repubblica.

«... Non si tratta di distruggere la religione, si tratta di ritornarla alla prima purità, di restituirla alla primitiva missione, di rinvigorirla facendola venerata e amata, dov’oggi è sprezzata o assalita, e di porla tutrice, auspice, e campione dei progresso sociale e dell’umana felicità...

Preti della mia patria!... Seguite il decreto di Dio... La vostra voce è potente sulle moltitudini: usatene... per condurre la creatura all’esercizio libero e pieno della sua facoltà — usatene per fondare un nuovo patto d’alleanza tra i popoli e voi, tra la Chiesa e la Libertà.

«Preti della mia patria! Il primo tra voi, che commosso dai pericoli d’una crisi europea, leverà lo sguardo dal Vaticano a Dio, e ne trarrà direttamente la propria missione — il primo tra voi che, consacrandosi apostolo dell'umanità raccoglierà le sue voci, e forte d’una coscienza illibata innoltrerà col Vangelo alle mani tra le moltitudini incerte, pronunciando la parola: Riforma — quegli avrà salvo il Cristianesimo, ricostituito l’unità europea, spento l’anarchia, e suggellato una lunga concordia fra la società e il sacerdozio» (1).

Al riecheggiare di queste parole uscite dalla tromba dell'angelo Mazzini, mi pare di vedere in una luce di paradiso dantesco rianimarsi, agitarsi gli spiriti di Massimo d’Azeglio e Diomede Pantaleoni.

Questi con sua grande maraviglia raffigura nelle parole mazziniane le radici delle sue fidenti conghietture sull’avvenire del cattolicismo.

Quegli col suo buon senso arguto di artista e gentiluomo, inseparabile dalla sua fede onesta e credente, compulsa la storia per calcolare quanti sacerdoti di Giove e di Apollo, di Bacco e di Venere si convertirono a farsi ministri di Gesù, e quanti degli antichi edifizi dei templi pagani gentilmente si prestarono al culto del Cristianesimo.

Ma sarà meglio, che diamo finalmente piena facoltà di parlare agli stessi Pantaleoni e d’Azeglio.

Saluggia, dicembre 1887.

Giovanni Faldella

(1) Scritti di Mazzini, vol. XI, pag. 49 e seg.

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CARTEGGIO

pag. 409 

LV.

Caro Pantaleoni,

Torino, 7 dicembre 1859

Rendu m’incarica di dirti le seguenti cose: 1° che devi aver ricevuta una sua lettera; 2° che per mezzo del ministro degli affari esteri ha fatto scrivere a Gramont, che ave a timori per la sua sicurezza personale: che non ha mai ricevute le due lettere messe alla posta a Firenze. M’incarica inoltre di spedirti un numero del Nord; e te lo mando per via sicura.

Le cose dell’Italia centrale si sono assestate, e BonCompagni farà il Re Travicello su tutte quelle provincie. Del resto c’è un tal furore d’ubbidienza, che non v’è timore di disordini. Con quest’arma di tranquillità imperterrita, non vedo né chi né come ci userebbe violenze; e quand’anche il Congresso volesse decidere contro il voto delle popolazioni, ad obbligarci lo aspetto. Non mi fa paura l’Europa, ma confesso mi fa paura di vedere in mano a Rattazzi le sorti nostre. come politico non ne ha mai indovinata una: battaglia di Novara: voto contro la pace: rivoluzione di Genova: legge dei conventi che onera lo Stato: elezioni ultime: pasticciò del connubio: non una che non sia sproposito e peggio. Carattere abbietto, subdolo e dopo tante fatiche e tanto sangue, chi non s’è mai strappato un capello per l'Italia ne regola i destini!... (1)

(1) Bisogna dare la tara al giudizio dell’Azeglio, che pur troppo ê sempre stato forte nelle antipatie. (A. E.)

Sai che cosa dice chi vien qui dal centro? Che chi va a Roma perde la fede religiosa, e chi viene a Torino perde la fede politica! Ti basti dire che mi pare di stare a Roma. Basta, se la Provvidenza ha deciso redimerci, saprà cavar la messe dal letame.

Io sto bene e presto andrò in Toscana per togliermi lo spettacolo di quello che non posso impedire, e perché ora che le popolazioni ne sanno più dei Governi, la questione pratica si tratta là. Ho scritto una brochure. «La politique et le droit chrétien au point de vue de la question italienne». Paris, chez Dentu. Dal titolo te l’imagini. Cercherò mandartelo. S’aspettano sempre i brandi. Che la polizia gli abbia cinti lei? T’invidio il tuo clima, ma non il tuo regime.

Saluta l’Isabella e voglimi bene.

M.

75. P.)

Mio caro Azeglio,

Roma, 6 novembre 1859.

Pur troppo in Piemonte la pubblica istruzione è in uno stato deplorabile, ed il sistema degli studii è su di un piede del tutto falso. Due volte a tempo del tuo Ministero ti feci un piano per la riforma degli studi universitari, ed a mezzo del De la Rive scrissi al Cavour una lettera in proposito. Ma i tempi allora non erano propizi: né io mi affidava di riuscire a molto. Ora però la cosa si fa molto più seria. Perché la civiltà prosperi, bisogna che tutto il movimento intellettuale, morale, politico, industriale cammini di conserva, senza che quella parte che resta più indietro, diventi di ostacolo al pregresso delle altre. In Piemonte il movimento politico ed industriale ha fatto progressi grandissimi nell'ultimino decennio; ma le scienze e la morale sono rimaste forse più addietro che ai tempi dell’assolutismo. È essenziale alla salute dell’Italia, che il Piemonte e Regno unito stiano alla testa della civiltà italiana.

— Ora, nel caso che la questione italiana non si sciolga al Congresso, è di tutta necessità che il Piemonte tenga il primato della scienza italiana e per essa faccia la propaganda la più effettiva e la più salutare. Se poi l’Italia si avesse a comporre in una federazione, non può in Europa riacquistarsi altro primato che quello della scienza e delle arti, e sarà con quello e per quello che potremo metterci ancora alla testa delle nazioni. — Gli è a ciò che vorrei potermi adoperare per quel poco ch’io mi valgo; ma a riuscirci bisogna riformare specialmente il sistema degli studii, che è tutto piantato male. Il Piemonte, come tutti i paesi a civiltà latina, spende anzi moltissimo per le scienze e per raccogliere pochi e tristi frutti. Uno Stato, se assume come dovere l'amministrare l'istruzione gratuita, bisogna per non essere sovranamente ingiusto, che adotti lo stesso sistema per tutto lo scibile, e quindi adotti l'istruzione gratuita non solo per le scienze, ma per le arti, per l'industria, pel commerciò, per la meccanica, per l'agraria, ecc. : ed oltre al danno massimo dell’accentramento della direzione intellettuale d’un paese tutta in un ministero, la spesa poi, onde l'istruzione sia sufficientemente retribuita, è tale che appena ad essa bastano le ricchezze della Francia. — Se poi le sole scienze universitarie s’insegnano gratuitamente, come si fa in Italia, oltre al retribuirne male i professori, si crea poi un tal numero d’allievi, che non sta in alcun modo in rapporto con la domanda della società, con iattura d’uomini, d’opera e delle scienze stesse. — In Inghilterra sono andati al polo opposto. Non il Governo, ma gli studenti debbono pagai e tutto l'insegnamento, che allora diviene si caro, che l'impiego poi alla pratica degli addottrinati diviene la privativa de’ ricchi.

— L’Alemagna ha adottato un sistema medio fra i due con risultati meravigliosi: ed è questo  il sistema che più presto o più tardi dovrà adottare il Regno Sardo perché il solo vero: ed io vorrei che fin d’ora ne facesse il saggio in una Università di perfezionamento, che esso dovrebbe fondare per farne centro di tutta la scienza italiana. — Allora, anco con quello che paga adesso, si potrebbero avere delle Università pari a quelle di Parigi e di Berlino. — Nel resto gli è vero che tutto è ancora incerto. Io propenderei molto pel sistema imperiale di federazione, solo che si mettesse un Arciduca a Venezia (e parmi ornai molto facile ottenerlo) e si provveda alla provincie pontificie (che certo col Papa non vi staranno se non tenute colla forza) ed a Roma, che senza alcuna vera larghezza minaccia di gettarsi agli estremi, ove ne partano i Francesi. Il Papa non può o non vuol rinunziare alle pretese canoniche; e con quelle non che la libertà, ma non è possibile qualsiasi governo civile. Gli è perciò ch’io veggo nero, e trovo che bisognerà finire col far fagotto. Se è possibile non vorrei guadare il fiume come Simonide e Goldoni portando sulle spalle la moglie e i figliuoli in bracciò e cantando l'«onmia bona mea mecum porto». — Io non ho alcuna fiducia nel ministero Rattazzi. Temo che si terrà alle risoluzioni estreme, perché non è uomo da guidare, ma da esser guidato; e i Ducati non vorranno mai di restaurazioni, se l’autorità di uomini come te o Cavour, non facesse loro vedere che ne è il prezzo la salute d’Italia. Parlo sopratutto per Toscana, perché Modena è indispensabile al Piemonte, e ritengo che al Duca di Parma daranno un compenso negli Stati papali. — Ma intanto addio. — Mia moglie ti saluta particolarmente ed io resto ognora

il tuo affez. D. Pantaleoni.

76 P.)

Mio caro Azeglio,

Roma, 8 dicembre 1859.

La tua lettera mi è giunta in tempo, perch’io possa subito risponderti a mezzo del corriere inglese.

Qui decisamente ils n'ont rient appris et rien oublié. Anzi ti dirò che hanno spinto le pretensioni ad un tale eccesso, e le mantengono con una tale petulanza e pervicacia, che la diresti cinismo. Leggi gli ultimi numeri della Civiltà Cattolica, nella quale si mantiene senza gergo, che noi siamo gl’iloti della Chiesa, che lo Stato appartiene ad essa per ordine provvidenziale, e fassi le meraviglie, come il solo nome di Stati della Chiesa non faccia comprendere ai forastieri che gli abitanti di quello Stato non debbono avere altra sorte che quella che approda meglio alla Chiesa. — À sentire l’oltracotanza con la quale si parla qui da membri del Governo del riavere la Romagna, e perfino del mettere a dovere Napoleone, diresti che hanno in saccoccia i destini del mondo. — Io ti scrissi una lunga lettera questo settembre, e se l'avesti, saprai come io preferissi ognora la federazione di tutti gli Stati costituzionali italiani coll’annessione di Modena e Parma al Piemonte, ad ogni altra soluzione. — Ma questi preti renderanno vano ogni progetto federale, perché non accorderanno mai nulla, a meno che la necessità, la più urgente non ce li stringa. Mi pare impossibile che il Congresso riconosca le annessioni, ma io non gli chiederei che una sola cosa, e spero si otterrà: quello stesso ch’io chiedeva prima della guerra, ossia «che a nessuna potenza sia libero (alias casus bellï) d’intervenire negli affari interni di qualsiasi Stato italiano, salvo che ciò sia accordato e convenuto in un Congresso europeo. È ciò che si è stabilito per Turchia. Non parmi che si chieda molto, ed Inghilterra, Russia, Prussia, Svezia, Sardegna certo voteranno pel si, Francia non può votare pel no; forse Spagna, Portogallo, Napoli potrebbero anco votar con noi.

Parmi essenzialissimo che Cavour vada al Congresso. L’influenza e l’opinione che ha in Italia rendono poco desiderevole il surrogarlo. Ma se non lui, tu devi andare. Non vedo però come una potenza estera osasse escluderlo, come si pretende. Se non ha luogo la federazione, anch’io ho per certe le annessioni, ed allora a poco andare seguirà la rivoluzione delle Marche ed Umbria, e poco più oltre quella di Napoli. Sai che io preferirei la via delle riforme, ma se Papa e re vogliono la rivoluzione, Dio li esaudisca. — Addio, mio caro Azeglio. Scrivimi e credimi ognora

amico affez. D. Pantaleoni.

77 P.)

Mio caro Azeglio,

Roma, 21 dicembre 1859.

ho ricevuto la tua carissima con le commissioni di Rendu, al quale scrivo con questa stessa occasione.

Anch'io vedo come te, che se si perdura nella quiete interna, infine trionferemo. Ma credimi, è cosa interessantissima e che tu con il tuo nome, con la tua influenza dovresti far valere in alto; ed è che non si opponga sistematicamente ogni progetto di federazione: ma che questo progetto lo si faccia cadere sotto le sue naturali difficoltà, che sono certo grandissime. Infatti essa è impossibile con le pretese di Roma; ma Roma ed Antonelli si mostreranno tutto per la federazione, dal momento che l’Italia centrale e il Piemonte l'avversino. Gli è per guadagnarsi l’animo di Napoleone, e bada che infine Egli è il vero padrone al Congresso. Da un lato avrai Napoli, Roma, Austria, Spagna e Portogallo; dall’altro Sardegna, Russia, Prussia, Svezia e l'Inghilterra.

L’Imperatore, secondo che si getti a destra o sinistra, deciderà della maggiorità. Armiamoci, armiamoci; ed al Congresso avremo allora grande importanza. D’altronde una federazione quale appunto né Papa, né Austria potranno o vorranno mai accordare, non saria cattiva soluzione quando le fortezze passassero in mano nostra, e il Veneto in mano di truppe italiane. E chi c’impedirebbe di guastare il fatto, se un dï realmente la federazione volgesse a male per gl’interessi italiani? Già s’intende che Piemonte debba avere Parma e Modena in questa soluzione. Ma io te ne ho scritto già più volte.

Attendo con impazienza la tua pubblicazione. Anco da Roma si manderanno materiali per un Memorandum, e spero che ti piacerà. È impossibile far cosa che vaglia nella fretta e in mezzo a mille occupazioni, ma nondimeno qualche cosa di buono pur ci sarà. Stimerei molto necessario che il Gualterio, o altri bene informato delle cose romane, andasse a Parigi, oltre il Minghetti e il Pepoli. È necessarissimo poi che vi fosse un forte canonista per rispondere al gergo della curia romana. Vedrai l’Antonelli fare il liberale e rimpicciòlirne tutti noi al paragone, e poi per menzogne, tranelli, inganni, te lo do a prova col diavolo. Adoprati anco da per quanto sai e puoi per questi poveri nostri paesi.

Mia moglie ti saluta.

I brandi sono belli e lesti fra pochi di e verranno a Torino e Parigi. È un bel lavoro. Si volea che anch’io andassi a portarli, ma immaginati come il potrei; e se dovessi farmi cacciar di Roma per questo! Addio in fretta.

Affez. tuo D. Pantaleoni.

78 p.)

Mio caro Azeglio,

Roma 4 del 1860.

Ho letto il tuo libro (1) e mi congratulo con te sinceramente. Ai Francesi parrà un po’ lungo, ma farà effetto grande per la forza inconcussa delle ragioni desunte appunto dallo stesso fondamento, dal quale s'intende ordinariamente attaccarci, ossia dal fondamento cristiano ed ecclesiastico. Vi hanno pagine che per naturale eloquenza, per sincerità di convinzioni, per vigore di raziocinio e larghezza di vedute, sono ammirabili. Di nuovo me ne rallegro con te. Sulla soluzione ultima sono in tutto d’accordo con te, e con l’opuscolo Papa e Congresso. Avrei di lunga preferito che il Papato divenisse liberale, civile e s’associasse al nostro movimento. Il tentammo il 48, ci abbiamo persistito quasi dieci anni, e vedi quai frutto ne abbiamo colto!! Escluso questo, non resta che separar tutti quanto il possiamo, e però tutti fuor Roma. A questo proposito parmi essenziale che per nostra parte non si cessi d’operare sull'opinione pubblica. Da lungo tempo si era pensato ad un Memorandum. La Romagna ne ha fatto uno con la bellissima nota circolare del Pepoli. Gualterio mi dice averne fatto uno per le nostre provincie. Altro si fa qui, e puoi immaginare chi lo lavori. Mi pare che mi riesca bene, ma sai che niuno è buon giudice delle proprie cose. L’ho fatto sul genere dell’opuscolo sull'opinione nazionale, cioè per proposizioni e sviluppo successivo. Mi parrebbe che andasse tradotto in francese e gettato sul campo a Parigi, poiché è là dove bisogna mantener ferma l’opinione.

(1) La politique et le droit créticn au point de vue de la question italienne. (A. E.)

Io però ritengo che per far bene bisogna il  tutto sottomettere alla disciplina del capo. Conto dunque (appena finito il lavoro) e il sarà in un dieci dì, mandarlo al Cavour, ed egli giudicherà quai pro farne. Di qui si voleva mandare a Mamiani, e che questi il pubblicasse, e poi impicci di Comitati ed altro; ma di tutto ciò non voglio sapere nulla. Havvi qualche progetto, e tu il saprai di fare andare anco te al Congresso. Il come il saprai ed allora forse tu potresti giudicar meglio della cosa. Qui il Papa è furioso e, come gli uomini di corta vista ma che agiscono per coscienza, irremovibilmente ostinato. L’Antonelli, come naturale, risoluto ad opporsi a tutto. Finiranno qui con proteste e scomuniche e mostreranno più che mai l’incapacità di far marciare insieme la Corte romana e la civiltà e comprometteranno orrendamente la Chiesa. Una sola cosa potrebbe farli cedere, la minaccia, ch’io stimo molto fondata, d’uno scisma, non già protestante, ma riformista cattolico, ma liberale tale quale potrebbe volerlo un tuo fratello, un Galeotti, un Capponi, un Lambruschini. Se questo punto si facesse valere, non sarebbe male. — Scrivimi presto: a mezzo del corriere inglese il puoi sempre in modo sicurissimo.

Addio, ama

il tuo affez. D. Pantaleoni.

79 P.)

Mio caro Azeglio,

Roma, 4 aprile 1860.

So troppo per prova che in mezzo a tutte le grandezze sei sempre eguale per gli amici, e che perciò non ti sarà grave di ricevere mie notizie. E in prima ti dirò che qui corrono tempi i più tristi. Non havvi più pudore o misure nella reazione e nelle ingiustizie; né si cerca qui l’apparenza della legalità. Dopo le annessioni si è posto da banda ogni ritegno e si carcera e si esilia e si proscrive, vantandosi come a Napoli, dell’illegalità dell’atto. Finora nulla soffersi e parmi che forse ne uscirò immune.

Gli affari miei privati procedono bene. Benché la stagione si presentasse  tristissima, io mi risento appena della differenza o almeno i miei guadagni sono tali da lasciarmi tranquillissiino nel presente. Per l’avvenire pare anco che mio suocero, se gli riesce un certo suo affare, si disponga a darmi subito la dote di mia moglie; ed allora anco un esilio mi riescirebbe poco grave, avendo di che vivere decentemente anco con un terzo figliuolo che s ta per nascere. E a proposito di ciò dimmi senza complimenti e in tutta amicizia se puoi fare a mia moglie un favore, ed è di mandare una tua lettera di procura in bianco, perché neonato o neonata sia tenuto al tuo nome al fonte battesimale, alias che tu ne sii compare o padrino. Mia moglie avrebbe quest’ambizione; e so che ne sarebbe felicissima, ma per lasciarti tutta la libertà ti prevengo che io le dico che è quasi impossibile che tu il possa o il voglia. Se dunque accetti mandami una procura (e basta una lettera), se no, dimmelo con la stessa libertà, con la quale te ne parlo io. In caso che tu poi accetti, faccio anch’io le mie condizioni; ed è di non farci nulla nulla per i miei figliuoli fuor del consentir loro che ti seguano in quella carriera di onore e di devozione al paese che ti han fatto si illustre.

Tua figlia è qui, sta benino; della Bice non ho più da lungo tempo notizie. Non so se quest’anno mi sarii dato escire da Roma. La necessita e tristezza de’ tempi non mi consentiranno forse il muovermi, senza rendermi il ritorno difficile.

È inutile che ti parli di politica. Ho fede nel nostro avvenire perché ho fede nella nostra virtù. Se gl'Italiani per la prima volta mostrano non solo talenti, ma virtù politica; e se l’amore di patria non m’illude, forse ci avviamo ad una nuova civiltà.

Addio, mio caro Azeglio. Ama

il tuo D. Pantaleoni

PS. Aurelio Cerruti di Jesi, che ha dovuto salvarsi per campare dalla prigionia ed è uomo di tutta fede, m’ha chiesto lettere per conoscerti. Se viene, abbilo per uomo di tutta probità, di eccellenti principii liberali e devoto alla causa d’Italia. Se mai ti si avesse a presentare Apelle Moschini di Macerata, è mio nipote: lo avrai conosciuto probabilmente qui, ed ha dovuto altresî mettersi in salvo. Egli ha bisogno d’un impiego, ma ne scrissi al Farini. Addio.

80 P.)

Mio caro Azeglio,

1° maggio 1800.

Scusami, se ti reco noia in mezzo agli affari che probabilmente non ti danno sosta.

Ti scrissi come mia moglie sarebbe stata felice se avesse potuto avere un uomo come te che le tenesse a battesimo il neonato o neonata che si attende a giorni. Se ti annoia troppo, scrivimi un no reciso, perché io la ho già preparata a ciò. Se poi accetti, scrivimi una lettera di procura con queste sole parole: «Autorizzo il signor....... a tenere in mio nome a battesimo il nato o nata che darà prossimamente alla luce la signora Isabella Pantaleoni in Roma». Autorizza tu chi vuoi, e se no ci metterò io il nome d’un amico che ti rappresenterà. Siccome le lettere di Lombardia e Piemonte di rado giungono qui a salvamento, dirigimi una risposta qualsiasi o per mezzo di sir James Hudson che la dà al corriere inglese, o, fattone inviluppo, al signor L. d’Amat. Ma o che mi dici di si, o mi dici di no, fallo presto e nel modo che ti designo, perché mia moglie non andrà a lungo col parto, e bisognerà pur battezzare il futuro incognito. È inutile che ti ripeta quanto ti dissi già, che ti scongiuro a non darti mai altro pensiero (se mai accettassi) per noi, che del permetterci di far venire al mondo il neonato sotto si buoni auspici.

E se rifiuti, non te ne dare la menoma noia per ciò, ché io m’incarico del tutto con mia moglie.

Della politica di qui poco ti dirò. È un curioso periodo, perché si vedono i liberali francesi venire a far capo qui e cospirare con il flore dei retrogradi — gl’increduli con gli ultramontani, nella speranza d’abbattere l’Imperatore. Fortunatamente la Corte romana ha poca forza e si consuma in questa lotta. Il male è per noi che stiamo qui, ma non parmi che possa venirne grau danno all’Italia. Io non temo che una cosa, ed è: se inorgogliti dal favore di fortuna si volesse a’ nostri di fare un’Italia sola. Bisogna contentarsi per ora: 1° di attaccare al Regno d’Italia il resto delle provincie; 2° cambiare o sistema o dinastia a Napoli; 3° lasciar che Roma senta allora il bisogno di riformarsi e venga spontanea a noi, o si rovini da sè; 4° quando allora se ne avrà il destro, compiere con le forze italiane riunite l’emancipazione d’Italia.

Dimmi se queste sono le idee tue e del tuo ministero per mia regola e d’altri.

Le mie cose in particolare prosperano. Sotto la più trista stagione trovo la mia riputazione medica talmente cresciuta che non mi accorgo del cambiamento. Te lo dico, perché so che prendi grande interesse alle cose mie.

Tua figlia parti con Ricci. Addio, caro Azeglio. Scusa la mia insistenza ed ama

il tuo aff. mo D. Pantaleoni

LVI.

Caro Pantaleoni,

3 maggio 1860.

Da un pezzo t’ho risposto relativamente al comparatico che accetto come un segno d’affetto per parte tua e dell’Isabella. Poiché vedo che la lettera è andata a traverso, ti scrivo di nuovo. Più di cosl non posso fare, salvo andar io a portartela; ma in questo momento mi trovo occupato e non posso.

Tuo di cuore M.

LVII.

Caro Pantaleoni,

Hai ragione di credere che il soglio dei Visconti e degli Sforza non è di tale altezza da darmi le vertigini, e che perciò rimango col mio cervello qualunque sia, nello stato di prima (1). Pare che da lontano la mia dignità produca un effetto ottico di grande importanza, perché anche Sartori me ne parla con grande ammirazione. Vista però da vicino, le proporzioni si riducono; e mi son trovato altre volte molto più Pacha che non sono ora. Ad ogni modo e qualunque mi sia, sarò felice d’esser compare della bella Bella, e ti fo i miei complimenti sulla tua attività. Non so troppo come si facciano le procure per battesimi, e penso anco, che nessun curato a Roma vorrà il comparatico d’un Mussulmano (stile Lamoricière) scomunicato come son io.

(1) L'Azeglio era governatore a Milano. (A. E.)

A questo del resto non ho rimedio, se non lo trovi tu. T’accludo la procura e cavane quel che puoi.

…......................................................................................

Non ti parlerò di politica, perché più si va avanti, più la scena mi pare illuminata a giorno, ed ormai tutti ne sanno quanto una volta i diplomatici soli. Il mondo muta la pelle come le serpi, operazione lunga e dolorosa ed alla quale ci tocca trovarci cooperatori. Bisogna far di necessità virtù e cercar d’impedire più bricconerie che si può di ambi i partiti, e non farsi illusione di riuscir sempre.

