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LA CIVILTÀ CATTOLICA - ANNO DECIMOQUINTO - VOL. XI. DELLA SERIE QUINTA

ROMA COI TIPI DELLA CIVILTÀ CATTOLICA 1864

LE FINANZE DELL’ ITALIA IN MANO DELLA RIVOLUZIONE

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12 Agosto 2015

I.

La discussione sulle Finanze italiane nel Parlamento.

Intendiamo di dare un ragguaglio brevissimo dello stato in cui si trovano le Finanze italiane. Nel Parlamento di Torino dai 27 Giugno ai 5 Luglio vi si son fatti intorni molti e ben lunghi discorsi: tutti i giornali italiani si sono intrattenuti intorno a tale argomento: defrauderemmo i nostri lettori d’una giusta espettazione, se noi ne tacessimo, soli forse in tal caso tra tutti i periodici. La nostra condizione però c’ impone di parlarne un po’ diversamente dagli altri. I Deputati nel Parlamento, e i periodici nella stampa si dividono in ischiere amiche, ed in ischiere nemiche al Ministero che regge il limone dello Stato: ben inteso che questa separazione non è così recisa e totale che non ammetta gradi varii, e quasi trapassi dall’una all’altra. Essi adunque, come sogliono in ogni altra questione, hanno svolto questo argomento delle Finanze sotto il rispetto politico della parte propria: e se hanno risguardato il rispetto meramente economico e amministrativo, cioè dire gl’interessi del popolo italiano, questo stesso l’han fatto a traverso il prisma di quel loro colore. tutti, è vero, sonosi accordati in un punto cardinale, perché esso era troppo visibile, troppo palpabile, che cioè lo stato delle Finanze italiane è veramente spaventoso. Il Ministro che governa l’erario l’ha confessato pel primo: dopo lui l’hanno ripetuto a coro pieno tutti gli oratori che han parlato nelle Camere, in occasione dell'interpellanza fatta dal deputato Saracco al Ministero.

Condizione grave, condizione trepida, condizione pericolosa, condizione rovinosa l’han detta tutti, e nessuno vi ha contraddetto. Ma da questo grido infuori, uscito spontaneamente dalle viscere dei rappresentanti, al primo vedersi innanzi senza velo lo scheletro smunto delle Finanze italiane, in nessun’altra cosa poterono quegli onorevoli convenire. Non convennero nelle cagioni che le hanno ridotte a tale: chi la disse frutto di mala politica, chi di mala organizzazione, chi di mala amministrazione, chi di mala capacità, chi di mala volontà. Non convennero nei rimedii, che debbono risanarle: e l’uno propose nuovi incameramenti e nuove vendile, l’altro nuove imposte e nuovi balzelli. Questi dimandò che si disarmasse, e quegli al contrario che si entrasse subito in campo per andare a Roma o a Venezia. Chi disse: lasciale fare al Minghetti, e vedrete miracoli; e chi gridò che Minghetti si ritraesse e tosto, se non-voleasi vedere la rovina d'Italia. Si propose la politica di raccoglimento, e quella di apparecchio, e poi l’altra di azione, e finalmente quella di agitazione. Si disse che si dovea soprassedere da tanti mutamenti di dazi!, da tante costruzioni di strade fatte tutte d’un sol colpo, da tante leggi nuove; e si disse al contrario che bisognavano nuove riforme daziarie, e nuove spinte ai pubblici lavori, e nuove leggi organiche. Si predicò l’abbassamento delle tariffe, delle tasse e delle imposte; e si suggerì d’aecrescerle e ingrandirle. Bisogna togliere tanti centri secondarli nell'amministrazione e radunar tutto in un centro unico; anzi bisogna fare a rovesciò, e dal centro unico che tutto ingoia trasportare diritti e pesi a molli centri secondarii o già esistenti o da creare. Le più opposte idee, i più opposti sistemi, i più opposti provvedimenti vennero in luce: ma fu bagliore di un istante, perché tutto ingoiò il voto della docile maggioranza, che dette al Minghetti non rimproveri, non consigli, non avvisi, non istimoli: nulla di tutto questo, ma un Bravo pieno di fiducia e di approvazione.

Quei pareri, susseguili da questo volo, mostrano la poca conformità nei concetti, la grande incertezza nei giudizi!, e la moltitudine dei groppi in che le due grandi fazioni parlamentari si dividono: mostrano cioè che alla piaga delle Finanze esauste si aggiugne altresì la piaga della scissura e della incapacità, che non lascia fuori del proprio partito  né vedere il rimedio,  né volerlo.

Lo spettacolo che il Parlamento italiano ha dato in questa discussione, è stato altamente scandaloso. Le Finanze dànno forza, autorità, influenza, credito ad uno Stato; e se questo Stato è nuovo, gli dànno essere e vita. Per lo Stato nuovo le Finanze prospere tonno augurio di prosperità: le Finanze scadenti tonno certezza di caduta. Più nuovo Stato d’Italia non vi è, giacché sta ancora sul costituirsi, cercando la propria capitale, i proprii confini, e nella porzione che occupa sforzandosi di contenere i sudditi nuovi con quei benevoli mezzi che la legge Pica gli fornisce. Più povere Finanze non vi sono, giacché son costrette a spendere ogni giorno un milione di lire di là dalle proprie entrate, senza sapere  né quando si arresterà un così spaventevole dispendio,  né come si riempirà l’abisso che esso va ogni di scavando. Or mostrare al cospetto dell’Europa un tal precipizio, equivale al rivelarle la difficoltà della propria durata; e coll’inanità dei provvedimenti suggeriti, colla nimistà degli animi scissi più in nemici che in parte ggiani, colla necessità di approvare un Ministero che se non ha generato, ha certo aggravato un tale stato, togliere ogni speranza d'un migliore avvenire, equivale al persuaderne l'impossibilità. Fu pietà verso i nuovi padroni d’Italia lo scongiuro del deputalo Ferrari, che si tacessero e non dessero ai nemici della Italia unificala gioie troppo legittime con tali svelamenti; ma quel silenzio non sarebbe stata pietà verso i ventidue milioni d’Italiani, che bisogna che pure apprendano a quale stremo sieno condotti dallo sconvolgimento che li incolse, quale fede abbiano tenuta le promesse che vennero lor tolte. A quest’Italia noi additeremo il precipizio, quale esso è nella sua realtà. Per noi esso è una conseguenza naturale e preveduta della rivoluzione: ed un antecedente ugualmente naturale ed ugualmente prevedibile della reazione. Chi guarda nelle Finanze d’uno Stato vi scorge tradotte in cifre numeriche la storia del suo passato, la condizione del suo presente, la previsione del suo avvenire. Le Finanze italiane ci dicono che la rivoluzione non ha fatto finora che distruggere; non fa che distruggere, e non promette che distruzione: ha distrutto la prosperità pubblica dell’Italia, distrugge la prosperità privata degl’Italiani, e distruggerà finalmente sé medesima.

