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“Perché non mantenere, per esempio, le ottime istituzioni comunali in Lombardia, e le altre non meno buone nel Regno di Napoli, che fondate dalla legge del 12 Dicembre 1816, han create le abitudini di due generazioni e subito mezzo secolo di pruova?

[...] Torino potrà forse governarsi da un Luogotenente. Napoli non mai. E noi pensiamo che se Giacomo VI di Scozia, ch'è un caso molto analogo al nostro, acquistando per successione la corona d’Inghilterra, si fosse deciso a ritenere la sua antica capitale Edimburgo per metropoli de‘ due regni, forse 0 la Casa de‘ Stuardi non avrebbe regnato mai sull'Inghilterra, o l'atto di unione del 1707 non sarebbe giammai avvenuto.

[...] Se v’ha possibilità di salvare la situazione politica attuale, per certo non può salvarsi per altra via; e se l‘Italia si salva o si perde, si salva e si perde per Napoli e in Napoli”


Sono parole del 16 febbraio 1861 – a scriverle non fu Cattaneo ma Costantino Crisci in quel di Napoli.

Ci hanno convinto che ci è stata portata la libertà ed oggi grandi opinionisti sostengono che se ci fosse stata opposizione al nuovo stato di cose ve ne sarebbe traccia parlamentare.

Di tracce ce ne sono e parecchie.

Furono soffocate e costrette all'oblio al crepitare dei plotoni d'esecuzione. A protestare e a consigliare strade diverse furono in tanti (non solo Proto che già nel 1861, ben prima della famosa interrogazione archiviata senza portarla alla discussione, si rivolgeva  a Massari sulle cose di Napoli) ma prevalse la linea della destra guerrafondaia.

Zenone di Elea – Gennaio 2014

LA SITUAZIONE POLITICA IN ITALIA

QUISTIONE DI GOVERNO E DI ORGANIZZAZIONE

(16 febbraio 1861)

NAPOLI

STABILIMENTO TIPOGRAFICO DEI CLASSICI ITALIANI VICO LUPERANO N. 7 P. P.

1861.

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I.

Per chi voglia farsi a considerare libero da ogni passione di parte politica le cose italiane, guardando alle tendenze, agl'interessi ed alle opinioni che in diverse correnti si dividono e si pronunziano, pare che l'uomo di Stato non abbia innanzi a se che una delle tre vie a seguire:

1. restaurare il passato,

2. spingere innanzi la rivoluzione,

3. arrestarla per consolidarne i risultamenti ottenuti.

Scartando la prima e la seconda linea di condotta politica fermiamoci alla terza come la più omogenea alle tendenze della opinione prevalente e più conforme all'indirizzo che attualmente domina nel Governo. E dapprima rifletteremo che se la prima e la seconda sono o poco opportune o poco desiderabili, la terza è di tutte la più difficile come quella che nel tempo medesimo accetta e rifiuta la rivoluzione. abbatte e conserva, e si trova esposta agli attacchi degli uni, alle esigenze degli altri, liberale senza popolarità, conservatrice senza autorità. e soprattutto condannata ad aver ragione nella inconseguenza e a crearsi elementi di azione nel riposo.

Siffatte difficoltà, che noi non esageriamo per certo, hanno di che tentare l'ambizione di un uomo di Stato e il patriottismo di un cittadino, ed è però utile d’indagare per quali mezzi è possibile di vincerle o almeno di minorarle.

Senza creder molto a’ risultamenti diffinitivi di un compromesso piuttosto che di una soluzione, noi vogliamo nondimeno instituir coscienziosamente questo esame. cominciando dal renderci conto della situazione che s'intende salvare.

II.

La complicazione politica attuale tanto nel suo complesso che nelle sue parti ritrae moltissimo dalle stesse sue origini, perocche la idea che la informa si è venuta attuando con diversi mezai nelle diverse regioni d'Italia: al di là del Po il trionfo è stato preparato con mezzi diplomatici, al di qua con mezzi rivoluzionarii; e ancora nella Italia centrale la rivoluzione è stata pacifica e il movimento indigeno, nella Italia meridionale la rivoluzione è stata violenta e il movimento promosso estrinsecamente. Dal che consegue che la situazione delle cose italiane è oltre Po ben diversa di quel che sia al di qua, e in Napoli soprattutto è diversissima; e però la politica mirando ad uno scopo d’insieme non può prescindere dalle condizioni speciali che sole possono darle clementi probabili di riuscita. Infatti al di là del Po la quistione interna è dominata dalla quistione esterna, essendo quivi la necessità delle alleanze preponderante sulla necessità di organizzazione; al di qua del Po la quistione interna domina ed assorbe la quistione esterna, essendo in questa parte d'Italia la necessità di organizzazione superiore a quella delle alleanze.

