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GOVERNAMENTALITÀ. IL RUOLO

DELL’ECONOMIA INFORMALE AL SUD

di Angelo D’ambra

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18 settembre 2014

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L’economia protoindustriale. Un percorso storico

La tesi da cui parte questo scritto è che il Sud sia una colonia interna. Non è una tesi nuova, è ripetutamente comparsa nella letteratura economica e politica variamente argomentata, ma è sicuramente quella che ha avuto meno sviluppi sul piano politico.

L’aggressione portata alle Due Sicilie nel 1860-61, partiamo da qui, è l’aggressione dall’esterno di modi di produzione capitalistici avanzati per l’epoca, quello francese e quello inglese, alle forme meno sviluppate – ma in via di sviluppo - dell’economia capitalista del Sud.

Capitalismo non è sinonimo di industrie e non implica un sistema industriale, capitalismo non è sinonimo di sviluppo e non implica lo sviluppo, capitalismo non è sinonimo di colonialismo e non implica l’esistenza di colonie. Il capitalismo è D-M-D’ cioè denaro in cambio di merci per ottenere guadagno, è lo svolgimento di questa formula che fa nascere industrie e sistemi industriali, sviluppo e sottosviluppo, colonie come periferie e metropoli.

La conquista sabauda non ha lasciato il Sud Italia ad uno stadio precapitalistico, ma ha bloccato l’evoluzione del sistema manifatturiero del Meridione d’Italia verso una più moderna produzione industriale. Il capitalismo del Sud, protoindustriale, è stato relegato a ruolo di fornitore complementare di prodotti agricoli e manodopera a basso costo ed anche l’investimento di capitale esterno nel corso del Novecento, suscitato dall’iniziativa dello Stato e presentato come politica “meridionalista”, non ha fatto altro che rinvigorire logiche coloniali.

Si è sostenuto infatti che l’industria della periferia, debole e sconfitta nella concorrenza con quella del Nord, avesse bisogno di capitali esterni per svilupparsi; una presa per i fondelli senza eguali, perché i capitali del Nord sono sempre finiti e finiscono in investimenti in attività funzionali al mercato di provenienza nel più semplice degli schemi centro/periferia. Ne è nato un mercato del lavoro segnato da attività marginali, una economia informale spesso ai margini della legalità ma tollerata perché garante di pace sociale.

E’ forse utile ripetere i noti dati di Nitti? E’ forse utile soffermarsi sui censimenti che ancora nel 1881 confermano come l’industria era più sviluppata al Sud che al Nord con differenze comprese addirittura tra i 4 e gli 8 punti di percentuale per regione? Allora la percentuale degli occupati nell’industria al Nord era assai inferiore a quella di Calabria e Sicilia con un divario di circa 10 punti; si stima che in Calabria oltre l’80% della forza lavoro industriale fosse femminile, mentre in Piemonte le donne non superavano il 35%.

Partiamo da questo assunto: il lavoro delle comunità umane è segnato dall’ampio uso dell’esperienza delle generazioni passate, dalla capacità di attingere alla scienza e dalla sagacia che le comunità mostrano nel recepire informazioni dalle relazioni che intessono con altre comunità.

Di generazione in generazione le comunità producono, soddisfano i propri bisogni e riproducono se stesse, si espandono e raggiungono superiori livelli tecnologici e sociali.

Il presupposto che rende ciò possibile è quel processo intergenerazionale di accumulazione e trasmissione di informazioni che possiamo definire extragenetiche. Tutto ciò che non fa parte del patrimonio cromosomico, che non viene trasmesso col DNA, ma per via relazionale, manuale, esperienziale permette alle comunità di continuare la loro attività produttiva senza ricominciare sempre da zero, di evolversi, di costruire nuovi strumenti e di mutare quelli esistenti, di darsi nuovi obbiettivi.

Tale bagaglio di informazioni tecniche, lavorative ed organizzative è continuamente rivisitato perché sottoposto al vaglio dell’esperienza, confrontato con nuove informazioni e riformulato; è una banca dati a tutti gli effetti e sempre in progressivo aggiornamento.

Nella storia si sviluppa quindi un vero e proprio processo dinamico di produzione, scambio e conservazione delle informazioni extragenetiche in cui l’aspetto principale è l’interazione costante con l’intera struttura economica ovvero l’insieme delle forme istituzionali, dei rapporti giuridici o consuetudinari e delle modalità di organizzazione della produzione.

Di questo processo la transizione al capitalismo ha fatto grande tesoro. La storiografia economica ha in più momenti evidenziato ed esaltato il dinamismo della trasformazione industriale.

L’evoluzione dell’industria manifatturiera in industria meccanica si è registrata a partire dall’ultimo quarto del XVIII secolo quando l’introduzione della macchina e l’acquisizione di una nuova organizzazione del lavoro permisero, certo progressivamente, il passaggio dalla fabbricazione artigianale di utensili e vestiario alla produzione industriale d’ogni bene.

Determinante fu il ruolo dello Stato: la tappezzeria parigina dei Gobelins fu rilevata dal governo di Colbert e divenne la più importante d’Europa, i suoi arazzi viaggiarono da una costa all’altra del Mediterraneo e si inoltrarono sulla terraferma sino alla corte moscovita di Pietro il Grande che invece irradiava i prodotti delle sue cartiere.

Lentamente la manodopera divenne più qualificata e le attrezzature meglio adeguate, ci fu quello che siamo soliti chiamare “rivoluzione industriale” e che sancì il passaggio dall’industria manifatturiera alla fabbrica.