II.

Le Finanze degli Stati italiani prima della rivoluzione Per conoscere ciò che la presente rivoluzione abbia distratto in Italia, bisogna risalire al 1859, e rammentare brevemente qual fosse ìd quell'anno la condizione speciale delle Finanze dei sette suoi Stati. Due semplicissime cifre la rivelano: quella della rendita, e quella della spesa. Al l. ° Gennaro di quell’anno trovavasi un esercizio chiuso, quello del 1838: un altro aperto, quello del 1859. Per l’anno 1838 tutta insieme l’Italia spese L. 514,421,000; ed ebbe una rendita di L. 301,107,000. Il bilanciò non batteva: ma la colpa toccava solo al Piemonte, governato dal Cavour, che cospirando preparava, a spese delle Finanze piemontesi, la rivoluzione in Italia: poiché il disavanzo procedeva per la sua quasi totalità dal regno sardo. Ma questo disavanzo era minimo, la quarantunesima parte delle entrate. Poco ci volea a farlo sparire; e le economie decretate negli altri Stati, e più che i provvedimenti presi, la prosperità sempre crescente lo avrebbe certamente convertilo in vero avanzo, nel corso di quello stesso anno 1839. Ed in fatti per l’esercizio di quest’anno, ove la rivoluzione non fosse venuta a turbarlo, erano stati preveduti e stanziati, nei vani Comi Preventivi, Introiti superiori all’anno preceduto per otto milioni di franchi, ed Esiti minori dei precedenti per ventiquattro milioni. Le entrate adunque si sperava fondatamente che potessero ascendere a L. 509,128,891, e le spese a L. 490,214,300, con un avanzo di quasi diciannove buoni milioni di lire. Queste cifre sono dedotte dal recente Annuario, quasi ufficiale, di Duprat e Cicca; il quale le accumula dalle cifre parziali che daremo nella seguente dimostrazione.

StatiRenditaSpesaAvanzoDisavanzo
Governo Pontificio L.  78,483,39 L. 77,506,340L 977,052L.
Regno di NapoliL.  198,072,416L.  126,377,610L.  1,695,416
Gran Ducato di ToscanaL.  39,866,400L.  39,181,300L.  83,100L.  95,076
focato di ParmaL.  8,702,223L.  8,583,064L.  117,161
Ducato di ModenaL.  10,940,196L.  10. 935,272
Regio SardoL.  137,374,232L.  159,637,314L.  18,208,000L.  2,062,002
LombardiaL.  86,600,000L.  67,392,000
TotaliL. 509,128,891L. 490,214,300L. 21,082,79L. 2,158,138

Or questo stato delle Finanze italiane potea dirsi non solo regolare, ma generalmente parlando soddisfacente, e pieno di speranze per la prosperità avvenire. Avendo tutti i Governi rimarginate le piaghe del 1848 e 1849, senza aumentare, se non di pochissimo, le tasse; era giunto il momento opportuno o di sollevare i contribuenti di qualche parte dei balzelli, o di provvedere con maggiore larghezza ai pubblici lavori. Il solo Piemonte trovavasi di avere raddoppiate le imposte e aumentato il debito; o preconizzando già la rivoluzione, s’incamminava a quello sperpero del pubblico denaro che non dovea quindi a poco aver più misura.

Un rapidissimo sguardo sopra alcuni dei fatti principali di questa prosperità in ciascuno Stato basterà a convincerci della verità di questo fatto. Il Governo pontificio dovea la principale sua prosperità alla sobrietà dell’amministrazione, ai migliorati regolamenti delle dogane, alle ridotte tariffe ed all’amministrazione dei Sali e Tabacchi passata nelle mani del Governo. Gli effetti di questo progresso furono sensibilissimi. Nel 1835 l’Introito delle Dogane, Dazio, Consumo, Tabacchi e Sali ascese a Se. 5,660,461, e tre anni dopo montò tino a Se. 7,583,098: il che vuol dire che in soli tre anni si ebbe un aumento successivo così forte, che sorpassò nell’ultimo anno i 10 milioni di franchi. Gli economisti danno appunto questo, come segno evidente di pubblica prosperità: poiché l’aumento delle entrate pubbliche doganali, non proveniente da tasse nuove, mostra un consumo maggiore nello Stato di merci venute da fuori. In quanto alla severa economia dell'amministrare, poche cifre, e tutte ufficiali la dimostreranno. Il Regno d’Italia nel 1863 sul capitolo delle Dogane segna la spesa di amministrazioni e guardie il 28 per % sopra gl'introiti cavatine; il Governo pontificio segnava nel 1858 il solo 18 per  %. Pel Bollo, Registro ed Ipoteche il Regno d’Italia spende per l’esazione delle tasse circa il 25 per  % delle tasse stesse: il Governo pontificio appena il 12 per  %. Pel Dazio del Consumo va in ispesa il 37 per  % dell’entrata nell’Italia, nel Governo pontificio solo il 10: e così via via. Quale dei due Governi è più massaio del pubblico denaro, o è più provvido: il Governo pontificio che fu detto incapace e scialacquatore, o l’italiano che s'intitolò sapiente e riparatore?