Noi lasceremo da banda la quistione esterna e di alleanze, quantunque molto sia a dire sul proposito perché moltissimo da essa dipende la soluzione diffinitiva, e ci fermeremo solamente a ragionare della quistione interna, la quale esamineremo specialmente nelle condizioni di Napoli, dove i suoi elementi sono più precisi e spiccanti.

III.

Prima di tutto noi vorremmo che ognuno fosse ben convinto di ciò che i fatti d'altronde attestano, cioè che il cambiamento politico cosi improvvisamente sopravvenuto in Italia, rovescian do gli antichi governi non ha per certo annullati gl' interessi che a que‘ governi si ligavano, e più la durata de’ governi è stata lunga e la loro azione potente, più quegl'interessi sono ora numerosi e persistenti. D'altra parte è pure da riconoscere, che le forze irregolari tanto morali che materiali, le quali messe in movimento han cominciata e compiuta la rivoluzione, non sonosi per la magia del Plebiscito persuase di rientrare ne‘ limiti della loro vita normale; più la loro vittoria è stata portentosa e più esse debbono aspirare a dominare e a conquistare ancora. Queste due ‘tendenze, che noi chiameremo autonoma e repubblicana, sono culminanti soprattutto in Napoli, dove la forza di resistenza è stata maggiore e la forza di attacco più violenta.

In tale stato di cose, e nella ipotesi sempre della unificazione, qual è il problema che deve risolvere una politica saggia e previdente? Non altro ci pare che il seguente: tenere in freno le tendenze retrive e rivoluzionarie, e nel tempo stesso guadagnar terreno nel campo delle une e delle altre conquistando le simpatie oneste di tutt’i colori. Se questo problema, che in ultima analisi è problema di forza e di conciliazione, possa o no risolversi noi non indagheremo, ma per certo la politica non può altrimenti tentarlo se non con i mezzi proprii e per effetto della sua azione legale;

ciò che ci conduce naturalmente ad esaminare la quistione di governo e di organizzazione, che formano veramente il nodo delle difficoltà attuali.

Parleremo partitamente dell'una e dell'altra.

IV.

La quistione di governo si compone di due elementi, sistema e le persone, elementi che nel fatto non possono né dividersi né isolatamente considerarsi. Diremo nondimeno per ciò che si attiene al sistema, che il governo di un popolo riesce impossibile quando le forze sociali non si sanno tradurre in forze politiche, quando le influenze naturali non si fanno entrare a parte dell’azione governativa; e per ciò che si attiene alle persone diremo, che il merito e la capacità di governare non deve risultare da una personale condizione 0 colore o attinenza, ma si bene dalla conoscenza degli uomini e delle cose, e da una opinione di onestà e di carattere generalmente consentita ed accettata. Per effetto di questo duplice principio la base del governo deve esser larga e comprensiva, essendo da ritenere che i governi cadono più a cagione di vizi intrinseci che di attacchi estrinseci.  Il  governo Borbonico infatti è caduto perché era dominato da una consorteria, e l'attuale è debole ed abborrito per la medesima ragione.

Quel ch’era a farsi in Napoli, e sventuratamente resta a tentarsi ancora con maggiori difficoltà e dubbiezza di riuscita. il più ordinario senso politico lo indicava dal primo momento.

Quando la rivoluzione nel regno di Napoli era stata non indigena ma importata, la prima cosa a farsi per salvarlo era di renderla generalmente accetta ed amata; né ciò poteva altrimenti ottenersi che associandola alla soddisfazione di un gran bisogno popolare, all'attuazione di una grande idea politica.

Questo bisogno e questa idea non poteva per certo esser quella della indipendenza, ché lo straniero austriaco era stato cacciato via fin dal 1734, non quella de’ grandi principii dell'89, ché dal 1806 informano già la nostra legislazione, non infine poteva essere un’ idea astratta di nazionalità una e compatta, che ben poche menti arrivano a comprenderla anche in questo momento; la sola cosa dunque che poteva interessare il popolo ad un cambiamento, era la conquista di un buon governo, cioè la giustizia civile e politica, e la cessazione dell’arbitrio governativo.

V.

I mezzi acconci a raggiungere questo scopo erano pure ovvii e semplici.