Il background di esperienze di artigiani e manovali, abituati al lavoro di laboratorio, si condensò prima nel lavoro dipendente manifatturiero poi nelle capacità tecnologiche della macchina che emancipò il lavoro dai limiti della forza umana.

Con la macchina il background dell’operaio si trasformò; per gran parte dei lavoratori non furono più necessarie qualità fisiche o capacità particolari da acquisire in anni ed anni di addestramento: era nato il moderno proletariato industriale e con esso i primi scioperi, la ribellione delle forze produttive contro la forma della produzione ossia la lotta del lavoro vivo contro il lavoro accumulato.

Il sistema manifatturiero aveva originato una prima divisione del lavoro che possiamo immaginare pulsante e frenetica. In precedenza le famiglie contadine fabbricavano da sé e rozzamente i propri panni, poi i mercanti fiamminghi iniziarono ad acquistare la lana grezza inglese, presero a farne curare la filatura e la tessitura alle stesse famiglie contadine che fino a quel momento avevano prodotto solo per il proprio bisogno, e provvidero alla finitura del prodotto ricorrendo a maestri meglio qualificati. Il più delle volte i mercanti immettevano il prodotto semilavorato sul mercato europeo dove ad acquistarlo c’erano altri mercanti, come i Veneziani, pronti ad affidarne la finitura ai propri artigiani per poi smerciare il prodotto finito in tutta Europa, persino nelle città musulmane del Mediterraneo.

La rivoluzione industriale costrinse molti contadini ed artigiani a trasformarsi a tutti gli effetti in lavoratori salariati al cospetto dei macchinari dei grandi opifici che di fatti ricevevano più attenzione e rispetto dell’artigiano/lavoratore.

Le conoscenze specifiche di tipo artigianale e l’abilità manuale erano oramai superate; i fonditori vedevano l’operazione di fusione eseguita da una macchina e poco importava ciò che sapessero o non sapessero fare, la macchina superava l’insieme delle loro capacità specifiche per quanto queste potessero essere impressionanti; l’artigiano del vetro conosceva profondamente la chimica del materiale che usava ed aveva in più una grande capacità polmonare e un’incredibile resistenza alle elevate temperature, ma ora c’era la macchina che si occupava della fabbricazione del vetro.

La categoria dei maestri artigiani riuscì a lungo a non trasformarsi nel proletariato di quelle stesse fabbriche che avevano ad essa tolto la possibilità di lavorare. In numerosi, gli artigiani si sottrassero a questo destino acquistando qualche macchina e trasformando così la vecchia bottega in un piccolo opificio; era questa la borghesia industriale che si affacciava per la prima volta nella storia.

Possiamo riassumere tutto ciò con queste parole:

“L’uomo ha fatto la sua storia, non per metaforica evoluzione, né per correr su la linea di un presegnato progresso. L’ha fatta, creandone a sé stesso le condizioni; cioè, formando a sé stesso, mediante il lavoro, un ambiente artificiale, e sviluppando successivamente le attitudini tecniche, e accumulando e trasformando i prodotti della operosità sua, per entro a tale ambiente. Noi di storia ne abbiamo una sola: né quella reale, che è effettivamente accaduta, possiamo noi confrontare con un’altra meramente possibile. Dove trovare le leggi di tale formazione e sviluppo? Le antichissime formazioni non ci son chiare alla prima. Ma questa società borghese, come nata di recente, e non giunta ancora a pieno sviluppo nemmeno in ogni parte di Europa, serba in sé le tracce embriogenetiche della sua origine e del suo processo…”1.

Con le parole di Labriola ci introduciamo alla lettura della manifattura e della transizione dalla manifattura all’industria che Marx sviluppa nel Capitale ai capitoli dodici e tredici.

La manifattura può nascere come coordinamento di artigiani differenti raggruppati in un’officina sotto il comando di un unico capitalista, oppure come coordinamento di artigiani con competenze identiche il cui mestiere individuale viene col tempo scisso nelle diverse operazioni particolari. 

A differenza dell’artigiano che compie una serie di operazioni dissimili e continue e lavora sullo stesso prodotto sino a completarlo, l’operaio manifatturiero si specializza nell’eseguire la medesima semplice operazione: il completamento del prodotto è frutto di un lavoro collettivo di più uomini.

L’utilizzo di operai, diremmo “parziali”, riduce i tempi ed aumenta quindi la forza produttiva del lavoro.

Il manufatto può essere realizzato mediante la congiunzione meccanica di prodotti parziali indipendenti, a volte persino prodotti da lavoratori a domicilio, che, come nel caso dell’orologio, “si ricompongono solo nella mano che infine le collega in un tutto meccanico” (manifattura eterogenea) o attraverso una serie di processi e operazioni graduali e connessi tra di loro, “una successione di processi guidati” (manifattura organica). Quest’ultima forma, combinando mestieri prima isolati ed ora gerarchizzati, fa si che i diversi processi graduali siano “trasformati da una successione temporale in una giustapposizione spaziale”, riduce la separazione spaziale fra le singole fasi della formazione del manufatto, accorcia i tempi di passaggio del manufatto da uno stadio all’altro, crea operai specializzati ed operai semplici.

Ogni gruppo di operai parziali consegna all’altro gruppo un semilavorato, ossia la materia prima della propria particolare operazione, che diventa punto di partenza del lavoro dell’altro gruppo. Si impiega dunque soltanto il tempo di lavoro socialmente necessario e “si genera una continuità, uniformità, regolarità, un ordine e in particolare anche una intensità di lavoro molto differenti da quella del mestiere indipendente o anche dalla cooperazione semplice”.