Nel Governo di Napoli un segno evidentissimo di buona amministrazione nelle Finanze si avea nel credito veramente straordinario, che si era procacciato il Banco di S. Giacomo, le cui operazioni regolate e connesse con quelle del Governo ne seguivano allora, come ne seguono ora inevitabilmente le vicende. Ora i capitalisti indigeni vi ponevano tale fiducia, che l’aveano costituito il deposito delle loro piccole o grandi fortune, il loro cassiere e pagatore generale, il regolatore, si può dire, delle loro operazioni: e i capitalisti stranieri ne facevano tanta stima, che le sue cedole compravano ad un saggio superiore a quello di tutti gli altri Banchi di Europa. Si gridava nel 1858 alla dilapidazione ed al mistero delle Finanze napoletane, mentre si esaltava la regolarità e la pubblicità dell'amministrazione piemontese: eppure il corso dei fondi napoletani a Parigi era tassato a 115, quello dei piemontesi a 85, cioè dire il credito che di fatto si concedeva al Governo di Napoli superava quello del Governo di Torino per 30 punti.

Nella Toscana le vicende del 1848 aveano fatto contrarre quei non gravi debiti, che furono trovati dieci anni appresso, meno assai cioè di 100 milioni di lire: somma tollerabilissima ad uno Stato che avea Strade nazionali e comunali in ottima condizione, ferrovie costrutte con regolarità e parsimonia da capitalisti paesani, industrie metallurgiche e carbonifere, terreni bonificati che si offrivano ogni dì all'agricoltura, un porto di mare ove il commerciò fioriva, e sopra ciò tasse lievi e comportabili.

I due Ducati di Parma e di Modena aveano amministrazioni provvide e parsimoniose. 11 Governo della Reggenza avea dato rapidamente ordine alle Finanze, giugnendo ad ottenere in pochi anni un avanzo di entrate sopra le spese, tuttoché destinasse una somma proporzionatamente non tenue all’ammortizzazione dei debiti, ed una maggiore che non si suole negli altri Stati ai Lavori pubblici. Quel di Modena procedeva sopra un’altra massima, sgravare cioè i sudditi dalle tasse il più che fosse possibile: ed in effetto i Modenesi non portavano un carico che di L. 15,14 per testa, mentre alla stessa epoca i Piemontesi l’aveano di L. 22,72.

In quanto alla Lombardia era un fatto che le sue entrate soprabbondavano alle spese, le quali proporzionatamente all'Impero austriaco le sarebbero toccate, e però v’era un avanzo che andava a profitto delle altre province dell’Impero. In quanto ai pesi che essa sosteneva era comunissima l’opinione, che fossero troppo più gravi che nel resto d’Italia: ma l’annessione fattasi di lei al Piemonte ha dimostrato che, almeno relativamente a questa parte d'Italia, quel giudizio era falso. Pei Dazii Consumo, Sali e Tabacchi non vi è stata variazione tra il sistema austriaco e il piemontese: finora in queste tasse i Lombardi pagano quanto pagavano prima. La variazione è avvenuta nell’imposta fondiaria, che si diceva oltremodo eccessiva sotto gli Austriaci; e nella tassa, di Bollo e Registro, che dava la materia alle più vive lagnanze dei Lombardi. Ma se nell'imposta fondiaria la Lombardia è stata sgravata, nel Bollo e Registro è stata per lo contrario più che aggravata dal nuovo Governo: poiché il risparmio fatto di sole L. 679,705 per la Fondiaria, è stato più che assorbito da un aggravio sofferto di L. 3,343,650 pel Bollo e Regista). Quindi si può, conchiudendo, dire che i Lombardi pagavano agli Austriaci qualche milione di meno che non pagano ora ai Piemontesi; e quindi distruggesi del tutto quella accusa che fossero essi smunti da un Governo straniero molto più che i Piemontesi non fossero dal loro Governo nazionale.

Il solo Stato che procedeva per una via opposta di dazii aumentati e di debiti cresciuti, era il Piemonte. Il Bilancio del 1847 portava nell’Entrata L. 95,336,342: e dodici anni dopo, nel 1859, l'introito fu calcolato per L. 157,574,252, cioè dire poco più del doppio. E questa maggior entrata non devesi ascrivere a raddoppiala prosperità, ma a raddoppiale imposte. Tutte le tasse, inclusa la diretta (1), furono colà aumentate; e oltre l’aumento delle tasse vecchie

(1) Giova qui riportare dal pregevole lavoro del eh. sig. Agucchi: d««-tatuo italiano al 1867, del quale ci siamo prevaluti per raccogliere aleniti dati numerici, il seguente periodo che ha una molto opportuna considerazione: «È singolare che si ripeta anche oggi dai signori Minghetti e Pepoli nei loro Riferimenti finanziarli, che nello Stato pontificio si pagavano sette rate di Dativa, che l'anno era di quattordici mesi, e con ciò si vuole mettere in derisione l’aumento del sesto fatto dal Governo pontificio dopo il 1849.

Il Piemonte nel 1847 pagava d'imposta fondiaria L. 11,775,368, mentre nel

vi fa l'aggiunta delle nuove: tassa personale, tassa patenti, registro per le successioni, bollo proporzionale per le cambiali, bollo per gli affissi ecc. ecc. : tali tasse che dettero al fisco il dritto di esigere balzelli sopra ogni prodotto, sopra ogni merce, sopra ogni professione, sopra ogni atto dei suoi sudditi.

Nè un così enorme aumento di tasse fu bastevole a porre in equilibrio le spese colle entrate in quelle Finanze, inferme di malattia veramente costituzionale. Fu mestieri contrarre, ad ogni nuovo periodo, nuovi debiti.