Nel Parlamento Rattazzi dichiara guerra a Cavour, e se non ha testa da stargli a fronte ha tanto intrigo e cosi pochi scrupoli, che de’ pasticci ne potrà fare. Già non ne ha indovinata mai una, ed è una vera disgrazia per lo Stato. Saluti a tutti.

Tuo

81 P.)

Mio caro Azeglio,

Roma, 15 maggio 1860.

Ricevetti una tua lettera a mezzo del corriere inglese, ed altra con la procura a mano del C° d’Amat, che ti ringrazia delle cortesi parole con che l’accompagnasti e prega te e me di prevalerci di lui per corrispondere ogni qualvolta ci aggradisca il farlo.

Mia moglie ti ringrazia particolarmente del favore che tu le fai, e s’appresta a profittarne, credo, nella settimana.

Sto con una febbre d’angoscia e d’ansietà. Stanco della stagione, col parto di mia moglie in prospettiva, le cose di Sicilia e Napoli non mi danno riposo. L’ardita spedizione di Garibaldi, se avventurata, ci getta nelle più difficili complicazioni e, se sventurata, saria colpo terribile alla causa italiana.

Al punto in che stanno le cose, bisogna aiutarlo e che trionfi. Ma hai tu, ha il Governo un’idea di cosa fare poi a Napoli e Sicilia? Sicilia è il meno male annetterla, perché non fare guasto; ma che vuoi fare di Napoli e Regno? Quai dinastia metterci? E se ciò si facesse, eccoci divisi da tutti gli unitarî che sono molti e sventuratameute de’ più energici. E il Papa in mezzo con Roma? Insomma mi ci perdo. Dimmi se sai nulla dell'indirizzo a dare a questo turbine e che cosa si proponga fare alla fin fine.

Addio. Consegnai la tua lettera a Sartori. Vivi felice ed ama

il tuo D. Pantaleoni.

82 P.)

Mio caro Azeglio,

Roma, 1° giugno 1860.

Habemus pontificem vale a dire che il 29 mattina mia moglie si sgravò d’altro maschio, il quale a tuo nome sarà tenuto a battesimo, e pare che i nomi debbano essere «Diomede, Raoul, Vittorio Emanuele». Bada che de’ nomi io non sono responsabile. E mia moglie che se ne incarica. Quanto a Vittorio Emanuele non è piaggeria del momento, perché gli altri due hanno altresì quel nome, come quello di Diomede che mia moglie impone a tutti per timore che se ne spenga la memoria. Quanto a Raoul o Rollo è il nome appellativo del bambino, e in italiano bisognerà chiamarlo Rollo, perché non trovo che o Rodolfo o Roberto ci abbia che fare come pretendono alcuni scrittori (1).

(1) Nella Istoria d’Europa del classico Pier Francesco Giambullari troviamo il nome di Rollone, che riteniamo corrisponda a Raoul. (A. E.)

Mia moglie sta bene e ti saluta. Il bimbo è molto forte e grasso e perciò la povera madre ebbe a soffrirne un poco più nel metterlo al mondo.

Come questa lettera ti viene per la posta e desidero che ti pervenga, non ti parlerò di politica. D’altronde cosa vuoi parlare in un tempo in che parmi che si sia preso l’avviamento pratico che se non è il più savio è per lo meno il più efficiente, quello del fare, invece del discutere? Se le cose procedono dello stesso passo, la storia non avril altro esempio di ostinazione più pervicace in un tristo sistema di governo per un lato, e di prodigiosa baldanza ad attaccarlo per l’altro, che essa possa paragonare a questo.

Addio, mio caro Azeglio. Vivi felice e pensa talora al

tuo aff. D. Pantaleoni.

83 P.)

Mio caro Azeglio,

Roma, 26 giugno 1860

Dimenticai nella mia ultima lettera una cosa interessante ed è che il neonato dovea avere altresì il tuo nome Massimo, e però si chiama Diomede, Raoul, Vittorio Emanuele, Massimo. Ti do anco la buona notizia. Pare che tu non sii ben scomunicato. Dopo battezzato il mio piccolo, dovendo registrare il tuo nome, non si fece difficoltà, ma so però che il curato ne fece un ricorso al vicariato, il quale però non ci 1m trovato che ridire. Vedi che la scomunica non ti ha raggiunto ancora bene, e perciò sei un regolare compare. Noi stiamo bene e per questa state non penso di muovermi di qui: vale a dire che andrò solo ne' contorni di Roma. Quanto alle cose politiche parmi, che finora ogni italiano sia diventato un uomo di Stato, salvo quelli che han fatto ognora il mestiere di esserlo a Roma e a Napoli.

Al punto in che sono le cose, bisognerebbe che Napoli (1) morisse nell'ostinazione ed impenitenza finale. Temo però che il figliuolo voglia fare come il buon Papà, dar la Costituzione per gettare la discordia nel paese. Per la Sicilia poco monta: niuno gli darà retta; ma per Napoli vi ha un partito grande separatista e questo potrebbe rannodarsi intorno quel cencio di Costituzione che gli sarà gettato dal trono. La mia speranza si è, che il figliuolo, non avendo i talenti del padre, non saprà rappresentare la commedia sì bene; e tanto più che trattandosi di una ripetizione, è difficile che produca l'effetto. Ad ogni modo vedremo. Già più d'un mese ancora la non può durare così. Di Roma nulla ti dico. Sarà come sempre l'ultima città a muoversi; ma quando se ne avesse a formare la prima, ossia la capitale, bisognerebbe un Ercole che disinfettasse questa stalla di Augia e disgraziatamente non veggo quando ciò possa farsi. Ho paura che la tua esperienza a Milano non ti confermi che in questo tempo di fratellanza universale la miglior cosa sia esser figliuolo unico di madre vedova. Parmi che Lombardia e Milano sopratutto sia il piìi tristo elemento governativo che si potesse acquistare. Fortunatamente Romagna, Toscana, Reggio sono acquisti preziosi, e Marche ed Umbria il sarebbero ancor più. Ma la lunga schiavitù non fu mai buona lezione di libertà, ma col tempo anco questa s'impara, Addio, mio caro Azeglio. Ricevi i saluti di mia moglie, che già da dieci giorni se ne va a spasso, e credimi ognora

tuo aff. D. Pantaleoni.

(1) Si intende il Borbone. (A.E.)

LVIII.

Caro Pantaleoni,

3 luglio 1860.

Speravo che nell’estate ci potessimo incontrare in qualche punto della Toscana, ma la tua ultima mi ha tolta l’illusione. Se ti volessi vedere, bisognerebbe andare a Frascati o ad Albano e poi, per quanto il tuo battezzatore ed il vicario mi abbiano tenuto per buono, sarà meglio per quest’anno dar passo. Oramai mi pare che del poema l'Italia liberata siamo al penultimo canto, e presto si dovrà vedere come finisce. Davvero siamo all'epoca dei miracoli. Dio sa però per quali malanni avrà ancora a passare il mezzo in giù dello stivale. E quai terribile responsabilità per coloro che ne furono causa, rifiutandosi all'evidenza.

L’elemento milanese non è certo un grande acquisto per lo Stato nel senso politico; ma prima di tutto potrà imparare e modificarsi. Poi ha altre qualità apprezzabili. Quanto a me non posso abbastanza lodarmi de’ milanesi, della loro amorevolezza e docilità... basta a non esigere che capiscano in politica.

Mi rallegro della buona riuscita della tua nuova paternità, della salute della madre e del bambino. Dio vi benedica, crescite et multiplicamini. Ti ringrazio della sopravvivenza che hai voluto dare al mio nome; e non dubito punto che sotto la tua direzione il figlioccio verrà ad amare il suo paese quanto il padrino. Io sto bene, mi secco l’anima a fare il Governatore, mestiere di routine; ma ancor finché si può, bisogna far il dovere. Saluta la bella comare, gli amici, e voglimi bene.

M.

84 P.)

Mio caro Azeglio,

Roma, 9 ottobre 1800.

Colgo il destro d’un amico che si conduce costi per farti pervenire franchi quattordici che tu avesti la bontà di far pagare per un trimestre di abbonamento della Perseveranza pel Bernabò. Nella stessa occasione non ti s ara discaro di sentire le notizie nostre che sono buone almeno per ciò che riguarda la salute di me, di mia moglie e bambini. Per il resto puoi immaginarti che non si sta proprio splendidamente in questa città, ora che siamo assorbiti dal partecipare alla generale emancipazione italiana. Tu sai che a me parve sempre un impossibile l’emancipazione intiera della penisola; ma con l’esecranda politica seguita a Napoli ed a Roma non ci restava a far altro dopo l’ardito colpo del Garibaldi, e ne porsi il mio partito, e lavorai, e lavoro a quell’Unità che non otterremo che a forza di ardimento di perseveranza e di costanza. Quanto avviene a Napoli e Sicilia, gli è ciò che ben prevedeasi, e senza la spedizione di Marche ed Umbria tutto era perduto, e mi gode l’animo d’avere da tre mesi senza posa spinto Cavour a farla. Ora si accomoderà anco là, ma le future sorti d’Italia dipenderanno forse da governatori regionali che bisognerebbe fossero altrettanti Azeglio e altrettanti Cavour. Ma a proposito, perché tu abbandoni il Governo di Milano?(1)

(1) Delle dimissioni, che l’Azeglio diede dal posto di Governatore di Milano, il pretesto fu la salute; la ragione, il suo dispetto cavalleresco, che il Governo aiutasse di sottomano i rivoluzionarii. Fin dal 16 luglio 1860 scrivendo da Milano al Persano, gli narrava brontolando: «Sono riuscito ad aver in mano dodici mila fucili della sottoscrizione Garibaldi, che sospettavo andassero in tutt’altre inani che le sue. Il Governo mi ha ordinato consegnarli, e gli ho consegnati. Ma la cosa si è fatta con decenza. Volevano fare spettacoli, arruolamenti teatrali, mentre abbiamo un Ministro a Napoli....! Non ho voluto!»

Nulla ne seppi, né può essere dissenso dall'indirizzo preso dal Governo nostro. Scrivimene qualche cosa. Qui fu una gioia perché ti si dicea destinato a Roma. Io però nol credei, ché troppo prematuri mi pareano i desiderii. Senza la fuga del Papa la cosa sarà lenta e dolorosa. Non ho dubbio, che se l'Italia si forma, Roma ne sarà la capitale, ma quanto ci farà ancora soffrire questa infame avarizia e ambizione pretesca!! I nostri figli godranno, ma questa povera generazione nostra è una generazione di martiri, e vorrei dire d’eroi, se non parlassi di noi stessi. Almeno i posteri sapessero quanti sacrifizi ci costi, e ci costerà la formazione dell'Unità italiana per non perdersela mai!! Non so, se ti ho scritto che passai la estate ad Albano, gli è che prevedeva quanto è avvenuto nelle Marche, e non volea precludermi la via di Roma, ove mi parve che potevo rendere servigi ancora abbastanza grandi pel Paese, e ad ogni modo,

Col Torelli in data di Cannero, 12 settembre 1860, si sfogava recitando il seguente monologo: «Massimo... ora che sei vecchio, rinnegare la tua vita intera, e perdere il tuo nome, per sessantamila franchi, e per non trovarti in disparte?... E poi: Perché non son più Governatore di Milano, son forse condannato all’immobilità? Chi vuol lavorare, trova modo, ma sicuro... Ben posso dire a te e ai pochi intimi d’essermi sentito cosi avvilito, cosi umiliato nei sentimenti più profondi del cuore, che mi sentivo andare il cervello a spasso, e mi sarei gettato nel fuoco. In questo senso, é vero, sono scappato». Ma soggiungeva: Con Cavour ci siamo lasciati benissimo: egualmente con Farini, ed aggiungo che son ben lontano dal giudicarli. Mi basta giudicar me; e certo siamo in circostanze che bisogna andar adagio colle cri fiche».

A Rendu scriveva in data di Cannero, 22 settembre 1860. «Mou cher ami, vous aurez vu que je ne suis plus à Milan. C’est pour cause de santà; laquelle n’est pas un prétexte, car j’ai un de mes poumons qui commence à souffler de travers». Ma negando si traitasse di un pretesto, egli veniva ad ammetterlo poco dopo: «L'affaire des enrôlements ne faisait pas mon compte; je devenais le jouet des agents mazziniens, et je me suis dit: En voilà assez».

Lo stesso viene confermato nella lettera seguente dell’Azeglio al Pantaleoni. (A. E.)

trarre la sussistenza per la mia famiglia. Quanto ai posti politici, se i vostri democratici non si decidono a pagare meglio, quelli non possono essere che per l’aristocrazia o almeno per la plutocrazia. Ma di ciò parleremo, quando saremo tutti liberi. Oh! non potresti venire adesso a vederci a Roma. Parmi che in questo momento non facciamo più gli schifiltosi e pochi giorni addietro parea che ce ne mettessimo l’animo in pace. Ben è vero che la spedizione francese a Viterbo li ha ringalluzzati che pare tocchino il cielo col dito, ed è certo ben miserabile tutto quell’affare. Ma addio, caro Azeglio. Ricevi i saluti più affettuosi di mia moglie, ed ama.

il tuo D. Pantaleoni.

Puoi sempre risponder liberamente dando la lettera a sir James Hudson.

LIX.

Caro Pantaleoni,

Torino, 17 ottobre 1860.

Quando mi dicesti che tua moglie aveva il gentile pensiero di nominarmi suo compare, aggiungevi di tuo, che non volevi le facessi un regalo. Ho rispettato la tua autorità; ma siccome nou mi proibisti di darle un souvenir, che tramandi ai posteri il fausto evento, mi permetto di offrirle un anello, il quale (salva sempre la tua sullodata autorità, ecc.) simboleggia il connubio felice fra il vecchio Piemonte e la giovane Macerata (1), e sotto questo aspetto spero che la gentile comare vorrà portarlo, e ricordarsi qualche volta del suo umile amico e compare.

(1) Si intende l’unione delle Marche al regno d’Italia, di cui era nucleo il Piemonte, unione avvenuta pochi giorni innanzi. (A. E.)

Insomma, caro sig. Diomede, si cammina si o no? Per un pezzo confesso che a vedere un simile ventre à terre, credeva che si finisse per rompersi il collo. Ora mi par di no. Ma in tutti i modi la fusione coi Napoletani mi fa paura; è come mettersi a letto con un vaiuoloso! (1) Basta, tutto volta bene ora. Speriamo! Su tutto l’andamento delle cose non ti parlo. Ci vorrebbe volumi. Ma come in genere abbiamo sempre concordato, credo che ê inutile, e che senza parlarci siamo d’accordo. Io ho lasciato il Governo di Milano. Ero ridotto a farmi istrumento degli agenti mazziniani. Figurati! Io!....  Mi diraisi in agosto; ma per evitare sinistri effetti, la cosa si palesò più tardi. Ora l’indirizzo è cambiato, e si combatte Mazzini. Rébus sic stantïbas non credo mi sarei dimesso; ma bisognava dirmelo, e quando mi dimisi, non potea indovinarlo. La mutata linea ha però fatto che, invece di dimissione, ora è disponibilità, e credo che non avrò lungo riposo. Ho dato la ragione della salute che non è bugia. A proposito mi hanno detto che ho un polmone che non soffia precisamente bene, e mi fanno respirare le emanazioni che escono dal jodurato di potassa ed acido solforico. È cosa buona? Spero che in casa tutto vada bene. Che curiosità avrei di sapere quel che fanno e dicono a Roma! Non ho potuto saper nulla di Checchina I... G...  che era a Viterbo: fa il piacere di mandarle l’acclusa e farmi avere la risposta. Baciò la mano alla comare, e t’abbracciò.

Massimo.

Aggiungo due parole per dirti che Minerva mi ha rimessa la tua con 14 fr. , che non sapea davvero d’avanzare. Amen.

(1) Sono le reminiscenze del pestifero governo borbonico. Absit iniuria da quella popolazione, cosi geniale, che ha pure eccellenti e serie qualità. (A. E.)

Le cose vanno innanzi. Il voto in favore del Ministero — 297 contro 6 — gli danno vinta la posizione, e se vuole, può dominare i partiti, e mandar al diavolo Mazzini e compagni (1). Ho saputo che Checchina è a Roma.

(1) Si era nei tempi, in cui l’astro di Garibaldi, tutto fiamma d’entusiasmo patrio e guerriero, e l’astro di Cavour, tutta lucentezza e saviezza di pensiero adamantino, parevano cozzare insieme, facendo paventare le rovine delle speranze d’Italia. Invece i due astri si fusero, levando alle stelle l’unità e la libertà della patria.

Garibaldi aveva intrapreso la liberazione delle provincie meridionali.

Se Cavour l’avesse avversata poderosameute, avrebbe forse potuto farla o lasciarla spegnere come le infelici ed eroiche imprese dei Bandiera e di Pisacane.

Se Cavour l’avesse aiutata vistosamente, avrebbe dato il carattere di conquista a quella che doveva essere spontanea rivendicazione di popolo.

Cavour seppe equilibrarsi con tanta intelligenza d’amore per la patria, che le sorti di esse furono assicurate.

Egli mediante l’ardita occupazione delle Marche e dell'Umbria riannodò e compi l'opera garibaldina Ma Garibaldi, che pure aveva scritto sulla bandiera Italia e Vittorio Emanuele, nella fierezza del suo entusiasmo, dichiarava che non avrebbe consentito all’annessione dell’Italia Meridionale, fuorché dal Campidoglio, liberate Venezia e Nizza; protestava specialmente contro l'uomo che gli aveva tolta la città natia ed inviava al Re il marchese Giorgio Pallavicino per chiedergli la dimissione di Cavour e dei colleghi. Il Re costituzionale deferì le cose al Parlamento, il quale fu precipuamente benemerito nel rendere omaggio e giustizia all’ardore benemerito di Garibaldi, seguendo il senno di Cavour. Questi il 2 ottobre 1860 aveva presentato alla Camera un progetto di legge per ottenere al Governo la facoltà di accettare i plebisciti delle provincie meridionali per mezzo di Reali Decreti. A questo progetto andava annesso un voto di fiducia. Cavour diceva nella sua relazione: «Tranne Venezia e Roma, tutta l’Italia è libera; ma se noi in questo momento attaccassimo l’Austria, l’Europa si solleverebbe contro di noi; e quanto a Roma, chi mai vorrebbe rivolgere contro i Francesi, che vi si trovano, quelle forze istesse, che non avremmo certo avute senza che i Francesi già si trovassero a Solferino? Per ora adunque nulla si può fare per queste provincie, ma in compenso si può far molto per le altre che hanno bisogno di buona e provvida amministrazione... Alcuni patriotti di alto grado vorrebbero ritardare l’annessione fino a che Roma e Venezia fossero libere anch’esse; ma ciò equivarrebbe a mantenere la rivoluzione in permanenza....

Puoi mandare in casa Mario, dove sapranno il suo indirizzo. Io sto qui ancora qualche giorno, poi andrò a Genova, e via via in giro Pisa, Firenze, ecc. , ecc.

Salutami la comare, e vogliami bene.

Massimo.

85 P.)

Mio caro Azeglio,

Roma, 30 ottobre 1860.

E in prima grattas maximas tibi ago e per mio conto e per conto di mia moglie, che è enchantè del tuo bel regalo, e mi prega a dirtene mille cose. Non vi avea però certo bisogno di ricordare il felice connubio di Macerata, che spero i popoli rammenteranno per sempre ed al quale mi giova lusingarmi che si aggiungerà presto quello di Roma. Parmi che nell’opinione pubblica d’Europa si siano fatti progressi immensi, ma non vedo come, e per quai mezzo potremo forzare la posizione infino a qui. Il difetto della finanza è la causa la più diretta e la più prossima; ma se non basta, bisognerà che da’ Romani si cerchi di metterne in campo qualche altra.

Un uomo che il paese giustamente tien caro, ha detto che non ha  alcuna fiducia in noi; tocca al Parlamento a dichiarare se noi dobbiamo ritirarci, o se dobbiamo continuare l'opera nostra».

La Camera dei deputati approvava con unanimità ed applausi un ordine del giorno laudativo per l’eroico generale Garibaldi, «che soccorrendo con magnanimo ardire ai popoli di Sicilia e di Napoli, in nome di Vittorio Emanuele restituiva agli Italiani tanta parte d’Italia», ordine del giorno, a cui si era associato di gran cuore lo stesso Cavour; quindi la Camera approvava con pari unanimità il disegno di legge, che dopo pochi giorni veniva confermato dal Senato con 84 voti contro 12.

Il Conte di Cavour nella sua citata relazione chiamava mistica ed oscura la formola mazziniana Dio e popolo. (A. E.)

La più concludente sarebbe la minaccia d’uno scisma fatta dalle provincie italiane, se il Papa si rifiuta di venire a que’ patti onesti, che dandogli tutte le soddisfazioni possibili d’indipendenza ci lascerebbero la capitale nostra in nostre mani. Ma il fatto è che credo che se non il Papa, il cardinale Antonelli e C. siano meglio di noi persuasi del vantaggio che la Chiesa avrà alla soppressione di quell’abbominio di poter temporale, ma fanno i sordi; e lo faranno finché una necessità fisica come la prima (1) o una morale (2) come la seconda non li spaventi, o non li stringa. Eppure Roma è il nodo principale di tutta la questione.

Consegnai subito la lettera alla signora T... G... che abita in via del Sole presso il sig. Stazi, e le feci anco dire che, se voleva scrivere, io avrei avuto sicura occasione quest’oggi, ma nulla ho visto.

Nel tempo che tu ti dimettevi dal tuo Governo per la ragione che mi accenni, io scrivea si fortemente al Cavour e specialmente pel cattivo andamento degli affari interni che mi si dice che Farini mi si sia fatto nemico. Tu sai nulla?... Poco lo credo; ma infine poco mi cale, perché innanzi a tutto v’ha l'Italia e certo in quel momento non la mandavano a bene. Credo che senza la spedizione di Marche ed Umbria saremmo stati perduti. Quanto al futuro anch’io ne vedo tutte le difficoltà; ma quante non ne abbiamo superate!! ed erano ben altra cosa!! Ma ci vuole proprio dei Governatori in ogni provincia e coi fiocchi. Se tali li avremo, ce la caveremo bene; e tu devi prenderti il governo di Roma (3), e credimi che vi sarà da fare, non per tenere il popolo, ma per organizzare il Paese.

Io non so cosa diamine, abbiano trovato nel tuo polmone, ma questo so che io non vorrei che mai e poi mai usassi le inalazioni di jodio.

(1) Bolletta. (A. E.)

(2) Minaccia di scisma. (A. E.)

(3) D’Azeglio forse non covava ancora le Questioni urgenti. (A. E.)

Ne ho molta pratica, ed hanno ognora fallito; ora tornano in voga; ma se l’usano pei tubercoli, è proprio un controsenso; se per una bronchite o catarro, è rimedio dieci volte più pericoloso del male, se per infiammazione, il peggio che possa adoperarsi. Non gioverebbe che negli scrofolosi e in principio dell'azione della scrofola sul polmone. Ti par egli che possa essere il caso tuo?... Per carità lascia subito le inalazioni, e il meglio che potessi fare, sarebbe il venire qui; e ti leveresti la curiosità del vedere quello che si fa qui perché non si fa proprio nulla. Quanto al dire si dicono insolenze fra Merode, Govon, Antonelli e Gramont, che è proprio un piacere.

Il tuo D. Pantaleoni.

LX.

Caro Pantaleoni,

Genova, 12 dicembre 1860.

Quantunque non abbia nulla di particolare da dirti, dovendo però scrivere a Checchina Trincia, e servirmi del corriere inglese, non voglio lasciar di dirti almeno buon giorno. Tu m’inviti ad andare a Roma per salute: ma sai, se il padrone dello stabilimento sanitario abbia una camera libera da darmi? Credo che ai confini (che per parentesi non so dove siano), mi piglierebbero a sassate solamente a sentire il mio nome. Eppure, è curiosa, ho in testa, che non passerai molto tempo prima che ci troviamo a passeggiare al Pincio e a pranzare al fianco della signora comare! Vedremo. Confesso che sarei curioso di veder Roma ora. Dev’essere un naufragio completo della logica e del senso comune, a giudicare dalle pubblicazioni che vengono fuori ogni tanto — non fosse altro che il memorandum di Gaeta — che è poi sempre la stessa farina, a veder Francesco, che se ne viene fuori fresco come una rosa, a invitai l’Europa ad una crociata per la salvezza dei troni!!!

Questione come tutti vedono  che occupa esclusivamente l'umanità al giorno d’oggi. A non vederla e toccarla con mano davvero non ci si crede. In Inghilterra, Olanda, Belgio, Spagna, e fra poco Francia pericolano i troni? pericola il nostro?... Del resto è meglio così. E meglio che abbiamo fatto fiasco coi nostri sforzi per sostenerli. Io per primo quanta carta ho sprecato per persuaderli a riforme! Se m’avessero dato retta, non si sarebbe alla vigilia d’aver 200,000 uomini in linea. Dio ha saputo meglio di noi quel che ci voleva (1). Una cosa sola mi dispiace, ed è che combattendo i Governi vecchi per le loro mille porcherie se ne son fatte almeno altrettante; e si è dato loro un’arma in mano che non avrebbero dovuto avere. Bisogna essere giusti: a bugie, trappole, frodi il nostro Governo può dar dei punti all’Antonelli. E ci voleva così poco a dir chiaro dal primo giorno: noi siamo l'Italia!!! Basta: chi n’ha la colpa, ne risponda; e del resto se guardiamo agli altri fatti analoghi troveremo sempre che i grandi fatti storici son prodotti da gran baron... ecc.