Egli era d'uopo cominciare per prendere l’abitudine e dar l'esempio della legalità, osservando perfettamente lo spirito e le forme dello Statuto costituzionale, non invadendo le prerogative del potere legislativo e lasciando al Parlamento la rivisione delle nostre leggi e la unificazione del sistema italiano: frattanto conservare il vecchio meccanismo amministrativo che tanta forza aveva data al caduto regime, e rinvigorirlo con elementi di azione nuovi e fidati: costituire il potere centrale di Napoli in mano di uomini capaci e coscienziosi, rappresentanti della opinione dominante, ma aprire i ranghi subalterni dell'amministrazione agli uomini di opinioni oneste di tutti partiti, e segnatamente a quelli che possedendo già l'impiego avevano dato pruova di una condotta intemerata e di provata capacità: costituire l'amministrazione de’ Comuni in modo che tutta la gente onesta e tutte le classi indipendenti de' proprietari locali, ch’erano stati tenuti lungi dagli affari sotto il dispotismo, fossero chiamate al maneggio delle cose comunali:

purificare e ristringere piuttosto le Guardie nazionali, componendole di elementi conservativi e garantiti dal possesso, onde al paragone non si fossero trovate inferiori alle vecchie guardie urbane: far sentire l'azione e la presenza del governo in tutti i punti del Regno, costituendo in ciascun Circondario un nucleo di forza vera con una brigata di tre o quattro Carabinieri, e conservando a’ Giudici regii il potere politico, che tanta influenza avevano avuta pel mantenimento del vecchio ordine di cose: soprattutto conservare, fino a che il Parlamento non avesse altrimenti deciso, le antiche leggi, le quali calpestate sempre e inosservate erano state per dodici anni il grido della opposizione; mantenere le antiche norme di condotta pubblica e privata, onde non accrescere in un momento di transizione la confusione delle cose con la confusione delle regole scritte, l‘anarchia sociale con la legale impunità: finalmente blandire il clero ed essergli largo di protezione e di riguardi, in un tempo specialmente che essendo attaccato il potere temporale del Papa, poteva facilmente sorgere il dubbio nelle masse popolari che si attaccava la costituzione stessa della Chiesa. La buona politica insegnava, che quanto più si voleva distruggere il potere politico papale, tanto più si doveva esaltare il potere religioso, onde la distinzione fosse chiaramente percepita dalle masse. E quando pure non si fosse potuta vincere la renitenza del clero, ovvero si trovava difficoltà ad esaltare, per politica almeno, il principio religioso, meglio era farne senza, anziché darsi il ridicolo e menar vanto dell'appoggio di quei preti, poco numerosi per altro, i quali contravvenendo alle leggi della disciplina cattolica, non sono tenuti né come i rappresentanti del principio religioso, né come i più influenti sulla opinione delle masse.

VI.

Abbiam detto quello che a nostro modo di vedere avrebbe dovuto farsi fin dal principio, non diremo della Dittatura ma almeno del governo Luogotenenziale, vediamo ora quello che invece si è fatto da tre mesi fra noi.

Alle vecchie son succedute le nuove consorterie, ad una un’altra forma di dispotismo. Da' comitati e sottocomitati rivoluzionari sono usciti gli uomini di governo; le file segrete della cospirazione si sono tradotte in ranghi officiali del Potere.

L'onestà, la proprietà, le influenze naturali si sono obbliate non solo ma messe quasi fuori della legge: conservati solamente ed onorati qua satelliti vili del caduto dispotismo, che ora si son fatti più vili per una ipocrita apostasia: l'azione governativa tramutata in funzione legislativa, e la furia di far nuove leggi accresciuta ancora dalla impotenza di farle eseguire: l'autorità spogliata del suo prestigio, le. cariche pubbliche svilite, l'istinto di moralità politica distrutto. Ne‘ Comuni il potere è caduto in mano de‘ nullatenenti o di quelli che avevano avuta la disgrazia, ora fortuna, di una condanna criminale. Le rendite pubbliche malversate, le sorgenti della ricchezza dello Stato esaurite, la libidine del domandar impieghi superata solamente dal cinismo di un nepotismo esteso ed impudente. Le Guardie nazionali, salve poche e lodevoli eccezioni, accozzaglia di elementi i più torbidi accanto a’ più retrivi, sono come la lotta organizzata dell’anarchia armata. La polizia locale è affidata a’ Sindaci, creature per lo più dell’intrigo o del favore di una fazione municipale, dominati da‘ mestatori di ogni genere a impauriti di fare il proprio dovere per la permanenza stessa del loro domicilio nel Comune. Il clero attraversato nell’esercizio delle sue funzioni, i Vescovi minacciati, le rendite delle Mense sequestrate; i libri più immorali ed irreligiosi sparsi gratuitamente e pubblicamente commentati;

infine nell'ordine sociale un‘anarchia senza pari, e nell'ordine politico un arbitrio insolente e sospettoso da disgradarne l'antico, e tanto più insoffribile in quanto che si copre de' santi nomi di patria e di libertà.