Il Debito pubblico nel Piemonte fra Rendita perpetua, Rendita redimibile, e Obbligazioni dello Stato, ascendeva nel 1847 a poco più di un centinaio e mezzo di milioni.

Ai 31 Decembre 1859 esso era pervenuto all’enorme somma di 1,128 milioni e mezzo di lire. Benché la libertà costi caro, come son usi di dire i liberali, non può sconfessarsi che i Piemontesi la pagarono molto più caro che non dovesse da loro ragionevolmente aspettarsi: ogni lor testa era aggravata di 220 Lire di debito.

Da questo rapido cenno deduciamo come ultima conseguenza, che, non ostante il cattivo stato delle Finanze piemontesi, tanto cattivo che formava l'apprensione continua di quei governanti e di quei popoli; nondimeno per la prosperità sempre crescente degli altri Stati, la condizione economica di tutta l’Italia era prima del 1850 veramente prospera; e l’avvenire prometteva prosperità anche più grande, perché l’aumento sempre maggiore delle entrate, congiunto da tendenza universale verso l’economia nelle spese, rendeva sempre maggiore l’avanzo di quelle sopra queste, e però avrebbe consentito o sgravio di balzelli, o aumento di opere pubbliche. Venne la rivoluzione, ed arrestò non solo, ma distrusse tanta prosperità, e la cangiò in disastro e rovina.

1859 era caricato di L. 11,015,000: onde dovrebbero vedere che gli astronomi piemontesi superarono in capacità i pontificii, i quali non si limitarono a prolungare l’anno ali mesi, ma lo portarono a 20.

Il Conservatore di Bologna. Serie 1.  vol. II.  fasc. 1. pag. 29.

III.

Il disavanzo delle Finanze italiane fino all'ingresso del Minghetti nel Ministero.

La guerra apparecchiala remotamente nel Congresso di Parigi, e prossimamente nel convegno di Plombières, scoppiò in Italia nel 1859; e dalla sua conchiusione il Piemonte fortunato fece l’acquisto della Lombardia, l’annessione dei Ducati e dell’Emilia, il conquisto delle Marche e del Regno di Napoli. Sul fine del 1860 l’Italia era unificala, e cominciava per lei quel Governo che si disse, forse per antinomia, riparatore. Le Finanze al certo potevano dalla unificazione avere un forte risparmio di spese: poiché al modo com’essa fu falla entrarono nelle casse del tesoro i beni privali delle famiglie regnanti, i quali furono confiscati; non si dovette dalle Finanze pagare sette liste civili, ma una sola; si soppressero le rappresentanze diplomatiche e consolari presso i Governi esteri; concentrandosi l’amministrazione in una sola capitale, invece di sette Ministeri, se ne dovette mantenere uno solo; in fine il debito pubblico dello Stato pontificio fu nella sua quasi totalità lasciato a carico della Santa Sede, a cui per altro si tolsero le principali entrate per pagarne gl’interessi. In che guisa però le Finanze italiane conseguissero questo sperato risparmio, compendieremo nei sommi capi.

Il primo triennio, costituito dai tre anni 1859, 60 e 61, tempo di guerre e di rivolture, fruttò un disavanzo nel tesoro italiano di un miliardo di franchi: poiché le entrate, a cagione della guerra e degli sconvolgimenti avvenuti nei varii suoi Stati, non raggiunsero in nessun anno i 500 milioni, che prima sorpassavano: e lo spese sorpassarono tanto quelle entrate, che pel solo 1861 furono di 805 milioni di lire a fronte di soli 490 milioni di entrate. Per colmare un tal vuoto si ricorse ai prestiti. Cominciarono dapprima i Commissarii che reggevano parzialmente i singoli Stati, toltisi alla Signoria dei legittimi loro principi: segui poscia, quando tutti furono unificali sotto una sola amministrazione, il Ministro delle Finanze italiane.

Farini in pochi giorni accrebbe di 5 milioni il debito di Modena, e di altrettanti quello di Parma: Pepoli in un sol mese contrasse per le Romagne 13 milioni di debito: Ricasoli dopo poche settimane aggravò le Finanze toscane di 36 milioni di debito: Garibaldi non fu men generoso verso le Due Sicilie colla sua democrazia, di quello che fossero quei Commissarii piemontesi col loro liberalismo conservatore. Ma tutti questi insieme superò il Bastogi, Ministro delle Finanze italiane unificate a Torino. Questi, nell’aprire il libro del Debito pubblico del Regno d'Italia, dopo avere segnala l’eredità lasciatagli dai Governi proceduti (1), vi segnò la prima partila del nuovo Governo unificatore, e questa fu di L. 714,833,800. Ei sembra che tutti questi denari avuti in prestanza dovessero bastare ai bisogni dell’amministrazione, e coprire il deficit, che le spese eccessive fatalmente segnavano. Ma non fu così: non tanto perché queste somme non raggiungevano neppur nominalmente la cifra che segnava il vuoto del tesoro; quanto perché l’entrata effettiva era di lunga mano inferiore alla cifra nominale del debito, che veniva addossalo agl’Italiani. Odasi sopra questo particolare, ciò che del prestito, contrattato dal Bastogi, scrive l’Unità Cattolica, traendo le cifre che arreca dal N. 803 degli Alti Ufficiali della Camera: «Questo prestito dovea ascendere a 300 milioni; ma la povera Italia ha contratto un debito di 714 milioni, e 833,800 lire, e non si sono incassati che 497 milioni, 078,9 6 4 lire e 14 centesimi! Ducento diciassette milioni furono mangiati parte in interessi, parte in commissioni, e di 497 milioni gl’Italiani debbono pagare ogni anno lire 33,744,190 d’interessi! S’è regalato ai banchieri un premio di lire 2,820,000. Si sono pagate per interessi e commissioni a diverse case bancarie per somme anticipate al tesoro L. 961,102,79; in somma 217 milioni svaporarono in un prestito solo!»