Temo che i forastieri quest’inverno non vengano ad aumentarsi a Roma, e che questo contrarii il tuo budget.

Salutami la comare, e ti prego a far recapitare le accluse.

Tuo di cuore Azeglio.

(1) Nobile, patriottica, commovente ammessione! (A. E.)

(2) Morte di Cavour avvenuta il mattino del 6 giugno 1861. (A.E.)

86 P.)

Mio caro Azeglio,

Torino, giugno 1861

Ho ancora il cuore talmente compreso dalla sventura che ci colpì, che non ne rinvengo bene (2). È un secolo che non ti ho scritto, e non ho visto tue lettere. Quando venni qui, mi si disse che tu venivi ad ogni giorno, e però non ti scrissi, là dove eri, che non sapera bene, se era Pisa o Firenze. Poi ebbi a partire in fretta per Parigi e di là avrai saputo da Rendu che non vissi nell’ozio (1). Ora sto qui con mia moglie e il figlio grande. Ho gli altri due ai bagni di Lucca col suocero. Starò qui un mese, e non avendo trovato ad alloggiarmi in eittà, ho preso una villetta, una vigna 3Iecca. Vedi dove avevo a finire. Proprio alla Meccaü Di me non so che avverrà, perché non so bene ancora se tornare alle reti e dove, o se debba attender che Poma s’apra, e service il paese in quello che meglio mi possa, e pel poco clic mi vaglio. Se Cavour fosse vissuto, sapera bene cosa farmi, perché questi m’avea si grande stima che mi credea indispensabile per la Questione roniana; e perciò m’adoprava qui, e mi tcneva in disposizione per Roma. Con Picasoli non so che sarà. Egli non è molto comunicativo, ed io sento troppo la dignità d’uomo per postulare. Non sa forse neppur nulla della situazione mia. In questo mese vedrò quale piega prendano le cose; ed alla fine di esso chiederò, se si abbia bisogno di me. Se no, andrò forse per l’inverno a fare il medico a Nizza, ove troverò molti dei miei antichi clienti. Chi m’avesse detto di finire in Francia!!

Sa però, che, ovunque vada, porto con me l’amore dell’Italia, e che tutti questi sacrifici, che pure all’età mia sono abbastanza gravi, mi parranno ben leggeri, se quella si salva.

(1) Allude alla missione affidatagli (la Cavour, di cui si discorre nella Prefazione. (A. E.)

Non vedo tutto certo in colore di rosa; benché per ora non veda molti pericoli e certo nessuno grave. Ma quale differenza fra la mano sicura che teneva prima il timone con larghe viste ed estese, c la mano certo ferma di chi ci è adesso, ma se non mi inganno con ben corte vedute! Eppure è l’uomo della situazione; ed io stesso lo ho pregato a mettersi ove sta, benché l’avrei voluto più presto all’Interno che alI’Esterno. Oh! perché non ti sei tu tenuto qui? e non sei una seconda volta a salvare il Paese? (1) Un addio, mio Azeglio. Scrivimi, se pure non possiamo vederci.

Il tuo aff. D. Pantaleoni.

LXI.

Caro Pantaleoni,

Cannero, 18 giugno 1861.

M’hai fatto un vero piacere a scrivermi e darmi nuove di te. Sapevo solo da Rendu, che facevate insieme gran discorsi. Circa quel che mi scrivi delle cose pubbliche, mi pare che siamo dell’istesso parere, come ci è quasi sempre accaduto. Anch’io sono stato profondamente afflitto del caso Di Cavour; anch’io pero son ben lungi dal perdermi d’animo, e finalmente anch’io vedo l’avvenire rassicurante. Ricordiamoci, caro mio, che dopo Villafranca, chi ha salvata l’Italia, è stato il buon senso dell’universale, che ha tenuto in riga persino Garibaldi e tutta la sua fantasmagoria. Ci sia solamente alla testa chi sappia appoggiare il partito del senso comune ed appoggiarvisi, e poi vedrai se l’Italia non cammina, e non si fa! Son con te, che Ricasoli era meglio all’Interno. Stimo Minghetti, e per questo avrei voluto che si fosse riservato; mentre ora s’indebolisce al Ministero, e si logora.

Oggi invece è bene risparmiare gli uomini, come i generali i buoni reggimenti, quando n’ hanno pochi. Il provvisorio della guerra l’avrei dato non a Ricasoli, se deve durare oltre pochi giorni. In paese militare l’armata ha delle suscettibilità. Ma dopo tutto anco cosl spero bene; ma per carità detto pensi, che colla diplomazia non ci vuole il tono di Palazzo vecchio.

L’altezza di cuore, di carattere, di sentimenti di Bettino mi pare un buon corroborante per il carattere pubblico e pel Governo che avea fatto uso di gran rilassanti! Non c’è da illudersi, la nostra riputazione ha bisogno di esser ristaurata; e uno Stato non ben fondato ancora, vive di credito come un a Ditta incipiente, non lo scordiamo. Quanto a me che cosa vuoi che facessi colle mie Questioni urgenti?....  Non poteva certo entrare in niente. Dato e non concesso che io avessi più o meno ragione, dopo l’impulso che (non l’ho mai capito!!) aveva dato Cavour al programma Mazzini, non so se ora c’ è forza bastante da rompere en visière, e se perciò si dovrebbe consigliarlo. E poi io oramai sono un fossile e nelle rivoluzioni gli attori dell’atto I non possono ricomparire al l'atto. Aspettn Mautino e la figlia, Persano, ecc. C’è la C. Laura; perché non faresti una corsa sino a qui? se ti contenti di poco. Saluta la signora Isabella, e voglimi bene.

Massimo.

(1) D’Azeglio si era allontanato, ritirato, se non reso impossibile, coll’opuscolo delle Questioni urgenti, in cui tassando di retorica classica l’evocazione del Campidoglio, riteneva l’Italia non aver bisogno di capitale assorbente, e designava Firenze come preferibile sede del Governo. (A. E.)

LXII.

Caro Pantaleoni,

Cannero, 19 agosto 1861.

Già lo prevedevo, che non avresti voluto darmi onore e grado di tuo banchiere. Basta, spero che non venga occasione, ma se venisse spero altresì che penserai a me e che il diavolo non farà che mi trovi in occasione di impotenza. Sarebbe anche un po’ curiosa, se uno il quale si è giuocata la sua posizione per survive all’Italia non trovasse, fra tanti italianissimi, più credito che il tesoro austriaco.

Già, avrai capito da te e poi saputo che non ero io che mettevo sui giornali la lettera a Matteucci (1). Dice che è stato ingannato. Non capisco troppo come possa essere, ma amen. M’ ha promesso pubblicare una spiegazione del fatto sulla Patrie. Io ho fatto altrettanto (2).

(1) In una lettera da Cannero, 15 agosto 1861, al Rendu, l’Azeglio diceva: «La lettre à M. Matteucci, qui a paru dans la Patrie, était tout à fait confidentielle». Di fatti tale epistola era stata pubblicata di sorpresa sui foglio francese cui portava la data del 2 agosto 1861; e recava le solite vedute nere sui Napoletani: «A Naples, nous avons changé également le souverain pour établir un gouvernement par le suffrage universel; mais il faut, et il paraît que cela ne suffit pas, soixante bataillons pour tenir le royaume, et il est notoire que brigands et non brigands seraient d’accord pour ne pas nous vouloir». E quasi proponeva di lasciarli in libertà. Queste eccessive teorie dell’Azeglio potrebbero essere tuttavia invocate dai fautori di un decentramento federativo?

(2) Nelle sue lettere da Cannero, 15 agosto, a Monsieur le directeur de la Patrie, l’Azeglio deplorava l’inattesa pubblicazione di una sua risposta confidenziale anche per riguardo del Ministero Ricasoli, a cui non avrebbe voluto creare imbarazzi di mattonella. Soggiungeva colla consueta cavalleria: «Je me serais cru d’autant plus blâmable que, sans pouvoir, ni vouloir désavouer (je le ferais pour la première fois) ce qui est ma pensée, je suis certes bien loin d’avoir la prétention, aujourd’hui non plus que jamais, de me croire infaillible. Vieux soldat de l’indépendance et de l’honneur de mon pays, je désire au contraire plus que personne avoir émis, dans la circonstance présente, un jugement peu fondé, et recevoir des événements un complet démenti».

La smentita invocata patriotticamente fu data dalla storia contemporanea del giovane regno. (A. E.)

Mi dispiaceva per Betto e i ministri. Quanto all'aver detto confidenzialmente, che credo poco all’amore dei napoletani, ed alla applicazione scrupolosa della massima fondamentale: spontaneità dell'accettazione, non mi pare d’aver svelato un segreto molto peregrino. Del resto sempre l’ho detto, e sempre lo dirò: sui giuochi di bussolotti non si fondano le nazioni.

A Cannero fa un gran caldo; e costi avrete caldo ed umido, che è peggio. Laura è a Viareggio. I bagni vanno a vele gonfie. Ho qui Bice e l’Angiolina Oneto e ce la passiamo facendoci vento. Spero che comare e bambini siano in istato di prosperità; a te e a loro stringo la mano da amico.

Tuo di cuore: M D’Azeglio.

PS. Rendu mi chiede tue nuove, se gliele darai, gli farai piacere.

87 P.)

Caro Azeglio,

Napoli, 21 agosto 1861.

Tu ami di dire altamente ciò che tu stimi essere il vero, ed io sono certo che tu ami altresì che ti si dica aperto quello che altri ne pensa. Tu lo sai: sono a Napoli a vedervi il vero stato delle cose e permettimi che ti dica che la tua lettera è inopportunissima. La condizione di queste provincie è cotesta: il partito borbonicoclericale è il solo che ratealmente possa dirsi esistere; ed è ordinato e forte sotto l’impulso di Roma. I liberali sono pochi, non uniti fra loro, spesso anco poco accreditati per loro condotta antecedente o presente. La massa del popolo e dei proprietarii è pusillanime; è per noi finché ci crede i più forti, e lo fu quindi quando i Borboni furono cacciati; ha esitato, quando le nostre forze furono fatalmente di qui sottratte, e comincia tornare a noi, ora che ci vede ancora i più forti. Ma cosa avverrebbe se noi ci ritirassimo?....

La più orrenda, la più feroce, la più selvaggia anarchia; perché anco il partito borbonico non è talmente forte da dominare tutte le provincie, perché troppo sono i compromessi contro di esso, e perché non potrebbe sostenersi che col terrore, né possiede i mezzi per esercitarlo.

Ritirarci dunque o mostrare anche solo esitazione, sarebbe rendere a queste provincie ed all'Italia il più triste servizio possibile. Credimi, non siamo noi che profittiamo nell’unione, ma sono queste sciagurate popolazioni senza morale, senza coraggio, senza cognizioni e dotate solo di eccellenti istinti e d’un misto di credulità e di astuzia che le dà ognora nelle mani dei più gran farabutti (1). Sventuratamente parmi che i nostri moderati non abbiano adoprato meglio degli altri e dopo aver predicato la morale a Torino, sono venuti qui a dividersi posti e pensioni; e forse l’influenza, che ancora possiede Liborio Romano, si debbe a ciò, che non prese per sé e suoi, né gli uni né le altre.

Per darti una buona idea del come infatti il nostro Governo ha formato l’Italia una, sappi che fra Napoli, Bari e Foggia, fra Napoli e Lecce, fra Napoli e Calabria, non havvi mezzo sicuro di comunicazione, salvo il telegrafo, perché le strade sono talmente infestate da briganti che il colonnello De Barral, che ha il suo reggimento a Foggia, sta qui, non potendo senza grave pericolo andare a raggiungerlo, ed io sono dieci dì che aspetto un imbarco per Paola e Pizzo promesso in stampa dieci volte e mai mantenuto in realtà. Le comunicazioni di mare non sono più che fra Reggio e Napoli e nessuna in un anno si è pensato a stabilirne sull’Adriatico o fra l’Adriatico e il Mediterraneo, mentre ai tempi borbonici ne esistevano parecchie.

(1) Va al solito notata l’eccessività di queste considerazioni dettate da inquietudine patriottica. (A. E.)

Spero fra tre di andare con un ricco calabrese, che prenderà la scorta de' suoi uomini per renderci il viaggio sicuro, come si faceva nei tempi feudali.

Del resto, se non s’infrenano le ladrerie d’ogni lato che qui si fanno negl’impieghi, finiamo come nelle repubbliche dell’America meridionale, il cui Governo si distingue solo per ladri di Destra e ladri di Sinistra.

Se mi scrivi, dirigi alle cure dei signori Iggelden e Comp. banchieri. Saluta la Bice, la contessa Zannucchi ed ama ognora

il tuo: D. Pantaleoni.

LXIII.

Caro Pantaleoni,

Cannero, 11 settembre 1861.

T’avevo scritto ai bagni di Lucca, com’era l’indicazione e ti avevo spiegato la pubblicazione di quella mia lettera che è stata fatta per abuso. Ecco ora che mi arriva una tua da Napoli, col lieto annunzio che te ne vai in Calabria!... Se l’Isabella è ai bagni, avrà ritirata la mia, te l’avrà mandata; onde non ti dico altro sulla lettera di Matteucci; storia del resto poco interessante. Basta che sappi non esser io imminchionito al punto di fare ora una simile pubblicazione. Dato e non concesso, che avessi voluto fare un libretto ora su Napoli, avrei presa la cosa altrimenti.

Ho poca fede nella Stella di questa mia lettera e perciò mi manca la forza di entrare in materia e spoliticare per un paio di pagine, che probabilmente non saresti tu a leggerle. Mi riservo dunque a quando sarai tornato nel nostro mondo, e questa, se pur ti arriva, serva a portarti un saluto ed un augurio di buon viaggio e felice ritorno. Bice ti saluta.

Tuo di cuore: M. D’Azeglio.

88 P.)

Caro Azeglio,

Nizza, 25 ottobre 1861.

Ci lasciammo a Torino e non potei dirti tutto, perché partisti prima di me. Ti dissi però che pareami d’essere riuscito completamente nel piano che mi era proposto. Ebbi dopo altra spiegazione col segretario, che mi disse le cose le più lusinghiere e mi espresse il desiderio e la decisione che avea R d’impiegarmi convenientemente: che avevano insieme studiato tutto l’impianto e non trovato un posto che dia di che vivere indipendentemente ed onoratamente come io chiedo: che R andava a chiedere al Parlamento modo e fondi da poter creare posizioni pari alle spese che sono tanto aumentate, ed allora sperava potermi offrire cosa che valga. Suppongo che tutto finirà in fumo: ma almeno è qualche cosa aver forzato altri a stimarti. Intanto Ricasoli mi ha inviato la nomina d’ufficiale dell’Ordine de’ Ss. Maurizio e Lazzaro. Capirai come ciò nulla monta, se non che io dissi al segretario che se R*** voleva impiegarmi in politica, bisognava che coprisse il mio titolo di Dottore con un altro, come commendatore: che io non teneva per niente a ciò, ma altrimenti una nomina poteva parere ridicola. In seguito di ciò m’avrebbe espressamente mandato quel diploma che mi lascia libero d’aver l’altro titolo alla circostanza d’una nomina. Promisi ad R*** un rapporto generale sulle provincie meridionali. L’ho terminato con 300 pagine di manoscritto e glielo invio. Se segue i consigli che io do, quel Regno si salva anco in caso di guerra.

Eccoti la parte color di rosa. Ora l'altra scura. Gli affari esteri non mi pare che vadano; ed all'interno il Governo si fa una completa illusione sulla sua posizione in Parlamento. Se esso non si rinforza, cade, e viene Rattazzi, ma non vedo modo di fare con lui un’Amministrazione solida.

Siamo dunque minacciati di andare ad un terzo Ministero, e se allora si fossero messe innanzi tutte le intelligenze che valgono, un Governo potrebbe formarsi che durasse. Vedi quanti pericoli e quanti se. Vorrei trovarmi al luogo per giovare, ma tu sai, se io poteva far altro di quanto ho fatto. Ed ora ti dire che giammai ho veramente subito l’esilio o anche la relegazione se tu vuoi, come adesso. Nizza non offre vita intellettuale, non vita politica, e fino adesso neppure vita di società. Non mi sono mai visto cosi isolato neppure viaggiando in Spagna o a Costantinopoli, ove trovavo dappertutto conoscenze ed amici. Non ti dico poi di Parigi, Londra o Italia; ma in fine ho fatto il dover mio e se bisogna bere la feccia ed il fiele il farò, contento solo di poter dire che nol meritava e che non fu mia la colpa.  Dimmi qualche cosa delle Marche. A quanto me ne scrivono i miei, le cose van male: ne parlai a Ricasoli, il quale mi disse che il sape va, ma non aveva come riparare per mancanza di mezzi. Il so che per la sicurezza pubblica non abbiamo carabinieri a sufficienza, ma infine potremmo avere governatori migliori, una cassa ecclesiastica che non fosse una vera Babilonia, un Ministero di Grazia e Giustizia che agisse, uno d’Istruzione Pubblica che capisse qualche cosa, e cosl via dicendo.

Salutami la Bina, e dille mille cose dalla mia e dalla parte di mia moglie che vuoi esserti specialmente ricordata. Essa ed i bambini stanno bene e pel resto facciamo di necessita virtù. Saluta Ricci e gli amici, ed ama

il tuo: D. Pantaleoni.

LXIV.

Caro Pantaleoni,

Torino, primi novembre 1861.

Stavo appunto per scriverti quando è comparsa la tua del 25..... (1) Ho veduto i tuoi fratelli che stanno bene e mi si sono mostrati molto gentili. Ho fatta relazione con varie persone, che trovai egualmente cortesi e buone. L’indole del paese è veramente eccellente e se non fosse che Macerata è proprio la reggia d’Eolo nell’inverno, non avrei difficoltà a farne la mia dimora. Poco ci si parla di politica, e per me tutto sta Là, in questi tempi. Troverai naturale dunque che non te ne parli e ti dica soltanto che non so veramente più come ne esciremo. Non è in mia mano del resto di mutare le nostre condizioni, onde vivo per me e cerco di scordare le fatiche invano incontrate da tanti anni, le speranze credute un momento avverate e dico: Dio ha voluto cosi. La morale della favola poi è, che dal male nasce il male, e dai birbi nascono le rovine.

Mi pare che non era difficile, volendo, trovarti un posto o a Torino o a una Prefettura; ma aveu do tu onestà e capacità, come vuoi che ti impiegassero? Io sto qui finché si guasti il tempo e poi andrò a Genova, Pisa, ecc. , ecc.

Tanti saluti amichevoli alla signora.

Tuo di cuore: M. D’Azeglio.

(1) Qui la lettera entra in particolari di cosi intima natura, che non comportano pubblicazione. (P.)

89 P.)

Caro Azeglio,

Nizza, 16 novembre 1861.

La tua lettera mi giunse propizia, perché venne a consolarmi... Ho scritto a Ricasoli tali lettere di consiglio nella posizione sua, che influe gli farò vedere, mi diceva io, che almeno sono onesto e non senza qualche abilitii. Mi risponde e vorrebbe che andassi all’apertura del Parlamento a conferire con lui. Gli rispondo per fargli capire che io mi sono giuocato Roma, e non mi vorrei giuocar Nizza con lo stesso risultato; che se verranno giorni tristi per l'Italia, mi troverà sempre allora al posto del più gran pericolo e dove io possa essere meno inutile; ma che nei casi ordinari ho famiglia e questa vive coi guadagni miei. Ergo, ecc. Lo prevengo poi di nuovo, che se taluno ci volesse fare a primavera la seconda recita del 1848 per portarci a Novara, si ricordi di fare quello che facesti tu, quando i matti rifiutavano la pace coll'Austria.

Addio, caro Azeglio. Scrivimi qualche volta... Salutami gli amici. Mia moglie ti saluta. Essa e i bimbi stanno bene, e lottiamo con coraggio. Addio, ed ama

il tuo aff. mo: D. Pantaleoni.

LXV.

Caro Pantaleoni,

Torino 21 febbraio 1862.

Io credo che quanto a Roma, pensiamo allo stesso modo. Anch'io la vorrei città italiana, libera dal governo dei preti; ma non credo che possiamo né dobbiamo cacciarne il Papa e portarvi il nostro Governo. Conoscendo Roma,

come la conosciamo tu ed io, non posso credere che stimassi fattibile e utile di mettere un Parlamento nuovo, che ha tanto bisogno d’elevare il suo livello morale, in cotesta cloaca, dove tutti gli obbrobrii sono tradizionali e nel sangue di tutti. Eppoi il cattolicismo c’ è: è forte e compatto in Europa, che non crede o poco alle infamie di Roma, poco si cura della di lei antinazionalità: e noi poi abbiamo avuto il talento, con birberie e sciocchezze in quantità, di distruggere le simpatie che avea e meritava avere la nostra causa. Ora il credito è la base di tutto ed anche delle nazioni; e l’esserci alleati colla rivoluzione, non ci ha messi in buon odore con nessuno. Con tutto questo, so anch’io che la Roma del medioevo è finita, ma le agonie di queste bestiaccie, come Roma, Austria, Costantinopoli e via via, durano grandi anni.

Nel mondo, il Papa è una grande eccezione: la sua nicchia dev’ esserlo per forza altrettanto. Il Buddismo e l'Islamismo l'hanno capita meglio di noi. C’è la capitale religiosa distinta dalla politica, e tuttavia soggetta a questa. Ma tu, com’è naturale, hai voglia di tornare al Babbuino, ed ho paura che questa voglia ti faccia un po’ confondere il possibile col desiderato.

Tante tenerezze alla comare. Saluta Magnetto e Falicon, e voglimi bene,

Tuo di cuore: M. D’Azeglio.

90 P.)

Mio caro Azeglio,

Londra, 21 luglio 1862.

È egli vero che tu possa esser nominato per andare a Pietroburgo ad annunziare la creazione del nuovo Regno? Per l’Italia, per te, per noi, se te lo proponessero, accetta subito. Gli è tempo che tu ritorni a galla, e che si parli di nuovo di te. D’altronde in Russia ci è molto da imparare ed una corsa può esser molto utile colà.

Se fosse vero e se hai bisogno d’uno che ti lavori e ti lavori con zelo e con amore a fare che la missione non sia solo un complimento, fammi dare un posto presso di te nella missione, gratuito già s’intende, perché non voglio 'esser pagato che come medico. Forse per le lingue e per altro non sarei inutile, e poi trattasi di un mese al più o un mese e mezzo.

Temo che la questione romana tardi ognora più a risolversi. So che tu credi che sia meglio. Io stesso lo ho desiderato fino adesso; ma le cose prendono un aspetto molto serio e molto grave. Noi siamo nelle mani della Francia per il Veneto; e se anco a Roma essa comanda, la nostra futura politica non può essere mai indipendente.

Salutami la contessa, la Bice e gli amici. Tuo nipote ha ora un magnifico appartamento, e mille cose d’arte per renderlo pregiato. Addio.

4 Somer’s place — Hvdehouse W.

Il tuo off. D. Pantaleoni.

LXVI.

Caro Pantalconi,

Cannero, 28 luglio 1862.

Nel tempo che ha messo la tua lettera a venirmi a trovare e la mia risposta a raggiungerti, avrai già imparato che se si tratterà di Cannero potrò disporre in tuo favore, ma di Pietroburgo no. come sai, non sono in grazia in alto e perciò non si vuole la mia persona. Nel caso però nemmeno la mia persona vorrebbe dal canto suo, perché col mio carattere non posso far società, se patti, cose, scopi ed uomini non sono chiari. L’insieme delle cose é poi condotto a tal punto, che non penso aver mai più a mischiarmene.

Mi dispiace per i poveri italiani di Roma e di Venezia che son sempre condannati ai loro Governi. Coll'Austria di qua e la Francia di là pretendere di vincere, alleandosi a Mazzini e Garibaldi, è un piano di campagna che mostra un talento superlativo. Se ne vedono i frutti. Roma si sarebbe forse avuta, ispirando all’Europa maggior rispetto e maggiore stima che non ne ispira il governo del Papa. E invece ecc. ecc. Del resto come l’Eterno ci ha prefisso di far l’Italia, ci terrà per ora lontani da Roma.

Io son qui da ieri respirando fuori da tutta quella politica di club e di caffè, che in oggi è diventata d’uso comune. Salutami Donna Isabella, e ricordati di scrivermi, quando verrai.

Tuo di cuore Massimo d’Azeglio.

LXVII.

Carissimo Pantaleoni,

Cannero, 26 agosto 1862.