Ci si dirà che questo è l'effetto naturale ed immancabile di ogni rivoluzione, e che l'ordine non può ristabilirsi in un giorno. Certo ciò noi non contrasteremo, ma quando vediamo che più il Governo veste le forme della normalità e più l'anarchia ingrossa e straripa, più passa il tempo e più l'agitazione cresce, più viene la esperienza e più si aumentano gli errori e la incapacità, noi dobbiamo concludere che si cammina a ritroso dell'ordine naturale della vita sociale e politica delle nazioni, e che proseguendo in tal modo non si arriverà alla pacificazione, ma ad una rivoluzione novella e più disastrosa. In fatti i prodromi sinistri cominciano, e la guerra civile ha tinto già di sangue italiano le terre italiane!

Ecco i tristi risultamenti che la quistione di governo mala» mente posata e pessimamente risoluta ne‘ suoi due elementi, il sistema e le persone. ha prodotto già nel nostro paese; effetti tanto più deplorevoli ed affliggenti, in quanto che oggi s'imputano, con una logica non al certo nuova, a colpa di quelli stessi che ne sono le vittime. Il popolo è ingovernabile. ci si dice, la miseria morale di tutte le classi sociali non offre alcuna capacità di governo, la corruzione è in tutti generale e profonda... come se questo popolo calunniato, urtato nelle sue abitudini secolari e ne‘ suoi interessi vitali, non si fosse prestato abbastanza docile a tutti gli esperimenti che si son voluti fare su di esso; come se gli uomini del governo si fossero cercati tra le varie classi sociali e non invece in certa sfera di attinenze e d’impegni presi, indipendentemente da ogni considerazione. di moralità e di capacità governativa;

come se infine la corruzione, che pur troppo è generale, non fosse rappresentata esclusivamente da quella classe di gente, numerosa clientela politica, che si stringe, si urta e si agita intorno al governo per avere la sua parte di un potere, ch'è si facile a conquistare, si utile a tenere e si sicuro a lasciare!

Tanto male potrà essere riparato dalla organizzazione diffinitiva d'Italia? Le difficoltà già grandi della soluzione unitaria fatte oramai grandissime per gli errori di un improvvido governo. spariranno come per incanto innanzi all'opera del Parlamento nazionale? Noi vorremmo sperarlo, ma due tristi considerazioni ci preoccupano lo spirito. La prima è, che un governo il quale si surroga ad un altro rovesciato da una rivoluzione, segna la sua decadenza morale dal momento che per governare è costretto di ricorrere a' mezzi dell'antico; che un governo il quale s'intitola dal consenso generale, uccide il proprio principio dal momento che è costretto ad usar la forza per conservarsi.

L'altra considerazione non meno triste si è. che il bravo esercito piemontese amato e rispettato, baluardo fin qui d'indipendenza, esempio di disciplina, si trova dalle esigenze della politica trascinato ora in un conflitto civile, in una lotta che il più delle volte è un duello cittadino: e questo a nostro modo di vedere, non contribuirà certo ad accrescere la disciplina, a mantenere pura l'aureola della gloria acquistata e conservare intatto lo spirito dell'onore militare; invece lo spirito di parte comincia a prevalere, ed il soldato associato alle vittorie delle passioni politiche, finisce per subirne gli odii e le proscrizioni.

Ad onta di questo imminente naufragio de‘ due elementi, morale e materiale, di ogni governo, noi vogliam pure portare lo sguardo sulla quistione gravissima di organizzazione, tracciam do brevemente quel che ci sembra più logico è più opportuno.

VII.

La organizzazione politica e amministrativa d'Italia diretta a raggiungere il duplice scopo dianzi indicato, la forza cioè e la conciliazione, parrebbe cosa facile e naturale se opinioni speciali e tendenze diverse altrove pronunziatesi, non ne avessero già fatta una quistione.