(1) Questa eredità può indicarsi nelle cifre seguenti:

Dal Piemonte Capitale nominale L. 1128,308,918
Dall’Emilia (?) L. 25,000,000
Dalla Toscana L. 93,720,000
Dalla Lombardia  L. 216,291,447
Dalle Due Sicilie L. 607,720,000
Debiti contralti dai Direttori e Commissarii nel 1859-60L. 164,412,884
Debito pubblico al Genn. 1861 L. 2265,663,249

Non fu dunque meraviglia se al 1. ° Gennaro 1862 il Gran Libro del Debito pubblico dell’Italia rigenerala segnasse una somma di L. 3017,861. 356 come capitale nominale dei prestiti contralti, con un aumento di 752 milioni sopra il debito dell’anno preceduto; e la previsione per l’esercizio di quel nuovo anno finanziario minacciasse un nuovo disavanzo ancora di 350 milioni di lire.

Ciò volea dire che ogni giornata nuova imponeva all’Italia un debito di un nuovo milione, senza coniare i milioni di debito ereditati dagli anni precedenti. Un cosi grave squilibrio colpiva ognuno, e già si cominciava a gridare nei privati ritrovi e nei pubblici giornali, che l’Italia unificata avea distrutta la prosperità finanziaria dell’Italia divisa, e, se un grande provvedimento presto non si togliesse, la Bancarotta sarebbe stato il coronamento dell'edificio, che la violenza avea costruito. Fu chiamalo adunque a prendere tal provvedimento un uomo, che godeva fama di grande economista e di peritissimo finanziere, Pietro Paolo Minghetti, e questi nella famosa assemblea del 14 Febbraro del 1863 annunziò un gran disegno, che darebbe rassetto all’Erano italiano nel corso di pochi anni. Tutto gl’ingenui Deputati credettero alla sua parola; tutto concedettero docili alle sue dimande; e uscirono quindi dalle aule parlamentari non solo fidenti, ma convinti che la piaga finanziaria dell’Italia sarebbe fra breve rimarginata, e nuova èra di prosperità si aprirebbe alla fortuna del giovane regno.

IV.

Disegno finanziario del Minghetti per dare assetto alle Finanze italiane.

Minghetti non dissimulò l’estremità del male: anzi disse rotondamente che «se alcuno non sentiva la gravità di quella spaventosa situazione, dava segno di non amar la patria. » Il male però se era spaventoso, non era insanabile. A lui basterebbero quattro anni soltanto per guarirlo, ove i Deputati gli consentissero di trarre, oltre le entrate ordinarie dello Stato, altri 1325 milioni di lire; quanti appunto egli calcolava essere necessarii per ottenere nel Conto Preventivo del 1867 il pareggio tra le spese e le entrate.

Ed ecco da quali fonti egli calcolava di fare scorrere nelle casse dell’Erario quella straordinaria provvisione di denaro.

Nuovo prestito da contrarre, per la somma effettiva di L. 700,000,000
Vendita dei Beni demaniali L. 818,000,000
Vendita dei fondi della Gassa ecclesiastica L. 828,000,000
Emissione di Buoni del Tesoro L. 150,000,000
Altri cespiti L. 35,000,000
Totale della sommaLire 1325,000,000

Ma pur questa somma, benché sì grande, non basterebbe essa soia a riempire la voragine dei disavanzi, senza che negli esercizii ordinarti di ciascun anno da una parte non si scemassero a poco a poco le spese, dall’altra non si aumentassero gradatamente le entrate-Solo così al principiare del 1867 le spese ordinane potrebbero bilicarsi colle entrate, e lungo il quadriennio il Deficit ordinario andrebbe sempre più impicciòlendosi, fino a ridursi a zero. Prometteva dunque d’introdurre nelle spese un’economia annuale di 100 milioni di lire, senza nulla scemare all’armamento, nulla ai lavori pubblici.

Quest’economia proverrebbe dai seguenti tre capi:

Stabilimenti costosi al Governo, dati all'industria privata L. 50,000,000
Strade, Istruzione, Beneficenza, tolte al Governo centrale, date alle Province L. 20,000,000
Diminuzione d’impiegaliL. 30,000,000
Economia totale nelle speseL. 100,000,000

Le Entrate poi avrebbero dovuto aumentarsi per 173 milioni di Lire: e quindi chiedeva nuovi regolamenti per le lasse antiche, e nuove leggi per tasse nuove. Suo divisamente era di ripartire quell'aumento nel modo che segue:

Aumento delle tasse daziarie, Dogane, Tabacchi, Saline, Proventi marittimi, Polveri, perL. 30,000,000
Aumento della tassa Registro, Ipoteche, Successioni 30,000,000
Aumento dell’imposta prediale, per mezzo della Perequazione20,000,000
Aumento sull’imposta della Ricchezza mobile40,000,000
Aumento sul Dazio di Consumo.  3,000,000
Introduzione della Privativa dei Tabacchi in Sicilia. 5,000,000
Aumento d’imposte L. 175,000,000

Ora il risparmio nelle spese per 100 milioni, e l’entrata maggiore di 175 milioni, avrebbero prodotto un vantaggio annuale di 275 milioni, quanti appunto denotavano il deficit annuale del Bilanciò ordinario.

Dove gli fosse conceduto di prendere questi provvedimenti, facile gli sarebbe di dimostrare in qual modo giugnerebbe egli a mettere in buono assetto le Finanze per l’anno 1867. E per questa dimostrazione presentava il calcolo seguente:

Disavanzo lasciato dall’Esercizio 1862  L.375,000,000
Esercizio 1863  Disav.  Nelle spese ordinarie220, - - -   - - -
id.Nelle spese straordinarie100, - - -   - - -
Esercizio 1864 id.Nelle spese ordinarie165, - - -   - - -
Nelle spese straordinarie100, - - -   - - -
Esercizio 1865id. Nelle spese ordinarie 110, - - -   - - -
Nelle spese straordinarie100, - - -   - - -
Esercizio 1866 id. Nelle spese ordinarie 55, - - -   - - -
Nelle spese straordinarie100, - - -   - - -
Disavanzo al 1 Gennaio 1867L. 1325,000,000

In breve egli proponevasi di applicare a uno stesso tempo tutti i rimedii che sogliono proporsi: prestito, vendila di beni demaniali ed ecclesiastici, economia nelle spese, aumento di entrate: e tutti coordinarli insieme in guisa, che il fortunato 1867 potesse vedere rifiorite novamente le Finanze dell’Italia.