Per dar tempo alle poste lente ed inesatte, ti scrivo dunque a Coira poste restante. Non c’è nessun ostacolo materiale alla tua venuta qui. C’è la camera per l’Isabella e un’altra tollerabile per te. Quello che manca proprio è dove metter la tua cameriera, alla quale non avrei da offrire altro che un posto al mio lato, — riservandomi il benefizio dell’inventario. Ma si troverà casa in vicinanza. Siccome mi avevi detto che saresti venuto circa il 29, perciò non ricevendo nulla credevo avessi mutato idea e ti facevo a Macerata.

Dovendo passare di Milano il Direttore della National Gallery, Eastlalle e Mündler Otto, che sono i due prirai conoscitori d’Europa in fatto di quadri vecchi, ho combinato con essi di trovarci un giorno a Torino nei primi di settembre per affari artistici.

Ma sarà un’ assenza d’un paio di giorni che non disturba i nostri calcoli, e te ne avverto solo pel caso, che venendo qui non mi trovassi, e ti paresse il caso nuovo. Sempre intanto ci sarà Bice per far gli onori e intanto io presto torno.

Mi figuro quello che pensi di Garibaldi. Ah! Cavour! Cavour! Perché fare alleanza colla rivoluzione, mentre avevi 200 mila francesi e tutt’Italia che ti chiamava? Quanto non lo dissi!— (1) Or on pave la carte.

Mi metto ai piedi della signora e ti stringo la mano.

Tuo di cuore Massimo d’Azeglio.

91 P.)

Mio caro Azeglio,

Berlino, 26 agosto 1862.

Sono qui da tre o quattro giorni, e come non trovo molto da occuparmi (le università e studi essendo chiusi e i professori i più distinti in viaggio) cosi oggi stesso credo che partiremo per Dresda. Quanto alla politica di qui parmi che possiamo aspettare a parlarne con la prossima generazione (2). Non vi è ancora apparenza di vera forza interna, e senza quella come vuoi che la Prussia possa esercitare un’azione all’esterno? I tedeschi non hanno sofferto fuor che sotto Napoleone l'umiliazione dell’estero dominio e quindi non sentono come noi la necessità d'unirsi per abbatterlo. L’unificazione tedesca è piuttosto un mito pei savants, e tu sai come i savants si contentano della contemplazione senza la realtà. Per giunta poi i liberali (vedi che giustizia!) si sono messi in lotta col Re,

(1) Fa pena sentire questo rammarichio senile del patriota d’Azeglio. Ma la storia deve essere inesorabile nel conoscere la psicologia dei grandi uomini anche nei loro umori neri. (A. E.)

(2) Che vista corta a pochi anni di distanza dal 1866 e 1870. (A. E.)

con l’esercito, perché i generali sono codini; e tu sai, se i nostri con tutta la coda fecero il dover loro a Novara. Poi per guadagnarsi la truppa vogliono pagar bene caporali e sottoufficiali, i quali conserveranno poi la disciplina come tu sai e prevedi. In non credo adunque che noi possiamo fare assegnamento sulla Prussia. Non si muoverà; se si muovesse, si farebbe battere. Anco per l’Ungheria sulle rivoluzioni non bisogna far troppo conto, se non in quanto rendano più deboli i nostri nemici, cosicché infine bisogna più che mai starsene per ora ai fatti nostri, vedere di migliorare la situazione interna. come farlo con Garibaldi ed altri nol so; ma io spero nel buon senso. degl’Italiani e al peggior caso nel buon senso dell'Italia centrale e nordica, che si terra unita, anco se l’Italia meridionale se ne andasse: il che è il peggio, e se tu vuoi, il meglio che avvenga. Noi contiamo passare lo Splugau il 4 o il... 5.

Se tu sei solo e libero e veramente non ti diamo menomo imbarazzo, verremo a Cannero verso il 7 di settembre. Ma innanzi tutto fammi trovare una lettera a Baden-Baden o Zurigo, se la lettera può essere cola il 2 o il 3 al più tardi. Se no, dirigimila a Chur o Coira Hòtel Lukmanier. Se t’imbarazza non ti dare il menomo pensiero, perché per noi il solo inconveniente è il tardare a rivenderti. Mia moglie ha con sé la cameriera. De’ figliuoli abbiamo ognora eccellenti notizie, e ciò ci ha fatto esser tranquilli. Nel resto mia moglie ha goduto molto del viaggio. Salutami la Contessa, se è con te, la Bice, la Rina, ed ama

il tuo aff. D. Pantaleoni.

92 P.)

Mio caro Azeglio,

Macerata Villetta Vergini 15 settembre 1862.

….........................................................................................

La decisione sul giudizio o amnistia (1), è vero, è seria, ma sarebbe proprio curiosa che si avesse lasciato passare tre settimane per concludere che l’affare appartiene alle assisie ordinarie. Confesso che, escluso il consiglio di guerra, e pur volendo il giudizio, preferisco le assisie al Senato; ma tu sai che io fui ognora per evitare il giudizio, e poi volendolo fare saria pure stata la trista cosa lasciare avvalorare l’idea d’un’amnistia, per concludere con una condanna. Eccomi evidente che l’amnistia si riserba pel matrimonio della Principessa Pia (2). Ma se nulla di Francia viene alla riscossa del ministero, stimo che difficilmente potrà esso sostenersi innanzi alle Camere a meno che le improntitudini della Sinistra e de’ rivoluzionari nol salvino ancora una volta. Ma chi verrà?....  Non certo Ricasoli. Tu solo avresti potuto formare un’Amministrazione con Menabrea, Lamarmora ed altri; ma nelle condizioni attuali non so quale amministrazione potrebbe formarsi. Temo proprio che mostreremo al mondo la verità, del sofisma de! Proudhon, che l’anarchia è il migliore de’ governi.

Il tuo domestico ti avrà detto come me la scappai bella dal restare a Novara, prendendo il tre no per Alessandria e facendo mettere là in fretta il bagaglio mio ch’era inscritto per Milano. Potemmo cosi desinare ad Alessandria e alle 11 prendere il treno per Bologna e di là la mattina per Ancona, ove una vettura ci attendeva per metterci la sera a Macerata.

(1) Sul fatto di Aspromonte accaduto il 29 agosto 1862. (A. E.)

(2) L’annunzio del matrimonio della principessa Pia di Savoia con don Luigi re di Portogallo, era stato dato in Parlamento fin dall’11 luglio. (A. E.)

Salutami caramente la Bice, la Contessa, Zanucchi e le due prime per parte di mia moglie altresì, la quale poi ti dice le cose le più amabili. Congratulati da mia parte con Manghini. Intanto amami e credimi

tuo aff.  D. Pantaloni.

LXVIII.

Caro Pantaleoni,

Cannero, 23 settembre 1862.

…........................................................................................

Io non mi spavento poi tanto del processo di Garibaldi. e da un’altra parte come ammettere che vi sia chi possa alzar bandiera, far ammazzar gente e disertar la truppa, rubar le casse pubbliche, resistere alla forza pubblica e poi quando è preso... Oh scusi! non avevamo visto che era Lei (1).

(1) L’Azeglio giudica con la sua spietatezza da brontolone la crisi di Aspromonte dovuta all'impazienza patriottica di liberare Roma.

Per dare un’idea dell’eccitamento suscitato hinc inde da quei repressi tentativi, basti ci tare il telegramma di Alfonso Lamarmora, che annunziava al Ministero di aver fatto arrestare a Napoli ed assicurare nel castello dell’Ovo i deputati Mordini, Fabrizi e Calvino, perché venivano dal campo di Garibaldi colla missione di agitare la città, raccogliere denaro e portarlo...

Il generale Lamarmora si giustificava dell’arresto operato, ritenendo che fosse il caso di flagrante reato contemplato dall’art. 45 dello Statuto. E conchiudeva cosi la sua relazione: «Deputato io stesso al Parlamento Nazionale in tutte le legislazioni che si succedettero dal 1848 in poi, sono quant’altri mai geloso dei diritti e delle prerogative con cui lo Statuto ha guarentito l’indipendenza dei deputati, ma non men vivamente io sento altresì i doveri che incombono ad un deputato, e perciò mi stupisco che i protestanti, anziché scandalizzarsi degli arresti tatti, non arrossiscano, come io arrossisco, d’avere colleghi che si servirono del sacro mandato di deputato per meglio tradire il prestato giuramento Queste parole lette dal ministre Sella, durante il discorso del presidente del consiglio Rattazzi, che rispondeva alle interpellanze Boncompagni

Fuor d’Italia si fanno una montagna di questo processo e vedono già l’Italia sotto sopra. Per me non vedo altro garibaldismo che quello dei democratici socialisti, che si servono di lui come istrumento e il Garibaldinismo isterico-uterino di qualche donna. Questi grideranno e le voci di soprano si sentiranno come nei pezzi concertati sopra tutti; ma che vi sia reale agitazione in Italia non lo credo. E poi, se vi fosse? C’è per questo il Governo, l’armata, i Reali carabinieri; ma finché non stabiliamo il dominio assoluto inevitabile della legge eguale per tutti, sarà un cambiar padroni, ma non un fare l’Italia libera e indipendente.

Quanto al ministero avrai visto la circolare. Mi fa un po’ l’effetto di quegli animali che si vedono nelle gabbie delle ménageries far sempre l’istesso movimento e batter sempre il muso nell’istesso ferro.

(Atti della Camera dal 26 nov. al 1° dec. 1862) suscitarono uno scoppio di grida clamorose e un’agitazione prolungata su tutti i banchi.

Crispi (con impeto). È una insolenza, è una vergogna! (continuano le grida tumultuose e le interruzioni da sinistra e da destra).

Voci a sinistra. È un’indegnità! Si ritratti! È una offesa al Parlamento! È un insulto al paese!

RICCIARDI. All’ordine il generale Lamarmora!

Boggio. Lamarmora ricordava quello che avevano giurato (rumori).

Voci. È una provocazione! È una provocazione! È un insulto! Crispi. È un’offesa alla rappresentanza nazionale. (La continuazione e la violenza dei rumori interrompono la seduta per dieci minuti).

Quando Rattazzi, riprendendo il discorso, prega la Camera di considerare lo stato d’animo, in cui si trovava il generale Lamarmora, eccita una nuova parentesi di risa ironiche ed esclamazioni a sinistra e segni di approvazione a destra.

Rattazzi. Signori, i tumulti non danno ragione a chi non l’ha, coi tumulti non si fanno gli affari, non si costituisce l'Italia...

Bertani. È colle insolenze che non si fa. (Rumori e proteste a destra).

Boggio. Oli insolenti sono gli interruttori...

Nicotera. Parli in modo da farsi sentire il signor Boggio...

Boggio. Parlo in modo da essere sentito da tutti... (Rumori e grida). (A. E.)

Visto che non cede, non potrebbero cercare nuove vie? Per me vedrei di trovare qualche proposizione discutibile, e sopratutto lascierei il programma di Mazzini, e procurerei farne uno mio degno di un governo e non d’un club demagogico. E finalmente poi osserverei che il Papato non si abolisce pel secolo xix, e che se s’avesse da cacciar il Papa da Roma, bisognerebbe offrir qualche cosa al suo posto di più rispettabile che non proprio nel più bello manca la carta. Peccato! Saluta tanto l’Isabella e Rina per parte mia e nostra e ricordami ai fratelli.

Tuo Massimo d’Azeglio.

93 P.)

Mio caro Azeglio,

ottobre, 1862.

Avrei risposto alla tua prima lettera; ma ho fatto una corsa a Torino, e ti avrei scritto di là, se le molte faccende che mi ci trattennero me!o avesser permesso. Ti assicuro, mio caro Azeglio, che vi trovai tale confusione come se Governo non esistesse; ma pure in ciò vi ha un che di buono, ed è che niuno se ne preoccupava più che si trattasse dell’assenza d’un vescovo. Parmi che in Italia il popolo cominci ad apprendere che vuolsi far da sé; e che un Governo non vi dovrebb’essere, che per lasciare ciascuno fare le bisogna sue, purché non guasti quelle degli altri. Et tu videbis, fili mi, quant parva sapientia regitur mundus. E nondimeno io stimo che il Ministero resterà perché non havvi chi voglia o possa entrarvi. Ah! perché pubblicasti quella tua opinione su Roma che in fin de’ conti né ci farà andare, né ci impedirà dal farlo! (1)

(1) Il Pantaleoni deplora la pubblicazione delle Questioni urgenti che resero l'Azeglio non più ministeriabile (A. E.)

Nol dico per te, ma pel paese e per l’Italia che avrebbe potuto avere un Governo abile e rispettabile ad un tempo.

Quanto dici su Garibaldi è verissimo, ma ad una condizione: che non bisognava aversi fatto tenere il sacco da lui. Se no, bisognava far conto di starsi zitti. Eh! poi se ti fosse provato che col processo e condanna gli dai forza e partitanti, lo processeresti tu? Non ho mai temuta rivolta o agitazione politica; ma invece l’eccitamento di discussioni, polemiche e peggio, quando ci bisogna armonia e tranquillità per far gli affari. Ma checché ne sia, tu vedi che infine non dovresti cadere nell’amnistia, e proprio a modo da non aver neppure un cane obbligato e riconoscente. Può essere che io m’inganni; ma parmi politica da allocchi. Che ne dici tu?

Mi lagnai con Rattazzi della circolare Durando. Dire all’Europa conservatrice che Roma è nostra, perché ci fa comodo averla, è ripetere il ragionamento del leone e dei tre che si divisero la Polonia. E poi farlo in serio è anco troppo. Napoleone non può abbandonare Roma, anzi anco se il voglia, fuorché nel caso si faccia apparire che noi non ci anderemo. Bisognava invece dire che niuno Stato indipendente debb’essere occupato da trappe straniere; che un intervento controlla volontà delle popolazioni è tirannide; che i francesi non hanno ragion di stare a Roma a pretesto di difender il Papa da noi che ci obblighiamo anzi di giammai marciarvi sopra se il Governo del Papa è sorretto dalle popolazioni — anco solo tollerato da quelle; che persino non consentiremo che bande armate gli marcino contro, onde se i Francesi oggimai rimanessero colà non vi sariano più che ad oppressione del popolo. Bisognava osservare che nessuno Stato indipendente ha diritto ad attaccare il vicino e lanciargli contro bande armate senza sottoporsi alle sorti della guerra.

Che Roma non fa altro e che Francesi che stanno lì a coprire tale infamia fan verso di noi atto non di alleati, ma di peggio che nemici, e dinanzi al diritto pubblico si fan partecipi degli assassinii e complici de’ briganti, ecc... (1) Ma lasciamola andare come va. Io partirò per Nizza fra due giorni e sarò là il 12, e di là starò a vedere (2).

Salutami la Contessa e la Bice anco da parte di inia moglie. Essa e i figliuoli stanno bene. Tu conservati ed ama il

tuo aff. mo D. Pantaleoni.

Ho veduto che il povero tuo fratello è morto. Era un galantuomo ed ha sostenuto ciò che ei credeva (3).

(1) Il generale Giacomo Durando fu ministro degli esteri nel Gabinetto Rattazzi dal marzo al dicembre 1862. A tale Ministero in punto di politica estera si deve tener buono il riconoscimento del Regno d’Italia fatto dalla Russia e dalla Prussia. Quanto alla questione Romana, la politica del Gabinetto Rattazzi non era poi molto distante dalle idee del dottor Pantaleoni, se dobbiamo giudicarla dal riassunto datone in Parlamento dallo stesso Rattazzi, prima di dimettersi: «Io credo che tutti i nostri sforzi debbano far si che cessi l’intervento francese nelle provincie ora sottoposte al dominio del Pontefice, che debbono essere diretti a far cessare tutte le barriere che separano quel territorio italiano. Quando noi potremo raggiungere quest’intento, quando potremo far si che i Romani siano liberi di esprimere la loro volontà, allora, o signori, la questione di Roma sarà facilmente risolta cioè nel modo stesso che si sono risolte le altre questioni delle varie parti d’Italia. Ma noi non intendiamo di chiedere alla Francia, che ci dia Roma; ciò non possiamo, né vogliamo, perché Roma non appartiene alla Francia, ma all’Italia». (A. E.)

(2) Vedi L’ultimo tentativo del Cavour per la liberazione di Roma nel 1861 per D. Pantaleoni. Tipografia Galileiana, Firenze.

(3) Prospero, che nei Gesuiti si chiamava Padre Luigi. Se ne parlò a lungo nella prefazione specialmente in proposito della sua operetta antinazionale intitolata: Della Nazionalità, breve scrittura del P. Luigi Tapparelli d’Azeglio della Compagnia di Gesù. Genova, 1846. A tale operetta rispose magistralmente il Gioberti nella xxx Appendice di schiarimenti e documenti al Gesuita moderno. Anche a Massimo il tiro antipatriottico, che i gesuiti avevano fatto fare al suo povero fratello, fece salire allora i fumi alla testa, come vedemmo nella prefazione. Ma quando il povero gesuita mori, Massimo ne scrisse alla moglie in questo modo commovente:

LXIX.

Caro Pantaleoni,

Cannero 17 ott. 62.

Suppongo che gin sei al tuo quartiere d’inverno. Ti scrivo dunque a Nizza il mio ringraziamento per le premure tue per Rina e le nuove che mi hai date. Non ho nessuna obbiezione contro il progetto del parto a Torino, poiché tu lo credi opportuno. Speriamo che sia un inverno non troppo Gianduia.

Quanto a Garibaldi è verissimo che la colpa è di chi se l’è tirato in casa; e per quanto io stessi per il processo (perché si è giudicato vivaddio! Carlo I, Luigi XVI, Lally Iolendal, lord Clive, la Regina d’Inghilterra e Principessa di Galles, ecc. , ecc. e si doveva poter giudicare Garibaldi salvo a confessarsi Governo impotente) a Torino ultimamente vidi Persano (1) e gli dissi clic, sapendo pure quali erano il padrone ed i suoi colleghi, era meglio finirla ed amnistiare.

«Cannero 17 ottobre 1862. Malgrado la lunga separazione, che dall’infanzia, si può dire, m’aveva diviso dal fratello gesuita, e malgrado l’assoluta opposizione delle nostre idee, ho provato una tristezza, di saperlo uscito da questa vita. V’era tra noi omogeneità di carattere e di cuore, che vinceva ogni antagonismo intellettuale. Ci eravamo simpatici; e più si disputava senz’intenderci mai, più ci trovavamo felici d’essere insieme. Ma egli ed io eravamo proprio sinceri nel nostro sentire, e a nessuno dei due veniva in capo di far un affare, pensando in un dato modo. Certo, secondo la sua opinione, egli ha pagato di persona largamente. M'ha scritto Padre Menini, che, la notte antecedente alla sua morte, ha ancora dettato al suo segretario, per la Civiltà Cattolica. Non ho mai sentito che se ne fosse ritirato. Quanto poi a merito d’idee, per me, fra la Civiltà Cattolica e la Civiltà Mazziniana, sarei nell'embarras da choix. Basta... povero Prospero, ha mantenuto virilmente il suo proposito fino all’ultimo, e mi scrivono che ha cominciato ad aver disgusto di cibo, spossatezza, che s’è sentito spegnere, e dopo tre giorni senz’angoscia e neppur febbre è passato. Prima lo vedevo di rado, ora è certo che non lo vedrò più! Meglio per lui; è fuori d’un gran imbroglio, e d’un gran sudiciume, quai é il nostro insieme. (A. E.)

(1) Persano era ministre della marina in quel Cabinetto Rattazzi (A. E.)

Del resto una vergogna più, una meno poco  importa. E Durando che seguita a fare il Ministro degli esteri dopo il gran scappellotto! È bella anche questa! La tua circolare l’approvo, solamente non avrei proposta la garanzia del Governo di Vittorio Emanuele, e neppure di lasciarne giudici i Romani. La plaisanterie serait un peu forte conoscendo in che acque si naviga.

Se fin dal principio e Cavour e tutti invece di mandar sulla breccia Mazzini per prender Roma, ci fossimo appoggiati sul diritto che hanno i Romani di esser ben governati ed avessimo mostrato la risoluzione di lasciare a Roma il Papa, penso e credo che i poveri Romani non ne starebbero peggio al momento in cui siamo. Quando l'Italia fosse forte e ordinata, se ne può ridere di quattro preti a Roma. E quale aumento di forza ed influenza per lei avere il centro del cattolicismo e la persona del Papa! e per gli Italiani il non passai’ più per pazzi ignoranti degl’interessi del mondo e de’ loro e per gente corbellata da Mazzini e da tutti gl'imbroglioni della rivoluzione! E qui, dopo questa bella parlata, baciò le mani alla comare e vogliatemi bene.

M. A.

94 P.)

Mio caro Azeglio

Nizza 25 ottobre 1862.

1, Avenue de Prince Impérial.

Tu approvi la mia circolare: ma non approvi che si lascino i Romani giudici del fatto loro e del Governo del Papa. Ma scusami, bisogna ben finire per intenderci sulla questione romana. Io non vedo che queste soluzioni. — 1° Il tenere i Romani colla forza sotto al Papa a discrezione di lui o della potenza protettrice, se il vuoi — 2° Lasciare che il Papa e i Romani se la spartano fra loro come vogliono — 3° Levare al Papa Roma per forza, andandovi noi col preteso diritto della capitale.

Se ce ne hai una quarta di soluzione plausibile fammela conoscere e finiamola. Se no da uomini pratici bisognerà intendercela su queste tre. — La prima soluzione è l’attuale e se ti piace Tientila. Io non vedo che vantaggi produca. 0 il Papa comanda lui ed allora siccome le conseguenze delle sue pazzie non cadono sopra di lui finché vi ha una truppa protettrice ad ogni costo, dimmi perché avrebb’egli a metter giudizio? O comanda la truppa e chi la mantiene e dimmi: ov'è più il Governo temporale e l’indipendenza per chi stima che l’indipendenza esiga la sovranità territoriale? Ergo della prima soluzione nichts. È il solo modo di peggiorare i rapporti e rendere la soluzione impossibile. Dirai poi se: bisognava imporre e al Papa e ai Romani certe condizioni e farle rispettare da tutte due le parti. Non vi entrai nella questione di diritto; ma veniamo al fatto. O queste condizioni contentano ambedue le parti; ed allora entriamo nella grande soluzione, o no ed allora bisogna imporla con la forza ed allora rientriamo negli inconvenienti del n. 1°. Passeremo dunque alla seconda soluzione. Parti egli possibile, che un Papa, che dichiara ereticale la tolleranza religiosa, la libertà della stampa, l'uguaglianza dinanzi alla legge, il matrimonio civile, il libero insegnamento, ecc. , ecc. , possa andare con la moderna civiltà, ch’esso stesso (l'infallibile) ha dichiarato incompatibile con la sua autorità spirituale? Quali condizioni di buon governo può adunque il Papa dare ai Romani? E non è un sogno il tuo supporre Papa e buon governo, Papa e soddisfacimento de’ Romani?... Ma supponi perfino possibile ciò, stimi tu che i Romani potessero mai esitare fra l’essere una città anseatica e la capitale dell’Italia? Chi dunche potrà contentarli e come fare ch’essi non si ribellino al Papa? Dimmi, se hai altro mezzo che la forza; perciò l’invasione, l’occupazione (almeno se vuoi trattare la questione in buona fede). Mi dici: Eh! perché l’Italia non si contenta di stare come sta e nun rinuncia a Roma?

Ed allora Roma rinuncerà all'Italia? Io ti dirò che lo stimo impossibile. Se tu vuoi l’Italia una, Roma è indispensabile. Trovami nella storia un solo esempio che l’Italia fosse unita e nol fosse a Roma e con Roma. In una mia pubblicazione ne detti le ragioni inesorabili, e le stimo vere; vi hanno leggi storiche, politiche, morali come leggi fisiche, e non meno inevitabili le une che le altre. Tu dici che è Mazzini che ci ha sobillato Roma; ma ti pare che io sia ben mazziniano; che lo siano Peruzzi, Ricasoli, Minghetti e tutto il Parlamento e tutta l’Italia. Il fatto è che, se tu credi che il regno di Napoli senza Roma stia unito con Torino, t’inganni. A quest’ora l’avremmo perduto, se non fosse la speranza d’aver Roma, o il Governo sarebbe andato a Napoli. Forse alla prima tu dirai: Magari! «me»; ma allora siamo di buona fede e stampalo chiaramente. Di’ che vuoi due regni, con Roma in mezzo, città anseatica. La soluzione è logica, possibile, benché non eseguibile che fra la guerra civile e le rovine. Io l’avverso ora; ma infine non è assurda; ed# un uomo di Stato può anco mantenere quella soluzione. Quanto alla capitale a Napoli la lasciò ad Alfieri e Ca. Quanto alla terza soluzione né tu ne io la vogliamo. Cosa resta dunque?... Per me la seconda. Lasciare il Papa a dimenarsi coi Romani. Mauvaise plaisanterie! mi dirai. Il so: il Papa se ne dovrà andare e Roma resterà all'Italia. Ed è quello che io ho sentito inevitabile il giorno che Garibaldi prese Palermo: lo scrissi a Cavour ed ho lavorato a quella soluzione. Ma tu mi dirai: e il Papato? e i Cattolici?!... È anzi pel Papato, è pei Cattolici, è per la religione ch’io voglio la fine del governo temporale. Ti pare egli che le razze latine, ora che risorgono, possano andare innanzi con quella peste, con quella maledizione, con quella profanazione del Papato attuale? Stimi tu che nazioni possano stare senza una religione o con una religione che faccia a calci colla loro civiltà?