Prima di tutto noi dobbiamo dichiarare, che ci è impossibile di comprendere la unità politica di una nazione senza l'unicità del potere governativo che la regge, e il potere governativo ci sembra che allora possa dirsi unico, quando il principio di azione e di risponsabilità confluiscono in un solo e medesimo centro. Altrimenti si avrebbe una o un‘altra forma di federazione con Governi indipendenti ed autonomi, e ligati solamente insieme o sotto un solo Scettro o sotto una sola Direzione o Presidenza. Ma nella ipotesi della unità, la opinione di conservare le delimitazioni degli antichi Stati col nome di Regioni, e farle governare da Luogotenenti generali, e a nostro modo di vedere un’anomalia pericolosa; dappoiché il Luogotenente regionale, come potere politico, sarebbe un inciampo alla libertà e celerità di azione del Potere supremo, uno spostamento di risponsabilità, un indebolimento della forza assimilatrice del principio stesso di unità; e come potere amministrativo, sarebbe la preponderanza de' vecchi centri, la medesima centralizzazione attuale tanto più pesante ed insoffribile, quanto il nuovo potere centrale della Regione si troverebbe inferiore all'antico per prestigio di forme e per forza di comando. In somma volere introdurre in Italia a poche miglia dalla Capitale, e in mezzo a' telegrafi elettrici e alle strade ferrate, il sistema con cui l’Inghilterra regge l'India e il Canada, e volerlo fare per rispetto delle esigenze locali e per concessione allo spirito di municipalismo, è ci sembra, uno sconoscere completamente i bisogni e le tendenze della popolazioni, e provvedere stranamente al trionfo della unità.

Che se questo sistema ibrido dovesse mai prevalere, meglio sarebbe rinunziare apertamente all'unità, e provvedendo più stabilmente al riposo d’Italia, mantenere intatta la indipendenza politica e amministrativa de' vecchi Stati, deponendone solamente la Corona sulla testa di un Re unico. Questa federazione di Stati con la unità personale, sarebbe più logica e pratica di quello che sia il sistema che combattiamo.

VIII.

Per certo le famiglie che popolano l’Italia hanno origini e civiltà diverse, e nessuno più di noi avrebbe desiderato che la storia si fosse presa sul serio: ma quando si ragiona sulla ipotesi della unità. si contraddice al proprio principio cercando soluzioni che non lo traducono nel fatto. In questo caso, e per nulla sconoscendo la difficoltà immensa di riuscire, ci sembra che se le antiche autonomie han dritto al rispetto per ciò che le interessa veramente, la organizzazione amministrativa potrà provvedervi più che la organizzazione politica; ed è perciò che la circoscrizione novella d'Italia si presenta come un problema di politica più che di amministrazione.

Ora restringere il numero delle attuali provincie e partir l'Italia nelle naturali regioni idrografiche ed orografiche, che da secoli presentano condizioni di vita e d’istinti diverse; fare, a cagion di esempio, al di qua del Tronto de' tre Abruzzi una provincia sino al Fortore, delle tre Puglie un'altra. una terza delle tre Calabrie, de’ due Principati e della Basilicata una quarta, e infine una quinta provincia di Napoli e Terra di Lavoro; guidarsi con la stessa massima nell'Italia media e nell'Italia superiore, sarebbe un provvedere a’ bisogni veri del governo e dell'amministrazione, e alle esigenze più giuste della vita e libertà locale.

Stante siffatta organizzazione, la vita de‘ Comuni dovrebbe quindi svilupparsi più conformemente alle tradizioni, agl'interessi e alle abitudini locali; perocché non dee obbliarsi che i soli enti complessivi che esistono naturalmente. sono, oltre la famiglia, l'agglomerazione del Comune e quella dello Stato; e quando queste due formazioni sociali voglionsi sotto un regime di libertà elevare e costituire in formazioni politiche, più si dà forza di assimilazione allo Stato e più bisogna lasciar forza di resistenza a' Comuni. Tra siffatta forza di assimilazione e di resistenza la ragione e più la necessità vogliono, che vi sia un punto di contatto, un centro di amalgama, dove gl‘interessi locali e generali, l‘amministrazione ed il governo s’incontrano, si controllano e si garantiscono; e tale creazione è la provincia, la quale tutta opera della politica, non si determina in fatto che tra’ limiti che più assicurano unità e forza di azione al governo, e più interessi locali e similari raccolgono. Oltre di questo punto di contatto ogni altra ruota aggiunta al meccanismo è una inutile superfetazione, dappoiché è preponderare o dall’uno o dall’altro estremo.

IX.

Ma per un sistema perfetto di organizzazione non basta la circoscrizione solamente; egli è mestieri che in quella triade di centri di affari, due di creazione naturale che abbiam veduto essere lo Stato ed il Comune, ed uno di creazione politica ch'è la Provincia, egli è mestieri, diciamo, che si costituisca un potere pubblico e si fissino ancora le norme per regolarne e contenerne l’azione. Ecco come la quistione di organizzazione che abbiamo osservata nel suo elemento di circoscrizione, si completa con gli altri due elementi, cioè la costituzione del potere e la fissazione de’ metodi amministrativi.