La manifattura a sua volta può poi evolversi in una combinazione di diverse manifatture che diventano reparti combinati di una nuova manifattura complessiva, per esempio la manifattura del cristallo da lenti che è combinata con la molatura del vetro e la fonditura d’ottone.

A qualsiasi lettore apparirà subito chiaro lo sforzo di Marx di ordinare un processo confuso e disorganico nel quale le macchine, col loro rumore infernale e con quei ritmi che l’uomo dell’Ottocento troverà insostenibili, eliminano la cooperazione fondata sul mestiere artigiano e la manifattura fondata sulla divisione del lavoro di tipo artigianale.

La rivoluzione del modo di produzione, che nella manifattura prende le mosse dalla forza-lavoro, nella grande industria parte dal macchinario che riduce più a buon mercato le merci - abbreviando la parte della giornata lavorativa in cui l’operaio lavora per sé e prolungando la parte in cui lavora gratuitamente per il capitalista - e quindi produce “plusvalore”.

La macchina riesce a muovere un numero crescente di strumenti che prima l’operaio muoveva singolarmente con dispendio di tempo e compie tutte le operazioni particolari che prima portava a termine l’artigiano; in più, consentendo di fare a meno della forza muscolare, le macchine diventano il mezzo più adatto per l’impiego di operai fisicamente immaturi come i fanciulli.

Nella fabbrica automatica gli operai diventano semplici ausiliari del meccanismo e la divisione del lavoro si presenta come distribuzione degli operai fra macchine specifiche. La distinzione sostanziale non è più fra operai abili e incapaci, impreparati, non abili, ma tra operai addetti alle macchine utensili e i semplici manovali di questi operai.

Diremo subito che nel Meridione conquistato l’evoluzione dell’industria manifatturiera non poté realizzarsi; invero neppure la maturazione dell’industria manifatturiera poté compiersi. Il processo era avviato, lo dimostra il fatto che i principali prodotti manifatturieri alle soglie della conquista piemontese erano stoviglie, terraglie, mobili, scarpe, cappelli e guanti, diretto risultato tecnico del lavoro domestico 2, ma qualcosa andò storto.

Nelle manifatture si muovevano operai/capi d’arte ed apprendisti che per lo più lavoravano a richiesta sotto il compenso di un salario spesso in natura. La lavorazione dei guanti, degli stivali e delle paglie avveniva solitamente in casa e per commissione, quella delle bottiglie e dei bicchieri in vetrerie e cristallerie ancora artigianali. Si intrecciavano nebulosamente produzione artigianale domiciliare e produzione manifatturiera avanzata. Ovunque carpentieri, carrieri, carrozzieri, fabbri, tessitori, stagnari, orologiai, ramai, cappellai e ferracavalli alimentano una economia ancora profondamente artigianale che solo nei rami tessile, cantieristico, cartaio e siderurgico conosceva una vera macchinizzazione.

Un esponente salernitano del Reale Istituto d’incoraggiamento annotava che prima dell’introduzione delle macchine lavoravano il cotone 10-12 mila donne a domicilio e successivamente la macchina aveva ridotto le operaie a tre o quattrocento 3.

I problemi del mondo operaio sono ben evidenti negli studi di Tommaso Pedio. Le migliaia di operai addetti alle manifatture tessili nelle Valle del Liri, a Salerno e nell’area del Sarno – egli argomenta – lavoravano tra le 10 e le 12 ore al giorno, senza regole contrattuali, pagati a cottimo e non a giornata; le donne erano pagate meno e la presenza di bambini era notevole grazie alla possibilità dei datori di lavoro di usufruire, con compensi per vitto e alloggio forniti, di manodopera infantile proveniente gratuitamente dagli orfanotrofi del Regno.

Lo stato non aveva ancora regolamentato i rapporti tra lavoratori e datori di lavoro. Fatto salvo, la “proibizione di potersi licenziare le persone di servizio, gli artieri e i lavoranti” sancita nel febbraio del 1799, si disinteressano al problema anche i repubblicani, i murattiani e i parlamentari del 1848.

In quell’anno i tumulti riguardarono i contadini che occuparono i terreni demaniali espropriati dalla borghesia, riguardarono gli operai di Napoli e quelli della valle del Sarno che chiesero aumenti salariali, riguardarono gli operai di Fratte a Castellammare che invocano “pane e lavoro”, riguardarono i tipografi della capitale, ma senza alcun esito 4: furono queste le prime manifestazioni operaie della penisola.

A Corte arrivavano continue lamentele, feroci accuse agli imprenditori svizzeri rei di aver introdotto le macchine e sin anche la notizia di un caso di luddismo in Terra di Lavoro. Era chiaramente in moto quel processo di transizione dalla manifattura all’industria meglio descritto da Marx e che abbiamo in precedenza analizzato.

Nel settore dell’industria laniera Gioacchino Manna aveva prima lavorato nella grande manifattura di San Michele a Ripa e si era poi messo in proprio attivando alcuni telai nella sua abitazione via via fino a fondare un vero e proprio lanificio. Erano gli anni di Ferdinando I 5 e Manna incarnava il percorso evolutivo dell’artigianato delle Due Sicilie.