E come possiamo andare innanzi con una religione che rinnega la civiltà nostra? Non vi ha che tre casi possibili: 1° o rinnegare la propria civiltà. ed adattarsi all’esigenze delle credenze. Lo fanno i gesuiti e i gesuitanti, e con quali belli e buoni frutti, tu lo sai: eppoi una razza o una nazione, che si assoggetti a tale digradamento e inferiorità, finisce conquistata. — 2° O rinnegar le credenze e vivere senza religione. Lo può un individuo, ma giammai una nazione, ed anco io non conosco un solo uomo o popolo che non abbia una specie di religione a sè. — 3° Riformar la religione e metterla in rapporto con la civiltà. Gli è ciò che io ho voluto da trenta anni a questa parte, e ci bo lavorato sempre. Ma come vuoi che la Chiesa si riformi se la costringi in quelle forme, in quelle ritorte del Governo temporale?! Liberala da quelle pastoie. Lasciala libera: brucia tutti i concordati e fa clic il Clero ed il Papato lottino con l’opinione. come vuoi, che una civiltà, che riforma tutto, non riformi una religione? Vogliamo una poesia, un commerciò, un’industria, un’arte, una scienza italiana, e come vuoi che non venga fuori altresì una religione italiana, una religione latina?... I)à la libertà, leva gli ostacoli; leva que’ possessi che legano la Chiesa, e vedrai se le nuove generazioni non avranno una religione che sarà poi l’attuale messa in armonia con la nuova civiltà. Questo fu il mio sogno: ne scrissi, ne discussi con Cavour, il quale, senza credere nulla più di te, ci entrò intieramente, e ci entrò il partito religioso di Roma, il cle Santucci, Di Andrea, Amat, Mertel, Silvestri e 11 su 14 confessori teologici. Questo è l'immancabile avvenire del cattolicismo, del Papato, dell’Italia. Il Papato tornerà a Roma con la libertà e noi andremo colà con la libertà della Chiesa. né il Papa avrà a temere cosa alcuna. Scrivo una lettera, non faccio un libro. Pensaci, meditaci come ho fatto io adesso. Io mi sono riconfermato nelle mie idee. Vedi, se tu non cambii le tue. Non mi dire si potea, si dovea fare così. Dimmi cosa si ha a fare adesso, e bada che tu hai diritto di farlo.

Forse le tue idee ci sono per qualche cosa nella assurdità dei tentativi di Francia. Studia la questione in grande e vedrai che verrai alle mie idee; e l allora bisogna farle valere prima con la stampa, poi con un Governo, perché non è con Rattazzi né con Ricasoli che tali idee si fanno valere, e si fanno trionfare (1).

Salutami le signore. Ricevi i saluti dalla mia, ed ama il

tuo aff. mo D. Pantaleoni.

LXX.

Caro Pantaleoni,

Cannero, 26 ott. 62.

Il terreno della nostra questione era lo schema d’una circolare che tu proponevi. Stava dunque nell’esaminare ciò che convenisse dire e non sui principii assoluti, nel cui campo hai portata la discussione.

Circa la circolare non saprei mutare opinione. Se il Governo italiano avesse fama di Governo onesto... che non può avere dopo gli affari di Napoli ed altro... potrebbe forse offrire alle cancellerie europee la soluzione del suffragio dei Romani. Colla riputazione che s’è acquistata gli riderebbero in viso. Poi il voto dei popoli è un principio che ancora non è entrato nel diritto pubblico. Si accetta da chi è forte, quando conviene, e non s’accetta, quando non conviene.

(1) Questa lettera conferma le idee accennate nella prefazione, ed è di suprema importanza, anche per la considerazione della situazione presente. (A. E.)

Sopratutto non si vuole come argomento a priori di chi ha affari a Corfù, Malta, Ajaccio, Buda, Posen, Varsavia, e simili, come puoi immaginare che Francia ed Europa vogliano far dipendere le immense questioni del Papato attuale da una votazione in Piazza del Popolo? Lo so anch’io che la religione ci guadagnerebbe. È una tartine che ho servita anch’io al rispettabile pubblico nelle Questioni urgenti: come l’hanno servita tanti prima di noi, che ci ebbero più merito; perché loro ci rimisero la pelle, come Arnaldo da Brescia, e noi grazie a Dio non ci rimettiamo che il fiato che si spreca. Ma non credo che questo argomento valga molto presso le cancellerie attuali. Credo che s’inquietino della salute delle anime all'incirca come se n’inquietavano il duca di Mayenne ed il suo avversario Enrico IV. E di più questa povertà ed umiltà del sacerdozio che non piace al Vescovo di Roma e di Parigi, credi che piaccia molto al Vescovo di Londra e a quello di Mosca? I contraccolpi in oggi vengono presto.

Tu mi dici: ma insomma bisogna finirla, e finiamola. Pare che le chiavi di Porta del Popolo me le sia messe in tasca io! Finiamola pure. Ma siccome tu mi presenti tre soluzioni perfettamente logiche, ma che nel momento attuale l’una non la vuole l’Italia, e le al tre due non le vogliono l’Europa e Napoleone, toccherebbe a te di trovarne una quarta, e non metter questa fatica in ispalla a me. Pure voglio essere bon enfant, e la troverò io. E sai quale è? Quella già in uso ai tempi di Noè: la soluzione della pazienza: quella che ha formato le grandi nazioni d’Europa, quali sono oggi: quella che è nelle tradizioni di tutti i popoli potenti o che lo sono stati: quella ch’era il cachet della diplomazia di Venezia, di Savoja, dei Medici, dei Papi e dei grandi uomini di Stato italiani: razza che s’è perduta in Italia come quella delle gru. Leggi la storia dei trattati della Francia, dell’Austria, della Prussia, ecc., ecc., leggerai le storie delle loro pazienze: e perciò sono nazioni e sono forti.

Quando trovarono ostacoli nella loro via, que' popoli s’arrestarono, cd invece di sprecare le loro forze invano, come gli animali in gabbia, che s’insanguinano il naso a batterlo inutilmente contro i ferri, esaminarono le loro proprie forze, cercarono d’aumentarle durante la soluzione della pazienza, aspettarono l'occasione, e venuta questa, l’ostacolo fu superato.

Tu non vuoi che dica si dovea fare, ecc. ; ma posso ben dire quelle che ho fatto io; e credo aver diritto di prendere atto retrospettivo delle mie parole. Due anni fa scrissi: «A Roma c’è il Papa e la Francia — e Napoleone non «può abbandonare il Papa, se questi non è in posizione «sicura e conveniente». Cavour per rifarsi la popolarità, perduta a Nizza e per escamoter la bandiera a Mazzini (come se la demagogia non ne avesse sempre pronta una nuova), tirò in Parlamento la bomba di Roma e disse futili le mie ragioni. Se fosse vivo, forse le troverebbe migliori. Ma siccome l’amico era galeotto, aggiunse una clausola... piccola bagatella!... «È vittoria non di forza, ma d’opinione. Anderemo a Roma d’accordo colla Francia». Qui il pubblico fece come i figli di famiglia, che prendon danari dall’Ebreo, firmano senza badare alle condizioni, ma non le scorda il figlio d’Israello, come accade a noi. La cambiale è in scadenza e bisogna rinnovarla, cosa che sempre costa.

Invece bisognava e bisogna dar retta a Cavour, e convincersi che è questione d'opinione. Bisogna offrire all’Europa lo spettacolo d’una civiltà che faccia parer barbarie gli ordini e gli uomini di Roma, ed invece si è riuscito, vivaddio, a far parere interessante il cardinale Antonelli e Bombino, e tollerabile il nostro sistema. Che cos’è la nostra stampa? Il Parlamento? Quai rispetto, quai stima hanno potuto ispirare all’Europa? Che cosa seppe inventare la nostra politica? Gridare Roma, e farla gridare dal giornalismo e dalla piazza, e finire colla circolare Durando, passando per l’omelia Ricasoli! E mai posare carrément la questione, qual’è, al paese! Mai dirgli la verità a fronte alta e sicura! E vogliono mettersi la toga e andar a fare gli antichi Romani? Eh! via...

Così s’è seguito il programma di Cavour d’ottener il voto dell'opinione! Tu dici indispensabile Roma capitale. Ma come vuoi che l’Europa lo creda? Dirà che è indispensabile Verona e Mantova! Dirà che il nostro Parlamento, che ha tutto da fare e non riesce a nulla nella sua libertà attuale, portato nell'ambiente di Roma (l’Europa ricorda Rossi) sarà la torre di Babele. Napoli del resto non vuol di noi, con Roma o senza, e se tu mi domandi che cosa voglio io far di Napoli, ti dirò di domandarlo piuttosto ai Napoletani. La mia opinione la dissi il giorno, in cui lasciai il governo di Milano e 100 mila franchi d’entrata, piuttosto che tener mano ai vergognosi intrighi di Cavour e Farini.

Vengo ora all’ultima tua proposizione (dovrei dire sommation) di pubblicare quel che penso. Potrei dire che su quell’articolo e sull’affrontare l’impopolarità desidero sapere quanti abbiano fatto quello che ho fatto io. Ma lasciamo questo. Finisci la tua lettera dicendo che forse le mie idee sono cagione delle assurdità che si fanno in Francia. E con questo dubbio vuoi che scriva? Dovresti dirmi: Sta zitto per amor di Dio! Auff.

M’hai fatto scrivere una brochure! Ma qui fo punto. E se non saremo d’accordo su Roma, saremo d’accordo nel volerci bene; e saluta tanto l’Isabella.

Tuo di cuore Azeglio.

95 P.)

Mio caro Azeglio,

Nizza, 2 novembre 1862.

1, Avenue da Prince Impérial.

Io mi credeva di spaventarti tanto, col farti vedere che la conseguenza logica della tua opinione su Roma, era la separazione del Regno di Napoli, e che nell’impossibilità di voler questa, io stimava, tu saresti entrato nell'opinione mia.

Ma io vedo che tu avevi giù inghiottito e digerito quella pillola; e perdio! con quel rospo in corpo hai dodicimila ragioni di non voler pubblicare cosa alcuna. Io ti consiglio a seppellire il tuo segreto meglio del barbiere di Mida, ché vi è proprio da farsi lapidare peggio di S. Stefano, se qualche canna rivelasse quel segreto, e senza manco il compenso di S. Stefano di vedersi il cielo aperto e gli angioletti a venir giù incontro. Io non so veramente se i Napoletani ci vogliono o no, o se sappiano essi stessi cosa si vogliano: questo so bene che senza di noi precipiterebbero dalla più feroce anarchia al più vergognoso dispotismo, per passare da questo di nuovo a quella, né più né meno delle provincie meridionali ex-spagnuole di America: e questo so bene che con quel dispotismo ci appesterebbero e ci guasterebbero il resto d’Italia; — a tale che o noi del nord e centro andremmo a far ciò che facciamo adesso per salvare essi e noi: o lo verrebbero a fare eserciti stranieri con onta e rovina eterna della libertà e della nazionalità. Questo per me è vangelo; e perciò sono di quelli che, avendo subito a malincuore l’unità, sono pronto a difenderla, anche se ci avesse a costare 200 mila uomini e 2000 milioni di franchi. Ma dopo ciò convengo con te, che i governi si fondano sulla morale colla virtù, con la verità, con la grandezza d’animo: convengo con te che bisogna guadagnarsi la pubblica opinione; e non è con la piccola testa di Ricasoli, o con l'immoralità e povertà d’animo del Ministero Rattazzi, che a ciò si riesce. Bada: Cavour ha potuto all’occasione aver ricorso ad ambigui espedienti, ma aveva a scusa la grandezza dell’impresa e le impossibilità accumulate contro di noi da una politica ben più immorale. Ma Cavour (tutti i diplomatici, anco i più grandi nemici nostri me lo hanno confessato), non falli mai ad un impegno o mancò alla parola. Non sono che de’ miserabili imitatori, che stimano grande politica quella de’ tranelli, come quegli scolari, che si stimano grandi in esagerando i difetti scusabili d'un genio caposcuola.

La pazienza o in termine più preciso il talento del saper attendere l’occasione (hai ragione), è il più grau talento dell’uomo di Stato; ma questo talento include un piano, un concetto alla realizzazione del quale s’usufruttino tutte le occasioni. Ora questo piano, questo concetto perché sia ragionevole, utile e sicuro di riuscita, debb’essere analogo all’indirizzo de’ tempi ed alla realtà delle cose. Ora ti ho fatto vedere cosa diverrebbe Napoli in ogni altro concetto che quello del tenerla; e quanto a Roma sfido tutti i Drouyn de Lhuys, tutti i Laguerronière e tutti gli Imperatori e Re della terra a mettere in accordo le pretese canoniche e papali con la civiltà moderna, e perciò a rendere possibile il suo governo temporale al xix secolo. Anco prima che ci sognassimo la possibilità dell’unità italiana, il Governo temporale era morto e sepolto più del Lazzaro quatriduano, né un Cristo potrebbe risuscitarlo, perché nol potrebbe che spegnendo la civiltà del secolo, e per ciò distruggendo tutta la generazione attuale con tutte le sue condizioni per metterci generazioni e condizioni all’uso di Gregorio VII.......... Parti la cosa probabile? E se la separazione di Napoli non è desiderabile, e l’esistenza d’una teocrazia papale è impossibile, bisogna pure proporsi una soluzione e lavorare ad essa con la pazienza che tu invochi.

Io ti ho detto quale sarebbe la soluzione mia, e appunto, perché a raggiungerla sentiva il bisogno d’uomo abile ed onesto e rispettato in Europa, ci avrei voluto veder te alla testa. Credimi: il Governo temporale se ne andrà come se ne sono an date tutte le teocrazie; ed il sistema della libera chiesa è la sola soluzione grande, degna e che trionferà ne’ futuri destini dell’umanità. Beato chi potrà attaccare proprio nome al trionfo di quella causa! Io aveva sperato in un giorno, ma avea fatto i conti senza l’asinità dei francesi e il cretinismo de’ credenti di colà.

Non dispero perciò dell’avvenire, perché le nazioni cattoliche o periranno o riformeranno le loro credenze per e con la libertà: nia avrei voluto aiutare ancora a questa santa causa, alla quale ti avrei voluto alleato e duce. Tu invece credi alla conversione del Papa o a non so quali altri accomodamenti fra lui e la civiltà. Rendu facendosi forte dell’autorità tua e di certe credenze sue esagerate, si è alleato col Laguerronière, o sono venuti fuori con que’ loro progetti, de’ quali perciò appunto ti facea un po’ responsabile. In fondo adesso comincerà il trionfo nostro, perché si hanno a trovar peggio de’ pulcini nella stoppa, a lottare in mezzo di tante impossibilità. Ah! se l’Italia avesse ora un solo uomo grande di Stato, che bella parte avrebb’egli! che destini per l’Italia! che destini pel papato e per la chiesa!! Ma quando dopo ciò mi volgo ai R. e C mi casca il cuore e tiro il sipario con un sospiro.

Quanto al Parlamento italiano io non convengo con te nel biasimo, ché, se la pazienza, prudenza e tolleranza è una virtù politica, quale Parlamento ne mostrò mai l’uguale? Ti viene mai in capo che Rattazzi potesse fare un colpo di Stato e governare e sgovernare senza Parlamento? Bada che qualche volta mi passa per la testa, ed allora addio Re, Italia, e tutti i burattini.

Salutami senz’altro la tua signora: e poiché tu vuoi che l’Italia si sfasci in due, ed io che si tenga tutta d’un pezzo; tu bada che sfasciandosi non vada in cento pezzi, ed io che per formarsi tutt’una non perisca sotto il dispotismo. Basta. io sono lontano e fuori delle burrasche parlamentari. Ho anzi offerto la mia rinuncia a'  miei elettori. Tu avendo la parrucca, quella ti rimarrà in testa con coda e tutto. Addio, caro Azeglio. Conservami la tua amicizia, e pensa talora

al tao aff. mo D. Pantaleoni.

LXXI.

Caro Pantaleoni (1),

Cannero, 29 novembre 1862.

Che ne dici della lettera di Napoleone e Comp. ? Pare che non hanno fatto sospirar troppo la risposta alla circolare di Durando! Che povere teste! Mi metto ai piedi d’Isabella, saluti ai fratelli e voglimi bene.

Tuo di cuoreMassimo d’Azeglio.

96 P.)

Caro Azeglio.

Nizza, 28 marzo 18631, Avenue du Prince Impérial.

Da quaranta giorni aveva cominciato una lettera nella quale ti chiedeva, se eri ancora una volta nonno, quando una lettera di Rina ha sciolto il quesito. Vidi a caso Emanuele, che zonzolava sotto il portico ov’è la casa ch’io abito, e il presi per taluno che aspettasse la mia ora dei consulti. Invece egli non ricordava neppure ch’io fossi qui. Parlammo a lungo di te e delle cose del mondo, e poi egli parti per Londra. Ho trovato a Roma un medico inglese che mi ha offerto di comprare tutto il mio mobiglio e prendere l’epoca del mio appartamento dalle mie mani. Mi ha dato un buon prezzo, 4 mila scudi. Ho telegrafato che accetto, e cosi avrò un pensiero di meno.

(1) Questa lettera riguarda interessi intimi famigliari. Perciò ne pubblichiamo solo la fine. (A. E.)

Bada che la fiducia mia di rientrare a Roma glorioso e trionfante non è menomamente scossa; ma ciò non fa ch’io preferisca avere il danaro a mano per poter ricomprare il mobiglio quando mi abbisognerà. E a proposito di Roma bisogna proprio ch’io capiti sempre in mano di pulcinelli. Scrivo una lettera al Presidente della Camera per rassegnare il mio mandato per incompatibilità di residenza e per scusarmi dell’averlo tenuto fin allora accenno alla speranza, che fin allora si aveva avuto, d’una pronta soluzione della questione romana; ed egli mi fa dire che rinunzio perché non si va a Roma. Per compiere la farsa si trova un avvocato toscano, il Panattoni che con una prosopopea dichiara che la Camera poteva giudicare e dovea giudicare de’ motivi di famiglia, ma non de’ motivi politici nel dimettersi di un deputato; e gli altri deputati hanno ricevuto a bocca aperta uno strafalcione di quella sorta!!! Ma è un affare finito, e buona notte.

Mia moglie vuol andare l’estate in Svizzera invece di andare a Macerata. Io andrò un po’ in uno un po’ in altro luogo, non per divertirmi, ma per affari, per rapporti, per scienza, o per servire il paese. Mi crederai un po’ gaudente, ma io vedo ogni giorno più sicure le sorti dell’Italia. Non si tratta ora di decidere, se non avesse meglio valso il farla a poco a poco. Le questione è, se ora che è fatta durerà. Io veggo ogni di appianarsi di più le difficoltà interne. Quanto all'estero dammi una Italia libera, pacifica, e dimmi se un Papato temporale col medio evo può restarci in mezzo. In fondo la questione non è che una: — se il napoletano resterà col resto dell’Italia; — e su ciò credo che siamo d’accordo. Data una risposta affermativa a quel quesito, l’altro, il possesso di Roma, non è che un corollario, benché in Francia tutti ci siano avversi a tale, che l’Imperatore Napoleone non ha osato affrontare l’opinione pubblica alla vigilia delle elezioni e dopo le infelici dichiarazioni del Durando.

Addio, caro Azeglio. Spero di vederti nella State. L'Isabella che sta benissimo co’ bambini, ti saluta caramente. Mille cose alla Bice, alla Bina, alla contessa Zannucchi, al buon Ferretti. Ama

il tuo aff. D. Pantaleoni.

LXXII.

Caro Pantaleoni,

Firenze, 2 aprile 1863.

La tua lettera mi è corsa appresso a Firenze, e mi ha fatto grandissimo piacere per le ottime nuove, che mi porta di te, della famiglia e delle cose tue. Non sono mai stato molto in pensiero sulla posizione tua, che ti saresti potuto fare. M’è rincresciuto, perché ho veduto che te ne rincresceva, del tuo traslocamento da Roma; ma non mai, perché dubitassi della tua Stella anche altrove. Non solo nel Regno italiano, ma in nessun Regno troveresti una posizione di 30 a 36 mila franchi; ma ciò accade non per poca stima, ma perché nessun governo potrebbe mai offrire, verbigrazia, a Verdi, a Victor Hugo e simili una posizione equivalente al lavoro libero.

Trovo anch’io che hai fatto bene a cedere la tua casa di Roma, quantunque creda a Roma libera, se non capitale. Ma coi denari si fan no mobili, e co’ mobili non sempre si fanno denari. Quattro mila scudi son belli e buoni e non tarlano né scoloriscono. L’essenziale per tornare a Roma è che sia liquidato il Governo temporale.

(1) È la solita idea rifritta dall’Azeglio, approvata allora da Gino Capponi, e che non sa ancora di rancidume al Rendu, di fare Roma municipio libero, città anseatica, ma città santa, sotto la sovranità nominale del Papa, non capitale d’Italia.

Rendu ha pubblicato una mia lettera sul modo e non mi sembra probabile che questa liquidazione voglia tardare moltissimo (1).

Questo è il passo veramente importante e che i romani hanno il diritto di reclamare. Quando sia fatto, eccoti riaperta via del Babbuino (1). Finalmente poi e in questa ed in tante altre cose il tempo farà più degli uomini; e mentre noi abbiamo lavorato come asini e rimessoci pelle e quattrini, vorrei un po‘ sapere perché i signori posteri avrebbero da stare a grattarsi il corpo? Lavorino anche loro e s’accomodino la casa.

Spero che, se l’Isabella passa dalle nostre parti per Svizzera, non dimenticherete le delizie Cannerine, che se sono modeste, offrono però il piatto del buon cuore. Mi rallegro della salute sua e de’ bimbi (diavolo che in casa tua ci fossero malattie!) e non posso far altro né di meglio che augurarvi il crescite et multiplicate di Giacobbe, e voglimi bene.

Tuo di cuore Azeglio.

 Si ricordano queste cose, non per far venire il rancico alla gola, ma per dimostrare quanto sia prezioso, miracoloso, l’acquisto che l’Italia fece di Roma capitale, se patrioti eminenti come Massimo d’Azeglio e Gino Capponi non lo ritenevano per acquisto plausibile. Del resto, ad onore d’Azeglio giova notare che in un passo della sua lettera al Rendu del 22 sett. 1862. passo su cui insisterà con patriottica compiacenza, diceva: «Si un Congrès entreprenait de défaire l’Italie, qui se chargerait de l'exécution de l’arrêt? Car il aurait de Turin à Messine un grand parti, celui qu’on appellerait le parti de la dignité nationale, qui se lèverait pour la défense de l’unité, armata manu. Et, vous le pensez bien, j’en serais! «(A. E.)

(1) L’Azeglio scriveva da Cannero, il 30 ottobre 1862, al siguor E. Rendu: «T’ai dû rompre une lance avec Pantaleoni. Sa maison du Babbuino trouble son sommeil, je crois. Le départ de M. Thouvenel l’a exaspéré, et il s’en est vengé sur moi. J’avais presque envie de vous envoyer sa lettre et ma réponse, dont j’ai gardé copie«. (A. E.)

97 P.)

Mio caro Azeglio,

6 giugno 1863.

Ho saputo anco qui che a te e ad altri seppe male non della mia rinunzia al posto di Deputato, ma della ragione che ne addussi. Perché ognuno debba portare il peso del suo operato, ti copio la mia lettera che ho presa qui dagli atti.

«Onorevole sig. Presidente,

«Necessità inesorabili di famiglia m’impongono di passare il verno a Nizza e lungi dal Parlamento, finché non ci si schiudano le porte di Roma. Se questo fatto per tutti noi si vivamente desiderato si presentasse come certo in un determinato e prossimo avvenire, io avrei potuto ancora fare a fidanza con la bontà dei miei colleghi e con l’indulgenza del Parlamento. Ma al punto, in che sventuratamente stanno le cose, io non potrei, senza abusare, cessarmi da’ miei doveri di Deputato per rigettarne le fatiche sopra colleghi più assidui e più diligenti. Io sento adunque il dovere di i rimettere in di Lei mani la rinuncia all'onorevole incarico affidatomi dal Collegio di Macerata, e pregare la E. V. a voler fare accettare questa mia rinuncia ai miei colleghi. Dica pur loro, che nulla, fuori che la più «urgente necessità, poteva separarmi volontariamente da loro, e che conterò sempre come la più bell’epoca della i vita mia quella che passai ne’ migliori rapporti d’amicizia con tutti loro.

«Gradisca, ecc. ».

Perdio! mi pare che fra questa lettera e Roma o la morte ci sia un po’ di differenza: ma non vi ha cosa, della quale non puossi fare la caricatura,

e mi pare che quel di Tecchio ne avesse il talento (1). Tanto meglio per me, che sono libero così d’ogni rimorso e d’ogni obbligazione, giacché ora ho appreso che i miei amici voleano che la mia rinuncia non si accettasse.

Sono rimasto qui per pochi di, e vado a Macerata per affari, che mi sono d’improvviso sopraggiunti. Più tardi, cioè verso il fine d’agosto, faremo, spero, una corsa ai laghi italiani e probabilmente al lago di Ginevra. Di là andrò per affari a Parigi.

