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GLI ATTENTATI ALLA VITA DI GARIBALDI


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NUOVA ANTOLOGIA

DI

LETTERE. SCIENZE ED ARTI

quinta serie

SETTEMBRE OTTOBRE 1909

VOLUME CXLIII — DELLA RACCOLTA CCXXVII

ROMA

DIREZIONE DELLA «NUOVA ANTOLOGIA»

Via San Vitale, 7

1909


In una delle mie ultime ricerche librarie mi capitò tra mano un opuscoletto di cui non avevo mai inteso parlare e che capii subito dovesse contenere qualche cosa di buono, qualche cosa, cioè, di non ben saputo e d'interessante.

L'opuscolo è di Marco Antonio Canini, s'intitola Briciole di Storia ed è pubblicato nel 1882 dalla tipografia della Gazzetta di Torino (nel qual giornale erano queste briciole già apparse).

Il Canini, come è noto, fu un patriotta e un letterato non comune, che molto operò e scrisse, molto viaggiò, molte cose vide e molte persone conobbe, e campò fino a tarda età, infaticabile sempre.

Nato a Venezia nel 1822, incominciò la sua carriera letteraria collaborando al Gondoliere e curando le edizioni dei classici italiani sotto la direzione del Carrer. Ripresi gli studi legali, che aveva interrotto, dovette (nel 1847) abbandonare l'Università di Padova, per le noie che davagli la polizia austriaca, e rifugiarsi nella liberale Toscana. Colà pubblicò un libro di prosa e di versi, Pio IX e l'Italia, che lo mise in buona vista presso gli amanti di libertà. Nel 1848 corse a Venezia e prese parte alla difesa di quella città contro l'Austria. Cacciato, perché propugnatore dell'unità italiana sotto lo scettro di Casa Savoia, andò a Roma, nel 1849, ed ebbe ufficio di segretario della Commissione per le barricate. Caduta la repubblica romana, esulò, e fu in Grecia, in Oriente, in Francia, sempre cooperando al risorgimento politico della patria. Nel 1859, espulso da Bucarest, tornò in Italia, ed ebbe mano nei fogli liberali di Milano, di Napoli, di Torino. Nel 1862 venne mandato da Urbano Rattazzi in Oriente quale agente politico segreto, ed andò incontro a pericoli gravi. Nel 1866 fu commissario di guerra nell'esercito volontario comandato da Garibaldi, di cui godè l'amicizia e la stima. Ripreso dalla smania del viaggiare, ritornò in Francia, e vi rimase fino al 1873, nel quale anno rimise piede in Italia, sentendosi, ormai, un po' stanco e bisognoso, quindi, di vita meno agitata. In Italia, si ridiede al giornalismo, e (nel 1876) creò comitati e tenne pubbliche riunioni in favore dei serbi, perché la libertà di tutti i popoli stavagli a cuore.

Delle sue opere letterarie sono in ispecial modo da ricordarsi i versi Mente, Fantasia e Cuore, gli altri Amore e Dolore, le memorie Vingt ans d'exil, piene di aneddoti di ogni sorta, e l'antologia, in cinque grossi volumi, Il Libro dell'Amore, in cui raccolse canti erotici di tutto il mondo.

Nell'opuscoletto da me trovato, il Canini parla di uomini e di cose del suo tempo, ma più che altro di Giacomo Francesco Griscelli, della vita torinese dal 1860 al 1865, della politica di Napoleone III e della partecipazione di lui alla guerra del 1859, di Giuseppe Mazzini, di Nicolò Rapetti, di Enrico Sapia, di G. Lizzabe Ruffoni; e dice cose curiosissime o interessantissima, specialmente riguardo al Griscelli, al Rapetti, al Sapia, al Buffoni.

Il Griscelli fu un povero pastore corso, che si mise al servizio di Napoleone III, che per incarico di lui si bruttò anche di sangue (uccidendo un antico amante d'Eugenia), che servi poi, quale confidente politico,


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il conte di Cavour, che dalla polizia segreta piemontese passò in quella del re di Napoli (dal quale ebbe il titolo di barone di Rimini, col consenso narra il Canini di Pio IX), che prestò eguali servizi ignominiosi al governo pontificio ed all'Austria, che visse in una certa quale intimità con imperatori, re, papi, ministri, cardinali, che da tutti spillò denari e tutti ingannò, che mori, dopo il 1870, povero e solo come un cane, perché a tutti aveva fatto schifo e ribrezzo.