A chi guardò. semplicemente alle apparenze, un tal progetto apparve per efficacia, non meno che per ardire meraviglioso, e il Minghetti per poco non fu acclamato il Pitt dell’Italia. Ma chi lo discusse nelle varie sue parti, trovò che mentre i provvedimenti proposti erano in parte ingiusti, come Io spogliare la Chiesa e i Corpi morali dei beni loro proprii; in parte dannosi, come l’aumentare, coll’accrescere le imposte, il malcontento già gravissimo dei popoli; in parte impossibili ad attuarsi, come lo scemare in così gran proporzione e in così picciòlo tempo gl’impiegati; e tutti insieme finalmente insufficienti allo scopo, perché tra il nuovo prestito, tra la vendita dei beni demaniali ed ecclesiastici, e tra i buoni del tesoro si sarebbero le Finanze aggravate, sopra i calcoli del Minghetti, di circa 80 milioni annui per la rendita che essi o toglievano, o costituivano; mentre, diciamo, quei provvedimenti contenevano tanta ingiustizia, tanto pericolo, tanta difficoltà, e così poca efficacia; pur finalmente non facevano altro che dare dopo quattro anni un raddoppiamento del pubblico debito, un raddoppiamento delle tasse indirette, ed uno sciupio del patrimonio sacro e civile dell’Italia, senza che vi fosse in compenso nessun vantaggio alla prosperità pubblica degl’italiani. Fuvvi dunque chi rassomigliò quel progetto al sistema d'un curatore che, per salvare il suo cliente dissipatore dal fallimento, gli dice: Dalle spese tu non devi risecare altro che la mercede dei tuoi servitori; sullo entrate raccomandati ai tuoi amici che ti siano più larghi di soccorsi; pel rimanente-venderemo i fondi, e prenderemo denaro in prestanza: e cosi tutto sarà ordinato e il tuo asse è salvato. Ma queste furono considerazioni gettale al vento: ciò che fece effetto veramente magico fu la promessa d’un Bilanciò, che in quattro anni si conseguirebbe; e con questa speranza che lor brillava innanzi, tutto concessero, e il Minghetti conseguì le più ampie facoltà per rimaneggiare tutto a suo modo. Egli si accinse all’opera, e sedici mesi dopo presentò al cupido Parlamento i primi saggi delle sue promesse. Ma questi generarono sventuratamente un pieno disinganno: e le speranze del famoso pareggio del tutto si dileguarono un’altra volta. E vediamo come.

V.

Il disavanzo ricomparisce nelle finanze italiane dopo di quel disegno.

Nella tornala del 18 Aprile 1864 il ministro Minghetti presentò al Parlamento la Situazione del tesoro italiano al 31 Dicembre 1863. Essa fu esaminata dalla Commissione e dai Deputati, e posta in paragone coi Bilanci o approvati, o progettati, o presunti degli anni successivi. A dì 27 Giugno il deputato Saracco mosse al Mingbetti la sua interpellanza, sopra la condizione delle Finanze italiane, e fino al di 5 Luglio non si fece nella Camera dei Deputati che esaminare per tutti i versi lo stato vero dell’Erario, paragonando le promesse falle nel 1862, e l’attuazione seguitane fino a quel giorno. Lasciati da banda i giudizi! più severi e forse più giusti dei varii oratori, che presero ad esame i codIì presentati dal Governo, e vi trovarono omissioni, reticenze, false posizioni, introdotte secondo loro opinione per far apparire minore del vero il disavanzo; noi ci atterremo, per maggiore convincimento dei nostri lettori, unicamente alle cifre più miti e più irrecusabili, perché confessate dal Ministro medesimo. L'ultima conseguenza che sene ricava, si è questa: al 1 Gennaio 1867,in luogo di un Bilancio tra le Entrate e le Spese, come era stato promesso, vi sarà un disavanzo non minore di L. 772 milioni e mezzo: cioè dire riproducesi quella stessa spaventosa situazione, dalla cui gravità s’era il Minghetti lasciato tanto commuovere nel Febbraio del 1862, e per cui dissipare avea chiesti tanti sacrificii all’Italia.

Questo disavanzo futuro procede da tre cagioni.

Prima cagione. Gl’introiti straordinarii, che il Minghetti indicò nella somma di 1325 milioni, non si possono ora sperare che per soli mille milioni circa. Poiché il prestito dei 700 milioni perde 8 milioni tra commissioni, interessi, premii e spese. I Beni del Demanio e della Cassa ecclesiastica, calcolali nel 1862 per 475 milioni, si son ora trovati ascendere a 260 milioni appena, e più ancora non scemeranno nell’atto della vendita effettiva. I Buoni del tesoro non si possono emettere, e in quella vece si spera di ottenere dalla vendita delle Miniere, dei Canoni, Livelli, Canali, Navigli e del Tavoliere di Puglia 80 milioni. Così dunque nel quadriennio è svaporala per lo meno una entrata straordinaria di 293 milioni di lire.

Seconda cagione. Il Deficit dei Bilanci ordinarli dal 1862 al 66 era stato nel loro complesso calcolato per 923 milioni di lire; ed in quella vece esso eccederà i 1300 milioni, cioè dire sarà di 373 milioni maggiore del preveduto. Le previsioni di maggiori entrate fatte dai Ministri andarono in dileguo, al pari che le previsioni di minori spese. Il prometter largo coll’attender corto è vecchia arte di governo. Or il conto dell’esercizio del 1863 ne dà una prova. Il provento delle tasse fu per quell’anno preveduto dai Ministri per circa 343 milioni di lire, e non fu conseguito che per 307 milioni e mezzo: cioè quanto dire che la previsione fu maggiore della realtà per 37 milioni e mezzo. Gioverà darne la dimostrazione particolareggiata, desumendola dalla situazione officiale del Tesoro.