Scrivo in fretta perché parto stasera. Non ti dico nulla dell’impressione mia sugli affari di qui, ché non ne ho tempo. Mille saluti alla Contessa, alla Rina, ecc., e credimi sempre

aff. D. Pantaleoni.

LXXIII.

Caro Pantaleoni,

Cannero, 10 giugno 1863 pioggia come in ottobre

Ti ringrazio della tua lettera e degli schiarimenti che mi dai. Certo l'affare della tua dimissione sta assai diversamente da quello che si disse. Io che non leggo giornali italiani, udii che, «Pantaleoni ha scritto alla Camera «non voler fare il Deputato, finché non si va a Roma e cosi posta la questione in un tempo, ove fioriva il Roma o Morte, capirai che doveva parermi curioso. Ma l’uomo è un animale (perdoni Dante) né grazioso né benigno, e gode nel guastare, stroppiare, insudiciare quel che tocca. Del resto tutto questo è storia antica e non è più cosa da occuparsene.

(1) L’avv. Sebastiano Tecchio, che allora presiedeva alla Camera. (A. E.)

Rina mi disse, che tu non avevi ricevuta la mia risposta; ed io che avea diretto Avenue du P. Impérial, non sapevo capirlo. Ora so da Matteo, che l’hai avuta dopo. Mi rincresce non esser stato a Torino per vederti al tuo passaggio. Suppongo che la medicina sarà andata a vele gonfie ed anco più gonfie dell’anno scorso. Dai progetti che mi annunzi, mi pare che non intendi di lasciare questo tesoro improduttivo: in ogni caso, se passi per queste parti, penso che tarai la solita formata colla comare ben inteso.

Quanto a politica non me ne occupo. Se avessi 40 anni, forza e salute potrei ed anzi dovrei arruolarmi nell’equipaggio, comunque sia composto; ma alla mia età non si può esigere che mi metta con questi amici nuovi, coi quali bisognerebbe mutare idee ed abitudini. Perciò sto a Cannero e scrivo i miei ricordi; e non aspettando nulla né da Principi né da popoli, penso bene di dire a tutti la verità beninteso cum modis et formis.

V’è qui Laurina, Titta e Rina colle bambine. Tutti salutano te e l’Isabella, alla quale baciò la bianca mano, mentre stringo la tua.

Di cuore M Azeglio.

98 p.)

Caro Azeglio,

Macerata, 19 giugno 1863.

Non t’avrei intrattenuto di quell’inezia della dimissione mia, se Magnetto prima, e lo Stefanoni poi, non fossero venuti a rinfrescarne la memoria citandomi e l’opinione tua e quella di altri amici. E come questi non sono molti di numero, stimai meglio disingannarli; ma ti pare che altrimenti mettesse conto il parlarne pei tempi che corrono, in che le ciarle sono tante, che, a volerne solo leggere un milionesimo, ci è a perdere la vista! Avevo sentito da altri che tu lavoravi alle tue memorie.

Pochi al mondo possedettero mai il talento di scrivere piacevolmente e toccando ad un tempo con la stessa piacevolezza il vero punto della questione, come tu fai. Le tue memorie adunque, per questa parte, saranno interessantissime; ma hanvi nello scriverle due pericoli quasi inevitabili. L’uno è relativo allo scrittore, l’altro agli attori che metti in iscena. Gli è difficile che un autore, che fu anco attore, non professi idee, principii, concetti che lo rendano meno equo agli altri e specialmente ai successori. Che vuoi? Sii pure il più indifferente, come lo si è per un’amica che hai per noia abbandonata: eppure gli è difficile non risentirne qualche cosa, quando quella si è fatto un altro amante. Tu hai qualità straordinarie e saprai evitare lo scoglio: d’altronde non havvi che un successore, del quale metta conto occuparsi. Degli altri potresti quasi dire con Salomone: Vanitas vanitatum, con quello che ne segue. L’altro pericolo è che per esser giusti non si può non rivelar vergogne e miserie che, come quelle di Noè, è da buon figlio o buon cittadino il coprire, specialmente finché è necessario mantenere il prestigio d'un patriarca o del patriarca. Temo che il modo e la forma ti daranno molto a pensare.

Credo che verremo per certo a vederti sul Lago Maggiore. Bisogna che io vada a Parigi per un dieci di per affari e per rinfrescare la propria memoria ai superstiti della scuola. Lo stesso farò a Ginevra.

È grande sventura (non certo per te) per noi e pel Paese che tu sii cessato dagli affari. Credimi, il tempo tuo era venuto, ed avresti raddoppiato e la tua gloria e la riconoscenza che ti ha l’Italia. Il Ministero attuale ha membra, ma non capo, e se non si rafforza, o non durerà. o guasterà le cose.

Addio. Isabella ti saluta caramente. Salutami la Rina, Zannucchi, la Contessa ed ama il tuo

aff. mo D. Pantaleoni.

99 P.)

Caro Azeglio

Milano, 26 agosto 1863.

Ti scrivo da Milano, ove giungo al momento con mia moglie e figliuoli, e contiamo domenica venire al Lago; ma non potremo profittare della tua cortese offerta di alloggiare alla tua bella villetta. La nostra governante tedesca ha dovuto andare a trovare la sua famiglia a Kreuznacli, e ci raggiungerà solo sul Lago di Ginevra. Abbiamo la bonne, alla quale possiamo avere tutta confidenza; ma essa non può tenere i nostri bambini che, salvo che discendono da me, sono spesso tre diavoli; e non vi è elle l’autorità mia, che li freni un momento, giacché anco l’Isabella a ciò non basta. Vedi bene che non possiamo staccarci da loro. Il che non vuol dire, che non verremo a farti visita, tanto spesso quanto potremo. Conto di stare a Baveno, perché colà parmi che si ha più dovizia di alberghi e di conforts, e poi sono sulla via del Sempione che prenderò per andare a Ginevra o pel Lago, ove lasciero mia moglie, per far una corsa a Parigi. Tu conosci bene, mi imagino, il Lago e le località. Dimmi, se ho bene scelto, e qual è l'albergo, al quale debbo andare e se necessità scriver prima, o si è sicuri di trovar luogo. Dimmi se altrimenti Lésa, Stresa o tale altro paese è più sicuro. A Pallanza l'albergo vi era mediocre, ma al caso pur farebbe. Intra parmi che non ne abbia dei convenienti. Scrivimi due righi qui a Milano, se non t’incomoda. Io sono al San Marco, non avendo trovato né alla Bela Venesia, né al Mari no ove posare.

L’Isabella, i bambini stanno benissimo. Sul resto avremo mille cose a dirci, e conto con smania il momento di riabbracciarci. Spero che troveremo la contessa Laura e la Bice e la Rina. Addio!

Tuo aff.mo amico D. Pantaleoni.

LXXIV.

Caro Pantaleoni

Cannero, 28 agosto 1863.

Da molto tempo avrei voluto scriverti, ma dove lo piglio? pensavo! Ieri sera dunque ebbi la tua, e so ora dove prenderti.

La scelta di Baveno è ottima, e solo mi duole che non si possa combinare per Cannero. Anche a Stresa, a due passi da Baveno, c’è albergo nuovo e sento a dire buono.

A Baveno sta per arrivare Lord Shaftesbuiy con tutta la famiglia. Emmanuel sarà con loro. Totale 10 padroni e servi non so quanti. Te lo dico, perché voi altri siete 2 padroni, 3 padroncini e servi, e credo bene prevedere che il contenuto potrebbe esser maggiore del contenente.

Io sono stato a Evian sul lago di Ginevra e tornato da pochi giorni. V’era Rendu colla famiglia, ed era tutto combinato, onde venissero a passar due o tre giorni qui con noi. Poi il ministro l’ha chiamato a Parigi e la corsa sul lago diventa meno sicura. Tuttavia è probabile, e dovrebbero venire appunto lui e la moglie, domenica o lunedi... se pure. In ogni caso te lo farò sapere, onde non perdiate l’occasione di far un assalto sulla questione Romana.

La mia lettera dovrebbe arrivarti domattina, ma la smania del viaggiare ha invaso anche le lettere e talvolta di qui a Torino o a Milano ce n’è alcuna che profitta dell’occasione per veder o Firenze o Genova o Bologna; ma a ciò non conosco rimedio. Speriamo bene.

Bice ed io ci facciamo festa di rivedere te e l’Isabella e intanto vi mandiamo mille saluti e mille auguri di buon viaggio.

Tuo di cuore M. d’Azeglio.

100 P.)

Mio caro Azeglio,

Vevey, 7 settembre 1863 (Hotel du Lac).

Non ebbi il tempo a Stresa di scriverti; io parto: perché io nol seppi, che quando montai in carrozza ed anco allora non si sapeva, se avremmo passato Ornavasso. Poi la strada era inondata dal Rodano fra Viége e Visp e Turtman, ma insomma il tutto è stato per lo meglio. Il tempo si è rasserenato, siamo passati dappertutto con più o meno difficoltà, e nulla ci è avvenuto, fuori che mia moglie ha perduto l’orologio, che le è cascato vicino al Simplon. Pretendono tutti che si ritrovi di sicuro. Io nol credo, e gli ho cantato il miserere, ma se si trovasse e lo consegnassero al Bolongaro, gli ho detto che lo faccia tenere a te, e ti prego allora di dare in quella vece 20 franchi per conto mio. È un oriuoletto d’oro, fabbrica svizzera, se non m’inganno, di Vanchez.

La mattina che partimmo dalla tua villa, ce la passammo con un acquazzone; ma più tardi andando io da Stresa a Baveno, fummo sorpresi nel piccolo battello a otto rematori da tal colpo di vento, che non potemmo sbarcare che a 300, o 400 metri da Baveno, correndo rischio di bere dell’acqua oltre al bisogno. Al ritorno dovetti andare pedetentim, perché il vapore rifiutò toccare Baveno.

Siamo arrivati da mezz’ora a Vevey, ma ti scrivo subito perché non ti venga in capo di farci dire qualche messa di requiem prima del tempo.

Ti debbono aver mandato da Dunoni delle fotografie dei bimbi. Le potrai dare alla signora Vittoria, quando viene a Nizza.

Mille cose alla Bice da parte di mia moglie e mia, e per parte di Maffeo al suo compagno, e credimi sempre tuo

aff. mo D. Pantaleoni.

LXXV.

Caro Pantaleoni

Cannero, 9 ottobre 1863.

Mi scrivesti da Vevey, e mi dicesti tante belle cose, che t’avrei subito risposto un mille grazie, cos’è dovere.

Ma dove lo piglio? Dissi? Ora mi pare che dovrei pigliarti a Nizza, dove dovresti essere per aspettar gli uccelli di passo. Dunque ti mando un saluto a te ed alla comare tanto per parte mia, che per parte delle signore di qui; e non posso che augurarti l’inverno venturo. compagno dell’inverno passato, meno quella luna piena scottata che ti toccò a medicare inutilmente alla povera mamma inglese. Questo t’auguro che non ti accada più.

Noi stiamo qui a far la vita solita, e non ci muoveremo fino a dicembre. Penso di passare l’inverno al di là dell’Apennino, cioè Genova, Pisa, Firenze. A Nizza costa troppo, eppoi non posso vivere fuor d’Italia. Cosa curiosa, mentre mi arrabbio continuamente contro le dappocaggini, le invidie, le ignoranze, le pigrizie italiane! Sono nel caso di quelli che s’innamorano di qualche p.......: sanno benissimo quanto pesa, ei s’arrabbiano, ma non se ne possano staccare (1).

Quanto a politica m’ha divertito di vedere tra le dépêches russes di maggio e di settembre la stessa differenza di tinta, che c’è nelle foglie degli alberi. Quel, che è certo, è, che quei poveri polacchi a forza di premure sono stati serviti in regola. Era meglio non se ne fossero occupati per piantarli come fanno. Certo nessun popolo è stato mai tanto assassinato; ma altresì nessun popolo ha mai avuto più qualità brillanti e meno qualità solide dei Polacchi.

(1) L’amor patrio è reso qui in modo molto, troppo realista dall’Azeglio. (A. E.)

Prendiamo esempio da loro se è possibile, e del resto non tocca a me a pensarci, grazie ai pietosi numi.

Non mi ricordo il tuo indirizzo, e quando mi scrivi, mandamelo. — Tanti saluti all’Isabella, a Magnetto, e voglimi bene.

Tuo di cuore Massimo d'Azeglio.

101 P.)

Caro Azeglio,

12 ottobre 1863. Nizza, 1 place Massena.

Sono a Nizza da circa quindici dl per accomodare l’appartamento, che è ancora sossopra.

Ti compatisco, se preferisci esser in Italia, perché per me è stato uno de’ più duri sacrifizi il venire qui, esiliandomi per tal modo dal paese elle ho amato ed amo più di me, e pel quale lavorai tutta la vita mia. Ma, sic dus placuit, e non se ne parli più. Ti dirò però che per una semplice visita di qualche mese, Nizza val meglio che Pisa, che Genova e Firenze o quale altro paese della costiera. Quanto ai prezzi per uomo solo non fa gran differenza. Qui si ha per tutto una buona pensione con camera al sole per 10 franchi il dl. Pisa costa certo meno, ma ci è a morire di noia. Se però vuoi andar là, ci troverai Magnetto che oggi (se il tempo non lo ha spaventato), dovrà esser partito con la consorte e bottega per fissarsi colà.

Non ho mai creduto un’acca nel movimento polacco, né alla possibilità di un intervento, salvo che se quei poveri potessero resistere fino a maggio prossimo, e nol credo. Quanto alla diplomazia europea, essa ci fa una figura miserabile, e lasciami godere e godine pur tu, ché almeno noi italiani mostrammo senno in non mischiarsene.

Quanto ai Russi, se la diplomazia debb’essere duplicitcr come la parola diplos il direbbe, hanno mostrato possedere bene quel la scienza ed anco in ciò ho sempre stimato che in diplomazia essi valessero tutti i popoli, meno noi, che senz’essere duplici sappiamo almeno presentire e prevedere le duplicità.

Salvo però in Polonia, la nostra amministrazione estera è pitovable, e fortuna che ora non ha molta importanza per noi trattandosi di fortificarci specialmente all’interno. Ma anco U io sono più malcontento di te per la questione ecclesiastica, per il brigantaggio, per l'amministrazione napoletana e siciliana, per l’accentramento e pedanteria burocratica e mille altre cosette tali. La sola consolazione la trovo nell'istoria; ed è che tutti i popoli, che si trovarono in circostanze analoghe alle nostre, fecero mille volte peggio, eppure si salvarono.

In Francia le cose mi parvero bene incerte. A Parigi il partito del Governo è ben meschino, e l’opposizione parvemi cresciuta a cento tanti. Dappoiché Drouyn de Lhuys è al potere, e la politica è cambiata, l’Imperatore ha perduto immensamente. L’alleanza clericale nella quale mi si dice ch’egli creda, gli sarà fatale (1), perché io ho ragione di conoscere Roma e i preti meglio di lui, e ti so dire che a Roma lo adorano tanto, quanto possono fare gli Orleanisti od anche un po’ meno. E tu sai che pel vento che tira, Roma e la chiesa sono divenute tutt’uno. All’estero Napoleone non ha più un alleato salvo l’Italia, e con la politica di Drouyn, sai, se l’alleanza francese ha probabilità di guadagnare adepti. Guai se Napoleone morisse! Quanto a noi, è il solo amico che ora abbiamo in Francia; ma non meraviglierei che fra due anni noi divenissimo popolari. se attenderemo a tenerci tranquilli, ad armarci e far quattrini. È specialmente la crassa ignoranza delle cose nostre che ci rende odiosi a’ francesi, ed un po’ di invidia che col tempo passa.

(1) Qui il dott. Pantaleoni fu buon profeta. (A. E.)

Peccato che non adoperiamo si bene, come si potrebbe, questa tregua di Dio, che la Provvidenza ci manda, ora che l’Europa si occupa di tutto e di tutti fuor che di noi e delle cose nostre.

Ti mandarono mai da Milano le fotografie che Duroni mi dovea de’ miei bambini? Se no, scrivimelo subito, ond’io ne faccia ricerca, prima che madamigella Cima venga a Nizza, e che potria portarmele. Dimmi se sai quando ella o madama Bellotti vengono a Nizza.

Finora vi ha poca gente e non mi aspetto si buona stagione. ma sarò contento anco di una mediocre, basta che non sia pessima.

….............................................................................................

Mille cose da parte di Isabella per te, per la Bice, per la marchesa Ricci e per la contessa Laura. I miei bambini stanno bene, ed anch’io non posso lagnarmi. Ama

il tuo aff. mo D. Pantaleoni.

LXXVI.

Caro Pantaleoni,

Torino, 3 dicembre 1863.

È un secolo che non so nulla de’ fatti tuoi. I miei vanno discretamente, meno il freddo e la neve di questo maledetto clima. Ma sto facendo i fagotti ed appena finiti alcuni affari, me la colgo per Genova, Pisa e Firenze. Sono stato a Cannero fino al 28 novembre. Bice è stata l'ultima a tenermi compagnia, ma poi aveva i suoi affari che la chiamavano a Genova e dovette partire. I. suoi affari, poverina! non sono magnifici. È restata, si può dire, senza niente. Suo marito non ha fatto testamento ed a forza di cattive speculazioni, non ha lasciato se non 100,000 franchi di capitale.

Se ne lasciava a lei l'usufrutto, meno male, ma ab intestato si devono dividere in quattro. Figurati! Ora dunque cerco che facciamo vita insieme più che si può e cosi vis imita fortior.

Ha avuto già due proposizioni di matrimonio; ma non pare ci sia cosa combinabile; almeno per ora. Ad ogni modo l’anno vedovile non è scorso, e c’è anco un mese di buona mano, che finirà soltanto il 9 gennaio. Quindi non è ancor tempo di parlai d’Imene.

Avrai ricevute da un pezzo le fotografie che ti furono spedite per mezzo di........ Di quel tale oriolo non se n’è saputa più nuova. Quella povera....  mi pare che s’avvii male. La gamba buona le vien mancando e se diventa come l’altra, a ventisei anni su una sedia a ruote, è terribile! Fa passare la voglia di lagnarsi dei piccoli bobo che si hanno noi altri, dopo compiuti questi ventisei da un pezzetto.

L’Europa mi pare che non mostri gran talenti. E come un figlio di famiglia con cambiali in protesto, che gli offrissero di rinnovarle e non volesse! Un paio d’anni di respiro erano guadagnati col Congresso! Non basta: tutti noi canaglia che si paga denari e sangue, e si porta il peso delle guerre, si doveva accogliere l’idea d’abolirla o almeno sospenderla e farla a parole e non a cannonate. E invece la stampa quasi pare ne faccia fi! Proprio il mondo (forse pel troppo fumare reso stupefacente) è diventato troppo stupido.

Bacio le belle mani dell’Isabella e la tua un po’ meno bella, mi contento di stringerla di cuore.

M.

102 P.)

Caro Azeglio

Nizza, 1, Place Massena, 27 febbraio 1864.

A proposito di Galileo, veggo il tuo nome citato fra i presenti a Pisa e colgo il destro per prenderti a volo con questa mia prima che ti perda o a Firenze o altrove. Mi avevano detto che ti eri fermato verso Nervi e perciò non sapevo ove cercarti.

Me Revilliond de Selon con la figliuola e una sorella Mme de Selon sono venute a Pisa. Forse tu le conosci, ma scrivo loro ad ogni modo, che, se non ti fossero conte, possono presentarsi a mio nome. Sono parenti di Cavour, di Alfieri, e persone garbatissime. Gli è un po’ curiosa la cosa, ma per trovare la gentilezza de’ modi gli è d’uopo cercarla fra i repubblicani della Svizzera piuttosto che fra i gentiluomini di Francia o anco d’Italia. Se tu incontri sopratutto de’ gentiluomini napoletani, e specialmente dci liberali ci è talvolta ad arrossirne d’averli conosciuti. Ne abbiam parecchi qui, e ti assicuro che meglio farebbero a vivere nella Boemia di Parigi o Londra. Ma poiché li abbiamo italianizzati, bisognerà pur vedere se possiamo loro apprendere ad essere uomini. Sai che accettando o difendendo l’unità, non ho mai stimato Napoli e napoletani, che come la peste e la maledizione di Dio su noi, ma bisogna averli perché lasciati a sè stessi non ci guastino tutto, e meglio averli sotto di noi che in mano a Mazzini o a Garibaldi. È questo dilemma che decide il mio partito (1).

(1) Si dia la solita tara a questi sfoghi di un fratello italiano, dovuti certamente all'atavismo dei tempi, in cui Dante apostrofava la serva Italia:

Ed ora in te non stanno senza guerra

Li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode

Di quei che un muro ed una fossa serra.

D’Azeglio diceva con ragione che ogni italiano nasceva con un po’ di guerra civile nel sangue. Dalla ripugnanza di questi esempi e confessioni illustri, tutti i buoni Italiani dall’Alpi a Sicilia siano spinti ad amarsi e stimarsi meglio! (A. E.)

Ma che miserabile politica è quella d’Inghilterra!!! C’è ad arrossire per la codardia elle nostra insieme all’insolenza tradizionale. Gli è difficile scontentare tutti e di tutti gli opposti partiti in America e in Europa, come ha fatto il conte Russell. Mi pare che il nostro lord John valesse mille volte più dell’Earl of Russell. Quanto all'Inghilterra, credimilo, diviene una nazione di botteganti e merciaiuoli. L'Inghilterra è in decadenza e l'ultimo suo bell’atto temo sia stato la guerra di ribellione all’India.

Io passo a poco a poco all’alleanza di Francia in preferenza; e finisco poi sempre col non credere che all’alleanza di noi stessi e col Maledictus homo qui confidit in homine. La nazione francese politicamente val poco, ma almeno non terne la polvere ed il cannone. Quanto all'Allemagna, dalla Chiesa di San Paolo, fino adesso, non è che una gabbia di matti e di lunatici. Non so se noi vagliamo molto, ma mi succede in politica come in medicina. Quando parmi d’esser ben piccino in scienza non ho che fare un consulto o veder una cura fatta dalle prime celebrità di Europa, per riconfortarmi. Cosi m’avviene in politica, quando paragono l’Italia agli altri paesi. Parmi perfino talora, che siamo la sola stirpe ragionevole e sensata sulla terra. Io sono fuori d’Italia e della politica nostra, ma parmi chiaro che guadagniamo forza e ordinamento, e che i nostri nemici fanno tanto per rovinarsi, che il miglior partito è attendere tranquilli ch’essi ci diano destro di riprendere il nostro.

Ti scrissi quanto deserta fosse la stagione. Frattanto io ho poco a lagnarmi. Mi vengono costantemente famiglie da Cannes, da Mentone e talune si fissano qui per qualche tempo, solo per esser sotto le mie cure.

Per lettera poi sono obbligato a curarne talune a Roma. Ciò fa che in fin de’ conti spero escirne come per una sufficiente stagione a Roma.

Hai letto il Maudit? (1) Forse non t'interesserà tanto come a me; ma bada ch’esso segna una fase importantissima delle vicende della nostra Chiesa, ed io stimo che sia libro che porta alla Roma temporale un colpo fatale. Non è che per la riforma religiosa che possiamo entrare a Roma, e la Roma spirituale o la Chiesa cattolica non può più salvarsi che per la riforma. È ciò ch’io tentava a Roma, ed ho fede che sarei riuscito senza l’accecamento e il fanatismo dell’episcopato francese, che mi guastò tutto. È l'incavallarsi d’una questione a tante altre e con tante diverse nazioni che forma tutto l’inviluppo e l'arruffamento della politica italiana. Ma è molto vedere che in Francia si formi nel clero un partito per le idee nostre.

Noi non abbiamo ancora alcun piano ben fisso per la State. Deporremo certo i bambini a Macerata; e per un paio di mesi mia moglie ed io vagheremo in viaggio. Hai con te la Bice? Se si, salutala. Qui abbiamo la Vittoria Cima, la Bellotti e la povera Ivon di tua conoscenza, e che ha perduto la madre. Cavour parti per la morte del marchese.

Addio. Ricevi i saluti di mia moglie; scrivimi, ed ama

il tuo aff. mo D. Pantaleoni.

(1) Romanzo dell'Abbé*** comparso in quell’epoca. Emilio Zola lo tartassa nel primo articolo critico, che comincia la sérié dei Mes haines. Dice ira le altre cose: «Je signale à l’abbé un oubli grave: il a négligé Üe faire mettre, en tête du Maudit, un portrait photographique le montrant en soutane, le visage masqué, forçant un tabernacle. » (A. E.)

LXXVII.

Caro Pantaleoni,

Pisa, 30 marzo 1864.