Delle sue nefandezze il Griscelli si vantava, tanto da narrarle (in parte, se non tutte) in un libro di memorie che pubblicò nel 1867 a Bruxelles, e che il Canini dice «libro confuso e disadorno nella forma».

Nicolò Rapetti, prete di Alessandria, fu egli pure un poco di buono, ma non commise lo furfanterie che seppe commettere il Griscelli. Uomo di molta dottrina filosofica, giuridica, economica, letteraria, avrebbe potuto riuscire a bene se avesse avuto una eguale austerità di coscienza ed una eguale fermezza di carattere. Invece, mancante di ogni carattere e sordo ad ogni voce della coscienza, riusci un camaleonte politico della peggiore specie. Nel 1848-49, in Francia, fu repubblicano-socialista ardentissimo; ma quel suo ardore gli passò presto. Trovandosi in miseria, abbandonò gli amici, voltò casacca e divenne membro dell'alta polizia, ai servigi prima di Luigi Bonaparte presidente della repubblica, poi dell'imperatore. Nel 1859 segui Napoleone in Italia, con l'incarico (com'egli ebbe a raccontare al Canini) di adoperarsi «perché una città qualsiasi italiana levasse bandiera francese e chiedesse il protettorato della Francia» (cosa che, fortunatamente, non avvenne). Nel 1860 andò a Nizza a prepararvi il plebiscito a favore, della Francia, e, ritornato poi a Parigi, continuò a servire Napoleone III fino alla caduta dello impero. Tramutato l'astro napoleonico, il Rapetti si fece clericale e cartista dei più arrabbiati e divenne un attivo commesso viaggiatore del partito nero internazionale.

Tristissimo uomo fu Enrico Sapia. Da giovane si ascrisse al partito mazziniano ed ebbe del Mazzini tutta la stima. Questa stima gli durò anche quando, dopo il 1S60, si mise al servizio del partito moderato italiano e di quello pure clericale. 11 Mazzini riteneva il Sapia per uomo onesto, e s'ingannava. Ma di ciò non facciamoci nessuna meraviglia, pensando come il grande agitatore genovese fosse facile ad ingannarsi sul conto degli uomini che lo attorniavano. Nei tristi fatti del settembre 1864, a Torino, il Sapia fu un agente provocatore, neir interesse del partito clericale, il quale aveva il suo tornaconto a che nascessero in Italia tumulti. Poco dopo passò ai servizi della polizia segreta francese, e trapiantò le sue tende a Parigi.

Si camuffò da repubblicano, anzi da socialista, e, sempre facendosi bello della amicizia di Giuseppe Mazzini, riuscì ad avere la confidenza dei rivoluzionari più noti e più temuti, che poi tradiva. Inventò ed ordì la famosa congiura detta di Blois (186970) e fu la rovina di parecchi uomini di cuore e di fede, ma troppo, creduli, che (la lui si erano fatti montare la testa.


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Nel 1871 si finse comunardo, e, onde la Comune parigina cadesse più presto e s'infamasse, propose le cose più pazzesche e men belle. Si seppe, poi, che egli era divenuto un agente della Prussia. Che fine facesse questo furfante il Canini non dice.

Se il Griscelli, il Rapetti e il Sapia sono oggi tre ignoti, non così può dirsi di G. Lizzabe Ruffoni, nome che trovasi registrato, e con lode, negli annali del nostro risorgimento politico. Di lui, per altro, narra il Canini cose che quella lode gli scemano di assai.

