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LA CIVILTÀ CATTOLICA

ANNO QUARANTESIMOQUINTO

VOL. X.

DELLA SERIE DECIMAQUINTA

ROMA

DIREZIONE E AMMINISTRAZIONE

Via di Ripetta, 246

TIPOGRAFIA ALESSANDRO BEFANI

1894

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Luglio 2016

CORRUZIONE ELETTORALE STUDIO TEORICO-PRATICO

Carlo Morini

ex-deputato al Parlamento

Milano, fratelli Dumolard, 1894, 12° di pag. 207.

L'Italia politicamente deve la requisitoria, che è questo volume, alla particella ex, significante ciò che il Morini fu, ed ora più non è. Nel 1887 venne eletto deputato del collegio di Giovanni Lanza, di cui egli è divotissimo veneratore: ma nel 1892, non più. Allora si sentì mosso a scrivere questo processo delle malefatte dell'odierno sistema costituzionale, in Italia, mostrando come sia diventato una voragine d’imposture.

Egli per altro ha due torti. L'uno è di presentare la forma costituzionale di Governo, sotto nome di monarchia mista, quale da secoli sussiste nell'Inghilterra, come la migliore fra tutte le possibili in ogni luogo. Che tale in teorica e idealmente si possa dire, passi: ma che tale nella pratica ed ai fatti sia apparsa, ripugna all'evidenza. Si concede che questa forma, congenita alla nazione britannica, sia tornata ad essa acconcia ed utile a' suoi incrementi: ma in altri paesi, disadatti a riceverla e ad applicarla, è riuscita principio di calamitose rivoluzioni, impulso alla caduta di più dinastie e strumento il più valido delle sètte, per impadronirsi degli Stati.

Spagna, Francia ed Italia sono una pruova; e lo stesso libro del Morini ne è argomento lampante.

L'altro torto è di fingere che la corruzione, nel Governo italiano, sia cominciata soltanto dopo che il partito moderato, o destro, fu nel 1876 balzato dal potere e gli successe quella confusione di gente, che prese nome di sinistra; e tende a sempre più spiccata anarchia, con vocabolo di democrazia.

La storia imparziale del costituzionalismo in Piemonte, dopo il 1848, e nel resto d'Italia, dieci anni appresso, ci dà a vedere tutte quante le corruttele, che il Morini ha scoperte solamente dopo il 1876. Né gli uomini che egli tanto esalta quali eroi meritevoli di un Plutarco; Catoni, Cincinnati, emuli degli Aristidi e dei Temistocli, rispetto alla immoralità politica, sono stati diversi da quelli che egli ora condanna. In ciò egli si è manifestato partigiano di troppo, e non ha pensato che questo suo grossolano stratagemma noceva al credito suo di pubblico censore ed accusatore dei presenti corrotti e corruttori.

Costoro, se ne persuada il Morini, sono i degni eredi, i figliuoli legittimi dei grandi eroi, i quali hanno intronizzata in Italia la politica delle balossade, della morale dai due pesi e dalle due misure, del Governo senza verità; la politica in somma del decalogo nuovo, il quale, professato nella vita privata, soleva una volta far capo all'ergastolo od al remo, ed invece praticato nella vita pubblica, ha sollevato i suoi seguaci agli onori dell'apoteosi. Né si arriva ad intendere, come uno scrittore, qual è il Morini, che con tanta raffinatezza filosofeggia, nel suo libro, di onestà e di giustizia, non si sia accorto che la rivoluzione, preparata nel Piemonte e dal Pie monte compita nell'Italia tutta, si è preparata e compita ap punto, perché dell'onestà e della giustizia si è fatto quel conto, che ne fanno oggi i corruttori, i quali hanno impedito che egli sedesse nell'anfiteatro di Montecitorio.

Ciò avvertito, è bene aggiungere che egli è, non pure piemontese di nascita, ma piemontista per tradizioni politiche e sabaudista della più bell'acqua; cosa questa che a lui, suddito naturale di Casa Savoia, non fa disonore; ma fa poi velo alla mente, nel giudicare le conseguenze recate dal sabaudismo al l'Italia, e quelle che per avventura le recherà.