 

TITOLO
DELLE TASSE
in previsione
PRODOTTI PRESUNTI
pel 1863
PRODOTTI
votati
dalla Camera
PRODOTTO
 ottenutosi
col fatto
dal
Ministero
dalla
Commissione
SuccessioniL 12,000,000L. 12,000,000'L. 12,000,000L. 10,572,975
Mammone 5,000,000 5,000,000 5,000,000 5,310,166
Soc. Commerc. 1,300,000 1,300,000 1,300,000 423,657
Registro 45,000,000 31,000,000 31,000,000 23,876,541
Atti giudiziarii 2,200,000 2,200,000 2,200,000 2,144,390
Archivi e Notai 500,000 500,000 500,000 320,139
Ipoteche 2,400,000 2,100,000 2,400,000 2,725,650
Bollo 28,300,000 21,700,000 23,700,000 17,179,38
Dogane 01,000,000 60,400,000 60,400,000 57,646,382
Sali 37,500,000 37,000,000 37,000,000 38,999,890
Tabacchi 66,000,000 63,000,000 63,000,000 69,963,738
bollo 41,780,2117 35,000,000 37,( 00,000 38,811,035
Ferrovie 22,008,000 21,500,000 21,760,000 22,812,370
Dazio consumo 16,215,945 16,215,945 16,215,945 16,512,370
L. 314,903,152L. 311,215,945L. 313,505,945L. 307,429,067

Da questo solo capo si può dedurre il rimanente. Le entrate prevedute dal Ministro hanno tutte una diminuzione: le spese prevedute un accrescimento. Quindi ridotti a più giusta misura i disavanzi dei Bilanci ordinarii, essi si accumulano nella somma seguente.

Esercizio chiusoDisavanzo L. 387,585,300
Conto consuntivo- « -L. 266,000,000
Bilanciò approvalo - « -L. 250,000,000
Conto preventivo- « -L. 201,000,000
Bilanciò presunto- « -L. 200,000,000
Disavanzo al 1.  Gennaro 1867 L. 1304,585,300

Terza cagione. Per le spese straordinarie del quadriennio 63-66 il sig. Minghetti avea stanziato nel suo progetto 400 milioni di lire. Ma e' sarà grande il miracolo se potranno spendersene soli 500: perché per l’esercizio del 1863 si è avveralo lo spendio di 184 milioni, pel 1864 se ne sodo assegnati 150: pel 1865 se ne sono proposti 99 milioni: e benché si supponesse che pel 1866 si voglia davvero stringere fra angusti confini questa spesa, pur tuttavia basterebbe che se ne spendessero soli 70 milioni, per formare i 500 che testò dicemmo.

Laonde volendo riunire insieme queste tre differenze, che abbiam notate tra le proposte e la realtà, avremo chiaramente il seguente risultato:

Somma mancata agl’introiti straordinarii L. 293,000,000
Deficit cresciuto nei Bilanci ordinariiL. 379,000,000
Deficit cresciuto nei Bilanci straordinariiL. 100,000,000
Disavanzo finale al 1.° Gennaro 1867 L. 772,000000

Il 14 Febbraio 1862 il Minghetti mostrava che il disavanzo, a cui bisognava con somma urgenza provvedere, era appunto di 775 milioni di lire: cioè 375 milioni sopra l’esercizio di quell’anno, e 400 milioni sopra l’esercizio seguente.

Dopo la qual dichiarazione soggiunse, che era nemico della patria chi non riconoscesse la di questa spaventosa situazione. Nel Giugno del 1863 si vede che. dopo di avere distrutta tutta la ricchezza accumulala dai nostri avi, dopo esserci aggravati di dchili fino ai capelli, di qui a due anni ci troveremo con quella fatale cifra di 773 milioni di disavanzo, invece del pareggio promessoci dal Minghetti. E notisi bene: questa cifra non è la massima che si possa temere, ma bensì la minima che si possa sperare. La cifra che si può temere è immensamente maggiore. Il deputalo Lanza, perito di conti finanzieri, dimostrò nel Parlamento, che «nell’anno 1866 noi avremo un disavanzo di L. 1807,588,500. » Ma noi abbiam voluto credere più del dovere alle cifre del Minghetti, perché nessuno ci tacci di esagerazione, e accettiamo la minima cifra di soli 772 milioni. E poiché neppur vogliamo essere accusati di non amar la patria, diciamo altamente che questa condizione delle Finanze italiane non è solo grave, ma è gravissima, non è solo spaventosa, ma è spaventosissima. Poiché se per lo passato si potè ricorrere al credito, sacrificando ai prestatori più di un quarto della somma loro dimandata; per lo avvenire neppure il terzo basterà, forse neppure la metà per allettarli a versare il loro denaro in un tesoro così oberato. Se per lo passato vi erano beni demaniali da vendere, per lo avvenire questi sono scomparsi, e non vi sarà un palmo di terreno che sia più in proprietà dello Stato. Rimangono è vero, ed il Minghetti vi accennò, rimangono altri beni della Chiesa, rimangono altri beni della Beneficenza, rimangono altri beni dei Municipi!; e vuol dire rimangono ancora altri beni in mane dei privati, che li posseggono coi dritti più sacri, ai quali bisogna con manifesta rapina involarli, per gittarli in bocca agli usurai ed ai barattieri: rimangono altre migliaia e migliaia di cittadini, cui o gittar sulla strada a perir di fame, o pascere sull'obolo del Bilanciò. L’abolizione delle mani morte, compiutasi in Francia, o la disammortizzazione, compiutasi in Ispagna; questa è la prospettiva che ha innanzi di sé l’Italia. O l’una o l’altra che si avveri sarà un disastro, quanto iniquo innanzi ai dritti della Giustizia, altrettanto pernicioso innanzi ai dettami della Economia. Se Iddio consente a questi avvoltoi d’Italia ancor altro tempo, essi divoreranno intera la loro preda, senza lasciarne intatte neppur le ossa.