Il Ruffoni, ferrarese, incominciò per tempo a odiare lo straniero, e seppe presto le aspre vie dell'esilio. Rifugiatosi nel 1840 a Parigi, si diede, per vivere, a insegnar lingua italiana, che conosceva piuttosto bene, perché era uomo colto e intinto di lettere. Nel 1847 fondò, a Parigi, il Conciliatore, e con esso intese a stringere gl'italiani, colà residenti, nel pensiero e nell'opera della liberazione d'Italia. Nel 1848, quando il Mazzini creò in quella metropoli l'Associazione Italiana, il Ruffoni divenne il segretario di lui e molto ed utilmente lo coadiuvò. Nel 1849 seguì il maestro a Roma, sempre nella qualità di segretario, e prestò nobili servizi alla causa della repubblica romana. Caduta questa, riprese col Mazzini le vie dell'oltre patria, e con lui preparò nuovi moti rivoluzionari, sempre per il bene d'Italia. Dopo i fatti di Milano del 1853, si distaccò (egli pure !) dal maestro, e apostatò l'antica fede repubblicana. Divenne segretario del Murat e fu l'anima del partito di lui. «Io non posso dire scrive il Canini che fosse egli pure un membro dell'alto (polizia segreta) come altri italiani... ma, nel furore delle parti, non mancò di farsi talvolta denunciatore dei suoi avversari, anche di quello che avrebbe dovuto sempre restar sacro per lui, di Mazzini». Murattista il Ruffoni rimase anche dopo la spedizione del Mille e l'annessione delle provincie meridionali al regno d'Italia. «Ci fu un momento racconta il Canini in cui i comitati murattiani nell'antico regno delle due Sicilie erano attivissimi, dopo il 1860, e si preparavano all'azione. Ruffoni doveva capitanare la rivolta». Se poi, nel 1864, si distaccò egli dal Murat, questo fece per interesse, prendendo denaro (il Canini fa la somma di quattromila lire) dal governo italiano, cui presentò la lista di tutti i componenti i comitati murattiani in Italia. Gli fu promesso dal Minghetti il posto di commissario regio presso una società ferroviaria, ma non ebbe nulla, perché nessuno voleva più fidarsi di lui. Così cadde nella miseria, e nella miseria morì, a Parigi,. dopo il 1870.

Parlando di lui, il Canini narra vari aneddoti assai gustosi; uno dei quali, anzi, gustosissimo, che vale la pena di essere riferito per esteso e con le stesse parole dell'autore delle Briciole:

«Io mi trovava una volta con Ruffoni in via Richelieu (a Parigi). Incontrammo un signore che aveva, affé mia, una faccia molto sinistra. Mi presentò ad esso, dicendo ch'era un conte di Pursignac, se ben ricordo il nome, lungo, straniero, basco. Infatti era figlio naturale di Giuseppe Bonaparte che fu re di Spagna e di una dama basca. Seppi poi che costui era stato governatore di Cajenna, al tempo del colpo di Stato, e ch'era tristissimo uomo.


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«Poi Lizzabe Ruffoni ci lascia soli e se ne va con un certo sorrisetto mefistofelico.

«— Signore, mi dice costui di punto in bianco, amate voi Garibaldi?

«— Certamente, rispondo io.

«— E perché? soggiunga il basco dalla l'accia sinistra.

«— Perché egli ha reso grandi servigi alla causa italiana, alla causa della libertà dei popoli.

«— Ebbene, riprende il conte, io l'odio.

«— Vi compiango, signore, diss'io.

«— Ora vi dirò, soggiungo l'altro, per quali cagioni io aborro Garibaldi o che cosa ho tentato di fare contro di lui. Io seguii l'Imperatore in Italia nel 1S59. Avevo da lui avuto una missione politica in Toscana. Garibaldi una volta m'incontrò, alcuni mesi dopo, e mi fece una scena violentissima, mi disse un monte d'ingiurie. Nel 1860 io era a Napoli con un mio nipote (seppi dopo che era un suo figlio naturale). Eravamo mandati colà dall'imperatore. Mio nipote disse alcune parole imprudenti in un luogo pubblico; fu ucciso da alcuni garibaldini. Ecco come io pensai a vendicarmi di Garibaldi: Egli ora a Caprera, nel 1861. lo, d'accordo col comitato borbonico di Parigi, col consenso espresso del governo francese e col tacito consenso dell'imperatore, apparecchiai una spedizione all'isola di Caprera per ucciderlo. Si raccolse perciò a Marsiglia un drappello di miei bravi compatriota, di baschi, contrabbandieri dei Pirenei. Saremmo sbarcati a Caprera e avremmo ammazzato il celebre avventuriere.

«— Ma, signore, diss'io, voi. sapete che Garibaldi aveva pochi compagni nella sua isola. La vostra non sarebbe stata una spedizione, ma un assassinio.

«— È vero, rispose il basco, che noi eravamo molto più numerosi. Ma appena arrivati all'isola, avremmo scelto un piccolo numero dei più bravi e sfidato altrettanti garibaldini a battersi con noi.