Ora se si porta uno sguardo attento al complesso del fatto sociale, si troverà che lo Stato e i Comuni. l'uno alla sommità gli altri alla base della piramide, rappresentano due ordini d'interessi e di tendenze differenti; l'interesse generale il primo e la tendenza ali‘ unità, gl'interessi particolari i secondi e la tendenza alla varietà. Tutta la vita sociale si racchiude tra‘ que’ due estremi. e non è in realtà che una serie di azioni e di reazioni tra que' due ordini d'interessi e di tendenze diverse, in modo però che il movimento unificatore dello Stato discendendo dal centro alla periferia si modifica e si varia, e viceversa l’azione molteplice e variata de’ Comuni ascendendo dalla periferia al centro si concilia e si amalgama. Questo libero e naturale giuoco delle forze sociali deve esser tradotto e legittimato nella costituzione di ogni potere politico, che voglia favorire e non distruggere l'esplicamento del progresso sociale. E però le buone costituzioni politiche e amministrative debbono far rappresentare al potere nello Stato e ne' Comuni l'interesse dominante in que’ due centri, lasciando al contrario interesse un necessario controllo sulla sua origine e sulla sua azione. Così se è giusto che nello Stato il potere si deleghi dal Re e il controllo si eserciti da’ rappresentanti della nazione, egli è giustissimo che ne’ Comuni il potere si deleghi dalle assemblee comunali e il controllo si eserciti dal Re. La nomina quindi de’ Sindaci attribuita al Re dalla legge Rattazzi, è una anomalia che interverte l'ordine naturale degli interessi sociali.

Ma più de’ Comuni e dello Stato egli è necessario in una buona organizzazione amministrativa interessarsi delle Provincie, dove i due interessi e le due tendenze nel loro convergente movimento s’ incrociano e si modificano per amalgamarsi e garantirsi a vicenda; ed è però che la costituzione stessa del governo della provincia vuol essere seriamente considerata per fissarlo nel suo giusto equilibrio tra gl'interessi contrari che deve rappresentare.

A raggiunger questo scopo di equilibrio egli è evidente che il potere provinciale deve esser di natura misto, e ciò non solo nella sua origine ma ancora nelle sue funzioni. Sotto il primo rapporto noi crediamo di potervisi provvedere facendo che il Re scelga il Governatore tra’ componenti dell'assemblea di Provincia, e sotto il secondo rapporto facendo che il governatore sia nel tempo stesso e il commissario politico del governo e il rappresentante attivo delle amministrazioni locali in faccia del potere centrale.

Affinché poi queste due funzioni apparentemente contraddittorie, le quali vengono ad unirsi nella stessa persona, non si confondano o escludano tra loro, egli è mestieri che il Governatore abbia accanto a sé  un Consiglio di governo, la cui ingerenza sia facoltativa per l'esercizio della sua funzione governativa onde non arrestare l'azione spedita del governo, ma sia necessaria ed obbligativa per l'esercizio della sua funzione amministrativa, affinché la giusta valutazione degl'interessi locali non sia trasandata.

Inoltre siccome la composizione del Consiglio non è indifferente alla natura delle sue attribuzioni, è chiaro che esso debba esser composto di uomini speciali, interessati per posizione agli affari della località e per istruzione capaci di comprendere le necessità dell'amministrazione e del governo: il quale duplice intento a nostro modo di vedere potrebbe ottenersi fissando da una parte un limite di età e di possesso con la dimora nella provincia, e dall’altra sottoponendo alla prova di un concorso la capacità richiesta.

Ora da ciò che abbiam detto risulta, ch'è un sistema antipratico e antirazionale quello di far rappresentare le due funzioni anzidette del potere provinciale da due persone distinte, e far delegare la prima dal Governo, la seconda dalle assemblee provinciali; dappoiché non solo esso crea l'antagonismo e la lotta, e non interessa il governo nell’amministrazione locale né l'amministrazione locale alle necessità governative, ma ancora sconosce lo spirito di questa creazione politica della provincia, ch'è e deve essere l‘amalgama non la divisione dell'interesse generale e dell’interesse particolare, un mezzo di fusione non un centro di urto e di collisioni.