Egli dimanda il perché del decadere continuo, che, nell'Italia sabaudista, fa la forma del Governo: e lo trova nella corruzione elettorale, come nella radice sua primaria. I deputati, osserva egli, sono eletti dal popolo, i ministri sono additati al re dai deputati, i senatori sono proposti al re dai ministri, ed il re stesso, checché faccia, sebbene indipendente dalle elezioni ed immutabile, non può, salvo in casi gravissimi, opporsi a ciò che deputati, senatori e ministri abbiano deliberato.

Ond’è che i buoni elettori soli possono fare i buoni deputati, i buoni deputati i buoni ministri, i buoni ministri i buoni senatori; e tutti insieme la buona amministrazione dello Stato.

Dove che se rei sono gli elettori, o per loro naturale impulso, o per violenza e corruzione d’altri, il rimanente sarà corrispondente a loro; e così si avrà tutta la cosa pubblica corrotta.

Posto questo ragionamento, l'Autore passa in rassegna i mezzi precipui di corruzione governativa e privata, che ora si adoperano alla sfacciata, i quali egli riduce a sette, ed un per uno espone, esamina e deplora; non senza suggerirne i rimedii, se pure, al punto in cui si è, vi ha possibile rimedio.

Or ecco le sette teste di quest'idra, di questa grande meretrice della babele italica, di questa deturpatrice delle ideali bellezze del costituzionalismo, le sette corna di questo mostro della corruzione elettorale.

Le sette teste e corna sono: «i seggi nel Senato partigianamente impartiti: l'abuso delle decorazioni: le indebite inframmettenze nell'amministrazione delle province e dei comuni: le illecite inframmettenze nell'amministrazione della giustizia civile e penale: le pubbliche cariche partigianamente conferite o negate: le indebite largizioni in favore delle province, dei comuni e d'altri corpi morali: la compra dei voti.»

Al Morini piange il cuore in descrivere lo strazio che, per mercimonio elettorale, si è fatto della dignità del Senato.

«Ma (lasciamo a lui la parola) è nella notizia e nella coscienza universale, che, da alcuni lustri, seggi sena torti furono impartiti a chi dovette poi abbandonarli, per turpi delitti commessi, a chi, invece di meriti verso la patria, ne avea vergognosamente demeritato, a chi, più che la pubblica voce, il pubblico clamore additava come ladro del pubblico denaro. Vi fu un giorno che, in mezzo a poco più di trecento senatori, vi erano tre accusati di turpi delitti, onde quel giorno la media della delinquenza, nel Senato, superava la media della delinquenza comune in Italia! E questo male, perché? Perché la dignità senatoria non era spesso che il premio di coloro i quali, mediante un vergognoso mercato con governanti indegni, cede vano a candidati ministeriali i loro seggi di deputati, o si acconciavano a procacciarne loro nei collegi ove avevano clientela. In una sola elezione, se la fama ha recato il vero, non furono meno di quarantotto i seggi in cotal guisa trafficati. Si videro candidati alla deputazione abbandonare d'un tratto la propria candidatura, e propugnare ardentemente quella del loro competitore d'opposto partito, che un giorno prima acre mente avevano combattuto, sol perché questi era giunto, o solo era concorso a procacciare loro un seggio nel Senato. Si videro ministri scendere, per mezzo d'infami complici, a que sta bassezza con candidati alla deputazione, di promettere loro, ad elezione compiuta, un seggio in Senato, ove cedessero la candidatura ai proprii protetti. E, per colmo di mistica, anche questo si vide, che, non fidandosi taluni candidati della promessa di simili ministri, e ne avevano ben d'onde, posero per condizione alla loro rinunzia l'immediata nomina a sena tori, e furono nominati. » Per chi considera col Morini «l'alta missione moderatrice che, nella monarchia mista, è affidata al Senato, e come i senatori debbano essere l'aristocrazia del l'aristocrazia, ossia i degnissimi fra i più degni», chiaro è che il vederne il corpo dalla corruzione politica insozzato a tal segno, è cosa che dà il ribrezzo. Perciò i commenti si la sciano fare ai lettori.

Quanto agli onori e fregi cavallereschi, il male non è men vituperoso. Nota giustamente l'Autore, che gli spregiatori più democratici dei fronzoli e dei gingilli di questa sorta, afferrato che ebbero il timone dello Stato, vi diedero poi il sacco.

«Vide l'Italia, né ancora lo dimenticò, creati d'un colpo in Parlamento, ben settanta commendatori, quanti Napoleone non ne creava alla conquista di un regno.»