In un articolo di Nicola Magaldi per il Lucifero dell’Ottobre 1845 leggiamo alcuni particolari assai significativi della vita produttiva di una seteria di Angri:

“Napoli, mezzo secolo indietro, era pressoché straniera alle manifatture de’ pannilani: in quasi tutta Europa non altro vedevasi che panni di Francia, i quali escludevano dal commercio anche quelli di Olanda e di Spagna; ed oggi possediamo delle buone fabbriche e de’ cospicui opifici, talmente ché fra poco altro tempo non avremo più a desiderare in questo genere i prodotti esteri. Or son già 20 anni che il sig. Finizio, con macchine, e con un segreto comunicato solamente a’ suoi figliuoli, ha talmente migliorata la manifatturazione della seta da cucire, che ben può dirsi, ad onor della patria, giunta all’apice della perfezione. In fatti la stessa Francia, che fino al 1823 tenne il primato in siffatto ramo d’industria, ha dovuto cedere il campo, e soffrire che, con un cangiamento rimarchevole di prezzo, da quell’epoca in poi si vendessero negli Stati Uniti le sete da cucire della nostra fabbrica col vantaggio sulle sue di un pezzo duro a libbra inglese, che corrisponde ad una libbra ed un terzo di peso napolitano; quando ché prima questo vantaggio avevanlo avuto le francesi sopra quelle di Napoli. Questo fatto, forse ignoto a molti, torna, come ognun vede, a somma laude del sig. Finizio”.

Finizio come Manna aveva accumulato un enorme bagaglio di esperienze tecniche, quel “segreto” che aveva comunicato solamente ai suoi figli e che rappresenta il fulcro delle informazioni extragenetiche cui accennavamo nella prima parte di questo nostro discorrere.

Per quanto invece riguarda il settore cantieristico annotiamo come Ferdinando I nello scegliere Castellammare per installare i famosi cantieri navali non fece altro che seguire le informazioni extragenetiche condensate nell’antica tradizione locale di maestri d’ascia, noti sin dall’epoca degli Svevi. Conveniamo anche noi nel dire: “Questo patrimonio di esperienze fu dunque intelligentemente valorizzato dai Borbone..” 6.

Ancora, l’architetto Antonio Bucci fece lunghi viaggi in Svizzera, in Francia, in Belgio, conobbe le macchine ed i sistemi produttivi lì adoperati nell’industria della lana e ne trasse grande insegnamento così che quando fu di ritorno in Principato Citra poté costruire in meno di due anni sei edifici, “officine le une alle altre cosi maestrevolmente unite da ridurre al minimo l'impiego del tempo del lavoro del trasporto”, dove le macchine erano azionate con l’acqua dell’assai distante fiume Irno sospinta per 500 palmi di lunghezza sopra una complessa struttura di archi alimentata da quattro mulini che aveva fatto levitare la forza da 12 cavalli ad oltre i 100. La direzione delle officine fu affidata Gerdret, esperti imprenditori belgi, e vi presero a lavorare oltre seicento operai di ambo i sessi sotto l’ammaestramento di operai provenienti dal Belgio. Il lanificio tesseva due migliaia di pezze di panni lana e ne gualcava e filava quattro migliaia. Nel Poliorama Pittoresco leggiamo un commento per noi di grande importanza:

“E qui evidente è la pruova di quanto le industrie migliorano la morale e la salute degli uomini. Oziosi, macilenti, cattivi erravano per lo innanzi molti abitanti per quella quasi deserta contrada. Il lavoro, la bontà de' cibi, la scambievole emulazione, allontanando il bisogno ed i suoi tristi effetti, li ha resi operosi, quindi agiati, e perciò sani e morali. Là dove prima la solitudine presiedeva col suo mesto silenzio, ora è tutto un moto, un ordine. E perché i panni siano rasi e cimati e lavorati in varie guise, e perché la lana sia battuta, lavata, asciugata, nettata, strappata, e poscia spelazzata, raffinata, strigata, ed infine cardata, ricardata, filata e tornata a filare, quante macchine, quanti ingegni in movimento, quante mani affaccendate. E mentre da un lato viene la lana da'campi ed entra nella fabbrica, come la dà la natura, n'esce da un altro lato, dopo esser passata per quelle officine, bello e lucido tessuto, che si ripone in su i cani e si trasporta alle popolose città. E tutto quel movimento e quel romorio ispirano una contentezza una ilarità una vita, che ti fa benedire le scienze e le arti, e gli uomini che le coltivano” 7.

Sullo stato dell’industria nel Regno dei Borbone leggiamo questa preziosa pagina raccolta da Capecelatro e Carlo:

“Limitatissimi i tessuti di lana o di cotone importati dall’estero, richiesti solo dalle classi abbienti, si può dire che i bisogni della grande maggioranza della popolazione erano coperti dalla produzione interna, ancora in massima parte a carattere domestico e cura precipua delle donne, che vi attendevano tra le faccende della casa, nell’attesa degli uomini di ritorno dai campi e quando le loro braccia non erano richieste dalla mietitura o dalla vendemmia. Quasi in ogni abituro batteva un telaio, cui sedevano a turno le donne più giovani, mentre le più anziane filavano. In quasi ogni villaggio era una gualchiera per la sodatura dei panni. I tessuti di lana erano per lo più grossolani, “per l’ordinario villico vestito”, come l’arbaso calabrese, e di solito di color naturale: monaco o caffè; bianco-neri, bianco-caffè o bianco-nero-caffè, oppure tinti in rosso o turchino, con la robbia, - introdotta dagli avignonesi nel Salernitano intorno al 1830 e presto diffusa anche in Terra di Lavoro ed in Basilicata -, il guardo e l’indaco: e spesso misti con cotone, lino o filo dei bozzoli di scarto. Grossolane e resistentissime le tele di cotone o di canapa e miste. Ma pur queste lavorazioni si andavano raffinando e localizzando, per abilità di artefici o pregio di lane e di acque, in singoli villaggi, che acquistavano un buon nome ed i cuoi prodotti venivano commessi o incettati da mercanti che giravano le fiere, i quali erano non di rado essi stessi a fornire i filati necessari. Già avevano fama i panni di Alberona e di Roseto, in Capitanata, tessuti e tinti in paese, ed i tessuti in lava variopinta di S. Agata di Puglia, le flanelle del Gargano e del Valfortore, i tessuti di lana di Catanzaro, Corlopoli, Cardinale, Serale e Serra e quelli di Mormanno, Marano, Altomonte, Spezzano e Ragliano, in Calabria; o quelli di Fara S. Martino, nel Chietino. Ed in Chieti era già dal 1840 sorta una fabbrica di pannilani che impiegava circa un centinaio di lavoranti; una fabbrica di tessuti di lana e cotone era sorta in Bari sin dal 1850, con opportune macchine; un lanificio era pure in Gioia del Colle, presso Bari, ed altri certamente ne andavano sorgendo qua e là, che neppure è il caso di ricordare. Ma veri e propri opifici s’incontravano specialmente nella Campania, nella Terra di Lavoro e nel Salernitano. Sappiamo che almeno uno stabilimento per la cardatura e la filatura della lana ad Isola Liri superava i 200 operai, ed in Arpino una fabbrica di tessuti aveva circa 500 lavoranti; nella sola Terra di Lavoro si contavano ben 11 opifici per la cardatura e la filatura della lana, con 10 motori idraulici, complessivamente, e 37 fabbriche di tessuti. Producevano, questi stabilimenti meccanici della Campania, tessuti di lana per un valore superiore ai dieci milioni di lire, e la loro produzione doveva essere abbastanza notevole, se il valore di 1.600.000 metri quadrati

Dei tessuti di lana introdotti dall’estero, e però di maggior pregio, attraverso la dogana di Napoli, si faceva ascendere a sette milioni e mezzo di lire soltanto. Io non so dire quale numero di fusi o di telai avesse quest’industria e, in verità, darei scarsi credito alle statistiche per una lavorazione ancora a carattere prevalentemente domestico; ma l’importanza dei soli opifici meccanici di Napoli e dei distretti di Salerno e di Sora risulta evidente, quando si sappia che il famoso centro laniero biellese dava a quel tempo una produzione del valore di 15-18 milioni di lire” 8.

Con l’Unità però le manifatture chiusero, l’industria rinsecchì e dai porti partirono e bastimente pe’ terre assaje luntane, mentre al Nord una fabbrichetta cotoniera lombarda come la Caprotti estendeva le sue produzioni passando dallo 0% di clienti nel Mezzogiorno nel 1861 come nel 1881, al 7,5% del 1885, al 31,3% del 1890 ed al 46,9% del 1904 9. Il dato – nullo sino al 1881 – ben si spiega ricordando che al 1861 mancava una vera industria settentrionale e dunque dapprima ebbe luogo l’invasione di merci franco-inglesi. Tutto confermato dal censimento del 1861 che evidenziava 1.595.359 addetti nell’industria meridionale contro i 1.535.437 dell’industria al Nord e al Centro e dalle statistiche Istat che sono ancora più nette e calcolano 1.600.000 addetti nell’industria al Sud contro i 1.800.000 al Centro e al Nord insieme.

La chiave di volta si ebbe il 30 ottobre del 1860, ad appena nove giorni dal Plebiscito, quando venne votata con prontezza la fusione doganale fra tra il Nord e le Due Sicilie10. Ciò fece sì che merci, che prima non avevano mercato e/o venivano consumate sul posto, nel giro di un decennio poterono, col supporto di ingenti spese per le costruzioni ferroviarie, conquistare il mercato meridionale: la storia della cotoneria Caprotti.

Si può affermare che l’economia meridionale non abbia mai vissuto la propria adolescenza ovvero il passaggio dall’industria manifatturiera all’industria meccanica. Nel contesto coloniale questo processo stato è interrotto sul nascere. Il comparire di gruppi dominanti ha comportato il formarsi di relazioni di sottomissione, in particolare ha dato luogo a due fenomeni paralleli, da una parte il deteriorarsi del processo di sviluppo del bagaglio di informazioni extragenetico e, dall’altra, lo stabilirsi di una interazione tra gruppo dominante e gruppo dominato tesa a depurare la cultura dominata da ciò che appariva superfluo ai dominanti. In entrambi i casi quello che si è realizzato è una deformazione e parziale perdita di informazioni che hanno cessato di essere accumulate, combinate, elaborate e trasmesse.


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2

Dalla protoindustria alla governamentalità:

il ruolo dell’economia informale al Sud

Abbiamo scritto come il bagaglio di conoscenze artigianali sia passato nella manifattura ed infine nella fabbrica, per la verità non senza qualche problema perché nella fabbrica esso veniva incarnato nella macchina e l’artigiano/lavoratore non aveva più la stessa importanza che aveva nella manifattura. Abbiamo precisato che quel che cambiava era che nella fabbrica l’elevata meccanizzazione rendeva meno importante la perizia e l’abilità, un qualsiasi lavoratore poteva essere rapidamente istruito per compiere le operazioni richieste, dunque la forza-lavoro poteva essere trattata come qualunque altra merce col risultato che donne e minori furono orribilmente sfruttati senza ritegno.

In questo contesto produttivo, la conflittualità sociale prese i volti del luddismo, del cartismo e dei primi movimenti socialisti, ma accanto ad essa comparve anche una borghesia moderna, industriale, una giovane imprenditoria fatta dai vecchi proprietari manifatturieri, ma fatta anche da quegli artigiani/lavoratori che acquistarono le macchine e si misero in proprio. Ecco la sintesi di quanto sino ad ora argomentato.