«— E se aveste avuto la peggio?

«— Oh, allora c'era la riserva; c'erano anche, bisognando, i cannoni!

«— Vedete, dunque, signore, che si trattava di un assassinio. Ma come falli la vostra bella impresa?

«— Dovevamo partire, rispose, sul vapore San Michele, che, come sapete, apparteneva al re di Napoli. All'ultimo momento Francesco II si oppose.

«Così Garibaldi ebbe allora salva la vita per generosità dell'ex re di Napoli.

«Il conte, nel separarsi da me, mi disse che mi aspettava a casa sua, in via di San Marco. Mi avrebbe raccontato molte altre cose importantissime. Ma il basco mi aveva ispirato una vivissima ripugnanza.

«Io, sebbene ghiotto di cotali rivelazioni, non volli aver nulla da fare con quel ribaldo. Mi aspetta ancora».

È vero quanto quel conte di Pursignac raccontò al Canini? Io non so, né ho modo di sapere; ma nulla è nel racconto del basco che oltrepassi i limiti del credibile.


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Comunque sia, non sarebbe stata quella la prima volta che si fosse complottato contro la vita di Garibaldi da chi ayeva interesse a disfarsi di lui.

Nel 1S60 come racconta lo stesso Canini si era tentato di uccidere l'Eroe, e di ucciderlo proprio in Palermo, che egli aveva già ricuperata all'Italia. Di ciò venne dalla polizia pontificia incaricato quel Griscelli di cui ho tenuto parola. Si fecero uscire dal bagno di Civitavecchia due ladri e assassini ad un tempo, certi Ortoli e Mariani, e venner dati al Griscelli per compagni nell'impresa nefanda.

Ciascuno avrebbe avuto centomila franchi se Garibaldi fosse stato ucciso.

«La proposta scrive il Canini venne fatta al Griscelli dal cardinale Altieri, ministro dell'istruzione pubblica, che gli fece pur conoscere i due scellerati che dovevano secondarlo. Egli non lo dice nelle Memorie, ma raccontò a me che anche Pio IX era non solo conscio del reo disegno, ma consigliero ed istigatore. Si trattava, diceva, di rendere un servizio alla Chiesa ed all'umanità togliendo di mezzo un nemico della religione e delle monarchie legittime, come era Garibaldi. Le porte del cielo si sarebbero aperte per accogliere chi, tentata per avventura la santa impresa, vi dovesse perdere la vita».

È da credersi tutto questo? Io non so, ripeto, né ho modo di sapere. Ma, dati i tempi e gli uomini, non ci sarebbe punto da stupirsi della veridicità di quanto il Canini racconta.

Prima di partire alla volta della Sicilia, il Griscelli andò a Napoli per intendersi con la corte borbonica «d'accordo in ciò (secondo il racconto del Canini) con la pontificia»; e colà «vide il re, la regina, i ministri, ed ebbe ispeciali istruzioni e promesse dal conte di Trapani».

Ma, all'ultim'ora, il Griscelli ne fece una delle sue: confidò tutto al marchese di Villamarina, il quale «gli diede lettere per il comandante della flotta, Persano» e questi «avvertì il segretario del Dittatore, il Crispi».

Così avvenne che, appena arrivati a Palermo, i tre malvagi, uno dei quali, il Griscelli, recitava la parte del finto sicario, vennero arrestati, ammanettati e condotti davanti a Garibaldi, che, alla presenza del Crispi e di una grande folla di popolo, l'interrogò sul proposito.

Il Griscelli, temendo che le cose pigliassero una brutta piega e non si tenesse conto delle delazioni da lui fatte al marchese di Villamarina, negò i fatti e chiese avvocati che lo difendessero. Gli altri due non seppero che dire. Il Crispi voleva addirittura farli fucilare tutt'e tre, ma Garibaldi, che era mite, molto mite (checché appaia da certe pagine dei suoi romanzi) non volle la morte dei tre ribaldi, e si li mito a dare ordini perché venissero sfrattati dall'isola. L'Ortoli, mentre tentava di fuggire, venne ucciso dalla folla, e il Mariani, che si era gettato in mare, affogò.

Così non riuscì a scamparla che il Griscelli, il quale, rimesso piede sul continente «andò poi (scrive il Canini) a raccontare quelle strane avventure a Cavour, che ne rise».