Nell'occasione poi di elezioni politiche, «non è descrivibile, asserisce il Morini, il turpe mercato che uomini, senza dignità e senza onore, ne fecero e ne fanno. Si può affermare senza tema di essere contradetto. . . che, tolte quelle le quali vanno ai pubblici ufficiali civili e militari, più al loro grado assegnate che alle loro persone, novanta decorazioni in cento vanno agl'intriganti politici.

Lo scandalo è giunto a tale, che più nessuno in Italia, anche meritevole dell'onorificenza, ne porta le insegne... Le cronache giudiziali recano ogni giorno nomi di cavalieri e di commendatori, trascinati nelle carceri come ladri, truffatori e falsarii.»

Questo veracissimo sfogo dell'Autore fa venire in memoria l'epigramma, ascritto a Vincenzo Monti, intorno ai crocesegnati cavalieri dei giorni suoi:

In tempi men leggiadri e più feroci

I ladri s'appiccavano alle croci;

In tempi men feroci e più leggiadri,

S'appiccano le croci in petto ai ladri.

Ben comprende il lettore che non potremmo, ancorché il volessimo, andar dietro passo passo al Morini, nella descrizione che egli fa delle sette bolge infernali di questa italiana corruzione. Ma, circa la inframmettenza o prepotenza dei deputati e degli arruffoni elettorali nell'amministrazione delle province, siaci lecito trascrivere dal suo libro quanto segue.

«Io ricorderò sempre un episodio di parecchi anni fa. Una deputazione provinciale enormi ingiustizie commetteva, spalleggiata da indegni deputati. Essendo le sue deliberazioni partecipate e sanzionate dal Prefetto, onesta e degna persona, io gli chiesi un giorno in un confidenziale colloquio, perché non si attraversasse a tante turpitudini. Egli mi rispose: Faccio quel che posso per impedirle, ma non ho che un voto. Se mi opponessi in modo assoluto, sarei trasferito in un'altra provincia, non essendo qui compatibile colla deputazione provinciale.

Là troverei la stessa scena, perché è, su per giù, k stesso di tutte le province, e mi toccherebbe un altro trasferimento, che darebbe luogo ad un terzo, dopo il quale mi vedrei licenziato dall'ufficio, con queste parole: È un uomo che non va a' versi di nessuno. Si mutino le leggi, soggiungeva quell'uomo commosso, o gli uomini, ed io farò il mio dovere.

Con queste leggi e con questi uomini io faccio così, e così fanno tutti i miei colleghi.

«Io stetti alquanto sopra pensiero, poi dissi fra me e me: E orribile, ma vero, né osai soggiungere: Fa quel che devi, ne venga quel che può, perché, pensando che quel degno ufficiale aveva figli e non era ricco, mi tornò alla mente la sentenza di Mazzini: il martirio si soffre, ma non si predica.»

Dallo strapazzo che si fa dei prefetti, si argomenti quello dei sindaci nei comuni e degli stessi consigli, ove tiranneggino i creati dai ministri, creatori alla lor volta dei ministeri.

Tutto vi è angherie, soverchierie, minacce, promesse, vendette.

Circa le inframmettenze di costoro nella giustizia, l'Autore rammenta le parole dette dal Muzio, presidente di Corte d'appello, a proposito di certe sentenze date contro il gusto dei prepotenti: «Rimasero irrevocate le sentenze, ma furono revocati i giudici.» Rammenta l'altro detto dell'Eula, presi dente della Corte di cassazione: «Troppe volte i giudici rendono, non sentenze, ma servigi.»

Rammenta l'altro detto del Zanardelli, quand'era ministro di grazia e giustizia, sul conto di una severa condanna uscita da un tribunale: «La condanna è frutto di una magistratura atterrita.»

Il Morini non è arrivato a tempo di registrare l'altro detto di un recentissimo ministro di grazia e giustizia, che appunto la giustizia in Italia defini un punto interrogativo.

Chi sia vago di contemplare l'orrido quadro delle altre forme di corruzione, fra le quali vegeta ed imputridisce la po litica italiana, ricorra al libro ed avrà di che edificarsi.

L'Autore suggerisce rimedii, ma sono impari alla fierezza de! male, disadatti allo stato in cui versa il malato, e troppo più speculativi che pratici; e si riducono a pannicelli caldi.