Nel Sud questo passaggio non c’è stato, è mancato del tutto, interrotto sul nascere.

Ogni singolo processo lavorativo nelle manifatture di Isola Liri come in quelle calabresi richiedeva oltre a particolari doti fisiche, un enorme corpo di conoscenze tutte estremamente minute e legate alla sensibilità individuale acquisite attraverso la pratica diretta in quel settore. La capacità dell’esecuzione di quel determinato processo era patrimonio esclusivo di coloro che avevano determinate abilità artigianali. Anziché evolversi, tutto andò perso.

Nelle acciaierie di Pietrarsa e di Mongiana le squadre di manovali addetti allo scarico e al carico delle fornaci avrebbero potuto essere sostituite da argani e carri elettrici, gli operai addetti al trasporto e al trattamento del metallo incandescente avrebbero potuto essere sostituiti anch’essi dalle macchine; sarebbe potuta nascere una classe di lavoratori addetti alla guida e alla manutenzione dei macchinari, oppure la manodopera in esubero avrebbe potuto associarsi in piccole fabbriche. Così non è stato.

La conquista piemontese impedì l’affermarsi dell’industria meridionale ed aprì il mercato del Sud ai manufatti esteri col conseguente decadimento dell’intera economia locale. Il background artigianale scomparve senza essere assorbito a livello industriale e i prodotti stranieri distrussero anche la piccola e piccolissima industria rivolta al mero consumo familiare che negli abitati urbani veniva ancora esercitata in moltissime famiglie contadine, perché adesso sul mercato c’erano prodotti finiti a prezzi quasi equivalenti a quelli che il lavorante isolato pagava per la materia prima.

E’ evidente che la mancanza di studi e dati sull’organizzazione e le tecniche di lavoro nelle manifatture del Sud pre-unitario sia il risultato degli sforzi della storiografia risorgimentalista di presentare il Sud esclusivamente come economia agricola. Una voce che ha provato ad affrontare l’argomento è stata quella di Zitara nelle pagine centrali di L’unità d’Italia nascita di una colonia dove il sottosviluppo è presentato come la somma della penetrazione delle merci capitalistiche e della contemporanea mancanza di industrie 11. Nello specifico Zitara cita Mandel:

“Quando la distruzione di aziende medie e piccole, soprattutto delle aziende artigianali, non è accompagnata da uno sviluppo generale dell’industria che crei nuovi bisogni di manodopera, gli antichi proprietari dei mezzi di produzione spossati dalla concorrenza non vengono trasformati in salariati, ma sono espulsi completamente dal processo di produzione. Non sono più proletarizzati, ma completamente impoveriti. Ciò si è verificato in particolare agli albori del capitalismo industriale in Europa occidentale e più tardi nei paesi arretrati in cui penetravano in massa le merci capitalistiche”.

Il background culturale, l’insieme delle informazioni e delle capacità tecnico-lavorative ed organizzative è stato distrutto dal sistema capitalistico-coloniale e sostituito con una sorta di rielaborazione frutto di una sopravvivenza che è anche resistenza e trova compiuta formulazione in una economia che definiamo “informale”.

Nel contesto coloniale postunitario, l’artigianato e l’industria a domicilio conservò a lungo un suo ruolo sicché ancora nel 1903 l’Inchiesta per Napoli rivelava che nella ex-capitale, dopo più di quaranta anni dall’Unità, l’unica realtà industriale era rappresentata dalla piccola e piccolissima industria a carattere domiciliare fatta di centinaia di laboratori di tessitura a mano esercitata con telai che la rivoluzione industriale aveva già spazzato via da tempo. Era una industria in decadenza di guanti e scarpe che sarebbe scomparsa presto; di fatti nel 1876 si contavano in città 10.483 telai, mentre nell’anno dell’inchiesta se ne contarono appena 6.640 12.

In una società travolta dall’emigrazione, dall’istallazione di industrie settentrionali e dal massiccio radicamento del settore pubblico, forme di manifattura e artigianato sopravvissero - e sopravvivono fioche, svilite e trasformate in taluni contesti - al punto che molte sono ancora oggi le tracce nel tessuto sociale e nella memoria collettiva. ‘O mestiere conferiva sino a ieri un piccolo prestigio sociale spesso maturato a ridosso della grande industria calata dal Nord come è il caso delle minute aziende meccaniche sorte attorno al polo di Pomigliano d’Arco. Tanti piccoli artigiani, mastri ciabattini, falegnami, fabbri, saldatori, idraulici, ricchi di perizia, di un sapere professionale antico, spesso trasmesso da padre in figlio, maturato nell’esperienza della migrazione o in quella della grande fabbrica settentrionale trapiantata, le cui botteghe divenivano scuole di lavoro o estivo impiego per i ragazzini.

Questo mancato sviluppo e insieme questa evidente sopravvivenza di un mondo artigianale si sono riflessi nella commedia napoletana che ancora nel Novecento non è territorio per operai o imprenditori. Tutte le figure della commedia napoletana infatti appartengono ad un mondo protocapitalistico o anche precapitalistico che fa del teatro un luogo di resistenza culturale. Felice Sciosciammocca, in Miseria e Nobiltà è uno scrivano ambulante ed altrove musicista e studente, e il  suo amico Pasquale, è un fotografo anch’egli ambulante, Don Domenico Soriano è un pasticciere e Filumena Marturano una ex-prostituta, Luca Cupiello è un guardiano di una tipografia, Donn’ amalia ‘a Speranzella è una friggitrice di “paste crisciute”; le commedie di Salvatore Di Giacomo, “cantore della napoletanità”, portano in scena tintori, cocchieri, barbieri, ciabattini, mendicanti, stiratrici, garzoni, falegnami; ancora sul finire degli anni Sessanta si ripropone sulle scene Gaetano Pappagone, un servo pulcinellesco, ignorante e caciarone. I napoletani diventano operai solo quando vanno a Milano, in un film di De Filippo del 1953.