Stabilita pertanto la circoscrizione e costituito il potere amministrativo, egli non resta a fare altro per favorire la costituzione di un potere politico unico centrale, se non che la vita di affari la quale si concentrava nelle vecchie capitali, sia respinta per le cose amministrative nelle provincie e ne' comuni, e per le cose politiche sia assorbita nella capitale del nuovo regno; dappoiché più il governo deve esser forte politicamente e più esso deve spogliarsi degl'imbarazzi delle amministrazioni locali. alle quali, salvo un salutare controllo, come abbiam vedut0, vuol esser lasciata una piena ed intiera libertà. D’altra parte se l'Italia ha veramente a guadagnar qualche cosa nella perdita delle singole autonomie, ciò è non solo la libertà locale confiscata già da gran tempo, ma ancora il risparmio di quelle estenuanti liste civili e di quelle avide burocrazie, che alimentando su larga base gl'intrighi di Corte e di Officina, mantengono aperta una scuola d’immoralità, e sono come un vortice di bassi sollecitatori e d’impudenti venditori d’impieghi.

X.

Veniamo ora dopo di aver parlato della circoscrizione e dell’organismo del potere, a dire una parola sulla scelta de' metodi e delle norme amministrative. E qui è da considerarsi che concentrando politicamente lo Stato, la indipendenza comunale e l'autonomia amministrativa non si salva e garantisce altrimenti, che rispettando gl'interessi non solo e le varietà locali, ma ancora le istituzioni sotto le quali esse esplicandosi hanno acquistata individualità e fisonomia propria. Perché non mantenere, per esempio, le ottime istituzioni comunali in Lombardia, e le altre non meno buone nel Regno di Napoli, che fondate dalla legge del 12 Dicembre 1816, han create le abitudini di due generazioni e subito mezzo secolo di pruova? Perché non fare altrettanto nella Toscana, salvo sempre in tutte le necessarie modificazioni che comporta il mutato sistema politico, invece di cambiarle completamente e surrogarle con una legge che non rispetta le autonomie né rafforza lo Stato, e che nata jeri non ha ancora ricevuta la sanzione del Parlamento, nò subita la decisiva prova della esperienza?

Sappiamo che certi spiriti simmetrici ed assoluti, poco adusati alla osservazione del l'atto morale, troveranno questa opinione un paradosso e per soprappiù avversa alla costituzione unitaria d’Italia; ma noi facciamo riflettere, che l'Inghilterra la quale possiede il governo più fortemente costituito del mondo, non ha raggiunto questo grado di forza se non rispettando ogni elemento di libertà locale, ogni uso e consuetudine particolare. Le città e i borghi in Inghilterra si sono retti, e in parte ancora si reggono dopo il Regolamento de’ 9 settembre 1835, con leggi speciali e costituzioni proprie diversissime le une dalle altre secondo la origine e la diversità delle Carte d'onde traggono esistenza; le stesse leggi civili di successione variano da una ad un’ altra Contea.

Oltracciò, sempre pel rispetto della varietà che esprime la libertà anziché della simmetria che è la forma del despotismo, le città importanti in Inghilterra sono sottratte alla giurisdizione delegata del governo delle Contee, e sono elevate per se stesse al grado di città-contee (comtés corporés) aventi i loro magistrati proprii e il loro Shérif indipendente che rileva immediatamente dalla Corona; il quale esempio potrebbe ancora imitarsi con successo tra noi, ’onde aver modo di soddisfare ed onorare le grandi città storiche italiane. intanto siffatta varietà non impedisce che l’Inghilterra sia politicamente una, e il suo governo fortissimo; ma la sua azione onnipotente in tutt'i punti del Globo si arresta innanzi alle mura di una città e alla porta di un domicilio.

Adunque quanta maggior libertà di azione si lascerà alle località, tanta maggiore unità e forza si concentrerà nella capitale per l' azione governativa libera, indipendente, generale. Aperta ne’ Comuni l'arena delle piccole ambizioni, ‘non si avranno nella capitale che le grandi e le nobili; e mentre il principio di autorità si rafforza, la bisogna del governo andrà più facile e spedita.

XI.

Questa considerazione ci conduce naturalmente all’altra importantissima della nuova capitale d'Italia, dappoiché la quistione della capitale è ancora e più di tutto quistione di organizzazione.