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È ora da sapersi che nel legno stesso, il quale avrebbe dovuto portar via dall'isola i tre cattivi soggetti, il Crispi fece imbarcare anche Giuseppe La Farina, stato espulso, pur egli, per ordine di Garibaldi.

Della «sanguinosa ingiuria» che gli faceva il Crispi «mettendolo in comunanza con dei ribaldi com'erano quei tre» il La Farina si accorò tanto «che non fu questa la minor cagione della sua morte... avvenuta non molto tempo dopo».

Dei due complotti contro la sua vita Garibaldi non parla nelle Memorie. Di un complotto dello stesso genere, per altro, parla Jack La Bolina nella vita dell'Eroe, narrando di alcune «precauzioni» prese a Palermo, nel luglio del 1860, contro il pugnale di due sicari che il marchese di Villamarina aveva segnalato essersi indetti con la Corte di Napoli per freddare il Liberatore.

Uno di ami era un tal Valerba caporale della fanteria borbonica, l'altro un celebre brigante graziato dal vecchio re Ferdinando, Giosaffatte Tallarico. Che il complotto di cui parla Jack la Bolina sia lo stesso di quello riferito dal Canini non pare, chè nella narrazione del primo si parla di due sicari e in quella del secondo di tre. Poi non concordano tra loro nemmeno i nomi dei sicari.

Soltanto nel luogo — Palermo —, nel tempo — luglio 1860 — e nel fare il nome del marchese di Villamarina le due narrazioni vanno d'accordo.

Comunque sia, è storicamente provato che il famoso Griscelli venne da Garibaldi espulso da Palermo e imbarcato sullo stesso legno che riconduceva sul continente il La Farina. Lo sfratto dei due, nonché di un terzo, venne contemporaneamente annunziato dal Giornale Ufficiale di Palermo, cosi:

«Sabato 7 corr, (luglio 1860). Per ordine speciale del Dittatore, sono stati allontanati dall'isola nostra i signori Giuseppe La Farina, Giacomo Griscelli e Pasquale Totti. I signori Griscelli e Totti, corsi di nascita, sono di coloro che trovano modo di arruolarsi negli uffici di tutte le polizie del continente. I tre espulsi erano in Palermo cospirando contro l'attualo ordine di cose. Il Governo, che invigila perché la tranquillità pubblica non venga menomamente turbata, non poteva tollerare ancora la presenza tra noi di codesti individui venutivi con intenzioni colpevoli».

Che il Griscelli fosse stato espulso per complotto contro la vita del Dittatore non si dice nel Giornale Ufficiale; né del complotto parla il Guerzoni, che pure accenna (nel suo Garibaldi) allo sfratto del Griscelli. Ma ciò non basta per negare carattere di veridicità al racconto del Canini. Io, del resto, riferendo questo e l'altro aneddoto dal Canini raccontati nelle Briciole di Storia, non ho asserito nulla, perché nulla potevo asserire. Io ho soltanto riferito, lieto se altri farà un po' di luce sulle cose esposte, sceverando, così, il vero dal falso, lo storico dall'immaginario.

Sul proposito io mi rivolsi al degno figliuolo dell'Eroe, il generale Ricciotti Garibaldi, domandandogli se sapesse nulla dei due attentati cui accenna il Canini.


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Ma nulla egli ne sa, forse anche perché nei tempi cui quelli attentati risalgono egli era poco più di un ragazzo, e perché suo padre rifuggiva sempre, e con tutti, di parlare di sè, sia narrando glorie, sia narrando miserie. Ciò non ostante, di altri attentati, fortunatamente andati a vuoto, essi pure, sa Ricciotti Garibaldi, come ricavasi dalla lettera che egli ebbe la bontà di scrivermi e che io credo meritevole di esser conosciuta dagli italiani:


«Roma, 23 luglio 1909.

«Mio caro Stiavelli,

«Eccovi ciò che io mi ricordo sugli attentati alla vita di mio Padre.

«Fra il sessanta e sessantacinque si era in attesa a Caprera di un colpo di mano, che qualcuno doveva compiere, e la notte si faceva qualche guardia da Fruscianti e Basso intorno alla casa.

«Oltre a questo, si era sempre informati, da pastori o altri, di chi sbarcava sull'Isola ed eravamo sempre otto o dieci buone carabine.