Nella conclusione fa, insieme col suo lettore, la domanda a sé stesso:

«Il popolo, rotto a tanta corruttela pubblica e privata» si riavrà? Il corpo elettorale, avvezzo a tante largizioni e promesse, tornerà vergine e puro? I deputati che, senz'alcun merito, col delitto conquistarono un seggio ch'era follia sperar, vorranno smetterlo, senza tentare ogni disonesto sforzo di con servarlo?

Gli stessi ministri, dopo l'invalso uso di tenersi in seggio, molto e talora tutto concedendo ai deputati, potranno, anche volendolo, mutare stile, senza vedersi abbandonati? E abbandonati essi, avranno miglior sorte i successori?»

Quante domande! Ma la risposta qual è? Più di timore che di speranza. Di fatto, in che sperare?

Il Morini spera nella dinastia e spera nel popolo.

«Una sola elezione generale avvenga, indetta da un ministero senza macchia e senza paura, il quale non usi violenze e corruzioni, anzi inesorabilmente le perseguiti e le soffochi, e saranno finiti per sempre gli uomini dalle immonde corruzioni elettorali, perché oramai a tutti puzza il loro Governo.»

Questo ministero, senza macchia e senza paura, egli sembra aspettare dalla dinastia, o meglio dal potere regio; e la buona elezione dal popolo. Ma dove e come trovare sì fatti uomini «comporli in un fascio, acciocché formino il desiderato ministero? Nel campo liberalesco dominante sarà difficile, per non dire impossibile. E poi, ancorché si trovassero, per qual via si metterebbero a capo del Governo?

Con un così detto colpo di Stato? Ma al Morini basterebbe l'animo di consigliarlo? E, dato che lo consigliasse, al punto in cui sono le cose in Italia, sarebbe sicuro che non ne seguirebbe nulla di funesto?

Oltre ciò, quando mai, da che il sistema costituzionale è in vigore, e nel Piemonte e nell'Italia si sono fatte elezioni nette da ogni corruttela? Egli favoleggia dell'età dell'oro, sotto il Cavour e compagnia bella. Ma tutte le cronache delle elezioni fattesi nel Piemonte, dal 18-59 al 1800, gli danno una mentita. Bastino, per esempio, i documenti che il Bonfadini ha testé pubblicati, nella vita di Francesco Arese.

Nel 1853, proprio il Cavour, per mezzo dell'Oldofredi, offrivasi di far eleggere deputato l’Arese, in collegi dove l'Arese scrisse, nella sua risposta di rifiuto, «non conosceva neppure un gatto»: e concludeva che, se la sua candidatura colà fosse riuscita, «l'avrebbe dovuta a tutt'altro che al buon concetto che gli elettori avessero avuto di lui»; cioè l’avrebbe dovuta ai maneggi corrompitori del ministro ().

Questo è un caso: ma ab uno disce omnes.

Senza questo, e concesso per certo quanto al Morini può piacere di supposti, resta insuperabile la più dura delle difficoltà: ed è che circa la metà degli elettori non si accostano alle urne, e questa metà è appunto dei più incorruttibili, perché a tutto antepongono la coscienza, il dovere.

Questi, che sono i cattolici, tanto spregiati col nomignolo di clericali, si astengono dalle elezioni, perché il Capo della Chiesa, per ragioni di ordine superiore, loro lo divieta.

Oh il Morini, se ha vero zelo di purgare lo Stato dalla corruzione e di rilevarvi l'autorità regia, compia l'opera che ha incominciata.

Scriva un altro libro, col quale provi la necessità che si tolgano quelle ragioni impedienti la parte più sana e leale del paese di accorrere alle urne, e per eccitare tutti i veri amanti della patria a secondarlo. Se egli potesse riuscire ad una tanta impresa, non solamente diventerebbe l'uomo politico più benemerito dell'Italia e della di nastia, ma sarebbe portato ai più alti fastigii del potere: e, dopo lunghi anni di vita proficua a tutti, avrebbe un monumento, che sarebbe fra i più degni di quanti se ne sono ai dì nostri innalzati.

Fino a tanto che non si ottiene questo, e fino a tanto che lo Stato italiano rappresenterà l'anticristianesimo in atto, contro Cristo ed il suo Vicario, nella città stessa di Roma, l'Autor nostro non s'illuda: la corruzione viepiù verrà spandendosi, e nella corruzione perirà tutto ciò che dalla corruzione è nato.
























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