La scomparsa dei mestieri tradizionali non ha corrisposto all’avvento di nuove figure lavorative; è accaduto semplicemente che l’attività lavorativa si è dileguata, lentamente, con strazio e quel che sopravvive è solo un tiepido ricordo. All’età in cui l’artigianato e l’industria manifatturiera fiorivano su un territorio orgogliosamente agricolo non è seguito altro che la desertificazione produttiva.

La conquista del Sud non ha quindi corrisposto solo ad una spoliazione economica, ma anche ad un depauperamento delle informazioni extragenetiche. E non è tutto. Giacché ogni linguaggio e schema di comportamento è il prodotto specifico dell’eredità e dell’ambiente riuniti, è facile intuire che con la perdita delle informazioni extragenetiche sono andati dilapidati anche gli schemi mentali e i linguaggi ad esse collegati. Questo vuoto, come se non bastasse, è stato colmato nel peggiore dei modi: il soggetto dominato ha adottato linguaggi, mentalità ed informazioni avulsi dal proprio mondo produttivo, elementi di cui non ha bisogno. E’ molto interessante il fatto che nonostante taluni mestieri siano scomparsi, sopravvivono però nei soprannomi delle famiglie (‘o mannese, ‘o siggiaro, ‘o cavallaro…) associati al mestiere del capofamiglia anche se questi è oramai defunto da decenni.

Dagli albori della televisione, sul grande schermo le massaie meridionali seguono telenovele tutte ambientate in famiglie della grande imprenditoria e nelle edicole i rotocalchi ragguagliano sulle nuove tendenze della borghesia milanese; è così che cambiano i costumi, sono assorbite logiche di vita prima ignote, linguaggi e modelli nuovi mediati dalla televisione e provenienti da ambienti culturali ed economici non conosciuti (nel giro di venti anni è scomparso dalla provincia di Napoli il nero come segno di lutto).

Il mondo dei chiavettieri, dei centrellari, dei seggiari, dei barrechiali non si è trasformato, si è disfatto, quel mondo che dava da mangiare ai bimbi senza famiglia, chiamandoli Espositi ed integrandoli nel proprio nucleo familiare, allattando quindi figli di altre madri, fu spazzato via dalla colonizzazione ed oggi ci sono informazioni tronche che sopravviveranno chissà ancora per quanto senza più evolversi (la scomparsa di botteghe di falegnami nei territori segnati dal radicamento di Ikea ci sembra più che pertinente). Alienazione e frustrazione mossero il brigantaggio politico, la delinquenza organizzata, l’emigrazione verso le Americhe ed oggi in questo disagio si rinvigoriscono criminalità e assistenzialismo, non è solo una questione di “minorità” ma una scollatura sociale.

La domanda che ora ci poniamo è: nella colonia interna “Mezzogiorno”, il lavoro artigianale esiste come sopravvivenza del passato ed assieme resistenza o come una parte inseparabile del modo di produzione capitalistico? Ci interessa indagare sull’eventualità che la permanenza dei settori tradizionali sia espressione di un modo di produzione coloniale in cui coesistono un settore industriale capitalistico ed una diffusa piccola produzione artigianale dal sapore arcaico. Ci chiediamo cioè se questa formazione economica periferica sia costituita da un’articolazione di diversi modi di produzione sulla base di logiche di “governamentalità”. Questa domanda ci è suggerita dal lavoro di Sanyal 13 per cui il capitale, per affermarsi, rende possibile una “economia del bisogno”, parallela e integrata a quella pienamente capitalista, che permette la sopravvivenza degli spossessati che il suo sviluppo produce.

Governamentalità è il processo attraverso cui gli spossessati, piuttosto che combattuti, avviliti e repressi, vengono gestiti, tenuti a bada, governati per consolidare il dominio del capitale 14.

Sottoproletariato, proletariato esterno o proletariato marginale, economia del bisogno o economia informale, la pubblicistica economica ha più volte presentato questi concetti e definizioni unanimi sono impossibili. Il commerciante di strada, il giovane laureato che vende i calzini in metro o a Piazza Garibaldi, artigiani e lavoratori a domicilio, gestori di chioschi, venditori ambulanti, artisti di strada, tassisti non autorizzati; l’economia informale è “l’arte di arrangiarsi”, non siamo davanti ad una subeconomia, ad attività marginali destinate a prosperare soltanto finché il settore industriale non si dispiega adeguatamente.

Spossessati? Anche no. Alla sfera di questa economia informale appartengono anche le fabbriche con ridotto impiego di macchine e quindi decine di operai che attraverso conoscenze, scambi di favori e spinte clientelari riescono a guadagnarsi commesse per la grande industria trapiantata al Sud; piccole imprese che si muovono fisiologicamente nell’area del sommerso, restano al Mezzogiorno nelle mani di gestioni familiari ed hanno salari liberi per l’assenza di ogni controllo o intervento sindacale.

Spesso le unità che operano in tale settore sono fuori dalla legge e perfino contro la legge, non pagano le tasse e i contributi sociali e non rispettano le regole per la sicurezza del lavoro, ma sono accettate dalle autorità per evitare esplosioni contestatarie e favorire la conservazione del loro status, la pace sociale. La governabilità non si esprime quindi direttamente sul terreno del welfare, ma si presenta come “tolleranza” dello Stato e del blocco sociale dominante verso il lavoro nero, i mercatini, gli ambulanti, colori i quali riempiono spazi di economia grigia; è una gestione del consenso che affianca la mediazione della clientela, altro grande strumento di controllo politico del capitale settentrionale sul Mezzogiorno.