Più di una volta sono venuto pensando a te nell’inverno, sentendo dire che i forastieri meno filosofi di San Bartolomeo s’erano decisi a non lasciarsi scorticare dai Nizzardi. Sono ben contento di sentir ora che, ciò non ostante, hai fatta una buona, se non ottima stagione. Io l’ho passata parte a Genova con Bice, parte qui dove il clima, la quiete e la fiaccona degli abitanti è proprio quel che ci vuole per chi è come son io dégoutè des biens de ce monde. Sono punto per punto d’accordo colla tua lettera, che i Napoletani sono non una forza, ma una debolezza. Soltanto dove dici: è meglio averli sotto noi, che con Mazzini; — osservo sospirando, che se fossero sotto pazienza; anzi gli avrei forse per un discreto podere; ma pur troppo con 150 deputati alla Camera, ingrossati dai birbaccioni d’altri paesi, che per affinità chimica stanno con loro, gli abbiamo sopra cosa molto meno utile e dilettevole. E tutto questo perché si è fatta l'Italia senza averla mai studiata né conosciuta. Del resto ora bisogna dire come il proverbio milanese: Rimedi de Ciravenna, chi l'ha dent sel tegna (1).

Il ministero inglese è un vero vituperio, e quasi quasi mi cala la nazione che lo tollera. Ma anch’io credo che essa ha fatto la voltata, ed è carrozza di ritorno. Soltanto ti ricorderò che Lord John disse al Parlamento:

(1) Si ripete per l’antinapolitanite acuta dell’Azeglio l'avvertenza già fatta per l’eruzione egualmente deplorata nel Pantaleoni. Sia, pur deplorando questi sfoghi, abbiam ritenuto obbligo di coscienza storica il conservarne la notizia, acciocché gli italiani conoscano ed apprendano ad estirpare le radici delle antipatie regionali, che ancora pullulavano fra i migliori della generazione precedente. (A. E.)

«L’Austria sa meglio dei liberali, ciò che convenga all'Italia» ed il conte Russell non ha ancor detto tanto; ma è sulla via. Per me l'ho sempre trovato corto. La base, come sempre in scultura e spesso in politica, ha sostenuto la statua. Anch’io sono come fui sempre dal 59 in qua per l’alleanza francese e sopratutto napoleonica. Chi ha fatto quanto lui per noi? Anch'io credo che, vista la tendenza de’ popoli tedeschi a rompersi le loro rispettive corna, senza che ci addossiamo noi questa fatica, è bene d’incoraggiarli a quest’utile scopo. Perciò guardar bene di muoversi, guardar bene di non far dimostrazioni, di non metterli in sospetto, che sarebbe la vera maniera di farli far pace sulle nostre spalle. Anch’io credo che la liberazione di Roma terra dietro alla riforma cattolica; ciò che vuol dire tempo e pazienza.

Bice è andata a Roma dalla Checchina, e, figurati, appena arrivata, il marito di questa, in un quarto d’ora di non so che male, è andato ad patres! Pensa che guazzabuglio! Se i tuoi viaggi ti portano verso le nostre acque, vieni a trovarci. Però fammelo saper prima, ché quest’anno ci sarà folla. Saluta Vittoria e le mie condoglianze alla Juva. Baciò le mani all'Isabella e voglimi bene.

M. A.

103 P.)

Mio caro Azeglio,

Macerata, 23 giugno 1864.

Sono passato per Torino la settimana scorsa venendo da Parigi, e sperava trovarti; ma tu avevi fatto già come le rondini ed avevi trasmigrato al nido di Cannero. Mi sono trattenuto poco, perché voleva riabbracciare l’Isabella e bambini; ma mi trattenni abbastanza per vedere cosa bolla in pignatta. Carne certo poca e poco buona. Gli affari interni tanto vanno e poi mi sono detto quello che tu dicesti in altri tempi al Parlamento quando ti si chiedeva: cosa hai fatto? Abbiamo vissuto.

Ebbene ciò solo basta a consolidarci nell’opinione d’Europa e consolidarci in saldo, perché o si voglia o no, le cose si accomodano da sè, da sè si assettano, gl'interessi si sviluppano, e quando questi sono impegnati in un sistema, quel sistema è sicuro di riuscire a bene. Una cosa però ho trovato che mi ha avvelenato l’anima, e mi ha fatto ringraziar Dio in ginocchioni d’esserne uscito fuori. Ho avuto un’inconcussa fede fin qui nella rigenerazione italiana, perché ho avuto un’inconcussa fede nella probità di tutti coloro che la capitanarono e la condussero. C’era ora proprio bisogno che venissero le meridionali (1) e tutti gli arzigogoli di credito che i Francesi intendono regalarci!! È indispensabile che l’opinione si mostri inesorabile, perché se non si preclude quella via, ci si precipiteranno tutti. Perdio! arrischiarsi e vender protezioni ad un tempo, stando nominalmente alla testa d’un’intrapresa senza fatica e senza rischio, è troppo comodo perché l’esempio non seduca.

Io però preferisco distillare a goccie il mio cervello a Nizza e mi felicito d’essere escito da quella galera conservando reputazione e onestà. Non rifiuto, se men cade destro, arricchire o guadagnare nell’industria, ma non sarò mai giudice e parte, deputato e intraprenditore ad un tempo.

Avrei mille cose a dirti sulla Francia, sul governo imperiale e sul nostro, ma sono cose che male si scrivono, ed io spero vederti.

(1) Si allude agli scandali delle ferrovie meridionali, per cui si fece un’inchiesta. (A. E.)

La comare teme il caldo, e ai primi di luglio la porterò per un cinque settimane in Svizzera o altro luogo fresco. È probabile che all’andare o al ritorno ti vediamo.

Vidi Rendu a Parigi. Povero diavolo! Aveva giusto perduto il fratello nel più bello d’una splendida carriera, ma  te ne avrà scritto. Egli e la moglie mi raccomandarono che ti salutassi.

A Torino ebbi tanto a fare che non potei cercare della Rina. La Laurina mi dissero che non ci era, e suppongo che sia a Cannero. Se si, salutala caramente anche per parte d’Isabella.

Che fa la Bice? Che fa Nicchio?... I miei bambini stanno benissimo. Anco l’Isabella sta bene. Per me sono ritornato ad essere quasi al tutto ciò che era prima del 1801, cioè prima che la spedizione napolitana, e le ansietà dell’esiglio e della mia posizione mi massacrassero la vita.

Addio, caro Azeglio. Ama

il tuo aff. mo D. Pantaleoni.

LXXVIII.

Caro Pantaleoni,

Cannero, 26 giugno  1864.

Da un pezzo non sapevo più nulla di te, ed avrei voluto scriverti; ma è bravo chi ti coglie, quando l’inverno è finito! Difatti non supponevo che fossi corso a Parigi. Spero che il tuo progetto di farci una visita non andrà in fumo, salvo motivi imprevisti; se no, penso di starmene qui senza muovermi. Oramai mi è passato il desiderio fisico e morale della locomozione, e sembrandomi di non aver bisogno dJEvian quest’anno, ne farò economia di borsa e di seccatura. come mi seccai l’anno scorso, clementi Numi! La società francese d’ora non si può proprio digerire, almeno quella che viene a que’ bagni. Qui invece ho libri, studio, occupazioni e compagnia simpatica. Perché mutare?

Sono del tuo parere sull’andamento del nostro interno.

I popoli come gl'individui hanno talvolta apparenze di forma o di salute, che coprono una degenerazione d’umori gravissimi. Gl’individui crepano, ed i popoli no per fortuna, onde ci vuol flemma e adattarsi a quello che non si può impedire, ed è la conseguenza di tutte le rivoluzioni e di tutti i gravi movimenti. Se ci paragoniamo all'Inghilterra, alla Francia, alla Spagna ci possiamo rallegrare; ché in verità ci siamo incanagliati molto meno. Questo meno però è anche troppo e credo che il dar addosso al birbonismo crescente sia il più gran servizio che si possa rendere all’Italia. La Cronaca Grigia di Milano e l’Aletoscopio di Torino ci si sbracciano, ma ci sono troppo interessati a nascondere ed assolvere, prova la Commissione d’inchiesta per il Susani ebreo. E l’Inghilterra che cosa farà? Se lascia strozzare la Danimarca, si mette da sè nel rango dell’invitta Repubblica di S. Marino. Può essere, ma la ruota è sul volgere all’occaso per essa.

Dunque, vieni, e scrivimi però prima per mia norma.

Baciò le bianche mani, e stringo le nere.

Tuo di cuore: M° Azeglio.

104 P.)

Caro Azeglio,

Macerata, 7 luglio 1861.

Il bisogno di locomozione in me viene in parte dalla necessità che sento di riposare la mente. Cominciò a risentirmi degli studi soverchi e delle angosce e incertezze durate in questi ultimi anni di vita; e vorrei potendo conservarla pel vantaggio de’ miei figliuoli, ma conservando fresca l’intelligenza che è il capitale mio principale.

Sabbato, ossia il 9 corrente partiremo. Contiamo essere lunedì a Milano, martedì sera ad Arona e mercoledì farti una visita; ma non ti mettere nel menomo imbarazzo per noi, se hai gente. O faremo colazione o pranzeremo da te; e dormiremo a Luino, se tu hai visite.

L’essenziale è il vederti per qualche ora e parlare delle cose che più c’interessano. Pur troppo gli ha parecchi anni che l'Inghilterra sta facendo la figura dell’Arcivescovo di Toledo, e noi siamo i Gil Blas: ma è inutile che dopo quell'esempio, lo diciamo troppo alto. Ma l'Inghilterra è già sul tramonto. Ha passato il tempo della massima estensione di sua possa ed attività, e come i vecchi signori o insignoriti non vuole più che conservare e dormir tranquilla. Quanto però al conte Russell, è un modello del Napoletano affaccendato e nulla facente della favola.

Ma di ciò parleremo a bizzeffe. L’Isabella sta benissimo. 1 figliuoli altrettanto. La stagione fin qui è stata si mite che abbandono la campagna più per piacere a mia moglie che per bisogno di cessarmi da un caldo che non esiste. Essa ti saluta particolarmente.

Scrivimi due righe ad Arona all'albergo (se non m’inganno) d'Italia, ossia quel primo vicino allo sbarco, ove sempre vado. Ama

il tuo aff. mo D. Pantaleoni.

105 P.)

Mio caro Azeglio,

Righi Culm, 23 luglio 1864.

Ti scrivo dall’alto e come Giove al di sopra delle nuvole, la sola vista che più in alto l’altro Giove abbia accordato a tutti que’ stolidi che da un mese sono montati qui. Ci par godere del bell’orizzonte. Bouché io sapessi a prova cosa valgano queste ascensioni, la ho fatta per compiacere l'Isabella, che non ne avea idea. Quanto alla gita della Furtlha e ghiacciai del Rodano era giù andata in fumo fino da Bellinzona. Avemmo però un tempo magnifico per passare il S. Gottardo, e certo quel viaggio mi è parso più bello assai che altra volta: e soddisfece moltissimo l’Isabella.

Di caldo non ne abbiamo avuto punto, e qui fa un freddo contro al quale non bastano i paletots e i plaids. Domani andremo a Interlacken per il Briinige, ma ora il Brünige si passa in posta o in vettura. Di là non abbiamo ancora ben deciso cosa fare, perché aspetto lettere d’Interlacken che ieri non mi erano ancora state mandate a Lucerna.

La tua ospitalità ci ha fatto passare una settimana deliziosa, e col forzarci a restare molto più oltre, che noi non contavamo di fare, ci hai salvato dalle pioggie, che fino al giorno del nostro passaggio dominarono senza sosta al Gottardo ed a Lucerna. Abbiamo visto molti laghi e colli da per tutto; nia per noi due il lago Maggiore è ancora superiore a tutti gli altri e la tua villetta la più deliziosa e la più bella pel gusto di chi la diresse.

Fin qui in Svizzera vi sono meno forestieri che in qualsiasi altr’anno, il che non promette per l’inverno future in Italia ed a Nizza.

Sono curioso di vedere come la finirà coll’affare dei ducati Tedesco-Allemanni. Data la prima ingiustizia, io non prevedo che una soluzione, ed è la formazione d’un regno scandinavo che possa bastare a difendere la sua indipendenza da quella canaglia di tedeschi, e dalla prepotenza della Russia. Parmi che sia la soluzione, alla quale mira Napoleone, e forse quella che conviene meglio a noi dal momento che poco o nulla possiamo contare sulla Prussia, e che abbiamo lasciato asinescamente quella rimettersi in buoni termini con l’Austria, e ci siamo alienati la Russia.

Ho veduto qualche capitalista qui, il quale tutto in compiacendo che noi abbiamo lasciato cadere le offerte francesi d’un credito fondiario, mi ha confessato che il deputato B....... ci faceva la seconda di cambio del S....... , B...... e Comp.

Spero che la lezione sia venuta a tempo. Quanto a riparare pel futuro io non ci vedo che un modo.

Considerare chiunque accetta tai posti in compagnie sovvenute dal Governo come impiegati, perciò soggetti alla rielezione: e l’opinione pubblica allora saprà mantenere il galantuomo che accettò un a funzione onesta e il Bagarino (come dicono a Roma) che specula sulla deputazione. Isabella mi raccomanda di dirti per lei mille cose, e altrettanto in sua e mia parte alla Bice. Saluta Stefanoni (1) e credimi

tutto tuo D. Pantaleoni.

LXXIX.

Caro Pantaleoni,

In questa lettera dell’Azeglio manca la data.

Questa dovette essere Cannero, agosto 1864.

Nella tua lettera del Righi ch’ebbi a suo tempo t’eri scordato d’indicarmi dove ti dovessi rispondere, e perciò non risposi. Ora Laurina mi scrive che eri passato a Torino. Suppongo dunque che a quest’ora sei di ritorno nella tua verginale villeggiatura, e che ti ci trovo con la mia lettera (2).

Spero che tutto sia andato bene nel viaggio e mi fa piacere a pensare che il mio desiderio di tenervi a Cannero è stato utile anche a voi, facendovi evitare le acque e i temporali.

(1) Stefanoni, ufficiale dell’esercito italiano, antico patriota, amico al Pantaleoni, era intimo di Federigo Sclopis. Accompagnò il principe Amedeo quando fu nominato re di Spagna. Di esso dice il marchese. Matteo Ricci in una nota agli Scritti Postumi di M. d’Azeglio: «Il marchese Carlo Stefanoni, patrizio romano dopo i casi politici del 1849 riparò in Ispagna, dove aveva degli stretti parenti, e là rimase fino al 1859. Ritornò allora difilato in Italia per prestare nuovamente i suoi servigi, come militare alla causa nazionale. Egli fu legato all’Azeglio di strettissima ed affettuosa amicizia; e lo assistette con indicibile amore nell'ultima sua infermità, fino a raccoglierne l'ultimo spirito. (A. E.)

(2) Allusione alla Chiesa delle Vergini che dà il nome alla villetta Pantaleoni nelle vicinanze di Macerata. (P.)

Dio volesse che ora riuscisse un altro desiderio che invece di cacciar le acque, me le tirassi addosso a me ed alle mie piante! Le tengo vive a forza di sudori, e se avete l’istesso asciutto senz’altr’acqua che quella del pozzo, State peggio di noi. Bice sta bene, e quella tal fratta che l’era nata in fronte le è andata via mediante il tuo farmaco (1).

Mio nipote m’ha mandata una macchinetta inventata ora pei raffreddori (V. aux pièces justificatives). Si svita il tubetto d’avorio, si mette la polvere data da una ricetta annessa, nel globo di cristallo: si rimette il tubo che poi si caccia in gola, e col soffietto di cautchouc premendolo si fa che dai buchetti laterali si applichi alle pareti della gola. Che ne dici?... il guaio è che al mettersi quel negozio in gola verrà fuori quel che ci è nello stomaco.

D'affari pubblici non so dirti nulla. «Luglio e agosto moglie mia non ti conosco, dice il proverbio coniugale; e c’è un proverbio analogo diplomatico, che per tacito consenso, considerata la politica come moglie si mette in pratica in tutta l’Europa. Si è parlato d’intelligenza fra Vichy e Torino (2)... Sara. Ma certi ambasciatori non mi ispirano gran fiducia. Certa gente non mi pare che abbia la fisionomia per entrare in certi affari grossi. Il male è che si pensa cosi troppo all'impossibile e si trascura quel che più premerebbe. Alla fine e se certe questioni tardassero 10 o 15 anni?... Star in erezione sempre chi ci riesce? Addio, sta sano, saluta l’Isabella e i fratelli e qui tutti ti mandano saluti.

Tuo aff. mo Massimo.

(1) Scherzo sopra un piccolo bobò sulla fronte che la gentile signora si esagerava. (P.)

(2) Erano i preliminari della convenzione che fu stipulata il 15 settembre. (P.)

LXXX.

Caro Pantaleoni,

Cannero, 2 novembre 1864.

Ebbi la tua lettera da Torino, ove certo non rimanevi un pezzo, onde ero incerto sul luogo dove scriverti. Ora sicuramente sei a Nizza, dove vorrei quasi augurarti per befana qualche dolor di corpo d’una maestà qualunque... È vero che quei signori si portano con loro l’uomo di fiducia, onde non dover dire tutto al primo venuto.

Fra qualche giorno anderò a Torino per dare il mio voto al Senato (1). Su un caso simile mi par dovere. Del resto poi Dio la mandi buona all'Italia! Se con questo trattato si smettessero le illusioni e le fantasmagorie e si potesse pensare sul serio a metter la casa in ordine, e su un piede da vivere senz’altri debiti e pagare i vecchi, bene quidem. Se poi seguita la solita baldoria, allora finiremo, come finiscono tutti quelli, che invece de’ loro affari passano il tempo a far ragazzate.

Intanto Minghetti lasciò 700,000 franchi in cassa e per la seconda volta un ministro piemontese porta dei suoi denari di casa e li versa al tesoro. Sella ha dovuto far cosi per non far punto. Poi fondi a 65, democrazia enorme, amministrazione nulla, tasse mal distribuite e malcontento profondo. Ecco l’inventario dell’eredità. — Sora Emilia! (2).

Altro che Roma e Venezia! Basta: né tu né io né molti altri insieme si può oramai trovar rimedi a tutte le sciocchezze, dappocaggini, e birberie che ci condussero dove siamo.

(1) Invece di dare soltanto il suo voto, l’Azeglio preparò sull’argomento del trasloco della capitale a Firenze un nobilissimo e saporitissimo discorso, che venne letto in Senato il 3 dicembre 1864. (A. E.)

(2) Allude scherzando all’illustre donna Emilia Peruzzi, perché l’egregio nostro Ubaldino Peruzzi era il ministro dell'interno. (P.)

Que dieu fasse aux bons miséricorde! Amen.

Oggi è partita di qui Rina con Matteo e le bimbe tutti assai bene e rimango con Bice e Laurina. —Sai?... (1). Bacio le inani alla comare e voglimi bene.

Massimo d'Azeglio.

106 P.)

Mio caro Azeglio,

Macerata, 24 agosto 1361.

Avrai avuto una lettera mia proprio al momento che io ebbi la tua. Quando ti scrissi avevamo avuto pioggie dirotte e quasi continue. Ora abbiamo un vento caldissimo da tre di, ma appena cessa il vento farà temporale, per il che nell'insieme non è andata male. In questi giorni poi di caldo la macchina a ghiacciò è proprio una risorsa. La monto, ci faccio gelato per le 12 e ½ circa, e poi ci metto acqua che mi si ghiaccia in gran parte e mi dà gelo per tutti in tavola ed acqua nevata per bere.

Veggo che tuo nipote ti porta un metodo un po’ antico, benché la macchinetta possa essere anco nuova, ma il metodo non è applicabile al caso tuo. Sta a sapere che ne’ casi molto cronici di attacco alle mucose gli astringenti gioano a ridar tono alle membrane rilasciate; e cosi avviene delle corde vocali. Da ciò mi venne in capo da venti anni forse di servirmi d’inalazioni astringenti aromatiche; es. ne’ catarri cronici pituitosi. L’idea non era nuova, perché Crihcton, un medico inglese, che l'imperatore Alessandro di Russia si era portato a Pietroburgo, mandava que' malati a spirare i vapori di catrame al calafatoio delle navi.

I vapori penetrano certo con l’aria a fondo il polmone. Invece in Francia sono venuti fuori con la polverizzasione dell’acqua e altri liquidi.

(1) Qui la lettera entra in particolari si intimi, benché i più ordinari di famiglia, che sarebbe abuso il pubblicare. (T.)

Giovano per il laringe, ma io non credo che vadano più in là. Allo stesso modo si applicano le polveri astringenti ed anco la pietra infernale; ma la più parte resta in gola cioè ne’ pilastri gutturali, tonsilla, laringe, ecc.

Per farle penetrare un po’ nel laringe, io faccio ritenere il fiato tenendo il tubo in gola pronto, e quando con un calciò il paziente ti dice che non ne può più, tu insuffli la polvere ed egli l’aspira. Io la soffiava con la bocca: naturalmente con la vescica di gomma elastica la cosa è più comoda. Vedi dunque che una tale insufflazione non vale che pel rammollimento cronico delle corde vocali e mucose laringee; ma io preferisco anco allora i vapori, perché l’uso ne è molto più comodo. Mi servo di quel metodo solo per insufflare il nitrato d’argento o polveri non riducibili a vapori.

La mancata elezione del B...... mi ha fatto piacere grande.

È bene che si vegga che non solo la Camera, ma il Paese ha in abominio i guadagni sleali. È una buona lezione per l’avvenire. Viaggiando, appresi da un francese che aveva parte nel credito fondiario, ch’esso fu ricusato alla Camera, perché tutti sapevano che il........., deputato, ne traeva profitto grandissimo, ed era vero.

L’amministrazione attuale ha rigenerato qui malcontento gravissimo. Si sta certo peggio, che al tempo de’ preti. Si dipende nell’amministrativo per ogni cosa da Torino; e per tutto, sopratutto se trattasi di pagare, non si risponde mai, o ti obbligano a spese che ti mangiano il doppio dell’avere. La cassa ecclesiastica è l’istituzione la più ladra che io conosca. Abolita dalla Camera, sussiste sempre insieme al Demanio, e così si ha tre volte più d’impiegati che al tempo de’ preti: per gli affari ci vuole almeno il doppio del tempo. Povere provincie!! Della libertà finora non ebbero che i danni. Saluta la Bice e C. la Canneresca. Abbiamo in questo momento lettere della Laurina da Torino; ma pare poco proclive a mantenerci la promessa di una visita. Isabella ti saluta ed io son sempre

il tuo aff. mo D. Pantaleoni.

107 P.)

Mio caro Azeglio,

ottobre 1864.

Ti scrivo dalla Mecca. Ci venni da due giorni, solo, per andarmene a Nizza. Ci venni col cuore afflittissimo e ne parto più contento. Forse le nostre idee non sono all’unisono sopra una questione, quella di Roma. Ad ogni modo tu devi esser contento della Convenzione, perché infine realizza in tutto e per tutto le tue idee, benché a mio avviso provvisoriamente solo. Il Papa è lasciato alle sue risorse. È la sola cosa ragionevole che potesse farsi; ed il suo compito è chiaro. 0 accomodarsi con noi, o contentare le popolazioni a modo che non vogliano di noi, o schiacciarle con la forza. Non mi par possibile che gli riesca a bene l'ultimo partito; quello probabilmente adotteranno i buttafuoco della prelatura romana e del legittimismo clericale. Non mi pare che il secondo, che tu forse preferiresti, possa verificarsi; ed io che lavorai e lavorerò ora più che mai pel primo, ho poca fede di riuscire. Ebbene allora succederà la rivoluzione, e la rivoluzione non può che gettar Roma in mano all'Italia, e va tu allora ad impedire che questa non la proclami capitale, quando perfino la Mecca si mette in sommossa col pretesto che si voglia rinunziare a farlo! Il sentimento universale in Italia è si pronunziato in favore della Convenzione, che non può ritardarsene la proposizione al parlamento. Tu sai che quella non comincia ad aver forza che dal di della pubblicazione del decreto del trasporto della capitale, e si danno sei mesi ad eseguire il trasporto. Se l’articolo si fosse ben conosciuto, se avessero dato tempo a calmare la sinistra inevitabile impressione che doveva produrre a Torino, si sarebbe evitato l’irritazione grande e I’infausto spargimento di sangue.

Credo che il nuovo Ministero parta dalla base dell’adozione della Convenzione.

Ma ci hanno ben altre piaghe per il nostro Paese. La amministrazione, quale è stata basata in Italia, è impossibile. Abbiamo licenza politica (pazienza!) e tirannide amministrativa. È il Governo che ti nomina perfino gli uscieri: è esso che ti regola perfino le lezioni de’ professori: è dalla capitale che tutto debbe farsi e tutto venire. Con quel fatale sistema otto o nove uomini debbono fare gli affari di 21,700,000 italiani, e Dio sa come li fanno, quando li fanno, il che poche volte avviene, estinguendosi prima gli affari che la risoluzione si faccia al centro. Eppoi per condurre un tale ideale di dispotismo napoleonico, ci vogliono tanti impiegati, tanti sovraimpievati e controlli e peggio, che il paese ne resta oberato dalle spese. Insomma senza una riforma radicale dell'amministrazione non si rifà la finanza, e senza questa né si fa guerra all’estero, né si vive all'interno. Ho studiato il sistema nel silenzio della campagna; ma dove è l’uomo o dove sono gli uomini per condurre una tale riforma? L’Isabella mi raggiungerà in una quindicina di giorni. Non so che stagione avremo a Nizza, ma ti confesso che mi cominciò ad annoiare dopo 23 anni di pratica di dover guardare come un cacciatore di paretaio al passaggio degli uccelli. Vidi la Rina, e mi parve molto sofferente. Mille cose alla Bice, alla Laurina, ed ama sempre

il tuo aff.mo D. Pantaleoni.