«Un giorno fu segnalato lo sbarco di due forestieri non sardi: e perciò si fece una guardia speciale; e la seconda o terza volta furono sentiti intorno alla casa.

«Se non erro, Basso, Menotti, Pastoris e Fruscianti sortirono alla ricerca, e tirarono a una scogliera ove si videro delle ombre in movimento. L'indomani mattina si trovò tra gli scogli traccie di sangue ma i forestieri sparirono.

«Fra il 1882 e il 1890, traversavo un giorno, solo, le montagne della Gallura, dal Parau a Terranova, quando, avvicinandomi a un punto ombreggiato di un ruscello per mangiare un pezzo di pane e formaggio, vi trovai un uomo, evidentemente non sardo.

«Si entrò in conversazione, e mi ricordo che rifiutò di mangiare del pane e formaggio che io gli offrii, dicendo di non avere più denti.

«Dopo qualche conversazione, mi domandò se io lo riconoscevo. Alla mia negativa, mi disse il suo nome, che io non ricordo, e aggiunse che era stato accusato di aver congiurato contro la vita di mio Padre. Egli mi disse che non era vero ma mi diede dei dettagli sopra una congiura messa insieme da persone che egli conosceva.

«Questo doveva aver luogo nell'epoca press'a poco quando il Generale meditava la traversata dalla Sicilia in terraferma nel 1860-61.

«Alla mia domanda se ciò aveva origine a Napoli, mi rispose di no.

«Il seguito della nostra conversazione è meglio lasciarlo per quando si scriverà la vera storia di quei tempi...

«Si stava sul punto di partire per la guerra del 1866 quando mio Padre mi chiamò e mi disse di avere ricevuto notizie dal Governo che si sarebbe tentato alla sua vita e s'indicava un signore inglese o finto inglese,che, con la sua signora, era alloggiato in un albergo sul lago di Como, come il capo del complotto.


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«— Tu mi disse mio Padre che parli l'inglese come un inglese, va en tourist a questo Hotel, cerca di fare la conoscenza di questo signore, senti cosa dice, e, in caso, eccoti un ordine per il suo arresto.

«Andai all'Hotel. Cinque lire al cameriere mi procurarono un posto accanto al signore inglese, alla table d'hóte e presto entrammo in conversazione.

«Con grande mia meraviglia trovai un uomo di mondo, che conosceva a Londra tutti i nostri amici, e che era un habitué nella casa della signora Roberts a Stafford House, etc.

«Convintissimo che si era caduti in un colossale errore, a un dato momento io gli dissi:

«— Voi non vi chiamate il signor tale dei tali.

«Egli mi guardò un momento; e poi mi disse: — Avete ragione; io sono il conte tale dei tali. La nostra posizione — e qui indicò, con una leggerissima mossa, la sua bellissima compagna — qui non è precisamente delle più ortodosse. Così ho creduto di cambiare di nome!

«Ridendo, io allora spiegai l'equivoco e feci vedere l'ordine di arresto.

«Nella guerra del 1867 il conte ufficiale superiore nell'esercito pontificio non lasciò mai passare occasione di mandarmi i suoi saluti, ed io sempre contraccambiai questa cortesia quando era possibile.

«E fu per me una cosa molto gradita che un unico decreto della Repubblica, nella guerra del 1870-71 conferisse a lui o a me, sul campo di battaglia, la decorazione della Legione d'onore.

«Valorosissimo soldato. Mio Padre indicava sempre lui e i suoi compagni Liposky e Cathelinau come gli uomini elio avrebbero saputo ricondurre la vittoria alle armi francesi in quella disgraziata campagna.

«Abbiatemi sempre, caro Stiavelli,

«Vostro aff. mo

«RICCIOTTI GARIBALDI».


La lettera di Ricciotti Garibaldi è assai importante, perché parla di cose di cui tutti gli storici dell'Eroe tacciono, e perché, in certo qual modo, avvalora lo parole di Marco Antonio Canini. Pure è doloroso pensare che vi furono uomini — e, tra questi, anche degli italiani! — i quali concepirono l'idea nefanda, idea veramente mostruosa, di attentare alla vita di chi, come Giuseppe Garibaldi, aveva diritto al rispetto, all'amore, alla venerazione di tutti, perché buono e grande ad un tempo; buono e grande come altri non fu mai.

G. STIAVELLI.












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