Ora è da convenire, checché gl'istinti municipali possono suggerire in contrario, che la capitale naturale d'Italia è Napoli, come Roma è la sua capitale storica. Pretendere che la storia passi innanzi della statistica, tanto più che le gelosie presenti sarebbero contenute dalle gloriose memorie del passato, è cosa che, si comprende da tutti, da moltissimi si desidera;

ma se Roma resterà papale, e sino a quando vi resterà, non è egli chiaro che la statistica debba rivendicare il suo dritto, e che Napoli per posizione di sito, per ampiezza di spazio. per preponderanza di affari, per numero di abitanti, e per centralità maggiore di comunicazioni e importanza politica, sia la capitale del Regno unito d'Italia?

D'altra parte nessuno verrà negare che la sede del governo, politicamente e militarmente considerandolo, debba esser fissata là dove è più necessaria e più utile la sua azione, e dove maggiore è la necessità della resistenza e più grande l'interesse della conciliazione; dappoiché se il governo ha una ragione di essere, questa ragione non può trovarsi che nel bisogno incessante della sua azione, ora rifrenatrice, ora conciliatrice, ma sempre presente nel centro stesso delle necessità sociali dalle quali trae origine. Qual è intanto il centro di questa necessità in Italia‘!

Il Piemonte è tranquillo e soddisfatto di aver dato una Dinastia all'Italia, tenuto in freno dall'antico rispetto alla Casa de’ suoi Re e dall’abitudine di un governo franco e patriarcale. La Lombardia, lieta ancora di avere scosso il giogo dell'Austria e di essere rientrata nella famiglia italiana, è unita al resto d'Italia dalla garantia di un Trattato e dall’interesse e dall’appoggio della Francia. Le provincie pontificali hanno interesse ad un governo stabile e legale, e sono per forza propria incapaci di compromettere la esistenza del nuovo regno. La gentile Toscana si ha creato essa stessa i suoi nuovi destini, ed è ligata oramai all'Italia dalla spontaneità di un doppio voto, e da una pruova di costanza diplomatica senza pari. Solo l'Italia meridionale si agita e si commuove, solo nel Regno di Napoli s'impugnano le armi e si combatte per un passato che non puossi e non vuolsi obbliare.

Ora a contener queste provincie e a contentarle nel tempo stesso, non è egli evidente che il governo centrale debba fissarvi la sua sede, e far di Napoli il centro della sua azione? Torino potrà forse governarsi da un Luogotenente. Napoli non mai. E noi pensiamo che se Giacomo VI di Scozia, ch'è un caso molto analogo al nostro, acquistando per successione la corona d’Inghilterra, si fosse deciso a ritenere la sua antica capitale Edimburgo per metropoli de‘ due regni, forse 0 la Casa de‘ Stuardi non avrebbe regnato mai sull'Inghilterra, o l'atto di unione del 1707 non sarebbe giammai avvenuto.

XII.

Noi concludiamo dunque che le difficoltà della situazione attuale, grandi già per se stesse e fatte ancora maggiori dalla incapacità governativa, se si possono superare, non altrimenti si possono che portando una adeguata soluzione nella quistione di governo e di organizzazione nel fine duplice della conciliazione e della forza: che in quanto alla quistione di governo, questo vuol essere nazionale non eccezionale, e deve slargare la sua base ed uscire dalle consorterie, governando senz'arbitrio, innovando senza distruggere e rispettando l'antico per fare accettare il nuovo: quanto alla quistione di organizzazione, che il potere politico vuol essere fortemente centralizzato e il potere amministrativo localizzato, cambiando le antiche centralità di affari e creandone nuove più conformi alla topografia e agl'interessi, e lasciando a’ Comuni le loro abitudini e le loro tradizioni: che qualunque organizzazione infine riesce incompleta senza determinare la sede della stessa forza direttiva del governo, la quale sede in preferenza è da stabilirsi dove maggiore è il bisogno di forza e di conciliazione, ond’essere in grado di contenere e persuadere.

Se v’ha possibilità di salvare la situazione politica attuale, per certo non può salvarsi per altra via; e se l‘Italia si salva o si perde, si salva e si perde per Napoli e in Napoli: triste condizione in cui son venute le cose per l'assolutismo delle opinioni, e per l‘amore imprevidente di una soluzione esclusiva! Ma ad assorbir Napoli, la idea del predominio della forza è un assurdo, e nella costituzione dell'attuale governo italiano è una contraddizione. Dominar con la forza i napolitani senza conquistarne le simpatie e l'appoggio, impor loro il giogo di un municipio contro otto secoli di storia, ciò è stabilire un governo senza base, più caduco del passato e cento volte più odioso, anche senza una lotta aperta ed armata, la sola passività di un gran popolo, e un esempio recente lo comprova, basta per scrollare un governo e perdere una Dinastia.

Napoli 16 Febbraio 1861.

COSTANTINO CRISCI









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