Fu sui principii dello scorso anno 1863 detta esagerala la Relazione ufficiale, che il March. De l’Isle fece al Ministro delle Finanze francesi il di 3 Gennaio, intorno allo stato delle Finanze italiane. Pochi mesi sono trascorsi, e quella relazione dell’economista francese ha avuta la più alla confermazione dal fatto. Essa cosi riferiva:  

«La situazione può compendiarsi in due parole: impossibilità di accrescere al presente le rendite; nessuna economia; politica che mena dritto alla ruina. La catastrofe è facile a prevedersi. Ella potrà essere ritardata o da imprestiti o da altre combinazioni di una moralità per lo meno dubbia… S’aggraverà l’avvenire a vantaggio del presente, e la catastrofe diverrà più spaventosa. La situazione deve riuscire infallibilmente ad una liquidazione disastrosa, che noi non possiamo prevenire...»

VI.

Le Finanze italiane sono stare rovinate dalla Rivoluzione.

Ma perché mai la rivoluzione italiana si è così lanciata nelle spese, fino a distruggere ogni ricchezza dello Stato, e generare tanta incertezza negli animi, e tanto spavento dell'avvenire? Molti perché vi sono, e tutti si riassumono in una parola sola: perché è rivoluzione. È stato necessario di premiare coloro che l’hanno falla; e quindi si sono dati impieghi, pensioni, indennità a migliaia e migliaia di rivoluzionarii: è stato necessario di pagare largamente i tradimenti e le audacie di coloro che l’hanno coadiuvata; e quindi si sodo versale somme ingenti a chi sotto un titolo, a chi sotto un altro: è stato necessario di compensare chi l'ha accettata; e quindi qua una linea di strada ferrata, là un porlo, altrove un teatro: è necessario il mantener giornali che la difendono e la conservan viva: è necessario l’aumentar carabinieri e guardie di pubblica sicurezza, che in tanto sbrigliamento di passioni e in tanta licenza di costumi difendano la vita e la sostanza dei cittadini: è necessario tener sotto le armi e in continuo movimento di marce, di scaramucce, di combattimenti un esercito

di sopra cento mila soldati, che combattano il brigantaggio succeduto al suffragio universale: è necessario l’apprestarsi con armamenti giganteschi ad una guerra, che ogni giorno s’invoca, ed ogni giorno più sembra allontanarsi, per istrappar Venezia dagli artigli dell’aquila austriaca, e, quandoché sia, ancor Boma da quelli dell’aquila francese.

La prima massima per la buona amministrazione di uno Stato si è di temperare le spese secondo la misura delle entrate, possibili ad ottenersi senza aggravio dei sudditi. Questa massima non può mettersi in opera da chi è figlio della rivoluzione, e governa in nome della rivoluzione. Questi deve al contrario regolare necessariamente le spese conforme al desiderio della rivoluzione che l’ha sollevato 9 quel grado: e poi s’ingegni a cavar denaro donde meglio si può. E qui è la cagione principalissima di cosi rovinosa amministrazione del denaro pubblico in Italia. La presente rivoluzione italiana ha la sua vita, com’ebbe la sua origine, dal concetto dell’unificazione di tutta l’Italia in uno Stato solo: se rinnega quel concetto, se dà indietro, essa si uccide da sé. Quel concetto importa un’agitazione continua nell’ordine delle idee, e nell’ordine dei fatti un continuo allestirsi aduna guerra, che essa chiama finale, e vede indispensabile. Ciò produce da una parte una diminuzione di entrate, perché ove gli animi non posano, non vi sono  né traffici,  né scambii,  né industrie,  né contralti,  né ricchezze: dall’altra parte ciò produce un aumento di spesa, nel folle apprestamento di armi e di armati, di navili e di fortificazioni, di munizioni e di ambulanze.

Intanto la guerra non si fa, perché tutta l’indipendenza, la libertà, la grandezza conquistata dall'Italia non è servita che ad inchiodarla al carro altrui con chiovo più fitto; e questo carro non vuol muoversi per ora,  né sembra probabile che sia per muoversi fra breve tempo, se pur mai si moverà, per istrascinarlasi dietro. Così intanto, cullala di speranze troppo protratte, l’Italia consuma sé stessa, e dal tempo invece di nerbo ba debolezza, invece di appagamenti ha disinganni. Quando il povero popolo avrà gittato l’ultimo suo quattrino nella gola del fisco italiano, e non avrà nulla veduto attenersi di quelle promesse, che cento volte al giorno gli si erano rinnovate;

perderà finalmente la fede, cecamente fino a quel dì prestata, alla rivoluzione italiana; rimpiangerà i tempi migliori, in cui se era meno canzonato coi paroloni di indipendenza, di libertà, di grandezza, era anche meno smunto dall’esattore e dal gabelliere: e dal rimpiangerli al desiderarli, dal desiderarli al cercarli, in tanta irritazione di animi, il popolo non pone così lunghi gl’indugi,  né cosi rimesso l'animo. Per tal modo la rivoluzione dopo di aver distrutto ogni prosperità del passato, dopo di aver distrutta ogni ricchezza presente, suol finire distruggendo sé stessa; permettendo così per l'ammaestramento dei popoli il Signore che quell’arma stessa, che servì in mano di lei ad abbattere le autorità legittime, la rivolga da forsennata contro il proprio seno, carnefice di sé medesima. Ma se la rivoluzione presto così finisce, i danni che essa  produsse durano a lungo, e la distruzione di qualche anno non è I riparata che da lunghi e penosissimi sacrificii.






















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