A nostro avviso allora le condizioni per un assorbimento di questa fetta di economia nel settore “formale” non ci sono non perché manca una generale ripresa economica italiana, ma perché l’esistenza di una economia informale diviene strutturale. L’accumulazione scaturita dai grandi impianti settentrionali trapiantati finisce altrove, questo è il risultato dell’iniziativa meridionalista, tutto qui, e la società meridionale non ha la forza per spezzare il colonialismo interno né per porre l’istanza di una riformulazione dell’assetto economico coloniale perché lo strumento della governamentalità rafforza consensi e annebbia le spinte eversive. Lo sviluppo industriale autoctono - ci riferiamo soprattutto a quello dell’industria leggera, di trasformazione dei prodotti agricoli in modo particolare -, unica strada per ridestare le forze produttive meridionali e rilanciare l’accumulazione di informazioni extragenetiche, non può realizzarsi perché il capitale settentrionale non accetterà mai di perdere fette di mercato interno (lo dimostra il fatto che nel corso della storia dell’Italia unita più volte aziende meridionali hanno dovuto chiudere i battenti su iniziativa dello Stato in quanto esplicitamente considerate “doppioni” di industrie già esistenti al Nord), ma è la governamentalità che permette da 150 e più anni di evitare le esplosioni sociali. E’ questo il più importante anticorpo sviluppato dal sistema italiano.

Fino ad oggi la portata politica di tale strumento è stata trascurata dagli analisti. La colonia, si è detto, è tenuta nella pace sociale da una borghesia compradora e dall’elefantiasi del settore pubblico; si è tralasciata la “governamentalità” che è a nostro avviso fondamentale invece per capire l’intero tessuto sociale, economico e politico meridionale. Il connubio tra questi tre fattori è risultato fino ad ora vincente per la sopravvivenza del colonialismo interno in Italia ed ha messo fuori uso il concetto di blocco storico, l’idea che l’Italia sarebbe dominata semplicisticamente da un’alleanza tra industriali del Nord e proprietari terrieri del Sud. L’analisi della governamentalità allarga sensibilmente la base di consensi su cui può poggiare il colonialismo interno: se prima si potevano individuare le leve della rivoluzione meridionale in chi restava tagliato fuori dal clientelismo alimentato da settore pubblico e ceto dirigente, lo strumento della governamentalità restringe questa fetta fino al punto da poter affermare che quello che Zitara chiama proletariato esterno è completamente integrato nel sistema coloniale che ha dunque sviluppato anticorpi ben più potenti di quelli individuati dalla classica “teoria dello sviluppo”: il cambiamento non ha leve materiali.

Probabilmente il discorso è estendibile ad ogni colonia interna, ma non facciamo questo azzardo. Ci limitiamo a constatare in esso, nella governamentalità, la ragione del fallimento di ogni progettualità rivoluzionaria nel Meridione d’Italia, compreso quella separatista.

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1 A. Labriola, “In memoria del Manifesto dei Comunisti”, in “Saggi sul Materialismo Storico”, Roma 2000, p. 79

2 M. Petrocchi, “Le industrie del Regno di Napoli dal 1850 al 1860”, Napoli 1955, p. 13

3 Idem, p. 52

4 T. Pedio, Industria, società e classe operaia nelle province napoletane nella prima metà dell’Ottocento, Archivio Storico Pugliese, Bari 1977.

5 L. De Matteo, “Noi della Meridionale Italia. Imprese e imprenditori del. Mezzogiorno nella crisi dell'unificazione”, Napoli 2002, pp.85-7

6 G. Matacena in N. Zitara, “L’invenzione del Mezzogiorno. Una storia finanziaria”, Foligno 2011, p. 60

7 R. Mezzanotte, Opificio de’ panni della società del Sebeto nella valle dell’Irno diretto dal sig. A. Gerdret, in Poliorama Pittoresco, Annata V, pp. 112-115.

8 F. Milione, Le industri del Mezzogiorno all’unificazione dell’Italia in E.M. Capecelatro e A. Carlo, Per la critica del sottosviluppo meridionale, Firenze 1973, pp. 221-1.

9 R. Romano, “I Caprotti. L’avventura economica e umana di una dinastia industriale della Brianza”, Milano 1980, pp. 162-3 rpt. in “Radici storiche ed esperienza dell'intervento straordinario nel Mezzogiorno. Taormina, 18-19 novembre 1994”, (a cura di L. D'Antone), Napoli 1996, p.16

10 E. Sereni, “Il capitalismo nelle campagne (1860-1900)”, Torino 1947, pp.5

11 N. Zitara, “L'Unità d'Italianascita di una colonia”, Ardore 1995, p. 52. Si legga in particolare il capitolo VI.

12 L. De Rosa, Napoli nella “questione meridionale” agli inizi del secolo, in “Lo Stato e il Mezzogiorno”, Napoli 1986, p. 12,.

13 K. Sanyal, Ripensare lo sviluppo capitalistico. Accumulazione originaria, governa mentalità e capitalismo postcoloniale: il caso indiano, Firenze 2010.

14 Nell’ottica di Sanyal ciò avverrebbe col trasferimento di una parte del plusvalore dal dominio del capitale all’economia del bisogno. La scissione che lo studioso opera tra le due forme economiche non ci sembra accettabile.





















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