108 P.)

Mio caro Azeglio,

Nizza, l, Place Massena, 17 maggio 1865.

Dove sei adesso?... D’uomo della tua fama non accadrebbe chiederlo in Italia o a Parigi. Ma a Nizza... Se il chiedessi di Dio, ti risponderebbero come nel famoso epigramma dell’Aretino: «Scusandosi col dir, non lo conosco». come mio fratello Disina, che è venuto a trovarmi, torna in Italia, a suo mezzo ti perverrà. questa mia per dirti che noi tra pochi dl lasciamo Nizza per Parigi, per Londra e poi Irlanda. A Parigi il mio indirizzo è: 7, rue de la Paix; e a Londra: Queens Garden Hyde Park. Vado con mia moglie per vedere alcuni suoi parenti malati e visitare meglio la scuola medica e farci utili conoscenze anco per la professione. Dopo tornerò in Italia, credo per la Baviera e per lo Stelvio. Avrei voluto tornare a Vienna e Venezia, ma quell’imperiale governo, che Thiers chiama modello di liberalismo, mi ha ancora nella lista degli esclusi e mi ha fatto sapere di fare una petizione!.... Pensa, se io voglio darmi quest’imbarazzo e darlo all’I. R. Cancelleria! Saremo a Macerata all’agosto. Perché la Laurina non viene a prendere i bagni al Porto di Civitanova, e tu non vieni a passare un mese con noi a Macerata? Ti abbiamo fatto tante visite, che tu ce ne devi una almeno in restituzione.

Delle cose nostre tu puoi meglio di me giudicare. Non siamo d’accordo nella questione di Roma; però è agevole esser d’accordo su di un punto, ed è che quella questione romana è tuttavia difficile e complicatissima. Godemi l’animo di non essermi in nulla ingannato sul Papa e sulla Curia. Lo scrissi mille volte a Cavour. Lasciate crescere e ingrossare la questione de’ vescovi e avrete il Papa ai vostri piedi.

Io stimo il potere temporale si impossibile, che se ispirar sapessi pazienza ai nostri, vorrei condannare il Papa a tenerselo; e sta sicuro che dopo qualche tempo, troverebbe tali le difficoltà, si certa la rovina, che avrebbe a pregarci di levarglielo di dosso. Ma al punto a che siamo, il Papa è lontano ancora da questa convinzione, e perciò si avrà una faticosa opera a mano, se la non si lavora con destrezza. In ogni modo poi, se la questione si ha a risolvere per rivoluzione a Roma, Dio sa quai forza d’uomo potrh condurla e regolarla che non trascenda. Ci vorrebbe alla testa un uomo della tua popolarità; ma dove trovarlo? Quanto a riuscire con trattative, ora lo stimo impossibile, ma si potrebbe mirabilmente preparare il terreno. Oh! perché non posso restare in due luoghi ad un tempo? Vedendo quali sono i punti deboli della Curia e adoprandosi a fare altre traccie sulla macchina romana, si è sicuri che allo scoppio, sono quei punti e quelle traccie che creperanno. Intanto certo le cose non si presentano color di rosa.

Come sta la Bice, come la Rina? E tu che fai? Salutami le tue signore: ricevi i complimenti di mia moglie, i rispetti di Raoul, il tuo figlioccio (che è un vero diavolo) ed ama sempre

il tuo aff. mo D. Pantaleoni.

LXXXI.

Caro Pantaleoni,

Cannero, 27 maggio 1865.

Avevo fatto i conti che a quest’ora la saison di Nizza doveva esser finita, e per sapere tue nuove, supponendoti alle Vergini, volevo scriverti a Macerata. Era proprio il buon sito per trovarti! Ti scrivo dunque a Parigi; ma siccome ricevo la tua a 10 giorni di data Dio sa se ci sarai ancora. Alla peggio suppongo che te la manderanno dove sei.

Non mi dici nulla dell'inverno tuo: suppongo dunque bene. Il mio lo ho passato a Pisa con una vera epidemia di grippe, della quale ebbi la mia parte. Ora son qui con Laurina fino alla fine del mese; poi mi hanno ordinato da bere l’acqua della Perla alcalina nel Volterrano, e ci anderò per un paio di settimane, quindi Cannero fino a S. Entàrina. E vero che ti dovrei una visita, ma oramai. caro mio, i déplacements mi pesano molto: cosa della quale non ti tarai probabilmente idea chiara; ma bisogna che osservi che io a 25 anni non aveva le diable au corpjs, come hai tu ancora ad un’età che non so precisare, ma che è però lontana dai 25.

Dovresti far come Maometto colla montagna; ed allora l’incontro sarebbe più probabile.

Quanto a politica, io, a dirtela, cominciò ad averne piene le tasche, per non dir altro. Lo stare a discutere cogli egoismi, le vanità, le ambizioni mascherate da italianismo, e sopratutto colla profonda ignoranza di quella massa di mediocrità che tiene le carte in mano, è veramente lo stesso che dar des coups d’épée dans l'eau.

Del resto ho fatto bene o male quel che poteva in passato. Ai giovani ora! Ho però scritto poche pagine sulle elezioni. Forse le stamperò (1).

(1) Fu l’ultimo scritto politico dell’Azeglio, la Lettera agli Elettori, datata da Cannero, 4 giugno 1865, e pubblicata dal Barbera a Firenze. In essa raccomandava sodezza di buon senso; e perciò consigliava pure l’elezione di proprietarii di campagna. «Il sistema rappresentativo. egli scriveva. se non è. un inganno, deve rappresentare effettivamente. La Camera deve riprodurre in proporzioni ridotte la statistica vera delle classi, delle opinioni, degli interessi, delle forze dell’intero paese. I proprietarii, e coloro che ne dipendono, non rappresentano eglino la principal forza dello Stato? Non sono forse i più interessati alla sua prosperità, al suo ordine, alla sua libertà ed indipendenza? Tale lettera ebbe pure l’onore di essere sberteggiata dalla gesuitica Civiltà Cattolica, che aveva avuto fra i collaboratori il padre Luigi Tapparelli d’Azeglio (il fratello Prospero). L’articolo della Civiltà Cattolica. inscritto nel quaderno del 21 settembre 1865 si intitolava Parole utili sulle inutili del signor d'Azeglio. (A. E.)

Ma figurati se mi posso immaginare che ciò serva a qualche cosa! Tanto più avendo l’onore d’esser impopolare (e tu che credi l’opposto) ed essendo venuto in tasca al pubblico les brochures. Saluta la comare, Raoul, e voglimi bene.

M° d’Azeglio.

LXXXII.

Carissima signora Isabella,

Cannero, 12 agosto 1865.

Stavo per scrivere a Diomede a Macerata come in luogo più sicuro, ed ecco invece che siete venuti al Lago. Meglio cosi. Io sono a Cannero con Stefanoni. Bice è assente per una quindicina di giorni. Spero tuttavia mi verrete a trovare con Diomede; ed è inutile vi ripeta, quanto la vostra visita mi farebbe piacere.

Diomede mi scrisse che desiderava prendere una villa in affitto. Pur troppo qui vicino non ce ne sono: forse a Intra ci sarà; certamente poi a Belgirate, dove andavano molti forestieri, e dove sono molti quartieri vuoti. C’è poi una relazione da fare molto piacevole, quella d’una mia amica, la contessa Mestiatis, di grande risorsa per il suo spirito e la sua gentilezza nel ricevere. Tutto ciò per regola di Diomede e vostra.

Di cuore M° d’Azeglio.

LXXXIII.

Caro Pantaleoni,

Cannero, 28 agosto 1865.

Mi pare aneo a me, che, albergo per albergo, tanto valeva stare a Stresa dove avevi bel paese e conoscenze. Ora credo avrai la visita di M..... che ti vuol consultare, e mi ha scritto per sapere dov’eri. Ma, come sai, sofferto d'asma.

Ora ebbe un colpo. I medici glielo definiscono nervoso. A vederlo mi pare come gli altri colpi più o meno. Io quasi temerei che non abbia abbastanza frenato le sue tendenze femminili. Mi pare difficile che gli possi far molto; ma un medico di cuore, come sei, può sempre dare il gran rimedio del confortare.

Non sentii la tua chiamata a Novara, e si che ho orecchie fine. Ti ringrazio della cortesia che mi dici sul mio opuscolo. Sono idee semplici come acqua di fonte; ma in Italia bisogna riprender l'abbiccì. Certo che l’inscienza e il disordine sono al colmo e a vedere che uomini hanno condotto il Paese per cinque anni, c’è da ringraziar Dio che non sia andata peggio. Se l’elezioni rispondono male, buona notte ai sonatori.

M° d’Azeglio.

109 P.)

Mio caro Azeglio,

San Dalmazzo di Tenda (allo Stabilimento), 24 agosto 1865.

C’incontrammo a Novara, noi chiusi in un vagone per Torino e tu montando in un altro per Arona. Ti chiamammo: ma come sentirci a distanza? Stava leggendo proprio allora quella parte del tuo libretto: Agli Elettori, che l'Opinione ha pubblicato. Tu sai, se io valga poco a far la corte a chicchessia; e tu devi aver visto che non ho saputo mai occultarti, quando differimmo d’avviso, come nella questione romana. Posso dunque dirti ora senza riserva, che io partecipo tutte tutte le idee che hai emesso in quel libro; e cosi tutti le valutassero come meritano!! È uno degli errori i più funesti all'Italia quell’intempestivo sciupio di forze e di danaro per tenere in piedi un esercito superiore alle nostre risorse, e che, come tu osservi benissimo, non può adoprarsi che quando il destro ne verrà, ed allora non avremo né danari né modo da mantenerlo.

E intanto il Paese si rivolta contro i pesi enormi delle tasse, e all'enormezza di quelle si aggiunge l’enormezza de’ modi e la durezza dell’esecuzione delle misure finanziarie. Se tu hai potere sul Sella, faglielo sentire. La ladreria (non posso impiegare altra espressione) del fiscalismo governativo è tale da noi, da far rimpiangere (orrendo a dire) il mal governo dei preti.

Con la più triste delle economie il fisco rifiuta di pagare i debiti i più sacri e esige in antecedenza i crediti i più dubbi, e ancora, se tutto ciò andasse pel bene del Paese! Ma quando si vede, dopo due anni che si è detta soppressa, la Cassa ecclesiastica mantenere centinaia di mangiapane, i quali per farsi valere col Governo, tormentano i cittadini con ingiuste pretese; quando si vede 40 impiegati alla Prefettura d’Alessandria, ove 10 o 15 (è il capo che mel diceva) avanzerebbero; quando si vede tale prodigalità, di Tribunali, che mio cognato sottopresidente o secondo presidente a Bologna, mi dice che quando il De Foresta tornerà, egli pensa d’andar giornalmente a Modena per far qualche cosa, nulla avendo più che fare al Tribunale; quando si vede... ma non la finirei mai con il notare i disordini... tu comprenderai troppo bene, come il Paese s’inferocisca contro l'Amministrazione, che sventuratamente chiama piemontese. E tu hai ragione. A riparare a tali mali un buon ricco contadino, ricco di senso comune val meglio che tutti i pubblicisti e sopratutto che tutti i giornalisti spiantati, che puoi star sicuro che latreranno in conseguenza contro il tuo aureo opuscolo. Tu hai la grande ventura d’avere una grande ed intemerata riputazione, e perciò puoi dire, e sei inteso. Io ho voluto mille volte in privato (chi mi avrebbe ascoltato in pubblico?) far valere le stesse idee, ma niuno mi dette ascolto.

Mi giova sperare che almeno ascolteranno te; ed in una cosa stimo che il faranno: ed è in escluder tutti coloro dal Parlamento, che speculano per lor conto sugli affari del Paese; non perché io abbia si ferma fede nella virtù di molti, ma perché credo alla invidia, il più potente motore in Italia che mal comporta la ricchezza altrui. E non sarà la prima volta che dal male viene un bene.

Mi sto qui a San Dalmazzo a fare il frate: ché nulla di meglio vi ha a fare; e meglio avremmo fatto a starcene a Stresa, ma ciò che donna vuole, niuno può impedire.

Salutaci tanto la Laurina, che molto ci dolse il non vedere, e la Bice, seppure è ritornata dalla sua montana escursione.

Del colera abbiamo buone nuove per le Marche e Romagna; ma se si getta forte nel napolitano non si sniderà per poco.

Addio, ama il tuo

aff. mo D. Pantaleoni.

        

 APPENDICE

DIOMEDE PANTALEONI AD ADOLFO THIERS.

Cher Monsieur Thiers,

Je suis arrivé il y a deux jours à Gênes, et quel a été mou plaisir en ouvrant le journal d’y trouver une dépêche télégraphique qui annonçait le décret de votre entrée en France! Je m’en suis vraiment rejoui et pour vous et pour les dames qui me semblaient le désirer beaucoup.

Ce n’est pas qu’en Italie vous n’eussiez besoin de cela pour être bien apprécié. Loin de cela la qualité de martyr et l’exile ajoutait un rayon à l’auréole de gloire qui entoura votre nom. Mais franchement je ne pense pas qu’en France on v gagne beaucoup. À Paris on oublie assez vite tous ceux qui ne sont pas sur la scène, et dans tous cas quand on possède les talents que vous avez, il faut être directement ou indirectement aux affaires, et quel qui soit le nom du gouvernement que la France aura, plus tòt ou plus tard vous v aurez toujours cette grande influence que les véritables talents et les véritables capacités ont exercé et exercent toujours dans les choses humaines. Eh! bien vous voyez que l’huile de Provence non seulement vous suffit, mais vous en aurait de trop, et que j’ai deviné juste!

Et à propos permettez moi de passer à nos affaires du Piémont. Je suis ici logé chez D’Azeglio, et j’ai longuement parlé de vous, de l’intérêt sincer que vous preniez à notre sort, au sort de son gouvernement, de la complication Cavour, et des intéressantes conversations que j’ai eu avec vous là-dessus.

Il apprécie, on ne peut pas plus, la justesse et la valeur de vos conseils. Il a le plus grand respect sur les talents de M. Cavour. Il le regarde même comme ou son prochain collègue, ou comme son successeur immédiat pourvu qu’il ne veuille pas se perdre luimême, comme vous lui disiez très bien, dans une stàrile opposition, également nuisible et à sa réputation et à son pavs. Il v tient tellement à le préserver d'une telle chute qu’il est prêt à lui faire tous les offres, tous les avances qui soient possibles avec le service du Roi et du pays; et loin de lui en vouloir, lui avant été hier rapporté que M. de Cavour avait je ne sais pas quel rendez-vous h Paris avec MM. Martini et Rattazzi, que l’on aurait pu représenter comme peu avantageux à sa politique, il me priait de vous en prévenir pour l’empêcher de faire une chose qui aurait pu lui nuire en Piémont.

Cependant dans ce moment-ci M. D’Azeglio pense justement comme moi, que le temps n’est pas encore venu pour faire rentrer M. de Cavour au Ministère, et que si cela avait lieu serait désavantageux pour M. de Cavour même.

Permettez-moi, cher M. Thiers, d’entrer ci-dessus dans des longs détails; mais comme je diffère de votre avis à ce sujet, je sens le besoin de justifier mon opinion, et les raisons qui me poussent à ne pas déférer pour le moment aux conseils d’un homme d’état, pour lequel je professe un si profond respect.

M. D’Azeglio fait de la politique en Piémont, il la fait dans le 1852, il lui faut la faire en accord avec le caractère des Italiens et l’esprit du temps. En France si vous rencontrez un obstacle, vous v marchez tout droit, vous emportez la position, ou vous vous v perdez. En Italie la première idée c’est si avant de l’attaquer on ne pourrait pas la tourner, ou la faire tomber de soi même.

Dans le juin quand vous conservateurs en France étiez prêts, vous avez excité vos ennemis à descendre dans la rue, et vous les y avez battus et écrasés. Or bien ici en Italie nous nous serions pris tout autrement. Nous aurions cherché à les désarmer par de la patience, par de l’esprit de conciliation, par la douceur, et nous aurions au moins détaché les plus généreux, les plus honnêtes gens de l’autre parti; et ce n’est qu’au dernier effort que l’on les auraient combattu par la force. Voilà bien toute la politique de M. D’Azeglio, voilà tout le secret de sa force. Étant en minorité contre un parti de libéraux exaltés, au lieu de les battre par la force, il les a désarmés par la conciliation, et il a fini par avoir une énorme majorité; majorité fondée sur la raison et une discussion calme et par cela justement forte et durable.

Maintenant l’opposition, la violence, la passion n’est pas à gauche. Elle est à droite. M. D’Azeglio (et je partage entièrement son avis) pense tout en marchant droit à son chemin, de l’adoucir, de la désarmer, autant que possible de la faire revenir à des sentiments de calme et de raison. Or malheureusement M. de Cavour a eu le tort de se placer tout droit, tout raide comme l’ennemi de ce parti. M. de Cavour n’avait pas les antécédents favorables de M. D’Azeglio, vis-à-vis les libéraux. Il lui a fallu flatter un peu la gauche, se faire entourer par des gens, dont le pavs ne veut pas encore, puisque est encore trop récente la mémoire de la défaite de Novare, et trop vive et saignante la plaie que cette bataille fit au pays. M. de Cavour à tort ou à raison il est devenu la bête noire du parti clérical, qui par sa violence, par son aveuglement pousse le pays à la passion tout à l’avantage des partis extrêmes. Or bien quelles seraient les suites de la rentrée de M. de Cavour au pouvoir dans ce moment-ci?

Un revirement ou redoublement de passion et de violence du còtè du parti clérical, et une réaction de l’autre parti non moins violente, et c'est probablement sous cette terrible et fatale impression que les nouvelles élections se feraient.

C’est clair que dès lors il ne resterait plus de place pour les modérés, pour les gens raisonnables qui seraient désarçonnés par les partis extrêmes, donnant tout ensemble une fausse représentant au pays, puisqu’elle serait non pas le résultat de son calme jugement, mais le fruit d’une passion momentanée et de la colère. Ce serait la ruine du parti modéré, le seul qui puisse sauver le pays et la constitution: ce serait défaire tout l’ouvrage de sapience de ces derniers trois ans.

Voilà, mon cher M. Thiers, ce que vous auriez appelé la vraie vérité et pas d’autre. L’influence étrangère n’y entre pour rien, et si demain M. D’Azeglio trouvait M. de Cavour possible et utile au Piémont, demain même il se prendrait ou lui céderait le pouvoir.

Vous me direz que M. D’Azeglio a réussi à désarmer les libéraux trop avancés, fougueux, généreux, mais qu’il échouera auprès des gens hypocrites, d’ailleurs excités par la cour de Rome, qui a de tout autre but dans son opposition. C’est vrai et c’est aussi ma pensée et, je crois, l’idée de M. D’Azeglio. Et c’est justement pour cela que dans sa politique, il veut plutôt se tenir vers le centre gauche, et qu’il donne la main à M. de Cavour et à ceux qui se sont constitués ses nouveaux alliés. Mais au même temps c’est vrai aussi que sa modération, son calme, sa patience radoucit l’opposition de la droite au lieu de l’aigrir, et en ramène les plus raisonnables. En tout cas il ne laisse à la droite que de pousser aux extrêmes, où elle rencontre, comme cela lui arrive déjà, la désapprobation de toute l’Europe, et le mépris du pays.

Dès lors les élections tourneront un peu plus contre le parti clérical, mais n’iront pas jusqu’aux boutefeu qui voudraient la confiscation des biens de l’Eglise, rompre toutàfait avec Rome, etc. , etc.

Vous ne devez pas oublier, cher M. Thiers, ce que vous me disiez avec tant de sagesse le dernier jour, et qui entre toutàfait dans les vues de M. D’Azeglio, vous me disiez de recommander il Mastai de raccomoder Rome avec le Piémont, et de se mettre entre ce pays et Naples pour les accorder ensemble.

Or à Rome on s’est formé de M. de Cavour une idée très exagérée, et si M. de Cavour comprend ses véritables intérêts, il faut que dans la nouvelle session, tout en appuyant le Ministère, fasse valoir avec son éloquence des principes de modération et de conciliation, qui le fassent bien venir de ce parti lui aussi, ou au moins de ce peu des gens raisonnables qu’il contient encore. Je voudrais m’expliquer bien pour ne pas donner lieu à des malentendus. En Piémont il ne faut pas trop se confier à la presse pour juger de l’opinion publique. Elle est dans la plus grande partie dans les mains des émigrés, et c’est plutôt la cléricale qui est faite par des piémontais. Le pavs lit peu, et écrit encore moins, mais il aime son Roi, est accoutumé à son aristocratie et à sa noblesse, désire le repos et déteste la canaille et les intriguants. Je vous ai parlé plus haut de MM. Rattazzi et Martini. Or bien ce dernier ne jouit d’aucune réputation dans le pays, et justement tout ce qui aurait l’air d’une liaison avec lui fait du tort à M. de Cavour.

De l’autre on se rappelle toujours le fameux Ministère démocratique, et quoique la presse en dise un ministère ne peut pas se faire patroner par lui.

C’est justement pour cela que M. Cavour devrait éviter toute espèce de rendez-vous avec eux à Paris.

Mon idée à moi c’est que d’autant que j’ai pu apprendre, M. D’Azeglio est prêt à prendre dans toute circonstance grave l’avis de M. Cavour, et aussitôt qu’il sera possible avec les idées du pays, les faire rentrer au Ministère,

s’il veut bien sincèrement se rallier aux idées du gouvernement et briser avec des alliances un peu trop dangereuses et dont le pays ne veut nullement au moins pour à présent. Si M. de Cavour trouve que cela ne lui convient pas, au lieu de faire une opposition stérile ou qui le porterait au pouvoir avec un parti démocratique qui se déférait bientôt de lui, et peut-être avec la ruine de la constitution et du pays, il devrait accepter l’offre d’une Légation a Paris, ce qui le préparerait au poste qu’il ambitionne de ministre des affaires étrangères et Président du Conseil. J’ai voulu ici considérer tous les cas possibles, mais, croyez moi, mon cher M. Thiers, j’ai beaucoup étudié ce pavs, et la plus grande partie du Piémont ne veut pas trop de M. de Cavour, et un ministère qui eût son nom et sans D’Azeglio à présent est impossible. Le Roi en voudrait encore moins, et vous savez qu’en Piémont le Roi est encore le véritable maître s’il voulait l’être.

Le véritable intérêt de M. de Cavour c’est donc de se rallier avec Azeglio, et je ne vois pas pourquoi il ne le ferait. Je suis sûr que D’Azeglio se concerterait avec lui sur toutes les mesures importantes, et lui soutenant ses mesures à la chambre et montrant de l’esprit gouvernemental et de ne vouloir pas pousser trop loin les réformes, M. D’Azeglio ne demande pas mieux que de l’avoir à collègue. Est-ce que par hasard il trouverait D’Azeglio trop conservateur? Ce serait un peu trop fort et vraiment il montrerait de connaître trop peu son pays qui supportait il y a à peine quatre ans M. Solaro de la Margherita et le comte La Tour.

Je vous demande bien pardon, cher M. Thiers, d’une si longue lettre, mais vous savez qu’à còtè de vous on s’oublie facilement et l’on se laisse entraîner au plaisir de converser avec vous. Je vous ai dit toute ma pensée sur une affaire intéressante et je crois que celle de M. D’Azeglio ne diffère pas de la mienne.

M. D’Azeglio auquel j’ai dit que je vous écrivais demande de vous être particulièrement rappelé, et il se réjouit de votre rentrée en France quoique il regrette de perdre l’influence de vos conseils plus de près.

Je vous prie, M. Thiers, de mille choses aimables auprès de Mr e Mme Dosne, et de Mme Thiers, et de vouloir bien agréer les protestations sincères des sentiments distingués de votre dévoue serviteur et ami

D. Pantaleoni.

Cornegliano, près de Gênes, 14 août 1852 (1).

Vous pouvez m’adresser à Gênes aux soins de M. le chev. D’Azeglio, Président, etc.

(1) Questa lettera va confrontata col carteggio, che in quel torno di tempo si scambiarono IL d'Azeglio e D. Pantaleoni sull’utilità o sul pericolo di associare Cavour al Governo. La risposta del Thiers è riferita nella lettera 54 del Pantaleoni, datata da Roma 20 ottobre 1852 (V. pag. 340 e 341). Da quella risposta si rileva come il Thiers si mantenesse fermo nel consigliare all’Azeglio il richiamo di Cavour al Ministero. «M. d’Azeglio ferait bien de rappeler Mr de Cavour aux affaires». Cosi il Thiers acquistava una vera benemerenza verso l'Italia, adoperandosi, affinché non andassero dispersi, ma venissero per tempo usufruiti i migliori ingegni politici e caratteri del Piemonte costituzionale, «noble pays, brave et sage», in cui egli rettamente vedeva «l’honneur et l’espérance de l’Italie». (A. E.)

FINE.


















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